5 Novembre 2024
Martedì XXXI Settimana T. O.
Fil 2,5-11; Salmo Responsoriale Dal Salmo 21 (22); Lc 14,15-24
Colletta
Dio onnipotente e misericordioso,
tu solo puoi dare ai tuoi fedeli
il dono di servirti in modo lodevole e degno;
fa’ che corriamo senza ostacoli verso i beni da te promessi.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
Papa Francesco (Omelia da Santa Marta, 7 aprile 2020): Gesù servì fino alla morte: sembrava una sconfitta, ma era il modo di servire. E questo sottolinea il modo di servire che noi dobbiamo prendere nella nostra vita. Servire è darsi, darsi agli altri. Servire è non pretendere per ognuno di noi qualche beneficio che non sia il servire. È la gloria, servire; e la gloria di Cristo è servire fino ad annientare sé stesso, fino alla morte, morte di Croce (cf. Fil 2,8). Gesù è il servo di Israele. Il popolo di Dio è servo, e quando il popolo di Dio si allontana da questo atteggiamento di servire è un popolo apostata: si allontana dalla vocazione che Dio gli ha dato. E quando ognuno di noi si allontana da questa vocazione di servire, si allontana dall’amore di Dio. Ed edifica la sua vita su altri amori, tante volte idolatrici. […] Pensiamo oggi a Gesù, il servo, fedele nel servizio. La sua vocazione è servire, fino alla morte e morte di Croce (cf. Fil. 2,5-11). Pensiamo a ognuno di noi, parte del popolo di Dio: siamo servi, la nostra vocazione è per servire, non per approfittare del nostro posto nella Chiesa. Servire. Sempre in servizio. Chiediamo la grazia di perseverare nel servizio. A volte con scivolate, cadute, ma la grazia almeno di piangere come ha pianto Pietro.
I Lettura: Bibbia di Navarra: Possiamo dividere l’inno in tre parti. La prima (v. 6 e inizio del 7) tratta dell’umiliazione di Cristo nel farsi uomo. La seconda (fine del v. 7 e v. 8) costituisce il centro di tutto il passo e proclama fino a qual punto giunse la sua umiltà: nella sua condizione di uomo, accettò per obbedienza di morire sulla Croce. La terza (vv. 9-11) descrive la sua gloriosa esaltazione. San Paolo ha presente la divinità di Cristo, in forza della quale egli esisteva dall’eternità, ma fissa l’attenzione sulla morte in croce come esempio supremo di umiltà. L’umiliazione di Cristo non consistette solo nel farsi uomo, celando la gloria della divinità nella sua santissima umanità, ma anche nella vita di sacrifici e di sofferenze, che avrebbero attinto il loro culmine sulla Croce, quando fu spogliato di ogni cosa, come uno schiavo. Una volta compiuta la sua missione, torna a manifestarsi in tutta la gloria della sua natura divina.
L’Uomo-Dio, Gesù Cristo, conclude la sua esistenza terrena sulla Croce e per mezzo di essa entra nella gloria, come Signore e Messia. Questo evento situa tutto l’universo su un piano di salvezza.
Gesù ci dà una mirabile lezione di umiltà e di obbedienza. «Impariamo da Gesù. Nella sua vita terrena non ha voluto la gloria che gli spettava: pur avendo diritto a essere trattato come Dio, assunse le sembianze di servo, di schiavo (cfr Fil 2, 6-7). Il cristiano impara così che tutta la gloria è per Iddio, e che non può servirsi della grandezza sublime del Vangelo come strumento di ambizioni e di interessi umani.
«Impariamo da Gesù. Il suo atteggiamento nell’opporsi a ogni gloria umana è in perfetta correlazione con la grandezza incomparabile della sua missione: quella del Figlio amatissimo di Dio che si incarna per la salvezza degli uomini» (È Gesù che passa, n. 62).
Vangelo
Esci per le strade e lungo le siepi e costringili ad entrare, perché la mia casa si riempia.
Coloro che per primi sono stati chiamati a partecipare al banchetto del Re hanno declinato l’invito preferendo occuparsi delle loro cose, alla beatitudine eterna hanno preferito la meschinità dei beni materiali. Di fronte al rifiuto Dio non insiste, Egli invita, ma non obbliga. Ma è da dire che chi rifiuta è autore della sua condanna, si autoesclude dal banchetto, ritrovandosi in questo modo fuori dalla sala conviviale, nelle tenebre; là dove è pianto e stridore di denti.
Dal Vangelo secondo Luca
Lc 14,15-24
In quel tempo, uno dei commensali, avendo udito questo, disse a Gesù: «Beato chi prenderà cibo nel regno di Dio!».
Gli rispose: «Un uomo diede una grande cena e fece molti inviti. All’ora della cena, mandò il servo a dire agli invitati: “Venite, è pronto”. Ma tutti, uno dopo l’altro, cominciarono a scusarsi. Il primo gli disse: “Ho comprato un campo e devo andare a vederlo; ti prego di scusarmi”. Un altro disse: “Ho comprato cinque paia di buoi e vado a provarli; ti prego di scusarmi”. Un altro disse: “Mi sono appena sposato e perciò non posso venire”.
Al suo ritorno il servo riferì tutto questo al suo padrone. Allora il padrone di casa, adirato, disse al servo: “Esci subito per le piazze e per le vie della città e conduci qui i poveri, gli storpi, i ciechi e gli zoppi”.
Il servo disse: “Signore, è stato fatto come hai ordinato, ma c’è ancora posto”. Il padrone allora disse al servo: “Esci per le strade e lungo le siepi e costringili ad entrare, perché la mia casa si riempia. Perché io vi dico: nessuno di quelli che erano stati invitati gusterà la mia cena”».
Parola del Signore.
Fortunato colui che partecipa al banchetto del regno di Dio - Javer Pikaza: Il tema della parabola è incorniciato nel contesto dell’esclamazione del commensale che proclama fortunati coloro che partecipano al grande banchetto escatologico del regno (14,15). Tutto lo sviluppo precedente: la guarigione dell’infermo (14,1-6) e il senso del servizio interpersonale (14,7-14) era indirizzato verso questo punto. Il tema è iniziato e il contesto è ormai propizio: può incominciare la grande parabola circa il banchetto (14,15-24).
Il regno è un banchetto fondato sulla chiamata di Dio, è l’invito a prendere parte alla sua festa. Erano invitati tutti i figli d’Israele. Gesù li chiamò in modo veramente serio, ma essi cercarono il modo di scusarsi. Uno aveva buoi, un altro aveva campi e un altro donne. Tutti sono occupati nei loro piccoli o grandi problemi e preferiscono non ascoltare la voce che li chiama. Per questo, il Signore ordina ai suoi servi di uscire sufie piazze e per le campagne e d’invitare tutti quelli che troveranno: i poveri, i ciechi e gli storpi, gli emarginati, tutti. Dio ha chiamato in questo modo quelli che hanno solo la loro miseria e che sono aperti all’attesa; chiama quelli che sanno che la vita non è dominio che ci lega, ma una via sulla quale esiste la sorpresa della voce di Dio che parla.
La parola di Dio che opera in Gesù ha tracciato una linea divisoria fra gli uomini. Da un lato, vi sono quelli che sono venuti a portare sulla terra un ideale o una realtà che è intoccabile: quelli che mettono l’ordine (sacro o profano) al di sopra dell’uomo e finiscono con l’esserne schiavi. Sono quelli che pensano d’avere già la risposta. Per questo, non si preoccupano di aiutare gli abbandonati e di invitare i piccoli senza chieder loro nulla in contraccambio. Perciò, quando si sente la voce che invita al banchetto di Dio, essi sono talmente occupati nelle loro cose, che non danno ascolto alla parola che li invita e rifiutano la grazia che viene a dar loro la vera ricchezza. All’altro lato si trovano quelli che non hanno nulla o che ripongono la loro ricchezza nel servizio del prossimo. Sono quelli che invitano senza calcolare, quelli che danno senza tenere conti e che si rallegrano con semplicità della vita che spargono intorno a loro. Perciò, quando sentono la voce che li invita alla ricchezza del regno che si avvicina, accettano la parola con prontezza e si dispongono a prendere parte alla festa.
Dalla prima parte si trovano gl’invitati « degni » cioè quelli che hanno ricevuto per primi l’invito alla festa (i giudei). Il loro rifiuto è basato sul fatto che sono occupati nelle loro cose: i loro riti religiosi, le loro preoccupazioni culturali, i loro privilegi e le loro leggi. Di fronte alla serietà del loro rifiuto, Dio non insiste (14,24). Questo particolare è straordinariamente significativo. Un banchetto obbligatorio non è un banchetto, Perciò Dio invita alla gioia della festa, ma rispetta la libertà di ciascuno. È evidente che colui che rifiuta preferisce la sua condanna; preferisce la meschinità dei suoi beni materiali e il vantaggio della sua sicurezza sociale e non si cura del dono del regno. Questo vuol dire che, in fondo, egli preferisce il suo inferno particolare al cielo che Dio gli offre.
Insieme con questo mistero della condanna di coloro che rifiutano il banchetto sta la grazia della chiamata di Dio, che si è estesa a tutte le classi sociali e a tutte le razze degli uomini. Questa chiamata, che non richiede un previo invito, è indirizzata, da un lato, a tutti gli emarginati d’Israele (14,21) e dall’altro, a tutti gli uomini (14,22). Non si va al banchetto per il fatto che si è degni, ma Dio rende degni gli uomini che chiama e che accolgono la voce della sua chiamata. II regno è sempre grazia e non può essere confuso con nessun genere di vantaggio o di perfezione umana.
Gli insegnamenti di Gesù “si affollano attorno al simbolo apocalittico della cena e l’immagine è ripetutamente utilizzata da Luca per elevare gesti della vita terrena di Gesù a segno esemplare. Ciò che accade durante queste cerimonie cui egli è presente si realizzerà definitivamente nel regno, dal momento che sono occasione per mostrare la sua misericordia nei confronti dei sofferenti nel corpo e nello spirito e di rimproverare l’albagia e il disprezzo dei devoti. L’ospitalità nella casa di Pietro, i banchetti del pubblicano e del fariseo, la cena miracolosa nel luogo deserto, così come in seguito la festa per il ritorno del figlio, l’ospitalità in casa di Zaccheo, l’ultimo incontro con i discepoli e la cena di Emmaus fanno della mensa il luogo dell’amicizia, della salvezza, della comunione tra l’umano e il divino. I gesti conviviali del Gesù terreno indicano poi un carattere della comunità cristiana, come lo mostrano ripetutamente gli Atti. La comunione di mensa è il momento in cui i discepoli di ogni tempo e luogo incontrano di nuovo il messia ucciso e tornato alla vita, godono dei suoi doni, li partecipano senza misura a chiunque li desideri, si preparano alla definitiva gioia del regno.
Il gesto amicale di Gesù e quello ripetuto in sua memoria nella comunità missionaria indicano una vita pura, perfetta e felice, cui è necessario prepararsi con l’impegno totale di sé. La partecipazione alle nozze messianiche esige anzitutto l’umiltà: non bisogna ritenersi degni dei primi posti, è meglio stare tra gli ultimi e lasciare al padrone di casa il compito di assegnare a ciascuno quanto gli compete. Anche qui ci sarà un rovesciamento e chi crederà di farsi grande per la sua presunta virtù sarà umiliato, mentre chi non vorrà esibirsi sarà onorato.
L’invito poi non deve essere rivolto a coloro cui ci si sente legati per rapporti familiari o economici e alla mensa devono essere accolti soprattutto coloro con cui è impossibile stabilire un rapporto sociale di parità. La partecipazione deve essere un segno di generosità verso i bisognosi, come Gesù stesso ha insegnato e Luca aggiunge qui un’altra delle sue beatitudini, con la quale si esalta il dono gratuito.
Sviluppando ulteriormente la medesima immagine viene sottolineata la difficoltà di accettare la chiamata alla cena apocalittica. Si potrebbe essere occupati in tutt’altri interessi, soprattutto di natura economica e familiare, e allora l’invito si allargherebbe a coloro che di solito sono considerati indegni di partecipare ad un banchetto lussuoso. Con questa immagine l’evangelista dipinge ancora una volta i caratteri della missione cristiana, che trova ascolto tra gli ultimi, ma è difficile che attragga chi è occupato nell’amministrazione dei beni di questo mondo” (Roberto Osculati).
Agostino (Sermo 1 1 2,8): ... il padrone di casa, sdegnato, gli ordinò: togliamo dunque di mezzo le scuse menzognere e cattive; rechiamoci al convito per nutrirei interiormente.
Non c’impedisca l’orgoglio della superbia, non ci distolga o non ci trattenga l’illecita smania di sapere e ci faccia voltare le spalle a Dio; la voluttà della carne non ci distolga dalla volontà del cuore. Andiamo al banchetto a nutrirci. Ma quali furono le persone che vi andarono se non i poveri, i deboli, gli zoppi e i ciechi? ... Vengano i mendicanti perché lo invita Colui che da ricco si fece povero per amor nostro, perché noi che siamo poveri diventassimo ricchi mediante la Sua povertà. Vengano i deboli, poiché hanno bisogno del medico non i sani ma gli ammalati (Mt. 9, 12). Ci vengano gli zoppi che gli dicono: Guida i miei passi secondo la tua Parola (Sal. 1 1 8, 1 33). Ci vengano i ciechi che gli dicono: Illumina i miei occhi, perché non mi addormenti mai nella morte (Sal. 12,3).
Il Santo del Giorno - 5 Novembre 2024 - Beato Gregorio Lakota. Vescovo e martire dell’ideologia sovietica martiri dei totalitarismi del XX secolo sono testimoni la cui voce ancora oggi ci mette in guardia dal pericolo delle ideologie, dal rischio che comporta cioè il trasformare un’idea in una legge universale. Tra questi vi è anche il beato Gregorio Lakota, vittima del regime comunista sovietico in un gulag siberiano. Nato il 31 gennaio1883 a Holodivka, un villaggio che si trova nella regione ucraina di Lemko, si formò a Lviv e venne consacrato sacerdote nel 1908 a Przemysl, città polacca. Tre anni dopo a Vienna conseguì il dottorato in teologia, per diventare più tardi prima insegnante e poi rettore del Seminario greco-cattolico di Przemysl. Il 16 maggio 1926 fu ordinato vescovo e divenne ausiliare di Przemysl degli Ucraini, comunità che accompagnò per 20 anni. Fu arrestato il 9 giugno 1946 e spedito in Siberia, dove morì martire nel 1950 nella città di Abez.
Rafforza in noi, o Signore, la tua opera di salvezza,
perché i sacramenti che ci nutrono in questa vita
ci preparino a ricevere i beni che promettono.
Per Cristo nostro Signore.