5 Novembre 2024
 
Martedì XXXI Settimana T. O.
 
Fil 2,5-11; Salmo Responsoriale Dal Salmo 21 (22); Lc 14,15-24
 
Colletta
Dio onnipotente e misericordioso,
tu solo puoi dare ai tuoi fedeli
il dono di servirti in modo lodevole e degno;
fa’ che corriamo senza ostacoli verso i beni da te promessi.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
Papa Francesco (Omelia da Santa Marta, 7 aprile 2020): Gesù servì fino alla morte: sembrava una sconfitta, ma era il modo di servire. E questo sottolinea il modo di servire che noi dobbiamo prendere nella nostra vita. Servire è darsi, darsi agli altri. Servire è non pretendere per ognuno di noi qualche beneficio che non sia il servire. È la gloria, servire; e la gloria di Cristo è servire fino ad annientare sé stesso, fino alla morte, morte di Croce (cf. Fil 2,8). Gesù è il servo di Israele. Il popolo di Dio è servo, e quando il popolo di Dio si allontana da questo atteggiamento di servire è un popolo apostata: si allontana dalla vocazione che Dio gli ha dato. E quando ognuno di noi si allontana da questa vocazione di servire, si allontana dall’amore di Dio. Ed edifica la sua vita su altri amori, tante volte idolatrici. […] Pensiamo oggi a Gesù, il servo, fedele nel servizio. La sua vocazione è servire, fino alla morte e morte di Croce (cf. Fil. 2,5-11). Pensiamo a ognuno di noi, parte del popolo di Dio: siamo servi, la nostra vocazione è per servire, non per approfittare del nostro posto nella Chiesa. Servire. Sempre in servizio. Chiediamo la grazia di perseverare nel servizio. A volte con scivolate, cadute, ma la grazia almeno di piangere come ha pianto Pietro.
 
I Lettura: Bibbia di Navarra: Possiamo dividere l’inno in tre parti. La prima (v. 6 e inizio del 7) tratta dell’umiliazione di Cristo nel farsi uomo. La seconda (fine del v. 7 e v. 8) costituisce il centro di tutto il passo e proclama fino a qual punto giunse la sua umiltà: nella sua condizione di uomo, accettò per obbedienza di morire sulla Croce. La terza (vv. 9-11) descrive la sua gloriosa esaltazione. San Paolo ha presente la divinità di Cristo, in forza della quale egli esisteva dall’eternità, ma fissa l’attenzione sulla morte in croce come esempio supremo di umiltà. L’umiliazione di Cristo non consistette solo nel farsi uomo, celando la gloria della divinità nella sua santissima umanità, ma anche nella vita di sacrifici e di sofferenze, che avrebbero attinto il loro culmine sulla Croce, quando fu spogliato di ogni cosa, come uno schiavo. Una volta compiuta la sua missione, torna a manifestarsi in tutta la gloria della sua natura divina.
L’Uomo-Dio, Gesù Cristo, conclude la sua esistenza terrena sulla Croce e per mezzo di essa entra nella gloria, come Signore e Messia. Questo evento situa tutto l’universo su un piano di salvezza.
Gesù ci dà una mirabile lezione di umiltà e di obbedienza. «Impariamo da Gesù. Nella sua vita terrena non ha voluto la gloria che gli spettava: pur avendo diritto a essere trattato come Dio, assunse le sembianze di servo, di schiavo (cfr Fil 2, 6-7). Il cristiano impara così che tutta la gloria è per Iddio, e che non può servirsi della grandezza sublime del Vangelo come strumento di ambizioni e di interessi umani.
«Impariamo da Gesù. Il suo atteggiamento nell’opporsi a ogni gloria umana è in perfetta correlazione con la grandezza incomparabile della sua missione: quella del Figlio amatissimo di Dio che si incarna per la salvezza degli uomini» (È Gesù che passa, n. 62).
 
Vangelo
Esci per le strade e lungo le siepi e costringili ad entrare, perché la mia casa si riempia.
 
Coloro che per primi sono stati chiamati a partecipare al banchetto del Re hanno declinato l’invito preferendo occuparsi delle loro cose, alla beatitudine eterna hanno preferito la meschinità dei beni materiali. Di fronte al rifiuto Dio non insiste, Egli invita, ma non obbliga. Ma è da dire che chi rifiuta è autore della sua condanna, si autoesclude dal banchetto, ritrovandosi in questo modo fuori dalla sala conviviale, nelle tenebre; là dove è pianto e stridore di denti.
 
Dal Vangelo secondo Luca
Lc 14,15-24
 
In quel tempo, uno dei commensali, avendo udito questo, disse a Gesù: «Beato chi prenderà cibo nel regno di Dio!».
Gli rispose: «Un uomo diede una grande cena e fece molti inviti. All’ora della cena, mandò il servo a dire agli invitati: “Venite, è pronto”. Ma tutti, uno dopo l’altro, cominciarono a scusarsi. Il primo gli disse: “Ho comprato un campo e devo andare a vederlo; ti prego di scusarmi”. Un altro disse: “Ho comprato cinque paia di buoi e vado a provarli; ti prego di scusarmi”. Un altro disse: “Mi sono appena sposato e perciò non posso venire”.
Al suo ritorno il servo riferì tutto questo al suo padrone. Allora il padrone di casa, adirato, disse al servo: “Esci subito per le piazze e per le vie della città e conduci qui i poveri, gli storpi, i ciechi e gli zoppi”.
Il servo disse: “Signore, è stato fatto come hai ordinato, ma c’è ancora posto”. Il padrone allora disse al servo: “Esci per le strade e lungo le siepi e costringili ad entrare, perché la mia casa si riempia. Perché io vi dico: nessuno di quelli che erano stati invitati gusterà la mia cena”».
 
Parola del Signore.
 
Fortunato colui che partecipa al banchetto del regno di Dio - Javer Pikaza: Il tema della parabola è incorniciato nel contesto dell’esclamazione del commensale che proclama fortunati coloro che partecipano al grande banchetto escatologico del regno (14,15). Tutto lo sviluppo precedente: la guarigione dell’infermo (14,1-6) e il senso del servizio interpersonale (14,7-14) era indirizzato verso questo punto. Il tema è iniziato e il contesto è ormai propizio: può incominciare la grande parabola circa il banchetto (14,15-24).
Il regno è un banchetto fondato sulla chiamata di Dio, è l’invito a prendere parte alla sua festa. Erano invitati tutti i figli d’Israele. Gesù li chiamò in modo veramente serio, ma essi cercarono il modo di scusarsi. Uno aveva buoi, un altro aveva campi e un altro donne. Tutti sono occupati nei loro piccoli o grandi problemi e preferiscono non ascoltare la voce che li chiama. Per questo, il Signore ordina ai suoi servi di uscire sufie piazze e per le campagne e d’invitare tutti quelli che troveranno: i poveri, i ciechi e gli storpi, gli emarginati, tutti. Dio ha chiamato in questo modo quelli che hanno solo la loro miseria e che sono aperti all’attesa; chiama quelli che sanno che la vita non è dominio che ci lega, ma una via sulla quale esiste la sorpresa della voce di Dio che parla.
La parola di Dio che opera in Gesù ha tracciato una linea divisoria fra gli uomini. Da un lato, vi sono quelli che sono venuti a portare sulla terra un ideale o una realtà che è intoccabile: quelli che mettono l’ordine (sacro o profano) al di sopra dell’uomo e finiscono con l’esserne schiavi. Sono quelli che pensano d’avere già la risposta. Per questo, non si preoccupano di aiutare gli abbandonati e di invitare i piccoli senza chieder loro nulla in contraccambio. Perciò, quando si sente la voce che invita al banchetto di Dio, essi sono talmente occupati nelle loro cose, che non danno ascolto alla parola che li invita e rifiutano la grazia che viene a dar loro la vera ricchezza. All’altro lato si trovano quelli che non hanno nulla o che ripongono la loro ricchezza nel servizio del prossimo. Sono quelli che invitano senza calcolare, quelli che danno senza tenere conti e che si rallegrano con semplicità della vita che spargono intorno a loro. Perciò, quando sentono la voce che li invita alla ricchezza del regno che si avvicina, accettano la parola con prontezza e si dispongono a prendere parte alla festa.
Dalla prima parte si trovano gl’invitati « degni » cioè quelli che hanno ricevuto per primi l’invito alla festa (i giudei). Il loro rifiuto è basato sul fatto che sono occupati nelle loro cose: i loro riti religiosi, le loro preoccupazioni culturali, i loro privilegi e le loro leggi. Di fronte alla serietà del loro rifiuto, Dio non insiste (14,24). Questo particolare è straordinariamente significativo. Un banchetto obbligatorio non è un banchetto, Perciò Dio invita alla gioia della festa, ma rispetta la libertà di ciascuno. È evidente che colui che rifiuta preferisce la sua condanna; preferisce la meschinità dei suoi beni materiali e il vantaggio della sua sicurezza sociale e non si cura del dono del regno. Questo vuol dire che, in fondo, egli preferisce il suo inferno particolare al cielo che Dio gli offre.
Insieme con questo mistero della condanna di coloro che rifiutano il banchetto sta la grazia della chiamata di Dio, che si è estesa a tutte le classi sociali e a tutte le razze degli uomini. Questa chiamata, che non richiede un previo invito, è indirizzata, da un lato, a tutti gli emarginati d’Israele (14,21) e dall’altro, a tutti gli uomini (14,22). Non si va al banchetto per il fatto che si è degni, ma Dio rende degni gli uomini che chiama e che accolgono la voce della sua chiamata. II regno è sempre grazia e non può essere confuso con nessun genere di vantaggio o di perfezione umana.
 
Gli insegnamenti di Gesù “si affollano attorno al simbolo apocalittico della cena e l’immagine è ripetutamente utilizzata da Luca per elevare gesti della vita terrena di Gesù a segno esemplare. Ciò che accade durante queste cerimonie cui egli è presente si realizzerà definitivamente nel regno, dal momento che sono occasione per mostrare la sua misericordia nei confronti dei sofferenti nel corpo e nello spirito e di rimproverare l’albagia e il disprezzo dei devoti. L’ospitalità nella casa di Pietro, i banchetti del pubblicano e del fariseo, la cena miracolosa nel luogo deserto, così come in seguito la festa per il ritorno del figlio, l’ospitalità in casa di Zaccheo, l’ultimo incontro con i discepoli e la cena di Emmaus fanno della mensa il luogo dell’amicizia, della salvezza, della comunione tra l’umano e il divino. I gesti conviviali del Gesù terreno indicano poi un carattere della comunità cristiana, come lo mostrano ripetutamente gli Atti. La comunione di mensa è il momento in cui i discepoli di ogni tempo e luogo incontrano di nuovo il messia ucciso e tornato alla vita, godono dei suoi doni, li partecipano senza misura a chiunque li desideri, si preparano alla definitiva gioia del regno.
Il gesto amicale di Gesù e quello ripetuto in sua memoria nella comunità missionaria indicano una vita pura, perfetta e felice, cui è necessario prepararsi con l’impegno totale di sé. La partecipazione alle nozze messianiche esige anzitutto l’umiltà: non bisogna ritenersi degni dei primi posti, è meglio stare tra gli ultimi e lasciare al padrone di casa il compito di assegnare a ciascuno quanto gli compete. Anche qui ci sarà un rovesciamento e chi crederà di farsi grande per la sua presunta virtù sarà umiliato, mentre chi non vorrà esibirsi sarà onorato.
L’invito poi non deve essere rivolto a coloro cui ci si sente legati per rapporti familiari o economici e alla mensa devono essere accolti soprattutto coloro con cui è impossibile stabilire un rapporto sociale di parità. La partecipazione deve essere un segno di generosità verso i bisognosi, come Gesù stesso ha insegnato e Luca aggiunge qui un’altra delle sue beatitudini, con la quale si esalta il dono gratuito.
Sviluppando ulteriormente la medesima immagine viene sottolineata la difficoltà di accettare la chiamata alla cena apocalittica. Si potrebbe essere occupati in tutt’altri interessi, soprattutto di natura economica e familiare, e allora l’invito si allargherebbe a coloro che di solito sono considerati indegni di partecipare ad un banchetto lussuoso. Con questa immagine l’evangelista dipinge ancora una volta i caratteri della missione cristiana, che trova ascolto tra gli ultimi, ma è difficile che attragga chi è occupato nell’amministrazione dei beni di questo mondo” (Roberto Osculati).
 
Agostino (Sermo 1 1 2,8): ... il padrone di casa, sdegnato, gli ordinò: togliamo dunque di mezzo le scuse menzognere e cattive; rechiamoci al convito per nutrirei interiormente.
Non c’impedisca l’orgoglio della superbia, non ci distolga o non ci trattenga l’illecita smania di sapere e ci faccia voltare le spalle a Dio; la voluttà della carne non ci distolga dalla volontà del cuore. Andiamo al banchetto a nutrirci. Ma quali furono le persone che vi andarono se non i poveri, i deboli, gli zoppi e i ciechi? ... Vengano i mendicanti perché lo invita Colui che da ricco si fece povero per amor nostro, perché noi che siamo poveri diventassimo ricchi mediante la Sua povertà. Vengano i deboli, poiché hanno bisogno del medico non i sani ma gli ammalati (Mt. 9, 12). Ci vengano gli zoppi che gli dicono: Guida i miei passi secondo la tua Parola (Sal. 1 1 8, 1 33). Ci vengano i ciechi che gli dicono: Illumina i miei occhi, perché non mi addormenti mai nella morte (Sal. 12,3).
 
Il Santo del Giorno - 5 Novembre 2024 - Beato Gregorio Lakota. Vescovo e martire dell’ideologia sovietica martiri dei totalitarismi del XX secolo sono testimoni la cui voce ancora oggi ci mette in guardia dal pericolo delle ideologie, dal rischio che comporta cioè il trasformare un’idea in una legge universale. Tra questi vi è anche il beato Gregorio Lakota, vittima del regime comunista sovietico in un gulag siberiano. Nato il 31 gennaio1883 a Holodivka, un villaggio che si trova nella regione ucraina di Lemko, si formò a Lviv e venne consacrato sacerdote nel 1908 a Przemysl, città polacca. Tre anni dopo a Vienna conseguì il dottorato in teologia, per diventare più tardi prima insegnante e poi rettore del Seminario greco-cattolico di Przemysl. Il 16 maggio 1926 fu ordinato vescovo e divenne ausiliare di Przemysl degli Ucraini, comunità che accompagnò per 20 anni. Fu arrestato il 9 giugno 1946 e spedito in Siberia, dove morì martire nel 1950 nella città di Abez.
 
Rafforza in noi, o Signore, la tua opera di salvezza,
perché i sacramenti che ci nutrono in questa vita
ci preparino a ricevere i beni che promettono.
Per Cristo nostro Signore.
 
 4 Novembre 2024
 
San Carlo Borromeo, Vescovo - Memoria
 
Fil 2,1-4; Salmo Responsoriale Dal Salmo 130 (131); Lc 14,12-14
 
Colletta
Custodisci nel tuo popolo, o Signore,
lo spirito di cui hai ricolmato il vescovo san Carlo [Borromeo],
perché la Chiesa si rinnovi incessantemente
e, conformandosi all’immagine del tuo Figlio,
manifesti al mondo il volto di Cristo Signore.
Egli è Dio, e vive e regna con te.
 
In tutta l’esistenza di san Carlo Borromeo possiamo «contemplare la luce della carità evangelica, la carità longanime, paziente e forte che “tutto scusa, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta” (1Cor 13,7). Rendo grazie a Dio perché la Chiesa di Milano è sempre stata ricca di vocazioni particolarmente consacrate alla carità; lodo il Signore per gli splendidi frutti di amore ai poveri, di servizio ai sofferenti e di attenzione ai giovani di cui può andare fiera. L’esempio e la preghiera di san Carlo vi ottengano di essere fedeli a questa eredità, così che ogni battezzato sappia vivere nella società odierna quella profezia affascinante che è, in ogni epoca, la carità di Cristo vivente in noi.
Non si potrebbe comprendere, però, la carità di san Carlo Borromeo se non si conoscesse il suo rapporto di amore appassionato con il Signore Gesù. Questo amore egli lo ha contemplato nei santi misteri dell’Eucaristia e della Croce, venerati in strettissima unione con il mistero della Chiesa. L’Eucaristia e il Crocifisso hanno immerso san Carlo nella carità di Cristo, e questa ha trasfigurato e acceso di ardore tutta la sua vita, ha riempito le notti passate in preghiera, ha animato ogni sua azione, ha ispirato le solenni liturgie celebrate con il popolo, ha commosso il suo animo fino a indurlo sovente alle lacrime.
Lo sguardo contemplativo al santo Mistero dell’Altare e al Crocifisso risvegliava in lui sentimenti di compassione per le miserie degli uomini e accendeva nel suo cuore l’ansia apostolica di portare a tutti l’annuncio evangelico. D’altra parte, ben sappiamo che non c’è missione nella Chiesa che non sgorghi dal “rimanere” nell’amore del Signore Gesù, reso presente a noi nel Sacrificio eucaristico. Mettiamoci alla scuola di questo grande Mistero! Facciamo dell’Eucaristia il vero centro delle nostre comunità e lasciamoci educare e plasmare da questo abisso di carità! Ogni opera apostolica e caritativa prenderà vigore e fecondità da questa sorgente!” (Benedetto XVI, Messaggio, 1 Novembre 2010).
 
I Lettura: La Chiesa di Filippi fu la prima fondata da san Paolo in Europa. Accadde durante il suo secondo viaggio verso l’anno 50 o 51. Tra i cristiani di Filippi e l’apostolo Paolo vi fu sempre un affettuoso legame di amicizia e di sollecitudine premurosa. La lettera ai Filippesi è scritta in tono intimo e personale, ed è pervasa da sinceri sentimenti di gratitudine.
rendete piena la mia gioia con un medesimo sentire e con la stessa carità, rimanendo unanimi e concordi: “«Con gioia»: la gioia dell’Apostolo è una nota peculiare di questa Lettera, a causa soprattutto della rettitudine d’intenzione e del buon comportamento dei Filippesi. San Paolo li ricorda con gioia nella preghiera e più avanti (3, l) li esorta a rallegrarsi nel Signore. Poco dopo, in 4, 4, rinnova per due volte l’invito alla gioia, che nasce dalla vicinanza del Signore (cfr le note a Fil 4, 4; 4, 5-7).
L’esortazione alla vera gioia appare molto spesso negli scritti cristiani dei primi tempi: «Rivestiti dunque di allegria, che sempre ha grazia presso Dio ed è accetta a Lui; poni in essa le tue delizie, poiché tutte le persone allegre operano il bene, pensano al bene e disprezzano la tristezza» (Il pastore, X, cap. 3, 1).
La gioia è un frutto dello Spirito Santo (cfr Ga15, 22) ed è una virtù strettamente congiunta alla carità soprannaturale, che ne è la causa (cfr Summa theologiae, II-II, q. 23, a. 4). È un dono di cui gode l’anima in grazia, indipendentemente dalle circostanze ambientali a personali; promana dall’unione con Dio e dalla consapevolezza della provvidenza con cui Dio veglia sulle sue creature, in modo particolare sui suoi figli. La gioia dona al cristiano serenità, pace e obiettività in tutte le azioni della vita” (Bibbia di Navarra).
 
Vangelo
Non invitare i tuoi amici, ma poveri, storpi, zoppi e ciechi.
 
Alla sfacciata ipocrisia dei farisei i quali ponevano alla base del loro agire proficui tornaconti, Gesù contrappone la liberalità, il disinteresse, anche nello scegliere gli invitati a un pranzo la preferenza vada ai poveri, agli storpi, agli zoppi, ai ciechi. Così come ha fatto Lui che nel suo amore ha preferito gli ultimi, i peccatori, venendo nel mondo per i malati e non per i sani o per coloro che si ritenevano giusti.
 
Dal Vangelo secondo Luca
Lc 14,12-14
 
In quel tempo, Gesù disse poi al capo dei farisei che l’aveva invitato:
«Quando offri un pranzo o una cena, non invitare i tuoi amici né i tuoi fratelli né i tuoi parenti né i ricchi vicini, perché a loro volta non ti invitino anch’essi e tu abbia il contraccambio.
Al contrario, quando offri un banchetto, invita poveri, storpi, zoppi, ciechi; e sarai beato perché non hanno da ricambiarti. Riceverai infatti la tua ricompensa alla risurrezione dei giusti».
Parola del Signore.
 
Accoglienza degli emarginati - Bruno Maggioni (Il racconto di Luca): Dopo una parola ai convitati, ecco una parola per il padrone di casa: quando dai un pranzo, non invitare gli amici o i ricchi vicini, ma i poveri.
Questa parola di Gesù va letta alla luce del discorso della pianura, al quale fa riferimento (6,32-34): «Se amate solo coloro che vi amano, qual è il vostro merito? Anche i peccatori amano coloro che li amano. E se fate del bene a coloro che vi fanno del bene, qual è il vostro merito? Anche i peccatori fanno lo stesso. E se prestate a coloro dai quali sperate ricevere, qual è il vostro merito?». I rapporti - dice in sostanza Gesù - non sono più nei termini della vecchia giustizia, quella della parità fra il dare e l’ avere. Si pongono in termini nuovi.
Il consiglio che Gesù dà al padrone di casa è rivoluzionario, contrario a tutti gli usi abituali. Luca enumera (14,13), quali invitati, tutte le categorie di emarginati. È questo il comportamento nuovo: abolire ogni emarginazione. Il modello è Gesù stesso e, più indietro, è l’amore di Dio. Di fronte a Dio nessuno è emarginato, ma ciascuno è prossimo. Da qui l’ingiustizia di ogni emarginazione.
Le emarginazioni sono sempre il frutto della giustizia vecchia, che fa differenze in base alla posizione o al lavoro o al prestigio. Il criterio a cui riferirsi, invece, per stabilire chi invitare al banchetto è l’ amore di Dio, non più la vecchia giustizia degli uomini.
Perché invitare sempre e soltanto parenti ed amici?  Si resta sempre all’interno di un amore interessato e di una concezione chiusa della vita: ci si invita fra amici, fra persone alla pari, oggi io invito te e domani tu inviti me. E i poveri restano sempre fuori, gli esclusi sempre esclusi. Il vangelo pretende invece una fraternità con due caratteristiche molto chiare: la gratuità e l’universalità. Si dà anche a coloro dai quali non si può sperare nulla in cambio. Certo Gesù sta pensando alla sua futura comunità: la sogna come un luogo di ospitalità per tutti gli esclusi.
C’ è la beatitudine per i poveri: «Beati i poveri, perché è vostro il Regno di Dio» (6,20). Ma c’è anche la beatitudine per coloro che usano i propri beni per accogliere i poveri: «Sarai beato perché non hanno da ricambiarti» (14,14). Si noti: invitare a pranzo non è solo un gesto di elemosina, ma è inserire i poveri nel giro delle proprie amicizie.
 
La povertà effettiva - Léon Roy: L’accento posto dal vangelo sull’aspetto spirituale della povertà non deve far dimenticare il valore religioso della povertà effettiva, nella misura in cui essa è segno e mezzo di distacco interiore. Questa povertà materiale è buona quando è ispirata dalla fiducia filiale in Dio, dal desiderio di seguire Gesù, dalla generosità nei confronti dei nostri fratelli; essa può permettere di accogliere con maggior libertà il dono di Dio, e di consacrarsi più completamente al servizio del suo regno: ecco altrettanti motivi che, tra gli scrittori del NT, soprattutto S. Luca si è compiaciuto di ricordare (ad es. Lc 12, 32 ss).
1. La povertà volontaria. - Se Gesù mette in guardia tutti i suoi discepoli contro il pericolo delle ricchezze (Mt 6, 19 ss; Lc 8, 14), da coloro che lo vogliono seguire più da vicino, ed anzitutto dai suoi apostoli, esige che abbraccino la povertà effettiva (Lc 12, 33; Mt 19, 21. 27 par.). Tuttavia se i missionari della «casa di Israele» non devono prendere con sé «né oro, né argento, né spiccioli» (Mt 10, 9; cfr. Atti 3, 6), questo si spiega in parte con le condizioni sociali della Palestina in cui è largamente praticata la ospitalità. Nel mondo greco-romano, una consegna del genere non potrà più venir applicata alla lettera, e S. Paolo avrà un bilancio missionario e caritativo (cfr. 2 Cor 8, 20; 11, 8 s; Atti 21, 24; 28, 30); tuttavia anche allora l’apostolo continua ad annunziare gratuitamente il vangelo (1 Cor 9, 18; cfr. Mt 10, 8), e sa vivere nella privazione (Fil 4, 11 s). La comunità dei primi cristiani raggruppati a Gerusalemme attorno agli apostoli si sforzava anch’essa di imitare la loro povertà, e la Chiesa ha sempre conservato la nostalgia e la pratica di quella vita apostolica, in cui «nessuno chiamava suo ciò che gli apparteneva» (Atti 4, 32; cfr. 2, 44 s).
2. La paziente sopportazione della povertà. - Al pari dei poveri «volontari», coloro di cui la povertà effettiva è il retaggio in conseguenza delle circostanze o della persecuzione, sono anch’essi beati nel regno di Dio, purché rimangano generosi nella loro indigenza (cfr. Mc 12, 41-44), ed accettino volentieri la loro sorte «in vista di una ricchezza migliore e stabile» (Ebr 10, 34). Fin d’ora, malgrado la loro povertà materiale, in realtà sono ricchi grazie alla loro fedeltà nella prova (Apoc 2, 9 s); Luca ha posto in evidenza i meravigliosi compensi che Dio riserva loro nella vita futura (Lc 6, 20 s); troveranno presso di lui, come il povero Lazzaro, una consolazione eterna (16, 19-25).
3. Il servizio cristiano dei poveri. - Ma la miseria rimane nondimeno una condizione inumana, ed il vangelo conserva le stesse esigenze di giustizia sociale dei profeti (cfr. Mt 23, 23; Giac 5, 4). I ricchi hanno quaggiù imperiosi doveri nei confronti dei poveri, e saranno associati alla loro felicità eterna a condizione di accoglierli sull’esempio di Dio (Lc 14, 13. 21) e di farsene degli amici con la «ricchezza iniqua» (16, 9). Più ancora, il servizio dei poveri è ormai una espressione del nostro amore per Gesù: in essi noi soccorriamo veramente lui, nell’attesa del suo ritorno glorioso (Mt 25, 34-46; 26, 11). «Se uno... vede un suo *fratello nel bisogno e gli rifiuta ogni pietà, in che modo l’amore di Dio potrà dimorare in lui?» (1 Gv 3, 17). Dai profeti a Gesù, la Bibbia si è chinata sulla sofferenza dei poveri, e soprattutto ce ne ha rivelato il senso. C’è una povertà spirituale e beata, che è apertura al dono di Dio, nella fede fiduciosa e nell’*umiltà paziente. Di questa povertà d’animo, la povertà reale rimane certamente una via privilegiata. Ma il suo principio e la sua fine è la partecipazione al mistero della «liberalità del nostro Signore Gesù Cristo»: «per voi egli, ricco qual era, si è fatto povero per arricchirvi mediante la sua povertà» (2 Cor 8, 9).
 
Catechismo della Chiesa Cattolica - Regno dei cieli e poveri 544 Il Regno appartiene ai poveri e ai piccoli, cioè a coloro che l’hanno accolto con un cuore umile. Gesù è mandato per «annunziare ai poveri un lieto messaggio» (Lc 4,18). Li proclama beati, perché «di essi è il regno dei cieli» (Mt 5,3); ai «piccoli» il Padre si è degnato di rivelare ciò che rimane nascosto ai sapienti e agli intelligenti.814 Gesù condivide la vita dei poveri, dalla mangiatoia alla croce; conosce la fame, la sete e l’indigenza. Anzi, arriva a identificarsi con ogni tipo di poveri e fa dell’amore operante verso di loro la condizione per entrare nel suo Regno.  
Solidarietà delle nazioni ricche verso quelle povere 2439 Le nazioni ricche hanno una grave responsabilità morale nei confronti di quelle che da se stesse non possono assicurarsi i mezzi del proprio sviluppo o ne sono state impedite in conseguenza di tragiche vicende storiche. Si tratta di un dovere di solidarietà e di carità; ed anche di un obbligo di giustizia, se il benessere delle nazioni ricche proviene da risorse che non sono state equamente pagate.  
2440 L’aiuto diretto costituisce una risposta adeguata a necessità immediate, eccezionali, causate, per esempio, da catastrofi naturali, da epidemie, ecc. Ma esso non basta a risanare i gravi mali che derivano da situazioni di miseria, né a far fronte in modo duraturo ai bisogni. Occorre anche riformare le istituzioni economiche e finanziarie internazionali perché possano promuovere rapporti equi con i paesi meno sviluppati.3199 È necessario sostenere lo sforzo dei paesi poveri che sono alla ricerca del loro sviluppo e della loro liberazione.3200 Questi principi vanno applicati in una maniera tutta particolare nell’ambito del lavoro agricolo. I contadini, specialmente nel terzo mondo, costituiscono la massa preponderante dei poveri.  
 
Paolino di Nola, Lettera 34, 2-4: Prestiamo al Signore i beni che egli ci ha donato. Infatti, non possediamo nulla che non sia dono del Signore, anzi senza la sua volontà non esistiamo nemmeno. Che cosa potremmo considerare nostro, dato che, in forza di un debito enorme, neppure ci apparteniamo? Non solo siamo stati creati, ma anche redenti da Dio. Rendiamo grazie: riscattati a gran prezzo, a prezzo del sangue del Signore, noi cessiamo di essere oggetti senza valore, perché la libertà di non essere sottomessi alla giustizia di Dio, è peggiore della schiavitù. Chi è libero in questo modo, è schiavo del peccato, prigioniero della morte. Rendiamo al Signore ciò che ci ha dato. Doniamo a colui che riceve nella persona di ogni povero. Doniamo con gioia e riceveremo in letizia i doni del Signore.
 
Il Santo del Giorno - 4 Novembre 2024 - San Carlo Borromeo, Vescovo: Nato nel 1538 nella Rocca dei Borromeo, sul Lago Maggiore, era il secondo figlio del Conte Giberto e quindi, secondo l’uso delle famiglie nobiliari, fu tonsurato a 12 anni. Studente brillante a Pavia, venne poi chiamato a Roma, dove venne creato cardinale a 22 anni. Fondò a Roma un’Accademia secondo l’uso del tempo, detta delle «Notti Vaticane». Inviato al Concilio di Trento, nel 1563 fu consacrato vescovo e inviato sulla Cattedra di sant’Ambrogio di Milano, una diocesi vastissima che si estendeva su terre lombarde, venete, genovesi e svizzere. Un territorio che il giovane vescovo visitò in ogni angolo, preoccupato della formazione del clero e delle condizioni dei fedeli. Fondò seminari, edificò ospedali e ospizi. Utilizzò le ricchezze di famiglia in favore dei poveri. Impose ordine all’interno delle strutture ecclesiastiche, difendendole dalle ingerenze dei potenti locali. Un’opera per la quale fu obiettivo di un fallito attentato. Durante la peste del 1576 assistette personalmente i malati. Appoggiò la nascita di istituti e fondazioni e si dedicò con tutte le forze al ministero episcopale guidato dal suo motto: «Humilitas». Morì a 46 anni, consumato dalla malattia il 3 novembre 1584. (Avvenire)
 
La partecipazione ai santi misteri, o Signore,
ci comunichi lo spirito di fortezza
che rese san Carlo [Borromeo] fedele nel ministero
e ardente nella carità verso i fratelli.
Per Cristo nostro Signore.
 
 
 3 Novembre 2024
 
XXXI Domenica T. O.
 
Dt 6,2-6; Salmo Responsoriale Dal Salmo 17 (18); Eb 7,23-28; Mc 12,28b-34
 
 
Colletta
O Padre, tu sei l’unico Signore
e non c’è altro dio all’infuori di te:
donaci la grazia dell’ascolto,
perché i cuori, i sensi e le menti
si aprano al comandamento dell’amore.
Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio.
 
Benedetto XVI (Lettera Enciclica, Deus caritas est 1): «Dio è amore; chi sta nell’amore dimora in Dio e Dio dimora in lui» (1Gv 4,16). Queste parole della Prima Lettera di Giovanni esprimono con singolare chiarezza il centro della fede cristiana: l’immagine cristiana di Dio e anche la conseguente immagine dell’uomo e del suo cammino. Inoltre, in questo stesso versetto, Giovanni ci offre per così dire una formula sintetica dell’esistenza cristiana: «Noi abbiamo riconosciuto l’amore che Dio ha per noi e vi abbiamo creduto». Abbiamo creduto all’amore di Dio - così il cristiano può esprimere la scelta fondamentale della sua vita. All’inizio dell’essere cristiano non c’è una decisione etica o una grande idea, bensì l’incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva. Nel suo Vangelo Giovanni aveva espresso quest’avvenimento con le seguenti parole: «Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui ... abbia la vita eterna» (Gv 3,16). Con la centralità dell’amore, la fede cristiana ha accolto quello che era il nucleo della fede d’Israele e al contempo ha dato a questo nucleo una nuova profondità e ampiezza. L’Israelita credente, infatti, prega ogni giorno con le parole del Libro del Deuteronomio, nelle quali egli sa che è racchiuso il centro della sua esistenza: «Ascolta, Israele: il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo. Tu amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze» (Dt 6,4-5). Gesù ha unito, facendone un unico precetto, il comandamento dell’amore di Dio con quello dell’amore del prossimo, contenuto nel Libro del Levitico: «Amerai il tuo prossimo come te stesso» (Lv 19,18; cfr. Mc 12,29-31). Siccome Dio ci ha amati per primo (cfr. Gv 4,10), l’amore adesso non è più solo un «comandamento», ma è la risposta al dono dell’amore, col quale Dio ci viene incontro.
 
I Lettura - Bibbia di Gerusalemme: 6,4 Il Signore è il nostro Dio, unico è il Signore: BJ: «YHWH nostro Dio è il solo YHWH» YHWH». Altra traduzione proposta talvolta: «Ascolta, Israele: YHWH è il nostro Dio, YHWH solo». Tuttavia, l’espressione sembra proprio un’affermazione di monoteismo.
Essa diventerà l’inizio della preghiera detta Šema (-Ascolta-), che resta una delle più care alla pietà ebraica. - Lungo la storia di Israele questa fede in un Dio unico non ha cessato di svilupparsi, con crescente precisione, a partire dalla fede nell’elezione e nell’alleanza (Gen 6,18; 12,1+; 15,1+; ecc.).
L’esistenza di altri dèi non è stata mai affermata espressamente nei tempi antichi, ma l’affermazione del Dio vivente (5,26+), unico Signore del mondo come del suo popolo (Es 3,14+; 1Re 8,56-60; 18,21; 2Re 19,15- 19; Sir 1,6-7; Am 4,13; 5,8; Is 42,8+; Zc 14,9; Mi 1,11), ha comportato sempre più anche una negazione sistematica dei falsi dèi (Sap 13,10+; 14,13; Is 40,20+; 41,21+)
 
II Lettura: Gesù Cristo, sacerdote eterno, esercita nel Cielo il suo ufficio di intercessore e di mediatore a favori dei santi. Nella pienezza del tempo (Gal 4,4) l’efficacia assoluta e definitiva del sacrificio di Gesù Cristo ha soppiantato gli sacrifici dell’antica alleanza incapaci di procurare la salvezza.
 
Vangelo: La Parola di Dio ci spinge ad esplorare due piste: l’unicità di Dio e la carità. Ascolta, Israele! Il Signore nostro Dio è l’unico Signore: nel Nuovo Testamento il monoteismo è tanto intransigente quanto nel giudaismo. Qui, sulla bocca di Gesù esso si basa sullo Shema (Dt 6,4-5), una preghiera della liturgia ebraica la cui recita avviene due volte al giorno, nella preghiera mattutina ed in quella serale. L’unicità di Dio risuona anche nella predicazione cristiana: l’apostolo Paolo esorterà i pagani a «convertirsi» all’unico Dio vivente (At 14,15; 1Cor 8,4-6, 1Ts 1,9; 1Tm 2,5). Nella teologia paolina l’unicità viene esplicitata dalla affermazione convinta che tutta l’opera del Cristo Gesù proviene da Dio e vi sfocia perché Dio la rivolge alla sua propria gloria (Rm 8,28-30; 16,27, 1Cor 1,30; 15,28.57; Ef 1,3-12; 3,11; Fil 2,11; 4,19-20;1Tm 2,3-5; 6,15-16; Eb 1,1-13; 13,20-21; ecc.). Anche la carità avvolge interamente il Nuovo Testamento. Il tredicesimo capitolo della prima lettera ai Corinzi custodisce, come prezioso scrigno, l’Inno alla Carità, e la prima lettera di san Giovanni serba la massima rivelazione di Dio: Carissimi, amiamoci gli uni gli altri, perché l’amore è da Dio: chiunque ama è stato generato da Dio e conosce Dio. Chi non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore (1Gv 4,8; cfr. 1Gv 4,16). La carità è il cuore della Chiesa e ha consumato i santi, incendiando la loro vita.
 
Dal Vangelo secondo Marco 12,28b-34: In quel tempo, si avvicinò a Gesù uno degli scribi e gli domandò: «Qual è il primo di tutti i comandamenti?». Gesù rispose: «Il primo è: “Ascolta, Israele! Il Signore nostro Dio è l’unico Signore; amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore e con tutta la tua anima, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza”. Il secondo è questo: “Amerai il tuo prossimo come te stesso”. Non c’è altro comandamento più grande di questi». Lo scriba gli disse: «Hai detto bene, Maestro, e secondo verità, che Egli è unico e non vi è altri all’infuori di lui; amarlo con tutto il cuore, con tutta l’intelligenza e con tutta la forza e amare il prossimo come se stesso vale più di tutti gli olocausti e i sacrifici». Vedendo che egli aveva risposto saggiamente, Gesù gli disse: «Non sei lontano dal regno di Dio». E nessuno aveva più il coraggio di interrogarlo.
 
Vangelo: Alessandro Pronzato (Una comunità comincia a leggere il Vangelo Di Marco): Finalmente una persona sincera - Stavolta c’è una domanda senza sottintesi.
Gesù risponde di buon grado. Sembra uno scolaro diligente che si sottopone a un’interrogazione seria. Accoglie l’elogio meritato e poi, a sua volta, promuove il maestro.
Si ha l’impressione di assistere a uno scambio di cortesie, di approvazioni reciproche.
Ma i due non fanno accademia.
In realtà Gesù si trova di fronte, per una volta, a un interlocutore sincero, impegnato in una ricerca autentica, senza posizioni preconcette.
Matteo attribuisce a questo scriba intenzioni meno limpide, e afferma che la sua domanda è capziosa.
Marco, invece, che pure non può digerire gli scribi, fa eccezione per questo loro collega. Il che, tra l’altro, depone a favore, oltre che dell’originalità del suo racconto, anche dell’onestà dell’autore. Nel contesto delle polemiche, infatti, sarebbe stato facilissimo e quasi logico inserire un nuovo personaggio intenzionato a tendere agguati. Il che, oltre a tutto, avrebbe giustificato meglio la rovente requisitoria del brano successivo.
Quest’uomo, invece, ha seguito il dibattito precedente coi Sadducei. Ed è rimasto colpito dalla lucidità dell’argomentazione di Gesù. Perciò si fa avanti per sottoporgli la propria questione.
 
Benedetto Prete (I Quattro Vangeli) versetto 31: Gesù, senza esser stato richiesto, aggiunge nella risposta il precetto dell’amore del prossimo che egli ricorda secondo la formulazione del Levitico, 19, 18. Ci si domanda se Cristo fu il primo a compiere l’abbinamento dell’amore del prossimo con quello di Dio, poiché il dottore della legge, secondo la tradizione del vangelo di Luca l’aveva già compiuto (cf. Lc., 10, 27). Si discute se nell’ebraismo e nel paganesimo esista un principio religioso che riunisca i precetti dell’amore di Dio e del prossimo; tuttavia non vi è dubbio che nessuno ha dato ai due comandamenti la chiarezza, lo spirito, la sublimità e la portata di Cristo. Per il Salvatore infatti l’amore del prossimo non è filantropia, né semplice solidarietà con gli altri, né soltanto riconoscimento della dignità altrui, ma un prolungamento dell’amore che si nutre verso Dio. L’amore del prossimo è radicato in quello di Dio, è universale (non riguarda soltanto il vicino o il connazionale, come presso gli Ebrei), è operante perché non deve arrestarsi al sentimento ed alla parola, ma deve passare all’atto, come è detto nella parabola del buon Samaritano (cf. Lc., 10, 25-37), ed è posto al disopra di altri precetti importanti, come quelli della circoncisione e del riposo sabatico. «I due versetti di Marco . scrive il Lagrange - costituiscono veramente la “carta” breve ed espressiva di una vita nuova, animata dalla carità». L’amore di Dio e del prossimo riassume tutta la religione cristiana e S. Paolo vede nell’adempimento dell’amore del prossimo la pienezza della Legge (cf. Romani, 13, 8-10; Galati, 5, 14). Non vi è altro comandamento maggiore di questi; il Maestro sanziona in modo inequivocabile il primato dell’amore di Dio e del prossimo sugli altri precetti. Le sue parole costituiscono anche un duro colpo per il legalismo farisaico, il quale, con il pretesto dell’amore di Dio, disobbligava facilmente gli uomini dall’adempimento dell’amore verso il prossimo.
 
Comandamenti - Peter Weimar: Nell’Antico testamento sono le richieste di JHWH fatte a Israele sulla base dell’alleanza del Sinai, in particolare il decalogo (Es 20,2-17;5,6-21) come suo codice d’alleanza, ma anche i comandamenti cultuali, giuridici ed etici sempre nuovamente attualizzati e aumentati in una lunga tradizione, quali sono raccolti nel codice dell’alleanza (Es 20,22-23,33), nel codice di santità (Lv 17-26), nel Dt (12-26) e nel documento sacerdotale (Es 25-31; 35-40; Lv, Nm).
I comandamenti non sono un’entità assoluta, come dimostra il loro inserimento nella tradizione del Sinai, ma riferita alla precedente azione salvifica di JHWH nei riguardi d’Israele: la sua elezione, l’averlo fatto uscire dall’Egitto e la stipulazione dell’alleanza al Sinai. In questo evento si radica la pretesa esclusiva di JHWH sul suo popolo, la quale si esprime nei singoli comandamenti e abbraccia tutti i settori della vita.
L’atteggiamento corrispondente del popolo è l’ubbidienza; la trasgressione dei comandamenti è oggetto di maledizione (Dt 27,15-26; Lv 26). Soltanto dopo l’esilio i comandamenti diventarono una legge assoluta, incondizionata, dalla quale il singolo uomo dipende come unica via della salvezza.
Il Nuovo Testamento non rigetta semplicemente i comandamenti veterotestamentari, ma li fonde insieme nel comandamento dell’amore di Dio e del prossimo (Mt 5,17-48; Mc 12,28-34; Rm 13,8-10).
 
Eduard Schweizer (Il Vangelo secondo Marco): Non ci si regola con Dio attraverso la legge - Come nell’Antico Testamento e nell’insegnamento giudaico, Gesù intende l’amore come un volere e pensa a tutte le piccole cose quotidiane in cui questo si esprime. Quel che dà a queste proposizioni la loro forza che scardina ogni legalismo è però soltanto l’agire di Gesù che, come era già evidente da 2, 1-3,6, chiamava i pubblicani alla comunione con Dio ed escludeva i legalisti che, cercando di osservare tutti i possibili comandamenti singoli, perdevano di vista la volontà di Dio.
Soltanto in questo modo diventa possibile l’affermazione di san Paolo (Rm 13,8-10). Cioè, quando il duplice comandamento è compreso così radicalmente, come nella vita e nella morte di Gesù, da includere e comprendere veramente tutti gli altri comandamenti, la legge non può più essere per l’uomo lo strumento col quale egli si mette in regola con Dio e grazie al quale crede di poter rivendicare qualcosa da lui.
Invece, egli si trova posto di fronte a Dio come uno che, sì, non è mai arrivato al traguardo (chi nel campo dell’amore fosse giunto al traguardo, sarebbe già fuori dell’amore), ma pure non dubita minimamente di quell’amore che non è mai compiuto, ed anzi ha la consolazione di sapersi amato da Dio e di vivere della realtà di quest’amore che si accresce sempre di più.
 
Amare Dio per Dio stesso: «Se lodi Dio affinché egli ti dia qualcos’altro, non ami più gratuitamente Dio. Ti rincrescerebbe se tua moglie ti amasse per le ricchezze, e se, diventato tu per caso povero, lei pensasse all’adulterio. Ebbene, tu che vuoi essere amato gratuitamente da tua moglie, amerai Dio per qualcosa di estraneo a lui? Quale premio riceverai da Dio, o avaro? Non ti serba la terra, ma se stesso, colui che ha fatto il cielo e la terra. Spontaneamente sacrificherò a te [Sal 53,8]: non per necessità. Se lodi Dio per motivi estranei a lui, lo lodi per necessità. E se tu avessi ciò che ami, non lo loderesti più. Osserva quanto ti dico. Tu lodi Dio, ad esempio, perché ti dia più denaro. Se tu potessi ottenere tale denaro da altri che non da Dio, loderesti forse Dio? Ebbene, se lodi Dio in vista del denaro, non sacrifichi spontaneamente a Dio, ma gli sacrifichi per necessità, perché ami un qualcosa che è al di fuori di lui. Ecco perché è detto nel salmo: “Spontaneamente sacrificherò a te”. Disprezza tutto il resto, guarda a lui! Ricorda che le stesse cose che egli ti ha donate sono buone per la bontà del donatore. Senza dubbio, è lui che dà questi beni temporali, e ad alcuni li dona a loro vantaggio, mentre ad altri a loro danno, secondo l’altezza e l’imperscrutabilità dei suoi giudizi. Di fronte all’abisso di questi giudizi l’Apostolo spaventato diceva: “O profondità delle ricchezze della sapienza e della scienza di Dio! Quanto imperscrutabili sono i suoi giudizi e sconosciute le sue vie! Chi conoscerà infatti le sue vie o chi comprenderà i suoi disegni?” [Rm 11,33-34]. Egli sa quanto dare e a chi dare, quando togliere e a chi togliere. Quanto a te, chiedi nel tempo ciò che ti giova nel futuro: chiedi ciò che ti sia di aiuto per l’eternità. Ma lui, amalo gratuitamente: perché da lui non puoi avere niente di meglio che lui stesso.» (Agostino, Esposizioni sui Salmi, 53,10).
 
Il Santo del Giorno - 3 Novembre 2024 - San Martino de Porres. Un emarginato divenuto profeta del Vangelo che vive tra gli ultimi: Se imparassimo a guardare agli emarginati, agli ultimi, agli esclusi come portatori di profezia avremmo fatto un passo avanti enorme nella costruzione del Regno di Dio, regno d’amore e di giustizia. Un passo avanti che di sicuro si è fatto il 6 maggio 1962, quando fu riconosciuta la santità di san Martino de Porres, testimone di un Vangelo che si fa carne e si prende cura dei “piccoli della storia”. Nato a Lima in Perù nel 1579, era figlio dell’aristocratico spagnolo Juan de Porres, che non volle riconoscerlo subito, perché la madre era un’ex schiava nera d’origine africana. Quando il padre venne nominato governatore di Panama e dovette trasferirsi, Martino fu lasciato alla madre, con i mezzi per farlo studiare. Allievo di un barbiere-chirurgo, coltivava il sogno di entrare fra i Domenicani. Da mulatto, però, fu accolto solo come terziario e gli vennero assegnati solo compiti umili. Tuttavia, quando i Domenicani compresero la sua profonda spiritualità lo accettarono nell’Ordine come fratello cooperatore. E così Martino de Porres divenne per la sua nazione un testimone del Vangelo ricercato come consigliere dal viceré del Perù e dell’arcivescovo di Lima. Ma quando i potenti andavano da lui lo trovavano circondato da poveri e da malati. Quando a Lima arrivò la peste, curò da solo i 60 confratelli. Fondò a Lima un collegio per istruire i bambini poveri: il primo del Nuovo Mondo. Guarì anche l’arcivescovo del Messico, che avrebbe voluto portarlo con sé, ma Martino rimase a Lima, dove morì nel 1639.  (Matteo Liut)
 
Rafforza in noi, o Signore, la tua opera di salvezza,
perché i sacramenti che ci nutrono in questa vita
ci preparino a ricevere i beni che promettono.
Per Cristo nostro Signore.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 2 Novembre 2024
 
COMMEMORAZIONE DI TUTTI I FEDELI DEFUNTI (MESSA 1)
 
Gb 19,1.23-27a; Sal 26 (27); Rm 5,5-11; Gv 6,37-40
 
Tutti i fedeli defunti: La Bibbia e i Padri della Chiesa (I Padri Vivi): Il giorno di preghiera per i defunti è per molti l’occasione di porsi delle domande di principio. Perché la morte, perché il nostro corpo torna in polvere, perché dobbiamo sperimentare il dolore del distacco dai nostri prossimi? Chi può assicurarci l’immortalità, chi ci può dire come sarà la vita futura, chi può consolarci nel tempo della tristezza?
Abbiamo accolto le parole di Cristo e ne conosciamo le risposte, crediamo a ciò che dicono i libri ispirati dalla Sacra Scrittura. Le molte risposte che abbiamo trovato, le possiamo ridurre ad una: la morte si può comprendere solo alla luce della Morte e della Risurrezione del Signore. Come Gesù è morto e risuscitato, così anche quelli che sono morti, Dio li radunerà per mezzo di Gesù insieme con lui (1Ts 4,14).
Come tutti muoiono in Adamo, così tutti riceveranno la vita in Cristo (1Cor 15,22). Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se morto, vivrà (Gv 11,25). La fede nella Risurrezione del Signore sta alla base della nostra preghiera per coloro che sono morti: affinché siano accolti nella gloria, affinché passino al luogo della luce e della pace. Essi non solo credettero nel Signore, ma attraverso il Battesimo morirono con lui e con lui passarono alla vita nuova: che il Signore compia adesso ciò che ha iniziato nel Battesimo.
L’uomo di fronte a Dio: chi può dire di essere senza peccato? La Chiesa raccomanda oggi alla divina misericordia coloro che sono morti: Dio, una volta li lavò con le acque del Battesimo, che ora li lavi con la grazia del perdono. Celebrando l’Eucaristia, la Chiesa non cessa di intercedere per i nostri fratelli, che sono morti nella speranza della risurrezione. Prega per i defunti, dei quali solo Dio ha conosciuto la fede e per tutti coloro che hanno lasciato questo mondo. Oggi, queste parole assumono un particolare significato. Stiamo oggi presso le tombe dei nostri parenti, vicini, conoscenti; passiamo vicino ai sepolcri di tanti nostri fratelli. Ci accompagnino le parole della liturgia: «Ai tuoi fedeli, o Signore, la vita non è tolta, ma trasformata».
 
Colletta
Nella tua bontà, o Padre,
ascolta le preghiere che ti rivolgiamo,
perché cresca la nostra fede nel Figlio tuo risorto dai morti
e si rafforzi la speranza che i tuoi fedeli
risorgeranno a vita nuova.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
La vita non è tolta - Catechismo degli Adulti [1194]: Nel corso dei secoli, la Chiesa, con l’invocazione dei santi e il suffragio per i defunti, ha mostrato di credere che i morti vivono ancora e «la vita non è tolta, ma trasformata». Il magistero della Chiesa ha definito, con Benedetto XII nel 1336, la retribuzione immediata dopo la morte e, con il concilio Lateranense V nel 1513, la sopravvivenza di ogni singolo uomo.
[1195] Possiamo concludere che dopo la morte sopravvive l’io personale, dotato di coscienza e di volontà. Se si vuole chiamarlo “anima”, bisogna intendere questa parola alla maniera biblica. Esso perde il corpo, cioè l’insieme dei suoi rapporti sensibili con il mondo naturale e umano, ma continua a sussistere nella sua singolarità, in attesa di raggiungere la completa perfezione, al termine della storia, con la risurrezione. Se, come dicono i testimoni di Geova, la morte fosse un annientamento e la risurrezione una seconda creazione dal nulla, allora l’uomo risorto non sarebbe più identico all’uomo terreno: potrebbe magari essere una copia uguale in tutto, ma non sarebbe lo stesso uomo, lo stesso io personale irripetibile. Il soggetto umano percorre una vicenda lineare di partecipazione alla vita del Signore risorto. Comincia a risuscitare già adesso sulla terra con un’esistenza di fede e di carità: «Noi sappiamo che siamo passati dalla morte alla vita, perché amiamo i fratelli» (1Gv 3,14). Al termine della sua vita terrena passa a un’esistenza ancora più alta, dando la sua adesione definitiva a Dio, senza più pericolo di perderlo. Infine, al termine della storia, la risurrezione si estenderà alla dimensione corporea e cosmica.
[1196] Ogni singolo soggetto personale continua a vivere oltre la morte in una forma di esistenza, cosciente e libera, diversa da quella corporea e cosmica precedente. Tale soggetto può essere chiamato anima, secondo il significato che questa parola ha nella Bibbia
 
I Lettura: Giobbe, uomo giusto, accetta il  dolore e la sofferenza perché sorretto dalla speranza certa che dopo la morte vedrà Dio. Egli sa che il suo redentore è vivo e i suoi occhi, dopo che la sua pelle sarà strappata via, senza la sua carne, i suoi occhi lo vedranno.
 
II Lettura: Come la morte in croce di Gesù, diletto Figlio del Padre, certifica l’amore di Dio per il peccatore, così mediante la sua vita l’uomo ha la speranza di essere salvato dall’ira di Dio.
 
Vangelo
Chi crede nel Figlio ha la vita eterna; e io lo risusciterò nell’ultimo giorno.
 
Gesù è venuto dal Cielo per compiere la volontà del Padre. Tutto quello che il Padre gli dà, verrà a lui; e quelli che verranno a lui, riceveranno la  vita eterna e saranno risuscitati nell’ultimo giorno.

Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 6,37-40
 
In quel tempo, Gesù disse alla folla: «Tutto ciò che il Padre mi dà, verrà a me: colui che viene a me, io non lo caccerò fuori, perché sono disceso dal cielo non per fare la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato. E questa è la volontà di colui che mi ha mandato: che io non perda nulla di quanto egli mi ha dato, ma che lo risusciti nell’ultimo giorno. Questa infatti è la volontà del Padre mio: che chiunque vede il Figlio e crede in lui abbia la vita eterna; e io lo risusciterò nell’ultimo giorno».
 
Benedetto Prete (I Quattro Vangeli): 38 Gesù, dichiarando che è disceso dal cielo per compiere la volontà del Padre, richiama il principio direttivo della sua attività salvifica (cf. Giov., 4, 34; 5, 30) e riafferma che la sua volontà è perfettamente conforme a quella del Padre.
39 La volontà del Padre è dichiaratamente una volontà di salvezza. Il Padre, affidando al Figlio gli uomini, vuole che tutti gli uomini siano salvi per mezzo del Figlio. Che io non perda nulla di ciò che mi ha dato; la formula negativa è più efficace di quella positiva, poiché esclude in Dio una volontà che determina la rovina spirituale degli uomini. Che io lo risusciti nell’ultimo giorno; la risurrezione attuata all’ultimo giorno designa che l’opera del Figlio raggiunge il suo compimento escatologico con il trionfo finale sulla morte.
40 Nel vers. si ha un’ulteriore precisazione del pensiero esposto in quello precedente. Chiunque vede il Figlio e crede in lui; «vedere il Figlio» significa riconoscere il Figlio di Dio, cioè credere in lui (cf. vers. 36); si tratta quindi di una visione di fede. La vita eterna; cioè il dono della vita eterna, che inizia con la fede durante l’esistenza e che trova il suo ultimo compimento nella risurrezione finale. Nel presente vers. viene spiegata in termini positivi l’espressione «non perdere nulla di ciò che il Padre ha dato al Figlio».
 
 La vita eterna – che cos’è? - Spe salvi 10: Abbiamo finora parlato della fede e della speranza nel Nuovo Testamento e agli inizi del cristianesimo; è stato però anche sempre evidente che non discorriamo solo del passato; l’intera riflessione interessa il vivere e morire dell’uomo in genere e quindi interessa anche noi qui ed ora.
Tuttavia dobbiamo adesso domandarci esplicitamente: la fede cristiana è anche per noi oggi una speranza che trasforma e sorregge la nostra vita? È essa per noi « performativa » – un messaggio che plasma in modo nuovo la vita stessa, o è ormai soltanto « informazione » che, nel frattempo, abbiamo accantonata e che ci sembra superata da informazioni più recenti? Nella ricerca di una risposta vorrei partire dalla forma classica del dialogo con cui il rito del Battesimo esprimeva l’accoglienza del neonato nella comunità dei credenti e la sua rinascita in Cristo. Il sacerdote chiedeva innanzitutto quale nome i genitori avevano scelto per il bambino, e continuava poi con la domanda: « Che cosa chiedi alla Chiesa? » Risposta: « La fede ». « E che cosa ti dona la fede? » « La vita eterna ». Stando a questo dialogo, i genitori cercavano per il bambino l’accesso alla fede, la comunione con i credenti, perché vedevano nella fede la chiave per « la vita eterna ». Di fatto, oggi come ieri, di questo si tratta nel Battesimo, quando si diventa cristiani: non soltanto di un atto di socializzazione entro la comunità, non semplicemente di accoglienza nella Chiesa. I genitori si aspettano di più per il battezzando: si aspettano che la fede, di cui è parte la corporeità della Chiesa e dei suoi sacramenti, gli doni la vita – la vita eterna. Fede è sostanza della speranza. Ma allora sorge la domanda: Vogliamo noi davvero questo – vivere eternamente? Forse oggi molte persone rifiutano la fede semplicemente perché la vita eterna non sembra loro una cosa desiderabile. Non vogliono affatto la vita eterna, ma quella presente, e la fede nella vita eterna sembra, per questo scopo, piuttosto un ostacolo. Continuare a vivere in eterno – senza fine – appare più una condanna che un dono. La morte, certamente, si vorrebbe rimandare il più possibile. Ma vivere sempre, senza un termine – questo, tutto sommato, può essere solo noioso e alla fine insopportabile. È precisamente questo che, per esempio, dice il Padre della Chiesa Ambrogio nel discorso funebre per il fratello defunto Satiro: « È vero che la morte non faceva parte della natura, ma fu resa realtà di natura; infatti Dio da principio non stabilì la morte, ma la diede quale rimedio [...] A causa della trasgressione, la vita degli uomini cominciò ad essere miserevole nella fatica quotidiana e nel pianto insopportabile. Doveva essere posto un termine al male, affinché la morte restituisse ciò che la vita aveva perduto. L’immortalità è un peso piuttosto che un vantaggio, se non la illumina la grazia ». Già prima Ambrogio aveva detto: « Non dev’essere pianta la morte, perché è causa di salvezza... ».
11. Qualunque cosa sant’Ambrogio intendesse dire precisamente con queste parole – è vero che l’eliminazione della morte o anche il suo rimando quasi illimitato metterebbe la terra e l’umanità in una condizione impossibile e non renderebbe neanche al singolo stesso un beneficio. Ovviamente c’è una contraddizione nel nostro atteggiamento, che rimanda ad una contraddittorietà interiore della nostra stessa esistenza. Da una parte, non vogliamo morire; soprattutto chi ci ama non vuole che moriamo. Dall’altra, tuttavia, non desideriamo neppure di continuare ad esistere illimitatamente e anche la terra non è stata creata con questa prospettiva. Allora, che cosa vogliamo veramente? Questo paradosso del nostro stesso atteggiamento suscita una domanda più profonda: che cosa è, in realtà, la « vita »? E che cosa significa veramente « eternità »? Ci sono dei momenti in cui percepiamo all’improvviso: sì, sarebbe propriamente questo – la « vita » vera – così essa dovrebbe essere. A confronto, ciò che nella quotidianità chiamiamo « vita », in verità non lo è. Agostino, nella sua ampia lettera sulla preghiera indirizzata a Proba, una vedova romana benestante e madre di tre consoli, scrisse una volta: In fondo vogliamo una sola cosa – « la vita beata », la vita che è semplicemente vita, semplicemente « felicità ». Non c’è, in fin dei conti, altro che chiediamo nella preghiera. Verso nient’altro ci siamo incamminati – di questo solo si tratta. Ma poi Agostino dice anche: guardando meglio, non sappiamo affatto che cosa in fondo desideriamo, che cosa vorremmo propriamente. Non conosciamo per nulla questa realtà; anche in quei momenti in cui pensiamo di toccarla non la raggiungiamo veramente. « Non sappiamo che cosa sia conveniente domandare », egli confessa con una parola di san Paolo (Rm 8,26). Ciò che sappiamo è solo che non è questo. Tuttavia, nel non sapere sappiamo che questa realtà deve esistere.
« C’è dunque in noi una, per così dire, dotta ignoranza » (docta ignorantia), egli scrive. Non sappiamo che cosa vorremmo veramente; non conosciamo questa « vera vita »; e tuttavia sappiamo, che deve esistere un qualcosa che noi non conosciamo e verso il quale ci sentiamo spinti.
 
Il mistero della morte - Gaudium et spes 18 In faccia alla morte l’enigma della condizione umana raggiunge il culmine.
L’uomo non è tormentato solo dalla sofferenza e dalla decadenza progressiva del corpo, ma anche, ed anzi, più ancora, dal timore di una distruzione definitiva.
Ma l’istinto del cuore lo fa giudicare rettamente, quando aborrisce e respinge l’idea di una totale rovina e di un annientamento definitivo della sua persona.
Il germe dell’eternità che porta in sé, irriducibile com’è alla sola materia, insorge contro la morte. Tutti i tentativi della tecnica, per quanto utilissimi, non riescono a calmare le ansietà dell’uomo: il prolungamento di vita che procura la biologia non può soddisfare quel desiderio di vita ulteriore, invincibilmente ancorato nel suo cuore. Se qualsiasi immaginazione vien meno di fronte alla morte, la Chiesa invece, istruita dalla Rivelazione divina, afferma che l’uomo è stato creato da Dio per un fine di felicità oltre i confini delle miserie terrene. Inoltre la fede cristiana insegna che la morte corporale, dalla quale l’uomo sarebbe stato esentato se non avesse peccato, sarà vinta un giorno, quando l’onnipotenza e la misericordia del Salvatore restituiranno all’uomo la salvezza perduta per sua colpa. Dio infatti ha chiamato e chiama l’uomo ad aderire a lui con tutto il suo essere, in una comunione perpetua con la incorruttibile vita divina. Questa vittoria l’ha conquistata il Cristo risorgendo alla vita, liberando l’uomo dalla morte mediante la sua morte .
Pertanto la fede, offrendosi con solidi argomenti a chiunque voglia riflettere, dà una risposta alle sue ansietà circa la sorte futura; e al tempo stesso dà la possibilità di una comunione nel Cristo con i propri cari già strappati dalla morte, dandoci la speranza che essi abbiano già raggiunto la vera vita presso Dio.
22 [...] Il cristiano certamente è assillato dalla necessità e dal dovere di combattere contro il male attraverso molte tribolazioni, e di subire la morte; ma, associato al mistero pasquale, diventando conforme al Cristo nella morte, così anche andrà incontro alla risurrezione fortificato dalla speranza.
E ciò vale non solamente per i cristiani, ma anche per tutti gli uomini di buona volontà, nel cui cuore lavora invisibilmente la grazia. Cristo, infatti, è morto per tutti e la vocazione ultima dell’uomo è effettivamente una sola, quella divina; perciò dobbiamo ritenere che lo Spirito Santo dia a tutti la possibilità di venire associati, nel modo che Dio conosce, al mistero pasquale.
Tale e così grande è il mistero dell’uomo, questo mistero che la Rivelazione cristiana fa brillare agli occhi dei credenti. Per Cristo e in Cristo riceve luce quell’enigma del dolore e della morte, che al di fuori del suo Vangelo ci opprime. Con la sua morte egli ha distrutto la morte, con la sua risurrezione ci ha fatto dono della vita, perché anche noi, diventando figli col Figlio, possiamo pregare esclamando nello Spirito: Abba, Padre!.
 
Il peccato dei primi uomini e il peccato originale dell’umanità - Fulgenzio di Ruspe, Regola della vera fede, 25-27: Ritieni con somma certezza e non aver nessun dubbio che i primi uomini - cioè Adamo e la sua donna - furono creati buoni, retti, liberi dal peccato; forniti inoltre di libero arbitrio con il quale, se avessero voluto, avrebbero potuto per sempre servire e obbedire a Dio con umiltà e buona volontà, ma col quale avrebbero anche potuto, volendolo, liberamente peccare. Inoltre ritieni che essi peccarono non costretti, ma per propria volontà e che per il loro peccato la natura umana si deteriorò tanto che non solo sui primi uomini ebbe potestà la morte, pena del peccato, ma il dominio della morte e del peccato passò in tutti gli altri uomini.
Ritieni con somma certezza e non aver nessun dubbio che ogni uomo, concepito nell’amplesso di uomo e donna, nasce col peccato originale (soggiogato dall’empietà e soggetto alla morte, e che perciò nasce per sua natura figlio dell’ira, di cui dice l’Apostolo: Eravamo infatti anche noi per nostra natura figli dell’ira, come gli altri [Ef 2,3]). E da quest’ira nessuno si libera se non per la fede nel mediatore tra Dio e gli uomini, cioè Gesù Cristo, che, concepito senza peccato, nato senza peccato e senza peccato morto, si fece per noi peccato, cioè vittima per i nostri peccati. Nell’Antico Testamento, infatti, venivano chiamati «peccati» le vittime che si offrivano per il peccato; e in tutto ciò venne raffigurato Cristo che è l’agnello di Dio che toglie il peccato del mondo (Gv 1,29).
 
Il Santo del Giorno - 2 Novembre 2024: San Vittorino, Vescovo e Martire: San Vittorino, celebre esegeta, fu vescovo nell’Alta Pannonia, precisamente presso Poetavium, poi Pettau, odierna Ptuj in Slovenia. Poche sono le notizie tramandate sul suo conto. I pochi frammenti si devono a casuali riferimenti nelle opere di san Girolamo, Optato di Milevis e Cassiodoro. Da questi emerge che Vittorino, dopo essere stato retore, divenne vescovo di Pettau e scrisse commentari relativi all’Antico e Nuovo Testamento. Girolamo giudicò l’operato del santo vescovo assai qualificante, sebbene gravi l’ipotesi della sua adesione all’eresia del milleranismo che a qual tempo dilagava in quelle zone. Essa sosteneva che Cristo sarebbe ritornato sulla terra per regnarvi mille anni. Vittorino pare essere morto martire della fede durante la violenta persecuzione scoppiata al termine del regno dell’imperatore Diocleziano, verso l’anno 303. Il suo culto sopravvisse ai travagli che nel corso dei secoli colpirono la zona dove esercitò il suo ministero e, per un certo periodo, venne erroneamente indicato come primo vescovo di Poitiers. (Avvenire)
 
Fa’, o Signore, che i tuoi fedeli defunti,
per i quali abbiamo celebrato il sacramento pasquale,
entrino nella tua dimora di luce e di pace.
Per Cristo nostro Signore.