9 Settembre 2024
 
Lunedì XXIII Settimana T. O
 
 1Cor 5,1-8; Salmo Responsoriale dal Salmo 5; Lc 6,6-11
Colletta
O Dio, che mostri agli erranti la luce della tua verità
perché possano tornare sulla retta via,
concedi a tutti coloro che si professano cristiani
di respingere ciò che è contrario a questo nome
e di seguire ciò che gli è conforme.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
Àlzati e mettiti qui in mezzo: Giovanni Paolo II (Omelia, 26 giugno 1988): Nel brano del Vangelo che abbiamo appena ascoltato l’uomo dalla mano inaridita vive ignorato da tutti ai margini della società. Gesù lo vede come lo vedono tutti gli altri, ma non lo ignora. Nella sinagoga lo invita a spostarsi da un posto laterale verso il centro, per attirare l’attenzione di tutti su di lui. “Alzati” gli dice “e mettiti nel mezzo”. E “l’uomo alzatosi si mise nel punto indicato” (Lc 6,8). Se non avesse avuto fiducia in Gesù sarebbe stato impossibile per lui mostrare pubblicamente la sua sofferenza. Egli si affida completamente a Gesù - come Pietro si affida alla voce di Gesù e cammina sulle acque. “Egli si alza”: con questa breve frase l’evangelista vuole dirci come il malato non sia semplicemente un oggetto della forza salvifica di Gesù, ma che la guarigione avviene nell’incontro personale e grazie anche alla collaborazione del malato. Gesù incontra il malato come una persona alla quale egli riconosce tutto il suo valore e che ha bisogno di aiuto, il malato incontra Gesù come il Messia che era stato annunciato, come il Figlio di Dio fatto uomo; la salvezza gli proviene dalla sua adesione di fede a Cristo.
Che l’incontro con Cristo possa determinare una guarigione lo vediamo soprattutto nei luoghi di grazia, nei luoghi di preghiera e di conversione come Lourdes o Fatima o ovunque gli uomini si lasciano toccare dall’amore di Dio. Sono innumerevoli coloro che ogni anno tornano da questi luoghi colmati di ogni bene e riprendono la loro vita abituale. Il miracolo che è avvenuto è un miracolo di incontro e di fede. Nel rivolgersi fiduciosamente a Dio in Cristo, e per intercessione di Maria, si placano gli angosciosi interrogativi dell’uomo sul “perché” della sofferenza. Essi appaiono in una nuova luce, la sofferenza assume, per opera di Dio, un significato più profondo. Dio stesso ha dato una risposta al difficile mistero della sofferenza nel momento in cui si è fatto uomo, è diventato uno di noi. La risposta di Dio si chiama Gesù Cristo.
 
I Lettura: Alle divisioni e all’orgoglio si aggiunge anche l’immoralità: un credente conviveva con la moglie di suo padre. Questa unione, proibita dall’Antico Testamento (Lv 18,8) e dal diritto romano, “era accettata dalla maggioranza dei rabbini presso i pagani convertiti; ciò spiega forse l’indulgenza della comunità di Corinto che non era sottomessa al diritto civile romano. Il concilio di Gerusalemme proibisce tali unioni ai cristiani provenienti dal paganesimo (At 15,20)” (Bibbia di Gerusalemme). La scomunica vuol essere un ultimo tentativo per far ravvedere il peccatore, quindi una medicina: anche in questi casi estremi si sperano il pentimento e la salvezza finale.
 
Vangelo
Osservavano per vedere se guariva in giorno di sabato.
 
Al centro della ennesima polemica è la violazione del riposo sabbatico. Nel rispondere ai suoi avversari, Gesù sembra riferirsi ad una regola della legge rabbinica secondo cui un grave pericolo di vita permetteva di trasgredire la prescrizione del riposo sabbatico, ma a ferire il suo cuore è l’indifferenza degli astanti, incapaci di avere pietà di un uomo che soffre, altamente invalido. Alla misericordia e alla pietà di Gesù i farisei rispondono con sentimenti d’ira verso la sua persona: Ma essi, fuori di sé dalla collera..., possiamo dire che questa è la vera immagine dei farisei. Pur essendo uomini dotti e profondi esegeti della Legge sono caduti, nonostante ogni loro merito, in un difetto: nello studio cercano se stessi, non Dio e la sua volontà, e nemmeno la verità.
Ecco perché quando si incontrano con la Verità la loro prima reazione è la polemica, poi il rigetto, infine l’odio impastato di insani progetti: discutevano fra di loro su quello che avrebbero potuto fare a Gesù. Il sesto capitolo del Vangelo di Luca si apre con l’odio e si chiude con l’amore verso i nemici: questa è la nuova Legge, quella dell’amore, che mette il discepolo in ascolto di Dio e dell’uomo.

Dal Vangelo secondo Luca
Lc 6,6-11
 
Un sabato Gesù entrò nella sinagoga e si mise a insegnare. C’era là un uomo che aveva la mano destra paralizzata. Gli scribi e i farisei lo osservavano per vedere se lo guariva in giorno di sabato, per trovare di che accusarlo.
Ma Gesù conosceva i loro pensieri e disse all’uomo che aveva la mano paralizzata: «Àlzati e mettiti qui in mezzo!». Si alzò e si mise in mezzo.
Poi Gesù disse loro: «Domando a voi: in giorno di sabato, è lecito fare del bene o fare del male, salvare una vita o sopprimerla?». E guardandoli tutti intorno, disse all’uomo: «Tendi la tua mano!». Egli lo fece e la sua mano fu guarita.
Ma essi, fuori di sé dalla collera, si misero a discutere tra loro su quello che avrebbero potuto fare a Gesù.
 
Parola del Signore.
 
Gli scribi e i farisei lo osservavano per vedere se lo guariva in giorno di sabato, per trovare di che accusarlo - Basilio Caballero (La Parola per Ogni Giorno): Gesù, guarendo il malato di sabato, afferma che far prevalere illegalismo sul bene dell’uomo equivale a tradire la volontà di Dio. Nella loro ostinata cecità, quegli zelanti cerberi della legge erano lontani dal capire che la gloria di Dio è l’uomo vivente, come dirà lapidariamente sant’Ireneo (II secolo).
L’istituzione del sabato traeva la sua forza dai tempi della restaurazione religiosa del post-esilio babilonese, sotto la spinta della riforma attuata dal sacerdote Esdra, quando era governatore Neemia (VI- V secolo a.C.). Con il passare degli anni divenne, insieme alla circoncisione - entrambi segni dell’alleanza - la quintessenza della religiosità, la sua identità più profonda, la sintesi della legge mosaica. Per questo, Gesù dovette causare un impatto tremendo, quando osò mettere in discussione l’interpretazione rabbinica della legge sul sabato, quando affermò di essere signore del sabato e disse che il sabato era fatto per l’uomo e non viceversa.
 
Gesù conosceva i loro pensieri - Catechismo della Chiesa Cattolica 472: L’anima umana che il Figlio di Dio ha assunto è dotata di una vera conoscenza umana. In quanto tale, essa non poteva di per sé essere illimitata: era esercitata nelle condizioni storiche della sua esistenza nello spazio e nel tempo. Per questo il Figlio di Dio, facendosi uomo, ha potuto voler “crescere in sapienza, età e grazia” (Lc 2,52) e anche doversi informare intorno a ciò che nella condizione umana non si può apprendere che attraverso l’esperienza. Questo era del tutto consono alla realtà del suo volontario umiliarsi nella “condizione di servo” (Fil 2,7).
473: Al tempo stesso, però, questa conoscenza veramente umana del Figlio di Dio esprimeva la vita divina della sua Persona. “La natura umana del Figlio di Dio, non da sé ma per la sua unione con il Verbo, conosceva e manifestava nella Persona di Cristo tutto ciò che conviene a Dio”. È, innanzi tutto, il caso della conoscenza intima e immediata che il Figlio di Dio fatto uomo ha del Padre suo. Il Figlio di Dio anche nella sua conoscenza umana mostrava la penetrazione divina che egli aveva dei pensieri segreti del cuore degli uomini.
474: La conoscenza umana di Cristo, per la sua unione alla Sapienza divina nella Persona del Verbo incarnato, fruiva in pienezza della scienza dei disegni eterni che egli era venuto a rivelare. Ciò che in questo campo dice di ignorare, dichiara altrove di non avere la missione di rivelarlo.
 
Ma essi, fuori di sé dalla collera, si misero a discutere tra loro su quello che avrebbero potuto fare a Gesù - L’ira dell’uomo - Condanna dell’ira - Xavier Léon-Dufour (Dizionario di Teologia Biblica): Dio condanna la reazione violenta dell’uomo che si adira contro un altro, sia egli geloso come Caino (Gen 4,5), furioso come Esaù (Gen 27,44s), o come Simeone e Levi che vendicano in modo eccessivo l’oltraggio fatto alla loro sorella (Gen 49,5ss; cfr. 34,7-26; Giudit 9,2): quest’ira porta ordinariamente all’omicidio.
A loro volta i sapienziali biasimano la stoltezza dell’iracondo (Prov 29,11) che non controlla il «soffio delle narici», secondo l’immagine originale, ma ammirano il sapiente che ha «il fiato lungo», in opposizione all’impaziente «dal fiato corto» (Prov 14,29; 15,18).
L’ira genera l’ingiustizia (Prov 14,17; 29,22; cfr. Giac 1,19s) Gesù si è mostrato ancor più radicale, assimilando l’ira al suo effetto abituale, l’omicidio (Mt 5,22). Paolo quindi la giudica incompatibile con la carità (lCor 13,5): è un male puro e semplice (Col 3,8) da cui bisogna guardarsi, soprattutto a motivo della prossimità di Dio (1Tim 2,8; Tito 1,7).
Le sante ire - Tuttavia, mentre gli stoici riprovavano ogni impeto di collera in nome del loro ideale di «apàtheia», la Bibbia conosce «ire sante» che esprimono in concreto la reazione di Dio contro la ribellione dell’uomo. Così Mosè contro gli Ebrei quando mancano di fede (Es 16,20), apostatano all’Horeb (Es 32,19.22), trascurano i riti (Lev 10,16) o non osservano l’anatema sul bottino (Lev 31,14); così Finehes di cui Dio loda lo zelo (Num 25,11); Così Elia che massacra i falsi profeti (1Re 18,40) o fa cadere il fuoco sugli emissari del re (2Re 1,10.12); così Paolo ad Atene (Atti 17,16). Dinanzi agli idoli, dinanzi al peccato, questi uomini di Dio sono, al pari di Geremia, «ripieni dell’ira di Jahve» (Ger 6,11; 15,17), annunziando imperfettamente l’ira di Gesù (Mc 3,5). Senza paradosso, Dio solo può adirarsi. Così, nell’Antico Testamento, i termini di ira sono usati per Dio circa cinque volte più che per l’uomo. Paolo, che tuttavia dovette incollerirsi più d’una volta (Atti 15,39), consiglia con saggezza: «Non fatevi giustizia da soli; lasciate fare all’ira divina, perché sta scritto: a me la vendetta, io darò la giusta paga, dice il Signore» (Rom 12,19). L’ira non è compito dell’uomo, ma di Dio.
L’ira di Gesù - Ma più terribile di questo linguaggio ispirato, più tragica dell’esperienza dei profeti schiacciati tra Dio santo ed il popolo peccatore, c’è la reazione d’un uomo che è Dio stesso. In Gesù l’ira di Dio si rivela. Gesù non si comporta come uno stoico che non si turba mai (Gv 11, 33); egli comanda con violenza a Satana (MI 4,10; 16,23), minaccia duramente i demoni (Mc 1,25), è fuori di sé di fronte all’astuzia diabolica degli uomini (Gv 8,44), e specialmente dei Farisei (Mt 12,34), di coloro che uccidono i profeti (Mt 23,33), degli ipocriti (Mt 15,7). Come Jahve, Gesù si adira contro chiunque si leva contro Dio. Gesù rimprovera pure i disobbedienti (Mc 1,43; Mt 9,30), i discepoli di poca fede (Mt 17,17). Soprattutto si adira contro coloro che, come il fratello maggiore geloso del prodigo accolto dal Padre delle misericordie (Lc 15,28), non si mostrano misericordiosi (Mc 3,5). Infine Gesù manifesta l’ira del giudice: come il signore del banchetto (Lc 14,21), come il padrone del servo spietato (Mt 12,34), egli preannunzia sventura alle città che non si pentono (Mt 11,20s), scaccia i venditori dal tempio (Mt 21,12s), maledice il fico sterile (Mc 11,21). Come l’ira di Dio, così anche quella dell’agnello non è una parola vana (Apoc 6,16; Ebr 10,31).
 
Gesù respinge l’interpretazione dei farisei - Ambrogio, Esposizione del Vangelo secondo Luca 5,39: Vi sdegnate contro di me, perché di sabato ho risanato un uomo intero? (Gv 7,23). Perciò in questo punto fece scorrere gli umori salutari di opere buone entro quella mano, che Adamo aveva steso per spiccare i frutti dell’albero proibito, affinché essa, inariditasi per il peccato, fosse guarita dalle buone opere. E su tale argomento Cristo redarguisce i Giudei, perché profanavano con interpretazioni distorte i comandamenti della Legge, giudicando che di sabato bisognasse riposare anche dalle opere buone, mentre la Legge ha anticipato nel presente l’immagine del futuro, quando senza dubbio ci sarà lavoro non per le azioni cattive, ma per quelle buone. Infatti, benché le opere di questo mondo stiano in riposo fu tuttavia il riposare nella lode di Dio non è un atto privo di opera buona.
 
Il Santo del giorno  - 9 Settembre 2024 - San Pietro Claver, Sacerdote: Nato a Verdù, a pochi chilometri da Barcellona, il 25 giugno 1580, Pietro Claver entra nella Compagnia di Gesù dopo aver pronunciato i primi voti nel 1604. Tra il 1605 e il 1608 studia filosofia a Palma di Maiorca e viene ordinato sacerdote a Cartagena nel 1616 e, diventato missionario, presta le sue cure pastorali agli schiavi neri, deportati dall’Africa. Qui, infatti, sbarcano migliaia di schiavi, quasi tutti giovani: ma invecchiano e muoiono presto per la fatica e i maltrattamenti; e per l’abbandono quando sono invalidi. In particolare, pronuncia il voto di essere «sempre schiavo degli Etiopi» (all’epoca si chiamavano «etiopi» tutti i neri) e per comprendere i loro problemi impara anche la lingua dell’Angola. Ammalatosi di peste, sopporta perfino i maltrattamenti del suo infermiere, che è un nero. Morto a 74 anni e canonizzato nel 1888 insieme con Alfonso Rodriguez, suo fratello gesuita e amico, è stato proclamato patrono delle missioni per i neri da Papa Leone XIII. (Avvenire)
 
O Signore, che ci hai nutriti con i tuoi doni,
fa’ che per la celebrazione di questi santi misteri
cresca in noi il frutto della salvezza.
Per Cristo nostro Signore.
 
 
 8 Settembre 2024
 
XXIII Domenica T. O.
 
Is 35,4-7a; Sal 145 (156); Gc 2,1-5; Mc 7,31-37
 
Colletta:  
O Padre, che scegli i piccoli e i poveri
per farli ricchi nella fede ed eredi del tuo regno,
dona coraggio agli smarriti di cuore,
perché conoscano il tuo amore
e cantino con noi le meraviglie che tu hai compiuto. 
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
I miracoli di Cristo sono segni del regno di Dio: Giovanni Paolo II (Omelia, 6 giugno 1991): Sentiamo oggi nel Vangelo il grido dell’uomo cieco: “Rabbunì (cioè: Maestro), che io riabbia la vista” (Mc 10,51). Così quel malato risponde alla domanda di Cristo: “Che vuoi che io faccia?” (Mc 10,51). “Che io riabbia la vista” [...]. Il Signore Gesù esaudisce la domanda del cieco. Pronuncia delle parole significative in quella circostanza: “la tua fede ti ha salvato” (Mc 10, 52). Il cieco sa che a guarirlo è stato Cristo con la sua divina potenza. E tuttavia lo stesso Cristo dice: “la tua fede ti ha salvato”. Ciò vuol dire: la fede in un certo modo ha permesso la manifestazione della potenza che era nel Signore Gesù. Egli adoperava quella sua potenza soprannaturale sempre per destare la fede nell’onnipotenza divina e nell’amore divino. I miracoli di Cristo sono segni del regno di Dio. Il regno di Dio è in voi mediante la fede. E anche se la fede “fa miracoli” - tuttavia esso stesso, il regno di Dio è un “miracolo” maggiore di tutte le guarigioni miracolose operate da Cristo e dai suoi apostoli - e di quelli che ancora oggi avvengono in diversi luoghi della terra.
 
I Lettura: La prima lettura, tratta dalla cosiddetta “piccola apocalisse” di Isaia, annuncia per i popoli la rovina, sul tipo di quanto sta per accadere a Edom, e per Gerusalemme invece presagisce il trionfo, la liberazione, il ritorno dall’esilio: «ritorneranno i riscattati dal Signore e verranno in Sion con giubilo; felicità perenne splenderà sul loro capo; gioia e felicità li seguiranno e fuggiranno tristezza e pianto» (Is 35,10). I miracoli di guarigione accompagneranno i tempi nuovi che si manifesteranno pienamente con la venuta del Cristo (Mt 11,2-5) e con il dono dello Spirito Santo che renderà gli Apostoli plenipotenziari di Gesù (At 3,1-10).
 
II Lettura: La fede, per Giacomo, viene offuscata quando i cristiani si fermano alle apparenze e si fanno conquistare dai favoritismi, comportandosi poi di conseguenza. Il cristiano che rifiuta il povero perché è povero e accetta il ricco perché è ricco, vanifica il Vangelo e l’agire di Dio che fa piuttosto il contrario: Egli preferisce i poveri per farli ricchi nella fede e eredi del Regno di Dio.
 
Vangelo
Fa udire i sordi e fa parlare i muti.
 
Il miracolo compiuto da Gesù travalica il senso reale dello stesso prodigio: la guarigione del sordomuto deve perennemente ricordare ai cristiani la necessità di aprire le orecchie alla Parola di Dio e di sciogliere la lingua per proclamare le opere meravigliose di Dio che li ha chiamati dalle tenebre alla sua ammirabile luce (1Pt 2,9). Il sordomuto è portato da Gesù da altri, che pregano per lui: è una buona lezione per i cristiani che dovrebbero avere il coraggio e la premura di portare al Signore gli uomini perché Lui li possa ristabilire nella luce di Dio. Gesù per guarire il sordomuto fa dei gesti molto conosciuti ai medici e ai guaritori del suo tempo. L’imposizione delle mani è un gesto per trasmettere poteri, benedizioni  o per guarire (cf. Gen 48,14ss; 2Re 4,34; 5,11; Mt 8,3.15; Lc 13.13; At 28,8; ecc.), invece le dita, nel linguaggio biblico, simboleggiano una qualche azione molto potente di Dio (cf. Es 8,19; Sal 8,4; Lc 11,20).
 
Dal Vangelo secondo Marco
Mc 7,31-37
 
In quel tempo, Gesù, uscito dalla regione di Tiro, passando per Sidòne, venne verso il mare di Galilea in pieno territorio della Decàpoli. Gli portarono un sordomuto e lo pregarono di imporgli la mano. Lo prese in disparte, lontano dalla folla, gli pose le dita negli orecchi e con la saliva gli toccò la lingua; guardando quindi verso il cielo, emise un sospiro e gli disse: «Effatà», cioè: «Apriti!». E subito gli si aprirono gli orecchi, si sciolse il nodo della sua lingua e parlava correttamente. E comandò loro di non dirlo a nessuno. Ma più egli lo proibiva, più essi lo proclamavano e, pieni di stupore, dicevano: «Ha fatto bene ogni cosa: fa udire i sordi e fa parlare i muti!».
 
Parola del Signore
 
Discussione sulle tradizioni farisaiche - Gesù è in «pieno territorio della Decapoli», un raggruppamento di dieci città libere, con un proprio territorio, con abitanti anche pagani che agli occhi dei giudei era considerati «cani» (cf. Mt 15,26; Gv 4,9).
La legge di Mosè imponeva ai Giudei di amare e di rispettare i sordomuti (Lev 19,14), ma ai tempi di Gesù erano praticamente tagliati fuori dal consorzio civile e religioso per una miriade di motivi: erano considerati peccatori pubblici perché la loro infermità dai più era considerata il giusto castigo di chissà quali peccati occulti; poi, l’handicap, impedendo loro di procurarsi un lavoro, li costringeva a vivere di espedienti e, a volte, ponendoli fuori dalla legalità dalle guide spirituali erano posti tout court fuori anche dalla salvezza (cf. Gv 7,49).
Il sordomuto probabilmente aveva già incontrato Gesù e forse già aveva sentito nel suo cuore l’amore, la predilezione che il giovane Rabbi aveva per i più poveri, per i più indifesi, per gli ammalati.
Forse glielo avevano raccontato a gesti come si fa con i sordi (cf. Lc 1,59); comunque, quest’uomo incurante del rispetto umano, la sua malattia lo costringeva a stare nella classe degli impuri, si avvicina a Gesù e con la bocca dei suoi amici lo prega di toccarlo, di imporgli le mani. Lui non lo può fare con la sua bocca perché essa era arida, senza suoni; ma, certamente, lo avrà fatto con il volto, con gli occhi, con gesti frenetici delle mani, sopra tutto con il cuore.
Gesù, per evitare inutili clamori, in disparte, per dargli la guarigione, gli pone «le dita negli orecchi e con la saliva gli tocca la lingua». Questi erano gesti abituali dei medici e dei guaritori in genere. Gli antichi ritenevano che la saliva contenesse sostanze medicamentose. Ma Gesù non è un guaritore, non è un mago e non fa gesti magici.
Avrebbe potuto guarirlo con un gesto, anche da lontano, ma Egli sa che la fede della folla che lo assediava non è ancora matura, per cui qualsiasi suo gesto, se fosse uscito fuori dai canoni del sentire comune, poteva essere equivocato.
Come nel racconto del cieco nato (Gv 9,1ss), la guarigione del sordomuto ha una valenza pedagogica e mistagogica: sotto la spinta della guarigione miracolosa, Gesù vuole dare alla fede incompleta della folla e del sordomuto la possibilità di essere indirizzata verso la vera conoscenza di Colui che guariva l’infelice infermo.
Gesù compie il miracolo in disparte lontano dalla folla per evitare che essa, essendo in gran parte pagana, lo scambiasse per uno stregone o per un guaritore che a quei tempi riempivano ogni angolo del Paese. Lo fa in disparte per non eccitare la folla, avrebbe preso lucciole per lanterne (Mt 16,14). Lo fa in disparte soprattutto perché Lui è umile e non ama gli strepiti, la pubblicità. Lo fa in disparte perché vuole manifestare il mistero della sua persona e della sua missione progressivamente.
Gesù guarda al cielo: per chiedere il sì del Padre?  Probabilmente. Emette un sospiro, forse è il suo cuore, spezzato dalle tante infermità a cui è sottoposto il genere umano, che lo fa gemere.
Ed è questa pietà che gli strappa l’assenso. Gesù è il Dio pietoso che si china sui malati, sugli infermi per consolarli, per guarirli: «Buono e pietoso è il Signore, grande nell’amore» (Sal 103,8; cf. Es 34,6; 1Gv 4,8.16). Lui è venuto nel mondo per liberare gli uomini dalla tirannia del peccato e introdurli in un paese dove Egli tergerà ogni lacrima dai loro occhi; un paese ove non ci sarà più la morte, né lutto, né lamento, né affanno (Ap 21,4).
Il comando di Gesù, ‘effatà’, una parola di origine aramaica, non riguarda solo gli orecchi e la bocca del sordomuto, ma si riferisce a tutta la sua persona, che si apre alla comprensione della persona del Cristo. La guarigione è immediata e definitiva.
Gesù realizza così la profezia di Isaia 35,5-6 (prima lettura; cf. Mt 11,5). Il sordomuto è la primizia di tutti quegli uomini che dalla potenza salvifica della Parola di Dio saranno guariti da quella sordità spirituale che impedisce loro di cogliere i segni e le parole rivelatrici di Gesù.
Il comando di non dirlo a nessuno è palesemente violato e le parole della folla - Ha fatto bene ogni cosa - ricordano il racconto della creazione: sono le stesse parole con le quali la Bibbia sigilla ciascuno dei sei giorni della creazione da parte di Dio (Gen 1-2,4). Vi è in questo modo una perfetta continuità tra l’agire di Dio creatore e l’agire di Gesù salvatore.
Lo stesso Dio che crea l’uomo, che lo libera dalla schiavitù egiziana e babilonese, è anche il Dio che, in Gesù, si prende cura dell’uomo infermo, lo libera dal peccato, dalla malattia e dalla morte ricreandolo: di nuovo lo apre alla luce e al suono, di nuovo gli fa udire il timbro della sua parola e della sua voce.
A ben dire, ogni miracolo di Gesù sull’uomo è, quindi, una nuova creazione.
 
I miracoli segni di Dio - Catechismo degli Adulti [189]: I miracoli annunciano e inaugurano il regno di Dio. C’è chi si chiede se abbia ancora senso parlare di miracoli, se essi siano oggi di aiuto alla fede o piuttosto di ostacolo, in quanto estranei alla mentalità scientifica dell’uomo moderno. È essenziale coglierne il significato.
Nell’Antico Testamento gli eventi prodigiosi dell’esodo e in genere i miracoli compiuti da Dio e dai suoi inviati attestano la presenza salvifica del Signore nella storia del suo popolo. Nel Nuovo Testamento questi fatti straordinari sono chiamati «miracoli (opere potenti), prodigi e segni» (At 2,22): opere potenti, perché manifestano la potenza creatrice di Dio; prodigi, perché sono avvenimenti straordinari e inspiegabili, che destano l’ammirazione degli uomini; segni, perché nel contesto della predicazione evangelica trasmettono un preciso significato, la venuta del Regno. Dei tre termini il più adeguato è proprio l’ultimo.
I miracoli sono gesti con cui Dio ci parla. Si rivolgono sempre alle persone, o perché le riguardano direttamente, come le guarigioni di malati, o almeno perché recano loro qualche beneficio materiale e spirituale, come accade nella moltiplicazione dei pani e in altre trasformazioni della natura. E per costituire il segno, non conta solo il fatto straordinario, ma anche il modo e il contesto in cui avviene.
Significato dei miracoli [191]: I miracoli di Gesù sono strettamente collegati alla sua predicazione. È sempre in cammino, infaticabile, per città e villaggi della Galilea, «predicando la buona novella del Regno e curando ogni sorta di malattie e di infermità nel popolo» (Mt 4,23). Affida ai discepoli la stessa duplice missione: «Li mandò ad annunziare il regno di Dio e a guarire gli infermi» (Lc 9,2). Predicazione e miracoli attestano e attuano la nuova venuta salvifica di Dio nella storia. La sua parola converte; la sua parola risana. Il messaggio è centrato sul regno di Dio; i miracoli ne lasciano intravedere la presenza, ne sono i segni trasparenti.
Il loro significato è molteplice. Dio si è fatto vicino in modo nuovo, per vincere il peccato, la malattia, la morte e ogni forma di male, per dare all’uomo la salvezza integrale, spirituale, corporea, sociale e cosmica, ora come in un anticipo e poi alla fine della storia in pienezza, facendo «nuove tutte le cose» (Ap 21,5). Gesù è il Messia, «colui che deve venire» (Mt 11,3). Il popolo, davanti a questi gesti divini è chiamato a credere e convertirsi.
La stessa riluttanza a compiere miracoli, che Gesù manifesta più volte, ha un suo significato. Egli vuole evitare che la gente strumentalizzi Dio ai propri interessi immediati. Per chi non cerca la comunione con Dio, ma unicamente i suoi benefici, il miracolo diventa fuorviante. Gesù esige almeno una fede iniziale, un’apertura al mistero. Alla folla curiosa e avida di prodigi si sottrae volentieri, appena capita l’occasione favorevole.
 
Beda il Venerabile: Il sordomuto è colui che non apre le orecchie per ascoltare la parola di Dio, né apre la bocca per pronunziarla. È necessario perciò che coloro i quali, per lunga abitudine, hanno già appreso a pronunziare e ascoltare le parole divine, siano loro a presentare al Signore, perché li risani, quelli che non possono farlo per l’umana debolezza; così egli potrà salvarli con la grazia che la sua mano trasmette.
 
Il Santo del Giorno - 8 Settembre 2024 - I Padri della Chiesa (I Padri Vivi): La Chiesa celebra oggi la Natività di Maria, alla quale elargisce molti e grandi titoli. Lei è la Santa Madre di Dio, Madre della divina grazia, Madre ammirabile, Sede della Sapienza, Tempio dello Spirito Santo, Arca dell’alleanza e Porta del Cielo, Regina degli angeli e Regina di tutti i santi. Maria è Madre di Cristo e Madre della Chiesa. Ecco perché la Chiesa, che celebra la nascita dei santi al cielo, cioè il giorno della loro morte, per Maria fa eccezione. La sua venuta al mondo divenne la speranza e l’aurora della salvezza per tutto il genere umano. Da lei, il Figlio di Dio prenderà la natura umana; da lei sorgerà il Sole di Giustizia Cristo nostro Dio. La nascita di Maria ha avvicinato la salvezza del mondo. La vita della Chiesa è concentrata nel mistero di Cristo; Cristo per la Chiesa è tutto; ed è per questo che la Chiesa non si accontenta di celebrare la nascita del Sole; essa veglia già quando appare l’aurora.
La tua nascita, o Genitrice di Dio,
annunziò la gioia al mondo intero;
da te infatti è sorto il Sole di Giustizia,
Cristo Dio nostro.
Dissolvendo la maledizione, apportò la benedizione,
e distrutta la morte, ci donò la vita eterna” (Liturgia Bizantina, EE, n. 3003).
 
O Padre, che nutri e rinnovi i tuoi fedeli
alla mensa della parola e del pane di vita,
per questi grandi doni del tuo amato Figlio
aiutaci a progredire costantemente nella fede,
per divenire partecipi della sua vita immortale.
Egli vive e regna nei secoli dei secoli.
 
  7 Settembre 2022
 
Sabato XXII Settimana T. O.
 
1Cor 4,6b-15; Salmo Responsoriale dal Salmo 144 [145]; Lc 6,1-5
 
Colletta
Dio onnipotente,
unica fonte di ogni dono perfetto,
infondi nei nostri cuori l’amore per il tuo nome,
accresci la nostra dedizione a te,
fa’ maturare ogni germe di bene
e custodiscilo con vigile cura.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
Le spighe strappate: Catechismo della Chiesa Cattolica 2171-2173: Dio ha affidato a Israele il sabato perché lo rispetti in segno dell’Alleanza perenne. Il sabato è per il Signore, santamente riservato alla lode di Dio, della sua opera creatrice e delle sue azioni salvifiche in favore di Israele.
2172 L’agire di Dio è modello dell’agire umano. Se Dio nel settimo giorno “si è riposato” (Es 31,17), anche l’uomo deve “far riposo” e lasciare che gli altri, soprattutto i poveri, “possano goder quiete” (Es 23,12). Il sabato sospende le attività quotidiane e concede una tregua. È un giorno di protesta contro le schiavitù del lavoro e il culto del denaro.
2173 Il Vangelo riferisce numerose occasioni nelle quali Gesù viene accusato di violare la legge del sabato. Ma Gesù non viola mai la santità di tale giorno. Egli con autorità ne dà l’interpretazione autentica: “Il sabato è stato fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato”(Mc 2,27). Nella sua bontà, Cristo ritiene lecito “in giorno di sabato fare il bene” anziché “il male, salvare una vita” anziché “toglierla” (Mc 3,4). Il sabato è il giorno del Signore delle misericordie e dell’onore di Dio. “Il Figlio dell’uomo è signore anche del sabato” (Mc 2,28 ).
 
I Lettura: Non v’è limite alla insipienza umana, è questo che si coglie dalle parole dell’Apostolo. E Paolo per far ben intendere questo messaggio, mette da una parte i cristiani di Corinto, spocchiosi, pieni di boria per i doni spirituali ricevuti, dall’altra parte gli apostoli considerati dai pagani la feccia del genere umano, spettacolo al mondo, agli angeli e agli uomini. Così è facile intuire dove sta la vera sapienza. Un richiamo a ritornare nell’alveo dell’umiltà, e del rendimento di grazie, un richiamo che non è teso a umiliare ma a far rinsavire chi si è perduto dietro i fumi dell’orgoglio.
 
Vangelo
 Perché fate in giorno di sabato quello che non è lecito?
 
I farisei, scrupolosi osservanti della legge, non rimproverano ai discepoli di Gesù di cogliere le spighe passando nei campi altrui (Dt 23,26 lo permetteva), ma di farlo nel giorno di sabato. Un rimprovero motivato dal fatto che i farisei vi vedevano un lavoro proibito dalla legge (Es 34,21). Il sabato era giorno di riposo, giorno in cui si faceva memoria del riposo di Dio: “Dio, nel settimo giorno, portò a compimento il lavoro che aveva fatto e cessò nel settimo giorno da ogni suo lavoro che aveva fatto. Dio benedisse il settimo giorno e lo consacrò, perché in esso aveva cessato da ogni lavoro che egli aveva fatto creando” (Gen 2,2-3). Gesù, nella risposta, rimanda gli avversari alla stessa Scrittura a cui essi si appellano e ricorda loro che anche Davide mangiò, non alcuni chicchi di grano ma tutti i pani, il cui uso era proibito dalla legge. Per Gesù la verità della legislazione sul giorno di riposo non è una questione di osservanze rituali puramente esteriori, ma è quella di mettersi totalmente e pienamente al servizio del Signore e degli uomini, sopra tutto se bisognosi.
 
Dal Vangelo secondo Luca
Lc 6,1-5
 
Un sabato Gesù passava fra campi di grano e i suoi discepoli coglievano e mangiavano le spighe, sfregandole con le mani.
Alcuni farisei dissero: «Perché fate in giorno di sabato quello che non è lecito?».
Gesù rispose loro: «Non avete letto quello che fece Davide, quando lui e i suoi compagni ebbero fame? Come entrò nella casa di Dio, prese i pani dell’offerta, ne mangiò e ne diede ai suoi compagni, sebbene non sia lecito mangiarli se non ai soli sacerdoti?».
E diceva loro: «Il Figlio dell’uomo è signore del sabato».
 
Parola del Signore.
 
Benedetto Prete (I Quattro Vangeli): Un giorno di sabato; vari codici presentano una strana variante per questa indicazione cronologica, poiché hanno: «un giorno di sabato secondo-primo» (ἐν σαββάτῳ δευτεροπρωτῳ; Volgata: in sabbato secundo primo). Molti tentativi sono stati compiuti dagli studiosi per chiarire questa curiosa ed enigmatica lettura. Per alcuni l’aggettivo composto δευτερόπρωτος è considerato come il risultato di correzioni apportate successivamente al testo: un primo copista all’indicazione generica ἐν σαββάτῳ avrebbe aggiunto πρωτῳ per indicare il nesso cronologico con l’altro sabato segnalato in Lc., 6, 6; un secondo copista invece, volendo riallacciare il presente episodio accaduto di sabato con l’altra indicazione di Lc., 4, 31, ha scritto δευτέρῳ un ultimo scriba infine, non comprendendo più le due correzioni, le ha unite formando così l’aggettivo composto δευτεροπρωτῳ che egli ha inserito materialmente nel testo. Recentemente l’Audet, in uno studio penetrante del problema, ha pensato che l’aggettivo di cui si è servito il glossatore in questo vers., richiami il computo del sabato fatto secondo un calendario antico, che si distingueva dal calendario ufficiale e che è attestato dal libro dei Giubilei e dai documenti di Qumran. Il sabato δευτερόπρωτος della glossa designa il sabato che serve a determinare la festa delle sette settimane o Pentecoste (cf. Levitico, 23, 15-16); il glossatore quindi conoscendo l’uso di questo calendario antico ebraico, chiama δευτερόπρωτος tale sabato perché, secondo questo calendario, il computo delle sette settimane dopo Pasqua, necessario per stabilire la festa della Pentecoste, si faceva partendo dal sabato del 25° giorno del 1° mese, cioè dal sabato che, da due differenti punti di vista, può essere chiamato egualmente bene primo o secondo. Tale sabato infatti è il primo (πρῶτος) della serie di sette settimane che precedono la festa delle primizie o Pentecoste (festa che cadeva al 150 giorno del 3° mese) ed è il secondo (δεύτερος) dopo la Pasqua (festa che cadeva il 150 giorno del 1° mese, sempre secondo il calendario antico seguito a Qumran). In greco bisognava designare un tale sabato con l’aggettivo composto δευτερόπρωτος. Il glossatore ha inserito questo aggettivo per motivi liturgici che lo studioso sopra ricordato illustra largamente nella sua trattazione (cf. J. P. Audet, Jesus et le «Calendrier sacerdotal ancien». Autour d’une variante de Luc 6, 1; in Sciences Ecclésiastiques X, 1958, p. 361-383). 
Sgranandole con le mani; l’evangelista per segnalare con maggiore chiarezza l’occasione che ha determinato l’intervento dei Farisei accenna al fatto dei discepoli che «con le mani» ripulivano i chicchi di grano; per i Farisei tale atto costituiva un’aperta infrazione del riposo sabatico. L’episodio è parallelo a quello narrato da Matteo e Marco; per le spiegazioni si veda il commento a Mt., 12, 1-8 e Mc., 2, 23-28.
Come egli entrò nella casa di Dio; Luca omette l’indicazione di Marco, 2, 26 «al tempo del gran sacerdote Abiatar», perché non facilmente intelligibile per i suoi lettori provenienti dal paganesimo, i quali non conoscevano questi particolari della storia ebraica.
Il Figlio dell’uomo è signore del sabato; per «il Figlio del l’uomo» vedi commento a Lc., 5, 24. L’evangelista tralascia la prima parte della solenne risposta di Gesù sul senso e valore del riposo sabatico, riferita da Mc., 2, 27. Dal modo con cui sono narrati i fatti appare che il Maestro manifesta in forma progressiva i poteri di cui è dotato; d’altra parte, anche l’ostilità dei Farisei è presentata dall’evangelista in modo crescente e sempre più aggressivo. Secondo questa esposizione dei fatti risulta che Gesù prima opera dei miracoli, poi afferma di avere il potere di condonare i peccati (cf. Lc., 5, 20), in seguito si presenta come restauratore religioso (cf. Lc., 5; 34-39) ed infine, nell’episodio delle spighe raccolte in giorno di sabato, dichiara solennemente di disporre con autorità suprema di una istituzione divina come quella del sabato. Il codice D, invece del vers. 5 che esso riporta dopo il vers. 10, ha il seguente logion: «Lo stesso giorno (Gesù) avendo visto qualcuno che lavorava in giorno di sabato, gli disse: Uomo, se sai quello che fai, tu sei beato; se invece non lo sai, tu sei maledetto e trasgressore della Legge». Il detto, che non è un insegnamento autentico di Gesù, presenta una interpretazione cristiana del precetto ebraico sui riposo sabatico; l’interpolatore intende rilevare questo principio: chi lavora di sabato, giorno del Signore, sapendo che è dispensato dalla Legge, non commette nessuna colpa; chi invece lavora sapendo di trasgredire la Legge è colpevole. Il logion pone come norma fondamentale della moralità dell’atto la convinzione interiore dell’uomo, secondo l’esplicita parola di S. Paolo: «Io so e son persuaso nel Signor Gesù che nessuna cosa è impura in se stessa; tuttavia se uno stima che una cosa è impura, per lui è impura» (Romani, 14, 14; cf. anche ibid., 14, 20-23). Questo logion, come si è già accennato, non poté esser pronunziato dal Maestro agli Ebrei suoi contemporanei che non conoscevano altra legge se non quella mosaica del riposo sabatico, alla quale essi dovevano obbedire.

Il riposo di Dio: Dies Domini 11: Il «riposo» di Dio non può essere banalmente interpretato come una sorta di «inattività» di Dio. L’atto creatore che è a fondamento del mondo è infatti di sua natura permanente e Dio non cessa mai di operare, come Gesù stesso si preoccupa di ricordare proprio in riferimento al precetto del sabato: «Il Padre mio opera sempre e anch’io opero» (Gv 5, 17). Il riposo divino del settimo giorno non allude a un Dio inoperoso, ma sottolinea la pienezza della realizzazione compiuta e quasi esprime la sosta di Dio di fronte all’opera «molto buona» (Gn 1,31) uscita dalle sue mani, per volgere ad essa uno sguardo colmo di gioioso compiacimento: uno sguardo «contemplativo», che non mira più a nuove realizzazioni, ma piuttosto a godere la bellezza di quanto è stato compiuto; uno sguardo portato su tutte le cose, ma in modo particolare sull’uomo, vertice della creazione. È uno sguardo in cui si può in qualche modo già intuire la dinamica «sponsale» del rapporto che Dio vuole stabilire con la creatura fatta a sua immagine, chiamandola ad impegnarsi in un patto di amore. È ciò che egli realizzerà progressivamente, nella prospettiva della salvezza offerta all’intera umanità, mediante l’alleanza salvifica stabilita con Israele e culminata poi in Cristo: sarà proprio il Verbo incarnato, attraverso il dono escatologico dello Spirito Santo e la costituzione della Chiesa come suo corpo e sua sposa, ad estendere l’offerta di misericordia e la proposta dell’amore del Padre all’intera umanità.
 
Il Santo del giorno - 7 Settembre 2024 -  Beato Claude-Barnabas Laurent de Mascloux, Sacerdote e Martire: Claude-Barnabas Laurent de Mascloux nacque a Dorat, con tutta sicurezza l’11 giugno 1735, giorno in cui fu battezzato. Fu ordinato sacerdote nel 1759 e venne nominato canonico della collegiata della sua città natale, come due suoi fratelli.
Lo scoppio della Rivoluzione francese portò, tra l’altro, alla soppressione dei capitoli religiosi. I fratelli Laurent si rifiutarono di prestare giuramento sulla Costituzione Civile del Clero, per cui il Consiglio generale del distretto di Dorat ordinò d’imprigionare loro e molti altri sacerdoti il 14 maggio 1793.
Vennero tutti condotti a Limoges e detenuti a La Visitation, da cui, più tardi, Claude venne condotto a La Regle. Tutti i suoi beni, mobili e immobili, gli vennero confiscati. Condannato alla deportazione, partì con i fratelli verso Rochefort il 25 febbraio 1794.
Venne imbarcato sulla nave-deposito, impropriamente detta pontone, «Les Deux-Associés». L’imbarcazione non partì mai, sia perché fatiscente, sia perché il blocco navale imposto dall’esercito francese impediva di salpare in mare aperto.
Morì nella notte tra il 6 e il 7 settembre 1794, affrontando la morte con calma e rassegnazione.
Fu beatificato dal Papa san Giovanni Paolo II il 1° ottobre 1995, compreso in un elenco di sessantaquattro sacerdoti e religiosi, i soli, fra quanti erano deceduti nei pontoni di Rochefort, di cui si era potuta reperire sufficiente documentazione. (Autore: Emilia Flocchini)
 
O Signore, che ci hai saziati con il pane del cielo,
fa’ che questo nutrimento del tuo amore
rafforzi i nostri cuori
e ci spinga a servirti nei nostri fratelli.
Per Cristo nostro Signore.
 
  6 Settembre 2024
 
Venerdì XXII Settimana T. O.
 
1Cor 4,1-5; Salmo Responsoriale Dal Salmo 36 (24); Lc 5,33-39

Colletta
Dio onnipotente,
unica fonte di ogni dono perfetto,
infondi nei nostri cuori l’amore per il tuo nome,
accresci la nostra dedizione a te,
fa’ maturare ogni germe di bene
e custodiscilo con vigile cura.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
Il vero digiuno: Benedetto XVI (Messaggio, 11 Dicembre 2008): Nel Nuovo Testamento, Gesù pone in luce la ragione profonda del digiuno, stigmatizzando l’atteggiamento dei farisei, i quali osservavano con scrupolo le prescrizioni imposte dalla legge, ma il loro cuore era lontano da Dio. Il vero digiuno, ripete anche altrove il divino Maestro, è piuttosto compiere la volontà del Padre celeste, il quale “vede nel segreto, e ti ricompenserà” (Mt 6,18). Egli stesso ne dà l’esempio rispondendo a satana, al termine dei 40 giorni passati nel deserto, che “non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio” (Mt 4,4). Il vero digiuno è dunque finalizzato a mangiare il “vero cibo”, che è fare la volontà del Padre (cfr. Gv 4,34). Se pertanto Adamo disobbedì al comando del Signore “di non mangiare del frutto dell’albero della conoscenza del bene e del male”, con il digiuno il credente intende sottomettersi umilmente a Dio, confidando nella sua bontà e misericordia. Troviamo la pratica del digiuno molto presente nella prima comunità cristiana (cfr At 13,3; 14,22; 27,21; 2Cor 6,5). Anche i Padri della Chiesa parlano della forza del digiuno, capace di tenere a freno il peccato, reprimere le bramosie del “vecchio Adamo”, ed aprire nel cuore del credente la strada a Dio. Il digiuno è inoltre una pratica ricorrente e raccomandata dai santi di ogni epoca. Scrive san Pietro Crisologo: “Il digiuno è l’anima della preghiera e la misericordia la vita del digiuno, perciò chi prega digiuni. Chi digiuna abbia misericordia. Chi nel domandare desidera di essere esaudito, esaudisca chi gli rivolge domanda. Chi vuol trovare aperto verso di sé il cuore di Dio non chiuda il suo a chi lo supplica” (Sermo 43PL 52, 320. 332).
 
I Lettura: È sotto accusa il ministero apostolico di Paolo. Agli addebiti subdolamente insinuati da sedicenti superapostoli (2Cor 11,5; 12,11), l’Apostolo risponde di non temere di essere giudicato dai cristiani di Corinto, tantomeno dai pagani. L’apostolo è l’amministratore dei beni della parola della salvezza eterna, per cui non è un privilegio, ma un servizio: l’apostolo non è un privilegiato, ma semplicemente un servo di Cristo che deve essere fedele al mandato ricevuto. A questa prima considerazione se ne aggiunge una seconda: il giudizio sull’apostolo non deve avere come prodromi i suoi successi o i suoi fallimenti, per tale motivo il giudizio spetta soltanto al Signore che scruta i cuori (Prov 21,2).
 
Vangelo
Quando lo sposo sarà loro tolto, allora in quei giorni digiuneranno.
 
Lo sposo è Gesù, i cui discepoli, cioè «i paggi d’onore», non possono digiunare perché con lui sono già incominciati i tempi messianici. Il vestito vecchio, i vecchi otri sono il giudaismo in ciò che esso ha di caduco nell’economia della salvezza; il panno non sgualcito e il vino nuovo sono lo spirito nuovo del regno di Dio. La pietà esagerata dei discepoli di Giovanni e dei farisei, con la pretesa di ringiovanire l’antico sistema, non fa che comprometterlo di più. Rifiutando sovraccarichi e rattoppi Gesù vuol fare qualcosa di completamente nuovo, sublimando lo spirito stesso della legge (cfr. Mt 5,17s). Il vino nuovo che Gesù offre non è gradito da quelli che hanno bevuto il vino vecchio della legge. Quest’ultima affermazione, forse, riflette l’esperienza di Luca che ben ha conosciuto le difficoltà della missione presso i giudei (cfr. At 13,5).
 
Dal Vangelo secondo Luca
Lc 5,33-39
 
In quel tempo, i farisei e i loro scribi dissero a Gesù: «I discepoli di Giovanni digiunano spesso e fanno preghiere, così pure i discepoli dei farisei; i tuoi invece mangiano e bevono!».
Gesù rispose loro: «Potete forse far digiunare gli invitati a nozze quando lo sposo è con loro? Ma verranno giorni quando lo sposo sarà loro tolto: allora in quei giorni digiuneranno».
Diceva loro anche una parabola: «Nessuno strappa un pezzo da un vestito nuovo per metterlo su un vestito vecchio; altrimenti il nuovo lo strappa e al vecchio non si adatta il pezzo preso dal nuovo. E nessuno versa vino nuovo in otri vecchi; altrimenti il vino nuovo spaccherà gli otri, si spanderà e gli otri andranno perduti. Il vino nuovo bisogna versarlo in otri nuovi. Nessuno poi che beve il vino vecchio desidera il nuovo, perché dice: “Il vecchio è gradevole!”».
 
Parola del Signore.
 
Lo sposo è con loro - Il digiuno è una pratica penitenziale onnipresente in tutte le religioni. Un rito celebrato sopra tutto per attenuare l’arroganza e l’orgoglio, ma che si imponeva in alcune circostanze particolari: per esempio, per scongiurare un castigo divino o per sfuggire a eventi nefandi. Per molti Farisei era una delle tante pratiche escogitate dalla loro affettata religiosità per accampare diritti dinanzi al Signore e carpirne in questo modo la benevolenza (Lc 18,9-14).
Gesù condanna l’esibizionismo, l’ostentazione farisaica (Mt 6,16-18) non il digiuno che, come tutte le altre pratiche penitenziali, deve essere celato da un atteggiamento gaio, sereno, spontaneo: «Tu, quando digiuni, profumati la testa e lavati il volto» (Mt 6,17). No, quindi, a facce lugubri, tristi.
No, sopra tutto, a comportamenti ostentati unicamente per accaparrarsi le lodi e gli applausi degli uomini (Mt 6,1; 23,5). La religiosità cristiana è fatta di una spiritualità lieta, festante, briosa: «Rallegratevi nel Signore, sempre; ve lo ripeto ancora, rallegratevi. La vostra affabilità sia nota a tutti gli uomini. Il Signore è vicino!» (Fil 4,4-5) .
Il Vangelo è la buona notizia che va annunciata con una faccia ilare, sorridente.
Il peccato delle guide spirituali del popolo d’Israele è quello di non essere state capaci di cogliere in Gesù lo sposo dell’umanità. Con Gesù «l’attesa di Dio è colmata: “sono giunte le nozze dell’Agnello, la sua sposa è pronta!” [Ap 19,7]. Gesù è lo sposo che porta a compimento l’alleanza tra Dio e il suo popolo annunciata dal profeta Osea. I tempi sono dunque compiuti. Non è più il tempo per il legalismo, non è più il tempo per leggere il presente con gli occhi del passato, ma con quelli del futuro inaugurato da Gesù. Non è più il momento di digiunare, come all’epoca in cui si preparava ancora l’incontro con Dio, ma è il momento della festa. Egli è ormai qui!» (Anselmo Morandi).
Presente lo Sposo gli invitati non possono digiunare, solo nei giorni successivi alla sua morte potranno farlo: «Il primo periodo è un continuato convito, non ci può essere posto per le astensioni e le privazioni; il secondo è un tempo di lutto, quindi anche di macerazioni. Il digiuno appare quindi un rito di condoglianze che la comunità cristiana celebra per sentirsi vicina al Cristo morto e sepolto» (Ortensio Da Spinetoli).
Gesù, con la «parabola del vestito e dell’otre», rintuzza il cieco attaccamento dei Farisei alle loro tradizioni: ancora una volta non hanno capito la novità della Buona Novella che dichiara apertamente tramontate le vecchie pratiche religiose ormai incapaci di contenere il nuovo spirito che deve animare il discepolo. È l’immagine del vino nuovo, più di quella del panno non follato, a rendere più evidente il contrasto tra il vecchio e il nuovo.
Con l’immagine del vestito vecchio e del vino nuovo, Gesù dichiara sorpassate e inutili tutte le numerosissime, ossessionanti e minute prescrizioni giudaiche: erano diventate ormai vecchi e logori contenitori incapaci di contenere le nuove forze fermentatrici, proprie della predicazione cristiana.
Non vi può essere accordo o compromesso tra le leggi e le leggine mosaiche e il Vangelo, rivelazione ultima e definitiva dell’amore liberante di Dio: il vecchio è vecchio e va messo da parte; il vestito vecchio è frusto, liso ed è quindi inservibile. Gesù è venuto a tagliare i rami secchi non ad abolire la Legge in se stessa (Mt 5,17-19).
Sono gli orpelli a dare fastidio, ad appesantire i cuori, ad intralciare il cammino; sono le tradizioni umane che deturpano il messaggio evangelico spogliandolo della sua bellezza e della sua novità.
Fuori immagine, non basta più essere buoni giudei, occorre diventare cristiani: «Se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli» (Mt 5,20).
 
Dizionario di Teologia Mistica: Il digiuno sul piano ascetico-spirituale È importante che il digiuno, in quanto esercizio ascetico-spirituale cristiano, non venga assolutizzato. Esso non può essere fine a se stesso e non può esaurirsi negli esercizi come astinenza dai cibi, veglie notturne, lavoro manuale. In certi casi, potrebbe darsi che il digiuno sia l’espressione di volontà motivata egoisticamente. Dal punto di vista storico, esso possiede un suo contesto ascetico-spirituale: digiuno, preghiera, elemosina (= carità).
« Non ci è stato comandato di lavorare, di vegliare e di digiunare continuamente, mentre la preghiera incessante è una legge per noi ».
Sempre nella Chiesa, il digiuno faceva parte della triade: digiuno, preghiera, elemosina (cf Tb 12,8; Mt 6,1-18), in quanto espressione di penitenza interiore del cristiano. La legge nuova portata da Cristo invita a praticare gli atti della religione, quali: digiuno, preghiera, elemosina, ma li ordina al « Padre che vede nel segreto », in opposizione al desiderio di « essere visti dagli uomini » (Mt 6,1-6. 16-18). Il digiuno cristiano, pertanto, pur esprimendosi con gesti esteriori e visibili, conserva sempre il suo carattere interiore, contribuendo, così, alla conversione del cuore. Per questa ragione, è fondamentale la sua motivazione teologica: lo spirito del digiuno è non l’astensione formale dai cibi. Il fine spirituale verso cui orienta è il conseguimento delle virtù, quali la temperanza, la moderazione, la generosità, l’umiltà, la carità. In altre parole, il digiuno è il mezzo per liberarsi dal dominio della carne e accettare su di sé il dominio di Cristo. Dal punto di vista della crescita spirituale cristiana, il digiuno acquista valore spirituale all’interno di un progetto di vita che prevede uno spazio all’ascesi per dominare i disordini passionali e per stimolare l’impegno concreto verso Dio e verso il prossimo. L’uomo è coinvolto nella dialettica di fiducia e di sfiducia su tutto l’essere personale: « Ogni uomo è Adamo, ogni uomo è Cristo ».
Di conseguenza, la spiritualità cristiana, mentre invita ad amare se stessi inclusa la propria corporeità, insiste sulla necessità della profonda purificazione di tutto l’essere personale per potersi aprire al dono totale in Cristo. Perciò, alla luce dell’esperienza e dell’insegnamento di Cristo, il digiuno riceve, prima di tutto, il significato cristologico. È secondario, invece, il carattere ascetico del digiuno. Contrariamente alle apparenze, la spiritualità cristiana considera il mistero pasquale come coinvolgente tutto l’essere dell’uomo e non solo la sua parte spirituale, perché « la carne è il cardine della salvezza. Quando l’anima viene unita a Dio, è la carne che rende possibile questo legame. È la carne che viene battezzata perché l’anima venga mondata; la carne viene unta affinché l’anima sia consacrata ».
 
Il digiuno è il cibo dell’anima: «Quanto più il nostro uomo esteriore si corrompe, tanto più quello interiore si rinnova (2Cor 4,16). Il digiuno infatti è il nutrimento dellanima e come il cibo materiale rinforza il corpo, così il digiuno rende lanima più vigorosa, le dà ali leggere, la innalza dalla terra a contemplare le realtà di lassù, a elevarsi al di sopra dei piaceri e delle dolcezze di questa vita. Come le navi leggere attraversano velocemente i mari, mentre le navi gravate da molto carico si sommergono, così il digiuno rende più agile la mente, la rende atta ad attraversare con facilità il mare di questa vita, a contemplare il cielo e le realtà celesti, a non far conto alcuno delle cose presenti, a ritenerle esclusivamente come ombre e sogni. Invece lubriachezza e la crapula aggravano lanimo, appesantiscono il corpo, rendono schiava lanima, la vessano da ogni lato e le indeboliscono il lucido giudizio della ragione. Fanno precipitare lanima in un baratro e la fanno agire nel senso diametralmente opposto alla sua salvezza.» (Giovanni Crisostomo, Omelie sul Genesi, 1).
 
Il santo del giorno - 6 Settembre 2023 - Beato Anastasio Garzon Gonzalez Coadiutore salesiano, martire: Nacque a Madrigal de las Altas Torres, in provincia di Avila, il 7 settembre 1908 e fu battezzato poco dopo. Mentre era allievo delle Scuole Professionali salesiane di Madrid, sentì la vocazione religiosa e ottenne di fare il Noviziato a Carabanchel Alto (Madrid), dove emise i voti il 15 agosto 1929 come coadiutore. Per il buono spirito che lo animava e le attitudini alla meccanica, venne inviato in Italia a completare la formazione tecnica e religiosa. Dopo il ritorno in patria ebbe l’incarico del laboratorio di meccanica nel collegio di Madrid. Qui lo sorprese la rivoluzione del 1936. Dopo alterne vicende, riconosciuto come religioso, fu definitivamente imprigionato il 6 settembre e condotto alla fucilazione. È stato beatificato il 28 ottobre 2007.
 
O Signore, che ci hai saziati con il pane del cielo,
fa’ che questo nutrimento del tuo amore
rafforzi i nostri cuori
e ci spinga a servirti nei nostri fratelli.
Per Cristo nostro Signore.