9 Luglio 2024
 
Martedì XIV Settimana T. O.
 
Os 8,4-7.11-13; Salmo Responsoriale Dal Salmo 113b; Mt 9,32-38
 
Colletta
O Padre, che nell’umiliazione del tuo Figlio
hai risollevato l’umanità dalla sua caduta,
dona ai tuoi fedeli una gioia santa,
perché, liberati dalla schiavitù del peccato,
godano della felicità eterna.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
Benedetto XVI (Omelia, 11 Settembre 2006): Sappiamo che il Signore cerca operai per la sua messe. L’ha detto Egli stesso: “La messe è molta, ma gli operai sono pochi! Pregate dunque il padrone della messe che mandi operai nella sua messe!” (Mt 9,37s). Perciò ci siamo qui riuniti: per lanciare questa richiesta al padrone della messe. Sì, la messe di Dio è grande ed aspetta degli operai: nel cosiddetto Terzo Mondo – in America Latina, in Africa, in Asia – la gente aspetta araldi che portino il Vangelo della pace, il messaggio del Dio fatto uomo. Ma anche nel cosiddetto Occidente, da noi in Germania, come pure nelle vastità della Russia è vero che la messe potrebbe essere molta. Mancano, però, gli uomini che siano disposti a farsi operai nella messe di Dio. È oggi come allora, quando il Signore fu preso da compassione per le folle che gli parevano come pecore senza pastore – persone che probabilmente sapevano molte cose, ma non erano in grado di vedere come orientare bene la loro vita. Signore, guarda la tribolazione di questa nostra ora che abbisogna di messaggeri del Vangelo, di testimoni per Te, di persone che indichino la via verso la “vita in abbondanza”! Vedi il mondo e lasciati prendere anche adesso dalla compassione! Guarda il mondo e manda operai! Con questa domanda bussiamo alla porta di Dio; ma con questa domanda bussa poi il Signore anche al nostro stesso cuore. Signore, mi vuoi Tu? Non è forse troppo grande per me? Non sono forse io troppo piccolo per questo? “Non temere”, ha detto l’Angelo a Maria. “Non temere, ti ho chiamato per nome”, dice mediante il profeta Isaia (43,1) a noi – a ciascuno di noi.
 
I Lettura - Chi semina vento raccoglie tempesta - Epifanio Callego (Commento della Bibbia Liturgica): In questa lettura è presentato, in riassunto, l’annunzio del castigo inevitabile che colpirà Israele, insieme con i motivi che lo determinano. Dio non è capriccioso, ma giusto.
Osea ha accusato il popolo d’aver rotto il patto e d’aver violato la legge, poiché «ha rigettato il bene». E il popolo deve averlo affrontato per chiedergli le prove.
La presente lettura è la risposta del profeta: non apprezzamenti personali, ma un inventario storico dal quale usciranno condannati.
Dall’inizio del regno del nord con Geroboamo, la storia della monarchia è stata una serie ininterrotta di assassini e di usurpazioni, specialmente negli ultimi anni. Re e sovrani hanno cessato di essere carismatici per trasformarsi in manichini di poteri umani. Non era cosa certa questa? La colpevolezza politico-sociale era chiara come il sole. «Hanno creato dei re che io non ho designato» preciserà Yahveh.
Qual era la loro colpa religiosa o cultuale? Ecco: avevano idoli d’oro o d’argento fuso. Si allude all’abominevole toro di Samaria fatto costruire da Geroboamo al tempo della divisione del regno e ancora presente, per loro vergogna. Certo, era stato costruito come simbolo di Yahveh, sullo stile dei simboli dei Baal; ma non vi era il percetto di non costruirsi immagini? Il grande peccato non era il modo irregolare di offrire il culto, ma la malizia interiore con cui non lo volevano riconoscere come tale e la conseguente impossibilità di essere purificati.
«Hanno seminato vento, raccoglieranno tempesta». E una locuzione proverbiale, con chiara allusione ai culti cananei delle stagioni dell’anno. Anche se credono il contrario, tali culti porteranno solo rovina: grandinate ... siccità ... o spighe vuote.
Israe1e continua a credere che lo difendano i molti altari, i molti sacrifici a la solennità delle sue neomenie. La risposta non può essere più drastica e rabbrividente: moltiplicando gli altari, moltiplica i suoi peccati.
E tutto questo, perché Israele ha dimenticato la torah, la legge, la rivelazione. Dio potrebbe avergli dato mille leggi e sarebbe la stessa cosa: lo avrebbe considerato come un estraneo. Dopo l’immagine dello sposo fedele, come doveva suonare duro questo «come un estraneo!». Pare che Yahveh rinunzi alla cosa considerandola impossibile. Tragico passaggio di Dio attraverso la vita! Lascia che mangino e ingrassino ... e facciano del sacrificio un giorno di scampagnata.
Nella sua giustizia il castigo sarà inesorabile. Le iniquità saranno ricordate e i peccati saranno puniti. «Dovranno tornare in Egitto»: i figli d’Israele torneranno indietro nella storia perderanno la terra promessa e torneranno nell’oppressione dalla quale erano stati riscattati. Osea vede l’esilio teologico piuttosto che quello materiale ormai imminente. Questo era realmente terribile: l’abbandono di Dio, il restare senza riscatto, abbandonati alle proprie forze... Come ripeterà Paolo facendosi eco di Osea, «ciascuno raccoglierà quello che avrà seminato» (Gal 6.7).
 
Vangelo
La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai!
 
Gesù esorcizza un “muto indemoniato” e questo suscita stupore, ma soltanto nelle anime “semplici”, nei cuori perversi invece monta la bile, l’odio, la gelosia, e l’accusa è scoccata come freccia avvelenata: «Egli scaccia i demòni per opera del principe dei demòni». Il vangelo di Matteo non registra alcuna reazione da parte di Gesù, il quale riprende il suo cammino percorrendo “tutte le città e i villaggi, insegnando nelle loro sinagoghe, annunciando il vangelo del regno e guarendo ogni malattia e ogni infermità”. È straordinaria questa nota, Gesù pur minacciato non ha paura di annunciare il vangelo del Regno e di compiere prodigi proprio nelle sinagoghe, la tana del lupo. Ma non è coraggio, è la sua missione, una missione che non è scevra di pericoli, di delusioni, ma impastata anche di compassione sopra tutto quando il suo sguardo si posa sulle folle mirandole “stanche e sfinite come pecore che non hanno pastore”. Una verità lucida il cui riverbero raggiunge i nostra anni, un Europa che ha rigettato le radici cristiane, da qui l’imperativo dettato ai discepoli di tutti i tempi: «La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai! Pregate dunque il signore della messe, perché mandi operai nella sua messe!».
 
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 9,32-38
 
In quel tempo, presentarono a Gesù un muto indemoniato. E dopo che il demonio fu scacciato, quel muto cominciò a parlare. E le folle, prese da stupore, dicevano: «Non si è mai vista una cosa simile in Israele!». Ma i farisei dicevano: «Egli scaccia i demòni per opera del principe dei demòni».
Gesù percorreva tutte le città e i villaggi, insegnando nelle loro sinagoghe, annunciando il vangelo del Regno e guarendo ogni malattia e ogni infermità. Vedendo le folle, ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite come pecore che non hanno pastore. Allora disse ai suoi discepoli: «La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai! Pregate dunque il signore della messe, perché mandi operai nella sua messe!».
 
Parola del Signore.
 
Guarigione di un muto indemoniato - Angelico Poppi (I Vangeli, Sinossi e Commento): Alla guarigione dalla cecità, una piaga endemica in Palestina, fa seguito l’esorcismo di un muto indemoniato.
Secondo la mentalità del tempo, la malattia veniva attribuita all’azione del demònio. Il miracolo provocò una duplice reazione: mentre le folle restarono ammirate e riconobbero il potere soprannaturale di Gesù, i farisei attribuirono la guarigione alla sua connivenza con il capo dei demoni (Beelzebul). Si profilava così da parte delle guide spirituali d’Israele un’opposizione sempre più forte. Infatti, dalla contestazione (9,11) i farisei passarono alla calunnia (v. 34), giungendo poi alla determinazione di far perire Gesù (12,14). La cecità e la mutolezza degli infermi suonano pertanto una valenza simbolica: indicano l’accecamento e l’indurimento dei capi religiosi dei giudei, che si rifiutavano di riconoscere in Gesù il Messia, predetto dai profeti nelle Scritture.
Il racconto del miracolo, estremamente conciso, è incentrato sul diverso atteggiamento assunto dai giudei nei confronti di Gesù. L’evangelista lo attinge dalla fonte dei logia (Q; cf. Le 11,14-15). Sembra che lo collochi in questo contesto per lo stesso motivo dell’episodio precedente, cioè per giustificare la risposta che Gesù avrebbe dato agli inviati del Battista (cf. 11,4-5). Più avanti Matteo duplica il miracolo in una forma ancora più stringata (Mt 12,22-24).
 
Cacciata dei demòni - Werner Wiskirchen: Nel mito dei racconti dell’antichità, su prodigiosi “uomini divini” riluce la verità che il mondo e gli uomini hanno bisogno di essere salvati. Secondo Mc Gesù inizia la sua attività con una cacciata dei demòni. Il suo grido di araldo rivolto a Israele che annuncia l’immediata vicinanza della signoria di Dio nella sua persona è, nel contempo, grido di combattimento contro tutte le specie di demòni. “Se io scaccio i demòni con il dito di Dio (Mt: nello Spirito di Dio), è dunque giunto a voi il regno di Dio” (Lc 11,20).
Gesù possiede lo Spirito santo puro e caccia i forti spiriti impuri dalla loro casa, dal momento che è più forte di loro. I demòni si manifestano soprattutto come causa di malattia e possessione. Per mezzo della cacciata dei demòni Dio diventa Signore su Satana.
Satana, in quanto falso signore, tortura e schiavizza la creazione buona.
Ciò si manifesta, secondo il modo di vedere di quel tempo, anche nelle catastrofi naturali, cosicché i miracoli sulla natura di Gesù traggono da qui il loro significato. Gesù vuole riportare la creazione allo stato iniziale di bontà. La salvezza abbraccia l’uomo intero visto nel suo mondo, quindi anche la corporeità. Agli occhi di Gesù ogni uomo è un malato in cerca di guarigione. Il potere di Gesù di cacciare i demòni è uno dei più importanti punti di partenza prepasquali per il titolo “Figlio di Dio”. La lotta di Gesù contro i demòni viene continuata dai discepoli (Mc 6,7) e dalla comunità (At 19,11-17). La potenza universale della superstizione e della falsa sapienza, la degenerazione della potenza politica e la sua trasfigurazione cultuale (cf. At 13,1ss) sono segni escatologici dell’impotente furore di Satana, il quale sa “che gli resta poco tempo” (Ap 12,12). La cacciata dei demòni a spettro universale è necessaria. La chiesa è forte soltanto nel nome di Gesù.
 
Pregate dunque... - Italo Castellani: Il ritrovato impegno e tanta preghiera per le vocazioni, che si eleva oggi dalle nostre comunità - anche perché è sotto gli occhi di tutti la constatazione di una sproporzione tra il raccolto che ci sarebbe da fare e le braccia necessarie per questo raccolto - dovrà forse entrare sempre più nello spirito del comando di Gesù: “Pregate il Padrone della messe...”.
Gesù infatti ha chiesto più volte di pregare, ma pochissime volte, quattro in tutto, con un’intenzione precisa: la preghiera per i nemici (Mt 5,44); la preghiera per non entrare in tentazione nei tempi escatologici (Mt 26,41); la preghiera per Pietro affinché la sua fede non venga meno (Lc 22,32), la preghiera al Signore della messe perché mandi operai nella sua messe (Mt 9,38).
È significativo che tra questi “comandi”, non generali ma “all’imperativo” consegnati ai discepoli, ci sia la richiesta di pregare per l’invio degli operai nella messe.
Qual è dunque il significato profondo, da recuperare ai nostri giorni nella preghiera per le vocazioni della comunità cristiana, di questo “comando autoritativo” che esprime una precisa volontà del Signore?
“Gesù, dopo aver detto queste parole, non conclude dicendo: dunque andate. C’è bisogno, dunque, rimboccate le maniche, muoviamoci... Dice: c’è bisogno, dunque, pregate”.
“Si noti che Gesù non comanda ai discepoli di essere operai di Dio bensì di pregare...”.
“Gesù sembra spostare il problema: non è tanto un problema vostro, è il problema del Padrone della messe, quindi è un problema di Dio. È cosa di Dio. Pregate perché mandi”.
A pensarci bene, alla luce di queste riflessioni, la preghiera per le vocazioni che si eleva dal cuore della comunità cristiana ha forse bisogno di diventare più autentica. Troppo spesso, forse, la nostra preghiera per le vocazioni, mentre da una parte è accoglienza del comando di Gesù, dall’altra è forse più sollecitata da congiunture contingenti e dall’ansia di sopravvivere ad ogni costo.
Rischia cioè di non essere una preghiera essenzialmente mossa dalla fede e dalla motivazione primaria, che Gesù c’insegna nel Padre Nostro, che “venga” il Regno di Dio.
“Ma perché domandare a Dio, supplicarlo per ciò che riguarda innanzitutto lui? Perché chiedere una cosa per lui? Sta qui il grande mistero della preghiera. È certo che Dio, come Gesù, vede le pecore senza pastore, è certo che Dio vede i bisogni della Chiesa, ma Dio vuole che noi domandiamo, supplichiamo, preghiamo, perché ‘noi’ ne abbiamo bisogno. Di questo abbiamo veramente bisogno... Pregare per le vocazioni significa ricordare e confessare che la vocazione è dall’alto, da Dio, per Cristo, nella potenza dello Spirito Santo: Dio è il soggetto che plasma le chiamate e solo lui le può sostenere. Non è il soggetto individuale che sceglie, non è neppure la chiesa che chiama (cioè la risposta ai bisogni della Chiesa) e non sono neppure i bisogni del mondo che suscitano vocazioni. Insomma, Dio è il ‘principio’ della chiamata e ne è il ‘fine’ ma questi due poli si possono tenere insieme solo pregando”.
 
La folla fu presa da stupore - Giovanni Crisostomo, Commento al Vangelo di Matteo 32, l: L’infermità di quest’uomo non era prodotta dalla natura, ma soltanto dal malvagio assalto del demonio. Ecco perché era necessario che fosse condotto a Gesù dai suoi amici: essendo muto, non poteva pregare con la sua voce, e neppure poteva chiedere agli altri che lo portassero dal Signore, dato che il demònio teneva incatenata la sua anima come la lingua. Per questi motivi Gesù lo guarisce subito dal suo male, senza esigere da lui la fede.
E, scacciato il demònio, il muto parlò.
E le turbe, stupefatte, esclamarono: «Non s’è mai vista una cosa simile in Israele».
Queste parole soprattutto colpirono terribilmente i farisei. Con esse il popolo dimostrava di anteporre Gesù a chiunque altro, di stimarlo di più non solo di quanti erano allora vivi, ma anche di quanti erano esistiti in passato. E questa stima derivava non solo dal fatto ch’egli guariva gli ammalati, ma dal fatto che guariva in un istante e con estrema facilità innumerevoli malattie che nessuno mai era riuscito a curare. Ecco perché il popolo si esprimeva in tal modo.
 
 Il Santo del Giorno - 9 Luglio 2024 - Agostino Zhao Rong. Testimonianza capace di convertire - La fede, come il bene, si diffonde da sé attraverso la testimonianza dei credenti, che da sempre affascina e cambia la vita di chi cerca Dio. Così avvenne per sant’Agostino Zhao Rong, primo prete cinese martire. La sua conversione al Vangelo di Cristo avvenne grazie all’esempio di alcuni cristiani perseguitati. Nato a Kweichou nel 1746, nel 1772 come soldato dell’esercito imperiale venne mandato a custodire alcuni cristiani rinchiusi in prigione a causa della loro fede: tra loro c’erano dei sacerdoti che continuavano ad annunciare il Vangelo. Il futuro martire si convertì, venne battezzato e cresimato il 28 agosto, decidendo di prendere il nome del santo ricordato dalla liturgia quel giorno, Agostino. Dopo gli studi teologici venne ordinato prete nel 1781 e mandato in missione in una zona montagnosa. Riconosciuto e identificato, però, venne arrestato e ucciso durante la persecuzione del 1815. È ricordato assieme a 119 altri martiri in Cina le cui cause sono state unificate nel 2000: papa Giovanni Paolo II li ha infatti canonizzati assieme il 1° ottobre dell’anno giubilare. (Avvenire)
 
O Signore, che ci hai nutriti
con i doni della tua carità senza limiti,
fa’ che godiamo i benefici della salvezza
e viviamo sempre in rendimento di grazie.
Per Cristo nostro Signore.
 
 
 
 
 
 
  8 Luglio 2024
 
Lunedì XIV Settimana T. O.
 
Os 2,16.17b-18.21-22; Salmo Responsoriale dal Salmo 144 (145); Mt 9,18-26
 
Colletta
O Padre, che nell’umiliazione del tuo Figlio
hai risollevato l’umanità dalla sua caduta,
dona ai tuoi fedeli una gioia santa,
perché, liberati dalla schiavitù del peccato,
godano della felicità eterna.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
Significato dei miracoli - Catechismo degli Adulti [191]: I miracoli di Gesù sono strettamente collegati alla sua predicazione. È sempre in cammino, infaticabile, per città e villaggi della Galilea, «predicando la buona novella del Regno e curando ogni sorta di malattie e di infermità nel popolo» (Mt 4,23). Affida ai discepoli la stessa duplice missione: «Li mandò ad annunziare il regno di Dio e a guarire gli infermi» (Lc 9,2). Predicazione e miracoli attestano e attuano la nuova venuta salvifica di Dio nella storia. La sua parola converte; la sua parola risana. Il messaggio è centrato sul regno di Dio; i miracoli ne lasciano intravedere la presenza, ne sono i segni trasparenti.
Il loro significato è molteplice. Dio si è fatto vicino in modo nuovo, per vincere il peccato, la malattia, la morte e ogni forma di male, per dare all’uomo la salvezza integrale, spirituale, corporea, sociale e cosmica, ora come in un anticipo e poi alla fine della storia in pienezza, facendo «nuove tutte le cose» (Ap 21,5). Gesù è il Messia, «colui che deve venire» (Mt 11,3). Il popolo, davanti a questi gesti divini è chiamato a credere e convertirsi.
La stessa riluttanza a compiere miracoli, che Gesù manifesta più volte, ha un suo significato. Egli vuole evitare che la gente strumentalizzi Dio ai propri interessi immediati. Per chi non cerca la comunione con Dio, ma unicamente i suoi benefici, il miracolo diventa fuorviante. Gesù esige almeno una fede iniziale, un’apertura al mistero. Alla folla curiosa e avida di prodigi si sottrae volentieri, appena capita l’occasione favorevole.
 
I Lettura: La condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore - Epifanio Callego (Commento della Bibbia Liturgica): Davanti alla prosperità della vita sedentaria, fonte di tutti i mali nell’ottica dei profeti, Osea ricorda i giorni del deserto, quando Israele non conosceva nessuno fuori di Yahveh, e li ricorda come il periodo ideale degli sposalizi divini. Per questo, ora, alla vigilia di nuove nozze, l’immagine del deserto si riempie nuovamente di contenuto. Israele deve andare nel deserto, dimenticare tutti i Baal e i culti cananei, incontrarsi da solo a solo col suo Baal, o Signore, Yahveh, e lì, nella solitudine e nell’intimità, parlare e ascoltare, come fanno due giovani innamorati nell’intimità del cuore: «Come nei giorni della sua giovinezza, come quando uscì dal paese d’Egitto».
«In quel giorno» altrettanto impreciso quanto sicuro, «ti farò mia sposa» è ripetuto tre volte per far notare l’importanza dell’intenzione divina e la solennità dell’atto.
Sposalizio in piena regola, con tutti i crismi giuridici che l’accompagnano, così che non lo chiamerà più mio padrone a «mio Baal», bensì «marito mio».
«Ti farò mia sposa nella giustizia e nel diritto ...». Si allude al prezzo o dote della fidanzata che, in origine, era pagata al padre e ai fratelli della giovane, poiché questa diveniva proprietà dello sposo e, successivamente, era consegnata alla sposa stessa come garanzia per il caso di vedovanza o d’un ingiusto divorzio.
Qui chi paga la dote è Yahveh. E lo fa con cinque regali: giustizia, diritto, benevolenza, amore e fedeltà, che sono l’essenza della felicità e della santità. «Diritto e giustizia» divina verso di lei e verso i popoli che la circondano; «benevolenza» nel trattamento che le riserverà cercando sempre quello che è retto come norma della sua  azione; «amore costante» e non solo affettività o sentimento ma affettività che comporta solidarietà, lealtà, assistenza, e anche misericordia, perché la conosce, gli sono note le sue debolezze umane, e quindi, saprà comprendere e perdonare la sua fragilità innata; e in fine, «fedeltà»: le sarà fedele per sempre o, per dirla con altre parole, sarà un Dio-sposo nel quale si può sempre confidare e del quale ci si può sempre fidare. Non vi fu mai sposa che ricevesse una dote migliore.
«E tu conoscerai il Signore». La versione liturgica è perfetta, perché la conoscenza di cui parla Osea non è la nostra conoscenza puramente intellettuale, ma una dedizione totale dell’uomo che si piega alla volontà di Dio, Per questo, l’ebraico si esprime dicendo che «conoscerà col cuore». Il miglior commento a questa conoscenza di Yahveh sembra di Geremia: «Forse tuo padre non mangiava e beveva? Ma egli praticava il diritto e la giustizia, e tutto andava bene. Egli tutelava la causa del povero e del misero, e tutto andava bene; questo non significa infatti conoscermi? Oracolo del Signore» (Ger 22,15-16).
Così espresse l’amore di Dio il profeta che meglio conobbe l’amore umano.
 
Vangelo
Mia figlia è morta proprio ora; ma vieni ed ella vivrà.
 
C’è sempre gente che è pronta a fare teatro, a drammatizzare ogni evento della vita. Così, mentre il padre crede e spera, i flautisti, parenti, amici e affini sono pronti per la sceneggiata, e chissà come ci saranno rimasti male nel vedere che la bambina in verità “non era morta ma dormiva”. Nella nostra povera vita ci sono eventi incalzanti che non lasciano spazio a soluzioni, se avessimo la fede di quel papà o di quella donna che “aveva perdite da dodici anni”, i lamenti si tramuterebbero in canti di lode, colmi non di strazianti lacrime, ma di gioia. Il Vangelo di Luca della donna che da dodici soffriva di perdite di sangue ci rivela un particolare che è omesso da Matteo: “Mentre Gesù vi si recava, le folle gli si accalcavano attorno. E una donna, che aveva perdite di sangue da dodici anni, la quale, pur avendo speso tutti i suoi beni per i medici, non aveva potuto essere guarita da nessuno” (Lc 8,40-43), pur avendo speso tutti i suoi beni per i medici..., eh sì, quando si spengono tutte le speranze umane non resta che toccare il mantello di Gesù: “gli si avvicinò da dietro, gli toccò il lembo del mantello e immediatamente l’emorragia si arrestò” (Lc 8,44). Un piccolo gesto, ma che molte volte abbiamo paura di compiere perché ostinatamente attaccati alle “soluzioni umane”, che spesso, non solo non guariscono, ma aggrovigliano in modo irreversibile le nostre difficoltà.
 
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 9,18-26
  
In quel tempo, [mentre Gesù parlava,] giunse uno dei capi, gli si prostrò dinanzi e disse: «Mia figlia è morta proprio ora; ma vieni, imponi la tua mano su di lei ed ella vivrà». Gesù si alzò e lo seguì con i suoi discepoli.
Ed ecco, una donna, che aveva perdite di sangue da dodici anni, gli si avvicinò alle spalle e toccò il lembo del suo mantello. Diceva infatti tra sé: «Se riuscirò anche solo a toccare il suo mantello, sarò salvata». Gesù si voltò, la vide e disse: «Coraggio, figlia, la tua fede ti ha salvata». E da quell’istante la donna fu salvata.
Arrivato poi nella casa del capo e veduti i flautisti e la folla in agitazione, Gesù disse: «Andate via! La fanciulla infatti non è morta, ma dorme». E lo deridevano. Ma dopo che la folla fu cacciata via, egli entrò, le prese la mano e la fanciulla si alzò. E questa notizia si diffuse in tutta quella regione.
 
Parola del Signore.
 
Wolfgang Trilling (Vangelo secondo Matteo): In mezzo alla ressa una donna infelice riesce a toccare alle spalle il mantello di Gesù. La sua fede è grande, anche se si manifesta con un gesto che sa di magia. Ma questa fede, questa fiducia semplice e senza parole che si esprime con un toccare appena, viene accolta da Gesù. A differenza di Marco, Matteo fa notare che è la parola di Gesù che opera la guarigione, è la sua volontà e il suo comando e non un effluvio magico che passa nel corpo della donna malata. La sua interpretazione è più spirituale del testo popolare e ingenuo di Marco. Egli vuol prevenire il malinteso che Gesù possa esser visto soltanto come un guaritore, un operatore di meraviglie, dotato di misteriose energie.
È importante constatare che nei Vangeli c’è una forza equilibratrice tra i singoli evangelisti, e solo nella visione d’insieme di tutti i racconti si manifesta la verità piena.
Gesù sottolinea che è stata la fede a guarire la donna; la fede resta il presupposto e il fondamento dell’opera salvifica di Dio nei confronti dell’uomo. Certo, può essere una fede non ancora adulta, terra terra o più spirituale, ma è fede, in cammino, continuamente in via di sviluppo, «di fede in fede» (cf. Rm l,1); da una fede in germe a una fede sempre più profonda e radicalmente vissuta.
 
Il caso si presentava ormai era senza soluzioni: la fanciulla è morta. La casa del capo della sinagoga, che in Marco e Luca è chiamato Giairo, è sprofondata nel dolore: gli strepiti, i pianti dei parenti e delle prèfiche, accrescono la confusione e il chiasso.
Forse per riportare un po’ di calma, Gesù entrando dice ai piagnoni: «Andate via! La fanciulla infatti non è morta, ma dorme». Le parole di Gesù non devono far credere che si tratta di morte apparente, la fanciulla è veramente morta. Gesù non è ancora entrato nella camera dove era stato composto il cadavere della fanciulla, ma per il fatto che aveva già deciso di restituire alla vita la figlia di Giairo, il presente stato della fanciulla è soltanto temporaneo e paragonabile ad un sonno.
Riecheggiano le parole che Gesù dirà quando gli portano la notizia della morte di Lazzaro: «Lazzaro, il nostro amico, s’è addormentato; ma io vado a svegliarlo» (Gv 11,11). Questo linguaggio eufemistico è stato adottato dalla Chiesa che lo ha esteso a tutti coloro che «si addormentano nel Signore» (At 7,60; 13,36; 1Cor 7,39; 11,30), in attesa della risurrezione finale (1Ts 4,13-16; 1Cor 15,20-21.51-52).
Per i brontoloni le parole di Gesù sembrano essere fuori posto: come se Egli avesse voluto irridere il dolore dei genitori, dei parenti e degli amici convenuti in quel luogo di dolore.
La reazione però segnala anche un’ottusa ostilità nei confronti di Gesù e sopra tutto mette in evidenza la mancanza di fede nella sua potenza. È la sorte di tutti i profeti (Lc 4,24). Tanta cecità non lo ferma, per cui dopo aver messo alla porta gli increduli piagnoni, entra dove era la bambina, la prende per mano, il gesto abituale delle guarigioni (Mc 1,13.41; 9,27), e la riporta in vita.
La risurrezione della fanciulla è collocata all’apice di una sequenza di miracoli dall’impatto dirompente: la tempesta sedata (Mt 8,23-27), la liberazione dell’indemoniato geraseno (Mt 8,28-34). La vittoria di Gesù sugli elementi della natura impazziti (Sal 88,10), poi sul potere del maligno, e qui infine sulla morte stessa, mettono in luce la potenza del Figlio di Dio.
Oggi, Gesù, pur sedendo alla destra del Padre (Rom 8,34; Ef 1,20), continua ad essere presente nella sua Chiesa: per questa Presenza, i credenti fruiscono della potenza salvifica del Cristo celata misteriosamente nei sacramenti fino a che arrivino «all’unità della fede e della conoscenza del Figlio di Dio, fino all’uomo perfetto, fino a raggiungere la misura della pienezza di Cristo» (Ef 4,13).
 
Cristo è toccato dalla fede - Ambrogio, Exp. in Luc., 6, 57-59: Cominciò a sperare in un rimedio che potesse salvarla: riconobbe che il tempo era venuto per il fatto che si presentava un medico dal cielo, si levò per andare incontro al Verbo, vide che egli era pressato dalla folla.
Ma non credono coloro che premono intorno, credono quelli che lo toccano. Cristo è toccato dalla fede, è visto dalla fede, non lo tocca il corpo, non lo comprendono gli occhi; infatti non vede colui che non guarda pur avendo gli occhi, non ode colui che non intende ciò che ode, e non tocca colui che non tocca con fede...
Se ora noi consideriamo fin dove giunge la nostra fede e se comprendiamo la grandezza del Figlio di Dio, vediamo che a suo confronto noi non possiamo che toccare la frangia del suo vestito, senza poterne toccare le parti superiori. Se dunque anche noi vogliamo essere guariti, tocchiamo la frangia della tunica di Cristo.
Egli non ignora quelli che toccano la sua frangia, e che lo toccano quando egli è voltato dall’altra parte. Dio non ha bisogno degli occhi per vedere, non ha sensi corporali, ma possiede in se stesso la conoscenza di tutte le cose. Felice dunque chi tocca almeno la parte estrema del Verbo: e chi mai potrebbe riuscire a toccarlo tutto intero?
 
Il Santo del Giorno -  8 Luglio 2024 - Sant’Adriano III, Papa: Della sua vita si sa poco. Il «Liber Pontificalis» ci dice che era romano e che governò la Chiesa solo per un anno dall’884 all’885. Mantenne un atteggiamento conciliante con il patriarca di Costantinopoli Fozio e, invitato da Carlo il Grosso - successore di Carlo Magno - alla Dieta di Worms, morì durante il viaggio. L’imperatore aveva chiamato il pontefice, poiché la sua presenza avrebbe sanzionato l’autorità imperiale dell’erede del Sacro Romano Impero. È sepolto presso il monastero di Nonantola, nel Modenese. (Avvenire)  
 
O Signore, che ci hai nutriti
con i doni della tua carità senza limiti,
fa’ che godiamo i benefici della salvezza
e viviamo sempre in rendimento di grazie.
Per Cristo nostro Signore.
 
 
 
 
 


7 Luglio 2034
 
XIV Domenica T. O.
 
Ez 2,2-5; Salmo Responsoriale Dal Salmo 122 (123); 2 Cor 12,7-10; Mc 6,1-6
 
Colletta
O Padre, fonte della luce,
vinci l’incredulità dei nostri cuori,
perché riconosciamo la tua gloria nell’umiliazione del tuo Figlio,
e nella nostra debolezza
sperimentiamo la potenza della sua risurrezione. 
Egli è Dio, e vive e regna con te.
 
I Lettura: Nel 597 il re babilonese Nabucodonosor aveva assediato Gerusalemme, l’aveva espugnata e aveva operato una prima deportazione di abitanti. Tra i deportati c’è anche Ezechiele, il quale «nell’anno quinto della deportazione del re Ioiachìn» (Ez 1,1-3), mentre si trovava lungo il canale Chebàr, riceve l’investitura di profeta. Il suo ministero profetico si svolge tra mille contestazioni: è arduo far comprendere ai Giudei che la rovina della nazione, che culminerà nel 587 con la distruzione di Gerusalemme e del tempio, era da imputare alla loro apostasia, alla loro durezza di cuore (Cf. Ez 2,3). Cuore duro nel testo di Ezechiele evoca più l’egoismo che la ribellione o la testardaggine. L’espressione «figlio dell’uomo», che nell’ebraico si usa spesso nel senso di «uomo» (Cf. Is 51,12), col tempo diventò un titolo messianico, poi ripreso da Gesù e applicato a se stesso (Cf. Mt 8,20).
 
II Lettura: San Tommaso commentando questo brano paolino, spiega che Dio può permettere talvolta alcuni mali per conseguire beni maggiori: così per evitare la superbia - radice e principio di ogni vizio - consente a volte che i suoi eletti siano umiliati da una malattia, da un qualche difetto, o persino dal peccato mortale, perché «l’uomo così mortificato riconosca che non può reggersi con le sue sole forze. Perciò in Rom 8,28, si afferma: “Del resto, noi sappiamo che tutto concorre al bene di coloro che amano Dio”, non certamente per il loro peccato, ma per i disegni di Dio» (Super Epistulam II ad Corinthios lectura).
 
Vangelo
Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria.
 
È inspiegabile l’incredulità degli abitanti di Nazaret ed è incomprensibile come i suoi paesani facilmente passino dallo stupore e dalla ammirazione all’animosità e all’insulto. Ma questo è il destino di tutti i profeti. Gesù non viene risparmiato da questa prova che si farà ancora più drammatica nel giorno in cui Pilato, nel tentativo di liberarlo, lo presenterà alla folla: in quel giorno, ingrata, dimenticando gli innumerevoli doni ricevuti, si farà serva dell’odio dei farisei (Cf. Mt 27,11-26).
 
Dal Vangelo secondo Marco
Mc 6,1-6
 
In quel tempo, Gesù venne nella sua patria e i suoi discepoli lo seguirono.
Giunto il sabato, si mise a insegnare nella sinagoga. E molti, ascoltando, rimanevano stupiti e dicevano: «Da dove gli vengono queste cose? E che sapienza è quella che gli è stata data? E i prodigi come quelli compiuti dalle sue mani? Non è costui il falegname, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle, non stanno qui da noi?». Ed era per loro motivo di scandalo.
Ma Gesù disse loro: «Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua». E lì non poteva compiere nessun prodigio, ma solo impose le mani a pochi malati e li guarì. E si meravigliava della loro incredulità.
Gesù percorreva i villaggi d’intorno, insegnando.

Parola del Signore.
 
Gesù venne nella sua patria - Marco si riferisce a  Nazaret, una località che non è menzionata né nell’Antico Testamento, né in Giuseppe Flavio, né nel Talmud. È nominata per la prima volta nel Nuovo Testamento come patria di Gesù e dei suoi parenti (Cf. Mt 2,23; Mc 1,9; 6,3; Lc 2,51).
Il racconto della visita di Gesù a Nazaret lo si trova anche in Matteo e in Luca. Quest’ultimo, a differenza dei primi due, ha elaborato un racconto eccessivamente sovraccarico.
Molti, ascoltando, rimanevano stupiti: quello che dicono o pensano i molti è una sintesi del ministero di Gesù: predicazione e miracoli. Ma lo stupore nasce dal fatto che sono note le origini di Gesù: praticamente si erano fermati alla “carne” (Cf. 2Cor 5,16) ed è naturale che questa “conoscenza carnale” generasse nella loro mente una cascata di domande.
Per i nazaretani Gesù è un tekton: un mestiere che comportava l’abilità professionale di svolgere simultaneamente la professione di falegname, di fabbro e di muratore.
Figlio di Maria: questa espressione contraria l’uso ebraico, che identifica un uomo in rapporto a suo padre. L’uso improprio, forse, vuole mettere in risalto la fede dell’evangelista Marco e della sua comunità, secondo cui il Padre di Gesù è Dio (Cf. Mc 1,1.11; 8,38; 13,32; 14,36).
Se è vero che Paolo e tutti e quattro gli evangelisti parlano dei fratelli e delle sorelle del Signore, è anche vero che gli autori sacri parlano solo e sempre di fratelli di Gesù, mai di figli di Maria. Solo Gesù è detto figlio di Maria (Mc 6,3) e Maria è detta solo e sempre madre di Gesù, e non di altri (Cf. Gv 2,1; 19,25; At 1,14).
I Vangeli ci hanno tramandato i nomi dei cosiddetti fratelli di Gesù che sono: Giacomo, Giuseppe (o Joses), Giuda (non Giuda Iscariota, il traditore) e Simone (Cf. Mt 13,56; Mc 6,3). Gli stessi Vangeli però ci informano anche di chi erano figli (Cf. Mt 27,55-56; Mc 15,40-41; ecc.) per cui senza ombra di dubbio possiamo affermare che essi non sono figli di Maria, la madre di Gesù, ma suoi nipoti, figli d’una sorella ben menzionata da Giovanni (Cf. Gv 19,25). Oltretutto, si conosce la scarsità di termini ebraici indicanti i vari gradi di parentela: fratello e sorella potevano indicare anche parenti di secondo grado. Anche la Settanta (traduzione greca della Bibbia) adopera il termine greco adelfos per tradurre il termine ebraico ah, anche quando si tratta in modo palese di cugini o anche di parenti (Cf. Gen 13,8; 1Cr 23,21; ecc.).
Il rifiuto di Gesù come profeta, ha un logorante crescendo: ad iniziare sono i parenti, poi i compaesani e infine i Giudei.
La meraviglia di Gesù «denota il suo stupore per l’incredulità dei paesani; una cosa sorprendente e inaspettata per lui. Marco non ha preoccupazioni teologiche circa la prescienza divina di Gesù, ma ce lo presenta nella sua realtà storica. Questi non poté compiere miracoli, perché i nazaretani non si aprirono con fede alla missione affidatagli dal Padre: l’onnipotenza di Dio risulta condizionata dall’incredulità dell’uomo: “Come la sua potenza è la nostra salvezza, così la nostra incredulità è la sua impotenza” [Gnilka]» (Angelico Poppi).
Nonostante questo insuccesso, Gesù continua a percorre «i villaggi d’intorno insegnando»: monito ed esempio per quei i credenti pronti a scoraggiarsi anche per il più piccolo disagio.
 
I fratelli di Gesù a Nazaret (Mc 6,3): Attenendoci alla terminologia utilizzata dall’evangelista Giovanni, da Luca negli Atti e dall’apostolo Paolo, si può dimostrare che per questi autori e, di conseguenza, per la Chiesa primitiva, i fratelli di Gesù erano uomini che lo aiutavano nella sua opera di predicazione.
Non è costui il falegname, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone?, qui  «Marco non dice che questi quattro uomini erano fratelli di Gesù, bensì che Gesù era fratello di questi quattro uomini. Nei brani studiati fino a questo punto abbiamo detto che tali uomini erano fratelli-discepoli di Gesù, uomini che lo aiutavano nella sua opera di predicazione. Ma ciò non è possibile nel greco di Marco, poiché, attribuendo lo stesso significato alla parola “fratello”, saremmo costretti a dire Gesù era un loro fratello-discepolo. L’unico modo per evitare questo sproposito sarebbe riconoscere che il termine “fratello” qui indichi un legame di parentela stretto o lontano: figlio degli stessi genitori o parente più o meno vicino di uomini. Ma prima di tutto citiamo questo brano evangelico che, secondo la traduzione corrente, dice così: Non è costui il carpentiere, figlio di Maria, e il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle non vivono qui tra noi?
Fortunatamente, un primo e valido aiuto per dare al termine “fratello” usato da Marco lo stesso significato dei testi precedentemente studiati ci viene dal parallelo con Matteo. Quest’ultimo dice così: Non è egli forse il figlio del carpentiere? Sua madre non si chiama Maria e i suoi fratelli Giacomo, Giuseppe, Simone e Giuda? E le sue sorelle non sono tutte fra noi? (Mt 13,55s.).
Nella maggior parte dei casi, quando Matteo offre un testo in una buona redazione greca e con un significato simile al brano parallelo di Marco, che si distingue per durezza di redazione o significato, è chiaro che l’unico scopo perseguito da Matteo è quello di migliorare la presentazione letteraria del testo da lui utilizzato come fonte. In questo caso, invece, possiamo affermare che la sua elaborazione del testo di Marco obbedisce al desiderio di far chiarezza sul significato della parola “fratello”, che nel testo di Marco era travisato. Infatti, possiamo benissimo leggere il testo di Matteo attribuendo al termine “fratello” lo stesso significato che abbiamo dimostrato in Giovanni, Luca e Paolo. Da un punto di vista grammaticale o redazionale, non possiamo obiettare nulla al greco di Marco. Per contro, la discordanza che abbiamo segnalato rispetto al significato, a nostro giudizio costituisce un motivo sufficiente per sospettare che ciò sia dovuto a una lettura svogliata dell’aramaico.
A nostro parere, il sostantivo “fratello”, che Marco scrive al singolare in forma indeterminata, è un singolare collettivo, un tipo di singolare abbastanza frequente in ebraico e aramaico. Senza soffermarci su ulteriori spiegazioni, offriamo la traduzione dell’originale aramaico ricostruito, in cui la difficoltà segnalata scompare definitivamente: Non è costui il carpentiere, il figlio di Maria, e (non sono) fratelli-discepoli quelli che ha fatto andare dietro [a se stesso] Ya’aqob (= Giacomo), Giuseppe, Simone e Giuda? E le sue sorelle-discepole non stanno qui, con noi?
L’originale aramaico di Marco diceva le stesse cose che abbiamo visto nel vangelo di Matteo, espresse in un greco migliore. Ancora una volta vengono denominati “fratelli” e “sorelle” di Gesù coloro che lo seguono, cioè i suoi discepoli. Persone che in un modo o nell’altro collaborano con lui nel suo ministero di predicazione» (JOSÉ MIGUEL GARCÍA, La vita di Gesù nel testo aramaico dei Vangeli, BUR).
 
Figlio dell’uomo, io ti mando agli Israeliti, a un popolo di ribelli - Queste parole di Dio, rivolte al profeta Ezechiele, sono gravide di tristezza e portano il peso di una profonda delusione: un popolo amato, prediletto, preferito tra innumerevoli nazioni, eppure... testardo, ribelle, di dura cervice, perfido e sleale fin dal seno materno (Cf. Is 48,8), pronto a vendere la primogenitura per un piatto di lenticchie (Cf. Gen 25,34), gente peccatrice, popolo carico di iniquità, scellerati, figli ribelli e corrotti (Cf. Is 1,2-5): in una parola, «figli testardi e dal cuore indurito» (Ez 2,4).
«Nella Bibbia [e poi nel Vangelo] la “durezza di cuore” è detta sklerokardia o semplicemente sklèrosis e produce nello spirito gli stessi effetti che la sclerosi produce nell’organismo. Il sangue non scorre più con facilità nelle vene indurite e ormai chiuse al suo flusso. È un grave sintomo per la salute dell’uomo. Così è la durezza di cuore o sklerokardia: la Parola di Dio non è più accolta dall’uomo, non riesce più a fluire nella sua vita e pian piano cessa di pulsare e di guidare l’esistenza. È la morte spirituale dell’uomo, è il fallimento totale della sua persona» (Don Primo Gironi).
Ezechiele sa che la sua parola sarà rifiutata, ma sa anche che, al di là del successo o dell’insuccesso, la sua missione raggiungerà l’obiettivo perché ad operare è il Signore e i destinatari del messaggio non potranno restare indifferenti in eterno: prima o poi, dovranno assumere le loro responsabilità di fronte al messaggio del profeta che è stato inviato loro (Cf. Ez 2,5).
Anche il Nuovo Testamento registra le prove, a volte crudeli, a cui furono assoggettati molti profeti: «Altri, infine, subirono scherni e flagelli, catene e prigionia. Furono lapidati, torturati, tagliati in due, furono uccisi di spada, andarono in giro coperti di pelli di pecora e di capra, bisognosi, tribolati, maltrattati ..., vaganti per il deserto, sui monti...» (Eb 11,36-37; Cf. Ger 20,2; 37,15ss).
Gesù Cristo subirà la stessa sorte: «Venne fra i suoi e i suoi non l’hanno accolto... Allora (Pilato) rimise in libertà per loro Barabba e, dopo aver fatto flagellare Gesù, lo consegnò perché fosse crocifisso» (Gv 1,11; Mt 27,26).
Il profeta è perseguitato perché è una voce fuori dal coro; è inviso «perché la sua vita non è come quella degli altri» (Sap 2,15). Non è ascoltato perché «del tutto diverse sono le sue strade» (Sap 2,15). È di imbarazzo (Cf. Sap 2,11) perché di fronte ai legami parentali e di paese, di fronte alla mentalità e al parere comune, al conformismo e alle formalità, al ‘così si fa perché lo fanno tutti’, ha il coraggio di rimproverare le trasgressioni della legge di Dio (Cf. Sap 2,12). Dà fastidio perché dinanzi all’ipocrisia del ‘altrimenti chissà cosa pensa la gente’ e al ‘così si è sempre fatto’ è portatore della Parola di Dio che non ammette deroghe o accomodamenti.
Il profeta non è una mummia irrancidita dentro le sue verità scontate. È un uomo venduto all’amore di Dio e da questo legame trae speranze per l’uomo.
Il profeta, in quanto possiede «la conoscenza di Dio» (Sap 2,13), sa incoraggiare chi ama la verità e la giustizia; chi ama osare al di là di ogni andazzo umano. Il profeta è un uomo che fa sognare: perché in Cristo «le cose vecchie sono passate e ne sono nate di nuove» (1Cor 5,17).
Il profeta, come Gesù, è un uomo concreto, con i piedi ben piantati alla terra; sa partire sempre dalle necessità e dai bisogni reali della gente, perché non fa filosofia (Cf. Gc 2,14-17).
Il profeta, in quanto è un uomo concreto, riesce a cambiare le norme, le consuetudini e ribaltare le regole; riesce a vincere le tradizioni che ammuffiscono l’uomo e le abitudini che spengono lo spirito e paralizzano ogni iniziativa.
Il profeta è l’uomo di Dio che urla l’amore del suo Signore abbandonato dal popolo. Ma grida a squarciagola anche la misericordia infinita di Dio.
Anche se l’amore non è corrisposto, l’unica rivincita del Signore Dio sarà quella di continuare ad amare il suo popolo, nonostante le loro infedeltà: gli Israeliti quanto «al vangelo, sono nemici, per vostro vantaggio; ma quanto alla elezione, sono amati, a causa dei padri, perché i doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili!» (Rom 11,1ss).
Questa è la misericordia di Dio e il suo amore infinito: anche i ribelli abiteranno presso il Signore Dio (Cf. Sal 68 [67],19).
Nella «pienezza del tempo» (Gal 4,4), la presenza di Gesù, profeta del Padre, uomo tra uomini, è il segno inequivocabile della fedeltà e dell’amore di Dio. In Cristo Gesù l’amore del Padre ha raggiunto il «vertice più alto. E questo non solo perché Cristo è il dono più prezioso dell’amore del Padre, ma anche perché in lui il rifiuto e la “durezza” di cuore degli uomini raggiungeranno il punto più alto di drammaticità e di sofferenza. Amore e infedeltà purtroppo, si inseguono e si commisurano a vicenda» (Settimio Cipriani).
 
Tommaso d ‘Aquino (Super ev. Matth., X, 834): E si meravigliava per la loro incredulità … non perché fosse inopinata e improvvisa per Colui che conosce tutte le cose prima che avvengano, ma perché si vuole mostrare meravigliato davanti agli uomini, Lui che conosce i segreti dei cuori, per far capire cosa veramente deve destare stupore: la cecità dei giudei, che non avevano voluto credere ai loro profeti quando annunciavano il Cristo, né vollero credere a Gesù Cristo stesso, nato tra loro.
 
Il Santo del Giorno - 7 Luglio 2024 - Sant’Antonio Fantosati, Martire:  Antonio nasce a Trevi (Pg) il 16 ottobre 1842. A 16 anni veste l’abito religioso francescano nel convento della Spineta a Todi, cambiando il nome in fra Antonino. Viene ordinato sacerdote nel 1865. Nel 1867 decide di partire missionario per la Cina, aggregandosi a Marsiglia ad altri otto francescani, fra cui padre Elia Facchini, che morirà martire due giorni dopo di lui, e un folto gruppo di Suore Canossiane. Giunge così ad Uccian capitale del Hu-pè e residenza principale della Missione. Qui deve vestire abiti cinesi e prendere il nome in lingua locale di Fan-hoae-te. Nel 1868 arriva nell’Alto Hu-pè, meta del suo campo apostolico che gli è stato assegnato, dove rimane per sette anni. Nel 1878 viene nominato amministratore apostolico dell’Alto Hu-pè e nel 1889 vicario apostolico dell’Hu-nan Meridionale. Durante la sua attività pastorale viene sottoposto a vari giudizi con accuse fatte da pagani interessati e contrari al cristianesimo. I suoi ultimi anni sono segnati dalle persecuzioni. Il 7 luglio 1900 viene ucciso brutalmente dalla folla aizzata dai «boxers». (Avvenire)
 
O Signore, che ci hai nutriti
con i doni della tua carità senza limiti,
fa’ che godiamo i benefici della salvezza
e viviamo sempre in rendimento di grazie.
Per Cristo nostro Signore.
 
 6 Luglio 2024
 
Sabato della XIII Settimana del Tempo Ordinario
 
Am 9,11-11; Salmo responsoriale dal Salmo 84 (85); Mt 9,14-17
 
Colletta
O Dio, che ci hai reso figli della luce
con il tuo Spirito di adozione,
fa’ che non ricadiamo nelle tenebre dell’errore,
ma restiamo sempre luminosi
nello splendore della verità.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
Le immagini della Chiesa: Lumen gentium 6: La Chiesa è detta edificio di Dio (cfr. 1 Cor 3,9). Il Signore stesso si paragonò alla pietra che i costruttori hanno rigettata, ma che è divenuta la pietra angolare (Mt 21,42 par.). Sopra quel fondamento la Chiesa è costruita dagli apostoli (cfr. 1 Cor 3,11) e da esso riceve stabilità e coesione. Questo edificio viene chiamato in varie maniere: casa di Dio (cfr. 1 Tm 3,15), nella quale cioè abita la sua famiglia, la dimora di Dio nello Spirito (cfr. Ef 2,19-22), la dimora di Dio con gli uomini (cfr. Ap 21,3), e soprattutto tempio santo, il quale, rappresentato dai santuari di pietra, è l’oggetto della lode dei santi Padri ed è paragonato a giusto titolo dalla liturgia alla città santa, la nuova Gerusalemme. In essa infatti quali pietre viventi veniamo a formare su questa terra un tempio spirituale (cfr. 1 Pt 2,5). E questa città santa Giovanni la contempla mentre, nel momento in cui si rinnoverà il mondo, scende dal cielo, da presso Dio, « acconciata come sposa adornatasi per il suo sposo » (Ap 21,1s).
La Chiesa, chiamata « Gerusalemme celeste » e « madre nostra » (Gal 4,26; cfr. Ap 12,17), viene pure descritta come l’immacolata sposa dell’Agnello immacolato (cfr. Ap 19,7; 21,2 e 9; 22,17), sposa che Cristo « ha amato.. . e per essa ha dato se stesso, al fine di santificarla » (Ef 5,26), che si è associata con patto indissolubile ed incessantemente « nutre e cura » (Ef 5,29), che dopo averla purificata, volle a sé congiunta e soggetta nell’amore e nella fedeltà (cfr. Ef 5,24), e che, infine, ha riempito per sempre di grazie celesti, onde potessimo capire la carità di Dio e di Cristo verso di noi, carità che sorpassa ogni conoscenza (cfr. Ef 3,19). Ma mentre la Chiesa compie su questa terra il suo pellegrinaggio lontana dal Signore (cfr. 2 Cor 5,6), è come un esule, e cerca e pensa alle cose di lassù, dove Cristo siede alla destra di Dio, dove la vita della Chiesa è nascosta con Cristo in Dio, fino a che col suo sposo comparirà rivestita di gloria (cfr. Col 3,1-4).
 
I Lettura: Parole di speranza - Epifanio Callego (Commento della Bibbia Liturgica): Dopo tante denunzie, tanti oracoli minacciosi, tante predizioni dure e amare, il libro di Amos non si poteva chiudere senza qualche parola d’incoraggiamento e di speranza, senza un ideale con prospettive di futuro. È la speranza messianica d’un Israele ideale in «quel giorno» prefissato negli eterni disegni di Dio.
Gli esegeti non sanno precisare se questo oracolo messianico pieno di speranza sia di Amos sia di qualcuno dei suoi discepoli che vide la rovina di Gerusalemme nell’anno 587. Le stesse ragioni di contenuto, di stile e di vocabolario conducono all’una e all’altra conclusione. Fino a che non avremo altri elementi di giudizio ci basti, come credenti, sapere che abbiamo davanti a noi un oracolo profetico, quale che sia l’uomo che l’ha scritto e il tempo in cui l’ha scritto.
Comunque, sia come previsione o come avvenimento già passato, il profeta contempla la casa di Davide trasformata in una capanna screpolata e caduta, in un mucchio di rovine. Ma Dio la «rialzerà», in perfetta armonia con tanti oracoli di restaurazione davidica.
E questo risorgimento sarà espresso con le plastiche immagini di dominio della casa di Davide su tutte le nazioni, fra le quali si trova Edom, per la sua proverbiale inimicizia nei riguardi di Davide, profeticamente riflessa nell’inimicizia dei due fratelli Esaù-Edorn e Giacobbe-Israele (Gen 27,30-41). Edom era l’Idumea dei tempi di Gesù, la zona nordica della penisola del Sinai, con capitale Bersabea.
L’ultima parte della lettura del libro di Amos rappresenta la classica immagine del tempo messianico, dipinto con tutti i caratteri di felicità idilliaca e paradisiaca. Era il linguaggio più appropriato, l’unico che potevano comprendere quelle menti giudaiche, avvezze a occuparsi della terra.
È un insieme di benedizioni in contrappunto con le maledizioni di 5,11, un insegnamento implicito per dire come il lavoro dell’uomo divenga fecondo sotto la benedizione di Dio. È un anello in più nella catena di profezie di restaurazione messianica, col loro duplice elemento di restaurazione della dinastia davidica e di proverbiale sovrabbondanza di beni temporali. Di fronte ai veri valori che ci sono stati rivelati nell’era messianica da essi sognata, le loro vive descrizioni sono rimaste sfumate come nebbiolina mattutina davanti al meriggio del vero Sole di giustizia.
 
Vangelo
Possono forse gli invitati a nozze essere in lutto finché lo sposo è con loro?
 
La discussione tra Gesù e i discepoli di Giovanni Battista “riguarda il digiuno privato intrapreso come atto di pietà personale, non il digiuno solenne del Giorno dell’Espiazione (vedi Lv 16,31-34) né i digiuni pubblici proclamati in tempi di emergenza nazionale. Gesù è accusato di non aver istruito i suoi discepoli a osservare un regime che comprendesse il digiuno religioso in tempi stabiliti.
Nel racconto di Matteo quelli che sollevano la questione sono i discepoli dell’ascetico Giovanni il Battista. Si sa di altri Giudei che digiunavano regolarmente al lunedì e al giovedì (vedi Didaché 8,1). Sembra inoltre che dopo la morte di Gesù anche i primi cristiani abbiano adottato un’analoga pratica del digiuno. La soluzione cristiana a questo dilemma era che il ministero pubblico di Gesù costituiva un periodo speciale - il tempo della presenza dello sposo - che perciò il digiuno era fuori luogo. Ma dopo la morte di Gesù, il digiuno diventava ancora una pratica accettabile per i giudeo-cristiani” (Daniel J. Harrington, Il Vangelo di Matteo).
 
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 9,14-17
 
In quel tempo, si avvicinarono a Gesù i discepoli di Giovanni e gli dissero: «Perché noi e i farisei digiuniamo molte volte, mentre i tuoi discepoli non digiunano?».
E Gesù disse loro: «Possono forse gli invitati a nozze essere in lutto finché lo sposo è con loro? Ma verranno giorni quando lo sposo sarà loro tolto, e allora digiuneranno.
Nessuno mette un pezzo di stoffa grezza su un vestito vecchio, perché il rattoppo porta via qualcosa dal vestito e lo strappo diventa peggiore. Né si versa vino nuovo in otri vecchi, altrimenti si spaccano gli otri e il vino si spande e gli otri vanno perduti. Ma si versa vino nuovo in otri nuovi, e così l’uno e gli altri si conservano».
 
Parola del Signore.
 
Claude Tassin (Vangelo di Matteo): Conosciuta anche da Marco e da Luca, questa scena si divide in due parti: la prima è una breve discussione tra Gesù e i discepoli di Giovanni il Battista (vv. 14-15); la seconda (vv. 16-17) prolunga la disputa con due detti proverbiali.
I versetti 14-15 hanno una doppia portata: infatti sono i discepoli che si vedono provocare sul problema del digiuno. E, per Matteo, questi «discepoli» sono allo stesso tempo i membri delle Chiese degli anni 80 e il gruppo che circondava Gesù verso la fine degli anni 20. Ora la risposta che il vangelo attribuisce a Gesù gioca sui due fattori. Il gruppo guidato da Gesù non digiunava, segnalandosi piuttosto grazie a un’allegra comunità di tavolata, segno della venuta del regno. Esso si distingueva così dalla pietà dei farisei e dall’austerità dei battisti, al punto che qualcuno tacciava Gesù di «mangione» e «beone» (Mt 11,19).
Ma, come ha mostrato il discorso della montagna (cfr. 6,16-18), i cristiani tornarono alla pratica del digiuno che Mt 9,15b giustifica così: i discepoli vivono attualmente nella struggente attesa dello sposo scomparso. Ciò nonostante, le Chiese degli anni 80 non erano certo considerate come modelli nel digiuno. Così, i farisei e gli adepti dei movimenti battisti avevano buon gioco a criticare l’inferiorità dei cristiani in materia.
Nel contesto di questa sezione, l’accento batte sul motivo addotto da Gesù per sottolineare l’inopportunità del digiuno: egli è lo sposo e i discepoli sono gli invitati alle nozze. L’Antico Testamento presenta Dio più volte come lo sposo di Israele (cfr. Os 2,16-22; Is 54,5-7), in genere nelle promesse relative al futuro. I primi cristiani hanno amato prolungare quest’immagine con quella dell’unione nuziale tra il Cristo e la sua Chiesa (cfr. 2Cor 11,2; Ap 21,9-10).
Insomma, il tanto desiderato tempo delle nozze sta per giungere: non si tratta più di intorpidirsi su pratiche co­
me il digiuno, ma di adattare il proprio cuore alla mutata situazione.
Le due metafore complementari (vv. 16-17) accentuano l’idea che il nuovo va d’accordo solo col nuovo; occorre rinnovare se stessi per essere all’altezza dell’avvenimento.
Le immagini del vestito e del vino nuovo torneranno (cfr. Mt 22,11; 26,29). Per ora, questa controversia serve per illuminar in anticipo tre racconti che sottolineano la novità delle opere del Cristo.
 
Il digiuno di Gesù e della comunità cristiana - Roberto Tufariello e Giuseppe Barbaglio (Schede Bibliche Pastorali - Vol. II): Gesù ha iniziato la sua vita pubblica con un digiuno simile a quello di Mosè ed Elia: quaranta giorni e quaranta notti nel deserto (Mt 4,1-2 e Lc 4,1-2). Egli si prepara così al suo ministero tra gli uomini e al compimento del mistero pasquale, e lo fa in un contesto di tentazione, ci dicono i due evangelisti. La lotta contro satana e l’ascesi del digiuno sono pertanto strettamente uniti.
Egli però non ha imposto ai suoi discepoli la pratica di settimanali digiuni propri dei discepoli del Battista e dei farisei. Ecco il motivo: la sua presenza nel mondo deve essere salutata dalla gioia, non da espressioni di tristezza. Si fa forse digiuno il giorno delle nozze? Ora, come messia tra gli uomini egli chiama a gioia e a far festa. In breve, digiunare sarebbe un controsenso. La storia ha avuto con lui una svolta epocale, non si può dunque stare legati alle pratiche rituali del passato. Tutto è nuovo! Ecco le sue parole trasmesse dal vangelo di Marco: «Possono dunque digiunare gli invitati a nozze quando lo sposo è con loro? Finché hanno lo sposo con loro, non possono digiunare... Nessuno cuce una toppa di panno grezzo su un vestito vecchio; altri menti il rattoppo nuovo strappa il vecchio e si forma uno strappo peggiore. E nessuno versa vino nuovo in otri vecchi, altrimenti il vino spaccherà gli otri e si perdono vino e otri, ma vino nuovo in otri nuovi» (2,19-22; cf. parr.). In breve, Gesù è lo sposo venuto a stabilire tra Dio e gli uomini la nuova alleanza (cf. Gv 3,29). Il digiuno è piuttosto segno della sua assenza, e diventa impossibile in sua presenza.
In modo analogo Gesù si rapporta al Battista. Questi era un asceta che non toccava pane e non beveva vino. Al contrario Gesù faceva vita comune allegra, a tal punto da essere qualificato, in opposizione a Giovanni, un mangione e un beone (Lc 7,33-34).
Ma dopo la morte di Cristo, la comunità cristiana palestinese riprende a vivere secondo lo stile di vita giudaico e a far sua la pratica ascetica del digiuno, motivandola con l’osservazione che Gesù è assente, essendosene andato alla casa del Padre. Il detto del Maestro sullo sposo dunque è riportato con una precisazione: «Ma verranno giorni in cui sarà loro (discepoli) tolto lo sposo e allora digiuneranno» (Mc 2,20).
Da parte sua, la comunità di Matteo legata alle tradizioni giudaiche di stretta osservanza, ha trasmesso un insegnamento di Gesù circa la pratica del digiuno: «E quando digiunate, non assumete aria malinconica come gli ipocriti, che si sfigurano la faccia per far vedere agli uomini che digiunano. In verità vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Tu, invece, quando digiuni, profumati la testa e lavati il volto, perché la gente non veda che tu digiuni, ma solo tuo Padre che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà» (Mt 6,16-18). Nessuna strumentalizzazione del digiuno, espressione di un rapporto sincero con Dio.
 
Perché i tuoi discepoli non digiunano? Giovanni Crisostomo, Commento al Vangelo di Matteo 30, 4: Verrà tempo in cui sarà loro tolto lo sposo e allora digiuneranno. Il Signore fa loro intendere che se i suoi discepoli non digiunano non è per intemperanza, ma per un’ammirabile disposizione, e insieme anticipa l’annuncio della sua passione; da una parte ammaestra i discepoli alle dispute con gli avversari e dall’altra li esercita alla meditazione di eventi apparentemente tristi. Sarebbe stato troppo duro e insopportabile rivolgere loro direttamente questo annuncio: e difatti, quando fu loro rivolto in seguito, li turbò estremamente. Ora, sentendone parlare in un discorso indirizzato ad altri, l’impressione che ne ricevono è meno forte.
E poiché verosimilmente i discepoli di Giovanni si gloriavano della dolorosa situazione in cui si trovava il loro maestro, il Signore reprime anche questo loro orgoglio. Ora, comunque, non fa alcun ceno alla sua risurrezione: non era ancora il momento opportuno. Perché se la morte era conforme alla natura per chi era considerato uomo, la risurrezione era un fatto al di sopra della natura umana.
 
Santo del giorno - 6 Luglio 2024 - Santa Maria Goretti, Vergine e Martire: Nacque a Corinaldo (Ancona) il 16 ottobre 1890, figlia dei contadini Luigi Goretti e Assunta Carlini, Maria era la seconda di sei figli. I Goretti si trasferirono presto nell’Agro Pontino. Nel 1900 suo padre morì, la madre dovette iniziare a lavorare e lasciò a Maria l’incarico di badare alla casa e ai suoi fratelli. A undici anni Maria fece la Prima Comunione e maturò il proposito di morire prima di commettere dei peccati. Alessandro Serenelli, un giovane di 18 anni, s’innamorò di Maria. Il 5 luglio del 1902 la aggredì e tentò di violentarla. Alle sue resistenze la uccise accoltellandola. Maria morì dopo un’operazione, il giorno successivo, e prima di spirare perdonò Serenelli.
L’assassino fu condannato a 30 anni di prigione. Si pentì e si convertì solo dopo aver sognato Maria che gli diceva avrebbe raggiunto il Paradiso. Quando fu scarcerato dopo 27 anni chiese perdono alla madre di Maria.
Maria Goretti fu proclamata santa nel 1950 da Pio XII. (Avvenire)
 
Il santo sacrificio che abbiamo offerto e ricevuto, o Signore,
sia per noi principio di vita nuova,
perché, uniti a te nell’amore,
portiamo frutti che rimangano per sempre.
Per Cristo nostro Signore.