5 Febbraio 2023
 
V Domenica T. O.
 
Is 58, 7-10; Salmo Responsoriale Dal Salmo 111 (112); 1Cor 2,1-5; Mt 5,13-16

Colletta

O Dio, che fai risplendere la tua gloria
nelle opere di giustizia e di carità,
dona alla tua Chiesa di essere
luce del mondo e sale della terra,
per testimoniare con la vita
la potenza di Cristo crocifisso e risorto.
Egli è Dio, e vive e regna con te.
 
Voi siete il sale della terra... Voi siete la luce del mondo: Benedetto XVI (Angelus, 6 Febbraio 2011): Nel Vangelo di questa domenica il Signore Gesù dice ai suoi discepoli: “Voi siete il sale della terra … Voi siete la luce del mondo” (Mt 5,13.14).
Mediante queste immagini ricche di significato, Egli vuole trasmettere ad essi il senso della loro missione e della loro testimonianza. Il sale, nella cultura mediorientale, evoca diversi valori quali l’alleanza, la solidarietà, la vita e la sapienza. La luce è la prima opera di Dio Creatore ed è fonte della vita; la stessa Parola di Dio è paragonata alla luce, come proclama il salmista: “Lampada per i miei passi è la tua parola, luce sul mio cammino” (Sal 119,105). E sempre nella Liturgia odierna il profeta Isaia dice: “Se aprirai il tuo cuore all’affamato, se sazierai l’afflitto di cuore, allora brillerà fra le tenebre la tua luce, la tua tenebra sarà come il meriggio” (58,10). La sapienza riassume in sé gli effetti benefici del sale e della luce: infatti, i discepoli del Signore sono chiamati a donare nuovo “sapore” al mondo, e a preservarlo dalla corruzione, con la sapienza di Dio, che risplende pienamente sul volto del Figlio, perché Egli è la “luce vera che illumina ogni uomo” (Gv 1,9). Uniti a Lui, i cristiani possono diffondere in mezzo alle tenebre dell’indifferenza e dell’egoismo la luce dell’amore di Dio, vera sapienza che dona significato all’esistenza e all’agire degli uomini.
 
I Lettura: Il profeta Isaia spazza via ogni falsa interpretazione del culto da prestare a Dio. Esso non è la somma asfissiante di cerimonie, ma l’esercizio concreto della carità e della misericordia verso i fratelli più bisognosi. Il culto è sincero se rende il fedele attento alla presenza dell’altro, altrimenti è sterile ritualismo. Lo stesso insegnamento è presente nel Nuovo Testamento. Quando verrà Cristo a giudicare i vivi e i morti, il giudizio verterà appunto sulla carità: “Venite [...] ricevete in eredità il regno preparato per voi [...]. Perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi” (Mt 25,34-36).
 
II Lettura: San Paolo ad Atene aveva preparato un discorso condito con tanta sapienza umana ed era stato fischiato. Ora si presenta ai cristiani di Corinto «in debolezza e con molto timore e trepidazione» e la sua parola e il suo messaggio «non si basarono su discorsi persuasivi di sapienza». Effettivamente «l’apostolo non si presentò ai corinzi come un filosofo, ma fu onesto nel dichiarare la natura della sua mercanzia alla dogana della coscienza umana: “Quando venni tra voi, non mi presentai ad annunziarvi la testimonianza di Dio con sublimità di parola e di sapienza. Io ritenni infatti di non sapere altro in mezzo a voi se non Gesù Cristo, e questi crocifisso”» (Commento della Bibbia liturgica). Quella onestà appunto che oggi manca a tanti sedicenti predicatori.
 
Vangelo
Voi siete la luce del mondo.  
 
«Questi versetti sono un richiamo alla missione apostolica di cui ogni cristiano è investito per il fatto di essere tale. Ciascun cristiano è tenuto a lottare per la santificazione personale, ma anche per la santificazione degli altri. È Gesù a insegnarcelo con le analogie del sale e della luce. Come il sale preserva gli alimenti dalla corruzione, dà loro sapore, li rende gradevoli e si dissolve mescolandosi a essi, così il cristiano deve svolgere quelle medesime funzioni tra i propri simili» (La Bibbia di Navarra).

Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 5,13-16

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Voi siete il sale della terra; ma se il sale perde il sapore, con che cosa lo si renderà salato? A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dalla gente.
Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città che sta sopra un monte, né si accende una lampada per metterla sotto il moggio, ma sul candelabro, e così fa luce a tutti quelli che sono nella casa. Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli».
 
Parola del Signore
 
Un passo sorprendente di Matteo - Emanuela Ghini e Giuseppe Baraglioa (Luce in Schede Bibliche Pastorali - Vol. V): «Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città collocata sopra un monte, né si accende una lucerna per metterla sotto il moggio, ma sopra il lucerniere perché faccia luce a tutti quelli che sono nella casa. Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al vostro Padre che è nei cieli» (5,14-16). L’abitudine dell’ascolto di queste parole del1’evangelista non deve spegnere in noi la sorpresa per tale dichiarazione: «Voi siete la luce del rnondo». Nel IV vangelo ciò è detto di Cristo e di lui solo. Matteo non si fa scrupolo alcuno di applicare alla comunità dei discepoli quanto Giovanni attribuisce peculiarmente a Cristo. In realtà, il primo evangelista ha rielaborato in modo originalissimo due piccole parabole di Gesù, sul sale e sulla lucerna (cf. Mc 9,50 e 4,21), per evidenziare il rapporto chiesa-mondo che gli doveva stare a cuore. A suo giudizio, la comunità cristiana è la luce che illumina l’umanità. Non si tratta però propriamente di una definizione di essenza, bensì di una specificazione di ruolo o di funzione o, ancor meglio, di missione. I credenti in Cristo di tutti i tempi, raffigurati nel primo vangelo dai discepoli storici di Gesù, sono chiamati ad essere la luce del mondo. Più che l’essere della chiesa si determina qui il suo dover-essere. È in gioco un compito affidatole dal Signore. Dunque l’accento matteano cade sulla responsabilità storica della chiesa nei confronti del mondo.
Non per nulla il v. 16, che specifica la dichiarazione del v. 14: «Voi siete la luce del mondo», è retto da un verbo esortativo o imperativo: «Risplenda la vostra luce». In proposito probante appare ancor più il simbolo parallelo del sale: «Voi siete il sale della terra; ma se il sale perdesse di sapore, con che cosa lo si potrà render salato? A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dagli uomini» (5,13). Parimenti, la lucerna deve essere collocata su un piedistallo, perché possa svolgere la sua funzione di illuminare quelli di casa (5,15).
In breve, si tratta di una missione da svolgere responsabilmente. Missione universale: alla formula «sale della terra» corrisponde l’espressione «luce del mondo».
Più sorprendente ancora appare il modo in cui i discepoli si realizzano quale luce del mondo: non insegnando, non proclamando messaggi più o meno elevati di carattere religioso o morale, ma per mezzo di una testimonianza di vita: con le buone opere, dice l’evangelista, quelle che Cristo ha indicato nel discorso del monte, lui il rivelatore definitivo del volere del Padre agli uomini.
Il riconoscimento di Dio e la sua glorificazione da parte degli uomini sono il risultato fecondo della prassi dei cristiani.
Dopo tutto, questo passo matteano è emblematico del tipico approccio del primo evangelista al «mistero» della chiesa, comunità dei discepoli di Gesù impegnati nella storia come testimoni di vita vissuta. Certo, maestra del mondo è la chiesa, ma in quanto comunità feconda di buone opere.
La luce appare qui simbolo di concreta fattualità, sottratto alla ricorrente tentazione di rinchiuderlo nel recinto del conoscibile e del mentale.
 
I cristiani sono per il mondo ciò che il sale è per i cibi: danno sapore, purificano e preservano dalla corruzione.
Non va dimenticato che il sale è anche sinonimo di sapienza, per cui i discepoli «sono chiamati a dare un senso nuovo, soprannaturale, cristiano alla vita umana. Senza questa azione gli uomini diventano come dissennati, senza orientazione, fatui» (Ortensio da Spinetoli). Un compito impegnativo che non può essere disatteso se non si vuole spartire la stessa sorte del sale insipido, cioè quello di essere gettato via e calpestato dalla gente.
Ai tempi di Gesù come combustibile si usava generalmente lo sterco di cammello e il sale era il catalizzatore che fa incendiare lo sterco. Allora l’immagine del sale potrebbe alludere alla vocazione di accendere fuochi, di illuminare, piuttosto che insaporire o conservare cibi. Praticamente, una esplicitazione pratica della seconda massima evangelica: Voi siete la luce del mondo. Un proseguo della missione di Cristo che amò definirsi luce del mondo (Gv 8,12). Il tema della luce è molto caro alla sacra Scrittura. L’essere di Dio è luce, in contrasto con l’essere umano che è tenebra. La Parola, l’insegnamento sono luce (cfr. Sal 119,5; Pr 6,23). Possiamo ricordare ancora l’invito rivolto a Israele: «Casa di Giacobbe, venite, camminiamo nella luce del Signore» (Is 2,5). In Is 42,6 e 49,6 Israele è chiamato «luce delle nazioni». Nel giudaismo l’immagine della luce «veniva riferita volentieri alla Legge o al Tempio, come anche ad eminenti personalità religiose. Qui si vuole insinuare che questa prerogativa passa al nuovo popolo di Dio» (Angelo Lancillotti). Per i cristiani convertirsi dalle tenebre alla luce (Atti 26,18) per credere alla luce (Gv 12,36) è un imperativo improrogabile, così è un impegno fruttuoso quello di far risplendere la propria luce davanti agli uomini, perché vedano le loro opere buone e rendano gloria al Padre che è nei cieli. Essere sale e luce della terra, ovvero camminare come figli della luce (Ef 5,9), è un servizio di alto valore costruttivo, rivolto a tutto il consorzio umano unicamente per la gloria Dio e non per amore di trionfalismo o per accaparrarsi i primi posti nella Chiesa e in mezzo agli uomini.
 
Giovanni Crisostomo, In Matth. 15,6s.: “Risplenda allo stesso modo la vostra luce agli occhi degli uomini, affinché vedendo le vostre buone opere diano gloria al Padre vostro che è nei cieli” (Mt 5,16). Io, infatti, - sembra dire Gesù, - ho acceso la luce perché essa continui ad ardere; voi dovete essere vigilanti e pieni di zelo non solo per voi, ma anche per quelli che hanno ottenuto questa stessa legge e sono stati condotti alla verità. Le calunnie non potranno oscurare il vostro splendore, se voi vivrete con perfezione e in modo da convertire tutti gli uomini. La vostra vita sia degna della grazia e della verità che avete ricevuto: e, come questa va predicata ovunque, così anche la vostra vita vada di pari passo con essa. Ma, oltre la salvezza degli uomini, Gesù mette in risalto un altro effetto, valido a mantenerli vigilanti nel combattimento e a stimolarne tutto lo zelo. Non solo, infatti, convertirete tutto il mondo - egli aggiunge - vivendo in questo modo nuovo, ma procurerete la gloria di Dio. Se invece voi agirete diversamente, sarete colpevoli della perdizione degli uomini e del fatto che il nome di Dio sarà disonorato dai bestemmiatori.
 
Il Santo del giorno - 5 Febbraio 2023 - Sant’Agata, vergine e Martire: Nacque nei primi decenni del III secolo a Catania in una ricca e nobile famiglia di fede cristiana. Verso i 15 anni volle consacrarsi a Dio. Il vescovo di Catania accolse la sua richiesta e le impose il velo rosso portato dalle vergini consacrate. Il proconsole di Catania Quinziano, ebbe l’occasione di vederla, se ne invaghì, e in forza dell’editto di persecuzione dell’imperatore Decio, l’accusò di vilipendio della religione di Stato, quindi ordinò che la portassero al Palazzo pretorio. I tentativi di seduzione da parte del proconsole non ebbero alcun risultato. Furioso, l’uomo imbastì un processo contro di lei. Interrogata e torturata Agata resisteva nella sua fede: Quinziano al colmo del furore le fece anche strappare o tagliare i seni con enormi tenaglie. Ma la giovane, dopo una visione, fu guarita. Fu ordinato allora che venisse bruciata, ma un forte terremoto evitò l’esecuzione. Il proconsole fece togliere Agata dalla brace e la fece riportare agonizzante in cella, dove morì qualche ora dopo. Era il 251. (Avvenire)  
 
O Dio, che ci hai resi partecipi
di un solo pane e di un solo calice,
fa’ che uniti a Cristo in un solo corpo
portiamo con gioia frutti di vita eterna per la salvezza del mondo.
Per Cristo nostro Signore.

 

 

 

 


 4 Febbraio 2023
 
Sabato IV Settimana T. O.
 
Eb 13,15-17.20-21; Salmo Responsoriale dal Salmo 22 [23]; Mc 6,30-34

Colletta
Signore Dio nostro,
concedi a noi tuoi fedeli
di adorarti con tutta l’anima
e di amare tutti gli uomini con la carità di Cristo.
Egli è Dio, e vive e regna con te.
 
… riposatevi un po’: Giovanni Paolo II (Udienza Generale, 3 Febbraio 1988): Gesù Cristo è vero uomo [...] Si tratta di una verità fondamentale della nostra fede. È fede basata sulla parola di Cristo stesso, confermata dalla testimonianza degli apostoli e discepoli, trasmessa di generazione in generazione nell’insegnamento della Chiesa: “Credimus ... Deum verum et hominem verum... non phantasticum, sed unum et unicum Filium Dei” (Conc. Lugdun. II: Denz.-Schönm., 852). Più recentemente la stessa dottrina è ricordata dal Concilio Vaticano II, che ha sottolineato il nuovo rapporto che il Verbo, incarnandosi e facendosi uomo come noi, ha inaugurato con ciascuno e con tutti: “Con l’incarnazione il Figlio di Dio si è unito, in certo modo ad ogni uomo. Ha lavorato con mani d’uomo, ha pensato con mente d’uomo, ha agito con volontà d’uomo ... ha amato con cuore d’uomo. Nascendo da Maria Vergine, egli si è fatto veramente uno di noi, in tutto simile a noi fuorché nel peccato” (GS 22). Già nella cornice della catechesi precedente abbiamo cercato di far vedere questa “somiglianza” di Cristo con noi, che deriva dal fatto che egli era vero uomo: “Il Verbo si fece carne”, e “carne” (“sarx”) indica proprio l’uomo quale essere corporeo (“sarkikos”), che viene alla luce mediante la nascita “da donna” (cfr. Gal 4, 4). In questa sua corporeità Gesù di Nazaret, come ogni uomo, ha provato la stanchezza, la fame e la sete. Il suo corpo era passibile, vulnerabile, sensibile al dolore fisico. E proprio in questa carne (“sarx”) egli è stato sottoposto a terribili torture e infine crocifisso: “Fu crocifisso, morì e fu sepolto”. Il testo conciliare sopracitato completa ancora questa immagine quando dice: “Ha lavorato con mani d’uomo, ha pensato con mente d’uomo, ha agito con volontà d’uomo, ha amato con cuore d’uomo” (GS 22).
 
I  Lettura: I cristiani ormai non prendono più parte agli antichi culti del popolo ebraico, ma partecipano dell’unico sacerdozio di Cristo. Questo è dovuto all’inserimento battesimale del credente in Cristo che ha trasformato ogni aspetto della sua vita in un autentico atto di culto.
 
Vangelo
Erano come pecore che non hanno pastore.
 
I re, nell’antichità, si fregiavano del titolo di pastore, assumendo con esso l’onore di essere i protettori dei poveri, degli infelici. Ma al titolo non seguivano i fatti, più che pastori erano lupi (Ger 23,1-6). Corrotti, assetati di potere, per la loro scalata ai gradini più alti della società erano pronti ad abbattere chiunque si frapponesse ai loro progetti. Anche il re Davide, di cui si raccontano fatti meravigliosi, per soddisfare un piacere carnale divenne adultero e assassino, eliminando fisicamente il marito della donna di cui si era invaghito. Ai tempi di Gesù le cose non erano cambiate, e c’era chi uccideva fisicamente, come il re Erode, e chi spiritualmente, i farisei, fasulle guide spirituali, ubriachi di onori, prestigi, l’unica loro preoccupazione era quella di sedersi impunemente sulla “cattedra di Mosè” (Mt 23,2). Alla malvagità dei pastori, il Vangelo contrappone la compassione di Gesù, il buon pastore che darà la sua vita per la salvezza delle pecore (Gv 10,1ss). La pericope marciana presenta Gesù mentre compie i suoi primi viaggi dentro e fuori i confini della Galilea. Questi movimenti sono scanditi da catechesi e interventi prodigiosi. I Dodici assumono sempre più l’identità di Chiesa che si raccoglie attorno a Gesù suo pastore messianico.
 
Dal Vangelo secondo Marco
Mc 6,30-34
 
In quel tempo, gli apostoli si riunirono attorno a Gesù e gli riferirono tutto quello che avevano fatto e quello che avevano insegnato. Ed egli disse loro: «Venite in disparte, voi soli, in un luogo deserto, e riposatevi un po'». Erano infatti molti quelli che andavano e venivano e non avevano neanche il tempo di mangiare.
Allora andarono con la barca verso un luogo deserto, in disparte. Molti però li videro partire e capirono, e da tutte le città accorsero là a piedi e li precedettero.
Sceso dalla barca, egli vide una grande folla, ebbe compassione di loro, perché erano come pecore che non hanno pastore, e si mise a insegnare loro molte cose.
 
Parola del Signore.
 
Venite in disparte - Il testo del vangelo di oggi, considerato da alcuni solo un brano di transizione, introduce una sezione che va sotto il nome di «sezione dei pani», chiamata così perché ricorre spesso la parola «pane» (Cf. Mc 6,31-8,21).
Gli apostoli, precedentemente inviati (Mc 6,7), di ritorno dalla missione, riferiscono al Maestro «tutto quello che avevano fatto e quello che avevano insegnato» (Mc 6,30): Gesù «rimane al centro di tutta la loro attività. Li aveva inviati e ora tornano a rendergli conto del loro lavoro, a fare il punto con lui, come servi presso il padrone» (I quattro vangeli commentati).
È importante la sottolineatura «tutto quello che avevano fatto» che precede «quello che avevano insegnato»: l’insegnamento deve essere reso valido dalla coerenza della condotta.
«La predica - suggerisce sant’Antonio di Padova - è efficace, ha una sua eloquenza, quando parlano le opere... “Una legge, dice Gregorio, si imponga al predicatore: metta in atto ciò che predica”. Inutilmente vanta la conoscenza della legge colui che con le opere distrugge la sua dottrina».
Gli apostoli avevano scacciato i demoni, guarito gli infermi e avevano predicato la conversione (Mc 6,12-13): fare e insegnare, le stesse cose che compie Gesù ora diventano mandato e primario impegno degli apostoli. La Chiesa primitiva è chiamata a riconoscere proprio in questa attività, ancorata al ministero di Gesù e degli apostoli, il compito fondamentale della sua attività di evangelizzazione. 
Gesù invita gli apostoli a farsi in disparte con lui e a «riposare». Questa chiamata in un luogo in disparte non è una fuga, ma il tentativo di ritrovare un po’ di pace e di intimità in quanto la folla, che seguiva Gesù fin dagli inizi della sua predicazione, li pressava da ogni parte e non lasciava loro «neanche il tempo di mangiare» (Mc 6,31; Cf. Mc 1,33.37.45; 2,2; 3,20.32; 4,1; 5,21.31).
Il tema del riposo, caro all’Antico Testamento e che richiama l’ingresso del popolo eletto nella Terra promessa (Cf. Dt 3,20; 12,10; 25,19; Gs 1,13.15), indica la partecipazione al sabato eterno, alla vita stessa di Dio (Cf. Eb 3,11-18; 4,3-11). Nel brano di Marco, anticipa l’immagine di Gesù come ‘buon pastore’ (Gv 10,1ss) che concede il riposo alle sue pecore (Cf. Is 65,10; Ez 34,15; Sal 22,2).
Gesù invita ad appartarsi in un luogo solitario, questo luogo potrebbe far pensare al «deserto».
Nella sacra Scrittura, il deserto è il luogo ideale dove Dio parla al cuore dell’uomo: il luogo «ove l’aria è più pura, il cielo più aperto, e Dio più familiare ... per riposarsi nella preghiera, vivere con gli Angeli e per invocare il Signore e sentirlo rispondere: “Ecco sono qui” [Es 33,4]» (Origene).
Ritirarsi con Gesù in un luogo desertico è esigenza essenziale e vitale per ogni comunità missionaria come lo era per Gesù che spesso si ritirava in intima comunione con il Padre. È importante che «Gesù e i Dodici abbiano il tempo per riposarsi, pregare, prender le distanze rispetto alla loro attività e ritrovarsi insieme. Si noti questa sollecitudine molto umana di Gesù. Il riposo, la distensione e anche il tempo di riflessione e di ripresa sono indispensabili a ogni uomo, compresi gli operai del Vangelo» (I quattro vangeli commentati).
Ma molti «però li videro partire e capirono, e da tutte le città accorsero là a piedi e li precedettero» (Mc 6,33). Questa intrusione inopportuna non genera stizza o rabbia; infatti, Gesù, sceso dalla barca, vedendo quell’immensa folla, «ebbe compassione di loro, perché erano come pecore che non hanno pastore» (Mc 6,34). Un’immagine molto ricorrente nell’Antico Testamento per indicare il popolo che vaga senza meta perché senza guide (Cf. Num 27,17; 1Re 22,17; Ez 34,5).
La commozione di Gesù per la folla importuna non è semplicemente un sentimento di pietà o di commiserazione: la motivazione sta nel fatto che erano come pecore senza pastore e Gesù è il “buon Pastore” secondo il cuore di Dio, mandato dal Padre a radunare l’umanità dispersa in un solo ovile (Gv 10,16). Gesù di fronte alla folla che lo incalza, dimenticando il riposo, si mette a insegnare ad essa «molte cose». L’attività cui Gesù dà il primato è quello dell’insegnamento e dell’annuncio. Ora nutre la folla con il pane della parola, in seguito moltiplicherà i pani e la sazierà fisicamente.
Questo ordine, insegnamento-nutrimento, non è casuale. È un’indicazione per sé molto preziosa che la Chiesa ha fatto sua: «La Chiesa ha sempre venerato le divine Scritture come ha fatto per il corpo stesso del Signore, non tralasciando mai, soprattutto nella liturgia, di nutrirsi del pane di vita prendendola dalla mensa sia della parola di Dio sia del corpo di Cristo e di porgerlo ai fedeli» (DV 21).
 
Gesù si mise a insegnare alla folla molte cose - Roberto Tufariello (Insegnare in Schede Bibliche Pastorali): Cristo è il maestro per eccellenza. Durante la sua vita pubblica, l’insegnamento costituisce un aspetto essenziale della sua attività. Nei brevi passi che riassumono la sua azione durante i viaggi in Galilea, si dice in primo luogo che egli insegnava, poi che annunziava la buona novella del regno e infine che guariva i malati (Mt 4,23).
L’insegnamento aveva luogo generalmente nelle sinagoghe (Mt 9,35; 12,9ss; 13,54; Mc 1,21; Lc 4,15; Gv 18,20); a Gerusalemme però aveva luogo nel tempio (Mc 12,35; Lc 21,37; Mt 26,55; Gv 7,14ss; 8,20). Egli però ha insegnato anche in piena campagna, presso la riva di un lago, per strada, o in casa. Insegnava quotidianamente (Mt 26,55) e in modo speciale in occasione delle feste (Gv 8,20).
«Con questi dati dei vangeli concorda il fatto che gran parte di quanto ci è stato tramandato su Gesù è costituito da insegnamenti» (Kittel).
Come si comportasse Gesù nella sua azione didattica, possiamo vederlo dal racconto della visita nella sinagoga di Nazaret (Lc 4,16-21): dopo aver letto in piedi un passo biblico (Is 61,1-2), Gesù siede alla maniera di coloro che spiegavano la scrittura (Cf. Lc 2,46), e stando così seduto parla riferendosi al testo letto (Cf. Mt 13,53ss; Mc 6,2-3).
La forma del suo insegnamento, quindi, non differisce da quella usata dai maestri di Israele, tra i quali si è confuso fin nella sua giovinezza (Lc 2, 46) e che spesso lo hanno interrogato per essere illuminati (Cf. Mt 22,16; Gv 3,10). A lui, come ad essi, viene dato il titolo di rabbi, cioè maestro, ed egli lo accetta (Gv 13,13); rimprovera però agli scribi e ai farisei di ricercare questo titolo, dimenticando che per gli uomini c’è un solo maestro, Dio (Mt 23,6-8).
Tuttavia, se appare alle folle come un maestro tra gli altri, Gesù se ne distingue in diversi modi. Egli si presenta come l’interprete autorizzato della legge, che vuole portare alla perfezione (Mt 5,17). A tale riguardo egli insegna con una autorità singolare, a differenza degli scribi, così pronti a nascondersi dietro l’autorità degli antichi (Mt 7,28-29). Non dalla tradizione dei padri, ma dalla propria persona egli fa derivare la propria autorità: «Io vi dico...» (Mt 5,21-22.27-28.31-32; ecc.).
Inoltre la sua dottrina presenta un carattere di novità che colpisce gli ascoltatori (Mc 1,27), sia che si tratti del suo annuncio del regno, sia delle regole di vita che egli dà; trascurando le questioni di scuola, oggetto di una tradizione farisaica che respinge (Cf. Mt 15,1-9), egli vuol far conoscere il messaggio autentico di Dio e portare gli uomini ad accoglierlo.
Il segreto dell’atteggiamento così nuovo di Gesù è nella sua stessa persona, nella sua coscienza di essere il figlio di Dio. A differenza dei maestri umani, la sua dottrina non è «sua», ma di colui che lo ha mandato (Gv 7,16-17): egli dice soltanto ciò che il Padre gli rivela e gli ispira (Gv 8,28). Il Padre infatti «ammaestra» Gesù, cioè plasma la sua volontà in piena conformità alla propria, perché possa parlare in suo nome. Accogliere l’insegnamento di Gesù, quindi, significa essere docili a Dio stesso.
L’insegnamento di Gesù comporta un appello rivolto da Dio a tutto l’uomo; esso quindi non si riduce all’aspetto dottrinale, ma mira a educare e a configurare l’uomo secondo la volontà di Dio (Cf. Mt 5,48). Già i maestri di Israele avevano accentrato la loro attività didattica nella legge perché la concepivano come la via sulla quale l’uomo si affatica per giungere a Dio. Gesù è l’erede e il termine di questo insegnamento (Rom 10,4). Ora egli, con ognuna delle sue parole, porta gli ascoltatori nel vivo della volontà di Dio, perché la conoscano e vi aderiscano (Gv 7,17). Per giungere a tanto, bisogna aver ricevuto quella grazia interiore che, secondo la promessa dei profeti, rende l’uomo docile all’insegnamento di Dio (Gv 6,44-45). Non tutti accolgono questa grazia: la parola di Cristo urta contro l’accecamento volontario di coloro che pretendono di possedere la luce, mentre sono ciechi (Cf. Gv 9,39-41).
 
Anche se vado per una valle oscura: Benedetto XVI (Udienza Generale, 5 Ottobre 2011): Chi va col Signore anche nelle valli oscure della sofferenza, dell’incertezza e di tutti i problemi umani, si sente sicuro. Tu sei con me: questa è la nostra certezza, quella che ci sostiene. Il buio della notte fa paura, con le sue ombre mutevoli, la difficoltà a distinguere i pericoli, il suo silenzio riempito di rumori indecifrabili. Se il gregge si muove dopo il calar del sole, quando la visibilità si fa incerta, è normale che le pecore siano inquiete, c’è il rischio di inciampare oppure di allontanarsi e di perdersi, e c’è ancora il timore di possibili aggressori che si nascondano nell’oscurità. Per parlare della valle “oscura”, il Salmista usa un’espressione ebraica che evoca le tenebre della morte, per cui la valle da attraversare è un luogo di angoscia, di minacce terribili, di pericolo di morte. Eppure, l’orante procede sicuro, senza paura, perché sa che il Signore è con lui. Quel «tu sei con me» è una proclamazione di fiducia incrollabile, e sintetizza l’esperienza di fede radicale; la vicinanza di Dio trasforma la realtà, la valle oscura perde ogni pericolosità, si svuota di ogni minaccia. Il gregge ora può camminare tranquillo, accompagnato dal rumore familiare del bastone che batte sul terreno e segnala la presenza rassicurante del pastore.
Ebbe compassione di loro, perché erano come pecore che non hanno pastore: «Matteo spiega più chiaramente in qual modo ebbe compassione di loro, dicendo: “Ebbe misericordia della folla e risanò i loro ammalati” (Mt 14,14). Questo è infatti nutrire veramente compassione dei poveri e di coloro che non hanno pastore, cioè mostrare loro la via della verità con l’insegnamento, liberarli con la guarigione dalle malattie corporali, ma anche spingerli a lodare la sublime liberalità del Signore ristorando gli affamati. Le parole seguenti di questo passo sottolineano appunto che egli fece tutto questo» (Beda il Venerabile).
 
Il Santo del giorno - 4 Febbraio 2023 - San Giuseppe (Desideri) da Leonessa: Nasce a Leonessa, nel Reatino, l’8 gennaio 1556. Eufranio rimane orfano da piccolo e a sedici entra nel convento dei cappuccini di Assisi e a diciassette anni pronuncia i voti e prende il nome di Giuseppe. Ordinato sacerdote nel 1580 si dedica alla predicazione. Ma il suo sogno è la missione, sogno che si avvera quando, a trentun’anni, viene mandato a Costantinopoli dove i vescovi cattolici sono stati allontanati e i fedeli rimasti sono emarginati: a costoro i cappuccini danno assistenza. Ma Giuseppe si spinge oltre, cerca di parlare al sultano Murad III, prova a penetrare nel suo palazzo ma viene arrestato: Dopo essere stato legato ad una trave sotto la quale arde un fuoco per tre giorni, viene espulso dal Paese. Torna in Italia e riprende a fare il predicatore. In ogni paese che attraversa lascia un segno indelebile: a tal punto che nascono molte confraternite intitolate al suo nome. Muore ad Amatrice il 4 febbraio 1612 a seguito di una dolorosa malattia. È stato proclamato santo da Benedetto XIV nel 1746. (Avvenire)
 
O Signore, che ci hai nutriti con il dono della redenzione,
fa’ che per la forza di questo sacramento di eterna salvezza
cresca sempre più la vera fede.
Per Cristo nostro Signore.
 
 
 3 Febbraio 2023
 
Venerdì IV Settimana T. O.
 
Eb 13,1-8; Salmo Responsoriale dal Salmo 26 [27]; Mc 6,14-29
Colletta
Signore Dio nostro,
concedi a noi tuoi fedeli
di adorarti con tutta l’anima
e di amare tutti gli uomini con la carità di Cristo.
Egli è Dio, e vive e regna con te.
 
Quel Giovanni che io ho fatto decapitare: Veritatis splendor: 91: Già nell’Antica Alleanza incontriamo ammirevoli testimonianze di una fedeltà alla legge santa di Dio spinta fino alla volontaria accettazione della morte. Emblematica è la storia di Susanna: ai due giudici ingiusti, che minacciavano di farla morire se si fosse rifiutata di cedere alla loro passione impura, così rispose: «Sono alle strette da ogni parte. Se cedo, è la morte per me, se rifiuto, non potrò scampare dalle vostre mani. Meglio però per me cadere innocente nelle vostre mani che peccare davanti al Signore!» (Dn 13,22-23). Susanna, preferendo «cadere innocente» nelle mani dei giudici, testimonia non solo la sua fede e fiducia in Dio, ma anche la sua obbedienza alla verità e all’assolutezza dell’ordine morale: con la sua disponibilità al martirio, proclama che non è giusto fare ciò che la legge di Dio qualifica come male per trarre da esso un qualche bene. Essa sceglie per sé la «parte migliore»: una limpidissima testimonianza, senza nessun compromesso, alla verità circa il bene e al Dio di Israele; manifesta così, nei suoi atti, la santità di Dio. Alle soglie del Nuovo Testamento Giovanni Battista, rifiutandosi di tacere la legge del Signore e di venire a compromesso col male, «immolò la sua vita per la verità e la giustizia» e fu così precursore del Messia anche nel martirio (cfr. Mc 6,17-29). Per questo, «fu rinchiuso nell’oscurità del carcere colui che venne a rendere testimonianza alla luce e che dalla stessa luce, che è Cristo, meritò di essere chiamato lampada che arde e illumina... E fu battezzato nel proprio sangue colui al quale era stato concesso di battezzare il Redentore del mondo».
 
I Lettura: Due pericoli minacciano la comunità cristiana: l’immoralità dilagante acquisita come modus vivendi e la relazione con il denaro. Per questi motivi l’autore della lettera agli Ebrei chiede ai suoi lettori di tenere nel massimo onore il matrimonio e il proprio corpo che è tempio dello Spirito Santo, e di non precipitare nell’abisso della avarizia. Accontentarsi di quello che si ha è cosa buona, fidarsi di Dio è cosa ancora più eccellente perché irrobustisce la fede, e apre le porte della Provvidenza.
 
Vangelo
Quel Giovanni che io ho fatto decapitare, è risorto.
 
La decapitazione di Giovanni il Battista è una triste storia che mette in evidenza la dissolutezza del re Erode, schiavo delle sue passioni. Il Battista accusava pubblicamente Erode di adulterio, e il mozzargli la testa fu il modo più spiccio per zittirlo. Ma possiamo pensare che Marco “abbia voluto presentare lo scioglimento del gruppo del Battista per indicare che la comunità creata da Gesù era totalmente nuova; pur osservando la veneranda memoria del grande profeta scomparso” (Felipe. F. Ramos).
 
Dal Vangelo secondo Marco
Mc 6,14-29
 
In quel tempo, il re Erode sentì parlare di Gesù, perché il suo nome era diventato famoso. Si diceva: «Giovanni il Battista è risorto dai morti e per questo ha il potere di fare prodigi». Altri invece dicevano: «È Elìa». Altri ancora dicevano: «È un profeta, come uno dei profeti». Ma Erode, al sentirne parlare, diceva:
«Quel Giovanni che io ho fatto decapitare, è risorto!».
Proprio Erode, infatti, aveva mandato ad arrestare Giovanni e lo aveva messo in prigione a causa di Erodìade, moglie di suo fratello Filippo, perché l’aveva sposata. Giovanni infatti diceva a Erode: «Non ti è lecito tenere con te la moglie di tuo fratello».
Per questo Erodìade lo odiava e voleva farlo uccidere, ma non poteva, perché Erode temeva Giovanni, sapendolo uomo giusto e santo, e vigilava su di lui; nell’ascoltarlo restava molto perplesso, tuttavia lo ascoltava volentieri.
Venne però il giorno propizio, quando Erode, per il suo compleanno, fece un banchetto per i più alti funzionari della sua corte, gli ufficiali dell’esercito e i notabili della Galilea. Entrata la figlia della stessa Erodìade, danzò e piacque a Erode e ai commensali. Allora il re disse alla fanciulla: «Chiedimi quello che vuoi e io te lo darò». E le giurò più volte: «Qualsiasi cosa mi chiederai, te la darò, fosse anche la metà del mio regno». Ella uscì e disse alla madre: «Che cosa devo chiedere?». Quella rispose: «La testa di Giovanni il Battista». E subito, entrata di corsa dal re, fece la richiesta, dicendo: «Voglio che tu mi dia adesso, su un vassoio, la testa di Giovanni il Battista». Il re, fattosi molto triste, a motivo del giuramento e dei commensali non volle opporle un rifiuto.
E subito il re mandò una guardia e ordinò che gli fosse portata la testa di Giovanni. La guardia andò, lo decapitò in prigione e ne portò la testa su un vassoio, la diede alla fanciulla e la fanciulla la diede a sua madre. I discepoli di Giovanni, saputo il fatto, vennero, ne presero il cadavere e lo posero in un sepolcro.
 
Parola del Signore.
 
Lo storico giudaico Giuseppe Flavio narra, nel libro diciottesimo della sua «Antichità giudaiche», che Erode Antipa, per timore dei disordini politici che avrebbe potuto causare il movimento suscitato dal Battista, lo imprigionò nella fortezza di Macheronte, nel sud della Perea, dove lo fece decapitare. Il racconto del secondo vangelo riferisce evidentemente l’aspetto più soggettivo dell’avvenimento che Giuseppe Flavio racconta oggettivamente. Ecco dunque quello che diceva il popolo: quest’uomo di Dio è stato vittima della vendetta d’una donna irritata. Ha dovuto pagare con la morte il coraggio d’aver parlato chiaro ai grandi di questo mondo.
Del resto, il racconto è ricco delle inesattezze che sono caratteristiche delle storie trasmesse di bocca in bocca. La seconda moglie di Antipa, Erodiade, non aveva sposato Filippo, come dice Marco, ma un altro fratello del re, chiamato Erode, che per il resto non ebbe nulla a che vedere con questa storia. È anche possibile che questo Erode avesse il soprannome di Filippo; e, in questo caso, il nostro testo non sarebbe in contraddizione con quello che sappiamo da altre fonti.
Una cosa è sicura: la donna che vediamo ballare e che si chiama Salomè - come riferisce con maggior precisione Giuseppe Flavio, mentre i vangeli ne tacciono il nome - era figlia del primo matrimonio di Erodiade e divenne moglie di Filippo, fratello di Antipa, che regnò nel nord della Palestina fino all’anno 34. L’incertezza dei dati cronologici che abbiamo non consente di stabilire se essa era già sposata al momento della scena descritta. Nel nostro testo, è chiamata «ragazza», e pare che, al tempo della festa qui ricordata, avesse vent’anni. Antipa aveva spinto Erodiade a lasciare suo fratello Erode e l’aveva sposata dopo essersi liberato della sua prima moglie, figlia del principe arabo Areta. Questo matrimonio era dunque il risultato d’un adulterio, anche se coperto dalle formalità giuridiche. In più, andava contro le prescrizioni della legge giudaica (Lv 18,16) secondo le quali il matrimonio fra cognati era invalido.
Perché l’evangelista ha inserito nel suo scritto questo vivace racconto popolare? In primo luogo, per mettere in rilievo l’atteggiamento ridicolo di quel discusso monarca, schiavo, da una parte, delle sue passioni, e dall’altra, interessato alla figura austera del Battista. In fin dei conti, quell’Erode era più coerente con se stesso che non i farisei benpensanti i quali collaboravano con lui, simulando un’estrema dignità morale.
In secondo luogo possiamo pensare che l’evangelista, inserendo questo racconto nel contesto teologico della proclamazione del regno di Dio (4,1-6.29), abbia voluto presentare lo scioglimento del gruppo del Battista per indicare che la comunità creata da Gesù era totalmente nuova, pur conservando la veneranda memoria del grande profeta scomparso.
 
La passione suprema, prova suprema d’amore - Pius Joörg (Martire/martirio in Schede Bibliche Pastorali - Vol. V): Gesù, durante la sua vita terrena, ha ripetutamente preannunciato ai discepoli la sua passione (cf. Mc 8,31-33; 9,30-32; 10,32-34 e par.), sottolineando sempre la libertà con cui affrontava la sofferenza e la morte. Egli, il Signore della vita, non era soggetto alla morte: ha scelto liberamente la morte, come atto di obbedienza al Padre suo: «Per questo il Padre mi ama: perché io offro la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie, ma la offro da me stesso, poiché ho il potere di offrirla e il potere di riprenderla di nuovo. Questo comando ho ricevuto dal Padre mio» (Gv 10,17-18).
Nell’ultima cena, alla vigilia ormai del suo supremo sacrificio, dopo aver nuovamente annunciato ai discepoli: «Ancora un poco e il mondo non mi vedrà più» (Gv 14,19), più esplicitamente ancora afferma che la sua morte è la prova suprema di amore che egli vuole dare al Padre (Gv 14,31). Così Gesù testimonia in modo irrefutabile la verità della dottrina di «colui che lo ha mandato» (Gv 7,16) e la verità delle opere che il Padre gli ha dato da compiere come segni della sua missione. Questa sua missione, di testimone fedele del Padre, egli la compie fino alla fine, confermandola con fermezza di fronte a Pilato (Gv 18,37). Così egli conferma in modo definitivo che il senso della sua venuta nel mondo è proprio di quella di essere «testimone della verità». La sua morte suggella questa sua missione e dà l’efficacia ultima e suprema alla sua testimonianza.
 
Danzò e piacque a Erode: «“Bada a te stesso, perché tu possa notare con precisione cosa in te entra e cosa da te esce! Non al cibo io penso, che si digerisce e si espelle: ai pensieri, io penso, alle parole. Non penetri in te la brama del talamo altrui; non si insinui nel tuo spirito, non adeschi i tuoi occhi la bellezza della donna che passa, e il tuo cuore non la chiuda in sé. I tuoi discorsi non intessino la rete della seduzione, non tenda scaltri tranelli al prossimo, non lo infanghi con lo scherno e il motteggio. Dio ti ha creato per la caccia, non per la rapina, egli che ha detto: Ecco, io mando molti cacciatori [Ger 16,16]. Cacciatore non di misfatti, ma di redenzione; cacciatore non di colpa, ma di grazia. Tu sei un pescatore di Cristo, a cui è rivolta la parola: D’ora in poi sarai pescatore di uomini (Lc 5,10). Getta dunque la tua rete: usa dunque dei tuoi occhi, delle tue parole perché nessuno resti schiacciato nell’acqua, ma tu lo possa trarre a te» (Ambrogio,  Esamerone, 6,50).
 
Il Santo del giorno - 3 Febbraio 2023 - San Biagio, Vescovo e Martire: Il martire Biagio è ritenuto dalla tradizione vescovo della comunità di Sebaste in Armenia al tempo della “pax” costantiniana. Il suo martirio, avvenuto intorno al 316, è perciò spiegato dagli storici con una persecuzione locale dovuta ai contrasti tra l’occidentale Costantino e l’orientale Licinio. Nel VIII secolo alcuni armeni portarono le reliquie a Maratea (Potenza), di cui è patrono e dove è sorta una basilica sul Monte San Biagio. Il suo nome è frequente nella toponomastica italiana - in provincia di Latina, Imperia, Treviso, Agrigento, Frosinone e Chieti - e di molte nazioni, a conferma della diffusione del culto. Avendo guarito miracolosamente un bimbo cui si era conficcata una lisca in gola, è invocato come protettore per i mali di quella parte del corpo. A quell’atto risale il rito della “benedizione della gola”, compiuto con due candele incrociate. (Avvenire)   
 
O Signore, che ci hai nutriti con il dono della redenzione,
fa’ che per la forza di questo sacramento di eterna salvezza
cresca sempre più la vera fede.
Per Cristo nostro Signore.
 
 2 Febbraio 2023
 
Presentazione del Signore
 
Ml 3,1-4; Salmo Responsoriale dal Salmo 23 (24); Eb 2,14-18; Lc 2,22-40
 
La Bibbia e i Padri della Chiesa (I Padri Vivi): Maria e Giuseppe portano Gesù al tempio: ecco la venuta del Signore Potente, che illumina il suo popolo. Cristo viene riconosciuto da chi con fede attendeva la sua venuta.
Il Figlio di Dio, nato prima dei secoli, viene proclamato dallo Spirito Santo gloria d’Israele e luce di tutte le genti. Il popolo della Nuova Alleanza, adunato dallo Spirito Santo nel tempio di Dio con le candele, che simbolizzano il Cristo, luce del mondo. Le candele accese le portiamo, nella processione, come segno che insieme con Cristo camminiamo nella vita verso la casa del Padre. Ripetiamo le parole di Simeone: i miei occhi hanno visto la tua salvezza e crediamo che un giorno ci troveremo al cospetto di Dio, come Cristo oggi nel tempio di Gerusalemme. Colui, che al vecchio Simeone diede la gioia di tenere Cristo tra le braccia, a noi che camminiamo per incontrarlo concederà la gioia della vita eterna.
La Presentazione di Cristo al tempio contiene in sé qualcosa dei misteri dolorosi. Maria «offre» Gesù a Dio e ogni offerta è una rinuncia. Inizia il mistero della sua sofferenza, che sarà compiuta sotto la croce. La Croce diventerà la spada che trafiggerà la sua anima.
 
Colletta
Ispira nella tua paterna bontà, o Signore,
i pensieri e i propositi del tuo popolo in preghiera,
perché veda ciò che deve fare e abbia la forza di
compiere ciò che ha veduto.
Per il nostro Signore Gesù Cristo... 
 
Il padre e la madre di Gesù si stupivano delle cose che si dicevano di lui: Redemptoris Custos 13: La presentazione di Gesù al Tempio. Questo rito, riferito da Luca (2,22s), include il riscatto del primogenito e illumina la successiva permanenza di Gesù dodicenne nel tempio. Il riscatto dei primogenito è un altro dovere del padre, che è adempiuto da Giuseppe. Nel primogenito era rappresentato il popolo dell’alleanza, riscattato dalla schiavitù per appartenere a Dio. Anche a questo riguardo Gesù, che è il vero “prezzo” del riscatto (cfr. 1Cor 6,20; 7,23; 1Pt 1,19), non solo “compie” il rito dell’antico testamento, ma nello stesso tempo lo supera, non essendo egli un soggetto da riscattare, ma l’autore stesso del riscatto. L’Evangelista rileva che “il padre e la madre di Gesù si stupivano delle cose che si dicevano di lui” (Lc 2,33) e, in particolare, di ciò che disse Simeone, indicando Gesù, nel suo cantico rivolto a Dio, come la “salvezza preparata da Dio davanti a tutti i popoli” e “luce per illuminare le genti e gloria del suo popolo Israele” e, più avanti, anche come “segno di contraddizione” (cfr. Lc 2,30-34).
 
I Lettura: Il Nuovo Testamento dà un nome all’angelo dell’alleanza che entra nel tempio per purificarlo: è Gesù che venne effettivamente a purificare la religione del popolo d’Israele. Nel sangue di Gesù Dio concluderà un sacrificio, eterno, puro, santo, a Lui sommamente gradito.
 
II Lettura: L’autore della Lettera agli Ebrei presenta il grande mistero dell’Incarnazione: Gesù “è inscindibilmente vero Dio e vero uomo, nell’unità della sua Persona divina. Egli, il Figlio di Dio, che è «generato, non creato, della stessa sostanza del Padre», si è fatto vero uomo, nostro fratello, senza con ciò cessare di essere Dio, nostro Signore” (Compendio Catechismo della Chiesa Cattolica 87).
 
Vangelo
I miei occhi hanno visto la tua salvezza.
 
Dal Vangelo secondo Luca
Lc 2,22-40
 
Quando furono compiuti i giorni della loro purificazione rituale, secondo la legge di Mosè, Maria e Giuseppe portarono il bambino a Gerusalemme per presentarlo al Signore -  come è scritto nella legge del Signore: «Ogni maschio primogenito sarà sacro al Signore» - e per offrire in sacrificio una coppia di tortore o due giovani colombi, come prescrive la legge del Signore.
Ora a Gerusalemme c’era un uomo di nome Simeone, uomo giusto e pio, che aspettava la consolazione d’Israele, e lo Spirito Santo era su di lui. Lo Spirito Santo gli aveva preannunciato che non avrebbe visto la morte senza prima aver veduto il Cristo del Signore.
Mosso dallo Spirito, si recò al tempio e, mentre i genitori vi portavano il bambino Gesù per fare ciò che la Legge prescriveva a suo riguardo, anch’egli lo accolse tra le braccia e benedisse Dio, dicendo:
«Ora puoi lasciare, o Signore, che il tuo servo vada in pace,
secondo la tua parola,
perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza,
preparata da te davanti a tutti i popoli:
luce per rivelarti alle genti
e gloria del tuo popolo, Israele».
Il padre e la madre di Gesù si stupivano delle cose che si dicevano di lui. Simeone li benedisse e a Maria, sua madre, disse: «Ecco, egli è qui per la caduta e la risurrezione di molti in Israele e come segno di contraddizione - e anche a te una spada trafiggerà l’anima -, affinché siano svelati i pensieri di molti cuori».
C’era anche una profetessa, Anna, figlia di Fanuèle, della tribù di Aser. Era molto avanzata in età, aveva vissuto con il marito sette anni dopo il suo matrimonio, era poi rimasta vedova e ora aveva ottantaquattro anni. Non si allontanava mai dal tempio, servendo Dio notte e giorno con digiuni e preghiere. Sopraggiunta in quel momento, si mise anche lei a lodare Dio e parlava del bambino a quanti aspettavano la redenzione di Gerusalemme.
Quando ebbero adempiuto ogni cosa secondo la legge del Signore, fecero ritorno in Galilea, alla loro città di Nàzaret. Il bambino cresceva e si fortificava, pieno di sapienza, e la grazia di Dio era su di lui.
 
Parola del Signore.
 
Rinaldo Fabris (Il Vangelo di Luca): La presentazione di Gesù al tempio di Gerusalemme è la meta finale del vangelo dell’infanzia. Nel tempio di Gerusalemme esso ha avuto inizio con l’annuncio della nascita del Battista; a Gerusalemme, nel tempio, si concluderà il grande vangelo pubblico: «ed essi stavano sempre nel tempio lodando Dio», 24,53. La cornice solenne del tempio l’ambiente ideale per la rivelazione profetica che presenta Gesù nel suo ruolo messianico. Alla rivelazione celeste fatta dagli angeli ora corrisponde quella di due giusti carismatici, che raccolgono tutte le attese messianiche dei profeti e dei poveri d’Israele.
Il momento centrale di questo episodio è costituito dal canto di lode e dalla profezia di Simeone.
La «purificazione- della madre, conforme alle prescrizioni legali bibliche, è solo un pretesto per parlare della «presentazione» di Gesù. Così anche la prescrizione biblica circa il riscatto del primogenito maschio è una buona occasione per ricordare che Gesù è il «santo» per eccellenza, consacrato a Dio fin dalla nascita per la potenza santificatrice dello Spirito 1,35. Per questo il suo posto è nel tempio, dove entra per rivelarsi come «luce» dei popoli e «gloria» d’Israele, 2,32. Probabilmente questa «presentazione» di Gesù al tempio ha il suo modello letterario biblico in quella di Samuele, 1Sm 1,11.21-28. Ma qui Gesù non è soltanto il profeta il consacrato fin dalla nascita, ma il messia che porta la salvezza definitiva.
La testimonianza profetica di Simeone ha lo scopo di rivelare ai credenti questa missione unica e decisiva di Gesù. Simeone è un giusto, secondo l’ideale religioso dell’ AT, che attende la «consolazione» d’Israele, cioè la salvezza promessa un tempo al popolo oppresso, Is 40,1 e 49,13, e che nel linguaggio giudaico dell’epoca, era considerata sinonimo di tempo messianico. Egli era portatore di una lunga speranza, sostenuta da una forte carica carismatica. L’incontro del vecchio con il neonato alle porte del tempio è l’incontro di due epoche: la fine, il compimento delle attese e l’inizio della nuova èra salvifica. Questo è espresso nel piccolo canto di lode. Il «servo» può essere congedato, può morire in pace, perché ha potuto contemplare colui che «molti profeti e re desiderarono di vedere», 10,24: la salvezza messianica. Il cantico di Simeone è una meravigliosa sintesi di professione di fede, che proclama la missione salvifica di Gesù, riferendo a lui gli antichi attributi di Dio: luce, gloria d’Israele. È da notare l’orizzonte salvifico universale: da Israele a tutti i popoli.
Il padre e la madre erano meravigliati di ciò che si diceva di lui. È uno dei motivi ricorrenti, assieme a quello della gioia e della sollecitudine, nel vangelo dell’infanzia di Luca (cfr. 1,63; 2,18). Sottolinea l’aspetto straordinario dell’azione di Dio e suggerisce il primo passo dell’avvio alla fede: l’attenzione che nasce dallo stupore di fronte all’azione di Dio.
Le parole profetiche di Simeone, rivolte alla madre, precisano il destino del Cristo: egli è salvatore, ma come «segno» di contraddizione, segno contestato che esige una decisione urgente e coraggiosa da parte degli uomini, 2,34-35. Gesù, pur essendo il salvatore promesso, è scandalo e rovina per quanti lo rifiutano, risurrezione per quanti lo accolgono. Non esiste neutralità di fronte alla sua persona e alla sua proposta salvifica. Come già
avveniva per l’azione e la parola di Dio nell’AT, che era «pietra di inciampo» a «pietra di sicurezza», a seconda della fede a incredulità del popolo (cfr. Is 8,14; 28,16).
Le parole enigmatiche di Simeone si riferiscono al rifiuto storico d’Israele, che raggiunge la sua acme nella sorte violenta di Gesù (cfr. 11,30). Quello sarà anche il momento in cui la madre del messia sarà coinvolta in un dolore lacerante e profondo. L’immagine della spada, che trapassa l’anima della madre, esprime un dolore mortale. Ma esso evoca anche i testi profetici che parlano del dolore della comunità messianica nel momento del giudizio di Dio. La figura della madre rappresenta e riassume il destino della comunità associata al rifiuto e alla persecuzione del suo Signore. Il destino conflittuale e tragico di Gesù getta la sua ombra anche nella gioiosa atmosfera del vangelo delle origini. Luca ci avverte che esso non è scritto per una passeggera commozione idillica dei devoti, ma per una scelta e decisione coraggiosa dei credenti.
La presentazione al tempio, così carica di accenti profetici rivolti al futuro della missione di Gesù, è inserita in
una cornice di osservanze legali, ricordate con monotona insistenza dalla frase: «secondo la legge ... », 2,22.23. 24.39. I protagonisti che accolgono Gesù nel tempio sono due «giusti», secondo l’ideale di pietà giudaica. Se da una parte questo può essere un indice dell’ambiente originario, in cui Luca ha trovato le fonti del suo racconto, circoli giudeo-cristiani di Gerusalemme, dall’altra è un invito a considerare con realismo l’inserimento di Gesù nel tessuto della vita religiosa del suo popolo.
Anche il verso conclusivo in qualche modo lo ricorda: Gesù cresce e si sviluppa. Però Luca ha cura di modificare la formula stereotipa con cui aveva presentato la crescita di Giovanni il Battista. In Gesù, a differenza dell’austero profeta del deserto, è già presente la sapienza e il favore, grazia, di Dio. Questa presentazione dell’infanzia di Gesù risente della «cristologia» di Luca e prepara l’episodio successivo della sua manifestazione nel tempio.
 
Anche a te una spada trafiggerà l’anima - Lumen Gentium 57: Questa unione della madre col figlio nell’opera della redenzione si manifesta dal momento della concezione verginale di Cristo fino alla morte di lui; e prima di tutto quando Maria, partendo in fretta per visitare Elisabetta, è da questa proclamata beata per la sua fede nella salvezza promessa, mentre il precursore esultava nel seno della madre (cfr. Lc 1,41-45); nella natività, poi, quando la madre di Dio mostrò lieta ai pastori e ai magi il Figlio suo primogenito, il quale non diminuì la sua verginale integrità, ma la consacrò. Quando poi lo presentò al Signore nel tempio con l’offerta del dono proprio dei poveri, udì Simeone profetizzare che il Figlio sarebbe divenuto segno di contraddizione e che una spada avrebbe trafitto l’anima della madre, perché fossero svelati i pensieri di molti cuori (cfr. Lc 2,34-35). Infine, dopo avere perduto il fanciullo Gesù e averlo cercato con angoscia, i suoi genitori lo trovarono nel tempio occupato nelle cose del Padre suo, e non compresero le sue parole. E la madre sua conservava tutte queste cose in cuor suo e le meditava (cfr. Lc 2,41-51).
 
Simeone accolse il bambino Gesù tra le braccia: «L’anziano Simeone che prende il Bambino tra le braccia ci insegna a spogliarci dell’uomo vecchio che si corrompe, per vestirci di quello che è creato secondo Dio. Porta infatti Gesù nelle braccia chi abbraccia la Parola di Dio non solo con la bocca, ma con le opere di carità» (Antonio da Padova).
 
Il Santo del giorno: 2 Febbraio 2023 - Santa Caterina de’ Ricci, Vergine: Nacque il 25 aprile 1523. Rimasta orfana di madre a cinque anni, fu accolta nel monastero benedettino di San Pietro in Monticelli. Fin dall’infanzia si sentiva spinta verso la meditazione della Passione. Ben presto decise di entrare nel monastero domenicano di San Vincenzo di Prato. La decisione trovò l’opposizione del padre che diede il consenso solo quando la giovane si ammalò gravemente. Guarita miracolosamente entrò a San Vincenzo nel 1535. Nel 1536 emise i voti ma in lei si alternavano fasi di malattie straordinarie e straordinarie guarigioni. Caterina, prima vista con sospetto, seppe guadagnarsi il rispetto delle consorelle. Nella sua vita di preghiera diverse furono le estasi mistiche che la portavano nel cuore della Passione di Cristo. La prima fu nel 1542: per dodici anni Caterina visse queste esperienze che le lasciavano anche segni sul corpo. Intorno a lei si formò un gruppo di discepoli, tra i quali anche alcuni santi, che ricorreranno a lei per preghiere, consigli, beneficenza. Morì nel 1590. (Avvenire)
 
O Padre, che hai esaudito
l’ardente attesa del santo Simeone,
porta a compimento in noi l’opera della tua misericordia;
tu che gli hai dato la gioia, prima di vedere la morte,
di stringere tra le braccia il Cristo tuo Figlio,
concedi anche a noi, con la forza del pane eucaristico,
di camminare incontro al Signore
per ottenere la vita eterna.
Egli vive e regna nei secoli dei secoli.