9 Gennaio 2023
 
Lunedì I Settimana T. O.

Eb 1,1-6; Salmo Responsoriale Dal Salmo 96 (97); Mc 1,14-20
 
Colletta
Ispira nella tua paterna bontà, o Signore,
i pensieri e i propositi del tuo popolo in preghiera,
perché veda ciò che deve fare
e abbia la forza di compiere ciò che ha veduto.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
Cristo completa la Rivelazione - Dei Verbum 4: Dopo aver a più riprese e in più modi, parlato per mezzo dei profeti, Dio « alla fine, nei giorni nostri, ha parlato a noi per mezzo del Figlio» (Eb 1,1-2). Mandò infatti suo Figlio, cioè il Verbo eterno, che illumina tutti gli uomini, affinché dimorasse tra gli uomini e spiegasse loro i segreti di Dio (cfr. Gv 1,1-18). Gesù Cristo dunque, Verbo fatto carne, mandato come «uomo agli uomini», «parla le parole di Dio» (Gv 3,34) e porta a compimento l’opera di salvezza affidatagli dal Padre (cfr. Gv 5,36; 17,4). Perciò egli, vedendo il quale si vede anche il Padre (cfr. Gv 14,9), col fatto stesso della sua presenza e con la manifestazione che fa di sé con le parole e con le opere, con i segni e con i miracoli, e specialmente con la sua morte e la sua risurrezione di tra i morti, e infine con l’invio dello Spirito di verità, compie e completa la Rivelazione e la corrobora con la testimonianza divina, che cioè Dio è con noi per liberarci dalle tenebre del peccato e della morte e risuscitarci per la vita eterna. L’economia cristiana dunque, in quanto è l’Alleanza nuova e definitiva, non passerà mai, e non è da aspettarsi alcun’altra Rivelazione pubblica prima della manifestazione gloriosa del Signore nostro Gesù Cristo (cfr. 1 Tm 6,14 e Tt 2,13). 
 
I Lettura: Nella pienezza dei tempi (cfr. Mc 1,15; Gal 4,4) Dio manda un messaggero che non è un portavoce come gli altri: è «Figlio» (cfr. Mc 12,2-6; Rm 1,4), è la sua stessa «Parola» (Gv 1,1.14)
Egli è irradiazione della sua gloria e impronta della sua sostanza, e tutto sostiene con la sua parola potente: «irradiazione ... impronta della sua sostanza: queste due metafore, desunte dalla teologia alessandrina della sapienza e del Logos (Sap 7,25-26), esprimono l’identità di natura tra il Padre e il Figlio e nello stesso tempo la distinzione delle persone. Il Figlio è l’«irradiazione» o il riflesso della gloria luminosa (cf. E 24,16+) del Padre, Lumen de Lumine. Ed è l’effigie .. (cf. Col 1,15+) della sua sostanza, come l’impronta esatta lasciata da un sigillo (cf. Gv 14,9)».
 
Vangelo
Convertitevi e credete al Vangelo.
 
Gesù non è un solitario, ma cerca collaboratori per portare a compimento la sua missione di salvezza e di redenzione. Anche loro avranno la missione di promuovere la conversione al Regno e l’accettazione della sua Magna Charta: «Paolo, servo di Cristo Gesù, apostolo per chiamata, scelto per annunciare il vangelo di Dio [...]. Per mezzo di lui abbiamo ricevuto la grazia di essere apostoli, per suscitare l’obbedienza della fede in tutte le genti, a gloria del suo nome» (Rom 1,1.5).
Nei primi quattro chiamati vi è in seme la Chiesa che avrà la gioia e l’onere di continuare a ripetere al mondo l’annuncio del Cristo: «Il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel vangelo».
Che l’iniziativa della chiamata dei quattro pescatori è di Gesù, questo sta a dire che si diventa cristiani e Chiesa non per iniziativa propria ma grazie alla chiamata di Gesù, risuonata storicamente una volta in terra di Galilea, e da allora sempre riecheggiante in tutti gli angoli della terra.
La missione dei vocati, che si esplica nel pescare gli uomini, non è in riferimento alla loro professione, ma con il fatto che il popolo credeva che il mare, essendo la quintessenza della potenza caotica e demoniaca, fosse il sito di residenza dei demoni e delle potenze caotiche; per cui nella indicazione vi è tutto il ministero degli Apostoli, quello di trarre fuori dal peccato e dalla morte tutti gli uomini. In questa chiamata si realizza un’altra promessa di Dio preconizzata dal profeta Geremia: «E io [il Signore,] ricondurrò [gli Israeliti] nella loro terra che avevo concesso ai loro padri. Ecco, io invierò numerosi pescatori a pescarli» (Ger 16,14-18).
Apostolato e sequela sono inscindibili: si è sempre chiamati per una missione. Diventare «pescatori d’uomini, anche alla luce di Ger 16,14-18, vuol dire proclamare a tutti la convocazione finale per la salvezza. La chiamata è sempre orientata, in forme diverse, alla costruzione di comunità» (P. Luigi Di Pinto, s.j.).

Vangelo secondo Marco
Mc 1,14-20

Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù andò nella Galilea, proclamando il vangelo di Dio, e diceva: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo».
Passando lungo il mare di Galilea, vide Simone e Andrea, fratello di Simone, mentre gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. Gesù disse loro: «Venite dietro a me, vi farò diventare pescatori di uomini». E subito lasciarono le reti e lo seguirono.
Andando un poco oltre, vide Giacomo, figlio di Zebedèo, e Giovanni suo fratello, mentre anch’essi nella barca riparavano le reti. Subito li chiamò. Ed essi lasciarono il loro padre Zebedèo nella barca con i garzoni e andarono dietro a lui.

Parola del Signore.
 
Nella chiesa solo Cristo può scegliere - José Maria González-Ruiz (Vangelo secondo Marco): Nel racconto della vocazione dei primi discepoli, Marco non giustifica, come fa Luca (c. 5), la decisione di questi discepoli di seguire Gesù con l’episodio della pesca miracolosa; né allude al fatto che, secondo Giovanni (1,35ss), Simone e Andrea, già dal tempo del Battista, avrebbero accompagnato Gesù, così che qui si tratterebbe, per così dire, d’una seconda chiamata. Il nostro vangelo vuol solo dire come si devono svolgere le cose, quando Gesù chiama gli uomini a farsi suoi discepoli: devono ubbidire senza discutere.
Si comprende così come siano stati tralasciati tutti i particolari relativi al tempo, al luogo e alle circostanze. Solo incidentalmente veniamo a sapere che Simone e Andrea erano modesti pescatori. I «chiamati» non sono preparati in nessun modo; anzi, Gesù non cerca gli uomini in una sfera particolarmente religiosa, ma là dove vivono la loro vita di ogni giorno.
Egli non agisce come un rabbino che era, per così dire, scelto dai discepoli: egli chiama e crea la decisione di seguirlo, come la parola creatrice di Dio (Sal 33,9; Is 55,10s), Per questo la decisione di seguirlo è riferita come una cosa ovvia, senza il minimo riferimento alle obiezioni che i pescatori avrebbero potuto sollevare o alle difficoltà che dovevano superare. Si realizza l’avvenimento della grazia senza che se ne parli. Seguire Gesù non è una decisione etica autonoma né un’adesione intellettuale a una dottrina: è un’azione e un pensiero nuovo che nasce dall’avvenimento della grazia.
Da parte sua, Gesù non discute con i discepoli, come farebbe un rabbino; e così il verbo «seguire» acquista, sulle sue labbra, un significato particolare, forse legato a quei testi dell’Antico Testamento nei quali «seguire» Yahveh è contrapposto a «seguire» i falsi dèi (Dt 8,19; 1Re 18,21).
Per conseguenza l’evangelista presuppone con molta naturalezza la condizione divina di Gesù. Si «segue» ciecamente solo Dio. Gli uomini, compresi gli inevitabili responsabili della propria comunità cristiana, non sono «seguiti»: essi stessi devono piuttosto prestare un servizio richiesto dalla stessa comunità. Una certa «ubbidienza cieca» richiesta a volte da certi pastori ha, in fondo, qualcosa di sacrilego, poiché comporta una rivalità con Dio. Gesù è l’unico che è Dio: gli altri responsabili della comunità sono «ministri», servi degli altri. Comunque sia, l’evangelista fa notare una cosa che ripresenterà spesso nel suo vangelo: la risurrezione di Gesù suppone primariamente la sua presenza in mezzo alla comunità. Egli è l’unico che può continuare a chiamare. I responsabili della comunità non possono trasformarsi in sostituti del risuscitato, relegandolo al puro onore degli altari.
 
Dio ha parlato a noi per mezzo del Figlio - Bibbia per la formazione cristiana: L’esortazione agli «ebrei» si apre con una solenne affermazione: il Dio dei nostri padri ha parlato.
Dio si manifesta e si fa conoscere attraverso la sua Parola. Il «soffio» di Dio, il suo Spirito, si fa voce. Nei tempi antichi, Dio ha parlare per mezzo dei profeti. Ora, nella tappa finale della storia della salvezza, si esprime attraverso l’incarnazione, la morte e la glorificazione del Figlio. Quest’ultimo è la parola eterna del Padre fatta uomo, la manifestazione luminosa della gloria del Padre e l’immagine perfetta del suo essere.
Il Figlio, suprema e definitiva manifestazione di Dio al mondo, è Gesù di Nàzaret. Per mezzo di lui il Padre ha fatto tutte le cose. La sua Parola sostiene l’universo. Egli ha espiato i nostri peccati e siede alla destra della maestà di Dio. Le grandi tappe del piano della salvezza hanno il loro punto d’arrivo «nel Figlio».
I diversi modi in cui Dio si è rivelato «prima» si sono unificati nel Cristo, hanno raggiunto la pienezza con la venuta di colui che è più grande di qualsiasi profeta. Chi vede Gesù vede Dio. Il Cristo ci rivela il mistero di Dio. Per questo l’ingresso del Figlio nella storia degli uomini realizza «la pienezza del tempo».
L’affermazione che il Figlio ha ereditato un «nome» superiore a quello degli angeli introduce il tema della prima parte della lettera.
Figlio di Dio e fratello degli uomini: Il Cristo è superiore agli angeli in virtù della sua condizione di Figlio.
Questa argomentazione non si trova in nessun altro punto del Nuovo Testamento.
Che cosa intende affermare l’autore?
Cerchiamo di comprendere lo stato d’animo dei destinatari della lettera. Molti giudei convertiti si chiedevano senza dubbio quali garanzie offrisse loro la fede che avevano abbracciato, trasmessa da un certo Gesù, privo di qualsiasi dignità e per nulla simile agli angeli, gli antichi messaggeri della parola salvifica di Dio.
Nella tradizione biblica, l’angelo occupa un posto elevato e vicino a Dio: assiste all’opera della creazione e partecipa al governo e alla conservazione del mondo. In una parola, l’angelo è al servizio di Dio e trasmette la sua volontà agli uomini.
Il Cristo è superiore ai messaggeri di Dio? La risposta è affermativa. In quanto Figlio, egli si colloca al di sopra degli angeli. Dio ha chiamato «Figlio» lui solo e ha fatto sedere lui solo alla sua destra. Nessuno è immutabile all’infuori di lui. A nessun altro infatti viene detto: «Tu rimani lo stesso, e gli anni tuoi non avranno fine».
 
Catechismo degli Adulti - Liberi per poter rispondere [801] La chiamata di Dio si inscrive nelle fibre del nostro essere. Anzitutto ci mette in grado di dargli una vera risposta: un sì o un no. Ci dona la libertà, che è padronanza interiore dei propri atti, autodeterminazione, capacità di scelte consapevoli, non soggette agli istinti spontanei o alle pressioni esteriori. Ci affida a noi stessi: «Se vuoi, osserverai i comandamenti; l’essere fedele dipenderà dal tuo buon volere» (Sir 15,15).Ma una scelta non è positiva solo perché è una scelta o perché dà un piacere immediato: molti delitti sono decisioni volontarie, molte esperienze piacevoli sono distruttive. La libertà arbitraria o che cerca solo un facile appagamento non fa crescere, non va in nessuna direzione, si agita soltanto. Il piacere non è un valore in sé, né un criterio legittimo di azione; è solo conseguenza di un obiettivo raggiunto e va considerato buono o cattivo secondo la qualità morale dell’obiettivo stesso. Contrariamente a quanto viene suggerito dalla mentalità edonistica, individualistica e nichilistica, siamo liberi per aderire alla verità e per attuare il bene: «La vera libertà è nell’uomo segno altissimo dell’immagine divina. Dio volle, infatti, lasciare l’uomo in mano al suo proprio consiglio, così che egli cerchi spontaneamente il suo Creatore, e giunga liberamente, con l’adesione a lui, alla piena e beata perfezione». Una scelta è ragionevole solo se contribuisce alla definitiva realizzazione della persona. Noi da sempre siamo alla ricerca di una pienezza per la nostra vita. Possiamo realizzarci davvero, solo se rispettiamo l’ordine oggettivo dei beni, posto dalla divina sapienza, rimanendo sempre orientati al Bene infinito, l’unico che può appagare il nostro cuore, incapace di trovare riposo nelle soddisfazioni parziali e provvisorie. La nostra incessante ricerca «è ultimamente un appello del Bene assoluto che ci attrae e ci chiama a sé, è l’eco di una vocazione di Dio, origine e fine della vita dell’uomo».
 
Beda il Venerabile: “Il tempo è compiuto”, è un’espressione, questa, che concorda perfettamente con la frase dell’Apostolo: “Ma quando venne la pienezza dei tempi Dio mandò il suo Figlio, nato da donna, nato sotto la legge, per riscattare quelli che erano sottoposti alla legge” (Gal 4,4-5). Il tempo dunque è compiuto, pentitevi. Da quanto tempo si ripete questa esortazione, e voglia il cielo che una buona volta venga ascoltata! Poiché il tempo è compiuto e “il regno di Dio è vicino, pentitevi e credete al vangelo”: cioè rinunziate alle opere morte e credete nel Dio vivente. A che giova credere senza le opere buone? Non è il merito delle opere buone che ci ha condotto alla fede; ma la fede comincia affinché le opere buone la seguano.
 
Il Santo del giorno - 9 Gennaio 2023 - Beati Giuseppe Pawlowski e Casimiro Grelewski: Sacerdoti e martiri. Il Pawlowski, nacque a Proszowice, nei pressi di Swietokrzyskie in Polonia, il 12 agosto 1890 e fu sacerdote della diocesi di Kielce e rettore del seminario. Arrestato il 10 febbraio 1941 dalla Gestapo, fu deportato nel lager di Dachau, dove venne impiccato il 9 gennaio seguente. A Dachau aveva trovato il confratello Grelewski, nato a Dwikozy, sempre nei pressi di Swietokrzyskie in Polonia, il 20 gennaio 1907. Questi, sacerdote della diocesi di Radon, prefetto degli studi nel seminario della sua diocesi, già arrestato dai nazisti il 24 gennaio 1941. Condivisero dunque il martirio per impiccagione il 9 gennaio 1942.
 
Dio onnipotente,
che ci nutri con i tuoi sacramenti,
donaci di servirti degnamente con una vita santa.
Per Cristo nostro Signore.
 
 8 Gennaio 2023
 
Battesimo del Signore
 
Is 42,1-4.6-7; Salmo Responsoriale Dal Salmo 28 (29); At 10,34-38; Mt 3,13-17
 
La Bibbia e i Padri della Chiesa (I Padri Vivi): Cristo riceve il Battesimo nelle acque del Giordano dalle mani di Giovanni il Battista. La voce del Padre e la presenza dello Spirito Santo proclamano Gesù Figlio prediletto di Dio e, nello stesso tempo, Servo mandato per annunziare ai poveri la buona novella della salvezza. Lui non alzerà la voce, ma annunzierà a tutti la salvezza, non spezzerà la canna incrinata, ma libererà quelli che rimangono nella schiavitù delle tenebre. Cristo non ha alcun peccato, ma non si separa dall’umanità che vive nel peccato: l’umanità corrotta insieme con lui entra nelle acque del Giordano che preannunziano l’acqua che ci purificherà da ogni sporcizia, ci farà vivere la vita nuova, ci introdurrà nel mistero della morte e della risurrezione del nostro Salvatore.
Il mistero che oggi viene celebrato dalla Chiesa richiama alla memoria il nostro Battesimo per mezzo del quale siamo stati purificati e siamo spiritualmente rinati, divenendo figli di Dio. In questo giorno di festa, eleviamo suppliche affinché viviamo come figli di Dio, cresciamo nell’amore e ci trasformiamo spiritualmente ad immagine di Cristo.
 
Colletta
O Padre, il tuo Figlio unigenito
si è manifestato nella nostra carne mortale:
concedi a noi,
che lo abbiamo conosciuto come vero uomo,
di essere interiormente rinnovati a sua immagine.
Egli è Dio, e vive e regna con te. 
 
Catechismo della Chiesa Cattolica 535 L’inizio  della vita pubblica di Gesù è il suo battesimo da parte di Giovanni nel Giordano.  Giovanni predicava «un battesimo di conversione per il perdono dei peccati» (Lc 3,3).
Una folla di peccatori, pubblicani e soldati,  farisei e sadducei  e prostitute  vengono a farsi battezzare da lui. «Allora Gesù andò». Il Battista esita, Gesù insiste: riceve il battesimo. Allora lo Spirito Santo, sotto forma di colomba, scende su Gesù e una voce dal cielo dice: «Questi è il Figlio mio prediletto» (Mt 3,13-17). È la manifestazione (« epifania ») di Gesù come Messia di Israele e Figlio di Dio.
536 Il battesimo di Gesù è, da parte di lui, l’accettazione e l’inaugurazione della sua missione di Servo sofferente. Egli si lascia annoverare tra i peccatori;  è già «l’Agnello di Dio che toglie il peccato del mondo» (Gv 1,29); già anticipa il «battesimo» della sua morte cruenta.  Già viene ad adempiere «ogni giustizia» (Mt 3,15), cioè si sottomette totalmente alla volontà del Padre suo: accetta per amore il battesimo di morte per la remissione dei nostri peccati. A tale accettazione risponde la voce del Padre che nel Figlio suo si compiace.  Lo Spirito, che Gesù possiede in pienezza fin dal suo concepimento, si posa e «rimane» su di lui.  Egli ne sarà la sorgente per tutta l’umanità. Al suo battesimo, «si aprirono i cieli» (Mt 3,16) che il peccato di Adamo aveva chiuso; e le acque sono santificate dalla discesa di Gesù e dello Spirito, preludio della nuova creazione.
537 Con il Battesimo, il cristiano è sacramentalmente assimilato a Gesù, il quale con il suo battesimo anticipa la sua morte e la sua risurrezione; il cristiano deve entrare in questo mistero di umile abbassamento e pentimento, discendere nell’acqua con Gesù, per risalire con lui, rinascere dall’acqua e dallo Spirito per diventare, nel Figlio, figlio amato dal Padre e «camminare in una vita nuova» (Rm 6,4).
 
I Lettura: Il profeta Isaia illustra magistralmente l’azione apostolica del servo del Signore. Animato dallo Spirito di Dio porterà il diritto alle nazioni; sarà mite e umile di cuore (cfr. Mt 11,29) e adempirà la sua missione con fortezza, senza abbattersi, malgrado le opposizioni e le persecuzioni. Egli stesso sarà alleanza e luce, aprirà gli occhi ai ciechi (cfr. Gv 9) e farà uscire dal carcere i prigionieri (cfr. Lc 4,18.21). Non è difficile intuire che questo oracolo si è realizzato pienamente in Gesù di Nazareth.
 
II Lettura: Pietro, con grande gioia, annuncia al centurione romano Cornelio l’universalità della salvezza. Dio non fa preferenze di persone: ora, per sempre, la morte di Gesù ha spalancato per tutti gli uomini, a qualunque nazione appartengano, le porte del regno di Dio. Gesù, consacrato dal Padre in Spirito Santo e potenza, è il vero benefattore dell’uomo in quanto è colui che libera l’uomo dalla morte e dal potere del diavolo. Giudice e salvatore, Gesù è colui che porta al mondo la pace e il perdono.
 
Vangelo
Appena battezzato, Gesù vide lo Spirito di Dio venire su di lui.
 
L’episodio del battesimo di Gesù si compone di due scene distinte: quella del battesimo in cui il Cristo «si associa a quanti hanno accolto l’appello del Battista alla penitenza ed esprimono la loro disponibilità per l’era messianica, e quella della proclamazione celeste, che costituisce l’investitura pubblica ed ufficiale» (Angelo Lancillotti). Gesù, sebbene senza peccato (cfr. Gv 8,46), si sottomette al battesimo di Giovanni in cui riconosce una pratica voluta da Dio in preparazione alla venuta del Messia; intende soddisfare, così, la «giustizia» salvifica di Dio che presiede al piano della salvezza. Volle sottoporsi al battesimo di Giovanni anche «per insegnarci a obbedire a tutti i precetti divini [in precedenza si era sottoposto, per esempio, alla circoncisione, alla presentazione al tempio e al riscatto in quanto primogenito]. I piani divini disponevano che Gesù si annichilisse fino a sottomettersi all’autorità di altri uomini» (Bibbia di Navarra).
 
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 3,13-17
 
In quel tempo, Gesù dalla Galilea venne al Giordano da Giovanni, per farsi battezzare da lui.
Giovanni però voleva impedirglielo, dicendo: «Sono io che ho bisogno di essere battezzato da te, e tu vieni da me?». Ma Gesù gli rispose: «Lascia fare per ora, perché conviene che adempiamo ogni giustizia». Allora egli lo lasciò fare. Appena battezzato, Gesù uscì dall’acqua: ed ecco, si aprirono per lui i cieli ed egli vide lo Spirito di Dio discendere come una colomba e venire sopra di lui. Ed ecco una voce dal cielo che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento».
Parola del Signore.
 
Questo è il mio Figlio - Felipe F. Ramos (Matteo in Commento della Bibbia Liturgica): Il fatto che Gesù fosse stato battezzato da Giovanni creò seri problemi alla primitiva comunità cristiana. Gesù aveva bisogno di ricevere «il battesimo di penitenza per la remissione dei peccati»? Ma il Figlio di Dio s’era fatto simile a noi in tutto fuorché nel peccato. E d’altra parte, quel battesimo non attestava una superiorità del Battista nei riguardi di Gesù? Il racconto presente affronta tale difficoltà. Ha molta cura di non stabilire nessuna relazione fra il battesimo di Gesù e il suo peccato, e in più afferma - con la testimonianza diretta del Battista - che Gesù è molto superiore a Giovanni.
Perché dunque si fece battezzare? Il testo dice «adempiamo ogni giustizia».
L’espressione biblica «adempiamo ogni giustizia» equivale, secondo il nostro modo di esprimerci, a uniformarsi a quello che Dio vuole, ad accettare il suo piano e la sua volontà. E Dio voleva che il suo Messia, il re divino, fosse il suo servo per eccellenza, che si sacrificasse per tutti nell’umiltà e nel nascondimento (Is 53).
Matteo usava presentare la vita di Gesù partendo dalle descrizioni che il profeta Isaia aveva fatte circa il servo di Yahveh (Mt 12,17-21 - Is 42,1-4).
La scena del battesimo di Gesù culmina in una teofania: si apre il cielo, discende su Gesù lo Spirito e una voce proclama che egli è Figlio di Dio e che il Padre si compiace in lui. La visione o l’annuncio della divinità, in molte religioni, provano che un individuo o è divino o si trova in una relazione peculiare con la divinità. La Bibbia pensa in modo diverso: per essa, queste non sono prove, bensì mezzi con i quali Dio manifesta la sua presenza e la sua azione divina nel mondo. La presente teofania mette in rilievo che si aprì il cielo, cioè che il mondo del divino irruppe nel mondo dell’umano in Gesù e attraverso Gesù. E questo, perché egli è il Figlio di Dio, che deve inaugurare sulla terra il suo regno. Per conseguenza, Dio si compiace in lui.
L’ultima espressione ha le sue radici nell’AT: del servo di Yahveh si dice che Dio lo ha eletto, che si compiace in lui e che gli infonde il suo Spirito (Is 42,1). Tutte le espressioni stanno a indicare la stessa realtà: la presenza di Dio in lui. In occasione del battesimo di Gesù, si afferma quello che sarà messo in evidenza in tutto il corso del NT: Gesù è il portatore dello Spirito, colui che compie perfettamente la volontà di Dio, colui che si dà per gli uomini in piena solidarietà con essi.
Per rendere visibile questa profonda realtà della presenza di Dio nel nostro mondo in Gesù e attraverso Gesù, era necessario usare un mezzo che rispettasse la distanza fra il cielo e la terra; e per questo apparve il volo d’un uccello, d’una colomba. E si ricorre a essa perché, molto spesso, è utilizzata come simbolo d’Israele e, in altre occasioni, come simbolo della sapienza. In fondo ci troviamo di fronte a un’immagine usata per mettere in rilievo l’unione fra l’alto e il basso, fra Dio e l’uomo.
Questa festa, oggi, è memoria del nostro battesimo, segno sensibile, efficace, indelebile che trasmette e trasfonde la vita personale di Cristo. Il battesimo «significa e opera la morte al peccato e l’ingresso nella vita della Santissima Trinità attraverso la configurazione al mistero pasquale di Cristo» (Catechismo della Chiesa Cattolica 1239). Nel battesimo opera la santissima Trinità: «Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito santo» (Mt 28,19). Il Padre nel battesimo genera i figli di adozione (LG 11), con una filiazione adottiva che è simile e partecipe alla filiazione che il Cristo ha dal Padre. I «fedeli nel battesimo della fede sono stati fatti veramente figli di Dio e compartecipi della natura divina» (LG 40). È «lui infatti che ci ha liberati dal potere delle tenebre e ci ha trasferiti nel regno del suo Figlio diletto» (Col 1,13). Il Figlio partecipa il germe della sua vita personale. È la trasfusione di nuova vita, una rigenerazione piena, divina. Cristo Gesù è il generante: «Quando uno battezza, è Cristo stesso che battezza» (SC 7). Gesù Cristo incorpora a sé il battezzato, lo introduce nel suo regno, lo ammette nella sua corporeità mistica, lo fa suo consanguineo, lo rende conforme a lui, lo trasforma e lo riveste con la sua personalità: «Quanti siete stati battezzati in Cristo, vi siete rivestiti di Cristo» (Gal 3,27). Lo Spirito Santo compie la concezione dei nuovi figli di Dio: sono «concepiti ad opera dello Spirito Santo e nati da Dio» (LG 64). Lo Spirito Santo li inabita, prende possesso del loro cuore, della loro mente, delle loro azioni e li consacra a Dio (LG 10; 44). Inabitati, posseduti dallo Spirito Santo diventano realmente santi: «I seguaci di Cristo, [...], nel battesimo della fede sono stati fatti veramente figli di Dio e compartecipi della natura divina, e perciò realmente santi» (LG 40). Nel credente battezzato la garanzia dell’eredità eterna è data dalla presenza dello Spirito Santo : «In Cristo [...] avete ricevuto il suggello dello Spirito Santo che era stato promesso, il quale è caparra della nostra eredità» (Ef 1,13-14). Con il battesimo i cristiani iniziano ad essere «la stirpe eletta, il sacerdozio regale, la nazione santa, il popolo che Dio si è acquistato» (1Pt 2,9). Tanta è la grandezza e la dignità del Battezzato!
 
Il Battesimo, grande mistero - Cromazio di Aquileia, Sermo 34, 1-3: In questo giorno, come abbiamo appena udito mentre veniva letta la divina lettura, il Signore e Salvatore nostro fu battezzato da Giovanni nel Giordano e perciò si tratta di una solennità non da poco, ma anzi grande e assai grande. Quando infatti nostro Signore si è degnato di ricevere il Battesimo, lo Spirito Santo scese su di lui in forma di colomba e si udì la voce del Padre che diceva: “Questi è il Figliolo mio diletto in cui mi sono compiaciuto” (Mt 3,17).
Oh, che grande mistero in questo Battesimo celeste! Il Padre si fa sentire dal cielo, il Figlio appare sulla terra, lo Spirito Santo si manifesta sotto forma di colomba: non si può parlare infatti di vero Battesimo, né di vera remissione dei peccati dove non sia la verità della Trinità, né si può concedere la remissione dei peccati ove non si creda alla Trinità perfetta. L’unico e vero Battesimo è quello della Chiesa, che è dato una sola volta: in esso veniamo immersi un’unica volta e ne usciamo puri e rinnovati; puri perché ci liberiamo dalla sozzura dei peccati, rinnovati perché risorgiamo a nuova vita, dopo aver deposto la decrepitezza del peccato. Questo lavacro del Battesimo rende l’uomo più bianco della neve, non nella pelle del suo corpo, ma nello splendore del suo spirito e nel candore della sua anima. I cieli pertanto si aprirono al Battesimo del Signore, per mostrare che il lavacro della rigenerazione spalanca ai credenti il regno dei cieli, secondo quella sentenza del Signore: “Nessuno, se non rinasce dall’acqua e dallo Spirito Santo, può entrare nel regno dei cieli” (Gv 3,5). Vi entra dunque chi rinasce e chi non trascura di custodire la grazia del proprio Battesimo; e così, per contro, non Vi entra chi non sia rinato.
Poiché nostro Signore era venuto a donare un nuovo Battesimo per la salvezza del genere umano e per la remissione di tutti i peccati, si degnò di ricevere egli stesso per primo il Battesimo, non per deporre i peccati, lui che non aveva commesso peccato, ma per santificare le acque del Battesimo allo scopo di cancellare i peccati di tutti i credenti rinati nel Battesimo. Egli dunque fu battezzato nelle acque, perché noi fossimo lavati di ogni nostro peccato per mezzo del Battesimo.
 
Il Santo del giorno - 8 Gennaio 2022 - San Severino Abate (410-482): Nato da nobile famiglia romana, visse una vita austera e penitente ed ebbe fama di taumaturgo. Tale era il suo carisma che, da regioni lontane, i potenti gli chiedevano consigli. Egli aveva compreso che la società romana in decadenza avrebbe beneficiato di questa linfa nuova quando fosse stata evangelizzata; in questo senso è esempio, ancora oggi, di apertura e lungimiranza.
 
Padre misericordioso,
che ci hai saziati con il tuo dono,
concedi a noi di ascoltare fedelmente
il tuo Figlio unigenito,
per chiamarci ed essere realmente tuoi figli.
Per Cristo nostro Signore.
 

 7 Gennaio 2023
 
Sabato Feria Propria del 7 Gennaio

 1 Gv 3,22-4,6; Salmo Responsoriale Dal Salmo 2; Mt 4,12-17.23-25
 
 Colletta
 O Dio, il tuo Verbo dall’eternità
riveste il cielo di bellezza
e dalla Vergine Maria ha assunto
la nostra fragile carne:
apparso tra noi come splendore della verità,
nella pienezza della sua potenza
porti a compimento
la redenzione del mondo.
Egli è Dio, e vive e regna con te.

Gesù percorreva tutta la Galilea... guarendo ogni sorta di malattie e di infermità nel popolo - Catechismo della Chiesa Cattolica - Cristo-medico: 1503: La compassione di Cristo verso i malati e le sue numerose guarigioni di infermi di ogni genere sono un chiaro segno del fatto che “Dio ha visitato il suo popolo” (Lc 7,16) e che il Regno di Dio è vicino. Gesù non ha soltanto il potere di guarire, ma anche di perdonare i peccati: è venuto a guarire l’uomo tutto intero, anima e corpo; è il medico di cui i malati hanno bisogno. La sua compassione verso tutti coloro che soffrono si spinge così lontano che egli si identifica con loro: “Ero malato e mi avete visitato” (Mt 25,36). Il suo amore di predilezione per gli infermi non ha cessato, lungo i secoli, di rendere i cristiani particolarmente premurosi verso tutti coloro che soffrono nel corpo e nello spirito. Essa sta all’origine degli instancabili sforzi per alleviare le loro pene.
Il significato della compassione di Gesù verso gli ammalati: Compendio Catechismo della Chiesa Cattolica 314: La compassione di Gesù verso gli ammalati e le sue numerose guarigioni di infermi sono un chiaro segno che con lui è venuto il Regno di Dio e quindi la vittoria sul peccato, sulla sofferenza e sulla morte. Con la sua passione e morte, egli dà nuovo senso alla sofferenza, la quale, se unita alla sua, può diventare mezzo di purificazione e di salvezza per noi e per gli altri.
 
I Lettura:  L’apostolo Giovanni suggerisce i criteri utili per riconoscere lo spirito che veramente proviene da Dio dallo spirito del mondo. Lo spartiacque è la fede: ogni spirito che riconosce Gesù Cristo venuto nella carne, è da Dio. Diversamente si è aggregati all’infelice compagnia dei tanti falsi profeti, infelici seminatori di disordini e di eresie.
 
Vangelo
Il regno dei cieli è vicino.
 
Gesù si ritirò nella Galilea e andò ad abitare a Cafarnao, l’evangelista Matteo nel fornire questa notizia non è spinto dal desiderio di precisazioni geografiche, ma dall’intenzione di riportare un fatto che senza dubbio costituì per le attese religiose del tempo una sorpresa, se non addirittura uno scandalo. Allora era pacificamente accettato che l’annuncio messianico doveva partire da Gerusalemme, la città santa, il cuore del giudaismo, e invece parte da una regione periferica, dalla Galilea, da molti disprezzata perché ritenuta contaminata dal paganesimo (Galilea delle Genti): una scelta di campo netta, precisa, con la quale si vuole sottolineare che “l’attività di Gesù era destinata a tutti gli uomini e che, davanti a Dio, nessuno può pretendere d’averne l’esclusiva” (Felipe F. Ramos). Il passo del profeta Isaia, citato da Matteo, vuole spiegare appunto il motivo di questa scelta da parte di Gesù, una citazione che frantuma un rigido tabù della religiosità giudaica: la luce è sorta per illuminare tutti gli uomini, la luce è destinata a superare i confini di Israele, il Vangelo sarà predicato nel mondo intero (cfr. Mt 28,18ss). Convertitevi, perché il del regno dei cieli è vicino: è l’invito che Gesù rivolge a tutti gli uomini e tutti gli uomini lo possono accogliere purché si convertano, il regno dei cieli è vicino perché è Gesù il regno, in lui Dio si fa vicino agli uomini per sanarli dai loro mali, per introdurli nella verità.
 
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 4,12-17.23-25
 
In quel tempo, quando Gesù seppe che Giovanni era stato arrestato, si ritirò nella Galilea, lasciò Nàzaret e andò ad abitare a Cafàrnao, sulla riva del mare, nel territorio di Zàbulon e di Nèftali, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta Isaìa:
«Terra di Zàbulon e terra di Nèftali,
sulla via del mare, oltre il Giordano,
Galilea delle genti!
Il popolo che abitava nelle tenebre
vide una grande luce,
per quelli che abitavano in regione e ombra di morte
una luce è sorta».
Da allora Gesù cominciò a predicare e a dire: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino».
Gesù percorreva tutta la Galilea, insegnando nelle loro sinagoghe, annunciando il vangelo del Regno e guarendo ogni sorta di malattie e di infermità nel popolo. La sua fama si diffuse per tutta la Siria e conducevano a lui tutti i malati, tormentati da varie malattie e dolori, indemoniati, epilettici e paralitici; ed egli li guarì. Grandi folle cominciarono a seguirlo dalla Galilea, dalla Decàpoli, da Gerusalemme, dalla Giudea e da oltre il Giordano.
Parola del Signore.
 
In quel tempo, quando Gesù seppe che Giovanni era stato arrestato - Il brano evangelico va suddiviso in due parti: nella prima l’evangelista Matteo parla dell’inizio del ministero pubblico, nella seconda narra, in modo molto sintetico, l’attività di Gesù.
Matteo, che ama citare l’Antico Testamento per mostrarlo compiuto in Cristo, per giustificare l’attività di Gesù in Galilea si rifà alla profezia di Isaia. L’evangelista Matteo lo fa apportando alcuni adattamenti. La profezia della luce «che sorge sui territori delle due tribù di Zabulon e Neftali [Is 8,23-9,1] si compie quando Gesù va ad abitare a Cafarnao. Ma per accordare la profezia con lo spostamento di Gesù a Cafarnao, la località viene collocata da Matteo “nel territorio di Zabulon e di Neftali”, mentre egli si trova semplicemente nel territorio dell’ultima tribù, così come il “mare” della profezia, il Mediterraneo, viene assimilato al mare di Galilea» (Il Nuovo Testamento, Vangeli e Atti degli Apostoli, Ed. Paoline).
Galilea è detta delle “genti”, perché il nome significa circondario o distretto dei Gentili. In questo modo, l’evangelista Matteo vuole suggerire ai suoi lettori l’universalità della salvezza, ma anche una regola costante di Dio: cioè «quella di scegliere ciò che nel mondo è piccolo e disprezzato per realizzare con esso le meraviglie della sua salvezza [1Cor 1,27-28]. La Galilea entra a pieno titolo in questa tattica di Dio. Non è una scelta casuale, ma il compimento del disegno di Dio, anzi l’inizio di una rivelazione che diverrà progressivamente più chiara» (Luciano Monari).
Gesù inizia la predicazione con lo stesso messaggio del Battista: Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino. Ma con una sostanziale differenza.
Mentre Giovanni Battista attendeva il regno dei cieli come imminente, Gesù comincia ad attuarlo con la sua opera (Cf. Lc 17,21).
La conversione che Gesù esige deve tradursi in una adesione incondizionata alla sua persona, in un irreversibile distacco dal male, in un risoluto ritorno a Dio in piena obbedienza alla sua volontà.
Queste condizioni radicali vengono poste anche per la sequela cristiana per la quale non si ammettono tentennamenti di sorta (Cf. Lc 9,57-62).
La pericope evangelica si chiude con un sommario resoconto dell’apostolato itinerante di Gesù nella Galilea: Egli predica il vangelo del Regno, guarisce ogni sorta di malattie e di infermità. L’attività  apostolica e taumaturgica di Gesù, senza soste, rivolta sopra tutto ai più bisognosi, resterà incisa, in modo indelebile, nel cuori degli Apostoli, tanto da avere in Atti 10,38, in poche parole, una sintesi perfetta della vita terrena del Figlio di Dio: «Gesù di Nàzaret, il quale passò beneficando e risanando tutti coloro che stavano sotto il potere del diavolo, perché Dio era con lui».
Dio ha iniziato a camminare sulle strade degli uomini: ora, ad essi, tocca stare attenti al rumore dei passi del Dio che viene!
 
Il popolo che abitava nelle tenebre vide una grande luce - Giuseppe Barbaglio (Luce in Schede Bibliche Pastorali): La luce è simbolo del bene, della vita e della felicità (Gb 30,26; Is 45,7); mentre le tenebre, soprattutto le tenebre dello sheòl, indicano disgrazia (Gb 3,16.20; 18,18; Is 26,19; Sal 58,9; Bar 3,19-20; Am 5,18.20).
Tutto ciò che porta felicità e salvezza e illumina la via della vita, può essere nominato luce: la parola di Jahvé (Sal 119,105), la legge (Sap 18,4), il diritto (Is 51,4; Os 6,5; Sal 37,6; Is 62,1s), o le ammonizioni e i comandamenti dei genitori (Pro 6,23), la sapienza (Eccle 2,13; Sap 7,10.26; Bar 4,2), la giustizia (Sap 5,6).
Il simbolismo della luce è collegato al comportamento etico dell’uomo: il cammino dei giusti è chiamato spesso luce (Pro 4,18; Cf. Is 58,8.10); il cattivo è ottenebrato, l’empio è nel buio, la sua luce si spegne: «la via degli empi è tenebra fitta, non si avvedono dove inciampano» (Pro 4,19; Gb 18,5-6).
Dio con la sua legge illumina i passi dell’uomo, egli è la lampada che ci guida (Pro 6,23; Sal 119,105; Gb 29,3; Sal 18,29). Gli effetti della giustizia sono affini a quelli della luce (Gb 22,21-28).
La vita spirituale ha bisogno di una luce fondamentale che la illumini e la guidi come la luce del corpo: è la semplicità, in contrasto all’occhio cattivo e ottenebrato, che sarebbe la doppiezza, l’insincerità, l’invidia (Mt 6,22-23; Lc 11,34-36; Mt 20,15).
La luce porta vita e ordine: la regolarità del sorgere del giorno e l’ordine che essa fa vedere sorgendo; quindi è connessa con la conoscenza (Sal 43,3; ecc.); Jahvé stesso è luce di Israele, probabilmente come rivelatore (Dn 2,22). Infine abbiamo l’immagine del volto luminoso di Dio che dà una nota di rassicurante benevolenza: la luce del volto di Dio splende sul suo popolo (Sal 44,3-4; 80,8; 90,8; Pro 16,15; Sal 67,2; 119,135).
Essa sottolinea la presenza di Dio all’uomo come presenza tutelare (Sal 80,8; Mi 7,8-9; Cf. 2Sam 22,29; Sal 18,28; Is 9,2; 10,17). Alla luce del volto di Dio si godono il bene, la vita, la felicità, la salvezza (Sal 4,7; 44,4; 89,16; Gb 29,24).
In sintesi, si ha la seguente densità simbolica: luce = vita e salvezza (simbolismo soteriologico); luce = bene (simbolismo etico); luce = conoscenza/rivelazione (simbolismo apocalittico).
 
Regno di Dio: Anselm Urban: L’espressione greca basileia theou (regalità di Dio”, ebr. Malkut JHWH) designa in primo luogo il potere esercitato, l’effettivo governo di Dio. In genere sarebbe consigliabile la traduzione “signoria di Dio”. Tuttavia s’intende talvolta un particolare. ambito o stato nel quale la sovranità di Dio si esplica pienamente, in tal caso si parla di regno “Regno dei cieli” (in Mt; meglio: “signoria dei cieli”) perifrasa soltanto ìl nome di Dio e sarebbe totalmente frainteso se fosse concepito come un “regno al di sopra delle nubi”: si tratta della pretesa di governo che Dio avanza su questo mondo.
Nell’Antico Testamento si parla molto della sovranità regale dì JHWH, ma raramente nel senso di “regno”. In 1Cr 17,14 viene chiamato così il regno davidico (idealizzato teocraticamente), nelle visioni di Dio i regni di questo mondo vengono sostituiti dal regno del figlio dell'uomo (7,14 - e rispettivamente del popolo dei santi, come accenna il v. 27). Mentre nel giudaismo rabbinico la “signoria dei cieli” è piuttosto un’entità spirituale, nell’Apocalittica vive e si sviluppa ulteriormente (naturalmente accanto a speculazioni escatologiche) la grande visione dei profeti (per es. Is 11): un regno universale di pace e di salvezza che trasforma anche la creazione, una vita purificata degli uomini al di là della colpa e del peccato, sotto l'ordine onnicomprensivo della legge divina.
Gesù non annuncia né un regno politico, né puramente spirituale-morale, ma si ricollega alle visioni profetiche. La novità è che tutto ciò è “vicino” (Mc 1,15), “è alle porte” (13,19). Il regno non viene attraverso i nostri sforzi, per quanto noi siamo assegnati al lavoro nella vigna (Mt 20,1ss), ma cresce soltanto ad opera di Dio (cf. Mc 4,26-29). Si può essere certamente “collaboratori per il regno” (Col 4,11), ma “edificare il regno” lo può soltanto Dio stesso, A noi rimane lumile invocazione: “Venga il tuo regno!” (Mt 6,10).
 
La conferma della predicazione di Giovanni: “Cristo cominciò la predicazione dal momento in cui Giovanni fu arrestato. Se avesse iniziato a predicare mentre Giovanni era vivo, sicuramente lo avrebbe svilito e la predicazione di Giovanni sarebbe stata ritenuta superflua rispetto alla sua dottrina: come se la luce del giorno, nascendo contemporaneamente alla luce della stella del mattino, celasse la bellezza di quest’ultima. Saggiamente diede inizio alla sua predicazione dalle parole che era solito pronunciare Giovanni: Fate penitenza perché il regno dei cieli è vicino (Mt 3,2), non per cancellare l’insegnamento di Giovanni ma per dargli forza. Se infatti avesse predicato queste parole mentre il profeta ancora forniva i medesimi insegnamenti, forse avrebbe dato l’impressione di cancellarli, ora invece, poiché ripete tali parole mentre quello è in prigione, questo significa non voler cancellare ma voler rafforzare le dottrine di quello. Diede forza all’insegnamento di Giovanni per attestare che quello era un testimone degno di fede” (Anonimo, Opera incompleta su Matteo, omelia 6)
 
Il Santo del giorno - 7 Gennaio 2022 - San Raimondo de Penafort, Sacerdote: Figlio di signori catalani, nasce a Peñafort nel 1175. Comincia gli studi a Barcellona e li termina a Bologna. Qui conosce il genovese Sinibaldo Fieschi, poi papa Innocenzo IV. Di ritorno a Barcellona, Raimondo è nominato canonico della cattedrale. Ma nel 1222 si apre in città un convento dell’Ordine dei Predicatori, fondato pochi anni prima da san Domenico. E lui lascia il canonicato per farsi domenicano. Nel 1223 aiuta il futuro santo Pietro Nolasco a fondare l’Ordine dei Mercedari per il riscatto degli schiavi. Qualche anno dopo a Roma Gregorio IX gli affida il compito di raccogliere e ordinare tutte le decretali (gli atti emanati dai pontefici in materia dogmatica e disciplinare, rispondendo a quesiti o intervenendo su situazioni specifiche). Raimondo riesce a dare un ordine e una completezza mai raggiunti prima. Nel 1234, il Papa gli offre l’arcivescovado di Tarragona. Ma lui rifiuta. Nel 1238 i suoi confratelli lo vogliono generale dell’Ordine. Ma l’attività intensa che lo vede in tutta Europa lo sfianca. A 70 anni torna infine a una vita di preghiera, studio, formazione dei nuovi predicatori nell’Ordine. Frate Raimondo muore a Barcellona nel 1275. (Avvenire)
 
Dio onnipotente,
fa’ che la forza inesauribile
di questi santi misteri
ci sostenga in ogni momento della nostra vita.
Per Cristo nostro Signore.
 

6 Gennaio 2023
 
Epifania del Signore (Messa del Giorno)

  Is 60,1-6; Salmo Responsoriale Dal Salmo 71 (72); Ef 3,2-3a.5-6; Mt 2,1-12

La Bibbia e i Padri della Chiesa (I Padri Vivi): Oggi, per mezzo della stella, Dio rivela il Figlio Unigenito quale Salvatore di tutti gli uomini. Nella persona dei magi venuti dall’Oriente, i popoli del mondo rispondono alla chiamata di Dio, individuano e riconoscono il Bambino di Betlemme come loro Salvatore. Si adempie la profezia di Isaia: il buio copre la terra, le tenebre avvolgono le nazioni, ma sopra Gerusalemme risplende la luce.
Verso questa luce sono diretti i popoli della terra e in questa luce cammineranno d’ora in poi. Siamo di fronte ad un mistero, che non era conosciuto dalle generazioni precedenti e quale fu rivelato a san Paolo dallo Spirito Santo: i pagani sono già coeredi e membri dello stesso Corpo, e compartecipi della promessa in Cristo Gesù per mezzo del Vangelo. Gesù inizia l’opera dell’unificazione dei popoli e la fondazione della comunità della famiglia umana. La Chiesa, segno dell’unità di tutto il genere umano, continua a svolgere questa missione oggi, finché non ritorni il Signore.
Abbiamo già conosciuto Cristo per mezzo della fede, abbiamo ottenuto il rinnovamento della nostra natura umana, apparteniamo alla Chiesa, popolo della Nuova Alleanza. Abbiamo bisogno, come una volta i magi, della luce di Dio per capire quanto grandi siano i misteri ai quali partecipiamo, per poter annunziare a tutti gli uomini le grandi opere di Dio.
 
Colletta
O Dio, che in questo giorno,
con la guida della stella,
hai rivelato alle genti il tuo Figlio unigenito,
conduci benigno anche noi,
che già ti abbiamo conosciuto per la fede,
a contemplare la bellezza della tua gloria.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.

Benedetto XVI (Omelia 6 Gennaio 2007): “Abbiamo visto la sua stella in oriente e siamo venuti per adorare il Signore” (Acclamaz. al Vangelo, cfr Mt 2,2). Quello che ogni volta ci stupisce, ascoltando queste parole dei Magi, è che essi si prostrarono in adorazione di fronte a un semplice bambino in braccio a sua madre, non nella cornice di un palazzo regale, bensì nella povertà di una capanna a Betlemme (cfr Mt 2,11). Come è stato possibile? Che cosa ha convinto i Magi che quel bambino era “il re dei Giudei” e il re dei popoli? Li ha certamente persuasi il segno della stella, che essi avevano visto “nel suo sorgere” e che si era fermata proprio sopra il luogo dove si trovava il Bambino (cfr Mt 2,9). Ma anche la stella non sarebbe bastata, se i Magi non fossero stati persone intimamente aperte alla verità. A differenza del re Erode, preso dai suoi interessi di potere e di ricchezza, i Magi erano protesi verso la meta della loro ricerca, e quando la trovarono, benché fossero uomini colti, si comportarono come i pastori di Betlemme: riconobbero il segno e adorarono il Bambino, offrendogli i doni preziosi e simbolici che avevano portato con sé.
Cari fratelli e sorelle, sostiamo idealmente anche noi dinanzi all’icona dell’adorazione dei Magi. Essa contiene un messaggio esigente e sempre attuale. Esigente e sempre attuale anzitutto per la Chiesa che, rispecchiandosi in Maria, è chiamata a mostrare agli uomini Gesù, nient’altro che Gesù. Egli infatti è il Tutto e la Chiesa non esiste che per rimanere unita a Lui e farLo conoscere al mondo. Ci aiuti la Madre del Verbo incarnato ad essere docili discepoli del suo Figlio, Luce delle genti. L’esempio dei Magi di allora è un invito anche per i Magi di oggi ad aprire le menti e i cuori a Cristo e ad offrirgli i doni della loro ricerca. Ad essi, a tutti gli uomini del nostro tempo, vorrei quest’oggi ripetere: non abbiate paura della luce di Cristo! La sua luce è lo splendore della verità. Lasciatevi illuminare da Lui, popoli tutti della terra; lasciatevi avvolgere dal suo amore e troverete la via della pace. Così sia.
 
I Lettura: L’oracolo annunzia la perennità dell’alleanza di Jahve con Israele segnata dall’effusione dello Spirito e dall’attività profetica. Le ricchezze del mare vengono dall’ovest, con le navi fenice o greche; i tesori dell’oriente e dell’Egitto vengono con le carovane attraverso i deserti di Siria e del Sinai. Le allusioni ai tesori dell’oriente e la prospettiva universalista del testo di Isaia (v. 6) hanno portato la liturgia ad applicare questo testo alla solennità dell’epifania.
 
II Lettura: La salvezza di Dio è rivolta a tutte le genti. Un mistero di amore e di misericordia che Paolo ha conosciuto per rivelazione. Dio lo ha rivelato all’apostolo Paolo perché lui lo proclamasse sino agli estremi confini della terra.  
 
Vangelo
Siamo venuti dall’oriente per adorare il re.
 
Epifania (Epiphaneia) significa venuta, manifestazione, apparizione: Oggi la Chiesa lavata dalla colpa nel fiume Giordano, si unisce a Cristo, suo Sposo, accorrono i magi con doni alle nozze regali e l’acqua cambiata in vino rallegra la mensa (Ant. al Ben. Liturgia delle Ore). I Magi ed il re Erode sono i protagonisti del racconto evangelico. I Magi si mettono in cammino guidati da una stella per andare ad adorare un bambino: Dov’è colui che è nato, il re dei Giudei? Abbiamo visto spuntare la sua stella e siamo venuti ad adorarlo. All’udire questo, il re Erode rimane paralizzato, inchiodato nei suoi sogni di grandezza: i primi hanno il cuore colmo di una gioia grandissima, il cuore di Erode invece è divorato dalla serpe della follia e concepisce progetti omicidi, e mentendo dice ai Magi: Andate e informatevi accuratamente sul bambino e, quando l’avrete trovato, fatemelo sapere, perché anch’io venga ad adorarlo. Ma in verità cerca il Bambino per ucciderlo. I Magi sono la primizia dei popoli che aderiranno con gioia grandissima alla Chiesa edificandola cattolica, universale, Erode è la profezia del tragico destino che attende il Messia: solo i lontani sanno che Israele ha già il Messia e lo cercano per adorarlo, benché ignorino chi è e dove trovarlo. Il doloroso destino di Cristo Gesù, di essere ignorato da compatrioti e cercato dagli estranei, incomincia a realizzarsi dall’inizio stesso della sua apparizione sulla terra. Manifestazione pubblica e pubblico rifiuto vanno uniti.
 
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 2,1-12
 
Nato Gesù a Betlemme di Giudea, al tempo del re Erode, ecco, alcuni Magi vennero da oriente a Gerusalemme e dicevano: «Dov’è colui che è nato, il re dei Giudei? Abbiamo visto spuntare la sua stella e siamo venuti ad adorarlo». All’udire questo, il re Erode restò turbato e con lui tutta Gerusalemme. Riuniti tutti i capi dei sacerdoti e gli scribi del popolo, si informava da loro sul luogo in cui doveva nascere il Cristo. Gli risposero: «A Betlemme di Giudea, perché così è scritto per mezzo del profeta: “E tu, Betlemme, terra di Giuda, non sei davvero l’ultima delle città principali di Giuda: da te infatti uscirà un capo che sarà il pastore del mio popolo, Israele”».
Allora Erode, chiamati segretamente i Magi, si fece dire da loro con esattezza il tempo in cui era apparsa la stella e li inviò a Betlemme dicendo: «Andate e informatevi accuratamente sul bambino e, quando l’avrete trovato, fatemelo sapere, perché anch’io venga ad adorarlo».
Udito il re, essi partirono. Ed ecco, la stella, che avevano visto spuntare, li precedeva, finché giunse e si fermò sopra il luogo dove si trovava il bambino. Al vedere la stella, provarono una gioia grandissima. Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, si prostrarono e lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra. Avvertiti in sogno di non tornare da Erode, per un’altra strada fecero ritorno al loro paese.
Parola del Signore.
 
Nato Gesù a Betlemme di Giudea, al tempo del re Erode, ecco, alcuni Magi vennero da oriente a Gerusalemme - Claude Tassin (Vangelo di Matteo): I magi: a metà tra il sapiente e lo stregone, i «maghi» dell’antichità praticano la divinazione, la medicina, l’astrologia e interpretano i sogni. Mosè ebbe a che fare con essi al cospetto del faraone e anche gli apostoli incontreranno personaggi come questi (cfr. At 8,9; 13,8). La Bibbia mostra di non amarli: infatti si tratta di pagani, poiché la magia era bandita da Israele.
Questi magi di Mt 2 giungono dall’oriente: infatti i maghi orientali sono i più reputati, soprattutto i caldei di Babilonia; ma Matteo non precisa la loro terra d’origine: i doni che portano con sé fanno pensare all’Arabia; ma essi possono anche provenire dalla Persia. Secondo due autori latini, alcuni maghi persiani, obbedendo agli astri, vennero a Roma verso l’anno 66 per onorare l’imperatore Nerone; anch’essi ripartirono poi «per un’altra strada». Però non è verso Nerone ma verso Gesù che Matteo dirige i suoi magi, e non senza qualche ironia: il cammino che i responsabili giudei, benché illuminati dalla Bibbia, non hanno saputo fare, questi magi pagani l’hanno seguito basandosi sulla loro scienza piuttosto empirica e obbedendo alle Scritture: è la prima lezione missionaria dell’evangelista.
La Chiesa d’occidente conosce tre magi (uno per ogni regalo portato), dei quali ha fatto dei re. Questo cambia­mento riflette una certa familiarità con l’Antico Testamento: infatti, secondo il Salmo 72 (vv. 10-15), si tratta dei sovrani delle nazioni che vengono a offrire al messia i tesori delle loro terre. Ma Matteo non parla di re: si tratta di più normali pagani che si recano dal Cristo.
La stella: l’evangelista resterebbe certamente stupito delle ipotesi che, da secoli, cercano di individuare la nova o la cometa apparsa ai tempi di Gesù. La stella di Matteo non si trova nella volta celeste ma nella Bibbia ... Secondo Nm 24,17, un giorno si leverebbe «la stella di Giacobbe», una profezia che gli ebrei del I secolo riferivano al messia. Il simbolo si adatta bene alla storia dei magi: infatti l’annuncio di Nm 24 non era stato fatto a Israele da un profeta israelita ma da Balaam, un pagano che la tradizione considerava come un interprete di sogni, cioè un «mago».
 
Epifania - Ansel Urban: Significa, a differenza della visione apocalittica (sguardo nel mondo aldilà) la comparsa in questo mondo e nella storia di una realtà dell’aldilà, sia in forma personale, sia attraverso segni prodigiosi. Nella Bibbia “si manifestano” (il più delle volte è detto: “fu visto”) Dio, angeli, morti (Mt 27,53), santi del passato (Mc 9,4), il Cristo risorto, Satana (2Ts 2,8).
Nei racconti dei patriarchi, le manifestazioni di JHWH sono collegate a determinate tradizioni locali; più tardi è l’arca dell’alleanza nella tenda, o nel tempio, il luogo nel quale Dio si manifesta nella sua  “gloria”. Talvolta Dio appare in sogno (Gen 28,12ss; fluido passaggio alla visione), talvolta sotto sembianze di uno straniero (Gen 18); nell’“angelo di JHWH” si manifesta, secondo i testi più antichi (jahwista, elohista), Dio stesso [...].
Nella nuova alleanza Dio si manifesta nel suo Figlio Gesù Cristo. Secondo i sinottici, però, egli rimane fondamentalmente, nonostante tutti i segni di potenza, sotto una legge di nascondimento (Mc 3,11s), e soltanto eccezionalmente traspare qualcosa della gloria divina nella sua figura terrena: in occasione della trasfigurazione o del cammino sulle acque (con la tipica espressione epifanica: “Sono io!” Mc 6,50). Giovanni invece sottolinea continuamente il carattere epifanico della persona e dell’azione di Gesù: i suoi miracoli sono “segni” e rivelano la sua gloria (2,11), oppure quella del Padre, poiché Gesù fa soltanto ciò che egli vede e ode fare dal Padre (5,19.30). Perciò chi vede lui, vede il Padre (14,9). Nella parola incarnata che ha “eretto la sua tenda in mezzo a noi” si rese visibile la gloria di Dio (1,14; chiara allusione alla manifestazione di JHWH nell’Antico Testamento). Con il suo ritorno al Padre, il tempo di questa “epifania” (cf. 2Tm 1,10) è passato (Gv 14,22). Ma determinante per la nostra salvezza non è il vedere, ma la fede (20,29), la quale nasce dall’udire il messaggio, permane e viene a sua volta annunciata (20,31, 1Gv 1,3). Per Giovanni, Cristo nella sua missione storica è più la parola che non l’immagine del Padre. La vera e propria epifania di Dio avviene, anche secondo il Nuovo Testamento, solo alla fine dei giorni: alla venuta del Figlio dell’uomo con grande potenza e gloria (Mc 13,26). “Parusia” ed “epifania” sono qui appaiate con lo stesso significato (2Ts 2,8).
 
...  si prostrarono e lo adorarono: “È la maniera in cui il Diavolo avrebbe voluto che il Signore l’adorasse quando gli disse, dopo averli mostrato la magnificenza di tutti i regni dell’universo. Tutto questo io ti darò se, in ginocchio, mi adorerai [Mt 4,9]” (Giuliano di Vézelay, Sermo 2)
 
Il Santo del giorno - 6 Gennaio 2022 - Epifania del Signore: L’etimologia di Epifania è da cercare nel greco antico: all’origine c’è il verbo epifàino (ἐπιφαίνω) che vuol dire “mi rendo manifesto” e da esso deriva il termine epifàneia (ἐπιφάνεια) che significa manifestazione, apparizione, venuta, presenza divina. L’«apparizione» di Dio nel mondo produce un cambiamento nella storia, si manifesta nelle vocazioni (Es 3; Is 6,1-13; Ger 1,2-10), nelle promesse (Gn 18; Gdc 13,3ss), specialmente nelle varie stipulazioni del patto (Gn 17,1-4; Es 19,18-20,19); come avvenimento storico l’epifania viene datata, localizzata (Es 19,18; Is 6,1; Mc 16,2-8; Lc 24,1; Gv 20,12) ed esperimentata in speciali luoghi: montagne (Es 3; 19; Mc 9,2), mare (Mc 6,48), tenda della rivelazione (Es 40,34), tempio (Is 6). L’epifania ha il carattere di una chiamata, che conquista l’uomo (Is 6,5; Ger 20,7), suscita in lui timore (Gn 28,17; Mc 6,50; 9,6; Lc 2,9; 24,38; Gv 6,20), richiede da lui una decisione; l’uomo può incontrare Dio in questi casi solo a distanza (Es 3,6; 33,22s; Gdc 6,11ss). Per mezzo di Cristo si compie l’epifania di Dio in un modo nuovo; essa viene preparata (Lc 1,10ss.28ss; 2,9ss) o convalidata (Mc 16,5par; Gv 20,12) dalle apparizioni angeliche; l’incarnazione di Cristo è un’apparizione nascosta della gloria di Dio (Mc 9,2s; Gv 1,14), che alla fine dei tempi si mostrerà in maniera svelata (Mc 13,26 par); in forza dell’unione con Cristo l’epifania è orientata in modo speciale verso la comunità (Lc 24,30.415s; Gv 20,24-29; l Cor 15,5ss). L’epifania di Dio avviene per mezzo dell’annunzio della sua parola ed è equivalente alla parusia di Cristo (1Tm 6,14; 2Tm 4,1-8; Tt 2,13).

La tua luce, o Signore, ci preceda sempre e in ogni luogo,
perché contempliamo con purezza di fede
e gustiamo con fervente amore
il mistero di cui ci hai fatti partecipi.
Per Cristo nostro Signore.