5 Gennaio 2023
Giovedì Feria di Natale
1Gv 3,11-21; Salmo Responsoriale Dal Salmo 99 (100); Gv 1,43-51
Colletta
O Padre, che nella nascita del tuo Figlio unigenito
hai dato mirabile principio
alla redenzione del tuo popolo,
rafforza la nostra fede,
perché, guidati da Cristo,
giungiamo al premio della gloria promessa.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
Vieni e vedi: Benedetto XVI (Udienza Generale, 6 settembre 2006): Il Quarto Vangelo racconta che, dopo essere stato chiamato da Gesù, Filippo incontra Natanaele e gli dice: “Abbiamo trovato colui del quale hanno scritto Mosè nella Legge e i Profeti, Gesù, figlio di Giuseppe, di Nazaret” (Gv 1,45). Alla risposta piuttosto scettica di Natanaele (“Da Nazaret può forse venire qualcosa di buono?”), Filippo non si arrende e controbatte con decisione: “Vieni e vedi!” (Gv 1,46). In questa risposta, asciutta ma chiara, Filippo manifesta le caratteristiche del vero testimone: non si accontenta di proporre l’annuncio, come una teoria, ma interpella direttamente l’interlocutore suggerendogli di fare lui stesso un’esperienza personale di quanto annunciato. I medesimi due verbi sono usati da Gesù stesso quando due discepoli di Giovanni Battista lo avvicinano per chiedergli dove abita. Gesù rispose: “Venite e vedrete” (cfr. Gv 1,38-39). Possiamo pensare che Filippo si rivolga pure a noi con quei due verbi che suppongono un personale coinvolgimento. Anche a noi dice quanto disse a Natanaele: “Vieni e vedi”. L’Apostolo ci impegna a conoscere Gesù da vicino. In effetti, l’amicizia, il vero conoscere l’altro, ha bisogno della vicinanza, anzi in parte vive di essa. Del resto, non bisogna dimenticare che, secondo quanto scrive Marco, Gesù scelse i Dodici con lo scopo primario che “stessero con lui” (Mc 3,14), cioè condividessero la sua vita e imparassero direttamente da lui non solo lo stile del suo comportamento, ma soprattutto chi davvero Lui fosse. Solo così infatti, partecipando alla sua vita, essi potevano conoscerlo e poi annunciarlo. Più tardi, nella Lettera di Paolo agli Efesini, si leggerà che l’importante è “imparare il Cristo” (4,20), quindi non solo e non tanto ascoltare i suoi insegnamenti, le sue parole, quanto ancor più conoscere Lui in persona, cioè la sua umanità e divinità, il suo mistero, la sua bellezza. Egli infatti non è solo un Maestro, ma un Amico, anzi un Fratello. Come potremmo conoscerlo a fondo restando lontani? L’intimità, la familiarità, la consuetudine ci fanno scoprire la vera identità di Gesù Cristo. Ecco: è proprio questo che ci ricorda l’apostolo Filippo. E così ci invita a “venire”, a “vedere”, cioè ad entrare in un contatto di ascolto, di risposta e di comunione di vita con Gesù giorno per giorno.
I Lettura: La vita dei figli di Dio pone necessariamente delle regole: rompere con il peccato; osservare i comandamenti di Dio, soprattutto quello della carità; guardarsi dagli anticristi e dal mondo. La carità deve essere reale non verbale, operosa non oziosa. Questo amore sincero verso i fratelli è la comprova che il nostro amore verso Dio è veritiero.
Vangelo
Tu sei il Figlio di Dio, tu sei il re d’Israele.
Filippo è, dopo Andrea e Simon Pietro, il terzo discepolo che viene chiamato con il suo nome: tutti e tre vengono da Betsaida, città di pescatori situata in riva al lago di Tiberiade. Lo scetticismo di Natanaele è comprensibile: il messia non poteva venire da una città insignificante come Nazaret. Questo contrasto tra il messia glorioso atteso e l’origine umile di Gesù è lo scandalo dell’Incarnazione. Solo la fede può vincere questo scetticismo ed entrare nel mistero del Cristo, solo la fede può sollevare il velo della povertà della carne è conoscere che Gesù di Nazaret è il Figlio di Dio, il Verbo fatto Carne (Gv 1,14). Prima che Filippo ti chiamasse, io ti ho visto quando eri sotto l’albero di fichi: nel vangelo di Giovanni, Gesù dà spesso prova di una conoscenza superiore degli avvenimenti e delle persone, e di essere padrone di ogni situazione che gli si presenta. Il titolo Figlio dell’uomo nel vangelo di Giovanni si ispira alla scala di Giacobbe (Gn 28,10-17), a differenza dei sinottici che fanno riferimento al libro di Daniele (7,13). Come in quell’episodio della Genesi, il riferimento agli angeli significava l’incontro e la comunicazione di Dio con gli uomini, così qui Gesù, in quanto Figlio dell’uomo, è diventato il luogo d’incontro tra Dio e l’uomo, tra il cielo e la terra.
Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 1,43-51
In quel tempo, Gesù volle partire per la Galilea; trovò Filippo e gli disse: «Seguimi!». Filippo era di Betsàida, la città di Andrea e di Pietro.
Filippo trovò Natanaèle e gli disse: «Abbiamo trovato colui del quale hanno scritto Mosè, nella Legge, e i Profeti: Gesù, il figlio di Giuseppe, di Nàzaret». Natanaèle gli disse: «Da Nàzaret può venire qualcosa di buono?». Filippo gli rispose: «Vieni e vedi».
Gesù intanto, visto Natanaèle che gli veniva incontro, disse di lui: «Ecco davvero un Israelita in cui non c’è falsità». Natanaèle gli domandò: «Come mi conosci?». Gli rispose Gesù: «Prima che Filippo ti chiamasse, io ti ho visto quando eri sotto l’albero di fichi». Gli replicò Natanaèle: «Rabbì, tu sei il Figlio di Dio, tu sei il re d’Israele!». Gli rispose Gesù: «Perché ti ho detto che ti avevo visto sotto l’albero di fichi, tu credi? Vedrai cose più grandi di queste!».
Poi gli disse: «In verità, in verità io vi dico: vedrete il cielo aperto e gli angeli di Dio salire e scendere sopra il Figlio dell’uomo».
Parola del Signore.
La Bibbia di Navarra (I Quattro Vangeli): 45-51. L’apostolo Filippo, tutto emozionato, non poté fare a meno di esprimere all’amico Natanaèle (Bartolomeo) la gioia della sua scoperta (v. 45).
«Natanaèle [ ... ] conosceva dalle Scritture che il Cristo doveva venire da Betlemme, dalla città di Davide. Tale era la credenza dei Giudei, radicata nel vaticinio del profeta: “E tu, Betlemme di Efrata, così piccola per essere fra i capoluoghi di Giuda, da te mi uscirà colui che deve essere il dominatore in Israele” (Mic 5,1). Pertanto Natanaèle, ascoltando che il Messia proveniva da Nàzaret, si turbò ed espresse dubbi, poiché non sapeva come conciliare le parole di Filippo con l’annunzio profetico» (Om. sul Vangelo di san Giovanni, 20,1).
Sappia il cristiano che, ogni qual volta comunica la sua fede agli altri, costoro possono muovergli delle obiezioni. Che fare allora? Ciò che fece Filippo: non riporre fiducia nelle proprie argomentazioni, ma invitarli ad avvicinarsi personalmente a Gesù: «Vieni e vedi» (v. 46). Il cristiano deve dunque condurre gli uomini uoi fratelli alla presenza del Signore tramite i mezzi della grazia che il Redentore stesso ha elargito e che la Chiesa è demandata ad amministrare: frequenza dei sacramenti e pratica della pietà cristiana.
Natanaèle, uomo verace (v. 47), accompagna Filippo da Gesù. S’instaura così il contatto personale con il Signore (v. 48): ne deriva come conseguenza la fede del nuovo discepolo, frutto della sua buona disposizione alla grazia, che gli giunge attraverso l’umanità di Cristo (v. 49).
Come possiamo dedurre dai Vangeli, Natanaèle è il primo apostolo a confessare in modo esplicito la fede in Gesù quale Messia e Figlio di Dio. Più tardi san Pietro. in forma più solenne, riconoscerà la divinità del Signore (cfr Mr 16,16). Qui (v. 51) Gesù evoca un testo di Daniele (7,13) per confermare le parole proferite dal nuovo discepolo e dare ad esse maggiore profondità.
Bruno Maggioni (Il Vangelo di Giovanni): In verità vi dico: vedrete il cielo aperto e gli angeli di Dio salire e scendere sul Figlio dell’uomo. Questa affermazione di Gesù, che è il punto culminante dell’intero brano, si presenta con una particolare solennità, come appare dalla duplice ripetizione «in verità, in verità» (nel testo greco amen, amen). È la formula che Gesù usa allorché intende rivelare qualcosa di particolarmente profondo. Ed è una formula carica già in se stessa di significato cristologico: «nell’amen, che Gesù pone prima di: dico a voi, è contenuta in nuce tutta la cristologia: colui che enuncia la propria parola come vera è nello stesso tempo colui che dichiara la propria fede in essa e la invera nella propria vita, e la fa divenire, in quanto realizzata, imperativo nei confronti degli altri».
Questa affermazione di Gesù è una promessa: «vedrete». Una promessa la cui realizzazione ci è già stata anticipata dal prologo (1,14) e di cui vedremo subito un compimento a Cana, dove i discepoli videro la sua gloria (2,11).
Ma quale il contenuto di questa solenne affermazione di Gesù? Lo si comprende sullo sfondo di Gn 28,12, cioè nel racconto della visione di Giacobbe. Giustamente J. Fritsch fa notare che il punto preciso del confronto fra il sogno di Giacobbe e il testo di Giovanni sta nel fatto di trovarci di fronte alla «casa di Dio e alla porta del cielo» (Gn 28,17). Per Giovanni il sogno di Giacobbe - letto alla luce di Dt 32,9 e Is 9,7 per i quali Giacobbe rappresenta Israele - prefigura ciò che i discepoli, cioè il nuovo popolo di Dio, avrebbero visto l’abitazione terrestre di Dio. L’idea è molto giovannea: basta ricordare 1,14 (il Logos si fece carne e pose la sua dimora in mezzo a noi...).
Non meravigliatevi, fratelli, se il mondo vi odia - Gottfried Hierzenberger: La concezione biblica del mondo è in evidente contrapposizione alla concezione greca che attraverso la teologia è riuscita a penetrare nel pensiero cristiano e a caratterizzarlo in molteplice modo fino ai giorni nostri. L’idea greca per cui dio (gli dèi) e mondo costituiscono un tutto uno onnicomprensivo, divino, un mondo ben ordinato, è un elemento costitutivo di fondo della mentalità magico- religiosa del mondo circostante la Bibbia. Rispetto questo la cosmologa veterotestamentaria rappresenta una desacralizzazione: se Dio è l’altro (Sal 97,5ss), il partner (Sal 24,1), il creatore (Gen 1; 2; Sal 104) del mondo, allora esso, in quanto sua creazione non è più nulla di divino (cf. Es 20,20), ma ambito di vita secolarizzato dell uomo, scena della storia dolla salvezza, mondo in divenire, affidato è ordinato all’uomo (Gen 1,26ss). Questa nuova comprensione del mondo , che fu introdotta con forza contro i miti e le cosmogonie radicati nel mondo circostante, sì dipana anche lungo il Nuovo Testamento. In modo ancora più chiaro che nell’Antico Testamento emerge il contrasto acuto della chiesa primitiva con la concezione sacralizzata del mondo tipica del suo mondo circostante. La conseguenza è un concetto di mondo a più livelli: 1. il Nuovo Testamento nutre poco interesse per asserzioni “naturali” sul mondo. Dove sembrano essere presenti, esse sono sempre a servizio dell’annuncio di carattere storico-salvifico e riflettono l’immagine antico-orientale del mondo, e non rappresentano dunque il kerygma centrale. 2. La maggior parte delle affermazioni sul mondo sono perciò intese in senso tropologico (per es. Gv 3,16) e di per sé andrebbero tradotte con “umanità”. 3. Le asserzioni sul mondo presenti in Paolo e in Giovanni testimoniano quasi esclusivamente il contrasto con la cosmologia gnosticodualistica del loro tempo, secondo la quale il mondo è diventato un’entità a sé stante e rappresenta l’umanità senza Dio. L’uomo, che per natura è mondo, è perciò in costante pericolo di rafforzarsi nell’atteggiamento dell’empietà autonoma. 4. L’impegno mondano di coloro che con la fede in Gesù Cristo si sono liberati dall’empietà, ridonando al mondo il carattere originario di creazione, non consiste né nella gioia del mondo, né nella fuga dal mondo, ma nel servizio al mondo.
Tommaso d’Aquino (In Jo. ev. exp., I): Ecco un vero Israelita...: Israelita può avere due significati ‘rettissimo’... oppure ‘uomo che teme Dio’. In entrambi i sensi Natanaele era un vero Israelita ... Perciò è come se Gesù dicesse: ‘Tu rappresenti davvero la tua stirpe, perché sei retto e senza falsità’. D’altra parte l’uomo è in grado di vedere Dio solo mediante la purezza e la semplicità; perciò lo può fare solo un vero Israelita. vale a dire: Tu sei davvero un uomo che vede Dio, essendo semplice e senza malizia.
Il Santo del giorno - 5 Gennaio 2023 - Sant’ Amata (Amma Talida) della Tebaide Vergine: Palladio (morto prima del 431) narra di aver visto ad Antinoe in Egitto dodici monasteri femminili e di avervi incontrato parecchie religiose di eccezionale virtù. Tra esse ricorda Amata o Amma Talida, abbadessa di uno di quei monasteri, quando era ormai ottantenne, circondata dall’affetto e dalla venerazione di sessanta monache, che le ubbidivano con animo veramente filiale. Di lei Palladio sottolinea in particolare l’eccezionale castità conservata illibatissima per così lunghi anni e diventata in lei come una seconda natura, al punto da consentirle di trattare con serena familiarità persone d’altro sesso. Nei cataloghi del De Natalibus, del Canisio e del Ferrari, come negli Acta Sanctorum, è ricordata col titolo di santa al 5 gennaio; la sua memoria manca invece nel Martirologio romano. (Autore: Benedetto Cignitti)
Dio onnipotente,
fa’ che la forza inesauribile di questi santi misteri
ci sostenga in ogni momento della nostra vita.
Per Cristo nostro Signore.