5 Gennaio 2023
 
Giovedì Feria di Natale

 1Gv 3,11-21; Salmo Responsoriale Dal Salmo 99 (100); Gv 1,43-51
 
Colletta
O Padre, che nella nascita del tuo Figlio unigenito
hai dato mirabile principio
alla redenzione del tuo popolo,
rafforza la nostra fede,
perché, guidati da Cristo,
giungiamo al premio della gloria promessa.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
Vieni e vedi: Benedetto XVI (Udienza Generale, 6 settembre 2006): Il Quarto Vangelo racconta che, dopo essere stato chiamato da Gesù, Filippo incontra Natanaele e gli dice: “Abbiamo trovato colui del quale hanno scritto Mosè nella Legge e i Profeti, Gesù, figlio di Giuseppe, di Nazaret” (Gv 1,45). Alla risposta piuttosto scettica di Natanaele (“Da Nazaret può forse venire qualcosa di buono?”), Filippo non si arrende e controbatte con decisione: “Vieni e vedi!” (Gv 1,46). In questa risposta, asciutta ma chiara, Filippo manifesta le caratteristiche del vero testimone: non si accontenta di proporre l’annuncio, come una teoria, ma interpella direttamente l’interlocutore suggerendogli di fare lui stesso un’esperienza personale di quanto annunciato. I medesimi due verbi sono usati da Gesù stesso quando due discepoli di Giovanni Battista lo avvicinano per chiedergli dove abita. Gesù rispose: “Venite e vedrete” (cfr. Gv 1,38-39). Possiamo pensare che Filippo si rivolga pure a noi con quei due verbi che suppongono un personale coinvolgimento. Anche a noi dice quanto disse a Natanaele: “Vieni e vedi”. L’Apostolo ci impegna a conoscere Gesù da vicino. In effetti, l’amicizia, il vero conoscere l’altro, ha bisogno della vicinanza, anzi in parte vive di essa. Del resto, non bisogna dimenticare che, secondo quanto scrive Marco, Gesù scelse i Dodici con lo scopo primario che “stessero con lui” (Mc 3,14), cioè condividessero la sua vita e imparassero direttamente da lui non solo lo stile del suo comportamento, ma soprattutto chi davvero Lui fosse. Solo così infatti, partecipando alla sua vita, essi potevano conoscerlo e poi annunciarlo. Più tardi, nella Lettera di Paolo agli Efesini, si leggerà che l’importante è “imparare il Cristo” (4,20), quindi non solo e non tanto ascoltare i suoi insegnamenti, le sue parole, quanto ancor più conoscere Lui in persona, cioè la sua umanità e divinità, il suo mistero, la sua bellezza. Egli infatti non è solo un Maestro, ma un Amico, anzi un Fratello. Come potremmo conoscerlo a fondo restando lontani? L’intimità, la familiarità, la consuetudine ci fanno scoprire la vera identità di Gesù Cristo. Ecco: è proprio questo che ci ricorda l’apostolo Filippo. E così ci invita a “venire”, a “vedere”, cioè ad entrare in un contatto di ascolto, di risposta e di comunione di vita con Gesù giorno per giorno.
 
I Lettura:  La vita dei figli di Dio pone necessariamente delle regole: rompere con il peccato; osservare i comandamenti di Dio, soprattutto quello della carità; guardarsi dagli anticristi e dal mondo. La carità deve essere reale non verbale, operosa non oziosa. Questo amore sincero verso i fratelli è la comprova che il nostro amore verso Dio è veritiero.
 
Vangelo
Tu sei il Figlio di Dio, tu sei il re d’Israele. 
 
Filippo è, dopo Andrea e Simon Pietro, il terzo discepolo che viene chiamato con il suo nome: tutti e tre vengono da Betsaida, città di pescatori situata in riva al lago di Tiberiade. Lo scetticismo di Natanaele è comprensibile: il messia non poteva venire da una città insignificante come Nazaret. Questo contrasto tra il messia glorioso atteso e l’origine umile di Gesù è lo scandalo dell’Incarnazione. Solo la fede può vincere questo scetticismo ed entrare nel mistero del Cristo, solo la fede può sollevare il velo della  povertà della carne è conoscere che Gesù di Nazaret è il Figlio di Dio, il Verbo fatto Carne (Gv 1,14). Prima che Filippo ti chiamasse, io ti ho visto quando eri sotto l’albero di fichi: nel vangelo di Giovanni, Gesù dà spesso prova di una conoscenza superiore degli avvenimenti e delle persone, e di essere padrone di ogni situazione che gli si presenta. Il titolo Figlio dell’uomo nel vangelo di Giovanni si ispira alla scala di Giacobbe (Gn 28,10-17), a differenza dei sinottici che fanno riferimento al libro di Daniele (7,13). Come in quell’episodio della Genesi, il riferimento agli angeli significava l’incontro e la comunicazione di Dio con gli uomini, così qui Gesù, in quanto Figlio dell’uomo, è diventato il luogo d’incontro tra Dio e l’uomo, tra il cielo e la terra.
 
Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 1,43-51
 
In quel tempo, Gesù volle partire per la Galilea; trovò Filippo e gli disse: «Seguimi!». Filippo era di Betsàida, la città di Andrea e di Pietro.
Filippo trovò Natanaèle e gli disse: «Abbiamo trovato colui del quale hanno scritto Mosè, nella Legge, e i Profeti: Gesù, il figlio di Giuseppe, di Nàzaret». Natanaèle gli disse: «Da Nàzaret può venire qualcosa di buono?». Filippo gli rispose: «Vieni e vedi».
Gesù intanto, visto Natanaèle che gli veniva incontro, disse di lui: «Ecco davvero un Israelita in cui non c’è falsità». Natanaèle gli domandò: «Come mi conosci?». Gli rispose Gesù: «Prima che Filippo ti chiamasse, io ti ho visto quando eri sotto l’albero di fichi». Gli replicò Natanaèle: «Rabbì, tu sei il Figlio di Dio, tu sei il re d’Israele!». Gli rispose Gesù: «Perché ti ho detto che ti avevo visto sotto l’albero di fichi, tu credi? Vedrai cose più grandi di queste!».
Poi gli disse: «In verità, in verità io vi dico: vedrete il cielo aperto e gli angeli di Dio salire e scendere sopra il Figlio dell’uomo».
Parola del Signore.
 
La Bibbia di Navarra (I Quattro Vangeli): 45-51. L’apostolo Filippo, tutto emozionato, non poté fare a meno di esprimere all’amico Natanaèle (Bartolomeo) la gioia della sua scoperta (v. 45).
«Natanaèle [ ... ] conosceva dalle Scritture che il Cristo doveva venire da Betlemme, dalla città di Davide. Tale era la credenza dei Giudei, radicata nel vaticinio del profeta: “E tu, Betlemme di Efrata, così piccola per essere fra i capoluoghi di Giuda, da te mi uscirà colui che deve essere il dominatore in Israele” (Mic 5,1). Pertanto Natanaèle, ascoltando che il Messia proveniva da Nàzaret, si turbò ed espresse dubbi, poiché non sapeva come conciliare le parole di Filippo con l’annunzio profetico» (Om. sul Vangelo di san Giovanni, 20,1).
Sappia il cristiano che, ogni qual volta comunica la sua fede agli altri, costoro possono muovergli delle obiezioni. Che fare allora? Ciò che fece Filippo: non riporre fiducia nelle proprie argomentazioni, ma invitarli ad avvicinarsi personalmente a Gesù: «Vieni e vedi» (v. 46). Il cristiano deve dunque condurre gli uomini uoi fratelli alla presenza del Signore tramite i mezzi della grazia che il Redentore stesso ha elargito e che la Chiesa è demandata ad amministrare: frequenza dei sacramenti e pratica della pietà cristiana.
Natanaèle, uomo verace (v. 47), accompagna Filippo da Gesù. S’instaura così il contatto personale con il Signore (v. 48): ne deriva come conseguenza la fede del nuovo discepolo, frutto della sua buona disposizione alla grazia, che gli giunge attraverso l’umanità di Cristo (v. 49).
Come possiamo dedurre dai Vangeli, Natanaèle è il primo apostolo a confessare in modo esplicito la fede in Gesù quale Messia e Figlio di Dio. Più tardi san Pietro. in forma più solenne, riconoscerà la divinità del Signore (cfr Mr 16,16). Qui (v. 51) Gesù evoca un testo di Daniele (7,13) per confermare le parole proferite dal nuovo discepolo e dare ad esse maggiore profondità.
 
Bruno Maggioni (Il Vangelo di Giovanni): In verità vi dico: vedrete il cielo aperto e gli angeli di Dio salire e scendere sul Figlio dell’uomo. Questa affermazione di Gesù, che è il punto culminante dell’intero brano, si presenta con una particolare solennità, come appare dalla duplice ripetizione «in verità, in verità» (nel testo greco amen, amen). È la formula che Gesù usa allorché intende rivelare qualcosa di particolarmente profondo. Ed è una formula carica già in se stessa di significato cristologico: «nell’amen, che Gesù pone prima di: dico a voi, è contenuta in nuce tutta la cristologia: colui che enuncia la propria parola come vera è nello stesso tempo colui che dichiara la propria fede in essa e la invera nella propria vita, e la fa divenire, in quanto realizzata, imperativo nei confronti degli altri».
Questa affermazione di Gesù è una promessa: «vedrete». Una promessa la cui realizzazione ci è già stata an­ticipata dal prologo (1,14) e di cui vedremo subito un compimento a Cana, dove i discepoli videro la sua gloria (2,11).
Ma quale il contenuto di questa solenne affermazione di Gesù? Lo si comprende sullo sfondo di Gn 28,12, cioè nel racconto della visione di Giacobbe. Giustamente J. Fritsch fa notare che il punto preciso del confronto fra il sogno di Giacobbe e il testo di Giovanni sta nel fatto di trovarci di fronte alla «casa di Dio e alla porta del cielo» (Gn 28,17). Per Giovanni il sogno di Giacobbe - letto alla luce di Dt 32,9 e Is 9,7 per i quali Giacobbe rappresenta Israele - prefigura ciò che i discepoli, cioè il nuovo popolo di Dio, avrebbero visto l’abitazione terrestre di Dio. L’idea è molto giovannea: basta ricordare 1,14 (il Logos si fece carne e pose la sua dimora in mezzo a noi...).
 
Non meravigliatevi, fratelli, se il mondo vi odia - Gottfried Hierzenberger: La concezione biblica del mondo è in evidente contrapposizione alla concezione greca che attraverso la teologia è riuscita a penetrare nel pensiero cristiano e a caratterizzarlo in molteplice modo fino ai giorni nostri. L’idea greca per cui dio (gli dèi) e mondo costituiscono un tutto uno onnicomprensivo, divino, un mondo ben ordinato, è un elemento costitutivo di fondo della mentalità magico- religiosa del mondo circostante la Bibbia. Rispetto questo la cosmologa veterotestamentaria rappresenta una desacralizzazione: se Dio è l’altro (Sal 97,5ss), il partner (Sal 24,1), il creatore (Gen 1; 2; Sal 104) del mondo, allora esso, in quanto sua creazione non è più nulla di divino (cf. Es 20,20), ma ambito di vita secolarizzato dell uomo, scena della storia dolla salvezza, mondo in divenire, affidato è ordinato all’uomo (Gen 1,26ss). Questa nuova comprensione del  mondo , che fu introdotta con forza contro i miti e le cosmogonie radicati nel mondo circostante, sì dipana anche lungo il Nuovo Testamento. In modo ancora più chiaro che nell’Antico Testamento emerge il contrasto acuto della chiesa primitiva con la concezione sacralizzata del  mondo tipica del suo mondo circostante. La conseguenza è un concetto di  mondo a più livelli: 1. il Nuovo Testamento nutre poco interesse per asserzioni “naturali” sul mondo. Dove sembrano essere presenti, esse sono sempre a servizio dell’annuncio di carattere storico-salvifico e riflettono l’immagine antico-orientale del mondo, e non rappresentano dunque il kerygma centrale. 2. La maggior parte delle affermazioni sul mondo sono perciò intese in senso tropologico (per es. Gv 3,16) e di per sé andrebbero tradotte con “umanità”. 3. Le asserzioni sul mondo presenti in Paolo e in Giovanni testimoniano quasi esclusivamente il contrasto con la cosmologia gnosticodualistica del loro tempo, secondo la quale il mondo è diventato un’entità a sé stante e rappresenta l’umanità senza Dio. L’uomo, che per natura è mondo, è perciò in costante pericolo di rafforzarsi nell’atteggiamento dell’empietà autonoma. 4. L’impegno mondano di coloro che con la fede in Gesù Cristo si sono liberati dall’empietà, ridonando al mondo il carattere originario di creazione, non consiste né nella gioia del mondo, né nella fuga dal mondo, ma nel servizio al mondo.
 
Tommaso d’Aquino (In Jo. ev. exp., I): Ecco un vero Israelita...: Israelita può avere due significati ‘rettissimo’... oppure ‘uomo che teme Dio’. In entrambi i sensi Natanaele era un vero Israelita ... Perciò è come se Gesù dicesse: ‘Tu rappresenti davvero la tua stirpe, perché sei retto e senza falsità’. D’altra parte l’uomo è in grado di vedere Dio solo mediante la purezza e la semplicità; perciò lo può fare solo un vero Israelita. vale a dire: Tu sei davvero un uomo che vede Dio, essendo semplice e senza malizia.
 
Il Santo del giorno - 5 Gennaio 2023 - Sant’ Amata (Amma Talida) della Tebaide Vergine: Palladio (morto prima del 431) narra di aver visto ad Antinoe in Egitto dodici monasteri femminili e di avervi incontrato parecchie religiose di eccezionale virtù. Tra esse ricorda Amata o Amma Talida, abbadessa di uno di quei monasteri, quando era ormai ottantenne, circondata dall’affetto e dalla venerazione di sessanta monache, che le ubbidivano con animo veramente filiale. Di lei Palladio sottolinea in particolare l’eccezionale castità conservata illibatissima per così lunghi anni e diventata in lei come una seconda natura, al punto da consentirle di trattare con serena familiarità persone d’altro sesso. Nei cataloghi del De Natalibus, del Canisio e del Ferrari, come negli Acta Sanctorum, è ricordata col titolo di santa al 5 gennaio; la sua memoria manca invece nel Martirologio romano. (Autore: Benedetto Cignitti)
 
Dio onnipotente,
fa’ che la forza inesauribile di questi santi misteri
ci sostenga in ogni momento della nostra vita.
Per Cristo nostro Signore.
 
 4 Gennaio 2023
 
Mercoledì Feria di Natale

 1Gv 3,7-10; Salmo Responsoriale Dal Salmo 97 (98); Gv 1,35-42
 
Colletta
Dio onnipotente,
il Salvatore che è venuto come luce nuova
per la redenzione del mondo
sorga per rinnovare sempre i nostri cuori.
Egli è Dio, e vive e regna con te. 
 
Il Vangelo di oggi ci presenta “ [...] il primo incontro tra Gesù e alcuni di quelli che diventeranno suoi apostoli. Costoro erano discepoli di Giovanni Battista, e fu proprio lui a indirizzarli a Gesù, quando, dopo il Battesimo nel Giordano, lo indicò come “l’Agnello di Dio” (Gv 1, 36). Due dei suoi discepoli, allora, seguirono il Messia, il quale domandò loro: “Che cosa cercate?”. I due gli domandarono: “Maestro, dove abiti?”. E Gesù rispose: “Venite e vedrete”, li invitò cioè a seguirlo e a stare un po’ con Lui. Essi rimasero così colpiti nelle poche ore trascorse con Gesù, che subito uno di loro, Andrea, ne parlò al fratello Simone dicendogli: “Abbiamo trovato il Messia”. Ecco due parole singolarmente significative: “cercare”, “trovare”.
Possiamo estrarre dalla pagina evangelica odierna questi due verbi e ricavare un’indicazione fondamentale per il nuovo anno, che vogliamo sia un tempo in cui rinnovare il nostro cammino spirituale con Gesù, nella gioia di cercarlo e di trovarlo incessantemente. La gioia più vera, infatti, sta nel rapporto con Lui incontrato, seguito, conosciuto, amato, grazie ad una continua tensione della mente e del cuore. Essere discepolo di Cristo: questo basta al cristiano. L’amicizia col Maestro assicura all’anima pace profonda e serenità anche nei momenti bui e nelle prove più ardue. Quando la fede si imbatte in notti oscure, nelle quali non si “sente” e non si “vede” più la presenza di Dio, l’amicizia di Gesù garantisce che in realtà nulla può mai separarci dal suo amore (cfr Rm 8, 39).
Cercare e trovare Cristo, sorgente inesauribile di verità e di vita: la parola di Dio ci invita a riprendere, all’inizio di un nuovo anno, questo cammino di fede mai concluso. “Maestro, dove abiti?”, diciamo anche noi a Gesù ed Egli ci risponde: “Venite e vedrete”. Per il credente è sempre un’incessante ricerca e una nuova scoperta, perché Cristo è lo stesso ieri, oggi e sempre, ma noi, il mondo, la storia, non siamo mai gli stessi, ed Egli ci viene incontro per donarci la sua comunione e la pienezza della vita. Chiediamo alla Vergine Maria di aiutarci a seguire Gesù, gustando ogni giorno la gioia di penetrare sempre più nel suo mistero” (Benedetto XVI, Angelus, 15 gennaio 2006).
 
I Lettura: Chi commette il peccato viene dal diavolo: “Alle espressioni: essere da Dio, dalla verità, figli di Dio, che significano che il cristiano vive sotto l’influenza di Dio che dimora in lui, si oppongono le espressioni: essere (venire) dal diavolo (1Gv 3,8), dal maligno (1Gv 3,12), dal mondo (1Gv 2,16; 4,5), figli del diavolo (1Gv 3,10), per designare tutti quelli che vivono sotto l’influsso perverso di Satana e si lasciano «traviare» da lui” (Bibbia di Gerusalemme). Un germe divino rimane in lui: potremmo pensare al Cristo (cfr. Gal 3,16, 1Gv 5,18). Oppure lo Spirito Santo (1Gv 2,20.27) o il germe di vita, cioè la Parola che è stata accolta (1Gv 2,7; 1Gv 2,24) e che fruttifica mediante lo Spirito Santo (1Gv 2,20.27).  
 
Vangelo
Abbiamo trovato il Messia.
 
Possiamo trovarvi una traccia per un cammino vocazionale: cercare Gesù è andare da lui, vedere dove abita, stare con lui e ascoltare la sua Parola. Ma non può essere un possesso egoistico, perché l’incontro con il Verbo deve essere testimoniato; deve far nascere nel cuore dei discepoli il desiderio e lo zelo di condurre a Dio gli uomini. I credenti che hanno incontrato il Cristo sono i testimoni dell’Amore: tutti i battezzati, come Giovanni Battista, «tenendo fisso lo sguardo su Gesù, colui che dà origine alla fede e la porta a compimento» (Eb 12,2), devono indicare al mondo l’Agnello di Dio.
 
Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 1,35-42

In quel tempo, Giovanni stava con due dei suoi discepoli e, fissando lo sguardo su Gesù che passava, disse: «Ecco l’agnello di Dio!». E i suoi due discepoli, sentendolo parlare così, seguirono Gesù.
Gesù allora si voltò e, osservando che essi lo seguivano, disse loro: «Che cosa cercate?». Gli risposero: «Rabbì  - che tradotto, significa maestro - dove dimori?». Disse loro: «Venite e vedrete». Andarono dunque e videro dove egli dimorava e quel giorno rimasero con lui; erano circa le quattro del pomeriggio.
Uno dei due che avevano udito le parole di Giovanni e lo avevano seguito, era Andrea, fratello di Simon Pietro. Egli incontrò per primo suo fratello Simone e gli disse: «Abbiamo trovato il Messia» - che si traduce Cristo - e lo condusse da Gesù. Fissando lo sguardo su di lui, Gesù disse: «Tu sei Simone, il figlio di Giovanni; sarai chiamato Cefa» - che significa Pietro.
Parola del Signore.
 
La chiamata dei primi tre discepoli (vv. 35-42) - Angelico Poppi (I Quattro Vangeli): v. 35 II giorno dopo di nuovo stava (là) Giovanni ... I vv. 35-37 fungono da transizione: il Battista con la sua testimonianza indirizza alcuni suoi discepoli verso Gesù, facendo da intermediario.
vv. 36-37 Fissando Gesù che passava ... Si tratta di uno sguardo intenso, selettivo (emblépsas). Mentre Giovanni Battista stava là, Gesù è in cammino, passava (peripatoûnti): alla staticità di un mondo al tramonto, quello della Legge, subentra il dinamismo di una nuova realtà, quella del vangelo: il Figlio di Dio, vero uomo, intraprende la sua missione redentrice nel mondo. Giovanni ripete dinanzi a due suoi discepoli la testimonianza messianica, proferita nel giorno precedente (v. 29), «Ecco l’agnello di Dio», che determina i due a seguire Gesù (akoloutheîn); è questo il verbo tecnico della sequela e del discepolato (cf. vv. 37.38.40.43; 8,12; 10,4.27; 12,26; 13,36; 18,15; 21,19.20.22).
«Mentre parlava»: il verbo laleîn implica in Gv l’idea di rivelazione.Il profeta promuove l’incontro di due discepoli con Gesù.
v. 38 ... «Che cercate?» ... «Rabbi, ... dove abiti?». La sequela non è una scelta autonoma, ma nei vangeli appare sempre conseguenza dell’iniziativa di Gesù. Anche in questa circostanza è lui che interroga per primo: la chiamata dipende soltanto dalla sua libera scelta. Nel momento del congedo dai discepoli, egli potrà affermare: «Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi» (15,16). La domanda di Gesù è ricca di connotazioni teologiche. Nella Bibbia si parla spesso della ricerca della sapienza personificata, che invita gli uomini ad accogliere le sue istruzioni, a seguire le sue vie e a partecipare al suo banchetto (Pro 8-9); essa va alla ricerca di coloro che sono degni della sua sequela (Sir 6,18ss.; Sap 6, 12-16). Sembra, pertanto, che si abbia qui un accostamento intenzionale tra il Cristo e la sapienza divina, che l’uomo deve «cercare» (zētetn, 34 volte in Gv) per conoscere la verità e ottenere la salvezza. Gesù, il terzo giorno, a Cana manifesterà ai discepoli per la prima volta la sua «gloria» (2.11).
Rabbi significa «mio signore» (dalla etimologia ebraica rab = grande) ed è usato otto volte in Gv in riferimento a Gesù. Era un appellativo in uso anche al tempo di Gesù, benché solo dopo la restaurazione giudaica a Jamnia «rabbàn» diventi un titolo onorifico ufficiale. - Dove abiti implica una sfumatura teologica: infatti la particella pau (dove) è usata 18 volte in Gv per alludere ali ‘origine soprannaturale del Cristo dal seno del Padre. I due discepoli, pur non conoscendo Gesù, lo chiamano «maestro», perché si aspettano da lui un indirizzo essenziale per la loro vita, e lo seguono in modo incondizionato. In effetti, solo lui può comunicare la vita eterna, che rappresenta l’obiettivo essenziale d’ogni essere umano. Gesù avrebbe manifestato ad essi la «verità», che conduce alle sorgenti della vita.
v. 39 «Venite e vedrete». È un’espressione tecnica in Gv per designare la chiamata. È Gesù che chiama (venite) i due per un’esperienza personale di vita (= vedrete). II verbo vedere in Gv è connesso di frequente con l’adesione di fede, che scaturisce dall’incontro con Gesù, la Parola incarnata. - Vennero dunque e videro dove abitava, e rimasero presso di lui quel giorno. Si noti l’insistenza con cui ricorre il verbo ménein (qui tradotto con abitare e rimanere). Esso indica la comunione di vita con Gesù, l’esperienza profonda della Parola (Logos), che porta il discepolo all’unione con il Verbo e alla partecipazione della vita divina. «Innanzi tutto, la fede dipende dalla permanenza della parola di Dio nel cuore dei discepoli» (Panimolle, l, p. 184).
Con questo racconto Gv descrive l’inizio della nuova comunità messianica, ma prospetta pure il cammino costitutivo di fede per ogni futuro discepolo con tre verbi particolarmente significativi: «Andare a Gesù, vedere dove sta, rimanere in lui» (A Marchadour, p. 52).
Era circa l’ora decima (le quattro pomeridiane) l’annotazione temporale, secondo parecchi esegeti, trasmette un ricordo storico personale; altri ritengono arbitraria l’identificazione del discepolo anonimo con Giovanni, figlio di Zebedeo (cf. Fabris, p. 195). È possibile attribuirne un significato simbolico per indicare l’ora dell’adempimento, della pienezza (10 è il numero perfetto), oppure anche la fine dell’Antica Alleanza, perché con il tramonto del sole iniziava per gli ebrei il nuovo giorno.
vv. 40-42 Andrea, il fratello di Simon Pietro ... L’evangelista suppone nota al lettore la persona di Pietro. «Abbiamo trovato il Messia»: secondo Gv, Andrea avrebbe riconosciuto in Gesù il Messia prima di Pietro.
Il titolo Messia (che deriva dall’ebraico Mashiah = Unto o in greco Cristo) è usato solo qui e in Gv 4,25.
«Tu sei Simone, figlio di Giovanili; tu ti chiamerai Cela». Con questa frase viene espressa fin dall’inizio del quarto vangelo la preminenza di Pietro oltre che il suo ruolo nella chiesa. Cela (Kèphàs) significa in aramaico roccia, un soprannome inusitato nell’ambiente giudaico, che nel NT ricorre solo qui in Gv e otto volte in Paolo. Ora, secondo la mentalità biblica, l’assegnazione di un nome nuovo a una persona indicava il conferimento di una missione specifica nella storia della salvezza. Nonostante che in Gv si riscontri una certa tensione tra la posizione di Pietro e la singolare intimità del discepolo prediletto con Gesù, emerge chiaramente il ruolo di colui che era stato scelto come fondamento, come roccia della chiesa. Anche Paolo riconosce tale funzione primaziale di Pietro, usando il titolo Cefa (cf. Gal 1,18; 2,9.11.14; 1Cor 1,12; 3,22; 9,5; 15,5), ormai comune nella chiesa. Si osservi la consonanza di questo passo di Gv con Mt 16,17-18, anche se qui Pietro è detto «Simone Bariona», ossia «figlio di Giona» e non «figlio di Giovanni». Quindi la realtà della chiesa istituita da Cristo è ben nota anche al quarto evangelista, benché non ne affermi in modo esplicito come i sinottici l’«istituzione».
La chiamata di Filippo e Natanaele (l ,43-51) costituisce il secondo pannello del racconto giovanneo, simmetrico a quello precedente (vv. 35-42), anche se qui non si ha la mediazione del Battista. Gesù ora agisce direttamente, con un comando categorico, «Seguimi!», a Filippo; questi poi si rivolge a Natanaele. Entrambi i discepoli manifestano la loro fervida attesa del Messia in sintonia con la tradizione giudaica.
Essi però diverranno testimoni di «cose più grandi» (v. 50), perché il messianismo che Gesù attuerà avrebbe superato ogni loro aspettativa.
 
La vocazione - Jacques Guillet: La Chiesa nascente ha subito inteso la condizione cristiana come una vocazione. La prima predicazione di Pietro a Gerusalemme è un appello ad Israele, simile a quello dei profeti, e cerca di suscitare un passo personale: «Salvatevi da questa generazione perversa!» (Atti 2,40). Per Paolo c’è un parallelismo reale tra lui, «apostolo per vocazione», e i cristiani di Roma o di Corinto «santi per vocazione» (Rom 1,1.7; 1Cor 1,1s). Per rimettere i Corinzi nella verità, egli li riporta alla loro chiamata, perché essa costituisce la comunità di Corinto così com’è: «Considerate la vostra chiamata, non ci sono molti sapienti secondo la carne» (1Cor 1,26). Per dar loro una regola di condotta in questo mondo la cui figura passa, li impegna a rimanere ciascuno «nella condizione in cui l’ha trovato la sua chiamata» (7,24). La vita cristiana è una vocazione perché è una vita nello Spirito, perché lo Spirito è un nuovo universo, perché «si unisce al nostro spirito» (Rom 8,16) per farci sentire la parola del Padre e risveglia in noi la risposta filiale. Poiché la vocazione cristiana è nata dallo Spirito, e poiché lo Spirito è uno solo che anima tutto il corpo di Cristo, in seno a quest’unica vocazione c’è «diversità di doni... di ministeri... di operazioni...», ma in questa varietà di carismi non c’è infine che un solo corpo ed un solo Spirito (1Cor 12,4-13). Poiché la Chiesa, la comunità dei chiamati, è essa stessa la Ekklesia, «la chiamata», come è la Ekleketè, «l’eletta» (2Gv 1), tutti coloro che in essa sentono la chiamata di Dio rispondono, ognuno al suo posto, all’unica vocazione della Chiesa che sente la voce dello sposo e gli risponde: «Vieni, o Signore Gesù!» (Ap 22,20).
 
Beda il venerabile: Il Signore sta alla porta e bussa allorché rende il nostro cuore intento alla sua volontà, sia mediante la voce di chi insegna, sia con unispirazione interiore. Noi schiudiamo la porta allinvito della sua voce allorché diamo il nostro libero consenso ai suoi avvertimenti interiori o esteriori e quando mettiamo in atto ciò che abbiamo capito di dover fare. Ed egli entra per ristorarsi, lui con noi e noi con lui, perché egli dimora nel cuore degli eletti, con la grazia del suo amore, per nutrirli incessantemente con la luce della sua presenza, affinché essi elevino progressivamente le loro aspirazioni e perché egli stesso si ristori con il loro zelo per il cielo, come fosse il cibo più delizioso.
 
Il Santo del giorno - 4 Gennaio 2023 - San Libenzio di Brema: Originario della Svevia, quando papa Benedetto V fu deposto ed esiliato ad Amburgo, Libenzio, suo sostenitore, lo seguì nell’esilio. Alla morte del papa l’arcivescovo Adaldago gli affidò la cura dei poveri e degli ammalati di Brema, lo nominò suo camerlengo e lo raccomandò come suo successore. Divenne, infatti, arcivescovo di Brema nel 988, con la conferma e l’investitura dell’imperatore Ottone III. Per tutta la durata della carica, Libenzio fu sempre ammirato per la sua erudizione, la vita ascetica, l’umiltà e la castità. Morì il 4 gennaio 1013 e fu sepolto nella cattedrale di Brema.

Sostieni, o Signore, con la tua provvidenza
questo popolo nel presente e nel futuro,
perché, con le semplici gioie che disponi sul suo cammino
aspiri con serena fiducia
alla gioia che non ha fine.
Per Cristo nostro Signore.
 
 
 
 

3 Gennaio 2023
 
Martedì Feria di Natale
 
1Gv 2,29-3,6; Salmo Responsoriale Dal Salmo 97 (98);  Gv 1,29-34

Colletta
O Dio, tu hai voluto che l’umanità del Salvatore,
nella sua mirabile nascita dalla Vergine Maria,
non fosse sottoposta alla comune eredità dei nostri padri:
fa’ che, liberati dal contagio dell’antico male,
possiamo anche noi
far parte della nuova creazione,
iniziata da Cristo tuo Figlio.
Egli è Dio, e vive e regna con te. 
 
Catechismo della Chiesa Cattolica - Il battesimo di Gesù 536: Il battesimo di Gesù è, da parte di lui, l’accettazione e l’inaugurazione della sua missione di Servo sofferente. Egli si lascia annoverare tra i peccatori; è già «l’Agnello di Dio che toglie il peccato del mondo» (Gv 1,29); già anticipa il «battesimo» della sua morte cruenta. Già viene ad adempiere «ogni giustizia» (Mt 3,15), cioè si sottomette totalmente alla volontà del Padre suo: accetta per amore il battesimo di morte per la remissione dei nostri peccati. A tale accettazione risponde la voce del Padre che nel Figlio suo si compiace. Lo Spirito, che Gesù possiede in pienezza fin dal suo concepimento, si posa e «rimane» su di lui. Egli ne sarà la sorgente per tutta l’umanità. Al suo battesimo, «si aprirono i cieli» (Mt 3,16) che il peccato di Adamo aveva chiuso; e le acque sono santificate dalla discesa di Gesù e dello Spirito, preludio della nuova creazione.
Ecco l’agnello di Dio 608: Dopo aver accettato di dargli il battesimo tra i peccatori, Giovanni Battista ha visto e mostrato in Gesù l’Agnello di Dio, che toglie il peccato del mondo. Egli manifesta così che Gesù è insieme il Servo sofferente che si lascia condurre in silenzio al macello e porta il peccato delle moltitudini e l’Agnello pasquale simbolo della redenzione di Israele al tempo della prima pasqua. Tutta la vita di Cristo esprime la sua missione: servire e dare la propria vita in riscatto per molti.
Ho visto lo Spirito scendere come una colomba dal cielo e posarsi su di lui 1286: Nell’Antico Testamento, i profeti hanno annunziato che lo Spirito del Signore si sarebbe posato sul Messia atteso in vista della sua missione salvifica. La discesa dello Spirito Santo su Gesù, al momento del suo Battesimo da parte di Giovanni, costituì il segno che era lui che doveva venire, che egli era il Messia, il Figlio di Dio. Concepito per opera dello Spirito Santo, tutta la sua vita e la sua missione si svolgono in una totale comunione con lo Spirito Santo che il Padre gli dà «senza misura» (Gv 3,34).
 
Prima Lettura: Chiunque rimane in lui non pecca; chiunque pecca non l’ha visto né l’ha conosciuto: “Giovanni stilizza i ritratti. Dalla speranza della visione [v 2] e della santità consumata [v 3] deriva fin da ora, per l’azione di Gesù Cristo [v 5; 1Gv 2,2], l’astensione da tutti i mali, propria dei figli di Dio [v 9; 1Gv 5,18; cfr. Gal 5,16] che sono stati «giustificati» [v 7; 1Gv 2,29; cfr. Rm 3,24-25]. Questo però, di fatto, non esclude la possibilità concreta del peccato (1Gv 1,8-10), che rompe appunto la comunione [cf. 1Gv 2,3-5]” (Bibbia di Gerusalemme).
 
Vangelo
 Ecco lAgnello di Dio.

Gesù agli inizi della sua missione, incomincia il suo cammino fra i peccatori e in solidarietà con essi, prendendo su di sé i loro peccati. Gesù è l’agnello di Dio, un’ immagine biblica che rievoca quella del servo sofferente di Ihawè che, come agnello mansueto, viene condotto al macello e porta su di sé i peccati del popolo (cfr. Isaia 53,4-7.11-12), e quella dell’agnello pasquale di Esodo (12,46) che l’evangelista accosterà più tardi alla morte innocente di Gesù in croce. La testimonianza del Battista si conclude con la proclamazione di Gesù Figlio di Dio. Tale riconoscimento non è frutto di conoscenza umana, ma è dono dello Spirito. Infatti Giovanni dichiara di non aver conosciuto la persona di Gesù nella profondità del suo mistero di Figlio di Dio, se non dopo aver visto lo Spirito discendere come una colomba dal cieli e rimanere su di lui (cfr. Is 11,2; 61,1).
 
Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 1,29-34

In quel tempo, Giovanni, vedendo Gesù venire verso di lui, disse: «Ecco l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo! Egli è colui del quale ho detto: “Dopo di me viene un uomo che è avanti a me, perché era prima di me”. Io non lo conoscevo, ma sono venuto a battezzare nell’acqua, perché egli fosse manifestato a Israele». Giovanni testimoniò dicendo: «Ho contemplato lo Spirito discendere come una colomba dal cielo e rimanere su di lui. Io non lo conoscevo, ma proprio colui che mi ha inviato a battezzare nell’acqua mi disse: “Colui sul quale vedrai discendere e rimanere lo Spirito, è lui che battezza nello Spirito Santo”. E io ho visto e ho testimoniato che questi è il Figlio di Dio».
 
Parola del Signore.
 
Ecco l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo - Salvatore Alberto Panimolle ( Lettura Pastorale del vangelo secondo Giovanni): Gesù è indicato con il dito come l’agnello di Dio ossia come l’eletto di Dio o Messia, che toglie il peccato del mondo. Infatti la locuzione “Ecco l’agnello di Dio” sembra formare inclusione con la frase finale di tutto il brano sulla testimonianza: “questi è l’eletto di Dio” (Gv 1,34). L’espres­sione agnello di Dio è quindi un titolo messianico. Gesù dal Battista è riconosciuto come il Cristo. Il precursore confessa di non essere né il Messia né il profeta escatologico, perché l’agnello di Dio ossia l’eletto di Dio è Gesù. Il termine agnello (“amnós”) nel Nuovo Testamento all’infuori di Gv 1,29.36 ricorre solo in At 8,32, che cita Is 53,7, e in 1Pt 1,19. Il passo citato degli Atti applica a Gesù l’oracolo profetico di Is 53,7ss; mentre 1Pt 1,19 paragona il Cristo a un agnello senza macchia, che ha riscattato l’uomo con il suo sangue. Dunque i due passi neotestamentari non portano molta luce sul testo giovanneo in esame. Esaminando i LXX, osserviamo che il Dt-Is spesso presenta Israele come l’eletto di Dio (Is 42,1; 43,20; 45,4), anzi il quarto canto del servo di Jahvé lo paragona a un agnello, che porta i nostri peccati (Is 53,4) e che fu consegnato (a morte) per i nostri peccati (Is 53,6s). Il passo di Is 42,1s, in particolare, parla di Giacobbe servo del Signore, di Israele eletto di Dio, al quale il Signore ha dato il suo spirito. Sono diverse le locuzioni di questo testo isaiano che ritornano in Gv l,33s;  parimenti varie locuzioni di Is 53,3-7 si trovano anche in Gv 1,29ss: “(porta) i nostri peccati”, “agnello”. Non sembra quindi improbabile che il quarto evangelista, nel brano 1, 29-34, s’ispiri a questi passi dei canti del servo di Jahvé, presentando Gesù come il vero agnello che toglie il peccato dell’umanità, ossia come il servo del Signore che distrugge le colpe degli uomini, essendo l’eletto di Dio.
Gesù è l’agnello di Dio che toglie il peccato del mondo, ossia elimina o porta via il peccato dell’umanità.
Infatti, il valore semantico normale di “áirein” nel quarto vangelo è quello di “portar via”, o togliere (cf. Gv 10,18), anche se può significare “prendere” (cf. Gv 8,59). Gesù, agnello di Dio, toglie o porta via il peccato del mondo. Ma che cos’è questo peccato del mondo? Il mondo in questo contesto indica l’umanità peccatrice, amata da Dio (Gv 3,16) e salvata dal Figlio di Dio (Gv 3,17; 4,42; 12,47), il quale dona ad essa vita (Gv 6,33.51; 1Gv 4,9) e luce rivelatrice (Gv 8,12; 9,5; 12,46), essendo egli stesso vittima d’espiazione per i peccati di tutto il mondo (1Gv 2,2).
Il peccato del mondo è quindi il complesso dei peccati dell’umanità. La frase di 1Gv 3,5 “quegli apparve per togliere i peccati”, l’unico testo parallelo di Gv 1,29, è in proposito assai chiara. Per Gv 1,29, Gesù è l’agnello di Dio che toglie il peccato del mondo e per 1Gv 3,5 la venuta del Figlio di Dio nel mondo è finalizzata dalla distruzione dei peccati dell’umanità. Si osservino in sinossi i due testi citati: Ecco l’agnello di Dio che toglie il peccato del mondo (Gv 1,29), /// quegli apparve per togliere i peccati (1Gv 3,5).
 
La missione di Gesù è la missione del Servo di Iahvè, una missione gravida di dolore, di tormenti, una missione il cui sbocco sarà la morte cruenta. La missione di Gesù, come la missione del Servo di Iahvè, è una missione ad ampio respiro, universale: la salvezza di tutte le nazioni e la restaurazione d’Israele. Una missione la cui prospettiva è puramente spirituale. Si tratta «di un ritorno a Dio del resto purificato, dei “superstiti d’Israele”. Il compito del servo è quello di portare alla conversione, alla riconciliazione del popolo eletto con Dio, dopo la grande prova dell’esilio» (A. Poppi). Una missione che sarà violentemente osteggiata. Il servo sarà perseguitato e sembrerà fallire, ma proprio con questa sofferenza e con questo fallimento, Dio realizzerà il suo disegno di salvezza. Il servo risponderà alle ingiurie con la morte vicaria e con la carità della preghiera: «io [...] offro la vita per le pecore ... Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno» (Gv 10,15; Lc 22,34). Il servo è il messaggero ultimo, finale della promessa fatta ad Israele in Abramo, rinnovata nel corso dei secoli attraverso le disfatte militari, le tragedie nazionali, la deportazione, l’apostasia e le infedeltà del popolo eletto. Ma deluderà le aspettative di molti; non sarà il re temporale trionfante sognato dal popolo eletto, ma l’uomo «dei dolori che ben conosce il patire» (Is 53,3). Obbediente alla volontà di Colui che lo ha mandato, accetterà deliberatamente gli insulti, le sofferenze immeritate, atroci, devastanti. La sua innocenza e la sua dolcezza otterranno la riconciliazione del popolo infedele con il suo Dio e insieme il recupero delle nazioni immerse nelle tenebre dell’ignoranza, del peccato e del paganesimo. Una profezia che si realizzerà pienamente in Gesù di Nazaret. Gesù è il Servo che «è stato trafitto per i nostri delitti»: «come agnello condotto al macello» (Is 53,7) ha «consegnato se stesso alla morte» (Is 53,12) per i peccatori. Gesù è il Servo, luce delle nazioni, che ha offerto se stesso perché il mondo creda che il Padre lo ama e ha mandato il Figlio per la sua salvezza. La missione del Servo di Iavhé è la missione della Chiesa, di ogni battezzato.
 
Agnello // Agnello di Dio - Giuliano Vigini (Dizionario del Nuovo Testamento): I tre termini (arnion, amnos e aren) che designano l’agnello nel Nuovo Testamento sono usati in genere come immagini e simboli, a cominciare dalla definizione di Gesù come agnello di Dio. L’unica volta in cui viene usato il termine erén è nel passo di Luca, dove Gesù nell’affidare la missione ai settantadue discepoli, li manda come “agnelli in mezzo ai lupi” (Lc 10,3). II riferimento è alle prove e alle violenze subite dalle prime comunità cristiane (Gv 10,12; At 20,29), che anch’essi, deboli, dovranno subire da parte dei loro avversari più forti.
La definizione di Gesù come agnello (amnos tou theou) ricorre nel Nuovo Testamento solo due volte (Gv 1,29.36) e, nel primo caso, è accompagnata dalla frase “colui che toglie il peccato del mondo” (cfr. anche 1Gv 3,5). Il riferimento più sicuro per questo titolo dato da Giovanni Battista a Gesù è l’agnello pasquale. L’accostamento tra la celebrazione rituale del sacrificio dell’agnello, con il sangue sparso sugli stipiti delle porte in segno di liberazione e salvezza (cfr. Es 12,7-13), e il sangue dell’agnello immolato sulla croce sta a significare che il sacrificio di Cristo, “nostra pasqua” (1Cor 5,7), rappresenta il “passaggio” dalla morte alla vita (Gv 5,24), dalle tenebre alla luce (Gv 8,12) dell’umanità riconciliata e redenta.
Gesù, l’inviato del Padre, inaugura infatti, col suo sacrificio, la pasqua della nuova alleanza e della nuova libertà dei figli di Dio.
L’immagine di Cristo come “agnello” (amnos) pasquale, “senza difetti e senza macchia” (cfr. Es 12,5; Lv 22,19-25; Nm 6,14; 19,2), è ripresa da 1Pt 1,19 e, con altro termine (arnion), dall’Apocalisse. Qui però Cristo, l’Agnello, non è solo la vittima mansueta (cfr. Is 53,7) che si è immolata (5,6; 7,14), ma è soprattutto il vincitore della morte, risorto ed esaltato in cielo, seduto al fianco di Dio sul trono (22,1.3).
Da lì l’Agnello combatterà contro le potenze del male e la sua vittoria lo consacrerà “il Signore dei signori e il Re dei re” (17,14; cfr. anche19,16).
 
Chiunque commette il peccato, commette anche l’iniquità, perché il peccato è l’iniquità: «Allo stesso modo come gli acrobati che camminano sulla corda tesa bisogna che non siano minimamente disattenti [infatti, se anche si distraessero per un solo istante, si verificherebbe un grave danno: l’acrobata precipiterebbe immediatamente e morirebbe]; parimenti, abbiamo anche noi il dovere di non essere distratti e pigri. Noi percorriamo una strada angusta, circondata ovunque da precipizi, sulla quale non v’è lo spazio per tutt’e due i piedi a un tempo. Ti accorgi di quanta attenzione abbiamo bisogno? Non vedi che coloro i quali procedono fra due precipizi, non soltanto stanno attenti con i piedi, ma anche con gli occhi? Infatti, se talora sembra opportuno fermarsi, quantunque il piede rimanga con la sua pianta immobile, l’occhio tuttavia, attorniato dall’abisso guarda attentamente tutt’intorno. Gli sembra, però, necessario aspettare a riprendere il cammino; per questo suggerisce: «Né a destra né a sinistra». Orbene, profondo è l’abisso del peccato: enormi precipizi, tenebre oscure, una strada angusta. Stiamo attenti con timore, camminiamo con tremore. Nessuno, procedendo lungo una simile via, rida o si ubriachi, ma percorra il cammino in sobrietà e digiuno; nessuno si porti dietro alcunché di superfluo onde procedere, libero da tutto, più speditamente; nessuno trattenga i suoi piedi, ma li lasci agili e sciolti. Noi, al contrario, quando ci leghiamo a innumerevoli preoccupazioni e portiamo su di noi gli infiniti pesi di questa vita, nell’avidità e nel disordine, come possiamo aspettarci di progredire lungo una strada così ardua?» (Giovanni Crisostomo, Omelie sulla prima lettera ai Tessalonicesi, 9,4-5).
  
Il Santo del Giorno - 3 Gennaio 2023 - Santissimo Nome di Gesù. Quella radice antica che porta verso il cielo: È nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo che vive ogni respiro della propria esistenza un cristiano. Lo si esprime con un gesto semplice ma potente, il segno della Croce, che è un modo per mostrare la scelta di portare nel mondo il messaggio di Gesù, morto e risorto. E nel nome di Gesù le prime comunità cristiane trovarono la loro radice, perché proprio la loro fede in una persona le distingueva e ne definiva l’identità. Per questo la devozione per il nome di Gesù, autentica “formula” per la santità, ha sempre accompagnato la storia della Chiesa, raggiungendo il proprio apice tra il XIV e il XV secolo quando san Bernardino da Siena realizzò il trigramma con le lettere IHS (prime tre lettere del nome di Gesù in greco), all’interno di un sole con 12 raggi su sfondo azzurro. Grazie a questo santo il culto si diffuse fino a entrare nel calendario liturgico. (Matteo Liut)
 
O Dio, che vieni a noi
nella partecipazione al tuo sacramento,
rendi efficace nei nostri cuori la sua potenza,
perché il dono ricevuto ci prepari a riceverlo ancora.
Per Cristo nostro Signore.
 
 2 GENNAIO 2023
 
SANTI BASILIO MAGNO E GREGORIO NAZIANZENO,
VESCOVI E DOTTORI DELLA CHIESA
 
1Gv 2,22-28; Salmo responsoriale Dal Salmo 97 (98); Gv 1,19-28
 
Colletta
O Dio, che hai illuminato la tua Chiesa
con gli esempi e gli insegnamenti
dei santi vescovi Basilio e Gregorio,
donaci uno spirito umile per conoscere la tua verità
e attuarla fedelmente nella carità fraterna.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
La testimonianza dei discepoli di Cristo - Lumen gentium 10: Cristo Signore, pontefice assunto di mezzo agli uomini (cfr. Eb 5,1-5), fece del nuovo popolo «un regno e sacerdoti per il Dio e il Padre suo» (Ap 1,6; cfr. 5,9-10). Infatti per la rigenerazione e l’unzione dello Spirito Santo i battezzati vengono consacrati per formare un tempio spirituale e un sacerdozio santo, per offrire, mediante tutte le attività del cristiano, spirituali sacrifici, e far conoscere i prodigi di colui, che dalle tenebre li chiamò all’ammirabile sua luce (cfr. 1 Pt 2,4-10). Tutti quindi i discepoli di Cristo, perseverando nella preghiera e lodando insieme Dio (cfr. At 2,42-47), offrano se stessi come vittima viva, santa, gradevole a Dio (cfr. Rm 12,1), rendano dovunque testimonianza di Cristo e, a chi la richieda, rendano ragione della speranza che è in essi di una vita eterna (cfr. 1 Pt 3,15) Il sacerdozio comune dei fedeli e il sacerdozio ministeriale o gerarchico, quantunque differiscano essenzialmente e non solo di grado, sono tuttavia ordinati l’uno all’altro, poiché l’uno e l’altro, ognuno a suo proprio modo, partecipano dell’unico sacerdozio di Cristo. Il sacerdote ministeriale, con la potestà sacra di cui è investito, forma e regge il popolo sacerdotale, compie il sacrificio eucaristico nel ruolo di Cristo e lo offre a Dio a nome di tutto il popolo; i fedeli, in virtù del loro regale sacerdozio, concorrono all’offerta dell’Eucaristia, ed esercitano il loro sacerdozio col ricevere i sacramenti, con la preghiera e il ringraziamento, con la testimonianza di una vita santa, con l’abnegazione e la carità operosa.
 
I Lettura: Falsi profeti e perniciose dottrine sono penetrati nelle comunità cristiane, da qui l’esortazione a restare saldi nella fede. Ma professare la fede in Cristo è dono della grazia dello Spirito Santo. Solo chi rimane nella fede possiede il Padre e Figlio.
 
Vangelo
Dopo di me verrà uno che è prima di me.
 
Perché dunque tu battezzi, se non sei il cristo, né Elia, né il profeta? All’incalzare delle domande degli inviati, arriva finalmente la risposta positiva: «Io sono voce di uno che grida nel deserto» (Gv 1,23). L’attenzione quindi viene spostata perentoriamente sul vero Messia che è già in mezzo al popolo, ma non ancora manifestato: «In mezzo a voi sta uno che non conoscete» (Gv 1,26). Bisogna, dunque, disporsi ad accoglierlo, con la conversione e la penitenza cui allude il battesimo di Giovanni.
 
Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 1,19-2
 
Questa è la testimonianza di Giovanni, quando i Giudei gli inviarono da Gerusalemme sacerdoti e levìti a interrogarlo: «Tu, chi sei?». Egli confessò e non negò. Confessò: «Io non sono il Cristo». Allora gli chiesero: «Chi sei, dunque? Sei tu Elìa?». «Non lo sono», disse. «Sei tu il profeta?». «No», rispose. Gli dissero allora: «Chi sei? Perché possiamo dare una risposta a coloro che ci hanno mandato. Che cosa dici di te stesso?». Rispose: «Io sono voce di uno che grida nel deserto: Rendete diritta la via del Signore, come disse il profeta Isaìa». Quelli che erano stati inviati venivano dai farisei. Essi lo interrogarono e gli dissero: «Perché dunque tu battezzi, se non sei il Cristo, né Elìa, né il profeta?». Giovanni rispose loro: «Io battezzo nell’acqua. In mezzo a voi sta uno che voi non conoscete, colui che viene dopo di me: a lui io non sono degno di slegare il laccio del sandalo». Questo avvenne in Betània, al di là del Giordano, dove Giovanni stava battezzando.
Parola del Signore.

L’occasione per rendere «testimonianza alla luce» (Gv 1,5.9), da parte del Battista, è data dalle domande dei Giudei, i quali vogliono conoscere la verità sulla persona del battezzatore. Gli inviati dei Giudei, i sacerdoti e i levìti, praticamente, a motivo della crescente notorietà del Battista, della sua predicazione e del suo apostolato, vogliono avere degli elementi probanti per discernere se si tratti di un mestatore o di un messaggero di Dio. Forse perché tra i seguaci, ma anche fuori da questa cerchia, serpeggiava la segreta speranza che Giovanni fosse il Messia. Lo rivela la risposta che Giovanni dà alla prima domanda dei suoi interlocutori: «Tu, chi sei?», «Io non sono il Cristo». È il primo tentativo di allontanare dalla sua persona le speranze messianiche tanto attese dal popolo.
Segue una seconda domanda: «Sei tu Elia?», a cui il Battista risponde: «Non lo sono».
La domanda ha come sfondo una tradizione vivissima nel mondo giudaico: il profeta Elia, che era stato rapito in cielo (Cf. 2Re 2,11), avrebbe dovuto precedere la venuta del Messia. È quanto testimonia Malachia: «Ecco, io invierò il profeta Elia prima che giunga il giorno grande e terribile del Signore, perché converta il cuore dei padri verso i figli e il cuore dei figli verso i padri; così che io venendo non colpisca il paese con lo sterminio» (3,23-24). Anche Gesù dovrà dare ai suoi discepoli una risposta su questa attesa (Cf. Mt 17,10-13).
A un secco no di Giovanni segue la terza domanda: «Sei tu il profeta?» (Gv 1,21). Anche questo è un riferimento preciso ad una promessa divina: «Io susciterò loro un profeta in mezzo ai loro fratelli e gli porrò in bocca le mie parole ed egli dirà loro quanto io gli comanderò» (Dt 18,18).
Dopo tre risposte negative, all’incalzare degli inviati, arriva finalmente la risposta positiva: «Io sono voce di uno che grida nel deserto» (Gv 1,23).
L’attenzione quindi viene spostata perentoriamente sul vero Messia che è già in mezzo al popolo, ma non ancora manifestato: «In mezzo a voi sta uno che non conoscete» (Gv 1,26). Bisogna, dunque, disporsi ad accoglierlo, con la conversione e la penitenza cui allude il battesimo di Giovanni.
Io battezzo nell’acqua. I sinottici aggiungono «ma egli vi battezzerà in Spirito Santo» (Mc1,8) o «in Spirito Santo e fuoco» (Mt 3,11; Lc 3,16).
Il Vangelo si conclude con una ulteriore affermazione tesa a sottolineare l’inferiorità del Battista: A lui io non sono degno di slegare il laccio del sandalo. Giovanni è il più grande tra i nati di donna, «tuttavia il più piccolo nel regno dei cieli è più grande di lui» (Mt 11,11).
 
I testimoni di Gesù - Maurice Prat e Pierre Grelot: 1. La testimonianza apostolica. - Per giungere agli uomini la testimonianza assume una forma concreta: la predicazione del vangelo (Mt 24,14). Per portarla a tutto il mondo gli apostoli sono costituiti testimoni di Gesù (Atti 1,8): dovranno attestare solennemente dinanzi agli uomini tutti i fatti avvenuti dal battesimo di Giovanni fino alla ascensione di Gesù, e specialmente la risurrezione che ha consacrato la sua sovranità (1,22; 2,32; ecc.). La missione di Paolo viene definita negli stessi termini: sulla via di Damasco egli è stato costituito testimone di Cristo dinanzi a tutti gli uomini (22,15; 26,16); in terra pagana egli attesta dovunque la risurrezione di Gesù (1Cor 15,15), e la fede nasce nelle comunità con l’accettazione di questa testimonianza (2Tess 1,10; 1Cor 1,6). Stessa identificazione del vangelo e della testimonianza negli scritti giovannei. Il racconto evangelico è un’attestazione data da un testimone oculare (Gv 19,35; 21,24); ma la testimonianza, ispirata dallo Spirito (Gv 16,13), verte pure sul mistero che i fatti nascondono: il mistero del Verbo di vita venuto nella carne (1Gv 1,2; 4,14). I credenti che hanno accettato questa testimonianza apostolica hanno ormai in sé la testimonianza stessa di Gesù, che è la profezia dei tempi nuovi (Apoc 12,17; 19,21). Perciò i testimoni incaricati di trasmetterla riprendono i tratti dei profeti antichi (11,3-7).
2. Dalla testimonianza al martirio. - La funzione dei testimoni di Gesù è messa ancor più in evidenza quando devono rendere testimonianza dinanzi alle autorità ed ai tribunali, secondo la prospettiva che Gesù apriva già ai Dodici (Mc 13,9; Mt 10,18; Lc 21,13s). Allora l’attestazione assume un carattere solenne, ma prelude sovente alla sofferenza. Di fatto, se i credenti sono perseguitati, si è «a motivo della testimonianza di Gesù» (Apoc 1,9). Stefano per primo ha suggellato la sua testimonianza con il suo sangue versato (Atti 22,20). La stessa sorte attende quaggiù i testimoni del vangelo (Apoc 11,7): quanti saranno sgozzati «per la testimonianza di Gesù e la parola di Dio» (6,9; 17,6). Babilonia, la potenza nemica che si accanisce contro la città celeste, si inebrierà del sangue di questi testimoni, di questi martiri (17,6). Ma riporterà soltanto una vittoria apparente. In realtà saranno essi ad aver vinto, con Cristo, il diavolo, «mediante il sangue dell’agnello e la parola della loro testimonianza» (12,11). Il martirio è la testimonianza della fede consacrata dalla testimonianza del sangue.
 
I cristiani, a somiglianza del precursore del Messia, «devono essere i testimoni della parola e della persona di Gesù Cristo. La loro condotta quindi deve costituire una testimonianza vivente della rivelazione del Verbo incarnato. I credenti, nel mondo ostile al messaggio del Cristo, debbono partecipare alla lotta contro le tenebre, caratterizzate dall’incredulità, dall’odio, dalla violenza e dall’egoismo, lasciandosi penetrare sempre più dalla luce del Verbo incarnato, dalla sua parola e dalla sua persona, rendendo in tal modo al Figlio di Dio la testimonianza di una vita impregnata di amore e di fede» (Salvatore Alberto PANIMOLLE, Lettura pastorale del Vangelo di Giovanni). Nella mirabile opera missionaria, tutti i credenti sono assistiti dal Cristo (cfr. Mt 28,20).
Corroborati da questa Presenza, tutti i battezzati sono chiamati a dare, di fronte alle genti, testimonianza alla Parola: «Tutti i discepoli di Cristo, perseverando nella preghiera e lodando insieme Dio [cfr. At 2,42-47], offrano se stessi come oblazione vivente, santa, gradita a Dio [cfr. Rom 12,1], diano ovunque testimonianza a Cristo, e rendano ragione, a chi lo richieda, della speranza di vita eterna che è in loro [cfr. 1Pt 3,15]» (LG 10).
E poiché sono «arricchiti di una forza speciale dello Spirito Santo, sono tenuti più strettamente a diffondere e a difendere la fede con la parola e con l’azione, come veri testimoni di Cristo» (LG 11). Quest’ultima affermazione ricorda ai cristiani che il martirio è la più sincera testimonianza resa a Cristo e alla verità della fede: «Il martirio è la suprema testimonianza resa alla verità della fede; il martire è un testimone che arriva fino alla morte. Egli rende testimonianza a Cristo, morto e risorto, al quale è unito dalla carità. Rende testimonianza alla verità della fede e della dottrina cristiana. Affronta la morte con un atto di fortezza. “Lasciate che diventi pasto delle belve. Solo così mi sarà concesso di raggiungere Dio”» (Catechismo della Chiesa Cattolica 2472).
Quindi, i credenti, in virtù del battesimo, sono testimoni del Redentore, di colui che è la «luce del mondo». Senza ritenersi luce o redentori, ma umili testimoni, devono avere un solo obiettivo: quello di favorire «la fede di coloro che non credono nel Cristo. Come il Battista rese testimonianza alla luce “affinché tutti credessero per mezzo di lui” (Gv 1,7), così il cristiano deve impegnarsi di persona per favorire la fede dei suoi fratelli nel figlio di Dio» (Savatore Alberto Panimolle, o. c.). In sintesi, i cristiani dovrebbero fare, ad ogni istante, quello che gli angeli hanno fatto nella notte di Betlemme: portare ad ogni uomo l’annuncio di una grande gioia: «oggi vi è nato nella città di Davide un salvatore, che è il Cristo Signore» (Lc 2,10-11). Anche a costo della vita.
 
La via al Signore va preparata in continuazione:Preparate la via del Signore [Is 40,3; Mc 1,3]. La via del Signore che ci si ordina di preparare, o fratelli, camminando la si prepara, preparandola, si cammina. E quand’anche aveste molto progredito in essa, vi resta sempre nondimeno da prepararla perché, dal punto in cui siete arrivati possiate avanzare, protesi verso ciò che sta oltre. Così, risultando in ogni singolo stadio preparata la via per il suo avvento, il Signore vi verrà incontro sempre nuovo, in qualche modo, e più grande di prima. È quindi con ragione che il giusto elevava questa preghiera: Indicami, o Signore, la via dei tuoi precetti e la seguirò sino alla fine [Sal 118,33]. E forse è stata definita vita eterna perché, pur avendo la Provvidenza previsto per ciascuno una via e fissato ad essa un termine, nondimeno non si dà alcun termine alla natura della bontà verso cui si tende. Per cui, il saggio e solerte viaggiatore, quando sarà giunto alla meta, non farà che ricominciare, poiché dimenticando ciò che si lascia alle spalle [cfr. Fil 3,13], dirà a se stesso ogni giorno: Comincio adesso [Sal 76,11]. Si lancia come un gigante che nulla teme per percorrere la via dei comandamenti di Dio; da autentico Idutun [cfr. 1Cr 16,42], egli supera facilmente nell’ardore della sua corsa i pigri che si fermano per via. E pur se arrivato all’ultima ora del giorno, egli ha attinto la perfezione in poco tempo, percorrendo peraltro un lungo cammino [cfr. Sap 4,13]; fattosi svelto, da ultimo che era, fu tra i primi ad essere coronato.” (Guerric d’Igny, Sermo V, de Adventu,1).
 
Il Santo del giorno - 2 Gennaio 2023 - San Basilio Magno, Vescovo e dottore della Chiesa: Nato intorno al 330 in Cappadocia, a Cesarea, oggi la città turca di Kaysery, Basilio proveniva da una famiglia dalla profonda spiritualità. Oltre ai genitori anche tre dei suoi nove fratelli sono annoverati tra i santi. Prima di essere vescovo nella sua terra natale, aveva vissuto in Palestina e Egitto. Visse appena 49 anni ma la sua intensa e profonda attività di predicatore gli valsero il titolo di «Magno». Ricevette l’ordinazione sacerdotale verso il 364 da Eusebio di Cesarea cui successe sulla cattedra vescovile nel 370. Durante il servizio episcopale si impegnò attivamente contro l’eresia ariana. Morì l’1 gennaio 379 a Cesarea dove fu sepolto.
San Gregorio Nazianzeno, Vescovo e dottore della Chiesa: Nato a Nazianzo, attuale Nemisi in Turchia, 330, condivise con l’amico Basilio la formazione culturale e il fervore mistico. Fu eletto patriarca di Costantinopoli nel 381. Temperamento di teologo e uomo di governo, rivelò nelle sue opere oratorie e poetiche l’intelligenza e l’esperienza del Cristo vivente e operante nei santi misteri. Morì  il 25 gennaio del 389/390.
 
La partecipazione a questo banchetto del cielo,
Dio onnipotente,
rinvigorisca e accresca in tutti noi la grazia
che da te proviene,
perché, celebrando la festa dei santi Basilio e Gregorio,
custodiamo integro il dono della fede
e camminiamo sulla via della salvezza da loro indicata.
Per Cristo nostro Signore.