9 Giugno 2022
 
Giovedì X Settimana T. O.
 
1Re 18,41-46; Salmo Responsoriale dal Salmo 64 (65); Mt 5,20-26
 
Colletta
O Dio, sorgente di ogni bene,
ispiraci propositi giusti e santi
e donaci il tuo aiuto,
perché possiamo attuarli nella nostra vita.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
Papa Francesco (Meditazione Mattutina nella Cappella Domus Sanctae Marthae, 12 Giugno 2014): Nel passo evangelico di Matteo (5, 20-26) proposto dalla liturgia, Gesù - ha spiegato il Pontefice - ci parla di «come dev’essere l’amore fra noi». Egli comincia il suo discorso «dicendo una cosa per capire bene come noi dobbiamo andare sulla strada dell’amore fraterno». Ecco le sue parole: «Io vi dico: se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli».
Dunque, afferma Gesù, «dobbiamo essere giusti, dobbiamo amare il prossimo, che è il problema di oggi; ma non come questi dottori della legge che avevano una filosofia speciale», cioè dire bene «tutto quello che si deve fare» - ritenendosi «intelligenti» e «bravi» - ma «poi non farlo». Ed è per questo che, riguardo a loro, «Gesù dice: fate quello che dicono ma non quello che fanno». E lo dice «perché non erano coerenti».
Erano infatti persone che «sapevano che il primo comandamento era amare Dio; sapevano che il secondo è amare il prossimo». Però «avevano tante sfumature di idee, perché erano ideologi». E operavano tutta una serie di distinguo su ciò che significa «amare il prossimo». Finendo, quindi, per assumere «un atteggiamento che non era amore», ma piuttosto «indifferenza verso il prossimo». Ecco allora che Gesù raccomanda di superare questo modo di fare, che «non è giustizia ma è equilibrio sociale».
E per farlo, ha affermato il Papa, Gesù ci suggerisce «tre criteri». Il primo è proprio «un criterio di sano realismo». Dice infatti Gesù che «se tu hai qualcosa contro l’altro, e voi non potete sistemare» la questione e «cercare una soluzione», è opportuno trovare il modo «almeno di mettervi d’accordo». Soprattutto, raccomanda il Signore, «mettiti d’accordo col tuo avversario mentre sei in cammino». Forse «non sarà l’ideale, ma l’accordo è una cosa buona: è realismo!». [...].
«Un secondo criterio che ci dà Gesù è il criterio della verità» ha spiegato il Pontefice. C’è, infatti, il comandamento di non uccidere; ma «anche sparlare dell’altro è uccidere, perché la radice è lo stesso odio: non hai il coraggio di ucciderlo o pensi che è troppo, ma lo uccidi in un’altra maniera, con le chiacchiere, con le calunnie, con la diffamazione». […].
Il terzo criterio che ci dà Gesù. «è un criterio di filiazione». Noi, ha affermato il Pontefice, «non dobbiamo uccidere il fratello» proprio in quanto egli è nostro fratello: «abbiamo lo stesso padre». E, si legge nel Vangelo, «non posso andare dal padre se non sono in pace con il mio fratello». Dice infatti Gesù: «Se dunque tu presenti la tua offerta all’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia lì il tuo dono davanti all’altare, va’ prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna a offrire il tuo dono». Dunque, raccomanda il Signore, «non parlare con il padre se non sei in pace con tuo fratello» o «almeno con un accordo».
Ecco, ha riepilogato il Papa, «i tre criteri: un criterio di realismo; un criterio di coerenza, cioè non ammazzare ma non insultare pure perché chi insulta ammazza, uccide; e un criterio di filiazione: non si può parlare col padre se non posso parlare col mio fratello». Sono i tre criteri per «superare la giustizia degli scribi e dei farisei».
Un «programma non facile», ha riconosciuto il vescovo di Roma, «ma è la via che Gesù ci indica per andare avanti». E in conclusione Papa Francesco ha chiesto al Signore proprio «la grazia di poter andare avanti in pace fra noi», magari anche «con gli accordi ma sempre con coerenza e con spirito di filiazione».
 
I Lettura: Si era digiunato in preparazione del sacrificio e per ottenere la pioggia, e Dio concede abbondantemente la pioggia: “D’un tratto il cielo si oscurò per le nubi e per il vento, e vi fu una grande pioggia”.  Il re Acab, montando sul carro ritorna frettolosamente a Izreèl, mentre Elia, investito dalla potenza dello Spirito di Dio, in “volo” corre davanti al re Acab. Il “volo” di Elia, è un dono mistico che troviamo nella vita di molti santi.
Izreèl era allora come una seconda capitale per i re d’Israele (1Re 21,1, 2Re 8,29; 9,30s).
 
Vangelo
Questo vi comando: che vi amiate gli uni gli altri.
 
Silvano Fausti: Il comandamento “non uccidere” è chiaro: si vieta il male. Gesù aggiunge una cosa dicendo “ma io vi dico”, evidentemente non è che Gesù si contrappone.... Ma io vi dico: uccidete o fate la guerra santa. No, non dice così. Il “ma” di Gesù non è per negare il comandamento ma per dire qualcos’altro di più radicale e più profondo. Ma io vi dico: non basta non uccidere. Ci vuole qualcos’altro. Perché uno uccide? Ecco allora che Gesù va alle radici del male, la radice del male è l’ira e l’ira è il principio dell’omicidio, l’ira è un “movimento contro” che io sento, contro l’altro che suppongo sia contro di me. Quindi già l’ira è il vero omicidio, è contro l’altro. Ma non solo l’ira, anche dire “stupido”. “Stupido” è il disprezzo, tra l’altro per uccidere bisogna sempre disprezzare. Anche in politica gli avversari devono essere sempre stupidi, cattivi e in malafede, se no non sono avversari da eliminare e anche per fare le guerre sempre il nemico deve essere il perfido nemico, deve essere non-uomo perché se è uomo non puoi uccidere un tuo fratello. Il disprezzo è proprio alla base di ogni annientamento, perché prima lo annienti come persona, ne fai una maschera, uccidi in lui la dignità di figlio di Dio, una volta che lo disprezzi poi...basta...il resto segue... Quindi anche il dire “stupido”: sei indegno di giudizio. Come vedete allora sul comandamento “non uccidere” non è semplicemente “io non uccido e sono a posto”....e quali sono i tuoi sentimenti verso l’altro? L’altro non è il nemico? L’altro non è l’inferno? L’altro non è colui che consideri subito l’avversario, l’antagonista? È istintivo, è così. Quindi il problema è guarire il nostro cuore perché l’altro sia il fratello...lo dice varie volte....dice “al fratello” ecc...ecc...
È una cosa molto seria e molto grossa, come vedete il compimento della legge è qui, è tutt’altro che un insieme di norme sottili, di disquisizioni è realmente un cuore che sente verso l’altro gli stessi sentimenti che ha Dio.
È una cosa molto seria e molto grossa, come vedete il compimento della legge è qui, è tutt’altro che un insieme di norme sottili, di disquisizioni è realmente un cuore che sente verso l’altro gli stessi sentimenti che ha Dio.
 
Vangelo
Chiunque si adira con il proprio fratello dovrà essere sottoposto al giudizio.
 
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 5,20-26
 
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Io vi dico: se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli.
Avete inteso che fu detto agli antichi: “Non ucciderai”; chi avrà ucciso dovrà essere sottoposto al giudizio. Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello dovrà essere sottoposto al giudizio. Chi poi dice al fratello: “Stupido”, dovrà essere sottoposto al sinedrio; e chi gli dice: “Pazzo”, sarà destinato al fuoco della Geènna.
Se dunque tu presenti la tua offerta all’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia lì il tuo dono davanti all’altare, va’ prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna a offrire il tuo dono.
Mettiti presto d’accordo con il tuo avversario mentre sei in cammino con lui, perché l’avversario non ti consegni al giudice e il giudice alla guardia, e tu venga gettato in prigione. In verità io ti dico: non uscirai di là finché non avrai pagato fino all’ultimo spicciolo!».
 
Bibbia di Navarra: Nei versetti 21-26 abbiamo esempi concreti di come Gesù realizzi la pienezza della Legge di Mosè, spiegando il senso profondo dei comandamenti ivi formulati.
22. Parlando in prima persona (“ma io vi dico”), Gesù rende manifesto che la sua autorità è superiore a quella di Mosè e dei profeti; egli, cioè, gode di una potestà divina. Nessun uomo potrebbe mai parlare con tale autorità.
«Stupido»: molte versioni del passo adottano il termine “raca”, trascrizione della voce originale aramaica proferita da Cristo. Non è facile dame una traduzione esatta. All’incirca la parola “raca” equivale a sciocco, stupido, imbecille. Presso i Giudei era un epiteto cui si accompagnava un gran disprezzo, che talvolta si esprimeva non solo con parole, ma anche sputando a terra.
«Pazzo», che in altre versioni viene reso con “stolto”, “rinnegato”. era un insulto ancora più pesante di “raca”: denotava la perdita del senso morale e religioso, fino all’apostasia.
In questo passo il Signore segnala tre mancanze che possiamo commettere verso la carità, secondo una gradualità che dall’irritazione interiore può giungere alla più grave delle ingiurie. A proposito del passo in esame, sant’Agostino osserva che in esso vanno ravvisati tre gradi di colpa e altrettanti di punizione. Il primo grado di colpa consiste nell’incollerirsi per un moto interiore del cuore, e vi corrisponde il castigo del giudizio; il secondo, nel proferire qualche parola di disprezzo nei confronti del prossimo, il che comporta il castigo del sinedrio; il terzo si ha infine quando, lasciandoci trascinare dall’ira fino all’accecamento, oltraggiamo violentemente i nostri fratelli, nel qual caso la punizione adeguata è il fuoco della Geenna (cfr De serm. Domini in monte, 11,9).
«Fuoco della Geenna» è espressione che, nel linguaggio giudaico del tempo, stava a significare il castigo eterno.
 
Wolfgang Trilling (Vangelo secondo Matteo): versetto 25 Mettiti presto d’accordo con il tuo avversario mentre sei per via con lui, perché l’ avversario non ti consegni al giudice e il giudice alla guardia e tu venga gettato in prigione.
26 In verità ti dico: non uscirai di là finché tu non abbia pagato fino all’ ultimo spicciolo - Ecco un secondo esempio, anch’esso tratto dalla vita. Un tale ha dei debiti con un altro; dal momento che non vuole pagare, il creditore lo trascina a forza, tra ingiurie e bestemmie, davanti al giudice. Il giudice, constatato il debito, consegna quell’uomo alla guardia perché lo porti in prigione, dove resterà finché non avrà saldato il debito fino all’ultimo centesimo. Così succede tra gli uomini: ognuno cerca, con l’aiuto della legge e, se necessario, con la forza, di far valere i propri diritti.
Qual è l’ammaestramento che Gesù trae da questa storia raccontata con fine umorismo? Utilizza il tempo per riconciliarti con l’avversario finché è possibile! Sei per via, solo con lui: tenta il tutto per accordarti con lui a quattr’occhi. Forse ti riuscirà, e forse no se egli sarà duro e inflessibile. In ogni caso ti conviene sfruttare bene il tempo.
Qui, a prima vista, l’accomodamento con l’avversario non pare tanto un dovere che scaturisce dall’amore fraterno, quanto piuttosto un consiglio frutto di prudenza.
Sarebbe così, se la breve storia non avesse uno sfondo molto più serio. Utilizza il tempo, prima che sia troppo tardi! L’urgenza richiama l’incombere di un’altra realtà: il regno di Dio; e di un giudice più grande: Dio giudice. Tutti siamo sulla via, incamminati verso il giudizio e fin d’ora possiamo coglierne le conseguenze e quasi calcolarle ... La riconciliazione, dunque, è un impegno urgente, finché c’è ancor tempo; poi sarà tardi. on procrastinate la riconciliazione, anzi mettete tutto l’impegno per essere in pace gli uni con gli altri.
 
La Verità può chiamare gli uomini stolti - Teodoro di Mopsuestia, Frammento 28: Con le espressioni «in giudizio», «al sinedrio» e «nella Geenna di fuoco» infligge lo stesso castigo: infatti, non indica cose diverse con differenti espressioni né una diversa punizione. Ma se non è possibile dire pazzo, come mai il Signore lo ha detto? Non è bene chiamare pazzo il fratello; l’ espressione è infatti di collera e non di giustizia, e risulta anche empia quando la si pronuncia rivolta a un santo.
Ma il Signore definisce giustamente pazzi coloro che non appartengono affatto a lui e alla giustizia, non per ira ma per verità. La Geenna è la punizione eterna simile al Tartaro.
 
Il Santo del Giorno - 9 Giugno 2022 - San Columba di Iona Abate (Gartan, Donegal, Irlanda, 7 dicembre 521 - Iona, 9 giugno 597): Fondatore di monasteri, evangelizzatore di popoli, saggio consigliere, uomo spirituale: Colomba (521-597), il più noto santo scozzese, è una delle grandi figure che hanno “costruito” l’Europa cristiana. Nato nel Donegal, in Irlanda, fece sorgere numerose comunità monastiche nella sua terra natale e poi in Scozia, a cominciare dall’isola di Iona. Di qui iniziò l’avventura tutt’altro che agevole del primo annuncio a Pitti, Angli e Scoti. L’abbazia che sorge sull’isola di Iona, dopo aver resistito alle scorrerie dei vichinghi, è oggi un centro di pellegrinaggi. (Avvenire)
 
O Signore, la tua forza risanatrice,
operante in questo sacramento,
ci guarisca dal male e ci guidi sulla via del bene.
Per Cristo nostro Signore.
 
 
 
 
 
 8 Giugno 2022
 
Mercoledì X Settima Tempo Ordinario
 
1Re 18,20-39; Salmo responsoriale dal Salmo 15 (16); Mt 5,17-19
 
Colletta
O Dio, sorgente di ogni bene,
ispiraci propositi giusti e santi
e donaci il tuo aiuto,
perché possiamo attuarli nella nostra vita.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
Benedetto XVI (Angelus 13 Febbraio 2011): Nella Liturgia di questa domenica prosegue la lettura del cosiddetto “Discorso della montagna” di Gesù, che occupa i capitoli 5, 6 e 7 del Vangelo di Matteo. Dopo le “Beatitudini”, che sono il suo programma di vita, Gesù proclama la nuova Legge, la sua Torah, come la chiamano i nostri fratelli ebrei. In effetti, il Messia, alla sua venuta, avrebbe dovuto portare anche la rivelazione definitiva della Legge, ed è proprio ciò che Gesù dichiara: “Non crediate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti: non sono venuto ad abolire, ma a dare il pieno compimento”. E, rivolto ai suoi discepoli, aggiunge: “Se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli” (Mt 5,17.20). Ma in che cosa consiste questa “pienezza” della Legge di Cristo, e questa “superiore” giustizia che Egli esige?
Gesù lo spiega mediante una serie di antitesi tra i comandamenti antichi e il suo modo di riproporli. Ogni volta inizia: “Avete inteso che fu detto agli antichi…”, e poi afferma: “Ma io vi dico…”. Ad esempio: “Avete inteso che fu detto agli antichi: Non ucciderai; chi avrà ucciso dovrà essere sottoposto al giudizio. Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello dovrà essere sottoposto al giudizio” (Mt 5,21-22). E così per sei volte. Questo modo di parlare suscitava grande impressione nella gente, che rimaneva spaventata, perché quell’“io vi dico” equivaleva a rivendicare per sé la stessa autorità di Dio, fonte della Legge. La novità di Gesù consiste, essenzialmente, nel fatto che Lui stesso “riempie” i comandamenti con l’amore di Dio, con la forza dello Spirito Santo che abita in Lui. E noi, attraverso la fede in Cristo, possiamo aprirci all’azione dello Spirito Santo, che ci rende capaci di vivere l’amore divino. Perciò ogni precetto diventa vero come esigenza d’amore, e tutti si ricongiungono in un unico comandamento: ama Dio con tutto il cuore e ama il prossimo come te stesso. “Pienezza della Legge è la carità”, scrive san Paolo (Rm 13,10). Davanti a questa esigenza, ad esempio, il pietoso caso dei quattro bambini Rom, morti la scorsa settimana alla periferia di questa città, nella loro baracca bruciata, impone di domandarci se una società più solidale e fraterna, più coerente nell’amore, cioè più cristiana, non avrebbe potuto evitare tale tragico fatto. E questa domanda vale per tanti altri avvenimenti dolorosi, più o meno noti, che avvengono quotidianamente nelle nostre città e nei nostri paesi.
 
I Lettura: Il popolo di Israele era precipitato nell’abisso della apostasia. L’ordalia proposta dal profeta Elia mette in campo il riconoscimento della vera fede, o il rinnegamento dell’alleanza javista. Non si tratta, quindi, “soltanto di decidere chi, tra Jahve e Baal, è il signore della montagna o è più potente, ma assolutamente, chi è Dio: la parola di Elia, la sua preghiera (v 37), l’acclamazione del popolo (v 39) non lasciano nessun dubbio: la fede monoteista è la posta di questa competizione” (Bibbia di Gerusalemme).
 
Vangelo
Non sono venuto ad abolire, ma a dare pieno compimento.
 
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 5,17-19
 
In che senso Gesù dà pieno compimento alla Legge e ai Profeti? Al di là delle tante risposte, si può rispondere facendo ricorso al comandamento dell’amore dal quale tutti gli altri comandamenti traggono il loro significato e la loro forza: «Allora i farisei, avendo udito che egli [Gesù] aveva chiuso la bocca ai sadducei, si riunirono insieme e uno di loro, un dottore della Legge, lo interrogò per metterlo alla prova: “Maestro, nella Legge, qual è il grande comandamento?”. Gli rispose: “Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. Questo è il grande e primo comandamento. Il secondo poi è simile a quello: Amerai il tuo prossimo come te stesso. Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti”» (Mt 22,34-40). Se non si fa ricorso a questa soluzione si corre il rischio di scivolare in una casistica nella quale il credente si troverebbe a vivere una fede asfittica, lontana dalle vere esigenze evangeliche. Solo l’amore permette al discepolo di Gesù che la sua giustizia superi quella degli scribi e dei farisei: unica condizione per entrare nel regno dei cieli.
 
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Non crediate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto ad abolire, ma a dare pieno compimento.
In verità io vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà un solo iota o un solo trattino della Legge, senza che tutto sia avvenuto.
Chi dunque trasgredirà uno solo di questi minimi precetti e insegnerà agli altri a fare altrettanto, sarà considerato minimo nel regno dei cieli. Chi invece li osserverà e li insegnerà, sarà considerato grande nel regno dei cieli».
 
Benedetto Prete (I Quattro Vangeli): 17 Non sono venuto ad abrogare, ma a compire: Gesù dichiara la sua posizione nei confronti dell’Antico Testamento (la Legge ed i Profeti); egli afferma di non voler abrogare quanto era stato detto dalla Legge e dai Profeti, ma di perfezionarlo. Quest’opera di perfezionamento, come risulta dagli esempi esplicativi che seguiranno (5, 21-48), si rivolge alla parte morale e consiste nell’inserire uno spirito nuovo nei precetti dell’antica legge.
18 Una sola trattina, così abbiamo tradotto il termine κεραία (letteralmente: cornuncolo); il vocabolo può esprimere quella piccola trattina che distingue nella scrittura ebraica quadrata la consonante kaph dal beth. In linguaggio moderno si direbbe: non passerà un i, né un punto sopra l’i. Il senso del detto di Gesù è il seguente: tutti i precetti morali della Legge antica saranno elevati alla perfezione evangelica la quale, essendo definitiva, non passerà mai.
19 Chi dunque avrà trasgredito... Il nuovo spirito che perfeziona l’antica legge non dispensa dalle opere. Anche la minima inadempienza di un precetto sarà notata e condizionerà l’appartenenza più o meno fervida al regno.
 
Angelico Poppi (I Quattro Vangeli): Gesù non è venuto per abolire la Legge o i Profeti ... ma per compiere: L’espressione «Non crediate che (io) sia venuto» ricorre con formule affini altrove (Mt 9,13; 10,34-35; 20,28) e sembra premunire il lettore con un tono polemico da una falsa interpretazione delle sei antitesi seguenti (Cf. Gnilka, I, p. 218). Benché Gesù non si sia attenuto alle prescrizioni halakiche dei rabbini, non ha invalidato la Legge mosaica. Al contrario, con il suo insegnamento l’ha portata a compimento,  cioè  alla perfezione, unificandola nel precetto fondamentale dell’amore di Dio e del prossimo, che ne costituisce il cuore, il comandamento principale.
L’espressione «la Legge o i Profeti» (derivata dall’uso sinagogale, che non prevedeva la lettura liturgica dei Ketubin, cioè dei libri sapienziali) indica l’intero Antico Testamento.
Infatti, mentre la Legge (Toràh) designa il Pentateuco, i Profeti includono in senso generico tutti gli altri libri, che erano considerati come una interpretazione della Legge.
Abolire (katalysat) in senso dottrinale significa dichiarare nullo un precetto. Compiere non ha un senso puramente normativo ma assume in Matteo una valenza più pregnante.
Con il verbo pleróo l’evangelista si riferisce una decina di volte all’adempimento delle profezie dell’Antico Testamento.
Gesù non è venuto soltanto a perfezionare la Legge mosaica, ma a portarla a compimento nelle sue potenzialità nascoste e nel suo valore di rivelazione profetica.
Come è suggerito anche in Mt 11,13, tutto l’Antico Testamento converge verso Cristo, che lo attua piena­mente, rendendo presente il regno di Dio. Gesù non fa altro che sviluppare il senso profondo della Legge, rap­portandola al comandamento essenziale dell’amore, il centro focale del discorso della montagna. Mediante la proclamazione e la realizzazione del regno, Gesù provoca la conversione del cuore e l’irradiazione della bontà salvifica di Dio nel mondo, che consente all’essere umano il pieno adempimento delle esigenze più autentiche della Legge. Ecco perché non solo completa la Legge, ma la «compie».
I singoli precetti dell’Antico Testamento conservano il loro valore, ma solo in quanto sono rapportabili alla legge dell’amore.
La Scrittura per Matteo rappresenta un’anticipazione del progetto salvifico di Dio, che il suo Inviato definitivo avrebbe «compiuto» in adesione totale al volere del Padre.

GESÙ E LA NUOVA  LEGGE - L’ATTEGGIAMENTO PERSONALE DI GESÙ - Pierre Grelot: 1. Nei confronti della legge antica, l’atteggiamento di Gesù è netto ma con sfumature diverse. Se egli si oppone con forza alla tradizione degli antichi, di cui gli scribi ed i farisei sono i paladini, non fa però altrettanto per la legge. Al contrario: rifiuta questa tradizione perché porta gli uomini a violare la legge e ad annullare la parola di Dio (Mc 12,28-34 par.). Ora, nel regno di Dio, la legge non dev’essere abolita, ma portata a compimento sino all’ultimo iota (Mt 5,17ss), e Gesù stesso l’osserva (Cfr. 8,4).
Nella misura in cui gli scribi sono fedeli a Mosè, la loro autorità deve quindi essere riconosciuta, anche se non bisogna imitare la loro condotta (23,2s). E tuttavia, annunziando il vangelo del regno, Gesù inaugura un regime religioso radicalmente nuovo: la legge ed i profeti hanno avuto fine con Giovanni Battista (Lc 16,16 par.); il vino del vangelo non può essere versato negli otri vecchi del regime sinaitico (Mc 2,21 spar.).
In che consiste quindi il compimento della legge che Gesù apporta sulla terra? Anzitutto nel rimettere in ordine i diversi precetti. L’ordine differisce molto dalla gerarchia dei valori che gli scribi hanno stabilita, trascurando il principale (giustizia, misericordia, buona fede) per salvare l’accessorio (Mt 23,16-26). Inoltre le imperfezioni che la legge antica comportava ancora «a motivo della durezza dei cuori» (19, 8) devono sparire nel regno: la regola di condotta che vi si osserverà è una legge di perfezione, ad imitazione della perfezione di Dio (5, 21-48).
Ideale impraticabile se lo si commisura alla condizione attuale dell’uomo (cfr. 19,10). Gesù quindi, assieme a questa legge, apporta un esempio trascinatore ed una forza interna che permetterà di osservarla: la forza dello Spirito (Atti 1,8; Gv 16,13). Infine, la legge del regno si riassume nel duplice comandamento, già formulato anticamente, che prescrive all’uomo di amare Dio e di amare il prossimo come se stesso (Mc 12,28-34 par.); tutto viene ordinato attorno a questo, tutto ne deriva. Nei rapporti degli uomini tra loro, questa regola aurea di carità positiva contiene la legge e i profeti Mt 7,12).
2. Attraverso queste prese di posizione, Gesù appare già sotto i tratti di un legislatore. Senza contraddire affatto Mosè, lo spiega, lo continua, ne perfeziona gli insegnamenti; come quando proclama la superiorità dell’uomo sul sabato (Mc 2,23-27 par.; Gv 5,18; 7,21ss). Capita tuttavia che, andando oltre la lettera dei testi, egli vi oppone norme nuove; ad esempio, sconvolge le regole del codice di purità (Mc 7,15-23 par.).
Simili atteggiamenti stupiscono i suoi uditori, perché contraddicono quelli degli scribi e rivelano la consapevolezza di un’autorità singolare (1,22 par.). Ora Mosè si eclissa; nel regno non c’è più che un solo dottore (Mt 23,10). Gli uomini devono ascoltare la sua parola e metterla in pratica (7,24ss), perché in tal modo faranno la volontà del Padre (7,21ss). E come i Giudei fedeli, secondo l’espressione rabbinica, si addossavano il giogo della legge, così ora bisogna prendere il giogo di Cristo e mettersi alla sua scuola (11,29). Più ancora, come la
sorte eterna degli uomini era sino allora determinata dal loro atteggiamento nei confronti della legge, così ormai lo sarà dal loro atteggiamento nei confronti di Gesù (10,32 s). Indubbiamente c’è qui più che Mosè; la nuova legge annunziata dai profeti è ora promulgata,
 
Rispettare anche il minimo precetto - Cromazio di Aquileia (Commento al Vangelo di Matteo 20, 2): Se è da empi voler annullare i comandamenti anche più insignificanti all’apparenza, peggio che peggio sarebbe pretendere di abolire quelli grandi o, addirittura, quelli grandissimi. Per tale ragione lo Spirito Santo, per bocca di Salomone, mette sul chi va là: Chi disprezza anche le piccole cose, a poco a poco va in rovina (Sir 19,1). Di conseguenza niente si deve annullare, niente mutilare dei comandi divini; occorre invece osservarli, farli apprendere agli altri con il massimo di fedeltà, con tutta l’intelligenza: sennò si finirà per perdere pure il regno dei cieli. La ragione è evidente: circa i comandi del Signore, i giudizi e le valutazioni degli infedeli o degli uomini di questo mondo sono errati: costoro possono pensare che si tratti di osservanza circa cose a modeste a insignificanti: ma ben diverso è il giudizio di Dio: per lui non si tratta di cose piccole, ma di cose necessarie. Del resto il Signore aggiunge la promessa del premio: Chi invece li insegnerà e li osserverà, costui - assicura - sarà grande nel regno dei cieli (Mt 5, 19). Ma stiamo attenti che non si tratta solo di dire a parole, ma di operare con i fatti; non basta che si sappia insegnare agli altri: occorre anche che si faccia ciò che si insegna.
 
Il Santo del Giorno - 8 Giugno 2022 - San Clodolfo (Clodulfo) di Metz Vescovo - Luca Pellegrini: Clodolfo (Clou o Cloud) e il fratello Ansegio erano figli di S. Arnolfo, vescovo di Metz, e di Doda, che divenne suora quando il marito si fece prete. I due fratelli, come già in precedenza il padre, avevano un alto incarico alla corte dei re di Austrasia. Ansegio sposò Begga, figlia di Pipino di Landen, diventando avo dei re carolingi di Francia. Quando morì il successore Arnolfo sulla sede episcopale di Metz, Clodolfo, che era laico e conduceva una vita devota e santa, fu eletto al suo posto. Come vescovo governò la diocesi saggiamente per quarant’anni, facendo grandi elemosine e godendo di molto rispetto. Si pensa che abbia scritto una biografia del padre Arnolfo, e abbia raggiunto i novantun anni di età. In Francia è conosciuto come Cloud per distinguerlo da S. Clodoaldo e Clou (7 settembre).
 
O Signore, la tua forza risanatrice,
operante in questo sacramento,
ci guarisca dal male e ci guidi sulla via del bene.
Per Cristo nostro Signore.
 
 
 
 
 
 
 
 
 7 Giugno 2022
 
Martedì X Settimana T. O.
 
1Re 17,7-16; Salmo Responsoriale dal Salmo 4; Mt 5,13-16
Colletta
O Dio, sorgente di ogni bene,
ispiraci propositi giusti e santi
e donaci il tuo aiuto,
perché possiamo attuarli nella nostra vita.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
Benedetto XVI (Angelus 6 Febbraio 2011): Nel Vangelo di questa domenica il Signore Gesù dice ai suoi discepoli: “Voi siete il sale della terra … Voi siete la luce del mondo” (Mt 5,13.14). Mediante queste immagini ricche di significato, Egli vuole trasmettere ad essi il senso della loro missione e della loro testimonianza. Il sale, nella cultura mediorientale, evoca diversi valori quali l’alleanza, la solidarietà, la vita e la sapienza. La luce è la prima opera di Dio Creatore ed è fonte della vita; la stessa Parola di Dio è paragonata alla luce, come proclama il salmista: “Lampada per i miei passi è la tua parola, luce sul mio cammino” (Sal 119,105). E sempre nella Liturgia odierna il profeta Isaia dice: “Se aprirai il tuo cuore all’affamato, se sazierai l’afflitto di cuore, allora brillerà fra le tenebre la tua luce, la tua tenebra sarà come il meriggio” (58,10). La sapienza riassume in sé gli effetti benefici del sale e della luce: infatti, i discepoli del Signore sono chiamati a donare nuovo “sapore” al mondo, e a preservarlo dalla corruzione, con la sapienza di Dio, che risplende pienamente sul volto del Figlio, perché Egli è la “luce vera che illumina ogni uomo” (Gv 1,9). Uniti a Lui, i cristiani possono diffondere in mezzo alle tenebre dell’indifferenza e dell’egoismo la luce dell’amore di Dio, vera sapienza che dona significato all’esistenza e all’agire degli uomini.
 
I Lettura: Elia dopo aver annunciato la grande siccità che doveva punire l’insediamento del culto di Baal (cfr. 1Re 16,32-33) va a soggiornare sulle rive del torrente Cherit. Dopo alcuni giorni, quando «il torrente si seccò, perché non pioveva sulla regione» (1Re 17,1), riceve da Dio l’ordine di recarsi verso Sidone, in una cittadina non ben nota: Zarepta. Qui il profeta Elia sarà sostentato, fin che durerà la carestia, da una povera vedova giunta all’estremo delle sue risorse. Con tale decisione, il Signore vuole mettere in risalto che le sue vie sono spesso incomprensibili e misteriose sopra tutto quando Egli per realizzare i suoi progetti si serve di poveri mezzi disprezzati e scartati dagli uomini (cfr. 1Cor 1,28).
 
Vangelo
Voi siete la luce del mondo.

Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 5,13-16
 
Benedetto Prete (I Quattro Vangeli): 13 Voi siete il sale della terra; si passa bruscamente ad altro argomento; il fatto costituisce un indizio che il discorso della montagna è una raccolta d’insegnamenti pronunziati da Gesù in varie circostanze. Il sale, elemento che conserva e dà sapore ai cibi, è una viva immagine per indicare la missione dei discepoli, destinati ad essere per gli altri quello che il sale è per i cibi.
14 Voi siete la luce del mondo: i discepoli hanno degli obblighi sociali; essi devono illuminare gli uomini che giacciono nell’oscurità religiosa, cioè nell’ignoranza. Il mondo: ha qui un senso giovanneo, esso indica gli uomini; la tradizione dei Sinottici e di Giovanni s’incontrano. Non può una città... il detto è indipendente; Matteo poté averlo inserito nell’attuale contesto per un’associazione di idee.
 
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Voi siete il sale della terra; ma se il sale perde il sapore, con che cosa lo si renderà salato? A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dalla gente.
Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città che sta sopra un monte, né si accende una lampada per metterla sotto il moggio, ma sul candelabro, e così fa luce a tutti quelli che sono nella casa. Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli».
 
Voi siete il sale della terra... Voi siete la luce del mondo - I cristiani sono per il mondo ciò che il sale è per i cibi: danno sapore, purificano e preservano dalla corruzione. Non va dimenticato che il sale è anche sinonimo di sapienza, per cui i discepoli «sono chiamati a dare un senso nuovo, soprannaturale, cristiano alla vita umana. Senza questa azione gli uomini diventano come dissennati, senza orientazione, fatui» (Ortensio da Spinetoli). Un compito impegnativo che non può essere disatteso se non si vuole spartire la stessa sorte del sale insipido, cioè quello di essere gettato via e calpestato dalla gente.
Poiché non è possibile chimicamente parlando che il sale perda il suo sapore, la sentenza evangelica resta oscura. Ma ai tempi di Gesù come combustibile si usava generalmente lo sterco di cammello e «il sale è il catalizzatore che fa incendiare lo sterco. La sfera di sterco viene posta su un piatto di sale che forma la base della fornace. Passato del tempo, il sale perde la capacità di mantenere vivo il fuoco. Allora... quel sale non è più buono per il forno o per preparare il combustibile per la fornace. Lo si butta via. La sfida lanciata da Gesù ai suoi discepoli... è di essere catalitici, come il sale per la fornace» (John J. Pilch).
Quindi qui si alluderebbe alla vocazione di accendere fuochi, di illuminare, piuttosto che insaporire o conservare cibi. Praticamente, una esplicitazione pratica della seconda massima evangelica: Voi siete la luce del mondo. Un proseguo della missione di Cristo che amò definirsi luce del mondo (Gv 8,12).
Il tema della luce è molto caro alla sacra Scrittura.
L’essere di Dio è luce, in contrasto con l’essere umano che è tenebra. La Parola, l’insegnamento sono luce (Cf. Sal 119,5; Pr 6,23). Possiamo ricordare ancora l’invito rivolto a Israele: «Casa di Giacobbe, venite, camminiamo nella luce del Signore» (Is 2,5). In Is 42,6 e 49,6 Israele è chiamato «luce delle nazioni». Nel giudaismo l’immagine della luce «veniva riferita volentieri alla Legge o al Tempio, come anche ad eminenti personalità religiose. Qui si vuole insinuare che questa prerogativa passa al nuovo popolo di Dio» (Angelo Lancillotti).
Per i cristiani convertirsi dalle tenebre alla luce (Atti 26,18) per credere alla luce (Gv 12,36) è un imperativo improrogabile, così è un impegno fruttuoso quello di far risplendere la propria luce davanti agli uomini, perché vedano le loro opere buone e rendano gloria al Padre che è nei cieli.
Essere sale e luce della terra, ovvero camminare come figli della luce (Ef 5,9), è un servizio di alto valore costruttivo, rivolto a tutto il consorzio umano unicamente per la gloria Dio e non per amore di trionfalismo o per accaparrarsi i primi posti nella Chiesa e in mezzo agli uomini.
 
Il sale della terra - John J. Pilch (Il sapore della Parola): Dopo aver pronunciato le Beatitudini, Gesù, nel racconto di Matteo, dice ai suoi discepoli: «Voi siete il sale della terra» (Mt 5,13). Noi, con le nostre preoccupazioni sulla pressione alta, pensiamo al sale (non senza un certo senso di colpa!) come a un condimento per insaporire il cibo. Fino a non molto tempo fa, in prima battuta si sarebbe pensato al sale come metodo di conservazione dei cibi, come il baccalà. Agli abitanti della Palestina del I secolo, il sale faceva venire in mente un forno.
La parola araba per “forno” (arsa) lascia supporre che il termine ebraico o aramaico per “terra” (‘eretz) potrebbe avere in sé anche il significato di “forno”. Più precisamente, la parola descrive un forno familiare a molte civiltà del mondo: una fornace di terra, di creta. Forse sarebbe più corretto interpretare le parole dette da Gesù in questo senso: «Voi siete [come] il sale nella fornace di terra!».
Sapere che il termine aramaico potrebbe significare “terra, sporco, suolo” e “fornace di terra o creta” non è abbastanza. È necessario conoscere come un forno di tal guisa funzionasse. Il combustibile usato per tale forno non è il legno (che scarseggiava nell’antica Israele) o il carbone, bensì lo sterco di cammelli o altri animali, che in quella regione si trovava sempre in abbondanza.
Uno dei lavori domestici che una giovane donna doveva imparare quando cresceva era raccogliere questo sterco, modellarlo in sfere e farne del combustibile aggiungendovi un po’ di sale, lasciandolo poi essiccare al sole. Alla base del forno stesso veniva sistemato un blocco di sale che funzionava da catalizzatore per il combustibile di sterco. Quindi, in tutti i brani in cui si parla di sale nel Nuovo Testamento, esso è presentato come un agente la cui funzione è di accendere fuochi piuttosto che insaporire o conservare cibi.
«Voi siete il catalizzatore [sale] nella fornace di terra; ma se il catalizzatore [sale] perdesse il suo potere catalitico [sapore], con che cosa lo si potrà render catalitico [salato]? A null’altro serve che a essere gettato via e calpestato dagli uomini» (Mt 5, 13). Il blocco di sale sul fondo della fornace alla fine perde la sua capacità di “accendere” il comburibile, ma esso può ancora servire come solido appoggio per il piede nella strada altrimenti fangosa. Il sale non perde mai il suo sapore, ma può perdere le sua proprietà di alimentare il fuoco. Ecco com’è adeguata, allora, l’immagine successiva: «Voi siete la luce del mondo» (Mt 5,14).
«Perché ciascuno sarà salato con il fuoco. Buona cosa il sale; ma se il sale diventa senza potere catalitico, con che cosa lo ristabilirete? Abbiate sale in voi stessi (= siate voi stessi catalizzatori) e siate in pace gli uni con gli altri» (Mc 9, 49-50). Questa riflessione segue naturalmente il riferimento al fuoco infernale di Mc 9,48.
«Il sale è buono, ma se anche il sale perdesse il suo potere catalitico, con che cosa lo si ristabilirà? Non serve né per il forno di terra né per preparare le sfere di combustibile (il concime) e così lo buttano via» (Lc 14,34-35). L’affermazione sul sale continua una precedente considerazione sull’essere discepoli e sul bisogno dei discepoli di vedere i progetti nella loro completezza.
«Sono venuto ad accendere il forno di terra [a portare il fuoco sulla terra] - dice Gesù - e come vorrei che fosse già acceso!» (Lc 12, 49). Di seguito egli afferma che la sua presenza non porterà la pace sulla terra, ma la rottura dei giuramenti di fedeltà (padre contro figlio ecc.) nelle grandi famiglie dell’area mediterranea, in cui i membri erano (e sono) legati tra loro in maniera soffocante. È da notare anche il tipo di shalom cui Gesù fa qui riferimento.
 
Luce - Wolfang Klein: Nell’AT è designazione dell’opera della creazione e simbolo di felicità e di salvezza. Dio dona entrambe. Luce significa anche la sua gloria e quella del mondo celeste. Il mondo dei morti è il paese delle tenebre. - L’“uomo tra due mondi” viene poi caratterizzato a Qumran mediante l’antitesi etico-cosmologica luce-tenebre (lQ 1II,13). I membri della setta, in quanto “figli della luce” nel combattimento escatologico lottano contro gli altri esseri umani, i “figli delle tenebre”. Il dualismo poggia sulla predestinazione di ogni essere umano agli ambiti luce o tenebre già prevista nel progetto creazionale di Dio; è dunque legato al concetto veterotestamentario di Dio: “Dio ha creato i due spiriti della luce e delle tenebre” il cui campo di battaglia sono il mondo e l’uomo. Per la comprensione del simbolismo neotestamentario della luce questi antecedenti giudaici sono importanti; Paolo estende la loro applicazione in senso etico-escatologico all’evento Cristo nella parenesi battesimale, Rm 13,11-14: luce e tenebre sono come a Qumran i due ambiti di poter n i quali si compie il cammino dell’uomo, la sua condotta di vita non per predestinazione, ma attraverso la decisione per la fede o per 1’incredulità. L’immagine della vicinanza del “giorno” è usata come motivazione per deporre le “opere delle tenebre” e rivestire le “armi della luce”. La vicinanza del ritorno significa dunque combattimento: “Questo combattimento è identico a quello tra fede e incredulità”. In Gv, Cristo, “la luce del mondo” (Gv 8,12), entra nel cosmo tenebroso. Con la venuta della vera luce il tempo e scatologico della salvezza è diventato presente: la luce come salvezza non è più soltanto immagine, ma designa l’essenza storica del rivelatore. I concetti luce e tenebre servono a designare la discriminazione degli uomini provocata da Cristo (Gv 1,11s). Il giudizio s’identifica con la decisione per l’incredulità, la salvezza con la decisione per la fede. A partire da questo dualismo decisionale, luce e tenebre designano due modi d’esistere: “La doppia possibilità dell’esistere umano, quella a partire da Dio, o quella a partire dall’uomo”. Il significato del “cammino” come compimento di vita è limitato, nel NT, quasi esclusivamente a Paolo e Giovanni. 
 
Le caratteristiche del popolo di Dio - Catechismo della Chiesa Cattolica 782 Il popolo di Dio presenta caratteristiche che lo distinguono nettamente da tutti i raggruppamenti religiosi, etnici, politici o culturali della storia: È il popolo di Dio: Dio non appartiene in proprio ad alcun popolo. Ma egli si è acquistato un popolo da coloro che un tempo erano non-popolo: «la stirpe eletta, il sacerdozio regale, la nazione santa» (1PT 2,9).
Si diviene membri di questo popolo non per la nascita fisica, ma per la «nascita dall’alto», «dall’acqua e dallo Spirito» (Gv 3,3-5). cioè mediante la fede in Cristo e il Battesimo.
Questo popolo ha per Capo Gesù Cristo (Unto, Messia): poiché la mede medesima unzione, lo Spirito Santo, scorre dal Capo al corpo, esso è « il popolo messianico ».
«Questo popolo ha per condizione la dignità e la libertà dei figli di Dio, nel cuore dei quali dimora lo Spirito Santo come nel suo tempio ».
«Ha per legge il nuovo precetto di amare come lo stesso Cristo ci ha amati». È la legge «nuova» dello Spirito Santo.
Ha per missione di essere il sale della terra e la luce del mondo. «Costituisce per tutta l’umanità un germe validissimo di unità, di speranza e di salvezza».
«E, da ultimo, ha per fine il regno di Dio, incominciato in terra dallo stesso Dio, e che deve essere ulteriormente dilatato. finché alla fine dei secoli sia da lui portato a compimento».
 
Uomini insipidi - Cromazio di Aquileia (Commento al vangelo di Matteo 18, 4): C’è pericolo di diventare insipidi; succede quando taluni finiscono per cadere rovinosamente entro le maglie di un’eresia oppure ritornano alla stoltezza dei pagani, avendo abdicato alla fede e alla sapienza divina, dopo che le avevano abbracciate nella catechesi; cosi, abbandonata la fede e la sapienza divina, sono diventati fatui. Perciò disse: Se il sale perderà il suo sapore, con che cosa si salerà? Dice così, perché uomini siffatti, resi fatui dalla subdola astuzia del diavolo, persa la fede, diventano insipidi. E dire che essi, che avrebbero potuto istruire gli altri non credenti o ancora lontani dalla fede, con la forza della parola della predicazione divina, alla fine risultarono invece inservibili perfino a se stessi. Un esempio lampante: Giuda Iscariota; anch’egli, si può dire, era stato uno di questi tipi di sale, se ci è permesso continuare il paragone avviato. Ma da apostolo che era divenne apostata, dopo che ebbe rifiutato la divina sapienza; non solo non fu in grado di giovare agli altri, ma risultò disgraziato e inutile anche a se stesso.
 
Il Santo del Giorno - 7 Giugno 2022 - Beata Anna di San Bartolomeo Carmelitana Scalza - (Almendral, Spagna, 10 ottobre 1549 - Anversa, Belgio, 7 giugno 1626): Anna di san Bartolomeo (Garcia) nacque ad Almendral (Avila, in Spagna) nel 1549. Di famiglia umile, visse la sua adolescenza lavorando i campi. A 21 anni, nel 1570, entrò nel monastero delle Carmelitane Scalze di San Giuseppe d’Avila come prima conversa all’interno della riforma dell’ordine promossa dalla celebre conterranea Teresa. Anna ne divenne l’assistente e grazie a lei imparò a scrivere. Fu vicina alla santa fino alla morte di questa (il 4 ottobre 1582), che spirò tra le sue braccia. Proseguì la sua vita conventuale ad Avila, a Madrid e ad Ocana. Nel 1604 si trasferì in Francia ed iniziò la riforma dell’Ordine, diventando priora di Pontoise e Tours. Nel 1611 andò a Parigi ma si trasferì subito in Fiandra e in Belgio, prima a Mons e poi ad Anversa dove fondò un monastero. Qui morì nel 1626. È stata beatificata da Benedetto XV il 6 maggio 1917. (Avvenire)

 O Signore, la tua forza risanatrice,
operante in questo sacramento,
ci guarisca dal male e ci guidi sulla via del bene.
Per Cristo nostro Signore.
 
6 Giugno 2022
 
Maria Madre della Chiesa
 
Gen 3,9-15.20 oppure At 1,12-14; Salmo Responsoriale dal Salmo 86 (87); Gv 19,25-34
 
Colletta
Dio, Padre di misericordia,
il tuo Figlio unigenito, morente sulla croce,
ci ha donato la sua stessa Madre,
la beata Vergine Maria, come nostra Madre;
concedi che la tua Chiesa, sorretta dal suo amore,
sia sempre più feconda nello Spirito,
esulti per la santità dei suoi figli
e raccolga nel suo grembo l’intera famiglia degli uomini.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
Paolo VI (Allocuzione 21 Novembre 1964): Guardando la Chiesa, dobbiamo dunque contemplare con animo amorevole le meraviglie che Dio ha operato nella sua Santa Madre. E la cognizione della vera dottrina cattolica sulla Beata Vergine Maria sarà sempre un efficace sussidio per capire esattamente il mistero di Cristo e della Chiesa.
Ripensando questi stretti rapporti con cui sono collegati tra loro Maria e la Chiesa, che vengono così lucidamente esposti in questa Costituzione del Concilio, esse Ci inducono a ritenere che questo momento è il più solenne e il più opportuno per adempiere il voto cui abbiamo accennato alla fine dell’ultima Sessione e che moltissimi Padri hanno anche fatto proprio, chiedendoci con insistenza che durante questo Concilio fosse dichiarata in termini espliciti la missione materna che la Beata Vergine Maria adempie nel popolo cristiano. Per questo motivo Ci sembra necessario che in questa pubblica seduta enunciamo ufficialmente un titolo con il quale venga onorata la Beata Vergine Maria, che è stato richiesto da varie parti del mondo cattolico ed è a Noi particolarmente caro e gradito, perché con mirabile sintesi esprime la posizione privilegiata che nella Chiesa questo Concilio ha riconosciuto essere propria della Madre di Dio.
Perciò a gloria della Beata Vergine e a nostra consolazione dichiariamo Maria Santissima Madre della Chiesa, cioè di tutto il popolo cristiano, sia dei fedeli che dei Pastori, che la chiamano Madre amatissima; e stabiliamo che con questo titolo tutto il popolo cristiano d’ora in poi tributi ancor più onore alla Madre di Dio e le rivolga suppliche.
Si tratta di un titolo, Venerabili Fratelli, non certo sconosciuto alla pietà dei cristiani; anzi i fedeli e tutta la Chiesa amano invocare Maria soprattutto con questo appellativo di Madre. Questo nome rientra certamente nel solco della vera devozione a Maria, perché si fonda saldamente sulla dignità di cui Maria è stata insignita in quanto Madre del Verbo di Dio Incarnato.
Come infatti la divina Maternità è la causa per cui Maria ha una relazione assolutamente unica con Cristo ed è presente nell’opera dell’umana salvezza realizzata da Cristo, così pure soprattutto dalla divina Maternità fluiscono i rapporti che intercorrono tra Maria e la Chiesa; giacché Maria è la Madre di Cristo, che non appena assunse la natura umana nel suo grembo verginale unì a sé come Capo il suo Corpo mistico, ossia la Chiesa. Dunque Maria, come Madre di Cristo, è da ritenere anche Madre di tutti i fedeli e i Pastori, vale a dire della Chiesa.
È questo il motivo per cui noi, benché indegni, benché deboli, alziamo tuttavia gli occhi a lei con animo fiducioso ed accesi dell’amore di figli. Lei che ci ha dato un giorno Gesù, fonte della grazia soprannaturale, non può non rivolgere la sua funzione materna alla Chiesa, specialmente in questo tempo in cui la Sposa di Cristo si avvia a compiere con più alacre zelo la sua missione salutifera.
 
I Lettura: Dio maledice il serpente e sarà condannato a strisciare nella polvere. Adamo ed Eva non sono maledetti, ma dovranno portare il peso enorme della loro disobbedienza. Dio per Adamo ed Eva prepara un progetto di salvezza: il versetto 15 è il protovangelo, il primo annuncio di questa salvezza. Si preconizza l’inimicizia permanente del serpente, che è per la tradizione cristiana è figura di satana, e la donna: il seme di questa donna schiaccerà la testa del serpente, che a sua volta insidierà il suo calcagno.
“La traduzione greca, cominciando l’ultima frase con un pronome maschile, attribuisce questa vittoria non alla discendenza della donna in generale, ma a uno dei figli della donna: così è preparata l’interpretazione messianica che molti Padri espliciteranno. Con il Messia, sua madre è implicata, e l’interpretazione mariologica della traduzione latina ipsa conteret è divenuta tradizionale nella chiesa” (Bibbia di Gerusalemme.
 
Vangelo
Ecco tuo figlio! Ecco tua madre!
 
Giuseppe Segalla (Giovanni): versetti 26-27 - L’evangelista non è interessato alle donne ai piedi della croce, ma al binomio: la madre-il discepolo amato. Questi due vv . infatti non hanno alcun parallelo nei sinottici. La formula, che Gesù usa, potrebbe essere una formula di adozione, anche se la formulazione è lievemente diversa: non « ecco », ma « essa è ». In ogni caso, a livello storico, aveva certamente il enso di affidare la madre alle cure del discepolo amato. Ma c’è anche un senso teologico più profondo nell’episodio apparentemente cosi semplice. Già Origene identificava il discepolo amato con ogni cristiano. E la identificazione di Maria con la Chiesa, madre spirituale, data dal IV secolo, anche se sviluppata in forme diverse. Qui si è fondato il senso della maternità spirituale di Maria, assunta anche dal magistero e divenuta dottrina comune nella Chiesa cattolica, condivisa però anche da autori non cattolici (Hoskyns, Max Thurian). Gli argomenti a favore sono: 1) il fatto che Gesù si rivolge prima a Maria quasi sia suo il compito principale; 2) la relazione del fatto con l’episodio di Cana, dove pure Maria interviene (qui invece è Gesù che la fa intervenire); 3) il confronto con 16,21, che ha in comune con 19,26-27 l’uso della parola « donna » ed « ora », il tema della maternità e quello della morte di Gesù.
 
Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 19,25-34
 
In quel tempo, stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria madre di Clèopa e Maria di Màgdala.
Gesù allora, vedendo la madre e accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: «Donna, ecco tuo figlio!». Poi disse al discepolo: «Ecco tua madre!». E da quell’ora il discepolo l’accolse con sé.
Dopo questo, Gesù, sapendo che ormai tutto era compiuto, affinché si compisse la Scrittura, disse: «Ho sete». Vi era lì un vaso pieno di aceto; posero perciò una spugna, imbevuta di aceto, in cima a una canna e gliela accostarono alla bocca. Dopo aver preso l’aceto, Gesù disse: «È compiuto!». E, chinato il capo, consegnò lo spirito.
Era il giorno della Parasceve e i Giudei, perché i corpi non rimanessero sulla croce durante il sabato - era infatti un giorno solenne quel sabato -, chiesero a Pilato che fossero spezzate loro le gambe e fossero portati via.
Vennero dunque i soldati e spezzarono le gambe all’uno e all’altro che erano stati crocifissi insieme con lui.
Venuti però da Gesù, vedendo che era già morto, non gli spezzarono le gambe, ma uno dei soldati con una lancia gli colpì il fianco, e subito ne uscì sangue e acqua.
 
La proclamazione di Maria, madre del discepolo amato - Salvatore Alberto Panimolle (Lettura Pastorale del Vangelo di Giovanni): Anche la scena rappresentata in Gv 19,25-27 è carica di simbolismo: l’elemento storico è letto e interpretato a un livello molto profondo, perché l’evangelista vede in esso un significato ecclesiologico di grande importanza: la proclama­zione di Maria, madre della chiesa. La descrizione iniziale concernente la presenza di alcune donne amiche sul calvario non lungi dal luogo dell’esecuzione (Gv 19,25), è una notizia di carattere tradizionale (Me 15,40 e par.). Nella redazione giovannea però si rilevano alcune caratteristiche di non poco conto: solo il quarto evangelista infatti menziona la madre di Gesù e il discepolo amato, informando che essi erano «presso la croce», mentre per i sinottici le pie donne stavano lontano; parimenti esistono divergenze sul numero e sul nome di queste discepole.
Ma l’elemento più significativo e caratteristico della scena in esame è rappresentato dalle parole del Cristo morente alla madre e al discepolo amato. Gesù infatti «vedendo la madre e vicino il discepolo che amava, dice alla madre: Donna, ecco tuo figlio!» (Gv 19,26). Con quest’espressione Maria è costituita madre del discepolo, il quale personificava i seguaci del Cristo, che sono oggetto del suo amore, perché osservano la sua parola (Gv 13,1.34; 14,21). Quindi Maria dal Figlio di Dio è proclamata madre della chiesa. Orienta verso tale interpreta­zione anche l’appellativo donna, rivolto da Gesù alla madre. Tale vocativo lo troviamo sulla bocca del Maestro anche in Gv 2,4.48.
Con le parole al discepolo, Gesù chiarisce e ribadisce il suo pensiero: «Ecco tua madre!» (Gv 19,27). Maria è veramente la madre dei seguaci del Cristo ossia è madre della chiesa. La Vergine quindi non è solo madre di Gesù (Gv 2,lss; 19,25s), ma anche dei suoi discepoli.
Nel passo di Gv 19,26s abbiamo uno schema di rivelazione, formato di tre elementi: 1) la visione di un personaggio, 2) il dire una frase rivelatrice, 3) aperta dalla particella ecco. Esempi del genere sono costatabili in Gv l,29.35s.47. Gesù in Gv 19,26s rivela alla Vergine la sua funzione di madre della chiesa e al discepolo la sua filiazione nei confronti di Maria.
La scena in esame si conclude con la seguente osservazione dell’evangelista: «E da quell’ora il discepolo l’accolse nei propri (beni)» (Gv 19,27). Sulla croce si compie l’opera rivelatrice di Gesù, quindi la sua ora giunge alla piena rivelazione. La vergine Maria che aveva mediato la sua anticipazione simbolica a Cana (Gv 2,4ss), sul calvario assiste e partecipa alla sua consumazione. Il discepolo amato, rappresentante di tutti i credenti, è coinvolto quale attore di questa scena dell’«ora», accogliendo la madre del Cristo nel suo cuore e accettandola come sua, quale tesoro preziosissimo. L’interpretazione dell’espressione finale «élaben... eis tà idia» di Gv 19,27 è molto discussa tra gli esegeti. La maggior parte ritiene che significhi «la prese... nella propria (casa)»; invece I. de la Potterie, tra gli altri, mostra che questa locuzione deve essere tradotta così: «l’accolse nei propri (beni)» cioè «l’accolse come sua (madre)». In effetti il verbo «lambà-nein» negli scritti giovannei, quando ha per oggetto una persona, indica l’accoglienza nella linea della fede, mentre l’espressione «tà idia» significa i propri beni cioè le persone o le cose che appartengono a qualcuno (cf. Gv 1,11; 10,4; 13,1). Maria dal discepolo è accolta nel cuore come proprio bene cioè come propria madre.
 
La Vergine Maria nostra Madre nell’ordine della grazia - Catechismo della Chiesa Cattolica 967 Per la sua piena adesione alla volontà del Padre, all’opera redentrice del suo Figlio, ad ogni mozione dello Spirito Santo, la Vergine Maria è il modello della fede della carità per la Chiesa. « Per questo è riconosciuta quale sovreminente e del tutto singolare membro della Chiesa ». « ed è la figura (typus) della Chiesa ».
968 Ma il suo ruolo in rapporto alla Chiesa e a tutta l’umanità va ancora più lontano. « Ella ha cooperato in modo tutto speciale all’opera del Salvatore, con l’obbedienza, la fede, la speranza e l’ardente carità, per restaurare la vita soprannaturale delle anime. Per questo è stata per noi la Madre nell’ordine della grazia ».
969 « Questa maternità di Maria nell’economia della grazia perdura senza soste dal momento del consenso prestato nella fede al tempo dell’annunciazione, e mantenuto senza esitazioni sotto la croce, fino al perpetuo coronamento di tutti gli eletti. Difatti, assunta in cielo ella non ha deposto questa missione di salvezza, ma con la sua molteplice intercessione continua ad ottenerci i doni della salvezza eterna. Per questo la beata Vergine è invocata nella Chiesa con i titoli di Avvocata, Ausiliatrice, Soccorritrice, Mediatrice ».
970 « La funzione materna di Maria verso gli uomini in nessun modo oscura o diminuisce [ ... ] l’unica mediazione di Cristo, ma ne mostra l’efficacia. Infatti ogni salutare influsso della beata Vergine [ ... ] sgorga dalla sovrabbondanza dei meriti di Cristo, si fonda sulla mediazione di lui, da essa assolutamente dipende e attinge tutta la sua efficacia ». « Nessuna creatura infatti può mai essere paragonata col Verbo incarnato e redentore; ma come il sacerdozio di Cristo è in vari modi partecipato dai sacri ministri e dal popolo fedele, e come l’unica
bontà di Dio è realmente diffusa in vari modi nelle creatura, così anche l’unica mediazione del Redentore non e elude, ma uscita nelle creature una varia cooperazione partecipata dall’unica fonte ».
 
Ecco tua madre - Redemptoris Mater 23: Se il passo del Vangelo di Giovanni sull’evento di Cana presenta la maternità premurosa di Maria all’inizio dell’attività messianica di Cristo, un altro passo dello stesso Vangelo conferma questa maternità nell’economia salvifica della grazia nel suo momento culminante, cioè quando si compie il sacrificio della croce di Cristo, il suo mistero pasquale. La descrizione di Giovanni è concisa: “Stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria di Cleofa e Maria di Magdala. Gesù allora, vedendo la madre e li accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: - Donna, ecco il tuo figlio!-. Poi disse al discepolo: - Ecco la tua madre! -. E da quel momento il discepolo la prese con sé” (Gv 19,25-27).
Senza dubbio, in questo fatto si ravvisa un’espressione della singolare premura del figlio per la madre, che egli lasciava in così grande dolore.
Tuttavia, sul senso di questa premura il “testamento della croce” di Cristo dice di più. Gesù mette in rilievo un nuovo legame tra madre e figlio, del quale conferma solennemente tutta la verità e realtà. Si può dire che, se già in precedenza la maternità di Maria nei riguardi degli uomini era stata delineata, ora viene chiaramente precisata e stabilita: essa emerge dalla definitiva maturazione del mistero pasquale del Redentore. La madre di Cristo, trovandosi nel raggio diretto di questo mistero che comprende l’uomo - ciascuno e tutti - viene data all’uomo - a ciascuno e a tutti - come madre. Quest’uomo ai piedi della croce è Giovanni, “il discepolo che egli amava”. Tuttavia, non è lui solo. Seguendo la tradizione, il concilio non esita a chiamare Maria “Madre di Cristo e madre degli uomini”: infatti, ella è “congiunta nella stirpe di Adamo con tutti gli uomini..., anzi è veramente madre delle membra (di Cristo)..., perché coopero con la carità alla nascita dei fedeli nella chiesa”.
Dunque, questa “nuova maternità di Maria”, generata dalla fede, è frutto del “nuovo” amore, che maturò in lei definitivamente ai piedi della croce, mediante la sua partecipazione all’amore redentivo del Figlio.
 
Ritornarono a Gerusalemme - La via del sabato - Beda il Venerabile (Esposizione degli Atti degli Apostoli 1, 12B ): Secondo la lettera, indica che il Monte degli Ulivi distava un miglio dalla città di Gerusalemme: infatti di sabato secondo la Legge non era lecito percorrere più di mille passi. Ma, secondo il significato allegorico, chi meriterà di contemplare dentro di sé la gloria del Signore che sale al Padre e di essere arricchito dalla promessa dello Spirito Santo, questi entra nella città della pace perpetua per la via del sabato (cf. Is 66, 23), perché chi qui ha desistito dalle opere perverse colà riposerà nella  ricompensa celeste. Chi invece in questo mondo, cioè nello spazio di sei giorni, avrà trascurato di operare la salvezza, nel tempo della pace perpetua sarà escluso dalla Gerusalemme beata, perché ha trascurato le parole del Vangelo: Pregate che la vostra fuga non debba avvenire d’inverno o di sabato (Mt 24,20).
 
Il Santo del Giorno - 6 Giugno 2022 - Beata Vergine Maria Madre della Chiesa: Il 21 novembre 1964, a conclusione della terza Sessione del Concilio Vaticano II, dichiarò la beata Vergine Maria «Madre della Chiesa, cioè di tutto il popolo cristiano, tanto dei fedeli quanto dei Pastori, che la chiamano Madre amantissima». La Sede Apostolica pertanto, in occasione dell’Anno Santo della Riconciliazione (1975), propose una messa votiva in onore della beata Maria Madre della Chiesa, successivamente inserita nel Messale Romano; diede anche facoltà di aggiungere l’invocazione di questo titolo nelle Litanie Lauretane (1980). Papa Francesco, considerando attentamente quanto la promozione di questa devozione possa favorire la crescita del senso materno della Chiesa, come anche della genuina pietà mariana, ha stabilito nel 2018 che la memoria della beata Vergine Maria, Madre della Chiesa, sia celebrata dal Calendario Romano nel Lunedì dopo Pentecoste.
 
O Signore,
che in questo sacramento
ci hai dato il pegno di redenzione e di vita, fa’ che la tua Chiesa,
con l’aiuto materno della Vergine Maria,
porti a tutti i popoli l’annuncio del Vangelo
e attiri sul mondo l’effusione del tuo Spirito.
Per Cristo nostro Signore.