5 Giugno 2022
 
Pentecoste
 
At 2,1-11; Salmo Responsoriale Dal Salmo 103 (104); Rm 8,8-17; Gv 14,15-16.23b-26
 
Colletta
O Dio, che nel mistero della Pentecoste
santifichi la tua Chiesa in ogni popolo e nazione,
diffondi sino ai confini della terra i doni dello Spirito Santo,
e rinnova anche oggi nel cuore dei credenti
i prodigi che nella tua bontà
hai operato agli inizi della predicazione del Vangelo.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
Lo Spirito e la Chiesa negli ultimi tempi - LA PENTECOSTE - Catechismo della Chiesa Cattolica 731 Il giorno di pentecoste (al termine delle sette settimane pasquali), la pasqua di Cristo si compie nell’effusione dello Spirito Santo, che è manifestato, donato e comunicato come Persona divina: dalla sua pienezza Cristo Signore effonde a profusione lo Spirito.
732 In questo giorno è pienamente rivelata la Santissima Trinità. Da questo giorno, il Regno annunziato da Cristo è aperto a coloro che credono in lui: nell’umiltà della carne e nella fede, essi partecipano già alla comunione della Santissima Trinità. Con la sua venuta, che non ha fine, lo Spirito Santo introduce il mondo negli «ultimi tempi», il tempo della Chiesa, il Regno già ereditato, ma non ancora compiuto:
«Abbiamo visto la vera Luce, abbiamo ricevuto lo Spirito celeste, abbiamo trovate la vera fede: adoriamo la Trinità indivisibile, perché ci ha salvati».
La Chiesa manifestata dallo Spirito Santo - 767 «Compiuta l’opera che il Padre aveva affidato al Figlio sulla terra, il giorno di pentecoste fu inviato lo Spirito Santo per santificare continuamente la Chiesa». Allora «la Chiesa fu manifestata pubblicamente alla moltitudine [ed] ebbe inizio attraverso la predicazione la diffusione del Vangelo». Essendo «convocazione» di tutti gli uomini alla salvezza, la Chiesa è missionaria per sua natura, inviata da Cristo a tutti i popoli, per farli discepoli.
2623 II giorno di pentecoste lo Spirito della Promessa è stato effuso sui discepoli, che «si trovavano tutti insieme nello stesso luogo» (At 2,1) ad attenderlo, «assidui e concordi nella preghiera» (Al 1,14). Lo Spirito che istruisce la Chiesa e le ricorda tutto ciò che Gesù ha detto, la forma anche alla vita di preghiera.
Origine eterna dello Spirito Santo 244 L’origine eterna dello Spirito si rivela nella sua missione nel tempo. Lo Spirito Santo è inviato agli Apostoli e alla Chiesa sia dal Padre nel nome del Figlio, sia dal Figlio in persona, dopo il suo ritorno al Padre. L’invio della Persona dello Spirito dopo la glorificazione di Gesù rivela in pienezza il mistero della Santissima Trinità.
 
I Lettura - Festa di pentecoste - Wolfgang Langer: La seconda delle tre feste veterotestamentarie di pellegrinaggio è la festa di pentecoste. In origine era una festa agricola al tempo della mietitura del grano. Caratteristica della celebrazione della festa di pentecoste è l’offerta di due pani cotti lievitati (Lv 23,15ss). Qui il collegamento con la festa delle mazzot è evidente, poiché il ciclo liturgico ha inizio con i pani non lievitati e termina con quelli lievitati. Anche cronologicamente la festa di pentecoste rimanda alla festa delle mazzot, viene infatti celebrata sette settimane dopo; caratteristico di questa festa è il nome “festa delle settimane”. Soltanto in tempo tardo-giudaico l’evento del Sinai diventa il contenuto predominante della festa. Ciò che accade durante la festa di pentecoste riportata in At 2 - effusione dello Spirito e fondazione del nuovo popolo di Dio - va visto sullo sfondo della festa ebraica.

Seconda lettura - Con il battesimo abbiamo ricevuto lo «Spirito che rende figli adottivi». L’essere figli importa delle conseguenze. Innanzi tutto, il diritto all’eredità paterna, in unione però e a somiglianza di Cristo, «affinché egli sia il primogenito tra molti fratelli» (Rom 8,29). Questa conformità a Cristo implica la partecipazione alla sua gloria, ma «se davvero prendiamo parte alle sue sofferenze».

Vangelo

Lo Spirito di verità vi guiderà a tutta la verità.
 
Lo Spirito Santo, che il Padre manderà nel nome di Gesù, nella pienezza dei tempi, si effonderà su tutto il popolo di Dio, così come ricorderà anche l’apostolo Pietro nel giorno della Pentecoste, sulla scia di una profezia veterotestamentaria: «Avverrà: negli ultimi giorni - dice Dio - su tutti effonderò il mio Spirito... anche sui miei servi e sulle mie serve effonderò il mio spirito ed essi profeteranno» (Gl 3,1-2; At 2,17-18). Lo Spirito Santo guiderà la Chiesa, perché proclami sino agli estremi confini della terra «le opere ammirevoli» di Dio (1Pt 2,9). Ad essa «insegnerà ogni cosa», e le ricorderà tutte le parole di Gesù, donandole sapienza e scienza per comprenderle (Cf. Lc 24,27.45).
 
Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 14, 15-16.23b-26
 
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Se mi amate, osserverete i miei comandamenti; e io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre.
Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui. Chi non mi ama, non osserva le mie parole; e la parola che voi ascoltate non è mia, ma del Padre che mi ha mandato.
Vi ho detto queste cose mentre sono ancora presso di voi. Ma il Paràclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto».
 
Se mi amate... - Il Padre... vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre... io e il Padre verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui, queste parole di Gesù costituiscono, per i credenti, il fondamento di quella verità che è espressa con la parola inabitazione: il discepolo che ama e osserva i comandamenti di Gesù Cristo è inabitato dal Padre, dal Figlio e dallo Spirito Santo.
Soprattutto è l’apostolo Paolo, con diverse immagini, ad evocare ai cristiani questa verità: in Cristo «venite edificati insieme per diventare abitazione di Dio per mezzo dello Spirito» (Ef 2,22). Una verità pregnante che porta a logiche conseguenze, così come viene ricordato ai cristiani di Corinto irretiti dalla impurità: «Non sapete che il vostro corpo è tempio dello Spirito Santo, che è in voi? Lo avete ricevuto da Dio e voi non appartenete a voi stessi. Infatti siete stati comprati a caro prezzo: glorificate dunque Dio nel vostro corpo!» (1Cor 6,19-20). Un monito che ritornerà nella seconda lettera: «Non lasciatevi legare al giogo estraneo dei non credenti. Quale rapporto infatti può esservi fra giustizia e iniquità, o quale comunione fra luce e tenebre? Quale intesa fra Cristo e Bèliar, o quale collaborazione fra credente e non credente? Quale accordo fra tempio di Dio e idoli? Noi siamo infatti il tempio del Dio vivente» (2Cor 6,14-16).
E con parole di fuoco aveva loro ricordato: «Non sapete che siete tempio di Dio e che lo Spirito di Dio abita in voi? Se uno distrugge il tempio di Dio, Dio distruggerà lui. Perché santo è il tempio di Dio, che siete voi» (1Cor 3,16-17).
L’apostolo Paolo sta ricordando ai credenti che sono «una cosa sacra, “tempio di Dio”, consacrato dalla presenza dello “Spirito”. Come l’antico tempio era caratterizzato dalla presenza della “gloria di Dio” che si manifestava nella nube, il nuovo è caratterizzato dalla presenza dello “Spirito Santo” che inabita nell’intimo dei cuori... Perciò è un atto criminale, che Dio punirà certamente, profanare questo tempio» (Settimio Cipriani).
Il termine Paraclito, riferito allo Spirito Santo, sta ad indicare che la terza Persona della Trinità è l’avvocato difensore dei discepoli. Il termine «paraclito» infatti designa colui che in un processo prende le difese di una persona per aiutarla nel procedimento giudiziario (paraclito letteralmente significa colui che è chiamato vicino, in latino ad-vocatus). Nella pericope giovannea indica la funzione di difesa «della luce contro le tenebre [l’incredulità] e della verità contro la menzogna. In realtà lo Spirito Santo svolge la missione di rendere testimonianza al Cristo-verità [Gv 15,26] e di provare all’interno delle coscienze dei discepoli, il grosso peccato e l’enorme ingiustizia commessi dal mondo incredulo contro Gesù, rifiutandogli l’adesione della fede e condannandolo con una sentenza iniqua [Gv 16,7ss]» (Salvatore A. Panimolle).
Nella seconda parte della pericope giovannea (vv. 23b-26), Gesù mette in rilievo altre due operazioni dello Spirito Santo, che svolgerà nel segreto dell’anima di ogni credente: vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto. Da qui si evince che il Paràclito non sostituisce Gesù, ma è colui che continua la sua opera insegnando e ricordando. È quindi il vero Maestro interiore che «ci introduce nel Mistero trinitario, perché Egli solo può aprirci alla fede e permetterci di viverla ogni giorno in pienezza» (Benedetto XVI).
 
Apparvero loro lingue come di fuoco - Benedetto XVI (Omelia, 31 maggio 2009): Per indicare lo Spirito Santo, nel racconto della Pentecoste gli Atti degli Apostoli utilizzano due grandi immagini: l’immagine della tempesta e quella del fuoco. Chiaramente san Luca ha in mente la teofania del Sinai, raccontata nei libri dell’Esodo (19,16-19) e del Deuteronomio (4,10-12.36). Nel mondo antico la tempesta era vista come segno della potenza divina, al cui cospetto l’uomo si sentiva soggiogato e atterrito. Ma vorrei sottolineare anche un altro aspetto: la tempesta è descritta come “vento impetuoso”, e questo fa pensare all’aria, che distingue il nostro pianeta dagli altri astri e ci permette di vivere su di esso.
Quello che l’aria è per la vita biologica, lo è lo Spirito Santo per la vita spirituale; e come esiste un inquinamento atmosferico, che avvelena l’ambiente e gli esseri viventi, così esiste un inquinamento del cuore e dello spirito, che mortifica ed avvelena l’esistenza spirituale. Allo stesso modo in cui non bisogna assuefarsi ai veleni dell’aria – e per questo l’impegno ecologico rappresenta oggi una priorità –, altrettanto si dovrebbe fare per ciò che corrompe lo spirito.
Sembra invece che a tanti prodotti inquinanti la mente e il cuore che circolano nelle nostre società - ad esempio immagini che spettacolarizzano il piacere, la violenza o il disprezzo per l’uomo e la donna - a questo sembra che ci si abitui senza difficoltà. Anche questo è libertà, si dice, senza riconoscere che tutto ciò inquina, intossica l’animo soprattutto delle nuove generazioni, e finisce poi per condizionarne la stessa libertà. La metafora del vento impetuoso di Pentecoste fa pensare a quanto invece sia prezioso respirare aria pulita, sia con i polmoni, quella fisica, sia con il cuore, quella spirituale, l’aria salubre dello spirito che è l’amore!
L’altra immagine dello Spirito Santo che troviamo negli Atti degli Apostoli è il fuoco. Accennavo all’inizio al confronto tra Gesù e la figura mitologica di Prometeo, che richiama un aspetto caratteristico dell’uomo moderno. Impossessatosi delle energie del cosmo – il “fuoco” – l’essere umano sembra oggi affermare se stesso come dio e voler trasformare il mondo escludendo, mettendo da parte o addirittura rifiutando il Creatore dell’universo.
L’uomo non vuole più essere immagine di Dio, ma di se stesso; si dichiara autonomo, libero, adulto. Evidentemente tale atteggiamento rivela un rapporto non autentico con Dio, conseguenza di una falsa immagine che di Lui si è costruita, come il figlio prodigo della parabola evangelica che crede di realizzare se stesso allontanandosi dalla casa del padre. Nelle mani di un uomo così, il “fuoco” e le sue enormi potenzialità diventano pericolosi: possono ritorcersi contro la vita e l’umanità stessa, come dimostra purtroppo la storia. A perenne monito rimangono le tragedie di Hiroshima e Nagasaki, dove l’energia atomica, utilizzata per scopi bellici, ha finito per seminare morte in proporzioni inaudite.
Si potrebbero in verità trovare molti esempi, meno gravi eppure altrettanto sintomatici, nella realtà di ogni giorno. La Sacra Scrittura ci rivela che l’energia capace di muovere il mondo non è una forza anonima e cieca, ma è l’azione dello “spirito di Dio che aleggiava sulle acque” (Gn 1,2) all’inizio della creazione. E Gesù Cristo ha “portato sulla terra” non la forza vitale, che già vi abitava, ma lo Spirito Santo, cioè l’amore di Dio che “rinnova la faccia della terra” purificandola dal male e liberandola dal dominio della morte (Cf. Sal 103/104,29-30). Questo “fuoco” puro, essenziale e personale, il fuoco dell’amore, è disceso sugli Apostoli, riuniti in preghiera con Maria nel Cenacolo, per fare della Chiesa il prolungamento dell’opera rinnovatrice di Cristo.
 
Lo Spirito Santo vi insegnerà ogni cosa: «Di questo Spirito poi giustamente si dice: “V’insegnerà ogni cosa”, perché se lo Spirito non è vicino al cuore di chi ascolta, il discorso di chi insegna, non ha effetto. Non attribuite al maestro ciò che comprendete, perché se non sta dentro colui che insegna la lingua del maestro si agita a vuoto. Ecco voi sentite ugualmente la voce di uno che parla, ma non percepite tutti ugualmente il senso di ciò che è detto. Se dunque la parola è sempre la stessa, perché nei vostri cuori ve n’è una diversa intelligenza? Certo perché c’è un maestro interiore il quale istruisce alcuni in modo speciale. E di questa istruzione lo Spirito dice attraverso Giovanni: “Egli v’insegnerà tutto” (1Gv 2,27). La parola, quindi, non istruisce, se non interviene lo Spirito» (San Gregorio Magno).
 
Santo del giorno: 5 Giugno 2017: Martirologio Romano: Memoria di san Bonifacio, vescovo e martire. Monaco di nome Vinfrido, giunto a Roma dall’Inghilterra fu ordinato vescovo dal papa san Gregorio II e, preso il nome di Bonifacio, fu mandato in Germania ad annunciare la fede di Cristo a quelle genti, guadagnando moltitudini alla religione cristiana; resse la sede di Magonza e da ultimo a Dokkum tra i Friosoni, nell’odierna Olanda, trafitto con la spada dalla furia dei pagani, portò a compimento il martirio. 
 
O Dio, che doni alla tua Chiesa
la comunione ai beni del cielo,
custodisci in noi la tua grazia,
perché resti sempre vivo il dono dello Spirito Santo che abbiamo ricevuto
e questo cibo spirituale giovi alla nostra salvezza.
Per Cristo nostro Signore.
 
 4 Giugno 2022
 
Sabato della VII Settimana di Pasqua
 
At 28,16-20.30-31; Salmo Responsoriale dal Salmo 10 (11); Gv 21,20-25
       
Colletta
Dio onnipotente,
ai tuoi figli, che hanno celebrato con gioia le feste pasquali,
concedi, per tua grazia, di testimoniare
nella vita e nelle opere la loro forza salvifica.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
Pietro allora, voltatosi, vide che li seguiva quel discepolo…: Giovanni Paolo II (Udienza Generale, 6 settembre 2000): La sequela non è, [...], un viaggio agevole su una strada pianeggiante. Essa può registrare anche momenti di sconforto al punto tale che, in una circostanza “molti dei suoi discepoli si tirarono indietro e non andavano più con lui” (Gv 6,66), cioè con Gesù, il quale fu costretto a interpellare i Dodici con una domanda decisiva: “Forse anche voi volete andarvene?” (Gv 6,67). In un’altra circostanza, lo stesso Pietro viene bruscamente ripreso, quando si ribella alla prospettiva della croce, con una parola che, secondo una sfumatura del testo originale, potrebbe essere un invito a rimettersi “dietro” Gesù, dopo aver tentato di rifiutare la meta della croce: “Va dietro a me, satana! Perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!” (Mc 8,33). Il rischio del tradimento resterà in agguato per Pietro che, però, alla fine seguirà il suo Maestro e Signore nell’amore più generoso. Infatti lungo le sponde del lago di Tiberiade Pietro farà la sua professione d’amore: “Signore, tu sai tutto; tu sai che ti voglio bene”. E Gesù gli annunzierà “con quale morte egli avrebbe glorificato Dio”, aggiungendo per due volte: “Seguimi!” (Gv 21,17.19.22). La sequela si esprime in modo speciale nel discepolo amato, che entra nell’intimità con Cristo, ne riceve in dono la Madre e lo riconosce risorto.
 
I Lettura:  Paolo a Roma tenta la sua difesa, parla con schiettezza ai Giudei, conferma nella fede i cristiani romani, dopo due anni di prigionia, libero riprende la marcia, forse arriva in Spagna (cfr. Rm 15,24). Presto ritornerà a Roma trascinato ancora una volta dinanzi a un tribunale, la sua vita è al termine, decollato darà la massima testimonianza al mondo pagano di Cristo.
 
Vangelo
Questo è il discepolo che testimonia queste cose e le ha scritte, e la sua testimonianza è vera.
 
Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 21,20-25
 
Questi è il discepolo che testimonia queste cose e le ha scritte, e noi sappiamo che la sua testimonianza è vera: Queste ultime parole sono state aggiunte come una specie di autenticazione del vangelo dalla comunità di Giovanni, per affermare che il discepolo che Gesù amava è proprio il responsabile del vangelo. Giovanni ha terminato la sua opera ma il vangelo rimane sempre aperto, vi sono ancora molte cose non scritte e da scoprire con l’aiuto dello Spirito Santo. Giovanni non ha scritto tutto quasi per sottolineare la perenne novità della Parola.
 
In quel tempo, Pietro si voltò e vide che li seguiva quel discepolo che Gesù amava, colui che nella cena si era chinato sul suo petto e gli aveva domandato: «Signore, chi è che ti tradisce?». Pietro dunque, come lo vide, disse a Gesù: «Signore, che cosa sarà di lui?». Gesù gli rispose: «Se voglio che egli rimanga finché io venga, a te che importa? Tu seguimi». Si diffuse perciò tra i fratelli la voce che quel discepolo non sarebbe morto. Gesù però non gli aveva detto che non sarebbe morto, ma: «Se voglio che egli rimanga finché io venga, a te che importa?».
Questi è il discepolo che testimonia queste cose e le ha scritte, e noi sappiamo che la sua testimonianza è vera. Vi sono ancora molte altre cose compiute da Gesù che, se fossero scritte una per una, penso che il mondo stesso non basterebbe a contenere i libri che si dovrebbero scrivere.
 
Benedetto Prete (I Quattro Vangeli): 20 Pietro si voltò e vide che [li] seguiva il discepolo che Gesù amava; il participio ἀκολουθοῦντα occupa l’ultimo posto della proposizione ed è senza complemento: per questo motivo lo abbiamo riferito ai due personaggi di cui si parla (Gesù e Pietro). L’apostolo Pietro si mette a seguire il Maestro e poi si avvede che anche il discepolo prediletto si trova al loro seguito. Siccome il testo inizia a parlare del «discepolo che Gesù amava», si danno di lui più ampi particolari per identificarlo con chiarezza (quello stesso che nella cena si era chinato verso il suo petto e...; cf. Giov., 13, 25).
21 Signore, e di lui che sarà?; Pietro mostra un particolare interesse per il discepolo prediletto; siccome il Maestro ha detto soltanto a lui di seguirlo, egli desidera sapere che cosa avverrà della persona che Gesù amava. L’apostolo quindi con estremo candore e con premuroso interessamento domanda a Cristo quale sorte attenderà il discepolo prediletto; egli desidera sentire da Gesù se anche il discepolo amato avrà una sorte eguale a quella predetta a lui poco dianzi.
22 Se voglio che egli rimanga fino a quando io venga, che ne viene a te?; il Maestro non accondiscende al desiderio dell’apostolo, poiché la conoscenza della sorte concernente il discepolo prediletto non lo riguarda, cioè non ha un particolare interesse per lui; a Pietro infatti basta sapere quale sarà la fine che lo attende, a lui Gesù ha detto chiaramente di seguirlo (Tu seguimi) e su queste parole egli deve riflettere. «Fino a quando io venga»; la venuta di Cristo si riferisce alla sua parusia, cioè al suo ritorno glorioso; tuttavia il Salvatore non intende affermare che il discepolo amato rimarrà in vita fino a quel momento, ma che se egli volesse anche questo per il discepolo prediletto, ciò non avrebbe un interesse particolare per Pietro.
23 Si diffuse... tra i fratelli questa voce che quel discepolo non morirà; «i fratelli» designano i cristiani. Tra i credenti le parole che Cristo aveva dette a Pietro intorno al discepolo prediletto furono intese nel senso che questo discepolo non sarebbe morto, cioè egli sarebbe sopravvissuto fino al ritorno glorioso di Cristo nella parusia. L’autore precisa che questa credenza è fondata su una falsa conclusione tratta dalle parole di Gesù (Gesù tuttavia non aveva detto a Pietro: Egli non morrà, ma...). L’ultima parte del versetto («che te ne riguarda?») è omessa da alcuni codici; per la traduzione essa è richiesta per dare un senso compiuto alla frase. L’accento della spiegazione è posto sul fatto che Gesù si è espresso in forma condizionale (se mi piacesse farlo vivere finché io non ritorni...), non già che egli abbia manifestato una sua volontà positiva. Alcuni autori ritengono che sia stato il discepolo prediletto stesso a rettificare la falsa interpretazione data dai credenti alle parole che il Maestro gli aveva rivolto in quella circostanza; infatti il discepolo amato, una volta divenuto vecchio, non voleva che si pensasse che la sua longevità accreditasse tale credenza, né che si pensasse ad una parusia ormai prossima nel tempo. Di conseguenza, secondo questi interpreti, il presente testo sarebbe stato scritto quando il discepolo prediletto era ancora in vita. Altri studiosi invece opinano che il redattore di questo capitolo abbia inteso chiarire con il presente versetto che alcuni credenti erano caduti in un errore d’interpretazione delle parole rivolte da Cristo al discepolo prediletto, poiché avevano creduto che questo discepolo non dovesse morire prima della parusia, ed invece era morto. Evidentemente per questi esegeti la presente chiarificazione sarebbe stata data dopo la morte del discepolo amato.
24 Questo è il discepolo che dà testimonianza su questi fatti e li ha scritti; i verss. 24-25 formano un nuovo epilogo del vangelo, epilogo aggiunto da un gruppo di discepoli del «discepolo prediletto»; i due versetti quindi non appartengono all’autore del vangelo. Questo gruppo di discepoli si richiamano alla testimonianza del discepolo prediletto, la quale garantisce la verità dei fatti narrati, fatti che egli stesso ha trasmessi per scritto (e noi sappiamo che la sua testimonianza è vera). L’epilogo rivela una preoccupazione, quella cioè di assicurare i lettori (i credenti della Chiesa primitiva) che le cose narrate sono degne di fede. Probabilmente questo versetto doveva servire di commendatizia del vangelo, quando questo incominciò ad essere divulgato tra le comunità della Chiesa primitiva.
25 Vi sono ancora molte altre opere compiute da Gesù; si richiama un’idea già espressa nella prima conclusione del vangelo (cf. 20, 30-31); in tal modo si riafferma la notevole abbondanza delle opere di bontà compiute dal Salvatore. Se queste fossero scritte una per una...; la formula è manifestamente iperbolica e riflette il gusto letterario degli scrittori del tempo; essa è usata per esaltare i personaggi dei quali si ricordano le gesta compiute; cf. 1 Maccabei, 9, 22; si veda anche Filone, Legatio ad Gaium, III, § 238.
 
Salvatore Alberto Panimolle (Lettura Pastorale del Vangelo di Giovanni): Come Gv 20 termina con una nota dell’evangelista sullo scopo della raccolta di alcuni segni operati da Gesù (Gv 20,30s), così alla fine di Gv 21 troviamo un secondo epilogo sulla veracità della testimonianza del discepolo amato (v. 24) e sul carattere incompleto del quarto vangelo (v. 25). In Gv 21,24 il discepolo amato è presentato come il testimone oculare e l’autore di ciò che è stato raccolto nel vangelo giovanneo. Chi ha aggiunto questo passo, garantisce la veracità della testimonianza di tale discepolo: questi perciò è presentato come testimone oculare delle parole e delle opere del Cristo Signore. L’espressione «e sappiamo» può essere considerata probabilmente come un plurale maiestatico riferito all’autore di Gv 21,24,24 oppure può indicare la comunità giovannea, come si costata in 1Gv 3,2.14; 5,15.18ss.25 Tuttavia il redattore finale, riallacciandosi all’epilogo di Gv 20,30, confessa che il quarto vangelo è un’opera incompleta: Gesù ha fatto molte altre cose che non sono scritte in questo libro: tali gesta fossero raccolte in volumi, questi non potrebbero essere contenuti neppure da tutte le biblioteche del mondo (Gv 21,2 ). L’iperbole è palese; con tale esagerata affermazione l’autore vuoi mettere in risalto che solo una piccola parte delle opere compiute da Gesù e dei suoi discorsi, è stata fissata per i critto. In modo altrettanto iperbolico si era espresso il rabbino Johann ben Zakkai (I sec. a.C.) in merito alla conoscenza della Sapienza divina.
 
Il Santo del Giorno - 4 Giugno 2022 - Filippo Smaldone - Sacerdote tra gli ultimi apostolo dei sordi: Gli “estremi confini” ai quali ogni cristiano è inviato a portare il Vangelo spesso sono più vicini di quanto si pensi, attraversano la nostra quotidianità, sono solchi che segnano la società in cui viviamo, appaiono come muri oltre i quali vivono gli emarginati. San Filippo Smaldone decise di superare questi confini dedicandosi ai sordi, che divennero il suo principale campo di apostolato. Questo sacerdote degli ultimi era nato a Napoli nel 1848 e visse in uno dei momenti più turbolenti della storia della Penisola: gli anni dell’unità d’Italia. Nella sua città iniziò a prendersi cura dei sordi, di cui di fatto nessuno si occupava. Venne ordinato prete nel 1871. Ammalatosi durante una grave epidemia si affidò alla Vergine di Pompei e fu guarito miracolosamente. Nel 1885 partì per Lecce per fondare con don Lorenzo Apicella un istituto per sordi. Radunando alcune religiose fondò poi la Congregazione delle Suore Salesiane dei Sacri Cuori. Morì a Lecce nel 1923 ed è santo dal 2006. (Avvenire)
 
Tommaso d’Aquino (In Jo, ev. exp., XXI): Se lo voglio che egli rimanga sino al mio ritorno... : qui il Signore, parlando di Giovanni, ossia della vita contemplativa, afferma: Io voglio che egli rimanga, ossia che attenda, sino al mio ritorno, cioè sino alla fine del mondo, oppure sino alla morte di ogni contemplativo. Perciò la vita contemplativa che viene iniziata in terra non giunge a compimento, ma resta in divenire in attesa del ritorno di Cristo, che la renderà perfetta.
 
O Signore, che hai guidato il tuo popolo
dall’antica alla nuova alleanza,
concedi che, liberati dalla corruzione del peccato,
ci rinnoviamo pienamente nel tuo Spirito.
Per Cristo nostro Signore.  
 
  3 Giugno 2022
 
San Carlo Lwanga e compagni Martiri - memoria
 
At 25,13-21; Salmo Responsoriale dal Salmo 102 (103); Gv 21,15-19
 
Colletta
O Dio,
che nel sangue dei martiri hai posto il seme di nuovi cristiani,
concedi che il campo della tua Chiesa,
irrigato dal sangue di san Carlo [Lwanga] 
e dei suoi compagni,
produca una messe sempre più abbondante
a gloria del tuo nome.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
Unitatis Renditegratio 2: Per stabilire dovunque fino alla fine dei secoli questa sua Chiesa santa, Cristo affidò al collegio dei dodici l’ufficio di insegnare, governare e santificare. Tra di loro scelse Pietro, sopra il quale, dopo la sua confessione di fede, decise di edificare la sua Chiesa; a lui promise le chiavi del regno dei cieli e, dopo la sua professione di amore, affidò tutte le sue pecore perché le confermasse nella fede e le pascesse in perfetta unità, mentre egli rimaneva la pietra angolare e il pastore delle anime nostre in eterno.
Gesù Cristo vuole che il suo popolo, per mezzo della fedele predicazione del Vangelo, dell’amministrazione dei sacramenti e del governo amorevole da parte degli apostoli e dei loro successori, cioè i vescovi con a capo il successore di Pietro, sotto l’azione dello Spirito Santo, cresca e perfezioni la sua comunione nell’unità: nella confessione di una sola fede, nella comune celebrazione del culto divino e nella fraterna concordia della famiglia di Dio. Così la Chiesa, unico gregge di Dio, quale segno elevato alla vista delle nazioni, mettendo a servizio di tutto il genere umano il Vangelo della pace, compie nella speranza il suo pellegrinaggio verso la meta che è la patria celeste.
Questo è il sacro mistero dell’unità della Chiesa, in Cristo e per mezzo di Cristo, mentre lo Spirito Santo opera la varietà dei ministeri. Il supremo modello e principio di questo mistero è l’unità nella Trinità delle Persone di un solo Dio Padre e Figlio nello Spirito Santo.
 
I Lettura: Nell’amministrare la giustizia i Romani sono assai pratici, e così il procuratore romano Porcio Festo non riesce a capire perché Paolo sia finito in carcere. Non ha commessi delitti per cui possa essere punito, ma tutto ruota attorno ad alcune questioni relative alla religione giudaica e a quella cristiana, e questo è molto sconcertante per un uomo molto concreto come Festo. Nel fare il riassunto dei capi d’accusa, inconsapevolmente, Festo annuncia al re Agrippa e a Berenice il Vangelo. Ma la “sorte” per Paolo è già stata gettata, la sua causa  sarà riservata al giudizio di Augusto, Imperatore di Roma.
 
Vangelo
Pasci i miei agnelli, pasci le mie pecore.
 
Pietro sarà il primo, ma il primato sarà sinonimo di servizio fino al dono della vita. Il martirio, la morte violenta, è espressa nelle parole di Gesù: «... quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti vestirà e ti porterà dove tu non vuoi». Una vita intensa, ma sempre sostenuta dalla Presenza del Risorto: «Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 28,20).
 
Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 21,15-19
 
In quel tempo, quando [si fu manifestato ai discepoli ed] essi ebbero mangiato, Gesù disse a Simon Pietro: «Simone, figlio di Giovanni, mi ami più di costoro?». Gli rispose: «Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene». Gli disse: «Pasci i miei agnelli».
Gli disse di nuovo, per la seconda volta: «Simone, figlio di Giovanni, mi ami?». Gli rispose: «Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene». Gli disse: «Pascola le mie pecore».
Gli disse per la terza volta: «Simone, figlio di Giovanni, mi vuoi bene?». Pietro rimase addolorato che per la terza volta gli domandasse “Mi vuoi bene?”, e gli disse: «Signore, tu conosci tutto; tu sai che ti voglio bene». Gli rispose Gesù: «Pasci le mie pecore. In verità, in verità io ti dico: quando eri più giovane ti vestivi da solo e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti vestirà e ti porterà dove tu non vuoi».
Questo disse per indicare con quale morte egli avrebbe glorificato Dio. E, detto questo, aggiunse: «Seguimi».
 
Dopo aver mangiato, Gesù offre a Pietro, con una triplice professione d’amore, l’opportunità di controbilanciare il triplice rinnegamento (Cf. Mt 26,69-75; Mc 14,66-72; Lc 22,54-62; Gv 18,25-27). E solo alla fine di questa triplice professione di amore, Pietro, da Gesù, viene rinvestito nel suo mandato, quello di reggere e di pascere in suo nome il gregge (Cf. Mt 16,18; Lc 22,31s). È da notare che il racconto della riabilitazione di Pietro abbonda di sinonimi, due diversi verbi per amare; due verbi per pascere; due nomi per pecore e agnelli; due verbi per sapere; come a voler esaltare l’episodio dell’investitura.
Ormai purificato e rinnovato nel cuore e nella mente, Pietro può conoscere «con quale morte egli avrebbe glorificato Dio»: «...quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti cingerà la veste e ti porterà dove tu non vuoi». Una profezia che si compirà a Roma, luogo della sua morte violenta: morirà crocifisso come il suo Signore.
L’immagine di cingersi ai fianchi la veste è «propria dell’uso di quei tempi di vestiti molto ampi che era necessario raccogliere e cingere per i viaggi molto lunghi. Pietro dovrà farlo, perché si troverà come un uomo anziano e indifeso davanti a coloro che lo metteranno a morte per la sua fede. D’altra parte, la scena mette in rilievo un altro pensiero interessante. Finora, Gesù era stato pastore. Ora, nel tempo della Chiesa, quest’ufficio è affidato a Pietro» (Felipe F. Ramos).
E solo ora, al termine di questo lungo cammino di purificazione, può, finalmente, risuonare nel cuore di Simone la voce di Dio che lo invita alla sequela: «E detto questo aggiunse: “Seguimi”» (Cf. 13,36: Simon Pietro gli dice: «Signore, dove vai?». Gli risponde Gesù: «Dove io vado per ora tu non puoi seguirmi; m seguirai più tardi»). La sequela è sempre un dono di Dio, mai iniziativa dell’uomo
 
Richard Gutzwiller (Meditazioni su Giovanni): Simon Pietro era l’eletto per antonomasia, al quale Cristo stesso aveva affidato la guida suprema della Chiesa e che quindi aveva ricevuto da lui un particolare ammaestramento.
Ma egli aveva rinnegato il Signore per ben tre volte e quindi ci si poteva chiedere se non avesse per questo perduto la sua autorità. La questione è di un’importanza essenziale: il peccato può privare dell’autorità? O meglio: l’autorità dipende dalla santità di chi ne è investito?
La risposta la dà questa scena che si svolge sulle rive del lago di Genezaret: Simone non ha perduto l’autorità, la promessa di Gesti sarà mantenuta. Nonostante la triplice negazione, Cristo gli conferisce solennemente l’autorità di guida suprema. Pietro sarà il sommo pastore visibile del suo gregge.
La triplice affermazione ha prima di tutto un significato giuridico, perché esprime la solennità del conferimento, dando a quest’ultimo un carattere legale. Ha però anche un significate morale, in quanto ricorda a Pietro la sua triplice caduta. Questi se ne accorge e si addolora, ma espia il suo fallo con l’amore.
L’autorità gli vien conferita nonostante la sua debolezza e peccaminosità. Perciò l’esercizio dell’autorità è indipendente dalla santità e dalla grandezza morale di chi ne è investito. Ma d’altra parte ogni persona investita di autorità deve curare di mantenersi spiritualmente all’altezza della propria autorità, in modo da esercitarla con la giusta disposizione d’animo, che è quella dell’amore.
Fare penitenza non vuole dire irrigidirsi nel dolore, frugare nel passato; il pentimento non è un complesso di inferiorità o uno stato di desolazione, ma è un rinnovamento compiuto dall’amore e precisamente dall’amo fondato sull’umile sottomissione.
La risposta è quindi chiara: l’autorità è indipendente dalle disposizioni interiori; però, chi ne è investito deve cercare di avere quelle disposizioni, che consistono poi in un umile amore a Cristo Signore. In questo episodio
trova soluzione il problema dei papi indegni dei sacerdoti sacrileghi, dei cristiani peccatori.
Uno sguardo al futuro annuncia a Pietro che ormai egli ha sacrificato la sua libertà, perché un altro, ossia Cristo, lo lega, e lo guida là dove l’uomo è restio a dirigersi spontaneamente, ossia all’immolazione, al dono completo della vita che per Pietro si concretizzerà nella crocifissione, Ma anche questa obbedienza amorosa nel dono integrale dell’esistenza è a gloria di Dio. Perciò l’Evangelista nota: «Disse questo per significate con qual morte avrebbe reso gloria a Dio».
L’autorità e la dignità ecclesiastica non richiedono unicamente una risposta interiore dell’anima, corredata dalla retta intenzione, ma esigono una disposizione costante a donare senza riserve la propria vita, a percorrere la via della croce, ad immolarsi come vittima, sacrificando alla gloria di Dio il proprio io e la propria volontà.
Cosi Gesù, Figlio di Dio, e Simone figlio di Giovanni, stanno l’uno di fronte all’altro: divisi da una distanza incredibile, che però è superata da una chiamata ed una elezione altrettanto incredibili. Quel che era lontano diventa vicino nel mistero dell’amore.
 
Simon Pietro: Giovanni Paolo II (Omelia, 9 Dicembre 1992): La promessa fatta da Gesù a Simon Pietro, di costituirlo pietra fondamentale della sua Chiesa, ha riscontro nel mandato che il Cristo gli affida dopo la risurrezione: “Pasci i miei agnelli”, “Pasci le mie pecorelle” (Gv 21,15-17). Vi è un oggettivo rapporto tra il conferimento della missione attestato dal racconto di Giovanni, e la promessa riferita da Matteo (cfr. Mt 16,18-19). Nel testo di Matteo vi era un annuncio. In quello di Giovanni vi è l’adempimento dell’annuncio. Le parole: “Pasci le mie pecorelle” manifestano l’intenzione di Gesù di assicurare il futuro della Chiesa da lui fondata, sotto la guida di un pastore universale, ossia Pietro, al quale egli ha detto che, per sua grazia, sarà “pietra” e che avrà le “chiavi del regno dei cieli”, col potere “di legare e di sciogliere”. Gesù, dopo la risurrezione, dà una forma concreta all’annuncio e alla promessa di Cesarea di Filippo, istituendo l’autorità di Pietro come ministero pastorale della Chiesa, a raggio universale. 
 
Felice lasciò Paolo in prigione - Giovanni Crisostomo (Catena sugli Atti degli Apostoli 24,25-26): La stupidità di Felice - Vi rendete conto della stupidità di Felice? Dopo aver udito le sue parole, Felice si aspettava di ottenere denaro da Paolo. E non solo: giacché era al termine del suo incarico, lo lasciò comunque in catene pur di compiacere i Giudei, così che non solo desiderò denaro ma anche la gloria. Come puoi tu, stolto, ottenere denaro da un uomo che loda proprio l’opposto? È chiaro che Felice lo lasciò in prigione proprio perché non ottenne nulla da lui, mentre lo avrebbe liberato se avesse ricevuto qualcosa in cambio.
 
Il Santo del Giorno - 3 Giugno 2022 - Carlo Lwanga e compagni. Il Vangelo, promessa di futuro per i giovani: Il Vangelo per i giovani è promessa di un futuro libero e di un mondo costruito a partire dai loro sogni, contro tutte le voci che vorrebbero spegnere i loro ideali. Lo ricorda la storia di san Carlo Lwanga, martire in Uganda e patrono della gioventù nei Paesi africani. Visse nel periodo della terribile persecuzione contro i cristiani, che si scatenò in Uganda tra il 1885 e il 1887 ed era domestico del re Muanga dell’antico regno indipendente del Buganda. Era diventato capo dei paggi reali dopo il martirio di Joseph Mukaso, un evento che spinse Lwanga a chiedere il Battesimo. Il Vangelo era arrivato fin lì grazie ai Padri Bianchi, fondati dal cardinale Lavigerie: inizialmente la loro opera, avviata nel 1879, venne ben accolta dal re Mutesa così come dal successore Muanga, che però poi si fece influenzare dal cancelliere del regno e dal capotribù e non accettò il rifiuto da parte dei paggi, guidati da Lwanga, di sottostare alle sue richieste immorali. Il sovrano decise così la soppressione fisica dei cristiani: Lwanga fu arso vivo assieme a 12 compagni il 3 giugno 1886. (Matteo Liut)
 
Abbiamo partecipato ai tuoi misteri, o Signore,
nel glorioso ricordo dei tuoi santi martiri;
questo sacramento, che li sostenne nella passione,
ci renda forti nella fede e nell’amore
in mezzo alle prove della vita.
Per Cristo nostro Signore.
 
 
 
 
 
 
 
  2 Giugno 2022
 
GIOVEDÌ DELLA VII SETTIMANA DI PASQUA
 
At 22,30; 23,6-11; Salmo Responsoriale dal Salmo 15 (16); Gv 17,20-26
 
Colletta
Il tuo Spirito, o Signore,
infonda con potenza i suoi doni,
crei in noi un cuore a te gradito
e ci renda conformi alla tua volontà.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
Unità e unicità della Chiesa: Unitatis redintegratio 2: In questo si è mostrato l’amore di Dio per noi, che l’unigenito Figlio di Dio è stato mandato dal Padre nel mondo affinché, fatto uomo, con la redenzione rigenerasse il genere umano e lo radunasse in unità. Ed egli, prima di offrirsi vittima immacolata sull’altare della croce, pregò il Padre per i credenti, dicendo: «che tutti siano una sola cosa, come tu, o Padre, sei in me ed io in te; anch’essi siano uno in noi, cosicché il mondo creda che tu mi hai mandato» (Gv 17,21), e istituì nella sua Chiesa il mirabile sacramento dell’eucaristia, dal quale l’unità della Chiesa è significata ed attuata. Diede ai suoi discepoli il nuovo comandamento del mutuo amore e promise lo Spirito consolatore, il quale restasse con loro per sempre, Signore e vivificatore. Innalzato poi sulla croce e glorificato, il Signore Gesù effuse lo Spirito promesso, per mezzo del quale chiamò e riunì nell’unità della fede, della speranza e della carità il popolo della Nuova Alleanza, che è la Chiesa, come insegna l’Apostolo: «Un solo corpo e un solo Spirito, come anche con la vostra vocazione siete stati chiamati a una sola speranza. Un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo» (Ef 4,4-5). Poiché «quanti siete stati battezzati in Cristo, vi siete rivestiti di Cristo... Tutti voi siete uno in Cristo Gesù» (Gal 3,27-28). Lo Spirito Santo che abita nei credenti e riempie e regge tutta la Chiesa, produce questa meravigliosa comunione dei fedeli e li unisce tutti così intimamente in Cristo, da essere il principio dell’unità della Chiesa. Egli realizza la diversità di grazie e di ministeri, e arricchisce di funzioni diverse la Chiesa di Gesù Cristo « per rendere atti i santi a compiere il loro ministero, affinché sia edificato il corpo di Cristo» (Ef 4,12). Per stabilire dovunque fino alla fine dei secoli questa sua Chiesa santa, Cristo affidò al collegio dei dodici l’ufficio di insegnare, governare e santificare. Tra di loro scelse Pietro, sopra il quale, dopo la sua confessione di fede, decise di edificare la sua Chiesa; a lui promise le chiavi del regno dei cieli e, dopo la sua professione di amore, affidò tutte le sue pecore perché le confermasse nella fede e le pascesse in perfetta unità, mentre egli rimaneva la pietra angolare e il pastore delle anime nostre in eterno. Gesù Cristo vuole che il suo popolo, per mezzo della fedele predicazione del Vangelo, dell’amministrazione dei sacramenti e del governo amorevole da parte degli apostoli e dei loro successori, cioè i vescovi con a capo il successore di Pietro, sotto l’azione dello Spirito Santo, cresca e perfezioni la sua comunione nell’unità: nella confessione di una sola fede, nella comune celebrazione del culto divino e nella fraterna concordia della famiglia di Dio. Così la Chiesa, unico gregge di Dio, quale segno elevato alla vista delle nazioni, mettendo a servizio di tutto il genere umano il Vangelo della pace, compie nella speranza il suo pellegrinaggio verso la meta che è la patria celeste. Questo è il sacro mistero dell’unità della Chiesa, in Cristo e per mezzo di Cristo, mentre lo Spirito Santo opera la varietà dei ministeri. Il supremo modello e principio di questo mistero è l’unità nella Trinità delle Persone di un solo Dio Padre e Figlio nello Spirito Santo. 
 
I Lettura: Paolo è chiamato a difendersi dinanzi al tribuno dalle accuse che gli sono state mosse dai Giudei. La difesa di Paolo si fonda sulla sua appartenenza alla fazione dei farisei e questo dato è abilmente usato per dividere gli avversari. Infatti, come oggetto della sua condanna, egli sostiene la fede nella risurrezione, sostenuta dai farisei ma negata dai sadducei. L’assemblea si spacca e il dibattito degenera al punto tale che il tribuno è costretto a riportare Paolo sotto scorta nella fortezza Antonia. Al termine di questa movimentata giornata, nella pace della notte, avviene l’apparizione di Cristo risorto, che dà coraggio all’Apostolo e gli delinea la futura missione a Roma.
 
Vangelo
Siano perfetti nell’unità.
 
Gesù prega per la Chiesa, il nuovo Israele, la comunità dei credenti riuniti dalla testimonianza degli Apostoli. Per la Chiesa Gesù chiede il dono dell’unità, cioè quella stessa comunione che lo unisce al Padre. Uniti a lui, i credenti saranno intimamente uniti al Padre, e uniti anche tra loro nell’amore. Ed è grazie a questo legame d’amore che la Chiesa sarà destinata a contemplare la gloria di Cristo e a parteciparvi. Questa è la mèta ultima dei credenti condividere, oltre la morte, la vita eterna del Padre e del Figlio. Dopo la liberazione dalla cattività egiziana e la rivelazione del Sinai, la gloria di Dio dimorava sopra il tabernacolo in mezzo a Israele (Es 40,34), ora questa gloria abita nella comunità dei credenti: Gesù è la gloria di Dio manifestata agli uomini in mezzo ai quali ha piantato la sua tenda (Gv 1,14).
 
Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 17,20-26
 
In quel tempo, [Gesù, alzàti gli occhi al cielo, pregò dicendo:]
«Non prego solo per questi, ma anche per quelli che crederanno in me mediante la loro parola: perché tutti siano una sola cosa; come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi, perché il mondo creda che tu mi hai mandato.
E la gloria che tu hai dato a me, io l’ho data a loro, perché siano una sola cosa come noi siamo una sola cosa. Io in loro e tu in me, perché siano perfetti nell’unità e il mondo conosca che tu mi hai mandato e che li hai amati come hai amato me.
Padre, voglio che quelli che mi hai dato siano anch’essi con me dove sono io, perché contemplino la mia gloria, quella che tu mi hai dato; poiché mi hai amato prima della creazione del mondo.
Padre giusto, il mondo non ti ha conosciuto, ma io ti ho conosciuto, e questi hanno conosciuto che tu mi hai mandato. E io ho fatto conoscere loro il tuo nome e lo farò conoscere, perché l’amore con il quale mi hai amato sia in essi e io in loro».
 
Il Nuovo Testamento: 17,21 Nel contesto del versetto, essere una cosa sola - qui Gv usa heis (uno), invece che henotès (unità), come fa Paolo (Ef 4,3.13) - è più di una semplice unione: indica la pienezza dell’unità, cementata dall’amore, che diventa il segno visibile della verità della testimonianza (“perché il mondo creda …”). Cfr. anche 11,42.
17,22 Viene ripreso il modello trinitario esposto al versetto precedente.
Per la “gloria” ai discepoli, cfr. 17,6-8.10.
17,23 Dell’amore di Dio per il mondo si parla solo a proposito dell’incarnazione del Figlio in 3,16.
17,24 Gesù non dice più “prego” (erotaò, 20), ma “voglio” (thelo), esprimendo sovranamente la sua volontà, che è anche quella del Padre, ed è sempre improntata al servizio nell’amore.
La richiesta di Gesù al Padre è che i credenti lo raggiungano in cielo (“dove sono io”). Solo lì vedranno la sua “gloria”,  non come attraverso uno specchio ma chiaramente (2Cor 3,18: 1Gv 3,2).
17,25-26 Nel concludere la sua preghiera, rivolgendosi al “Padre giusto” - invocazione che ricorre soltanto qui nel NT - Gesù si concentra sulla conoscenza e sull’amore.
Nei due versetti “conoscere” è usato ben cinque volte, anche se espresso con due verbi diversi (ginosko al v. 25; gnorizo al v. 26). Alla non-conoscenza di Dio da parte di coloro che hanno rifiutato le parole e le azioni di Gesù si contrappone la conoscenza dei discepoli. I quali, per mezzo di Cristo che lo ha fatto loro conoscere e in cui hanno creduto come inviato di Dio e messaggero di verità, essi hanno potuto vedere Dio in azione attraverso le tante manifestazioni dell’amore. L’amore, infatti, suggella tutta la preghiera. L’amore incommensurabile di Dio si è reso visibile in Gesù, che lo ha trasmesso come insegnamento fondamentale del suo messaggio additandolo nella fraternità dell’amore  il segno distintivo della vita cristiana (cfr. 13,35).
 
LA RESPONSABILITÀ DEI CRISTIANI PER L’INCREDULITÀ DEL MONDO - Salvatore Alberto Panimolle (Lettura Pastorale del Vangelo di Giovanni - Vol III): Gesù nella sua preghiera al Padre dichiara esplicitamente che l’unità dei suoi discepoli favorirà la fede dell’umanità nella sua missione divina e nell’amore del Padre per la chiesa (Gv 17,21.23). Ora, la conseguenza logica di questa dipendenza tra unione e fede appare con chiarezza: se il mondo non crede ancora nella divinità di Gesù Cristo e nell’amore del Padre, ciò si deve attribuire anche e principalmente alle divisioni dei credenti, alla mancanza di armonia e di amore in seno alla chiesa, all’assenza di comprensione e di unione nelle famiglie cristiane.
La controtestimonianza dei discepoli di Gesù con le loro divisioni e rivalità incide in modo fortemente negativo nell’evangelizzazione del mondo. Ma anche nei paesi che non sono terra di missione, le divisioni e l’assenza di carità fra i credenti formano un ostacolo spesso insormontabile per entrare nella chiesa.
Il decreto conciliare sull’ecumenismo cattolico fa riferimento esplicito allo scandalo delle lacerazioni del mondo cristiano e alle difficoltà che queste divisioni creano ai missionari: «Tale divisione non solo contraddice apertamente alla volontà di Cristo, ma anche è di scandalo al mondo e danneggia la santissima causa della predicazione del vangelo ad ogni creatura» (Unitatis redintegratio, 1). La testimonianza della vita, l’impegno serio per essere operatori di unione e di pace favoriscono la fede di tante persone che non conoscono il Signore Gesù: «Tutti siano una cosa sola ... , affinché il mondo creda ... Siano perfetti per l’unità, affinché il mondo riconosca che tu mi hai inviato» (Gv 17,21.23).
 
... affinché tutti siano Uno, così come Tu, Padre, sei in Me, ed Io in Te …- Isacco della Stella: Sermo 42,11-14: come la testa e il corpo di un uomo non fanno che un solo uomo, così il Figlio della Vergine e le sue membra, gli eletti, non fanno che un solo e medesimo uomo e un solo Figlio dell’uomo. Il Cristo totale e completo - dice la Scrittura - è la testa e il corpo.
Tutte le membra insieme non fanno che un solo corpo, che, con la sua Testa, fa un solo Figlio dell’uomo, il quale, a sua volta, col Figlio di Dio non fa che un solo Figlio di Dio. E quest’ultimo non fa con Dio che un solo Dio. Infatti il corpo intero con la testa è il Figlio dell’uomo, e Figlio di Dio, e Dio ... E così tutto è con Dio un solo Dio: il Figlio di Dio per la sua unità naturale con Dio; il Figlio dell’uomo per la sua unità personale con il Figlio di Dio; il suo corpo per la sua unità mistica col Figlio dell’uomo ... Il mio piede, se potesse parlare come la lingua, direbbe quello che dice la mia lingua: “Io sono Isacco”, allo stesso modo i fedeli, membra spirituali di Cristo, possono dire, secondo verità, che ognuno di loro è quello che è il Cristo stesso: Figlio di Dio e Dio.
Ma quello che Egli è per natura, essi lo sono per unione con Lui. Quello che Egli è con pienezza, essi lo sono per partecipazione.
  
Il Santo del Giorno - 2 Giugno 2022: Sant’Erasmo di Formia Vescovo e martire: Fonti sicure attestano l’esistenza di un sant’Erasmo vescovo di Formia, martire al tempo di Diocleziano e Massimiano (303) e sepolto nella località costiera del Lazio meridionale. Di storico su di lui si sa, però, poco. La «Passio» che lo riguarda, compilata nel VI secolo, è leggendaria. Venerato nel Lazio e in Campania, è menzionato, oltre che negli antichi martirologi, anche nel Calendario marmoreo di Napoli. Nell’842, dopo che Formia era stata distrutta dai Saraceni, le reliquie furono nascoste nella vicina Gaeta. Quando furono ritrovate, nel 917, il martire venne proclamato patrono della diocesi del Golfo. Nel 1106 Pasquale II consacrò la cattedrale di Gaeta, dedicandola alla Vergine e a sant’Erasmo. È invocato contro le epidemie e le malattie dell’intestino per il fatto che, nel martirio, gli sarebbero state strappate le viscere. I marinai lo venerano con il nome di Elmo. (Avvenire)

Ci illumini, o Signore, la tua parola
e ci sostenga la comunione al sacrificio
che abbiamo celebrato,
perché, guidati dal tuo santo Spirito,
perseveriamo nell’unità e nella pace.
Per Cristo nostro Signore.