9 MARZO 2022
 
MERCOLEDÌ DELLA I SETTIMANA DI QUARESIMA
 
Gn 3,1-10; Sal 50 (51); Lc 11,29-32

Colletta
Guarda, o Signore,
il popolo a te consacrato,
e fa’ che, mortificando il corpo con l’astinenza,
si rinnovi con il frutto delle buone opere.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
La penitenza interiore Catechismo della Chiesa Cattolica 1430: Come già nei profeti, l’appello di Gesù alla conversione e alla penitenza non riguarda anzitutto opere esteriori, “il sacco e la cenere”, i digiuni e le mortificazioni, ma la conversione del cuore, la penitenza interiore. Senza di essa, le opere di penitenza rimangono sterili e menzognere; la conversione interiore spinge invece all’espressione di questo atteggiamento in segni visibili, gesti e opere di penitenza.
1431 La penitenza interiore è un radicale riorientamento di tutta la vita, un ritorno, una conversione a Dio con tutto il cuore, una rottura con il peccato, un’avversione per il male, insieme con la riprovazione nei confronti delle cattive azioni che abbiamo commesse. Nello stesso tempo, essa comporta il desiderio e la risoluzione di cambiare vita con la speranza della misericordia di Dio e la fiducia nell’aiuto della sua grazia. Questa conversione del cuore è accompagnata da un dolore e da una tristezza salutari, che i Padri hanno chiamato “animi cruciatus [afflizione dello spirito]”, “compunctio cordis [contrizione del cuore]”.
1432 Il cuore dell’uomo è pesante e indurito. Bisogna che Dio dia all’uomo un cuore nuovo. La conversione è anzitutto un’opera della grazia di Dio che fa ritornare a lui i nostri cuori: “Facci ritornare a te, Signore, e noi ritorneremo” (Lam 5,21). Dio ci dona la forza di ricominciare. È scoprendo la grandezza dell’amore di Dio che il nostro cuore viene scosso dall’orrore e dal peso del peccato e comincia a temere di offendere Dio con il peccato e di essere separato da lui. Il cuore umano si converte guardando a colui che è stato trafitto dai nostri peccati.
«Teniamo fisso lo sguardo sul sangue di Cristo, e consideriamo quanto sia prezioso per Dio suo Padre; infatti, sparso per la nostra salvezza, offrì al mondo intero la grazia della conversione».
1433 Dopo la Pasqua, è lo Spirito Santo che convince “il mondo quanto al peccato” (Gv 16,8-9 ), cioè al fatto che il mondo non ha creduto in colui che il Padre ha inviato. Ma questo stesso Spirito, che svela il peccato, è il Consolatore che dona al cuore dell’uomo la grazia del pentimento e della conversione.

I Lettura - La narrazione della conversione di Ninive e il perdono di Dio mette a nudo il personalità di Giona, «autentico israelita: limitato, gretto, non desideroso di portare il messaggio di Yahveh ai nemici del suo popolo, sdegnato quando altri lo accettano. Come Rut, anche Giona è una protesta contro la chiusura e l’esclusivismo del giudaismo postesilico ... Giona segna quindi uno dei più notevoli passi avanti nel progresso spirituale della religione biblica» (John L. McKenzie). Un passo avanti che giungerà alla sua pienezza nel Nuovo Testamento in Cristo: «colui che ha fatto dei due un popolo solo, abbattendo il muro di separazione che era frammezzo, cioè l’inimicizia annullando, per mezzo della sua carne, la legge fatta di prescrizioni e di decreti, per creare in se stesso, dei due, un solo uomo nuovo, facendo la pace, e per riconciliare tutti e due con Dio in un solo corpo, per mezzo della croce distruggendo in se stesso l’inimicizia» (Ef 2,14-16). 
 
Vangelo
A questa generazione non sarà dato che il segno di Giona.
 
Il segno che la generazione malvagia chiedeva era sotto gli occhi di tutti, ma quando gli occhi sono ottenebrati dalla malvagità e dai pregiudizi è impossibile scorgere anche la forte luce del sole. Quando Giona predicò la conversione agli abitanti di Ninive, essi accolsero la predicazione di Giona e si pentirono dei loro peccati. La regina del sud venne a Gerusalemme per rendersi conto della saggezza di Salomone (1Re 10,1-6), e ne rimase profondamente colpita. Gesù è più grande di Giona e di Salomone, quindi gli scribi e i farisei hanno una buona ragione per pentirsi. Anche per noi cristiani non vi sono altri segni se non Gesù crocifisso: “avendo deposto tutto ciò che è di peso e il peccato che ci assedia, corriamo con perseveranza nella corsa che ci sta davanti, tenendo fisso lo sguardo su Gesù, colui che dà origine alla fede e la porta a compimento. Egli, di fronte alla gioia che gli era posta dinanzi, si sottopose alla croce, disprezzando il disonore, e siede alla destra del trono di Dio.” (Eb 12,1-3). Gesù crocifisso è il segno e non ve ne sono altri: come i Niniviti, ora è il tempo di aprire gli orecchi per ascoltare la Parola di Dio che ci spinge alla conversione e alla penitenza, ora, come la regina del sud, è il tempo di allargare il cuore per accogliere il seme della Sapienza divina.
 
Dal Vangelo secondo Luca 11,29-32
In quel tempo, mentre le folle si accalcavano, Gesù cominciò a dire:
«Questa generazione è una generazione malvagia; essa cerca un segno, ma non le sarà dato alcun segno, se non il segno di Giona. Poiché, come Giona fu un segno per quelli di Nìnive, così anche il Figlio dell’uomo lo sarà per questa generazione.
«Questa generazione è una generazione malvagia; essa cerca un segno, ma non le sarà dato alcun segno, se non il segno di Giona. Poiché, come Giona fu un segno per quelli di Nìnive, così anche il Figlio dell’uomo lo sarà per questa generazione.
Nel giorno del giudizio, la regina del Sud si alzerà contro gli uomini di questa generazione e li condannerà, perché ella venne dagli estremi confini della terra per ascoltare la sapienza di Salomone. Ed ecco, qui vi è uno più grande di Salomone.
Nel giorno del  giudizio, gli abitanti di Nìnive si alzeranno contro questa generazione e la condanneranno, perché essi alla predicazione di Giona si convertirono. Ed ecco, qui vi è uno più grande di Giona».
 
La disposizione alla parola di Dio - I giudei hanno una falsa disposizione - Richard Gutzwiller (Meditazione su Luca): La parola loro non basta. Vogliono un segno. Invece della fede, che è l’unica risposta degna alla parola di Dio,  vogliono segni tangibili. E un segno lo riceveranno. Ma sarà per la maggior parte di essi troppo tardi, poiché questo segno sarà la sua risurrezione. Esso dimostrerà che la sua parola vince nonostante la loro opposizione. Essi cercheranno di ridurre al silenzio questa parola e di reprimerla con la forza. Ma la potenza di Dio è più grande e questa parola si farà sentire più forte che mai al di là della morte e del sepolcro.
La giusta disposizione l’aveva la regina di Saba. Essa ha sentito parlare della divina sapienza di Salomone e si è convinta che per bocca sua parla lo spirito di Dio. Per ascoltare questa parola, intraprende un viaggio pieno di pericoli, mette tutto in movimento, porta con sé doni costosi, ed è felicissima di poter ascoltare quelle parole di sapienza. Eppure Cristo è più grande di Salomone. Con quale serietà e fervore gli uomini dovrebbero accalcarsi attorno a lui, per ascoltarlo. Invece di resistergli, dovrebbero vincere tutte le resistenze. La loro indifferenza, il loro rifiuto o magari il loro. odio, sono inescusabili. Essi, gli appartenenti al popolo eletto, saranno confusi dalla regina di Saba, una pagana. Essa testimonierà contro di loro nel giorno del giudizio.
Anche gli abitanti di Ninive erano rettamente disposti. Essi hanno accolto la parola che Dio ha loro rivolto per mezzo del profeta Giona e si sono convertiti. In loro la parola è stata efficace: hanno mutato la loro maniera di pensare e la loro vita. Eppure Cristo è più grande di Giona. Perciò gli Israeliti dovrebbero più che mai rientrare in sé, far penitenza e convertirsi. Se non lo fanno, essi, gli appartenenti al popolo di Iahvè, saranno confusi e condannati dagli abitanti di Ninive, pagani. Capita così che siano i pagani, migliori dei giudei, a darsi premura di ascoltare la parola di Dio e a praticarla meglio.
Bisogna aprirsi un varco attraverso l’enorme fiumana delle chiacchiere degli uomini e non darsi pace, finché non si ascolta la parola di Dio. Non basta però ascoltarla o leggerla; è necessario accoglierla interiormente e farle produrre i suoi effetti.
 
Riconoscersi peccatori - Catechismo degli Adulti [926]: Chiamati a camminare secondo lo Spirito, seguendo Cristo, per andare al Padre, dobbiamo uscire e allontanarci sempre più dalla schiavitù del peccato e progredire nella libertà dei figli di Dio.
Innanzitutto dobbiamo riconoscerci peccatori. «Se diciamo che siamo senza peccato, inganniamo noi stessi e la verità non è in noi. Se riconosciamo i nostri peccati, egli che è fedele e giusto ci perdonerà i peccati e ci purificherà da ogni colpa» (1Gv 1,8-9). Siamo tutti peccatori, di fatto o potenzialmente. Riconoscersi peccatori è già un dono di Dio, un atto possibile solo alla luce della fede, una difficile vittoria sulla tendenza all’autogiustificazione.
Tra la nostra gente il senso della colpa morale è ancora assai diffuso; ma riguarda solo alcuni peccati, come la violenza, la calunnia, la bestemmia. La mentalità razionalista e secolarizzata tende a ridurre molti disordini morali a deviazioni dalle convenzioni sociali, a errori da guardare con indulgenza, a debolezze da comprendere. Irride volentieri a quelli che considera tabù ereditati dal passato. Esalta la trasgressione come affermazione di libertà.
 
Bruno Maggioni (Il racconto di Luca): Abbiamo visto che qualcuno cercava dei segni (11,16), evidentemente diversi e più convincenti di quelli offerti da Gesù. Egli però rifiuta tale pretesa: questa generazione, dice, avrà il segno di Giona. Nell’interpretazione di Matteo il segno di Giona è la risurrezione: come Giona fu liberato dopo tre giorni dal pesce, così il Cristo sarà liberato dopo tre giorni dalla morte. In Luca, invece, il segno di Giona sembra essere, più semplicemente, la predicazione di Gesù, la sua Parola. La ricerca di altri segni è una scusa per rifiutare l’invito alla conversione. Giona si presentò a Ninive facendo risuonare l’invito di Dio, un invito che rendeva consapevoli del giudizio imminente e dell’ultima possibilità di pentimento. Appunto come l’annuncio di Gesù; però egli viene rifiutato (eppure è più grande di Giona e la sua parola è più penetrante), mentre i niniviti accolsero la parola del profeta, senza pretendere altri segni.
Anche la regina del mezzogiorno è venuta da lontano per ascoltare la parola di Salomone, il re famoso per la sua sapienza: invece «questa generazione» rifiuta Gesù che è più sapiente di Salomone. Per questo i niniviti e la regina del mezzogiorno sorgeranno, nel giorno del giudizio, ad accusare «questa generazione».
 
Scribi e farisei chiedono un segno - Cirillo d’Alessandria Commento a Luca, omelia 80: Ma alcuni di loro, dice, che erano scribi e farisei con i cuori avvelenati dall’orgoglio e dall’invidia hanno trovato nel miracolo alimento per la loro malattia.
Essi non lo hanno lodato, ma sono giunti anche proprio all’estremo opposto. Avendolo privato delle opere divine che aveva compiuto, hanno assegnato al diavolo la potenza onnipotente e hanno fatto di Beelzebul la fonte della forza di Cristo.
Hanno detto: Egli scaccia i demoni grazie a lui. Altri, che erano afflitti da una debolezza simile, si sono gettati senza discernimento in una disgraziata sfrontatezza di linguaggio. Essendo punti dall’invidia, hanno chiesto di vedergli di ottenere un segno dal cielo.
 
Il Santo del Giorno - 9 Marzo 2022 - Beato Antonio Zogaj Sacerdote e martire: Anton Zogaj nacque il 26 luglio 1908 a Khtellë in Albania, precisamente nel distretto di Mirdita, ma crebbe nel territorio dell’attuale Kosovo. Studiò al Pontificio Seminario di Scutari e proseguì la formazione in Austria.
Al momento della presa di potere da parte del partito comunista, era parroco della cattedrale di Durazzo e segretario dell’arcivescovo, monsignor Vinçenc Prennushi.
Fu arrestato nel 1945 e, come accaduto anche ad altri, venne torturato quasi a morte. Il suo ultimo desiderio, ossia che almeno i bottoni della sua talare venissero conservati, venne realizzato proprio dal suo vescovo, che era detenuto con lui: riuscì a farli uscire dalla prigione. Il segretario venne quindi fucilato presso il porto romano di Durazzo, in località Spitalla, il 9 marzo 1948.
Compreso nell’elenco dei 38 martiri albanesi capeggiati da monsignor Vinçenc Prennushi, don Anton Zogaj è stato beatificato a Scutari il 5 novembre 2016. Dello stesso gruppo fanno parte altri diciannove sacerdoti diocesani. (Autore: Emilia Flocchini)
 
O Dio, che sempre ci nutri
con i tuoi sacramenti,
per questi doni della tua bontà
guidaci alla vita eterna.
Per Cristo nostro Signore.
 
Orazione sul popolo ad libitum
Proteggi, o Signore, il tuo popolo
e nella tua clemenza purificalo da ogni peccato,
poiché nulla potrà nuocergli
se sarà libero dal dominio del male.
Per Cristo nostro Signore.
 
 
 8 MARZO 2022
 
MARTEDÌ DELLA I SETTIMANA DI QUARESIMA
 
Is 55,10-11; Sal 33 (34); Mt 6,7-15

Colletta
Volgi il tuo sguardo, o Signore,
a questa tua famiglia,
e fa’ che, superando con la penitenza
ogni forma di egoismo,
risplenda ai tuoi occhi per il desiderio di te.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
I Lettura - Il popolo d’Israele è in esilio, e nel cuore degli Israeliti erano entrati funesti dubbi sulla potenza di Dio. A un popolo ormai sull’orlo di una crisi di fede, il profeta Isaia ricorda la forza della parola di Dio salvatore e creatore: Egli è signore della storia e anche della natura. Il capitolo 55 è tutto un invito di Dio al popolo eletto perché abbia fiducia nel Signore, continui ad avere fiducia in Dio, e si converta a lui, riprendendo coscienza dell’alleanza di Dio con lui e di lui con Dio.

Catechismo della Chiesa Cattolica 2789: Pregando il Padre “nostro” ci rivolgiamo personalmente al Padre del Signore nostro Gesù Cristo. Non dividiamo la divinità, poiché il Padre ne è “la sorgente e l’origine”, ma confessiamo in tal modo che il Figlio è eternamente generato da lui e che da lui procede lo Spirito Santo. Non confondiamo neppure le Persone, perché confessiamo che la nostra comunione è con il Padre e il Figlio suo, Gesù Cristo, nel loro unico Santo Spirito. La Santissima Trinità è consustanziale e indivisibile. Quando preghiamo il Padre, Lo adoriamo e Lo glorifichiamo con il Figlio e lo Spirito Santo.
2790: Grammaticalmente, “nostro” qualifica una realtà comune a più persone. Non c’è che un solo Dio ed è riconosciuto Padre da coloro che, mediante la fede nel suo Figlio unigenito, da lui sono rinati mediante l’acqua e lo Spirito. La Chiesa è questa nuova comunione di Dio e degli uomini: unita al Figlio unico diventato “il primogenito di molti fratelli” (Rm 8,29), essa è in comunione con un solo e medesimo Padre, in un solo e medesimo Spirito Santo. Pregando il “Padre nostro”, ogni battezzato prega in questa comunione: “La moltitudine di coloro che erano venuti alla fede aveva un cuor solo e un’anima sola” (At 4,32 ).
2791: Per questo, nonostante le divisioni dei cristiani, la preghiera al Padre “nostro” rimane il bene comune e un appello urgente per tutti i battezzati. In comunione con Cristo mediante la fede e il Battesimo, essi devono partecipare alla preghiera di Gesù per l’unità dei suoi discepoli
2792: Infine, se preghiamo in verità il “Padre nostro”, usciamo dall’individualismo, perché ne siamo liberati dall’Amore che accogliamo. Il “nostro” dell’inizio della Preghiera del Signore, come il “noi” delle ultime quattro domande, non esclude nessuno. Perché sia detto in verità, le nostre divisioni e i nostri antagonismi devono essere superati.
 
Vangelo
Voi dunque pregate così.
 
Il Padre nostro è “la preghiera cristiana fondamentale. San Luca ne dà un testo breve [di cinque richieste], san Matteo una versione più ampia [di sette richieste]. La tradizione liturgica della Chiesa ha sempre usato il testo di san Matteo” (CCC 2759). Il numero sette è caro all’evangelista Matteo: “tre volte 7+7 generazioni nella genealogia [Mt 1,17]; sette beatitudini [Mt 5,3+, Mt 5,5]; sette parabole [Mt 13,3+]; perdonare non sette volte, ma settanta volte sette [Mt 18,22]; sette maledizioni dei farisei [Mt 23,13+]; sette parti del Vangelo. Forse per ottenere questo numero sette Matteo ha aggiunto al testo-base [Lc 11,2-4] la terza [cfr. Mt 7,21, Mt 21,31, Mt 26,42] e la settima domanda (cfr. il «maligno»: Mt 13,19, Mt 13,38)” (Bibbia di Gerusalemme). Questo non significa che la preghiera del Padre nostro sia uscita dalla penna di Matteo, perché la preghiera del Padre nostro “ci è insegnata e donata dal Signore Gesù. Questa preghiera che ci viene da Gesù è veramente unica: è “del Signore” (CCC 2765).
 
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 6,7-15
 
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Pregando, non sprecate parole come i pagani: essi credono di venire ascoltati a forza di parole. Non siate dunque come loro, perché il Padre vostro sa di quali cose avete bisogno prima ancora che gliele chiediate.
Voi dunque pregate così:
Padre nostro che sei nei cieli,
sia santificato il tuo nome,
venga il tuo regno,
sia fatta la tua volontà,
come in cielo così in terra.
Dacci oggi il nostro pane quotidiano,
e rimetti a noi i nostri debiti
come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori,
e non abbandonarci alla tentazione,
ma liberaci dal male.
Se voi infatti perdonerete agli altri le loro colpe, il Padre vostro che è nei cieli perdonerà anche a voi; ma se voi non perdonerete agli altri, neppure il Padre vostro perdonerà le vostre colpe».
 
Angelico Poppi (I Quattro Vangeli): La struttura del Padrenostro si articola in due strofe: la prima (vv. 9-10) comprende l’invocazione iniziale e le tre petizioni in terza persona singolare, che si riferiscono alla santificazione del nome, al regno e alla volontà del Padre celeste, scandite dall’aggettivo possessivo «tuo»; la prospettiva è escatologica. La seconda strofa (vv. 11-13) consta di quattro domande in seconda persona singolare, riguardanti le nostre necessità quotidiane nel mondo presente. Siccome la quarta petizione corrisponde alla terza (l’una è in forma negativa, l’altra positiva), anche la seconda strofa contiene praticamente tre richieste. Comunque, le domande nel Padrenostro matteano risultano sette, un numero preferito dal primo evangelista. Alla dimensione escatologica del «tuo» nella prima strofa si contrappone quella temporale del «nostro», ripetuto più volte nella seconda (in greco ricorre otto volte il pronome «noi»).
Un confronto con il testo parallelo di Luca mette in evidenza le notevoli divergenze. Le riporta cinque petizioni (tralascia la terza e la settima di Mt, relative rispettivamente alla volontà di Dio e alla liberazione dal malvagio). Altre differenze le rileveremo in seguito. Sono stati fatti vari tentativi per ristabilire il testo originario, ma con risultati discordanti. Mentre alcuni esegeti danno la preferenza alla redazione di Mt, altri propendono per quella lucana. Come risulta anche per le formule della consacrazione eucaristica, per l’iscrizione posta sulla croce, i primi cristiani non si preoccuparono di trasmettere in maniera fissa questi testi sacrosanti. Il Padrenostro riproduce la preghiera insegnata da Gesù, ma secondo due modelli differenti, che probabilmente hanno avuto come unico archetipo la formulazione greca nel documento Q, anche se la sua origine (nella tradizione orale o scritta) va ricercata in ambiente giudeocristiano. Le sembra riprodurre più fedelmente il tenore originale del Padrenostro, ma con qualche adattamento alle comunità ellenistiche; Mt lo ha ampliato con due domande e altri elementi «intimamente connessi con la concezione teologica del (suo) vangelo» (Gnilka, I, p. 323). II pensiero del Maestro non viene travisato ma adattato alla mentalità e alle esigenze liturgiche e catechetiche delle rispettive comunità.
Benché si tratti di un’inserzione nel contesto delle tre opere buone, è evidente che il Padrenostro occupa il posto centrale nel discorso della montagna. Secondo G. Giavini e G. Bornkamrn, la sezione 6,19-7,11 del discorso rappresenta uno sviluppo del Padrenostro.
Anche M. Dumais colloca il Padrenostro al centro di una possibile struttura chiasmatica di tutto il discorso della montagna (col. 758).
 
La Bibbia di Navarra (I Quattro Vangeli): La Chiesa, seguendo questa dottrina di Gesù, ci ha sempre insegnato a pregare fin da bambini nella nostra camera. Questo “tu” del Signore (v. 6) indica in modo inequivocabile la necessità della preghiera personale; ognuno, a tu per tu con Dio, come un figlio che parla con suo Padre.
La preghiera pubblica cui partecipano tutti i fedeli è santa e necessaria; ma non può mai sostituire questo perentorio precetto del Signore: tu, nella tua camera, chiusa la porta, prega il Padre tuo. Il Concilio Vaticano II accoglie l’insegnamento e la prassi della Chiesa nella sua Liturgia, che è “il culmine verso cui tende razione della Chiesa e, insieme, la fonte da cui promana la sua virtù [ ... ]. La vita cristiana, tuttavia, non si esaurì ce nella partecipazione alla sola sacra Liturgia. Il cristiano infatti. chiamato alla preghiera in comune, nondimeno deve anche entrare nella sua stanza per pregare il Padre in segreto: anzi, secondo l’insegnamento dell’Apostolo, deve pregare incessantemente (cfr Ts 5,17)” (Sacrosanctum Concilium. nn. 10.12).
L’anima che vive realmente la fede cristiana sa che le è necessario appartarsi di frequente per pregare a tu per tu con Dio, Padre suo. Gesù, che ci dà questo insegnamento a riguardo della preghiera, l’ha vissuto durante la sua vita sulla terra: il santo Vangelo ci riferisce che numerose volte il Signore si allontanava per pregare da solo: «Sovente trascorreva tutta la notte in colloquio intimo con il Padre. Quanto amore suscitò nei primi discepoli la figura di Cristo in orazione’» (È Gesù che passa. n. 119) (cfr Mt 14.23: Mc 1.35: Lc 5.16: e altri luoghi). Gli apostoli seguirono l’esempio del Maestro, e così vediamo Pietro salire sulla terrazza della casa in cui alloggia a Giaffa per pregare da solo, e lì ricevere una rivelazione (cfr At 10,9-16). «La vita di orazione deve inoltre trovare appoggio su alcuni momenti quotidiani dedicati esclusivamente al rapporto con Dio; momenti di colloquio, senza rumore di parole [ ... ]» (E Gesù che passa, 11. 119).
 
Avvicinarsi a Dio con grande confidenza - Anonimo, Opera incompleta su Matteo, omelia 14: Dio ha voluto essere chiamato Padre piuttosto che Signore per infonderci grande fiducia nel chiedere e grande speranza di ottenere ciò che chiediamo. Infatti i servi non sempre ottengono ciò che chiedono perché non sempre chiedono cose giuste secondo buona coscienza. Spesso non badano all’utilità del proprio signore ma alla loro; dunque non meritano di essere sempre ascoltati.
I figli invece vengono sempre ascoltati perché chiedono cose giuste con buona coscienza né badano alloro utile più che a quello del padre; per questo meritano sempre ascolto. E tu, se credi di essere figlio di Dio, chiedi ciò che a te giova ricevere e che a lui è conveniente accordare: nel caso perciò che tu chieda beni carnali e terreni o sarà difficile che li ottenga a forse non li otterrai per niente. Come può Dio accordare volentieri a te che ne sei privo quei beni che, quando anche tu li abbia, sempre ti ammonisce a disprezzarli?
 
Il Santo del Giorno - 8 marzo 2022 - San Giovanni di Dio Religioso: (Montemor-o-novo, Portogallo, 8 marzo 1495 - Granada, Spagna, 8 marzo 1550): Nato a Montemoro-Novo, poco lontano da Lisbona, nel 1495, Giovanni di Dio - allora Giovanni Ciudad - trasferitosi in Spagna, vive una vita di avventure, passando dalla pericolosa carriera militare alla vendita di libri. Ricoverato nell’ospedale di Granada per presunti disturbi mentali legati alle manifestazioni “eccessive” di fede, incontra la drammatica realtà dei malati, abbandonati a se stessi ed emarginati e decide così di consacrare la sua vita al servizio degli infermi. Fonda il suo primo ospedale a Granada nel 1539. Muore l’8 marzo del 1550. Nel 1630 viene dichiarato Beato da Papa Urbano VII, nel 1690 è canonizzato da Papa Alessandro VIII. Tra la fine del 1800 e gli inizi del 1900 viene proclamato Patrono degli ammalati, degli ospedali, degli infermieri e delle loro associazioni e, infine, patrono di Granada.
 
Per la partecipazione ai tuoi misteri
insegnaci, o Signore,
a moderare i desideri terreni
e ad amare i beni del cielo.
Per Cristo nostro Signore.
 
Orazione sul popolo ad libitum
Conferma i tuoi fedeli, o Dio, con la tua benedizione
e sii per loro sollievo nel dolore,
pazienza nella tribolazione, difesa nel pericolo.
Per Cristo nostro Signore.
 
 7 MARZO 2022

LUNEDÌ DELLA I SETTIMANA DI QUARESIMA

 Lv 19,1-2.11-18; Sal 18 (19); Mt 25,31-46

 

Colletta
Convertici a te, o Dio, nostra salvezza,
e formaci alla scuola della tua sapienza,
perché l’impegno quaresimale
porti frutto nella nostra vita
Per il nostro Signore Gesù Cristo.

Il giudizio definitivo - Catechismo degli Adulti [1199]: Il giudizio opera già in questo mondo, ma va verso un momento supremo: «Tutti infatti dobbiamo comparire davanti al tribunale di Cristo, ciascuno per ricevere la ricompensa delle opere compiute finché era nel corpo, sia in bene che in male» (2Cor 5,10). È il giudizio definitivo, che per le singole persone avviene al termine della vita terrena (“giudizio particolare”) e per il genere umano, nel suo insieme, al termine della storia (“giudizio universale”).
La retribuzione personale al termine della vita [1200]: La sopravvivenza dei defunti non è indifferenziata, ma felice per i giusti, triste per i malvagi. Lo indicano la parabola del ricco e del povero Lazzaro, le dichiarazioni dell’apostolo Paolo, la promessa di Gesù al ladrone pentito: «Oggi sarai con me nel paradiso» (Lc 23,43). Il magistero della Chiesa da parte sua insegna che subito dopo la morte i peccatori non convertiti “scendono all’inferno” e i giusti “salgono in cielo”, a meno che non abbiano ancora bisogno di purificazione: retribuzione immediata dunque nell’incontro con Cristo giudice. Davanti a lui, finito il tempo della prova, si manifesta e si fissa per sempre l’atteggiamento di ciascuno nei confronti di Dio: o con lui o contro di lui. Cadono le maschere; viene alla luce, con il bene e il male compiuto, anche la più profonda identità di ogni persona.
 
I Lettura: L’amore verso il prossimo è una legge eterna che Dio ha scritto con il suo Spirito nel cuore degli uomini. Un amore che trasforma l’uomo interiormente e lo apre alla sorgente della santità: Dio, fonte di santità e di misericordia.

Vangelo
Tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me.
 
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 25,31-46

Giuseppe Barbaglio (Il vangelo di Matteo): Gesù alla fine giudicherà con il potere regale ricevuto nella risurrezione: Mi è stato dato da Dio ogni potere in cielo e sulla terra (28,18). Non però separatamente da Dio suo Padre che in realtà sta all’origine della salvezza data ai beneficiari della sua benedizione e riserva la condanna al diavolo e ai malvagi.
Infine viene svelato il criterio in base al quale avverrà il giudizio. Gli uomini entreranno nel regno o cadranno nella perdizione secondo che avranno prestato o meno aiuto ai bisognosi. La separazione definitiva avverrà dunque in base a una prassi di amore verso il prossimo.
Saranno giudicati secondo che sulla strada che scende da Gerusalemme verso Gerico, di fronte al disgraziato giacente a terra mezzo morto, avranno fatto come il sacerdote e il levita che hanno tirato dritto, oppure come il samaritano che si è preso cura di lui (Lc 10,29-37). L’elenco che enumera affamati, assetati, forestieri, nudi, malati e prigionieri ripete gli schemi tradizionali delle opere di misericordia previsti dalla Bibbia

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria, e tutti gli angeli con lui, siederà sul trono della sua gloria. Davanti a lui verranno radunati tutti i popoli. Egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dalle capre, e porrà le pecore alla sua destra e le capre alla sinistra.
Allora il re dirà a quelli che saranno alla sua destra: “Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo, perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi”.
Allora i giusti gli risponderanno: “Signore, quando ti abbiamo visto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, o assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando mai ti abbiamo visto straniero e ti abbiamo accolto, o nudo e ti abbiamo vestito? Quando mai ti abbiamo visto malato o in carcere e siamo venuti a visitarti?”. E il re risponderà loro: “In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me”.
Poi dirà anche a quelli che saranno alla sinistra: “Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli, perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e non mi avete dato da bere, ero straniero e non mi avete accolto, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato”.
Anch’essi allora risponderanno: “Signore, quando ti abbiamo visto affamato o assetato o straniero o nudo o malato o in carcere, e non ti abbiamo servito?”. Allora egli risponderà loro: “In verità io vi dico: tutto quello che non avete fatto a uno solo di questi più piccoli, non l’avete fatto a me”.
E se ne andranno: questi al supplizio eterno, i giusti invece alla vita eterna».
 
Venite, benedetti del Padre mio - La descrizione del giudizio finale presenta Gesù come un re che viene a separare «gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dalle capre», avendo come criterio discriminante le opere di misericordia.
Davanti al Giudice saranno radunati tutti i popoli, espressione che include sia i pagani che i giudei. Prima della fine il «vangelo del regno sarà annunziato in tutto il mondo» (Mt 24,14).
Il Re-Pastore separerà «le pecore dalle capre, e porrà le pecore alla sua destra e le capre alla sinistra». Presso i giudei, il capro era l’animale che veniva immolato a Yavhé nel rito espiatorio (Cf. Es 30,10; Lv 4,22-23; Nm 7,16.22.28; ecc.). Nel grande giorno dell’espiazione, Aronne aveva posato le mani sul capo di un capro vivo, aveva confessato «sopra di esso tutte le iniquità degli Israeliti, tutte le loro trasgressioni, tutti i loro peccati» e li aveva, in questo modo, riversati sulla testa del capro; poi, per mano di un uomo incaricato di ciò, l’aveva mandato via nel deserto per essere offerto ad Azazel, un demone che gli antichi ebrei e cananei credevano abitasse il deserto (Cf. Lv 16,9-10). Il deserto, nella fantasia popolare, era la sede dei demoni (Cf. Lv 17,7; Is 13,21; 34,14; Bar 4,35; Mt 8,28; 12,43; Ap 18,2). Forse per questi motivi Gesù nel discorso del giudizio universale ha usato l’immagine del capro perché questo animale tout court poteva richiamare alla memoria degli ascoltatori la bruttura del peccato.
Il criterio di giudizio saranno le azioni di misericordia fatte a uno dei «fratelli più piccoli» di Gesù.
Tra i «più piccoli» forse vanno annoverati anche gli stessi discepoli di Gesù, accolti e rifocillati amorevolmente dagli uomini a cui portano la Buona Notizia (Cf. Mt 10,40-42; Lc 9,48; 10,16)
La sorpresa dei giusti è nel sentire che tutte le volte che hanno soccorso qualcuno nel bisogno lo hanno fatto al Signore. È la stessa sorpresa degli empi, ai quali Gesù dirà: «In verità io vi dico: tutto quello che non avete fatto a uno solo di questi più piccoli, non l’avete fatto a me».
Gli uomini per ricevere in «eredità il regno» preparato per loro «fin dalla creazione del mondo» dovranno quindi superare un esame, la cui unica materia da vagliare sarà l’amore. Il regno di Gesù è un regno di santità, di pace e di amore e vi può entrare soltanto chi ama e compie opere di misericordia verso gli afflitti.
Il Re che siede sul trono della gloria e che raccoglie dinanzi al suo tribunale tutti gli uomini, afferma con chiarezza che atto formale di riconoscimento della sua regalità sono le attenzioni usate a quanti hanno fame e sete, ai forestieri, agli indigenti, ai poveri, ai malati e ai carcerati. Perché soltanto «questo è il punto che ci qualifica definitivamente davanti a Dio. Non contano tanto i sentimenti e le intenzioni, l’ideologia e le parole, cioè “Signore, Signore”, quello che uno fu e fece, che apprezzò e rappresentò, che lavorò o soffrì, creò e organizzò, quanto se amò o non amò i fratelli. Perché questa è la volontà di Dio, che chi lo ama, ami anche i fratelli» (Basilio Caballero). Solo l’amore può costruire all’uomo una casa eterna dove abitano la gioia e la pace.
 
Papa Francesco (Angelus 17 Dicembre 2017): In questa ultima domenica dell’anno liturgico celebriamo la solennità di Cristo Re dell’universo. La sua è una regalità di guida, di servizio, e anche una regalità che alla fine dei tempi si affermerà come giudizio. Oggi abbiamo davanti a noi il Cristo come re, pastore e giudice, che mostra i criteri di appartenenza al Regno di Dio. Qui stanno i criteri.
La pagina evangelica si apre con una visione grandiosa. Gesù, rivolgendosi ai suoi discepoli, dice: «Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria, e tutti gli angeli con lui, siederà sul trono della sua gloria» (Mt 25,31). Si tratta dell’introduzione solenne del racconto del giudizio universale. Dopo aver vissuto l’esistenza terrena in umiltà e povertà, Gesù si presenta ora nella gloria divina che gli appartiene, circondato dalle schiere angeliche. L’umanità intera è convocata davanti a Lui ed Egli esercita la sua autorità separando gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dalle capre.
A quelli che ha posto alla sua destra dice: «Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo, perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi» (vv. 34-36). I giusti rimangono sorpresi, perché non ricordano di aver mai incontrato Gesù, e tanto meno di averlo aiutato in quel modo; ma Egli dichiara: «Tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me» (v. 40). Questa parola non finisce mai di colpirci, perché ci rivela fino a che punto arriva l’amore di Dio: fino al punto di immedesimarsi con noi, ma non quando stiamo bene, quando siamo sani e felici, no, ma quando siamo nel bisogno. E in questo modo nascosto Lui si lascia incontrare, ci tende la mano come mendicante.  Così Gesù rivela il criterio decisivo del suo giudizio, cioè l’amore concreto per il prossimo in difficoltà. E così si rivela il potere dell’amore, la regalità di Dio: solidale con chi soffre per suscitare dappertutto atteggiamenti e opere di misericordia.
La parabola del giudizio prosegue presentando il re che allontana da sé quelli che durante la loro vita non si sono preoccupati delle necessità dei fratelli. Anche in questo caso costoro rimangono sorpresi e chiedono: «Signore, quando ti abbiamo visto affamato o assetato o straniero o nudo o malato o in carcere, e non ti abbiamo servito?» (v. 44). Sottinteso: “Se ti avessimo visto, sicuramente ti avremmo aiutato!”. Ma il re risponderà: «Tutto quello che non avete fatto a uno solo di questi più piccoli, non l’avete fatto a me» (v. 45). Alla fine della nostra vita saremo giudicati sull’amore, cioè sul nostro concreto impegno di amare e servire Gesù nei nostri fratelli più piccoli e bisognosi. Quel mendicante, quel bisognoso che tende la mano è Gesù; quell’ammalato che devo visitare è Gesù; quel carcerato è Gesù; quell’affamato è Gesù. Pensiamo a questo.
Gesù verrà alla fine dei tempi per giudicare tutte le nazioni, ma viene a noi ogni giorno, in tanti modi, e ci chiede di accoglierlo. La Vergine Maria ci aiuti a incontrarlo e riceverlo nella sua Parola e nell’Eucaristia, e nello stesso tempo nei fratelli e nelle sorelle che soffrono la fame, la malattia, l’oppressione, l’ingiustizia. Possano i nostri cuori accoglierlo nell’oggi della nostra vita, perché siamo da Lui accolti nell’eternità del suo Regno di luce e di pace.
 
Quanto avete fatto ad uno dei più piccoli…: «Avevamo una libera intelligenza per capire che in ogni povero era Cristo affamato che veniva nutrito, o dissetato quando ardeva dalla sete, o ricoverato quand’era forestiero, o vestito allorché era nudo, o visitato mentre era malato, o consolato con la nostra parola quand’era in carcere. Ma le parole che seguono: “Quanto avete fatto a uno dei più piccoli di questi miei fratelli, l’avete fatto a me” (Mt 25,40), non mi sembra siano rivolte genericamente a tutti i poveri, ma a coloro che sono poveri in spirito, a coloro ai quali, indicandoli con la mano, ha detto: “Ecco, mia madre e i miei fratelli sono coloro che fanno la volontà del Padre mio” [Mc 3,34-35; Lc 8,21]» (Girolamo, In Matth. IV, 22, 40)
 
Il Santo del giorno: 7 Marzo 2022: Martirologio Romano: Memoria delle sante martiri Perpetua e Felicita, arrestate a Cartagine sotto l’imperatore Settimio Severo insieme ad altre giovani catecumene. Perpetua, matrona di circa ventidue anni, era madre di un bambino ancora lattante, mentre Felicita, sua schiava, risparmiata dalle leggi in quanto incinta affinché potesse partorire, si mostrava serena davanti alle fiere, nonostante i travagli dell’imminente parto. Entrambe avanzarono dal carcere nell’anfiteatro liete in volto, come se andassero in cielo.   
 
La partecipazione a questo sacramento, o Signore,
ci sostenga nel corpo e nello spirito,
perché, completamente rinnovati,
possiamo gloriarci della pienezza del tuo dono.
Per Cristo nostro Signore.
 
Orazione sul popolo ad libitum
Illumina con il tuo splendore, o Signore,
le menti dei tuoi fedeli,
perché possano riconoscere ciò che tu comandi
e sappiano attuarlo nella loro vita.
Per Cristo nostro Signore.
 
  6 Marzo 2022
 
I DOMENICA DI QUARESIMA – ANNO C

Dt 26,4-10; Sal 90 (91); Rm 10,8-13; Lc 4,1-13

Colletta: Signore misericordioso, che sempre ascolti la preghiera del tuo popolo, tendi verso di noi la tua mano, perché, nutriti con il pane della Parola e fortificati dallo Spirito, vinciamo le seduzioni del maligno. Per il nostro Signore Gesù Cristo.

La tentazione di Gesù - Catechismo della Chiesa Cattolica 538 I Vangeli parlano di un tempo di solitudine di Gesù nel deserto, immediatamente dopo che ebbe ricevuto il battesimo da Giovanni: “Sospinto” dallo Spirito nel deserto, Gesù vi rimane quaranta giorni digiunando; sta con le fiere e gli angeli lo servono. Terminato questo periodo, Satana lo tenta tre volte cercando di mettere alla prova la sua disposizione filiale verso Dio. Gesù respinge tali assalti che ricapitolano le tentazioni di Adamo nel Paradiso e quelle d’Israele nel deserto, e il diavolo si allontana da lui “per ritornare al tempo fissato”.
539 Gli evangelisti rilevano il senso salvifico di questo misterioso avvenimento. Gesù è il nuovo Adamo, rimasto fedele mentre il primo ha ceduto alla tentazione. Gesù compie perfettamente la vocazione d’Israele: contrariamente a coloro che in passato provocarono Dio durante i quaranta anni nel deserto, Cristo si rivela come il Servo di Dio obbediente in tutto alla divina volontà. Così Gesù è vincitore del diavolo: egli ha “legato l’uomo forte” per riprendergli il suo bottino. La vittoria di Gesù sul tentatore nel deserto anticipa la vittoria della passione, suprema obbedienza del suo amore filiale per il Padre.
540 La tentazione di Gesù manifesta quale sia la messianicità del Figlio di Dio, in opposizione a quella propostagli da Satana e che gli uomini desiderano attribuirgli. Per questo Cristo ha vinto il tentatore per noi: “Infatti non abbiamo un sommo sacerdote che non sappia compatire le nostre infermità, essendo stato lui stesso provato in ogni cosa, a somiglianza di noi, escluso il peccato” (Eb 4,15). La Chiesa ogni anno si unisce al Mistero di Gesù nel deserto con i quaranta giorni della Quaresima  

I Lettura: Con la professione di fede, recitata dinanzi al sacerdote nell’atto di offrire le primizie dei frutti della terra, l’Israelita rievoca la storia del suo popolo: una storia intrisa di sangue e di sofferenze inaudite, ma sopra tutto segnata dal potente aiuto di Dio che scende dal cielo per liberare Israele dalla schiavitù egiziana. Insediatosi nella nuova fertile terra, la tentazione poteva essere ora per il popolo quella di dimenticare il Signore, la sua potenza salvifica, il suo amore. È il Signore che ha dato a Israele una terra e i frutti che essa produce; con l’offerta delle primizie il popolo deve riconoscere questa dipendenza: «Guardati dunque dal dire nel tuo cuore: “La mia forza e la potenza della mia mano mi hanno acquistato queste ricchezze”. Ricordati invece del Signore, tuo Dio, perché Egli ti dà la forza per acquistare ricchezze, al fine di mantenere, come fa oggi, l’alleanza che ha giurata ai tuoi padri» (Dt 8,17-18). In questo modo, la preghiera diventava memoriale.
 
II Lettura: San Paolo, nella seconda lettura, «precisa alcuni termini centrali della fede cristiana. Essa è un atto di intelligenza, che, mossa dal buon volere dell’uomo, riconosce che Cristo è il Signore, risuscitato dal Padre. La fede del cuore poi si manifesta esternamente dinanzi agli uomini, diventando testimonianza profetica» (Vincenzo Raffa).
 
Vangelo
Gesù fu guidato dallo Spirito nel deserto e tentato dal diavolo.

Compostella (Messale per la Vita Cristiana): La Quaresima si apre con il racconto delle tentazioni di Gesù. Poste alla soglia del suo ministero pubblico, esse sono in qualche modo l’anticipazione delle numerose contraddizioni che Gesù dovrà subire nel suo itinerario, fino all’ultima violenza della morte. In esse è rivelata l’autenticità dell’umanità di Cristo, che, in completa solidarietà con l’uomo, subisce tutte le tentazioni tramite le quali il Nemico cerca di distoglierlo dalla sua completa sottomissione al Padre.
« Cristo tentato dal demonio! Ma in Cristo sei tu che sei tentato» (sant’Agostino).
In esse viene anticipata la vittoria finale di Cristo nella risurrezione. Cristo inaugura un cammino - che è l’itinerario di ogni essere umano - dove nessuno potrà impedire che il disegno di Dio si manifesti per tutti gli uomini: la sua volontà di riscattarlo, cioè di recuperare per l’uomo la sovranità della sua vita in un libero riconoscimento della sua dipendenza da Dio. È nell’obbedienza a Dio che risiede la libertà dell’uomo. L’abbandono nelle mani del Padre - «Io vivo per il Padre» - è la fonte dell’unica e vera libertà, che consiste nel rifiutare di venire trattati in modo diverso da quello che siamo, il potere di Dio la rende possibile.
 
Dal Vangelo secondo Luca
Lc 4,1-13
 
In quel tempo, Gesù, pieno di Spirito Santo, si allontanò dal Giordano ed era guidato dallo Spirito nel deserto, per quaranta giorni, tentato dal diavolo. Non mangiò nulla in quei giorni, ma quando furono terminati, ebbe fame. Allora il diavolo gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, di’ a questa pietra che diventi pane». Gesù gli rispose: «Sta scritto: “Non di solo pane vivrà l’uomo”». Il diavolo lo condusse in alto, gli mostrò in un istante tutti i regni della terra e gli disse: «Ti darò tutto questo potere e la loro gloria, perché a me è stata data e io la do a chi voglio. Perciò, se ti prostrerai in adorazione dinanzi a me, tutto sarà tuo». Gesù gli rispose: «Sta scritto: “Il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui solo renderai culto”». Lo condusse a Gerusalemme, lo pose sul punto più alto del tempio e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, gèttati giù di qui; sta scritto infatti: “Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo affinché essi ti custodiscano”; e anche: “Essi ti porteranno sulle loro mani perché il tuo piede non inciampi in una pietra”». Gesù gli rispose: «È stato detto: “Non metterai alla prova il Signore Dio tuo”». Dopo aver esaurito ogni tentazione, il diavolo si allontanò da lui fino al momento fissato.
 
Gesù, guidato dallo Spirito Santo, dimora nel deserto quaranta giorni per essere tentato da satana. Il numero quaranta è considerato il numero degli anni di una generazione, di qui il significato di un periodo lungo e indeterminato. La Sacra Scrittura vi ricorre spesso (cfr. Gen 7,17; Es 24,18; 1Re 19,8; Gn 3,4). La missione di Gesù, iniziata con le tentazioni nel deserto, si conclude con i quaranta giorni che intercorrono tra la sua risurrezione e l’ascensione al cielo (cfr. Atti 1,3). Questi giorni, quelli che intercorrono tra la risurrezione di Gesù e la sua ascensione, servono a preparare la Chiesa, il nuovo popolo di Dio. I quaranta giorni del Risorto fanno nascere la Chiesa, fondandola sulla fede nella risurrezione del suo Fondatore. Per la Bibbia di Gerusalemme, Gesù, sebbene «esente da peccato, ha potuto conoscere seduzioni [cfr. Mt 16,23]; era necessario che egli fosse tentato per divenire nostro capo [cfr. Mt 26,36-46; Eb 2,10.17-18; 4,15; 5,2.7-9]. Anch’egli ha dovuto intravedere un messianismo politico e glorioso, per preferirgli un messianismo spirituale nella sottomissione totale a Dio [cfr. Eb 12,2]».
 
Sta scritto: “Il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui solo renderai culto” - Giuseppe Barbaglio (Schede Bibliche Pastorali - Vol. I): La fede in un Dio unico e supremo e il culto prestato a lui solo rappresentano la caratteristica più significativa della religione rivelata della Bibbia. Nel cosiddetto decalogo cultuale del c. 34 del libro dell’Esodo, elenco di comandamenti cultuali molto arcaico, troviamo la seguente proibizione: «Tu non devi prostrarti ad altro Dio, perché il Signore si chiama Geloso: egli è un Dio geloso» (v. 14). Jahvé non tollera accanto a sé altre divinità come oggetto di culto. In questo senso Israele ha parlato della sua gelosia.
Nella storia di Elia, il profeta, pieno di zelo per la causa di Jahvé in tempi di sincretismo religioso, viene confortato da Dio con queste parole: «Io mi sono risparmiato in Israele settemila persone, quanti non hanno piegato le ginocchia a Baal e quanti non l’hanno baciato con la bocca» (!Re 19,18).
E ancor prima la tradizione israelitica aveva conservato il ricordo del castigo divino che colpì gli adoratori di Baal-Peor (Nm 25,2ss). Nei racconti agiografici raccolti nel libro di Daniele, i tre giovani fedeli israeliti affermano con forza che non avrebbero mai adorato gli dei del grande Nabucodonosor (Dn 3,18). Anche Gesù, tentato da Satana, respinge il tentatore facendo valere il comandamento divino: «Adora il Signore tuo Dio e a lui solo rendi culto» (Mt 4,10). Più esplicito ancora è il testo parallelo di Luca: «Solo al Signore Dio tuo ti prostrerai, lui solo adorerai» (4,8).
Infine la visione dell’Apocalisse condanna gli adoratori della Bestia, simbolo della potenza dell’impero romano pagano e di ogni potere idolatrico (cf. 13,1ss; 14,9-11; 16,2; 19,20), ed esalta coloro che anche a costo della propria vita hanno rifiutato l’adorazione della Bestia e perciò regneranno mille anni con Cristo (20,4).
 
Ogni atto di Gesù è compiuto per impulso dello Spirito - Isacco di Stella, Sermo 30, 1-2: Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto” (Mt 4,1), ecc. Il mio Signore, Cristo Gesù, compie tutti i suoi atti ricevendo una direttiva, o una missione, o una chiamata, o un’ingiunzione: non fa nulla da se stesso (cf. Gv 8,28). È una missione che lo porta nel mondo; è una direttiva che lo guida nel deserto; è una chiamata che lo ha risuscitato dai morti, giusta la parola: “Alzati, mia gloria, svegliatevi, arpa e cetra” (Sal 107,3). Ma quando si tratta della Passione egli si affretta spontaneamente e volontariamente, secondo il vaticinio del Profeta: “Si è offerto perché lo ha voluto” (Is 53,7), e tuttavia, anche in quel caso, si fece obbediente al Padre fino alla morte (cf. Fil 2,8). Dottore e modello di obbedienza, non ha minimamente voluto agire o soffrire al di fuori di essa, una via che nella verità conduce alla vita (cf. Gv 14,6)
Fu dunque condotto dallo Spirito nel deserto, o come dice un altro evangelista: “Fu spinto dallo Spirito nel deserto” (Lc 4,1). “Tutti” coloro che sono spinti dallo Spirito di Dio sono figli di Dio (cf. Rm 8,14). Ma lui, che è Figlio ad un titolo del tutto speciale e con maggiore dignità, è spinto o condotto nel deserto diversamente dagli altri e con più eccellenza: “Uscì dal Giordano” - è detto - “pieno di Spirito Santo” (Lc 4,1s); e, immediatamente, fu spinto da lui nel deserto. A tutti gli altri lo Spirito viene dato solo in una certa misura (cf. Gv 3,34); ed è in questa stessa misura che essi sono spinti in tutte le loro azioni. Ma egli ha ricevuto la pienezza della divinità, che si è compiaciuta di abitare corporalmente in lui (cf. Col 2,8): per cui, egli è spinto più poderosamente e vigorosamente ad eseguire gli ordini del Padre
 
Papa Francesco (Angelus 10 Marzo 2019): Il Vangelo di questa prima domenica di Quaresima (cfr Lc 4,1-13) narra l’esperienza delle tentazioni di Gesù nel deserto. Dopo aver digiunato per quaranta giorni, Gesù è tentato tre volte dal diavolo. Costui prima lo invita a trasformare una pietra in pane (v. 3); poi gli mostra dall’alto i regni della terra e gli prospetta di diventare un messia potente e glorioso (vv. 5-6); infine lo conduce sul punto più alto del tempio di Gerusalemme e lo invita a buttarsi giù, per manifestare in maniera spettacolare la sua potenza divina (vv. 9-11). Le tre tentazioni indicano tre strade che il mondo sempre propone promettendo grandi successi, tre strade per ingannarci: l’avidità di possesso - avere, avere, avere -, la gloria umana e la strumentalizzazione di Dio. Sono tre strade che ci porteranno alla rovina.
La prima, la strada dell’avidità di possesso. È sempre questa la logica insidiosa del diavolo. Egli parte dal naturale e legittimo bisogno di nutrirsi, di vivere, di realizzarsi, di essere felici, per spingerci a credere che tutto ciò è possibile senza Dio, anzi, persino contro di Lui. Ma Gesù si oppone dicendo: «Sta scritto: “Non di solo pane vivrà l’uomo”» (v. 4). Ricordando il lungo cammino del popolo eletto attraverso il deserto, Gesù afferma di volersi abbandonare con piena fiducia alla provvidenza del Padre, che sempre si prende cura dei suoi figli.
La seconda tentazione: la strada della gloria umana. Il diavolo dice: «Se ti prostrerai in adorazione dinanzi a me, tutto sarà tuo» (v. 7). Si può perdere ogni dignità personale, ci si lascia corrompere dagli idoli del denaro, del successo e del potere, pur di raggiungere la propria autoaffermazione. E si gusta l’ebbrezza di una gioia vuota che ben presto svanisce. E questo ci porta anche a fare “i pavoni”, la vanità, ma questo svanisce. Per questo Gesù risponde: «Solo al Signore Dio tuo ti prostrerai, lui solo adorerai» (v. 8).
E poi la terza tentazione: strumentalizzare Dio a proprio vantaggio. Al diavolo che, citando le Scritture, lo invita a cercare da Dio un miracolo eclatante, Gesù oppone di nuovo la ferma decisione di rimanere umile, rimanere fiducioso di fronte al Padre: «È stato detto: “Non metterai alla prova il Signore tuo Dio”» (v. 12). E così respinge la tentazione forse più sottile: quella di voler “tirare Dio dalla nostra parte”, chiedendogli grazie che in realtà servono e serviranno a soddisfare il nostro orgoglio.
Sono queste le strade che ci vengono messe davanti, con l’illusione di poter così ottenere il successo e la felicità. Ma, in realtà, esse sono del tutto estranee al modo di agire di Dio; anzi, di fatto ci separano da Dio, perché sono opera di Satana. Gesù, affrontando in prima persona queste prove, vince per tre volte la tentazione per aderire pienamente al progetto del Padre. E ci indica i rimedi: la vita interiore, la fede in Dio, la certezza del suo amore, la certezza che Dio ci ama, che è Padre, e con questa certezza vinceremo ogni tentazione.
Ma c’è una cosa, su cui vorrei attirare l’attenzione, una cosa interessante. Gesù nel rispondere al tentatore non entra in dialogo, ma risponde alle tre sfide soltanto con la Parola di Dio. Questo ci insegna che con il diavolo non si dialoga, non si deve dialogare, soltanto gli si risponde con la Parola di Dio.
Approfittiamo dunque della Quaresima, come di un tempo privilegiato per purificarci, per sperimentare la consolante presenza di Dio nella nostra vita.
La materna intercessione della Vergine Maria, icona di fedeltà a Dio, ci sostenga nel nostro cammino, aiutandoci a rigettare sempre il male e ad accogliere il bene.
 
Il Santo del Giorno - 6 Marzo 2022 - San Marciano, vescovo e martire - Marciano (o Marziano) è indicato dalla tradizione come protovescovo di Tortona (Alessandria), diocesi di cui è patrono. Di famiglia pagana, sarebbe stato convertito da san Barnaba, compagno di san Paolo e confermato poi nella fede da san Siro, vescovo di Pavia. Per 45 anni pastore di Tortona, sarebbe morto martire sotto l’imperatore Adriano tra il 117 e il 138. Da alcuni documenti del secolo VIII che ne parlano, non risulta vescovo. È Valafrido Strabone che, in occasione della costruzione di una chiesa in onore del santo, lo indica come primo vescovo della comunità derthonese e martire. Le reliquie, ritrovate sulla riva sinistra della Scrivia dal vescovo sant’Innocenzo (suo successore del IV secolo), sono nella cattedrale di Tortona. L’osso di un indice è conservato dalla fine del XVII secolo a Genola (Cuneo), di cui è anche patrono. (Avvenire)
 
Ci hai saziati, o Signore, con il pane del cielo che alimenta la fede, accresce la speranza e rafforza la carità: insegnaci ad aver fame di Cristo, pane vivo e vero, e a nutrirci di ogni parola che esce dalla tua  bocca. Per Cristo nostro Signore.
 
Orazione sul popolo
Scenda, o Signore, sul tuo popolo
l’abbondanza della tua benedizione,
perché cresca la sua speranza nella prova,
sia rafforzato il suo vigore nella tentazione
e gli sia donata la salvezza eterna.
Per Cristo nostro Signore.