5 Marzo 2022
Sabato dopo le Ceneri
Is 58,9b-14; Sal 85 (86); Lc 5,27-32
Il Santo del Giorno - 5 Marzo 2022 - San Foca l’Ortolano Martire: Accanto ai grandi martiri dei primi anni del secondo secolo come Ignazio di Antiochia e Simeone di Gerusalemme, ultimo dei parenti immediati di Gesù, troviamo anche un ortolano, di nome Foca, abitante a Sinope, nel Ponto Eusino. Era apprezzato e benvoluto da tutti per la sua generosità e la sua ospitalità e di queste sue virtù diede una commovente dimostrazione agli stessi carnefici, incaricati di eseguire la sentenza capitale pronunciata contro di lui. Evidentemente i carnefici non lo conoscevano di persona, perché, entrati in casa sua per avere delle indicazioni, furono generosamente invitati a pranzo dall’ortolano. Mentre i due si rifocillavano, Foca andò nell’orto a scavarsi la fossa; quindi tornò in casa e dichiarò la propria identità ai carnefici, pregandoli di non porre indugi all’esecuzione della sentenza. Fu accontentato e pochi istanti dopo il suo corpo cadeva nella fossa appena scavata. (Avvenire)
Colletta
Dio onnipotente ed eterno,
guarda con paterna bontà la nostra debolezza,
e stendi la tua mano potente a nostra protezione.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
Benedetto XVI (Udienza Generale 30 Agosto 2006): [Matteo] risulta sempre presente negli elenchi dei Dodici scelti da Gesù (cfr Mt 10,3; Mc 3,18; Lc 6,15; At 1,13). Il suo nome ebraico significa “dono di Dio”. Il primo Vangelo canonico, che va sotto il suo nome, ce lo presenta nell’elenco dei Dodici con una qualifica ben precisa: “il pubblicano” (Mt 10,3). In questo modo egli viene identificato con l’uomo seduto al banco delle imposte, che Gesù chiama alla propria sequela: “Andando via di là, Gesù vide un uomo seduto al banco delle imposte, chiamato Matteo, e gli disse: «Seguimi!». Ed egli si alzò e lo seguì” (Mt 9,9). Anche Marco (cfr 2,13-17) e Luca (cfr 5,27-30) raccontano la chiamata dell’uomo seduto al banco delle imposte, ma lo chiamano “Levi”. Per immaginare la scena descritta in Mt 9,9 è sufficiente ricordare la magnifica tela di Caravaggio, conservata qui a Roma nella chiesa di San Luigi dei Francesi. Dai Vangeli emerge un ulteriore particolare biografico: nel passo che precede immediatamente il racconto della chiamata viene riferito un miracolo compiuto da Gesù a Cafarnao (cfr Mt 9,1-8; Mc 2,1-12) e si accenna alla prossimità del Mare di Galilea, cioè del Lago di Tiberiade (cfr Mc 2,13-14). Si può da ciò dedurre che Matteo esercitasse la funzione di esattore a Cafarnao, posta appunto “presso il mare” (Mt 4,13), dove Gesù era ospite fisso nella casa di Pietro.
Sulla base di queste semplici constatazioni che risultano dal Vangelo possiamo avanzare un paio di riflessioni. La prima è che Gesù accoglie nel gruppo dei suoi intimi un uomo che, secondo le concezioni in voga nell’Israele del tempo, era considerato un pubblico peccatore. Matteo, infatti, non solo maneggiava denaro ritenuto impuro a motivo della sua provenienza da gente estranea al popolo di Dio, ma collaborava anche con un’autorità straniera odiosamente avida, i cui tributi potevano essere determinati anche in modo arbitrario. Per questi motivi, più di una volta i Vangeli parlano unitariamente di “pubblicani e peccatori” (Mt 9,10; Lc 15,1), di “pubblicani e prostitute” (Mt 21,31). Inoltre essi vedono nei pubblicani un esempio di grettezza (cfr Mt 5,46: amano solo coloro che li amano) e menzionano uno di loro, Zaccheo, come “capo dei pubblicani e ricco” (Lc 19,2), mentre l’opinione popolare li associava a “ladri, ingiusti, adulteri” (Lc 18, 11). Un primo dato salta all’occhio sulla base di questi accenni: Gesù non esclude nessuno dalla propria amicizia. Anzi, proprio mentre si trova a tavola in casa di Matteo-Levi, in risposta a chi esprimeva scandalo per il fatto che egli frequentava compagnie poco raccomandabili, pronuncia l’importante dichiarazione: “Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati: non sono venuto a chiamare i giusti ma i peccatori” (Mc 2,17).
Il buon annuncio del Vangelo consiste proprio in questo: nell’offerta della grazia di Dio al peccatore!
I Lettura: Il vero culto è l’esercizio concreto della carità e della misericordia verso i fratelli più bisognosi. Il culto è sincero se rende il fedele attento alla presenza dell’altro, altrimenti è sterile ritualismo. Lo stesso insegnamento è presente nel Nuovo Testamento. Quando verrà Cristo a giudicare i vivi e i morti, il giudizio verterà appunto sulla carità: “Venite [...] ricevete in eredità il regno preparato per voi [...]. Perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi” (Mt 25,34-36).
Vangelo: Levi preparò a Gesù un grande banchetto nella sua casa, mettersi a tavola con i pubblicani e i peccatori, per la Legge giudaica, significava rendersi impuri. Alle proteste dei farisei, sempiterni scandalizzati di tutti e di tutto quello che non rientrava nel loro modo di pensare, Gesù risponde con un proverbio abbastanza eloquente: Gesù non è venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori, perché diventino giusti attraverso la loro fede in lui (cfr. Gal 2,16), attraverso l’abbandono totale e fiducioso in lui, che «è stato consegnato alla morte a causa delle nostre colpe ed è stato risuscitato per la nostra giustificazione» (Rom 4,25).
Dal Vangelo secondo Luca 5,27-32: In quel tempo, Gesù vide un pubblicano di nome Levi, seduto al banco delle imposte, e gli disse: «Seguimi!». Ed egli, lasciando tutto, si alzò e lo seguì.
Poi Levi gli preparò un grande banchetto nella sua casa.
C’era una folla numerosa di pubblicani e d’altra gente, che erano con loro a tavola.
I farisei e i loro scribi mormoravano e dicevano ai suoi discepoli: «Come mai mangiate e bevete insieme ai pubblicani e ai peccatori?».
Gesù rispose loro: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati; io non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori perché si convertano».
La Bibbia di Navarra: Levi, più noto con il nome di Matteo, risponde con generosità e prontezza alla chiamata di Gesù. Per festeggiare la vocazione, ed esprimere la propria riconoscenza al Signore, dà un grande banchetto. Questo passo del Vangelo pone in chiaro risalto come la vocazione sia un gran bene, del quale bisogna rallegrarsi. Se soffermiamo la nostra attenzione sulla rinunzia, sulle cose che occorre lasciare, e non consideriamo il dono di Dio, il bene che egli opera in noi e per mezzo di noi, potremmo essere colti dallo sconforto. come il giovane ricco che non volle abbandonare le sue ricchezze e se ne andò triste (Lc 18,18). Ben diverso è il comportamento di Matteo, e quello dei Magi, che “al vedere la stella, provarono una grandissima gioia” (Mt2.10). Infatti. pur di adorare il Dio appena nato, non badarono alle fatiche e agli inconvenienti del viaggio. Questo modo d’agire del Signore significa che l’unica giustificazione che possiamo vantare per essere salvati è quella di riconoscerei peccatori davanti a Dio, in tutta schiettezza e umiltà.
La misericordia di Dio nel centro del Vangelo - I Giorni del Signore (Commento delle Letture Domenicali): La misericordia di Dio forma la trama di tutta la storia della salvezza e dell’alleanza fin dalle loro origini. Essa è l’oggetto della fede, della speranza e dell’azione di grazie cantate a gara dai salmi, preghiere ispirate che i credenti di ogni tempo hanno fatto proprie e ridicono sempre con fervore.
Questa misericordia divina, Gesù l’ha insegnata in tutti i modi, e non solo con le parole. Egli ne è l’immagine vivente, l’incarnazione. Il suo modo di accogliere i peccatori, andare verso di loro, condividere l’intimità significativa della loro mensa ha rivelato agli occhi di tutti il Dio di misericordia. Credere in lui è ritrovare la speranza indefettibile nell’avvento della salvezza offerta a tutti, perché lui, Gesù nostro Signore, «si è consegnato per le nostre colpe» e perché egli è «risorto per la nostra giustificazione».
La Chiesa, comunità di peccatori ai quali Dio ha concesso la sia misericordia, deve, seguendo l’esempio del Signore, annunciare la buona novella e renderla visibile col proprio modo di essere, di comportarsi verso i peccatori e i pubblicani.
Proclamati durante la celebrazione dell’eucaristia, i testi biblici di questa domenica prendono tutto il loro rilievo. Nel momento di comunicarci - «Beati gli invitati alla cena del Signore» - noi diciamo: «O Signore, non sono degno di partecipare alla tua mensa». Non basta dirlo. Occorre comportarsi conformemente a ciò che si è, e agire come colui che si riceve: il corpo del Cristo che ha mangiato coi peccatori e i pubblicani, che tiene la tavola imbandita per quei peccatori e pubblicani che noi siamo. Dire «Amen» ricevendo la comunione è rispondere all’invito: «Seguimi, sii nella Chiesa e nel mondo testimone della mia misericordia».
La misericordia di Dio e del Salvatore - Carlo Tomasini (Misericordia in Schede Bibliche Pastorali): Sul tema della misericordia di Dio, il Nuovo Testamento riprende l’insegnamento dell’Antico Testamento. Anzi, nel Nuovo Testamento l’attributo divino della misericordia acquista particolare rilievo, perché la buona novella, l’evento salvifico giunto al suo compimento in Cristo, è appunto una rivelazione di misericordia. Maria, nel Magnificat, canta con le parole dei salmi la misericordia divina manifestatasi in lei (Lc. 1,50); questa misericordia viene legata alla sua fedeltà, e quindi richiama l’idea del patto: «Ha soccorso Israele, suo servo, ricordandosi della sua misericordia» (Lc. 1,54).
Di questa misericordia si dice che Dio è “ricco” (Ef. 2,4); questa misericordia viene detta “grande” (1Pt. 1,3). La misericordia divina si manifesta con l’aiuto nelle necessità fisiche; così l’uomo che era stato indemoniato viene esortato ad annunciare come frutto della misericordia divina la sua guarigione (Mc. 5,19). Il ministero apostolico di Paolo viene più volte descritto come un frutto della divina misericordia, che liberamente lo ha chiamato e lo ha scelto per fare di lui una manifestazione di essa (1Cor. 7,25; 2Cor. 4,1); uno scorcio particolarmente suggestivo di questa riflessione di Paolo su se stesso come oggetto di misericordia e sul significato di questa misericordia lo troviamo nella 1Timoteo: “Io che per l’innanzi ero un bestemmiatore, un persecutore e un violento; ma mi è stata usata misericordia, perché agivo senza saperlo lontano dalla fede; e la grazia del nostro Signore ha sovrabbondato insieme alla fede e alla carità che sono in Cristo Gesù. È sicura questa affermazione e degna di essere accettata: Cristo Gesù venne nel mondo per salvare i peccatori, e di questi il primo sono io! Ma fu usata misericordia con me, perché Gesù Cristo volle dimostrare in me, per primo, tutta la sua longanimità, ad esempio di quanti avrebbero creduto in lui per avere la vita eterna” (1Tim. 1,13-16).
La misericordia divina è vista qui in quella che ne è la manifestazione più tipica, il perdono dei peccati. Ne viene vista l’espressione fondamentale, l’evento salvifico della redenzione di Cristo; e la chiamata dell’apostolo che era stato persecutore viene vista come un esempio di questo appello misericordioso ai peccatori. Una più profonda riflessione teologica sulle caratteristiche della misericordia divina si trova in Rom. 9,15-22. Si riprendono qui dei testi e delle tematiche dell’Antico Testamento per mostrare che la misericordia divina è assolutamente gratuita, si esercita secondo il divino beneplacito, e non le si può chieder conto dei criteri secondo i quali sceglie i suoi eletti. Tutta la storia della salvezza è vista da Paolo sotto il segno della divina misericordia (Rom. 11,30-32; 15,8; Tito 3,5). Il giudizio finale viene visto come momento di misericordia per i giusti (Mt. 5,7). Cristo viene detto “misericordioso” in Ebr. 2,11.
Tutto il suo atteggiamento si manifesta come una rivelazione della misericordia divina. L’idea del Nuovo Testamento, che presenta Cristo come il rivelatore di Dio, si manifesta particolarmente per quanto riguarda questa caratteristica della misericordia.
Tutto il Nuovo Testamento può essere considerato una rivelazione dell’amore misericordioso di Dio, manifestatosi in Gesù Cristo attraverso la morte redentrice che libera i peccatori dal loro stato di inimicizia con Dio.
Ricordiamo solo un passo che ci manifesta in maniera tipica questo atteggiamento di Gesù verso gli uomini. Richiesto indirettamente dai farisei sulle motivazioni del suo stare a mensa coi pubblicani e coi peccatori, Gesù risponde in Mt. 9,12-13: «Non sono i sani ad avere bisogno del medico, ma i malati. Andate a imparare che cosa significhi: Voglio la misericordia e non il sacrificio; non sono venuto infatti a chiamare i giusti ma i peccatori». Una sintesi sul pensiero e i sentimenti di Gesù verso l’umana miseria ci è data nel cap. 15° da Luca, noto come «il vangelo della misericordia».
Levi il pubblicano chiamato a seguire Gesù - Cirillo di Alessandria, Commento a Luca, omelia 12: Levi era un pubblicano, un uomo avido di denaro disonesto, pieno di una incontrollata brama di possesso, privo di giustizia nella sua cupidigia di avere quello che non gli apparteneva. Queste erano le caratteristiche dei pubblicani. Eppure egli fu strappato dallo stesso negozio del peccato e salvato quando non c’era speranza per lui, con la chiamata di Cristo, il Salvatore di noi tutti.
Gesù gli ha detto infatti: Seguimi. Ed egli lasciò tutto e lo seguì. È vero quello che dice il sapientissimo Paolo: Il Cristo è venuto per salvare i peccatori (1T m 1,15) Vedete come l’Unigenito Verbo di Dio, avendo preso la carne su di sé, ha trasferito a se stesso i beni del diavolo?
O Signore, che ci hai nutriti alla tua mensa,
fa’ che il sacramento celebrato in questa vita
sia per noi pegno di salvezza eterna.
Per Cristo nostro Signore.
Orazione sul popolo ad libitum
Nella tua bontà soccorri, o Signore, questo popolo
che ha partecipato ai santi misteri,
perché non sia sopraffatto dai pericoli
chi si affida alla tua protezione.
Per Cristo nostro Signore.
Colletta
Dio onnipotente ed eterno,
guarda con paterna bontà la nostra debolezza,
e stendi la tua mano potente a nostra protezione.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
Benedetto XVI (Udienza Generale 30 Agosto 2006): [Matteo] risulta sempre presente negli elenchi dei Dodici scelti da Gesù (cfr Mt 10,3; Mc 3,18; Lc 6,15; At 1,13). Il suo nome ebraico significa “dono di Dio”. Il primo Vangelo canonico, che va sotto il suo nome, ce lo presenta nell’elenco dei Dodici con una qualifica ben precisa: “il pubblicano” (Mt 10,3). In questo modo egli viene identificato con l’uomo seduto al banco delle imposte, che Gesù chiama alla propria sequela: “Andando via di là, Gesù vide un uomo seduto al banco delle imposte, chiamato Matteo, e gli disse: «Seguimi!». Ed egli si alzò e lo seguì” (Mt 9,9). Anche Marco (cfr 2,13-17) e Luca (cfr 5,27-30) raccontano la chiamata dell’uomo seduto al banco delle imposte, ma lo chiamano “Levi”. Per immaginare la scena descritta in Mt 9,9 è sufficiente ricordare la magnifica tela di Caravaggio, conservata qui a Roma nella chiesa di San Luigi dei Francesi. Dai Vangeli emerge un ulteriore particolare biografico: nel passo che precede immediatamente il racconto della chiamata viene riferito un miracolo compiuto da Gesù a Cafarnao (cfr Mt 9,1-8; Mc 2,1-12) e si accenna alla prossimità del Mare di Galilea, cioè del Lago di Tiberiade (cfr Mc 2,13-14). Si può da ciò dedurre che Matteo esercitasse la funzione di esattore a Cafarnao, posta appunto “presso il mare” (Mt 4,13), dove Gesù era ospite fisso nella casa di Pietro.
I Lettura: Il vero culto è l’esercizio concreto della carità e della misericordia verso i fratelli più bisognosi. Il culto è sincero se rende il fedele attento alla presenza dell’altro, altrimenti è sterile ritualismo. Lo stesso insegnamento è presente nel Nuovo Testamento. Quando verrà Cristo a giudicare i vivi e i morti, il giudizio verterà appunto sulla carità: “Venite [...] ricevete in eredità il regno preparato per voi [...]. Perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi” (Mt 25,34-36).
Vangelo: Levi preparò a Gesù un grande banchetto nella sua casa, mettersi a tavola con i pubblicani e i peccatori, per la Legge giudaica, significava rendersi impuri. Alle proteste dei farisei, sempiterni scandalizzati di tutti e di tutto quello che non rientrava nel loro modo di pensare, Gesù risponde con un proverbio abbastanza eloquente: Gesù non è venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori, perché diventino giusti attraverso la loro fede in lui (cfr. Gal 2,16), attraverso l’abbandono totale e fiducioso in lui, che «è stato consegnato alla morte a causa delle nostre colpe ed è stato risuscitato per la nostra giustificazione» (Rom 4,25).
Dal Vangelo secondo Luca 5,27-32: In quel tempo, Gesù vide un pubblicano di nome Levi, seduto al banco delle imposte, e gli disse: «Seguimi!». Ed egli, lasciando tutto, si alzò e lo seguì.
C’era una folla numerosa di pubblicani e d’altra gente, che erano con loro a tavola.
I farisei e i loro scribi mormoravano e dicevano ai suoi discepoli: «Come mai mangiate e bevete insieme ai pubblicani e ai peccatori?».
Gesù rispose loro: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati; io non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori perché si convertano».
La Bibbia di Navarra: Levi, più noto con il nome di Matteo, risponde con generosità e prontezza alla chiamata di Gesù. Per festeggiare la vocazione, ed esprimere la propria riconoscenza al Signore, dà un grande banchetto. Questo passo del Vangelo pone in chiaro risalto come la vocazione sia un gran bene, del quale bisogna rallegrarsi. Se soffermiamo la nostra attenzione sulla rinunzia, sulle cose che occorre lasciare, e non consideriamo il dono di Dio, il bene che egli opera in noi e per mezzo di noi, potremmo essere colti dallo sconforto. come il giovane ricco che non volle abbandonare le sue ricchezze e se ne andò triste (Lc 18,18). Ben diverso è il comportamento di Matteo, e quello dei Magi, che “al vedere la stella, provarono una grandissima gioia” (Mt2.10). Infatti. pur di adorare il Dio appena nato, non badarono alle fatiche e agli inconvenienti del viaggio. Questo modo d’agire del Signore significa che l’unica giustificazione che possiamo vantare per essere salvati è quella di riconoscerei peccatori davanti a Dio, in tutta schiettezza e umiltà.
La misericordia di Dio nel centro del Vangelo - I Giorni del Signore (Commento delle Letture Domenicali): La misericordia di Dio forma la trama di tutta la storia della salvezza e dell’alleanza fin dalle loro origini. Essa è l’oggetto della fede, della speranza e dell’azione di grazie cantate a gara dai salmi, preghiere ispirate che i credenti di ogni tempo hanno fatto proprie e ridicono sempre con fervore.
La Chiesa, comunità di peccatori ai quali Dio ha concesso la sia misericordia, deve, seguendo l’esempio del Signore, annunciare la buona novella e renderla visibile col proprio modo di essere, di comportarsi verso i peccatori e i pubblicani.
Proclamati durante la celebrazione dell’eucaristia, i testi biblici di questa domenica prendono tutto il loro rilievo. Nel momento di comunicarci - «Beati gli invitati alla cena del Signore» - noi diciamo: «O Signore, non sono degno di partecipare alla tua mensa». Non basta dirlo. Occorre comportarsi conformemente a ciò che si è, e agire come colui che si riceve: il corpo del Cristo che ha mangiato coi peccatori e i pubblicani, che tiene la tavola imbandita per quei peccatori e pubblicani che noi siamo. Dire «Amen» ricevendo la comunione è rispondere all’invito: «Seguimi, sii nella Chiesa e nel mondo testimone della mia misericordia».
La misericordia di Dio e del Salvatore - Carlo Tomasini (Misericordia in Schede Bibliche Pastorali): Sul tema della misericordia di Dio, il Nuovo Testamento riprende l’insegnamento dell’Antico Testamento. Anzi, nel Nuovo Testamento l’attributo divino della misericordia acquista particolare rilievo, perché la buona novella, l’evento salvifico giunto al suo compimento in Cristo, è appunto una rivelazione di misericordia. Maria, nel Magnificat, canta con le parole dei salmi la misericordia divina manifestatasi in lei (Lc. 1,50); questa misericordia viene legata alla sua fedeltà, e quindi richiama l’idea del patto: «Ha soccorso Israele, suo servo, ricordandosi della sua misericordia» (Lc. 1,54).
Tutto il Nuovo Testamento può essere considerato una rivelazione dell’amore misericordioso di Dio, manifestatosi in Gesù Cristo attraverso la morte redentrice che libera i peccatori dal loro stato di inimicizia con Dio.
Ricordiamo solo un passo che ci manifesta in maniera tipica questo atteggiamento di Gesù verso gli uomini. Richiesto indirettamente dai farisei sulle motivazioni del suo stare a mensa coi pubblicani e coi peccatori, Gesù risponde in Mt. 9,12-13: «Non sono i sani ad avere bisogno del medico, ma i malati. Andate a imparare che cosa significhi: Voglio la misericordia e non il sacrificio; non sono venuto infatti a chiamare i giusti ma i peccatori». Una sintesi sul pensiero e i sentimenti di Gesù verso l’umana miseria ci è data nel cap. 15° da Luca, noto come «il vangelo della misericordia».
Levi il pubblicano chiamato a seguire Gesù - Cirillo di Alessandria, Commento a Luca, omelia 12: Levi era un pubblicano, un uomo avido di denaro disonesto, pieno di una incontrollata brama di possesso, privo di giustizia nella sua cupidigia di avere quello che non gli apparteneva. Queste erano le caratteristiche dei pubblicani. Eppure egli fu strappato dallo stesso negozio del peccato e salvato quando non c’era speranza per lui, con la chiamata di Cristo, il Salvatore di noi tutti.
O Signore, che ci hai nutriti alla tua mensa,
fa’ che il sacramento celebrato in questa vita
sia per noi pegno di salvezza eterna.
Per Cristo nostro Signore.
Orazione sul popolo ad libitum
Nella tua bontà soccorri, o Signore, questo popolo
che ha partecipato ai santi misteri,
perché non sia sopraffatto dai pericoli
chi si affida alla tua protezione.
Per Cristo nostro Signore.