5 Marzo 2022
 
Sabato dopo le Ceneri
 
Is 58,9b-14; Sal 85 (86); Lc 5,27-32
 
Il Santo del Giorno - 5 Marzo 2022 - San Foca l’Ortolano Martire: Accanto ai grandi martiri dei primi anni del secondo secolo come Ignazio di Antiochia e Simeone di Gerusalemme, ultimo dei parenti immediati di Gesù, troviamo anche un ortolano, di nome Foca, abitante a Sinope, nel Ponto Eusino. Era apprezzato e benvoluto da tutti per la sua generosità e la sua ospitalità e di queste sue virtù diede una commovente dimostrazione agli stessi carnefici, incaricati di eseguire la sentenza capitale pronunciata contro di lui. Evidentemente i carnefici non lo conoscevano di persona, perché, entrati in casa sua per avere delle indicazioni, furono generosamente invitati a pranzo dall’ortolano. Mentre i due si rifocillavano, Foca andò nell’orto a scavarsi la fossa; quindi tornò in casa e dichiarò la propria identità ai carnefici, pregandoli di non porre indugi all’esecuzione della sentenza. Fu accontentato e pochi istanti dopo il suo corpo cadeva nella fossa appena scavata. (Avvenire)
 
Colletta
Dio onnipotente ed eterno,
guarda con paterna bontà la nostra debolezza,
e stendi la tua mano potente a nostra protezione.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
Benedetto XVI (Udienza Generale 30 Agosto 2006): [Matteo] risulta sempre presente negli elenchi dei Dodici scelti da Gesù (cfr Mt 10,3; Mc 3,18; Lc 6,15; At 1,13). Il suo nome ebraico significa “dono di Dio”. Il primo Vangelo canonico, che va sotto il suo nome, ce lo presenta nell’elenco dei Dodici con una qualifica ben precisa: “il pubblicano” (Mt 10,3). In questo modo egli viene identificato con l’uomo seduto al banco delle imposte, che Gesù chiama alla propria sequela: “Andando via di là, Gesù vide un uomo seduto al banco delle imposte, chiamato Matteo, e gli disse: «Seguimi!». Ed egli si alzò e lo seguì” (Mt 9,9). Anche Marco (cfr 2,13-17) e Luca (cfr 5,27-30) raccontano la chiamata dell’uomo seduto al banco delle imposte, ma lo chiamano “Levi”. Per immaginare la scena descritta in Mt 9,9 è sufficiente ricordare la magnifica tela di Caravaggio, conservata qui a Roma nella chiesa di San Luigi dei Francesi. Dai Vangeli emerge un ulteriore particolare biografico: nel passo che precede immediatamente il racconto della chiamata viene riferito un miracolo compiuto da Gesù a Cafarnao (cfr Mt 9,1-8; Mc 2,1-12) e si accenna alla prossimità del Mare di Galilea, cioè del Lago di Tiberiade (cfr Mc 2,13-14). Si può da ciò dedurre che Matteo esercitasse la funzione di esattore a Cafarnao, posta appunto “presso il mare” (Mt 4,13), dove Gesù era ospite fisso nella casa di Pietro.
Sulla base di queste semplici constatazioni che risultano dal Vangelo possiamo avanzare un paio di riflessioni. La prima è che Gesù accoglie nel gruppo dei suoi intimi un uomo che, secondo le concezioni in voga nell’Israele del tempo, era considerato un pubblico peccatore. Matteo, infatti, non solo maneggiava denaro ritenuto impuro a motivo della sua provenienza da gente estranea al popolo di Dio, ma collaborava anche con un’autorità straniera odiosamente avida, i cui tributi potevano essere determinati anche in modo arbitrario. Per questi motivi, più di una volta i Vangeli parlano unitariamente di “pubblicani e peccatori” (Mt 9,10; Lc 15,1), di “pubblicani e prostitute” (Mt 21,31). Inoltre essi vedono nei pubblicani un esempio di grettezza (cfr Mt 5,46: amano solo coloro che li amano) e menzionano uno di loro, Zaccheo, come “capo dei pubblicani e ricco” (Lc 19,2), mentre l’opinione popolare li associava a “ladri, ingiusti, adulteri” (Lc 18, 11). Un primo dato salta all’occhio sulla base di questi accenni: Gesù non esclude nessuno dalla propria amicizia. Anzi, proprio mentre si trova a tavola in casa di Matteo-Levi, in risposta a chi esprimeva scandalo per il fatto che egli frequentava compagnie poco raccomandabili, pronuncia l’importante dichiarazione: “Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati: non sono venuto a chiamare i giusti ma i peccatori” (Mc 2,17).
Il buon annuncio del Vangelo consiste proprio in questo: nell’offerta della grazia di Dio al peccatore!
 
I Lettura: Il vero culto è l’esercizio concreto della carità e della misericordia verso i fratelli più bisognosi. Il culto è sincero se rende il fedele attento alla presenza dell’altro, altrimenti è sterile ritualismo. Lo stesso insegnamento è presente nel Nuovo Testamento. Quando verrà Cristo a giudicare i vivi e i morti, il giudizio verterà appunto sulla carità: “Venite [...] ricevete in eredità il regno preparato per voi [...]. Perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi” (Mt 25,34-36).
 
Vangelo: Levi preparò a Gesù un grande banchetto nella sua casa, mettersi a tavola con i pubblicani e i peccatori, per la Legge giudaica, significava rendersi impuri. Alle proteste dei farisei, sempiterni scandalizzati di tutti e di tutto quello che non rientrava nel loro modo di pensare, Gesù risponde con un proverbio abbastanza eloquente: Gesù non è venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori, perché diventino giusti attraverso la loro fede in lui (cfr. Gal 2,16), attraverso l’abbandono totale e fiducioso in lui, che «è stato consegnato alla morte a causa delle nostre colpe ed è stato risuscitato per la nostra giustificazione» (Rom 4,25).
 
Dal Vangelo secondo Luca 5,27-32: In quel tempo, Gesù vide un pubblicano di nome Levi, seduto al banco delle imposte, e gli disse: «Seguimi!». Ed egli, lasciando tutto, si alzò e lo seguì.
Poi Levi gli preparò un grande banchetto nella sua casa.
C’era una folla numerosa di pubblicani e d’altra gente, che erano con loro a tavola.
I farisei e i loro scribi mormoravano e dicevano ai suoi discepoli: «Come mai mangiate e bevete insieme ai pubblicani e ai peccatori?».
Gesù rispose loro: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati; io non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori perché si convertano».
 
La Bibbia di Navarra: Levi, più noto con il nome di Matteo, risponde con generosità e prontezza alla chiamata di Gesù. Per festeggiare la vocazione, ed esprimere la propria riconoscenza al Signore, dà un grande banchetto. Questo passo del Vangelo pone in chiaro risalto come la vocazione sia un gran bene, del quale bisogna rallegrarsi. Se soffermiamo la nostra attenzione sulla rinunzia, sulle cose che occorre lasciare, e non consideriamo il dono di Dio, il bene che egli opera in noi e per mezzo di noi, potremmo essere colti dallo sconforto. come il giovane ricco che non volle abbandonare le sue ricchezze e se ne andò triste (Lc 18,18). Ben diverso è il comportamento di Matteo, e quello dei Magi, che “al vedere la stella, provarono una grandissima gioia” (Mt2.10). Infatti. pur di adorare il Dio appena nato, non badarono alle fatiche e agli inconvenienti del viaggio. Questo modo d’agire del Signore significa che l’unica giustificazione che possiamo vantare per essere salvati è quella di riconoscerei peccatori davanti a Dio, in tutta schiettezza e umiltà.
 
La misericordia di Dio nel centro del Vangelo - I Giorni del Signore (Commento delle Letture Domenicali): La misericordia di Dio forma la trama di tutta la storia della salvezza e dell’alleanza fin dalle loro origini. Essa è l’oggetto della fede, della speranza e dell’azione di grazie cantate a gara dai salmi, preghiere ispirate che i credenti di ogni tempo hanno fatto proprie e ridicono sempre con fervore.
Questa misericordia divina, Gesù l’ha insegnata in tutti i modi, e non solo con le parole. Egli ne è l’immagine vivente, l’incarnazione. Il suo modo di accogliere i peccatori, andare verso di loro, condividere l’intimità significativa della loro mensa ha rivelato agli occhi di tutti il Dio di misericordia. Credere in lui è ritrovare la speranza indefettibile nell’avvento della salvezza offerta a tutti, perché lui, Gesù nostro Signore, «si è consegnato per le nostre colpe» e perché egli è «risorto per la nostra giustificazione».
La Chiesa, comunità di peccatori ai quali Dio ha concesso la sia misericordia, deve, seguendo l’esempio del Signore, annunciare la buona novella e renderla visibile col proprio modo di essere, di comportarsi verso i peccatori e i pubblicani.
Proclamati durante la celebrazione dell’eucaristia, i testi biblici di questa domenica prendono tutto il loro rilievo. Nel momento di comunicarci - «Beati gli invitati alla cena del Signore» - noi diciamo: «O Signore, non sono degno di partecipare alla tua mensa». Non basta dirlo. Occorre comportarsi conformemente a ciò che si è, e agire come colui che si riceve: il corpo del Cristo che ha mangiato coi peccatori e i pubblicani, che tiene la tavola imbandita per quei peccatori e pubblicani che noi siamo. Dire «Amen» ricevendo la comunione è rispondere all’invito: «Seguimi, sii nella Chiesa e nel mondo testimone della mia misericordia».
 
La misericordia di Dio e del Salvatore - Carlo Tomasini (Misericordia in Schede Bibliche Pastorali): Sul tema della misericordia di Dio, il Nuovo Testamento riprende l’insegnamento dell’Antico Testamento. Anzi, nel Nuovo Testamento l’attributo divino della misericordia acquista particolare rilievo, perché la buona novella, l’evento salvifico giunto al suo compimento in Cristo, è appunto una rivelazione di misericordia. Maria, nel Magnificat, canta con le parole dei salmi la misericordia divina manifestatasi in lei (Lc. 1,50); questa misericordia viene legata alla sua fedeltà, e quindi richiama l’idea del patto: «Ha soccorso Israele, suo servo, ricordandosi della sua mise­ricordia» (Lc. 1,54).
Di questa misericordia si dice che Dio è “ricco” (Ef. 2,4); questa misericordia viene detta “grande” (1Pt. 1,3). La misericordia divina si manifesta con l’aiuto nelle necessità fisiche; così l’uomo che era stato indemoniato viene esortato ad annunciare come frutto della misericordia divina la sua guarigione (Mc. 5,19). Il ministero apostolico di Paolo viene più volte descritto come un frutto della divina misericordia, che liberamente lo ha chiamato e lo ha scelto per fare di lui una manifestazione di essa (1Cor. 7,25; 2Cor. 4,1); uno scorcio particolarmente suggestivo di questa riflessione di Paolo su se stesso come oggetto di misericordia e sul significato di questa misericordia lo troviamo nella 1Timoteo: “Io che per l’innanzi ero un bestemmiatore, un persecutore e un violento; ma mi è stata usata misericordia, perché agivo senza saperlo lontano dalla fede; e la grazia del nostro Signore ha sovrabbondato insieme alla fede e alla carità che sono in Cristo Gesù. È sicura questa affermazione e degna di essere accettata: Cristo Gesù venne nel mondo per salvare i peccatori, e di questi il primo sono io! Ma fu usata misericordia con me, perché Gesù Cristo volle dimostrare in me, per primo, tutta la sua longanimità, ad esempio di quanti avrebbero creduto in lui per avere la vita eterna” (1Tim. 1,13-16).
La misericordia divina è vista qui in quella che ne è la manifestazione più tipica, il perdono dei peccati. Ne viene vista l’espressione fondamentale, l’evento salvifico della redenzione di Cristo; e la chiamata dell’apostolo che era stato persecutore viene vista come un esempio di questo appello misericordioso ai peccatori. Una più profonda riflessione teologica sulle caratteristiche della misericordia divina si trova in Rom. 9,15-22. Si riprendono qui dei testi e delle tematiche dell’Antico Testamento per mostrare che la misericordia divina è assolutamente gratuita, si esercita secondo il divino beneplacito, e non le si può chieder conto dei criteri secondo i quali sceglie i suoi eletti. Tutta la storia della salvezza è vista da Paolo sotto il segno della divina misericordia (Rom. 11,30-32; 15,8; Tito 3,5). Il giudizio finale viene visto come momento di misericordia per i giusti (Mt. 5,7). Cristo viene detto “misericordioso” in Ebr. 2,11.
Tutto il suo atteggiamento si manifesta come una rivelazione della misericordia divina. L’idea del Nuovo Testamento, che presenta Cristo come il rivelatore di Dio, si manifesta particolarmente per quanto riguarda questa caratteristica della misericordia.
Tutto il Nuovo Testamento può essere considerato una rivelazione dell’amore misericordioso di Dio, manifestatosi in Gesù Cristo attraverso la morte redentrice che libera i peccatori dal loro stato di inimicizia con Dio.
Ricordiamo solo un passo che ci manifesta in maniera tipica questo atteggiamento di Gesù verso gli uomini. Richiesto indirettamente dai farisei sulle motivazioni del suo stare a mensa coi pubblicani e coi peccatori, Gesù risponde in Mt. 9,12-13: «Non sono i sani ad avere bisogno del medico, ma i malati. Andate a imparare che cosa significhi: Voglio la misericordia e non il sacrificio; non sono venuto infatti a chiamare i giusti ma i pec­catori». Una sintesi sul pensiero e i sentimenti di Gesù verso l’umana miseria ci è data nel cap. 15° da Luca, noto come «il vangelo della misericordia».
 
Levi il pubblicano chiamato a seguire Gesù - Cirillo di Alessandria, Commento a Luca, omelia 12: Levi era un pubblicano, un uomo avido di denaro disonesto, pieno di una incontrollata brama di possesso, privo di giustizia nella sua cupidigia di avere quello che non gli apparteneva. Queste erano le caratteristiche dei pubblicani. Eppure egli fu strappato dallo stesso negozio del peccato e salvato quando non c’era speranza per lui, con la chiamata di Cristo, il Salvatore di noi tutti.
Gesù gli ha detto infatti: Seguimi. Ed egli lasciò tutto e lo seguì. È vero quello che dice il sapientissimo Paolo: Il Cristo è venuto per salvare i peccatori (1T m 1,15) Vedete come l’Unigenito Verbo di Dio, avendo preso la carne su di sé, ha trasferito a se stesso i beni del diavolo?
 
O Signore, che ci hai nutriti alla tua mensa,
fa’ che il sacramento celebrato in questa vita
sia per noi pegno di salvezza eterna.
Per Cristo nostro Signore.
 
Orazione sul popolo ad libitum
Nella tua bontà soccorri, o Signore, questo popolo
che ha partecipato ai santi misteri,
perché non sia sopraffatto dai pericoli
chi si affida alla tua protezione.
Per Cristo nostro Signore.
 
 


  

 

 4 Marzo 2022
 
Venerdì dopo le Ceneri
 
Is 58,1-9a; Sal 50 (51); Mt 9,14-15
 
Il Santo del Giorno - 4 Marzo 2022 - San Giovanni Antonio Farina Vescovo (Gambellara, Vicenza, 11 gennaio 1803 - Vicenza, 4 marzo 1888): Grande figura di vescovo ed educatore, Giovanni Antonio Farina nacque a Gambellara, in provincia di Vicenza, nel 1803. Entrato in seminario giovanissimo fu subito notata la sua predisposizione per l’insegnamento, al punto che a soli 21 anni, quando ancora studiava teologia, gli venne affidato il compito di tenere delle lezioni. Ordinato sacerdote nel 1827 svolse i primi anni del suo ministero a Vicenza. E fu qui che intuì il valore sociale che poteva avere l’insegnamento. Nel 1831 diede inizio alla prima scuola popolare femminile e nel 1836 fondò le Suore Maestre di santa Dorotea Figlie dei Sacri Cuori, un istituto di «maestre di provata vocazione, consacrate al Signore e dedite interamente all’educazione delle fanciulle povere». Nel 1850 il Papa lo nominò vescovo di Treviso, dove si distinse in maniera particolare per la sua carità, tanto da essere chiamato il «vescovo dei poveri». Nel 1860 fu poi trasferito alla sede vescovile di Vicenza. In questa veste partecipò ai lavori del Concilio Vaticano I, dove sostenne con forza la definizione dell’infallibilità pontificia. Morì a Vicenza il 4 marzo 1888. (Avvenire)
 
Colletta
Accompagna con la tua benevolenza,
Padre misericordioso,
i primi passi del nostro cammino penitenziale,
perché all’osservanza esteriore corrisponda
un profondo rinnovamento dello spirito.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
Necessità della penitenza interna ed esterna - Paenitentiam Agere: Anzitutto è necessaria la penitenza interiore, cioè il pentimento e la purificazione dei propri peccati, che si ottiene specialmente con una buona confessione e comunione e con l’assistenza al sacrificio eucaristico. A questo genere di penitenza dovranno essere invitati tutti i fedeli durante la novena allo Spirito Santo. Sarebbero vane infatti le opere esteriori di penitenza, se non fossero accompagnate dalla mondezza interiore dell’animo e dal sincero pentimento dei propri peccati. In questo senso si deve intendere il severo monito di Gesù: «Se non farete penitenza, tutti ugualmente perirete» (Lc 13,5). Che Dio allontani questo pericolo da tutti quelli che ci furono consegnati!
Inoltre i fedeli devono essere invitati anche alla penitenza esteriore, sia per assoggettare il corpo al comando della retta ragione e della fede, sia per espiare le proprie colpe e quelle degli altri. Infatti lo stesso san Paolo, che era salito al terzo cielo e aveva raggiunto i vertici della santità, non esita ad affermare di se stesso: «Mortifico il mio corpo e lo tengo in schiavitù» (1Cor 9,27); e altrove ammonisce: «Coloro che appartengono a Cristo, hanno crocefisso la carne con le sue voglie» (Gal 5,24). E sant’Agostino insiste sulle stesse raccomandazioni in questa maniera: «Non basta migliorare la propria condotta e cessare dal fare il male, se non si dà anche soddisfazione a Dio delle colpe commesse per mezzo del dolore della penitenza, dei gemiti dell’umiltà, del sacrificio del cuore contrito, unitamente alle elemosine».
La prima penitenza esteriore che tutti dobbiamo fare è quella di accettare da Dio con animo rassegnato e fiducioso tutti i dolori e le sofferenze che incontriamo nella vita, e tutto ciò che importa fatica e molestia nell’adempimento esatto degli obblighi del nostro stato, nel nostro lavoro quotidiano e nell’esercizio delle virtù cristiane. Questa necessaria penitenza non solo vale a purificarci, a renderci propizio il Signore e a impetrare il suo aiuto per il felice e fruttuoso esito del prossimo concilio ecumenico, ma rende altresì più leggeri e quasi soavi le nostre pene, in quanto ci mette dinanzi la speranza del premio eterno: «Le sofferenze del tempo presente non possono avere proporzione alcuna con la gloria, che si dovrà manifestare in noi» (Rm 8,18).
 
I Lettura: Il digiuno era prescritto dalla legge solo per la festa dell’espiazione (Lv 23,26-32), ma in certe epoche si sono moltiplicati i giorni di digiuno, sia per commemorare anniversari di lutto (Zc 7,1-5, Zc 8,18-19), sia per implorare la misericordia divina (Ger 36,6, Ger 36,9, Gn 3,5; cf. 1Re 21,9, 1Re 21,12).
L’oracolo di Isaia (58,1-12) reclama una interiorizzazione delle pratiche religiose secondo lo spirito dei grandi profeti (cf. Is 1,10, Am 5,21).
I versetti 5-7, È forse come questo il digiuno che bramo, il giorno in cui l’uomo si mortifica? Piegare come un giunco il proprio capo, usare sacco e cenere per letto, forse questo vorresti chiamare digiuno e giorno gradito al Signore? Non è piuttosto questo il digiuno che voglio: sciogliere le catene inique, togliere i legami del giogo, rimandare liberi gli oppressi e spezzare ogni giogo? Non consiste forse nel dividere il pane con l’affamato, nell’introdurre in casa i miseri, senza tetto, nel vestire uno che vedi nudo, senza trascurare i tuoi parenti?, costituiscono il centro dell’oracolo.
Con questo oracolo, il profeta Isaia spazza via ogni falsa interpretazione del culto da prestare a Dio. Esso non è la somma asfissiante di cerimonie, ma l’esercizio concreto della carità e della misericordia verso i fratelli più bisognosi. Il culto è sincero se rende il fedele attento alla presenza dell’altro, altrimenti è sterile ritualismo. Lo stesso insegnamento è presente nel Nuovo Testamento. Quando verrà Cristo a giudicare i vivi e i morti, il giudizio verterà appunto sulla carità: “Venite [...] ricevete in eredità il regno preparato per voi [...]. Perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi” (Mt 25,34-36).
 
Vangelo: Le parole di Gesù contengono una profezia: nella espressione verranno giorni in cui sarà tolto lo sposo, il verbo togliere o strappare (apairomai), nel Nuovo Testamento, usato solo al passivo, preannuncia la fine violenta di Gesù. Solo allora in quei giorni, il tempo della Chiesa, ci sarà posto anche per il digiuno.
 
Dal Vangelo secondo Matteo 9,14-15: In quel tempo, si avvicinarono a Gesù i discepoli di Giovanni e gli dissero: «Perché noi e i farisei digiuniamo molte volte, mentre i tuoi discepoli non digiunano?».
E Gesù disse loro: «Possono forse gli invitati a nozze essere in lutto finché lo sposo è con loro? Ma verranno giorni quando lo sposo sarà loro tolto, e allora digiuneranno».
 
Lo sposo è con loro - Il digiuno è una pratica penitenziale onnipresente in tutte le religioni. Un rito celebrato sopra tutto per attenuare l’arroganza e l’orgoglio, ma che si imponeva in alcune circostanze particolari: per esempio, per scongiurare un castigo divino o per sfuggire a eventi nefandi. Per molti Farisei era una delle tante pratiche escogitate dalla loro affettata religiosità per accampare diritti dinanzi al Signore e carpirne in questo modo la benevolenza (Lc 18,9-14).
Gesù condanna l’esibizionismo, l’ostentazione farisaica (Mt 6,16-18) non il digiuno che, come tutte le altre pratiche penitenziali, deve essere celato da un atteggiamento gaio, sereno, spontaneo: «Tu, quando digiuni, profumati la testa e lavati il volto» (Mt 6,17). No, quindi, a facce lugubri, tristi.
No, sopra tutto, a comportamenti ostentati unicamente per accaparrarsi le lodi e gli applausi degli uomini (Mt 6,1; 23,5). La religiosità cristiana è fatta di una spiritualità lieta, festante, briosa: «Rallegratevi nel Signore, sempre; ve lo ripeto ancora, rallegratevi. La vostra affabilità sia nota a tutti gli uomini. Il Signore è vicino!» (Fil 4,4-5) .
Il Vangelo è la buona notizia che va annunciata con una faccia ilare, sorridente.
Il peccato delle guide spirituali del popolo d’Israele è quello di non essere state capaci di cogliere in Gesù lo sposo dell’umanità. Con Gesù «l’attesa di Dio è colmata: “sono giunte le nozze dell’Agnello, la sua sposa è pronta!” [Ap 19,7]. Gesù è lo sposo che porta a compimento l’alleanza tra Dio e il suo popolo annunciata dal profeta Osea. I tempi sono dunque compiuti. Non è più il tempo per il legalismo, non è più il tempo per leggere il presente con gli occhi del passato, ma con quelli del futuro inaugurato da Gesù. Non è più il momento di digiunare, come all’epoca in cui si preparava ancora l’incontro con Dio, ma è il momento della festa. Egli è «ormai qui!» (Anselmo Morandi).
Presente lo Sposo gli invitati non possono digiunare, solo nei giorni successivi alla sua morte potranno farlo: «Il primo periodo è un continuato convito, non ci può essere posto per le astensioni e le privazioni; il secondo è un tempo di lutto, quindi anche di macerazioni. Il digiuno appare quindi un rito di condoglianze che la comunità cristiana celebra per sentirsi vicina al Cristo morto e sepolto» (Ortensio Da Spinetoli).
L’insegnamento di Gesù non è un rattoppo del giudaismo, né il Vangelo si può adattare alla legge mosaica. Nel nuovo ordine della grazia instaurato da Cristo, tre sono le caratteristiche principali del digiuno cristiano.
Primo, il digiuno deve essere praticato con grande libertà spirituale. Gesù non ha «istituito un digiuno determinato, ha mangiato e bevuto liberamente. Anche s. Paolo ha voluto inculcare un forte senso di libertà, mettendo in guardia però dal fare di questa un pretesto per vivere secondo la carne [Gal 5,13]. Personalmente egli ha digiunato, pur in mezzo alle numerose prove della sua vita; più volte egli ricorda ai cristiani quei suoi volontari digiuni [2Cor 6,4-5], spiega loro la funzione delle privazioni volontarie [1Cor 9,25-27], e propone il proprio esempio affinché essi, forti in Cristo, sappiano adattarsi ad ogni situazione, di abbondanza e di privazione [Fil 4,11-13]. L’essenziale è “discernere quello che Dio vuole” [Rom 12,2]. Nella diversità delle condizioni e delle vocazioni, si può servire Dio sia digiunando che mangiando; l’importante è farlo “per il Signore”, rendendogli grazie [Rom 14,3-6]» (R. Tufariello). Secondo, il digiuno non può essere ispirato al disprezzo del corpo perché è tempio dello Spirito Santo (1Cor 6,15). Tutto ciò che è stato creato da Dio è buono, e «nulla è da scartarsi, quando lo si prende con rendimento di grazie, perché esso viene santificato dalla parola di Dio e dalla preghiera» (1Tm 4,3-5). Terzo, il digiuno è prezioso agli occhi di Dio quando è informato dalla carità e apre il cuore all’amore.
Sono gli orpelli a dare fastidio, ad appesantire i cuori, ad intralciare il cammino; sono le tradizioni umane che deturpano il messaggio evangelico spogliandolo della sua bellezza e della sua novità.
Fuori immagine, non basta più essere buoni giudei, occorre diventare cristiani: «Se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli» (Mt 5,20).
 
Digiuno incompleto - Girolamo, Epist., 22, 37: Se digiuni due giorni, non ti credere per questo migliore di chi non ha digiunato. Tu digiuni e magari t’arrabbi; un altro mangia, ma forse pratica la dolcezza; tu sfoghi la tensione dello spirito e la fame dello stomaco altercando; lui, al contrario, si nutre con moderazione e rende grazie a Dio. Perciò Isaia esclama ogni giorno: Non è questo il digiuno che io ho scelto, dice il Signore (Is 58,5), e ancora: “Nei giorni di digiuno si scoprono le vostre pretese; voi tormentate i dipendenti, digiunate fra processi e litigi, e prendete a pugni il debole: che vi serve digiunare in mio onore?” (Is 58,3-4). Che razza di digiuno vuoi che sia quello che lascia persistere immutata l’ira, non dico un’intera notte, ma un intero ciclo lunare e di più? Quando rifletti su te stessa, non fondare la tua gloria sulla caduta altrui, ma sul valore stesso della tua azione.
 
Per la partecipazione a questo sacramento,
Dio onnipotente,
fa’ che, purificati da ogni colpa,
possiamo accogliere i benefici della tua misericordia.
Per Cristo nostro Signore.
 
Orazione sul popolo ad libitum
Dio misericordioso,
il tuo popolo ti renda continuamente grazie
per le tue grandi opere,
e ripercorra nel suo pellegrinaggio le vie della penitenza,
per giungere alla contemplazione del tuo volto.
Per Cristo nostro Signore.
 
 3 MARZO 2022
 
GIOVEDÌ DOPO LE CENERI
 
Dt 30,15-20; Sal 1; Lc 9,22-25
 
Il Santo del Giorno - 3 Marzo 2022 - Beato Federico di Hallum: Federico (ted. Friedrich), nacque ad Hallum (Frisia) da umile famiglia, studiò a Mùnster in W., poi ritornò in patria, dove fu insegnante e parroco e, dopo essere entrato nell’ordine dei Premostratensi, fondò la badia di Hortus Beatae M. Virginis (Mariengaarde). Fondò anche un convento di monache, detto di Bethlehem, ad Oudkerk. Volendo conoscere bene la regola e le costituzioni dell’Ordine, visitò parecchi monasteri premostratensi, tra cui quello di Steinfeld dove ricevette alcuni libri liturgici e, come priore per il suo monastero, Erimanno, uomo di grande scienza ed esperienza. Caduto malato presso le monache di Bethlehem, fece ritorno ad Hallum, morendovi il 3 marzo 1175. Fu sepolto in una cappella che lui stesso aveva costruito. (Autore: Willibrord Lampen)
 
Colletta
Ispira le nostre azioni, o Signore,
e accompagnale con il tuo aiuto,
perché ogni nostra attività
abbia sempre da te il suo inizio
e in te il suo compimento.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
Benedetto XVI (Messaggio per la Quaresima 2006): La Quaresima è il tempo privilegiato del pellegrinaggio interiore verso Colui che è la fonte della misericordia. È un pellegrinaggio in cui Lui stesso ci accompagna attraverso il deserto della nostra povertà, sostenendoci nel cammino verso la gioia intensa della Pasqua. Anche nella “valle oscura” di cui parla il Salmista (Sal 23,4), mentre il tentatore ci suggerisce di disperarci o di riporre una speranza illusoria nell’opera delle nostre mani, Dio ci custodisce e ci sostiene. Sì, anche oggi il Signore ascolta il grido delle moltitudini affamate di gioia, di pace, di amore. Come in ogni epoca, esse si sentono abbandonate. Eppure, anche nella desolazione della miseria, della solitudine, della violenza e della fame, che colpiscono senza distinzione anziani, adulti e bambini, Dio non permette che il buio dell’orrore spadroneggi. Come infatti ha scritto il mio amato Predecessore Giovanni Paolo II, c’è un “limite divino imposto al male”, ed è la misericordia (Memoria e identità, 29 ss). È in questa prospettiva che ho voluto porre all’inizio di questo Messaggio l’annotazione evangelica secondo cui “Gesù, vedendo le folle, ne sentì compassione” (Mt 9,36). In questa luce vorrei soffermarmi a riflettere su di una questione molto dibattuta tra i nostri contemporanei: la questione dello sviluppo. Anche oggi lo “sguardo” commosso di Cristo non cessa di posarsi sugli uomini e sui popoli. Egli li guarda sapendo che il “progetto” divino ne prevede la chiamata alla salvezza. Gesù conosce le insidie che si oppongono a tale progetto e si commuove per le folle: decide di difenderle dai lupi anche a prezzo della sua vita. Con quello sguardo Gesù abbraccia i singoli e le moltitudini e tutti consegna al Padre, offrendo se stesso in sacrificio di espiazione
 
I Lettura: Quaresima, tempo di discernimento: Vedi, io pongo oggi davanti a te la vita e il bene, la morte e il male. Queste parole di Mosè possono orientare il nostro cammino quaresimale imponendoci una scelta di campo irreversibile. Scegliere Dio significa scegliere la vita, scegliere gli idoli, i nuovi idoli della nostra vita quotidiana, significa scegliere la morte. Per una buona scelta è più che mai opportuno accompagnare il discernimento con la preghiera, il digiuno, la penitenza e l’elemosina.
 
Vangelo: Chi vuole salvare la propria vita, la perderà... Gesù deve soffrire molto, essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso per giungere alla risurrezione. Il discepolo di Cristo non può pensare di percorrere un cammino diverso. Anche lui, come il suo Maestro, deve portare ogni giorno la sua croce, continuando in sé il martirio e la passione del Signore: “Ora io sono lieto nelle sofferenze che sopporto per voi e do compimento a ciò che, dei patimenti di Cristo, manca nella mia carne, a favore del suo corpo che è la Chiesa” (Col 2,24).
 
Dal Vangelo secondo Luca 9,22-25: In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Il Figlio dell’uomo deve soffrire molto, essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso e risorgere il terzo giorno».
Poi, a tutti, diceva: «Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua. Chi vuole salvare la propria vita, la perderà, ma chi perderà la propria vita per causa mia, la salverà. Infatti, quale vantaggio ha un uomo che guadagna il mondo intero, ma perde o rovina se stesso?».
 
Il Figlio dell’uomo..., è spesso usato nel Nuovo Testamento e Gesù amava riferirlo a stesso, «ora per descrivere le sue umiliazioni (Mt 8,20; 11,19;  20,28), soprattutto quelle della passione (Mt 17,22, ecc.), ora per annunziare il suo trionfo escatologico della risurrezione (Mt 17,9), del ritorno glorioso (Mt 24,30) e del giudizio (Mt 25,31). Questo titolo infatti, di sapore aramaico e che in origine significa «uomo» (Ez 2,1), per l’originalità della locuzione attirava l’attenzione sull’umiltà della sua condizione umana; ma nello stesso tempo, applicato da Dn 7,13 e in seguito dall’apocalittica giudaica (Enoch) al personaggio trascendente, d’origine celeste, che riceve da Dio il regno escatologico, esso suggeriva, in maniera misteriosa ma sufficientemente chiara (Cf. Mc 1,34; Mt 13,13), il carattere del suo messianismo» (Bibbia di Gerusalemme).
Il messianismo di Gesù passerà attraverso la sofferenza, il rifiuto da parte dei sinedriti, le guide spirituale del popolo eletto, l’agonia dell’Orto, il dolore dei chiodi, la morte cruenta sulla Croce. Queste parole di Gesù sono da paragonare ad un annuncio sconvolgente sopra tutto perché precedute da quel deve che doveva suonare nel cuore dei discepoli al pari di una bestemmia. Lo attesta otre tutto il rimprovero che Pietro muove a Gesù, così come è riferito dall’evangelista  Matteo (16,22).
Poi diceva a tutti... si amplia l’assemblea, ora Gesù si rivolge a tutti gli uomini: «Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua».
Rinneghi..., prenda... segua..., tre imperativi che indicano l’unica strada che conduce al discepolato e alla salvezza: «Dire un no radicale a me stesso non significa odiarmi, perché, al contrario, si tratta di amare il mio prossimo come stesso [Lc 10,27], di non pormi come centro di me stesso. Si tratta di rendere attuale la “via crucis”. È la mia propria croce di cui devo caricarmi, quella che la vita mi pone addosso; è inutile fantasticare un’altra croce! Qui non c’è davvero alcuna forma di masochismo, ma la certezza che io non posso amare il Signore e gli altri senza sacrificarmi in qualche modo e senza passare attraverso la sofferenza. Imitando in questo modo il Cristo, io sarò davvero suo discepolo» (Hugues Cousin).
Ai tempi di Luca la Chiesa era nella morsa della persecuzione e i cristiani erano tentati di ritornare al mondo per salvare la vita, non sapendo che così la perdevano. Per salvarla invece era necessario perderla, un paradosso per il mondo, ma non per chi ama vivere il Vangelo sine glossa.
 
Il Figlio dell’uomo deve soffrire molto: «Il Padre ha voluto che il Figlio venisse a patire nel mondo tuttavia, pur inviandolo al patire, lo amava. Ora, anche il Figlio invia gli apostoli che si è scelto; li manda non alle gioie del mondo, bensì verso le sofferenze di ogni genere, così come egli stesso era stato inviato. Il Figlio è amato dal Padre e nondimeno è inviato alla Passione; i discepoli, del pari, sono amati da Cristo Signore, e nondimeno vengono da lui mandati nel mondo a soffrire. Perciò è detto: “Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi”. Come dire: Io vi amo con quella stessa carità con la quale sono amato dal Padre, anche se vi invio nel mondo a soffrire tanti patimenti, anche se vi mando in mezzo agli scandali dei persecutori» (San Gregorio Magno).
 
Catechismo degli Adulti [817]: «Se qualcuno vuol venire dietro di me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua» (Mc 8,34). Il discepolo di Gesù deve assumere il suo atteggiamento filiale di obbedienza al Padre e al divino disegno di salvezza, che lo ha condotto alla croce e alla risurrezione. «Pur essendo Figlio, imparò tuttavia l’obbedienza dalle cose che patì e, reso perfetto, divenne causa di salvezza eterna per tutti coloro che gli obbediscono» (Eb 5,8-9).
Camminare dietro a Cristo significa camminare nella carità, avere i suoi medesimi sentimenti, amare come egli ha amato, fino a dare la vita per i fratelli: «Egli ha dato la sua vita per noi; quindi anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli... Figlioli, non amiamo a parole né con la lingua, ma coi fatti e nella verità» (1Gv 3,16-18).
Ma è impossibile amare come Cristo ha amato, se egli stesso non ama in noi; è impossibile andargli dietro, se egli stesso non viene a vivere dentro di noi. Ebbene, comunicandoci lo Spirito Santo, egli entra nella nostra esistenza e la vive con noi, sì che ogni cristiano può dire come Paolo: «Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me» (Gal 2,20). Egli perciò non rimane un modello esteriore; anzi, viene interiorizzato in virtù dello Spirito.
 
Giovanni Paolo II (Messaggio per la Quaresima 1999): L’itinerario quaresimale ci prepara alla celebrazione della Pasqua di Cristo, mistero della nostra salvezza. Anticipo di tale mistero è il banchetto che il Signore celebra con i suoi discepoli il Giovedì santo, offrendo se stesso nel segno del pane e del vino. Nella celebrazione eucaristica, come ho scritto nella Lettera apostolica Dies Domini, “si attua la reale, sostanziale e duratura presenza del Signore risorto... e viene offerto quel pane di vita che è pegno della gloria futura” (n. 39).
Il banchetto è segno di gioia, perché vi si manifesta la comunione intensa di quanti vi partecipano. L’Eucaristia realizza così il banchetto preannunciato dal profeta Isaia per tutti i popoli (cfr Is 25, 6). In essa è presente un’ineludibile valenza escatologica. Per fede sappiamo che il mistero pasquale si è già compiuto in Cristo; esso tuttavia deve ancora realizzarsi pienamente in ciascuno di noi. Il Figlio di Dio con la sua morte e risurrezione ci ha fatto dono della vita eterna, che trova qui il suo inizio, ma avrà la sua attuazione definitiva nella Pasqua eterna del cielo. Molti nostri fratelli e sorelle sono in grado di sopportare la loro situazione di miseria, di sconforto, di malattia, soltanto perché hanno la certezza di essere un giorno chiamati al convito eterno del cielo. Così la Quaresima orienta lo sguardo oltre il presente, oltre la storia, oltre l’orizzonte di questo mondo, verso la comunione perfetta ed eterna con la Santissima Trinità.
La benedizione che in Cristo riceviamo rompe per noi il muro della temporalità e ci apre la porta della partecipazione definitiva alla vita in Dio. "Beati gli invitati al banchetto delle nozze dell’Agnello" (Ap 19, 9): non possiamo dimenticare che la nostra vita trova in quel banchetto - anticipato nel sacramento dell’Eucaristia - la sua meta finale. Cristo ci ha acquistato non solo una dignità nuova nella nostra vita terrena, ma soprattutto la dignità nuova di figli di Dio, chiamati a partecipare alla vita eterna con Lui. La Quaresima ci invita a superare la tentazione di ritenere definitive le realtà di questo mondo ed a riconoscere che “la nostra patria è nei cieli” (Fil 3, 20).
 
Il pane del cielo che abbiamo ricevuto,
Dio onnipotente, ci santifichi
e sia per noi sorgente inesauribile
di perdono e di salvezza.
Per Cristo nostro Signore.
 
Orazione sul popolo ad libitum
Dio onnipotente,
che al tuo popolo hai rivelato le vie della vita eterna,
fa’ che percorrendole giunga fino a te,
luce senza tramonto.
Per Cristo nostro Signore.
 
2 MARZO 2022
 
MERCOLEDÌ DELLE CENERI
 
Gl 2,12-18; Sal 50 (51); 2Cor 5,20 -6,2; Mt 6,1-6.16-18
 
Il Santo del Giorno - 2 Marzo 2022 - San Quinto il Taumaturgo: È considerato martire per i supplizi ricevuti anche se come s. Giovanni Evangelista, dopo averli sopportati morì in pace di vecchiaia.
Nativo della Frigia da un famiglia cristiana, si portò in Eolide e qui si dedicò all’assistenza dei poveri. Il governatore Rufo, al tempo dell’imperatore Aureliano (270-275), cercò di costringere Quinto a sacrificare agli idoli secondo i decreti imperiali, ma poi lo lasciò libero perché era stato liberato dall’ossessione demoniaca in merito alle preghiere dello stesso Quinto.
I sinassari greci raccontano che questo avvenne nella città di Cime, dove un terremoto abbatté le statue e il tempio degli idoli, mettendo in fuga quanti erano lì presenti. Quaranta giorni dopo il suo rilascio, Quinto fu di nuovo arrestato da un altro magistrato Clearco, più intransigente di Rufo e sottoposto a torture, ma Dio lo guarì immediatamente dalle ferite, visto ciò fu di nuovo rilasciato e non ci si occupò più di lui.
Poté continuare così il suo ministero risanando i malati e venendo in aiuto dei poveri per altri dieci anni, morì nel 280-85 circa. Nome piuttosto diffuso fra i Romani e indicava il “quinto figlio”: quintus. (Autore: Antonio Borrelli)
 
Colletta
O Dio, nostro Padre,
concedi al popolo cristiano
di iniziare con questo digiuno un cammino di vera conversione,
per affrontare vittoriosamente con le armi della penitenza
il combattimento contro lo spirito del male.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
La Bibbia e i Padri della Chiesa (I Padri Vivi): Le parole di san Paolo: «Vi supplichiamo in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio. Ecco ora il momento favorevole, ecco ora il giorno della salvezza!» (2Cor 5,20; 6,2), dimostrano che cos’è la Quaresima per la Chiesa e per ogni credente. Ecco il tempo della salvezza, perché stiamo vivendo il mistero del Figlio di Dio, che muore per noi sulla Croce. La Chiesa in questi giorni prende coscienza di partecipare alla grande opera di redenzione del mondo, intrapresa da Cristo. Il cristiano invece vive più profondamente la realtà del proprio Battesimo: in questo sacramento è morto insieme con Cristo e insieme con lui è risorto a nuova vita, ha raggiunto veramente la salvezza.
In questo periodo di salvezza, la Chiesa fin dai primi tempi si nutre abbondantemente della Parola di Dio, del pane che viene dalla bocca di Dio, per rafforzare la sua fede, come unico mezzo capace di introdurci nella realtà divina. «Convertitevi, e credete al Vangelo». «Lasciatevi riconciliare con Dio!». La Chiesa rivolge queste parole a tutti i credenti. La salvezza di Dio è accessibile a ciascun uomo, la potenza della redenzione di Cristo può abbracciare ciascuno, occorre però l’apertura del cuore, la disponibilità ad accogliere il dono del cielo, la risposta decisa. Il peccato costituisce un ostacolo. Di fronte alla grandezza dei doni di Dio, ci rendiamo conto in questi giorni del male commesso, della nostra debolezza, fragilità e peccaminosità. Questa presa di coscienza avviene sia nella Chiesa, quale comunità, sia nelle sue membra. Il tempo della Quaresima è il momento della conversione, dello staccamento dal peccato, il momento del cambiamento del cuore e del modo di pensare.
La conversione così concepita esige il sacrificio, il rinnegamento di se stesso, la lotta contro se stesso. Il tempo del pentimento e della conversione è, comunque, anzitutto il tempo del perdono da parte di Dio e il tempo della misericordia di Dio. Dio chiama alla conversione e perdona a chi glielo chiede, è molto paziente verso i peccatori. Da qui sorge la preghiera assidua, piena di fiducia e di speranza. Il tempo della Quaresima, così inteso, è un tempo di intensa vita spirituale, di lotta contro se stessi e contro le forze del male; è il tempo dell’avvicinamento a Cristo.
 
Mercoledì delle Ceneri: Paolo VI (Omelia, 8 Febbraio 1978): È il «Mercoledì delle Ceneri», primo giorno di Quaresima. Lezione austera, quella che ci imparte oggi la Liturgia! Lezione drammatizzata in un rito di plastica efficacia. L’imposizione delle ceneri reca con sé un significato così chiaro ed aperto, che ogni commento si rivela superfluo: essa ci induce ad una riflessione realistica sulla precarietà della nostra condizione umana, votata allo scacco della morte, la quale riduce in cenere, appunto, questo nostro corpo, sulla cui vitalità, salute, forza, bellezza, intraprendenza tanti progetti ogni giorno noi costruiamo. Il rito liturgico ci richiama con energica franchezza a questo dato oggettivo: non c’è nulla di definitivo e di stabile quaggiù; il tempo fugge via inesorabile e come un fiume veloce sospinge senza sosta noi e le cose nostre verso la foce misteriosa della morte
 
I Lettura: La prima lettura è un invito alla penitenza. Un invito fatto tramite una serie di imperativi: ritornate … proclamate ... convocate. Un invito che vuole andare in profondità: bisogna ritornare al Signore non con un semplice atto di culto, ma lacerando il cuore per spurgarlo dal peccato, pus velenoso che appesta la vita dell’uomo: in altre parole mettere in moto un serio cammino di conversione rinunciando decisamente al peccato.
 
II Lettura: È Dio stesso che esorta attraverso la predicazione degli Apostoli. Fedeli al Vangelo, gli Apostoli annunciano la riconciliazione operata da Cristo. Non bisogna far cadere nel vuoto la predicazione degli Apostoli perché è scoccata l’ora della salvezza, infatti, ora, questo momento, è il tempo favorevole per carpire la salvezza offerta dall’amore di Dio a tutti gli uomini.
 
Vangelo: Per cogliere in profondità il tema del brano evangelico è necessario collocarlo all’interno di quella magna charta  del cristianesimo che è il Discorso della Montagna (Mt 5-7). La liturgia odierna ritaglia da questo Discorso un sostanzioso programma quaresimale attorno a tre temi: l’elemosina, la preghiera, il digiuno. La novità cristiana sta nel fatto che l’elemosina, la preghiera e il digiuno, esercizi ascetici tanto cari ai pii israeliti, sono stati purificati da quella ritualità esteriore che facilmente li fanno precipitare nelle acque paludose dell’ipocrisia. Gesù introduce come cardine di queste necessarie pratiche penitenziali il segreto e l’intimità, lasciando così il giudizio e la ricompensa al Padre che vede nel segreto.
 
Dal Vangelo secondo Matteo 6,1-6.16-18: In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «State attenti a non praticare la vostra giustizia davanti agli uomini per essere ammirati da loro, altrimenti non c’è ricompensa per voi presso il Padre vostro che è nei cieli.
Dunque, quando fai l’elemosina, non suonare la tromba davanti a te, come fanno gli ipocriti nelle sinagoghe e nelle strade, per essere lodati dalla gente. In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Invece, mentre tu fai l’elemosina, non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra, perché la tua elemosina resti nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà.
E quando pregate, non siate simili agli ipocriti che, nelle sinagoghe e negli angoli delle piazze, amano pregare stando ritti, per essere visti dalla gente. In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Invece, quando tu preghi, entra nella tua camera, chiudi la porta e prega il Padre tuo, che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà.
E quando digiunate, non diventate malinconici come gli ipocriti, che assumono un’aria disfatta per far vedere agli altri che digiunano. In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Invece, quando tu digiuni, profumati la testa e lavati il volto, perché la gente non veda che tu digiuni, ma solo il Padre tuo, che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà».
 
Penitenza, una parola che oggi suscita qualche perplessità ed in molte menti evoca fantasmi medioevali. Per evitare tale disagio la si è cancellata, quasi del tutto, anche dal linguaggio cristiano. Al dire di Paolo Evdokimov, l’ascesi del nostro tempo «consisterà più che altro nel riposo imposto, nella disciplina della quiete e del silenzio, dove l’uomo ritrova la facoltà di concentrarsi per la preghiera e la contemplazione» e il digiuno, al posto «della macerazione inflitta, sarà la rinuncia gioiosa al superfluo, la sua spartizione con i poveri, un equilibrio sorridente, spontaneo, pacato». Occorre anche questo. Ora, l’uomo non deve convertirsi soltanto dalle notti sregolate passate al bar, ma, innanzi tutto, dal peccato. Non deve astenersi soltanto dal fumo o da qualche spettacolo indecente, ma deve fare molto di più: deve convertirsi dal peccato, rinunciare al male, riprendere la strada della santità. Spostare l’asse di attenzione sarebbe un enorme errore. La sacra Scrittura, il cui Magistero è infallibile, insegna che «Dio non ha dato a nessuno il permesso di peccare» (Sir 15,20), ma, se malauguratamente dovesse succedere di cadere nelle sabbie mobili del male, Dio concede all’uomo, dopo il peccato, la possibilità di pentirsi (cfr. Sap 12,19). È il momento di cambiare mente, di fare ritorno nella casa del Padre celeste, di fare penitenza chiudendosi in un amplesso amoroso tra le braccia di Dio. E alla penitenza si deve assommare la vigilanza e la preghiera (cfr. Mt 26,41); la fede e la grazia di Dio (cfr. Ef 6,16; Rom 7,25); la fiducia in Dio, il quale, non permettendo che i credenti siano tentati oltre le loro forze, con la tentazione darà loro anche la via d’uscita e la forza per sopportarla (cfr. 1Cor 10,13; 2Pt 2,9; Rom 16,20; Ap 3,10). Deve soprattutto impugnare «la spada dello Spirito, cioè la Parola di Dio» (Ef 6,17). Per quanto riguarda la sua efficacia, lo suggerisce incautamente lo stesso tentatore quando oserà tentare nel deserto il Figlio di Dio. Satana sbaragliato dalla Parola di Dio fa ricorso alla stessa per tentare di limitare la disfatta. La vita cristiana è fondata sul progetto salvifico di Dio e soltanto edificandola sulla Parola di Dio avrà stabilità imperitura (cfr. Mt 7,24-5). Inaugurando l’itinerario quaresimale, «guardiamo a Cristo che digiuna e lotta contro il diavolo. Anche noi, infatti, nel prepararci alla Pasqua, siamo “condotti” dallo Spirito nel deserto della preghiera e della penitenza, per nutrirci intensamente della Parola di Dio. Anche noi, come Cristo, siamo chiamati a una lotta forte e decisa contro il demonio. Solo così, con una rinnovata adesione alla volontà di Dio, possiamo restare fedeli alla nostra vocazione cristiana: quella di essere araldi e testimoni del Vangelo» (Giovanni Paolo II, 2004). Resistere allo Spirito Santo sarebbe pura e semplice follia con irreversibili conseguenze!  
 
Vi supplichiamo in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio - Papa Francesco (Omelia 17 Febbraio 2021): «Lasciatevi riconciliare con Dio» (v. 20). Lasciatevi riconciliare: il cammino non si basa sulle nostre forze; nessuno può riconciliarsi con Dio con le proprie forze, non può. La conversione del cuore, con i gesti e le pratiche che la esprimono, è possibile solo se parte dal primato dell’azione di Dio. A farci ritornare a Lui non sono le nostre capacità e i nostri meriti da ostentare, ma la sua grazia da accogliere. Ci salva la grazia, la salvezza è pura grazia, pura gratuità. Gesù ce l’ha detto chiaramente nel Vangelo: a renderci giusti non è la giustizia che pratichiamo davanti agli uomini, ma la relazione sincera con il Padre. L’inizio del ritorno a Dio è riconoscerci bisognosi di Lui, bisognosi di misericordia bisognosi della sua grazia. Questa è la via giusta, la via dell’umiltà. Io mi sento bisognoso o mi sento autosufficiente?
Oggi abbassiamo il capo per ricevere le ceneri. Finita la Quaresima ci abbasseremo ancora di più per lavare i piedi dei fratelli. La Quaresima è una discesa umile dentro di noi e verso gli altri. È capire che la salvezza non è una scalata per la gloria, ma un abbassamento per amore. È farci piccoli. In questo cammino, per non perdere la rotta, mettiamoci davanti alla croce di Gesù: è la cattedra silenziosa di Dio. Guardiamo ogni giorno le sue piaghe, le piaghe che Lui ha portato in Cielo e fa vedere al Padre, tutti i giorni, nella sua preghiera di intercessione. Guardiamo ogni giorno le sue piaghe. In quei fori riconosciamo il nostro vuoto, le nostre mancanze, le ferite del peccato, i colpi che ci hanno fatto male. Eppure proprio lì vediamo che Dio non ci punta il dito contro, ma ci spalanca le mani. Le sue piaghe sono aperte per noi e da quelle piaghe siamo stati guariti (cfr 1 Pt 2,25; Is 53,5). Baciamole e capiremo che proprio lì, nei buchi più dolorosi della vita, Dio ci aspetta con la sua misericordia infinita. Perché lì, dove siamo più vulnerabili, dove ci vergogniamo di più, Lui ci è venuto incontro. E ora che ci è venuto incontro, ci invita a ritornare a Lui, per ritrovare la gioia di essere amati.
 
Una lacrima di pentimento cancella ogni capo d’accusa: «Senza che luomo lo noti, gli sta incessantemente al fianco un annotatore invisibile dei suoi discorsi e delle sue azioni, che appunta per il giorno del giudizio. Chi potrà soddisfare le esigenze severe della giustizia, dato che chiederà conto di ogni battito degli occhi, dato che ogni sguardo non passa inosservato? E tuttavia, venite e incoraggiatevi: per quanto il conto della giustizia sia così severo, quando luomo fa penitenza una sola sua lacrima cancella tutto lelenco delle sue colpe. Ma venite, vedete questaltro e stupite: anche se dalla misericordia la grazia trabocca come un mare, a colui che non si converte nessuno potrà far giungere la grazia nel giorno del giudizio» (Efrem Siro, Esortazione alla penitenza, 11,5).
 
Questo sacramento che abbiamo ricevuto, o Padre,
ci sostenga nel cammino quaresimale,
santifichi il nostro digiuno
e lo renda efficace per la guarigione del nostro spirito.
Per Cristo nostro Signore.