10 Ottobre 2021
XXVIII Domenica T. O.
Sap 7,7-11; Sal 89 (90); Eb 4,12-13; Mc 10,17-30
Il Santo del Giorno - 10 Agosto 2021 - Alderico di Sens Vescovo: Alderico è un vescovo santo di Sens, vissuto tra la fine dell’VIII secolo e la prima metà del IX. Nell’elenco dei vescovi della diocesi figura, al quarantaduesimo posto, dopo Geremia e prima di Guenilone. Sant’Alderico nacque in una nobile famiglia del Gâtinais (o Gâtine), intorno all’anno 790. Alderico entrò giovane nel monastero di San Pietro e Paolo nell’abbazia di Ferreières-en-Gâtinais. Stimato dal vescovo Geremia e da tutta la popolazione di Sens, fu chiamato alla corte di Ludovico il Pio per essere prima, maestro di palazzo e poi, cancelliere di Pipino I di Aquitania. Nell’anno 821, alla morte di Adalberto, Alderico fu nominato a succedergli come abate del monastero di Ferreières-en-Gâtinais ruolo che, mantenne per otto anni fino a quando il giorno 6 giugno 829 fu ordinato vescovo di Sens. Alderico durante il suo governo pastorale della diocesi si dedicò alla disciplina religiosa e alla riforma del clero. Nell’anno 829, quale vescovo partecipò al concilio di Parigi e nell’anno 835 a quello di Thionville. Morì nell’840 o 841 e il suo corpo, secondo il suo desiderio, fu sepolto nell’abbazia di Ferreières-en- Gâtinais. Solo più tardi i suoi resti sono stati depositati in un magnifico santuario, che gli iconoclasti ugonotti dispersero nel 1569, con l’eccezione di alcune ossa. Il culto per Sant’Alderico ha origini antiche ed oltre che ad essere stato indicato quale protettore di Sens, viene invocato per ottenere la guarigione dalle congestioni cerebrali. (Autore Mauro Bonato)
Colletta: O Dio, nostro Padre, che conosci i sentimenti e i pensieri del cuore, donaci di amare sopra ogni cosa Gesù Cristo, tuo Figlio, perché, valutando con sapienza i beni di questo mondo, diventiamo liberi e poveri per il tuo regno. Per il nostro Signore Gesù Cristo.
La domanda sulla vita eterna… - Giovanni Paolo II (Lettera Apostolica): Che cosa devo fare perché la mia vita abbia valore, abbia senso? Questo interrogativo appassionante nella bocca del giovane del Vangelo suona così: «Che cosa devo fare per avere la vita eterna?». Un uomo, che ponga la domanda in questa forma, parla in un linguaggio ancora comprensibile agli uomini d’oggi? Non siamo noi la generazione, alla quale il mondo e il progresso temporale riempiono completamente l’orizzonte dell’esistenza? Noi pensiamo prima di tutto in categorie terrene. Se oltrepassiamo i confini del nostro pianeta, ciò facciamo allo scopo di inaugurare i voli interplanetari, per trasmettere segnali agli altri pianeti ed inviare le sonde cosmiche nella loro direzione.
Tutto questo è diventato il contenuto della nostra civiltà moderna. La scienza insieme alla tecnica ha scoperto in modo impareggiabile le possibilità dell’uomo nei riguardi della materia, ed è riuscita, altresì, a dominare il mondo interiore del suo pensiero, delle sue capacità, delle sue tendenze, delle sue passioni.
Allo stesso tempo, però, è chiaro che, quando ci poniamo di fronte a Cristo, quando egli diventa il confidente degli interrogativi della nostra giovinezza, non possiamo porre la domanda diversamente da quel giovane del Vangelo: «Che cosa devo fare per avere la vita eterna?». Ogni altra domanda sul senso e sul valore della nostra vita sarebbe, di fronte a Cristo, insufficiente e non essenziale.
Cristo, infatti, non solo è il «maestro buono», che indica le vie della vita sulla terra. Egli è il testimone di quei definitivi destini che l’uomo ha in Dio stesso. Egli è il testimone dell’immortalità dell’uomo. Il Vangelo, che egli annunciava con la sua voce, viene definitivamente sigillato con la Croce e con la Risurrezione nel mistero pasquale. «Cristo risuscitato dai morti non muore più; la morte non ha più potere su di lui». Nella sua risurrezione Cristo è divenuto anche il permanente «segno di contraddizione» di fronte a tutti i programmi incapaci di condurre l’uomo oltre la frontiera della morte. Anzi essi con questo confine chiudono ogni interrogativo dell’uomo sul valore e sul senso della vita. Di fronte a tutti questi programmi, ai modi di vedere il mondo e alle ideologie Cristo ripete costantemente: «Io sono la risurrezione e la vita».
I Lettura: L’uomo raggiunge la pienezza della sua identità personale e storica quando le sue relazioni con Dio, con gli altri, con se stesso, con le cose che lo circondano e con le quali condivide il suo destino temporale, sono tali da portarlo ad essere felice, cioè a raggiungere il suo fine, il fine per cui Dio lo ha creato (cf. Gen 1-2). Per raggiungere tutto questo l’uomo ha bisogno di conoscere Dio, se stesso, gli altri e tutto quanto gli sta attorno. Ha bisogno di conoscere il vero valore e il fine di se stesso e delle cose. Ma solo la Sapienza, così come è intesa dalla sacra Scrittura, può dare all’uomo questa conoscenza. Gli fa conoscere la differenza tra «il bene e il male» (1Re 3,9), il mondo, i suoi limiti; il cuore dell’uomo (Ger 17,9). La Sapienza fa conoscere all’uomo se stesso, la sua grandezza, la sua povertà, i suoi limiti (Sal 8; 144), il suo fine ultimo. Salomone che fin dalla sua giovinezza ha amato e ricercato la Sapienza, ora nell’assumere il gravoso impegno del governo chiede a Dio non ricchezze e onori, ma la Sapienza perché possa condurre se stesso e i suoi sudditi alla vera conoscenza di Dio e quindi al possesso della vera felicità.
II Lettura: La parola di Dio trasmessa dai profeti, e poi dal Figlio è viva ed efficace nei credenti (1Ts 2,13). È questa parola che giudica (cfr. Gv 12,48; Ap 19,13) i movimenti del cuore e le intenzioni segrete. La parola di Dio va accolta con animo fiducioso e docile perché essa sola può assurgere a regola di vita e luce per il cammino e solo essa dà all’uomo sicurezza verso il futuro.
Vangelo: Il brano evangelico si divide in tre parti: la prima descrive l’incontro di Gesù con un giovane ricco desideroso di ottenere la vita eterna; la seconda riporta una riflessione del Maestro a proposito delle ricchezze; la terza, Gesù, partendo da una domanda di Pietro, rivela i benefici spirituali riservati a quanti intendono seguirlo rinunciando ad ogni cosa, anche ai più naturali affetti familiari. Tre parti che in ogni caso sono unite da un unico tema: il serio pericolo che rappresentano le ricchezze per il possesso dei beni celesti.
Dal Vangelo secondo Marco 10,17-30: In quel tempo, mentre Gesù andava per la strada, un tale gli corse incontro e, gettandosi in ginocchio davanti a lui, gli domandò: «Maestro buono, che cosa devo fare per avere in eredità la vita eterna?». Gesù gli disse: «Perché mi chiami buono? Nessuno è buono, se non Dio solo. Tu conosci i comandamenti: “Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non testimoniare il falso, non frodare, onora tuo padre e tua madre”». Egli allora gli disse: «Maestro, tutte queste cose le ho osservate fin dalla mia giovinezza». Allora Gesù fissò lo sguardo su di lui, lo amò e gli disse: «Una cosa sola ti manca: va’, vendi quello che hai e dallo ai poveri, e avrai un tesoro in cielo; e vieni! Seguimi!». Ma a queste parole egli si fece scuro in volto e se ne andò rattristato; possedeva infatti molti beni. Gesù, volgendo lo sguardo attorno, disse ai suoi discepoli: «Quanto è difficile, per quelli che possiedono ricchezze, entrare nel regno di Dio!». I discepoli erano sconcertati dalle sue parole; ma Gesù riprese e disse loro: «Figli, quanto è difficile entrare nel regno di Dio! È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio». Essi, ancora più stupiti, dicevano tra loro: «E chi può essere salvato?». Ma Gesù, guardandoli in faccia, disse: «Impossibile agli uomini, ma non a Dio! Perché tutto è possibile a Dio». Pietro allora prese a dirgli: «Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito». Gesù gli rispose: «In verità io vi dico: non c’è nessuno che abbia lasciato casa o fratelli o sorelle o madre o padre o figli o campi per causa mia e per causa del Vangelo, che non riceva già ora, in questo tempo, cento volte tanto in case e fratelli e sorelle e madri e figli e campi, insieme a persecuzioni, e la vita eterna nel tempo che verrà».
Per Matteo il “tale” che si accosta a Gesù è un giovane (Mt 19,20.22) e per Luca un notabile, quindi una persona importante (Lc 18,18). Il giovane, agiato, molto ricco, osservante della Legge, cresciuto in un ambiente familiare molto religioso, certamente doveva nutrire buoni propositi. Lo suggeriscono la fretta con la quale va incontro a Gesù e il suo gettarsi in ginocchio davanti al giovane Rabbi di Nazaret. A sentirsi chiamare ‘Maestro buono’, Gesù sembra reagire bruscamente rispondendo che solo Dio è buono. Con questa risposta Gesù non nega la sua divinità. Affatto, perché la conferma. Per san Beda significa che «la stessa unica e indivisibile Trinità ... è il solo unico Dio buono. Il Signore dunque non nega di essere buono, ma afferma di essere Dio; non dichiara di non essere il buon Maestro, ma testimonia che al di fuori di Dio nessun maestro è buono» (Comm. in Marci ev., III). La domanda posta dal giovane ricco riflette la mentalità farisaica. Per salvarsi bastava ubbidire alla Legge di Mosè e alle tante, infinite prescrizioni legali, liturgiche, morali ad essa direttamente o indirettamente legate. Forse temeva che nel computo mancasse qualcosa. L’uomo è schietto, ma ha una mentalità legalista che lo tiene inevitabilmente lontano dalla fede. È deciso a tutto pur di arrivare al beato possesso, però, confrontandosi con il ‘Maestro buono’, non sa di giuocare su un campo minato. La risposta di Gesù può sembrare ovvia, ma in verità vuol far uscire allo scoperto l’anonimo interlocutore. Il giovane nel rispondere è indubbiamente sincero, e lo sguardo di Gesù lo sottolinea (Marco ama soffermarsi sullo sguardo di Gesù: cfr. 3,5.34; 5,32; 10,23; 11,11). Il giovane non mente perché «se fosse stato colpevole del reato di menzogna o di simulazione, certamente non si sarebbe detto di lui che Gesù lo amava dopo averlo guardato nell’intimo del cuore» (San Beda, ibidem). Gesù, ottenuta la risposta che aveva sollecitato, indica al giovane quello che gli manca per raggiungere la vita eterna: la sequela cristiana perché solo in essa può trovare quello che cerca. E pone una condizione: abbandonare tutte le ricchezze. È facile sentirsi a posto perché si osservano i comandamenti di Dio. Ma questo modo di ragionare apre l’uomo all’autosufficienza, alla tentazione di catturare Dio, di imporgli delle regole di comportamento: significa voler costringere Dio ad essere buono perché si osserva la Legge. Formalmente, senza mettere amore nei giudizi, carità nelle parole, misericordia nelle relazioni (cf. Mt 9,13). È il peccato originale dei farisei. Ragionando così il giovane notabile ricco sbaglia di molto. Gesù non impone l’indigenza, ma l’abbandono fiducioso all’agire di Dio. La proposta addolora il giovane che sconcertato lascia il campo triste perché spudoratamente attaccato ai suoi beni. Ma rimangono sconcertati anche i discepoli. Per il loro modo di pensare la ricchezza era una benedizione di Dio. Più si era buoni, più si era giusti e più Dio moltiplicava la ricchezza in figli, campi, servi, bestiame, denaro ... e sono ancora più sbigottiti quando le loro orecchie sentono che «è più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio».
Gesù fissò lo sguardo su di lui e lo amò: Vita consecrata 18: Nello sguardo di Gesù (cfr. Mc 10,21), «immagine del Dio invisibile» (Col 1,15), irradiazione della gloria del Padre (cfr. Eb 1,3), si coglie la profondità di un amore eterno ed infinito che tocca le radici dell’essere. La persona, che se ne lascia afferrare, non può non abbandonare tutto e seguirlo (cfr. Mc 1,16-20; 2,14; 10,21; 10,28). Come Paolo, essa considera tutto il resto «una perdita di fronte alla sublimità della conoscenza di Cristo Gesù», a confronto del quale non esita a ritenere ogni cosa «come spazzatura, al fine di guadagnare Cristo» (Fil 3,8). La sua aspirazione è di immedesimarsi con Lui, assumendone i sentimenti e la forma di vita. Questo lasciare tutto e seguire il Signore (cfr. Lc 18,28) costituisce un programma valido per tutte le persone chiamate e per tutti i tempi.
Benedetto XVI (Messaggio per la XVI Giornata della Gioventù): 6. I comandamenti, via dell’amore autentico - Gesù ricorda al giovane ricco i dieci comandamenti, come condizioni necessarie per “avere in eredità la vita eterna”. Essi sono punti di riferimento essenziali per vivere nell’amore, per distinguere chiaramente il bene dal male e costruire un progetto di vita solido e duraturo. Anche a voi, Gesù chiede se conoscete i comandamenti, se vi preoccupate di formare la vostra coscienza secondo la legge divina e se li mettete in pratica.
Certo, si tratta di domande controcorrente rispetto alla mentalità attuale, che propone una libertà svincolata da valori, da regole, da norme oggettive e invita a rifiutare ogni limite ai desideri del momento. Ma questo tipo di proposta invece di condurre alla vera libertà, porta l’uomo a diventare schiavo di se stesso, dei suoi desideri immediati, degli idoli come il potere, il denaro, il piacere sfrenato e le seduzioni del mondo, rendendolo incapace di seguire la sua nativa vocazione all’amore.
Dio ci dà i comandamenti perché ci vuole educare alla vera libertà, perché vuole costruire con noi un Regno di amore, di giustizia e di pace. Ascoltarli e metterli in pratica non significa alienarsi, ma trovare il cammino della libertà e dell’amore autentici, perché i comandamenti non limitano la felicità, ma indicano come trovarla. Gesù all’inizio del dialogo con il giovane ricco, ricorda che la legge data da Dio è buona, perché “Dio è buono”.
Egli, rattristatosi per quelle parole, se ne andò afflitto - La salvezza arriva solo per coloro che la desiderano veramente - Clemente di Alessandria, Quale ricco si salverà? 21, 1-2: L’uomo pur impegnandosi nell’ascesi e lavorando per liberarsi dalle passioni non consegue nulla, ma se manifesta con chiarezza che lo desidera molto e si impegna, con l’aggiunta dell’aiuto che gli viene da Dio, riesce. Dio infatti respira insieme alle anime che lo vogliono, ma se si ritirano del desiderio si ritira anche lo spirito dato da Dio: infatti salvare chi non vuole è proprio di un violento, salvare chi lo sceglie è proprio di chi fa un dono.
Ti supplichiamo, o Padre d’infinita grandezza:
come ci nutri del Corpo e Sangue del tuo Figlio,
così rendici partecipi della natura divina.
Per Cristo nostro Signore.