10 Ottobre 2021
 
XXVIII Domenica T. O.
 
Sap 7,7-11; Sal 89 (90); Eb 4,12-13; Mc 10,17-30
 
Il Santo del Giorno - 10 Agosto 2021 - Alderico di Sens Vescovo: Alderico è un vescovo santo di Sens, vissuto tra la fine dell’VIII secolo e la prima metà del IX. Nell’elenco dei vescovi della diocesi figura, al quarantaduesimo posto, dopo Geremia e prima di Guenilone. Sant’Alderico nacque in una nobile famiglia del Gâtinais (o Gâtine), intorno all’anno 790. Alderico entrò giovane nel monastero di San Pietro e Paolo nell’abbazia di Ferreières-en-Gâtinais. Stimato dal vescovo Geremia e da tutta la popolazione di Sens, fu chiamato alla corte di Ludovico il Pio per essere prima, maestro di palazzo e poi, cancelliere di Pipino I di Aquitania. Nell’anno 821, alla morte di Adalberto, Alderico fu nominato a succedergli come abate del monastero di Ferreières-en-Gâtinais ruolo che, mantenne per otto anni fino a quando il giorno 6 giugno 829 fu ordinato vescovo di Sens. Alderico durante il suo governo pastorale della diocesi si dedicò alla disciplina religiosa e alla riforma del clero. Nell’anno 829, quale vescovo partecipò al concilio di Parigi e nell’anno 835 a quello di Thionville. Morì nell’840 o 841 e il suo corpo, secondo il suo desiderio, fu sepolto nell’abbazia di Ferreières-en- Gâtinais.  Solo più tardi i suoi resti sono stati depositati in un magnifico santuario, che gli iconoclasti ugonotti dispersero nel 1569, con l’eccezione di alcune ossa. Il culto per Sant’Alderico ha origini antiche ed oltre che ad essere stato indicato quale protettore di Sens, viene invocato per ottenere la guarigione dalle congestioni cerebrali. (Autore Mauro Bonato)
 
Colletta: O Dio, nostro Padre, che conosci i sentimenti e i pensieri del cuore, donaci di amare sopra ogni cosa Gesù Cristo, tuo Figlio, perché, valutando con sapienza i beni di questo mondo, diventiamo liberi e poveri per il tuo regno. Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
La domanda sulla vita eterna… - Giovanni Paolo II (Lettera Apostolica): Che cosa devo fare perché la mia vita abbia valore, abbia senso? Questo interrogativo appassionante nella bocca del giovane del Vangelo suona così: «Che cosa devo fare per avere la vita eterna?». Un uomo, che ponga la domanda in questa forma, parla in un linguaggio ancora comprensibile agli uomini d’oggi? Non siamo noi la generazione, alla quale il mondo e il progresso temporale riempiono completamente l’orizzonte dell’esistenza? Noi pensiamo prima di tutto in categorie terrene. Se oltrepassiamo i confini del nostro pianeta, ciò facciamo allo scopo di inaugurare i voli interplanetari, per trasmettere segnali agli altri pianeti ed inviare le sonde cosmiche nella loro direzione.
Tutto questo è diventato il contenuto della nostra civiltà moderna. La scienza insieme alla tecnica ha scoperto in modo impareggiabile le possibilità dell’uomo nei riguardi della materia, ed è riuscita, altresì, a dominare il mondo interiore del suo pensiero, delle sue capacità, delle sue tendenze, delle sue passioni.
Allo stesso tempo, però, è chiaro che, quando ci poniamo di fronte a Cristo, quando egli diventa il confidente degli interrogativi della nostra giovinezza, non possiamo porre la domanda diversamente da quel giovane del Vangelo: «Che cosa devo fare per avere la vita eterna?». Ogni altra domanda sul senso e sul valore della nostra vita sarebbe, di fronte a Cristo, insufficiente e non essenziale.
Cristo, infatti, non solo è il «maestro buono», che indica le vie della vita sulla terra. Egli è il testimone di quei definitivi destini che l’uomo ha in Dio stesso. Egli è il testimone dell’immortalità dell’uomo. Il Vangelo, che egli annunciava con la sua voce, viene definitivamente sigillato con la Croce e con la Risurrezione nel mistero pasquale. «Cristo risuscitato dai morti non muore più; la morte non ha più potere su di lui». Nella sua risurrezione Cristo è divenuto anche il permanente «segno di contraddizione» di fronte a tutti i programmi incapaci di condurre l’uomo oltre la frontiera della morte. Anzi essi con questo confine chiudono ogni interrogativo dell’uomo sul valore e sul senso della vita. Di fronte a tutti questi programmi, ai modi di vedere il mondo e alle ideologie Cristo ripete costantemente: «Io sono la risurrezione e la vita».
 
I Lettura: L’uomo raggiunge la pienezza della sua identità personale e storica quando le sue relazioni con Dio, con gli altri, con se stesso, con le cose che lo circondano e con le quali condivide il suo destino temporale, sono tali da portarlo ad essere felice, cioè a raggiungere il suo fine, il fine per cui Dio lo ha creato (cf. Gen 1-2). Per raggiungere tutto questo l’uomo ha bisogno di conoscere Dio, se stesso, gli altri e tutto quanto gli sta attorno. Ha bisogno di conoscere il vero valore e il fine di se stesso e delle cose. Ma solo la Sapienza, così come è intesa dalla sacra Scrittura, può dare all’uomo questa conoscenza. Gli fa conoscere la differenza tra «il bene e il male» (1Re 3,9), il mondo, i suoi limiti; il cuore dell’uomo (Ger 17,9). La Sapienza fa conoscere all’uomo se stesso, la sua grandezza, la sua povertà, i suoi limiti (Sal 8; 144), il suo fine ultimo. Salomone che fin dalla sua giovinezza ha amato e ricercato la Sapienza, ora nell’assumere il gravoso impegno del governo chiede a Dio non ricchezze e onori, ma la Sapienza perché possa condurre se stesso e i suoi sudditi alla vera conoscenza di Dio e quindi al possesso della vera felicità.
 
II Lettura: La parola di Dio trasmessa dai profeti, e poi dal Figlio è viva ed efficace nei credenti (1Ts 2,13). È questa parola che giudica (cfr. Gv 12,48; Ap 19,13) i movimenti del cuore e le intenzioni segrete. La parola di Dio va accolta con animo fiducioso e docile perché essa sola può assurgere a regola di vita e luce per il cammino e solo essa dà all’uomo sicurezza verso il futuro.
 
Vangelo: Il brano evangelico si divide in tre parti: la prima descrive l’incontro di Gesù con un giovane ricco desideroso di ottenere la vita eterna; la seconda riporta una riflessione del Maestro a proposito delle ricchezze; la terza, Gesù, partendo da una domanda di Pietro, rivela i benefici spirituali riservati a quanti intendono seguirlo rinunciando ad ogni cosa, anche ai più naturali affetti familiari. Tre parti che in ogni caso sono unite da un unico tema: il serio pericolo che rappresentano le ricchezze per il possesso dei beni celesti.
 
Dal Vangelo secondo Marco 10,17-30: In quel tempo, mentre Gesù andava per la strada, un tale gli corse incontro e, gettandosi in ginocchio davanti a lui, gli domandò: «Maestro buono, che cosa devo fare per avere in eredità la vita eterna?». Gesù gli disse: «Perché mi chiami buono? Nessuno è buono, se non Dio solo. Tu conosci i comandamenti: “Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non testimoniare il falso, non frodare, onora tuo padre e tua madre”». Egli allora gli disse: «Maestro, tutte queste cose le ho osservate fin dalla mia giovinezza». Allora Gesù fissò lo sguardo su di lui, lo amò e gli disse: «Una cosa sola ti manca: va’, vendi quello che hai e dallo ai poveri, e avrai un tesoro in cielo; e vieni! Seguimi!». Ma a queste parole egli si fece scuro in volto e se ne andò rattristato; possedeva infatti molti beni. Gesù, volgendo lo sguardo attorno, disse ai suoi discepoli: «Quanto è difficile, per quelli che possiedono ricchezze, entrare nel regno di Dio!». I discepoli erano sconcertati dalle sue parole; ma Gesù riprese e disse loro: «Figli, quanto è difficile entrare nel regno di Dio! È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio». Essi, ancora più stupiti, dicevano tra loro: «E chi può essere salvato?». Ma Gesù, guardandoli in faccia, disse: «Impossibile agli uomini, ma non a Dio! Perché tutto è possibile a Dio». Pietro allora prese a dirgli: «Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito». Gesù gli rispose: «In verità io vi dico: non c’è nessuno che abbia lasciato casa o fratelli o sorelle o madre o padre o figli o campi per causa mia e per causa del Vangelo, che non riceva già ora, in questo tempo, cento volte tanto in case e fratelli e sorelle e madri e figli e campi, insieme a persecuzioni, e la vita eterna nel tempo che verrà».
 
Per Matteo il “tale” che si accosta a Gesù è un giovane (Mt 19,20.22) e per Luca un notabile, quindi una persona importante (Lc 18,18). Il giovane, agiato, molto ricco, osservante della Legge, cresciuto in un ambiente familiare molto religioso, certamente doveva nutrire buoni propositi. Lo suggeriscono la fretta con la quale va incontro a Gesù e il suo gettarsi in ginocchio davanti al giovane Rabbi di Nazaret. A sentirsi chiamare ‘Maestro buono’, Gesù sembra reagire bruscamente rispondendo che solo Dio è buono. Con questa risposta Gesù non nega la sua divinità. Affatto, perché la conferma. Per san Beda significa che «la stessa unica e indivisibile Trinità ... è il solo unico Dio buono. Il Signore dunque non nega di essere buono, ma afferma di essere Dio; non dichiara di non essere il buon Maestro, ma testimonia che al di fuori di Dio nessun maestro è buono» (Comm. in Marci ev., III). La domanda posta dal giovane ricco riflette la mentalità farisaica. Per salvarsi bastava ubbidire alla Legge di Mosè e alle tante, infinite prescrizioni legali, liturgiche, morali ad essa direttamente o indirettamente legate. Forse temeva che nel computo mancasse qualcosa. L’uomo è schietto, ma ha una mentalità legalista che lo tiene inevitabilmente lontano dalla fede. È deciso a tutto pur di arrivare al beato possesso, però, confrontandosi con il ‘Maestro buono’, non sa di giuocare su un campo minato. La risposta di Gesù può sembrare ovvia, ma in verità vuol far uscire allo scoperto l’anonimo interlocutore. Il giovane nel rispondere è indubbiamente sincero, e lo sguardo di Gesù lo sottolinea (Marco ama soffermarsi sullo sguardo di Gesù: cfr. 3,5.34; 5,32; 10,23; 11,11). Il giovane non mente perché «se fosse stato colpevole del reato di menzogna o di simulazione, certamente non si sarebbe detto di lui che Gesù lo amava dopo averlo guardato nell’intimo del cuore» (San Beda, ibidem). Gesù, ottenuta la risposta che aveva sollecitato, indica al giovane quello che gli manca per raggiungere la vita eterna: la sequela cristiana perché solo in essa può trovare quello che cerca. E pone una condizione: abbandonare tutte le ricchezze. È facile sentirsi a posto perché si osservano i comandamenti di Dio. Ma questo modo di ragionare apre l’uomo all’autosufficienza, alla tentazione di catturare Dio, di imporgli delle regole di comportamento: significa voler costringere Dio ad essere buono perché si osserva la Legge. Formalmente, senza mettere amore nei giudizi, carità nelle parole, misericordia nelle relazioni (cf. Mt 9,13). È il peccato originale dei farisei. Ragionando così il giovane notabile ricco sbaglia di molto. Gesù non impone l’indigenza, ma l’abbandono fiducioso all’agire di Dio. La proposta addolora il giovane che sconcertato lascia il campo triste perché spudoratamente attaccato ai suoi beni. Ma rimangono sconcertati anche i discepoli. Per il loro modo di pensare la ricchezza era una benedizione di Dio. Più si era buoni, più si era giusti e più Dio moltiplicava la ricchezza in figli, campi, servi, bestiame, denaro ... e sono ancora più sbigottiti quando le loro orecchie sentono che «è più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio».
 
Gesù fissò lo sguardo su di lui e lo amò: Vita consecrata 18: Nello sguardo di Gesù (cfr. Mc 10,21), «immagine del Dio invisibile» (Col 1,15), irradiazione della gloria del Padre (cfr. Eb 1,3), si coglie la profondità di un amore eterno ed infinito che tocca le radici dell’essere. La persona, che se ne lascia afferrare, non può non abbandonare tutto e seguirlo (cfr. Mc 1,16-20; 2,14; 10,21; 10,28). Come Paolo, essa considera tutto il resto «una perdita di fronte alla sublimità della conoscenza di Cristo Gesù», a confronto del quale non esita a ritenere ogni cosa «come spazzatura, al fine di guadagnare Cristo» (Fil 3,8). La sua aspirazione è di immedesimarsi con Lui, assumendone i sentimenti e la forma di vita. Questo lasciare tutto e seguire il Signore (cfr. Lc 18,28) costituisce un programma valido per tutte le persone chiamate e per tutti i tempi.
 
Benedetto XVI (Messaggio per la XVI Giornata della Gioventù): 6. I comandamenti, via dell’amore autentico - Gesù ricorda al giovane ricco i dieci comandamenti, come condizioni necessarie per “avere in eredità la vita eterna”. Essi sono punti di riferimento essenziali per vivere nell’amore, per distinguere chiaramente il bene dal male e costruire un progetto di vita solido e duraturo. Anche a voi, Gesù chiede se conoscete i comandamenti, se vi preoccupate di formare la vostra coscienza secondo la legge divina e se li mettete in pratica.
Certo, si tratta di domande controcorrente rispetto alla mentalità attuale, che propone una libertà svincolata da valori, da regole, da norme oggettive e invita a rifiutare ogni limite ai desideri del momento. Ma questo tipo di proposta invece di condurre alla vera libertà, porta l’uomo a diventare schiavo di se stesso, dei suoi desideri immediati, degli idoli come il potere, il denaro, il piacere sfrenato e le seduzioni del mondo, rendendolo incapace di seguire la sua nativa vocazione all’amore.
Dio ci dà i comandamenti perché ci vuole educare alla vera libertà, perché vuole costruire con noi un Regno di amore, di giustizia e di pace. Ascoltarli e metterli in pratica non significa alienarsi, ma trovare il cammino della libertà e dell’amore autentici, perché i comandamenti non limitano la felicità, ma indicano come trovarla. Gesù all’inizio del dialogo con il giovane ricco, ricorda che la legge data da Dio è buona, perché “Dio è buono”.
 
Egli, rattristatosi per quelle parole, se ne andò afflitto - La salvezza arriva solo per coloro che la desiderano veramente - Clemente di Alessandria, Quale ricco si salverà? 21, 1-2: L’uomo pur impegnandosi nell’ascesi e lavorando per liberarsi dalle passioni non consegue nulla, ma se manifesta con chiarezza che lo desidera molto e si impegna, con l’aggiunta dell’aiuto che gli viene da Dio, riesce. Dio infatti respira insieme alle anime che lo vogliono, ma se si ritirano del desiderio si ritira anche lo spirito dato da Dio: infatti salvare chi non vuole è proprio di un violento, salvare chi lo sceglie è proprio di chi fa un dono.
 
Ti supplichiamo, o Padre d’infinita grandezza:
come ci nutri del Corpo e Sangue del tuo Figlio,
così rendici partecipi della natura divina.
Per Cristo nostro Signore.
 
  9 OTTOBRE 2021
 
SABATO DELLA XXVII SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO DISPARI)
 
Gl 4,12-21; Sal 96 (97); Lc 11, 27-28
 
Il Santo del Giorno - 9 Ottobre 2021 - Beato Andrea da Domodossola Canonico lateranense: Il beato Andrea da Domodossola, è un canonico lateranense vissuto nel XV secolo. Sentita la vocazione fin da giovane, come scrive il Massa: “Si avviò dalla sua adolescenza alla carriera Ecclesiastica, alla quale fin dalla sua puerizia si sentiva inclinato”. Divenuto sacerdote, dopo aver incontrato forti ostacoli nell’esercizio delle sue funzioni, decise di entrare nella congregazione dei Canonici Lateranensi. I Canonici erano arrivati a Novara intorno al 1470, chiamati dal vescovo Giovanni Arcimboldi. Il beato Andrea viene ricordato come un religioso che visse con grande zelo il suo lavoro apostolico e che ebbe “grande fama di difensore dei diritti ecclesiastici e di vero operaio evangelico”. Sappiamo che morì a Novara, nel convento della Madonna delle Grazie nell’anno 1500. In quel convento era conservato il suo corpo fino alla soppressione del suo ordine. (Autore: Mauro Bonato)
 
Colletta: Dio onnipotente ed eterno, che esaudisci le preghiere del tuo popolo oltre ogni desiderio e ogni merito, effondi su di noi la tua misericordia: perdona ciò che la coscienza teme e aggiungi ciò che la preghiera non osa sperare. Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
La Chiesa accoglie la Parola - Verbum Domini 50: Il Signore pronuncia la sua Parola perché venga accolta da coloro che sono stati creati proprio «per mezzo» dello stesso Verbo. «Venne tra i suoi» (Gv 1,11): la Parola non ci è originariamente estranea e la creazione è stata voluta in un rapporto di familiarità con la vita divina. Il Prologo del quarto Vangelo ci pone di fronte anche al rifiuto nei confronti della divina Parola da parte dei «suoi» che «non l’hanno accolto» (Gv 1,11). Non accoglierlo vuol dire non ascoltare la sua voce, non conformarsi al Logos. Invece, là dove luomo, pur fragile e peccatore, si apre sinceramente allincontro con Cristo, inizia una trasformazione radicale: «a quanti però lo hanno accolto ha dato il potere di diventare figli di Dio» (Gv 1,12). Accogliere il Verbo vuol dire lasciarsi plasmare da Lui, così da essere, per la potenza dello Spirito Santo, resi conformi a Cristo, al «Figlio unigenito che viene dal Padre» (Gv 1,14). È linizio di una nuova creazione, nasce la creatura nuova, un popolo nuovo. Quelli che credono, ossia coloro che vivono lobbedienza della fede, «da Dio sono stati generati» (Gv 1,13), vengono resi partecipi della vita divina: figli nel Figlio (cfr Gal 4,5-6; Rm 8,14-17). Dice suggestivamente sant’Agostino commentando questo passo nel Vangelo di Giovanni: «per mezzo del Verbo sei stato fatto, ma è necessario che per mezzo del Verbo tu venga rifatto». Qui vediamo delinearsi il volto della Chiesa, come realtà definita dalla accoglienza del Verbo di Dio che facendosi carne è venuto a porre la sua tenda tra noi (cfr Gv 1,14). Questa dimora di Dio tra gli uomini, questa shekinah (cfr Es 26,1), prefigurata nellAntico Testamento, si compie ora nella presenza definitiva di Dio con gli uomini in Cristo.
 
I Lettura: Dopo il saccheggio e la distruzione di Gerusalemme e del tempio nel 587 a.C. nel cuore degli Israeliti nascono e crescono malevoli sentimenti di risentimento e di disistima per i popoli stranieri e aumenta la certezza che presto Dio libererà il suo popolo, una liberazione che sarà accompagnata dal declino delle nazioni che lo hanno vessato. Il brano della liturgia odierna si insinua in questa cornice: Date mano alla falce, perché la messe è matura; venite, pigiate, perché il torchio è pieno e i tini traboccano, poiché grande è la loro malvagità! La mietitura del grano e la pigiatura delle uve sono delle immagini che esprimono la punizione e l’annientamento dei popoli nemici. Mentre i vv. 14.17 annunciano la fine degli stranieri ostili a Israele, i versetti 18-21 proclamano la restaurazione di Israele: mentre l’Egitto diventerà una desolazione ed Edom un arido deserto Giuda sarà sempre abitata e Gerusalemme di generazione in generazione. Restaurato Israele il Signore dimorerà per sempre in Sion.
 
Vangelo: Il racconto evangelico vuol suggerire che la generazione secondo la carne non può salvare, non è sufficiente avere Abramo per padre. Ci si può salvare soltanto ascoltando il Figlio dell’uomo e la sua parola. Maria, la Madre di Gesù, è beata perché ha custodito la Parola nella mente, nel cuore, l’ha portata nel suo purissimo grembo per generalo e offrirlo a Dio come vittima soave e gradita  per la salvezza del mondo. Già Elisabetta aveva proclamato beata la madre del Signore per aver creduto nell’adempimento delle parole del Signore (Lc 1,45). La Vergine Maria ha ascoltato la Parola e l’ha messa in pratica, diventando così modello per tutti i credenti (cfr. LG 65).
 
Dal Vangelo secondo Luca 11,27-28: In quel tempo, mentre Gesù parlava, una donna dalla folla alzò la voce e gli disse: «Beato il grembo che ti ha portato e il seno che ti ha allattato!». Ma egli disse: «Beati piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano!».
 
Mentre Gesù parlava: Redemptoris Mater 20: Il Vangelo di Luca registra il momento in cui “una donna alzo la voce di mezzo alla folla e disse”, rivolgendosi a Gesù: “Beato il grembo che ti ha portato e il seno da cui hai preso il latte!” (Lc 11,27). Queste parole costituivano una lode per Maria come Madre di Gesù secondo la carne. La Madre di Gesù non era forse conosciuta personalmente da questa donna; infatti, quando Gesù iniziò la sua attività messianica, Maria non lo accompagnava e continuava a rimanere a Nazaret. Si direbbe che le parole di quella donna sconosciuta l’abbiano fatta in qualche modo uscire dal suo nascondimento. Attraverso quelle parole è balenato in mezzo alla folla, almeno per un attimo, il vangelo dell’infanzia di Gesù. È il vangelo in cui Maria è presente come la madre che concepisce Gesù nel suo grembo, lo dà alla luce e lo allatta maternamente: la madre-nutrice, a cui allude quella donna del popolo. Grazie a questa maternità, Gesù - figlio dellAltissimo (cfr. Lc 1,32) - è un vero figlio dell’uomo. È “carne”, come ogni uomo: è “il Verbo (che) si fece carne” (cfr. Gv 1,14). È carne e sangue di Maria! Ma alla benedizione, proclamata da quella donna nei confronti della sua genitrice secondo la carne, Gesù risponde in modo significativo: “Beati piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano” (Lc 11,28). Egli vuole distogliere l’attenzione dalla maternità intesa solo come un legame della carne, per orientarla verso quei misteriosi legami dello spirito, che si formano nellascolto e nellosservanza della parola di Dio.
 
Beati coloro che ascoltano la parola di Dio - Antonio Bonora (Parola in Schede Bibliche Pastorali Vol VI): Grande rilievo ha nell’AT il tema dellascolto, cioè della accoglienza sincera e docile della parola di Dio. Ricordiamo Dt 6,4 («Ascolta, Israele»), l’inizio della preghiera dello Shema («Ascolta»), tanto cara alla pietà giudaica. I profeti invitavano con la formula «Ascoltate» (cf. Am 3,1; Ger 7,2) e anche sapienti ripetevano spesso l’esortazione ad ascoltare (cf. Pro 1,8). «Ascoltare» non significa soltanto un’attenzione superficiale. ma un «avere nel proprio cuore» la parola di Dio (cf. Dt 6,3; Is 1,10; Ger 11,3.6), metterla in pratica (cf. Sal 119,9.17.101), mettere in essa la propria speranza e fiducia (cf. Sal 119, 42.74.81; 30,5).
Ma l’uomo è sordo. Allora Dio interviene e apre l’orecchio del suo discepolo (Is 50,5; Sal 40,7), «circoncide il cuore» (Dt 30,6-7) perché l’uomo sappia obbedire alla voce del Signore.
L’ascolto, dunque, implica fede e obbedienza, amore e fiducia, pratica effettiva della parola: tutto ciò non è possibile senza la grazia di Dio. Tale tema ricorre anche nel NT, secondo il quale Dio apre il cuore per accogliere la parola di Dio (cf. At 16,14).
Giovanni denuncia così il peccato dei giudei e di tutti i non credenti: «Non potete dare ascolto alle mie parole voi che avete per padre il diavolo, e volete compiere i desideri del padre vostro ... Chi è da Dio ascolto le parole di Dio: per questo voi non le ascoltate, perché non siete da Dio» (Gv 8,43.47).
La voce celeste del Padre presenta il Figlio così: «Questi è il mio Figlio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto: «Ascoltatelo» (Mt 17,5). La parola di Dio è Gesù stesso. Ascoltare lui, ossia credergli e seguirlo, è accogliere la parola di Dio, E Gesù dice: «Beati quelli che ascoltano la parola di Dio e losservano» (Lc 11,28). Ascoltare equivale a mettere in pratica; la conseguenza è la beatitudine, la felicità. Se vuoi essere felice, ascolta la parola di Dio che ultimamente è Gesù stesso.
 
Beati piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano!: Giovanni Paolo II (Omelia, 5 aprile 1987): Così Gesù volle elogiare sua Madre, per il sacrificio silenzioso della sua vita, piena di immenso amore, di servizio incondizionato al disegno divino della salvezza. Egli ce l’ha lasciata come modello di accettazione e di perfetto compimento della volontà di Dio. Nella vita di Maria, di madre e di sposa, impariamo che nella normalità quotidiana dei nostri doveri familiari e sociali compiuti con molto amore, possiamo e dobbiamo raggiungere la santità cristiana. Il Concilio Vaticano II ha voluto ricordare tale valore santificante presente nelle realtà quotidiane per tutti i cristiani, in qualsiasi compito, indicando, riferendosi ai laici, che “tutte infatti le loro opere, le preghiere e le iniziative apostoliche, la vita coniugale e familiare, il lavoro giornaliero, il sollievo spirituale e corporale, se sono compiute nello Spirito, e persino le molestie della vita, se sono sopportate con pazienza diventano spirituali sacrifici, graditi a Dio per Gesù Cristo” (Lumen Gentium, 34).
 
Maria: Beata colei che ha creduto: CCC 148-149: La Vergine Maria realizza nel modo più perfetto l’obbedienza della fede. Nella fede, Maria accolse lannunzio e la promessa a Lei portati dall’angelo Gabriele, credendo che “nulla è impossibile a Dio” (Lc 1,37), e dando il proprio consenso: “Sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto” (Lc 1,38). Elisabetta la salutò così: “Beata colei che ha creduto nell’adempimento delle parole del Signore” (Lc 1,45). Per questa fede tutte le generazioni la chiameranno beata. Durante tutta la sua vita, e fino allultima prova, quando Gesù, suo Figlio, morì sulla croce, la sua fede non ha mai vacillato. Maria non ha cessato di credere «nell’adempimento» della Parola di Dio. Ecco perché la Chiesa venera in Maria la più pura realizzazione della fede.
 
Beati piuttosto coloro che ascoltano la Parola di Dio e la osservano!: Chi ascolta e osserva la Parola di Dio deve avere in sé quattro virtù, come dice anche Gregorio (Hom. in ev., 18,1). La prima è questa: deve mortificare se stesso in tutti i suoi impulsi carnali, aver ucciso in se stesso tutte le cose corruttibili ed esser morto a tutto quello che è corruttibile. La seconda è questa: deve essersi completamente e assolutamente elevato in Dio con la conoscenza, con lamore e con una interiorità vera e totale. La terza è questa: non deve fare ad alcuno ciò che per lui sarebbe doloroso se gli altri lo facessero a lui. La quarta è questa: deve essere generoso nelle cose corporali e nei beni spirituali e deve dare tutto disinteressatamente” (M. Eckhart, predica “Beatus venter qui te portavit”).
 
Concedi a noi, Padre onnipotente,
che, inebriati e nutriti da questi sacramenti,
veniamo trasformati in Cristo
che abbiamo ricevuto come cibo e bevanda di vita.
Egli vive e regna nei secoli dei secoli.
 
 8 OTTOBRE 2021
 
VENERDÌ DELLA XXVII SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO DISPARI)
 
Gl 1,13-15; 2,1-2; Sal 9; Lc 11,15-26
 
Il Santo del Giorno - 8 Ottobre 2021 - Santa Pelagia di Antiochia Vergine e Martire: Fu una giovane martire di Antiochia, vittima della persecuzione di Diocleziano. Pelagia, quindicenne, testimoniò in modo insolito la sua fedeltà a Cristo: quando i soldati dell’imperatore si recarono alla sua dimora per portarla davanti al tribunale che l’avrebbe sicuramente condannata perché cristiana, Pelagia domandò loro di permetterle di mutarsi d’abito. Avuto il permesso, salì al piano superiore e ben sapendo a quale trattamento indegno sarebbe stato esposto il suo corpo, si uccise gettandosi dalla finestra. San Giovanni Crisostomo, involontariamente, ha oscurato la fama di questa Pelagia, raccontando la storia di una ballerina di Antiochia dallo stesso nome, che la gente chiamava Margherita, cioè perla preziosa, per la rara bellezza del suo volto e per i ricchi ornamenti del suo corpo. Bellezza da cui lo stesso vescovo Nonno trasse un insegnamento di tipo spirituale. Le stesse parole del pastore portarono questa Pelagia alla conversione e al battesimo. Si recò poi a piedi a Gerusalemme dove visse in una grotta sul Monte degli Ulivi per il resto dei suoi anni. (Avvenire)
 
Colletta: Dio onnipotente ed eterno, che esaudisci le preghiere del tuo popolo oltre ogni desiderio e ogni merito, effondi su di noi la tua misericordia: perdona ciò che la coscienza teme e aggiungi ciò che la preghiera non osa sperare. Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
Il peccato - Gaudium et spes 13: Spesso, rifiutando di riconoscere Dio quale suo principio, l’uomo ha infranto il debito ordine in rapporto al suo fine ultimo, e al tempo stesso tutta l’armonia, sia in rapporto a se stesso, sia in rapporto agli altri uomini e a tutta la creazione.
Così l’uomo si trova diviso in se stesso.
Per questo tutta la vita umana, sia individuale che collettiva, presenta i caratteri di una lotta drammatica tra il bene e il male, tra la luce e le tenebre.
Anzi l’uomo si trova incapace di superare efficacemente da sé medesimo gli assalti del male, così che ognuno si sente come incatenato.
Ma il Signore stesso è venuto a liberare l’uomo e a dargli forza, rinnovandolo nell’intimo e scacciando fuori «il principe di questo mondo» (Gv12,31), che lo teneva schiavo del peccato.
Il peccato è, del resto, una diminuzione per l’uomo stesso, in quanto gli impedisce di conseguire la propria pienezza. Nella luce di questa Rivelazione trovano insieme la loro ragione ultima sia la sublime vocazione, sia la profonda miseria, di cui gli uomini fanno l’esperienza.
 
I Lettura: Il testo profetico va collocato in una cornice di desolazione, e di estreme calamità: Gioele scrive sullo sfondo di una perniciosa invasione di cavallette (1,4) e di un periodo prolungato di siccità. Per Gioele questi flagelli devono essere accolti come una parola che Dio rivolge al suo popolo e che il profeta aiuta a comprendere il senso: sono segni che annunciano altre disgrazie, più invasive e più devastanti, infatti è vicino il giorno del Signore, giorno di tenebra e di oscurità, giorno di nube e di caligine (2,2), e come le cavallette una grande armata nemica, inviata da Dio, si spande sui monti. Da qui, per stornare il castigo, l’invito a convertirsi, a ritornare al Signore con tutto il cuore, con digiuni, con pianti e lamenti (2,12). 
 
Vangelo: Il racconto evangelico si apre con un esorcismo di cui non viene ricordato alcun particolare, ma è da questo episodio che segue una reazione diversificata dei presenti. Alcuni accusano Gesù di essere in combutta con Satana, mentre altri vogliono metterlo alla prova esigendo da lui un segno dal cielo. La risposta di Gesù a queste illazioni Gesù è immediata. L’originalità degli esorcismi di Gesù sta nell’espressione dito di Dio, che nell’Antico Testamento indica l’intervento concreto e diretto di Dio sul mondo. Gesù è venuto per instaurare con il dito di Dio il regno del Padre celeste e per sbaragliare il regno di Satana. Quest’ultimo è l’uomo forte che fa la guardia alla sua casa e al suo regno, ma c’è uno più forte che lo sconfigge, con la sua potenza divina e i suoi esorcismi
 
Dal Vangelo secondo Luca 11,15-26: In quel tempo, [dopo che Gesù ebbe scacciato un demonio,] alcuni dissero: «È per mezzo di Beelzebùl, capo dei demòni, che egli scaccia i demòni». Altri poi, per metterlo alla prova, gli domandavano un segno dal cielo.
Egli, conoscendo le loro intenzioni, disse: «Ogni regno diviso in se stesso va in rovina e una casa cade sull’altra. Ora, se anche Satana è diviso in se stesso, come potrà stare in piedi il suo regno? Voi dite che io scaccio i demòni per mezzo di Beelzebùl. Ma se io scaccio i demòni per mezzo di Beelzebùl, i vostri figli per mezzo di chi li scacciano? Per questo saranno loro i vostri giudici. Se invece io scaccio i demòni con il dito di Dio, allora è giunto a voi il regno di Dio.
Quando un uomo forte, bene armato, fa la guardia al suo palazzo, ciò che possiede è al sicuro. Ma se arriva uno più forte di lui e lo vince, gli strappa via le armi nelle quali confidava e ne spartisce il bottino.
Chi non è con me è contro di me, e chi non raccoglie con me disperde.
Quando lo spirito impuro esce dall’uomo, si aggira per luoghi deserti cercando sollievo e, non trovandone, dice: “Ritornerò nella mia casa, da cui sono uscito”. Venuto, la trova spazzata e adorna. Allora va, prende altri sette spiriti peggiori di lui, vi entrano e vi prendono dimora. E l’ultima condizione di quell’uomo diventa peggiore della prima».
 
Un segno e la sua interpretazione - Basilio Caballero (La Parola per Ogni Giorno): Gesù ha appena scacciato un demonio da un posseduto, «un demonio che era muto. Uscito il demonio, il muto cominciò a parlare e le folle rimasero meravigliate. Ma alcuni dissero: “È in nome di Beelzebul, capo dei demoni, che egli scaccia i demoni”». Gesù aveva compiuto un segno, un miracolo; ma ogni segno è ambivalente e si può interpretare in un senso o nell’altro, perché Dio rispetta la libertà di chi vede il segno e lo interpreta.
È quello che avvenne in questo caso. Alcuni ammirarono il potere liberatore e la misericordia di Dio che Gesù manifestava; altri però attribuirono tutto alla complicità di Cristo con il demonio. Chiaramente illogico, perché, come dice Gesù, «Ogni regno diviso in se stesso va in rovina e una casa cade sull’altra. Ora, se anche satana è diviso in se stesso, come potrà stare in piedi il suo regno? ».
L’unica spiegazione valida è che un altro più forte del demonio, cioè Gesù stesso, lo ha vinto. Poiché egli scaccia i demoni «con il dito di Dio», cioè con il suo potere e «per virtù dello Spirito di Dio» - come aggiunge l’evangelista Matteo nel brano parallelo (11,28) - il regno e la misericordia liberatrice di Dio sono arrivati nel mondo degli uomini. Questa è la spiegazione giusta, conclude Gesù.
Per accettare come evidente questa interpretazione, ci voleva una luce speciale, cioè la fede, che mancava agli avversari di Cristo. La fede è un dono di Dio e non una conclusione razionale; per questo non scaturiva necessariamente dai miracoli che Gesù faceva. Altrimenti, tutti avrebbero creduto in lui, perché le prove che dava del potere di Dio erano schiaccianti.
Inoltre, ogni segno di Dio, come parola efficace di se stesso, chiama a una decisione a favore o contro.
Per questo Gesù aggiunge: «Chi non è con me, è contro di me». E tacitamente paragona la sorte del popolo eletto con quella del posseduto guarito. Se non accoglie il regno di Dio on cuore aperto e grato, si troverà in una situazione peggiore di prima.
 
Satana l’omicida e il signore della morte - Giorgio Giordani e Sergio Lanza (Satana in Schede Bibliche Pastorali Vol. VII): «Egli è stato omicida fin dal principio» (Gv 8,44). L’intima connessione tra Satana ­peccato-morte appare in numerosi testi del NT, di cui quello di Giovanni or ora citato costituisce l’esempio più significativo nella sua formulazione lapidaria e sintetica. Già verso la fine della rivelazione veterotestamentaria si era introdotto un pensiero di questo tipo, quando l’autore del libro della Sapienza, rileggendo il testo di Gn 3, dopo aver detto che «Dio creò l’uomo per l’immortalità, lo fece a immagine della propria natura» (Sap 2,23; cf. 1,13), afferma: «Ma la morte è entrata nel mondo per invidia del diavolo e ne fanno esperienza coloro che gli appartengono» (Sap 2,24).
In questa prospettiva si può capire l’esortazione di Cristo ai discepoli: «E non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima; temete piuttosto colui che ha il potere di far perire e l’anima e il corpo nella Geenna» (Mt 10,28), e la raccomandazione di Giovanni a non seguire l’esempio di Caino «che era maligno e uccise suo fratello» (1Gv 3,12).
Ma è soprattutto nelle lettere di Paolo che questo pensiero viene ripreso e sviluppato, con la costante preoccupazione di far risaltare la vittoria di Cristo su Satana ­peccato-morte. Notissimo è il testo di Rom 5,12ss che presenta uno schizzo della storia della salvezza: rileggendo Gn 3 e Sap 2,24, Paolo sottolinea la relazione peccato-morte, mettendone in risalto il rapporto di stretta causalità. Ma egli è soprattutto preoccupato di mettere in evidenza la ricchezza sovrabbondante della redenzione operata da Cristo: «Quindi, come a causa di un solo uomo il peccato è entrato nel mondo e con il peccato la morte, così anche la morte ha raggiunto tutti gli uomini, perché tutti hanno peccato ... Ma il dono di grazia non è come la caduta: se infatti per la caduta di uno solo morirono tutti, molto di più la grazia di Dio e il dono concesso in grazia di un solo uomo, Gesù Cristo, si sono riversati in abbondanza su tutti gli uomini» (Rm 5,12 e 15).
La missione di Cristo è quella di sconfiggere Satana c esautorare il suo dominio sul regno della morte. Egli si è fatto uomo, ha assunto in tutto la condizione umana, «ne è divenuto partecipe, al fine di ridurre all’impotenza mediante la morte colui che ha il potere della morte, cioè il diavolo, e rendere liberi quelli che per timore della morte erano soggetti a servitù per tutta la vita» (Eb 2,14-15). Per questo Paolo può esclamare con una speranza che è già fiduciosa certezza: «Ma il Signore è fedele; egli vi confermerà e vi custodirà dal maligno» (2Ts 3,3).
Ancora più radicale Giovanni che considera i cristiani come coloro che, sebbene ancora sollecitati da tante tentazioni e difficoltà, pure possono considerarsi legittimamente vincitori, perché hanno conosciuto «colui che è dal principio» e hanno «vinto il maligno» (1Gv 2,13-14).
 
Chi non è con me...: Pio XI (Ubi Arcano Dei Consilio, Lettera Enciclica): Queste divine parole si sono avverate, ed ancora oggi vanno avverandosi sotto i nostri occhi. Gli uomini si sono allontanati da Dio e da Gesù Cristo e per questo sono caduti al fondo di tanti mali; per questo stesso si logorano e si consumano in vani e sterili tentativi di porvi rimedio, senza neppure riuscire a raccogliere gli avanzi di tante rovine. Si è voluto che fossero senza Dio e senza Gesù Cristo le leggi e i governi, derivando ogni autorità non da Dio, ma dagli uomini; e con ciò stesso venivano meno alle leggi, non soltanto le sole vere ed inevitabili sanzioni, ma anche gli stessi supremi criteri del giusto, che anche il filosofo pagano Cicerone intuirà potersi derivare soltanto dalla legge divina. E veniva pure meno all’autorità ogni solida base, ogni vera ed indiscutibile ragione di supremazia e di comando da una parte, di soggezione e di ubbidienza dall’altra; e così la stessa compagine sociale, per logica necessità, doveva andarne scossa e compromessa, non rimanendole ormai alcun sicuro fulcro, ma tutto riducendosi a contrasti ed a prevalenze di numero e di interessi particolari.
 
Ma se arriva uno più forte di lui: “Gesù Cristo è Colui che è più forte del Diavolo e ha assunto le vesti della nostra umanità per sconfiggerlo e liberare la nostra anima, sua sposa, dalle mani di quello, servendosi dell’umiltà con la quale espelle dall’anima il veleno della superbia. affinché nei sensi del corpo non appaia più nulla di orgoglioso” (Antonio da Padova, Sermones)
 
Concedi a noi, Padre onnipotente,
che, inebriati e nutriti da questi sacramenti,
veniamo trasformati in Cristo
che abbiamo ricevuto come cibo e bevanda di vita.
Egli vive e regna nei secoli dei secoli.
 
 7 OTTOBRE 2021
 
GIOVEDÌ XVII SETTIMANA T. O.
 
BEATA VERGINE MARIA DEL ROSARIO – MEMORIA
 
At 1,12-14; Sal da Lc 1,46-55; Lc 1,26-38
 
Il Santo del Giorno - 7 Ottobre 2021 - Beata Vergine Maria del Rosario: Questa festa fu istituita con il nome di “Madonna della Vittoria” dal papa Pio V a perenne ricordo della battaglia di Lepanto, svoltasi appunto il 7 ottobre del 1571, nella quale la flotta della Lega Santa (formata da Spagna, Repubblica di Venezia e Stato della Chiesa) sconfisse quella dell’Impero ottomano. Due anni dopo Gregorio XIII confermava questa festa, mutandone il nome in quello di festa del S. Rosario.
A ragione questa vittoria venne attribuita alla SS. Vergine poiché, mentre a Lepanto si combatteva, in tutta la cristianità si recitava il Rosario. Erano milioni di fedeli con a capo il Papa che pregavano affinché la scimitarra degli infedeli non giungesse a far strage nelle nostre contrade, com’era preciso disegno dei Turchi. L’armata cristiana; inferiore di numero, assalì con grande fede ed ardore il nemico, e gl’inflisse una tale sconfitta che abbatté per sempre la potenza turca sul mare.
 
Colletta: Infondi nel nostro spirito la tua grazia, o Padre; tu, che all’annuncio dell’angelo ci hai rivelato l’incarnazione di Cristo tuo Figlio, per la sua passione e la sua croce, con l’intercessione della beata Vergine Maria, guidaci alla gloria della risurrezione. Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
La famiglia: i genitori… - Rosarium Virginis Mariae 41. Preghiera per la pace, il Rosario è anche, da sempre, preghiera della famiglia e per la famiglia. Un tempo questa preghiera era particolarmente cara alle famiglie cristiane, e certamente ne favoriva la comunione. Occorre non disperdere questa preziosa eredità. Bisogna tornare a pregare in famiglia e a pregare per le famiglie, utilizzando ancora questa forma di preghiera.
Se nella Lettera apostolica Novo millennio ineunte ho incoraggiato la celebrazione della Liturgia delle Ore anche da parte dei laici nella vita ordinaria delle comunità parrocchiali e dei vari gruppi cristiani, altrettanto desidero fare per il Rosario. Si tratta di due vie non alternative, ma complementari, della contemplazione cristiana. Chiedo pertanto a quanti si dedicano alla pastorale delle famiglie di suggerire con convinzione la recita del Rosario.
La famiglia che prega unita, resta unita. Il Santo Rosario, per antica tradizione, si presta particolarmente ad essere preghiera in cui la famiglia si ritrova. I singoli membri di essa, proprio gettando lo sguardo su Gesù, recuperano anche la capacità di guardarsi sempre nuovamente negli occhi, per comunicare, per solidarizzare, per perdonarsi scambievolmente, per ripartire con un patto di amore rinnovato dallo Spirito di Dio.
Molti problemi delle famiglie contemporanee, specie nelle società economicamente evolute, dipendono dal fatto che diventa sempre più difficile comunicare. Non si riesce a stare insieme, e magari i rari momenti dello stare insieme sono assorbiti dalle immagini di un televisore. Riprendere a recitare il Rosario in famiglia significa immettere nella vita quotidiana ben altre immagini, quelle del mistero che salva: l’immagine del Redentore, l’immagine della sua Madre Santissima. La famiglia che recita insieme il Rosario riproduce un po’ il clima della casa di Nazareth: si pone Gesù al centro, si condividono con lui gioie e dolori, si mettono nelle sue mani bisogni e progetti, si attingono da lui la speranza e la forza per il cammino. 
 
I Lettura: Dopo l’ascensione di Gesù gli Apostoli entrano nella stanza superiore , dove erano soliti riunirsi. Obbedienti al Maestro attendono il dono dello Spirito Santo come era stato loro promesso. Perseveranti e concordi nella preghiera, insieme ad alcune donne e a Maria, la madre di Gesù, e ai fratelli di lui: la presenza di Maria nel cenacolo fa intendere che nell’ora in cui spunta l’alba della Chiesa non può mancare colei che è la madre di Dio e degli uomini
 
Vangelo: Dio irrompe nella storia dell’uomo per redimerlo e liberarlo dalla schiavitù della morte e del peccato: il sì di Maria è la condizione necessaria e ultima perché Dio riveli al mondo il suo progetto universale di salvezza.
 
Dal Vangelo secondo Luca: In quel tempo, l’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nazaret, a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, chiamato Giuseppe. La vergine si chiamava Maria. Entrando da lei, disse: “Ti saluto, o piena di grazia, il Signore è con te”.
A queste parole ella rimase turbata e si domandava che senso avesse un tale saluto. L’angelo le disse: “Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ecco concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine”.
Allora Maria disse all’angelo: “Come è possibile? Non conosco uomo”. Le rispose l’angelo: “Lo Spirito Santo scenderà su di te, su te stenderà la sua ombra la potenza dell’Altissimo. Colui che nascerà sarà dunque santo e chiamato Figlio di Dio. Vedi: anche Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia, ha concepito un figlio e questo è il sesto mese per lei, che tutti dicevano sterile: nulla è impossibile a Dio”. Allora Maria disse: “Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto”. E l’angelo partì da lei.
 
Rallègrati, piena di grazia - Il testo lucano è pieno di sorprese. Innanzi tutto, contrariamente alle attese popolari, la realizzazione del progetto salvifico, svelato nelle parole dell’angelo, non parte da Gerusalemme, ma da un paese sconosciuto, Nazaret, situato in una regione posta in periferia e semipagana (Cf. Mt 4,15). Ma la sorpresa più grande è che la realizzazione del progetto salvifico prevede come condizione necessaria il sì di una donna.
La vergine si chiamava Maria. Il saluto che l’angelo Gabriele le rivolge esce dall’ambito di un comune saluto: «Rallègrati, piena di grazia». In egual modo, i profeti invitavano la «vergine figlia di Sion» (Is 37,22) a rallegrarsi a motivo della prossima venuta del Signore Dio in mezzo al suo popolo: «Gioisci, figlia di Sion, esulta, Israele, e rallegrati con tutto il cuore, figlia di Gerusalemme! [...]. Re d’Israele è il Signore in mezzo a te» (Sof 3,13; Cf. Is 49,13; Gl 2,21). Un singolare accostamento: Maria è la nuova Figlia di Sion, nel cui seno, come nel Tempio, verrà a dimorare Dio stesso (Cf. v. 33: «Lo Spirito Santo scenderà su di te e la potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra»). Dio «prende veramente possesso del grembo di Maria, che diviene la sua dimora vivente, quale figlia di Sion, cioè rappresentante del nuovo popolo eletto» (A. Poppi).
E ancora, a Maria, l’angelo Gabriele promette l’assistenza di Dio, la sua vicinanza, la sua forza, la sua consolazione: «Il Signore è con te». Tutto il favore di Dio è riversato su di lei, lei è la piena di grazia: Dio l’ha colmata di grazia, ella è «la “graziata”, la “gratificata” per eccellenza. L’appellativo che sta per il nome proprio fa pensare che la “grazia” fa come parte del suo essere, la possiede per sempre, fin dalla nascita» (Ortensio Da Spinetoli).
L’annunzio turba Maria in quanto decisa a rimanere vergine: «Come avverrà questo, poiché io non conosco uomo?». Come fa notare Giovanni Leonardi (L’infanzia di Gesù), la «più comune interpretazione tra gli esegeti cattolici è la seguente. Maria obietterebbe: “Come posso diventare madre dal momento che ho l’intenzione o il proposito di non conoscere uomo?”, cioè qualsiasi uomo, vale a dire di restare vergine. Maria cioè obietterebbe il suo proposito di castità perfetta». Tali esegeti fondano la loro tesi sul presente greco, io non conosco uomo, usato da Maria e che indica azione continua.
René Laurentin, che segue questa interpretazione, porta questa esemplificazione: «Portiamo un esempio moderno per illustrare questi due termini astratti: se qualcuno, a cui si offre una sigaretta, risponde: “non fumo”, si capisce che questo significa “io non fumo mai” e non “io non sono nell’atto di fumare”». Il proposito di restare vergine per quei tempi era qualcosa di inusitato, in quanto la verginità era equiparata alla sterilità (Cf. Gen 30,23; Gdc 11,37; 2Sam 13,20); una condizione sfavorevole, a volte intesa come castigo di Dio, che poneva la donna agli ultimi gradini della società civile. Una donna senza figli era una donna in balia di tutti soprattutto se alla sterilità si assommava la disgrazia della vedovanza. Ma da molte testimonianze storiche si evince che nell’antichità la verginità era anche praticata: per esempio, gli Esseni di Qumran si astenevano dall’uso matrimoniale, vivendo praticamente come celibi, per conservare la purità legale, in vista dell’avvento del Regno di Dio.
Maria è pronta a fare la volontà di Dio, ma non sa come conciliare la verginità con la maternità: praticamente, come una vergine può essere madre senza conoscere uomo?
Se «Dio le ha ispirato di rimanere vergine, Dio le domanda oggi di diventare madre: Dio non si contraddice. Ma bisognava forse che, accettando un tempo di restare vergine, essa rinunciasse ad essere madre per poterlo diventare oggi. Come fu necessario che Abramo, perché potesse effettivamente diventare il padre di una posterità numerosa come le stelle del cielo e l’arena del mare, rinunciasse, accettando di immolarlo, all’unico figlio, sul quale riposavano le promesse divine... Ma tale è la legge stessa dell’ordine soprannaturale: che la vita nasca dalla morte, che solo salvi la sua vita colui che accetta di perderla, in altri termini, che l’uomo non possieda mai se non ciò che ha donato» (S. Lyonnet). Maria, comunque, decide di fidarsi di Dio; infatti, la risposta dell’angelo dissipa ogni dubbio, «nulla è impossibile a Dio».
Lo Spirito Santo ti coprirà con la sua ombra: una promessa dalla quale si evince che ora, ante tempus, in Maria si realizza una parola del Cristo: «Io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Consolatore perché rimanga con voi per sempre, lo Spirito di verità che [...] dimora presso di voi e sarà in voi» (Gv 14,16-17).
Maria sarà adombrata dallo Spirito Santo. In Esodo 40,35 il verbo adombrare indica la nube che fa ombra sopra il Tabernacolo e simboleggia la gloria di Dio che riempie la Dimora. Su Maria scenderà lo Spirito Santo e questo non significa che lo Spirito Santo sarà il padre biologico del bambino, ma la nascita di quest’ultimo sarà il risultato di un’azione miracolosa della potenza divina. Al dire di P. Benoit, l’angelo «insinua chiaramente che lo Spirito Santo svolgerà il ruolo di principio creatore e produrrà la vita nel seno di Maria. Ciò che lo Spirito, questo soffio creatore, fa sin dalle origini del mondo, lo farà nel seno di Maria producendo una concezione verginale». Questa azione divina è allo stesso tempo una chiara attestazione della divinità del Bambino: «Colui che nascerà sarà santo e sarà chiamato Figlio di Dio».
Ed ecco, Elisabetta..., Maria crede per fede, non per il segno che le viene dato. La sua fede è fondata sulla certezza che Dio è fedele alle sue promesse e che la parola di Dio, in ordine alla salvezza, è «viva ed efficace» (Eb 4,12).
Con un atto di obbedienza e di fede da parte di Abramo era iniziata la storia della salvezza (Cf. Gen 12,1ss), ora è arrivata al suo pieno compimento nell’umiltà, nell’obbedienza e nella fede di una Vergine: «avvenga per me secondo la tua parola».
 
Marialis cultus 49: La Corona della Beata Vergine Maria, secondo la tradizione accolta dal Nostro Predecessore san Pio V e da lui autorevolmente proposta, consta di vari elementi, organicamente disposti:
a) la contemplazione in comunione con Maria di una serie di misteri della salvezza, sapientemente distribuiti in tre cicli, che esprimono il gaudio dei tempi messianici, il dolore salvifico di Cristo, la gloria del Risorto che inonda la Chiesa; contemplazione che, per sua natura, conduce a pratica riflessione e suscita stimolanti norme di vita;
b) l’orazione del Signore, o Padre nostro, che per il suo immenso valore è alla base della preghiera cristiana e la nobilita nelle sue varie espressioni;
c) la successione litanica dell’Ave Maria, che risulta composta dal saluto dell’angelo alla Vergine (cfr Lc 1,28) e dal benedicente ossequio di Elisabetta (cfr Lc 1,42), a cui segue la supplica ecclesiale Santa Maria. La serie continuata delle Ave, Maria è caratteristica peculiare del Rosario, e il loro numero, nella forma tipica e plenaria di centocinquanta, presenta una certa analogia con il Salterio ed è un dato risalente all’origine stessa del pio esercizio. Ma tale numero, secondo una comprovata consuetudine, diviso in decadi annesse ai singoli misteri, si distribuisce nei tre cicli anzidetti, dando luogo alla Corona di cinquanta Ave, Maria, la quale è entrata nell’uso come misura normale del medesimo esercizio e, come tale, è stata adottata dalla pietà popolare e sancita dai Sommi Pontefici, che la arricchirono anche di numerose indulgenze;
d) la dossologia Gloria al Padre che, conformemente ad un orientamento comune alla pietà cristiana, chiude la preghiera con la glorificazione di Dio, Uno e Trino, dal quale, per il quale e nel quale sono tutte le cose (cfr Rm 11,36).
 
Contemplazione di Maria - Amedeo di Losanna, Hom. 4, 259-279: Ripiena dunque della scienza del Signore, come le acque del mare quando straripano, ella è rapita fuori di sé e, elevato in alto lo spirito, si fissa nella più alta contemplazione. Si stupisce, la vergine, d’esser divenuta madre; e si stupisce, lieta, di essere la madre di Dio. Comprende che in sé sono realizzati le promesse dei patriarchi, gli oracoli dei profeti, i desideri degli antichi Padri, che avevano annunciato che il Cristo sarebbe nato da una vergine e che, con tutti i loro voti, attendevano la sua nascita.
Vede a sé affidato il Figlio di Dio, e si rallegra che la salvezza del mondo le sia stata affidata. Ode il Signore parlare dentro di sé e dirle: Ecco ti ho scelta tra tutte le creature, e ti ho benedetta tra tutte le donne (cf. Lc 1,28). Ecco a te ho affidato mio Figlio, ho inviato a te il mio Unico. Non temere di allattare colui che hai generato e di educare colui che hai partorito; riconoscilo non solo come Signore, ma anche come Figlio. Egli è mio Figlio, egli è tuo Figlio: mio Figlio per la divinità, tuo Figlio per l’umanità che ha assunto.
E allora, con quale tenerezza e cura, con quale umiltà e rispetto, con quale amore e devozione ella ha adempiuto a tutto ciò, agli uomini è sconosciuto, a Dio è noto, lui che scruta i reni e i cuori (cf. Pr 16,2); a Dio che soppesa gli spiriti.
 
Signore, Dio nostro,
concedi a noi, che in questo sacramento annunciamo
la morte e la risurrezione del tuo Figlio,
di essere associati alla sua passione,
per godere della sua consolazione e partecipare alla sua gloria.
Egli vive e regna nei secoli dei secoli.