6 Ottobre 2021
 
MERCOLEDÌ DELLA XXVII SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO – ANNO DISPARI
 
Gio 4,1-11; Sal 85 (86); Lc 11,1-4
 
Il Santo del Giorno - 6 Ottobre 2021 - Sant’Artaldo (Artoldo) di Belley Certosino e vescovo: Nacque verso il 1101 nel castello di Sothonod, nel Dipartimento francese di Ain. Trascorse la sua gioventù come araldo alla corte di Amedeo III di Savoia (1095-1148), che morì a Cipro durante la seconda crociata. Nel 1120 decise di entrare presso la Certosa di Portes (Lione). Nel 1132 fu inviato nella diocesi di Ginevra, per fondare una Casa dell’Ordine Certosino. La prima Casa presso il Monte di Colombier fu distrutta qualche anno dopo da un incendio. Il santo decise così di fondare una nuova certosa, di cui fu priore, nella piana di Arvièrs. Lo stesso papa Alessandro III (1159-1181) intratteneva con lui un rapporto epistolare. Fu eletto vescovo di Belley, città francese e capoluogo nel Medioevo di una contea, succedendo al defunto vescovo Reginaldo. Per evitare la carica si nascose, ma nel 1188 fu costretto ad accettarla. Occupò la sede per due anni, perché nel 1190 papa Clemente III (1187-1191) accettò la sua rinuncia. Rientrò nella sua certosa di Arvières, dove morì il 6 ottobre 1206 a 105 anni. (Avvenire)
 
Colletta: Dio onnipotente ed eterno, che esaudisci le preghiere del tuo popolo oltre ogni desiderio e ogni merito, effondi su di noi la tua misericordia: perdona ciò che la coscienza teme e aggiungi ciò che la preghiera non osa sperare. Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
Signore insegnaci a pregare… - Papa Francesco (Udienza Generale 9 Gennaio 2019): Da questa richiesta – «Signore, insegnaci a pregare» – nasce un insegnamento abbastanza esteso, attraverso il quale Gesù spiega ai suoi con quali parole e con quali sentimenti si devono rivolgere a Dio.
La prima parte di questo insegnamento è proprio il Padre Nostro. Pregate così: “Padre, che sei nei cieli”. “Padre”: quella parola tanto bella da dire. Noi possiamo stare tutto il tempo della preghiera con quella parola soltanto: “Padre”. E sentire che abbiamo un padre: non un padrone né un patrigno. No: un padre. Il cristiano si rivolge a Dio chiamandolo anzitutto “Padre”.
In questo insegnamento che Gesù dà ai suoi discepoli è interessante soffermarsi su alcune istruzioni che fanno da corona al testo della preghiera. Per darci fiducia, Gesù spiega alcune cose. Esse insistono sugli atteggiamenti del credente che prega. Per esempio, c’è la parabola dell’amico importuno, che va a disturbare un’intera famiglia che dorme perché all’improvviso è arrivata una persona da un viaggio e non ha pani da offrirgli. Cosa dice Gesù a questo che bussa alla porta, e sveglia l’amico?: «Vi dico – spiega Gesù – che, anche se non si alzerà a darglieli perché è suo amico, almeno per la sua invadenza si alzerà a dargliene quanti gliene occorrono» (Lc 11,9). Con questo vuole insegnarci a pregare e a insistere nella preghiera. E subito dopo fa l’esempio di un padre che ha un figlio affamato. Tutti voi, padri e nonni, che siete qui, quando il figlio o il nipotino chiede qualcosa, ha fame, e chiede e chiede, poi piange, grida, ha fame: «Quale padre tra voi, se il figlio gli chiede un pesce, gli darà una serpe al posto del pesce?» (v. 11). E tutti voi avete l’esperienza quando il figlio chiede, voi date da mangiare quello che chiede, per il bene di lui.
Con queste parole Gesù fa capire che Dio risponde sempre, che nessuna preghiera resterà inascoltata, perché? Perché Lui è Padre, e non dimentica i suoi figli che soffrono.
 
I Lettura: “Quest’ultimo capitolo completa l’illustrazione dell’universale misericordia divina. Dio ha avuto pietà del suo profeta inghiottito [Gio 2,7] e di Ninive pentita; ha anche pietà di Giona afflitto nel suo egoismo. La sua risposta [Gio 4,10-11] è piena di ironia dolce e benevola; la sollecitudine divina si estende fino agli animali; a maggior ragione si inquieta per gli uomini, compresi i bambini in tenera età, «che non distinguono la destra dalla loro sinistra». Tutto il libro prepara così la rivelazione evangelica di Dio-Amore” (Bibbia di Gerusalemme).
 
Vangelo: Signore, insegnaci a pregare: «Non è forse anzitutto contemplando il suo Maestro orante che nel discepolo di Cristo nasce il desiderio di pregare? Può allora impararlo dal Maestro della preghiera. È contemplando ed ascoltando il Figlio che i figli apprendono a pregare il Padre» (CCC 2061). Il discepolo è colui che prega con Gesù e come Gesù, e con Gesù e come Gesù si rivolge a Dio chiamandolo Padre.
 
Dal Vangelo secondo Luca 11,1-4: Gesù si trovava in un luogo a pregare; quando ebbe finito, uno dei suoi discepoli gli disse: «Signore, insegnaci a pregare, come anche Giovanni ha insegnato ai suoi discepoli». Ed egli disse loro: «Quando pregate, dite: Padre, sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno; dacci ogni giorno il nostro pane quotidiano, e perdona a noi i nostri peccati, anche noi infatti perdoniamo a ogni nostro debitore, e non abbandonarci alla tentazione».
 
Insegnaci a pregare - Contro le sette domande di Matteo, il testo lucano contiene solo cinque petizioni. Il testo di Luca, sostanzialmente identico a quello di Matteo, è forse quello che si avvicina di più all’originale. Mancano «sia fatta la tua volontà» e «liberaci dal male». Luca omette o attenua espressioni ebraiche per rendere il testo più comprensibile ai suoi lettori. Matteo inserisce la preghiera del Padre nostro nella magnifica cornice del ‘Discorso della Montagna’ per opporre l’agire cristiano a quello degli ipocriti (Mt 6,9-13); Luca invece, presentando Gesù in preghiera, trasforma intenzionalmente il racconto in una catechesi sulla preghiera: Gesù non insegna ai suoi discepoli una preghiera, ma insegna a pregare.
Oltre a chiedere che sia santificato il nome del Padre, il discepolo deve chiedere il pane quotidiano. Quotidiano, in greco epiousios, potrebbe significare necessario oppure per il giorno dopo, ma quest’ultima interpretazione è in contrasto con altri testi scritturistici: per esempio, in Mt 6,34 viene detto da Gesù: «Non affannatevi per il domani» (Cfr. Prov 27,l [LXX]). Il primo significato (con Origene possiamo leggere il pane necessario per l’esistenza) suggerisce l’intenzione di Gesù nell’insegnare la preghiera del Padre nostro: l’uomo deve imparare a chiedere al Padre quanto è necessario per la sua sussistenza. Altri invece vi vedono un pane spirituale: il pane della vita, la manna celeste che Gesù mangerà in eterno con i suoi discepoli (Cf. Lc 22,30; Mt 26,29; Ap 2,17). Così soprattutto i Padri della Chiesa, ma è fuor di dubbio che Gesù pensi al pane terreno.
Luca sottolinea la ripetizione della domanda: ogni giorno perché il Padre è Colui che dona all’uomo il pane giorno dopo giorno, senza mai stancarsi. È il Dio buono che «fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti» (Mt 5,45).
Bisogna chiedere anche il perdono dei peccati.
Matteo parla di debiti, Luca di peccati: si «passa così da un contesto piuttosto giuridico ad un contesto più storico ed esistenziale: è il riconoscimento di essere veramente peccatori di fronte a Dio, accompagnato da una sincera domanda di perdono» (Carlo Guidelli).
I discepoli che anelano al perdono di Dio, devono perdonarsi a vicenda (Cf. Mt 5,39; 6,12; 7,2; 2Cor 2,7; Ef 4,32; Col 3,13) e devono perdonare il prossimo senza mai stancarsi: fino a settanta volte sette (Cf. Mt 18,22). Chi non vuole perdonare non può pretendere di ricevere il perdono di Dio: se «vogliamo essere giudicati benignamente, anche noi dobbiamo mostrarci benigni verso coloro che ci hanno arrecato qualche offesa. Infatti ci sarà perdonato nella misura in cui avremo perdonato loro, qualunque cattiveria ci abbiano fatto» (Giovanni Cassano). Con l’ultima petizione il discepolo chiede di non essere abbandonato alla tentazione. Una supplica che nasce dalla consapevolezza della propria debolezza dinanzi alla prepotenza e all’astuzia di Satana, il Tentatore per antonomasia: «Vegliate e pregate, per non entrare in tentazione. Lo spirito è pronto, ma la carne è debole» (Mt 26,41).
 
Catechismo degli Adulti: Nelle parole del “Padre nostro” si può avvertire l’eco della preghiera ebraica, in cui si esprime l’anelito verso il futuro intervento di Dio: «Esaltato e santificato sia il suo grande nome, nel mondo che egli ha creato secondo la sua volontà; venga il suo regno durante la vostra vita...». Ma la preghiera di Gesù si presenta come una proposta di fede nuova e originale. Qui di seguito ne viene offerta una parafrasi, utile per ritrovarne il senso originario:
“Padre nostro, che sei al di sopra di tutto come il cielo, fa’ che il tuo nome sia glorificato e riconosciuto santo.
Mostra davanti a tutti che tu solo sei Dio, radunando definitivamente il tuo popolo disperso e purificandolo dai suoi peccati con il dono del tuo Spirito. Venga in pienezza la tua regalità, che porta libertà, giustizia e pace.
Si compia il tuo disegno di salvezza in cielo e in terra.
Donaci fin d’ora il nostro pane futuro, un anticipo del convito del Regno; donaci il pane necessario per vivere oggi, come agli ebrei nel deserto davi la manna giorno per giorno: confidiamo in te e non vogliamo affannarci per il domani, per quello che mangeremo o per come ci vestiremo.
Nella tua misericordia perdona i nostri peccati: anche noi siamo pronti a perdonare a chi ci ha fatto del male.
Non lasciarci soccombere nella tentazione; fa’ che mai perdiamo la fiducia in te, così da non avvertire più la tua presenza e sentirci abbandonati.
Liberaci dal potere del maligno, che si oppone al tuo regno e ci dà la morte”.
Pregare il Padre ci fa sperimentare che siamo figli e ci sollecita a vivere da figli: «Leva, dunque, gli occhi tuoi al Padre... che ti ha redento per mezzo del Figlio e dì: Padre nostro!... Dì anche tu per grazia: Padre nostro, per meritare di essere suo figlio».
 
… ma liberaci dal male - Bruno Forte: Sì, Padre: liberaci! Liberaci anzitutto dall’assalto di chi è la potenza del male, l’Avversario sempre pronto a separaci da te, l’Angelo della perdizione, il Diavolo di tutte le nostre sventure, il Maligno che raccoglie in sé il male oscuro del mondo, la forza cattiva pronta a scatenarsi se solo ci separiamo da te. E liberaci dai suoi frutti velenosi, dai peccati che portano alla morte dell’anima, ma anche da quelli che indeboliscono la fedeltà e tolgono la gioia del cuore che riposa in te. E aiutaci a liberare gli altri dal male, a essere testimoni coraggiosi di fedeltà, operai umili e perseveranti della vigna, che attingono alla preghiera rivolta a te, Padre, la forza della vittoria sul male, della perseveranza nel bene. Fa’ che le nostre labbra non cessino mai di invocarti, con queste parole di luce e di vita che il tuo Figlio ci ha messo sulle labbra, e che lo Spirito grida dal più profondo del nostro cuore. Nell’ora della prova, donaci questa fiducia, che basterà pronunciare queste parole per essere liberati, illuminati nella mente, toccati nel cuore, capaci di cominciare sempre di nuovo ad amare e di perseverare nel bene iniziato. E nell’ora della nostra morte, insieme a Gesù, nel conforto dello Spirito Santo, fa’ che possiamo dirti ancora una volta: Padre nostro… Allora, gli occhi che si chiudono all’incanto del mondo, alla dolcezza degli affetti, alle memorie e alle attese, si apriranno sulla tua bellezza infinita, nella gioia della comunione dei santi in cui nessuno sarà dimenticato, nell’eterno presente del tuo amore sempre nuovo e fedele.
 
Catechismo della Chiesa Cattolica 2850: L’ultima domanda al Padre nostro si trova anche nella preghiera di Gesù: «Non chiedo che tu li tolga dal mondo, ma che li custodisca dal maligno» (Gv 17,15). Riguarda ognuno di noi personalmente; però siamo sempre «noi» a pregare, in comunione con tutta la Chiesa e per la liberazione dell’intera famiglia umana. La Preghiera del Signore ci apre continuamente alle dimensioni dell’Economia della salvezza. La nostra interdipendenza nel dramma del peccato e della morte diventa solidarietà nel corpo di Cristo, nella «comunione dei santi».
2851 In questa richiesta, il male non è un’astrazione; indica invece una persona: Satana, il maligno, l’angelo che si oppone a Dio. Il « diavolo » diá-bolos è colui che « si getta di traverso » al disegno di Dio e alla sua «opera di salvezza» compiuta in Cristo.
2852 «Omicida fin dal principio [...], menzognero e padre di menzogna» (Gv 8,44), «Satana, che seduce tutta la terra» (Ap 12,9), è a causa sua che il peccato e la morte sono entrati nel mondo, ed è in virtù della sua sconfitta definitiva che tutta la creazione sarà «liberata dalla corruzione del peccato e della morte». «Sappiamo che chiunque è nato da Dio non pecca: chi è nato da Dio preserva se stesso e il maligno non lo tocca. Noi sappiamo che siamo nati da Dio, mentre tutto il mondo giace sotto il potere del maligno» (1Gv 5,18-19):
«Il Signore, che ha cancellato il vostro peccato e ha perdonato le vostre colpe, è in grado di proteggervi e di custodirvi contro le insidie del diavolo che è il vostro avversario, perché il nemico, che suole generare la colpa, non vi sorprenda. Ma chi si affida a Dio non teme il diavolo. “Se infatti Dio è dalla nostra parte, chi sarà contro di noi?” (Rm 8,31)».
2854 Chiedendo di essere liberati dal male, noi preghiamo nel contempo per essere liberati da tutti i mali, presenti, passati e futuri, di cui egli è l’artefice o l’istigatore. In quest’ultima domanda la Chiesa porta davanti al Padre tutta la miseria del mondo. Insieme con la liberazione dai mali che schiacciano l’umanità, la Chiesa implora il dono prezioso della pace e la grazia dell’attesa perseverante del ritorno di Cristo. Pregando così, anticipa nell’umiltà della fede la ricapitolazione di tutti e di tutto in colui che ha «potere sopra la morte e sopra gli inferi» (Ap 1,18), «colui che è, che era e che viene, l’Onnipotente!» (Ap 1,8).
«Liberaci, o Signore, da tutti i mali, concedi la pace ai nostri giorni e con l’aiuto della tua misericordia vivremo sempre liberi dal peccato e sicuri da ogni turbamento, nell’attesa che si compia la beata speranza e venga il nostro Salvatore Gesù Cristo».
 
Agostino, De Verbi Dom. Sermo 28: Dacci ogni giorno il nostro pane spirituale… in greco ‘piusion’, cioè spirituale. Non quello che nutre il corpo, ma il pane di Vita eterna che alimenta sostanzialmente gli spiriti.
 
Concedi a noi, Padre onnipotente,
che, inebriati e nutriti da questi sacramenti,
veniamo trasformati in Cristo
che abbiamo ricevuto come cibo e bevanda di vita.
Egli vive e regna nei secoli dei secoli.
 
 5 Ottobre 2021
 
MARTEDÌ DELLA XXVII SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO – ANNO DISPARI
 
Gn 3,1-10; Sal 129 (130); Lc 10,38-42
 
Il Santo del Giorno - 5 Ottobre 2021 - Sant’Anna Schaeffer: La storia della beata Anna Schaeffer (1882-1925) è il racconto di come Dio sa trasformare i progetti degli uomini. Mandando all’aria anche quelli che noi gli penseremmo più congeniali. La giovanissima Anna, bavarese, voleva andare missionaria in terre lontane. Di umilissime origini per raccogliere la «dote» allora necessaria per entrare in convento era andata a servizio presso una famiglia benestante. Ma all’improvviso la morte del padre sconvolge la costringe a rimandare quel progetto: ci sono cinque fratelli e sorelle più piccole da aiutare. «Aspetterò che diventino grandi», pensa Anna. Ma un incidente nella lavanderia dove lavora la costringe inferma in un letto. A 21 anni è l’inizio di un vero e proprio Calvario, durissimo da accettare. Ma è anche l’inizio di una serie di illuminazioni. Quel letto, a poco a poco, diventa un punto di riferimento per tante persone che vengono da lei a chiedere consiglio. La missione che pensava di vivere in terre lontane la realizza nella sua stanza. Morirà il 5 ottobre 1925. È stata proclamata beata nel 1999 e santa nel 2012. (Avvenire)
 
Colletta:  Dio onnipotente ed eterno, che esaudisci le preghiere del tuo popolo oltre ogni desiderio e ogni merito, effondi su di noi la tua misericordia: perdona ciò che la coscienza teme e aggiungi ciò che la preghiera non osa sperare. Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
Papa Francesco (Angelus 17 Luglio 2016): Nel Vangelo odierno l’evangelista Luca racconta di Gesù che, mentre è in cammino verso Gerusalemme, entra in un villaggio ed è accolto a casa di due sorelle: Marta e Maria (cfr Lc 10,38-42). Entrambe offrono accoglienza al Signore, ma lo fanno in modi diversi. Maria si mette seduta ai piedi di Gesù e ascolta la sua parola (cfr v. 39), invece Marta è tutta presa dalle cose da preparare; e a un certo punto dice a Gesù: «Signore, non t’importa nulla che mia sorella mi abbia lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti» (v. 40). E Gesù le risponde: «Marta, Marta, tu ti affanni e ti agiti per molte cose, ma di una cosa sola c’è bisogno. Maria ha scelto la parte migliore, che non le sarà tolta» (vv. 41-42).
Nel suo affaccendarsi e darsi da fare, Marta rischia di dimenticare - e questo è il problema - la cosa più importante, cioè la presenza dell’ospite, che era Gesù in questo caso. Si dimentica della presenza dell’ospite. E l’ospite non va semplicemente servito, nutrito, accudito in ogni maniera. Occorre soprattutto che sia ascoltato. Ricordate bene questa parola: ascoltare! Perché l’ospite va accolto come persona, con la sua storia, il suo cuore ricco di sentimenti e di pensieri, così che possa sentirsi veramente in famiglia. Ma se tu accogli un ospite a casa tua e continui a fare le cose, lo fai sedere lì, muto lui e muto tu, è come se fosse di pietra: l’ospite di pietra. No. L’ospite va ascoltato. Certo, la risposta che Gesù dà a Marta – quando le dice che una sola è la cosa di cui c’è bisogno – trova il suo pieno significato in riferimento all’ascolto della parola di Gesù stesso, quella parola che illumina e sostiene tutto ciò siamo e che facciamo. Se noi andiamo a pregare - per esempio - davanti al Crocifisso, e parliamo, parliamo, parliamo e poi ce ne andiamo, non ascoltiamo Gesù! Non lasciamo parlare Lui al nostro cuore. Ascoltare: questa è la parola-chiave. Non dimenticatevi! E non dobbiamo dimenticare che nella casa di Marta e Maria, Gesù, prima di essere Signore e Maestro, è pellegrino e ospite. Dunque, la sua risposta ha questo primo e più immediato significato: “Marta, Marta, perché ti dai tanto da fare per l’ospite fino a dimenticare la sua presenza? - L’ospite di pietra! - Per accoglierlo non sono necessarie molte cose; anzi, necessaria è una cosa sola: ascoltarlo - ecco la parola: ascoltarlo -, dimostrargli un atteggiamento fraterno, in modo che si accorga di essere in famiglia, e non in un ricovero provvisorio”.
 
I Lettura - Dio vide le loro opere, che cioè si erano convertiti dalla loro condotta malvagia, e Dio si ravvide riguardo al male che aveva minacciato di fare loro e non lo fece - Amore universale di Dio: “Agli occhi dell’autore sacro, Jahvé, Dio di Israele, è Dio del mondo intero, e questa verità non ha bisogno di essere dimostrata. Inoltre - e l’affermazione è ancora più notevole - Dio, creatore e Signore di tutti gli uomini, esercita una provvidenza amorevole verso tutti, dai marinai pagani, agli abitanti di Ninive, a Giona. Jahvé ama Ninive, e questa affermazione è del tutto eccezionale per un israelita.
Dio è l’autore di Ninive ed ha presieduto alla sua crescita; per questo si interessa della città maledetta e vuole sinceramente la sua conversione [4,10-11]. Soprattutto è misericordioso: ha pietà di Giona inghiottito dai flutti, dei niniviti che fanno penitenza, infine ancora di Giona, quando questi si rattrista come un bambino egoista. La misericordia divina è proclamata con una formula non rara nella bibbia: «tu sei un Dio misericordioso e clemente, longanime, di grande amore e che ti lasci impietosire riguardo al male minacciato» [4,2; cf. Es 34,6-7; Nm 14,18-19; Sal 85,15-16; Ger 32,18]. «Tutto il libro di Giona appare come il compimento di un’ammirevole teologia del perdono divino, condizionata dalla conversione  del cuore, che ha la sorgente principali negli oracoli» di Geremia [Feuillet]” (Roberto Tufariello e Giuseppe Barbaglio - Giona in Schede Bibliche Pastorali Vol. IV).
 
Vangelo: Questo racconto è esclusivo di Luca. Il villaggio è Betania dove abitavano le sorelle Marta e Maria con il fratello Lazzaro. È una località della Giudea, attualmente parte della Cisgiordania, molto vicina a  Gerusalemme. Ad accogliere Gesù è Marta la quale, facendo onore al suo nome che significa «padrona», si affretta ad infilarsi in cucina tra le stoviglie per accogliere con una magnifica ospitalità il divino Ospite. Maria invece si accoccola ai piedi del Maestro per ascoltare la sua parola. Anche se sant’Agostino dice che entrambi «i comportamenti sono degni di lode», in verità solo Maria viene lodata dal Signore, diventando in questo modo il tipo del vero discepolo di Gesù.
 
Dal Vangelo secondo Luca 10,38-42: In quel tempo, mentre erano in cammino, Gesù entrò in un villaggio e una donna, di nome Marta, lo ospitò. Ella aveva una sorella, di nome Maria, la quale, seduta ai piedi del Signore, ascoltava la sua parola. Marta invece era distolta per i molti servizi. Allora si fece avanti e disse: «Signore, non t’importa nulla che mia sorella mi abbia lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti». Ma il Signore le rispose: «Marta, Marta, tu ti affanni e ti agiti per molte cose, ma di una cosa sola c’è bisogno. Maria ha scelto la parte migliore, che non le sarà tolta».
 
Maria ha scelto la parte migliore - Si comprende bene cosa abbia scelto. Maria alle faccende di casa ha preferito la preghiera, l’intimità con il Cristo, l’ascolto della Parola: l’unica cosa di cui c’è bisogno (Lc 10,42). Senza voler enfatizzare la scelta di Maria, possiamo però ammettere che Marta nello scegliere le pentole commise un grossolano errore: quello di non comprendere il valore prezioso dell’ascolto orante e della preghie­ra; quello di non comprendere che la preghiera è il vero, insostituibile motore che muove tutto; quello di non capire chi le stava dinanzi e con chi stava parlando. Marta, più che le mani e i piedi, avrebbe dovuto far muovere il cuore e da esso far sgorgare un’ardente preghiera. L’errore di Marta è l’errore di molti uomini e non solo contemporanei. Un mondo disposto ad ammirare unicamente l’uomo faber immerso in una vita attiva, fatta esclusivamente di opere concrete, ha trasformato il cristianesimo in una religione quasi solo al femmi­nile: per cui, la preghiera è il rifugio di chi non sa o non vuole impegnarsi nel mondo; dell’inetto che non sa comprendere le grandi cause sociali e politiche e lottare per esse; o di chi non sa compren­dere che il primo impegno è la promozione umana. Oggi «si fa un gran parlare di impegno nel mondo, di impegno nel sociale, di ‘promozione umana’. E sta bene... Ma dobbiamo oggi asserire che più necessario di tutto, di ogni altro impegno, è amare Dio, quindi onorarlo, servirlo e poi farlo amare, farlo onorare, farlo servire... Attenzione dunque ad un cristianesimo fatto tutto e solo orizzontale! Attenzione all’attivismo che tarpa le ali ai voli dello spirito. alla preghiera, alla contemplazione! Il rimprovero di Gesù a Marta è per tutti questi travisamenti della vocazione cristiana. Può essere per noi...» (Andrea Gemma, vescovo).
Solo la preghiera, e una vita nascosta in Dio, può rendere accettabile e imitativa l’affermazione di Paolo: «sono lieto nelle sofferenze che sopporto per voi» (Col 1,24). Solo la preghiera può trasfor­mare il dolore in letizia e la sofferenza in gioia. Solo la preghiera può svelare «il mistero nascosto da secoli» e renderlo intelligibile e comprensibile al cuore dell’uomo. Solo la preghiera può dare forza al servo della Parola nelle fatiche apostoliche. Solo la preghiera fa sì che la carità «come buon seme, cresca e fruttifichi» (LG 46). Solo la preghiera può svelare all’uomo il volto radioso del Risorto e solo la preghiera permette di ritrovarlo luminoso nei poveri, negli ultimi, negli indigenti.
 
Maria seduta ai piedi del Signore, ascoltava la sua parola: Verbum Domini 83: Il mio pensiero si rivolge in particolare ai monaci e alle monache di clausura, che, nella forma della separazione dal mondo, si trovano più intimamente uniti a Cristo, cuore del mondo. La Chiesa ha più che mai bisogno della testimonianza di chi si impegna a «non anteporre nulla all’amore di Cristo». Il mondo di oggi è spesso troppo assorbito dalle attività esteriori nelle quali rischia di perdersi. I contemplativi e le contemplative, con la loro vita di preghiera, di ascolto e di meditazione della Parola di Dio, ci ricordano che non di solo pane vive l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio (cfr. Mt 4,4). Pertanto, tutti i fedeli abbiano ben presente che una tale forma di vita «indica al mondo di oggi, quello che è più importante, in definitiva, l’unica cosa decisiva: esiste una ragione ultima per cui vale la pena di vivere, cioè, Dio e il suo amore imperscrutabile»
 
Ambrogio In Luc., 7, 85-86: S’è parlato della misericordia; ma non c’è una sola forma di virtù. Nell’esempio di Marta e di Maria ci viene mostrata nelle opere della prima, la devozione attiva, e in quelle della seconda la religiosa attenzione dell’anima alla Parola di Dio: se questa attenzione è conforme alla fede, essa passa avanti alle stesse opere, secondo quanto sta scritto: “Maria si è scelta la parte migliore, che non le sarà tolta” (Lc 10,42).
Cerchiamo quindi di avere anche noi ciò che non ci può essere tolto, porgendo alla parola del Signore una diligente attenzione, non distratta: capita anche ai semi della parola celeste di essere portati via, se sono seminati lungo la strada.
Stimoli anche te, come Maria, il desiderio di sapere: è questa la più grande, più perfetta opera. Che la cura del ministero non distragga dalla conoscenza della parola celeste. E non rimproverare né giudicare oziosi coloro che si dedicano alla ricerca della sapienza. Salomone il pacifico infatti ha cercato di coabitare con la sapienza.
Marta non è certo rimproverata per i suoi buoni servigi; ma Maria ha la preferenza, perché ha scelto per sé la parte migliore. Gesù dispone infatti di molti beni, e molti ne elargisce: e così la più sapiente delle due donne ha scelto ciò che ha riconosciuto principale.
  
Concedi a noi, Padre onnipotente,
che, inebriati e nutriti da questi sacramenti,
veniamo trasformati in Cristo
che abbiamo ricevuto come cibo e bevanda di vita.
Egli vive e regna nei secoli dei secoli.
  

 

 4 Ottobre 2021
 
San Francesco d’Assisi, Patrono d’Italia - Festa
 
Gl 6,14-18; Sal 15 (16); Mt 11,25-30
 
Il Santo del Giorno - San Francesco d’Assisi, Patrono d’Italia: Francesco nacque ad Assisi nel 1182, nel pieno del fermento dell’età comunale. Figlio di mercante, da giovane aspirava a entrare nella cerchia della piccola nobiltà cittadina. Di qui la partecipazione alla guerra contro Perugia e il tentativo di avviarsi verso la Puglia per partecipare alla crociata. Il suo viaggio, tuttavia, fu interrotto da una voce divina che lo invitò a ricostruire la Chiesa. E Francesco obbedì: abbandonati la famiglia e gli amici, condusse per alcuni anni una vita di penitenza e solitudine in totale povertà. Nel 1209, in seguito a nuova ispirazione, iniziò a predicare il Vangelo nelle città mentre si univano a lui i primi discepoli insieme ai quali si recò a Roma per avere dal Papa l’approvazione della sua scelta di vita. Dal 1210 al 1224 peregrinò per le strade e le piazze d’Italia e dovunque accorrevano a lui folle numerose e schiere di discepoli che egli chiamava frati, fratelli. Accolse poi la giovane Chiara che diede inizio al secondo ordine francescano, e fondò un terzo ordine per quanti desideravano vivere da penitenti, con regole adatte per i laici. Morì nella notte tra il 3 e il 4 ottobre del 1226. Francesco è una delle grandi figure dell’umanità che parla a ogni generazione. Il suo fascino deriva dal grande amore per Gesù di cui, per primo, ricevette le stimmate, segno dell’amore di Cristo per gli uomini e per l’intera creazione di Dio. (Fonte: www.santiebeati.it)
 
Colletta: O Padre, che hai concesso a san Francesco [d’Assisi] di essere immagine viva di Cristo povero e umile, fa’ che, camminando sulle sue orme, possiamo seguire il tuo Figlio e unirci a te in carità e letizia. Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli - Dei Verbum 2: Piacque a Dio nella sua bontà e sapienza rivelarsi in persona e manifestare il mistero della sua volontà (cfr. Ef 1,9), mediante il quale gli uomini per mezzo di Cristo, Verbo fatto carne, hanno accesso al Padre nello Spirito Santo e sono resi partecipi della divina natura (cfr. Ef 2,18; 2 Pt 1,4). Con questa Rivelazione infatti Dio invisibile (cfr. Col 1,15; 1 Tm 1,17) nel suo grande amore parla agli uomini come ad amici (cfr. Es 33,11; Gv 15,14-15) e si intrattiene con essi (cfr. Bar 3,38), per invitarli e ammetterli alla comunione con sé. Questa economia della Rivelazione comprende eventi e parole intimamente connessi, in modo che le opere, compiute da Dio nella storia della salvezza, manifestano e rafforzano la dottrina e le realtà significate dalle parole, mentre le parole proclamano le opere e illustrano il mistero in esse contenuto. La profonda verità, poi, che questa Rivelazione manifesta su Dio e sulla salvezza degli uomini, risplende per noi in Cristo, il quale è insieme il mediatore e la pienezza di tutta intera la Rivelazione.
 
I Lettura: Paolo teme per la fede dei Galati, si sono lasciati irretire da sedicenti apostoli, e ora il buon seme della Parola corre il rischio di restare infruttuoso. Ancora una volta Paolo ribadisce che a giustificare l’uomo non è la circoncisione ma la fede in Cristo, quello che conta è essere nuova creatura. Le stigmate di Cristo, vanto di Paolo, sono tutte le sofferenze e i patimenti sopportati per la diffusione del Vangelo.
 
Vangelo: Nel brano evangelico si possono mettere in evidenza almeno tre temi. Il primo è quello dei piccoli, i quali proprio per la loro umiltà riescono a cogliere il mistero del Cristo. Il secondo tema è la rivelazione della divinità di Gesù: il Figlio conosce il Padre con la medesima conoscenza con cui il Padre conosce il Figlio. Il terzo tema è quello del giogo di Gesù che è dolce e sopportabile a differenza di quello imposto dai Farisei, insopportabile perché reso pesante da minuziose norme di fatto impraticabili.
 
Dal Vangelo secondo Matteo 11,25-30: In quel tempo Gesù disse: «Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza. Tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo. Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero».
 
Venite a me... Gesù nell’offrire ai suoi discepoli il suo giogo dolce fa emergere la «nuova giustizia» evangelica in netta contrapposizione con la giustizia farisaica fatta di leggi e precetti meramente umani (Mt 15,9); una giustizia ipocrita, ma strisciante da sempre in tutte le religioni. Il ristoro che Gesù dona a coloro che sono stanchi e oppressi, in ogni caso, non esime chi si mette seriamente al suo seguito di accogliere, senza tentennamenti, le condizioni che la sequela esige: rinnegare se stessi e portare la croce dietro di lui, ogni giorno, senza infingimenti o accomodamenti: «Poi, a tutti, diceva: “Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua”» (Lc 9,23). È la croce che diventa, per il Cristo come per il suo discepolo, motivo discriminante della vera sapienza, quella sapienza che agli occhi del mondo è considerata sempre stoltezza o scandalo (1Cor 1,17-31). Un carico, la croce di Cristo, che non soverchia le forze umane, non annienta l’uomo nelle sue aspettative, non lo umilia nella sua dignità di creatura, anzi lo esalta, lo promuove, lo avvia, «di gloria in gloria, secondo l’azione dello Spirito Santo» (2Cor 3,18) ad un traguardo di felicità e di beatitudine eterna. La croce va quindi piantata al centro del cuore e della vita del credente. Invece, molti, anche cristiani, tendono a porre al centro di tutta la loro vita, spesso disordinata, le loro scelte, non sempre in sintonia con la morale; o avvinti dai loro gusti e programmi, tentano di far ruotare attorno a questo centro anche l’intero messaggio evangelico, accettandolo in parte o corrompendolo o assoggettandolo ai propri capricci; da qui la necessità capricciosa di imporre alla Bibbia, distinguo, precetti o nuove leggi, frutto della tradizione umana; paletti issati come muri di protezione per contenere la devastante e benefica azione esplosiva della Parola di Dio (cfr. Mc 7,8-9). Gesù è mite e umile di cuore: è la via maestra per tutti i discepoli, è la via dell’annichilimento (cfr. Fil 2,5ss), dell’incarnarsi nel tempo, nella storia, nel quotidiano dei fratelli, non come maestri arroganti o petulanti, ma come servi (cfr. 1Cor 9,22).
 
Dominum et vivificantem 20: La voce dall’alto dice: «Il Figlio mio» - La teofania del Giordano rischiara solo fugacemente il mistero di Gesù di Nazareth, la cui intera attività si svolgerà sotto la presenza attiva dello Spirito Santo. Tale mistero sarebbe stato da Gesù stesso svelato e confermato gradualmente mediante tutto ciò che «fece e insegnò». Sulla linea di questo insegnamento e dei segni messianici che Gesù compì prima di giungere al discorso di addio nel Cenacolo, troviamo eventi e parole che costituiscono momenti particolarmente importanti di questa progressiva rivelazione. Così l’evangelista Luca, che ha già presentato Gesù «pieno di Spirito Santo» e «condotto dallo Spirito nel deserto», ci fa sapere che, dopo il ritorno dei settantadue discepoli dalla missione affidata loro dal Maestro, mentre pieni di gioia gli raccontavano i frutti del loro lavoro, «in quello stesso istante Gesù esultò nello Spirito Santo e disse: - Io ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, che hai nascosto queste cose ai dotti e ai sapienti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, Padre, perché così ti è piaciuto». Gesù esulta per la paternità divina; esulta, perché gli è dato di rivelare questa paternità; esulta, infine, quasi per una speciale irradiazione di questa paternità divina sui «piccoli». E l’evangelista qualifica tutto questo come «esultanza nello Spirito Santo». Una tale esultanza, in un certo senso, sollecita Gesù a dire ancora di più. Ascoltiamo: «Ogni cosa mi è stata affidata dal Padre mio, e nessuno sa chi è il Figlio se non il Padre, né chi è il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare».
 
D’ora innanzi nessuno mi procuri fastidi: io porto le stigmate di Gesù sul mio corpo - Benedetto XVI (17 Giugno 2007): Parlando del suo essere crocifisso con Cristo, San Paolo non solo accenna alla sua nuova nascita nel battesimo, ma a tutta la sua vita a servizio di Cristo. Questo nesso con la sua vita apostolica appare con chiarezza nelle parole conclusive della sua difesa della libertà cristiana alla fine della Lettera ai Galati: “D’ora innanzi nessuno mi procuri fastidi: difatti io porto le stigmate di Gesù nel mio corpo” (6,17). È la prima volta, nella storia del cristianesimo, che appare la parola ‘stigmate di Gesù’. Nella disputa sul modo retto di vedere e di vivere il Vangelo, alla fine, non decidono gli argomenti del nostro pensiero; decide la realtà della vita, la comunione vissuta e sofferta con Gesù, non solo nelle idee o nelle parole, ma fin nel profondo dell’esistenza, coinvolgendo anche il corpo, la carne. I lividi ricevuti in una lunga storia di passione sono la testimonianza della presenza della croce di Gesù nel corpo di San Paolo, sono le sue stigmate. Non è la circoncisione che lo salva: le stigmate sono la conseguenza del suo battesimo, l’espressione del suo morire con Gesù giorno per giorno, il segno sicuro del suo essere nuova creatura (cfr Gal 6,15). Paolo accenna, del resto, con l’applicazione della parola ‘stigmate’, all’uso antico di imprimere sulla pelle dello schiavo il sigillo del suo proprietario. Il servo era così ‘stigmatizzato’ come proprietà del suo padrone e stava sotto la sua protezione. Il segno della croce, iscritto in lunghe passioni sulla pelle di Paolo, è il suo vanto: lo legittima come vero servo di Gesù, protetto dall’amore del Signore.
 
Paradiso, Paradiso!: Giovanni XXII (Discorso, 4 Ottobre 1962): San Francesco che ha compendiato in una sola parola il ben vivere, insegnandoci come dobbiamo valutare gli avvenimenti, come metterci in comunicazione con Dio e con i nostri simili. Questa parola dà il nome a questo colle che incorona il sepolcro glorioso del Poverello : - Paradiso, Paradiso! Venerabili Fratelli, diletti figli: richiamo e pregustamento di Paradiso sulla terra è la dignità e santità della vita. Innanzitutto questo conta, questo ha valore assoluto : conoscere Dio, seguirne i precetti ; accogliere i frutti della redenzione ; e camminare, camminare in iustitia et sanctitate coram ipso, omnibus diebus nostris. Su questa e non altra base si innalza l’edificio della civiltà; da questa vera grandezza della virtù praticata e della santità desiderata con ardore, l’uomo è in grado di usare rettamente il dono della libertà, fino a realizzare la giustizia, fino a preservare e a costruire la pace. Da questa altezza di pregustamento di Paradiso la vita conserva vibrazioni di giovinezza e prende accento di vittoria.
 
Cosa ci dice san Francesco? - Papa Francesco (Omelia, 4 Ottobre 2013): Che cosa testimonia san Francesco a noi, oggi? Che cosa ci dice, non con le parole - questo è facile - ma con la vita? La prima cosa che ci dice, la realtà fondamentale che ci testimonia è questa: essere cristiani è un rapporto vitale con la Persona di Gesù, è rivestirsi di Lui, è assimilazione a Lui. Da dove parte il cammino di Francesco verso Cristo? Parte dallo sguardo di Gesù sulla croce. Lasciarsi guardare da Lui nel momento in cui dona la vita per noi e ci attira a Lui. Francesco ha fatto questa esperienza in modo particolare nella chiesetta di san Damiano, pregando davanti al crocifisso, che anch’io oggi potrò venerare. In quel crocifisso Gesù non appare morto, ma vivo! Il sangue scende dalle ferite delle mani, dei piedi e del costato, ma quel sangue esprime vita. Gesù non ha gli occhi chiusi, ma aperti, spalancati: uno sguardo che parla al cuore. E il Crocifisso non ci parla di sconfitta, di fallimento; paradossalmente ci parla di una morte che è vita, che genera vita, perché ci parla di amore, perché è l’Amore di Dio incarnato, e l’Amore non muore, anzi, sconfigge il male e la morte. Chi si lascia guardare da Gesù crocifisso viene ri-creato, diventa una «nuova creatura». Da qui parte tutto: è l’esperienza della Grazia che trasforma, l’essere amati senza merito, pur essendo peccatori. Per questo Francesco può dire, come san Paolo: «Quanto a me non ci sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo» (Gal 6,14). Ci rivolgiamo a te, Francesco, e ti chiediamo: insegnaci a rimanere davanti al Crocifisso, a lasciarci guardare da Lui, a lasciarci perdonare, ricreare dal suo amore.
 
Per i santi misteri che abbiamo ricevuto
concedi a noi, o Signore,
che, imitando la carità e il fervore apostolico di san Francesco,
gustiamo i frutti del tuo amore
e li diffondiamo per la salvezza di ogni uomo.
Per Cristo nostro Signore.
 

 

 3 Ottobre 2021
 
XXVII Domenica T. O.
 
Gen 2,18-24; Sal 127 (128); Eb 2,9-11; Mc 10,2-16 oppure Mc 10,2-12
 
Il Santo del Giorno - 3 Ottobre 2021 - Sant’Ewaldo il Nero ed Ewaldo il Bianco Monaci e martiri:  I santi con questo nome che vengono ricordati oggi, in realtà, sono due: Edwaldo il Bianco ed Edwaldo il Nero, patroni della Westfalia, così chiamati dal colore dei loro capelli. Di origini anglosassoni, nacquero in Britannia nel VII secolo e seguirono nel 690 il loro abate Willibrordo (657-739), che con undici monaci aveva intrapreso la sua opera evangelizzatrice tra i Frisoni occidentali. Nel 695 Willibrordo li inviò ad evangelizzare i Sassoni. Le loro intenzioni però non poterono attuarsi, perché nello stesso 695, i due monaci subirono il martirio per mano di alcuni fanatici, difensori delle loro tradizioni pagane e timorosi della propagazione del cristianesimo fra il popolo sassone. Il martirio fu diverso per i due monaci; Ewaldo il Bianco fu trafitto subito con la spada, mentre Ewaldo il Nero fu invece torturato a lungo crudelmente e come narra lo storico anglosassone Beda il Venerabile (672-735), gli assassini infierirono su di lui con orribili mutilazioni; i resti dei due martiri furono gettati nel fiume Reno e ripescati e sepolti poi, da un monaco di nome Tilmon. (Avvenire)
 
Colletta: O Dio, che hai creato l’uomo e la donna perché i due siano una carne sola, dona loro un cuore sempre fedele, perché nella santità dell’amore nulla separi quello che tu stesso hai unito. Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
Matrimonio e famiglia nel mondo d’oggi - Gaudium et spes 47: Il bene della persona e della società umana e cristiana è strettamente connesso con una felice situazione della comunità coniugale e familiare. Perciò i cristiani, assieme con quanti hanno alta stima di questa comunità, si rallegrano sinceramente dei vari sussidi, con i quali gli uomini favoriscono oggi la formazione di questa comunità di amore e la stima ed il rispetto della vita: sussidi che sono di aiuto a coniugi e genitori della loro eminente missione; da essi i cristiani attendono sempre migliori vantaggi e si sforzano di promuoverli.
Però la dignità di questa istituzione non brilla dappertutto con identica chiarezza poiché è oscurata dalla poligamia, dalla piaga del divorzio, dal cosiddetto libero amore e da altre deformazioni. Per di più l’amore coniugale è molto spesso profanato dall’egoismo, dall’edonismo e da pratiche illecite contro la fecondità. Inoltre le odierne condizioni economiche, socio-psicologiche e civili portano turbamenti non lievi nella vita familiare. E per ultimo in determinate parti del mondo si avvertono non senza preoccupazioni i problemi posti dall’incremento demografico. Da tutto ciò sorgono difficoltà che angustiano la coscienza. Tuttavia il valore e la solidità dell’istituto matrimoniale e familiare prendono risalto dal fatto che le profonde mutazioni dell’odierna società, nonostante le difficoltà che ne scaturiscono, molto spesso rendono manifesta in maniere diverse la vera natura di questa istituzione.
Perciò il Concilio, mettendo in chiara luce alcuni punti capitali della dottrina della Chiesa, si propone di illuminare e incoraggiare i cristiani e tutti gli uomini che si sforzano di salvaguardare e promuovere la dignità naturale e l’altissimo valore sacro dello stato matrimoniale.
 
I Lettura: Il Signore Dio formò con la costola, che aveva tolta all’uomo, una donna e la condusse all’uomo: il racconto ha un significato profondissimo: nella loro diversità sessuale l’uomo e la donna sono sullo stesso piano, godono di pari dignità. Il peccato originale verrà a turbare questa armonia, introducendo velenosamente nel cuore dell’uomo e della donna gli istinti e le passioni. Cristo, con la sua morte e la sua risurrezione, riconduce l’uomo e la donna al progetto iniziale. L’adulterio, il divorzio significano una volontà satanica di infrangere questo progetto divino.
 
II Lettura: Gesù ha sofferto solo come uomo ed è stato glorificato perché ha sofferto. In questo modo, la sua glorificazione ha consacrato il valore redentivo della sua morte. Per la Bibbia di Gerusalemme, le sofferenze e la morte di Cristo, «adempimento della volontà della Provvidenza, rendono il Cristo perfetto in quanto Salvatore, incaricato di introdurre gli uomini nella gloria di Dio [Eb 2,17-18; 4]».
 
Vangelo: Il tema del divorzio, al tempo di Gesù, era oggetto di accese discussioni tra due scuole rabbiniche: quella di Shammai, rigorista, e quella di Hillel, lassista. La prima riconosceva legittimo motivo solo il caso di adulterio da parte della moglie, la seconda scuola ammetteva, invece, come valido qualsiasi motivo, anche il più futile. L’intenzione dei farisei è di costringere Gesù a schierarsi o per la scuola di Shammai o per la scuola di Hillel e così poterlo accusare o ai rigoristi o ai lassisti. L’intenzione era di creargli dei nemici. Gesù capovolge il tutto mettendo la donna e l’uomo sullo stesso piano. Non è solo la moglie colpevole di adulterio verso il marito, ma anche il marito si rende colpevole di adulterio se ripudia la propria moglie e ne sposa un’altra. I diritti e i doveri sono uguali per la moglie e per il marito e chi li lede commette adulterio.
 
Dal Vangelo secondo Marco 10,2-16: In quel tempo, alcuni farisei si avvicinarono e, per metterlo alla prova, domandavano a Gesù se è lecito a un marito ripudiare la propria moglie. Ma egli rispose loro: «Che cosa vi ha ordinato Mosè?». Dissero: «Mosè ha permesso di scrivere un atto di ripudio e di ripudiarla».
Gesù disse loro: «Per la durezza del vostro cuore egli scrisse per voi questa norma. Ma dall’inizio della creazione [Dio] li fece maschio e femmina; per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due diventeranno una carne sola. Così non sono più due, ma una sola carne. Dunque l’uomo non divida quello che Dio ha congiunto».
A casa, i discepoli lo interrogavano di nuovo su questo argomento. E disse loro: «Chi ripudia la propria moglie e ne sposa un’altra, commette adulterio verso di lei; e se lei, ripudiato il marito, ne sposa un altro, commette adulterio».
Gli presentavano dei bambini perché li toccasse, ma i discepoli li rimproverarono. Gesù, al vedere questo, s’indignò e disse loro: «Lasciate che i bambini vengano a me, non glielo impedite: a chi è come loro infatti appartiene il regno di Dio. In verità io vi dico: chi non accoglie il regno di Dio come lo accoglie un bambino, non entrerà in esso». E, prendendoli tra le braccia, li benediceva, imponendo le mani su di loro.
 
Mentre la sacra Scrittura, e anche l’autentica tradizione rabbinica, decretava la pari dignità tra l’uomo e la donna, la tradizione umana imposta dai farisei, maestri in Israele, giocava a favore di quest’ultimi permettendo loro di trattare la donna come un oggetto, di essere per le loro mogli mariti, padri e padroni e di disporre di esse a piacimento. Accettare l’insegnamento scritturale comportava rinunciare a questa mentalità; voleva dire porsi diversamente dinanzi alla donna e accettarla soprattutto come coprotagonista nel progetto salvifico: significava accettare che Dio, fin dall’inizio, aveva voluto «che la sua immagine, sempre sostanzialmente identica, splendesse nella creatura umana in due versioni differenti: in quella dell’uomo e in quella della donna» (Vincenzo Raffa). E non era certamente facile per una società coniugata al maschile accettare tutto questo. Accogliere tale indirizzo significava per il maschio assumere doveri e perdere molti privilegi, compreso quello di avere «le etere per il piacere, le concubine per la cura giornaliera del corpo, le mogli per avere figli legittimi e una fedele custode della casa» (Demostene).
 
Ma io dico a voi … - Giovanni Odasso (Matrimonio in Schede Bibliche Pastorali - Vol. II): Il vangelo offre all’uomo la possibilità di comprendere vitalmente il dono del Creatore e di accoglierlo nella propria esistenza.
La parola di Gesù sulla indissolubilità del matrimonio rivela appunto, per il credente, il disegno originario del Creatore e manifesta quindi un orientamento fondamentale impresso nella natura dell’uomo. La storia antica - per non parlare di quella di tutti i tempi - testimonia però la prassi del divorzio, più o meno tollerata, più o meno repressa. Anche lo stesso AT non costituisce un’eccezione a questo fenomeno. Se leggendo il Deuteronomio si può affermare che la legislazione veterotestamentaria è preoccupata seriamente di porre un argine al divorzio - e questa preoccupazione lascia trasparire l’influsso del racconto jahvista sulla creazione della prima coppia - chi accosta l’interpretazione più accomodante data dalla scuola rabbinica di Hillel non può non rimanere perplesso. Ci sembra, che l’affermazione, per il credente giustissima, che l’indissolubilità appartiene al dise­gno del Creatore (e quindi in qualche modo può essere scoperta e attuata da ogni uomo) non dovrebbe però mettere in secondo piano l’affermazione di Gesù, quale è riferita da Matteo: «Ma io vi dico»! Solo se la chiesa si presenta come il «voi» al quale il Signore risorto sempre rivolge la sua parola per mezzo dello Spirito, dunque solo se la chiesa si presenta come comunione vissuta e partecipata di carità, apparirà in tutto il fulgore il disegno originario del Creatore e il matrimonio sarà colto nella sua dimensione di segno dell’amore sponsale e indefettibile di Cristo per la chiesa e della chiesa per Cristo.
 
Giovanni Paolo II (Familiaris consortio n. 84): Insieme col Sinodo, esorto caldamente i pastori e l’intera comunità dei fedeli affinché aiutino i divorziati procurando con sollecita carità che non si considerino separati dalla Chiesa, potendo e anzi dovendo, in quanto battezzati, partecipare alla sua vita. Siano esortati ad ascoltare la Parola di Dio, a frequentare il sacrificio della Messa, a perseverare nella preghiera, a dare incremento alle opere di carità e alle iniziative della comunità in favore della giustizia, a educare i figli nella fede cristiana, a coltivare lo spirito e le opere di penitenza per implorare così, di giorno in giorno, la grazia di Dio. La Chiesa preghi per loro, li incoraggi, si dimostri madre misericordiosa e così li sostenga nella fede e nella speranza.
La Chiesa, tuttavia, ribadisce la sua prassi, fondata sulla Sacra Scrittura, di non ammettere alla comunione eucaristica i divorziati risposati. Sono essi a non poter esservi ammessi, dal momento che il loro stato e la loro condizione di vita contraddicono oggettivamente a quell’unione di amore tra Cristo e la Chiesa, significata e attuata dall’Eucaristia. C’è inoltre un altro peculiare motivo pastorale: se si ammettessero queste persone all’Eucaristia, i fedeli rimarrebbero indotti in errore e confusione circa la dottrina della Chiesa sull’indissolubilità del matrimonio.
La riconciliazione nel sacramento della penitenza - che aprirebbe la strada al sacramento eucaristico - può essere accordata solo a quelli che, pentiti di aver violato il segno dell’Alleanza e della fedeltà a Cristo, sono sinceramente disposti ad una forma di vita non più in contraddizione con l’indissolubilità del matrimonio. Ciò comporta, in concreto, che quando l’uomo e la donna, per seri motivi - quali, ad esempio, l’educazione dei figli - non possono soddisfare l’obbligo della separazione, «assumono l’impegno di vivere in piena continenza, cioè di astenersi dagli atti propri dei coniugi» (Giovanni Paolo PP. II, Omelia per la chiusura del VI Sinodo dei Vescovi, 7 [25 Ottobre 1980]: AAS 72 [1980] 1082).
Similmente il rispetto dovuto sia al sacramento del matrimonio sia agli stessi coniugi e ai loro familiari, sia ancora alla comunità dei fedeli proibisce ad ogni pastore, per qualsiasi motivo o pretesto anche pastorale, di porre in atto, a favore dei divorziati che si risposano, cerimonie di qualsiasi genere. Queste, infatti, darebbero l’impressione della celebrazione di nuove nozze sacramentali valide e indurrebbero conseguentemente in errore circa l’indissolubilità del matrimonio validamente contratto.
Agendo in tal modo, la Chiesa professa la propria fedeltà a Cristo e alla sua verità; nello stesso tempo si comporta con animo materno verso questi suoi figli, specialmente verso coloro che, senza loro colpa, sono stati abbandonati dal loro coniuge legittimo.
 
Per essere fedeli all’amore coniugale...: Gaudium et spes, 50: L’unità del matrimonio, confermata dal Signore, appare in maniera lampante anche dalla uguale dignità personale che bisogna riconoscere sia all’uomo che alla donna nel mutuo e pieno amore. Per tener fede costantemente agli impegni di questa vocazione cristiana si richiede una virtù fuori del comune; è per questo che i coniugi, resi forti dalla grazia per una vita santa, coltiveranno assiduamente la fermezza dell’amore, la grandezza d’animo, lo spirito di sacrificio e li domanderanno nella loro preghiera. Ma l’autentico amore coniugale godrà più alta stima e si formerà al riguardo una sana opinione pubblica, se i coniugi cristiani danno testimonianza di fedeltà e di armonia nell’amore come anche di sollecitudine nell’educazione dei figli, e se assumono la loro responsabilità nel necessario rinnovamento culturale, psicologico e sociale a favore del matrimonio e della famiglia
 
Giovanni Crisostomo, Catena Aurea: È per la durezza del vostro cuore che egli ha scritto per voi questo precetto: perché se l’anima fosse purificata dal desiderio e dall’ira, sarebbe possibile tollerare anche la moglie più malvagia.
 
Concedi a noi, Padre onnipotente,
che, inebriati e nutriti da questi sacramenti,
veniamo trasformati in Cristo
che abbiamo ricevuto come cibo e bevanda di vita.
Egli vive e regna nei secoli dei secoli.
 

 

 2 Ottobre 2021
 
Sabato XXVI Settimana T. O.
 
Santi Angeli Custodi - Memoria
 
Es 23,20-23a; Sal  90 (91); Mt 18,1-5.10
 
Il Santo del Giorno - 2 Ottobre 2021 - Santi Angeli Custodi - Antonio Borrelli: L’angelo nella Bibbia - Specifici episodi del Vecchio e Nuovo Testamento, indicano la presenza degli Angeli: la lotta con l’angelo di Giacobbe (Genesi 32, 25-29); la scala percorsa dagli angeli, sognata da Giacobbe (Genesi, 28, 12); i tre angeli ospiti di Abramo (Genesi, 18); l’intervento dell’angelo che ferma la mano di Abramo che sta per sacrificare Isacco; l’angelo che porta il cibo al profeta Elia nel deserto.
L’annuncio ai pastori della nascita di Cristo; l’angelo che compare in sogno a Giuseppe, suggerendogli di fuggire con Maria e il Bambino; gli angeli che adorano e servono Gesù dopo le tentazioni nel deserto; l’angelo che annunciò alla Maddalena e alle altre donne, la resurrezione di Cristo; la liberazione di s. Pietro, dal carcere e dalle catene a Roma; senza dimenticare la cosmica e celeste simbologia angelica dell’Apocalisse di s. Giovanni Evangelista.
L’Angelo Custode - Infine l’Angelo Custode, l’esistenza di un angelo per ogni uomo, che lo guida, lo protegge, dalla nascita fino alla morte, è citata nel Libro di Giobbe, ma anche dallo stesso Gesù, nel Vangelo di Matteo, quando indicante dei fanciulli dice: “Guardatevi dal disprezzare uno solo di questi piccoli, perché vi dico che i loro angeli nel cielo vedono sempre la faccia del Padre mio che è nei cieli”.
La Sacra Scrittura parla di altri compiti esercitati dagli angeli, come quello di offrire a Dio le nostre preghiere e sacrifici, oltre quello di accompagnare l’uomo nella via del bene. Il nome di ‘angelo’ nel discorrere corrente, ha assunto il significato di persona di eccezionale virtù, di bontà, di purezza, di bellezza angelica e indica perfezione.
 
Colletta: O Dio, che con ineffabile provvidenza mandi i tuoi santi angeli perché siano nostri custodi, dona a noi, che ti supplichiamo, di essere sempre difesi dalla loro protezione e di godere in eterno della loro compagnia. Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
La Bibbia e i Padri della Chiesa (I Padri Vivi): Gli innumerevoli eserciti degli angeli stanno davanti al volto di Dio e incessantemente gli rendono onore. Ogni volta che celebriamo l’Eucaristia e glorifichiamo Dio nel prefazio per le sue grandi opere, noi radunati sulla terra c’inseriamo nel perenne cantico di lode che risuona in Cielo. Con tutti gli angeli e gli arcangeli, uniti a tutti i cori celesti esclamiamo: Santo, Santo, Santo il Signore Dio degli eserciti. L’uomo di fede, riconoscente a Dio per la sua bontà, acclama con le parole del salmo: «A te voglio cantare davanti agli angeli» (137,1) e sapendo che da solo non è capace di esprimere il cantico di gratitudine invoca gli angeli: «Benedite [con me], angeli del Signore, il Signore, lodatelo ed esaltatelo nei secoli» (Dn 3,58).
La Chiesa crede che gli angeli non soltanto circondano il trono di Dio nel sacro servizio, ma che Dio anche per loro, come per noi, in modo mirabile, ha stabilito dei doveri. L’angelo fu mandato a Maria per annunciarle il mistero dell’Incarnazione. L’angelo incoraggia Cristo prima della Passione; tramite l’angelo fu annunciata la notizia della Risurrezione del Signore. Anche oggi, gli angeli sono presenti nella Chiesa, perché essa possa annunciare a tutti l’Incarnazione, la Passione e la Risurrezione del Signore. La Chiesa crede che gli angeli proteggono la nostra vita terrena, hanno cura di noi, ci sostengono sulla via che porta alla salvezza. Nella loro cura, troviamo la difesa e, grazie a loro, evitiamo i pericoli.
In comunione con tutta la Chiesa, benediciamo gli angeli del Signore e glorifichiamo Dio perché ci permette di sperimentare la loro custodia. Poiché attendiamo la nostra unione con loro, quando il Signore verrà nella sua gloria con tutti i suoi angeli.
 
Catechismo della Chiesa Cattolica 328.330: L’esistenza degli esseri spirituali, incorporei, che la Sacra Scrittura chiama abitualmente angeli, è una verità di fede. La testimonianza della Scrittura è tanto chiara quanto l’unanimità della Tradizione ...  In quanto creature puramente spirituali, essi hanno intelligenza e volontà: sono creature personali e immortali. Superano in perfezione tutte le creature visibili. Lo testimonia il fulgore della loro gloria.
 
I Lettuta: Ecco, io mando un angelo davanti a te per custodirti: l’angelo inviato dal Signore precederà il popolo nel suo viaggio verso la terra promessa per custodirlo e guidarlo. Nel brano che oggi leggiamo, l’angelo di Dio si identifica con Dio, il mio nome è in lui, per cui ubbidire o ribellarsi a lui è come ubbidire o ribellarsi a Dio. Il nome degli angeli (ebr. mal’ak, gr. ànghelos), non è un nome di natura ma di funzione: significa «messaggero». Secondo la letteratura giudaica, la funzione degli angeli è triplice: di adorazione e di lode a Dio; di messaggeri divini nelle incombenze degli uomini; di custodi degli uomini, dei loro beni, case, campi, animali, e delle nazioni. Sfuggendo alla nostra percezione ordinaria, essi costituiscono un mondo misterioso, ma non mitico in quanto l’esistenza degli angeli è una verità di fede.
 
Vangelo: Chi dunque è più grande nel regno dei cieli?: Gesù risponde che il criterio sono i piccoli. I discepoli devono diventare bambini. Invece di crescere verso l’alto, devono crescere verso il basso, la vera grandezza del discepolo si costruisce sul trono dell’umiltà. Questi piccoli non devono essere disprezzati, in quanto i loro angeli in cielo difendono davanti a Dio la loro causa e chiedono che Egli intervenga a riparare le offese fatte loro.
Dal Vangelo secondo Matteo 18,1-5.10: In quel momento i discepoli si avvicinarono a Gesù dicendo: «Chi dunque è più grande nel regno dei cieli?». Allora chiamò a sé un bambino, lo pose in mezzo a loro e disse: «In verità io vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli. Perciò chiunque si farà piccolo come questo bambino, costui è il più grande nel regno dei cieli. E chi accoglierà un solo bambino come questo nel mio nome, accoglie me. Guardate di non disprezzare uno solo di questi piccoli, perché io vi dico che i loro angeli nei cieli vedono sempre la faccia del Padre mio che è nei cieli».
 
Felipe F. Ramos (Il Vangelo secondo Matteo): Gesù comanda di farsi come bambini. Quando si esprime così, non pensa alla proverbiale innocenza dei bambini, ma pensa principalmente alla loro umiltà. Il bambino non ha pretese: sa di essere bambino e si accetta come è; accetta la sua incapacità di fronte alla vita e il bisogno che ha dei genitori per sopravvivere. I bambini vivono nell’umiltà, non stimandosi meno di quello che sono - non sarebbe umiltà - ma riconoscendo quello che sono. L’uomo ha forse bisogno di stimarsi di meno di quello che è per essere umile?
Se passiamo dalla famiglia umana a quella cristiana - la famiglia di Gesù o di Dio - l’argomentazione acquista molta maggior efficacia. Che cos’è l’uomo davanti a Dio? L’umiltà cristiana è causata appunto dalla gioia di essere figli di Dio (5,3ss; 11,25).
La filiazione divina richiede la conversione, come dice espressamente il versetto 3. Le parole che aprono il vangelo esigendo la conversione (3,2; 4,17) si applicano ora ai discepoli di Gesù. Se questi discepoli devono essere i dirigenti della comunità cristiana, devono comportarsi, di fronte a essa, con quell’umiltà di cui abbiamo parlato. E devono farlo per due ragioni: per quello che sono essi - aspetto che già abbiamo esposto - e per quello che sono. gli altri. Gli altri sono figli di Dio: «i loro angeli nel cielo vedono sempre la faccia del Padre mio».
Ma la frase non si occupa minimamente degli angeli e non ha il minimo interesse per essi. Secondo la letteratura giudaica, la funzione degli angeli è triplice: a) di adorazione e di lode a Dio; b) di agenti o messaggeri divini negli affari umani; c) di custodi degli uomini delle nazioni (At 12,15). Secondo una credenza che si era molto diffusa fra i giudei, erano pochi gli angeli che avevano accesso diretto a Dio. Tenendo conto di questi particolari, l’insegnamento fa pensare alla dignità dei piccoli che credono in Gesù: se i loro angeli hanno questa dignità, quanto maggiore sarà la dignità dei credenti che gli angeli stessi son destinati a servire!
 
Angelo - Paul Hubert Schüngel: Gli scritti biblici conoscono diversi angeli, che si distinguono per il modo di apparire e soprattutto di agire. La maggior parte delle volte gli angeli appaiono come messaggeri e portavoce di Dio: il malak JHWH comanda ad Abramo di risparmiare suo figlio (Gen 22,11). Questo angelo  di JHWH a volte non è distinguibile dallo stesso JHWH (Gen 18). Agli angeli  viene spesso attribuito un potere di devastazione o di castigo, per es. all’angelo sterminatore, oppure allo spirito che causa dissidi politici, Gdc 9,23. In questo caso non si possono separare gli a. dalla sventura che essi portano; questo è particolarmente chiaro nel Sal 78,49. Talvolta gli angeli  sono visti come cherubini, cioè esseri ibridi alati, come quelli noti soprattutto a Babilonia: Gen 3,24 è uno di questi angeli che fa la guardia all’albero della vita; nel Sal 18,11 esso è colui che accompagna JHWH che discende dai cieli. Ezechiele si è servito in modo particolare di questa immagine. Altri angeli costituiscono una corte celeste che celebra JHWH (Is 6), o lo consiglia (Gb 1,6ss). Soltanto più tardi gli angeli hanno un nome (Dn, Tb) e sono visti ora come angeli custodi personali (Raffaele per Tobia), come protettori di popoli (Dn 10,l1ss), come intercessori presso Dio (Zc 3), come interpreti dei progetti divini (Zc 1,9.11ss). Nell’apocalittica tardogiudaica, ma anche nell’Apocalisse neotestamentaria, essi svolgono un ruolo molto importante. La credenza veterotestamentaria negli angeli è una mescolanza variopinta e disarmonica di antica fede popolare (cf. Gen 6,1-4), dèi stranieri denigrati (Lv 16,8ss) e divinità sbiadite (71 serpente di rame) d’influenza babilonese e (più tardi) ìraniana. Come dimostra Rm 8,38s, Paolo condivide ancora la concezione degli angeli di sventura; parlando di “troni” e “dominazioni” (Col 1,16) Paolo intende angeli dei popoli, cioè soprattutto la potenza della Roma pagana. Soltanto nei Sinottici gli angeli, in quanto messaggeri di Dio e interpreti dell’evento della salvezza (Lc 1; 2; At 1,10s), vengono separati dai demoni quali cause di malattia e di possessione (Mc 3,23-27). Gesù, manifestandosi padrone dei demoni, dimostra di essere colui che possiede la potenza del creatore e introduce il regno di Dio escatologico (Mc 3,27).
 
Gli angeli nella vita della Chiesa: CCC 334-336: Allo stesso modo tutta la vita della Chiesa beneficia dell’aiuto misterioso e potente degli angeli. Nella liturgia, la Chiesa si unisce agli angeli per adorare il Dio tre volte santo; invoca la loro assistenza (così nell’In paradisum deducant te angeli... – In paradiso ti accompagnino gli angeli – nella liturgia dei defunti, o ancora nell’« Inno dei cherubini » della liturgia bizantina ), e celebra la memoria di alcuni angeli in particolare (san Michele, san Gabriele, san Raffaele, gli angeli custodi). Dal suo inizio fino all’ora della morte la vita umana è circondata dalla loro protezione e dalla loro intercessione. «Ogni fedele ha al proprio fianco un angelo come protettore e pastore, per condurlo alla vita».  Fin da quaggiù, la vita cristiana partecipa, nella fede, alla beata comunità degli angeli e degli uomini, uniti in Dio.
 
La presenza degli angeli - Origene Comment. in Luc., 23, 8-9: Quanto a me, non esito affatto a pensare che gli angeli siano presenti anche nella nostra assemblea, in quanto essi vegliano non soltanto su tutta la Chiesa presa nel suo insieme, ma anche su ciascuno di noi. È di essi che parla il Salvatore, quando dice: I loro angeli vedono sempre il volto del Padre mio che è nei cieli (Mt 18,10). Ci sono qui due Chiese: quella degli uomini e quella degli angeli. Se quanto noi diciamo è conforme al pensiero divino e all’intenzione delle Scritture, gli angeli ne godono e pregano per noi. Ed è perché gli angeli sono presenti nelle Chiese, in tutte, o almeno in quelle che lo meritano e che appartengono a Cristo, che è prescritto alle donne, durante la preghiera, di avere un velo sulla testa a causa degli angeli (1Cor 11,10). Di quali angeli si tratta? Senza alcun dubbio degli angeli che assistono i santi e si rallegrano nella Chiesa; angeli che noi non vediamo perché il fango del peccato ci copre gli occhi, ma che vedono gli apostoli di Gesù ai quali il Signore dice: In verità, in verità vi dico: voi vedrete i cieli aperti e gli angeli di Dio che salgono e discendono sul Figlio dell’uomo (Gv l,51).
Se io avessi la grazia di vederli come gli apostoli e di guardarli come li contemplò Paolo, scorgerei senza dubbio ora la folla di angeli che vedeva Eliseo e che Gihezi, che era al suo fianco, non vedeva affatto. Gihezi aveva paura di essere catturato dai nemici, perché vedeva Eliseo tutto solo. Ma Eliseo, in quanto era profeta del Signore, si mise a pregare e disse: O Signore, apri gli occhi di questo servo in modo che egli veda che ci sono più con noi che con loro (2Re 6,17). E subito, alla preghiera di quel santo, Gihezi vide gli angeli che non vedeva prima.
 
O Padre, che in questo sacramento
ci doni il pane per la vita eterna,
guidaci, con l’assistenza degli angeli,
nella via della salvezza e della pace.
Per Cristo nostro Signore.