10 SETTEMBRE 2021
VENERDÌ DELLA XXIII SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO DISPARI)
1Tm 1,1-2.12-14; Sal 15 (16); Lc 6,39-42
I Lettura: Timoteo, vero figlio nella fede di Paolo, è al timone della Chiesa, e Paolo si premura di scrivergli per mettere in evidenza i tratti caratteristici del ministro di Dio. Allo stesso tempo gli apre il suo cuore, un cuore colmo di amore e di gratitudine per Cristo Gesù che lo ha reso e lo ha chiamato ad essere servo della Parola. Il rendimento è colmo di stupore perché tutto è dono, Cristo Gesù, nella sua infinita misericordia, ha fatto sì che un bestemmiatore, un persecutore e un violento, divenisse un apostolo. Questa è la bella avventura di Paolo, un avventura che canta la misericordia di Dio.
Vangelo: Il detto sul cieco che non può guidare un altro lo troviamo anche in Matteo (15,14). Matteo lo rivolge ai farisei, guide cieche che fuorviano il popolo, Luca lo indirizza ai discepoli perché siano guide e maestri sapienti. Gesù invita i discepoli a non accusare mai nessuno, per non spartire la sorte dei farisei: Se foste ciechi, non avreste alcun peccato; ma siccome dite: «Noi vediamo», il vostro peccato rimane (Gv 9,41).
Dal Vangelo secondo Luca 6,39-42: In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli una parabola: «Può forse un cieco guidare un altro cieco? Non cadranno tutti e due in un fosso? Un discepolo non è più del maestro; ma ognuno, che sia ben preparato, sarà come il suo maestro. Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello e non ti accorgi della trave che è nel tuo occhio? Come puoi dire al tuo fratello: “Fratello, lascia che tolga la pagliuzza che è nel tuo occhio”, mentre tu stesso non vedi la trave che è nel tuo occhio? Ipocrita! Togli prima la trave dal tuo occhio e allora ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dall’occhio del tuo fratello».
Hugues Cousin (Luca): Luca segnala improvvisamente al suo lettore che si trova di fronte a una «parabola»: il termine invita a cercare il senso delle parole senza fermarsi alle immagini. Cominciamo col ritrovarvi il rifiuto di giudicare gli altri, poiché diversi detti isolati di Gesù sono stati raggruppati per associazione di idee. La frattura di stile provocata dal v. 39a è significativa: essa serve a dimostrare il mutamento dei personaggi verso i quali il discepolo deve mostrarsi benevolo; dopo il nemico, ecco il fratello, l’altro all’interno della comunità ecclesiale.
Ma attenzione! Non giudicare non significa mettere tutto sullo stesso piano (vv. 39-42)! Molti cristiani sono ben lontani dall’aver raggiunto l’età adulta nell’ambito della vita cristiana (cfr. lCor 3,1-3); essendo ciechi, essi non possono pretendere di guidare gli altri verso la piena luce della fede, né di criticarli. L’esistenza nella fede è una lunga preparazione alla perfezione (lasciarsi « ben formare »); alla fine, il discepolo «sarà come il maestro», il Cristo, il quale era convinto che chiunque poteva convertirsi, mutare il corso della propria vita. Che ognuno si formi alla scuola di Gesù, la cui misericordia verso i peccatori lo autorizza a guidare gli altri. D’altra parte è da ipocriti, da commedianti, esaltare una strada giusta che nemmeno noi percorriamo. Soltanto una conversione perseguita incessantemente, che sfocia in un comportamento autentico, fa uscire dalla cecità e autorizza a permettersi di correggere il comportamento degli altri.
Invitando a «far pulizia in casa propria», la parabola della pagliuzza e della trave ricorda che dobbiamo noi per primi tenere una buona condotta, se intendiamo proporla agli altri come esempio.
Il discepolo guida: Evangelii gaudium 172: Chi accompagna sa riconoscere che la situazione di ogni soggetto davanti a Dio e alla sua vita di grazia è un mistero che nessuno può conoscere pienamente dall’esterno. Il Vangelo ci propone di correggere e aiutare a crescere una persona a partire dal riconoscimento della malvagità oggettiva delle sue azioni (cfr. Mt 18,15), ma senza emettere giudizi sulla sua responsabilità e colpevolezza (cfr. Mt 7,1; Lc 6,37). In ogni caso un valido accompagnatore non accondiscende ai fatalismi o alla pusillanimità. Invita sempre a volersi curare, a rialzarsi, ad abbracciare la croce, a lasciare tutto, ad uscire sempre di nuovo per annunciare il Vangelo. La personale esperienza di lasciarci accompagnare e curare, riuscendo ad esprimere con piena sincerità la nostra vita davanti a chi ci accompagna, ci insegna ad essere pazienti e comprensivi con gli altri e ci mette in grado di trovare i modi per risvegliarne in loro la fiducia, l’apertura e la disposizione a crescere.
Padre Lino Pedron: Il comandamento: “Siate misericordiosi, come è misericordioso il Padre vostro” (6,36) è l’unica strada maestra per la salvezza. Chi insegna diversamente è una guida cieca (v. 39), un maestro falso (v.40); chi critica il male altrui, e non vede il proprio, è un ipocrita (vv.41-42).
Solo la misericordia può salvare l’uomo dal male perché è quell’amore che non tiene conto del male e lo volge in bene.
La cecità fondamentale è quella di non ritenersi bisognosi della misericordia di Dio. Cieco è il discepolo che non ha sperimentato la misericordia di Dio donatagli in Cristo. Per questo il suo agire è senza misericordia.
Il male che io condanno nel fratello è sempre una piccola cosa rispetto al male che commetto io arrogandomi il diritto di giudicarlo: tanta è la gravità del giudicare! Il vero male non è tanto il male che si compie, quanto la mancanza di misericordia che ne impedisce il riscatto. Il giudizio senza misericordia nei confronti di una colpa grave è sempre più grave della colpa stessa.
Chi critica se stesso invece degli altri, si scopre bisognoso di misericordia quanto e più degli altri. Questa misericordia gli toglie la cecità e lo rende capace di vedere bene per togliere la pagliuzza dall’occhio del fratello.
L’unica correzione possibile è l’occhio buono del perdono e della misericordia. La trave che il discepolo deve levarsi dall’occhio è la presunzione di essere giusto. Solo chi si sente graziato e perdonato può graziare e perdonare. E sempre senza scandalizzarsi del peccato altrui, perché è sempre una pagliuzza rispetto alla trave che è nel nostro occhio.
Asterio d’Amasea, Omelia 13 (sulla conversione): Non siate, per i vostri compagni di schiavitù, dei giudici rigorosi e crudeli, nell’attesa che giunga colui che svelerà i segreti del cuori e che, con la sua potenza, darà a ciascuno il posto che gli spetta nella vita futura. Non pronunciate giudizi severi, per non essere giudicati con severità e per non essere trafitti, come da denti acuti, dalle parole. Mi sembra infatti che le parole dei Vangelo: Non giudicate, per non essere giudicati (Mt 7,1) vogliano appunto metterci in guardia da questo peccato. Con ciò non si vuole escludere la facoltà di valutare le cose con intelligenza e rettitudine: il Vangelo chiama «giudizio» una condanna troppo severa. Nei tuoi giudizi, dunque, adopera, per quanto è possibile, un peso leggero, se non vuoi che anche le tue azioni facciano scendere il piatto della condanna quando la nostra vita sarà pesata dal giudizio di Dio, come su una bilancia... Non rifiutare allora, di usare misericordia, per non essere escluso dal perdono quando anche tu ne avrai bisogno.
O Padre, che nutri e rinnovi i tuoi fedeli
alla mensa della parola e del pane di vita,
per questi grandi doni del tuo amato Figlio
aiutaci a progredire costantemente nella fede,
per divenire partecipi della sua vita immortale.
Egli vive e regna nei secoli dei secoli.
Giovedì XXIII Settimana T. O..
Col 3,12-17; Salmo 150; Lc 6,27-38
Colletta: O Padre, che ci hai liberati dal peccato e ci hai donato la dignità di figli adottivi, guarda con benevolenza la tua famiglia, perché a tutti i credenti in Cristo sia data la vera libertà e l’eredità eterna. Per il nostro Signore Gesù Cristo.
Ogni vivente dia lode al Signore: Giovanni Paolo II (Udienza Genera, 9 Gennaio 2002): Il Salmo 150 sembra svolgersi in un triplice momento. In apertura, nei primi due versetti (vv. 1-2), lo sguardo si fissa sul “Signore” nel “suo santuario”, sulla “sua potenza”, i “suoi prodigi”, la “sua grandezza”. In un secondo momento - simile ad un vero e proprio movimento musicale - nella lode è coinvolta l’orchestra del tempio di Sion (cfr vv. 3-5b), che accompagna il canto e la danza sacra. Infine nell’ultimo versetto del Salmo (cfr v. 5c) è di scena l’universo, rappresentato da “ogni vivente” o, se si vuole ricalcare maggiormente l’originale ebraico, da “tutto ciò che respira”. La vita stessa si fa lode, una lode che sale dalle creature al Creatore [...]. Trascrivendo i versi del Salmo 150, i manoscritti ebraici riproducono spesso la Menorah, il famoso candelabro a sette braccia, posto nel Santo dei Santi del tempio di Gerusalemme. Suggeriscono così una bella interpretazione di questo Salmo, vero e proprio Amen nella preghiera di sempre dei nostri “fratelli maggiori”: tutto l’uomo, con tutti gli strumenti e le forme musicali che il suo stesso genio ha inventato - “tromba, arpa, cetra, timpani, danze, corde, flauti, cembali sonori, cembali squillanti”, come dice il Salmo - ma anche “ogni vivente”, è invitato ad ardere come la Menorah di fronte al Santo dei Santi, in costante preghiera di lode e di ringraziamento. Uniti col Figlio, voce perfetta di tutto il mondo da Lui creato, diventiamo anche noi preghiera incessante davanti al trono di Dio.
I Lettura: San Paolo indica alcune virtù proprie del cristianesimo, che per loro natura sono adatte a mantenere la fraternità in Cristo e a favorirla: la misericordia, la bontà, l’umiltà, la mansuetudine, la pazienza, soprattutto il perdono, sull’esempio del Signore Gesù Cristo. Infine, i rapporti familiari, sia degli sposi fra loro, sia dei genitori con i loro figli e viceversa, devono svolgersi nel più autentico spirito cristiano, «come si conviene nel Signore» Gesù.
Vangelo: Il brano evangelico di oggi, dal punto di vista del contenuto, «si presenta collegato all’ultima beatitudine e all’ultima maledizione. Ecco la struttura del brano: - prima il superamento della legge del taglione [vv. 27-31], - poi segue l’invito alla carità sul modello di Dio [vv. 32-36], - il tutto si chiude con una sollecitudine a non giudicare [vv. 37-38]. Sarà utile notare che come la seconda parte termina con un’affermazione solenne di Gesù [v. 36] così anche la prima si chiude con la cosiddetta regola d’oro [v. 31]» (Carlo Ghidelli).
Dal Vangelo secondo Luca 6,27-38: In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «A voi che ascoltate, io dico: amate i vostri nemici, fate del bene a quelli che vi odiano, benedite coloro che vi maledicono, pregate per coloro che vi trattano male. A chi ti percuote sulla guancia, offri anche l’altra; a chi ti strappa il mantello, non rifiutare neanche la tunica. Da’ a chiunque ti chiede, e a chi prende le cose tue, non chiederle indietro. E come volete che gli uomini facciano a voi, così anche voi fate a loro. Se amate quelli che vi amano, quale gratitudine vi è dovuta? Anche i peccatori amano quelli che li amano. E se fate del bene a coloro che fanno del bene a voi, quale gratitudine vi è dovuta? Anche i peccatori fanno lo stesso. E se prestate a coloro da cui sperate ricevere, quale gratitudine vi è dovuta? Anche i peccatori concedono prestiti ai peccatori per riceverne altrettanto. Amate invece i vostri nemici, fate del bene e prestate senza sperarne nulla, e la vostra ricompensa sarà grande e sarete figli dell’Altissimo, perché egli è benevolo verso gli ingrati e i malvagi. Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso. Non giudicate e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati; perdonate e sarete perdonati. Date e vi sarà dato: una misura buona, pigiata, colma e traboccante vi sarà versata nel grembo, perché con la misura con la quale misurate, sarà misurato a voi in cambio».
Senza voler ricorrere a frasi stereotipate possiamo affermare che da sempre l’uomo è schiavo di se stesso, del suo egoismo, e da sempre cerca di liberarsi da questa schiavitù. Nel brano evangelico, Gesù indica esplicitamente due strade per arrivare a questa liberazione. Innanzi tutto, guardare al Padre, - Siate misericordiosi, come è misericordioso il Padre -; guardare a Lui, fissare gli occhi sul suo cuore: «Imparate da me, che sono mite e umile di cuore» (Mt 11,29). Poi, offrire il proprio corpo marcio alla incisione del divino chirurgo perché il pietoso medico possa incidere la carne in putrefazione e fare scaturire il pus che avvelena il cuore e la mente dell’uomo. Perché nulla resti nel campo della teoria, Gesù chiede praticamente che l’uomo, vincendo se stesso, ami i suoi nemici; domanda di fare del bene e prestare senza sperare nulla in contraccambio; di essere misericordioso, di non giudicare, di non condannare, di perdonare, di dare abbondantemente: proposte tutte terribilmente concrete, opere che attraversano il quotidiano dell’uomo: «Vicino a te è la parola, sulla tua bocca e nel tuo cuore: cioè la parola della fede che noi predichiamo» (Rom 10,8). Cristo non chiede cose spirituali o straordinarie, come la penitenza o la mortificazione, ma atteggiamenti concreti: la capacità nobile di relazionarsi con il prossimo; una vittoria totale sull’io e, infine, aprire il cuore, la mente, l’anima alla potente, vivificante azione dello Spirito Santo. In tal modo, Luca, con questa impareggiabile pagina, educa i missionari di tutti i tempi: coloro che portano la Parola non stiano a fantasticare, ma annuncino la vera, Buona Notizia che vuole sanare globalmente l’uomo: il Vangelo che promette il Paradiso e la beatitudine della pace già in questa terra, pace con se stessi, pace con il mondo circostante, pace con Dio (Lc 1,79; 2,14). Il servo della Parola, colui che è mandato ad annunciare la Parola di Dio sino agli estremi confini della terra, se vuole assolvere fedelmente il suo mandato deve essere un uomo riconciliato con se stesso, con i fratelli e con Dio. E la riconciliazione ha unicamente il fragrante sapore dell’amore.
Amate i vostri nemici: Paolo VI (Omelia, 1 Gennaio 1975): L’amore dà alla pace la sua vera radice, toglie l’ipocrisia, la precarietà, l’egoismo. L’amore è l’arte della pace; esso genera una pedagogia nuova, ch’è tutta da rifare, se pensiamo come dai giochi dei nostri fanciulli fino a certi trattati di etnologia e di filosofia della storia la lite, la lotta, la misura di forza, l’utilità della violenza sembrano costituire una necessità, una bandiera d’onore, una fonte di interessi. Soprattutto l’amore, sì, l’amore cristiano, riuscirà a svellere dal fondo dei cuori l’avvelenata e tenace radice della vendetta, dei «regolamenti di conti», «dell’occhio per occhio, del dente per dente» , donde poi sangue, rappresaglie e rovine discendono collegate a catena, come un perpetuo obbligo d’ignobile onore? riuscirà l’amore a disinfettare certi sedimenti psicologici collettivi, certi bassifondi sociali, dove la mafia ha una sua segreta legge spietata, riuscirà a far decadere la camorra popolare, o la faida privata o comunitaria, o la lotta tribale, quasi ossessionanti falsi doveri generanti un loro cieco impegno fatale? riuscirà a placare certi orgogli nazionalisti o razziali, che si tramandano inesorabili dall’una all’altra generazione, preparando rivincite, che sono per entrambe le parti contendenti odi infausti, stragi inevitabili? Sì, l’amore riuscirà, perché ce lo ha insegnato Gesù Cristo, che ne ha inserito l’impegno nella preghiera per eccellenza, il «Padre nostro», obbligando le nostre labbra ostinate a ripetere le parole prodigiose del perdono : «rimetti, o Padre, a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori».
O Padre, che nutri e rinnovi i tuoi fedeli
alla mensa della parola e del pane di vita,
per questi grandi doni del tuo amato Figlio
aiutaci a progredire costantemente nella fede,
per divenire partecipi della sua vita immortale.
Egli vive e regna nei secoli dei secoli.
8 Settembre 2021
Mercoledì XXIII Settimana T. O.
Natività Beata Vergine Maria
Mi 5,1-43a oppure Rm 8,28-30; Sal 12 (13); Mt 1,1-16.18-23
Colletta: Concedi, o Signore, ai tuoi servi il dono della grazia celeste e poiché la maternità della beata Vergine ha segnato l’inizio della salvezza, la festa della sua nascita accresca in noi la pace. Per il nostro Signore Gesù Cristo.
Benedetto XVI (Discorso 11 Settembre 2012): Il senso di questa festa mariana ci viene ricordato da sant’Andrea di Creta, vissuto tra il VII e l’VIII secolo, in una sua famosa Omelia per la Festa della Natività di Maria, in cui l’evento viene presentato come un tassello prezioso dello straordinario mosaico che è il disegno divino di salvezza dell’umanità: «Il mistero del Dio che diventa uomo, la divinizzazione dell’uomo assunto dal Verbo, rappresentano la somma dei beni che Cristo ci ha donati, la rivelazione del piano divino e la sconfitta di ogni presuntuosa autosufficienza umana. La venuta di Dio fra gli uomini, come luce splendente e realtà divina chiara e visibile, è il dono grande e meraviglioso della salvezza che ci viene elargito. La celebrazione odierna onora la natività della Madre di Dio. Però il vero significato e il fine di questo evento è l’incarnazione del Verbo. Infatti Maria nasce, viene allattata e cresciuta per essere la Madre del Re dei secoli, di Dio» (Discorso I: PG 97, 806-807). Questa importante e antica testimonianza ci porta al cuore della tematica su cui riflettete e che il Concilio Vaticano II volle sottolineare già nel titolo del Capitolo VIII della Costituzione dogmatica sulla Chiesa Lumen gentium: «La Beata Vergine Maria Madre di Dio nel mistero di Cristo e della Chiesa». Si tratta del «nexus mysteriorum», dell’intimo collegamento tra i misteri della fede cristiana, che il Concilio ha indicato come orizzonte per comprendere i singoli elementi e le diverse affermazioni del patrimonio della fede cattolica.
Vangelo - Bibbia di Gerusalemme: La genealogia di Matteo, pur mettendo in rilievo influenze straniere da parte delle donne (vv 3.5.6), si restringe all’ascendenza israelitica di Cristo e mira a ricollegarlo ai principali depositari delle promesse messianiche, Abramo e Davide, e ai discendenti regali di quest’ultimo (28am 7,1+; Is 7,14+). La genealogia di Luca, più universalistica, risale ad Adamo, capo di tutta l’umanità. Da Davide a Giuseppe, le due liste hanno in comune solo due nomi. Questa divergenza si può spiegare, sia con il fatto che Matteo ha preferito la successione dinastica alla discendenza naturale, sia con l’equivalenza posta tra la discendenza legale (legge del levirato, Dt 25,5+) e In discendenza naturale. Il carattere sistematico della genealogia è d’altronde sottolineato in Matteo, con la ripartizione degli antenati di Gesù in tre serie di 7+7 generazioni (cf. 6,9+); ciò obbliga a omettere tre re fra Ioram e Ozia, e a contare Ieconìa (vv. 11-12l per due (dato che lo stesso nome greco può tradurre i due nomi ebraici affini di Ioiakìm e Ioiachìn). Le due liste terminano con Giuseppe che è soltanto il padre legale di Gesù: sta il fatto che agli occhi degli antichi la paternità legale (per adozione, levirato, ecc.) bastava a conferire tutti i diritti ereditari: in questo caso, quelli della stirpe davidica. Ciò non esclude che Maria stessa sia appartenuta a questa stirpe, sebbene gli evangelisti non lo dicano.
Dal Vangelo secondo Matteo 1,1-16.18-23: Genealogia di Gesù Cristo figlio di Davide, figlio di Abramo. Abramo generò Isacco, Isacco generò Giacobbe, Giacobbe generò Giuda e i suoi fratelli, Giuda generò Fares e Zara da Tamar, Fares generò Esrom, Esrom generò Aram, Aram generò Aminadàb, Aminadàb generò Naassòn, Naassòn generò Salmon, Salmon generò Booz da Racab, Booz generò Obed da Rut, Obed generò Iesse, Iesse generò il re Davide. Davide generò Salomone da quella che era stata la moglie di Urìa, Salomone generò Roboamo, Roboamo generò Abìa, Abìa generò Asaf, Asaf generò Giosafat, Giosafat generò Ioram, Ioram generò Ozìa, Ozìa generò Ioatàm, Ioatàm generò Acaz, Acaz generò Ezechìa, Ezechìa generò Manasse, Manasse generò Amos, Amos generò Giosìa, Giosìa generò Ieconìa e i suoi fratelli, al tempo della deportazione in Babilonia. Dopo la deportazione in Babilonia, Ieconìa generò Salatièl, Salatièl generò Zorobabele, Zorobabele generò Abiùd, Abiùd generò Eliachìm, Eliachìm generò Azor, Azor generò Sadoc, Sadoc generò Achim, Achim generò Eliùd, Eliùd generò Eleàzar, Eleàzar generò Mattan, Mattan generò Giacobbe, Giacobbe generò Giuseppe, lo sposo di Maria, dalla quale è nato Gesù, chiamato Cristo. Così fu generato Gesù Cristo: sua madre Maria, essendo promessa sposa di Giuseppe, prima che andassero a vivere insieme si trovò incinta per opera dello Spirito Santo. Giuseppe suo sposo, poiché era uomo giusto e non voleva accusarla pubblicamente, pensò di ripudiarla in segreto. Mentre però stava considerando queste cose, ecco, gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse: «Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa. Infatti il bambino che è generato in lei viene dallo Spirito Santo; ella darà alla luce un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati». Tutto questo è avvenuto perché si compisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: «Ecco, la vergine concepirà e darà alla luce un figlio: a lui sarà dato il nome di Emmanuele», che significa Dio con noi.
Dalla consuetudine di celebrare gli sponsali tra i membri di una medesima stirpe si evince l’appartenenza di Maria alla casa di Davide. In tal senso si esprimono anche alcuni antichi Padri della Chiesa. come sant’Ignazio di Antiochia, sant’Ireneo, san Giustino e Tertulliano, i quali fondano la loro testimonianza su una tradizione orale costante.
Bruno Forte (Messaggio per la Quaresima 2012): Aperti con Maria alle sorprese del Signore. Chiediamo insieme a Maria di intercedere per noi e di ottenerci una fede irradiante, una speranza viva e una carità operosa: Prega per noi, Maria, Figlia di Sion, donna dell’ottavo giorno, in cui l’Eterno compì le meraviglie della nostra salvezza! In Te, Vergine accogliente, rifulse l’Amore umile che aveva reso possibile il primo mattino degli esseri. In Te, Vergine dell’ascolto, la fede di Abramo toccò il vertice puro fra quanti credettero nell’impossibile possibilità di Dio. Per il Tuo sì ospitale la promessa divina si realizzò in Gesù, l’atteso delle genti: la notte del Tuo grembo verginale fece spazio alla Luce della vita. La notte del Tuo amore materno accompagnò i Suoi passi fino all’estremo abbandono. La notte della Tua fede umile condivise l’ora delle tenebre, quando la spada ti trapassò l’anima come i chiodi il corpo del Tuo Figlio. Il Tuo cuore trafitto custodì nella fede l’attesa innamorata dell’aurora. Tu sei la Madre dell’amore abbandonato, la Sposa dell’amore vittorioso, la Regina della notte del Messia! In Te, al compimento di quella notte, si offrì la luce dell’aurora: Tu primizia degli amati nel cuore dell’Amato, con Lui nascosta in Dio nella Tua carne di donna, meraviglioso pegno dell’umanità nuova, riconciliata per sempre nell’amore. Prega per noi, Maria, Vergine e Madre, Sposa e Regina, e ottienici dal Figlio Tuo e Redentore nostro una fede sempre più viva e innamorata, una speranza ardente, una carità umile e operosa, capaci di attrarre a Lui ogni cuore aperto alla verità che libera e salva. Amen. Alleluia.
nella gioiosa celebrazione della nascita
della beata Vergine Maria,
speranza e aurora di salvezza per il mondo intero.
Per Cristo nostro Signore.
Martedì XXIII Settimana T. O.
Col 2,6-15; Sal 144 (145); Lc 6,12-19
Il Santo del Giorno - 7 Settembre 2021 - San Giovanni da Lodi, Vescovo: Nacque nell’antica Laus Pompeia intorno al 1025. Fu monaco camaldolese e discepolo di San Pier Damiani. Nel 1104, quasi ottantenne e malandato in salute, Giovanni fu eletto vescovo della vicina Gubbio e ricevette dunque la consacrazione episcopale. Anche nella città umbra non tardò a mostrare, seppur con le poche forze superstiti, la sua immensa carità difendendo i contadini dalle angherie dei feudatari. Muore purtroppo dopo pochi mesi, il 7 settembre 1105, carico d’anni e circondato dall’affetto del popolo eugubino.
Colletta: O Padre, che ci hai liberati dal peccato e ci hai donato la dignità di figli adottivi, guarda con benevolenza la tua famiglia, perché a tutti i credenti in Cristo sia data la vera libertà e l’eredità eterna. Per il nostro Signore Gesù Cristo.
I Lettura: Nella prima lettura, in modo succinto, possiamo mettere in evidenza due temi, il primo è il primato di Cristo, minacciato da un odioso errore e che aveva fatto presa sui cristiani di Colossi, una dottrina che ampollosamente chiamavano filosofia, ma che in realtà era un grumo di errori che facevano forza su tradizioni umane, vuote e sciocche, ma così seducenti da obnubilare il primato di Cristo, unico Salvatore e unico Rivelatore del progetto di salvezza. Il secondo tema è il battesimo per immersione che simboleggiava concretamente quanto operava, la morte al peccato, la morte al vecchio uomo, e la rinascita alla vita in Cristo: “… con lui sepolti nel battesimo, con lui siete anche risorti mediante la fede nella potenza di Dio, che lo ha risuscitato dai morti. Con lui Dio ha dato vita anche a voi, che eravate morti a causa delle colpe e della non circoncisione della vostra carne, perdonandoci tutte le colpe e annullando il documento scritto contro di noi che, con le prescrizioni, ci era contrario: lo ha tolto di mezzo inchiodandolo alla croce”.
Vangelo: Gesù se ne andò sul monte a pregare e passò tutta la notte pregando Dio. Quando fu giorno, chiamò a sé i suoi discepoli e ne scelse dodici, ai quali diede anche il nome di apostoli: se rapportiamo la pagina evangelica con Es 19; 24; 34 ci accorgiamo che l’evangelista Luca, nel raccontare questi eventi, vuole andare al di là dei fatti che sta narrando. Come Dio ha chiamato a sé Mosè per consegnargli le tavole della Legge e poi Mosè doveva discendere dalla montagna per far conoscere ai capi del popolo e al popolo stesso le “parole di vita” (Atti 7,38), così ora Gesù sale sul monte, si sceglie i dodici apostoli e poi con loro discende dal monte per portare ai discepoli e al popolo di Dio la nuova Legge del Regno. Ai dodici Gesù diede anche il nome di Apostoli, dodici erano le tribù d’Israele, il numero non è quindi casuale: Gesù sul fondamento degli Apostoli edifica la Chiesa, il popolo santo di Dio, il nuovo Israele. Luca conclude la pericope annotando che c’era gran folla di suoi discepoli e gran moltitudine di gente da tutta la Giudea, da Gerusalemme e dal litorale di Tiro e di Sidone, i nomi geografici danno il senso dell’universalità: tutto il mondo è andato dietro a lui (Gv 12,19) per ascoltarlo ed essere guariti dalle loro malattie.
Dal Vangelo secondo Luca 6,12-19: In quei giorni, Gesù se ne andò sul monte a pregare e passò tutta la notte pregando Dio. Quando fu giorno, chiamò a sé i suoi discepoli e ne scelse dodici, ai quali diede anche il nome di apostoli: Simone, al quale diede anche il nome di Pietro; Andrea, suo fratello; Giacomo, Giovanni, Filippo, Bartolomeo, Matteo, Tommaso; Giacomo, figlio di Alfeo; Simone, detto Zelota; Giuda, figlio di Giacomo; e Giuda Iscariota, che divenne il traditore. Disceso con loro, si fermò in un luogo pianeggiante. C’era gran folla di suoi discepoli e gran moltitudine di gente da tutta la Giudea, da Gerusalemme e dal litorale di Tiro e di Sidòne, che erano venuti per ascoltarlo ed essere guariti dalle loro malattie; anche quelli che erano tormentati da spiriti impuri venivano guariti. Tutta la folla cercava di toccarlo, perché da lui usciva una forza che guariva tutti.
Simone, al quale diede anche il nome di Pietro - Benedetto Prete (I quattro Vangeli): Simone, al quale pose nome Pietro [...]. Simone figura all’inizio della lista, come anche in Matteo e Marco; l’espressione «al quale pose nome Pietro» rievoca con un accenno velato e rapido la scena narrata da Mt., 16,16-19; «Pietro» è la traduzione greca del termine aramaico Kephâ. La disposizione dei nomi è differente nelle tre liste trasmesse da Matteo, Marco e Luca, se si fa eccezione per i nomi seguenti: Filippo, che viene al quinto posto; Giacomo di Alfeo, elencato al nono posto e Giuda il traditore che chiude la lista. Nell’elenco quindi si hanno tre gruppi costanti di quattro nomi, sempre gli stessi, ma ordinati differentemente entro lo stesso gruppo. Andrea suo fratello; nella lista lucana questo nome figura per secondo perché Andrea è presentato come fratello di Pietro. Simone, detto Zelota; Luca interpreta l’appellativo «Cananeo» che ricorre nella lista di Matteo e di Marco, perché esso riusciva oscuro per i suoi lettori. Giuda di Giacomo; l’espressione significa generalmente «Giuda figlio di Giacomo»; essa può significare anche «Giuda fratello di Giacomo» cioè di Giacomo di Alfeo; Giuda di Giacomo è chiamato «Taddeo» nella lista del primo e secondo evangelista; forse Taddeo era un soprannome di Giuda, che Matteo e Marco hanno voluto conservare per non confonderlo con Giuda. Giuda il traditore è annoverato tra gli apostoli, nonostante il suo infamante appellativo. Certamente il nome del traditore non sarebbe stato conservato nella lista degli apostoli, se Gesù stesso non avesse compiuto l’elezione dei Dodici; questo rilievo toglie ogni verosimiglianza all’opinione di coloro che non ammettono la storicità della chiamata degli apostoli, ma ritengono che l’elenco di essi risalga non già ad un fatto di elezione compiuto da Cristo, ma ad una lista compilata dalla Chiesa primitiva. L’elezione degli apostoli ha una importanza fondamentale per comprendere la dottrina di Gesù e l’istituzione della Chiesa. Gli apostoli saranno accanto al Maestro (cf. Lc., 6,17; 8,1-2) per essere formati in modo speciale da lui (cf. 8,10), per esercitarsi nella pratica del ministero che li attende (cf. 9,1-11), per essere gli intermediari tra Gesù e la folla (cf. 9,16), per accogliere la rivelazione del mistero della redenzione (cf. 9,43-45; 18,31-32), per essere investiti di poteri spirituali necessari alla continuazione ed alla vita della società ecclesiale voluta dal Salvatore (cf. Lc., 24,36-49). La loro elezione come anche il tirocinio a cui furono assoggettati rispondono ad un atto positivo della volontà di Cristo, che fece di essi i continuatori ed i propagatori della sua opera e della sua dottrina.
… ai quali diede anche il nome di apostoli - Lumen gentium n. 19: Il Signore Gesù, dopo aver pregato il Padre, chiamò a sé quelli che egli volle, e ne costituì dodici perché stessero con lui e per mandarli a predicare il regno di Dio (cfr. Mc 3,13-19; Mt 10,1-42); ne fece i suoi apostoli (cfr. Lc 6,13) dando loro la forma di collegio, cioè di un gruppo stabile, del quale mise a capo Pietro, scelto di mezzo a loro (cfr. Gv 21 15-17). Li mandò prima ai figli d’Israele e poi a tutte le genti (cfr. Rm 1,16) affinché, partecipi del suo potere, rendessero tutti i popoli suoi discepoli, li santificassero e governassero (cfr. Mt 28,16-20; Mc 16,15; Lc 24,45-48), diffondendo così la Chiesa e, sotto la guida del Signore, ne fossero i ministri e i pastori, tutti i giorni sino alla fine del mondo (cfr. Mt 28,20). In questa missione furono pienamente confermati il giorno di Pentecoste (cfr. At 2,1-36) secondo la promessa del Signore: «Riceverete una forza, quella dello Spirito Santo che discenderà su di voi, e mi sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria, e sino alle estremità della terra» (At 1,8). Gli apostoli, quindi, predicando dovunque il Vangelo (cfr. Mc 16,20), accolto dagli uditori grazie all’azione dello Spirito Santo, radunano la Chiesa universale che il Signore ha fondato su di essi e edificato sul beato Pietro, loro capo, con Gesù Cristo stesso come pietra maestra angolare (cfr. Ap 21,14; Mt 16,18; Ef 2,20).
Pietro - Corrado Ginami: Il primo degli apostoli di Gesù, che si chiamava Simone figlio di Giona (Mt 16,17), o di Giovanni (Gv 1,42). Gesù mutò il suo nome in Cela (dall’aramaico Kefa’: roccia), reso in italiano con Pietro, alludendo al compito affidatogli. Originario di Betsaida (Gv 1,44) e pescatore come il fratello Andrea (Mc 1,16), fu tra i primi quattro discepoli che Gesù chiama al suo seguito (Mc 1,16-20) e la sua casa di Cafarnao divenne il punto di riferimento dell’attività del Cristo in Galilea (Mc 1,29-31; 2,1 ecc.). E fuori discussione il fatto che il Nuovo Testamento attribuisce a Pietro un ruolo preminente tra i Dodici. È il primo a essere nominato nelle liste dei dodici apostoli (Mc 3,16), confessa Gesù come il Cristo (Mc 8,29), con Giacomo e Giovanni è testimone di particolari avvenimenti della vita del maestro (Mc 5,37; 9,2; 14,33), è la roccia su cui Gesù fonda la sua Chiesa e a lui conferisce il potere delle chiavi (Mt 16,16-19), è colui che dovrà confermare i suoi fratelli nella fede (Lc 22,32), che riceve la missione di pascere il gregge di Cristo (Gv 21,15-19). Prende l’iniziativa per coprire il posto lasciato vuoto da Giuda (At 1,15 ss.) e pronuncia i primi e principali discorsi nei quali proclama la risurrezione del Signore (At 2,14-36; 3,12-26). Mostra il proprio coraggio di fronte alle persecuzioni (At 4,1-22; 5,17-42) e accoglie i primi convertiti pagani (At 10), dichiarando che anche a loro Dio ha fatto dono dello Spirito Santo (At 15,8). È tuttavia sempre Pietro che appare come tentatore satanico di Cristo (Mc 8,32-33), che non sa vegliare nemmeno un’ora durante l’agonia del Maestro (Mc 14,37) e lo rinnega piangendo amaramente al canto del gallo (Mc 14, 66-72). Anche gli scritti di Paolo riconoscono la posizione autorevole di Pietro: lo mostrano come primo testimone della risurrezione (1Cor 15,5), punto di riferimento e personaggio di primo piano nella Chiesa madre di Gerusalemme (Gal 1,18; 2,9), apostolo degli ebrei, dei “circoncisi” (Gal 2,7-8). Dopo il duro confronto con Paolo ad Antiochia sul rapporto tra ebrei e pagani rispetto al nascente cristianesimo (Gal 2,11-14), databile attorno agli anni 48/49, non sappiamo nulla di certo sugli spostamenti di Pietro. Probabilmente diversi anni dopo arrivò a Roma, dove (forse nel 64 o nel 67) morì martire (crocifisso a testa in giù secondo l’apocrifo Atti di Pietro). Gli scavi compiuti in questi ultimi decenni sotto la basilica vaticana hanno reso più solida la testimonianza del martirio romano di Pietro. La tradizione ha anche attribuito a Pietro due Lettere apostoliche del Nuovo Testamento, ulteriore segno della autorevolezza e del prestigio che circondavano l’apostolo. Si rimane certo colpiti di fronte al vasto materiale neotestamentario che evidenzia la centralità della persona e del ruolo di Pietro. La cosa è ancor più ragguardevole, se si pensa che le testimonianze sopra riportate appartengono a tradizioni diverse eppure convergenti. Non può quindi sussistere dubbio alcuno sul fatto che proprio Gesù di Nazaret abbia voluto il servizio di Pietro come garanzia di unità e di verità per la vita della Chiesa, di ieri e di oggi. Pietro continua a vivere nella fede della Chiesa e a servire questa fede: è questo il significato del ministero petrino voluto da Cristo.
O Padre, che nutri e rinnovi i tuoi fedeli
alla mensa della parola e del pane di vita,
per questi grandi doni del tuo amato Figlio
aiutaci a progredire costantemente nella fede,
per divenire partecipi della sua vita immortale.
Egli vive e regna nei secoli dei secoli.