6 Settembre 2021
 
Lunedì XXIII Settimana T. O.
 
Col 1,24-2,3; Sal 61 (62); Lc 6,6-11
 
Il Santo del Giorno - 6 Settembre 2021 - Beato Anastasio Garzon Gonzalez Coadiutore salesiano, martire: Nacque a Madrigal de las Altas Torres, in provincia di Avila, il 7 settembre 1908 e fu battezzato poco dopo. Mentre era allievo delle Scuole Professionali salesiane di Madrid, sentì la vocazione religiosa e ottenne di fare il Noviziato a Carabanchel Alto (Madrid), dove emise i voti il 15 agosto 1929 come coadiutore. Per il buono spirito che lo animava e le attitudini alla meccanica, venne inviato in Italia a completare la formazione tecnica e religiosa. Dopo il ritorno in patria ebbe l’incarico del laboratorio di meccanica nel collegio di Madrid. Qui lo sorprese la rivoluzione del 1936. Dopo alterne vicende, riconosciuto come religioso, fu definitivamente imprigionato il 6 settembre e condotto alla fucilazione. È stato beatificato il 28 ottobre 2007.
 
Colletta: O Padre, che ci hai liberati dal peccato e ci hai donato la dignità di figli adottivi, guarda con benevolenza la tua famiglia, perché a tutti i credenti in Cristo sia data la vera libertà e l’eredità eterna. Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
La Chiesa celeste e la Chiesa peregrinante - Lumen gentium n. 49: Fino a che dunque il Signore non verrà nella sua gloria, accompagnato da tutti i suoi angeli (cfr. Mt 25,31) e, distrutta la morte, non gli saranno sottomesse tutte le cose (cfr. 1Cor 15,26-27), alcuni dei suoi discepoli sono pellegrini sulla terra, altri, compiuta questa vita, si purificano ancora, altri infine godono della gloria contemplando «chiaramente Dio uno e trino, qual è». Tutti però, sebbene in grado e modo diverso, comunichiamo nella stessa carità verso Dio e verso il prossimo e cantiamo al nostro Dio lo stesso inno di gloria. Tutti infatti quelli che sono di Cristo, avendo lo Spirito Santo, formano una sola Chiesa e sono tra loro uniti in lui (cfr. Ef 4,16). L’unione quindi di quelli che sono ancora in cammino coi fratelli morti nella pace di Cristo non è minimamente spezzata; anzi, secondo la perenne fede della Chiesa, è consolidata dallo scambio dei beni spirituali. A causa infatti della loro più intima unione con Cristo, gli abitanti del cielo rinsaldano tutta la Chiesa nella santità, nobilitano il culto che essa rende a Dio qui in terra e in molteplici maniere contribuiscono ad una più ampia edificazione (cfr. 1Cor 12,12-27). Ammessi nella patria e presenti al Signore (cfr. 2Cor 5,8), per mezzo di lui, con lui e in lui non cessano di intercedere per noi presso il Padre offrendo i meriti acquistati in terra mediante Gesù Cristo, unico mediatore tra Dio e gli uomini (cfr. 1Tm 2,5), servendo al Signore in ogni cosa e dando compimento nella loro carne a ciò che manca alle tribolazioni di Cristo a vantaggio del suo corpo che è la Chiesa (cfr. Col 1,24). La nostra debolezza quindi è molto aiutata dalla loro fraterna sollecitudine.
 
I Lettura: Sono lieto nelle sofferenze che sopporto per voi e do compimento a ciò che, dei patimenti di Cristo, manca nella mia carne, a favore del suo corpo che è la Chiesa: Cristo Gesù «ha sofferto per stabilire il regno di Dio e tutti coloro che condividono la sua opera devono condividere le sue sofferenze. Paolo non pretende certamente di aggiungere qualche cosa al valore propriamente redentivo della croce, a cui non potrebbe mancare nulla; ma si associa alle “prove” di Gesù, cioè alle sue tribolazioni apostoliche [cfr. 2Cor 1,5; Fil 1,20]. Queste prove dell’era messianica [cfr. Mt 24,8; At 14,22; 1Tm 4,1] comportano una misura prevista dal piano divino e che Paolo, in quanto apostolo dei pagani, si sente particolarmente chiamato a colmare» (Bibbia di Gerusalemme). Il mistero ora manifestato è la chiamata dei pagani alla salvezza e alla gloria celeste con l’unione al Cristo (cfr. Ef 2,13-22; 3,3-6).
 
Vangelo: Quinta e ultima controversia: Gesù compie una guarigione in giorno di sabato, violando perciò la legge del riposo sabbatico. È Gesù che prende l’iniziativa pur sapendo che gli scribi e i farisei lo osservavano per trovare un capo di accusa. Noncurante di questa presenza insidiosa, Gesù, fa venire avanti, alla vista di tutti, l’uomo infermo, e dopo aver spiazzato gli spioni con una domanda che mette a nudo la loro cecità spirituale, compie il miracolo. Gli scribi e i farisei a questo punto, fuori di sé dalla collera, si misero a discutere tra loro su quello che avrebbero potuto fare a Gesù. L’evangelista Marco, ma anche Matteo, è più esplicito: E i farisei uscirono subito con gli erodiani e tennero consiglio contro di lui per farlo morire (Mc 3,6).
 
 
Dal Vangelo secondo Luca 6,6-11: Un sabato Gesù entrò nella sinagoga e si mise a insegnare. C’era là un uomo che aveva la mano destra paralizzata. Gli scribi e i farisei lo osservavano per vedere se lo guariva in giorno di sabato, per trovare di che accusarlo. Ma Gesù conosceva i loro pensieri e disse all’uomo che aveva la mano paralizzata: «Àlzati e mettiti qui in mezzo!». Si alzò e si mise in mezzo. Poi Gesù disse loro: «Domando a voi: in giorno di sabato, è lecito fare del bene o fare del male, salvare una vita o sopprimerla?». E guardandoli tutti intorno, disse all’uomo: «Tendi la tua mano!». Egli lo fece e la sua mano fu guarita.  Ma essi, fuori di sé dalla collera, si misero a discutere tra loro su quello che avrebbero potuto fare a Gesù.
 
Bruno Maggioni (Il racconto di Luca): Guarendo in giorno di sabato un uomo che aveva la mano paralizzata, Gesù ribadisce quanto appena detto: è il Signore del sabato e subordina al bene dell’ uomo la sua osservanza.
Fra i come «il sabato è per l’uomo» si possono trovare anche nel giudaesimo. Si tramanda, ad esempio, un detto di R. Shimon b. Mensaja: «Il sabato è affidato a voi, non voi al sabato». Ma questo detto aveva valore nel caso di imminente pericolo di vita. Era ammesso in giorno di abato salvare la vita con la fuga, portare aiuto a un uomo in pericolo a a una donna colta dai dolori del parto a in caso di incendio, e così via.
Ma nel caso di Gesù non c’ è traccia di urgente necessità. Il suo gesto non è una eccezione alla regola, ma cambia il quadro teologico della regola.
Scribi e farisei lo osservano per accusarlo. Gesù conosce i loro pensieri (il tempo verbale suggerisce che li conosceva già da tempo!) e li sfida, guarendo l’ammalato con il massimo di pubblicità: «Sta qui al centro». Nelle precedenti controversie sono gli scribi che pongono domande ai discepoli o direttamente a Gesù, qui è Gesù che pone una domanda. Ma non rispondono. Sono persone che non si lasciano interrogare né intendono discutere. Hanno già deciso (6,11).
 
L’uomo che aveva la mano destra paralizzata: Giovanni Paolo II (Omelia, 26 Giugno 1988): Nel brano del Vangelo che abbiamo appena ascoltato l’uomo dalla mano inaridita vive ignorato da tutti ai margini della società. Gesù lo vede come lo vedono tutti gli altri, ma non lo ignora. Nella sinagoga lo invita a spostarsi da un posto laterale verso il centro, per attirare l’attenzione di tutti su di lui. “Alzati” gli dice “e mettiti nel mezzo”. E “l’uomo alzatosi si mise nel punto indicato” (Lc 6,8). Se non avesse avuto fiducia in Gesù sarebbe stato impossibile per lui mostrare pubblicamente la sua sofferenza. Egli si affida completamente a Gesù - come Pietro si affida alla voce di Gesù e cammina sulle acque. “Egli si alza”: con questa breve frase l’evangelista vuole dirci come il malato non sia semplicemente un oggetto della forza salvifica di Gesù, ma che la guarigione avviene nell’incontro personale e grazie anche alla collaborazione del malato. Gesù incontra il malato come una persona alla quale egli riconosce tutto il suo valore e che ha bisogno di aiuto, il malato incontra Gesù come il Messia che era stato annunciato, come il Figlio di Dio fatto uomo; la salvezza gli proviene dalla sua adesione di fede a Cristo. Che l’incontro con Cristo possa determinare una guarigione lo vediamo soprattutto nei luoghi di grazia, nei luoghi di preghiera e di conversione come Lourdes o Fatima o ovunque gli uomini si lasciano toccare dall’amore di Dio. Sono innumerevoli coloro che ogni anno tornano da questi luoghi colmati di ogni bene e riprendono la loro vita abituale. Il miracolo che è avvenuto è un miracolo di incontro e di fede. Nel rivolgersi fiduciosamente a Dio in Cristo, e per intercessione di Maria, si placano gli angosciosi interrogativi dell’uomo sul “perché” della sofferenza. Essi appaiono in una nuova luce, la sofferenza assume, per opera di Dio, un significato più profondo. Dio stesso ha dato una risposta al difficile mistero della sofferenza nel momento in cui si è fatto uomo, è diventato uno di noi. La risposta di Dio si chiama Gesù Cristo.
 
Compatire con Cristo: Paolo VI (Omelia, 10 Giugno 1971): Soffrire con Gesù! quale sorte, quale mistero! Ecco, ecco una grandissima novità: il dolore non è più inutile! Se unito a quello di Cristo, il nostro dolore acquista qualche cosa della sua virtù espiatrice, redentrice, salvatrice! Capite ora perché la Chiesa onora ed ama tanto i suoi malati, i suoi figli infelici? Perché essi sono Cristo sofferente, il Quale, proprio in virtù della sua passione, ha salvato il mondo. Voi, carissimi ammalati, potete cooperare alla salvezza dell’umanità, se sapete unire i vostri dolori, le vostre prove a quelle di Gesù, che ora verrà a voi nella santa comunione. E lasciate allora che Noi vi rivolgiamo una preghiera, suggerendo a voi di dare alle vostre sofferenze la medesima intenzione, che ispirava all’Apostolo, di cui vi abbiamo citato le famose parole, queste altre che integrano il suo pensiero: godo, egli diceva, di patire completando la passione del Signore «a favore del suo (mistico) corpo, che è la Chiesa»: ebbene, questo Noi vi chiediamo, che abbiate a offrire (vedete: soffrire diventa offrire!) i vostri dolori per la Chiesa; sì, per la Chiesa intera, e per questa romana in particolare. Voi forse ne conoscete i bisogni.
 
La sofferenza - Catechismo degli Adulti [1021]: Il cristiano guarda realisticamente alla malattia e alla morte come a un male; anzi vede in queste tragiche realtà un’alienazione, carica di tutta la violenza del Maligno e capace di portare alla chiusura in se stessi, alla ribellione e alla disperazione. Non considera però il dolore una pura perdita, non tenta fughe illusorie, né si limita a subirlo fatalisticamente. Messo alle strette dalla sofferenza, continua a credere nella vita e nel suo valore. «Non è affatto un dolore la tempesta dei mali presenti per coloro che ripongono la loro fiducia nei beni futuri. Per questo non ci turbano le avversità, né ci piegano» .
La pazienza è una lotta piena di fiducia. Da una parte il cristiano mette in opera tutte le risorse per eliminare la malattia, per liberare se stesso e gli altri. Dall’altra trova nella sofferenza un’occasione privilegiata di crescere in umanità e di realizzarsi a un livello più alto. Se non gli è possibile guarire, cerca di vivere ugualmente; non si limita a sopravvivere. Affronta la situazione con coraggio, dignità e serenità; mantiene la speranza, il gusto dell’amicizia e delle cose belle; confida nella misteriosa fecondità del suo atteggiamento.
Sperimentando nella malattia la propria impotenza, l’uomo di fede riconosce di essere radicalmente bisognoso di salvezza. Si accetta come creatura povera e limitata. Si affida totalmente a Dio. Imita Gesù Cristo e lo sente personalmente vicino. Abbracciando la croce, sa di abbracciare il Crocifisso. Unito a lui, diventa segno efficace della sua presenza e strumento di salvezza per gli altri: «Ogni uomo, nella sua sofferenza, può diventare partecipe della sofferenza redentiva di Cristo».
 
Stendi la mano - Ambrogio Expositio Evang. sec. Lucam, in loc.): Questa medicina riguarda tutti ed è universale [ ... ]. Stendi molte volte la mano, beneficando il tuo prossimo; difendi da ogni ingiuria chi vedi soffrire sotto il peso della calunnia; stendi la mano al povero che ti chiede l’elemosina; e stendila anche al Signore, chiedendogli il perdono dei tuoi peccati: è in tal maniera che si deve stendere la mano, ed è così che viene guarita.
 
O Padre, che nutri e rinnovi i tuoi fedeli
alla mensa della parola e del pane di vita,
per questi grandi doni del tuo amato Figlio
aiutaci a progredire costantemente nella fede,
per divenire partecipi della sua vita immortale.
Egli vive e regna nei secoli dei secoli.

 

 5 Settembre 2021
 
XXIII Domenica T. O.
 
Is 35,4-7a; Sal 145 (156); Gc 2,1-5; Mc 7,31-37
 
Il Santo del Giorno - 5 Settembre 2021 - Beata Maria Maddalena della Passione (Costanza Starace), Fondatrice: Nacque il 5 settembre 1845 a Castellamare di Stabia, prima di sei figli di una famiglia benestante. Avverte, sin da giovanissima, la chiamata e già a 12 anni entra in convento ma, due anni dopo, viene dimessa perché di salute cagionevole. Entra così a far parte di quella schiera di donne costrette a rimanere in casa a pregare e ad operare nel loro quartiere. Esse sono per lo più inserite come Terziarie negli Ordini Mendicanti. Anche Costanza diventa Terziaria dei Servi di Maria; insegna il catechismo e organizza la «Pia unione delle Figlie di Maria» che ospita ragazze in difficoltà. Nel 1869 sono oltre 100 le piccole ospiti e Costanza è coadiuvata da un gruppo di Figlie di Maria di cui alcune vestono l’abito di Terziarie Serve di Maria e che prendono a vivere in comunità. Così, due anni più tardi, Costanza viene nominata superiora con il nome di Maria Maddalena della Passione. Madre Maria Maddalena muore il 13 dicembre 1921 a Castellammare. È stata beatificata il 15 aprile 2007. (Avvenire)
 
Colletta:  O Padre, che scegli i piccoli e i poveri per farli ricchi nella fede ed eredi del tuo regno, dona coraggio agli smarriti di cuore, perché conoscano il tuo amore e cantino con noi le meraviglie che tu hai compiuto. Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
I miracoli di Cristo sono segni del regno di Dio: Giovanni Paolo II (Omelia, 6 giugno 1991): Sentiamo oggi nel Vangelo il grido dell’uomo cieco: “Rabbunì (cioè: Maestro), che io riabbia la vista” (Mc 10,51). Così quel malato risponde alla domanda di Cristo: “Che vuoi che io faccia?” (Mc 10,51). “Che io riabbia la vista” [...]. Il Signore Gesù esaudisce la domanda del cieco. Pronuncia delle parole significative in quella circostanza: “la tua fede ti ha salvato” (Mc 10, 52). Il cieco sa che a guarirlo è stato Cristo con la sua divina potenza. E tuttavia lo stesso Cristo dice: “la tua fede ti ha salvato”. Ciò vuol dire: la fede in un certo modo ha permesso la manifestazione della potenza che era nel Signore Gesù. Egli adoperava quella sua potenza soprannaturale sempre per destare la fede nell’onnipotenza divina e nell’amore divino. I miracoli di Cristo sono segni del regno di Dio. Il regno di Dio è in voi mediante la fede. E anche se la fede “fa miracoli” - tuttavia esso stesso, il regno di Dio è un “miracolo” maggiore di tutte le guarigioni miracolose operate da Cristo e dai suoi apostoli - e di quelli che ancora oggi avvengono in diversi luoghi della terra.
 
I Lettura: La prima lettura, tratta dalla cosiddetta “piccola apocalisse” di Isaia, annuncia per i popoli la rovina, sul tipo di quanto sta per accadere a Edom, e per Gerusalemme invece presagisce il trionfo, la liberazione, il ritorno dall’esilio: «ritorneranno i riscattati dal Signore e verranno in Sion con giubilo; felicità perenne splenderà sul loro capo; gioia e felicità li seguiranno e fuggiranno tristezza e pianto» (Is 35,10). I miracoli di guarigione accompagneranno i tempi nuovi che si manifesteranno pienamente con la venuta del Cristo (Mt 11,2-5) e con il dono dello Spirito Santo che renderà gli Apostoli plenipotenziari di Gesù (At 3,1-10).
 
II Lettura: La fede, per Giacomo, viene offuscata quando i cristiani si fermano alle apparenze e si fanno conquistare dai favoritismi, comportandosi poi di conseguenza. Il cristiano che rifiuta il povero perché è povero e accetta il ricco perché è ricco, vanifica il Vangelo e l’agire di Dio che fa piuttosto il contrario: Egli preferisce i poveri per farli ricchi nella fede e eredi del Regno di Dio.
 
Vangelo: Il miracolo compiuto da Gesù travalica il senso reale dello stesso prodigio: la guarigione del sordomuto deve perennemente ricordare ai cristiani la necessità di aprire le orecchie alla Parola di Dio e di sciogliere la lingua per proclamare le opere meravigliose di Dio che li ha chiamati dalle tenebre alla sua ammirabile luce (1Pt 2,9). Il sordomuto è portato da Gesù da altri, che pregano per lui: è una buona lezione per i cristiani che dovrebbero avere il coraggio e la premura di portare al Signore gli uomini perché Lui li possa ristabilire nella luce di Dio. Gesù per guarire il sordomuto fa dei gesti molto conosciuti ai medici e ai guaritori del suo tempo. L’imposizione delle mani è un gesto per trasmettere poteri, benedizioni  o per guarire (cfr. Gen 48,14ss; 2Re 4,34; 5,11; Mt 8,3.15; Lc 13.13; At 28,8; ecc.), invece le dita, nel linguaggio biblico, simboleggiano una qualche azione molto potente di Dio (cfr. Es 8,19; Sal 8,4; Lc 11,20).
 
Dal Vangelo secondo  Marco 7,31-37: In quel tempo, Gesù, uscito dalla regione di Tiro, passando per Sidòne, venne verso il mare di Galilea in pieno territorio della Decàpoli. Gli portarono un sordomuto e lo pregarono di imporgli la mano. Lo prese in disparte, lontano dalla folla, gli pose le dita negli orecchi e con la saliva gli toccò la lingua; guardando quindi verso il cielo, emise un sospiro e gli disse: «Effatà», cioè: «Apriti!». E subito gli si aprirono gli orecchi, si sciolse il nodo della sua lingua e parlava correttamente. E comandò loro di non dirlo a nessuno. Ma più egli lo proibiva, più essi lo proclamavano e, pieni di stupore, dicevano: «Ha fatto bene ogni cosa: fa udire i sordi e fa parlare i muti!».
 
Bibbia di Navarra: L’imposizione delle mani appare abbastanza frequente nella Sacra Scrittura, come gesto per trasmettere poteri o benedizioni (cfr Gn 48,14 ss.; 2Re 5,11; Lc 13,13). È noto a tutti che la saliva possiede una indubbia efficacia per lenire ferite leggere. Nel linguaggio della Rivelazione le dita simboleggiano una qualche possente azione di Dio (cfr Es 8,19; Sal 8,4; Le 11,20). Gesù si serve dunque di segni che hanno una certa conformità di natura con l’effetto che si vuole produrre, sebbene, come si vede dal testo, questo effetto - l’immediata guarigione del sordomuto - trascende affatto il segno adoperato, Nel miracolo del sordomuto possiamo inoltre rinvenire un’immagine dell’azione di Dio nelle anime: per credere è necessario che Dio apra il nostro cuore in modo da poter ascoltare la sua parola. Dopo di che, al pari degli apostoli, saremo in grado di annunziare con la nostra lingua i magnalia Dei, le grandi opere di Dio (cfr At 2,11). Nella liturgia della Chiesa (cfr l’inno Veni Creator) lo Spirito Santo è paragonato al dito della destra di Dio Padre (Digitus paternae dexterae). Il Consolatore opera nelle nostre anime, per quanto attiene all’ordine soprannaturale, effetti comparabili a quelli che Cristo ha operato sul corpo del sordomuto.
 
Dio ha scelto i poveri: L’ammalato è il vero povero, perché, a volte perdendo la salute, ha perde tutto, lavoro, amicizie, relazioni sociali. Oggi più che mai la sofferenza è un tabù. Invece gli uomini, sopra tutto oggi, dovrebbero ricordare  che «con la penitenza e la spontanea accettazione delle fatiche e delle pene della vita, con cui si conformano a Cristo sofferente [cfr. 2Cor 4,10; Col 1,24], essi possono raggiungere tutti gli uomini e contribuire alla salvezza di tutto il mondo» (AA 16). Non solo gli ammalati, o chi è oppresso dalla sofferenza, ma tutti, anche i poveri, i tribolati, i perseguitati, offrendo le loro pene, «sono pure uniti in modo speciale a Cristo che soffre per la salvezza del mondo» (LG 41). Tutti i santi, tutti gli apostoli, tutti i missionari, memori di queste parole «a voi è stata concessa la grazia non solo di credere in Cristo; ma anche di soffrire per lui» (Fil 1,29), hanno dato sangue, dolori, persecuzioni, vita per il regno di Cristo. Quando il Risorto appare a Saulo sulla via di Damasco, gli invia Anania: «Va’, perché egli è per me uno strumento eletto per portare il mio nome dinanzi ai popoli, ai re e ai figli di Israele; e io gli mostrerò quanto dovrà soffrire per il mio nome» (At 9,15-16). Una parola che si realizzerà pienamente (1Ts 3,15). La vita di Paolo sarà sempre sotto il segno della sofferenza. Nell’imminenza di partire per Gerusalemme, dirà agli anziani di Efeso: «Ecco ora, avvinto dallo Spirito, io vado a Gerusalemme senza sapere ciò che là mi accadrà. So soltanto che lo Spirito Santo in ogni città mi attesta che mi attendono catene e tribolazioni. Non ritengo tuttavia la mia vita meritevole di nulla, purché conduca a termine la mia corsa e il servizio che mi fu affidato dal Signore Gesù, di rendere testimonianza al messaggio della grazia di Dio» (At 20,22-24). Un calice amaro bevuto fino in fondo, fino all’ultima goccia, fino alla fine della vita, senza sconti e senza consolazioni umane: «Nella mia prima difesa in tribunale nessuno mi ha assistito; tutti mi hanno abbandonato» (2Tm 4,16). Le solite teste illuminate forse contesteranno tale magistero. Lo scienziato Padre Agostino Gemelli, dall’alto del suo seggio di sapienza umana, contestò acerbamente le stimmate di Padre Pio, i suoi dolori per salvare gli uomini ... e si giocò la faccia e la fama. Che non ci capiti di cadere dal seggiolone della nostra povera demente insulsaggine!
 
I miracoli segni di Dio - Catechismo degli Adulti [189]: I miracoli annunciano e inaugurano il regno di Dio. C’è chi si chiede se abbia ancora senso parlare di miracoli, se essi siano oggi di aiuto alla fede o piuttosto di ostacolo, in quanto estranei alla mentalità scientifica dell’uomo moderno. È essenziale coglierne il significato.
Nell’Antico Testamento gli eventi prodigiosi dell’esodo e in genere i miracoli compiuti da Dio e dai suoi inviati attestano la presenza salvifica del Signore nella storia del suo popolo. Nel Nuovo Testamento questi fatti straordinari sono chiamati «miracoli (opere potenti), prodigi e segni» (At 2,22): opere potenti, perché manifestano la potenza creatrice di Dio; prodigi, perché sono avvenimenti straordinari e inspiegabili, che destano l’ammirazione degli uomini; segni, perché nel contesto della predicazione evangelica trasmettono un preciso significato, la venuta del Regno. Dei tre termini il più adeguato è proprio l’ultimo.
I miracoli sono gesti con cui Dio ci parla. Si rivolgono sempre alle persone, o perché le riguardano direttamente, come le guarigioni di malati, o almeno perché recano loro qualche beneficio materiale e spirituale, come accade nella moltiplicazione dei pani e in altre trasformazioni della natura. E per costituire il segno, non conta solo il fatto straordinario, ma anche il modo e il contesto in cui avviene.
Significato dei miracoli [191]I miracoli di Gesù sono strettamente collegati alla sua predicazione. È sempre in cammino, infaticabile, per città e villaggi della Galilea, «predicando la buona novella del Regno e curando ogni sorta di malattie e di infermità nel popolo» (Mt 4,23). Affida ai discepoli la stessa duplice missione: «Li mandò ad annunziare il regno di Dio e a guarire gli infermi» (Lc 9,2). Predicazione e miracoli attestano e attuano la nuova venuta salvifica di Dio nella storia. La sua parola converte; la sua parola risana. Il messaggio è centrato sul regno di Dio; i miracoli ne lasciano intravedere la presenza, ne sono i segni trasparenti.
Il loro significato è molteplice. Dio si è fatto vicino in modo nuovo, per vincere il peccato, la malattia, la morte e ogni forma di male, per dare all’uomo la salvezza integrale, spirituale, corporea, sociale e cosmica, ora come in un anticipo e poi alla fine della storia in pienezza, facendo «nuove tutte le cose» (Ap 21,5). Gesù è il Messia, «colui che deve venire» (Mt 11,3). Il popolo, davanti a questi gesti divini è chiamato a credere e convertirsi.
La stessa riluttanza a compiere miracoli, che Gesù manifesta più volte, ha un suo significato. Egli vuole evitare che la gente strumentalizzi Dio ai propri interessi immediati. Per chi non cerca la comunione con Dio, ma unicamente i suoi benefici, il miracolo diventa fuorviante. Gesù esige almeno una fede iniziale, un’apertura al mistero. Alla folla curiosa e avida di prodigi si sottrae volentieri, appena capita l’occasione favorevole.
 
Il Signore regna per sempre: * «Attualmente il Cristo non regna perfettamente nelle sue membra perché i loro cuori sono occupati in parte da pensieri vani... ma quando questo corpo mortale sarà stato rivestito d’immortalità [cfr. 1Cor 15,54] e avrà abbandonato questi pensieri lasciando il mondo, allora il Cristo regnerà perfettamente nei suoi santi e Dio sarà tutto in tutti [1Cor 15,28]. La contemplazione del profeta lo porta a porsi, per così dire, alla fine del tempo; e vedendo la fragilità e la deviazione di tutte le cose di questo mondo, non pensa più che a lodare Dio. Questa fine del mondo verrà presto, per ciascuno di noi: verrà nel momento in cui moriremo e lasceremo questo mondo che ci circonda. Volgiamo dunque il nostro desiderio verso quella che sarà la nostra occupazione eterna» (Cassiodoro).

** Il sordomuto: «Il sordomuto è colui che non apre le orecchie per ascoltare la parola di Dio, né apre la bocca per pronunziarla. È necessario perciò che coloro i quali, per lunga abitudine, hanno già appreso a pronunziare e ascoltare le parole divine, siano loro a presentare al Signore, perché li risani, quelli che non possono farlo per l’umana debolezza; così egli potrà salvarli con la grazia che la sua mano trasmette» (Beda il Venerabile).
 
O Padre, che nutri e rinnovi i tuoi fedeli
alla mensa della parola e del pane di vita,
per questi grandi doni del tuo amato Figlio
aiutaci a progredire costantemente nella fede,
per divenire partecipi della sua vita immortale.
Egli vive e regna nei secoli dei secoli.
 

4 Settembre 2021
 
Sabato XXII Settimana T. O.
 
Col 1,21-23; Sal 53 (54); Lc 6,1-5
 
Il Santo del Giorno - 4 Settembre 2021 -  Santa Rosalia, Vergine Eremita: Vergine eremita del XII secolo, santa Rosalia è divenuta patrona di Palermo nel 1666 con culto ufficiale esteso a tutta la Sicilia. Figlia di un nobile feudatario, Rosalia Sinibaldi visse in quel felice periodo di rinnovamento cristiano-cattolico, che i re Normanni ristabilirono in Sicilia, dopo aver scacciato gli Arabi che se n’erano impadroniti dall’827 al 1072; favorendo il diffondersi di monasteri Basiliani e Benedettini. In quest’atmosfera di fervore e rinnovamento religioso, s’inserì la vocazione eremitica della giovane che lasciò la vita di corte e si ritirò in preghiera in una grotta sul monte Pellegrino, dove, secondo la tradizione, morì il 4 settembre 1160. Nel 1624, mentre a Palermo la peste decimava il popolo, lo spirito di Rosalia apparve in sogno ad una malata, e poi ad un cacciatore. A lui Rosalia indicò la strada per ritrovare le sue reliquie, chiedendogli di portarle in processione per la città. Così fu fatto: e dove quei resti passavano i malati guarivano, e la città fu purificata in pochi giorni. Da allora, a Palermo, la processione si ripete ogni anno. Rosalia, fu inclusa nel Martirologio romano nel 1630 da Papa Urbano VIII. (Avvenire)
 
Colletta: Dio onnipotente, unica fonte di ogni dono perfetto, infondi nei nostri cuori l’amore per il tuo nome, accresci la nostra dedizione a te, fa’ maturare ogni germe di bene e custodiscilo con vigile cura. Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
Gesù Cristo vi ha riconciliati nel corpo della sua carne mediante la morte... (I Lettura): Giovanni Paolo II (Udienza Generale 22 Settembre 1999): Proprio in Cristo, Agnello senza macchia, offerto per i nostri peccati (cfr 1 Pt 1, 19; Ap 5, 6; 12, 11) si concentra la riconciliazione che proviene dal Padre. Gesù Cristo è non solo il Riconciliatore, ma la Riconciliazione stessa. Come insegna san Paolo, il nostro diventare creatura nuova, rinnovata dallo Spirito, “viene da Dio, che ci ha riconciliati con sé mediante Cristo e ha affidato a noi il ministero della riconciliazione. È stato Dio infatti a riconciliare a sé il mondo in Cristo, non imputando agli uomini le loro colpe e affidando a noi la parola della riconciliazione” (2Cor 5, 18-19). Proprio attraverso il mistero della Croce di nostro Signore Gesù Cristo si supera il dramma della divisione esistente tra l’uomo e Dio. Con la Pasqua, infatti, il mistero dell’infinita misericordia del Padre penetra nelle radici più oscure dell’iniquità dell’essere umano. Là si attua un movimento di grazia che, se accolto con libero consenso, conduce ad assaporare la dolcezza di una piena riconciliazione.
 
I Lettura: I Colossesi un tempo nemici di Dio perché idolatri ora, nella pienezza del tempo, sono stati riconciliati nel corpo mortale di Cristo che è mezzo di redenzione. Resi santi, immacolati, irreprensibili, i Colossesi sono creature nuove a immagine del Cristo, Figlio di Dio.
 
Vangelo: Per i farisei raccogliere le spighe in giorno di sabato era ritenuto una violazione del riposo sabbatico (Es 34,21). Gesù dapprima rinvia alle Scritture, citando un episodio che si legge in 1Sam 21 (vv. 1-7). Il vostro ragionamento - sembra dire Gesù - è contraddetto dalle stesse Scritture che voi dite di venerare, di rispettare, e di esserne maestri. Poi, addita se stesso come “signore del Sabato”, e come “signore del sabato” lo subordina al bene dell’uomo. In quanto Dio, Gesù ha l’autorità per farlo.
 
Dal Vangelo secondo Luca 6,1-5: Un sabato Gesù passava fra campi di grano e i suoi discepoli coglievano e mangiavano le spighe, sfregandole con le mani. Alcuni farisei dissero: «Perché fate in giorno di sabato quello che non è lecito?». Gesù rispose loro: «Non avete letto quello che fece Davide, quando lui e i suoi compagni ebbero fame? Come entrò nella casa di Dio, prese i pani dell’offerta, ne mangiò e ne diede ai suoi compagni, sebbene non sia lecito mangiarli se non ai soli sacerdoti?». E diceva loro: «Il Figlio dell’uomo è signore del sabato».
 
Bruno Maggione (Il racconto di Luca): Comunemente raccogliere le spighe in giorno di sabato era già ritenuto una violazione del comandamento. Luca rafforza la violazione aggiungendo che «le sfregavano con le mani». L’osservanza del sabato era uno dei precetti divini più chiari, più indiscussi, quasi una tessera di riconoscimento del vero credente. Non sorprende che i farisei chiedano ai discepoli spiegazioni: «Perché fate ciò che non è lecito fare di sabato?».
Come sempre, Gesù risponde direttamente, come se la domanda fosse stata rivolta solo a Lui. La sua risposta è in due tempi. Dapprima rinvia alle Scritture, citando un episodio che si legge nel primo libro di Samuele 21,1-7. Il vostro ragionamento - sembra dire Gesù - è contraddetto dalle stesse Scritture che voi venerate.
Ma poi subito afferma - ed è questa la vera risposta - che «il Figlio dell’uomo è signore anche del sabato». Sta qui il profondo contrasto fra i farisei e e Gesù, che non si riduce a una maggiore o minore rigorosità nell’osservanza delle regole. Non si tratta di introdurre qualche eccezione in più in una regola che però resta immutata. Si tratta di cambiare la radice della legge. Gesù è signore del sabato e lo subordina al bene dell’uomo. Ha l’au­torità per farlo.
 
Giustificati in Gesù Cristo - Iacques Guillet:1. L’impotenza della legge. - Il legalismo giudaico in cui fu educato il fariseo Paolo credeva, se non proprio di conseguire ciò che forse il VT fa presentire, almeno di dovervi tendere: poiché la legge è l’espressione della volontà di Dio ed è alla portata dell’uomo (cfr. Deut 30,11 - infatti, alla portata della sua intelligenza: intelligibile e facile da conoscere), basta che l’uomo la osservi integralmente per potersi presentare davanti a Dio ed essere giustificato.
L’errore del fariseo non sta in questo sogno di poter trattare Dio secondo la giustizia, come merita di essere trattato; sta nell’illusione di credere di potervi giungere con le proprie risorse, di voler trarre da se stesso l’atteggiamento che raggiunge Dio e che Dio attende da noi. Questa perversione essenziale del cuore, che vuole avere «il diritto di gloriarsi di fronte a Dio» (Rom 3,27), si traduce in un errore fondamentale nell’interpretazione dell’alleanza, che dissocia la legge dalle promesse, scorgendo nella legge il mezzo di essere giusto di fronte a Dio e dimenticando che questa stessa fedeltà non può essere se non opera di Dio, attuazione della sua parola.
2. Gesù Cristo. - Ora Gesù Cristo fu realmente «il giusto » (Atti 3,14); fu davanti a Dio esattamente ciò che Dio attendeva, il servo nel quale il Padre poté finalmente compiacersi (Is 42,1; Mt 3,17); seppe sino alla fine «compiere ogni giustizia» (Mt 3,15) e morì affinché Dio fosse glorificato (Gv 17,1.4), cioè apparisse dinanzi al mondo in tutta la sua grandezza ed il suo merito, degno di tutti i sacrifici e capace d’essere amato più d’ogni altra cosa (Gv 14,31). In questa morte, che sembrò quella di un reprobo (Is 53,4; Mt 27,43-46), Gesù trovò in realtà la sua giustificazione, il riconoscimento da parte di Dio dell’opera compiuta (Gv 16,10), che questi proclamò risuscitandolo e mettendolo nel pieno possesso dello Spirito Santo (1 Tim 3,16) .
3. La grazia. - Ma la risurrezione di Gesù Cristo ha come scopo la «nostra giustificazione» (Rom 4,25). Ciò che la legge non poteva operare, anzi presentava come categoricamente escluso, ci viene donato dalla grazia di Dio, nella redenzione di Cristo (Rom 3,23s). Questo dono non è un semplice «come se», una condiscendenza indulgente con cui Dio, vedendo il suo Figlio unico perfettamente giustificato dinanzi a sé, accetterebbe di considerarci come giustificati, per i nostri legami con lui. Per designare un semplice verdetto di grazia e di assoluzione. Paolo non avrebbe usato la parola giustificazione, che significa invece il riconoscimento positivo del diritto contestato, la conferma della giustezza della posizione presa. Non avrebbe attribuito l’atto con cui Dio ci giustifica alla sua giustizia, ma alla sua pura misericordia. Ora la verità è questa: Dio, in Cristo, «ha voluto mostrare cosi la sua giustizia... ed essere giusto col giustificare chi si fonda sulla fede in Gesù» (Rom 3,26).
 
… per presentarvi santi, immacolati e irreprensibili: Benedetto XVI (Udienza Generale, 13 Aprile 2011): Che cosa vuol dire essere santi? Chi è chiamato ad essere santo? Spesso si è portati ancora a pensare che la santità sia una meta riservata a pochi eletti. San Paolo, invece, parla del grande disegno di Dio e afferma: “In lui - Cristo - (Dio) ci ha scelti prima della creazione del mondo per essere santi e immacolati di fronte a lui nella carità” (Ef 1,4). E parla di noi tutti. Al centro del disegno divino c’è Cristo, nel quale Dio mostra il suo Volto: il Mistero nascosto nei secoli si è rivelato in pienezza nel Verbo fatto carne. E Paolo poi dice: “È piaciuto infatti a Dio che abiti in Lui tutta la pienezza” (Col 1,19). In Cristo il Dio vivente si è fatto vicino, visibile, ascoltabile, toccabile affinché ognuno possa attingere dalla sua pienezza di grazia e di verità (cfr. Gv 1,14-16). Perciò, tutta l’esistenza cristiana conosce un’unica suprema legge, quella che san Paolo esprime in una formula che ricorre in tutti i suoi scritti: in Cristo Gesù. La santità, la pienezza della vita cristiana non consiste nel compiere imprese straordinarie, ma nell’unirsi a Cristo, nel vivere i suoi misteri, nel fare nostri i suoi atteggiamenti, i suoi pensieri, i suoi comportamenti. La misura della santità è data dalla statura che Cristo raggiunge in noi, da quanto, con la forza dello Spirito Santo, modelliamo tutta la nostra vita sulla sua. È l’essere conformi a Gesù, come afferma san Paolo: “Quelli che egli da sempre ha conosciuto, li ha predestinati a essere conformi all’immagine del Figlio suo” (Rm 8,29). E sant’Agostino esclama: “Viva sarà la mia vita tutta piena di Te” (Confessioni, 10,28). Il Concilio Vaticano II, nella Costituzione sulla Chiesa, parla con chiarezza della chiamata universale alla santità, affermando che nessuno ne è escluso: “Nei vari generi di vita e nelle varie professioni un’unica santità è praticata da tutti coloro che sono mossi dallo Spirito di Dio e … seguono Cristo povero, umile e carico della croce, per meritare di essere partecipi della sua gloria” (n. 41).
 
Il giorno di Sabato: CCC 2168-2173: Il terzo comandamento del Decalogo ricorda la santità del sabato: «Il settimo giorno vi sarà riposo assoluto, sacro al Signore» (Es 31,15). La Scrittura a questo proposito fa memoria della creazione: «Perché in sei giorni il Signore ha fatto il cielo e la terra e il mare e quanto è in essi, ma si è riposato il giorno settimo. Perciò il Signore ha benedetto il giorno di sabato e lo ha dichiarato sacro» (Es 20,11). La Scrittura rivela nel giorno del Signore anche un memoriale della liberazione di Israele dalla schiavitù d’Egitto: «Ricordati che sei stato schiavo nel paese d’Egitto e che il Signore tuo Dio ti ha fatto uscire di là con mano potente e braccio teso; perciò il Signore tuo Dio ti ordina di osservare il giorno di sabato» (Dt 5,15). Dio ha affidato a Israele il sabato perché lo rispetti in segno dell’Alleanza perenne. Il sabato è per il Signore, santamente riservato alla lode di Dio, della sua opera creatrice e delle sue azioni salvifiche in favore di Israele. L’agire di Dio è modello dell’agire umano. Se Dio nel settimo giorno «si è riposato» (Es 31,17), anche l’uomo deve «far riposo» e lasciare che gli altri, soprattutto i poveri, «possano goder quiete». Il sabato sospende le attività quotidiane e concede una tregua. È un giorno di protesta contro le schiavitù del lavoro e il culto del denaro. Il Vangelo riferisce numerose occasioni nelle quali Gesù viene accusato di violare la legge del sabato. Ma Gesù non viola mai la santità di tale giorno. Egli con autorità ne dà l’interpretazione autentica: « Il sabato è stato fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato» (Mc 2,27). Nella sua bontà, Cristo ritiene lecito in giorno di sabato fare il bene anziché il male, salvare una vita anziché toglierla. Il sabato è il giorno del Signore delle misericordie e dell’onore di Dio. «Il Figlio dell’uomo è signore anche del Sabato» (Mc 2,28).
 
O Signore, che ci hai saziati con il pane del cielo,
fa’ che questo nutrimento del tuo amore
rafforzi i nostri cuori
e ci spinga a servirti nei nostri fratelli.
Per Cristo nostro Signore.
 

 

 
3 Settembre 2021
 
San Gregorio Magno, Papa e Dottore della Chiesa
 
Col 1,15-20; Sal 99 (100); Lc 5,33-39
 
Il Santo del Giorno - 3 Settembre 2021 - San Gregorio Magno: Nacque verso il 540 dalla famiglia senatoriale degli Anici e alla morte del padre Gordiano, fu eletto, molto giovane, prefetto di Roma. Divenne poi monaco e abate del monastero di Sant’Andrea sul Celio. Eletto Papa, ricevette l’ordinazione episcopale il 3 settembre 590. Nonostante la malferma salute, esplicò una multiforme e intensa attività nel governo della Chiesa, nella sollecitudine caritativa, nell’azione missionaria. Autore e legislatore nel campo della liturgia e del canto sacro, elaborò un Sacramentario che porta il suo nome e costituisce il nucleo fondamentale del Messale Romano. Lasciò scritti di carattere pastorale, morale, omiletico e spirituale, che formarono intere generazioni cristiane specialmente nel Medio Evo. Morì il 12 marzo 604. (Avvenire)
 
Colletta: O Dio, che guidi il tuo popolo con la soavità e la forza dell’amore, per intercessione del papa san Gregorio [Magno] dona spirito di sapienza a coloro che hai posto a guida della Chiesa, perché il progresso del tuo santo gregge sia gioia eterna dei pastori. Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
Benedetto XVI (Udienza Generale, 4 Giugno 2008): [...] è doveroso spendere una parola sulle relazioni che Papa Gregorio coltivò con i Patriarchi di Antiochia, di Alessandria e della stessa Costantinopoli. Si preoccupò sempre di riconoscerne e rispettarne i diritti, guardandosi da ogni interferenza che ne limitasse la legittima autonomia. Se tuttavia san Gregorio, nel contesto della sua situazione storica, si oppose al titolo di “ecumenico” assunto da parte del Patriarca di Costantinopoli, non lo fece per limitare o negare la sua legittima autorità, ma perché egli era preoccupato dell’unità fraterna della Chiesa universale. Lo fece soprattutto per la sua profonda convinzione che l’umiltà dovrebbe essere la virtù fondamentale di ogni Vescovo, ancora più di un Patriarca. Gregorio era rimasto semplice monaco nel suo cuore e perciò era decisamente contrario ai grandi titoli. Egli voleva essere - come soleva sottoscriversi - servus servorum Dei. Questa espressione a lui cara non era nella sua bocca una pia formula, ma la vera manifestazione del suo modo di vivere e di agire. Egli era intimamente colpito dall’umiltà di Dio, che in Cristo si è fatto nostro servo, ci ha lavato e ci lava i piedi sporchi. Pertanto egli era convinto che soprattutto un Vescovo dovrebbe imitare questa umiltà di Dio e così seguire Cristo. Il suo desiderio veramente era di vivere da monaco in permanente colloquio con la Parola di Dio, ma per amore di Dio seppe farsi servitore di tutti in un tempo pieno di tribolazioni e di sofferenze; seppe farsi “servo dei servi”. Proprio perché fu questo, egli è grande e mostra anche a noi la misura della vera grandezza.
 
I Lettura: Gesù, immagine del Dio invisibile, primogenito della creazione, è capo della Chiesa, suo corpo, in quanto primogenito di quelli che risorgono dai morti: è principio, poiché la risurrezione per la gloria ha la radice nella sua risurrezione, è primogenito, poiché è il primogenito della risurrezione. Questo “Inno a Cristo” è il cuore della predicazione dell’apostolo Paolo: “Cristo è al di sopra di tutto e di tutti; per mezzo di lui Dio ha creato l’universo, ha liberato i credenti da una condizione di schiavitù, li ha radunati nel corpo della Chiesa” (Bibbia di Gerusalemme).
 
Vangelo: Lo sposo è Gesù, i cui discepoli, cioè «i paggi d’onore», non possono digiunare perché con lui sono già incominciati i tempi messianici. Il vestito vecchio, i vecchi otri sono il giudaismo in ciò che esso ha di caduco nell’economia della salvezza; il panno non sgualcito e il vino nuovo sono lo spirito nuovo del regno di Dio. La pietà esagerata dei discepoli di Giovanni e dei farisei, con la pretesa di ringiovanire l’antico sistema, non fa che comprometterlo di più. Rifiutando sovraccarichi e rattoppi Gesù vuol fare qualcosa di completamente nuovo, sublimando lo spirito stesso della legge (cfr. Mt 5,17s). Il vino nuovo che Gesù offre non è gradito da quelli che hanno bevuto il vino vecchio della legge. Quest’ultima affermazione, forse, riflette l’esperienza di Luca che ben ha conosciuto le difficoltà della missione presso i giudei (cfr. At 13,5).
 
Dal Vangelo secondo Luca 5,33-39: In quel tempo, i farisei e i loro scribi dissero a Gesù: «I discepoli di Giovanni digiunano spesso e fanno preghiere, così pure i discepoli dei farisei; i tuoi invece mangiano e bevono!». Gesù rispose loro: «Potete forse far digiunare gli invitati a nozze quando lo sposo è con loro? Ma verranno giorni quando lo sposo sarà loro tolto: allora in quei giorni digiuneranno». Diceva loro anche una parabola: «Nessuno strappa un pezzo da un vestito nuovo per metterlo su un vestito vecchio; altrimenti il nuovo lo strappa e al vecchio non si adatta il pezzo preso dal nuovo. E nessuno versa vino nuovo in otri vecchi; altrimenti il vino nuovo spaccherà gli otri, si spanderà e gli otri andranno perduti. Il vino nuovo bisogna versarlo in otri nuovi. Nessuno poi che beve il vino vecchio desidera il nuovo, perché dice: “Il vecchio è gradevole!”».
 
Potete forse far digiunare gli invitati a nozze quando lo sposo è con loro? L’evangelista Luca vuole sottolineare che l’era messianica è una festa, e che ha avuto inizio con Gesù chiamato “sposo”, come già i profeti avevano presentato Dio “sposo di Israele”.
Per Angelico Poppi (I Quattro Vangeli): La contro domanda di Gesù, che rappresenta un elemento consueto nel modello della disputa rabbinica, corrisponde a quella riportata da Marco. Nel giudaismo non era nota l’immagine del Messia come sposo, un titolo che nell’Antico Testamento era riservato a JHWH, Sposo del popolo d’Israele. Forse a livello storico Gesù intendeva riferirsi al tempo escatologico già in atto con la sua presenza, che nel giudaismo era paragonato metaforicamente al tempo gioioso delle nozze. Ma ben presto la comunità cristiana lo interpretò come il tempo messianico, perché si comprese che lo sposo di queste nozze era Gesù stesso, il Cristo. «Dietro a quest’immagine si cela la rappresentazione veterotestamentaria del rapporto nuziale tra JHWH e il suo popolo» (Ernst, I, p. 271), al quale subentra lo sposalizio tra il Cristo e la chiesa.
Ma verranno giorni quando lo sposo sarà loro tolto… Quando Gesù verrà ucciso - siamo di fronte a una profezia della passione - soltanto allora i suoi discepoli digiuneranno. Il vestito vecchio rattoppato con stoffa tagliata da un vestito nuovo si strappa di più; gli otri vecchi si spaccheranno se riempiti di vino nuovo, non fermentato.
 
L’uomo orientato verso i beni materiali... - Giovanni Paolo II (Udienza Generale, 21 marzo 1979): Perché il digiuno? A questa domanda bisogna dare una risposta più ampia e profonda, perché diventi chiaro il rapporto tra il digiuno e la “metànoia”, cioè quella trasformazione spirituale, che avvicina l’uomo a Dio. Cercheremo quindi di concentrarci non soltanto sulla pratica dell’astensione dal cibo o dalle bevande - ciò infatti significa “il digiuno” nel senso comune - ma sul significato più profondo di questa pratica che, del resto, può e deve alle volte essere “sostituita” da qualche altra. Il cibo e le bevande sono indispensabili all’uomo per vivere, egli se ne serve e deve servirsene, tuttavia non gli è lecito abusarne sotto qualsiasi forma. La tradizionale astensione dal cibo e dalle bevande ha come fine di introdurre nell’esistenza dell’uomo non soltanto l’equilibrio necessario, ma anche il distacco da quello che si potrebbe definire “atteggiamento consumistico”. Tale atteggiamento è divenuto nei nostri tempi una delle caratteristiche della civiltà e in particolare della civiltà occidentale. L’atteggiamento consumistico! L’uomo orientato verso i beni materiali, molteplici beni materiali, molto spesso ne abusa. Non si tratta qui unicamente del cibo e delle bevande. Quando l’uomo è orientato esclusivamente verso il possesso e l’uso di beni materiali, cioè delle cose, allora anche tutta la civiltà viene misurata secondo la quantità e la qualità delle cose che è in grado di fornire all’uomo, e non si misura con il metro adeguato all’uomo. Questa civilizzazione infatti fornisce i beni materiali non soltanto perché servano all’uomo a svolgere le attività creative e utili, ma sempre di più... per soddisfare i sensi, l’eccitazione che ne deriva, il piacere momentaneo, una sempre maggiore molteplicità di sensazioni. Alle volte si sente dire che l’incremento eccessivo dei mezzi audio-visivi nei paesi ricchi non sempre giova allo sviluppo dell’intelligenza, particolarmente nei bambini; al contrario, talvolta contribuisce a frenarne lo sviluppo. Il bambino vive solo di sensazioni, cerca delle sensazioni sempre nuove... E diventa così, senza rendersene conto, schiavo di questa passione odierna. Saziandosi di sensazioni, rimane spesso intellettualmente passivo; l’intelletto non si apre alla ricerca della verità; la volontà resta vincolata dall’abitudine, alla quale non sa opporsi. Da ciò risulta che l’uomo contemporaneo deve digiunare, cioè astenersi non soltanto dal cibo o dalle bevande, ma da molti altri mezzi di consumo, di stimolazione, di soddisfazione dei sensi. Digiunare significa astenersi, rinunciare a qualcosa.
 
Anton Greabner: Con il suo digiuno l’uomo esprime da una parte che egli dipende da Dio, che ringrazia il suo creatore perché è Dio ad avere veramente in mano il suo destino. D’altra parte l’uomo religioso con la preghiera e il digiuno vuole influire su Dio, smuovere Dio a qualcosa e strappargli qualcosa. Questa idea magica domina in gran parte la pratica veterotestamentaria del digiuno: JHWH deve essere placato e riconciliato, pericoli e catastrofi devono essere tenuti lontano. Contro una tale concezione del digiuno scende prepotentemente in campo la critica dei profeti al culto: i pii pensano che Dio debba tenere in considerazione il loro digiuno (Is 58,3). Ma gli non rivolge la propria attenzione nell’osservare se viene chinato il capo e usato sacco e cenere per letto. Questo non è un d.igiuno. Digiunare significa, al contrario, sciogliere le catene inique, liberare gli oppressi, accogliere i maltrattati, dare il pane agli affamati, offrire un tetto ai miseri senza tetto (Is 58,6-8).
Digiuno significa rendersi conto della necessità del fratello e attivarsi per lui.
Gesù è pienamente in linea con questa tradizione profetica quando non digiuna (Mc 2,18). Egli infrange così la legge mosaica, e secondo Lv 23,29ss in questo caso va comminata la pena di morte. Gesù non ha ordinato nessun digiuno ai suoi discepoli - e nemmeno le Lettere neotestamentarie.
Spiega però all’uomo religioso che cosa c’è in gioco allorché voglia digiunare (Mt 6,17s). Per il cristiano digiuno non significa astinenza da cibi e bevande, ma essere disponibili verso il fratello, per essere, così, disponibili nei confronti di Dio.
 
Il senso cristiano del digiuno (Nota dell’Episcopato italiano / 7): L’originalità del digiuno cristiano. Di fronte al rapido mutare delle condizioni sociali e culturali caratteristico del nostro tempo, e in particolare di fronte al moltiplicarsi dei contatti interreligiosi e al diffondersi di nuovi fenomeni di costume, diventa sempre più necessario riscoprire e riaffermare con chiarezza l’originalità del digiuno e dell’astinenza cristiani. Oggi, infatti, il digiuno viene praticato per i più svariati motivi e talvolta assume espressioni per così dire laiche, come quando diventa segno di protesta, di contestazione, di partecipazione alle aspirazioni e alle lotte degli uomini ingiustamente trattati. Circa poi l’astinenza da determinati cibi, oggi si stanno diffondendo tradizioni ascetico-religiose che si presentano non poco diverse da quella cristiana. Pur guardando con rispetto a queste usanze e prescrizioni - specialmente a quelle degli ebrei e dei musulmani -, la Chiesa segue il suo Maestro e Signore, per il quale tutti i cibi sono in sé buoni e non sono sottoposti ad alcuna proibizione religiosa, e accoglie l’insegnamento dell’apostolo Paolo che scrive: «Chi mangia, mangia per il Signore, dal momento che rende grazie a Dio» (Rm 14,6). In tal senso, qualsiasi pratica di rinuncia trova il suo pieno valore, secondo il pensiero e l’esperienza della Chiesa, solo se compiuta in comunione viva con Cristo, e quindi se è animata dalla preghiera ed è orientata alla crescita della libertà cristiana, mediante il dono di sé nell’esercizio concreto della carità fraterna. Custodire l’originalità della penitenza cristiana, proporla e viverla in tutta la ricchezza spirituale del suo contenuto nelle condizioni attuali di vita è un compito che la Chiesa deve assolvere con grande vigilanza e coraggio.
 
Nessuno versa vino nuovo…: «Con questa similitudine è significato che la dottrina del Nuovo Testamento non si adattava positivamente che agli uomini rinnovati dallo Spirito Santo, ai quali venne data la perfetta comprensione delle Scritture e il dono di parlare le lingue» (Nicola di Lira, Postilla super Lucam, V).
 
O Signore, che ci nutri di Cristo, pane vivo,
nella festa di san Gregorio, formaci alla scuola di Cristo maestro,
perché conosciamo la tua verità e la viviamo nella carità fraterna.
Per Cristo nostro Signore.
 

 

 

 

 

 2 Settembre 2021
 
Giovedì della XXII Settimana T. O.
 
Col 1,9-14; Sal 97 (98); Lc 5,1-11
 
Il Santo del Giorno - 2 Settembre 2021 - San Alessandro Carlo Lanfant, Sacerdote e Martire: Anne-Alexandre-Charles-Marie Lanfant (Alessandro Carlo Lanfant) nacque a Lione il 9 settembre 1726 da famiglia borghese e, a quindici anni, entrò nella Compagnia di Gesù ad Avignone. Dedicatosi all’insegnamento, professò i voti religiosi nel 1760. Dal 1° settembre 1768, in seguito alla soppressione dei Gesuiti in Lorena, per qualche tempo fu predicatore dell’imperatrice Maria Teresa a Vienna; poi si stabilì a Parigi. Rinomato oratore, grande devoto del Sacro Cuore, Lanfant ricevette il titolo di predicatore del re Luigi XVI. Erano tempi difficili per il cattolicesimo francese, la Rivoluzione era alle porte, pronta a eliminare i fedeli del Papa. Il Lanfant si rifiutò di prestare giuramento sulla Costituzione civile e fu accusato di aver aiutato il sovrano ad assolvere il precetto pasquale. Alla fine dell’agosto 1792 fu arrestato e finì vittima dei massacri del 2 settembre 1792 presso l’abbazia Saint-Germain-des-Prés a Parigi insieme a molti altri religiosi. Fu beatificato da Pio XI il 17 ottobre 1926. (Avvenire) 
 
Colletta: Dio onnipotente, unica fonte di ogni dono perfetto, infondi nei nostri cuori l’amore per il tuo nome, accresci la nostra dedizione a te, fa’ maturare ogni germe di bene e custodiscilo con vigile cura. Per il nostro Signore Gesù Cristo.

Gettate le vostre reti...: Giovanni XXIII (Allocuzione, 28 giugno 1962): Finito che Gesù ebbe di parlare, disse a Simone: «Va’ al largo con la barca, e calate le reti per la pesca». Gli rispose Simone: «Maestro, abbiamo faticato tutta una notte senza prender nulla, ma sulla tua parola calerò le reti». Così fece infatti, e ne seguì una pescagione copiosissima. Su questa pagina evangelica, Padri della Chiesa e commentatori di ogni tempo amarono trattenersi [...]. Il mare di Galilea, su cui Gesù si posa, è il secolo, diremo meglio il mondo intero, che egli è venuto a redimere. La barca di Pietro è la Santa Chiesa, di cui Pietro, Simone il pescatore, fu fatto capo. L’ordine di Gesù a Pietro e ai suoi perché vadano al largo e portino a più vasto ardimento la pescagione, il Duc in altum dell’umile naviglio, è Roma, la capitale del mondo di allora, riservata a divenire, più tardi, la vera capitale, e il centro elevato e luminoso del mondo cristiano. La rete da gettarsi su le onde per la conquista delle anime è la predicazione apostolica.
 
I Lettura: San Paolo descrive l’opera della salvezza come passaggio dalle tenebre al Regno del Cristo, Regno di luce (v. 13). Questa opera salvifica è iniziativa del Padre. È lui infatti che ci ha resi eredi della promessa, mettendoci in grado di partecipare alla sorte dei santi nella luce (v. 12; Ef 1,11-13). Di qui il ringraziamento e la gioia.
 
Vangelo: Luca ha riunito in questo racconto la storia di una pesca miracolosa e la chiamata di Simone. La reazione di Pietro dinanzi al miracolo della pesca prodigiosa mette in evidenza una peculiarità del suo carattere: l’umiltà che spesso si associa al suo carattere irruento e a volte irriflessivo. Da evidenziare anche come Luca sottolinei la prontezza nel seguire Gesù: «Tirate le barche a terra, lasciarono tutto e lo seguirono». Il termine tutto è proprio di Luca essendo assente negli altri sinottici. Tale «“totalità” nella sequela del Cristo costituisce un elemento caratterizzante di Luca, che accentua molto il radicalismo evangelico [...]. Infatti, secondo l’insegnamento di Luca, per essere autentici discepoli del Cristo, bisogna rinunciare a tutti i propri beni [Lc 14,33]» (Salvatore Panimolle). Una sequela senza sconti: bisogna rinunciare a tutto, anche alla vita.
 
Dal Vangelo secondo Luca 5,1-11: In quel tempo, mentre la folla gli faceva ressa attorno per ascoltare la parola di Dio, Gesù, stando presso il lago di Gennèsaret, vide due barche accostate alla sponda. I pescatori erano scesi e lavavano le reti. Salì in una barca, che era di Simone, e lo pregò di scostarsi un poco da terra. Sedette e insegnava alle folle dalla barca. Quando ebbe finito di parlare, disse a Simone: «Prendi il largo e gettate le vostre reti per la pesca». Simone rispose: «Maestro, abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla; ma sulla tua parola getterò le reti». Fecero così e presero una quantità enorme di pesci e le loro reti quasi si rompevano. Allora fecero cenno ai compagni dell’altra barca, che venissero ad aiutarli. Essi vennero e riempirono tutte e due le barche fino a farle quasi affondare. Al vedere questo, Simon Pietro si gettò alle ginocchia di Gesù, dicendo: «Signore, allontànati da me, perché sono un peccatore». Lo stupore infatti aveva invaso lui e tutti quelli che erano con lui, per la pesca che avevano fatto; così pure Giacomo e Giovanni, figli di Zebedèo, che erano soci di Simone. Gesù disse a Simone: «Non temere; d’ora in poi sarai pescatore di uomini». E, tirate le barche a terra, lasciarono tutto e lo seguirono.
 
Non abbiamo preso nulla; ma sulla tua parola getterò le reti: La risposta che Simone dà a Gesù marca il carattere di quest’uomo abituato alla fatica: forse rude nei tratti, a volte impulsivo, ma sostanzialmente buono e umile per cui si fida di Gesù e della sua parola. Infatti, da buon pescatore, Simone sa che è assurdo l’invito di Gesù, ma accetta ben volentieri e la sua fede verrà premiata da una pesca abbondante: tanto enorme era la quantità di pesci che «le reti quasi si rompevano» (Questo ultimo particolare avvicina il racconto lucano a quello giovanneo di 21,1ss). Pietro, denominato con questo soprannome per la prima volta in Luca, percepisce la santità di Gesù e il gettarsi alle sue ginocchia è la conseguenza logica di questa sua comprensione: è la reazione dell’uomo affascinato e terrorizzato all’irrompere del soprannaturale nella sua vita. L’uomo davanti al divino, percepisce la sua miseria, il suo peccato. Simone capisce che tra lui e Gesù c’è una distanza infinita: «Signore, allontànati da me, perché sono un peccatore». Pietro, con il suo stupore e con la sua umile confessione, «si colloca nella schiera dei profeti come Isaia che hanno reagito alla vista della gloria del Signore in maniera analoga [cfr. LXX Is 6,5] e rappresenta inoltre i “peccatori” che nel racconto di Luca rispondono positivamente a Gesù [5,30.32; 7,34.39; 15,1-2.7.10; 18,13; 19,7]» (L. T. Johnson). A un uomo di tale tempra e di tanta umiltà, Gesù può affidare una meravigliosa impresa, quella di essere pescatore di uomini. Il mare per gli antichi era la sede dei demoni, l’immagine è quindi molto forte: a Simon Pietro toccherà in sorte il nobile impegno di strappare gli uomini dal dominio di satana e liberarli dal giogo del peccato e della morte. In questo senso va il termine greco - zogron - usato per pescatore a cui appunto talvolta viene dato il senso di salvare dalla morte (il testo greco letteralmente ha: da ora [gli] uomini sarai prendente vivi). Un mandato che Pietro vivrà con intensità fino al dono totale della sua vita. Un mandato che è stato dato a ciascuno di noi, e attende di essere vissuto senza sconti.
 
Gesù disse a Simone: «Non temere; d’ora in poi sarai pescatore di uomini» - Eleonore Beck: Pietro (gr. petros, aram. képa’, roccia). In origine appellativo; più tardi nome di persona e designazione del ministero dell’apostolo Simone. Figlio di Giona (Mt 16,17), nato a Betsaida (Gv 1,44), viveva con la sua famiglia a Cafarnao (Mc 1,21; cf. 1Cor 9,5) quando Gesù lo chiamò al discepolato (Mt 4,18). Assieme a Giovanni e  Giacomo fece parte dei testimoni della risurrezione della figlia di Giairo (Mc 5,37), della trasfigurazione (Mc 9,2) e dell’agonia del Signore (Mc 14,33). Sul conferimento dell’appellativo Cefa nel Nuovo Testamento vengono recepite due tradizioni: secondo Gv 1,42 questo gli fu dato all’atto della sua chiamata, secondo Mt 16,17 come risposta alla sua professione di fede in Gesù quale messia. La cosiddetta  professione di Pietro lo caratterizza come primo degli apostoli. Tuttavia, tutti e quattro i Vangeli raccontano che Pietro rinnegò il Signore (Mc 14,66-72 par). Ciononostante è considerato come uno dei primi testimoni del Risorto (Mc 16,7). Come guida della comunità primitiva di Gerusalemme, si mette in evidenza in occasione dell’elezione di Mattia (At 1) e a Pentecoste (At 2). l primi 12 capitoli degli Atti contengono tradizioni della sua predicazione e della sua attività. Egli intraprende viaggi missionari e compie prodigi (At 8-9).
A Cesarea Marittima battezza il centurione romano Cornelio e difende la sua decisione davanti alla comunità di Gerusalemme (At 10-11), nella quale gli era subentrato Giacomo. Gli Atti raccontano del suo arresto e della sua miracolosa liberazione (12,1-19). Si ritira, ma in occasione del concilio di Gerusalemme è di nuovo a Gerusalemme (At 15) e interviene nella discussione riguardante la circoncisione. Secondo una fondata tradizione muore a Roma al tempo di Nerone (64-67). Portano il suo nome due lettere neotestamentarie e alcuni scritti apocrifi.
 
I Lettura - Settimio Cipriani (Le lettere di san Paolo): Nessuna posizione è statica e si può sempre migliorare. È quanto S. Paolo implora da Dio, associandosi al buon Epafra (« anche noi » v. 9), per i suoi cristiani: cerchino di «fruttificare in ogni opera buona e di crescere nella conoscenza di me» (v. 10).
Fra le grazie implorate emergono quella di una «conoscenza » sempre più profonda di Dio e della sua volontà (vv. 9.10), e quella della « fortezza » (v. 11). La «conoscenza» (in greco = conoscenza accurata, profonda. Cfr. Rom. 1,28), di cui qui si parla, non è tanto speculativa quanto mistica e pratica, accompagnata dai due doni dello Spirito Santo («spirituale »), «sapienza» e «intelligenza» (v. 9). Mediante questo dono di «conoscenza» il cristiano legge come nella mente di Dio, ne conosce i desideri e le volontà; mettendo poi in pratica queste volontà, egli si congiunge spiritualmente al Signore.
La «fortezza» poi dovrebbe disporre alla pratica della «pazienza e della longanimità» (v. 11); senza queste virtù è impossibile entrare nel regno dei cieli (Ebr. 10,36; 12,l; Luc. 21,19). E tale fortezza la può concedere soltanto Iddio, che è il «Forte» per eccellenza (Is. 9,6) e ama manifestarla per accrescere la sua «gloria» nelle opere sue (v. 11).
E non basta. Come è grato l’Apostolo verso il Signore (vv. 3-8), cosi lo devono essere i cristiani per i benefici della loro salvezza. È Dio infatti che li ha «resi capaci» e ha dato loro la grazia di entrare a far parte della «eredità dei santi» (v. 12), di appartenere cioè al «popolo» di Dio, da lui amato e protetto e che costituisce ormai il « regno del Figlio dell’amore suo» (v. 13), la Chiesa. L’antico Israele veniva guidato da una colonna di luce (Es. 13,21); il nuovo Israele è il regno stesso della « luce» (cfr. Efes. 5,8; l Tess. 5,5; Rom. 13,12; 1Piet. 2,9; Atti 26,18), perché Cristo è «luce» (Giov. 8,12) «e in lui non ci sono tenebre» (lGiov. 1,5). Questo passaggio dalle «tenebre» alla «luce» è avvenuto per mezzo della «Redenzione», che ci ha procurato la  remissione dei peccati» (v. 14 Cfr. 1,20; Efes. 1,7).
 
Perché Gesù sceglie dei pescatori: «La scelta dei pescatori (cf. Mt 4,18-22) illustra l’attività del loro futuro incarico derivante dal loro mestiere umano: gli uomini, alla stregua dei pesci tirati su dal mare, debbono emergere dal secolo verso un luogo superiore, ossia verso la luce del soggiorno dei cieli. Abbandonando mestiere, patria, casa, ci insegnano, se vogliamo seguire Cristo, a non essere trattenuti né dall’inquietudine della vita nel mondo, né dall’attaccamento alla casa paterna. La scelta di quattro apostoli all’inizio, insieme alla veracità dei fatti, dal momento che questi sono effettivamente avvenuti, prefigura il numero futuro degli evangelisti» (Ilario di Poitiers, In Matth., 3, 6).
 
O Signore, che ci hai saziati con il pane del cielo,
fa’ che questo nutrimento del tuo amore
rafforzi i nostri cuori
e ci spinga a servirti nei nostri fratelli.
Per Cristo nostro Signore.