16 Agosto 2021
 
Lunedì XX Settimana T. O.
 
Gdc 2,11-19; Sal 105 (106); Mt 19,16-22
 
Il Santo del Giorno - 16 Agosto 2021 - Sant’Arsacio di Nicodemia: È ricordato da Sozomeno (Hist. ecci., IV, 16), il quale, tuttavia, ne dà poche notizie. Persiano di origine, Arsacio, mentre era soldato, aveva professato apertamente la fede cristiana al tempo di Licinio. In seguito, abbandonata la milizia, si diede alla vita eremitica nei dintorni di Nicomedia. Predisse il terribile terremoto che il 24 agosto 358 distrusse la città, esortando i suoi concittadini alla preghiera e alla penitenza. Anche Arsacio, cui Sozomeno attribuisce molti miracoli, morì vittima di questo terremoto. I greci non ricordano il santo nei loro libri sacri, mentre Usuardo ne ha iscritto il nome nel suo martirologio con un bellissimo elogio, ripreso da Sozomeno ed entrato poi nel Martirologio Romano. La festa di Arsacio ricorre il 16 agosto. (Autore: Filippo Caraffa)
 
Colletta: O Dio, che hai preparato beni invisibili per coloro che ti amano, infondi nei nostri cuori la dolcezza del tuo amore, perché, amandoti in ogni cosa e sopra ogni cosa, otteniamo i beni da te promessi, che superano ogni desiderio. Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
Lumen gentium 42: La Chiesa ripensa anche al monito dell’Apostolo, il quale incitando i fede]i alla carità, ]i esorta ad avere in sé gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù, il quale « spogliò se stesso, prendendo la natura di un servo... facendosi obbediente fino alla morte » (Fil 2,7-8), e per noi «da ricco che era si fece povero » (2 Cor 8,9). L’imitazione e la testimonianza di questa carità e umiltà del Cristo si impongono ai discepoli in permanenza; per questo la Chiesa, nostra madre, si rallegra di trovare nel suo seno molti uomini e donne che seguono più da vicino questo annientamento del Salvatore e più chiaramente lo mostrano, abbracciando, nella libertà dei figli di Dio, la povertà e rinunziando alla propria volontà: essi cioè per amore di Dio, in ciò che riguarda la perfezione, si sottomettono a una creatura umana al di là della stretta misura del precetto, al fine di conformarsi più pienamente a Cristo obbediente.
Tutti i fedeli del Cristo quindi sono invitati e tenuti a perseguire la santità e la perfezione del proprio stato. Perciò tutti si sforzino di dirigere rettamente i propri affetti, affinché dall’uso delle cose di questo mondo e da un attaccamento alle ricchezze contrario allo spirito della povertà evangelica non siano impediti di tendere alla carità perfetta; ammonisce infatti l’Apostolo: Quelli che usano di questo mondo, non vi ci si arrestino, perché passa la scena di questo mondo (cfr. 1Cor 7,31 gr.).
 
I Lettura: Grande la sfacciataggine e l’infedeltà del popolo d’Israele, infinita la pazienza e la misericordia di Dio. L’invasione, la cattività erano castighi per correggere, ammonire il popolo, e non dettati dall’ira o dal desiderio di una rivalsa. Alla slealtà e alla doppiezza del popolo Dio rispondeva con forza, ma allo stesso tempo preparava per il suo popolo un tempo di liberazione e di pace: Quando il Signore suscitava loro dei giudici, il Signore era con il giudice e li salvava dalla mano dei loro nemici durante tutta la vita del giudice, perché il Signore si muoveva a compassione per i loro gemiti davanti a quelli che li opprimevano e li maltrattavano.
Ma nonostante questa alta manifestazione di amore la risposta del popolo al termine della prova era sempre intrisa di perfidia e di ipocrisia: Ma quando il giudice moriva, tornavano a corrompersi più dei loro padri, seguendo altri dèi per servirli e prostrarsi davanti a loro: non desistevano dalle loro pratiche e dalla loro condotta ostinata. 
La storia del popolo di Israele è un continuo alternarsi di alti e bassi, d fedeltà e di infedeltà, di bene e di male, il peccato del popolo eletto non fermerà né casserà il progetto salvifico di Dio che culminerà nella incarnazione del Figlio di Dio (Gal 4,4-5).
 
Vangelo: Un racconto che vuole mettere in evidenza il pericolo delle ricchezze. Il “tale”, che da Luca apprendiamo che era un notabile (Lc 18,18), aveva interrogato Gesù sulla “vita eterna”, ma quando si sentì rispondere che per raggiungerla bisognava rinunciare alle ricche, venne meno, si fece scuro in volto e se ne andò rattristato; possedeva infatti molti beni (Mc 10,22).
Gesù non è avverso alla ricchezza, ma vuole mettere in evidenza la sua pericolosità, in quanto il suo potere può diventare tanto empio da giungere a strangolare la parola di Dio nel cuore dell’uomo. Questa lezione sarà ripresa dalla Chiesa apostolica, e in modo particolare dall’apostolo Paolo: L’avidità del denaro infatti è la radice di tutti i mali; presi da questo desiderio, alcuni hanno deviato dalla fede e si sono procurati molti tormenti” (1Tm 6,10).
La povertà non è via esclusiva per giungere alla perfezione, Gesù “non istituisce qui una categoria di «perfetti», superiori ai cristiani ordinari. La «perfezione» presa in considerazione è quella della nuova economia, che sorpassa l’antica completandola [cf. Mt 5,17]. Tutti vi sono ugualmente chiamati [cf. Mt 5,48]. Ma per stabilire il regno, Gesù ha bisogno di collaboratori particolarmente disponibili; ad essi egli domanda di rinunziare radicalmente alle sollecitudini della famiglia [Mt 18,12] e delle ricchezze [Mt 8,19-20]” (Bibbia di Gerusalemme - nota a Mt 19,21).
 
Dal Vangelo secondo Matteo 19,16-22: In quel tempo, un tale si avvicinò e gli disse: «Maestro, che cosa devo fare di buono per avere la vita eterna?». Gli rispose: «Perché mi interroghi su ciò che è buono? Buono è uno solo. Se vuoi entrare nella vita, osserva i comandamenti». Gli chiese: «Quali?».  Gesù rispose: «Non ucciderai, non commetterai adulterio, non ruberai, non testimonierai il falso, onora il padre e la madre e amerai il prossimo tuo come te stesso». Il giovane gli disse: «Tutte queste cose le ho osservate; che altro mi manca?». Gli disse Gesù: «Se vuoi essere perfetto, va’, vendi quello che possiedi, dallo ai poveri e avrai un tesoro nel cielo; e vieni! Seguimi!». Udita questa parola, il giovane se ne andò, triste; possedeva infatti molte ricchezze.
 
Il giovane notabile ricco - Per Matteo il “tale” che si accosta a Gesù è un giovane (Mt 19,20.22) e per Luca un notabile, quindi una persona importante (Lc 18,18). Il giovane, agiato, molto ricco, osservante della Legge, cresciuto in un ambiente familiare molto religioso, certamente doveva nutrire buoni propositi. Lo suggeriscono la fretta con la quale va incontro a Gesù e il suo gettarsi in ginocchio davanti al giovane Rabbi di Nazaret.
A sentirsi chiamare ‘Maestro buono’, Gesù sembra reagire bruscamente rispondendo che solo Dio è buono. Con questa risposta Gesù non nega la sua divinità. Affatto, perché la conferma. Per san Beda significa che «la stessa unica e indivisibile Trinità ... è il solo unico Dio buono. Il Signore dunque non nega di essere buono, ma afferma di essere Dio; non dichiara di non essere il buon Maestro, ma testimonia che al di fuori di Dio nessun maestro è buono» (Comm. in Marci ev., III).
La domanda posta dal giovane ricco riflette la mentalità farisaica. Per salvarsi bastava ubbidire alla Legge di Mosè e alle tante, infinite prescrizioni legali, liturgiche, morali ad essa direttamente o indirettamente legate. Forse temeva che nel computo mancasse qualcosa. L’uomo è schietto, ma ha una mentalità legalista che lo tiene inevitabilmente lontano dalla fede. È deciso a tutto pur di arrivare al beato possesso, però, confrontandosi con il ‘Maestro buono’, non sa di giuocare su un campo minato.
La risposta di Gesù può sembrare ovvia, ma in verità vuol far uscire allo scoperto l’anonimo interlocutore. Il giovane nel rispondere è indubbiamente sincero (Allora Gesù fissò lo sguardo su di lui, lo amò [Mc 10,21]. Marco ama soffermarsi sullo sguardo di Gesù: cf. 3,5.34; 5,32; 10,23; 11,11). Il giovane non mente perché «se fosse stato colpevole del reato di menzogna o di simulazione, certamente non si sarebbe detto di lui che Gesù lo amava dopo averlo guardato nell’intimo del cuore» (San Beda, ibidem).
Gesù, ottenuta la risposta che aveva sollecitato, indica al giovane quello che gli manca per raggiungere la vita eterna: la sequela cristiana perché solo in essa può trovare quello che cerca. E pone una condizione: abbandonare tutte le ricchezze.
È facile sentirsi a posto perché si osservano i comandamenti di Dio. Ma questo modo di ragionare apre l’uomo all’autosufficienza, alla tentazione di catturare Dio, di imporgli delle regole di comportamento: significa voler costringere Dio ad essere buono perché si osserva la Legge. Formalmente, senza mettere amore nei giudizi, carità nelle parole, misericordia nelle relazioni (cf. Mt 9,13). È il peccato originale dei farisei. Ragionando così il giovane notabile ricco sbaglia di molto.
Gesù non impone l’indigenza, ma l’abbandono fiducioso all’agire di Dio. In ebraico il termine ricchezza ha la stessa radice del termine fede che significa appoggiarsi, dare fiducia. Quindi, Gesù ha spostato il problema su un piano diverso: il dilemma della scelta del giovane non è fra ricchezza e povertà, ma fra ricchezza e Cristo stesso. La sacra Scrittura non condanna la ricchezza in se stessa, ma i ricchi disonesti (cf. Lc 6,24), né tanto meno considera la povertà di mezzi economici un bene in sé. Il vero problema sta nel fatto che la ricchezza, quando diventa un fine, quando diventa “un appoggio”, si sostituisce a Dio facendo precipitare nell’idolatria. La contrapposizione fra Dio e il denaro è quindi sul piano religioso e non sociale! È sul piano religioso in quanto si giunge a credere che la felicità derivi dal possesso delle cose e quindi dalle cose stesse. Il regno di Dio non si conquista assommando la Legge al conto corrente, ma seguendo risolutamente Gesù povero, casto, umiliato e obbediente alla volontà del Padre fino alla morte e alla morte di croce (cf. Fil 2,8).
 
Ricchezza - Christa Breuer - Nell’AT il ricco era considerato un uomo particolarmente benedetto da Dio. La ricchezza. era un segno di un particolare favore divino (per es. Abramo, Gen 13,2). Ma quando più tardi si abusò della ricchezza, i profeti biasimarono spesso i ricchi (per es. Ger 34,8ss). Nel NT, di fronte al lieto messaggio del regno di Dio e all’attesa imminente, si esige la totale abnegazione per amore del regno dei cieli (cf. la parabola della perla preziosa, Mt 13,45s). Soprattutto Luca condanna ripetutamente il cattivo uso della ricchezza. I ricchi e i sazi vengono esclusi dal regno di Dio; ai poveri e a quanti hanno fame viene promessa la ricompensa in cielo (Lc 6,20ss). Ricercare i beni terreni è stoltezza. Quando giunge la morte, il ricco non può portare con sé ciò a cui ha attaccato la propria anima (Lc 12,16). L’uomo può servire un solo padrone: Dio o mammona (Lc 16,13). Il significato del possesso dei beni in rapporto alla salvezza eterna dell’uomo viene rivelato nella parabola dell’uomo ricco e del povero Lazzaro (Lc 16,19-31). Chi vuole entrare nel regno di Dio deve sciogliere il suo cuore dal legame con la ricchezza (Lc 18,29s). Per il credente però, la ricchezza è un dono di Dio che deve essere impiegato per il servizio del prossimo (Lc 16,10-12).
 
L’insegnamento della Legge - Ireneo di Lione, Adv. haer., IV, 12, 5: La legge aveva insegnato agli uomini la necessità di seguire Cristo. Lo mostrò chiaramente Cristo stesso al giovane che g]i chiese cosa avrebbe dovuto fare per ereditare la vita eterna. Gli rispose infatti: “Se vuoi entrare nella vita osserva i comandamenti. Quegli chiese: “Quali?, e il Signore soggiunse: “Non commettere adulterio, non uccidere, non rubare, non dire falsa testimonianza; onora il padre e la madre, e ama il prossimo tuo come te stesso” (Mt 19,17ss). Proponeva così a tutti coloro che volevano seguirlo i comandamenti della legge come gradini di entrata alla vita: quello che diceva a uno, lo diceva a tutti. Il giovane rispose: “Ho fatto tutto ciò” - e forse non lo aveva fatto, che altrimenti non gli sarebbe stato detto: osserva i comandamenti -; allora il Signore, rinfacciandogli la sua cupidigia, gli disse: Se vuoi essere perfetto, va’, vendi tutto ciò che hai, dividilo tra i poveri, poi vieni e seguimi” (ib.). Con queste parole prometteva l’eredità degli apostoli a chi avesse fatto così, non annunciava certo a coloro che lo avessero seguito un altro padre, diverso da quello che era stato annunciato fin dall’inizio della legge, e neppure un altro figlio; ma insegnava a osservare i comandamenti imposti da Dio all’inizio, a liberarsi dall’antica cupidigia con le buone opere e a seguire Cristo. Che poi la distribuzione dei propri beni ai poveri liberi davvero dalla cupidigia, lo ha mostrato Zaccheo dicendo: “Ecco, do la metà dei miei beni ai poveri; se poi ho frodato qualcuno, gli rendo il quadruplo” (Lc 19,8).
 
O Dio, che in questo sacramento
ci hai fatti partecipi della vita di Cristo,
ascolta la nostra umile preghiera:
trasformaci a immagine del tuo Figlio,
perché diventiamo coeredi della sua gloria nel cielo.
Egli vive e regna nei secoli dei secoli.

 

 15 Agosto 2021
 
Assunzione della Beata Vergine Maria - Solennità (Messa del giorno)
 
Ap 11,19a; 12,1–6a.10ab; Sal 44 (45); 1Cor 15,20-27a; Lc 1,39-56
 
Il Santo del Giorno - 15 Agosto 2021 - Dal Martirologio: Solennità dell’Assunzione della beata Vergine Maria, Madre di Dio e Signore nostro Gesù Cristo, che, completato il corso della sua vita terrena, fu assunta anima e corpo nella gloria celeste. Questa verità di fede ricevuta dalla tradizione della Chiesa fu solennemente definita dal papa Pio XII. 
 
Colletta: Dio onnipotente ed eterno, che hai innalzato alla gloria del cielo in corpo e anima l’immacolata Vergine Maria, Madre del tuo Figlio, fa’ che viviamo in questo mondo costantemente rivolti ai beni eterni, per condividere la sua stessa gloria. Per il nostro Signore Gesù Cristo.
per condividere la sua stessa gloria. Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
Dio onnipotente ed eterno, che hai innalzato alla gloria del cielo in corpo e anima l’immacolata Vergine Maria...: l’assunzione di Maria in anima e corpo è la sostanza della festa che la Chiesa oggi celebra con grande letizia. Colei che era stata preservata dalla macchia del peccato originale, e aveva partorito il Figlio di Dio, il datore della Vita, non poteva conoscere la corruzione del sepolcro. Avendo raggiunto per prima la salvezza, Maria è l’immagine della Chiesa della gloria e per il popolo pellegrinante un segno di speranza e di consolazione. L’assunzione di Maria non ha allontanato l’uomo dal suo cuore materno, sempre colmo di pietà e di misericordia: i credenti, tutti gli uomini, possono sperimentare la sua viva ed efficace presenza nella Chiesa, la sua spirituale maternità, e, sopra tutto, il suo soccorso amorevole nell’affanno del quotidiano. Come Maria, abbiamo parte al mistero salvifico di Cristo e come lei tendiamo alla gloria del Cielo: ci arriveremo se cercheremo con costanza le cose di lassù (Col 3,1ss). L’intercessione di Maria ci riempia di gioia, ci faccia perseveranti, ci sostenga nel cammino che porta alla gloria, e ci rafforzi nella fede.
 
Maria assunta in Cielo anima e corpo: La solenne definizione: Pio XII (Lettera Apostolica, Munificentissimus Deus, 1 novembre 1950): «Dopo avere innalzato ancora a Dio supplici istanze, e avere invocato la luce dello Spirito di Verità, a gloria di Dio onnipotente, che ha riversato in Maria vergine la sua speciale benevolenza a onore del suo Figlio, Re immortale dei secoli e vincitore del peccato e della morte, a maggior gloria della sua augusta Madre e a gioia ed esultanza di tutta la chiesa, per l’autorità di nostro Signore Gesù Cristo, dei santi apostoli Pietro e Paolo e Nostra, pronunziamo, dichiariamo e definiamo essere dogma da Dio rivelato che: l’immacolata Madre di Dio sempre vergine Maria, terminato il corso della vita terrena, fu assunta alla gloria celeste in anima e corpo». Perciò, se alcuno, che Dio non voglia, osasse negare o porre in dubbio volontariamente ciò che da Noi è stato definito, sappia che è venuto meno alla fede divina e cattolica [...]. A nessuno dunque sia lecito infrangere questa Nostra dichiarazione, proclamazione e definizione, o ad essa opporsi e contravvenire. Se alcuno invece ardisse di tentarlo, sappia che incorrerà nella indignazione di Dio onnipotente e dei suoi beati apostoli Pietro e Paolo.
 
I Lettura: Per comprendere il testo del libro dell’Apocalisse dobbiamo svestirlo del suo simbolismo. La donna spesso nella sacra Scrittura simboleggia il popolo di Dio, Israele (cfr. anche Gal 4,26), mentre il drago è il mitico animale che incarna il capitale nemico di Dio. Tra la donna e il drago si ingaggia una lotta acerrima. Il drago vuole divorare il figlio maschio della donna che al di là del simbolismo nel testo apocalittico è Cristo. Il senso quindi è chiaro: nel brano viene rivelato l’odio profondo che le potenze infernali nutrono verso Cristo e la sua Chiesa, il nuovo popolo di Dio, e la lotta che essa dovrà sostenere contro Satana e i suoi satelliti. E siccome non si può dividere Maria dalla Chiesa perché l’una e l’altra sono essenzialmente madri, il testo giovanneo può essere letto in chiave mariana, e nella donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e, sul capo, una corona di dodici stelle intravedere Maria, la Madre di Gesù, vero Dio e vero Uomo.
 
II Lettura: Sappiamo che la chiesa di Corinto è una chiesa divisa, lacerata, agitata anche da errori dottrinali. Alcuni negavano anche la risurrezione di Cristo e la risurrezione dei morti. Nel brano odierno Paolo afferma con autorità apostolica che Cristo è veramente risorto, e se Cristo è risorto anche noi risorgeremo. Le due cose sono inscindibili. Cristo è la primizia e se è vero che alle primizie segue il raccolto, è anche vero che alla risurrezione di Cristo segue la nostra. Negare la risurrezione riporterebbe i credenti nel baratro del paganesimo riconsegnandoli alla schiavitù del peccato.

Vangelo:  Maria non è una donna incredula al pari di Zaccaria. Va a trovare Elisabetta non per sincerarsi delle parole e della profezia dell’angelo, ma perché sospinta dalla carità e dal fuoco ardente dello zelo missionario: per mezzo di Maria, la Buona Novella, Gesù, mette le ali e già attraversa le vie della storia. Maria, pur consapevole della sua bassezza, sospinta dallo Spirito Santo, non può non esclamare la grandezza misericordiosa di Dio che guardando la sua umiltà ancora una volta persegue e conferma il suo eterno agire: scegliere le cose umili per confondere i sapienti (1Cor 1,27-28).
 
Dal Vangelo secondo Luca 1,39-56: In quei giorni Maria si alzò e andò in fretta verso la regione montuosa, in una città di Giuda. Entrata nella casa di Zaccarìa, salutò Elisabetta. Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino sussultò nel suo grembo. Elisabetta fu colmata di Spirito Santo ed esclamò a gran voce: «Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! A che cosa devo che la madre del mio Signore venga da me? Ecco, appena il tuo saluto è giunto ai miei orecchi, il bambino ha sussultato di gioia nel mio grembo. E beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto». Allora Maria disse: «L’anima mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore, perché ha guardato l’umiltà della sua serva. D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata. Grandi cose ha fatto per me l’Onnipotente e Santo è il suo nome; di generazione in generazione la sua misericordia per quelli che lo temono. Ha spiegato la potenza del suo braccio, ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore; ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili; ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato i ricchi a mani vuote. Ha soccorso Israele, suo servo, ricordandosi della sua misericordia, come aveva detto ai nostri padri, per Abramo e la sua discendenza, per sempre». Maria rimase con lei circa tre mesi, poi tornò a casa sua.
 
Si mise in viaggio - Maria si mette in viaggio verso la montagna e raggiunge una città di Giuda, oggi preferibilmente identificata con Ain-Karim, 6 Km a ovest di Gerusalemme. La fretta con la quale Maria si avvia a trovare Elisabetta, l’anziana sposa di Zaccaria miracolosamente rimasta incinta (Lc 1,5-25), mette in evidenza la sua pronta disponibilità al progetto di Dio. Entrata in casa, il saluto della Vergine raggiunge per vie misteriose il bambino che sussulta nel grembo della madre la quale, «piena di Spirito Santo», saluta con parole profetiche la Madre del Signore.
Con un’espressione semitica che equivale a un superlativo, Elisabetta proclama Maria «benedetta fra le donne»; la Vergine è benedetta «per la presenza di un frutto benedetto [eulogémenos] nel suo seno: benedetta dunque perché madre del Benedetto, perché madre del suo Signore [vv. 42-43;]; la proclama, ancora, beata [makaria] per la fede con la quale ha reagito alla proposta divina: beata dunque perché fedele, perché uditrice della parola del Signore [v. 45]» (C. Ghidelli).
Il saluto dell’angelo, - «Ti saluto, o piena di grazia, il Signore è con te» (Lc 1,28) - e il saluto dell’anziana donna, - «Benedetta tu fra le donne, e benedetto il frutto del tuo seno» - (Lc 1,42), fusi insieme, saranno ripetuti nei secoli da milioni di credenti: l’Ave Maria è «una delle preghiere più belle e profonde, nella quale Elisabetta, e quindi l’Antico Testamento, si collega con Maria, cioè col Nuovo Testamento» (R. Gutzwiller).
Il racconto della visitazione ricorda, con evidenti allusioni e coincidenze, il racconto biblico del trasferimento dell’arca dell’alleanza a Gerusalemme operato dal re Davide (2Sam 6,1ss).
L’arca sale verso Gerusalemme, Maria sale verso la montagna. L’arca entra nella casa di Obed- Edom e Maria entra nella casa di Zaccaria. La gioia del nascituro e il suo trasalimento nel grembo dell’anziana madre ricordano la gioia di Davide e la sua danza festosa dinanzi all’arca. L’espressa indegnità di Elisabetta dinanzi alla Madre del Signore ricorda ancora l’indegnità del re David di fronte all’arca del Signore. Questi accostamenti, molto precisi nei particolari, ben difficilmente possono essere accidentali.
L’identificazione dei due racconti va allora verso una chiara proclamazione: Maria, la Madre del Signore, è la nuova arca del Signore, e suo figlio, Gesù, è il Signore abitante in quel tempio vivo.
L’anziana sposa di Zaccaria nel proclamare senza indugi Maria «la Madre del Signore» non fa che raccogliere e ripetere le parole del nunzio celeste.
Nella tradizione biblica il Signore è Iahvé, ma anche il grande sovrano (1Cr 29,11; 2Mac 5,20; Sal 48,3), il re (Sir 51,1; Sal 99,4). L’angelo aveva annunciato a Maria che il promesso figlio sarebbe stato chiamato «Figlio dell’Altissimo» (Lc 1,31) e avrebbe regnato per sempre «sul trono di Davide suo padre» (Lc 1,32-33): nel suo annuncio profetico, Elisabetta non fa che ricordare e confermare le parole del messaggero celeste.
Alla fine, sulle labbra di Elisabetta si coglie un’ultima parola di lode che viene rivolta con gioia alla Vergine di Nazaret: «Beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto».
Maria è beata perché «madre del Signore», ed è beata perché perfetta discepola: Ella ha accolto nel suo cuore, prima che nel suo grembo, la Parola viva feconda di vita e di salvezza.
Anche il cantico della Vergine ha un riscontro nell’Antico Testamento (cfr. 1Sam l-10). Ma sulle labbra di Maria il Magnificat ha risonanze e significati molto più profondi. La Vergine non risponde ad Elisabetta, ma si rivolge a Dio lodandolo per la sua misericordiosa accondiscendenza. Egli «mi ha guardato - dice Maria - perché sono umile e perché ricerco la virtù della mitezza e del nascondimento... così come lo stesso Salvatore, che ha detto: Imparate da Me che sono mite e umile di cuore e troverete pace per le vostre anime» (Origene).
 
La fede è la grandezza di Maria: Benedetto XVI (Omelia, 15 agosto 2010): Ciò che san Paolo afferma di tutti gli uomini, la Chiesa, nel suo Magistero infallibile, lo dice di Maria, in un modo e senso precisi: la Madre di Dio viene inserita a tal punto nel Mistero di Cristo da essere partecipe della Risurrezione del suo Figlio con tutta se stessa già al termine della vita terrena; vive quello che noi attendiamo alla fine dei tempi quando sarà annientato «l’ultimo nemico», la morte (cfr. 1Cor 15,26); vive già quello che proclamiamo nel Credo «Aspetto la risurrezione dei morti e la vita del mondo che verrà». Allora ci possiamo chiedere: quali sono le radici di questa vittoria sulla morte prodigiosamente anticipata in Maria? Le radici stanno nella fede della Vergine di Nazareth, come testimonia il brano del Vangelo che abbiamo ascoltato (Lc 1,39-56): una fede che è obbedienza alla Parola di Dio e abbandono totale all’iniziativa e all’azione divina, secondo quanto le annuncia l’Arcangelo. La fede, dunque, è la grandezza di Maria, come proclama gioiosamente Elisabetta: Maria è «benedetta fra le donne», «benedetto è il frutto del suo grembo» perché è «la madre del Signore», perché crede e vive in maniera unica la «prima» delle beatitudini, la beatitudine della fede. Elisabetta lo confessa nella gioia sua e del bambino che le sussulta in grembo: «E beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto» (v. 45). Cari amici! Non ci limitiamo ad ammirare Maria nel suo destino di gloria, come una persona molto lontana da noi: no! Siamo chiamati a guardare quanto il Signore, nel suo amore, ha voluto anche per noi, per il nostro destino finale: vivere tramite la fede nella comunione perfetta di amore con Lui e così vivere veramente.
 
Maria dopo l’ascensione - Lumen gentium 59: Essendo piaciuto a Dio di non manifestare apertamente il mistero della salvezza umana prima di effondere lo Spirito promesso da Cristo, vediamo gli apostoli prima del giorno della Pentecoste « perseveranti d’un sol cuore nella preghiera con le donne e Maria madre di Gesù e i suoi fratelli» (At 1,14); e vediamo anche Maria implorare con le sue preghiere il dono dello Spirito che all’annunciazione, l’aveva presa sotto la sua ombra. Infine la Vergine immacolata, preservata immune da ogni macchia di colpa originale  finito il corso della sua vita terrena, fu assunta alla celeste gloria in anima e corpo  e dal Signore esaltata quale regina dell’universo per essere così più pienamente conforme al figlio suo, Signore dei signori (cfr. Ap 19,16) e vincitore del peccato e della morte.
 
Maria visita Elisabetta - Antipatro di Bostra, De S. Ioanne, 12: Dopo aver ascoltato queste cose, la Vergine si recò, alla casetta di Zaccaria, e trovata Elisabetta incinta, la salutò, e il bambino all’interno rispose. Per le orecchie della madre il saluto pervenne a quelle del feto, e poiché per i limiti di natura Giovanni non poteva usare la lingua, parlò in modo che la propria madre attraverso i suoi salti rispondesse con proprie parole alla madre del Salvatore.
Infatti Elisabetta non potendo più trattenere il sussultare del figlio, ripiena di Spirito Santo, esclamò dicendo: “Benedetta tu fra le donne, e benedetto il frutto del ventre tuo”! (Lc 1,42). Tu, disse, benedetta che dissolvi la maledizione. Tu benedetta, che rechi il dono della sapienza. Tu benedetta, che porti nell’utero colui che ha passeggiato nel paradiso. Tu benedetta, il cui ventre è divenuto tempio santo. “Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del ventre tuo!”, dal quale sarà vinto il nemico, dal tempo in cui Adamo mangiò. Frutto benedetto, che è divenuto alimento e vestito del mondo.
 
O Signore, che ci hai nutriti con i sacramenti della salvezza,
fa’ che per intercessione della beata Vergine Maria
assunta in cielo giungiamo alla gloria della risurrezione.
Per Cristo nostro Signore.
 

 

 14 Agosto 2021
 
Sabato  XIX Settimana T. O.
 
San Massimiliano Maria Kolbe, Martire
 
Gs 24,14-29; Sal 15 (16); Mt 19,13-15
 
Il Santo del Giorno - 14 Agosto 2021 - San Massimiliano Maria Kolbe: Massimiliano Maria Kolbe nasce nel 1894 a Zdunska-Wola, in Polonia. Entra nell’ordine dei francescani e, mentre l’Europa si avvia a un secondo conflitto mondiale, svolge un intenso apostolato missionario in Europa e in Asia. Ammalato di tubercolosi, Kolbe dà vita al «Cavaliere dell’Immacolata», periodico che raggiunge in una decina d’anni una tiratura di milioni di copie. Nel 1941 è deportato ad Auschwitz. Qui è destinato ai lavori più umilianti, come il trasporto dei cadaveri al crematorio. Nel campo di sterminio Kolbe offre la sua vita di sacerdote in cambio di quella di un padre di famiglia, suo compagno di prigionia. Muore pronunciando «Ave Maria». Sono le sue ultime parole, è il 14 agosto 1941. Giovanni Paolo II lo ha chiamato «patrono del nostro difficile secolo». La sua figura si pone al crocevia dei problemi emergenti del nostro tempo: la fame, la pace tra i popoli, la riconciliazione, il bisogno di dare senso alla vita e alla morte. (Avvenire)
 
Colletta: O Dio, che al santo presbitero e martire Massimiliano Maria [Kolbe], ardente di amore per la Vergine Immacolata, hai dato un grande zelo per le anime e un amore eroico verso il prossimo, concedi a noi, per sua intercessione, di impegnarci senza riserve al servizio degli uomini per la tua gloria e di conformarci fino alla morte a Cristo tuo Figlio. Egli è Dio, e vive e regna con te.
 
Giovanni Paolo II (Omelia 10 Ottobre 1982): “Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici” (Gv 15,13).
Da oggi la Chiesa desidera chiamare “santo” un uomo al quale è stato concesso di adempiere in maniera assolutamente letterale le suddette parole del Redentore.
Ecco infatti, verso la fine di luglio del 1941, quando per ordine del capo del campo si fecero mettere in fila i prigionieri destinati a morire di fame, quest’uomo, Massimiliano Maria Kolbe, si presentò spontaneamente, dichiarandosi pronto ad andare alla morte in sostituzione di uno di loro.
Questa disponibilità fu accolta, e al padre Massimiliano, dopo oltre due settimane di tormenti a causa della fame, fu infine tolta la vita con un’iniezione mortale, il 14 agosto 1941.
Tutto questo successe nel campo di concentramento di Auschwitz, dove furono messi a morte durante l’ultima guerra circa 4.000.000 di persone, tra cui anche la Serva di Dio Edith Stein (la carmelitana suor Teresa Benedetta della Croce), la cui causa di Beatificazione è in corso presso la competente Congregazione. La disobbedienza contro Dio, Creatore della vita, il quale ha detto “non uccidere”, ha causato in questo luogo l’immensa ecatombe di tanti innocenti.
Contemporaneamente dunque, la nostra epoca è rimasta così orribilmente contrassegnata dallo sterminio dell’uomo innocente.
Padre Massimiliano Kolbe, essendo lui stesso un prigioniero del campo di concentramento, ha rivendicato, nel luogo della morte, il diritto alla vita di un uomo innocente, uno dei 4.000.000.
Quest’uomo (Franciszek Gajowniczek) vive ancora ed è presente tra noi. Padre Kolbe ne ha rivendicato il diritto alla vita, dichiarando la disponibilità di andare alla morte al suo posto, perché era un padre di famiglia e la sua vita era necessaria ai suoi cari. Padre Massimiliano Maria Kolbe ha riaffermato così il diritto esclusivo del Creatore alla vita dell’uomo innocente e ha reso testimonianza a Cristo e all’amore. Scrive infatti l’apostolo Giovanni: “Da questo abbiamo conosciuto l’amore: egli ha dato la sua vita per noi; quindi anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli” (1Gv 3,16).
Dando la sua vita per un fratello, padre Massimiliano, che la Chiesa già sin dal 1971 venera come “beato”, in modo particolare si è reso simile a Cristo…
L’ispirazione di tutta la sua vita fu l’Immacolata, alla quale affidava il suo amore per Cristo e il suo desiderio di martirio. Nel mistero dell’Immacolata Concezione si svelava davanti agli occhi della sua anima quel mondo meraviglioso e soprannaturale della Grazia di Dio offerta all’uomo. La fede e le opere di tutta la vita di padre Massimiliano indicano che egli concepiva la sua collaborazione con la Grazia divina come una milizia sotto il segno dell’Immacolata Concezione. La caratteristica mariana è particolarmente espressiva nella vita e nella santità di padre Kolbe. Con questo contrassegno è stato marcato anche tutto il suo apostolato, sia nella patria come nelle missioni. Sia in Polonia come nel Giappone furono centro di quest’apostolato le speciali città dell’Immacolata (“Niepokalanow” polacco, “Mugenzai no Sono” giapponese).
 
I Lettura: Giosuè pone il popolo dinanzi ad un bivio: accettare o rifiutare Dio. L’assemblea sceglie Jahve come Dio e rifiuta gli dèi stranieri. A questa professione di fede segue l’alleanza che vincola i due contraenti: Dio da una parte, Israele dall’altra. Secondo alcuni, questo capitolo è stato aggiunto durante o dopo l’esilio, ma la tradizione che esso trasmette è antica.
 
Vangelo: Gesù, nonostante l’ostruzionismo degli Apostoli, accoglie dei bambini che gli vengono presentati «perché imponesse loro le mani e pregasse». Gesù acconsente. Un gesto di tenerezza che rivela i sentimenti di Gesù verso i più piccoli, gli indifesi, verso coloro che nella società giudaica non contavano affatto. Ma in questo gesto c’è una rivoluzione a trecentosessanta gradi. Se per l’ambiente giudaico solo l’adulto poteva raggiungere il regno di Dio perché capace di porre atti coscienti, nel magistero di Gesù invece lo si può solo ricevere, come dono gratuito, facendosi appunto bambini.
 
Dal Vangelo secondo Matteo 19,13-15: In quel tempo, furono portati a Gesù dei bambini perché imponesse loro le mani e pregasse; ma i discepoli li rimproverarono.  Gesù però disse: «Lasciateli, non impedite che i bambini vengano a me; a chi è come loro, infatti, appartiene il regno dei cieli».  E, dopo avere imposto loro le mani, andò via di là.
 
Benedetto Prete (I Quattro Vangeli): versetto 13 Gli furono condotti dei piccoli fanciulli; scena suggestiva! Quantunque il testo non lo dica, il lettore vede molte madri condurre e portare in braccio i loro piccoli per avere da Gesù una benedizione ed una preghiera. I discepoli, che avevano veduto portare teorie di malati, osservano che ora anche i fanciulli vengono ad assieparsi attorno a Cristo; essi, per un senso di rispetto dovuto al loro Maestro, cercano di tener lontano quel gruppo chiassoso ed irrequieto.
versetto 14 Lasciate questi fanciulli; Gesù rivela il suo squisito sentimento ed invita (Marco usa un’espressione più forte) i discepoli a lasciare che i fanciulli vadano a lui; poiché di quelli che sono come loro è il regno dei cieli; gli uomini maturi hanno d’apprendere dai fanciulli quella semplicità ed apertura d’animo che sono necessarie per accogliere il regno dei cieli (cf. Mt., 18, 1-4).
versetto 15 Gesù prese sulle braccia qualche bimbo (cf. Mc., 10, 16) e toccando con gesto delicato e carezzevole le loro testine ed i loro volti mormorava una parola di benedizione.
 
Gesù e i bambini - Léon Roy (Dizionario di Teologia Biblica, Bambino): Non era perciò conveniente che, per inaugurare la nuova alleanza, il Figlio di Dio si facesse bambino? Luca ha notato con cura le tappe dell’infanzia così percorse: neonato del presepio (Lc 2,12), piccino presentato al tempio (2, 27), bambino sottomesso ai genitori, e tuttavia misteriosamente indipendente da essi nella sua dipendenza dal Padre suo (2,43-51). Fatto adulto, Gesù nei confronti dei bambini adotta lo stesso comportamento di Dio. Come aveva dichiarato beati i poveri, così benedice i bambini (Mc 10,16), rivelando in tal modo che essi sono, gli uni e gli altri, atti ad entrare nel regno; i bambini simboleggiano i discepoli autentici, «il regno dei cieli appartiene a quelli che sono come loro» (Mt 19,14 par.). Di fatto si tratta di «accogliere il regno come bambini» (Mc 10,15), di riceverlo con tutta semplicità come un dono del Padre, invece di esigerlo come qualcosa di dovuto; bisogna «diventare come bambini» (Mt 18,3) ed acconsentire a «rinascere» (Gv 3, 5) per accedere a questo regno. Il segreto della vera grandezza è «di farsi piccoli» come i bambini (Mt 18,4): questa è la vera umiltà, senza la quale non si può diventare figli del Padre celeste. I veri discepoli sono precisamente i «piccolissimi», a cui il Padre ha voluto rivelare, come un tempo a Daniele, i suoi segreti nascosti ai sapienti (Mt 11,25s). D’altronde, nel linguaggio del vangelo, «piccolo» e «discepolo» sembrano talvolta termini equivalenti (cfr. Mt 10,42 e Mc 9,41). Beati coloro che accolgono uno di questi piccoli (Mt 18,5; cfr. 25,40), ma guai a chi li scandalizza o li disprezza (18,6.10).
 
I bambini e il regno dei cieli: Christifideles laici 47: I bambini sono certamente il termine dell’amore delicato e generoso del Signore Gesù: ad essi riserva la sua benedizione e ancor più assicura il regno dei cieli (cfr. Mt 19,13-15; Mc 10,14). In particolare Gesù esalta il ruolo attivo che i piccoli hanno nel Regno di Dio: sono il simbolo eloquente e la splendida immagine di quelle condizioni morali e spirituali che sono essenziali per entrare nel Regno di Dio e per viverne la logica di totale affidamento al Signore: «In verità vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli. Perché chiunque diventerà piccolo come questo bambino, sarà il più grande nel regno dei cieli. E chi accoglie anche uno solo di questi bambini in nome mio accoglie me» (Mt 18,3-5; cfr. Lc 9,48). I bambini ci ricordano che la fecondità missionaria della Chiesa ha la sua radice vivificante non nei mezzi e nei meriti umani, ma nel dono assolutamente gratuito di Dio. La vita di innocenza e di grazia dei bambini, come pure le sofferenze loro ingiustamente inflitte, ottengono, in virtù della Croce di Cristo, uno spirituale arricchimento per loro e per l’intera Chiesa: di questo tutti dobbiamo prendere più viva e grata coscienza. Si deve riconoscere, inoltre, che anche nell’età dell’infanzia e della fanciullezza sono aperte preziose possibilità operative sia per l’edificazione della Chiesa che per l’umanizzazione della società. Quanto il Concilio dice della presenza benefica e costruttiva dei figli all’interno della famiglia «chiesa domestica»: «I figli, come membra vive della famiglia, contribuiscono pure a loro modo alla santificazione dei genitori» dev’essere ripetuto dei bambini in rapporto alla Chiesa particolare e universale. Lo rilevava già Jean Gerson, teologo ed educatore del XV secolo, per il quale «i fanciulli e gli adolescenti non sono certo una parte trascurabile della Chiesa».
 
Lasciate che i bambini vengano a me. Di questi è il regno dei cieli: “Perché i discepoli tenevano lontani i bambini? Non lo facevano a causa della malvagità dei bambini, ma perché non era il momento giusto. Non volevano che il Signore fosse stancato dalla grande folla. Ma egli disse loro: Lasciate che i bambini vengano a me, perché di questi è il regno dei cieli. Infatti i bambini ignorano la malvagità. Non sanno come ripagare il male con il male, a come danneggiare qualcuno. Ignorano la lussuria, la fornicazione e il furto. Credono in ciò che sentono. Amano i loro genitori con affetto pieno. Pertanto ciò che i bambini sono per dono di natura, noi dobbiamo diventarlo con il timore di Dio, con una pia condotta di vita e con l’ amore del regno celeste; infatti, se non siamo puri da ogni peccato proprio come bambini, non possiamo avvicinarci al Salvatore” (Epifanio Latino, Interpretazione dei Vangeli 25).
 
O Padre, che ci hai nutriti del Corpo e Sangue del tuo Figlio,
fa’ che siamo infiammati da quel fuoco di carità
che san Massimiliano Maria attinse da questo convito.
Per Cristo nostro Signore. 
 
 13 Agosto 2021
 
Venerdì  XIX Settimana T. O.
 
Gs 24,1-13; Salmo 136 (136); Mt 19,3-12
 
Il Santo del Giorno - 13 Agosto 2021 - Santa Irene: Irene nacque nell’XI secolo in Ungheria, essendo figlia di s. Ladislao re d’Ungheria; venne chiesta in sposa dall’imperatore Alessio I Comneno e da sua moglie Irene, per il loro figlio Giovanni, il quale divenne imperatore d’Oriente con il nome di Giovanni II (1118-1143). Si sposò verso il 1105; i menologi orientali dicono che era ricca di virtù, soprattutto per la carità verso i poveri e l’interessamento per le opere di beneficenza della capitale. È stato affermato che fu lei a far costruire a Bisanzio il celebre monastero del Cristo ‘Pantocrator’, mentre suo marito era impegnato nelle guerre, cacciando i Turchi dall’Ellesponto e conquistando l’Anatolia; questa notizia viene confermata anche da uno scrittore dell’epoca, Ginnamos. L’architetto Niceforo, costruttore del grandioso monastero, era addetto al suo servizio e poi si sa dal ‘Typicon’ donato al cenobio nel 1137, che Irene fece numerose donazioni al ‘Pantocrator’ e alle fondazioni benefiche che da esso ne dipendevano. L’imperatrice morì a Bisanzio il 13 agosto 1134 e venne sepolta nel ‘Pantocrator’ con il nome di Xene, perché certamente secondo un antico costume, prese questo nome e l’abito religioso sul letto di morte. La sua festa si celebra il 13 agosto. (Autore: Antonio  Borrelli)
 
Colletta: Dio onnipotente ed eterno, guidati dallo Spirito Santo, osiamo invocarti con il nome di Padre: fa’ crescere nei nostri cuori lo spirito di figli adottivi, perché possiamo entrare nell’eredità che ci hai promesso. Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
Ma io vi dico: chiunque ripudia la propria moglie, se non in caso di unione illegittima, e ne sposa un’altra, commette adulterio - Casti connubii: Se vogliamo investigare con riverenza l’intima ragione di questa volontà divina, facilmente la troveremo, Venerabili Fratelli, in quella mistica significazione del matrimonio cristiano, che si verifica con piena perfezione nel matrimonio consumato tra fedeli. Il matrimonio dei cristiani, infatti, secondo la testimonianza dell’Apostolo nella sua lettera (in principio accennata) agli Efesini, rappresenta quell’unione perfettissima che corre fra Cristo e la Chiesa: «Questo Sacramento è grande, io però parlo riguardo a Cristo e alla Chiesa»: la quale unione per nessuna separazione potrà mai sciogliersi, finché vivrà Cristo, e la Chiesa per Lui. Il che pure Sant’Agostino chiaramente insegna in quelle parole: «Questo infatti viene custodito in Cristo e nella Chiesa; e per nessun divorzio sia separato il vivente col vivente in eterno. Del quale Sacramento è tanto gelosa l’osservanza nella città del Dio Nostro … cioè nella Chiesa di Cristo … che quando per avere figli o le donne prendano marito o gli uomini prendano moglie, non è lecito abbandonare la moglie sterile per prenderne un’altra feconda. Se qualcuno fa questo, è reo di adulterio, non per la legge di questo secolo (dove, intervenendo il ripudio, si concede, senza farne colpa, di contrarre matrimoni con altri; ciò che il Signore testifica avere  anche il santo Mosè permesso agli Israeliti per la durezza del loro cuore) ma per la legge del Vangelo; così pure è rea di adulterio la donna se si sposerà ad un altro».
Quanti poi e quanto grandi vantaggi derivino dall’indissolubilità del matrimonio, lo intende senz’altro chiunque rifletta un istante sia al bene dei coniugi stessi e della prole, come alla salute di tutta l’umana società. 
 
I Lettura: Giosuè pone il popolo dinanzi ad un bivio: accettare o rifiutare Dio. Si ripercorro tutte le tappe dalla liberazione dal giogo egiziano fino alla terra promessa. Su questa memoria il popolo deve fondare la sua fedeltà all’alleanza con Dio. Secondo alcuni, questo capitolo è stato aggiunto durante o dopo l’esilio, ma la tradizione che esso trasmette è antica.
 
Vangelo: Il tema del divorzio, al tempo di Gesù, era oggetto di accese discussioni tra due scuole rabbiniche: quella di Shammai, rigorista, e quella di Hillel, lassista. La prima riconosceva legittimo motivo solo il caso di adulterio da parte della moglie, la seconda scuola ammetteva, invece, come movente valido qualsiasi motivo, anche il più futile. L’intenzione dei farisei è di costringere Gesù a schierarsi o per la scuola di Shammai o per la scuola di Hillel e così poterlo accusare o ai rigoristi o ai lassisti. L’intenzione era di creargli dei nemici. Gesù capovolge il tutto mettendo la donna e l’uomo sullo stesso piano. Non è solo la moglie colpevole di adulterio verso il marito, ma anche il marito si rende colpevole di adulterio se ripudia la propria moglie e ne sposa un’altra. I diritti e i doveri sono uguali per la moglie e per il marito e chi li lede commette adulterio.
 
Dal Vangelo secondo Matteo 19,3-12: In quel tempo, si avvicinarono a Gesù alcuni farisei per metterlo alla prova e gli chiesero: «È lecito a un uomo ripudiare la propria moglie per qualsiasi motivo?». Egli rispose: «Non avete letto che il Creatore da principio li fece maschio e femmina e disse: “Per questo l’uomo lascerà il padre e la madre e si unirà a sua moglie e i due diventeranno una sola carne”? Così non sono più due, ma una sola carne. Dunque l’uomo non divida quello che Dio ha congiunto».  Gli domandarono: «Perché allora Mosè ha ordinato di darle l’atto di ripudio e di ripudiarla?». Rispose loro: «Per la durezza del vostro cuore Mosè vi ha permesso di ripudiare le vostre mogli; all’inizio però non fu così. Ma io vi dico: chiunque ripudia la propria moglie, se non in caso di unione illegittima, e ne sposa un’altra, commette adulterio».  Gli dissero i suoi discepoli: «Se questa è la situazione dell’uomo rispetto alla donna, non conviene sposarsi».  Egli rispose loro: «Non tutti capiscono questa parola, ma solo coloro ai quali è stato concesso. Infatti vi sono eunuchi che sono nati così dal grembo della madre, e ve ne sono altri che sono stati resi tali dagli uomini, e ve ne sono altri ancora che si sono resi tali per il regno dei cieli. Chi può capire, capisca».
 
La donna-oggetto - La discussione sembra vertere unicamente sulla interpretazione di una norma, ma in verità non c’era di mezzo solo la legge di Mosè, perché tra le righe si può cogliere un’altra questione per quei tempi (e anche per oggi) molto importante quanto il divorzio.
Mentre la sacra Scrittura, e anche l’autentica tradizione rabbinica, decretava la pari dignità tra l’uomo e la donna, la tradizione umana imposta dai farisei, maestri in Israele, giocava a favore di quest’ultimi permettendo loro di trattare la donna come un oggetto, di essere per le loro mogli mariti, padri e padroni e di disporre di esse a piacimento.
Anche l’aver lasciato bruciare un pranzo, per i seguaci di Hillel era un buon motivo per divorziare.
Una mentalità molto diffusa nel mondo antico tanto è vero che nemmeno gli Apostoli erano alieni da questo modo di pensare (Mt 19,10). Accettare l’insegnamento scritturale comportava rinunciare a questa mentalità; voleva dire porsi diversamente dinanzi alla donna e accettarla soprattutto come coprotagonista nel progetto salvifico: significava accettare che Dio, fin dall’inizio, aveva voluto «che la sua immagine, sempre sostanzialmente identica, splendesse nella creatura umana in due versioni differenti: in quella dell’uomo e in quella della donna» (Vincenzo Raffa).
E non era certamente facile per una società coniugata al maschile accettare tutto questo.
Accogliere tale indirizzo significava per il maschio assumere doveri e perdere molti privilegi, compreso quello di avere «le etere per il piacere, le concubine per la cura giornaliera del corpo, le mogli per avere figli legittimi e una fedele custode della casa» (Demostene).
 
Ma io vi dico: chiunque ripudia la propria moglie, se non in caso di unione illegittima, e ne sposa un’altra, commette adulterio - Bibbia di Gerusalemme (nota Mt 19,9 - Ed. 1974): Data la forma assoluta dei testi paralleli (Mc 10,11s, Lc 16,18 e 1Cor 7,10s), è poco verosimile che tutti e tre abbiano soppresso una clausola restrittiva di Gesù; è più probabile invece che uno degli ultimi redattori del primo Vangelo l’abbia aggiunta per rispondere a una problematica rabbinica (discussione tra Hillel e Shammai sui motivi che legittimano il divorzio), evocata già dal contesto (v 3), e che poteva preoccupare l’ambiente giudeo-cristiano per il quale egli scriveva. Si avrebbe dunque qui una decisione ecclesiastica di portata locale e temporanea, come fu quella del decreto di Gerusalemme riguardante la regione di Antiochia (At 15,23-29). Il significato di porneia orienta la ricerca nella stessa direzione. Alcuni vogliono vedervi la fornicazione nel matrimonio, cioè l’adulterio, e trovano qui il permesso di divorziare in un caso simile; così le chiese ortodosse e protestanti. Ma in questo senso ci si sarebbe aspettati un altro termine, moicheia. Al contrario porneia, nel contesto, sembra avere il senso tecnico della zenût o «prostituzione» degli scritti rabbinici, riguardante qualsiasi unione resa incestuosa da un grado di parentela proibito secondo la legge (Lv 18). Tali unioni, contratte legalmente tra i pagani o tollerate dagli stessi giudei nei confronti dei proseliti, hanno dovuto causare difficoltà, quando queste persone si sono convertite, in ambienti giudeocristiani legalisti come quello di Mt: da qui l’ordine di rompere tali unioni irregolari che poi erano solo falsi matrimoni. Un’altra soluzione ritiene che la licenza accordata dalla clausola restrittiva non sia quella del divorzio, ma della «separazione» senza seconde nozze. Una tale istituzione era sconosciuta al giudaismo ma le esigenze di Gesù hanno richiesto più di una soluzione nuova e questa è già chiaramente supposta da Paolo in 1Cor 7,11.
 
L’amore coniugale - Gaudium et spes 49 (1477): Il Signore si è degnato di sanare, perfezionare ed elevare questo amore (coniugale) con uno speciale dono di grazia e carità. Un tale amore, unendo assieme valori umani e divini, conduce gli sposi al libero e mutuo dono di se stessi, che si esprime mediante sentimenti e gesti di tenerezza e pervade tutta quanta la vita dei coniugi anzi, diventa più perfetto e cresce proprio mediante il generoso suo esercizio. È ben superiore, perciò, alla pura attrattiva erotica che, egoisticamente coltivata, presto e miseramente svanisce.
Questo amore è espresso e sviluppato in maniera tutta particolare dall’esercizio degli atti che sono propri del matrimonio. Ne consegue che gli atti coi quali i coniugi si uniscono in casta intimità sono onesti e degni; compiuti in modo veramente umano, favoriscono la mutua donazione che essi significano ed arricchiscono vicendevolmente nella gioia e nella gratitudine gli sposi stessi. Quest’amore, ratificato da un impegno mutuo e soprattutto consacrato da un sacramento di Cristo, resta indissolubilmente fedele nella prospera e cattiva sorte, sul piano del corpo e dello spirito; di conseguenza esclude ogni adulterio e ogni divorzio. L’unità del matrimonio, confermata dal Signore, appare in maniera lampante anche dalla uguale dignità personale che bisogna riconoscere sia all’uomo che alla donna nel mutuo e pieno amore.
Per tener fede costantemente agli impegni di questa vocazione cristiana si richiede una virtù fuori del comune; è per questo che i coniugi, resi forti dalla grazia per una vita santa, coltiveranno assiduamente la fermezza dell’amore, la grandezza d’animo, lo spirito di sacrificio e li domanderanno nella loro preghiera. Ma l’autentico amore coniugale godrà più alta stima e si formerà al riguardo una sana opinione pubblica, se i coniugi cristiani danno testimonianza di fedeltà e di armonia nell’amore come anche di sollecitudine nell’educazione dei figli, e se assumono la loro responsabilità nel necessario rinnovamento culturale, psicologico e sociale a favore del matrimonio e della famiglia.
I giovani siano adeguatamente istruiti, molto meglio se in seno alla propria famiglia, sulla dignità dell’amore coniugale, sulla sua funzione e le sue espressioni; così che, formati nella stima della castità, possano ad età conveniente passare da un onesto fidanzamento alle nozze.
 
Clemente di Roma, La seconda lettera ai Corinti, 5-6: Voi sapete, fratelli, che il nostro pellegrinaggio in questa carne, su questo mondo, è breve e dura pochi giorni; la promessa di Cristo, invece, è grande, meravigliosa, come grande e meraviglioso è il riposo nella vita eterna. Che cos’altro dovremo compiere, allora, per conseguire questi beni, se non perseverare a vivere nella santità e nella giustizia, tenendo ben presente che tutti i valori riconosciuti tali da parte di questo mondo sono estranei a noi cristiani? Poiché è quando desideriamo possedere tali beni che disertiamo la via della giustizia.
Ammonisce, infatti, il Signore: Nessuno può servire due padroni (Mt 6,24; Lc 16,13). Se noi, pertanto, avremo la pretesa di servire sia Dio che Mammona, ne riceveremo un grave danno: Che cosa giova, infatti, guadagnare tutto il mondo, se poi si perde la propria anima? (Mt 16,26; Mc 8,36; Lc 9,25).
Questo mondo e l’altro sono due nemici: l’uno induce all’adulterio, alla corruzione, all’avidità di ricchezze, all’inganno; l’altro, al contrario, impone la rinuncia a tutti questi vizi. Non possiamo pertanto essere contemporaneamente amici di tutti e due. L’unica strada per noi possibile consiste nel rinunciare a questo mondo e nel servire quell’altro, detestando i beni terreni, meschini e fugaci e corruttibili, e amando i beni celesti, che sono incorruttibili. Sarà unicamente compiendo la volontà di Cristo, infatti, che troveremo il riposo eterno; qualora invece ci mostreremo disobbedienti ai suoi comandamenti, non vi sarà nulla che sarà in grado di liberarci dall’eterno castigo.
 
La partecipazione ai tuoi sacramenti
ci salvi, o Signore,
e confermi noi tutti nella luce della tua verità.
Per Cristo nostro Signore.
 
 
 
 12 Agosto 2021
 
Giovedì XIX Settimana T. O.
 
Gs 3,7-10.11.13-17; Sal 113A; Mt 18,21-19,1
 
Il Santo del Giorno - 12 Agosto 2021 - Sant’Euplo (Euplio) di Catania Diacono e martire: La popolarità di sant’Agata a Catania ha oscurato un altro martire, il concittadino sant’Euplo (o Euplio), diacono, che subì il martirio «sotto il nono consolato di Diocleziano e l’ottavo di Massimiano, la vigilia delle idi di agosto, a Catania», cioè il 12 agosto 304. Questi dati provengono da un antico documento, «la Passione di sant’Euplo», che racconta le ultime ore del diacono. Davanti al tribunale che lo processava Euplo gridò ad alta voce: «Io sono cristiano; desidero morire per il nome di Cristo». Non volendo per nessuna ragione abiurare la sua fede, il governatore della città, Calviniano, ordinò che fosse decapitato. Gli fu posto al collo il Vangelo che portava al momento dell’arresto; davanti a lui un araldo gridava: «Euplo, cristiano, nemico degli dèi e degli imperatori!». Euplo, tutto contento, ripeteva senza posa: «Grazie a Cristo Dio». Affrettava il passo come se andasse alla incoronazione. Arrivato sul luogo del supplizio si mise in ginocchio e pregò a lungo. Poi presentò la testa e fu decapitato. (Avvenire)
 
Colletta: Dio onnipotente ed eterno, guidati dallo Spirito Santo, osiamo invocarti con il nome di Padre: fa’ crescere nei nostri cuori lo spirito di figli adottivi, perché possiamo entrare nell’eredità che ci hai promesso. Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
Le lotte legittime e il perdono - Enciclica Fratelli tutti 241: Non si tratta di proporre un perdono rinunciando ai propri diritti davanti a un potente corrotto, a un criminale o a qualcuno che degrada la nostra dignità. Siamo chiamati ad amare tutti, senza eccezioni, però amare un oppressore non significa consentire che continui ad essere tale; e neppure fargli pensare che ciò che fa è accettabile. Al contrario, il modo buono di amarlo è cercare in vari modi di farlo smettere di opprimere, è togliergli quel potere che non sa usare e che lo deforma come essere umano. Perdonare non vuol dire permettere che continuino a calpestare la dignità propria e altrui, o lasciare che un criminale continui a delinquere. Chi patisce ingiustizia deve difendere con forza i diritti suoi e della sua famiglia, proprio perché deve custodire la dignità che gli è stata data, una dignità che Dio ama. Se un delinquente ha fatto del male a me o a uno dei miei cari, nulla mi vieta di esigere giustizia e di adoperarmi affinché quella persona - o qualunque altra - non mi danneggi di nuovo né faccia lo stesso contro altri. Mi spetta farlo, e il perdono non solo non annulla questa necessità bensì la richiede.
242. Ciò che conta è non farlo per alimentare un’ira che fa male all’anima della persona e all’anima del nostro popolo, o per un bisogno malsano di distruggere l’altro scatenando una trafila di vendette. Nessuno raggiunge la pace interiore né si riconcilia con la vita in questa maniera. La verità è che «nessuna famiglia, nessun gruppo di vicini, nessuna etnia e tanto meno un Paese ha futuro, se il motore che li unisce, li raduna e copre le differenze è la vendetta e l’odio. Non possiamo metterci d’accordo e unirci per vendicarci, per fare a chi è stato violento la stessa cosa che lui ha fatto a noi, per pianificare occasioni di ritorsione sotto forme apparentemente legali». Così non si guadagna nulla e alla lunga si perde tutto.
 
I Lettura: Giosuè è il successore di Mosè ed introdurrà il popolo d’Israele nella terra promessa. Dio lo renderà grande “agli occhi di tutto Israele”, perché sappiano che come Dio è stato con Mosè, così sarò con lui. Dio è rivelato come Dio vivente (v. 10) in quanto agisce efficacemente nella storia.
 
Vangelo: Il perdono è una colonna portante del cristianesimo, perché esso è una condizione inderogabile per entrare nel Regno di Dio. A Pietro che vorrebbe mettere dei limiti a questa esigenza neotestamentaria, Gesù indica una misura che è senza misura: “Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette”, cioè sempre, perché abbiamo bisogno del perdono di Dio. Il modello della domanda e quello della risposta calca Gen 4,24: “Sette volte sarà vendicato Caino, ma Lamec settantasette”.
Anche se la vendetta era una legge sacra in tutto l’oriente e il perdono era considerato umiliante, il precetto del perdono è conosciuto dall’Antico Testamento soprattutto dai libri sapienziali (cfr. Sir 28,2-7, imperfettamente con la “legge del taglione” [Es 21,25]). Gesù esige non soltanto una misura senza misura, ma che il perdono fiorisca generosamente dal cuore.
 
Vangelo secondo Matteo 18,21-19,1: In quel tempo, Pietro si avvicinò a Gesù e gli disse: «Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?». E Gesù gli rispose: «Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette. Per questo, il regno dei cieli è simile a un re che volle regolare i conti con i suoi servi. Aveva cominciato a regolare i conti, quando gli fu presentato un tale che gli doveva diecimila talenti. Poiché costui non era in grado di restituire, il padrone ordinò che fosse venduto lui con la moglie, i figli e quanto possedeva, e così saldasse il debito. Allora il servo, prostrato a terra, lo supplicava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa”. Il padrone ebbe compassione di quel servo, lo lasciò andare e gli condonò il debito. Appena uscito, quel servo trovò uno dei suoi compagni, che gli doveva cento denari. Lo prese per il collo e lo soffocava, dicendo: “Restituisci quello che devi!”. Il suo compagno, prostrato a terra, lo pregava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò”. Ma egli non volle, andò e lo fece gettare in prigione, fino a che non avesse pagato il debito. Visto quello che accadeva, i suoi compagni furono molto dispiaciuti e andarono a riferire al loro padrone tutto l’accaduto. Allora il padrone fece chiamare quell’uomo e gli disse: “Servo malvagio, io ti ho condonato tutto quel debito perché tu mi hai pregato. Non dovevi anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?”. Sdegnato, il padrone lo diede in mano agli aguzzini, finché non avesse restituito tutto il dovuto. Così anche il Padre mio celeste farà con voi se non perdonerete di cuore, ciascuno al proprio fratello». Terminati questi discorsi, Gesù lasciò la Galilea e andò nella regione della Giudea, al di là del Giordano.
 
Benedetto Prete (I Quattro Vangeli): versetti 21-22: Il passo è una ripresa di quanto è stato detto in 18, 15-18 e costituisce in pari tempo un’introduzione alla parabola seguente (18, 23-35). Pietro, rifacendosi alla promessa di Cristo che lo riguardava (cf. Mt., 16, 19) ed alle parole intorno alla correzione fraterna (cf. 18, 15-18) chiede una spiegazione. Se il mio fratello pecca contro di me; Pietro aggiunge questa precisazione «contro di me», la quale accentua la sua particolare posizione nella Chiesa. Fino a sette volte? Sette è un numero rotondo che per i Semiti indica pienezza, completezza; Pietro intende dire che bisogna essere generosi. Gesù gli risponde che questa generosità non deve aver limiti nel regno di Dio, poiché il Signore (come insegnerà più esplicitamente la parabola che segue, cf. 18, 23-35) perdona largamente e condona i debiti più grandi. Fino a settanta volte sette (meglio di: settantasette volte, come hanno alcuni Padri), il numero non indica un multiplo di sette, ma la generosità che deve avere nel perdono colui che possiede lo spirito del regno dei cieli e conosce che il perdono del prossimo è condizione del perdono di Dio per i propri peccati. Queste parole non sono una condiscendenza al male, ma esprimono un’illimitata generosità: a chi ha mancato ed è pentito occorre sempre concedere il perdono.
versetto 23: Il tema del perdono è sviluppato con la parabola del servo spietato; in essa si susseguono tre scene (la misericordia 22-27; la crudeltà, 28-30; la giustizia, 31-34) che convergono verso l’epilogo nel quale è indicata la ragione ultima del perdono. Con i suoi servi, nell’Oriente antico e nella Bibbia sono chiamati servi anche alti funzionari del re; cf. 1 Samuele, 8, 14; 2 Re, 5, 6. Il servo indica qui un ministro o un governatore.
versetto 35: L’epilogo non contiene una esortazione, bensì una minaccia. Esso stabilisce un parallelo tra la condotta del re e quella di Dio. Gesù non fa l’applicazione delle due cifre (10000 talenti e 100 denari) indicate dalla parabola, perché le nostre offese al prossimo ed a Dio non possono essere espresse con dei numeri, ma risulta con evidenza che il nostro debito con il Signore non va messo sul medesimo piano di quello che il prossimo può avere verso di noi. Il Padre celeste esige che noi chiediamo perdono a Lui e che perdoniamo agli altri; la prima condizione è contenuta implicitamente nella parabola, la seconda invece è sviluppata con chiarezza da essa. Di tutto cuore, cioè senza riserve e senza limiti.
 
Così anche il Padre mio celeste farà con voi se non perdonerete di cuore, ciascuno al proprio fratello: Angelo Lancellotti (Matteo): di cuore: letteralmente: «dai vostri cuori». La legge del perdono che Gesù impone ai suoi non si ferma alla superficie, ma raggiunge le profondità più intime dell’essere umano: mente, volontà, sentimento. Il cristiano, secondo l’esortazione di S. Paolo, in quanto eletto di Dio, a lui consacrato e da lui amato, deve rivestirsi di tenera compassione, sopportare e perdonare: proprio come il Signore ha perdonato a lui (cf Col 3, 12-13). e c’è una misura, essa è quella del perdono di Dio: «siate misericordiosi, come misericordioso è il Padre celeste» (Lc 6,36). E tale misura è rimessa da Gesù sulla bocca del discepolo in preghiera: «Rimetti a noi i nostri debiti, come noi li rimettiamo ai nostri debitori» (6,12). Ma il perdono delle offese non è un insegnamento nuovo nella rivelazione biblica, anche se nuova è l’insistenza con cui esso appare nel N. T. L’A. T, già, con la norma del «taglione», aveva cercato di porre un argine alla vendetta smisurata (Es 21,25), e nei confronti del «fratello», del «prossimo», aveva proibito l’odio e il rancore (cf Lv I 9,16-18). Più tardi, per opera della letteratura sapienziale, si scoprì il rapporto che esisteva fra il perdono chiesto a Dio e il perdono che l’orante deve accordare al suo simile. Ben Sirac così scriveva: « Perdona al prossimo tuo la sua ingiuria e quando tu preghi, ti saranno rimessi i tuoi peccati. Un uomo ha rancore verso un altro uomo, e osa chiedere al Signore la sua guarigione? Egli non ha pietà di un uomo simile a lui e intanto supplica per i suoi peccati! Se egli, che pure è carne ha rancore, chi e pierà i suoi peccati? Pensa all’alleanza dell’ Altissimo e trascura l’offesa» (Sir 28,2-7).
 
Perdono (perdonare) - Eleonore Beck: La Bibbia usa diversi termini per perdono, i quali spesso sono tradotti in maniera diversa: annullare, allontanare, rimettere, coprire, velare, togliere, riconciliare, cancellare, pagare, estinguere.
a) Il problema del perdono si fa grave soltanto sullo sfondo della colpa nella quale l’uomo incorre in rapporto agli altri, e con ciò stesso nei confronti di Dio.
La colpa fa indissolubilmente parte dell’esistenza dell’uomo, nessuno può liberarsene da solo. La colpa distorce il rapporto dialogico fra gli uomini e il rapporto con Dio; il perdono lo ristabilisce.
b) L’AT riserva il perdono a Dio (Es 34,9; Ger 5,1 ecc.); la sua misericordia è maggiore di ogni colpa, egli rinuncia al castigo, il suo perdono copre la colpa (Sal 32,1; 103,8-18). Egli perdona a chi si converte, e gli dona una vita nuova. I sacrifici possono ottenere la riconciliazione e conseguire il perdono per il peccatore.
c) Nel T il perdono non è più riservato solo a Dio. Gesù ha il potere sulla terra di rimettere i peccati (Mc 2,5.10s ecc.). Egli frequenta pubblicani e peccatori (Mt 9,9-13 ecc.). Sulla croce egli implora perdono per coloro che lo perseguitano (Lc 23,34), dalla croce il suo perdono dei peccati vale per i giudei (At 13,38) e per i pagani (10,34 ecc.). Nella vita e nella morte di Gesù avviene la riconciliazione definitiva e insopprimibile (Mc 10,45).
d) Il potere di rimettere i peccati è conferito agli apostoli (Gv 20,23); presupposto del p. è la conversione e la confessione del peccato (Lc 24,47; At 2,38 ecc.). Il perdono è reso possibile dal fatto che Gesù, soffrendo e morendo, ha ottenuto da Dio la riconciliazione. Senza spargimento di sangue non si dà riconciliazione (Eb 9,22). Noi otteniamo il perdono in Cristo (Ef 1,7), per mezzo del suo nome (At 10,43), mediante il battesimo (At 2,38).
e) Il perdono viene offerto a tutti gli uomini mediante l’annuncio delle azioni salvifiche di Dio. Coloro che personalmente hanno ottenuto il perdono hanno il compito di trasmettere il messaggio (Gv 21,15-17; 1Tm 1,12-16) a tutti gli uomini (Lc 24,47). A loro s’impone anche di perdonarsi vicendevolmente, così come essi ricevono perdono (Mt 18,21; Ef 4,32; Col 3,12ss; ecc.). L’uomo che si rifiuta di perdonare non può ottenere il perdono da Dio (Mt 6,12.14-15; 18,23ss). 

Vendita forzata - Cirillo di Alessandria, Frammento 217: La vendita forzata di sua moglie e del resto della famiglia mostra la completa e totale separazione dalla gioie di Dio. Infatti la vendita rappresenta in modo chiaro l' alienazione da Dio. E coloro che sono alienati da Dio sono quelli che odono queste amare e spaventose parole: Allontanatevi da me, operatori d'iniquità, poiché io non vi conosco (Mt 7, 23; Lc 13,27).

La partecipazione ai tuoi sacramenti
ci salvi, o Signore,
e confermi noi tutti nella luce della tua verità.
Per Cristo nostro Signore.