11 Agosto 2021
 
Santa Chiara, Vergine - Memoria
 
Dt 34,1-12; Salmo 65 (66); Mt 18,15-20
 
Il Santo del Giorno - 11 Luglio 2021 - Santa Chiara d’Assisi: Ha appena dodici anni Chiara, nata nel 1194 dalla nobile e ricca famiglia degli Offreducci, quando Francesco d’Assisi compie il gesto di spogliarsi di tutti i vestiti per restituirli al padre Bernardone. Conquistata dall’esempio di Francesco, la giovane Chiara sette anni dopo fugge da casa per raggiungerlo alla Porziuncola. Il santo le taglia i capelli e le fa indossare il saio francescano, per poi condurla al monastero benedettino di S. Paolo, a Bastia Umbra, dove il padre tenta invano di persuaderla a ritornare a casa. Si rifugia allora nella Chiesa di San Damiano, in cui fonda l’Ordine femminile delle «povere recluse» (chiamate in seguito Clarisse) di cui è nominata badessa e dove Francesco detta una prima Regola. Chiara scrive successivamente la Regola definitiva chiedendo ed ottenendo da Gregorio IX il «privilegio della povertà». Per aver contemplato, in una Notte di Natale, sulle pareti della sua cella il presepe e i riti delle funzioni solenni che si svolgevano a Santa Maria degli Angeli, è scelta da Pio XII quale protettrice della televisione. Erede dello spirito francescano, si preoccupa di diffonderlo, distinguendosi per il culto verso il SS. Sacramento che salva il convento dai Saraceni nel 1243. (Avvenire)
 
Colletta: Dio misericordioso, che hai ispirato a santa Chiara un ardente amore per la povertà evangelica, per sua intercessione concedi anche a noi di seguire Cristo povero e umile, per godere della tua visione nella perfetta letizia del tuo regno. Per il nostro Signore.
 
I santi mostrano il vero volto di Dio: Benedetto XVI (Angelus, 9 agosto 2009): Tutti i santi, ma in particolare i martiri, sono testimoni di Dio, che è Amore: Deus caritas est. I lager nazisti, come ogni campo di sterminio, possono essere considerati simboli estremi del male, dell’inferno che si apre sulla terra quando l’uomo dimentica Dio e a Lui si sostituisce, usurpandogli il diritto di decidere che cosa è bene e che cosa è male, di dare la vita e la morte. Purtroppo però questo triste fenomeno non è circoscritto ai lager. Essi sono piuttosto la punta culminante di una realtà ampia e diffusa, spesso dai confini sfuggenti. I santi, che ho brevemente ricordato (santa Teresa Benedetta della Croce - Edith Stein ... san Massimiliano Kolbe.. san Ponziano Papa, sant’Ippolito sacerdote e san Lorenzo diacono...), ci fanno riflettere sulle profonde divergenze che esistono tra l’umanesimo ateo e l’umanesimo cristiano; un’antitesi che attraversa tutta quanta la storia, ma che alla fine del secondo millennio, con il nichilismo contemporaneo, è giunta ad un punto cruciale, come grandi letterati e pensatori hanno percepito, e come gli avvenimenti hanno ampiamente dimostrato. Da una parte, ci sono filosofie e ideologie, ma sempre più anche modi di pensare e di agire, che esaltano la libertà quale unico principio dell’uomo, in alternativa a Dio, e in tal modo trasformano l’uomo in un dio, ma è un dio sbagliato, che fa dell’arbitrarietà il proprio sistema di comportamento. Dall’altra, abbiamo appunto i santi, che, praticando il Vangelo della carità, rendono ragione della loro speranza; essi mostrano il vero volto di Dio, che è Amore, e, al tempo stesso, il volto autentico dell’uomo, creato a immagine e somiglianza divina.
 
I Lettura: La vita terrena per Mosè è giunta al capolinea. In una visione, sul monte Nebo, il Signore gli mostra tutta la terra promessa, nella quale non entrerà (cfr. Dt 4,21), ma di cui prende possesso per il popolo (cfr. Gen 13,14-15). La terra “è ricordata in questo momento con nomi di regioni che sono anche nomi di tribù. Mosè non può vederla tutta materialmente, poiché da Moab se ne vede solo una piccola parte, ma la visione che gli è attribuita è simbolica. Per Mosè non era necessaria la visione degli occhi, poiché la portava dentro tutta intera. Per il popolo quello che Mosè poteva vedere [Dt 3,27] era una presa di possesso anticipata, come era già stato lo sguardo che le aveva dato Abramo Gen [13,14ss] (Angel Gonzáles, Commento della Bibbia Liturgica).
 
Vangelo: Il Vangelo vuol suggerire una prassi per riconciliare la comunità con il fratello che ha peccato contro di essa. Con il potere di legare e di sciogliere, viene stabilito il principio dell’autorità della Chiesa locale. Tale potestà si esplica, in primo luogo, nel campo legislativo, al quale va congiunto quello giudiziario: quello, cioè, di costatare e valutare i delitti e applicare le pene.
 
Dal Vangelo secondo Matteo 18,15-20: In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Se il tuo fratello commetterà una colpa contro di te, va’ e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello; se non ascolterà, prendi ancora con te una o due persone, perché ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni. Se poi non ascolterà costoro, dillo alla comunità; e se non ascolterà neanche la comunità, sia per te come il pagano e il pubblicano. In verità io vi dico: tutto quello che legherete sulla terra sarà legato in cielo, e tutto quello che scioglierete sulla terra sarà sciolto in cielo. In verità io vi dico ancora: se due di voi sulla terra si metteranno d’accordo per chiedere qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli gliela concederà. Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro».
 
Il XVIII capitolo del Vangelo di Matteo viene denominato discorso ecclesiastico, perché raccoglie le direttive date da Gesù ai suoi discepoli atte a regolare la vita della comunità. Oggi si proclamano i versetti riguardanti la correzione fraterna e la preghiera comunitaria, che assicura in mezzo ai credenti la presenza del Risorto. La correzione fraterna deve rispettare un iter ben preciso: inizialmente, la correzione sarà privata, tra fratello e fratello; se lo scopo non è raggiunto segue quella semipubblica, davanti a una o due persone, perché ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni; ad un ulteriore fallimento, segue quella pubblica, davanti alla comunità; se anche questo terzo tentativo fallisce, allora, il fratello dovrà essere considerato come il pagano e il pubblicano. In quest’ultima soluzione non vanno colti sentimenti di vendetta o di acrimonia o di disprezzo, ma solo la condanna del peccato e il tentativo di guadagnare il fratello. Questa prassi si consolidò nella Chiesa. Fu seguita anche dall’Apostolo Paolo quando dovette affrontare il caso dell’incestuoso della comunità di Corinto (1Cor 5,5). In verità io vi dico: tutto quello che legherete sulla terra sarà legato in cielo: è “la stessa parola rivolta a Pietro in 16,19, estesa qui alla Chiesa come tale. Con il conferimento di tale autorità si vuole mettere in risalto la perfetta identità che intercorre tra il giudizio proferito dalla Chiesa sulla terra e quello dato da Dio in cielo” (Angelo Lancellotti, Matteo). Infine, la pericope sulla preghiera, che chiude il Vangelo, ci suggerisce gli elementi fondanti della preghiera cristiana: la pace, la concordia, la carità fraterna. Elevata al Cielo in questa cornice di sincera comunione fraterna, e nel nome di Gesù, la preghiera è efficace e ottiene tutto.
 
Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro - Wolfgang Trilling (Vangelo secondo Matteo): Qui l’accento non è posto sulla «preghiera nel nome di Gesù», ma sulla comunione. I fratelli devono intendersi a vicenda e giungere a accordo su ciò che vogliono chiedere; bastano due fratelli soltanto, numero minimo della comunità, per render sicura la promessa. Tra cielo e terra sussiste una relazione reciproca immediata. Una richiesta, decisa insieme e insieme presentata a Dio, verrà sicuramente esaudita. Con ciò non si vuol dire che la preghiera privata del singolo non abbia tale sicurezza, ma solo che la preghiera comune ha garanzia assoluta di trovare ascolto presso «il Padre mio che è nei cieli». Chi prega così, si riconosce e si comporta come «un bambino»; nella scelta del che cosa chiedere e nella forza della preghiera comune non si fida di se stesso, ma dell’intelligenza dei fratelli e con loro confida nella potenza di Dio. Soggetto della preghiera non è specificato; «qualunque cosa» è un’espressione generica. Si può pensare a domande, formulate in spirito di fede e di comunione con Dio e Gesù, che vengono riconosciute importanti e degne di essere esaudite. L’accordo fra due o più persone sul che cosa chiedere è una garanzia. Si deve però rispettare il legame tra la disciplina della comunità e la sua preghiera. L’attenzione fraterna per il peccatore e la preghiera sono collegate fra loro e ordinate luna all’altra. Tra le intenzioni di preghiera della Chiesa c’è l’intercessione per i fratelli che hanno commesso «una colpa». I gesti del correggere e dell’ammonire fraterno, del produrre testimoni, del pronunciare la sentenza, dell’escludere e dell’accogliere di nuovo, sono accompagnati e sostenuti dalla preghiera comune strada della Chiesa è quella di non condannare eternamente nessuno; di effondere la misericordia di Dio a tutte le persone che la chiedono con cuore sincero […]. Perché la carità vera è sempre immeritata, incondizionata e gratuita!». Pertanto, «sono da evitare giudizi che non tengono conto della complessità delle diverse situazioni, ed è necessario essere attenti al modo in cui le persone vivono e soffrono a motivo della loro condizione». Si tratta di integrare tutti, si deve aiutare ciascuno a trovare il proprio modo di partecipare alla comunità ecclesiale, perché si senta oggetto di una misericordia “immeritata, incondizionata e gratuita”. Nessuno può essere condannato per sempre, perché questa non è la logica del Vangelo! Non mi riferisco solo ai divorziati che vivono una nuova unione, ma a tutti, in qualunque situazione si trovino. Ovviamente, se qualcuno ostenta un peccato oggettivo come se facesse parte dell’ideale cristiano, o vuole imporre qualcosa di diverso da quello che insegna la Chiesa, non può pretendere di fare catechesi o di predicare, e in questo senso c’è qualcosa che lo separa dalla comunità (cfr. Mt 18,17). Ha bisogno di ascoltare nuovamente l’annuncio del Vangelo e l’invito alla conversione. Ma perfino per questa persona può esserci qualche maniera di partecipare alla vita della comunità: in impegni sociali, in riunioni di preghiera, o secondo quello che la sua personale iniziativa, insieme al discernimento del Pastore, può suggerire. Riguardo al modo di trattare le diverse situazioni dette “irregolari”, i Padri sinodali hanno raggiunto un consenso generale, che sostengo: «In ordine ad un approccio pastorale verso le persone che hanno contratto matrimonio civile, che sono divorziati e risposati, o che semplicemente convivono, compete alla Chiesa rivelare loro la divina pedagogia della grazia nella loro vita e aiutarle a raggiungere la pienezza del piano di Dio in loro», sempre possibile con la forza dello Spirito Santo.
 
Santa Chiara d’Assisi: “Chiara di Assisi, con la sua vita totalmente rivolta al Signore, richiama alla Chiesa di oggi l’assoluta priorità di Dio e del suo regno, la perla preziosa per la quale vale la pena abbandonare tutto e persino rinchiudersi per sempre in un monastero. E ci indica in Gesù l’unica Via da seguire per tornare alla casa del Padre dove, soltanto, possiamo ritrovare la verità della nostra umanità: «Il Figlio di Dio è divenuto per noi via», scriveva Chiara nel suo Testamento. Se Chiara ha abbracciato la povertà e la minorità come condizione di vita, lo ha fatto perché ha visto in esse la modalità concreta per vivere nella propria carne il mistero dell’Incarnazione, la logica rovesciata delle Beatitudini evangeliche che sono lo sguardo di Dio sul mondo. E il frutto di una vita donata completamente a Cristo come unico Sposo, nella conversione paziente e perseverante alla logica redentrice del Vangelo, non può che essere la carità, «l’unità dell’amore reciproco, che è il vincolo della perfezione» [Regola, 10,7]. Anche in questo Chiara è di un’attualità sorprendente. La discepola di Francesco ha voluto che nella sua comunità l’abbadessa fosse la serva di tutte le sorelle e che le sorelle si amassero e servissero reciprocamente più di quanto una madre ama la propria figlia carnale [cfr. Regola, 8,16). Nella nostra società dove assistiamo da una parte a un individualismo esasperato e alla spersonalizzazione delle relazioni, dall’altra alla difficoltà di integrazione tra le diverse culture, l’esperienza di Chiara e delle Sorelle povere è un annuncio silenzioso che la comunione è realtà possibile ed è, pur con tutti i nostri limiti e povertà, anticipo del mondo nuovo. Una comunione profondamente umana e insieme divina, perché frutto dello Spirito; una comunione che non è annullamento delle diversità e delle personalità di ciascuna, ma reciproca accoglienza attraverso l’«esodo» pasquale da se stessi nella semplicità del vivere quotidiano. «Il modello di unità a cui bisogna tendere – scriveva Joseph Ratzinger nel suo stupendo libro Introduzione al cristianesimo – non è l’indivisibilità dell’atomo, della più piccola particella non più scindibile; la suprema forma di unità è invece l’unità creata dall’amore. L’unità dei molti, che nasce dall’amore, è un’unità più radicale, più vera di quella dell’atomo». Amore a Dio e amore fraterno, ci dice Chiara, non sono in opposizione, anzi, sono due aspetti inseparabili dell’unico amore” (www.assisisantachiara.it).
 
Rinvigoriti dalla partecipazione ai santi doni,
ti preghiamo, Signore Dio nostro:
fa’ che sull’esempio di santa Chiara
portiamo nel nostro corpo
la passione di Cristo Gesù,
per aderire a te, unico e sommo bene.
Per Cristo nostro Signore.
 
 10 Agosto 2021
 
SAN LORENZO, DIACONO E MARTIRE – FESTA
 
2Cor 9,6-10; Salmo 111 (112); Gv 12,24-26
 
Il Santo del Giorno - 10 Agosto 2021 - San Lorenzo - Lorenzo. Il fuoco del Vangelo e i poveri, il vero tesoro della Chiesa: Secondo la tradizione - forse leggendaria - san Lorenzo fu martirizzato con il fuoco, bruciato sopra una graticola che il diacono romano affrontò con incredibile coraggio e determinazione. In realtà la biografia di questo antico testimone della fede è carente di dati storici certi, anche se quasi sicuramente la sua morte avvenne nel 258 durante la persecuzione anticristiana voluta dall’imperatore Valeriano. L’impero vacillava e si decise di colpire i pastori cristiani, sequestrando i beni della Chiesa. Ma Lorenzo, di fronte alla richiesta di consegnare il “tesoro” della comunità romana alle autorità, mostrò i poveri: essi, disse, sono l’unica ricchezza della Chiesa. Era evidente che in lui ardeva un fuoco, quello del Vangelo, ben più grande di quello della graticola cui fu sottoposto.  (Autore: Matteo Liut)
 
Colletta: Sii propizio a noi tuoi fedeli, o Signore, e donaci in abbondanza i tesori della tua grazia, perché, ardenti di speranza, fede e carità, restiamo sempre vigilanti nel custodire i tuoi comandamenti. Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
La forza del martirio nasce...: Benedetto XVI (Udienza Generale, 11 agosto 2010): Da dove nasce la forza per affrontare il martirio? Dalla profonda e intima unione con Cristo, perché il martirio e la vocazione al martirio non sono il risultato di uno sforzo umano, ma sono la risposta ad un’iniziativa e ad una chiamata di Dio, sono un dono della Sua grazia, che rende capaci di offrire la propria vita per amore a Cristo e alla Chiesa, e così al mondo. Se leggiamo le vite dei martiri rimaniamo stupiti per la serenità e il coraggio nell’affrontare la sofferenza e la morte: la potenza di Dio si manifesta pienamente nella debolezza, nella povertà di chi si affida a Lui e ripone solo in Lui la propria speranza (cfr. 2Cor 12,9). Ma è importante sottolineare che la grazia di Dio non sopprime o soffoca la libertà di chi affronta il martirio, ma al contrario la arricchisce e la esalta: il martire è una persona sommamente libera, libera nei confronti del potere, del mondo; una persona libera, che in un unico atto definitivo dona a Dio tutta la sua vita, e in un supremo atto di fede, di speranza e di carità, si abbandona nelle mani del suo Creatore e Redentore; sacrifica la propria vita per essere associato in modo totale al Sacrificio di Cristo sulla Croce. In una parola, il martirio è un grande atto di amore in risposta all’immenso amore di Dio.
 
I Lettura: Ha largheggiato, ha dato ai poveri, la sua giustizia dura in eterno ... qui l’apostolo Paolo “citare il passo di Pr 22,8 secondo l’antica versione dei Settanta. Il dono, accompagnato dalla gioia spontanea e libera, è una porta aperta all’esperienza dell’amore di Dio” (Antonio Girlanda).
 
Vangelo: L’immagine del chicco di grano che deve cadere in terra, che deve marcire e morire per portare frutto, visualizza la via che il Padre ha scelto per raggiungere gli uomini per salvarli dal peccato e liberarli dall’oscuro dominio della morte. È la via della Croce percorsa dal Figlio, obbediente alla volontà del Padre «fino alla morte e a una morte di Croce» (Fil 2,8) ed è la via che i discepoli, sull’esempio del loro Maestro, devono percorrere se vogliono che la loro vita porti abbondanti frutti di santità e di salvezza (Cf. Rom 8,17).
Nella logica pasquale «non c’è vita senza morte: ce lo suggerisce la piccola parabola del chicco di grano nel Vangelo di oggi. Il chicco si realizza in frutto di vita solo accettando il passaggio attraverso la morte / caduta in terra. È un momento dialettico e vitale, senza il quale non passa ad un livello superiore di vita. Se mi salvo come chicco, non porto frutti; se viceversa, muoio e mi nego come chicco porto molto frutto» (P. Rosario Scognamiglio).
 
Dal Vangelo secondo Giovanni 12,24-26: In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «In verità, in verità io vi dico: se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto. Chi ama la propria vita, la perde e chi odia la propria vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna. Se uno mi vuole servire, mi segua, e dove sono io, là sarà anche il mio servitore. Se uno serve me, il Padre lo onorerà».
 
Benedetto Prete (Vangelo secondo Giovanni): Chi ama la propria vita la perde…; le proposizioni sono strutturate in forma antitetica (amare-perdere; odiare-conservare); lo stesso principio che vale per Cristo e spiega la sua vita (vers. precedente), vale anche per i suoi discepoli e per la loro esistenza: bisogna esser disposti a sacrificare tutto nella vita terrena per ottenere la vita eterna.
Chi odia la propria vita ...; iperbole semitica che significa: non amare. Giovanni dà una formulazione incisiva e generale al detto di Cristo, riferito anche dai sinottici (cf. Mt., 10,39; 16,25; Mc., 8,35»; 9,24; 17,33); il principio vale per ogni discepolo di Gesù e per ogni tempo.
Chi mi vuol servire mi segua; l’espressione «chi mi vuol servire» designa il discepolo di Cristo, come risulta dai testi paralleli (cf. Mt., 16,24 e paralleli); il servo e il discepolo si equivalgono. «Mi segua è una formula compendiosa che significa: mi deve seguire portando la croce, imitando la mia morte. Dove io sono, là sarà anche il mio servo; Gesù si considera nella sua gloria (cf. 14,3; 17,24); quivi, cioè nella gloria del Padre, egli attende i suoi discepoli (il mio servo). Se qualcuno mi serve, il Padre lo onorerà; il discepolo di Cristo sarà glorificato dal Padre, cioè sarà associato alla gloria di Cristo.

Marco Galizzi (Vangelo secondo Giovanni): Gesù parlando del «chicco di grano che muore» e del «perdere la propria vita», parla di sé. Il fraseggiare, però, si è fatto parenetico e questo dice che Gesù non perde di vista i suoi discepoli; anzi, li vuole coinvolgere e, parlando di sé nella speranza, descrive anche il loro destino. Gesù sa che senza il sacrificio ogni missione rimane arida. La missione ha lo scopo di chiamare altri alla salvezza, ma suscita contrasti e opposizioni. Solo chi è disposto a perdere la propria vita in questo mondo non rimarrà solo, avrà per sé e per altri la vita eterna. Sono le fondamentali regole di ogni apostolato, di ogni servizio. Come Gesù-Servo si è consegnato quale agnello alla morte, ed è stato glorificato dal Padre, così chi serve e segue fino in fondo Gesù, il Padre lo onorerà. L’ora della glorificazione vale per il discepolo come per Gesù, che d’ora in poi contempleremo nel compimento della sua ora, che materialmente comporta rifiuto, sofferenza, morte. Anche Gesù è uomo e come tale non può non tremare e avere paura. Che fare?
 
Chi ama la propria vita, la perde e chi odia la propria vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna: Deus caritas est, 6: Come deve essere vissuto l’amore, perché si realizzi pienamente la sua promessa umana e divina? Una prima indicazione importante la possiamo trovare nel Cantico dei Cantici, uno dei libri dell’Antico Testamento ben noto ai mistici. Secondo l’interpretazione oggi prevalente, le poesie contenute in questo libro sono originariamente canti d’amore, forse previsti per una festa di nozze israelitica, nella quale dovevano esaltare l’amore coniugale. In tale contesto è molto istruttivo il fatto che, nel corso del libro, si trovano due parole diverse per indicare l’«amore». Dapprima vi è la parola «dodim» - un plurale che esprime l’amore ancora insicuro, in una situazione di ricerca indeterminata. Questa parola viene poi sostituita dalla parola «ahabà», che nella traduzione greca dell’Antico Testamento è resa col termine di simile suono «agape» che, come abbiamo visto, diventò l’espressione caratteristica per la concezione biblica dell’amore. In opposizione all’amore indeterminato e ancora in ricerca, questo vocabolo esprime l’esperienza dell’amore che diventa ora veramente scoperta dell’altro, superando il carattere egoistico prima chiaramente dominante. Adesso l’amore diventa cura dell’altro e per l’altro. Non cerca più se stesso, l’immersione nell’ebbrezza della felicità; cerca invece il bene dell’amato: diventa rinuncia, è pronto al sacrificio, anzi lo cerca. Fa parte degli sviluppi dell’amore verso livelli più alti, verso le sue intime purificazioni, che esso cerchi ora la definitività, e ciò in un duplice senso: nel senso dell’esclusività - «solo quest’unica persona» - e nel senso del «per sempre». L’amore comprende la totalità dell’esistenza in ogni sua dimensione, anche in quella del tempo. Non potrebbe essere diversamente, perché la sua promessa mira al definitivo: l’amore mira all’eternità. Sì, amore è «estasi», ma estasi non nel senso di un momento di ebbrezza, ma estasi come cammino, come esodo permanente dall’io chiuso in se stesso verso la sua liberazione nel dono di sé, e proprio così verso il ritrovamento di sé, anzi verso la scoperta di Dio: «Chi cercherà di salvare la propria vita la perderà, chi invece la perde la salverà» (Lc 17,33), dice Gesù - una sua affermazione che si ritrova nei Vangeli in diverse varianti (cfr. Mt 10,39; 16,25; Mc 8,35; Lc 9,24; Gv 12,25). Gesù con ciò descrive il suo personale cammino, che attraverso la croce lo conduce alla resurrezione: il cammino del chicco di grano che cade nella terra e muore e così porta molto frutto. Partendo dal centro del suo sacrificio personale e dell’amore che in esso giunge al suo compimento, egli con queste parole descrive anche l’essenza dell’amore e dell’esistenza umana in genere.
 
L’immagine del seme è usata molte volte nelle parabole dei vangeli sinottici, Matteo, Marco e Luca: il seme che cade in diversi terreni (cfr. Mt 12,3-8; Mc 4,3-9; Lc 8,5-8), il grano di senapa (cf Mt 12,31-32; Mc 4,30-32; Lc 13,18-21), il seme che spunta da solo (Mc 4,26-29). Per i tre evangelisti il seme è la parola di Dio oppure il Regno di Dio, ma per il quarto vangelo il seme è Gesù stesso. Con queste parole Gesù illustra la sua drammatica morte e dà inizio all’ora dell’abbandono. Sarà abbandonato dal suo popolo da lui tanto amato e beneficato (cfr. At 10,38); sarà abbandonato alla nequizia dei capi del Sinedrio, ubriachi e travolti da una ferocia bestiale che li rende incapaci di vedere nei segni compiuti da Gesù il dito di Dio (cfr. Lc 11,20). Sarà abbandonato dai suoi discepoli che lo lasceranno solo, immerso in una mortale agonia, a lottare contro il terrore della morte (cfr. Mt 26,36-46). Gesù si sentirà abbandonato anche dal Padre: «Adesso l’anima mia è turbata; che cosa dirò? Padre, salvami da quest’ora?» (Gv 12,27). È l’ora delle tenebre. Il mistero dell’iniquità (cfr. 2Ts 2,7) sembra palesarsi in tutta la sua bruttura. Viscido, come un torrente di liquami, sembra scivolare nelle coscienze degli uomini, violentandole, catturandole, rendendole schiave di progetti infernali: Gesù «intinto il boccone, lo prese e lo diede a Giuda, figlio di Simone Iscariota. Allora, dopo il boccone, Satana entrò in lui [...]. Egli, preso il boccone, subito uscì. Ed era notte» (Gv 13,27-30). Gesù sa che il Sinedrio ha emesso già una sentenza di morte, ma lui non cessa di amare. Anzi, parla della sua morte come “una necessità”: se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto. E la sua dolorosissima morte porterà molto frutto. Questa è la lezione più bella che viene dall’intero brano evangelico. La sua morte, la sua elevazione sulla Croce, sarà la prova suprema del suo amore e della sua fedeltà al Padre e agli uomini. Egli morirà crocifisso, elevato su una Croce si siederà su un trono di amore e di là, dall’alto della Croce, epifania della misericordia della santissima Trinità, Gesù riaccenderà l’amore là dove era spento e irradierà misericordia, comunione e bontà dove c’era solo odio, inimicizia, peccato e maledizione. Questo il frutto del seme caduto in terra!
 
Chi mi vuoi servire, segua Me … - Tauler (Prediche per la Domenica dopo i Santi e per l’esaltazione della santa Croce): qui è dato di riconoscere apertamente quali siano i veri servitori che servono Dio in verità: sono coloro che seguano Dio e lo seguono dove e come Egli li attira. Dio non attira i suoi servitori per una sola via né ad una sola opera né in un unico modo, ma li attira dove è Lui, cioè a tutte le opere, per tutte le vie e in tutti i modi; perché Dio è in tutte le cose purché buone. E non lo serve chi vuol servirlo in un modo da lui stesso prefissato ... ma chi va dietro a Lui, non secondo la propria volontà, ma secondo la volontà del Signore.
 
Saziati dai tuoi santi doni, ti preghiamo, o Signore:
il servizio sacerdotale, compiuto nella festa di san Lorenzo,
accresca in noi la grazia della tua salvezza.
Per Cristo nostro Signore.
 
 
 
9 Agosto 2021
 
Santa Teresa Benedetta della Croce, Vergine e Martire, Patrona d’Europa Festa
 
Os 2,16b.17b.21-22; Sal 44 (45); Mt 25,1-13
 
Il Santo del Giorno - 9 Agosto 2021 - Martirologio Romano: Santa Teresa Benedetta della Croce (Edith) Stein, vergine dell’Ordine delle Carmelitane Scalze e martire, che, nata ed educata nella religione ebraica, dopo avere per alcuni anni tra grandi difficoltà insegnato filosofia, intraprese con il battesimo una vita nuova in Cristo, proseguendola sotto il velo delle vergini consacrate, finché sotto un empio regime contrario alla dignità umana e cristiana fu gettata in carcere lontana dalla sua terra e nel campo di sterminio di Auschwitz vicino a Cracovia in Polonia fu uccisa in una camera a gas. 
 
Colletta: Dio dei nostri padri, che hai guidato la santa martire Teresa Benedetta [della Croce] alla conoscenza del tuo Figlio crocifisso e a seguirlo fedelmente fino alla morte, concedi, per sua intercessione, che tutti gli uomini riconoscono Cristo salvatore e giungano, per mezzo di lui, a contemplare in eterno il tuo volto. Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
Giovanni Paolo II (Omelia 11 Ottobre 1998)  Santa Teresa Benedetta della Croce giunse a capire che l’amore di Cristo e la libertà dell’uomo s’intrecciano, perché l’amore e la verità hanno un intrinseco rapporto. La ricerca della verità e la sua traduzione nell’amore non le apparvero in contrasto; essa, anzi, capì che si richiamavano a vicenda.
Nel nostro tempo la verità viene scambiata spesso con l’opinione della maggioranza. Inoltre è diffusa la convinzione che ci si debba servire della verità anche contro l’amore o viceversa. Ma la verità e l’amore hanno bisogno l’una dell’altro. Suor Teresa Benedetta ne è testimone. La “martire per amore”, che donò la sua vita per gli amici, non si fece superare da nessuno nell’amore. Allo stesso tempo ella cercò con tutta se stessa la verità, della quale scriveva: “Nessuna opera spirituale viene al mondo senza grandi travagli. Essa sfida sempre l’uomo intero”.
Suor Teresa Benedetta della Croce dice a noi tutti: Non accettate nulla come verità che sia privo di amore. E non accettate nulla come amore che sia privo di verità! L’uno senza l’altra diventa una menzogna distruttiva.
La nuova Santa ci insegna, infine, che l’amore per Cristo passa attraverso il dolore. Chi ama davvero non si arresta di fronte alla prospettiva della sofferenza: accetta la comunione nel dolore con la persona amata.
Consapevole di ciò che comportava la sua origine ebraica, Edith Stein ebbe al riguardo parole eloquenti: “Sotto la croce ho compreso la sorte del popolo di Dio... Infatti, oggi conosco molto meglio ciò che significa essere la sposa del Signore nel segno della Croce. Ma poiché è un mistero, con la sola ragione non potrà mai essere compreso”.
Il mistero della Croce pian piano avvolse tutta la sua vita, fino a spingerla verso l’offerta suprema. Come sposa sulla Croce, Suor Teresa Benedetta non scrisse soltanto pagine profonde sulla “scienza della croce”, ma fece fino in fondo il cammino alla scuola della Croce. Molti nostri contemporanei vorrebbero far tacere la Croce. Ma niente è più eloquente della Croce messa a tacere! Il vero messaggio del dolore è una lezione d’amore. L’amore rende fecondo il dolore e il dolore approfondisce l’amore.
Attraverso l’esperienza della Croce, Edith Stein poté aprirsi un varco verso un nuovo incontro col Dio d’Abramo, d’Isacco e di Giacobbe, Padre del nostro Signore Gesù Cristo. Fede e croce le si rivelarono inseparabili. Maturata alla scuola della Croce, ella scoprì le radici alle quali era collegato l’albero della propria vita. Capì che era molto importante per lei “essere figlia del popolo eletto e di appartenere a Cristo non solo spiritualmente, ma anche per un legame di sangue”.
 
I Lettura: La vita nel deserto, esperimentata durante l’esodo, ai tempi del profeta Osea appariva ormai come un ideale perduto: in quel luogo aspro l’uomo spoglio di ogni sostegno umano, come un bambino senza malizia, ascoltava la parola del Signore seguendolo fedelmente. Le nozze di Dio con il suo popolo nel deserto stanno quindi ad indicare che il Signore riporterà Israele a quella purezza di fede che aveva perduta per aver seguito le false divinità dei pagani.
 
Vangelo: La parabola “delle dieci vergini” è un’allegoria delle nozze di Cristo-Sposo con la Chiesa, sua diletta Sposa, ma è anche un pressante invito alla vigilanza. Stolti e saggi, tutti sono invitati a partecipare alle nozze, tutti vanno incontro al Signore, ma occorre l’olio della vigilanza per non essere colti dal sonno colpevole della infedeltà.
 
Dal Vangelo secondo Matteo 25,1-13: In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola: «Il regno dei cieli sarà simile a dieci vergini che presero le loro lampade e uscirono incontro allo sposo. Cinque di esse erano stolte e cinque sagge; le stolte presero le loro lampade, ma non presero con sé l’olio; le sagge invece, insieme alle loro lampade, presero anche l’olio in piccoli vasi. Poiché lo sposo tardava, si assopirono tutte e si addormentarono. A mezzanotte si alzò un grido: “Ecco lo sposo! Andategli incontro!”. Allora tutte quelle vergini si destarono e prepararono le loro lampade. Le stolte dissero alle sagge: “Dateci un po’ del vostro olio, perché le nostre lampade si spengono”. Le sagge risposero: “No, perché non venga a mancare a noi e a voi; andate piuttosto dai venditori e compratevene”. Ora, mentre quelle andavano a comprare l’olio, arrivò lo sposo e le vergini che erano pronte entrarono con lui alle nozze, e la porta fu chiusa. Più tardi arrivarono anche le altre vergini e incominciarono a dire: “Signore, signore, aprici!”. Ma egli rispose: “In verità io vi dico: non vi conosco”. Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l’ora».
 
Poiché lo sposo tardava... - Presso gli Ebrei le nozze venivano celebrate di notte. Il buio della notte era rischiarato da torce e da lampade ad olio portate dagli invitati. La sposa, nella casa del padre, in compagnia di giovani non maritate, attendeva la venuta dello sposo. Nel racconto di Gesù lo sposo arrivò in ritardo, per cui l’olio delle lampade incominciò a scarseggiare. Solo coloro che avevano portato olio in abbondanza furono in grado di rifornire le lampade e di accogliere lo sposo.
Le dieci vergini sono presentate con un aggettivo, cinque sono dette stolte, insensate, moraì; e cinque sagge, accorte, frónimoi.
L’aggettivo moròs, nella terminologia biblica, non indica soltanto lo sciocco, ma anche l’empio che è così insensato da opporsi alla legge di Dio e giunge fino a negare l’esistenza di Dio. Ecco perché nella sacra Scrittura, il «concetto di stolto acquista il significato di empio, bestemmiatore [passi tipici sono: Sal 14,1 e 53,2; però anche Sal 74,18.22; Gb 2,10; Is 32,5s; cf. Sir 50,26]. Lo stolto si ribella a Dio, distrugge in pari tempo la comunità umana: fa mancare il necessario agli affamati [Is 32,6], accumula ricchezze ingiuste [Ger 17,11] e calunnia il suo prossimo [Sal 39,9]. Anche nella letteratura sapienziale posteriore, dove il concetto è meno duro, rimane il senso della colpevolezza» (J. Goetzmann). Se accettiamo anche questa sfumatura, allora le cinque vergini stolte della parabola non sono soltanto delle sempliciotte, o ragazzotte sprovvedute, ma veri e propri oppositori della legge divina; sono coloro che non entrano nel Regno di Dio a motivo della loro empietà e così l’accusa contro i farisei si fa più pesante: essi sono religiosi nelle parole, ma empi perché di fatto ribelli alla volontà divina, «dicono e non fanno» (Mt 23,3), e tanto stolti da respingere la proposta di salvezza che Dio fa loro nella persona del suo Figlio unigenito.
La parabola nel mettere in evidenza l’incertezza del tempo della venuta gloriosa del Cristo, vuole instillare nei cuori degli uomini la necessità della vigilanza, senza fidarsi di calcoli in base ai segni dei tempi: «Quanto a quel giorno e a quell’ora, nessuno lo sa, né gli angeli del cielo e né il Figlio, ma solo il Padre» (Mt 24,36).
Questa venuta improvvisa deve indurre gli uomini ad assumere un serio atteggiamento di vigilanza e un comportamento saggio al quale nessuno può sottrarsi se non vuole essere escluso dal regno di Dio. Poi, alla vigilanza e al comportamento saggio va aggiunto il timore: «Comportatevi con timore nel tempo in cui vivete quaggiù come stranieri. Voi sapete che non a prezzo di cose effimere, come argento e oro, foste liberati dalla vostra vuota condotta ereditata dai padri, ma con il sangue prezioso di Cristo, agnello senza difetti e senza macchia» (1Pt 1,17-19). Se Cristo Gesù, «nato dal Padre prima di tutti i secoli: Dio da Dio, Luce da Luce, Dio vero da Dio vero» (Credo), per salvarci si è annichilito nel mistero dell’Incarnazione, se è morto su una croce come un volgare malfattore, «è segno che la nostra anima è assai preziosa e dobbiamo perciò affaticarci “con timore e tremore per la nostra salvezza”, per non distruggere in noi l’opera della grazia di Dio. Tutto infatti viene dalla “grazia”: la redenzione di Cristo è opera di grazia e anche l’accettazione della redenzione da parte nostra è opera di grazia, poiché è Dio stesso colui “che opera in noi il volere e l’agire” secondo i suoi disegni di benevolenza e di amore» (Settimio Cipriani).
Le vergini, le stolte e le sagge, non sopportando il tedio dell’attesa vengono colte dal sonno al quale cedono ben volentieri. Questo particolare suggerisce che il progetto di Dio, «ricondurre al Cristo, unico capo, tutte le cose, quelle nei cieli e quelle sulla terra» (Ef 1,10), andrà a buon fine, lo voglia o non lo voglia l’uomo e sarà svelato all’intelligenza degli uomini quando Dio vorrà, anche senza il loro apporto. Gesù aveva suggerito la stessa cosa nella parabola del seme che spunta da solo anche mentre il contadino dorme (Mc 4,26): c’è, quindi, nella crescita e nella diffusione del Regno di Dio una componente che non dipende dall’uomo. Il regno di Dio porta in sé un principio di sviluppo, una forza segreta che lo condurrà al pieno compimento.

Ecco lo sposo! Andategli incontro!”. (Tratto da: Gesù, Dio-con-noi, compimento delle Scritture, 2010 San Paolo edizioni): “Ecco lo Sposo! Andategli incontro!”, tutte le vergini così come si erano addormentate si svegliano e preparano le lampade. Allora le stolte, vedendo che le loro lampade si spengono, cominciano a chiedere alle sagge dell’olio, ma si sentono opporre un rifiuto: “No, perché non venga a mancare a noi e a voi”. Egoismo? Mancanza di carità? No, semplicemente quest’olio o lo si ha in sé oppure nessuno può pretenderlo dagli altri: è l’olio del desiderio dell’incontro con il Signore. Ciascuno di noi conosce (o dovrebbe!) la propria verità più profonda, sa ciò che nel proprio cuore tiene desta o, al contrario, spegne l’attesa del Signore: nei giorni buoni come in quelli cattivi, nella veglia come nel sonno - “io dormo, ma il mio cuore veglia” (Ct 5,2), afferma la giovane ragazza del Cantico dei cantici - è nostra responsabilità rinnovare le scorte di quest’olio, in modo che il nostro cuore bruci del desiderio dell’incontro con lo Sposo … È nella capacità di tenere vivo oggi questo desiderio che si gioca il giudizio finale, cioè l’essere o meno riconosciuti dal Signore quando verrà alla fine dei tempi.
In questo tempo che va dalla resurrezione del Signore Gesù alla sua venuta nella gloria il grido della chiesa è quello della sposa che, insieme allo Spirito, invoca: “Vieni, Signore Gesù! Marana tha!” (cf. Ap 22,17.20; 1Cor 16,22). E ogni cristiano, ascoltando questo grido, dovrebbe rispondere a sua volta con tutto il cuore, la mente e le forze: “Vieni!”, sapendo che il desiderio bruciante della venuta del Signore è già, qui e ora, primizia della comunione con lui.
 
Ilario di Poitiers, In Matth., 27,3-5: Le vergini sagge sono le anime che, cogliendo il momento favorevole in cui sono nei corpi per fare delle opere buone, si sono preparate per presentarsi per prime alla venuta del Signore. Le stolte sono le anime che, rilassate e negligenti, si sono curate solo delle cose presenti e, dimentiche delle promesse di Dio, non sono arrivate fino alla speranza della risurrezione. E poiché le vergini stolte non possono andare incontro con le loro lampade spente, domandano in prestito alle sagge dell’olio (cf. Mt 25,8). Ma quelle risposero che non potevano darne loro, perché forse non ce ne sarebbe stato abbastanza per tutte (cf. Mt 25,9), il che vuol dire che nessuno deve appoggiarsi sulle opere e sui meriti altrui, perché è necessario che ognuno compri olio per la propria lampada. Le sagge le invitano a tornare indietro a comprarne, qualora obbedendo sia pure in ritardo alle prescrizioni di Dio, esse si rendano degne d’incontrare lo sposo con le loro lampade accese. Ma mentre esse indugiavano, entrò lo sposo e, insieme a lui, le sagge velate e munite della loro lampada tutta pronta entrano alle nozze (cf. Mt 25,10), cioè penetrano nella gloria celeste appena giunto il Signore nel suo splendore. E poiché non hanno più tempo per pentirsi, le stolte accorrono, chiedono che si apra loro la porta (cf. Mt 25,11). Al che lo sposo risponde loro: “Non vi conosco” (Mt 25,12). Esse, infatti, non erano state là per compiere il loro dovere verso colui che arrivava, non si erano presentate all’appello del suono della tromba, non si erano aggiunte al corteo di quelle che entravano, ma, per il loro ritardo e il loro comportamento indegno, avevano lasciato passare l’ora di entrare alle nozze.
 
Padre misericordioso,
a noi, che veneriamo santa Teresa Benedetta,
concedi che i frutti dell’albero della croce
infondano forza nei nostri cuori,
affinché, aderendo fedelmente a Cristo sulla terra,
possiamo gustare dell’albero della vita in paradiso.
Per Cristo nostro Signore.
 
 
 
 8 Agosto 2021
 
XIX Domenica T. O.
 
1Re 19,4-8; Sal 33 (34); Ef 4,30-5,2; Gv 6,41-51
 
Il Santo del Giorno - 8 Agosto 2021 - Martirologio Romano: San Domenico, sacerdote, che, canonico di Osma, umile ministro della predicazione nelle regioni sconvolte dall’eresia albigese, visse per sua scelta nella più misera povertà, parlando continuamente con Dio o di Dio. Desideroso di trovare un nuovo modo di propagare la fede, fondò l’Ordine dei Predicatori, al fine di ripristinare nella Chiesa la forma di vita degli Apostoli, e raccomandò ai suoi confratelli di servire il prossimo con la preghiera, lo studio e il ministero della parola. La sua morte avvenne a Bologna il 6 agosto.   
 
Colletta: Guida, o Padre, la tua Chiesa pellegrina nel mondo, sostienila con la forza del cibo che non perisce, perché perseverando nella fede di Cristo giunga a contemplare la luce del tuo volto. Per il nostro Signore Gesù Cristo... 
 
Non vogliate rattristare lo Spirito Santo di Dio, con il quale foste segnati: Catechismo della Chiesa Cattolica 1294-1296: Mediante la Confermazione, i cristiani, ossia coloro che sono unti, partecipano maggiormente alla missione di Gesù Cristo e alla pienezza dello Spirito Santo di cui egli è ricolmo, in modo che tutta la loro vita effonda il “profumo di Cristo” (2Cor 2,15). Per mezzo di questa unzione il cresimando riceve “il marchio”, il sigillo dello Spirito Santo. Il sigillo è il simbolo della persona, il segno della sua autorità, della sua proprietà su un oggetto (per questo si usava imprimere sui soldati il sigillo del loro capo, come sugli schiavi quello del loro padrone); esso autentica un atto giuridico o un documento e, in certi casi, lo rende segreto. Cristo stesso si dichiara segnato dal sigillo del Padre suo. Anche il cristiano è segnato con un sigillo: “È Dio stesso che ci conferma, insieme a voi, in Cristo, e ci ha conferito l’unzione, ci ha impresso il sigillo e ci ha dato la caparra dello Spirito nei nostri cuori” (2Cor 1,22). Questo sigillo dello Spirito Santo segna l’appartenenza totale a Cristo, l’essere al suo servizio per sempre, ma anche la promessa della divina protezione nella grande prova escatologica.
 
I Lettura: Israele oramai tradiva sfacciatamente Yahvé, prostituendosi con voluttà ai culti pagani importati dalla regina Gezabele, sposa del re Acab. Il profeta Elia, per salvaguardare l’alleanza e ristabilire la purezza della fede, ordina un’ordalia dalla quale Baal, la divinità che veniva contrapposta a Yahvé, esce sconfitto. Al termine del «giudizio di Dio», dopo aver scannato i 450 sacerdoti di Baal, ripara nel deserto per sfuggire alle ire della regina Gezabele. Sostenuto da un pane prodigioso compie un lungo viaggio che lo condurrà sull’Oreb: la santa montagna dove il vero Dio si è rivelato a Israele (cfr. Es 3; 33,18; 34,9) e dove è stata conclusa l’alleanza (cfr. Es 19; 24; 34,10-28). In questo modo, l’opera del profeta è congiunta a quella di Mosè: entrambi sono vissuti, hanno combattuto e sono morti per la purezza della fede. Accostati dalla teofania dell’Oreb, Mosè ed Elia lo saranno anche nella trasfigurazione del Cristo.
 
II Lettura: Se lo Spirito Santo è la sola malta che tiene unito il corpo unico del Cristo (cfr. Ef 4,4; 1Cor 12,13) e se Paolo scrive ad una comunità litigiosa, allora è chiaro che lo Spirito Santo è «rattristato» da tutto ciò che nuoce all’unità di questo corpo. Ma è palese anche che si rattrista lo Spirito Santo menando anche una vita volgare (asprezza, sdegno, ira, clamore... cfr. Gal 5,19-21). La medicina è alla portata di tutti: l’amore, quella straordinaria forza che «move il sole e l’altre stelle» (Dante Alighieri) e sopra tutto i cuori degli uomini.
 
Vangelo: I giudei, sempre scontenti, come i loro avi nel deserto (cfr. Es 16,2s; 17,3; Num 11,1; 14,27; 1Cor 10,10), conoscono un buon mestiere che li mette al riparo di ogni tentativo di conversione: è il masticare amaro; la mormorazione e la denigrazione; il beffeggiamento e il dileggiamento dell’avversario. Gesù nonostante tutto va avanti nel suo insegnamento: alludendo, ora, all’eucaristia, pane necessario per ricevere il dono della vita eterna; ora, riferendosi alla sua passione (cfr. Lc 22,19): sacrificio unico e necessario per essere liberati dal peccato e dalla morte.
 
Dal Vangelo secondo Giovanni 6,41-51: In quel tempo, i Giudei si misero a mormorare contro Gesù perché aveva detto: «Io sono il pane disceso dal cielo». E dicevano: «Costui non è forse Gesù, il figlio di Giuseppe? Di lui non conosciamo il padre e la madre? Come dunque può dire: “Sono disceso dal cielo”?». Gesù rispose loro: «Non mormorate tra voi. Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre che mi ha mandato; e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Sta scritto nei profeti: “E tutti saranno istruiti da Dio”. Chiunque ha ascoltato il Padre e ha imparato da lui, viene a me. Non perché qualcuno abbia visto il Padre; solo colui che viene da Dio ha visto il Padre. In verità, in verità io vi dico: chi crede ha la vita eterna. Io sono il pane della vita. I vostri padri hanno mangiato la manna nel deserto e sono morti; questo è il pane che discende dal cielo, perché chi ne mangia non muoia. Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo».
 
Costui non è forse Gesù, il figlio di Giuseppe? Di lui non conosciamo il padre e la madre? Come dunque può dire: “Sono disceso dal cielo”? - Felipe F. Ramos: Conciliare l’origine umana cn la vera origine di Gesù è cosa che si può ottenere solo con il dono della fede che Dio concede. Nessuno può andare a lui, se non è «attirato» dal Padre. La frase ha qualcosa del determinismo fatalista. Per evitarlo è necessario tener conto del «modo» con cui Dio «attira» l’uomo. Non lo attira con la forza, ma con l’invito preferenziale di fronte alla sua conoscenza attraverso la Scrittura. Gesù è testimoniato dalla
Scrittura. Questo vuol dire che a tutti è aperta la strada per essere attirati dal Padre a Gesù. In questo senso, vanno a Gesù tutti quelli che leggono rettamente la Scrittura, quelli che ascoltano il Padre, quelli che sono ammaestrati da Dio (è il testo del profeta Isaia, 54,13).
I giudei però mormoravano. Questa mormorazione, come abbiamo già detto, evoca la mormorazione dell’antico popolo di Dio. Il tema è introdotto perché la mormorazione è indice chiaro del non voler credere. Solo quando c’è vera apertura al movimento di Dio, quando si cessa di mormorare, può avvenire che Dio « attiri» l’uomo verso Gesù.
L’evangelista, raccogliendo la citazione di Isaia, mira ad affermare che ci troviamo in quel tempo che Isaia aveva preannunziato. L’insegnamento - «saranno ammaestrati da Dio» - ha un duplice aspetto: uno esterno che è impersonato da Gesù che è in mezzo a loro, e uno interno perché Dio agisce nel cuore.
Il dono della vita ora è legato. non più al fatto di venire a Gesù e credere in lui, ma al mangiare del pane. Ed è così, perché lui solo realizza pienamente l’idea, e la realtà implicita in essa, del pane di Dio che è disceso dal cielo. Lui, e lui solo - non la manna di Mosè - è il pane vivo che è disceso dal cielo e ha la virtù di comunicare la vita eterna.
Per la prima volta compare in questa sezione il verbo «mangiare» e si introduce qualcosa di nuovo; ma questo avverrà pienamente solo nella sezione seguente. Qui, però, ci troviamo sul piano sapienziale, anche se non mancano le allusioni all’eucaristia. In realtà, mangiare il pane può essere inteso come cibo spirituale da parte di colui che va a Gesù e crede in lui. Mediante questo «cibo spirituale», può essere assimilata la pienezza di vita di Gesù che garantisce e anticipa il possesso della vita eterna.
 
La carne del Cristo è vivificata e resa vivificante dallo Spirito - Presbyterorum ordinis 5: Tutti i sacramenti, come pure tutti i ministeri ecclesiastici e le opere d’apostolato, sono strettamente uniti alla sacra eucaristia e ad essa sono ordinati. Infatti, nella santissima eucaristia è racchiuso tutto il bene spirituale della Chiesa, cioè lo stesso Cristo, nostra pasqua, lui il pane vivo che, mediante la sua carne vivificata dallo Spirito Santo e vivificante dà vita agli uomini i quali sono in tal modo invitati e indotti a offrire assieme a lui se stessi, il proprio lavoro e tutte le cose create. Per questo l’eucaristia si presenta come fonte e culmine di tutta l’evangelizzazione, cosicché i catecumeni sono introdotti a poco a poco a parteciparvi, e i fedeli, già segnati dal sacro battesimo e dalla confermazione, ricevendo l’eucaristia trovano il loro pieno inserimento nel corpo di Cristo.
L’assemblea eucaristica è dunque il centro della comunità dei cristiani presieduta dal presbitero. I presbiteri insegnano dunque ai fedeli a offrire la vittima divina a Dio Padre nel sacrificio della messa, e a fare, in unione con questa vittima, l’offerta della propria vita. Nello spirito di Cristo pastore insegnano altresì a sottomettere con cuore contrito i propri peccati alla Chiesa nel sacramento della penitenza, per potersi così convertire ogni giorno di più al Signore, ricordando le sue parole: «Fate penitenza perché si avvicina il regno dei cieli» ( Mt 4,17). Insegnano inoltre ai fedeli a partecipare così intensamente alle celebrazioni liturgiche, da poter arrivare anche in esse alla preghiera sincera; li spingono ad avere per tutta la vita uno spirito di orazione sempre più attivo e perfetto, in rapporto alle grazie e ai bisogni di ciascuno; e invitano tutti a compiere i doveri del proprio stato, inducendo quelli che hanno fatto maggiori progressi a seguire i consigli del Vangelo, nel modo che meglio convenga a ciascuno. Quindi istruiscono i fedeli in modo che possano cantare in cuor loro al Signore Gesù Cristo.
 
Con il dono dell’Eucarestia noi riceviamo il perdono di Cristo: Giovanni Paolo II (Lettera, 28 maggio 1996): I fedeli, quando adorano Cristo presente nel Santissimo Sacramento, devono ricordarsi che questa presenza deriva dal Sacrificio e tende alla comunione sia sacramentale che spirituale (Congregazione dei Riti, Istruzione sul culto dell’Eucaristia, n. 50). Esorto dunque i cristiani a fare regolarmente visita a Cristo presente nel Santissimo Sacramento dell’altare, poiché noi siamo tutti chiamati a rimanere in modo permanente in presenza di Dio, grazie a Colui che resterà con noi fino alla fine dei tempi. Nella contemplazione i cristiani percepiscono con maggiore profondità che il mistero pasquale è al centro di tutta la vita cristiana. Questo cammino li porta a unirsi più intensamente al mistero pasquale e a fare del sacrificio eucaristico, dono perfetto, il centro della loro vita, secondo la loro vocazione specifica, in quanto esso conferisce al popolo cristiano una dignità incomparabile (cfr. Paolo VI, Mysterium fidei, 67). In effetti, con il dono dell’Eucaristia, noi siamo accolti da Cristo, riceviamo il suo perdono, ci nutriamo della sua parola e del suo pane e siamo quindi inviati in missione nel mondo; ognuno è così chiamato a rendere testimonianza di ciò che ha ricevuto e a fare lo stesso con i suoi fratelli. I fedeli rafforzano la loro speranza scoprendo che, con Cristo, la sofferenza e la disperazione possono essere trasfigurate, poiché, con Lui, noi siamo già passati dalla morte alla vita. Pertanto, quando essi offrono al Maestro della Storia la loro vita, il loro lavoro e tutta la creazione, allora le loro giornate vengono illuminate.
 
Benedirò il Signore in ogni tempo: «È ben conveniente pregare il Creatore in ogni tempo, ottenere con suppliche la custodia delle essenze spirituali e corporee, rendersi collaboratori della sua benefica volontà e restar puri dal peccato, davanti alla benefica bontà di Dio. Secondo questo modello, dobbiamo passare dalla corruzione al bene, dal disprezzo alla gloria, dalla schiavitù alla libertà dei figli di Dio, crescendo nella vera fede nel Padre, nel Figlio e nello Spirito Santo, per diventare eredi del regno celeste e dell’eterna beatitudine. È lui infatti il Creatore di tutto, che degli spiriti ha fatto suoi servi, e delle schiere celesti, fiamme di fuoco. E l’uomo, formato dalla terra, egli lo sostiene in vita, elargendogliene i mezzi. Coloro poi che hanno ricevuto l’annuncio degli angeli, vengono dagli angeli educati alla vita spirituale, secondo la provvidenza di Dio, che al bisogno ha elargito la legge» (Mesrop armeno).
 
La partecipazione ai tuoi sacramenti
ci salvi, o Signore,
e confermi noi tutti nella luce della tua verità.
Per Cristo nostro Signore. 

 

 7 Agosto 2021
 
Sabato XVIII Settimana T. O.
 
Dt 6,4-13; Sal 17 (18); Mt 17,14-20
 
Il Santo del Giorno - 7 Agosto 2021 - San Donato di Arezzo Martire: Nato a Nicomedia, studia da chierico a Roma. Suo compagno di formazione è Giuliano, ma mentre questi diventa suddiacono della Chiesa di Roma, Donato rimane semplice lettore. Tuttavia divenuto imperatore, Giuliano (l’Apostata) promulga una violenta persecuzione contro la Chiesa. Donato fugge ad Arezzo accolto dal monaco Ilariano a cui si affianca nell’apostolato, penitenza e preghiera; con lui opera tra il popolo prodigi e conversioni. La sua «passio» racconta di miracoli eclatanti: fra i tanti, durante la celebrazione di una Messa, al momento della Comunione, entra nel tempio un gruppo di pagani che mandano in frantumi il calice. Donato, dopo intensa preghiera, raccoglie i frammenti e li riunisce, ma manca un pezzo del fondo del calice. Il vescovo continua a servire il vino senza che esso cada dal fondo mancante; fra lo stupore generale ben 79 pagani si convertono. Un mese dopo Donato è arrestato e, sotto la persecuzione di Giuliano l’Apostata, viene decapitato ad Arezzo il 7 agosto. (Avvenire)
 
Colletta: Mostra la tua continua benevolenza, o Padre, e assisti il tuo popolo, che ti riconosce creatore e guida; rinnova l’opera della tua creazione e custodisci ciò che hai rinnovato. Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
Evangelium vitae 32: L’esperienza del popolo dell’Alleanza si rinnova in quella di tutti i «poveri» che incontrano Gesù di Nazaret. Come già il Dio «amante della vita» (Sap 11, 26) aveva rassicurato Israele in mezzo ai pericoli, così ora il Figlio di Dio, a quanti si sentono minacciati e impediti nella loro esistenza, annuncia che anche la loro vita è un bene, al quale l’amore del Padre dà senso e valore.
«I ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi vengono sanati, i sordi odono, i morti risuscitano, ai poveri è annunziata la buona novella» (Lc 7, 22). Con queste parole del profeta Isaia (35, 5-6; 61, 1), Gesù presenta il significato della propria missione: così quanti soffrono per un’esistenza in qualche modo «diminuita», ascoltano da lui la buona novella dell’interesse di Dio nei loro confronti ed hanno la conferma che anche la loro vita è un dono gelosamente custodito nelle mani del Padre (cf. Mt 6, 25-34).
Sono i «poveri» ad essere interpellati particolarmente dalla predicazione e dall’azione di Gesù. Le folle di malati e di emarginati, che lo seguono e lo cercano (cf. Mt 4, 23-25), trovano nella sua parola e nei suoi gesti la rivelazione di quale grande valore abbia la loro vita e di come siano fondate le loro attese di salvezza.
Non diversamente accade nella missione della Chiesa, fin dalle sue origini. Essa, che annuncia Gesù come colui che «passò beneficando e risanando tutti coloro che stavano sotto il potere del diavolo, perché Dio era con lui» (At 10, 38), sa di essere portatrice di un messaggio di salvezza che risuona in tutta la sua novità proprio nelle situazioni di miseria e di povertà della vita dell’uomo. Così fa Pietro con la guarigione dello storpio, posto ogni giorno presso la porta «Bella» del tempio di Gerusalemme a chiedere l’elemosina: «Non possiedo né argento né oro, ma quello che ho te lo do: nel nome di Gesù Cristo, il Nazareno, cammina!» (At 3, 6). Nella fede in Gesù, «autore della vita» (At 3, 15), la vita che giace abbandonata e implorante ritrova consapevolezza di sé e dignità piena.
 
1 Lettura: Lo Shemà, la preghiera che l’israelita recitava tre volte al giorno, è composto sostanzialmente da tre passi biblici: Dt 6, 4-9; 11, 13-21, Nm 15, 37. Ma più che una preghiera è professione di fede, infatti a scorrere bene lo Shemà si trovano evidenziati tre pilastri del popolo eletto: il monoteismo (Dt 6, 4), l’amore inteso come sintesi della Legge (Dt 6, 5), memoriale dell’alleanza.
Mosè vuole suggerire agli Israeliti che devono avere fiducia in Dio, di servirlo e di amarlo incondizionatamente: Temerai il Signore, tuo Dio, lo servirai e giurerai per il suo nome.
Il timore non è mettersi in stato di paura di fronte a Dio, ma è una forma dell’onore che il popolo d’Israele deve prestare a Dio. Quanto più nel corso della storia religiosa del popolo d’Israele la legge viene posta in primo piano, tanto più il timore di Dio diventa timore che fa osservare fedelmente le norme dettate dalla legge, Nel Nuovo testamento la figliolanza divina libera l’uomo da questa forma di timore di Dio.
 
Vangelo: Il brano evangelico si pone subito dopo la trasfigurazione (Mt 17, 1-13) ed è il racconto di un esorcismo con il quale Gesù libera un ragazzo posseduto dal demonio: Signore, abbi pietà di mio figlio! È epilettico e soffre molto, letteralmente lunatico (σεληνιάζεται). L’epilessia ai tempi di Gesù era messa in relazione con le diverse fasi della luna. Gesù minaccia il demonio, e questo modo forte nel cacciare il demonio fa intendere che non si può sottovalutare il male che è sempre forte e malvagio nei confronti dell’uomo. Perché noi non siamo riusciti a scacciarlo?... Per la vostra poca fede, Gesù con la sua risposta fa bene intendere che la liberazione non è avvenuta per la loro poca fede, se ne avessero avuto anche un solo briciolo, quanto un granello di senape, la liberazione sarebbe avvenuta. Soltanto la fede è capace di vincere il Male e anche di compiere miracoli (cfr. Mt 21, 21).
 
Dal Vangelo secondo Matteo 17,14-20: In quel tempo, si avvicinò a Gesù un uomo che gli si gettò in ginocchio e disse: «Signore, abbi pietà di mio figlio! È epilettico e soffre molto; cade spesso nel fuoco e sovente nell’acqua. L’ho portato dai tuoi discepoli, ma non sono riusciti a guarirlo». E Gesù rispose: «O generazione incredula e perversa! Fino a quando sarò con voi? Fino a quando dovrò sopportarvi? Portatelo qui da me». Gesù lo minacciò e il demonio uscì da lui, e da quel momento il ragazzo fu guarito. Allora i discepoli si avvicinarono a Gesù, in disparte, e gli chiesero: «Perché noi non siamo riusciti a scacciarlo?». Ed egli rispose loro: «Per la vostra poca fede. In verità io vi dico: se avrete fede pari a un granello di senape, direte a questo monte: “Spòstati da qui a là”, ed esso si sposterà, e nulla vi sarà impossibile».
 
Angelo Lancellotti (Matteo): 14-21 (Mc 9, 14-29; Lc 9, 37-43): liberazione del fanciullo ossesso e la fede che trasporta le montagne. L’episodio, originariamente una narrazione di miracolo (tale è rimasto in Luca), dà l’occasione a Gesù (e a Matteo) di impartire ai discepoli una preziosa lezione sull’impotenza di una «poca fede» e sull’illimitata efficacia della fede autentica (vv. 19-21). Il racconto, molto diffuso in Marco, è ridotto in Matteo (come anche in Luca) al minimo indispensabile.
17 Generazione ... : l’espressione si ispira a Dt 32, 5 e ricorre, riferita ai Farisei, in 12, 39-42. Qui, sembra, è la
poca fede dei discepoli (cf v. 20) a provocare il lamento di Gesù.
20 se avrete fede ... : il detto, mancante in Marco che lo sostituisce con quello della preghiera e del digiuno, è riportato quasi con la stessa formulazione sia dal secondo che dal primo vangelo in occasione della maledizione del fico infruttuoso (cf Mc 11, 22-23; Mt  21, 21); Luca invece lo riferisce in un altro contesto (cf Lc 17,6). - quanto un chicco di senapa: chiara allusione alla parabola del granello di senapa di 13, 31-32. - esso si sposterà: l’affermazione di Gesù è evidentemente iperbolica.
 
La Bibbia di Navarra (I Quattro Vangeli - nota a Mt 14-21): Nell’episodio della guarigione di questo ragazzo si manifesta l’onnipotenza di Gesù, nonché il potere della preghiera fatta con fede. In virtù della profonda unione con il Signore il cristiano partecipa in qualche modo, mediante la fede, della onnipotenza stessa di Dio, al punto che Gesù giungerà a dire in altra circostanza: «Anche chi crede in me, compirà le opere che io compio e nefarà di più grandi, perché io vado al Padre» (Gv 14, 12).
Il Signore dice agli apostoli che se avessero fede opererebbero prodigi, sposterebbero i monti. Parlando di “spostare i monti” Gesù si avvale probabilmente di un modo di dire proverbiale. Senza dubbio Dio conferirebbe al credente la capacità di spostare un monte, se tale prodigio fosse necessario per la sua gloria e per la edificazione del prossimo; ma, nel frattempo, la parola di Cristo si adempie ogni giorno in un senso di gran lunga superiore. Alcuni Padri della Chiesa (san Girolamo, sant’Agostino) osservano che il prodigio di “spostare i monti” si ha tutte le volte che qualcuno, per virtù divina, arriva là dove le forze umane non sono in grado di pervenire. Così accade, manifestamente, nell’opera della nostra santificazione personale, che il Paraclito, cioè lo Spirito Santo, realizza nell’anima allorquando siamo docili e accogliamo con spirito di fede e di amore la grazia che ci viene elargita nei sacramenti: da questi è possibile trarre profitto in misura maggiore o minore a seconda delle disposizioni con cui sono ricevuti, in proporzione cioè alla nostra fede e al nostro amore. È un prodigio ben più sublime dello spostamento dei monti e accade ogni giorno, sebbene passi inosservato ai più.
Gli apostoli e molti santi, durante i secoli, hanno operato prodigi meravigliosi nell’ordine naturale; ma i miracoli più grandi e importanti sono stati, sono e saranno quelli delle anime che, immerse nella morte del peccato e dell’ignoranza, rinascono e crescono nella nuova vita dei figli di Dio.
 
Wolfgang Winter: Nell’Antico Testamento il diavolo viene presentato come avversario di Dio che, come potenza caotica (drago del mare), minaccia continuamente la creazione e in forma di potenze politiche o come “nemico” del singolo distrugge la vita degli uomini nell’ambito salvifico di Dio. Nell’immagine della corte celeste, egli è addirittura l’accusatore ufficiale della colpa umana davanti al giudizio di Dio (Gb 1-2). Dio, inoltre, si serve d dello “Spirito del male” come strumento per portare sventura sugli uomini.
L’immagine tardogiudaica del diavolo presenta tratti mitologici più marcati. Il diavolo  (Belial, Sammael) è considerato un angelo decaduto in precedenza dal cospetto di Dio che ora, a sua volta, cerca di istigare gli uomini alla disubbidienza e può essere combattuto soltanto mediante una più rigorosa osservanza della legge; la comunità di Qumran pensa addirittura che l’appartenenza all’angelo delle tenebre a a quello della luce sia predestinato da Dio per ogni uomo e che soltanto l’appartenenza alla loro comunità sia garanzia dell’elezione e della salvezza quando in futuro il diavolo verrà annientato. Nel Nuovo Testamento è Gesù stesso che col suo annuncio del regno di Dio e il suo comportamento che attualizza l’amore di Dio che perdona, rende il diavolo  inoffensivo, anche se esso, fino al sorgere dell’Anticristo, minaccia ripetutamente la comunità in quanto potenza del peccato che determina totalmente l’uomo (Gv 8, 44), dalla lo può salvare non l’“opera”, ma soltanto la grazia di Dio.
 
Gaudium et spes 37: L’attività umana corrotta dal peccato - La sacra Scrittura, però, con cui si accorda l’esperienza dei secoli, insegna agli uomini che il progresso umano, che pure è un grande bene dell’uomo, porta con sé una seria tentazione.
Infatti, sconvolto l’ordine dei valori e mescolando il male col bene, gli individui e i gruppi guardano solamente agli interessi propri e non a quelli degli altri; cosi il mondo cessa di essere il campo di una genuina fraternità, mentre invece l’aumento della potenza umana minaccia di distruggere ormai lo stesso genere umano.
Tutta intera la storia umana è infatti pervasa da una lotta tremenda contro le potenze delle tenebre; lotta cominciata fin dall’origine del mondo, destinata a durare, come dice il Signore, fino all’ultimo giorno.
Inserito in questa battaglia, l’uomo deve combattere senza soste per poter restare unito al bene, né può conseguire la sua interiore unità se non a prezzo di grandi fatiche, con l’aiuto della grazia di Dio. Per questo la Chiesa di Cristo, fiduciosa nel piano provvidenziale del Creatore, mentre riconosce che il progresso umano può servire alla vera felicità degli uomini, non può tuttavia fare a meno di far risuonare il detto dell’Apostolo: «Non vogliate adattarvi allo stile di questo mondo» (Rm12, 2) e cioè a quello spirito di vanità e di malizia che stravolge in strumento di peccato l’operosità umana, ordinata al servizio di Dio e dell’uomo.
Se dunque ci si chiede come può essere vinta tale miserevole situazione, i cristiani per risposta affermano che tutte le attività umane, che son messe in pericolo quotidianamente dalla superbia e dall’amore disordinato di se stessi, devono venir purificate e rese perfette per mezzo della croce e della risurrezione di Cristo.
 
Perché noi non abbiamo potuto scacciarlo - Ilario di Poitiers, Commentario a Matteo 17, 8: I discepoli si meravigliarono di non aver potuto scacciare il demonio, quando era stato accordato loro ogni potere non solo di scacciare i demoni, ma persino di risuscitare i morti. Ma poiché la Legge non sarebbe stata più con loro, disse: O generazione incredula e perversa (non sembra in ogni caso che rivolga queste parole a quelli che aveva santificato), fino a quando starò con voi? Non avendo fede, avrebbero perso anche quella stessa Legge che avevano. Infatti, se avessero avuto fede in lui, poiché il granellino di senape è lui, gettando via lontano dal popolo, che veniva loro presentato, per la potenza del Verbo, questo peso dei peccati e questa massa pesante di incredulità, essi li avrebbero trasportati nel mondo dei pagani e del secolo, come un monte nel mare.
 
Accompagna con la tua continua protezione, o Signore,
i tuoi fedeli che nutri con il pane del cielo,
e rendi degni della salvezza eterna
coloro che non privi del tuo aiuto.
Per Cristo nostro Signore.