6 Agosto 2021

 TRASFIGURAZIONE DEL SIGNORE – ANNO B

 Dn 7,9-10.13-14 oppure 2Pt 1,16-19; Sal 96 (97); Mc 9,2-10

 
Il Santo del Giorno - 6 Agosto 2021 - San Cremete Abate: Purtroppo di questo santo eremita e poi abate, vissuto nel lontano XI secolo, non ci sono pervenute molte notizie. La ‘Vita’ scritta, si basa su tradizioni locali e su documenti del monastero di S. Salvatore di Placa a Francavilla in provincia di Messina. Sulla Sicilia vi era la dominazione saracena e Cremete si era ritirato fra le rovine di un antico eremitaggio, posto fra le pendici dell’Etna e la foresta di Placa. Quando Ruggero I, principe d’Altavilla († 1101) dopo aver combattuto i musulmani, riuscì ad impadronirsi di tutta l’isola, Cremete gli si presentò per chiedergli aiuto nella ricostruzione del diroccato cenobio, portandogli in dono della selvaggina viva. Il re gli concesse quanto chiedeva; il diploma di fondazione del monastero e della chiesa annessa di Francavilla, porta la data del 1092; essi furono dedicati al S. Salvatore e Cremete ne divenne l’abate; morì intorno al 1099. Altre notizie storiche non ci sono, la festa liturgica di s. Cremete ricorre insieme a quella del S. Salvatore a cui era dedicato il monastero cioè il 6 agosto; in questo giorno si espone il suo corpo, posto in un reliquiario con iscrizione in greco. (Autore: A. Borrelli)

Colletta: O Dio, che nella gloriosa Trasfigurazione del tuo Figlio unigenito hai confermato i misteri della fede con la testimonianza di Mosè ed Elia, nostri padri, e hai mirabilmente preannunciato la nostra definitiva adozione a tuoi figli, fa’ che, ascoltando la parola del tuo amato Figlio, diventiamo coeredi della sua gloria. Egli è Dio, e vive e regna con te.

La Bibbia e i Padri della Chiesa (I Padri Vivi): La festa della Trasfigurazione del Signore compare in Oriente nel V secolo ed è celebrata il 6 agosto. La scelta della data non è casuale, si riferisce al 6 gennaio quando si commemora la prima grande teofania di Gesù, durante il Battesimo nel Giordano. La liturgia romana commemorava il mistero della Trasfigurazione nella seconda domenica della Quaresima, collegandola strettamente al mistero della Passione del Signore. In Occidente, la prima menzione della festa risale al X secolo e ben presto essa viene celebrata in molte Chiese di Francia. Un ulteriore sviluppo della festa è legato all’incremento della pietà verso i luoghi sacri in Palestina al tempo delle crociate. Callisto III, nell’anno 1457, in segno di gratitudine per la vittoria riportata sui Turchi, introduce la festa nel calendario della Chiesa universale.
Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e suo fratello Giovanni e li condusse in disparte, su un alto monte. E fu trasfigurato davanti a loro (Mt 17,1). Gesù, Dio da Dio, Luce da Luce, della stessa sostanza del Padre, manifesta ai discepoli la gloria che egli ha presso il Padre. I discepoli caddero con la faccia a terra vedendo la gloria del Figlio di Dio. Gesù, nella sua divina sapienza, li prepara a sostenere lo scandalo della Croce. Poi capiranno che, per arrivare alla gloria che hanno visto, bisogna percorrere la via della croce, come il Signore. Guardando «Cristo trasfigurato», la Chiesa si rende conto che è diretta verso la gloria in cui è avvolto Cristo. Vuole capire, che prima di partecipare alla gloria del Signore, deve prima aver parte alla sua Croce. Così impara a vedere il senso di tutto ciò che sperimenta nel suo cammino attraverso la storia. Se qualcuno vuol venire dietro a me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua, disse il Signore (Mt 16,24). Nella festa della Trasfigurazione, noi prendiamo di nuovo la nostra croce, ci rafforziamo nella nostra personale via della croce, siamo disponibili ad accettare tutto, rinnoviamo la fede nelle parole di Cristo. Ci rivolgiamo un’altra volta al Signore, gli stiamo vicini.

I Lettura (Dn 7,9-10.13-14): La sua veste era candida come la neve. In questa visione notturna, il Vegliardo, cioè l’Eterno, Dio,  presenta al nuovo mondo e ai fedeli il Figlio dell’uomo capo, modello, rappresentante della nuova umanità. Servito da tutti i popoli, gli vengono dati potere, gloria e regno. Con tale investitura, il Figlio dell’uomo, superando la condizione umana, appartiene alla sfera stessa di Dio. Perciò Gesù, chiamandosi Figlio dell’uomo, evocherà questa dignità divina facendo scattare nei suoi confronti l’accusa di bestemmia durante il processo giudaico.

Vangelo: La trasfigurazione anticipa la gloria pasquale del Cristo. Mosè ed Elia sono i due testimoni che attestano il compimento delle promesse e l’inizio dei nuovi tempi nei quali Dio, in Cristo, avrebbe elargito a tutti gli uomini il dono della salvezza. La voce celeste indica Gesù come il Figlio di Dio: il nuovo Legislatore, il Profeta, che i discepoli dovranno ascoltare e seguire associandosi al suo destino di morte e di risurrezione.

Dal Vangelo secondo Marco 9,2-10: In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e li condusse su un alto monte, in disparte, loro soli. Fu trasfigurato davanti a loro e le sue vesti divennero splendenti, bianchissime: nessun lavandaio sulla terra potrebbe renderle così bianche. E apparve loro Elìa con Mosè e conversavano con Gesù. Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Rabbì, è bello per noi essere qui; facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elìa». Non sapeva infatti che cosa dire, perché erano spaventati. Venne una nube che li coprì con la sua ombra e dalla nube uscì una voce: «Questi è il Figlio mio, l’amato: ascoltatelo!». E improvvisamente, guardandosi attorno, non videro più nessuno, se non Gesù solo, con loro.
Mentre scendevano dal monte, ordinò loro di non raccontare ad alcuno ciò che avevano visto, se non dopo che il Figlio dell’uomo fosse risorto dai morti. Ed essi tennero fra loro la cosa, chiedendosi che cosa volesse dire risorgere dai morti.

Fu trasfigurato... - La mitologia greca con il termine trasfigurazione indica il mutare aspetto o forma degli dèi; nei Vangeli il termine non ha nessuna relazione con il suo uso mitologico, perché «questa scena di gloria, per quanto passeggera, manifesta ciò che è realmente e ciò che sarà presto in modo definitivo colui che deve conoscere per un certo periodo l’abbassamento del servo sofferente» (Bibbia di Gerusalemme).
Gesù, in compagnia di Pietro, Giacomo e Giovanni, sale sopra un «alto monte, in disparte, loro soli»: la tradizione è unanime nell’indentificare l’alto monte con il Tabor. Fu trasfigurato (metemorfode): il verbo greco «indica propriamente il passaggio da una forma ad un’altra, cioè ad un modo diverso di essere, in cui la persona, pur retando se stessa, si manifesta diversa» (Adalberto Sisti, Marco). Sul Tabor, i tre Apostoli, anche se per breve tempo, contemplano il fulgore della divinità del Cristo: il Figlio della Vergine, con il candido splendore delle sue vesti (il bianco è il colore degli esseri celesti: Cf. Mc 16,5; At 1,10; Ap 1,13; 3,4-5; 4,4; 7,9), svela la sua natura celeste e ai testimoni, sbigottiti e stupefatti, manifesta di essere il «figlio dell’uomo» (Dan 7,13-14) atteso dai profeti.
Elia con Mosè: rappresentano rispettivamente i Profeti e la Legge. Appaiono come testimoni dell’adempimento della Legge e dei Profeti in Gesù, nella sua gloria.
Rabbì, è bello... facciamo tre capanne: è un riferimento alla festa delle capanne che si celebrava per ricordare il soggiorno degli israeliti nelle tende durante l’esodo dall’Egitto (Cf. Lev 23,33-43).
L’evangelista Marco, a differenza di Matteo e di Luca, vede nell’evento soprattutto una epifania gloriosa del Messia nascosto, in conformità al tema dominante del suo vangelo. Ma se si tiene conto che la rivelazione dell’identità di Gesù di Nazaret come Figlio di Dio, nelle intenzioni di Marco, è fondata nel precedente annuncio della passione (Cf. Mc 8,31) e che gli stessi Apostoli, Pietro, Giacomo e Giovanni, qualche tempo dopo, saranno compagni del Cristo nel giardino del Getsemani (Cf. Mt 26,36-46), sembra allora che Gesù intenzionalmente abbia voluto rivelare la sua gloria a coloro che avrebbero assistito più direttamente al suo annichilimento. La Trasfigurazione quindi, al dire di san Leone Magno, «mirava soprattutto a rimuovere dall’animo dei discepoli lo scandalo della croce, perché l’umiliazione della Passione volontariamente accettata, non scuotesse la loro fede, dal momento che era stata rivelata loro la grandezza sublime della dignità nascosta di Cristo».
Da una lettura attenta del brano marciano, emerge abbastanza chiaramente anche l’intenzione di affermare che Gesù è la Parola di Dio - «Ascoltatelo» (Cf. Dt 18,15) -, che riunisce in sé la Legge e i Profeti e li porta a compimento. La Parola di Gesù è parola divina e ascoltare lui significa ascoltare il Padre celeste: questa corrispondenza «è tipica anche del profeta dell’Antico Testamento; Gesù però non è riducibile a dimensioni puramente profetiche, essendo il Figlio di Dio. La sua parola è definitiva, propria dei tempi ultimi» (G. B.).
Non ascoltarla avrebbe effetti catastrofici per l’uomo, sarebbe per sempre perduto (Cf. Ap 21,8).
La Parola di Gesù è fonte di vita eterna per chi la accoglie (Cf. Gv 5,24); costui non «vedrà la morte in eterno» (Gv 8,51-52). Cristo, infatti, Verbo di Dio, ha «parole di vita eterna» (Gv 6,68); le sue parole sono «spirito e vita» (Gv 6,63). Per questo occorre che l’uomo, deposta «ogni impurità e ogni eccesso di malizia», accolga con docilità la parola di Gesù che è stata seminata in lui e che può salvare la sua anima (Cf. Gc 1,21). Imperiosamente la osservi, la custodisca (Cf. Gv 14,24; 15,20; Ap 3,8), la metta in pratica (Cf. Gc 1,22) e perseveri in essa (Cf. Gv 8,31; 15,7). La voce del Padre, come avvenne per il Battesimo (Cf. Mc 1,11), conferma la filiazione divina di Gesù.
I tre discepoli, poi, «guardandosi attorno, non videro più nessuno», questo perché basta lui come dottore della legge perfetta e definitiva.
Il chiedersi «che cosa volesse dire risorgere dai morti», non «verteva circa la possibilità della risurrezione dei morti, allora ammessa comunemente da tutti nel mondo giudaico, ad eccezione dei sadducei [Cf. 12,18], ma circa l’indicazione concreta fornita dallo stesso Gesù, le cui parole “fino a quando il Figlio dell’uomo non fosse risuscitato dai morti” supponevano che il Messia dovesse soffrire e morire. E ciò per loro era ancora inconcepibile [Cf. Mc 8,32]» (Adalberto Sisti, Marco).
Nella 2Pt si fa riferimento alla Trasfigurazione, ma con intenzioni che vanno al di là del semplice ricordo; infatti, è inteso «a scalzare le obiezioni mosse contro la parusia, mostrando, sulla testimonianza dei testi oculari apostolici, che Gesù possiede già le qualità essenziali che saranno manifestate alla sua parusia: maestà, onore e gloria dal Padre, figliolanza messianica e divina» (T. W. Leaby).

Sul monte apparve tutta la Trinità: CCC 555: Per un istante, Gesù mostra la sua gloria divina, confermando così la confessione di Pietro. Rivela anche che, per «entrare nella sua gloria» (Lc 24,26), deve passare attraverso la croce a Gerusalemme. Mosè ed Elia avevano visto la gloria di Dio sul monte; la Legge e i profeti avevano annunziato le sofferenze del Messia. La passione di Gesù è proprio la volontà del Padre: il Figlio agisce come Servo di Dio. La nube indica la presenza dello Spirito Santo: «Tota Trinitas apparuit: Pater in voce, Filius in homine, Spiritus in nube clara - Apparve tutta la Trinità: il Padre nella voce, il Figlio nell’uomo, lo Spirito nella nube luminosa»: «Tu ti sei trasfigurato sul monte, e, nella misura in cui ne erano capaci, i tuoi discepoli hanno contemplato la tua gloria, Cristo Dio, affinché, quando ti avrebbero visto crocifisso, comprendessero che la tua passione era volontaria ed annunziassero al mondo che tu sei veramente l’irradiazione del Padre».

Questi è il mio Figlio prediletto: «E proprio queste parole il Padre ha pronunciato due volte, nel battesimo e sul monte; nel battesimo perché lì manifestò la santificazione della rigenerazione per mezzo del Figlio; sul monte invece perché lì mostrò anche la beatitudine della futura gloria per mezzo del Figlio» (Alberto Magno).

Il pane del cielo che abbiamo ricevuto
ci trasformi, o Padre, a immagine di Cristo,
che nella Trasfigurazione rivelò agli uomini
il mistero della sua gloria.
Egli vive e regna nei secoli dei secoli. 

 

 

5 Agosto 2021
 
GIOVEDÌ XVIII SETTIMANA T. O.
 
 Nm 20,1-13; Sal 94 (95): Mt 16,13-23

Il Santo del Giorno - 5 Agosto 2021 -  Sant’Abele di Reims Vescovo: Sant’Abele è stato un arcivescovo di Reims, per soli quattro anni. Nella cronotassi ufficiale della diocesi, è stato inserito al ventottesimo posto, dopo Milone di Treviri e prima di Turpino. In alcuni casi però è posto al trentesimo posto. Il suo nome compare nell’antico catalogo episcopale di Reims che è stato utilizzato da Flocardo alla fine del IX secolo per la stesura della sua Historia Remensis ecclesiae, e che era già conosciuto all’epoca dell’arcivescovo Incmaro.
Sant’Abele fu il pastore della diocesi di Reims dal 744 al 748. Di origine scozzese o irlandese, era un monaco all’Abbazia di Lobbes nella diocesi di Liegi, scelto quale vescovo da Pépin le Bref per sostituire Milone di Treviri, che aveva accumulato molti uffici ecclesiastici. Secondo alcuni storici governò a Reims, mentre era ancora amministratore Milone di Treviri, tanto che lo stesso Flodoardo dice che, al suo tempo, alcuni lo consideravano come corepiscopo. Incapace di rimanere a capo del palazzo arcivescovile per confrontarsi con le imprese avviate da Milone, rinunciò al suo incarico e si ritirò nel suo monastero. Morì tra il 764 e il 770. La sua festa è celebrata nel giorno 5 agosto. (Autore: Mauro Bonato)

Colletta: O Dio, che mostri agli erranti la luce della tua verità. perché possano tornare sulla retta via, concedi a tutti coloro che si professano cristiani di respingere ciò che è contrario a questo nome e di seguire ciò che gli è conforme. Per il nostro Signore Gesù Cristo.

Papa Francesco (Angelus 27 Agosto 2017): Il Vangelo di questa domenica (Mt 16,13-20) ci riporta un passaggio-chiave nel cammino di Gesù con i suoi discepoli: il momento in cui Egli vuole verificare a che punto è la loro fede in Lui. Prima vuole sapere che cosa pensa di Lui la gente; e la gente pensa che Gesù sia un profeta, cosa che è vera, ma non coglie il centro della sua Persona, non coglie il centro della sua missione. Poi, pone ai discepoli la domanda che gli sta più a cuore, cioè chiede loro direttamente: «Ma voi, chi dite che io sia?» (v. 15). E con quel «ma» Gesù stacca decisamente gli Apostoli dalla massa, come a dire: ma voi, che siete con me ogni giorno e mi conoscete da vicino, che cosa avete colto di più? Il Maestro aspetta dai suoi una risposta alta ed altra rispetto a quelle dell’opinione pubblica. E, in effetti, proprio una tale risposta scaturisce dal cuore di Simone detto Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente» (v. 16). Simon Pietro si ritrova sulle labbra parole più grandi di lui, parole che non vengono dalle sue capacità naturali. Forse lui non aveva fatto le scuole elementari, ed è capace di dire queste parole, più forti di lui! Ma sono ispirate dal Padre celeste (cfr v. 17), il quale rivela al primo dei Dodici la vera identità di Gesù: Egli è il Messia, il Figlio inviato da Dio per salvare l’umanità. E da questa risposta, Gesù capisce che, grazie alla fede donata dal Padre, c’è un fondamento solido su cui può costruire la sua comunità, la sua Chiesa. Perciò dice a Simone: «Tu, Simone, sei Pietro – cioè pietra, roccia – e su questa pietra edificherò la mia Chiesa» (v. 18).
Anche con noi, oggi, Gesù vuole continuare a costruire la sua Chiesa, questa casa con fondamenta solide ma dove non mancano le crepe, e che ha continuo bisogno di essere riparata. Sempre. La Chiesa ha sempre bisogno di essere riformata, riparata.

I Lettura: Il tema della mormorazione del popolo lo ritroviamo spesso nella sacra Scrittura, che è sopra tutto manifestazione di sfiducia verso Dio. Nel testo odierno viene messo in evidenza la mormorazione del popolo e il peccato di Mosè per il quale gli viene impedito da Dio di entrare nella terra promessa: Irritarono Dio “anche alle acque di Merìba e Mosè fu punito per causa loro: poiché avevano amareggiato il suo spirito ed egli aveva parlato senza riflettere” (Sal 106,32-32).
Dio non delude mai, mantiene sempre le sue promesse, bisogna fidarsi di lui, della sua parola che è veritiera e che realizza sempre quanto promette: “Come infatti la pioggia e la neve scendono dal cielo e non vi ritornano senza avere irrigato la terra, senza averla fecondata e fatta germogliare, perché dia il seme a chi semina e il pane a chi mangia, così sarà della mia parola uscita dalla mia bocca: non ritornerà a me senza effetto, senza aver operato ciò che desidero e senza aver compiuto ciò per cui l’ho mandata” (Is 55,10-11).
Chi non si fida di Dio, chi non si abbandona alle sue cure paterne inesorabilmente va incontro a rovine e castighi, come accadde alla generazione di Kades e come è accaduto a Mosè e Aronne.

Vangelo: Il primato di Pietro è un potere per il bene della Chiesa, e poiché deve durare sino alla fine dei tempi, sarà trasmesso a coloro che gli succederanno nel corso dei secoli. Inferi, alla lettera «Ade» (in ebraico sheol), designa il soggiorno dei morti (Cf. Num 16,33). Le potenze degli inferi, «evocano le potenze del Male che, dopo aver trascinato gli uomini nella morte del peccato, li incatena definitivamente nella morte eterna. Seguendo il suo Signore, morto, “disceso agli inferi” [1Pt 3,19] e risuscitato [At 2,27.31], la Chiesa avrà la missione di strappare gli eletti all’impero della morte, temporale ed eterna, per farli entrare nel regno dei cieli [Cf. Col 1,3; 1Cor 15,26; Ap 6,8; 20,13]» (Bibbia di Gerusalemme).

Dal Vangelo secondo Matteo 16,13-23: In quel tempo, Gesù, giunto nella regione di Cesarèa di Filippo, domandò ai suoi discepoli: «La gente, chi dice che sia il Figlio dell’uomo?». Risposero: «Alcuni dicono Giovanni il Battista, altri Elìa, altri Geremìa o qualcuno dei profeti». Disse loro: «Ma voi, chi dite che io sia?». Rispose Simon Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente». E Gesù gli disse: «Beato sei tu, Simone, figlio di Giona, perché né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli. E io a te dico: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le potenze degli inferi non prevarranno su di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli: tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli». Allora ordinò ai discepoli di non dire ad alcuno che egli era il Cristo. Da allora Gesù cominciò a spiegare ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme e soffrire molto da parte degli anziani, dei capi dei sacerdoti e degli scribi, e venire ucciso e risorgere il terzo giorno. Pietro lo prese in disparte e si mise a rimproverarlo dicendo: «Dio non voglia, Signore; questo non ti accadrà mai». Ma egli, voltandosi, disse a Pietro: «Va’ dietro a me, Satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!». 

Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente - Cesarea di Filippo è l’antica città di Paneas al nord della Palestina, sulle pendici del monte Ermon. Quando Augusto nel 20 a.C. consegnò la regione al governo di Erode il grande, questi vi eresse un tempio in onore dell’imperatore romano. La costruzione della cittadina è da attribuire a Filippo, figlio di Erode, che la chiamò Cesarea in onore di Tiberio Cesare e vi si aggiungeva “di Filippo” per distinguerla da Cesarea marittima. Vi era adorato il Dio Pan, una divinità dalla sembianza caprina. In questa località che grondava di imperio e rimandava a sovrani che si autoproclamavano dèi, Gesù manifesta ai suoi discepoli la sua identità divina.
Ma voi, chi dite che io sia? Per Giovanni Papini «Gesù non interroga per sapere, ma perché i suoi fedeli, finalmente sappiano anch’essi [...] il suo vero nome». Ed è Simone, primo tra i Dodici e primo tra i cristiani, a esprimere in termini umani la realtà soprannaturale del figlio di Maria: «Tu sei il Cristo, il figlio del Dio vivente». Un’espressione che spesso si trova nell’Antico Testamento (Cf. Gs 3,10; Sal 42,3; 84,3; Os 2,1) ed esprime la presenza operante di Dio.
La risposta di Pietro pone almeno una domanda: egli intendeva professare la divinità di Gesù oppure si riferiva soltanto alla sua messianicità? Se si propende per quest’ultima soluzione, si restituisce alla espressione il semplice senso messianico che essa ha nell’Antico Testamento. Sulla base della risposta del Cristo, né carne né sangue te lo hanno rivelato, si può invece pensare che Pietro abbia voluto professare la divinità del suo Maestro: un’illumina-zione che veniva dall’alto e non era frutto di investigazione umana.
La risposta di Gesù a questa professione di fede ha una portata di notevolissima importanza. In primo luogo, egli proclama: «E io a te dico: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa».
Il termine semitico che traduce Chiesa, ekklêsia, significa assemblea. La «Chiesa» nell’Antico Testamento è la comunità del popolo eletto (Cf. Dt 4,10; At 7,38). Nei vangeli non appare che due volte e designa la nuova comunità che Gesù stava per fondare e che egli presenta come una realtà non solo stabile, ma indistruttibile: «[...] le potenze degli inferi non prevarranno su di essa». La locuzione, invece, è frequente nelle lettere paoline. Per la Bibbia di Gerusalemme, Gesù usando «il termine “Chiesa” parallelamente all’espressione “regno dei cieli” (Mt 4,17), sottolinea che questa comunità escatologica comincerà già sulla terra mediante una società organizzata di cui stabilisce il capo».
La Chiesa è edificata su Simone, che a motivo di questo ruolo riceve qui il nome di Pietro. Il mutamento del nome sta a indicare la nuova missione di Simon Pietro: egli sarà la roccia, quindi elemento di coesione, di unità e di stabilità.
A questo punto, Gesù indica i poteri conferiti a Simon Pietro: «A te darò le chiavi del regno dei cieli, tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli». Il senso di questa immagine, nota alla sacra Scrittura e all’antico Oriente, suggerisce l’incarico affidato a un unico personaggio di sorvegliare ed amministrare la casa. Nel mandato di Simon Pietro, il potere di legare e di sciogliere implica il perdono dei peccati, ma la sua comprensione non va limitata a questo significato: esso, infatti, comprende tutta un’attività di decisione e di legislazione, nella dottrina come nella condotta pratica, che coincide con l’amministrazione della Chiesa in generale.
Sempre per la Bibbia di Gerusalemme, l’esegesi cattolica «ritiene che queste promesse eterne valgano non soltanto per la persona di Pietro, ma anche per i suoi successori; sebbene tale conseguenza non sia esplicitamente indicata nel testo, è tuttavia legittima in ragione dell’intenzione manifesta che ha Gesù di provvedere all’avvenire della sua Chiesa con una istituzione che la morte di Pietro non può rendere effimera».
Luca (22,31s) e Giovanni (21,15s) sottolineano che il primato di Pietro, sempre per mandato divino, deve essere esercitato particolarmente nell’ordine della fede e che tale primato lo rende capo, non solo della Chiesa futura, ma già degli altri Apostoli. Infine, c’è da sottolineare che la professione petrina avviene nella regione di Cesarea di Filippo. Possiamo dire che non è «ricordato a caso il quadro geografico: la confessione del Messia e l’investitura di Pietro avvengono fuori dalla Palestina, in un territorio pagano. Le future direzioni della salvezza sono ormai chiare» (Ortensio Da Spinetoli).
 
Benedetto Prete (Vangelo secondo Matteo): Pietro, davanti all’inaspettata e singolare predizione di Cristo, fa le sue rimostranze e desidera scongiurare dal Maestro una simile sorte (Dio ti preservi: cioè Dio sia misericordioso verso di te ἳκεως σοι). Tu mi sei d’inciampo; letteral.: tu mi sei di scandalo, non nel senso che Pietro possa scandalizzare il Maestro, ma nel senso primitivo del termine cioè di: ostacolo, inciampo. Pietro, pretendendo di allontanare la passione da Gesù, mette un ostacolo su la via per la quale Dio vuol condurre il Messia. Perciò il Maestro lo chiama: Satana, non perché Pietro sia effettivamente Satana, ma perché egli, inconsciamente, fa il gioco di esso. Il principe degli apostoli ripete a suo modo le tentazioni di Satana; cf. Mt., 4, 11; (cf. anche il rilievo di Luca, 4, 13).
Il fedele racconto di questo episodio, che non fa onore a Pietro e che è riferito dopo il conferimento del primato, è una testimonianza di obiettività storica da parte dell’evangelista, il quale ama sottolineare nel suo scritto le preferenze che Gesù ha avuto per questo apostolo (cf. tra l’altro, Mt., 17, 25-27).
Tu sei Pietro, e a te darò le chiavi del regno dei cieli: Pietro fu «preposto a tutti gli altri, e così, quando vien detto “pietra”, quando vien nominato “fondamento”, quando vien costituito “portiere del regno dei cieli”, quando vien preposto come “arbitro del legare e dello sciogliere” i cui giudizi rimarranno stabili anche nei cieli, ci è dato conoscere quale sia la sua unione con Cristo attraverso il mistero di questi appellativi. Ed ora compie con maggior pienezza e potenza gli incarichi affidatigli, ed eseguisce in tutti i particolari gli uffici e gli impegni, in colui e con colui dal quale fu glorificato. Se, dunque, da noi si fa qualche azione retta o si prende qualche decisione giusta, se con le suppliche quotidiane otteniamo qualcosa dalla misericordia di Dio, è per la sua opera e per i suoi meriti: nella sua sede vive la sua potestà, vi eccelle la sua autorità» (San Leone Magno).
 
Accompagna con la tua continua protezione, o Signore,
e rendi degni della salvezza eterna
coloro che non privi del tuo aiuto.
Per Cristo nostro Signore.
i tuoi fedeli che nutri con il pane del cielo,

 

 
 4 Agosto 2021

 MERCOLEDÌ XVIII SETTIMANA T. O.

 SAN GIOVANNI MARIA VIANNEY, PRESBITERO – MEMORIA

 Nm 13,1-3a.25-14,1.26-30.34-35; Sal 105 (106): Mt 15,21-28

Il Santo del Giorno - 4 Agosto 2021 - Santo Curato d’Ars: Giovanni Maria Vianney nacque l’8 maggio 1786 a Dardilly, Lione, in Francia. Di famiglia contadina e privo della prima formazione, riuscì, nell’agosto 1815, ad essere ordinato sacerdote. Per farlo sacerdote, ci volle tutta la tenacia dell’abbé Charles Balley, parroco di Ecully, presso Lione: lo avviò al seminario, lo riaccolse quando venne sospeso dagli studi. Giovanni Maria Vianney, appena prete, tornò a Ecully come vicario dell’abbé Balley. Alla morte di Balley, fu mandato ad Ars-en-Dombes, un borgo con meno di trecento abitanti. Giovanni Maria Vianney, noto come il curato d’Ars, si dedicò all’evangelizzazione, attraverso l’esempio della sua bontà e carità. Ma fu sempre tormentato dal pensiero di non essere degno del suo compito. Trascorreva le giornate dedicandosi a celebrare la Messa e a confessare, senza risparmiarsi. Morì nel 1859. Papa Pio XI lo proclamerà santo nel 1925. Verrà indicato modello e patrono del clero parrocchiale. (Avvenire)

Colletta: Dio onnipotente e misericordioso, che hai fatto di san Giovanni Maria [Vianney] un pastore mirabile per lo zelo apostolico, per la sua intercessione e il suo esempio fa’ che con la nostra carità guadagniamo a Cristo i fratelli e godiamo, insieme con loro, la gloria senza fine. Per il nostro Signore Gesù Cristo.

Benedetto XVI (Udienza Generale 5 Agosto 2009): Il Santo Curato d’Ars manifestò sempre un’altissima considerazione del dono ricevuto. Affermava: “Oh! Che cosa grande è il Sacerdozio! Non lo si capirà bene che in Cielo… se lo si comprendesse sulla terra, si morirebbe, non di spavento ma di amore!” (Abbé Monnin, Esprit du Curé d’Ars, p. 113). Inoltre, da fanciullo aveva confidato alla madre: “Se fossi prete, vorrei conquistare molte anime” (Abbé Monnin, Procès de l’ordinaire, p. 1064). E così fu. Nel servizio pastorale, tanto semplice quanto straordinariamente fecondo, questo anonimo parroco di uno sperduto villaggio del sud della Francia riuscì talmente ad immedesimarsi col proprio ministero, da divenire, anche in maniera visibilmente ed universalmente riconoscibile, alter Christus, immagine del Buon Pastore, che, a differenza del mercenario, dà la vita per le proprie pecore (cfr Gv 10,11). Sull’esempio del Buon Pastore, egli ha dato la vita nei decenni del suo servizio sacerdotale. La sua esistenza fu una catechesi vivente, che acquistava un’efficacia particolarissima quando la gente lo vedeva celebrare la Messa, sostare in adorazione davanti al tabernacolo o trascorrere molte ore nel confessionale.
Centro di tutta la sua vita era dunque l’Eucaristia, che celebrava ed adorava con devozione e rispetto. Altra caratteristica fondamentale di questa straordinaria figura sacerdotale era l’assiduo ministero delle confessioni. Riconosceva nella pratica del sacramento della penitenza il logico e naturale compimento dell’apostolato sacerdotale, in obbedienza al mandato di Cristo: “A chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete resteranno non rimessi” (cfr Gv 20,23). San Giovanni Maria Vianney si distinse pertanto come ottimo e instancabile confessore e maestro spirituale. Passando “con un solo movimento interiore, dall’altare al confessionale”, dove trascorreva gran parte della giornata, cercava in ogni modo, con la predicazione e con il consiglio persuasivo, di far riscoprire ai parrocchiani il significato e la bellezza della penitenza sacramentale, mostrandola come un’esigenza intima della Presenza eucaristica (cfr Lettera ai sacerdoti perl'Anno Sacerdotale).

I Lettura: Il compito di esplorare la terra di Canaan è affidato a 12 esploratori rappresentativi delle dodici tribù di Israele. Dio aveva promesso al suo popolo una terra fertilissima “dove scorre latte e miele” (Es 3,8) e gli esploratori confermano che la terra di Canaan è una terra “bella e spaziosa” (Es 3,8), ma allo stesso tempo scoraggiano gli Israeliti ad entrarvi, mettendo in evidenza che le città ben fortificate sono inespugnabili e gli abitanti sono potenti, di gigantesca statura, invincibili sul campo di battaglia: «La terra che abbiamo attraversato per esplorarla è una terra che divora i suoi abitanti; tutto il popolo che vi abbiamo visto è gente di alta statura. Vi abbiamo visto i giganti, discendenti di Anak, della razza dei giganti, di fronte ai quali ci sembrava di essere come locuste, e così dovevamo sembrare a loro». Soltanto Caleb, figlio di Iefunnè, e Giosuè, figlio di Nun tentano di convincere il popolo a entrare nella terra promessa da Dio, ma il loro tentativo svanisce nel nulla, infatti tutta la comunità alzò la voce e diede in alte grida; quella notte il popolo pianse. Il castigo di Dio per un popolo pavido e infedele non tarda a venire, soltanto Caleb e Giosuè entreranno nella terra promessa, mentre tutto il popolo pagherà le conseguenze della sua colpa: “Nessun censito tra voi, di quanti siete stati registrati dai venti anni in su e avete mormorato contro di me, potrà entrare nella terra nella quale ho giurato a mano alzata di farvi abitare”.

Vangelo:  Gesù prima di occuparsi dei pagani deve dedicarsi alla salvezza dei Giudei, depositari delle antiche promesse (cfr. Gv 4,27). I pagani «agli occhi dei giudei erano considerati “cani”. Il carattere tradizionale di quest’immagine e la forma diminutiva [kynaria] attenuano sulla bocca di Gesù ciò che l’epiteto aveva di spregiativo» (Bibbia di Gerusalemme). Comunque, l’atteggiamento di Gesù è incomprensibile; si ci può chiedere se l’evangelista abbia annotato una sua reale reazione o si tratti di una finzione letteraria finalizzata a mettere in miglior risalto la grande fede della donna Cananèa. Accogliendo la preghiera della pagana ed esaudendola, il racconto evangelico diventa una piccola catechesi su un problema che affliggerà le prime comunità cristiane: l’ingresso dei pagani. Gesù indica la condizione: la fede. Il nuovo Israele che è la Chiesa è libero da ogni barriera o condizionamento geografico e socio-culturale. Il brano evangelico, quindi, è teso a mostrare la lealtà di Gesù verso Israele e contemporaneamente vuol sottolineare che tra i pagani nasce la fede, mentre il popolo eletto si chiude al messaggio evangelico. Praticamente, l’elogio e il dono della guarigione vogliono registrare un nuovo, importante dato della missione di Cristo: la salvezza ormai appartiene a tutti i popoli. Così come viene annotato nel Vangelo di Giovanni: «E ho altre pecore che non provengono da questo recinto: anche quelle io devo guidare. Ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge, un solo pastore» (Gv10,16). In questo modo, si è realizzata la parola di Dio pronunciata ad Abramo, in Gesù sono benedette tutte le famiglie della terra (cfr. Gen 12,3). 

Dal Vangelo secondo Matteo 15,21-28: In quel tempo, Gesù si ritirò verso la zona di Tiro e di Sidòne. Ed ecco una donna Cananea, che veniva da quella regione, si mise a gridare: «Pietà di me, Signore, figlio di Davide! Mia figlia è molto tormentata da un demonio». Ma egli non le rivolse neppure una parola. Allora i suoi discepoli gli si avvicinarono e lo implorarono: «Esaudiscila, perché ci viene dietro gridando!». Egli rispose: «Non sono stato mandato se non alle pecore perdute della casa d’Israele». Ma quella si avvicinò e si prostrò dinanzi a lui, dicendo: «Signore, aiutami!». Ed egli rispose: «Non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini». «È vero, Signore - disse la donna -, eppure i cagnolini mangiano le briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni». Allora Gesù le replicò: «Donna, grande è la tua fede! Avvenga per te come desideri». E da quell’istante sua figlia fu guarita.

M. Toschi: L’incontro di Gesù con la siro-fenicia tocca la delicatissima questione della fede. Questa donna non ha pretese nei confronti di Gesù, essa porta solamente il dolore per la figlioletta, posseduta da uno spirito immondo. Non chiede nulla, si accontenta solamente delle briciole, che sono fatte cadere dalla tavola per i cagnolini. Ma proprio in questo sta la grandezza della sua fede, che Gesù stesso le riconosce. La fede non è solamente affidarsi al Signore, ma anche abbandonarsi a Lui, perché basta pochissimo per essere saziati. Questa donna pagana cerca Gesù, attratta dal suo amore per Lui: un amore non costruito su astratte dottrine, ma sul patire della figlia. Questa è davvero la fede dei poveri, non maturata sui libri di teologia, ma su una vita quotidiana fatta di privazioni e di umiliazioni e proprio loro che avrebbero il diritto di pretendere, sono capaci di saziarsi solamente di briciole. È questa la fede con cui dovremmo accogliere l’eucarestia. Essa non è un possesso della chiesa, ma sta in questa straordinaria logica delle briciole, altrimenti è un rito religioso sostanzialmente vuoto. Dunque una fede senza pretese, che si sazia del pochissimo che Dio ogni giorno concede, che in realtà è tantissimo. Invece troppe volte apriamo una trattativa con Dio, rivendichiamo diritti e privilegi, viviamo la fede come esibizione di potenza. Davvero tutto il contrario di quello che il Vangelo esige dai credenti.

Farsi prigioniero del confessionale: Giovanni Paolo II (Dono e mistero): San Giovanni M. Vianney sorprende soprattutto perché in lui si rivela la potenza della grazia che agisce nella povertà dei mezzi umani. Mi toccava nel profondo, in particolare, il suo eroico servizio nel confessionale. Quell’umile sacerdote che confessava più di dieci ore al giorno, nutrendosi poco e dedicando al riposo appena alcune ore, era riuscito, in un difficile periodo storico, a suscitare una sorta di rivoluzione spirituale in Francia e non soltanto in Francia. Migliaia di persone passavano per Ars e si inginocchiavano al suo confessionale. Sullo sfondo della laicizzazione e dell’anticlericalismo del XIX secolo, la sua testimonianza costituisce un evento davvero rivoluzionario. Dall’incontro con la sua figura trassi la convinzione che il sacerdote realizza una parte essenziale della sua missione attraverso il confessionale, attraverso quel volontario «farsi prigioniero del confessionale».

Sacerdotii Nostri Primordia: Parlare di San Giovanni Maria Vianney è richiamare la figura di un sacerdote straordinariamente mortificato, che, per amore di Dio e per la conversione dei peccatori, si privava di nutrimento e di sonno, s’imponeva rudi discipline e praticava soprattutto la rinunzia di se stesso in grado eroico. Se è vero che non è generalmente richiesto ai fedeli di seguire questa via eccezionale, tuttavia la Divina Provvidenza ha disposto che nella Chiesa non mancassero mai pastori di anime che, mossi dallo Spirito Santo, non esitano ad incamminarsi per questo sentiero, poiché sono tali uomini specialmente che operano miracoli di conversioni.

Beda il Venerabile, Hom. 1, 19: Donna, grande è la tua fede, ti sia fatto come desideri [Mt 15,28]. Sì, aveva davvero una grande fede, lei che, pur non conoscendo gli antichi miracoli, precetti o promesse dei profeti, né quelli recenti dello stesso Signore, al di là del fatto che tante volte viene da lui trattata con indifferenza, persevera nelle preghiere; e non cessa di sollecitare con suppliche colui che, propagandosi la fama, aveva saputo essere un così grande Salvatore. Ed è per questo che la sua richiesta ottiene grande effetto, dal momento che, alle parole del Signore ti sia fatto come desideri, da allora sua figlia è risanata... Se qualcuno di noi ha la coscienza macchiata dall’avarizia, dall’impeto [delle passioni], dalla vanagloria, dallo sdegno, dall’ira o dall’invidia, e da tutti gli altri vizi, è come avesse una figlia maltrattata dal demonio, per la cui guarigione può ricorrere supplice al Signore... Sottomesso con la dovuta umiltà, nessuno si giudichi degno della comunanza con le pecore d’Israele, cioè con le anime monde, ma piuttosto che deve subire un confronto, e si ritenga indegno dei doni celesti. E tuttavia, non cessi, per la disperazione, di adoperarsi con preghiera insistente, ma con animo certo confidi nella bontà del sommo donatore: poiché colui che di un ladro poté fare un testimone, di un persecutore un apostolo, di un pubblicano un evangelista, di pietre figli di Abramo, proprio lui può trasformare anche un essere vergognoso come un cane in una pecora del gregge d’Israele.

 La partecipazione a questo banchetto del cielo,
rinvigorisca e accresca in tutti noi la grazia che da te proviene,
perché, celebrando la memoria di san Giovanni Maria,
custodiamo integro il dono della fede
e camminiamo sulla via della salvezza da lui indicata.
Per Cristo nostro Signore.
Dio onnipotente...

 

 3 Agosto 2021

 Martedì XVIII Settimana T. O.

 Nm 12,1-13; Sal 50 (51); Mt 14,22-36

 
Santo del Giorno - 3 Agosto 2021 - Beato Agostino Kazotic: Agostino Kazotic nacque da famiglia patrizia a Traù, in Dalmazia. Entrò nell’Ordine Domenicano a 15 anni. Nel 1286 fu mandato a Parigi per perfezionare i suoi studi. Al ritorno combatté energicamente l’eresia dilagante in Bosnia. Papa Benedetto XI, nel 1303, nominò e consacrò personalmente Agostino vescovo di Zagabria, dove prestò servizio sollecito durante le lotte interne per la successione al trono che ricadevano sulla gente comune. Nel 1322 il re Caroberto fece pressioni perché Agostino fosse trasferito a Lucera. La città era teatro di una sanguinosa lotta tra i saraceni e i cristiani che cercavano di insediarsi dopo quasi un secolo di forzato esilio. Col fascino del suo esempio, e la forza persuasiva della sua parola, in un solo anno Agostino ridonò alla città desolata un volto cristiano e un tenore di vita sereno. Morì a Lucera il 3 agosto 1323. La cattedrale ne conserva devotamente il corpo. Papa Innocenzo XII ha confermato il culto il 17 luglio 1700. (Avvenire)
 
Colletta: Mostra la tua continua benevolenza, o Padre, e assisti il tuo popolo, che ti riconosce creatore e guida; rinnova l’opera della tua creazione e custodisci ciò che hai rinnovato. Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
Benedetto XVI (Udienza Generale 30 Novembre 2011): La preghiera di Gesù tocca tutte le fasi del suo ministero e tutte le sue giornate. Le fatiche non la bloccano. I Vangeli, anzi, lasciano trasparire una consuetudine di Gesù a trascorrere in preghiera parte della notte. L’Evangelista Marco racconta una di queste notti, dopo la pesante giornata della moltiplicazione dei pani e scrive: «E subito costrinse i suoi discepoli a salire sulla barca e a precederlo sull’altra riva, a Betsàida, finché non avesse congedato la folla. Quando li ebbe congedati, andò sul monte a pregare. Venuta la sera, la barca era in mezzo al mare ed egli, da solo, a terra» (Mc 6,45-47). Quando le decisioni si fanno urgenti e complesse, la sua preghiera diventa più prolungata e intensa. Nell’imminenza della scelta dei Dodici Apostoli, ad esempio, Luca sottolinea la durata notturna della preghiera preparatoria di Gesù: «In quei giorni egli se ne andò sul monte a pregare e passò tutta la notte pregando Dio. Quando fu giorno, chiamò a sé i suoi discepoli e ne scelse dodici, ai quali diede anche il nome di apostoli» (Lc 6,12-13).
Guardando alla preghiera di Gesù, deve sorgere in noi una domanda: come prego io? come preghiamo noi? Quale tempo dedico al rapporto con Dio? Si fa oggi una sufficiente educazione e formazione alla preghiera? E chi può esserne maestro? Nell’Esortazione apostolica Verbum Domini ho parlato dell’importanza della lettura orante della Sacra Scrittura. Raccogliendo quanto emerso nell’Assemblea del Sinodo dei Vescovi, ho posto un accento particolare sulla forma specifica della lectio divina. Ascoltare, meditare, tacere davanti al Signore che parla è un’arte, che si impara praticandola con costanza. Certamente la preghiera è un dono, che chiede, tuttavia, di essere accolto; è opera di Dio, ma esige impegno e continuità da parte nostra; soprattutto, la continuità e la costanza sono importanti. Proprio l’esperienza esemplare di Gesù mostra che la sua preghiera, animata dalla paternità di Dio e dalla comunione dello Spirito, si è approfondita in un prolungato e fedele esercizio, fino al Giardino degli Ulivi e alla Croce. Oggi i cristiani sono chiamati a essere testimoni di preghiera, proprio perché il nostro mondo è spesso chiuso all’orizzonte divino e alla speranza che porta l’incontro con Dio. Nell’amicizia profonda con Gesù e vivendo in Lui e con Lui la relazione filiale con il Padre, attraverso la nostra preghiera fedele e costante, possiamo aprire finestre verso il Cielo di Dio. Anzi, nel percorrere la via della preghiera, senza riguardo umano, possiamo aiutare altri a percorrerla: anche per la preghiera cristiana è vero che, camminando, si aprono cammini.
Cari fratelli e sorelle, educhiamoci ad un rapporto con Dio intenso, ad una preghiera che non sia saltuaria, ma costante, piena di fiducia, capace di illuminare la nostra vita, come ci insegna Gesù.
 
I Lettura: Il popolo d’Israele non si stanca di lamentarsi, di ricordare la pentole d’Egitto colme di carne e di pesci, ora è nauseato dalla manna, il pane che Dio ha dato al suo popolo: «Ora la nostra gola inaridisce; non c’è più nulla, i nostri occhi non vedono altro che questa manna». La risposta di Dio non tarderà ad arrivare, intanto Mosè riveste il ruolo di mediatore: la preghiera è onnipotente, e vince anche il cuore di Dio. Salmo:
 
Vangelo: Il racconto di Matteo mette in risalto l’importanza della fede. È «una lezione per la sua comunità, è invito ad aprirsi con fiducia al suo Signore. L’episodio è simile, da questo punto di vista, a quello della tempesta sedata [Mt 8,25-26]. Per la Chiesa non vi è altro ancoraggio, per la sua navigazione nella storia, che quello costituito dalla sua fede e accoglienza del Signore e della sua parola» (Giulio Cirignano).
 
Dal vangelo secondo Matteo 14,22-36: [Dopo che la folla ebbe mangiato], subito Gesù costrinse i discepoli a salire sulla barca e a precederlo sull’altra riva, finché non avesse congedato la folla. Congedata la folla, salì sul monte, in disparte, a pregare.
Venuta la sera, egli se ne stava lassù, da solo.
La barca intanto distava già molte miglia da terra ed era agitata dalle onde: il vento infatti era contrario. Sul finire della notte egli andò verso di loro camminando sul mare. Vedendolo camminare sul mare, i discepoli furono sconvolti e dissero: «È un fantasma!» e gridarono dalla paura. Ma subito Gesù parlò loro dicendo: «Coraggio, sono io, non abbiate paura!».
Pietro allora gli rispose: «Signore, se sei tu, comandami di venire verso di te sulle acque». Ed egli disse: «Vieni!». Pietro scese dalla barca, si mise a camminare sulle acque e andò verso Gesù. Ma, vedendo che il vento era forte, s’impaurì e, cominciando ad affondare, gridò: «Signore, salvami!». E subito Gesù tese la mano, lo afferrò e gli disse: «Uomo di poca fede, perché hai dubitato?».
Appena saliti sulla barca, il vento cessò. Quelli che erano sulla barca si prostrarono davanti a lui, dicendo: «Davvero tu sei Figlio di Dio!».
Compiuta la traversata, approdarono a Gennèsaret. E la gente del luogo, riconosciuto Gesù, diffuse la notizia in tutta la regione; gli portarono tutti i malati e lo pregavano di poter toccare almeno il lembo del suo mantello. E quanti lo toccarono furono guariti.
 
Pietro, che affonda nella notte, fra le onde e la tempesta, è l’immagine del papato, il quale, umanamente considerato, dovrebbe essere affondato da lungo tempo, ma viene sorretto da Cristo e perciò non può andare a fondo. La scena in quell’ora notturna sul lago di Genezaret è un simbolo della Chiesa nell’oscurità dei tempi. Considerata nella totalità, si riferisce a ogni singolo uomo come membro di questa Chiesa. Anche l’individuo deve compiere sovente viaggi tempestosi contro opposizioni esteriori ed interiori, solo e abbandonato, stanco e depresso, osando arditamente, come Pietro, e provando subito dopo il contraccolpo dell’angoscia e dello spavento. Anche il singolo uomo, però, sa che Cristo prega sul monte del cielo e lo vede, sa che Cristo verso di lui, sia pure sotto la figura spettrale d’una malattia, di un’avversità interiore o esteriore, di un’umiliazione, d’un insuccesso. Sorretto dalla mano del Signore, anch’egli si sente sicuro e sa che il suo viaggio terreno terminerà nella pace e nella beatitudine delle spiagge su cui il Signore trasforma le tenebre in luce, i pericoli nella calma, le angosce in gioia e l’attesa in possesso. La scena si conclude con la narrazione del risanamento d’una quantità di malati, sicché tutto è destinato a destare una fede incrollabile nei discepoli.
 
La preghiera della Chiesa primitiva - Helen Schüngel: La chiesa primitiva ha sperimentato la propria preghiera come qualcosa di nuovo, di inaudito. Supportata dalla fede di essere “liberata dal potere delle tenebre e trasferita nel regno dell’amore del Figlio” (Col 1,13), sapeva di esser autorizzata a pregare “nel nome del Signore” (lCor l,10) o “per Cristo”. Tutte le promesse di Dio sono state confermate e adempiute in Gesù e per mezzo suo; nel momento in cui i credenti dicono l’“amen”, rendono a Dio l’onore di essere fedele, poiché essi lo fanno nella speranza di sperimentare lo stesso adempimento delle promesse (2Cor 1,20). Così può pregare soltanto colui al quale Dio si è rivelato, mediante Gesù, come il Dio fedele e salvatore e che rimane in questo rapporto con Dio (Gv 15,16).
Credere significa dunque saper pregare ed essere certi dell’adempimento (Gv 15,7; 6,23ss). La preghiera cristiana ha perciò la sua motivazione nell’azione salvifica di Dio, ma allo stesso modo rimane orientata verso l’estrema azione di Dio: è un pregare escatologico; nell’invocazione liturgica Maranà tha la comunità prega per la venuta definiva del suo Signore.
Pregando, il cristiano sperimenta la sua distanza dal mondo, soprattutto anche dai propri desideri più vari; egli sa che la sua preghiera, come la sua vita in genere, è determinata dal “non aver nulla e invece possedere tutto” (2Cor 6,10). Una tale preghiera avviene nello Spirito Santo “perché noi nemmeno sappiamo che cosa sia conveniente domandare, ma lo Spirito stesso intercede con insistenza per noi, con gemiti inesprimibili” (Rm 8,26); in questa preghiera ci uniamo al “genere della creazione” (Rm 8,22s). Questa preghiera, dunque, che libera dal mondo, è al tempo stesso la forma più profonda di solidarietà con il mondo.
 
Non abbiate paura: Amoris laetitia 100: Per disporsi ad un vero incontro con l’altro, si richiede uno sguardo amabile posato su di lui. Questo non è possibile quando regna un pessimismo che mette in rilievo i difetti e gli errori altrui, forse per compensare i propri complessi. Uno sguardo amabile ci permette di non soffermarci molto sui limiti dell’altro, e così possiamo tollerarlo e unirci in un progetto comune, anche se siamo differenti. L’amore amabile genera vincoli, coltiva legami, crea nuove reti d’integrazione, costruisce una solida trama sociale. In tal modo protegge sé stesso, perché senza senso di appartenenza non si può sostenere una dedizione agli altri, ognuno finisce per cercare unicamente la propria convenienza e la convivenza diventa impossibile. Una persona antisociale crede che gli altri esistano per soddisfare le sue necessità, e che quando lo fanno compiono solo il loro dovere. Dunque non c’è spazio per l’amabilità dell’amore e del suo linguaggio. Chi ama è capace di dire parole di incoraggiamento, che confortano, che danno forza, che consolano, che stimolano. Vediamo, per esempio, alcune parole che Gesù diceva alle persone: «Coraggio figlio!» (Mt 9,2). «Grande è la tua fede!» (Mt 15,28). «Alzati!» (Mc 5,41). «Va’ in pace» (Lc 7,50). «Non abbiate paura» (Mt 14,27). Non sono parole che umiliano, che rattristano, che irritano, che disprezzano. Nella famiglia bisogna imparare questo linguaggio amabile di Gesù.
 
Gesù ordina ai discepoli di precederlo sull’ altra sponda - Il chiaro significato spirituale delle parole di Gesù - Ilario di Poitiers, Commentario a Matteo 14,13: Per dare la ragione di questi fatti, bisogna fare distinzioni di tempo. Il fatto che è solo la sera, indica la sua solitudine nell’ora della passione, quando gli altri si sono dispersi per il panico. Il fatto che ordina ai suoi discepoli di salire sulla barca e di andare all’ altra sponda, mentre egli congeda la folla, e congedatala, sale sul monte, significa che ordina loro di stare nella Chiesa e di attraversare il mare, cioè il mondo, fino al tempo in cui, ritornando nel suo avvento glorioso, egli stesso darà la salvezza a tutto il popolo, che costituirà il regno d’Israele, Lo libererà dei suoi peccati e, una volta liberato a piuttosto ammesso nel regno dei cieli, renderà grazie a Dio suo Padre e si siederà nella sua gloria e nella sua maestà.
 
Accompagna con la tua continua protezione, o Signore,
i tuoi fedeli che nutri con il pane del cielo,
e rendi degni della salvezza eterna
coloro che non privi del tuo aiuto.
Per Cristo nostro Signore.
 
 
 

 2 AGOSTO 2021
 
Lunedì XVIII Settimana T. O.
 
Nm 11,14b-15; Sal 80 (81); Mt 14,13-21

Il Santo del Giorno - 2 Agosto 2021 - Sant’Eusebio di Vercelli Vescovo: Il primo vescovo del Piemonte nacque in Sardegna tra la fine del III e l’inizio del IV secolo. Durante gli studi ecclesiastici a Roma si fece apprezzare da papa Giulio I che verso il 345 lo nominò vescovo di Vercelli. Qui stabilì per sé e per i suoi preti l’obbligo della vita in comune, collegando l’evangelizzazione con lo stile monastico. I vercellesi vennero conquistati dalla sua arte oratoria: non solo parlava bene, ma esprimeva ciò che sentiva dentro. Si attirò così l’ostilità degli ariani e dello stesso imperatore Costanzo che lo mandò in esilio in Asia insieme a Dionigi, vescovo di Milano. Venne torturato, soffrì la fame, ma nel 362 ebbe finalmente la fortuna di ritornare a Vercelli. Riprese l’evangelizzazione delle campagne, istituendo la diocesi di Tortona. Ma si spinse anche in Gallia, insediando un vescovo a Embrun. La tradizione lo considera anche fondatore di due noti santuari: quello di Oropa (Biella) e di Crea (Alessandria). Nel 371 la morte lo colse nella sua città episcopale, che ne custodisce tuttora le reliquie nel Duomo. (Avvenire)

Colletta: Mostra la tua continua benevolenza, o Padre, e assisti il tuo popolo, che ti riconosce creatore e guida; rinnova l’opera della tua creazione e custodisci ciò che hai rinnovato. Per il nostro Signore Gesù Cristo.  

… sentì compassione per loro e guarì i loro malati - Messaggio per la XXIX Giornata de Malato: L’esperienza della malattia ci fa sentire la nostra vulnerabilità e, nel contempo, il bisogno innato dell’altro. La condizione di creaturalità diventa ancora più nitida e sperimentiamo in maniera evidente la nostra dipendenza da Dio. Quando siamo malati, infatti, l’incertezza, il timore, a volte lo sgomento pervadono la mente e il cuore; ci troviamo in una situazione di impotenza, perché la nostra salute non dipende dalle nostre capacità o dal nostro “affannarci” (cfr Mt 6,27). La malattia impone una domanda di senso, che nella fede si rivolge a Dio: una domanda che cerca un nuovo significato e una nuova direzione all’esistenza, e che a volte può non trovare subito una risposta. Gli stessi amici e parenti non sempre sono in grado di aiutarci in questa faticosa ricerca. Emblematica è, al riguardo, la figura biblica di Giobbe. La moglie e gli amici non riescono ad accompagnarlo nella sua sventura, anzi, lo accusano amplificando in lui solitudine e smarrimento. Giobbe precipita in uno stato di abbandono e di incomprensione. Ma proprio attraverso questa estrema fragilità, respingendo ogni ipocrisia e scegliendo la via della sincerità verso Dio e verso gli altri, egli fa giungere il suo grido insistente a Dio, il quale alla fine risponde, aprendogli un nuovo orizzonte. Gli conferma che la sua sofferenza non è una punizione o un castigo, non è nemmeno uno stato di lontananza da Dio o un segno della sua indifferenza. Così, dal cuore ferito e risanato di Giobbe, sgorga quella vibrante e commossa dichiarazione al Signore: «Io ti conoscevo solo per sentito dire, ma ora i miei occhi ti hanno veduto» (42,5). La malattia ha sempre un volto, e non uno solo: ha il volto di ogni malato e malata, anche di quelli che si sentono ignorati, esclusi, vittime di ingiustizie sociali che negano loro diritti essenziali (cfr Enc. Fratelli tutti, 22).

I Lettura:  - Il popolo d’Israele non si stanca di lamentarsi, di ricordare la pentole d’Egitto colme di carne e di pesci, ora è nauseato dalla manna, il pane che Dio ha dato al suo popolo: «Ora la nostra gola inaridisce; non c’è più nulla, i nostri occhi non vedono altro che questa manna». La risposta di Dio non tarderà ad arrivare, intanto Mosè riveste il ruolo di mediatore: la preghiera è onnipotente, e vince anche il cuore di Dio.

Vangelo: L’intenzione di Matteo è quella di raccontare un miracolo realmente compiuto da Gesù, ma è chiaro che la prima generazione cristiana, illuminata dalla luce del Risorto e ammaestrata dallo Spirito Santo, diede un’importanza particolare al prodigio. In Gesù Dio sazia la fame materiale e spirituale del suo popolo: lo fa con un pane misterioso che è il corpo del Cristo donato al mondo per la sua salvezza. Gesù, nuovo Mosè, nutre la folla nel deserto, e agisce come i grandi uomini di Dio; per esempio, come Eliseo il quale saziò con un miracolo la fame di cento uomini (2Re 4,42-44).

Dal Vangelo secondo Matteo 14,13-21: In quel tempo, avendo udito [della morte di Giovanni Battista], Gesù partì di là su una barca e si ritirò in un luogo deserto, in disparte. Ma le folle, avendolo saputo, lo seguirono a piedi dalle città. Sceso dalla barca, egli vide una grande folla, sentì compassione per loro e guarì i loro malati. Sul far della sera, gli si avvicinarono i discepoli e gli dissero: «Il luogo è deserto ed è ormai tardi; congeda la folla perché vada nei villaggi a comprarsi da mangiare». Ma Gesù disse loro: «Non occorre che vadano; voi stessi date loro da mangiare». Gli risposero: «Qui non abbiamo altro che cinque pani e due pesci!». Ed egli disse: «Portatemeli qui». E, dopo aver ordinato alla folla di sedersi sull’erba, prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò la benedizione, spezzò i pani e li diede ai discepoli, e i discepoli alla folla.
Tutti mangiarono a sazietà, e portarono via i pezzi avanzati: dodici ceste piene. Quelli che avevano mangiato erano circa cinquemila uomini, senza contare le donne e i bambini.

… recitò la benedizione, spezzò i pani - Mentre Luca (9,10-17) e Giovanni (6,1-13) non raccontano che una sola moltiplicazione dei pani, Matteo e Marco ne riferiscono due (Cf. Mt 14,13-21; 15,32-39; Mc 6,30-44; 8,1-10). Forse, come suggerisce anche la Bibbia di Gerusalemme, si tratta di un doppione, sicuramente molto antico, che presenta lo stesso avvenimento secondo due tradizioni diverse.
La prima redazione più antica, d’origine palestinese, sembra collocare il fatto sulla riva occidentale del lago e parla di dodici panieri, il numero delle tribù d’Israele e degli apostoli. La seconda redazione, che deriverebbe da ambienti cristiani di origine pagana, situa il fatto sulla riva orientale del lago, in terra pagana (Mc 7,31), e parla di sette ceste, numero delle nazioni di Canaan (At 13,19) e dei diaconi ellenisti (At 6,5; 21,8).
Il testo evangelico è di una ricchezza straordinaria. Innanzi tutto vi possiamo cogliere un senso messianico. Il racconto evangelico è analogo al racconto del dono prodigioso della manna (Cf. Es 16,4-35). Ci aiuta in questa comprensione anche l’ambiente dove Gesù opera il miracolo della moltiplicazione dei pani che corrisponde a quello dell’Esodo: Gesù come Mosè si trova nel deserto, circondato da una grande folla, affamata perché sprovvista di cibo, e come Mosè nel deserto si prende cura del popolo d’Israele, così Gesù sente compassione del popolo e lo nutre abbondantemente.
«L’analogia con l’epopea dell’esodo delle tribù israelitiche sostenute da Dio nel passaggio del deserto alla terra promessa offre un significato fondamentale al gesto di Cristo. Non diversamente da Mosè, egli, come messia, guida e sostiene la comunità messianica nel cammino verso la terra promessa» (Giuseppe Barbaglio).
Poi, il senso ecclesiale che «emerge dalla mediazione dei discepoli [v. 19] per distribuire il cibo miracoloso procurato da Gesù alle folle, fatte adagiare sull’erba. È l’immagine della Chiesa, nella quale i Dodici continueranno a elargire i beni preziosi della Parola e del Pane eucaristico in ogni luogo e in ogni tempo. Le dodici ceste di pane avanzate [v. 20] evocano le dodici tribù d’Israele, qui rappresentate dalla nuova assemblea, radunata intorno a Gesù e ai Dodici» (Angelico Poppi).
E infine, il senso eucaristico. Se si colloca la narrazione della moltiplicazione dei pani in un contesto salvifico, allora sarà spontaneo leggere il miracolo dei pani e dei pesci, alla luce dell’Eucarestia: il cibo «apprestato da Gesù, attraverso il miracolo dei pani, è immagine e segno della Cena Eucaristica, in cui il Corpo e il Sangue del Figlio di Dio vengono dati agli uomini nel mistero della sua Pasqua salvifica. Intorno al Corpo Eucaristico si costruisce la Chiesa, Corpo Mistico di Cristo. Attraverso l’Eucaristia, Gesù diventa cibo e aduna organicamente tutta l’umanità in un Corpo di cui diventa Capo» (P. Massimo Biocco).
Anche se alcuni contestano questa lettura, i verbi prendere (prese i cinque pani e i due pesci), benedire (recitò la benedizione), spezzare (spezzò i pani), dare (li diede ai discepoli) ci suggeriscono palesemente il senso eucaristico del racconto evangelico.
Ma nella narrazione di Matteo il lettore può trovarvi altri suggerimenti. Per esempio, la sollecitudine di Gesù nello sfamare i cinquemila, fa pensare a qualcos’altro che può essere svelato da alcune sue parole fedelmente registrate dal Vangelo secondo Giovanni: «Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà più fame, e chi crede in me non avrà sete, mai» (Gv 6,35).
Quindi è un invito a non andare a cercare cibi o bevande che danno la morte (Cf. Gv 6,49); solo Lui, il Pane vivo e vero, disceso dal cielo, può sfamare veramente la fame dell’uomo e donargli la vita eterna. Gesù nel racconto delle tentazioni lo aveva ricordato a Satana, e lo ricorda ad ogni credente: «Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio» (Mt 4,4).
Il Cristo, con queste parole, scardina ogni tentazione di appagarsi dei semplici nutrimenti umani. Il pane che Dio ci dona si contrappone a tutti gli alimenti di questo mondo che non possono saziare l’intimo dell’uomo: è il Verbo eterno del Padre, Lui stesso, Parola fatta carne (Cf. Gv 1,1.14), a farsi alimento dell’intera umanità. In altre parole, solo il Figlio di Dio può soddisfare appieno tutti i bisogni dell’uomo, anche i più profondi e vitali. Lui solo sazia la fame del mondo.
Gesù, vero Uomo e Dio benedetto nei secoli (Cf. Rom 9,5), non solo può procurare agli uomini il pane, l’acqua, la casa, il lavoro, la salute, ma soprattutto solo lui può donare loro la serenità, la pace, la gioia, il benessere e quella vera felicità che supera tutte le felicità umane: la comunione con la Trinità che si compie col mangiare il pane eucaristico: un manducare che è inizio e preludio di quella vita beata che è la vita eterna.
Tutti mangiarono a sazietà, e portarono via i pezzi avanzati: dodici ceste. Dio non lesina i suoi doni, perché offre le sue grazie e i suoi beni a profusione: «A quelli che sono ricchi in questo mondo ordina di non essere orgogliosi, di non porre la speranza nell’instabilità delle ricchezze, ma in Dio, che tutto ci dà con abbondanza perché possiamo goderne» (1Tm 6,17). Ma perché l’uomo possa, oggi e domani, ricevere il dono di Dio deve essere affamato del pane celeste, deve imitare la generosità del suo Signore, deve saper dare senza chiedere nulla in contraccambio: voi stessi date loro da mangiare, perché solo se si dona si riceve: «Date e vi sarà dato; una misura buona, pigiata, colma e traboccante vi sarà versata nel grembo» (Lc 6,38).

Salì sul monte... a pregare: Bibbia di Gerusalemme (vedi nota Mt 14,23): Gli evangelisti, soprattutto Lc, notano spesso che Gesù prega, nella solitudine e nella notte (Mt 14,23p; Mc 1,35; Lc 5,16), all’ora dei pasti (Mt 14,19p; 15,36p; 26,26-27p) e in occasione di avvenimenti importanti: per il battesimo (Lc 3,21), prima di scegliere i dodici (Lc 6,12), prima di insegnare il Pater (Lc 11,1; cfr. Mt 6,5+), prima della confessione di Cesarea (Lc 9,18), nella trasfigurazione (Lc 9,28-29), nel Getsemani (Mt 26,36-44), sulla croce (Mt 27,46p; Lc 23,46). Egli prega per i suoi carnefici (Lc 23,34), per Pietro (Lc 22,32), per i suoi discepoli e per coloro che li seguiranno (Gv 17,9-24). Prega anche per se stesso (Mt 26,39p; cf. Gv 17,1-5; Eb 5,7). Queste preghiere manifestano un rapporto permanente con il Padre (Mt 11,25-27p) che non lo lascia mai solo (Gv 8,29) e lo esaudisce sempre (Gv 11,22.42; cf. Mt 26,53). Con questo esempio come con l’insegnamento, Gesù ha inculcato ai discepoli la necessità e la maniera di pregare (Mt 6,5+). Attualmente nella gloria, egli continua a intercedere per i suoi (Rm 8,34; Eb 7,25; 1Gv 2,1), come ha promesso (Gv 14,16).

La compassione di Gesù - Girolamo, In Matth. II, 14,14: Nelle parole evangeliche sempre la lettera è unita allo spirito, e se qualche particolare sulle prime ti sembra privo di calore, se lo tocchi vedrai che brucia. Il Signore stava nel deserto, e le folle lo seguivano, abbandonando le loro città, cioè le loro antiche abitudini e le varie loro credenze religiose. Il fatto che Gesù scende dalla barca, significa che le folle avevano certamente la volontà di andare da lui, ma non le forze necessarie per farlo; per questo il Salvatore scende dal luogo ove stava e va loro incontro, allo stesso modo che in un’altra parabola il padre corre incontro al figlio pentito (cf. Lc 15,20). Vista la folla, ne ha compassione e cura i malati per dare alla fede sincera e piena subito il suo premio.

 Accompagna con la tua continua protezione, o Signore,
i tuoi fedeli che nutri con il pane del cielo,
e rendi degni della salvezza eterna
coloro che non privi del tuo aiuto.
Per Cristo nostro Signore.