11 LUGLIO 2021
 
XV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO DISPARI)
 
Am 7,12-15; Sal 84 (85); Ef 1,3-14; Mc 6,7-13
 
Il Santo del Giorno - 11 Luglio 2021 -  San Benedetto da Norcia: È il patriarca del monachesimo occidentale. Dopo un periodo di solitudine presso il sacro Speco di Subiaco, passò alla forma cenobitica prima a Subiaco, poi a Montecassino. La sua Regola, che riassume la tradizione monastica orientale adattandola con saggezza e discrezione al mondo latino, apre una via nuova alla civiltà europea dopo il declino di quella romana. In questa scuola di servizio del Signore hanno un ruolo determinante la lettura meditata della parola di Dio e la lode liturgica, alternata con i ritmi del lavoro in un clima intenso di carità fraterna e di servizio reciproco. Nel solco di San Benedetto sorsero nel continente europeo e nelle isole centri di preghiera, di cultura, di promozione umana, di ospitalità per i poveri e i pellegrini. Due secoli dopo la sua morte, saranno più di mille i monasteri guidati dalla sua Regola. Paolo VI lo proclamò patrono d’Europa (24 ottobre 1964). (Avvenire)  
 
Colletta: O Padre, che chiami tutti gli uomini a essere tuoi figli in Cristo, concedi alla tua Chiesa di confidare solo nella forza dello Spirito per testimoniare a tutti le ricchezze della tua grazia. Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
La vocazione - Pastores dabo vobis n. 36: La storia di ogni vocazione sacerdotale, come peraltro di ogni vocazione cristiana, è la storia di un ineffabile dialogo tra Dio e l’uomo, tra l’amore di Dio che chiama e la libertà dell’uomo che nell’amore risponde a Dio. Questi due aspetti indissociabili della vocazione, il dono gratuito di Dio e la libertà responsabile dell’uomo, emergono in modo splendido e quanto mai efficace nelle brevissime parole con le quali l’evangelista Marco presenta la vocazione dei dodici: Gesù «salì poi sul monte, chiamò a sé quelli che volle ed essi andarono da lui». Da un lato sta la decisione assolutamente libera di Gesù, dall’altro l’«andare» dei dodici, ossia il loro «seguire» Gesù.
È questo il paradigma costante, il dato irrinunciabile di ogni vocazione: quella dei profeti, degli apostoli, dei sacerdoti, dei religiosi, dei fedeli laici, di ogni persona.
Ma del tutto prioritario, anzi preveniente e decisivo è l’intervento libero e gratuito di Dio che chiama. Sua è l’iniziativa del chiamare. È questa, ad esempio, l’esperienza del profeta Geremia: « Mi fu rivolta la parola del Signore: “Prima di formarti nel grembo materno, ti conoscevo, prima che tu uscissi alla luce, ti avevo consacrato; ti ho stabilito profeta delle nazioni”». È la stessa verità presentata dall’apostolo Paolo, che radica ogni vocazione nell’eterna elezione in Cristo, fatta «prima della creazione del mondo e secondo il beneplacito della sua volontà». L’assoluto primato della grazia nella vocazione trova la sua perfetta proclamazione nella parola di Gesù: «Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga».
Se la vocazione sacerdotale testimonia in modo inequivocabile il primato della grazia, la libera e sovrana decisione di Dio di chiamare l’uomo domanda assoluto rispetto, non può minimamente essere forzata da qualsiasi pretesa umana, non può essere sostituita da qualsiasi decisione umana. La vocazione è un dono della grazia divina e mai un diritto dell’uomo, così che «non si può mai considerare la vita sacerdotale come una promozione semplicemente umana, né la missione del ministro come un semplice progetto personale». È così escluso in radice ogni vanto e ogni presunzione da parte dei chiamati. L’intero spazio spirituale del loro cuore è per una gratitudine ammirata e commossa, per una fiducia ed una speranza incrollabili, perché i chiamati sanno di essere fondati non sulle proprie forze, ma sull’incondizionata fedeltà di Dio che chiama.
 
I Lettura: Amasia paragona Amos ai profeti di carriera che vivono della loro professione (Cf. 1Sam 9,7), ma non lo accusa d’essere un falso profeta; anzi, il suo intervento e la sua denunzia di cospirazione mostrano che egli teme le conseguenze della predicazione del profeta. La fedeltà di Amos alla vocazione divina rende efficace e veritiero il suo annunzio, purtroppo foriero di crudeli sventure: morte di spada per Geroboamo, esilio per Amasia e per tutto Israele, disonore e morte per donne e bambini.
 
II Lettura: Paolo svela agli Efesini il ‘mistero della volontà di Dio’ che è quello di ricapitolare in Cristo tutte le cose, «quelle nei cieli e quelle sulla terra». Questo disegno comporta anche la chiamata dei pagani a condividere la salvezza già riservata a Israele. Il progetto divino, iniziato già ora in modo misterioso, sarà completo quando il regno di Dio si stabilirà in modo glorioso e definitivo, nella manifestazione ultima del Cristo.

Vangelo:  La povertà degli apostoli è necessaria, ma molto più essenziale è la povertà della stessa missione: quando la Chiesa fa dipendere il suo annuncio unicamente dai mezzi, «è una Chiesa che si è indebolita nella sua fede» (José Maria Gonzáles-Ruiz). Essere mandati a due a due è in sintonia con la tradizione biblica, secondo la quale solo la testimonianza di due testimoni (o più) garantisce la veridicità di un fatto (Cf. Dt 19,15). Il potere sugli spiriti, che Gesù conferisce ai Dodici, è un potere teso a liberare l’uomo nella sua totalità come persona umana: in modo specifico è finalizzato a liberarlo dal peccato, dalla morte corporale e da quella spirituale. Scuotere la polvere dai piedi era un gesto con il quale gli Ebrei esprimevano il distacco dal mondo pagano e la messa sotto accusa di chi si chiudeva al messaggio del vero e unico Dio. L’unzione con l’olio è bene testimoniata nel mondo pagano e in quello biblico. In quest’ultimo l’unzione compare come segno messianico con il quale si evidenzia quanto la forza di Dio è capace di operare sul corpo e sullo spirito dell’uomo.
 
Dal Vangelo secondo Marco 6,7-13: : In quel tempo, Gesù chiamò a sé i Dodici e prese a mandarli a due a due e dava loro potere sugli spiriti impuri. E ordinò loro di non prendere per il viaggio nient’altro che un bastone: né pane, né sacca, né denaro nella cintura; ma di calzare sandali e di non portare due tuniche.
E diceva loro: «Dovunque entriate in una casa, rimanetevi finché non sarete partiti di lì. Se in qualche luogo non vi accogliessero e non vi ascoltassero, andatevene e scuotete la polvere sotto i vostri piedi come testimonianza per loro». Ed essi, partiti, proclamarono che la gente si convertisse, scacciavano molti demòni, ungevano con olio molti infermi e li guarivano. 
 
Prese a mandarli a due a due ... E ordinò loro di non prendere nient’altro che un bastone ... - Jacques Hervieux (Vangelo di Marco): Il maestro comincia con l’inviare i discepoli « a due a due (v. 7b): si tratta di un’usanza giudaica? Nella legge di Mosè sono necessari due testimoni perché una deposizione sia valida (Dt 19,15). Ma questo numero è anche il simbolo della comunità: i missionari devono operare non da soli, ma in compagnia; questa procedura di Gesù è stata presa alla lettera dai primi cristiani. Negli Atti degli Apostoli i missionari procedono sempre in due: Pietro e Giovanni (At 3,1; 4,13); Paolo e Barnaba (At 13,2); Giuda e Sila (At 15,22b) e così via. Gesù ha conferito ai suoi inviati anche una particolare potere: la cacciata dei demòni, uno dei segni che attestano che il regno di Dio ha già avuto inizio.
Quello che colpisce anzitutto nei dettami di Gesù agli inviati (vv. 8-9) è che si rivolgono a uomini continuamente in viaggio; ma, soprattutto, pongono l’accento sulla testimonianza di povertà che essi debbono dare. Gli stessi mezzi di sussistenza (il pane, un po’ di denaro) saranno accettati come doni da parte di coloro che avranno visitato. Il loro corredo sarà dei più modesti, come si addice a viaggiatori che nulla deve impacciare (né bisaccia, né tunica di ricambio).
Per potersi muovere agevolmente, Marco pensa - al contrario di Matteo e di Luca - che il bastone e i sandali sono necessari. All’epoca si andava solitamente a piedi nudi: ma, per i lunghi percorsi, bastone e sandali sembrano necessari. Forse vi è l’idea di presentare i coadiutori di Gesù come dei «pellegrini» sempre pronti a mettersi in cammino, come quelli descritti dal rituale della Pasqua: «Con i vostri fianchi cinti, i sandali ai piedi, il bastone in mano» (Es 12,11).
 
... andatevene e scuotete la polvere sotto i vostri piedi: Benedetto Prete (I Quattro Vangeli): Scuotete la polvere dai vostri piedi; con questo atto gli apostoli si dichiaravano liberi da qualsiasi responsabilità che poteva derivare dal rifiuto del messaggio di salvezza annunziato da essi; le popolazioni, non ascoltando la parola apostolica, si mostravano indegne del vangelo e la colpevolezza di questa resistenza all’annunzio del regno di Dio ricadeva interamente su di esse. Gli inviati, scuotendo perfino la polvere dai loro piedi, dimostravano che gli Ebrei, ribelli all’invito della grazia, dovevano essere abbandonati al loro destino. Anche gli stessi Ebrei per indicare che non volevano avere nessun contatto con i pagani, considerati da essi impuri, scuotevano la polvere dei loro sandali, quando lasciavano le regioni pagane e rientravano nella terra santa della Palestina. Paolo e Barnaba, costretti ad abbandonare Antiochia di Pisidia a motivo di una sommossa provocata dagli Ebrei, ripeterono questo gesto prima di lasciare la città per recarsi a Iconio (cf. Atti, 13,51).
 
Vàttene, veggente - Amasia è sacerdote e profeta del tempio regale di Betel non per investitura divina, ma per volontà del re d’Israele: una designazione che imprigiona Amasia in un servizio strisciante, mercenario, consenziente ai capricci del potere. L’arroganza di Amasia non intimorisce affatto Amos, il quale non ammutolisce dinanzi all’avversario, anzi rincara la dose. Lo scontro drammatico tra Amos e Amasia denuncia la frattura sempre esistita tra i profeti e l’istituzione.
La vocazione divina esige la libertà di una parola franca: «Davanti ai re parlerò della tua alleanza senza temere la vergogna» (Sal 119 [118],46). Sarà l’esperienza dell’apostolo Paolo e di tutti coloro che si pongono al servizio della Parola (Gal 1,10).
Il seme di Amasia è immarcescibile nella storia della Chiesa: da Nerone alla rivoluzione francese, da Napoleone a Giuseppe Garibaldi, da Cavour al nazismo, dal fascismo al comunismo.
Sono i poteri forti che lungo i secoli hanno abbaiato contro Cristo, «erano dei vivi che facevano guerra a un morto» (san Giovanni Crisostomo), contro fanciulli inermi o vittime disarmate.
Gli aguzzini forti del loro arrogante potere, le vittime forti della loro povertà: i primi sono ricordati solo perché macellai, i secondi perché con il loro sangue hanno innaffiato la storia dell’uomo fecondandola e aprendola alla maturità, alla santità.
I macellai hanno perso perché arroganti, perché forti di una potenza meschina quanto effimera; i martiri, i piccoli, hanno vinto perché hanno saputo accettare quello che umanamente nessuno vorrebbe accettare: il fallimento. Kagawa Toyohiko (Kōbe 1888-1960), notissimo sindacalista giapponese e missionario cristiano, un giorno ebbe a scrivere: «Ci sono due tipi di Cristianità: quella che ricerca il successo e quella che accetta il fallimento. Gesù disse: Se non accetto il fallimento, la mia azione non avrà alcun significato». Anche nel terzo millennio torneranno ad abbaiare i cani, gli aguzzini a inventare nuove torture, i macellai ad arrotare le mannaie; anche le vittime sono già pronte: il loro sangue irrorerà i nuovi campi di evangelizzazione.
 
Crisostomo (Catena Aurea): … guarivano molti malati ungendoli con olio: che li ungessero con olio, lo narra solo Marco; anche se Giacomo dice la stessa cosa nella sua epistola. Lolio che dà luce e salute, e si usa nella cura di alcune malattie, simboleggia la misericordia divina, medicina delle infermità interiori e illuminazione del cuore.
 
Teofilatto (In Marci ev. VI.): L’olio rappresenta anche la grazia dello Spirito Santo, per mezzo della quale trasformiamo il male, suscitando luce e gioia spirituale.
 
 
O Signore, che ci hai nutriti con i tuoi doni,
fa’ che per la celebrazione di questi santi misteri
cresca in noi il frutto della salvezza.
Per Cristo nostro Signore.
 

 10 LUGLIO 2021

 SABATO DELLA XIV SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO DISPARI)
 
Gen 49,29-33; 50,15-26a; Sal 104 (105); Mt 10,24-33
 
Il Santo del Giorno - 10 Luglio 2021 - San Bernardo d’Assisi: Nato in Assisi negli ultimi decenni del sec. XII, Bernardo conobbe san Francesco e si mise al suo seguito fin dal 1209, divenendo così il primo compagno del santo e «prima plantula» dell’Ordine minoritico. Con san Francesco fu a Roma dinanzi ad Innocenzo III per l’approvazione della Regola (16 aprile 1209); raggiunse poi Firenze e Bologna (1211), città che devono a lui i loro inizi francescani, e con fra’ Egidio si recò in Spagna, dove più tardi, come vogliono alcuni storici, fu ministro provinciale (1217-19). Tra il 1241 e il 1243 fu per qualche tempo a Siena. Lo ricorda il Salimbene che nella sua Cronica osserva di aver appreso da lui cose meravigliose intorno a s. Francesco. Quando i tre compagni Leone, Rufino e Angelo nel 1246 inviarono il loro memoriale su san Francesco al ministro generale Crescenzio, Bernardo era già morto. Si era spento placidamente in Assisi, come gli aveva predetto san Francesco, e fu sepolto nella basilica inferiore del santo. (Avvenire)
 
Colletta: O Padre, che nell’umiliazione del tuo Figlio hai risollevato l’umanità dalla sua caduta, dona ai tuoi fedeli una gioia santa, perché, liberati dalla schiavitù del peccato, godano della felicità eterna. Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
... quello che ascoltate all’orecchio voi annunciatelo dalle terrazze: Giovanni Paolo II (Omelia, 25 maggio 1985): Il messaggio, che Gesù per il momento confida «all’orecchio» dei suoi Apostoli, sarà in seguito «proclamato sui tetti» (cfr. Mt 10,27), risuonerà cioè palesemente all’orecchio di tutti. La parola evangelica possiede in se stessa una forza inarrestabile, che la proietta verso il mondo e verso il futuro. Si potrà cercare di osteggiarla e di soffocarla, ma alla fine essa vincerà tutte le barriere, raggiungerà ogni regione, conquisterà il cuore di ogni persona di buona volontà. Duemila anni di storia confermano la verità di questa predizione di Cristo: il Vangelo ha valicato i mari e si è spinto oltre i confini delle più impervie regioni della terra. Non che siano cessati, nel frattempo, gli ostracismi e le persecuzioni: anche da questo punto di vista la parola di Cristo continua ad avere puntuale attuazione. Ma i credenti di oggi possono sapere già da ora quali saranno gli esiti finali delle angustie a cui sono sottoposti nel presente: gli annunciatori del Vangelo possono anche essere imprigionati, ma non lo sarà l’annuncio di cui essi sono portatori (cfr. 2Tim 2,9).
 
I Lettura: I figli di Giacobbe, ancora una volta, mettono in campo astuzia e diffidenza, ma non riescono a piegare il cuore di Giuseppe pienamente votato alla carità e al perdono. Poi una lettura sapienziale di tutti gli avvenimenti tragici che hanno scarnificato la vita di Giuseppe: “Se voi avevate tramato del male contro di me, Dio ha pensato di farlo servire a un bene, per compiere quello che oggi si avvera: far vivere un popolo numeroso”. Proprio questa lettura sapienziale apre il cuore dell’uomo al perdono e all’amore.
 
Vangelo: I discepoli sono in difficoltà, la Parola sembra che abbia perduto la sua efficacia, la Chiesa stessa è perseguitata; sembra che tutto stia per risolversi in un sonoro fallimento... eppure Gesù infonde coraggio e dà ai suoi una speranza: Lui sarà sempre con la sua Chiesa e nessuno potrà distruggere quanto Dio stesso ha edificato. Per questa presenza divina i cristiani potranno e dovranno proclamare tutto senza alcun timore, se è necessario affrontando anche il martirio. Questa presenza divina, inoltre, svela ai credenti il vero volto di Dio: il «Dio vicino, previdente e provvidente, che mai fa mancare la sua assistenza; il Dio amico, che infonde coraggio e sostiene nelle avversità: il Dio ch’è sempre accanto all’uomo per difenderlo» (Mons. Marcello Semeraro).
 
Dal Vangelo secondo Matteo 10,24-33: In quel tempo, disse Gesù ai suoi apostoli: «Un discepolo non è più grande del maestro, né un servo è più grande del suo signore; è sufficiente per il discepolo diventare come il suo maestro e per il servo come il suo signore. Se hanno chiamato Beelzebùl il padrone di casa, quanto più quelli della sua famiglia!
Non abbiate dunque paura di loro, poiché nulla vi è di nascosto che non sarà svelato né di segreto che non sarà conosciuto. Quello che io vi dico nelle tenebre voi ditelo nella luce, e quello che ascoltate all’orecchio voi annunciatelo dalle terrazze.
E non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima; abbiate paura piuttosto di colui che ha il potere di far perire nella Geènna e l’anima e il corpo.
Due passeri non si vendono forse per un soldo? Eppure nemmeno uno di essi cadrà a terra senza il volere del Padre vostro. Perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati. Non abbiate dunque paura: voi valete più di molti passeri!
Perciò chiunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anch’io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli; chi invece mi rinnegherà davanti agli uomini, anch’io lo rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli».
 
Benedetto Prete: vv. 26-27 Gesù, data l’impreparazione del popolo, ha dovuto promulgare il suo messaggio in modo velato e ricorrere alle parabole; i suoi contemporanei infatti non avrebbero capito il suo messianismo spirituale. Gli apostoli tuttavia, quando annunzieranno il messaggio evangelico, non dovranno promulgarlo in modo velato, ma apertamente e chiaramente, poiché essi, dopo che l’opera di Cristo sarà compiuta, non dovranno avere nessuna preoccupazione, né usare delle cautele nella predicazione del messaggio evangelico. Le espressioni del verso 27 forse alludono ad usi ebraici vigenti nelle sinagoghe. Luca, nel passo parallelo (12,3), offre un’altra applicazione alle parole del versetto 27.
v. 28 Dio solo va temuto, non il Maligno, né i suoi complici, poiché il loro potere si arresta con la morte. Gesù parla di perdizione dell’anima e del corpo; espressione, questa, che allude ad una pena eterna comune all’anima ed al corpo nella geenna... II detto evangelico, che suona duramente al nostro orecchio, è formulate alla maniera semitica; gli ebrei non sottilizzavano troppo, essi attribuivano a Dio la rovina eterna dell’uomo, non distinguendo in Dio la volontà permissiva da quella assoluta o positiva. Perdere non significa annientare, ma rendere miserevole.
vv. 29-31 Gesù suggerisce un altro motivo di fiducia: Dio, il quale provvede al passero che ha un prezzo illusorio e conta perfino i capelli della testa, segue certamente con maggiore cura l’apostolo nelle difficoltà della vita missionaria. Gesù non indica all’apostolo la forma con la quale Dio gli viene in aiuto, ma lo rassicura che il Signore lo segue con interesse paterno. A Dio non sfugge nemmeno un capello del suo inviato.
Cristo argomenta a minori ad maius; una simile argomentazione era accessibile a tutti e d’effetto immediato. L’asse, moneta romana di bronzo, è la decima parte di un denaro d’argento.
vv. 32-33 Chiunque si dichiarerà per me; il verbo omologhein ha un senso non ben definito. Tenendo presente che Gesù prima ha accennato alla «testimonianza» ... da dare ai giudici ed ai pagani, e che nel versetto parallelo egli parla di negare nel senso di «non conoscere» (vers. 33), si può rendere il verbo omologhein con «dichiararsi». Considerando l’etimologia greca si può anche tradurre: chi converrà con me ..., cioè: chi mi sarà fedele.
Davanti al Padre mio che è nel cielo; cioè nell’ultimo giudizio, quando il Figlio consegnerà gli eletti al proprio Padre; cf. Mt. 25,34· La breve dichiarazione contiene un rilievo di notevole importanza; la base del giudizio è la testimonianza a Cristo o il rinnegamento di Cristo
 
Non abbiate paura degli uomini - Questo invito, che si ripete per ben tre volte, è il tema ricorrente del brano evangelico di questa domenica. Serve da filo conduttore e ad amalgamare gli elementi, di origine diversa, presenti nel Vangelo. È insistente anche la menzione del Padre che «richiama il motivo della paternità divina, emersa nel Padrenostro come novità centrale del messaggio evangelico, che consiste appunto nella proclamazione dell’intervento salvifico di Dio in favore dell’umanità peccatrice» (Angelico Poppi).
Gesù nell’invitare i suoi discepoli a non temere gli uomini, li sollecita ad annunciare il messaggio evangelico alla luce del giorno. Salire sui tetti è una metafora che cela e rivela una profonda verità: la vittoria del Vangelo è sicura; nessuna opposizione umana potrà ridurlo al silenzio per sempre. Da qui la franchezza dell’annuncio.
Il secondo invito, non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima, è rivolto a non temere le angherie e le persecuzioni degli uomini e a porre la propria fiducia nel Padre celeste. Gli uomini arroganti, gli aguzzini possono uccidere il corpo, ma non hanno il potere di «uccidere l’anima». Solo Dio può decidere la sorte ultima del corpo e dell’anima.
L’esortazione è quindi indirizzata a temere il giudizio di Dio.
Nel Nuovo Testamento, con il nome di Geènna, dall’ebraico ghe-hinnom, la valle di Ben-Hinnòm posta a sud di Gerusalemme, viene indicato il luogo del fuoco dove saranno gettati gli empi nel giorno del giudizio (Cf. Mt 5,22). Il sito, nei tempi antichi, era utilizzato per officiare i riti cananei, quali per esempio il sacrificio di vittime umane, in particolare bambini (Cf. 2Re 16,3; 21,6; 23,10; Is 30,33; Ger 7,31; 19,5s; 32,35; Ez 16,21). I sacrifici umani furono successivamente soppressi dal re Giosia, il quale trasformò la valle in una discarica di immondizie e cadaveri a cui non veniva concessa la normale sepoltura, dove il tutto veniva bruciato da un fuoco continuo. La Geènna divenne così sinonimo di inferno.
Durante le prove della persecuzione e del martirio a sostenere i servi della Parola (Cf. Lc 1,1) sarà la memoria della vita, morte e risurrezione del loro Maestro: «Un servo non è più grande del suo padrone. Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi» (Gv 15,20). Inoltre, nelle torture fisiche, i discepoli saranno assistiti dal Padre che li solleverà dalla prova e li renderà vittoriosi, e nulla permetterà se non per un solo disegno di salvezza.
La conclusione dell’esortazione (v. 31) è «introdotta con un dunque, costituita da un altro detto di Gesù, in cui si contrappongono due scene giudiziarie, l’una al cospetto degli uomini, e l’altra al cospetto di Dio; nell’una e nell’altra alternativa è fra riconoscere e rinnegare, con la differenza che nel tribunale umano è il cristiano ad essere interrogato a riguardo di Gesù, mentre nel tribunale divino le parti si rovesceranno: sarà Gesù ad essere interrogato a riguardo del cristiano, a riconoscerlo o a disconoscerlo» (Vittorio Fusco).
Anche se Matteo non prende in considerazione l’esistenza dell’anima separata dal corpo dopo la morte, possiamo ricordare il Magistero della Chiesa: l’uomo è «unità di anima e corpo» (GS 14) e nel giorno della sua morte «l’anima  viene separata dal corpo. Essa sarà riunita al suo corpo il giorno della risurrezione dei morti» (CCC 1005): «quelli che dormono nella polvere della terra si risveglieranno: gli uni alla vita eterna e gli altri alla vergogna e per l’infamia eterna» (Dan 12,2).
Matteo ha voluto sottolineare la certezza che la Provvidenza divina tutto guida e tutto conduce a un porto di bene, nonostante le apparenti vittorie della malvagità e della cattiveria umane. Ma è chiaro che non basta conservare nel cuore queste belle promesse divine, occorre crederci sul serio, e questo non è facile, soprattutto quando la paura attanaglia il cuore; paralizza la mente; brucia, come febbre, sicurezze o certezze sulle quali erano stati costruiti ideali o progetti umani. Solo l’incosciente può ignorare tutto questo. Occorre allora una risposta a questo agire divino, e questa risposta si chiama: filiale e fiducioso abbandono alla volontà di Dio.
 
Apollinare di Laodicea (Frammento 55): I passeri non cadono senza che Dio lo voglia: Se queste cose non derivano da Dio, però non sono senza il consenso di lui, che le volge a un fine utile per colui che ha intrapreso a operarle, come dimostra ciò che è accaduto a Giobbe. Bisogna poi sapere che, riguardo ai passeri, questo è detto per iperbole, in quanto Di non provvede specificamente a queste cose, secondo quanto dice l’apostolo: Dio non si interessa dei buoi. A motivo degli uomini provvede a questi animali, poiché siano dati agli uomini per la loro utilità. L’asse sta a significare in buon prezzo.
 
O Signore, che ci hai nutriti
con i doni della tua carità senza limiti,
fa’ che godiamo i benefici della salvezza
e viviamo sempre in rendimento di grazie.
Per Cristo nostro Signore.   
 
 9 LUGLIO 2021
 
VENERDÌ DELLA XIV SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO DISPARI)
 
Gen 46,1-7.28-30; Sal 35 (37); Mt 10,16-23
 
Il Santo del Giorno - 9 Luglio 2021 - Sant’Auremondo (Aurebondo), Abate - Sant’Auremondo è un abate benedettino vissuto tra il VI e VII secolo. Nato a Chaunay, nella diocesi di Poitiers, fu educato dall’abate di Mairé, Giuniano. L’abate di Mairé aveva donato dei soldi alla madre di Auremondo, poverissima, per poterlo educare e farne un monaco benedettino. Vestì l’abito benedettino a Mairé, e fu designato da Giuniano a succedergli alla sua morte, avvenuta nel 587. Sant’Aureomondo aveva scritto una vita del suo maestro San Giuniano, ripresa nel IX secolo da Vulfino Boezio. Negli annali benedettini si tramanda che morì intorno nell’anno 625 e la sua festa era celebrata nel giorno 9 luglio.  (Autore: Mauro Bonato)
 
Colletta: O Padre, che nell’umiliazione del tuo Figlio hai risollevato l’umanità dalla sua caduta, dona ai tuoi fedeli una gioia santa, perché, liberati dalla schiavitù del peccato, godano della felicità eterna. Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
Apostolicam actuositatem 4: [I laici] Spinti dalla carità che viene da Dio, operano il bene verso tutti e in modo speciale verso i fratelli nella fede (cfr. Gal 6,10) «eliminando ogni malizia e ogni inganno, le ipocrisie e le invidie, e tutte le maldicenze» (1 Pt 2,1), attraendo così gli uomini a Cristo.
La carità di Dio, «diffusa nel nostro cuore per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato» (Rm 5,5), rende capaci i laici di esprimere realmente nella loro vita lo spirito delle beatitudini. Seguendo Gesù povero, non si deprimono nella mancanza dei beni temporali, né si inorgogliscono nella abbondanza di essi; imitando Gesù umile, non diventano avidi di una gloria vana (cfr. Gal 5,26), ma cercano di piacere più a Dio che agli uomini, sempre pronti a lasciare tutto per Cristo (cfr. Lc 14,26) e a soffrire persecuzione per la giustizia (cfr. Mt 5,10), memori delle parole del Signore: «Se qualcuno vuole venire dietro a me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua» (Mt 16,24). Coltivando l’amicizia cristiana tra loro si offrono vicendevolmente aiuto in qualsiasi necessità.
 
I Lettura: “Lo spostamento di Giacobbe con tutta la famiglia in Egitto è un tema intermedio, un elemento di unione fra I grandi complessi di tradizione del Pentateuco: i patriarchi e l’esodo. Esso afferma la continuità umana dei predecessori d’Israele, così diversificati per clan e per posizione geografica, e proclama la continuità teologica della promessa patriarcale, la creazione del popolo come opera di Dio. Sebbene storicamente non si possa sostenere che tutto Israele sia stato in Egitto, la fede della liberazione dalla schiavitù, secondo il paradigma dell’esodo, fu cosi invitante per tutto Israele, che la storiografia teologica non esitò ad affermare che vi fu tutto. Giacobbe e la sua famiglia rappresentano ora tutto Israele diversificato in tribù, le quali scendono in Egitto, per risalirne poi come un popolo.
Nel racconto della discesa è descritto lo spostamento di Giacobbe da Betel a Bersabea con un movimento rapido. La tappa seguente ha bisogno d’un preambolo, che spieghi che questo viaggio avviene per iniziativa di Dio, per quanto questa sia incarnata nel sentimento umano del padre che va a incontrare suo figlio. Questa seconda tappa. da Bersabea all’Egitto, Giacobbe la compie con la sua famiglia. Il viaggio è compiuto per primo da Giuda, che va a preparare il posto nella regione di Gosen, mentre Giuseppe, da parte sua, va incontro al padre. Il luogo della loro dimora in Egitto è il delta orientale del Nilo, terra di pascoli; e di là comincerà il movimento di ritorno, dopo l’oppressione” (Angel González).
 
Vangelo: Gesù manda i suoi discepoli come agnelli in mezzo ai lupi. Inermi, semplici come le colombe, ma prudenti come serpenti. I discepoli di Gesù sono mandati “in questo mondo come agnelli, ossia come uomini e donne deboli, pacifici e pacificatori. A loro è chiesto, oggi ancor più di prima, di seminare la pace, di porre gesti di pace, di difendere la pace, di sostenere gli operatori di pace. Questo non avviene senza contrasti e opposizioni” (Mons. Vincenzo Paglia). Ai discepoli è riservata la stessa sorte del Maestro: vi consegneranno ai tribunali e vi flagelleranno... Il fratello farà morire il fratello e il padre il figlio, e i figli si alzeranno ad accusare i genitori e li uccideranno. Sarete odiati da tutti a causa del mio nome. Tuttavia, nessuno sarà abbandonato, così come ci ricorda il salmista: La salvezza dei giusti viene dal Signore: nel tempo dell’angoscia è loro fortezza. Il Signore li aiuta e li libera, li libera dai malvagi e li salva, perché in lui si sono rifugiati  (Sal 37,39). Ai discepoli basta essere come il loro Maestro (Mt 10,24).

Dal Vangelo secondo Matteo 10,16-23: In quel tempo, disse Gesù ai suoi apostoli: «Ecco: io vi mando come pecore in mezzo a lupi; siate dunque prudenti come i serpenti e semplici come le colombe. 
Guardatevi dagli uomini, perché vi consegneranno ai tribunali e vi flagelleranno nelle loro sinagoghe; e sarete condotti davanti a governatori e re per causa mia, per dare testimonianza a loro e ai pagani. Ma, quando vi consegneranno, non preoccupatevi di come o di che cosa direte, perché vi sarà dato in quell’ora ciò che dovrete dire: infatti non siete voi a parlare, ma è lo Spirito del Padre vostro che parla in voi. 
Il fratello farà morire il fratello e il padre il figlio, e i figli si alzeranno ad accusare i genitori e li uccideranno.
Sarete odiati da tutti a causa del mio nome. Ma chi avrà perseverato fino alla fine sarà salvato.
Quando sarete perseguitati in una città, fuggite in un’altra; in verità io vi dico: non avrete finito di percorrere le città d’Israele, prima che venga il Figlio dell’uomo».
 
Angelico Poppi (I Quattro Vangeli): v. 16 «Ecco, io vi mando come pecore in mezzo ai lupi ...». Il verbo «mando» si riallaccia al v. 5. I discepoli sono le «pecore» del nuovo gregge di Dio, minacciato da «lupi» rapaci, che forse simboleggiano gli esponenti dei giudei e anche le autorità romane. L’espressione iniziale ecco, io conferisce un tono autorevole al detto di Gesù. È lui che manda i discepoli in mezzo ai lupi, assicurando ad essi l’assistenza divina (vv. 19-20). Tale fiducia non esclude però un comportamento prudente. Perciò Gesù raccomanda loro 1’astuzia dei serpenti per evitare le insidie dei nemici, ma nello stesso tempo suggerisce la semplicità delle colombe. Astuzia e semplicità sembrano contrapporsi, ma in realtà indicano soltanto prudenza nei rapporti umani e un atteggiamento di totale fiducia nella protezione divina. Gesù, pertanto, non richiede dai discepoli un eroismo scriteriato e neppure il martirio a tutti i costi, ma esorta alla cautela per non esporre inutilmente la vita al pericolo di morte.
 
Quando vi perseguiteranno in una città... - Detlev Dormeyer: Israele dovette subire molto spesso persecuzioni a causa dei sui nemici. Ma soltanto nel tempo postesilico sotto i Seleucidi la persecuzione cresce fino a diventare una minaccia per la fede. Israele deve abbandonare la propria religione. Contro ciò scoppia l’insurrezione dei Maccabei che si conclude positivamente con l’indipendenza della Giudea. Anche all’interno di Israele vengono messe in atto delle persecuzioni da parte delle autorità.
Alcuni uomini pii come i profeti vengono perseguitati a causa del loro rigore religioso (cf. Gezabele contro Elia, 1Re 19,2s). Queste esperienze furono trasferite, nel tardo giudaismo, sul piano escatologico. Prima della  fine del mondo, una grande persecuzione religiosa colpirà Israele (Dn 7).
Un’esperienza simile è fatta dalla comunità neotestamentaria. A causa della sua missione di rinnovare la fede, Gesù viene perseguitato dai suoi nemici fino a subire la morte. Anche la comunità viene perseguitata dai propri correligionari ebrei a causa della nuova fede. La persecuzione innesta nella sequela della croce del Cristo e saggia la stabilità della fede (Mc 4,16).
La comunità può sopportare la persecuzione perché a motivo della perseveranza le è promessa la salvezza definitiva (Mc 13,13). I persecutori, invece, saranno condannati nel giudizio.
Nella persona di Paolo, il persecutore è diventato perseguitato. Il persecutore dei cristiani si è trasformato nell’apostolo perseguitato che porta nel proprio corpo le sofferenze di Cristo.
 
L’essere cristiani pone nella condizione di essere perseguitati, calunniati, odiati per il nome di Cristo, anche dal padre o dal fratello. Il martirio, affrontare la morte per la fede, per il cristiano non è un incidente di percorso o qualcosa di molto improbabile, infatti, il «Battesimo impegna i cristiani a partecipare con coraggio alla diffusione del Regno di Dio, cooperandovi se necessario col sacrificio della stessa vita» (Benedetto XVI).
Essere cristiani non significa non subire alcun danno o offesa, ma che ogni sofferenza verrà ricompensata e niente andrà perduto, neppure un capello. Essere discepoli di Cristo è una scelta che riserva un calice amaro: è il prezzo della verità.
Il mondo del male, coalizzato contro i cristiani, potrà fare a pezzi i loro corpi, ma essi non devono temere perché sono già nella gioia del possesso del regno dei cieli (Mt 5,11-12).
«Gesù chiama alla gioia, paradossalmente, i discepoli vittime di ogni angheria. Essi pagano un prezzo alto l’adesione a Cristo. Ma grande sarà anche la ricompensa celeste ed escatologica. Nessuna meraviglia per questo destino di persecuzione, perché già i profeti sono stati perseguitati; così sarà dei discepoli di Gesù» (G. B.).
Che i profeti e i discepoli di Gesù siano accomunati al suo destino di persecuzione è attestato da Luca 11,49-50: «Per questo la sapienza di Dio ha detto: “Manderò loro profeti e apostoli ed essi li uccideranno e perseguiteranno”, perché a questa generazione sia chiesto conto del sangue di tutti i profeti, versato fin dall’inizio del mondo».
Una comunanza di morte che con la sua lunga scia di sangue ha lambito ben duemila anni di storia cristiana! Il cristiano sa attendere con pazienza la venuta del suo Salvatore. Sa essere paziente imitando la pazienza di Dio. Sa essere perseverante nella fede perché la perseveranza è la porta della salvezza. La perseveranza è la carta di identità del cristiano e allo stesso tempo la carta vincente: «Chi persevererà sino alla fine sarà salvato».
 
Fortezza: Paolo VI (Udienza Generale, 28 Maggio 1975): Ricordiamolo bene: un cristiano, un cattolico specialmente, deve essere forte. Diciamo forte spiritualmente e moralmente. Un seguace di Cristo non deve aver paura. Egli si sente avvolto in una atmosfera di Provvidenza, che volge a bene anche le cose avverse, le quali possono anch’esse cooperare al nostro bene, se noi amiamo Dio (Rom. 8, 28). Egli è investito da un dovere di testimonianza, che lo affranca dalla timidezza e dall’opportunismo, e che gli suggerisce contegno e parola, al momento opportuno, provenienti da una sorgente interiore, di cui forse egli, prima della prova, ignorava l’esistenza. Quand’anche voi foste soverchiati da avversari più forti di voi, ci insegna il Signore nel Vangelo, «non preoccupatevi del come parlerete, né di ciò che dovrete dire: in quel momento vi sarà suggerito ciò che dovrete dire, perché non siete voi a parlare, ma è lo Spirito del Padre vostro, che parla in noi» (Matth. 10,19-20). A questo punto vi è un paradosso da risolvere: noi non siamo forse deboli per la nostra inferma natura? sì, è vero; perfino Gesù nel Gethsemani lo ha detto: «la nostra carne (cioè la nostra natura umana) è fiacca», ma Egli ha insieme affermato che «lo spirito è pronto» (Ibid. 26,m41); e s. Paolo ha spiegato che proprio quando umilmente e realisticamente ci confessiamo tribolati, allora siamo forti, perché il Signore gli aveva interiormente detto: «Ti basta la mia grazia, perché la virtù si afferma nella debolezza» (2Cor. 10,9-10). Debolezza e fortezza, perciò, nel cristiano possono essere complementari.
 
I parenti insorgeranno l’uno contro l’altro - Anonimo (Opera incompleta su Matteo, omelia 24): Coloro di cui vi siete fidati vi inganneranno: Per maggiore consolazione degli apostoli non ha detto: «Lo Spirito del Padre vostro che parla in voi», ma: Che parla, per mostrare che non solo allora ma neanche ora fanno o dicono alcunché senza lo spirito di Dio; quasi che dica loro: specialmente poiché credete in me o testimoniate ciò che io sono veramente.
Mi vedete affamato e credete che io sono il pane celeste. Mi vedete assetato e credete che io sono fonte di acqua che zampilla per la vita eterna (cf. Gv 4,14). Come si intende questa facoltà dell’uomo di vedere una cosa, ma crederne un’altra e darne testimonianza? Se dunque, quando non c’è pericolo, la mia grazia opera in voi, quanto più sarà al vostro fianco nel momento della persecuzione? Chi infatti vi dà forza in tempo di pace, molto più vi aiuta in guerra.
 
O Signore, che ci hai nutriti
con i doni della tua carità senza limiti,
fa’ che godiamo i benefici della salvezza
e viviamo sempre in rendimento di grazie.
Per Cristo nostro Signore.
 
 
 
 
 

 8 LUGLIO 2021

GIOVEDÌ DELLA XIV SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO DISPARI)
 
Gen 44,18-21.23b-29; 45,1-5; Sal 104 (105); Mt 10,7-15
 
Il Santo del Giorno - 8 Luglio 2021 - Sant’Ampelio di Milano Vescovo - L’8 luglio la Chiesa ambrosiana ricorda Ampelio, dal 665 al 672 fu il trentanovesimo vescovo di Milano, che riposa in San Simpliciano, dove fu deposto l’8 febbraio 676, come fa supporre il «Codice di Beroldo», che per primo lo chiama «santo», attribuendogli innumerevoli miracoli. Essi, pare, accompagnarono la sua tenace opera di evangelizzazione. A Milano, infatti, erano ancora presenti sostenitori della teologia cosiddetta ariana, la tendenza, che forse sarà sempre presente, a cercare di «umanizzare» tanto il Figlio di Dio da indebolire la «singolarità divina» di Gesù. In quest’impegno per la verità gli fu d’aiuto Teodota, la moglie del re longobardo Grimoaldo: per fortuna che ci sono le donne! La predicazione d’Ampelio fu persuasiva anche per lo stile, che sembrava esprimesse il suo stesso nome. Si diceva, infatti, che come le parole di Ambrogio erano come l’ambrosia, il cibo degli dei, così il parlare di Ampelio richiamava l’ebbrezza del vino, e la sua gioia: «uva», in greco, si dice «ampelius». Ampelio, dunque, cercò di convincere non con le minacce, ma con la benevolenza, convinto - come diceva già Ambrogio - che «gli uomini possano essere obbligati e stimolati a fare il bene, più con la benevolenza che con la paura e, per farli emendare, l’amore è più efficace del timore». (Autore: Ennio Apeciti)
 
Colletta: O Padre, che nell’umiliazione del tuo Figlio hai risollevato l’umanità dalla sua caduta, dona ai tuoi fedeli una gioia santa, perché, liberati dalla schiavitù del peccato, godano della felicità eterna. Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
La cura dei malati - Catechismo degli adulti [712]: Profonda è l’unità di spirito e corpo: il disordine del peccato danneggia indirettamente il fisico; viceversa la malattia dell’organismo colpisce anche lo spirito, in quanto causa sofferenza, senso di impotenza, pericolo di morte, solitudine e angoscia. Il malato ha particolarmente bisogno di sincera solidarietà, che lo aiuti a superare la tentazione di abbattersi, di chiudersi nei confronti degli altri, di ribellarsi a Dio.
[713]  In ogni epoca, «animata da quella carità con cui ci ha amato Dio,... la Chiesa attraverso i suoi figli si unisce agli uomini di qualsiasi condizione, ma soprattutto ai poveri e ai sofferenti, e si prodiga volentieri per loro». È una storia bellissima, malgrado gli inevitabili limiti umani: strutture ospedaliere, ordini religiosi, associazioni caritative, pastorale degli infermi, dedizione eroica di santi, tra i quali ricordiamo san Camillo de’ Lellis, san Giovanni di Dio, san Vincenzo de’ Paoli, san Giuseppe Cottolengo, il medico san Giuseppe Moscati. Oggi urge qualificare in senso cristiano gli operatori sanitari e promuovere il volontariato, per sottrarre i malati e gli anziani all’isolamento, in cui troppo spesso vengono a trovarsi
 
I Lettura: Giuseppe si palesa ai fratelli. La prova è finita ben presto, perché il cuore di Giuseppe non ha retto più perché anelava abbracciare i suoi cari. Vi una riconoscimento della Provvidenza di Dio che guida la storia dell’uomo: “Ma ora non vi rattristate e non vi crucciate per avermi venduto quaggiù, perché Dio mi ha mandato qui prima di voi per conservarvi in vita”. L’uomo di fede sa leggere in questa luce tutti gli avvenimenti della sua vita.
 
Vangelo: L’invio dei dodici discepoli trova ragione nel cuore compassionevole del Cristo: Gesù misericordioso è il buon Samaritano dell’umanità ferita. Al potere di scacciare i demoni si aggiunge anche quello di guarire le malattie e ogni sorta di infermità. Quest’ultimo suppone il primo. Entrambi stanno a significare che è venuta la fine delle forze del male e del dominio di Satana.
 
Dal Vangelo secondo Matteo 10,7-15: In quel tempo, disse Gesù ai suoi apostoli: «Strada facendo, predicate, dicendo che il regno dei cieli è vicino. Guarite gli infermi, risuscitate i morti, purificate i lebbrosi, scacciate i demòni. Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date. Non procuratevi oro né argento né denaro nelle vostre cinture, né sacca da viaggio, né due tuniche, né sandali, né bastone, perché chi lavora ha diritto al suo nutrimento. In qualunque città o villaggio entriate, domandate chi là sia degno e rimanetevi finché non sarete partiti. Entrando nella casa, rivolgetele il saluto. Se quella casa ne è degna, la vostra pace scenda su di essa; ma se non ne è degna, la vostra pace ritorni a voi. Se qualcuno poi non vi accoglie e non dà ascolto alle vostre parole, uscite da quella casa o da quella città e scuotete la polvere dei vostri piedi. In verità io vi dico: nel giorno del giudizio la terra di Sòdoma e Gomorra sarà trattata meno duramente di quella città».
 
Benedetto Prete (Vangelo secondo Matteo): Le raccomandazioni del Maestro non vanno interpretate verbalmente, ma devono essere intese secondo lo spirito che le ha suggerite; esse infatti non costituiscono una prescrizione pratica, ma un insegnamento impartito con immagini sul pieno abbandono alla Provvidenza, che l’apostolo deve nutrire nell’animo. Non procuratevi nel senso di: non abbiate; oro, argento, bronzo, cioè moneta preziosa (oro, argento) e spicciola (bronzo). Nelle vostre cinture; gli antichi tenevano il denaro nelle pieghe della cintura. Due tuniche: non si parla di due tuniche per cambiarsi durante il viaggio, come potrebbe pensare un lettore moderno; avere due tuniche era indizio di ricchezza e di agio; l’apostolo, che spesso è in viaggio, deve essere spedito, quindi deve accontentarsi di una tunica. Il bastone oltre ad essere un appoggio per la persona, costituisce un mezzo di difesa; l’apostolo non deve essere armato. Marco concede all’apostolo di avete il bastone e i sandali (cfr. Mc 8-9); Matteo esclude anche questi due oggetti. Non bisogna ricorrere ad un’esegesi meschina per spiegare questa divergenza tra i due evangelisti; il senso fondamentale è identico nei due racconti, anche se è espresso con termini differenti: l’operaio evangelico deve avere un radicale distacco dalle cose; egli merita il proprio sostentamento e Dio lo provvede del necessario.
 
Se quella casa ne è degna, la vostra pace scenda su di essa: Nella Sacra Scrittura l’espressione «avere pace» significa: «vivere bene, senza danno, perfettamente». L’opposto di pace perciò non è guerra ma perdizione, imperfezione. Ancor oggi la parola pace in oriente si intende per lo più così; perciò qui spesso l’augurio di pace è usato come saluto (cfr. 2Sam 18,28). Forme di pace sono la non-guerra (lSam 7,14; Lc 14,32; Ap 6,4), il sonno (Sal 4,9) e la morte (Gen 15,15). La pace manca nella discordia (Mt 10,34) e nella malattia (cfr. Mc 5,34). Essa viene da Dio (Nm 6,26), con cui è stato conchiuso il patto. Perciò la speranza di Dio è anche speranza di pace (Lv 26,6; Is 52,7). Il messia si chiama «principe della pace» (Is 9,6). In Cristo è venuta la pace (Lc 2,14; Gv 14,27; 16,33; At 10,36ss), poiché Dio e l’umanità si uniscono l’uno con l’altro in maniera nuova (Ef 2,17; per mezzo del sangue della croce: Col 1,20). Il messaggio di Cristo è messaggio di pace (Ef 2,17; 6,15), con l’impegno di fare tutto ciò che serve alla pace (Mt 5,9; Rm 12,18; 1Pt 3,11), mentre le parole non bastano (Gc 2,15s; cfr. Is 6,14). Per lo più con la pace nella Sacra Scrittura non si intende la pace interiore dell’anima. (Fonte: Piccolo Dizionario Biblico).
 
Malattia -  Detlev Dormeyer / Anton Grabner-Haider: a) Secondo l’Antico Testamento la malattia è mandata da Dio. Dapprima si crede che Dio la infligga come castigo personale (Is 1,5s), ma negli scritti più tardi dell’Antico Testamento si ricerca un’altra motivazione. Giobbe viene colpito dal Satana con la malattia, ma col permesso di Dio (Gb 1). Poiché Giobbe ha condot­to una vita retta, senza alcuna colpa, non si può non riconoscere che il malvagio può vivere sano e felice, mentre il giusto può venir colpito dalla malattia . Perciò si evidenziano le ripercussioni sociali del peccato. Le azioni umane non danno e non tolgono nulla a Dio, colpiscono però il proprio simile; il peccato può causare una malattia propria o quella di altri. Il fatto che la malattia visiti uno anziché l’altro, deriva dalla causalità intramondana, in ultima analisi, però, dall’imperscrutabile volontà di Dio. Come mezzi per guarire la malattia sono perciò indicati, nell’Antico Testamento, opere di pietà, preghiera, digiuno, voti e sacrifici per implorare la pietà di Dio. Non si rinuncia, tuttavia, all’ausilio di metodi umani in vista della guarigione (Sir 38,lss).
b) Anche nel Nuovo Testamento domina la concezione veterotestamentaria che la malattia provenga da Dio. Gesù però, come il libro di Giobbe, rifiuta decisamente l’interpretazione degli scribi per cui la malattia sarebbe il castigo per una colpa personale o famigliare. Al contrario, egli guarisce la malattia con i suoi prodigi, perché questo è un segno che con lui è iniziato il tempo escatologico: “I ciechi ricuperano la vista, gli storpi camminano, i lebbrosi sono guariti, i sordi riacquistano l’udito, i morti risuscitano, ai poveri è predicata la buona novella” (Mt 11,5). Con ciò si adempie la promessa del profeta (Is 35,5s e 61,1). Gesù è venuto per guarire l’uomo. Gesù suscita un mondo risanato, il regno di Dio. Malattia significa per il cristiano partecipazione alla croce di Cristo; la sofferenza di Cristo continua nei suoi (Col 1,24), finché la “nuova creazione” di Dio non sia compiuta.
 
Papa Francesco (Messaggio per XXIX Giornata Mondiale del Malato): La malattia ha sempre un volto, e non uno solo: ha il volto di ogni malato e malata, anche di quelli che si sentono ignorati, esclusi, vittime di ingiustizie sociali che negano loro diritti essenziali (cfr Enc. Fratelli tutti, 22). L’attuale pandemia ha fatto emergere tante inadeguatezze dei sistemi sanitari e carenze nell’assistenza alle persone malate. Agli anziani, ai più deboli e vulnerabili non sempre è garantito l’accesso alle cure, e non sempre lo è in maniera equa. Questo dipende dalle scelte politiche, dal modo di amministrare le risorse e dall’impegno di coloro che rivestono ruoli di responsabilità. Investire risorse nella cura e nell’assistenza delle persone malate è una priorità legata al principio che la salute è un bene comune primario. Nello stesso tempo, la pandemia ha messo in risalto anche la dedizione e la generosità di operatori sanitari, volontari, lavoratori e lavoratrici, sacerdoti, religiosi e religiose, che con professionalità, abnegazione, senso di responsabilità e amore per il prossimo hanno aiutato, curato, confortato e servito tanti malati e i loro familiari. Una schiera silenziosa di uomini e donne che hanno scelto di guardare quei volti, facendosi carico delle ferite di pazienti che sentivano prossimi in virtù della comune appartenenza alla famiglia umana.
La vicinanza, infatti, è un balsamo prezioso, che dà sostegno e consolazione a chi soffre nella malattia. In quanto cristiani, viviamo la prossimità come espressione dell’amore di Gesù Cristo, il buon Samaritano, che con compassione si è fatto vicino ad ogni essere umano, ferito dal peccato. Uniti a Lui per l’azione dello Spirito Santo, siamo chiamati ad essere misericordiosi come il Padre e ad amare, in particolare, i fratelli malati, deboli e sofferenti (cfr Gv 13,34-35). E viviamo questa vicinanza, oltre che personalmente, in forma comunitaria: infatti l’amore fraterno in Cristo genera una comunità capace di guarigione, che non abbandona nessuno, che include e accoglie soprattutto i più fragili.
A tale proposito, desidero ricordare l’importanza della solidarietà fraterna, che si esprime concretamente nel servizio e può assumere forme molto diverse, tutte orientate a sostegno del prossimo. «Servire significa avere cura di coloro che sono fragili nelle nostre famiglie, nella nostra società, nel nostro popolo» (Omelia a La Habana, 20 settembre 2015). In questo impegno ognuno è capace di «mettere da parte le sue esigenze e aspettative, i suoi desideri di onnipotenza davanti allo sguardo concreto dei più fragili. […] Il servizio guarda sempre il volto del fratello, tocca la sua carne, sente la sua prossimità fino in alcuni casi a “soffrirla”, e cerca la promozione del fratello. Per tale ragione il servizio non è mai ideologico, dal momento che non serve idee, ma persone» (ibid.)
 
Giovanni Crisostomo (Commento al Vangelo di Matteo 32, 5): Scuotete la polvere dai vostri piedi - Agli apostoli che avrebbero potuto chiedere a Gesù quale vantaggio sarebbe loro derivato da un simile, terribile castigo, egli risponde che Dio, punendo le città indegne, assicura loro l’ospitalità delle case che saranno degne di accoglierli. Ma che significate hanno le parole: Scuotete la polvere dai vostri piedi? Possono significare che gli apostoli non hanno ricevuto niente e non hanno niente da spartire con gli uomini indegni, neppure la polvere dei loro calzari; oppure attestano che gli apostoli hanno compiuto un lungo cammino per questi ingrati che li scacciano.
 
O Signore, che ci hai nutriti
con i doni della tua carità senza limiti,
fa’ che godiamo i benefici della salvezza
e viviamo sempre in rendimento di grazie.
Per Cristo nostro Signore.

 

 7 LUGLIO 2021
 
MERCOLEDÌ DELLA XIV SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO DISPARI)
 
Gen 41,55-57; 42,5-7a.17-24a; Sal 32 (33); Mt 10,1-7
 
Il Santo del Giorno - 7 Luglio 2021 -  Beato Benedetto XI - Dal Martirologio: A Perugia, transito del beato Benedetto XI, papa, dell’Ordine dei Predicatori, che, benevolo e mite, nemico delle contese e amante della pace, nel breve tempo del suo pontificato promosse la concordia nella Chiesa, il rinnovamento della disciplina e la crescita della devozione religiosa.
 
Colletta: O Padre, che nell’umiliazione del tuo Figlio hai risollevato l’umanità dalla sua caduta, dona ai tuoi fedeli una gioia santa, perché, liberati dalla schiavitù del peccato, godano della felicità eterna. Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
Inviata e destinata all’evangelizzazione - Evangelii nuntiandi n. 60: La constatazione che la Chiesa è inviata e destinata all’evangelizzazione, dovrebbe suscitare in noi due convinzioni. La prima: evangelizzare non è mai per nessuno un atto individuale e isolato, ma profondamente ecclesiale. Allorché il più sconosciuto predicatore, catechista o pastore, nel luogo più remoto, predica il Vangelo, raduna la sua piccola comunità o amministra un Sacramento, anche se si trova solo compie un atto di Chiesa, e il suo gesto è certamente collegato mediante rapporti istituzionali, ma anche mediante vincoli invisibili e radici profonde dell’ordine della grazia, all’attività evangelizzatrice di tutta la Chiesa. Ciò presuppone che egli agisca non per una missione arrogatasi, né in forza di un’ispirazione personale, ma in unione con la missione della Chiesa e in nome di essa. Come conseguenza, la seconda convinzione: se ciascuno evangelizza in nome della Chiesa, la quale a sua volta lo fa in virtù di un mandato del Signore, nessun evangelizzatore è padrone assoluto della propria azione evangelizzatrice, con potere discrezionale di svolgerla secondo criteri e prospettive individualistiche, ma deve farlo in comunione con la Chiesa e con i suoi Pastori. La Chiesa, l’abbiamo già rilevato, è tutta intera evangelizzatrice. Ciò significa che, per il mondo nel suo insieme e per ogni singola parte del mondo ove si trovi, la Chiesa si sente responsabile del compito di diffondere il Vangelo.
 
I Lettura: Si avverano le parole di Giuseppe, e così dopo sette anni di abbondanza piombano su tutto l’Egitto anni di carestia. La previdenza di Giuseppe salva l’Egitto dalla fame. Anche popoli lontani raggiungono l’Egitto per comprare il grano, e così i figli di Giacobbe. Giuseppe riconosce i fratelli, ma vuole metterli alla prova. Giuseppe vuole scandagliare il cuore dei fratelli e condurli a una sincera conversione.
 
Vangelo: Il potere che Gesù dona ai Dodici è lo stesso potere che lui esercita a beneficio di tanti sventurati afflitti da svariate malattie e vessati dagli spiriti impuri (Cf. Mt 9,27-34). Il giudaismo chiamava gli spiriti impuri perché «estranei e anzi ostili alla purità religiosa e morale che esige il servizio di Dio» (Bibbia di Gerusalemme). I dodici apostoli vengono nominati, per coppie, partendo dai primi che sono fratelli. I «nuovi capi del popolo eletto devono essere dodici, come le tribù d’Israele. Questa cifra verrà ristabilita dopo la defezione di Giuda [At 1,26], per essere eternamente conservata in cielo [Mt 19,28p; Ap 21,12-14]» (Bibbia di Gerusalemme). L’ordine di non andare tra i pagani e di non entrare nelle città dei Samaritani, pur limitando il campo d’azione dei dodici discepoli, non esclude di fatto l’universalità del ministero degli Apostoli. Risponde piuttosto ad un principio della salvezza: Israele, nel piano di Dio, doveva essere evangelizzato per primo, da qui la sua particolare responsabilità nell’accettare o rifiutare la Buona Novella (Cf. Gv 4,22; Atti 13,46). Il cuore della evangelizzazione è la proclamazione della sovranità di Dio sul mondo attraverso la presenza e l’opera di Gesù.
 
Dal Vangelo secondo Matteo 10,1-7: In quel tempo, chiamati a sé i suoi dodici discepoli, Gesù diede loro potere sugli spiriti impuri per scacciarli e guarire ogni malattia e ogni infermità. I nomi dei dodici apostoli sono: primo, Simone, chiamato Pietro, e Andrea suo fratello; Giacomo, figlio di Zebedèo, e Giovanni suo fratello; Filippo e Bartolomeo; Tommaso e Matteo il pubblicano; Giacomo, figlio di Alfeo, e Taddeo; Simone il Cananeo e Giuda l’Iscariota, colui che poi lo tradì. Questi sono i Dodici che Gesù inviò, ordinando loro: «Non andate fra i pagani e non entrate nelle città dei Samaritani; rivolgetevi piuttosto alle pecore perdute della casa d’Israele. Strada facendo, predicate, dicendo che il regno dei cieli è vicino».
 
In quel tempo, chiamati a sé i suoi dodici discepoli - Franco De Carlo (Vangelo secondo Matteo): I dodici discepoli: chiamata e istruzioni (Mt 10,1-42) - L’esigenza di operai per il lavoro di mietitura, che scaturisce nella precedente pericope, sfocia, subito dopo, nella chiamata dei Dodici discepoli: siamo di fronte non più a personaggi anonimi, come nelle precedenti scene di guarigione, ma all’elenco preciso di persone, il cui nome - con, in alcuni casi, ulteriori specificazioni - viene posto in evidenza nel testo. La pericope si apre con il verbo proskaleó («chiamare presso [di sé]», v. 1a), che appare, per la prima volta, nel vangelo, così come anche l’espressione hoi dódeka mathétai («i dodici discepoli»). Il narratore riferisce che Gesù diede a questi Dodici l’autorità: edoken autois exousian («diede loro autorità»). L’associazione didōmi (dare) - exousia (autorità) è già apparsa precedentemente nel racconto, in occasione della reazione delle folle di fronte alla guarigione del paralitico (Mt 9,8); ricomparirà poi nel seguito della narrazione, nella domanda che i sommi sacerdoti e gli anziani del popolo rivolgono a Gesù, mentre insegnava nel tempio (Mt 21,23) e, infine, nella chiusura dell’intero vangelo (Mt 28,18). L’autorità che il maestro conferisce ai suoi discepoli concerne il potere di espellere gli spiriti impuri e quello di guarire ogni malattia: questa nota dell’evangelista (v. 1) precede l’elenco dei Dodici discepoli (Mt 10,2), i quali, senza alcuna spiegazione e senza indugio, vengono definiti - e soltanto qui in tutto il vangelo - « i dodici apostoli (hoi dódeka apostoloi)».1 loro nomi sono i seguenti: Simone, Andrea, Giacomo, Giovanni, Filippo, Bartolomeo, Tommaso, Matteo, Giacomo d’Alfeo, Taddeo, Simone il Cananeo, Giuda. All’interno di questo elenco si hanno formulazioni speciali: prōtos Simōn ho legomenos Petros («primo Simone il detto Pietro»); Matthaios ho telōnēs («Matteo il pubblicano»); Ioudas ho Iskariōtēs ho kai paradous auton («Giuda l’Iscariota, colui che anche consegnò lui»).
 
Apostoli - Enciclopedia del Cristianesimo: I dodici discepoli chiamati da Gesù a seguirlo. Apostolo (dal greco apostéllo: mando, incarico) non è un qualsiasi predicatore, ma il delegato ufficiale, l’ambasciatore. Nel Nuovo Testamento può assumere due accezioni. In senso largo, apostoli sono tutti coloro che sono ufficialmente inviati ad annunciare il Vangelo ed esercitano nella comunità una funzione di autorità. In senso stretto, sono i “dodici” che hanno seguito Gesù, dal battesimo di Giovanni fino all’ascensione (At 1,22). I Vangeli riportano quattro elenchi dei loro nomi e in tutti Pietro è al primo posto. Il numero 12 è simbolico e si riferisce alle dodici tribù di Israele (Mt 19,28; Lc 22,30): i dodici sono il fondamento e il perno del nuovo popolo di Dio. Dopo la partenza di Gesù testimoniano la risurrezione del Signore, custodiscono le sue parole e i suoi gesti, presiedono alla predicazione e alla preghiera, impongono le mani per conferire gli incarichi (At 6,2). Secondo la tradizione cattolica la funzione apostolica (garantire la fedeltà alla tradizione degli apostoli, guidare la comunità, consacrare gli altri ministri) continua nel collegio dei vescovi in comunione con il papa.
 
… primo, Simone, chiamato Pietro - Corrado Ginami: Il primo degli apostoli di Gesù, che si chiamava Simone figlio di Giona (Mt 16,17), o di Giovanni (Gv 1,42). Gesù mutò il suo nome in Cefa (dall’aramaico Kefa’: roccia), reso in italiano con Pietro, alludendo al compito affidatogli. Originario di Betsaida (Gv 1,44) e pescatore come il fratello Andrea (Me 1,16), fu tra i primi quattro discepoli che Gesù chiama al suo seguito (Mc 1,16-20) e la sua casa di Cafarnao divenne il punto di riferimento dell’attività del Cristo in Galilea (Me 1,29-31; 2,1 ecc.). È fuori discussione il fatto che il Nuovo Testamento attribuisce a Pietro un ruolo preminente tra i Dodici. È il primo a essere nominato nelle liste dei dodici apostoli (Mc 3,16), confessa Gesù come il Cristo (Mc 8,29), con Giacomo e Giovanni è testimone di particolari avvenimenti della vita del maestro (Mc 5,37; 9,2; 14,33), è la roccia su cui Gesù fonda la sua Chiesa e a lui conferisce il potere delle chiavi (Mt 16,16-19), è colui che dovrà confermare i suoi fratelli nella fede (Lc 22,32), che riceve la missione di pascere il gregge di Cristo (Gv 21,15-19). Prende l’iniziativa per coprire il posto lasciato vuoto da Giuda (At 1,15 ss.) e pronuncia i primi e principali discorsi nei quali proclama la risurrezione del Signore (At 2,14-36; 3,12-26). Mostra il proprio coraggio di fronte alle persecuzioni (At 4,1-22; 5,17-42) e accoglie i primi convertiti pagani (At 10), dichiarando che anche a loro Dio ha fatto dono dello Spirito Santo (At 15,8). È tuttavia sempre Pietro che appare come tentatore satanico di Cristo (Me 8,32-33), che non sa vegliare nemmeno un’ora durante l’agonia del Maestro (Me 14,37) e lo rinnega piangendo amaramente al canto del gallo (Me 14, 66-72). Anche gli scritti di Paolo riconoscono la posizione autorevole di Pietro: lo mostrano come primo testimone della risurrezione (1Cor 15,5), punto di riferimento e personaggio di primo piano nella Chiesa madre di Gerusalemme (Gal 1,18; 2,9), apostolo degli ebrei, dei “circoncisi” (Gal 2,7-8). Dopo il duro confronto con Paolo ad Antiochia sul rapporto tra ebrei e pagani rispetto al nascente cristianesimo (Gal 2,11-14), databile attorno agli anni 48/49, non sappiamo nulla di certo sugli spostamenti di Pietro. Probabilmente diversi anni dopo arrivò a Roma, dove (forse nel 64 o nel 67) morì martire (crocifisso a testa in giù secondo l’apocrifo Atti di Pietro). Gli scavi compiuti in questi ultimi decenni sotto la basilica vaticana hanno reso più solida la testimonianza del martirio romano di Pietro. La tradizione ha anche attribuito a Pietro due Lettere apostoliche del Nuovo Testamento, ulteriore segno dell’autorevolezza e del prestigio che circondavano l’apostolo. Si rimane certo colpiti di fronte al vasto materiale neotestamentario che evidenzia la centralità della persona e del ruolo di Pietro. La cosa è ancor più ragguardevole, se si pensa che le testimonianze sopra riportate appartengono a tradizioni diverse eppure convergenti. Non può quindi sussistere dubbio alcuno sul fatto che proprio Gesù di Nazaret abbia voluto il servizio di Pietro come garanzia di unità e di verità per la vita della Chiesa, di ieri e di oggi. Pietro continua a vivere nella fede della Chiesa e a servire questa fede: è questo il significato del ministero petrino voluto da Cristo.
 
Strada facendo, predicate... - Chi ha la missione di evangelizzare? La risposta ci viene prontamente suggerita dal Concilio Ecumenico Vaticano II: alla Chiesa «per mandato divino incombe l’obbligo di andare in tutto il mondo e di predicare il Vangelo ad ogni creatura» (DH 13). Nell’opera della evangelizzazione sono innanzi tutto impegnati i Vescovi, successori degli Apostoli (cfr. LG 18; 22; 24; ecc.), e i presbiteri, in quanto cooperatori del Vescovo (cfr. PO 2; 4; 7). Ma anche i fedeli devono spendere le loro forze nell’opera della evangelizzazione: «Tutti i fedeli, come membra di Cristo vivente, a cui sono stati incorporati e assimilati mediante il battesimo, la confermazione e l’eucaristia, hanno l’obbligo di cooperare all’espansione e alla dilatazione del suo corpo, per portarlo il più presto possibile alla pienezza. Tutti i figli della Chiesa devono avere la viva coscienza della loro responsabilità di fronte al mondo, devono coltivare in se stessi uno spirito veramente cattolico, devono spendere le loro forze nell’opera della evangelizzazione» (AG 36). Quindi, l’evangelizzazione è frutto di una sincera cooperazione: «Essendo tutta la Chiesa missionaria ed essendo l’opera di evangelizzazione dovere fondamentale del popolo di Dio, il sacro sinodo invita tutti a un profondo rinnovamento interiore, affinché, avendo una viva coscienza della propria responsabilità in ordine alla diffusione del Vangelo, assumano la loro parte nell’opera missionaria tra le genti» (AG 35). I secoli passati hanno visto da un lato, la diffusione universale del cattolicesimo che ha raggiunto tutti i cinque continenti dall’altro, una diffusione della secolarizzazione che ha portato alla laicizzazione della società e quindi a un forte allontanamento dalla Chiesa. Si è ridotto il numero degli operai, ed è vero, ma è pur vero che quando l’inedia assale il cuore, allora la fede langue e il mondo rimane sempre più indifferente al fatto religioso. Bisogna ripartire dalla gioia dell’incontro con il Risorto e allora i passi ritorneranno a lambire ancora una volta le terre più lontane.
 
Crisostomo (Exp. in Matth., XXXII, 4): … non entrate nelle città dei samaritani ...: i samaritani erano sempre stati avversari dei giudei. Tuttavia la predicazione era più facile tra loro; erano in realtà molto più pronti dei giudei ad accogliere la buona novella; questi ultimi infatti erano più duri e ostinati. Però Gesù preferisce inviare i discepoli ai giudei, benché questa missione sia più difficile, per manifestare con quanta cura si occupi della loro salvezza.
Tommaso d’Acquino (Super ev. Matth., X, 815 ): [Ai Giudei] infatti era stata rivolta la promessa, perciò, per giustizia, prima doveva rivolgersi ai giudei, e poi, per misericordia, agli altri.
 
O Signore, che ci hai nutriti
con i doni della tua carità senza limiti,
fa’ che godiamo i benefici della salvezza
e viviamo sempre in rendimento di grazie.
Per Cristo nostro Signore.