6 LUGLIO 2021
 
MARTEDÌ DELLA XIV SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO DISPARI)
 
Gen 32,23-33; Sal 16 (17); Mt 9,32-38
 
Il Santo del Giorno - 6 Luglio 2021 - Santa Maria Goretti, Vergine e Martire: Nacque a Corinaldo (Ancona) il 16 ottobre 1890, figlia dei contadini Luigi Goretti e Assunta Carlini, Maria era la seconda di sei figli. I Goretti si trasferirono presto nell’Agro Pontino. Nel 1900 suo padre morì, la madre dovette iniziare a lavorare e lasciò a Maria l’incarico di badare alla casa e ai suoi fratelli. A undici anni Maria fece la Prima Comunione e maturò il proposito di morire prima di commettere dei peccati. Alessandro Serenelli, un giovane di 18 anni, s’ innamorò di Maria. Il 5 luglio del 1902 la aggredì e tentò di violentarla. Alle sue resistenze la uccise accoltellandola. Maria morì dopo un’operazione, il giorno successivo, e prima di spirare perdonò Serenelli. L’assassino fu condannato a 30 anni di prigione. Si pentì e si convertì solo dopo aver sognato Maria che gli diceva avrebbe raggiunto il Paradiso. Quando fu scarcerato dopo 27 anni chiese perdono alla madre di Maria. Maria Goretti fu proclamata santa nel 1950 da Pio XII. (Avvenire)
 
Colletta: O Padre, che nell’umiliazione del tuo Figlio hai risollevato l’umanità dalla sua caduta, dona ai tuoi fedeli una gioia santa, perché, liberati dalla schiavitù del peccato, godano della felicità eterna. Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
Egli scaccia i demòni per opera del principe dei demòni: Giovanni Paolo II (Udienza Generale, 20 agosto 1986): Tutta la storia dell’umanità si può considerare in funzione della salvezza totale, nella quale è iscritta la vittoria di Cristo sul “principe di questo mondo” (Gv 12,31; 14,30; 16,11). “Solo al Signore Dio tuo ti prostrerai, lui solo adorerai” (Lc 4,8), dice perentoriamente Cristo a satana. In un momento drammatico del suo ministero, a chi lo accusava in modo sfacciato di scacciare i demoni perché alleato di Beelzebul, capo dei demoni, Gesù risponde con quelle parole severe e confortanti insieme: “Ogni regno discorde cade in rovina, e nessuna città o famiglia discorde può reggersi. Ora, se satana scaccia satana, egli è discorde con se stesso. Come potrà dunque reggersi il suo regno? ... E se io scaccio i demoni per virtù dello Spirito di Dio, è certo giunto fra voi il regno di Dio” (Mt 12,25-26. 28). “Quando un uomo forte, bene armato fa la guardia al suo palazzo, tutti i suoi beni stanno al sicuro. Ma se arriva uno più forte di lui e lo vince, gli strappa l’armatura nella quale confidava e ne distribuisce il bottino” (Lc 11, 21-22). Le parole pronunciate da Cristo a proposito del tentatore trovano il loro compimento storico nella croce e nella risurrezione del Redentore. Come leggiamo nella Lettera agli Ebrei, Cristo si è fatto partecipe dell’umanità fino alla croce “per ridurre all’impotenza, mediante la morte, colui che della morte ha il potere, cioè il diavolo ... e liberare così quelli che ... erano tenuti in schiavitù” (Eb 2,14-15). Questa è la grande certezza della fede cristiana: “il principe di questo mondo è stato giudicato” (Gv 16,11); “il Figlio di Dio è apparso per distruggere le opere del diavolo” (1 Gv 3,8), come ci attesta san Giovanni. Dunque il Cristo crocifisso e risorto si è rivelato come quel “più forte” che ha vinto “l’uomo forte”, il diavolo, e lo ha spodestato.
 
I Lettura: In questo racconto misterioso, forse jahvista, si tratta di una lotta fisica, un corpo a corpo con Dio, in cui Giacobbe sembra dapprima trionfare. Quando ha riconosciuto il carattere soprannaturale del suo avversario, forza la sua benedizione. Ma il testo evita il nome di Jahve e l’aggressore sconosciuto rifiuta di nominarsi. L’autore utilizza una vecchia storia per spiegare il nome di Penuel con peni’el, «davanti a Dio», e dare un’origine al nome di Israele. Per il fatto stesso, la carica di un senso religioso: il patriarca si attacca a Dio, gli forza la mano per ottenere una benedizione che obbligherà Dio nei confronti di coloro che dopo di lui porteranno il nome di Israele. Così la scena è potuta diventare l’immagine del combattimento spirituale e dell’efficacia di una preghiera insistente [san Girolamo, Origene]” (Bibbia di Gerusalemme).
 
Vangelo: Gesù è il «Pastore grande delle pecore» (Eb 13,20) inviato a Israele. La sua compassione è motivata dallo stato pietoso in cui versano le folle: erano stanche e sfinite come pecore che non hanno pastore (cfr. Ez 34,2-6; Ger 23,4). Più che sfinitezza il testo greco recita letteralmente provò compassione per loro, perché erano vessate e abbandonate. Un popolo vessato perché obbligato dalle autorità politico-religose ad osservare leggi troppo fiscali e spesso inutili (cfr. Mt 23,4) e perché sottoposto a continui maltrattamenti dalla potenza militare che aveva invaso la Palestina; praticamente, un popolo tormentato in senso morale e materiale. La mietitura, un’immagine molto amata dai Profeti e anche da Giovanni il Battista, sta ad indicare il giudizio finale (cfr. Ger 51,33; Mt 3,12; 13,30.39; Mc 4,29; Gv 4,35). Nel brano evangelico sta a designare il ministero apostolico dei Dodici che con quello di Gesù inaugura i tempi ultimi, i tempi della fine. E poiché «la messe è abbondante» e «il tempo ormai si è fatto breve» (1Cor 7,29), è urgente pregare il Signore della messe perché mandi operai nella sua messe: ora, «nella pienezza del tempo» (Gal 4,4), «è giunta l’ora di mietere, perché la messe della terra è matura» (Ap 14,15). Anche se può sembrare ovvio, va messo in evidenza che Gesù non comanda ai discepoli di essere operai di Dio, ma di pregare. Un particolare che spesso è ignorato da tanti cristiani afflitti da un nervoso attivismo. L’urgenza e la necessità di commuovere con la preghiera il signore della messe vuole sollecitare la realizzazione di un’antica profezia: dice il Signore vi «darò pastori secondo il mio cuore, i quali vi guideranno con scienza e intelligenza» (Ger 3,15).
 
Dal Vangelo secondo Matteo 9,32-38: In quel tempo, presentarono a Gesù un muto indemoniato. E dopo che il demonio fu scacciato, quel muto cominciò a parlare. E le folle, prese da stupore, dicevano: «Non si è mai vista una cosa simile in Israele!». Ma i farisei dicevano: «Egli scaccia i demòni per opera del principe dei demòni». Gesù percorreva tutte le città e i villaggi, insegnando nelle loro sinagoghe, annunciando il vangelo del Regno e guarendo ogni malattia e ogni infermità. Vedendo le folle, ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite come pecore che non hanno pastore. Allora disse ai suoi discepoli: «La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai! Pregate dunque il signore della messe, perché mandi operai nella sua messe!».
 
Presentarono a Gesù un muto indemoniato - Guarigione di un muto indemoniato - Angelico Poppi (I Vangeli, Sinossi e Commento): Alla guarigione dalla cecità, una piaga endemica in Palestina, fa seguito l’esorcismo di un muto indemoniato.
Secondo la mentalità del tempo, la malattia veniva attribuita all’azione del demonio. Il miracolo provocò una duplice reazione: mentre le folle restarono ammirate e riconobbero il potere soprannaturale di Gesù, i farisei attribuirono la guarigione alla sua connivenza con il capo dei demoni (Beelzebul). Si profilava così da parte delle guide spirituali d’Israele un’opposizione sempre più forte. Infatti, dalla contestazione (9,11) i farisei passarono alla calunnia (v. 34), giungendo poi alla determinazione di far perire Gesù (12,14). La cecità e la mutolezza degli infermi a suonano pertanto una valenza simbolica: indicano l’accecamento e l’indurimento dei capi religiosi dei giudei, che si rifiutavano di riconoscere in Gesù il Messia, predetto dai profeti nelle Scritture.
Il racconto del miracolo, estremamente conciso, è incentrato sul diverso atteggiamento assunto dai giudei ci confronti di Gesù. L’evangelista lo attinge dalla fonte dei logia (Q; cf. Le 11,14-15). Sembra che lo collochi in questo contesto per lo stesso motivo dell’episodio precedente, ci è per giustificare la risposta che Gesù avrebbe dato agli inviati del Battista (cf. 11,4-5). Più avanti Matteo duplica il miracolo in una forma ancora più stringata (Mt 12,22-24).
 
Le folle prese dallo stupore... - Eleonore Beck: Nella Bibbia il concetto è molto più complesso di quanto lo sia nell’uso linguistico odierno; traspare l’elemento dell’estasi, ma anche del raccapriccio. a) Nell’Antico Testamento lo stupore è l’atteggiamento dell’uomo davanti a tutto ciò che supera la sua comprensione, causato da Dio: si prova stupore davanti alle opere della creazione, davanti all’alleanza, davanti all’intervento di Dio che rende giustizia nella vita dell’uomo o nella storia. Tuttavia può anche trasparire lo spavento davanti a ciò che è incomprensibile, terribile, completamente diverso. Nel Nuovo Testamento lo stupore connota la reazione degli uomini alla parola e all’azione potente di Gesù. Nel Vangelo dell’infanzia lucano, la parola compare quattro volte (Lc 1,21.63; 2,18.33) per sottolineare il carattere prodigioso del racconto che segue. I testimoni dei miracoli di Gesù reagiscono sempre con stupore (Mt 12,23; 15,31 ecc.); anche le sue parole provocano stupore (Lc 4,22 ecc. ). Giovanni ricorda come tutti coloro che incontravano Gesù erano presi da stupore (Gv 5,20; 7,21 ecc.). 
 
Gesù percorreva tutte le città e i villaggi, insegnando nelle loro sinagoghe, annunciando il vangelo del Regno: Anselm Urban: L’espressione greca basileia theou (“regalità di Dio” ebraico malkut JHWH) designa in primo luogo il potere esercitato, l’effettivo governare di Dio. In genere sarebbe consigliabile la traduzione “signoria di Dio”. Tuttavia s’intende talvolta un particolare ambito o stato nel quale la sovranità di Dio si esplica pienamente, in tal caso si parla di regno. “Regno dei cieli” (in Matteo; meglio: “signoria dei cieli”) perifrasa soltanto il nome di Dio e sarebbe totalmente frainteso se fosse concepito come un “regno al di sopra delle nubi”: si tratta della pretesa di governo che Dio avanza su questo mondo. Nell’Antico Testamento si parla molto della sovranità regale di JHWH, ma raramente nel senso di “regno”. In 1Cr 17,14 viene chiamato così il regno davidico (idealizzato teocraticamente); nelle visioni di Dio i regni di questo mondo vengono sostituiti dal regno del figlio dell’uomo (7,14 - e rispettivamente del popolo dei santi, come accenna il v. 27). Mentre nel giudaismo rabbinico la “signoria dei cieli” è piuttosto un’entità spirituale, nell’apocalittica vive e si sviluppa ulteriormente (naturalmente accanto a speculazioni escatologiche) la grande visione dei profeti (per es. Is 11): un regno universale di pace e di salvezza che trasforma anche la creazione, una vita purificata degli uomini al di là della colpa e del peccato, sotto l’ordine onnicomprensivo della legge divina. Gesù non annuncia né un regno politico, né puramente spirituale ­morale, ma si ricollega alle visioni profetiche. La novità è che tutto ciò è “vicino” (Mc 1,15), “è alle porte” (13,19). Il regno non viene attraverso i nostri sforzi, per quanto noi siamo assegnati al lavoro nella vigna (Mt 20,1ss), ma cresce soltanto ad opera di Dio (cf. Mc 4,26-29). Si può essere certamente “collaboratori per il regno” (Col 4,11), ma “edificare il regno” lo può soltanto Dio stesso. A noi rimane l’umile invocazione: “Venga il tuo regno!” (Mt 6,10).
 
La messe è abbondante - Wolfgang Trilling (Vangelo secondo Matteo): Gesù parla della messe: è un’immagine antica riferita al compimento dei tempi. I profeti l’hanno coniata, Gesù la raccoglie.
Egli vede, per così dire, i campi ondeggianti di messi mature, pronte per la mietitura; di fatto egli è colui che «ha in mano il ventilabro, pulirà la sua aia e raccoglierà il suo grano nel granaio; ma brucerà la pula con un fuoco inestinguibile» (3,12). Con la venuta del regno di Dio incomincia il tempo del giudizio, della separazione che avviene nel momento della decisione del singolo. Ma gli operai sono pochi; i mietitori sono rari, scarseggiano coloro che invitano a decidere. Gesù si trova davanti a un compito immenso, che richiede uomini pronti a dare il loro aiuto.
Di qui l’esortazione a pregare il Signore della messe che chiami operai per i campi pronti alla mietitura. Perché Gesù esorta a pregare Dio per questo urgenza? Non è lui stesso che chiama al suo servizio gli apostoli affinché collaborino alla grande opera messianica? Gesù riconosce che, in definitiva, è Dio a chiamare gli apostoli al servizio del suo messaggio e a mandarli, come egli stesso è stato mandato dal Padre (10,40); ma suggerisce di più: questa preghiera dovrà continuare sempre fino al tempo escatologico della mietitura, al tempo finale. Così hanno fatto le comunità della Chiesa apostolica - particolarmente la comunità a cui Matteo appartiene -, così dobbiamo fare anche noi, oggi.
 
Annuncio del Vangelo - Teodoro di Eraclea (Frammento 59): Dice di annunciare il Vangelo del regno: cioè annunciava a tutti che il regno dei cieli è vicino. Quando infatti saremo resuscitati dai morti e parteciperemo della grazia dello Spirito Santo, saremo immutabili nell’ anima e incorruttibili nel corpo, abitando i cieli.
Dice che il regno dei cieli è vicinissimo, come se, grazie alla sua venuta, quelli avessero ricevuto la reale promessa della cosa, avessero già ottenuto in figura le primizie dello spirito.
 
O Signore, che ci hai nutriti
con i doni della tua carità senza limiti,
fa’ che godiamo i benefici della salvezza
e viviamo sempre in rendimento di grazie.
Per Cristo nostro Signore.
 
 5 LUGLIO 2021
 
LUNEDÌ DELLA XIV SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO DISPARI)
 
Gen 28,10-22a; Sal 90 (91); Mt 9,18-26
 
Il Santo del Giorno - 5 Luglio 2021 - Sant’Antonio Maria Zaccaria, Sacerdote: Nasce a Cremona nel 1502. Nel 1524 si laurea in medicina a Padova. Ma poi, tornato a Cremona, decide di spiegare Vangelo e dottrina a grandi e piccoli. Viene consacrato prete nel 1528. Cappellano della contessa Ludovica Torelli, la segue a Milano nel 1530. Qui trova sostegno nello spirito d’iniziativa di questa signora e in due amici milanesi sui trent’anni come lui: Giacomo Morigia e Bartolomeo Ferrari. Rapidamente nascono a Milano tre novità, tutte intitolate a san Paolo. Già nel 1530 egli fonda una comunità di preti soggetti a una regola comune, i Chierici regolari di San Paolo. Milano li chiamerà Barnabiti, dalla chiesa di San Barnaba, loro prima sede. Poi vengono le Angeliche di San Paolo, primo esempio di suore fuori clausura. San Carlo Borromeo ne sarà entusiasta, ma il Concilio di Trento prescriverà loro il monastero. Terza fondazione: i Maritati di San Paolo, con l’impegno apostolico costante dei laici sposati. Denunciato come eretico e come ribelle Antonio va a Roma: verrà assolto. Durante un viaggio a Guastalla, il suo fisico cede. Lo portano a Cremona, dove muore a poco più di 36 anni. (Avvenire)
 
Colletta: O Padre, che nell’umiliazione del tuo Figlio hai risollevato l’umanità dalla sua caduta, dona ai tuoi fedeli una gioia santa, perché, liberati dalla schiavitù del peccato, godano della felicità eterna. Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
Gaudium et spes 18. Il mistero della morte - In faccia alla morte l’enigma della condizione umana raggiunge il culmine.
L’uomo non è tormentato solo dalla sofferenza e dalla decadenza progressiva del corpo, ma anche, ed anzi, più ancora, dal timore di una distruzione definitiva.
Ma l’istinto del cuore lo fa giudicare rettamente, quando aborrisce e respinge l’idea di una totale rovina e di un annientamento definitivo della sua persona.
Il germe dell’eternità che porta in sé, irriducibile com’è alla sola materia, insorge contro la morte. Tutti i tentativi della tecnica, per quanto utilissimi, non riescono a calmare le ansietà dell’uomo: il prolungamento di vita che procura la biologia non può soddisfare quel desiderio di vita ulteriore, invincibilmente ancorato nel suo cuore. Se qualsiasi immaginazione vien meno di fronte alla morte, la Chiesa invece, istruita dalla Rivelazione divina, afferma che l’uomo è stato creato da Dio per un fine di felicità oltre i confini delle miserie terrene. Inoltre la fede cristiana insegna che la morte corporale, dalla quale l’uomo sarebbe stato esentato se non avesse peccato, sarà vinta un giorno, quando l’onnipotenza e la misericordia del Salvatore restituiranno all’uomo la salvezza perduta per sua colpa. Dio infatti ha chiamato e chiama l’uomo ad aderire a lui con tutto il suo essere, in una comunione perpetua con la incorruttibile vita divina. Questa vittoria l’ha conquistata il Cristo risorgendo alla vita, liberando l’uomo dalla morte mediante la sua morte.
Pertanto la fede, offrendosi con solidi argomenti a chiunque voglia riflettere, dà una risposta alle sue ansietà circa la sorte futura; e al tempo stesso dà la possibilità di una comunione nel Cristo con i propri cari già strappati dalla morte, dandoci la speranza che essi abbiano già raggiunto la vera vita presso Dio.
 
I Lettura: “In questo racconto si uniscono una tradizione sacerdotale e un’altra jahvista. La prima riferisce: il sogno della scala o scalinata che conduce al cielo (una idea mesopotamica simboleggiata dalle torri a piani, o ziqqurat, vv 12 e 17), il voto di Giacobbe e la fondazione del santuario di Betel (vv 18.20.21a.22); alla tradizione jahvista appartiene invece il racconto dell’apparizione di Jahve che rinnova le promesse fatte ad Abramo e Isacco, Jahve che anche Giacobbe riconosce per suo Dio (vv. 13-16.19.21b). Tutte e due queste tradizioni rialzavano il prestigio del santuario di Betel (1Re 12,29-30+). Parecchi Padri, seguendo Filone di Alessandria, hanno visto nella scala di Giacobbe l’immagine della Provvidenza che Dio esercita sulla terra per il ministero degli angeli. Per altri, essa prefigurava l’incarnazione del Verbo, ponte gettato tra cielo e terra. Il v 17 è utilizzato dalla liturgia nell’ufficio e la messa della dedicazione delle chiese” (Bibbia di Gerusalemme).
 
Vangelo: Il brano evangelico, presente nel Vangelo di Marco (5,21-43) e di Luca (8,40-56), unisce insieme due racconti: la guarigione di una donna affetta di emorragia e la risurrezione della figlia di “uno dei capi della sinagoga”, che per Marco e Luca è chiamato Giàiro.
La donna, che «aveva molto sofferto per opera di molti medici, spendendo tutti i suoi averi senza alcun vantaggio, anzi piuttosto peggiorando» (Mc 5,26), si mescola alla folla per non farsi notare perché, secondo la legge di Mosé (Lv 15,25), la sua malattia la rendeva impura. La sua fede ottiene l’impossibile: viene immediatamente risanata.
 
Dal Vangelo secondo Matteo 9,18-26: In quel tempo, [mentre Gesù parlava,] giunse uno dei capi, gli si prostrò dinanzi e disse: «Mia figlia è morta proprio ora; ma vieni, imponi la tua mano su di lei ed ella vivrà». Gesù si alzò e lo seguì con i suoi discepoli. 
Ed ecco, una donna, che aveva perdite di sangue da dodici anni, gli si avvicinò alle spalle e toccò il lembo del suo mantello. Diceva infatti tra sé: «Se riuscirò anche solo a toccare il suo mantello, sarò salvata». Gesù si voltò, la vide e disse: «Coraggio, figlia, la tua fede ti ha salvata». E da quell’istante la donna fu salvata. 
Arrivato poi nella casa del capo e veduti i flautisti e la folla in agitazione, Gesù disse: «Andate via! La fanciulla infatti non è morta, ma dorme». E lo deridevano. Ma dopo che la folla fu cacciata via, egli entrò, le prese la mano e la fanciulla si alzò. E questa notizia si diffuse in tutta quella regione.
Arrivato poi nella casa del capo e veduti i flautisti e la folla in agitazione, Gesù disse: «Andate via! La fanciulla infatti non è morta, ma dorme». E lo deridevano. Ma dopo che la folla fu cacciata via, egli entrò, le prese la mano e la fanciulla si alzò. E questa notizia si diffuse in tutta quella regione.
 
La casa di Giàiro (Mc 5,22; Lc 8,41è sprofondata nel dolore: gli strepiti, i pianti dei parenti e delle prèfiche, accrescono la confusione e il chiasso. Forse per riportare un po’ di calma, Gesù entrando dice ai piagnoni: «Andate via! La fanciulla non è morta, ma dorme». Le parole di Gesù non devono far credere che si tratta di morte apparente, la fanciulla è veramente morta. Gesù non è ancora entrato nella camera dove era stato composto il cadavere della fanciulla, ma per il fatto che aveva già deciso di restituire alla vita la figlia di Giàiro, il presente stato della fanciulla è soltanto temporaneo e paragonabile ad un sonno. Riecheggiano le parole che Gesù dirà quando gli portano la notizia della morte di Lazzaro: «Lazzaro, il nostro amico, s’è addormentato; ma io vado a svegliarlo» (Gv 11,11). Questo linguaggio eufemistico è stato adottato dalla Chiesa che lo ha esteso a tutti coloro che «si addormentano nel Signore» (At 7,60; 13,36; 1Cor 7,39; 11,30), in attesa della risurrezione finale (1Ts 4,13-16; 1Cor 15,20-21.51-52). Per i brontoloni le parole di Gesù sembrano essere fuori posto: come se Egli avesse voluto irridere il dolore dei genitori, dei parenti e degli amici convenuti in quel luogo di dolore. La reazione però segnala anche un’ottusa ostilità nei confronti di Gesù e sopra tutto mette in evidenza la mancanza di fede nella sua potenza. È la sorte di tutti i profeti (Lc 4,24). Tanta cecità, pur addolorandolo intimamente, non lo ferma, per cui dopo aver messo alla porta gli increduli piagnoni entra dove era la bambina. Gesù presa la mano della fanciulla, il gesto abituale delle guarigioni (Mc 1,13.41; 9,27), e la guarigione è immediata e istantanea. La risurrezione della fanciulla è collocata all’apice di una sequenza di miracoli dall’impatto dirompente: la tempesta sedata, la liberazione dell’indemoniato geraseno. La vittoria di Gesù sugli elementi della natura impazziti (Sal 88,10), poi sul potere del maligno, e qui infine sulla morte stessa, mettono in luce la potenza del Figlio di Dio. Oggi, Gesù, pur sedendo alla destra del Padre (Rom 8,34; Ef 1,20), continua ad essere presente nella sua Chiesa: per questa Presenza, i credenti fruiscono della potenza salvifica del Cristo celata misteriosamente nei sacramenti fino a che arrivino «all’unità della fede e della conoscenza del Figlio di Dio, fino all’uomo perfetto, fino a raggiungere la misura della pienezza di Cristo» (Ef 4,13).
 
Andate via! La fanciulla infatti non è morta, ma dorme - Helen Scüngel: Vita e morte non sono viste nell’Antico Testamento come contrapposizioni che si escludono a vicenda: la tranquilla morte di vecchiaia nella cerchia dei figli e nipoti fa parte integrante della vita promessa da Dio (Gen 15,15). In contrapposizione alla vita stanno tuttavia la morte prematura e la morte violenta, o il morire senza lasciare una discendenza (2Sam 3,33s).
Mentre JHWH è l’unico signore della vita e l’uomo, perciò, non ha mai il diritto di spargere sangue, di JHWH non si può dire che egli sia il signore della morte. L’ambito della morte non appartiene a JHWH, i morti sono lontani da lui (cf. Sal 88), JHWH non li ascolta. Ma anche tutti coloro che non ubbidiscono alla Legge, rompendo così 1’alleanza, non appartengono alla vita, ma alla morte: la Legge è la vita e la benedizione, la disubbidienza è già morte e maledizione (cf. Dt 30,15s).
b) Nel Nuovo Testamento la morte è la potenza che pone fine a questa vita e pone in uno stato di assoluta impotenza e nullità perché essa separa temporaneamente o per sempre da Dio creatore. Manca un’ulteriore riflessione teologica: la morte viene accettata come l’esperienza più universale e più indiscutibile e intesa come la fine totale - visibile nella decomposizione - dell’esistenza legata al corpo dell’uomo; al Nuovo Testamento è estranea un’immortalità naturale dell’anima. Gesù (Mt 9,24 par; Lc 7,12ss; Gv 11 ,44) e gli apostoli (At 9,40; 20,10; Mt 10,8) hanno allungato la vita di defunti ridestandoli dalla morte senza annullare la mortalità.
Questi segni anticipatori culminano nella risurrezione di Gesù, che manifesta il potere della morte come non definitive, ma limitato e dominato dalla potenza creatrice di Dio.

Giunse uno dei capi... una donna, che aveva perdite di sangue da dodici anni: Giovanni Paolo II (Omelia, 27 giugno 1982): Non uno, ma due [...] sono i miracoli del Signore, che ci sono riferiti nel Vangelo odierno. Ecco Giàiro, il capo della sinagoga, che si prostra dinanzi a Gesù per implorare la salvezza e la vita per la figlioletta dodicenne, ormai agli estremi. Ecco l’anonima donna che, sofferente da dodici anni, dice a se stessa: “Se riuscirò anche solo a toccare il suo mantello, sarò guarita”. Sono miracoli che, pur diversi tra loro per i particolari e per le circostanze, hanno tuttavia in comune non soltanto il fatto di essere cronologicamente collegati e come “collocati l’uno dentro l’altro”, ma soprattutto una fondamentale e condizionante premessa: cioè la fede viva e lucida di quell’uomo e di quella donna nella potenza sovrana e misericordiosa del Signore Gesù. Non importa che l’uno preghi per la figlia e l’altra per se stessa; non importa che l’uno preghi con aperta, insistente parola e l’altra preghi senza proferire alcun suono esterno. Quel che importa è il fatto che entrambi sono mossi ed internamente illuminati da una fede forte e coraggiosa. E proprio come premio e risposta a questa loro fede segue la duplice guarigione miracolosa: è risuscitata la bambina; è risanata la donna (cfr. Mc 5,21-43).
 
Cristo è toccato dalla fede - Ambrogio (Exp. in Luc., 6, 57-59): Cominciò a sperare in un rimedio che potesse salvarla: riconobbe che il tempo era venuto per il fatto che si presentava un medico dal cielo, si levò per andare incontro al Verbo, vide che egli era pressato dalla folla. Ma non credono coloro che premono intorno, credono quelli che lo toccano. Cristo è toccato dalla fede, è visto dalla fede, non lo tocca il corpo, non lo comprendono gli occhi; infatti non vede colui che non guarda pur avendo gli occhi, non ode colui che non intende ciò che ode, e non tocca colui che non tocca con fede... Se ora noi consideriamo fin dove giunge la nostra fede e se comprendiamo la grandezza del Figlio di Dio, vediamo che a suo confronto noi non possiamo che toccare la frangia del suo vestito, senza poterne toccare le parti superiori. Se dunque anche noi vogliamo essere guariti, tocchiamo la frangia della tunica di Cristo. Egli non ignora quelli che toccano la sua frangia, e che lo toccano quando egli è voltato dall’altra parte. Dio non ha bisogno degli occhi per vedere, non ha sensi corporali, ma possiede in se stesso la conoscenza di tutte le cose. Felice dunque chi tocca almeno la parte estrema del Verbo: e chi mai potrebbe riuscire a toccarlo tutto intero?
 
O Signore, che ci hai nutriti
con i doni della tua carità senza limiti,
fa’ che godiamo i benefici della salvezza
e viviamo sempre in rendimento di grazie.
Per Cristo nostro Signore.
 

 4 LUGLIO 2021

 XIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – ANNO B
 
Ez 2,2-5; Sal 122 (123); 2Cor 12,7-10; Mc 6,1-6
 
Il Santo del Giorno - 4 Luglio 2021 - Dal Martirologio - Santa Elisabetta: Regina Santa Elisabetta, che, regina del Portogallo, fu esemplare nell’opera di pacificazione tra i re e nella carità verso i poveri; rimasta vedova del re Dionigi, abbracciò la regola tra le monache del Terz’Ordine di Santa Chiara nel cenobio di Estremoz in Portogallo da lei stessa fondato, nel quale, mentre era intenta a far riconciliare suo figlio con il genero, fece poi ritorno al Signore.
 
Colletta: O Padre, fonte della luce, vinci l’incredulità dei nostri cuori, perché riconosciamo la tua gloria nell’umiliazione del tuo Figlio, e nella nostra debolezza sperimentiamo la potenza della sua risurrezione. Egli è Dio, e vive e regna con te.
 
Gesù percorreva i villaggi d’intorno insegnando: Catechesi tradendae 7-8: Gesù ha insegnato: è, questa, la testimonianza che dà di se stesso: «Ogni giorno stavo seduto nel tempio ad insegnare». È l’osservazione ammirata degli evangelisti, sorpresi di vederlo sempre e in ogni luogo nell’atto di insegnare, in un modo e con un’autorità fino ad allora sconosciuti. «Di nuovo le folle si radunavano intorno a lui, ed egli, come era solito, di nuovo le ammaestrava»; «ed essi erano colpiti dal suo insegnamento, perché insegnava, come avendo autorità». È quanto rilevano anche i suoi nemici, per ricavarne un motivo di accusa, di condanna: «Costui solleva il popolo, insegnando per tutta la Giudea, dopo aver cominciato dalla Galilea, fino a qui».
Colui che insegna a questo modo merita, ad un titolo del tutto speciale, il nome di «maestro». Quante volte, in tutto il nuovo testamento e specialmente nei vangeli, gli è dato questo titolo di maestro! Sono evidentemente i dodici, gli altri discepoli, le moltitudini degli ascoltatori che, con un accento di ammirazione, di confidenza e di tenerezza, lo chiamano maestro. Perfino i farisei ed i sadducei, i dottori della legge, i giudici in generale non gli rifiutano questo appellativo: «Maestro, noi vogliamo che tu ci faccia vedere un segno»; «Maestro, che debbo fare per ottenere la vita eterna?». Ma è soprattutto Gesù stesso, in momenti particolarmente solenni e molto significativi, a chiamarsi maestro: «Voi mi chiamate maestro e signore, e dite bene, perché lo so no»; egli proclama la singolarità, il carattere unico della sua condizione di maestro: «Voi non avete che un maestro: il Cristo». Si comprende come, nel corso di duemila anni, in tutte le lingue della terra, uomini di ogni condizione, razza e nazione, gli abbiano dato con venerazione questo titolo, ripetendo ciascuno nel modo suo proprio il grido di Nicodemo: «Sappiamo che sei un maestro venuto da Dio».
Questa immagine del Cristo docente, maestosa insieme e familiare, impressionante e rassicurante, immagine disegnata dalla penna degli evangelisti e spesso evocata in seguito dall’iconografia sin dall’età paleo-cristiana - tanto è seducente - amo evocarla, a mia volta, all’inizio di queste considerazioni intorno alla catechesi nel mondo contemporaneo.
 
I Lettura: Nel 597 il re babilonese Nabucodonosor aveva assediato Gerusalemme, l’aveva espugnata e aveva operato una prima deportazione di abitanti. Tra i deportati c’è anche Ezechiele, il quale «nell’anno quinto della deportazione del re Ioiachìn» (Ez 1,1-3), mentre si trovava lungo il canale Chebàr, riceve l’investitura di profeta. Il suo ministero profetico si svolge tra mille contestazioni: è arduo far comprendere ai Giudei che la rovina della nazione, che culminerà nel 587 con la distruzione di Gerusalemme e del tempio, era da imputare alla loro apostasia, alla loro durezza di cuore (Cf. Ez 2,3). Cuore duro nel testo di Ezechiele evoca più l’egoismo che la ribellione o la testardaggine. L’espressione «figlio dell’uomo», che nell’ebraico si usa spesso nel senso di «uomo» (Cf. Is 51,12), col tempo diventò un titolo messianico, poi ripreso da Gesù e applicato a se stesso (Cf. Mt 8,20).
 
II Lettura: San Tommaso commentando questo brano paolino, spiega che Dio può permettere talvolta alcuni mali per conseguire beni maggiori: così per evitare la superbia - radice e principio di ogni vizio - consente a volte che i suoi eletti siano umiliati da una malattia, da un qualche difetto, o persino dal peccato mortale, perché «l’uomo così mortificato riconosca che non può reggersi con le sue sole forze. Perciò in Rom 8,28, si afferma: “Del resto, noi sappiamo che tutto concorre al bene di coloro che amano Dio”, non certamente per il loro peccato, ma per i disegni di Dio» (Super Epistulam II ad Corinthios lectura).
 
Vangelo: È inspiegabile l’incredulità degli abitanti di Nazaret ed è incomprensibile come i suoi paesani facilmente passino dallo stupore e dalla ammirazione all’animosità e all’insulto. Ma questo è il destino di tutti i profeti. Gesù non viene risparmiato da questa prova che si farà ancora più drammatica nel giorno in cui Pilato, nel tentativo di liberarlo, lo presenterà alla folla: in quel giorno, ingrata, dimenticando gli innumerevoli doni ricevuti, si farà serva dell’odio dei farisei (Cf. Mt 27,11-26).
 
Dal Vangelo secondo Marco 6,1-6: In quel tempo, Gesù venne nella sua patria e i suoi discepoli lo seguirono. Giunto il sabato, si mise a insegnare nella sinagoga. E molti, ascoltando, rimanevano stupiti e dicevano: «Da dove gli vengono queste cose? E che sapienza è quella che gli è stata data? E i prodigi come quelli compiuti dalle sue mani? Non è costui il falegname, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle, non stanno qui da noi?». Ed era per loro motivo di scandalo. Ma Gesù disse loro: «Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua». E lì non poteva compiere nessun prodigio, ma solo impose le mani a pochi malati e li guarì. E si meravigliava della loro incredulità. Gesù percorreva i villaggi d’intorno, insegnando.
 
Il racconto della visita di Gesù a Nazaret lo si trova anche in Matteo e in Luca. Quest’ultimo, a differenza dei primi due, ha elaborato un racconto eccessivamente sovraccarico. Per i nazaretani Gesù è un tekton: un mestiere che comportava l’abilità professionale di svolgere simultaneamente la professione di falegname, di fabbro e di muratore. Sempre per i nazaretani, Gesù è il figlio di Maria: questa espressione contraria l’uso ebraico, che identifica un uomo in rapporto a suo padre. L’uso improprio, forse, vuole mettere in risalto la fede dell’evangelista Marco e della sua comunità, secondo cui il Padre di Gesù è Dio (Cf. Mc 1,1.11; 8,38; 13,32; 14,36). Nonostante queste “buone conoscenze” Gesù è rifiutato nella sua patria. Il rifiuto di Gesù come profeta, ha un logorante crescendo: ad iniziare sono i parenti, poi i compaesani e infine i Giudei. La meraviglia di Gesù «denota il suo stupore per l’incredulità dei paesani; una cosa sorprendente e inaspettata per lui. Marco non ha preoccupazioni teologiche circa la prescienza divina di Gesù, ma ce lo presenta nella sua realtà storica. Questi non poté compiere miracoli, perché i nazaretani non si aprirono con fede alla missione affidatagli dal Padre: l’onnipotenza di Dio risulta condizionata dall’incredulità dell’uomo: “Come la sua potenza è la nostra salvezza, così la nostra incredulità è la sua impotenza” [Gnilka]» (Angelico Poppi).
Nonostante questo insuccesso, Gesù continua a percorre «i villaggi d’intorno insegnando»: monito ed esempio per quei i credenti pronti a scoraggiarsi anche per il più piccolo disagio.
 
Giunto il sabato: Era giorno di riposo per gli uomini e per le bestie. Forse il termine sabato è in relazione con l’ebraico sheba’ (= sette). Fino ad ora non si conosce nell’ambiente extraisraelitico. un ciclo settenario. Il sabato veniva giustificato con la necessità del riposo per l’uomo e per gli animali (Es 23,12), in seguito con il ricordo ed il ringraziamento per 1’esodo dall’Egitto (Dt 5,12-15) e con il riposo di Jahvé dopo la creazione. La sua osservanza era un segno del patto (Es 31,16s). Esso era un giorno di gioia (Os 2,11) e di culto (Nm 28,9s).
Si badava rigorosamente a che il sabato fosse celebrato come giorno di riposo. Erano proibiti p. es.: gli affari (Is 58,13), l’accensione del fuoco (Es 35,3), la raccolta della legna (Nm 15,32-36), infornare e cucinare (cfr. Es 16,23), uscire (Es 16,29), arare e raccogliere (Es 34, 21). Dopo 1’esilio alcuni ritenevano come illecita perfino la difesa nel combattimento (1Mc 2,32-38). Nel tardo giudaismo si formò una casistica (p. es.: è lecito di sabato salvare un animale domestico infortunato?) che era diventata un peso molto fastidioso (cfr. Lc 11,46) per chi non conosceva le speciali facilitazioni consentite. Gesù si volse con la parola e con il suo comportamento contro la schiavitù imposta dalla lettera della legge: anche di sabato l’uomo deve fare il bene (cfr. Mc 3,2-6; Lc 13,10-17). Il sabato è per l’uomo e non viceversa (Mc 2,17). Nella comunità primitiva il sabato era ancora os­servato insieme ad altre prescrizioni dell’Antico Testamento (cfr. Mt 24,20); ci si liberò lentamente dalla legge giudaica (cfr. Col 2,16s). È stata una cosa sbagliata trasferire in seguito in modo acritico parte delle norme veterotestamentarie del sabato alla domenica: queste sono superate nel cristianesimo. La domenica (Giorno del Signore) non è un sabato, ma ha un altro contenuto.  (Fonte: Piccolo Dizionario Biblico)
 
Non è costui il falegname, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle, non stanno qui da noi?» - Se è vero che Paolo e tutti e quattro gli evangelisti parlano dei fratelli e delle sorelle del Signore, è anche vero che gli autori sacri parlano solo e sempre di fratelli di Gesù, mai di figli di Maria. Solo Gesù è detto figlio di Maria (Mc 6,3) e Maria è detta solo e sempre madre di Gesù, e non di altri (Gv 2,1; 19,25; At 1,14).  I Vangeli ci hanno tramandato i nomi dei cosiddetti fratelli di Gesù che sono: Giacomo, Giuseppe (o Joses), Giuda (non Giuda Iscariota, il traditore) e Simone (Mt 13,56; Mc 6,3). Gli stessi Vangeli però ci informano anche di chi erano figli (Mt 27,55-56; Mc 15,40-41; ecc.) per cui senza ombra di dubbio possiamo affermare che essi non sono figli di Maria, la madre di Gesù, ma suoi nipoti, figli d’una sorella ben menzionata da Giovanni (Gv 19,25).
L’imbroglio nasce dalla scarsità di termini ebraici indicanti i vari gradi di parentela, fratello e sorella potevano indicare anche parenti di secondo grado. Questa ‘confusione’ fu conservata anche nella traduzione greca della Bibbia, detta dei Settanta. Infatti, i traduttori della Bibbia, che conoscevano bene sia l’ebraico che il greco, usano nella loro traduzione il termine greco adelfos per tradurre il termine ebraico ah, anche quando evidentemente si tratta di cugini o anche di parenti.
Per esempio, in Genesi 13,8, Abramo chiama Lot suo fratello (adelfòi), ma in realtà sappiamo che Lot era nipote di Abramo in quanto figlio di suo fratello Haran così come ci informa Genesi 11,27.
Mentre in Genesi 14,16 Lot viene detto parente di Abramo. Quindi non erano fratelli, ma zio e nipote.
Un altro passo è ancora più chiaro. In 1Cronache si dice che Eleàzaro e Kis erano figli di Macli (1Cr 23,21). Però subito dopo viene detto: «Eleàzaro morì senza figli, avendo soltanto figlie; le sposarono i figli di Kis, loro fratelli» (1Cr 23,22). Tranne ad ammettere l’incesto si deve concludere che in verità non erano fratelli e sorelle, ma soltanto cugini e cugine. Questo uso del termine greco adelfos per tradurre il termine ebraico ah è presente anche nel Nuovo Testamento.
Ma vi è un’altra prova che ci viene dal Vangelo di Giovanni: è l’affidamento da parte di Gesù morente  di Maria, sua Madre, al «discepolo che egli amava» (Gv 19,27). Per Nicola Tornese, il «gesto di Gesù morente è comprensibile solo se si ammette che Gesù era figlio unico. Se Maria avesse avuto altri figli - quattro maschi e un imprecisato numero di figlie - quel gesto di Gesù sarebbe stato offensivo o almeno poco riguardoso ed anche illegale. I supposti figli di Maria, le figlie, i generi, le nuore, oltre a sentirsi offesi, avrebbero contestato a Giovanni il diritto di avere con sé la loro madre. Avrebbero giudicato irresponsabile il gesto di un morente. Nulla di tutto questo nei Vangeli. Giovanni prese Maria con sé in casa sua, pacificamente, senza contestazione alcuna. Gesù, perché figlio unico, poteva e doveva provvedere a sua madre un rifugio conveniente dopo la sua morte. Scelse quello di un discepolo» (La Madonna contestata).
Un’ulteriore prova ci viene da san Girolamo, il famoso traduttore latino della Bibbia, che nei “fratelli” e nelle “sorelle” di Gesù vide in pratica i cugini, cioè gli appartenenti al clan familiare di Maria. Egli sostenne questa tesi nell’opera De perpetua virginitate polemizzando contro Elvidio, vescovo ariano di Milano dal 335 al 374, il quale affermava trattarsi invece di figli avuti da Maria e Giuseppe successivamente rispetto a Gesù.
Uno degli argomenti addotti era la frase del Vangelo di Luca in cui si dice che Maria «diede alla luce il suo primogenito, lo avvolse in fasce e lo depose in una mangiatoia, perché non c’era posto per loro nell’albergo» (2,7). È, però, da notare, come ci suggerisce anche la Bibbia di Gerusalemme (vedi nota a Lc 2,7), che il termine “primogenito” ha di per sé valore giuridico e sottolinea i diritti biblici connessi alla primogenitura. In aiuto a questa interpretazione viene l’archeologia. In un documento aramaico del I secolo si parla di una madre (di nome Maria essa pure) che morì dando alla luce “il suo figlio primogenito”, quindi è da escludere, essendo morta al momento del parto, che avesse avuto altri figli
 
... non poté operare - Alberto Magno (In ev. Marc., VI): non per impotenza, ma perché non era bene spargere perle ai porci, visto che essi irridevano le sue opere e le attribuivano alla forza del Demonio, tranne pochi devoti e fedeli, che liberò dal male imponendo loro le mani.
 
O Signore, che ci hai nutriti
con i doni della tua carità senza limiti,
fa’ che godiamo i benefici della salvezza
e viviamo sempre in rendimento di grazie.
Per Cristo nostro Signore.
 
 

 3 LUGLIO 2021

 SAN TOMMASO, APOSTOLO - FESTA
 
Ef 2,19-22; Salmo 116 (117); Gv 20,24-29
 
Il Santo del Giorno - 3 Luglio 2021 - San Tommaso, Apostolo - Chiamato da Gesù tra i Dodici. Si presenta al capitolo 11 di Giovanni quando il Maestro decide di tornare in Giudea per andare a Betania, dove è morto il suo amico Lazzaro. I discepoli temono i rischi, ma Gesù ha deciso: si va. E qui si fa sentire la voce di Tommaso, obbediente e pessimistica: «Andiamo anche noi a morire con lui», deciso a non abbandonare Gesù. Facciamo torto a Tommaso ricordando solo il suo momento famoso di incredulità. Lui è ben altro che un seguace tiepido. Ma credere non gli è facile, e non vuol fingere che lo sia. Dice le sue difficoltà, si mostra com’è, ci somiglia, ci aiuta. Dopo la morte del Signore, sentendo parlare di risurrezione «solo da loro», esige di toccare con mano. Quando però, otto giorni dopo, Gesù viene e lo invita a controllare esclamerà: «Mio Signore e mio Dio!», come nessuno finora aveva mai fatto. A metà del VI secolo, un mercante egiziano scrive di aver trovato nell’India meridionale gruppi inaspettati di cristiani e di aver saputo che il Vangelo fu portato ai loro avi da Tommaso apostolo. (Avvenire)
 
Colletta: Esulti la tua Chiesa, Dio onnipotente, nella festa del santo apostolo Tommaso; ci sostenga la sua protezione perché, credendo, abbiamo vita nel nome di Gesù Cristo, tuo Figlio, che egli riconobbe come suo Signore e suo Dio. Egli vive e regna con te.
 
Non essere incredulo, ma credente: Paolo VI (Udienza Generale,  8 aprile 1970): Il cristiano è un fedele, è un credente. Questa condizione indispensabile, questo principio vitale della nuova esistenza soprannaturale del cristiano, era messo in prima evidenza dalla liturgia del battesimo, la quale appunto si apriva a dialogo con la domanda rivolta al catecumeno, ovvero al bambino portato al battesimo, e per lui al padrino, rappresentante, per un verso, del bambino stesso, per un altro verso, della comunità ecclesiale: «Che cosa domandi alla Chiesa di Dio?». Risposta: «La Fede». La fede è la chiave d’entrata. È la soglia. È il primo passo. È il primo atto richiesto all’uomo, che desidera appartenere a quel regno di Dio, che da questo inizio conduce alla pienezza della vita eterna. La Chiesa primitiva aveva cura di affermare la esigenza primordiale della fede in termini decisivi: «Colui che crede nel Figlio (di Dio, cioè in Gesù Cristo), ha la vita eterna; colui invece ch’è incredulo nel Figlio (di Dio) non vedrà la vita» (Io. 3,36), così l’evangelista San Giovanni; e San Paolo (per dare una fra le molte sue testimonianze a questo proposito), condensa la sua dottrina in questa affermazione: «Se tu confessi con la bocca il Signore Gesù, e nel tuo cuore hai fede che Dio lo ha risuscitato da morte, tu sarai salvo» (Rom. 10,9).
 
I Lettura: Paolo porta al nostro cuore la buona nuova: nel cristianesimo non vi sono stranieri né ospiti ma concittadini dei santi e familiari di Dio. La Chiesa è una casa aperta a tutti i popoli, e la sua fede è veritiera e non conosce vacillamenti perché è  fondata sulla fede degli Apostoli.
 
Vangelo: L’apparizione di Gesù intende presentare la sua nuova condizione non più legata al mondo fisico. Gesù risorto, spalancate le porte della paura, sta in mezzo ai suoi discepoli, colmando il loro cuore di pace e di gioia. Mostrando il costato ferito e le mani e i piedi piagati per vincere l’incredulità di Tommaso indica alla Chiesa e al mondo il cammino per arrivare alla fede: bisogna partire dal Crocifisso, è dalla contemplazione amorosa del Crocifisso risorto che sgorga la fede: «Attraverso la via della croce si arriva alla gloria: teologia della croce per essere teologia della gloria. Gesù mostra le mani, quelle mani ferite, perforate dai chiodi, il segno dell’amore; mostra il costato squarciato, segno ancora più grande dell’amore: il cuore trafitto. La morte è dimostrazione massima dell’amore. La risurrezione è amore» (Don Carlo De Ambrogio). Per giungere alla conoscenza e alla contemplazione l’unica via dell’Amore è la Croce.
 
Dal Vangelo secondo Giovanni: 20,24-29: Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo».
Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!». Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!». Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!».
 
Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi - Salvatore Alberto Panimolle (Lettura pastorale del Vangelo di Giovanni - Vol. III): Il brano incentrato in Tommaso, mostra in modo vivo come questo apostolo sia passato dall’incredulità più ostinata alla fede più viva nel Signore risorto. Come spesso avviene nel nostro vangelo, l’autore che si rivela sempre un fine artista, rappresenta in modo drammatico la nascita della fede nel cuore dell’incredulo Tommaso.
L’assenza di questo discepolo dal cenacolo, quando venne il Risorto, offre l’occasione per la proclamazione ostentata dell’incredulità dell’apostolo; egli non dà credito alla dichiarazione degli amici, perché replica loro di non credere, se non quando vede con i propri occhi e tocca con le proprie mani (Gv 20,25). Tommaso rifiuta la testimonianza degli altri discepoli, non si fida di loro, perché li ritiene vittime di un’allucinazione; egli vuol vedere il Maestro e costatare di persona se sia proprio lui, con le cicatrici dei chiodi e del colpo di lancia; i suoi colleghi potrebbero aver visto un fantasma.
Gesù accoglie la sfida di Tommaso e otto giorni dopo la prima apparizione, mostrandosi nuovamente nel cenacolo, si rivolge subito all’apostolo incredulo, invitandolo a portare il dito nelle cicatrici delle mani e a mettere la mano nel suo fianco, per diventare credente (Gv 20,26s). La professione di fede di Tommaso nella divinità del Maestro costituisce il vertice dello sviluppo drammatico della scena: «Mio Signore e mio Dio!» (Gv 20,28). Nel cuore del discepolo incredulo si è accesa la fede più profonda: risorgendo dai morti, Gesù ha dimostrato nel modo più chiaro e convincente di essere il Signore Iddio, come Jahvé.
La fede di Tommaso è autentica e sincera, essa però ha avuto bisogno del segno concreto di vedere il Risorto.
A questo punto nella mente dell’evangelista sorge il problema della fede di coloro che non potranno vedere il Signore Gesù: costoro potranno credere?  Non solo sarà possibile la fede, ma essa si rivelerà superiore a quella dei primi discepoli. Il Cristo risorto infatti proclama beati coloro che crederanno, senza aver visto (Gv 20,29).
Giovanni tuttavia non considera inutili i segni, operati da Gesù, in rapporto alla fede: essi possono favorire il suo nascere e il suo approfondimento; per tale scopo egli ha scritto il suo vangelo: affinché i lettori credano che Gesù è il Cristo e il Figlio di Dio (Gv 20,30s).
La fede nella messianicità divina di Gesù trova il suo alimento nella meditazione dei segni compiuti dal Signore, tra i quali il più strepitoso consiste nella risurrezione dai morti il terzo giorno (Cf. Gv 2,18ss).
 
Gli Apostoli: Catechismo degli Adulti 511-513: La Chiesa è apostolica in quanto, attraverso la Scrittura e la Tradizione vivente, riceve dagli apostoli la dottrina e l’esperienza della fede, i sacramenti della grazia e il ministero dei pastori, in modo da essere fedele a Cristo e partecipare alla sua vita. Già durante il ministero pubblico di Gesù, i Dodici sono stati associati alla sua missione e inviati ad annunciare il regno di Dio e a porre in atto i segni della sua venuta, condividendo lo stesso stile di vita del Maestro. Si trattava di un preludio della missione definitiva e universale, che avrebbero ricevuto in seguito con il potere di “legare e sciogliere”. Di fatto ricevono dal Signore risorto il grande mandato missionario: «Mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra. Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni... Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 28,18-20). Ma come potranno svolgere la loro opera dovunque e sempre, se non attraverso dei collaboratori e dei successori? Nella Chiesa delle origini gli apostoli occupano il primo posto tra tutti i carismi. Sono i testimoni ufficiali del Risorto; i suoi ambasciatori, inviati con la forza dello Spirito Santo e accreditati con i miracoli; i dispensatori dei doni di Dio; i ministri della riconciliazione. Formano un collegio, presieduto da Pietro, e guidano insieme il cammino iniziale della prima comunità di Gerusalemme.
 
In Cristo anche voi venite edificati insieme per diventare abitazione di Dio per mezzo dello Spirito: Pio XII (lettera Enciclica MEDIATOR DEI): La Chiesa [...] ha in comune col Verbo incarnato lo scopo, l’impegno e la funzione d’insegnare a tutti la verità, reggere e governare gli uomini, offrire a Dio il sacrificio accettabile e grato, e così ristabilire tra il Creatore e le creature quell’unione ed armonia che l’Apostolo delle genti chiaramente indica con queste parole: «Voi non siete più stranieri e ospiti, ma siete concittadini dei Santi e della famiglia di Dio, sovra edificati sul fondamento degli Apostoli e dei Profeti, con lo stesso Gesù Cristo come pietra angolare, su cui tutto l’edificio insieme connesso s’innalza in tempio santo nel Signore, e sopra di lui anche voi siete insieme edificati in dimora di Dio nello Spirito» (Eph. 2,19-22) Perciò la società fondata dal Divino Redentore non ha altro fine, sia con la sua dottrina e il suo governo, sia col Sacrificio ed i Sacramenti da Lui istituiti, sia infine col ministero da Lui affidatole, con le sue preghiere e il suo sangue, che crescere e dilatarsi sempre più: il che avviene quando Cristo è edificato e dilatato nelle anime dei mortali, e quando, vicendevolmente, le anime dei mortali sono edificate e dilatate a Cristo; di maniera che in questo esilio terreno prosperi il tempio nel quale la Divina Maestà riceve il culto grato e legittimo. In ogni azione liturgica, quindi, insieme con la Chiesa è presente il suo Divino Fondatore: Cristo è presente nell’augusto Sacrificio dell’altare sia nella persona del suo ministro, sia, massimamente, sotto le specie eucaristiche; è presente nei Sacramenti con la virtù che in essi trasfonde perché siano strumenti efficaci di santità; è presente infine nelle lodi e nelle suppliche a Dio rivolte, come sta scritto: «Dove sono due o tre adunati in nome mio, ivi io sono in mezzo ad essi» (Matth. 18,20).
 
San Tommaso, Apostolo - Domenico Agasso: Lo incontriamo tra gli Apostoli, senza nulla sapere della sua storia precedente. Il suo nome, in aramaico, significa “gemello”. Ci sono ignoti luogo di nascita e mestiere. Il Vangelo di Giovanni, al capitolo 11, ci fa sentire subito la sua voce, non proprio entusiasta. Gesù ha lasciato la Giudea, diventata pericolosa: ma all’improvviso decide di ritornarci, andando a Betania, dove è morto il suo amico Lazzaro. I discepoli trovano che è rischioso, ma Gesù ha deciso: si va. E qui si fa sentire la voce di Tommaso, obbediente e pessimistica: “Andiamo anche noi a morire con lui”. È sicuro che la cosa finirà male; tuttavia non abbandona Gesù: preferisce condividere la sua disgrazia, anche brontolando.
Facciamo torto a Tommaso ricordando solo il suo momento famoso di incredulità dopo la risurrezione. Lui è ben altro che un seguace tiepido. Ma credere non gli è facile, e non vuol fingere che lo sia. Dice le sue difficoltà, si mostra com’è, ci somiglia, ci aiuta. Eccolo all’ultima Cena (Giovanni 14), stavolta come interrogante un po’ disorientato. Gesù sta per andare al Getsemani e dice che va a preparare per tutti un posto nella casa del Padre, soggiungendo: “E del luogo dove io vado voi conoscete la via”. Obietta subito Tommaso, candido e confuso: “Signore, non sappiamo dove vai, e come possiamo conoscere la via?”. Scolaro un po’ duro di testa, ma sempre schietto, quando non capisce una cosa lo dice. E Gesù riassume per lui tutto l’insegnamento: “Io sono la via, la verità e la vita”. Ora arriviamo alla sua uscita più clamorosa, che gli resterà appiccicata per sempre, e troppo severamente. Giovanni, capitolo 20: Gesù è risorto; è apparso ai discepoli, tra i quali non c’era Tommaso. E lui, sentendo parlare di risurrezione “solo da loro”, esige di toccare con mano. È a loro che parla, non a Gesù. E Gesù viene, otto giorni dopo, lo invita a “controllare”... Ed ecco che Tommaso, il pignolo, vola fulmineo ed entusiasta alla conclusione, chiamando Gesù: “Mio Signore e mio Dio!”, come nessuno finora aveva mai fatto. E quasi gli suggerisce quella promessa per tutti, in tutti i tempi: “Beati quelli che, pur non avendo visto, crederanno”.
 
Nerses Snorhali (Jesus, 779-782): Era l’ottavo giorno, Signore, // Quando entrasti da loro nuovamente; // Hai appagato il desiderio del discepolo, // L’incredulo Tommaso. // Egli ha palpato la ferita del tuo fianco // E dei chiodi il sacro foro; // Per questo abbiamo ricevuto la «Beatitudine» // Noi che, come loro, non ti abbiamo visto. // Io credo con tutta la mia anima, // Ti confesso mio Signore e Dio; // Come lui, a gran voce lo proclamo, // Come l’ho appreso per la sua parola. // Rendimi degno in quell’estremo giorno, // Quando verrai in tutta la tua gloria, // Di vederti in quello stesso corpo // Per abbracciarti con l’amor del cuore.
 
O Dio, che in questo sacramento
ci fai comunicare realmente
al Corpo e al Sangue del tuo Figlio unigenito,
concedi a noi di testimoniare con le opere e con la vita
colui che, insieme all’apostolo Tommaso,
riconosciamo nella fede nostro Signore e nostro Dio.
Egli vive e regna nei secoli dei secoli.

 

 2 Luglio 2021

 Venerdì XIII Settimana T. O.

 Gen 23,1-4.19; 24,1-8.62-67; Sal 105 (106); Mt 9,9-13

Il Santo del Giorno - 2 Luglio 2021: Santa Eugenia Joubert: Figlia dei viticoltori Pietro Joubert e Antonia Celle, nacque l’11 febbraio 1876 a Yssingeaux (Le Puy) in Francia, quarta di otto figli. A 19 anni nel 1895 volle farsi suora tra le religiose della Santa Famiglia del Sacro Cuore, a Le Darne. Fece il noviziato a St-Denis (1896), e la professione religiosa nel 1897, dedicandosi completamente all’apostolato ed all’insegnamento del catechismo ai ragazzi e fanciulle. A 26 anni, nel 1902 si ammalò gravemente, nonostante ciò, stette per un anno a Roma dall’aprile del 1903 al maggio del 1904. Al suo ritorno a Liegi fu costretta a letto e dopo circa un mese di malattia, si spense a Liegi, il 2 luglio 1904 a 28 anni, ripetendo tre volte il nome di Gesù. Il suo corpo riposa nella cappella delle suore della Santa Famiglia del Sacro Cuore a Dinant. Giovanni Paolo II l’ha beatificata il 20 novembre 1994. (Avvenire)

Colletta: O Dio, che ci hai reso figli della luce con il tuo Spirito di adozione, fa’ che non ricadiamo nelle tenebre dell’errore, ma restiamo sempre luminosi nello splendore della verità. Per il nostro Signore Gesù Cristo.

Benedetto XVI (Udienza Generale, 30 Agosto 2006): Gesù accoglie nel gruppo dei suoi intimi un uomo che, secondo le concezioni in voga nell’Israele del tempo, era considerato un pubblico peccatore. Matteo, infatti, non solo maneggiava denaro ritenuto impuro a motivo della sua provenienza da gente estranea al popolo di Dio, ma collaborava anche con un’autorità straniera odiosamente avida, i cui tributi potevano essere determinati anche in modo arbitrario. Per questi motivi, più di una volta i Vangeli parlano unitariamente di “pubblicani e peccatori” (Mt 9,10; Lc 15,1), di “pubblicani e prostitute” (Mt 21,31). Inoltre essi vedono nei pubblicani un esempio di grettezza (cfr Mt 5,46: amano solo coloro che li amano) e menzionano uno di loro, Zaccheo, come “capo dei pubblicani e ricco” (Lc 19,2), mentre l’opinione popolare li associava a “ladri, ingiusti, adulteri” (Lc 18, 11). Un primo dato salta all’occhio sulla base di questi accenni: Gesù non esclude nessuno dalla propria amicizia. Anzi, proprio mentre si trova a tavola in casa di Matteo-Levi, in risposta a chi esprimeva scandalo per il fatto che egli frequentava compagnie poco raccomandabili, pronuncia l’importante dichiarazione: “Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati: non sono venuto a chiamare i giusti ma i peccatori” (Mc 2,17).
Il buon annuncio del Vangelo consiste proprio in questo: nell’offerta della grazia di Dio al peccatore! Altrove, con la celebre parabola del fariseo e del pubblicano saliti al Tempio per pregare, Gesù indica addirittura un anonimo pubblicano come esempio apprezzabile di umile fiducia nella misericordia divina: mentre il fariseo si vanta della propria perfezione morale, “il pubblicano ... non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: «O Dio, abbi pietà di me peccatore»”. E Gesù commenta: “Io vi dico: questi tornò a casa sua giustificato, a differenza dell’altro, perché chi si esalta sarà umiliato, ma chi si umilia sarà esaltato” (Lc18,13-14). Nella figura di Matteo, dunque, i Vangeli ci propongono un vero e proprio paradosso: chi è apparentemente più lontano dalla santità può diventare persino un modello di accoglienza della misericordia di Dio e lasciarne intravedere i meravigliosi effetti nella propria esistenza. A questo proposito, san Giovanni Crisostomo fa un’annotazione significativa: egli osserva che solo nel racconto di alcune chiamate si accenna al lavoro che gli interessati stavano svolgendo. Pietro, Andrea, Giacomo e Giovanni sono chiamati mentre stanno pescando, Matteo appunto mentre riscuote il tributo. Si tratta di lavori di poco conto – commenta il Crisostomo -  “poiché non c’è nulla di più detestabile del gabelliere e nulla di più comune della pesca” (In Matth. Hom.: PL 57, 363). La chiamata di Gesù giunge dunque anche a persone di basso rango sociale, mentre attendono al loro lavoro ordinario.

I Lettura: Il paziente progetto di Dio, che condurrà l’umanità alla salvezza, si fa compagno del quotidiano dell’uomo. Passo dopo passo per giungere alla pienezza del tempo, quando nel Figlio di Dio sarà manifestato l’amore grande di Dio per tutti gli uomini (Gv 3,16).

Vangelo: Matteo mette in risalto la potenza della parola di Cristo: essa chiama alla sequela l’esattore di tasse Matteo muovendolo dal di dentro per una risposta pronta e positiva; ha il potere (exousia) di annunziare la remissione dei peccati, di proclamare ai poveri il vangelo, la buona notizia, e di annunziare la liberazione ai prigionieri. Tra le righe la gioia, la festa per sottolineare l’attenzione amorosa di Dio per i più disperati, per i peccatori, per coloro che a motivo della loro vita o mestiere erano considerati dannati.

Dal Vangelo secondo Matteo 9,9-13: In quel tempo, Gesù, vide un uomo, chiamato Matteo, seduto al banco delle imposte, e gli disse: «Seguimi». Ed egli si alzò e lo seguì. Mentre sedeva a tavola nella casa, sopraggiunsero molti pubblicani e peccatori e se ne stavano a tavola con Gesù e con i suoi discepoli. Vedendo ciò, i farisei dicevano ai suoi discepoli: «Come mai il vostro maestro mangia insieme ai pubblicani e ai peccatori?». Udito questo, disse: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati. Andate a imparare che cosa vuol dire: “Misericordia io voglio e non sacrifici”. Io non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori».

Gesù, vide un uomo, chiamato Matteo - Il racconto della vocazione di Matteo si incunea in una sezione che va dal capitolo 8,1 fino al capitolo 9,34 nella quale, l’evangelista, mette in risalto l’autorità di Gesù che emana non solo dalle sue parole, ma anche dalle sue azioni. Gesù ammaestra con autorità e agisce con signoria: «le folle restarono stupite del suo insegnamento: egli infatti insegnava loro come uno che ha autorità e non come i loro scribi» (Mt 7,28-29; Cf. Mc 1,2; Lc 4,32-26).
La chiamata di Matteo introduce due controversie sul comportamento di Gesù: una con i farisei sul suo atteggiamento verso pubblicani e peccatori (Cf. Mt 9,10-13) e una con i discepoli di Giovanni Battista sul digiuno (Cf. Mt 9,14-17). Ognuna di esse diventa per Gesù occasione per presentarsi come autorità superiore e definitiva. Egli è il medico dell’umanità (Cf. Mt 9,12-13) e lo sposo messianico (Cf. Mt 9,15).
La vocazione di Matteo è raccontata anche da Marco (2,13-14) e da Luca (5,27-28), ma con una differenza degna di nota: nei vangeli di Marco e di Luca il nome del vocato è Levi. Le soluzioni di tale diversità sono varie: o il gabelliere aveva due nomi o Gesù gli diede il soprannome di Matteo, che significa dono di Dio, oppure, come alcuni credono, sono stati «Marco e Luca a sostituire il nome di Matteo con Levi per non offuscare la dignità di uno dei Dodici, trattandosi di un pubblicano» (Angelico Poppi). Ma, alla fine, come sostengono altri, può darsi che «si tratti effettivamente di due persone diverse, e che Levi sia stato sostituito per il ruolo che questi svolse nell’evangelizzazione delle comunità matteane, dove ebbe origine il nostro vangelo, anche se Matteo non ne fu necessariamente il redattore» (Angelico Poppi).
Il mestiere di Matteo è quello di esattore delle tasse e per questo motivo è esecrato dal popolo perché creduto ladro (Cf. Lc 3,11) e disprezzato dai Farisei i quali, considerandolo peccatore pubblico perché impuro, lo ritenevano hic et nunc un condannato alla Geenna. Forse al soldo di Erode Antipa o degli odiati Romani, Matteo, a differenza dei suoi detrattori si mostra pronto ad accogliere con gioia la parola della salvezza: è il mercante accorto che ha trovato «una perla di grande valore, va, vende tutti i suoi averi e la compra» (Cf. Mt 13,45-46). Per san Beda Venerabile non «c’è da meravigliarsi che un pubblicano alla prima parola del Signore, che lo invitava, abbia abbandonato i guadagni della terra che gli stavano a cuore e, lasciate le ricchezze, abbia accettato di seguire colui che vedeva non avere ricchezza alcuna. Infatti lo stesso Signore che lo chiamò esternamente con la parola, lo istruì all’interno con una invisibile spinta a seguirlo».
Non viene specificato se la casa dove viene apparecchiato il banchetto è quella di Matteo o quella di Gesù dove dimorava da quando aveva abbandonato Nazaret (Cf. Mt 4,13). Nel testo parallelo di Luca (5, 27-32) è il pubblicano divenuto discepolo che prepara in casa sua un banchetto per Gesù al quale invita anche i suoi pari. Per Angelo Lancellotti «è probabilmente il banchetto d’addio che il nuovo “apostolo” dà ai suoi ex-colleghi per sottolineare la serietà e il carattere definitivo della sua risposta alla singolare chiamata del Maestro di Nazaret».
In ogni caso mettersi a tavola con i pubblicani e i peccatori significa rendersi impuri. Alle proteste dei farisei, sempiterni scandalizzati di tutti e di tutto quello che non rientrava nel loro modo di pensare, Gesù risponde con un proverbio abbastanza eloquente e con una citazione veterotestamentaria tratta da Osea 6,6, qui certamente non al suo posto (Cf. Mt 12,7). Nella citazione fatta dall’evangelista Matteo vi si trova una notevole e sostanziale differenza: mentre in Osea l’oggetto diretto della religiosità fatta di «amore e conoscenza» è Dio, nel Vangelo è il peccatore.
Gesù non è venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori, perché diventino giusti attraverso la loro fede in lui (Cf. Gal 2,16), attraverso l’abbandono totale e fiducioso in lui, che «è stato consegnato alla morte a causa delle nostre colpe ed è stato risuscitato per la nostra giustificazione» (Rom 4,25; Cf. seconda lettura).
Viene smantellata quella peregrina idea che faceva considerare la salvezza come una miscela di obbedienza pedissequa della Legge e di supererogazione di opere buone (Cf. Lc 18,9-14). Tutto è grazia e come corrispondenza al dono gratuito della salvezza Dio desidera unicamente il nostro amore (Cf. Dt 6,5), come Matteo il pubblicano immantinente gli ha dato.
 

Misericordia io voglio e non sacrifici - Annemarie Ohller: Misericordia dell’uomo. Mentre l’Antico Testamento può ancora limitare la misericordia agli appartenenti al proprio popolo (Dt 7,2), il Nuovo Testamento non pone limiti alla misericordia: “Non abbiate alcun debito con nessuno, se non quello di un amore vicendevole” (Rm 13, 8). Provocato dalla domanda: “Chi è il mio prossimo?”. Gesù racconta la parabola del buon samaritano (Lc 10,29-37): ciascuno è il prossimo al quale tu puoi usare misericordia. Gesù esige con ciò la realizzazione della misericordia in ogni situazione: “Va’ e anche tu fa’ lo stesso”. Già i profeti veterotestamentari esigono che l’esperienza della misericordia di Dio si ripercuota nel comportamento quotidiano degli uomini gli uni verso gli altri, nella giustizia sociale e nella m. (Is 1,17; Os 6,6). Il messaggio neotestamentario continua su questa linea: ogni mancanza di misericordia umana è inammissibile in considerazione della misericordia infinitamente maggiore che noi abbiamo già esperimentato da parte di Dio (Mt 18,23ss). Il misericordioso, invece, realizza la sua esperienza di Dio nel quotidiano: si può parlare dell’“incarnazione” della misericordia di Dio (Ef 4,32s). Come Dio si pone dalla parte dei deboli e dei peccatori, così devono fare anche gli uomini. Questo solidarizzare con i poveri è così radicale che Gesù identifica se stesso con tutti i bisognosi (Mt 25,31ss). Ciò comporta che le opere di misericordia - che anche l’Antico Testamento esige dalla persona pia (Is 58,6s) - divengano l’unico criterio del giudizio del mondo: l’atteggiamento dell’uomo verso Dio si estrinseca nel suo atteggiamento verso i propri simili. Su questo sfondo la beatitudine dei misericordiosi (Mt 5,7) si distacca chiaramente dall’idea della prestazione tipica del tardo giudaismo (devo essere misericordioso per poter conseguire, un giorno, la misericordia di Dio). Il Nuovo Testamento può chiamare già ora beati i misericordiosi, poiché essi prendono parte alla misericordia di Dio che tutto abbraccia.

Pietro Crisologo (Sermo 30,3-5): “Andate”, egli soggiunge, “imparate cosa significa: Voglio la misericordia e non il sacrificio” [Mt 9,13; Os 6,6]. Cristo vuole la misericordia, non il sacrificio. O meglio, quale sacrificio cerca chi, per cercarti, si fece sacrificio per eccellenza? “Non venni a chiamare i giusti, ma i peccatori (ibid.)”. Così dicendo, egli non respinge i giusti, ma è perché trova tutti peccatori. Ascolta il salmista: “Il Signore dal cielo si china sugli uomini per vedere se esiste un saggio; se c’è uno che cerca Dio. Tutti hanno traviato, son divenuti tutti corrotti: più nessuno compie il bene, neppure uno” [Sal 13,2-3]. Fratelli, cerchiamo di essere peccatori per nostra confessione, per non esser più peccatori per il perdono di Cristo.

Il santo sacrificio che abbiamo offerto e ricevuto, o Signore,
sia per noi principio di vita nuova,
perché, uniti a te nell’amore,
portiamo frutti che rimangano per sempre.
Per Cristo nostro Signore.