O Signore, che ci hai nutriti
con i doni della tua carità senza limiti,
fa’ che godiamo i benefici della salvezza
e viviamo sempre in rendimento di grazie.
Per Cristo nostro Signore.
4 LUGLIO 2021
3 LUGLIO 2021
2 Luglio 2021
Venerdì XIII Settimana T. O.
Gen 23,1-4.19; 24,1-8.62-67; Sal 105 (106); Mt 9,9-13
Colletta: O Dio, che ci hai reso figli della luce con il tuo Spirito di adozione, fa’ che non ricadiamo nelle tenebre dell’errore, ma restiamo sempre luminosi nello splendore della verità. Per il nostro Signore Gesù Cristo.
I Lettura: Il paziente progetto di Dio, che condurrà l’umanità alla salvezza, si fa compagno del quotidiano dell’uomo. Passo dopo passo per giungere alla pienezza del tempo, quando nel Figlio di Dio sarà manifestato l’amore grande di Dio per tutti gli uomini (Gv 3,16).
Vangelo: Matteo mette in risalto la potenza della parola di Cristo: essa chiama alla sequela l’esattore di tasse Matteo muovendolo dal di dentro per una risposta pronta e positiva; ha il potere (exousia) di annunziare la remissione dei peccati, di proclamare ai poveri il vangelo, la buona notizia, e di annunziare la liberazione ai prigionieri. Tra le righe la gioia, la festa per sottolineare l’attenzione amorosa di Dio per i più disperati, per i peccatori, per coloro che a motivo della loro vita o mestiere erano considerati dannati.
Dal Vangelo secondo Matteo 9,9-13: In quel tempo, Gesù, vide un uomo, chiamato Matteo, seduto al banco delle imposte, e gli disse: «Seguimi». Ed egli si alzò e lo seguì. Mentre sedeva a tavola nella casa, sopraggiunsero molti pubblicani e peccatori e se ne stavano a tavola con Gesù e con i suoi discepoli. Vedendo ciò, i farisei dicevano ai suoi discepoli: «Come mai il vostro maestro mangia insieme ai pubblicani e ai peccatori?». Udito questo, disse: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati. Andate a imparare che cosa vuol dire: “Misericordia io voglio e non sacrifici”. Io non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori».
Gesù, vide un uomo, chiamato Matteo - Il racconto della vocazione di Matteo si incunea in una sezione che va dal capitolo 8,1 fino al capitolo 9,34 nella quale, l’evangelista, mette in risalto l’autorità di Gesù che emana non solo dalle sue parole, ma anche dalle sue azioni. Gesù ammaestra con autorità e agisce con signoria: «le folle restarono stupite del suo insegnamento: egli infatti insegnava loro come uno che ha autorità e non come i loro scribi» (Mt 7,28-29; Cf. Mc 1,2; Lc 4,32-26).
La chiamata di Matteo introduce due controversie sul comportamento di Gesù: una con i farisei sul suo atteggiamento verso pubblicani e peccatori (Cf. Mt 9,10-13) e una con i discepoli di Giovanni Battista sul digiuno (Cf. Mt 9,14-17). Ognuna di esse diventa per Gesù occasione per presentarsi come autorità superiore e definitiva. Egli è il medico dell’umanità (Cf. Mt 9,12-13) e lo sposo messianico (Cf. Mt 9,15).
La vocazione di Matteo è raccontata anche da Marco (2,13-14) e da Luca (5,27-28), ma con una differenza degna di nota: nei vangeli di Marco e di Luca il nome del vocato è Levi. Le soluzioni di tale diversità sono varie: o il gabelliere aveva due nomi o Gesù gli diede il soprannome di Matteo, che significa dono di Dio, oppure, come alcuni credono, sono stati «Marco e Luca a sostituire il nome di Matteo con Levi per non offuscare la dignità di uno dei Dodici, trattandosi di un pubblicano» (Angelico Poppi). Ma, alla fine, come sostengono altri, può darsi che «si tratti effettivamente di due persone diverse, e che Levi sia stato sostituito per il ruolo che questi svolse nell’evangelizzazione delle comunità matteane, dove ebbe origine il nostro vangelo, anche se Matteo non ne fu necessariamente il redattore» (Angelico Poppi).
Il mestiere di Matteo è quello di esattore delle tasse e per questo motivo è esecrato dal popolo perché creduto ladro (Cf. Lc 3,11) e disprezzato dai Farisei i quali, considerandolo peccatore pubblico perché impuro, lo ritenevano hic et nunc un condannato alla Geenna. Forse al soldo di Erode Antipa o degli odiati Romani, Matteo, a differenza dei suoi detrattori si mostra pronto ad accogliere con gioia la parola della salvezza: è il mercante accorto che ha trovato «una perla di grande valore, va, vende tutti i suoi averi e la compra» (Cf. Mt 13,45-46). Per san Beda Venerabile non «c’è da meravigliarsi che un pubblicano alla prima parola del Signore, che lo invitava, abbia abbandonato i guadagni della terra che gli stavano a cuore e, lasciate le ricchezze, abbia accettato di seguire colui che vedeva non avere ricchezza alcuna. Infatti lo stesso Signore che lo chiamò esternamente con la parola, lo istruì all’interno con una invisibile spinta a seguirlo».
Non viene specificato se la casa dove viene apparecchiato il banchetto è quella di Matteo o quella di Gesù dove dimorava da quando aveva abbandonato Nazaret (Cf. Mt 4,13). Nel testo parallelo di Luca (5, 27-32) è il pubblicano divenuto discepolo che prepara in casa sua un banchetto per Gesù al quale invita anche i suoi pari. Per Angelo Lancellotti «è probabilmente il banchetto d’addio che il nuovo “apostolo” dà ai suoi ex-colleghi per sottolineare la serietà e il carattere definitivo della sua risposta alla singolare chiamata del Maestro di Nazaret».
In ogni caso mettersi a tavola con i pubblicani e i peccatori significa rendersi impuri. Alle proteste dei farisei, sempiterni scandalizzati di tutti e di tutto quello che non rientrava nel loro modo di pensare, Gesù risponde con un proverbio abbastanza eloquente e con una citazione veterotestamentaria tratta da Osea 6,6, qui certamente non al suo posto (Cf. Mt 12,7). Nella citazione fatta dall’evangelista Matteo vi si trova una notevole e sostanziale differenza: mentre in Osea l’oggetto diretto della religiosità fatta di «amore e conoscenza» è Dio, nel Vangelo è il peccatore.
Gesù non è venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori, perché diventino giusti attraverso la loro fede in lui (Cf. Gal 2,16), attraverso l’abbandono totale e fiducioso in lui, che «è stato consegnato alla morte a causa delle nostre colpe ed è stato risuscitato per la nostra giustificazione» (Rom 4,25; Cf. seconda lettura).
Viene smantellata quella peregrina idea che faceva considerare la salvezza come una miscela di obbedienza pedissequa della Legge e di supererogazione di opere buone (Cf. Lc 18,9-14). Tutto è grazia e come corrispondenza al dono gratuito della salvezza Dio desidera unicamente il nostro amore (Cf. Dt 6,5), come Matteo il pubblicano immantinente gli ha dato.
Misericordia io voglio e non sacrifici - Annemarie Ohller: Misericordia dell’uomo. Mentre l’Antico Testamento può ancora limitare la misericordia agli appartenenti al proprio popolo (Dt 7,2), il Nuovo Testamento non pone limiti alla misericordia: “Non abbiate alcun debito con nessuno, se non quello di un amore vicendevole” (Rm 13, 8). Provocato dalla domanda: “Chi è il mio prossimo?”. Gesù racconta la parabola del buon samaritano (Lc 10,29-37): ciascuno è il prossimo al quale tu puoi usare misericordia. Gesù esige con ciò la realizzazione della misericordia in ogni situazione: “Va’ e anche tu fa’ lo stesso”. Già i profeti veterotestamentari esigono che l’esperienza della misericordia di Dio si ripercuota nel comportamento quotidiano degli uomini gli uni verso gli altri, nella giustizia sociale e nella m. (Is 1,17; Os 6,6). Il messaggio neotestamentario continua su questa linea: ogni mancanza di misericordia umana è inammissibile in considerazione della misericordia infinitamente maggiore che noi abbiamo già esperimentato da parte di Dio (Mt 18,23ss). Il misericordioso, invece, realizza la sua esperienza di Dio nel quotidiano: si può parlare dell’“incarnazione” della misericordia di Dio (Ef 4,32s). Come Dio si pone dalla parte dei deboli e dei peccatori, così devono fare anche gli uomini. Questo solidarizzare con i poveri è così radicale che Gesù identifica se stesso con tutti i bisognosi (Mt 25,31ss). Ciò comporta che le opere di misericordia - che anche l’Antico Testamento esige dalla persona pia (Is 58,6s) - divengano l’unico criterio del giudizio del mondo: l’atteggiamento dell’uomo verso Dio si estrinseca nel suo atteggiamento verso i propri simili. Su questo sfondo la beatitudine dei misericordiosi (Mt 5,7) si distacca chiaramente dall’idea della prestazione tipica del tardo giudaismo (devo essere misericordioso per poter conseguire, un giorno, la misericordia di Dio). Il Nuovo Testamento può chiamare già ora beati i misericordiosi, poiché essi prendono parte alla misericordia di Dio che tutto abbraccia.
sia per noi principio di vita nuova,
perché, uniti a te nell’amore,
portiamo frutti che rimangano per sempre.
Per Cristo nostro Signore.