6 Aprile 2021
 
Martedì fra l’Ottava di Pasqua
 
At 2,36-41; Salmo Responsoriale 32 [33]; Gv 20,11-18
 
Il Santo del giorno: 6 Aprile 2017: Beato Zefirino Agostini, Sacerdote: Nasce a Verona il 24 settembre 1813. A 18 anni entra in seminario. Viene ordinato sacerdote nel 1837 e trascorre i primi otto anni di sacerdozio nella parrocchia natia. Nel 1845 diventa parroco nella parrocchia dei Santi Nazario e Celso. Da subito intuisce l’importanza delle associazioni laicali e nel 1856 promuove il sodalizio delle «Sorelle devote di Sant’Angela», perché lo coadiuvasse nell’educazione della gioventù femminile. Dal 1860 alcune di queste collaboratrici cominciarono a fare vita comune. Nove anni più tardi Agostini volle dare a quest’opera un profilo più preciso, ispirandosi alla spiritualità di sant’Angela Merici. Nasceva così la congregazione delle «Orsoline di Maria Immacolata». Muore il 6 aprile 1896 a Verona. È stato beatificato il 25 ottobre 1998. (Avvenire)
 
Colletta: O Dio, che nei sacramenti pasquali hai dato al tuo popolo la salvezza, effondi su di noi l’abbondanza dei tuoi doni, perché raggiungiamo il bene della perfetta libertà e abbiamo in cielo quella gioia che ora pregustiamo sulla terra. Per il nostro Signore Gesù Cristo...
 
Lo Spirito guida la missione: Redemptoris Missio 24:  La missione della chiesa, come quella di Gesù, è opera di Dio o - come spesso dice Luca - opera dello Spirito. Dopo la risurrezione e l’ascensione di Gesù gli apostoli vivono un’esperienza forte che li trasforma: la Pentecoste. La venuta dello Spirito santo fa di essi dei testimoni e dei profeti (At 1,8; 2,17), infondendo in loro una tranquilla audacia che li spinge a trasmettere agli altri la loro esperienza di Gesù e la speranza che li anima. Lo Spirito dà loro la capacità di testimoniare Gesù con «franchezza». Quando gli evangelizzatori escono da Gerusalemme, lo Spirito assume ancor di più la funzione di «guida» nella scelta sia delle persone, sia delle vie della missione. La sua azione si manifesta specialmente nell’impulso dato alla missione che di fatto secondo le parole di Cristo, si allarga da Gerusalemme a tutta la Giudea e Samaria e fino agli estremi confini della terra. Gli Atti riportano sei sintesi dei «discorsi missionari» che sono rivolti ai giudei agli inizi della chiesa (At 2,22); (At 3,12; 4,9; 5,29; 10,34; 13,16). Questi discorsi-modello, pronunciati da Pietro e da Paolo, annunziano Gesù, invitano a «convertirsi», cioè ad accogliere Gesù nella fede e a lasciarsi trasformare in lui dallo Spirito. Paolo e Barnaba sono spinti dallo Spirito verso i pagani (At 13,46), il che non avviene senza tensioni e problemi. Come devono vivere la loro fede in Gesù i pagani convertiti? Sono essi vincolati alla tradizione del giudaismo e alla legge della circoncisione? Nel primo Concilio, che riunisce a Gerusalemme intorno agli apostoli i membri di diverse chiese, viene presa una decisione riconosciuta come derivante dallo Spirito: non è necessario che il gentile si sottometta alla legge giudaica per diventare cristiano (At 15,5; 11,28). Da quel momento la chiesa apre le sue porte e diventa la casa in cui tutti possono entrare e sentirsi a proprio agio, conservando la propria cultura e le proprie tradizioni, purché non siano in contrasto col Vangelo.
 
I Lettura Che cosa dobbiamo fare? A questa domanda Pietro risponde indicando un sentiero luminoso di gioia e di salvezza: invito alla conversione, lavacro nel battesimo e promessa dello Spirito Santo. Il pentimento-conversione si manifesta nell’accettare il battesimo nel nome di Gesù. 
 
Salmo 32 (33): Gianfranco Ravasi: L’uomo della Bibbia non vede mai l’universo come «natura» ma come «creato», in esso egli scopre il segno d’una parola suprema ed efficace, quella del Creatore. Il nostro salmo esprime liricamente questa tesi teologica attraverso un inno alla parola divina creatrice, all’azione nel cosmo, e alla parola divina provvidente, all’azione nella storia. Questa ovazione corale sale dalla terra come risposta riconoscente del fedele che contempla l’opera mirabile che Dio intesse nel caos della materia e del tempo. Il poema è retto dalla simbologia cosmologica classica: i cieli sono come una cupola metallica stesa da Dio, i mari sono raccolti in immensi contenitori così da non attentare allo splendore della terraferma, gli abissi con le loro acque sono racchiusi in un otre... Chi si appoggia al Creatore non deve temere il caos cosmico e le «armate invincibili» della storia: «solo in lui è il vero conforto, in lui solo la nostra fiducia» (v. 21).
 
Vangelo Gesù appare a Maria di Magdala dandole l’ordine di portare la buona novella della risurrezione a tutti i suoi fratelli. Col dire Non mi trattenere Gesù annunzia la fine dell’incontro fisico. Ormai Gesù secondo la carne non è più accessibile come quando era in vita. A partire dalla risurrezione, gli occhi della carne sono impotenti a vederlo e a riconoscerlo: Maria simboleggia così il credente in ascolto del Maestro.
 
Dal Vangelo secondo Giovanni 20,11-18: In quel tempo, Maria stava all’esterno, vicino al sepolcro, e piangeva. Mentre piangeva, si chinò verso il sepolcro e vide due angeli in bianche vesti, seduti l’uno dalla parte del capo e l’altro dei piedi, dove era stato posto il corpo di Gesù. Ed essi le dissero: «Donna, perché piangi?». Rispose loro: «Hanno portato via il mio Signore e non so dove l’hanno posto».
Detto questo, si voltò indietro e vide Gesù, in piedi; ma non sapeva che fosse Gesù. Le disse Gesù: «Donna, perché piangi? Chi cerchi?». Ella, pensando che fosse il custode del giardino, gli disse: «Signore, se l’hai portato via tu, dimmi dove l’hai posto e io andrò a prenderlo». Gesù le disse: «Maria!». Ella si voltò e gli disse in ebraico: «Rabbunì!» - che significa: «Maestro!». Gesù le disse: «Non mi trattenere, perché non sono ancora salito al Padre; ma va’ dai miei fratelli e di’ loro: “Salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro”».
Maria di Màgdala andò subito ad annunciare ai discepoli: «Ho visto il Signore!» e ciò che le aveva detto.
 
Angelico Poppi (I Quattro Vangeli): La Maddalena aveva visto (blépei, v. 1) la pietra rimossa, ma non era pervenuta alla fede: Tuttavia, il suo attaccamento a Gesù, al contrano del due discepoli, la fece tornare al sepolcro. Al momento della prima scena, che descrive la donna affannata che va di corsa ad annunziare la scomparsa del cadavere, si contrappone la staticità della seconda scena: Maria stava presso il sepolcro.
Il suo sguardo si fa più attento e scorge due angeli. Il verbo theōreîn, che ricorre due volte in questo brano (vv. 12.14), denota una maggiore attenzione rispetto a blépein.
L’episodio è riportato solo da Giovanni, ma riecheggia l’apparizione alle donne narrata da Mt 28,9-10.
Come nelle altre apparizioni di riconoscimento, emerge la trasformazione avvenuta nel corpo di Gesù, che non è riconosciuto subito da Maria. I due discepoli di Emmaus lo riconobbero allo spezzare il pane, la Maddalena lo riconosce dalla voce.
Luca probabilmente intendeva suggerire che la presenza di Gesù si può sperimentare nella frazione del pane eucaristico; per Giovanni questo si verifica soprattutto nell’ascolto della sua Parola, proclamata nelle assemblee cristiane. Sembra comunque che l’evangelista in questo brano voglia rilevare il progresso della fede: una «visione troppo umana del Gesù terrestre deve trasformarsi in una visione di fede» (De la Potterie, pp. 199-200).
 
Maria stava all’esterno, vicino al sepolcro, e piangeva: Mons. Vincenzo Paglia, Vescovo (Omelia, 10-04-2007): Maria di Màgdala rimane accanto al sepolcro e piange. La perdita dell’unico che l’aveva capita l’ha fatta correre e l’ha indotta a cercarlo. Noi troppo poco piangiamo la perdita del Signore! Maria è sconsolata. A tutti, ai due angeli e al “giardiniere” chiede di Gesù. È tutta tesa alla ricerca del Maestro, null’altro le interessa. Maria è esempio della vera credente che cerca il suo Signore. Lo chiede anche al “giardiniere”. Ella vede Gesù con gli occhi, ma non lo riconosce finché non viene chiamata per nome. È quel che accade anche a noi con il Vangelo. Non gli occhi ci permettono di riconoscere Gesù, ma la voce. Quel timbro, quel tono, quel nome pronunciato con una tenerezza che tante volte le aveva toccato il cuore, fanno cadere la barriera, e Maria riconosce il suo maestro. Ascoltarlo anche una sola volta significa non abbandonarlo più. La voce di Cristo (il Vangelo) non si dimentica; udita per un attimo, non vi si rinuncia più. La familiarità con le parole evangeliche è familiarità con il Signore: costituisce la via per vederlo e incontrarlo. Maria si getta ai piedi di Gesù e lo abbraccia con l’affetto struggente di chi ha ritrovato l’uomo decisivo della sua vita. Ma Gesù le dice: “Non mi trattenere... Va’ piuttosto dai miei fratelli”. L’amore evangelico è un’energia che spinge ad andare oltre. Maria fu ancor più felice mentre correva nuovamente verso i discepoli per annunciare a tutti: “Ho visto il Signore!”. Lei, la peccatrice, è divenuta la prima annunciatrice del Vangelo.
 
Non mi trattenere, perché non sono ancora salito al Padre: Benedetto XVI (Omelia, 26 maggio 2005): Il Signore è risorto e ci precede. Nei racconti della Risurrezione vi è un tratto comune ed essenziale; gli angeli dicono: il Signore “vi precede in Galilea; là lo vedrete” (Mt 28,7). Considerando ciò più da vicino, possiamo dire che questo “precedere” di Gesù implica una duplice direzione. La prima è - come abbiamo sentito - la Galilea. In Israele, la Galilea era considerata come la porta verso il mondo dei pagani. Ed in realtà proprio in Galilea, sul monte, i discepoli vedono Gesù, il Signore, che dice loro: “Andate.. e ammaestrate tutte le nazioni” (Mt 28,19). L’altra direzione del precedere, da parte del Risorto, appare nel Vangelo di San Giovanni, dalle parole di Gesù a Maddalena: “Non mi trattenere, perché non sono ancora salito al Padre...” (Gv 20,17). Gesù ci precede presso il Padre, sale all’altezza di Dio e ci invita a seguirlo. Queste due direzioni del cammino del Risorto non si contraddicono, ma indicano insieme la via della sequela di Cristo. La vera meta del nostro cammino è la comunione con Dio - Dio stesso è la casa dalle molte dimore (cfr. Gv 14,2s). Ma possiamo salire a questa dimora soltanto andando “verso la Galilea” - andando sulle strade del mondo, portando il Vangelo a tutte le nazioni, portando il dono del suo amore agli uomini di tutti i tempi.
 
Giovanni da Beirut (Hom. in Pascha): Il pio coro delle donne amiche di Dio custodiva un legame d’amore con il sepolcro del Maestro, esse attendevano di veder risplendere di bel nuovo la Vita che sarebbe uscita da un “sepolcro tagliato nella roccia” [Lc 23,53]. A queste donne in lacrime [cfr. Gv 20,11.13.15], due angeli luminosi [cfr. Gv 20,12; Lc 24,4] e abbaglianti come lampi di luce [cfr. Lc 24,4], davano il lieto annuncio. Con il loro aspetto radioso e sorridente, mostravano che la Gioia del mondo era risuscitata, e rimproveravano le donne di pensare a torto che la Vita [cfr. Gv 11,25; 14,6] potesse essere ancora nascosta nel sepolcro e di cercare colui che è vivo in mezzo ai morti [cfr. Lc 24,5]. Muovevano loro dei rimproveri e gridavano verso di loro: “Perché cercate tra i morti colui che è vivo?” [Lc 24,5]. Fino a quando rimarrete così nell’errore, a piangere? Fino a quando riterrete morto colui che è vivo e dispensatore di vita? La Luce [cfr. Gv 8,12; 1,4] è risorta, come aveva predetto, al terzo giorno [cfr. Mt 27,63]. Il sepolcro non ricopre più colui che aveva ricoperto la terra con il cielo [cfr. Gen 1,6-8]. Egli non è più avvolto dalle fasce [cfr. Lc 2,7-12]; egli che con una sola parola ha sciolto i lacci della morte [cfr. Gv 11,43-44]. Andate via gioiose, correte ad annunciare agli apostoli la buona novella della Risurrezione. Queste donne dunque, portate per il loro sesso al pessimismo e tuttora affezionate, per l’amore che portavano a Dio, eccole consolate da un messaggio tanto importante, trasmesso loro da angeli, e bastante a rasserenarle dal loro sconforto. Peraltro, oggi, i pastori della grazia annunciano la buona novella alle chiese del Crocifisso sparse su tutta la terra, servendosi delle parole sacre di Paolo, con le quali anch’io, a mia volta, grido a voi nella letizia: “Cristo è risuscitato dai morti, primizia di quelli che si sono addormentati nella morte” [1Cor 15,20]. A lui la gloria nei secoli dei secoli. Amen.
 
Esaudisci, Dio onnipotente, le nostre preghiere
e guida alla beatitudine eterna
questa tua famiglia
che hai ricolmato della grazia del Battesimo.
Per Cristo nostro Signore. 

 

 

 5 Aprile 2021

 Lunedì fra l’Ottava di Pasqua
 
At 1,14.22-33; Salmo Responsoriale 15 [16]; Mt 28,8-15
 
 Il Santo del giorno: 5 Aprile 2017: Santa Caterina Thomas, Vergine: Caterina (Catalina) Thomas nasce il 1 maggio 1531 a Valldemoza sull’isola di Maiorca (Baleari). Cresciuta in una fede semplice ma provata in molte piccole cose, rimane orfana a sette anni. Trasferitasi dagli zii deve badare al bestiame, riducendo così la preghiera in chiesa. Per i giorni feriali costruisce dei piccoli altari ai piedi degli ulivi. La svolta nella sua vita avviene con l’incontro di padre Antonio Castaneda (1507-1583), del vicino collegio di Miramar. Grazie a lui Caterina prende la decisione di entrare in monastero. Superate tutte le difficoltà nel 1553 è accolta come corista nel monastero delle Canonichesse Regolari di Sant’Agostino di Palma. Professa i voti religiosi il 24 agosto 1555. Le sue virtù, intanto, vengono conosciute anche fuori dal monastero tanto che il vescovo di Maiorca sovente le chiede consiglio. Trascorre la sua vita sempre più spesso in periodi di estasi mistiche fino all’ultima che termina il 4 aprile 1574. Morirà il giorno dopo. (Avvenire)   
 
Colletta: O Padre, che fai crescere la tua Chiesa, donandole sempre nuovi figli, concedi ai tuoi fedeli di esprimere nella vita il sacramento che hanno ricevuto nella fede. Per il nostro Signore Gesù Cristo...
 
La risurrezione di Gesù: un avvenimento diverso: Catechismo degli Adulti 269: La risurrezione di Gesù può essere considerata un fatto storico? È questa una domanda importante per la fede. La risurrezione di Gesù si riflette nella storia con dei segni: il sepolcro vuoto, le apparizioni del Risorto, la conversione e la testimonianza dei discepoli, i miracoli e altre manifestazioni dello Spirito. Tuttavia si tratta di un avvenimento non osservabile direttamente come i normali fatti storici: un avvenimento reale senza dubbio, ma di ordine diverso. I Vangeli narrano le sue manifestazioni, ma non lo raccontano in se stesso, perché non può essere raccontato. Le sue modalità rimangono ignote. Con la risurrezione, Gesù non è tornato alla vita mortale di prima, come Lazzaro, la figlia di Giàiro o il figlio della vedova di Nain; è entrato in una dimensione superiore, ha raggiunto in Dio la condizione perfetta e definitiva di esistenza. Non è tornato indietro, ma è andato avanti e adesso non muore più. Il nostro linguaggio non può descriverlo come veramente è: i risorti sono «come angeli nei cieli» (Mc 12,25) e il loro corpo è un «corpo spirituale» (1Cor 15,44), trasfigurato secondo lo Spirito, vero ma diverso da quello terrestre, come la pianta è diversa dal seme.
 
I Lettura: La prima lettura è una parte del discorso che Pietro pronunciò a Gerusalemme nel giorno di Pentecoste. La risurrezione di Gesù poggia su due solide testimonianze ed è quindi veritiera (cfr. Dt 19,15; Mt 18,16). La prima testimonianza è quella della Sacra Scrittura, la seconda è quella degli Apostoli: «Questo Gesù, Dio lo ha risuscitato e noi tutti ne siamo testimoni». Il salmo 15 nel giudaismo veniva letto in chiave messianica e poteva servire, modificando lievemente la versione greca, come argomento per la fede nella risurrezione. Dalla Chiesa apostolica, questa applicazione messianica è stata vista verificata nella risurrezione di Cristo.
 
Salmo: Origene: L’eredità della natura ragionevole è la contemplazione, l’eredità del Cristo è la conoscenza di Dio. Il Cristo dice come sommo sacerdote: Il Signore è la mia porzione. L’eredità del Cristo, quindi, è il Padre, e quelli che il Padre gli dà.
 
Vangelo: Egli doveva risuscitare dai morti: Vangelo secondo Matteo (28,8-15): Gesù risorge, è innalzato al massimo degli onori, al di sopra di tutte le cose, di tutta l’umanità, di tutto l’universo. Gesù risorto ottiene il dominio e la signoria su tutto e su tutti: “A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra” (Mt 28,18). Come totale e piena vittoria sulla morte, la risurrezione di Cristo Gesù è un inizio nuovo per l’umanità intera. Il mistero pasquale in questo senso assume un duplice significato salvifico: uno negativo di vittoria sul peccato e sulla morte, e uno positivo di inizio di una nuova vita: “Gesù nostro Signore, ... è stato messo a morte per i nostri peccati ed è stato risuscitato per la nostra giustificazione” (Rom 4,24-25).
  
Dal Vangelo secondo Matteo 28,8-15: In quel tempo, abbandonato in fretta il sepolcro con timore e gioia grande, le donne corsero a dare l’annuncio ai suoi discepoli. Ed ecco, Gesù venne loro incontro e disse: «Salute a voi!». Ed esse si avvicinarono, gli abbracciarono i piedi e lo adorarono. Allora Gesù disse loro: «Non temete; andate ad annunciare ai miei fratelli che vadano in Galilea: là mi vedranno».
Mentre esse erano in cammino, ecco, alcune guardie giunsero in città e annunciarono ai capi dei sacerdoti tutto quanto era accaduto. Questi allora si riunirono con gli anziani e, dopo essersi consultati, diedero una buona somma di denaro ai soldati, dicendo: «Dite così: “I suoi discepoli sono venuti di notte e l’hanno rubato, mentre noi dormivamo”. E se mai la cosa venisse all’orecchio del governatore, noi lo persuaderemo e vi libereremo da ogni preoccupazione». Quelli presero il denaro e fecero secondo le istruzioni ricevute. Così questo racconto si è divulgato fra i Giudei fino a oggi.
 
Felipe F. Ramos (Vangelo secondo Matteo): Dal sepolcro vuoto partono due ambasciate: quella delle donne, trasformate in messaggere della risurrezione, e quella delle guardie del sepolcro che vanno dai sommi sacerdoti per informarli sull’accaduto. Vi è un fatto certo che nessuno osa negare: il sepolcro vuoto. Lo dicono, naturalmente, le donne messaggere; lo dicono le guardie del sepolcro, e i sommi sacerdoti non lo possono negare. Tuttavia questo fatto, ammesso da tutti, ha diverse possibilità di spiegazione, vale a dire che dal sepolcro vuoto non si deduce con evidenza, come si è affermato molte volte, la risurrezione di colui che in esso era stato sepolto.
Il presente racconto di Matteo raccoglie due possibilità: Gesù era risuscitato; il cadavere di Gesù era stato trafugato. Le due possibilità sono esposte con grande imparzialità, almeno stando alle apparenze. Dev’essere il lettore del vangelo a decidersi per l’una o per l’altra. È convincente la versione dei sommi sacerdoti? Evidentemente, no. Il lettore deve decidere di ammettere la prima possibilità: la risurrezione di Gesù testimoniata dalle donne. Ma quello che avvenne nei primi momenti avviene anche ora. La risurrezione di Gesù non è un fatto controllabile, bensì un fatto soprannaturale ammissibile solo in forza della fede. Quando il cuore si chiude alla fede, la risurrezione passa immediatamente nel mondo della leggenda. Nel momento in cui Matteo scrive il suo vangelo, continuavano le discussioni fra i giudei e i cristiani. Il semplice fatto dell’esistenza della comunità cristiana a Gerusalemme e della sua predicazione era una denunzia costante contro le autorità giudaiche. Il libro degli Atti (3,5) ne è la migliore testimonianza.
La presenza cristiana fra loro era scomoda e insopportabile perché, in definitiva, significava che era ormai avvenuto l’ultimo e definitivo intervento di Dio nella storia, che erano cominciati gli ultimi tempi e che era cominciato il mondo nuovo, il regno, la risurrezione. Quindi che i giudei continuassero ad attendere tutto questo in un tempo futuro era del tutto fuori posto. Dovevano dunque convincersi della realtà. Invece di farlo, essi preferivano divulgare una calunnia (che si sarebbe ripetuta molte volte nel corso della storia della Chiesa, particolarmente nelle ricerche razionalistiche dei secoli XVIII e XIX). Questa storia aneddotica ci colloca nella realtà vissuta delle dispute fra giudei e cristiani, durante quasi tutto il primo secolo del cristianesimo.
 
Le donne corsero a dare l’annuncio ai discepoli: Benedetto XVI (Udienza Generale, 2 Aprile 2010): La Pasqua di Cristo è l’atto supremo e insuperabile della potenza di Dio. È un evento assolutamente straordinario, il frutto più bello e maturo del “mistero di Dio”. È così straordinario, da risultare inenarrabile in quelle sue dimensioni che sfuggono alla nostra umana capacità di conoscenza e di indagine. E, tuttavia, esso è anche un fatto “storico”, reale, testimoniato e documentato. È l’avvenimento che fonda tutta la nostra fede. È il contenuto centrale nel quale crediamo e il motivo principale per cui crediamo. Il Nuovo Testamento non descrive la Risurrezione di Gesù nel suo attuarsi. Riferisce soltanto le testimonianze di coloro che Gesù in persona ha incontrato dopo essere risuscitato. I tre Vangeli sinottici ci raccontano che quell’annuncio - “È risorto!” - viene proclamato inizialmente da alcuni angeli. È, pertanto, un annuncio che ha origine in Dio; ma Dio lo affida subito ai suoi “messaggeri”, perché lo trasmettano a tutti. E così sono questi stessi angeli che invitano le donne, recatesi di buon mattino al sepolcro, ad andare con prontezza a dire ai discepoli: “È risorto dai morti, ed ecco, vi precede in Galilea; là lo vedrete” (Mt 28,7). In questo modo, mediante le donne del Vangelo, quel mandato divino raggiunge tutti e ciascuno perché, a loro volta, trasmettano ad altri, con fedeltà e con coraggio, questa stessa notizia: una notizia bella, lieta e portatrice di gioia.
 
Quelli presero il denaro e fecero secondo le istruzioni ricevute. Così questo racconto si è divulgato fra i Giudei fino a oggi - Wolfgang Trilling (Vangelo secondo Matteo): Questo brano disorienta più di quello della costituzione del corpo di guardia (27,62-66). Tutto sembra predisposto e ponderato con prudenza. Ma quando avviene l’imprevisto, lo si deforma con una menzogna evidente. Delle guardie, quando mai possono ammettere di aver dormito? E se Pilato ne viene a conoscenza, come potrebbe passar sopra a una mancanza così grave? Che interesse dovrebbero avere le guardie a diffondere questa storiella?
Eppure questa fama ha resistito per decenni tra i giudei.
E come potrà portar frutti il seme sparso, se il terreno viene “guastato” in questo modo? L’annuncio di quanto gli apostoli hanno visto e udito, come può trovare cuori pronti al accoglierlo, se questi sono stati già induriti? Il discorso vale in primo luogo certamente per le guide del popolo, che hanno diretto il processo contro Gesù, disposto ed eseguito in tutte le sue fasi, fino a quest’ultima. Ma la menzogna si divulga e avvelena il popolo, e rende difficile diffondere la fede del messaggio della risurrezione! Benché abbia già fatto irruzione il tempo nuovo di Dio, satana può continuare la sua opera.
 
Nel risorto il regno si compie ed è proclamato: Redemptoris Missio 16: Risuscitando Gesù dai morti, Dio ha vinto la morte e in lui ha inaugurato definitivamente il suo regno. Durante la vita terrena Gesù è il profeta del regno e, dopo la sua passione, risurrezione e ascensione al cielo, partecipa della potenza di Dio e del suo dominio sul mondo (Mt 28,18; At 2,36; Ef 1,18) La risurrezione conferisce una portata universale al messaggio di Cristo, alla sua azione e a tutta la sua missione. I discepoli avvertono che il regno è già presente nella persona di Gesù e viene a poco a poco instaurato nell’uomo e nel mondo mediante un misterioso legame con lui. Dopo la risurrezione, infatti, essi predicavano il regno annunziando Gesù morto e risorto. Filippo in Samaria «recava la buona novella del regno di Dio e del nome di Gesù Cristo». (At 8,12) Paolo a Roma «annunziava il regno di Dio e insegnava le cose riguardanti il Signore Gesù Cristo». (At 28,31) Anche i primi cristiani annunziavano «il regno di Cristo e di Dio», (Ef 5,5; Ap 11,15;12,10) oppure «il regno eterno del Signore nostro e Salvatore Gesù Cristo» (2Pt 1,11). È sull’annunzio di Gesù Cristo, con cui il regno si identifica, che è incentrata la predicazione della chiesa primitiva. Come allora, oggi bisogna unire l’annunzio del regno di Dio (il contenuto del «kérygma» di Gesù) e la proclamazione dell’evento Gesù Cristo (che è il «kérygma» degli apostoli). I due annunzi si completano e si illuminano a vicenda.
 
«Ieri ero levato in croce con Cristo, oggi son glorificato con lui; ieri morivo con lui, oggi rivivo; ieri venivo seppellito con lui, oggi risorgo. Offriamo, dunque, qualcosa a colui che per noi morì ed è risorto. Forse voi pensate a oro, argento, tessuti, pietre lucide e preziose, tutta roba fragile e mutevole della terra, la maggior parte della quale è in possesso di un qualche schiavo delle cose terrene e di un qualche principe del mondo. Offriamo, invece, noi stessi; questo è il possesso più prezioso per Iddio e il più degno di lui. Diamo all’immagine ciò che conviene all’immagine, riconosciamo la nostra dignità, onoriamo il modello, comprendiamo la forza del mistero e il motivo per cui Cristo è morto» (Gregorio Nazianzeno, Oratio I, in Pascha, 3-5).
 
La grazia di questo sacramento pasquale, o Signore,
ricolmi i nostri cuori,
perché coloro che hai fatto entrare
nella via della salvezza eterna
siano resi degni dei tuoi doni.
Per Cristo nostro Signore.
 4 Aprile 2021
 
Pasqua: Risurrezione del Signore
 
At 10,34a.37-43; Sal 117 (118); Col 3,1-4 (oppure 1Cor 5,6b-8); Gv 20,1-9
 
Pasqua: Risurrezione del Signore - La Bibbia e i Padri della Chiesa (I Padri Vivi): Il Signore è risorto dai morti: questo messaggio del mattino di Pasqua risuona nella Chiesa e attraverso la Chiesa risuona nel mondo da venti secoli. Lo sostiene l’autorità di Pietro stesso: «Dio lo ha risuscitato al terzo giorno e volle che apparisse, non a tutto il popolo, ma a testimoni prescelti da Dio» (At 10,4). Nel gioioso giorno di Pasqua, nel giorno «che ha fatto il Signore», bisogna di nuovo rendersi conto che il Signore è veramente risorto, rafforzare la nostra fede nella fede della Chiesa e se nel cuore dell’uomo nasce il dubbio, bisogna richiamarsi all’autorità di Pietro nella Chiesa. Insieme a tutti coloro che portano nel mondo il nome di discepoli di Cristo, bisogna oggi rendere grazie al Padre, che attraverso il suo Unico Figlio ha vinto la nostra morte e ci ha aperto l’accesso alla vita eterna.
Insieme con Cristo siamo risorti ad una nuova vita. Ci ricorda san Paolo: «Se dunque siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove si trova Cristo assiso alla destra di Dio» (Col 3,1). Cristo è risorto e insieme con lui anche noi siamo risorti alla nuova vita. Il gioioso giorno della Risurrezione ricorda ai discepoli di Cristo, che portano in sé la vita del Signore risorto e che non appartengono più solo a questo mondo. Il cristiano rimane sulla terra, ma già cammina nella gloria della risurrezione. Cristo è risorto ed ha trasformato tutto.
Cantando il gioioso «Alleluia», l’uomo può non desiderare la trasformazione interiore e il miglioramento? Cristo fu sacrificato come nostra Pasqua. Bisogna perciò buttar via «il lievito vecchio, lievito di malizia e di perversità» e cominciare a vivere in «sincerità e verità» (1Cor 5,8).
 
Colletta: O Padre, che in questo giorno, per mezzo del tuo unico Figlio, hai vinto la morte e ci hai aperto il passaggio alla vita eterna, concedi a noi, che celebriamo la Pasqua di risurrezione, di essere rinnovati nel tuo Spirito, per rinascere nella luce del Signore risorto. Egli è Dio e vive e regna con te...
 
Paolo VI (Messaggio Urbi et Orbi 26 Marzo 1978): Figli carissimi della Chiesa di Dio! e voi Fratelli dell’umano consorzio!
Noi raccogliamo in questo momento quanto ancora ci resta di umana energia e quanto ancora ci sovrabbonda di sovrumana certezza per fare a voi eco beatissima all’annuncio che attraversa e rinnova la storia del mondo: Cristo è risorto! sì, nostro Signore Gesù Cristo è risuscitato dalla morte ed ha inaugurato una nuova vita! per sé e per l’umanità!
Egli è venuto incontro agli uomini esterrefatti del grande prodigio della sua nuova esistenza col saluto più semplice e più meraviglioso, quello della sua pace: «Pace per voi!» (Io. 20, 19-21) egli disse, ricomparendo fra i suoi seguaci. Noi, eredi autentici di quella fortuna, noi lo salutiamo con la meraviglia dell’inaudita novità, con la coscienza esultante della sorprendente realtà e con la gioia che una nuova presenza del divino Maestro ci obblighi ad avvertire la sua vittoria su la nostra pavida incredulità, ed a ripetere con pari impeto le parole del discepolo Tommaso: «Mio Signore e mio Dio»! (Io. 20, 28)
Ed è così che, mentre noi celebriamo la verità e la gloria della Tua Risurrezione, o Signore, la luce ci inonda e ci invade. Sì, noi sappiamo, noi godiamo di una sicurezza nuova, che ci mette in comunione spirituale e viva con Te. Sì, noi crediamo! noi possiamo offrirTi il dono che da Te, o Risorto, ci viene, la nostra fede, la nostra umile, ma già gloriosa fede, di cui viviamo, per cui viviamo, secondo quanto ci è insegnato e che noi, in certa misura, sperimentiamo nel nostro spirito: «L’uomo giusto vive in virtù della fede» (Gal. 3 ,11).
Questo della Fede, o Figli e Fratelli, dev’essere il nostro frutto pasquale.
 
I Lettura: Nell’annuncio di Pietro al centro c’è Gesù di Nazaret consacrato con la potenza dello Spirito Santo, il quale passa beneficando e risanando tutti coloro che stavano sotto il potere del diavolo, nel quadro storico che va dal battesimo di Giovanni alla morte e risurrezione di Cristo. In questa cornice  si coglie la presenza di Dio che era con il Cristo, e quella degli apostoli testimoni del Risorto e mandati ad  annunciare che egli è il giudice dei vivi e dei morti.
 
II Lettura: Mediante il Battesimo i cristiani sono morti alla vita di quaggiù, vivono ormai una nuova vita. Questa nuova vita si manifesterà alla Parusia, quando Cristo apparirà di nuovo glorioso e allora anche i cristiani parteciperanno a questa gloria. Per questo motivo il cristiano che con il Battesimo vive questa nuova vita, deve ormai preoccuparsi soltanto delle cose celesti.   

Vangelo: Il Vangelo descrive «dettagliatamente l’ispezione del sepolcro rimasto privo del corpo di Gesù. A farla fu Pietro, colui che doveva essere il testimone più autorevole della comunità cristiana. Anche Giovanni però fece le medesime constatazioni. Gesù non c’era nel sepolcro, rimanevano solo le bende e il sudario piegati  e posti da una parte» (Vincenzo Raffa). A scorrere i fatti pasquali, gli eventi tendono a suggerire ai credenti di tutti i tempi una cosa molto semplice: il dono della testimonianza passa anche attraverso il crogiolo della paura, del dubbio (Cf. Gv 20,19), quindi, nulla di scontato; gli Apostoli, testimoni prescelti da Dio, non erano diversi da noi, che ci troviamo, ancora oggi, dinanzi alla provocazione di una tomba vuota.
 
Dal Vangelo secondo Giovanni 20,1-9: Il primo giorno della settimana, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di mattino, quando era ancora buio, e vide che la pietra era stata tolta dal sepolcro. Corse allora e andò da Simon Pietro e dall’altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!». Pietro allora uscì insieme all’altro discepolo e si recarono al sepolcro. Correvano insieme tutti e due, ma l’altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro. Si chinò, vide i teli posati là, ma non entrò. Giunse intanto anche Simon Pietro, che lo seguiva, ed entrò nel sepolcro e osservò i teli posati là, e il sudario - che era stato sul suo capo - non posato là con i teli, ma avvolto in un luogo a parte. Allora entrò anche l’altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette. Infatti non avevano ancora compreso la Scrittura, che cioè egli doveva risorgere dai morti.
 
Il primo giorno della settimana - Benedetto Prete (I Quattro Vangeli): Il primo giorno della settimana; la stessa indicazione si trova nei sinottici e designa il primo giorno dopo il sabato, cioè la nostra domenica. Di buon mattino, quando faceva ancora buio; il dato cronologico corrisponde all’indicazione di Lc., 24,1: «di primissimo mattino». Secondo Mc., 16,2 le pie donne giungono al sepolcro un po’ più tardi, cioè dopo il sorgere del sole; tale ritardo era dovuto al fatto che le pie donne avevano dovuto provvedere all’acquisto degli aromi.
Si può pensare che Maria Maddalena sia andata direttamente al sepolcro. Le donne si recavano alla tomba dell’amato Maestro per spargere gli aromi sulla sua salma, secondo l’uso corrente di andare sulla tomba del defunto per tre giorni dopo la morte. E vede che la pietra era stata rimossa dal sepolcro; l’evangelista, pur non avendo ricordato che la tomba di Gesù era stata chiusa (cf. Giov., 19,42), suppone noto questo particolare. Maria osserva che la pietra della tomba era stata rimossa dall’entrata; evidentemente la stessa constatazione fu fatta anche dalle altre donne, devote discepole del Maestro. [...] Del gruppo delle pie donne Giovanni considera soltanto Maria Maddalena, poiché pensa già al racconto dell’apparizione di Cristo risorto; in tal racconto si parla unicamente di questa donna.
 
Il sepolcro vuoto - Pietro e l’altro discepolo, quello che Gesù amava, si recano al sepolcro. Sono in due, una nota che può essere spiegata con Dt 19,15: «Un solo testimone non avrà valore contro alcuno... il fatto dovrà essere stabilito sulla parola di due o di tre testimoni».
Il discepolo innominato corre più veloce di Pietro, forse perché più giovane, forse perché era il discepolo quello che Gesù amava e l’amore lo faceva correre più in fretta o forse perché, con questo artefizio letterario, Giovanni vuole preparare il lettore al «vide e credette». Cede comunque il passo a Pietro, segno che l’autorità petrina era ormai indiscussa nella comunità cristiana. Simon Pietro entra, quindi, nel sepolcro e osserva i teli posati... e il sudario... avvolto in un luogo a parte: «Pietro può arguire che il cadavere di Gesù non può essere stato trafugato, perché eventuali ladri non sarebbero stati interessati a slegare il cadavere e lasciare le cose in ordine; cade così la teoria della Maddalena [Hanno portato via il Signore dal sepolcro] e bisognerà battere altre strade per spiegare il fatto del sepolcro vuoto» (Mauro Orsatti).
Entra anche l’altro discepolo, dai più identificato con Giovanni, e vide e credette. La forma «greca potrebbe essere un aoristo incoativo con il significato di “incominciò a credere”» (Mauro Orsatti): è la fede incipiente che inizia a crescere e a irrobustirsi, stimolata dal sepolcro vuoto, dalle bende e dal sudario avvolto in un luogo a parte. Potremmo ricordare Gv 11,45: «Molti dei Giudei che erano venuti da Maria, alla vista di ciò che egli aveva compiuto [la risurrezione di Lazzaro], credettero in lui». Nonostante tutto, Pietro e l’altro discepolo se ne tornarono a casa portando nel cuore domande senza risposte: Infatti non avevano compreso la Scrittura che Egli doveva risorgere dai morti. Con quest’ultima annotazione non si vuole screditare gli Apostoli e non si vuole mettere in risalto la loro poca fede o incredulità. Anche per un ebreo, e gli Apostoli erano ebrei, risultava ostica la comprensione della risurrezione.
La pericope evangelica mostra con chiarezza che Maria di Màgdala, Pietro e l’altro discepolo approdano alla fede nella risurrezione lentamente, seguendo percorsi molto diversi, costruiti anche su dubbi, segni, domande e riflessioni gravide di timori e di paure (Cf. Gv 20,19). In ogni caso, i segni da soli non possono condurre alla conclusione che Gesù è risorto: per arrivare a questo occorre comprendere la Scrittura e questa viene solo dall’incontro con il Risorto, così come ci suggerisce il racconto dei discepoli di Emmaus: «... Noi speravamo... alcune donne... si sono recate al mattino alla tomba e, non avendo trovato il suo corpo... Alcuni dei nostri sono andati alla tomba e hanno trovato come avevano detto le donne, ma lui non l’hanno visto... [Gesù] disse loro: “Stolti e lenti di cuore a credere in tutto ciò che hanno detto i profeti...”. E cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui» (Lc 24,13ss).
Un’esperienza unica che si rinnova sempre quando i credenti, il primo giorno della settima, spezzano il pane dopo aver letto le Scritture.
 
Il Crocifisso è risorto - Questo è l’annuncio che sconvolge ogni sentire umano. Il Crocifisso è risuscitato e si è introdotto, come germe di vita nuova e immortale, nel mondo. Questa novità di vita unisce in un unico abbraccio Israele, il popolo eletto; il mondo intero; la Chiesa, il nuovo Israele.
Gesù, risorto da morte, è innanzi tutto il Messia promesso e salvatore d’Israele. Nel discorso di Pentecoste Pietro proclama: «Dio ha risuscitato Gesù ... che voi avete fatto uccidere» (Atti 2,22ss).
E a questa affermazione, Pietro, aggiunge quella secondo la quale Gesù è il Messia e il Signore di Israele: «Sappia dunque con certezza tutta la casa di Israele che Dio ha costituito Signore e Cristo quel Gesù che voi avete crocifisso» (Atti 2,36).
Ma, come dovrà amaramente constatare anche l’apostolo Paolo, Israele ha rifiutato di accogliere il Crocifisso come suo Salvatore e Signore: «non tutti hanno obbedito al Vangelo» (Rom 10,19).
Una disobbedienza che però alla fine risultò salutare: infatti a causa del rifiuto della casa di Israele la salvezza sarà predicata ai pagani (cfr. Rom 11,11). In verità, la salvezza non poteva essere appannaggio di un solo popolo, anche se amato e prediletto: doveva essere necessariamente offerta a tutti gli uomini.
Superati i confini della Città santa il Vangelo dilaga nel mondo: nel nome di Gesù vengono predicati a tutte le genti la conversione e il perdono dei peccati (cfr. Lc 24,27) e tutti coloro che credono in Gesù e si uniscono a lui, ottengono il perdono dei peccati e il dono della partecipazione alla vita divina del Risorto. Da allora il Vangelo ha percorso tutte le strade del mondo, raggiungendo nazioni, popoli, approdando su nuove terre.
Per molti però si rinnova il destino del popolo eletto. Se per alcuni la Buona Novella rimane velata la colpa, al dire di Paolo, è «degli uomini che si lasciano “accecare le menti” da Satana in modo da non poter ricevere lo splendore “luminoso” del “Vangelo”, che contiene e diffonde dovunque la “gloria di Cristo”, unica e completa immagine del Padre» (Settimio Cipriani).
L’appartenenza a un popolo o alla Chiesa non è il passaporto per ottenere il perdono dei peccati e la vita eterna: solo chi crede in Cristo, l’Uomo nuovo che ha vinto la morte, otterrà la salvezza.
Ma Satana, il nemico degli uomini (cfr. 1Pt 5,8), starà sempre in agguato per intorbidare le acque nel tentativo di accecare le menti degli increduli perché «non vedano lo splendore del glorioso vangelo di Cristo che è immagine di Dio» (2Cor 4,4): a lui bisogna resistere saldi nella fede (cfr. 1Pt 5,9).
 
Proteggi sempre la tua Chiesa, Dio onnipotente,
con l’inesauribile forza del tuo amore,
perché, rinnovata dai sacramenti pasquali,
giunga alla gloria della risurrezione.
Per Cristo nostro Signore.

 

 3 Aprile 2021
 
Sabato Santo
 
Sabato Santo - La Bibbia e i Padri della Chiesa (I Padri Vivi): Secondo una vecchia tradizione, questo è il giorno senza l’Eucaristia, il giorno del silenzio e del digiuno a causa della morte del Redentore. Solo la sera si radunano i fedeli per la veglia notturna e le preghiere. I riti del Sabato Santo, anche se celebrati ancora la sera di questo giorno, in sostanza appartengono già alla liturgia della Domenica della Risurrezione.
Il corpo del Figlio di Dio riposa nel sepolcro. All’entrata del sepolcro fu posta una grande pietra, furono apposti i sigilli e le guardie. Se n’è andato il nostro Pastore, la fonte dell’acqua viva; perciò, la Chiesa piange su di lui come si piange l’unico figlio l’Innocente, il Signore è stato ucciso. Il Signore disse una volta: «Come Giona rimase tre giorni e tre notti nel ventre del pesce, così il Figlio dell’uomo resterà tre giorni e tre notti nel cuore della terra» (Mt 12,40); «distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere» (Gv 2, 9).
Nella Liturgia delle ore, nella sua quotidiana preghiera, la Chiesa professa la fede nella Risurrezione di Gesù, nella vittoria di Gesù sulla morte. Il Signore riposa in pace, ma nella speranza che il suo corpo non subirà la corruzione della morte; si apriranno le porte eterne ed entrerà il Re della Gloria; il Signore sconfiggerà le forze infernali e le porte della morte; il Padre salverà la sua anima dal potere delle tenebre.
Fra poco il Signore acclamerà: «Ero morto, adesso vivo in eterno - mie sono le chiavi della morte e dell’abisso». Il chicco di grano gettato in terra porterà frutto. La Chiesa in preghiera attende la Risurrezione del Signore. La preghiera della Chiesa può essere riassunta nel canto, che inizia la odierna liturgia delle ore: «Venite, adoriamo il Signore, il crocifisso e sepolto per noi».
 
Significato e spirito del Sabato Santo - Vincenzo Raffa (Liturgia Festiva): Gesù discese agli inferi. Giuseppe d’Arimatea, Maria e le altre donne si adoperano per dar sepoltura onorevole al corpo di Cristo (Mc 15,42-47; Gv 19,38-42). Anche la Chiesa concentra oggi il suo pensiero e il suo amore sul Cristo morto e si raccoglie in preghiera presso il suo sepolcro. Ripensa alla condizione del Figlio di Dio.
Il corpo del Cristo giacque inerte e inanimato entro la caverna scavata nella viva roccia. Questo corpo era avvolto in bende con molti aromi (Gv 19,40; cfr. Mc 15,46). Le donne alla mattina di Pasqua volevano coprirlo ancora d’altri profumi, ma non ve lo trovarono più.
L’anima di Cristo «discese agli inferi» (Simbolo apostolico), al «limbo dei Padri», nello «sheol» ossia nel regno dei morti, dal quale poi risalì ossia «risuscitò dai morti» (Mt 17,9; 27,64; Lc 24,46; Gv 2,22; At 3,15). Egli sostò fra i giusti morti fino allora portando loro un messaggio di salvezza (1Pt 3,19-21). Iniziò il loro paradiso, secondo quanto disse al ladrone diventato anch’esso, con la sua fede e il suo amore, giusto: «Oggi sarai con me nel paradiso» (Lc 23, 43). Condusse poi con sé tutte le anime meritevoli nella gloria celeste. Egli, difatti, poteva farlo perché aveva le chiavi del mondo dei morti: «Io ero morto, ma ora vivo per sempre e ho potere sopra la morte e gli inferi» (Ap 1,18; 20,12-15).
Il secondo brano dell’Ufficio di lettura odierno, seguendo l’immaginazione di un antico autore, ci descrive tutto il dialogo che Gesù, entrato nel regno dei morti, fa con Adamo.
Il colloquio certo è frutto di fantasia, ma riflette una sostanza rivelata.
«Dio e il Figlio suo vanno a liberare dalle sofferenze il prigioniero Adamo ed Eva che si trovano in prigione».
L’anima e il corpo di Gesù non avevano perduto il loro legame ìpostatico abituale con la divinità. Anzi, proprio per opera della divinità, stavano per ricongiungersi ambedue nell’Uomo nuovo, nel Gesù risorto alla condizione escatologica.
 
Dal Vangelo secondo Marco 15,33-47: Quando fu mezzogiorno, si fece buio su tutta la terra fino alle tre del pomeriggio. Alle tre, Gesù gridò a gran voce: “Eloì, Eloì, lemà sabactàni?, che significa: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”. Udendo questo, alcuni dei presenti dicevano: “Ecco, chiama Elia!”. Uno corse a inzuppare di aceto una spugna, la fissò su una canna e gli dava da bere , dicendo: “Aspettate, vediamo se viene Elia a farlo scendere”. Ma Gesù, dando un forte grido, spirò.  Il velo del tempio si squarciò in due, da cima a fondo. Il centurione, che si trovava di fronte a lui, avendolo visto spirare in quel modo, disse: “Davvero quest’uomo era Figlio di Dio!”. Vi erano anche alcune donne, che osservavano da lontano, tra le quali Maria di Màgdala, Maria madre di Giacomo il minore e di Ioses, e Salome, le quali, quando era in Galilea, lo seguivano e lo servivano, e molte altre che erano salite con lui a Gerusalemme. Venuta ormai la sera, poiché era la Parasceve, cioè la vigilia del sabato,  Giuseppe d’Arimatea, membro autorevole del sinedrio, che aspettava anch’egli il regno di Dio, con coraggio andò da Pilato e chiese il corpo di Gesù. Pilato si meravigliò che fosse già morto e, chiamato il centurione, gli domandò se era morto da tempo. Informato dal centurione, concesse la salma a Giuseppe. Egli allora, comprato un lenzuolo, lo depose dalla croce, lo avvolse con il lenzuolo e lo mise in un sepolcro scavato nella roccia. Poi fece rotolare una pietra all’entrata del sepolcro. Maria di Màgdala e Maria madre di Ioses stavano a osservare dove veniva posto.
 
Josè Maria Gonzáles-Ruiz (Vangelo secondo Marco): Il momento della morte di Gesù è descritto in modo sobrio e solenne: «Ma Gesù, dando un forte grido, spirò». Il fatto che la cortina del tempio si squarci può essere considerato un po’ come l’eclisse di sole. Nelle diverse ricostruzioni del tempio, vi era sempre stata una o più cortine che nascondevano il santuario agli occhi dei profani. Comunque, per il nostro evangelista si tratta d’un dato teologico essenziale: con la morte di Gesù, il santuario, cioè la presenza di Dio, è divenuta accessibile; anzi, ormai non vi è più un Dio degli eletti, un Dio d’Israele che, anche attraverso Israele, possa trasformarsi in un Dio di tutti i popoli: in Gesù, Dio è direttamente il Dio di tutti gli uomini.
Ecco perché, immediatamente dopo, l’evangelista presenta la insospettata confessione d’un pagano: il centurione romano riconosce che «veramente quest’uomo era Figlio di Dio». In questa dichiarazione, egli certamente non vede solo l’intuizione da parte d’un pagano d’una cosa divina, ma una confessione di fede in piena regola. Come già abbiamo fatto notare, la confessione di Gesù come Figlio di Dio determina tutta la struttura del secondo vangelo.
In fine si inserisce il cenno alle donne che, sebbene di lontano, erano presenti al tragico avvenimento. Sono donne galilee; e questo dimostra che, durante la sua vita, Gesù ebbe molti contatti con i galilei. In più, pare che i discepoli siano realmente fuggiti prima della morte di Gesù, tornando alle loro case in Galilea. La solitudine di Gesù, al momento della morte, era assoluta.
Del discepolato delle donne si parla solo in questo testo, nel quale si dice che «lo seguivano e servivano» e che quindi appartenevano pienamente al gruppo dei discepoli.
Giuseppe d’Arimatea, probabilmente membro del Sinedrio, era uno di quelli che, senza troncare ogni relazione col giudaismo, era in stretto contatto con il gruppo di Gesù e aveva nutrito una certa fiducia di veder compiuta la. vecchia speranza israelitica del regno di Dio.
I discepoli erano fuggiti. Si tratta, quindi, d’una persona piuttosto marginale del gruppo, che in quel momento fa quello che è necessario fare. L’espressione «andò coraggiosamente» da Pilato per chiedere il corpo del crocifisso, può avere un significato generico, dato l’insieme di difficoltà che questa decisione portava con sé, o forse si tratta dell’audacia di varcare il limite profano d’un domicilio pagano.
In quel tempo i morti erano seppelliti nelle loro terre, fuori dei centri abitati. Si fa rotolare la pietra davanti all’apertura del sepolcro, per impedire che vi penetrino gli animali o anche i ladri.
Se Giuseppe d’Arimatea ebbe il tempo per andare da Pilato, attendere il risultato della sua richiesta, comprare la tela e seppellire il crocifisso prima che cominciasse il sabato, vuol dire che Gesù dovette morire abbastanza presto nel pomeriggio. Le indicazioni del tempo offerte da Marco 15,25-33s devono essere preferite a quelle di Gv 19.14.
Anche qui furono testimoni solo le donne: Maria di Magdala e Maria di Joses. E appunto le donne, che giudei e greci consideravano come inferiori, si comportano qui assai meglio che i discepoli. In questo modo si profila per la donna una parte diversa nella comunità di Gesù.
 
Annalisa Guida (Vangelo secondo Marco): Marco sottolinea il coraggio di Giuseppe nell’andare da Pilato a chiedere il corpo di Gesù. Pilato è nuovamente contraddistinto dal tratto della meraviglia, come al processo riesce solo a farsi sorprendere da Gesù, non va oltre, non si ostina contro di lui e non ostacola il pio desiderio di Giuseppe. Concede il cadavere, dopo essersi assicurato interrogando il centurione (ancora in funzione testimoniale a veridittiva) dell’avvenuta morte. È sorprendente quanto Marco insista in questi passaggi sulle attestazioni della morte Gesù, in un crescendo di realismo (vv. 43-45): da corpo a salma, da già morto a morto da tempo. Non si evita nulla che faccia da comprendere la realtà, concreta, quasi materiale, della sua morte. E altrettanto sicura deve essere la sepoltura. Marco la racconta con un affollarsi di ripetizioni nel densissimo v. 46: il corpo di Gesù viene avvolto in una sindone, e questa sindone posta in un sepolcro scavato nella roccia, e questo sepolcro chiuso da una pietra... La pacatezza di questa funebre “matrioska” non viene interrotta da nessun contrattempo: la sequenza di passaggi e di azioni, tutte incatenate (del centurione, di Pilato, di Giuseppe), accelera verso il sabato, la grande ellissi narrativa della passione.
Intanto due donne, già segnalate al lettore, stanno a guardare: l’uso, anche qui, del verbo theoréo, come al v. 40, non solo sigla l’inclusione, ma caratterizza queste donne come capaci di uno sguardo attento e fedele. Hanno guardato dove è stato posto: attraverso la ripetizione del verbo títhemi (al v. 46 nella forma attiva e al v. 47 nella passiva), Marco ottiene di ribadire due elementi: 1) Gesù è morto, la sua passività è assoluta, sono altri ad agire su di lui; 2) Gesù è stato sepolto, quel sepolcro è stato chiuso. Tanta insistenza tradisce la tensione per un capovolgimento inimmaginabile, sebbene annunciato.
Ma siamo alla sera. La più lunga ellissi nel racconto copre tutto il sabato, come uno schermo nero.
 
La morte di Cristo - Ambrogio (Exp. Ev. Luc., 10, 140 s., 144): E non è senza scopo che un altro evangelista abbia scritto che il sepolcro era nuovo (cf. Gv 19,41), un altro che era il sepolcro di Giuseppe (cf. Mt 27,60). Di conseguenza, Cristo non aveva un sepolcro di sua proprietà. Effettivamente, il sepolcro viene allestito per quanti stanno sotto la legge della morte (cf. Rm 7,6); ma il vincitore della morte non ha un sepolcro proprio. Che rapporto ci potrebbe essere tra un sepolcro e Dio? Del resto l’Ecclesiaste dice di colui che medita sul bene (cf. Sir 14,22): Egli non ha sepoltura (Qo 6,3). Perciò, se la morte è comune a tutti, la morte di Cristo è unica, e perciò Egli non viene seppellito insieme con altri, ma è rinchiuso, solo, in un sepolcro; infatti l’incarnazione del Signore ebbe tutte le proprietà simili a quelle degli uomini, però la somiglianza va insieme con la differenza della natura: è nato da una Vergine con la somiglianza della generazione, e con la dissomiglianza della concezione. Curava gli ammalati, ma intanto imperava (cf. Lc 5,24). Giovanni battezzava con l’acqua, Egli con lo Spirito (cf. Lc 3,16). Perciò anche la morte di Cristo è comune a quella degli altri secondo la natura corporea, ma unica secondo la potenza.
E chi è mai questo Giuseppe, nel cui sepolcro Egli viene deposto? Senz’alcun dubbio è un giusto. È bello perciò che Cristo sia affidato al sepolcro di un giusto, e là il Figlio dell’uomo abbia dove posare il capo (cf. Lc 9,58) e trovi riposo nel domicilio della giustizia...
Non tutti riescono a seppellire il Cristo. Del resto le donne, sebbene pietose, stanno lontano, e appunto perché sono pietose osservano con ogni cura il posto per poter recare gli unguenti e cospargere il corpo (cf. Lc 23,55; Mt 27,55). Ma poiché sono piene d’ansia, si allontanano per ultime dal sepolcro e ritornano per prime al sepolcro (cf. Lc 23,55). Sebbene manchi la fermezza, non manca la premura.
 
Missale Gothicum, ed. L.C. Mohlberg, Roma 1961, n. 219: Fratelli carissimi, supplichiamo umilmente
Dio onnipotente, Padre, Figlio e Spirito Santo
unico creatore dell’universo,
in questa grande mattina del grande sabato,
ossia della deposizione del Corpo del Signore,
affinché colui che trasse Adamo misericordiosamente
dalle profondità degli inferi,
per la sola misericordia del Figlio suo
tragga noi che con forza gridiamo
dalla feccia presente alla quale aderiamo.
Gridiamo infatti e preghiamo
perché il pozzo dell’inferno non apra su di noi la sua bocca
e liberati dal fango del peccato,
non ricadiamo in esso.
 

 

 

 2 Aprile 2021
 
Venerdì Santo - «Passione del Signore»
 
Is 52,13-53,12; Sal 30 (31); Eb 4,14-16; 5,7-9; Gv 18,1-19,42
 
Venerdì Santo - «Passione del Signore» - La Bibbia e i Padri della Chiesa (I Padri Vivi): La Chiesa rimane oggi con il Signore che affronta la Passione per la salvezza del mondo. Sta insieme con Gesù nel Giardino degli Olivi, vive insieme con Lui l’arresto e il giudizio, cammina col Salvatore lungo la Via della Croce, resta con lui sul Calvario e sperimenta il silenzio del sepolcro. La liturgia della parola ci introduce nel mistero della Passione del Signore. Il sofferente Servo di Dio, disprezzato e respinto dagli uomini, viene condotto come agnello al macello. Dio pose su di lui le colpe di noi tutti. Cristo muore nel momento in cui nel tempio vengono sacrificati gli agnelli necessari alla celebrazione della cena pasquale. È Lui il vero Agnello, che toglie i peccati del mondo. Egli viene offerto come nostra Pasqua. Cristo morì per tutti gli uomini e perciò in questo giorno la Chiesa, secondo la sua più antica tradizione, rivolge a Dio una grande preghiera. Prega per tutta la Chiesa nel mondo, chiede l’unificazione di tutti i credenti in Cristo, intercede per il Popolo Eletto. Ricorda tutti i credenti delle altre religioni come anche chi non crede, prega per i governanti e per gli afflitti.
Come non ringraziare Dio in questo giorno? Lodiamo Gesù e rendiamogli grazie, adorando la Croce su cui si compì la salvezza del mondo. Non solo glorifichiamo il Signore, ma ricevendo la santa Comunione dai doni consacrati ieri ci uniamo a Cristo: ogni volta che mangiamo di questo Pane annunziamo la morte del Signore, nell’attesa della sua venuta.
Oggi viene messo in croce colui che mise la terra sopra le acque: con una corona di spine viene cinto il capo del re degli angeli, con falsa porpora viene coperto colui che copre il cielo di nubi; riceve uno schiaffo colui che nel Giordano diede la libertà ad Adamo: lo sposo della Chiesa viene confitto in croce: il figlio della Vergine viene trafitto con una lancia. Adoriamo la tua passione, o Cristo; e tu mostraci anche la tua gloriosa risurrezione.
 
Colletta: O Dio, che nella passione del Cristo nostro Signore ci hai liberati dalla morte, eredità dell’antico peccato trasmessa a tutto il genere umano, rinnovaci a somiglianza del tuo Figlio; e come abbiamo portato in noi, per la nostra nascita, l’immagine dell’uomo terreno, così per l’azione del tuo Spirito, fa’ che portiamo l’immagine dell’uomo celeste. Per Cristo nostro Signore.
 
Parole del Santo Padre Giovanni Paolo II (Via Crucis, 18 Aprile 2003): «Ecce lignum crucis in quo salus mundi pependit... Venite adoremus». Abbiamo sentito questa parola nell’odierna liturgia: ecco il legno della croce. È la parola chiave del Venerdì Santo. Ieri, nel primo giorno del «Triduum Sacrum», il Giovedì Santo, abbiamo sentito «Hoc est corpus meum quod pro vobis tradetur. Ecco il mio corpo che sarà dato per voi». Oggi noi vediamo come queste parole di ieri, Giovedì Santo, si sono realizzate: ecco il Golgota, ecco il Corpo di Cristo sulla Croce. «Ecce lignum Crucis in quo salus mundi pependit». Mistero della fede! L’uomo non poteva immaginare questo mistero, questa realtà. La poteva rivelare Dio solo. L’uomo non ha la possibilità di donare la vita dopo la morte. La morte della morte. Nell’ordine umano, la morte è l’ultima parola. La parola che viene dopo, la parola della Risurrezione, è parola solamente di Dio e per questo noi celebriamo con tanto profondo affetto questo «Triduum Sacrum». Oggi preghiamo Cristo deposto dalla Croce e sepolto. Viene sigillato il suo sepolcro. E domani in tutto il mondo, in tutto il cosmo, in tutti noi, sarà profondo il silenzio. Silenzio di attesa. «Ecce lignum Crucis in quo salus mundi pependit». Questo Legno della morte, il Legno che ha portato alla morte il Figlio di Dio, apre la strada verso il giorno dopo: Giovedì, venerdì, sabato, domenica. Domenica sarà Pasqua! E sentiremo le parole della liturgia. Oggi abbiamo sentito: «Ecce lignum Crucis in quo salus mundi pependit». Salus mundi! Sulla Croce! E dopodomani, canteremo: «Surrexit de sepulchro... qui pro nobis pependit in ligno». Ecco la profondità, la semplicità divina, di questo Triduo pasquale. Auguro a tutti noi di vivere questo Triduo il più profondamente possibile.
 
I Lettura: Il Servo sofferente è un uomo che ben conosce il patire, il Signore ha fatto ricadere su di lui l’iniquità di tutti gli uomini. Sebbene non avesse commesso violenza fu eliminato dalla terra dei viventi, per colpa del suo popolo fu percosso a morte, ma “la morte non è il definitivo estuario della vita del Servo. Il giusto, infatti, contempla la luce, si sazia della conoscenza di Dio e davanti al Signore egli riconduce tutti gli uomini che sono stati salvati dal suo sacrificio espiatorio” (Messale Quotidiano, San Paolo).
 
Salmo: Ambrogio: Consideriamo questo mistero: rimette il suo spirito nelle mani del Padre, lui che riposa nel seno del Padre, perché solo il Padre ha il Figlio: Io sono nel Padre e il Padre è in me (Gv 14,10). Il suo spirito si affida al Padre e nello stesso tempo illumina le regioni inferiori, perché tutto il mondo sia salvato.

II Lettura: Gesù, il Figlio di Dio, è il sommo sacerdote che sa ben comprendere le debolezze di tutti gli uomini, infatti anche lui è stato messo alla prova in ogni cosa come noi, escluso il peccato. Ed è causa di salvezza eterna per le sofferenze e per la morte che egli patì.
 
Vangelo: In Gesù si compiono le Scritture, il Cielo si riconcilia con la terra e l’uomo diviene partecipe della natura divina (2Pt 1,4). Il Cristo Crocifisso dona agli uomini una Madre, e dal suo costato trafitto fa scaturire i doni dell’Eucarestia e del Battesimo, apre le porte del Paradiso chiamando a salvezza tutti gli uomini.
 
Dalla Lettera agli Ebrei 4,14-16; 5,7-9: Fratelli, poiché abbiamo un sommo sacerdote grande, che è passato attraverso i cieli, Gesù il Figlio di Dio, manteniamo ferma la professione della fede. Infatti non abbiamo un sommo sacerdote che non sappia prendere parte alle nostre debolezze: egli stesso è stato messo alla prova in ogni cosa come noi, escluso il peccato.
Accostiamoci dunque con piena fiducia al trono della grazia per ricevere misericordia e trovare grazia, così da essere aiutati al momento opportuno.
[Cristo, infatti,] nei giorni della sua vita terrena, offrì preghiere e suppliche, con forti grida e lacrime, a Dio che poteva salvarlo da morte e, per il suo pieno abbandono a lui, venne esaudito. Pur essendo Figlio, imparò l’obbedienza da ciò che patì e, reso perfetto, divenne causa di salvezza eterna per tutti coloro che gli obbediscono.
 
La Croce ci rende fratelli: Benedetto XVI (Omelia, 21 Marzo 2008): Fratelli e sorelle, i nostri sguardi spesso distratti da dispersivi ed effimeri interessi terreni, oggi volgiamoli verso Cristo; fermiamoci a contemplare la sua Croce. La Croce è sorgente di vita immortale, è scuola di giustizia e di pace, è patrimonio universale di perdono e di misericordia; è prova permanente di un amore oblativo e infinito che ha spinto Dio a farsi uomo vulnerabile come noi sino a morire crocifisso. Le sue braccia inchiodate si aprono per ciascun essere umano e ci invitano ad accostarci a Lui certi che ci accoglie e ci stringe in un abbraccio di infinita tenerezza: “Quando sarò elevato da terra – aveva detto – attirerò tutti a me” (Gv 12, 32). Attraverso il cammino doloroso della croce gli uomini di ogni epoca, riconciliati e redenti dal sangue di Cristo, sono diventati amici di Dio, figli del Padre celeste. “Amico!”, così Gesù chiama Giuda e gli rivolge l’ultimo drammatico appello alla conversione; amico chiama ognuno di noi perché è amico vero di tutti. Purtroppo non sempre gli uomini riescono a percepire la profondità di quest’amore sconfinato che Iddio nutre per le sue creature. Per Lui non c’è differenza di razza e cultura. Gesù Cristo è morto per affrancare l’intera umanità dalla ignoranza di Dio, dal cerchio di odio e vendetta, dalla schiavitù del peccato. La Croce ci rende fratelli.
 
O Croce di Cristo: Parole del Santo Padre Francesco (Via Crucis, 25 Marzo 2015): O Croce di Cristo, simbolo dell’amore divino e dell’ingiustizia umana, icona del sacrificio supremo per amore e dell’egoismo estremo per stoltezza, strumento di morte e via di risurrezione, segno dell’obbedienza ed emblema del tradimento, patibolo della persecuzione e vessillo della vittoria. O Croce di Cristo, ancora oggi ti vediamo eretta nelle nostre sorelle e nei nostri fratelli uccisi, bruciati vivi, sgozzati e decapitati con le spade barbariche e con il silenzio vigliacco. O Croce di Cristo, ancora oggi ti vediamo nei volti dei bambini, delle donne e delle persone, sfiniti e impauriti che fuggono dalle guerre e dalle violenze e spesso non trovano che la morte e tanti Pilati con le mani lavate. O Croce di Cristo, ancora oggi ti vediamo nei dottori della lettera e non dello spirito, della morte e non della vita, che invece di insegnare la misericordia e la vita, minacciano la punizione e la morte e condannano il giusto. O Croce di Cristo, ancora oggi ti vediamo nei ministri infedeli che invece di spogliarsi delle proprie vane ambizioni spogliano perfino gli innocenti della propria dignità. O Croce di Cristo, ti vediamo ancora oggi nei cuori impietriti di coloro che giudicano comodamente gli altri, cuori pronti a condannarli perfino alla lapidazione, senza mai accorgersi dei propri peccati e colpe. O Croce di Cristo, ti vediamo ancora oggi nei fondamentalismi e nel terrorismo dei seguaci di qualche religione che profanano il nome di Dio e lo utilizzano per giustificare le loro inaudite violenze. O Croce di Cristo, ti vediamo ancora oggi in coloro che vogliono toglierti dai luoghi pubblici ed escluderti dalla vita pubblica, nel nome di qualche paganità laicista o addirittura in nome dell’uguaglianza che tu stesso ci hai insegnato. O Croce di Cristo, ti vediamo ancora oggi nei potenti e nei venditori di armi che alimentano la fornace delle guerre con il sangue innocente dei fratelli e danno ai loro figli da mangiare il pane insanguinato.
 
La follia della Croce: Card. Gualtiero Bassetti (Via Crucis, 25 Marzo 2016): Gesù sta sulla croce, «albero fecondo e glorioso», «talamo, trono ed altare» (Inno liturgico “Ecco il vessillo della croce”). E dall’alto di questo trono, punto d’attrazione dell’intero universo (cfr. Gv 12,32), perdona i suoi crocifissori «perché non sanno quello che fanno» (Lc 23,34). Sulla croce di Cristo, «bilancia del grande riscatto» (Inno liturgico “Ecco il vessillo della croce”), risplende una onnipotenza che si spoglia, una sapienza che si abbassa fino alla follia, un amore che si offre in sacrificio. Alla destra e alla sinistra di Gesù ci sono due malfattori, probabilmente due omicidi. Quei due malfattori parlano al cuore di ogni uomo perché indicano due modi differenti di stare sulla croce: il primo maledice Dio; il secondo riconosce Dio su quella croce. Il primo malfattore propone la soluzione più comoda per tutti. Propone una salvezza umana e ha uno sguardo rivolto verso il basso. La salvezza per lui significa scappare dalla croce ed eliminare la sofferenza. È la logica della cultura dello scarto. Chiede a Dio di eliminare tutto ciò che non è utile e non è degno di essere vissuto. Il secondo malfattore, invece, non mercanteggia una soluzione. Propone una salvezza divina e ha uno sguardo tutto rivolto verso il cielo. La salvezza per lui significa accettare la volontà di Dio anche nelle condizioni peggiori. È il trionfo della cultura dell’amore e del perdono. È la follia della croce nei confronti della quale ogni sapienza umana non può che svanire e ammutolire nel silenzio  
 
Inno alla Croce - Paolino di Nola (Carmen 19, nn. 718-730): O croce grande bontà di Dio, croce gloria del cielo, croce salvezza eterna degli uomini, croce terrore dei malvagi, forza dei giusti, luce dei fedeli.
O croce che hai fatto sì che Dio nella carne fosse di salvezza alle terre e, nei cieli, che l’uomo regnasse su Dio. Per te splendette la luce della verità, l’empia notte fuggì.
Tu distruggesti per i pagani convertiti i templi scalzati, tu armoniosa fibbia di pace, che concili l’uomo col patto di Cristo.
Tu sei la scala per cui l’uomo può essere portato in cielo. Sii sempre a noi tuoi devoti fedeli colonna ed ancora, perché la nostra casa stia salda e la flotta sicura.
Sulla croce fissa la tua fede, dalla croce prendi la corona.
 
Scenda, o Padre, la tua benedizione
su questo popolo
che ha celebrato la morte del tuo Figlio
nella speranza di risorgere con lui;
venga il perdono e la consolazione,
si accresca la fede,
si rafforzi la certezza nella redenzione eterna.
Per Cristo nostro Signore.