22 Marzo 2021
 
Lunedì V Settimana di Quaresima
 
Dn 13,1-9.15-17.19-30.33-62; Salmo 22 [23]; Gv 8,1-11
 
Il Santo del giorno: 22 Marzo 2021 - Beato Francesco Faà di Bruno, Sacerdote: Francesco Faà di Bruno fa parte della grande schiera dei santi sociali piemontesi. Nacque ad Alessandria nel 1825 da una famiglia della nobiltà militare. Prima di divenire prete, lui stesso fu ufficiale dell’esercito sabaudo (è protettore dei genieri), professore all’Università di Torino, architetto e matematico, consigliere della Casa reale. Diede vita all’opera Santa Zita per le donne di servizio e a una casa per ragazze madri. Fondò le suore Minime di Nostra Signora del Suffragio. Morì nel 1888 ed è beato dal 1988. (Avvenire)
 
Colletta: O Padre, che con il dono del tuo amore ci riempi di ogni benedizione, trasformaci in creature nuove, per esser preparati alla Pasqua gloriosa del tuo regno. Per il nostro Signore Gesù Cristo...
 
Una donna sorpresa in adulterio: Giovanni Paolo II (Udienza Generale, 8 ottobre 1980): Il comandamento “Non commettere adulterio” trova la sua giusta motivazione nell’indissolubilità del matrimonio, in cui l’uomo e la donna, in virtù dell’originario disegno del Creatore, si uniscono in modo che “i due diventano una sola carne” (cfr. Gen 2,24 ). L’adulterio, per sua essenza, contrasta con tale unità, nel senso in cui questa unità corrisponde alla dignità delle persone. Cristo non soltanto conferma questo essenziale significato etico del comandamento, ma tende a consolidarlo nella stessa profondità della persona umana. La nuova dimensione dell’ethos è collegata sempre con la rivelazione di quel profondo, che viene chiamato “cuore” e con la liberazione di esso dalla “concupiscenza”, in modo che in quel cuore possa risplendere più pienamente l’uomo: maschio e femmina in tutta la verità interiore del reciproco “per”. Liberato dalla costrizione e dalla menomazione dello spirito che porta con sé la concupiscenza della carne, l’essere umano: maschio e femmina, si ritrova reciprocamente nella libertà del dono che è la condizione di ogni convivenza nella verità, ed, in particolare, nella libertà del reciproco donarsi, poiché entrambi, come marito e moglie, debbono formare l’unità sacramentale voluta, come dice Genesi 2,24, dallo stesso Creatore.
 
I Lettura: La storia di Susanna è scritta per dare coraggio a colui che si trova nella prova e nella tentazione. Susanna non ha paura della falsa testimonianza dei due anziani perché porta nel cuore la certezza che Dio salva coloro che sperano in lui. È un profondo insegnamento che vuol suggerire di rimanere sempre ancorati in Dio perché la sua grazia vale più della vita.
 
Salmo: Atanasio: È il salmo delle genti che gioiscono perché il Signore le ha condotte ai suoi pascoli: esse descrivono il banchetto mistico.
 
Vangelo: La pericope evangelica mette in risalto la misericordia di Gesù perfettamente in sintonia con l’amore misericordioso del Padre celeste: «Io non godo della morte del malvagio, ma che il malvagio si converta dalla sua malvagità e viva» (Ez 33,11). Gesù non è venuto «per condannare il mondo, ma per salvare il mondo» (Gv 12,47): l’invito perentorio rivolto alla donna adultera di non peccare più è una forte spinta a uscire fuori dalla miseria del peccato per incominciare una vita nuova. In questa luce, il racconto giovanneo, è un appello rivolto a tutti gli uomini perché, smettendo di giudicarsi a vicenda, sentano il bisogno di essere salvati da Dio.
 
Dal Vangelo secondo Giovanni 8,1-11: In quel tempo, Gesù si avviò verso il monte degli Ulivi. Ma al mattino si recò di nuovo nel tempio e tutto il popolo andava da lui. Ed egli sedette e si mise a insegnare loro. Allora gli scribi e i farisei gli condussero una donna sorpresa in adulterio, la posero in mezzo e gli dissero: «Maestro, questa donna è stata sorpresa in flagrante adulterio. Ora Mosè, nella Legge, ci ha comandato di lapidare donne come questa. Tu che ne dici?». Dicevano questo per metterlo alla prova e per avere motivo di accusarlo. Ma Gesù si chinò e si mise a scrivere col dito per terra. Tuttavia, poiché insistevano nell’interrogarlo, si alzò e disse loro: «Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei». E, chinatosi di nuovo, scriveva per terra. Quelli, udito ciò, se ne andarono uno per uno, cominciando dai più anziani. Lo lasciarono solo, e la donna era là in mezzo. Allora Gesù si alzò e le disse: «Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata?». Ed ella rispose: «Nessuno, Signore». E Gesù disse: «Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più».
 
Gli conducono una donna sorpresa in adulterio - Il conflitto tra i farisei, gli scribi e Gesù non è ancora esploso in tutta la sua violenza, sarà la risurrezione di Lazzaro a fare precipitare irreversibilmente la situazione: «... quel giorno dunque decisero di ucciderlo» (Gv 11,53). Pur tuttavia i rapporti sono molto tesi e i sinedriti tallonano il giovane Rabbi, lo spiano per coglierlo in fallo «per poi accusarlo» (Mc 3,2). Per raggiungere il loro obiettivo, gli scribi e i farisei, conducono, quindi, a Gesù una donna sorpresa in adulterio, un reato che la Legge mosaica condannava con la pena capitale (Dt 22,22; Lev 20,10). In genere, la Legge mosaica non determinava il modo, la morte veniva inferta o per strangolamento o per spada o per lapidazione; solo per la fidanzata infedele categoricamente veniva intimata la pena della lapidazione (Cf. Dt 22,23ss).
I farisei pongono l’adultera nel mezzo perché sia ben visibile a tutti. Mostrano in questo modo la loro poca sensibilità verso i loro simili: la donna, anche se colta in flagrante adulterio, ai loro occhi, doveva restare pur sempre una persona. Si autodenùnciano come uomini gretti, abietti, disposti a tutto pur di raggiungere i loro obiettivi illeciti.
La povera donna è solo un’esca, perché, come ci suggerisce il Vangelo, le reali squallide intenzioni dei farisei sono tese unicamente a cogliere in fallo Gesù, «per metterlo alla prova e per avere motivo di accusarlo» (Gv 8,6).
II gioco maligno, d’altronde mai riuscito (Cf. Mt 22,15-22), era di una estrema semplicità: se Gesù avesse assolto la donna l’avrebbero accusato di infrangere la Legge di Mosè; se l’avesse condannata, oltre a perdere la sua buona fama di uomo misericordioso, avrebbe infranto la legge di Roma in quanto soltanto i suoi tribunali avevano il diritto di comminare pene capitali. In ogni caso, avrebbero avuto modo di accusarlo o al Sinedrio o a Pilato.
I farisei da Gesù già rimproverati in altre simili occasioni, avevano dimenticato prestamente il monito loro rivolto: imparate «che cosa significhi: Misericordia io voglio e non sacrifici» (Mt 9,13).
La lezione non l’avevano imparata tanto d’insistere in pratiche disumane come la lapidazione. Nonostante l’arroganza e l’insistenza degli interlocutori, Gesù è tranquillo, imperturbabile, lo dimostra chinandosi e mettendosi a scrivere col dito per terra (Gv 8,6). Inutile investigare per conoscere cosa scrivesse Gesù: il verbo katagraph significa tracciare segni, disegnare, ma anche mettere per iscritto un’accusa. I Padri della Chiesa interpretano questo gesto con Geremia 17,13, dove è minacciata la rovina per quanti sono infedeli a Dio: «O speranza di Israele, Signore, quanti ti abbandonano resteranno confusi; quanti si allontanano da te saranno scritti nella polvere, perché hanno abbandonato il Signore, fonte di acqua viva».
Poiché gli accusatori della donna non si rassegnano, Gesù dà prova della sua saggezza e della sua misericordia con una risposta lapidaria: «Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei» (Gv 8,7). Se tutti siamo peccatori (Cf. Rom 3,9ss; 5,12) e «tale è la condizione dell’uomo, come può un peccatore infierire contro chi è stato vittima della stessa debolezza umana? [...]. L’espressione scagli per primo una pietra riecheggia Dt 13,1 dove si ordina che i testimoni oculari devono dar inizio all’esecuzione della condanna a morte. Dopo una risposta tanto saggia, Gesù non guarda più gli accusatori, ma di nuovo si china per scrivere sulla terra. Evidentemente il Maestro ha sconcertato gli avversari; essi aspettavano che prendesse posizione sulla questione legale; invece ha ricordato ai giudici che non sono senza peccato e quindi non possono condannare. Il gesto del Maestro, di chinarsi per non fissare gli accusatori, vuol porre i giudici dinanzi alle loro responsabilità e invitarli a una decisone sincera e libera» (S. Panimolle).
I farisei e gli scribi, disorientati e disarmati dalla sapienza divina, non possono fare altro che allontanarsi, cominciando «dai più anziani»: questo particolare sembra ispirarsi alla storia di Susanna e dei «due anziani pieni di perverse intenzioni» (Dan 13,1ss). Sgombrato il campo, Gesù rimane solo con l’adultera: è l’incontro «dell’innocenza con chi ha commesso peccato: la scena diventa una illustrazione plastica dell’invito al pentimento. Dio odia il peccato e ama il peccatore; tale atteggiamento si attua in Gesù. Il quale, benché non giudichi e non condanni, invita la donna a non peccare più [...]. La legge condanna il peccato non perché gli uomini si giudichino a vicenda, ma perché essi sentano il bisogno di essere salvati da Dio. Gesù porta in sé questa salvezza: odia infinitamente il peccato, ama infinitamente il peccatore. Questo è possibile soltanto a Dio» (P. Giuseppe Ferraro s.j.).
La storia dell’adultera, posta alla fine del cammino quaresimale, suggerisce ai credenti l’esperienza gioiosa che essi fanno nel sacramento della Penitenza. Un invito pressante a fare Pasqua.
 
La fedeltà alla legge di Dio: Veritatis splendor 91: Già nell’Antica Alleanza incontriamo ammirevoli testimonianze di una fedeltà alla legge santa di Dio spinta fino alla volontaria accettazione della morte. Emblematica è la storia di Susanna: ai due giudici ingiusti, che minacciavano di farla morire se si fosse rifiutata di cedere alla loro passione impura, così rispose: “Sono alle strette da ogni parte. Se cedo, è la morte per me, se rifiuto, non potrò scampare dalle vostre mani. Meglio pero per me cadere innocente nelle vostre mani che peccare davanti al Signore!” (Dn 13,22-23). Susanna, preferendo “cadere innocente” nelle mani dei giudici, testimonia non solo la sua fede e fiducia in Dio, ma anche la sua obbedienza alla verità e all’assolutezza dell’ordine morale: con la sua disponibilità al martirio, proclama che non è giusto fare ciò che la legge di Dio qualifica come male per trarre da esso un qualche bene. Essa sceglie per sé la “parte migliore”: una limpidissima testimonianza, senza nessun compromesso, alla verità circa il bene e al Dio di Israele; manifesta così, nei suoi atti, la santità di Dio.
 
L’aduterio: Concilio Tridentino (Parte Terza - Sesto Comandamento, 334): Per iniziare l’insegnamento da quello che è vietato, diremo subito che adulterio è violazione del legittimo letto, proprio o altrui. Se un marito ha rapporti carnali con donna non coniugata, viola il proprio vincolo matrimoniale; se un individuo non coniugato ha rapporti con donna maritata, è contaminato, dal delitto di adulterio, il vincolo altrui. Sant’Ambrogio e sant’Agostino confermano che con tale divieto dell’adulterio è proibito ogni atto disonesto e impudico. Ciò risulta direttamente dalla Scrittura del vecchio come del nuovo Testamento. Nei libri mosaici vediamo puniti altri generi di libidine carnale, oltre l’adulterio. Leggiamo nella Genesi la sentenza pronunciata da Giuda contro la nuora (Gen 38,24); nel Deuteronomio è formulato questo precetto: tra le figlie d’Israele nessuna sia cortigiana (Dt 23,17). Tobia cosi esorta il figliuolo: Guardati, figlio mio, da ogni atto impudico (Tb 4,13). E l’Ecclesiastico dice: Vergognatevi di guardare la donna peccatrice (Sir 41,25). Nel Vangelo Gesù Cristo dichiara che dal cuore emanano gli adulteri e le azioni disoneste che macchiano l’uomo (Mt 15,19). L’apostolo Paolo bolla di frequente, con parole roventi, questo vizio: Dio vuole la vostra santificazione; vuole che vi asteniate dalle impurità (1Ts 4,3). E altrove: Evitate ogni fornicazione (1Cor 6,18); non vi mescolate agli impudichi (1Cor 5,9); in mezzo a voi, non siano neppur nominate l’incontinenza, l’impurità di ogni genere e l’avarizia (Ef 5,3); disonesti ed adulteri, effeminati e pederasti, non possederanno il regno di Dio (1Cor 6,9). L’adulterio è stato espressamente menzionato nel divieto, perché alla sconcezza che riveste in comune con tutte le altre forme di incontinenza, accoppia un peccato di ingiustizia verso il prossimo e la società civile. Inoltre è indubitato che chi non si tiene lontano dalle forme ordinarie dell’impudicizia, facilmente incapperà nel crimine di adulterio. Cosi è agevole comprendere come nel divieto dell’adulterio sia inclusa la proibizione di ogni genere di impurità contaminante il corpo. Del resto che questo comandamento investa ogni intima libidine dell’animo, appare dalla natura stessa della legge, che è spirituale, e dalle esplicite parole di nostro Signore: Udiste che fu detto agli antichi: Non fare adulterio. Ma io vi dico: chiunque guarda una donna per fine disonesto, in cuor suo ha già commesso adulterio su lei (Mt 5,27).
 
Il Signore è il mio pastore: «Anzitutto devi divenire una pecora del Buon Pastore: la catechesi ti guida verso i pascoli; poi devi essere sepolto con lui nella morte per mezzo del battesimo, ombra e immagine della morte. Infine egli prepara la mensa eucaristica, unge con l’olio dello Spirito e offre il vino che dona la sobria ebbrezza» (Gregorio Nisseno).
 
Rinvigoriti dalla benedizione dei tuoi sacramenti,
ti preghiamo, o Signore:
la loro forza ci purifichi sempre dal male
e la sequela di Cristo affretti i nostri passi verso di te nella gloria.
Per Cristo nostro Signore.
 
21 Marzo 2021
 
V DOMENICA DI QUARESIMA
 
Ger 31,31-34; Sal 50; Eb 5,7-9; Gv 12,20-33
 
Il Santo del giorno: 21 Marzo 2021 - Santa Benedetta Cambiagio Frassinello, Religiosa:  Figlia di contadini, nacque il 2 ottobre 1791, nell’entroterra genovese. Nel 1804 si trasferì a Pavia. Pur sentendosi votata alla vita religiosa accettò, per esigenze familiari, di sposare Giovan Battista Frassinello, operaio e fervente cristiano, originario di Ronco Scrivia. Non ebbero figli. Allora Benedetta, con il consenso del marito, cercò di realizzare il desiderio di consacrarsi interamente a Dio. Accolta dalle suore Orsoline di Caprioglio, nel Bresciano, dovette lasciare per motivi di salute. Rifugiatasi nella preghiera, ebbe la visione di san Girolamo Emiliani che la guarì. Mentre il marito entrò come fratello laico tra i Somaschi, lei avviò un’opera di assistenza per le fanciulle povere. Nel 1827 fondò a Pavia la prima scuola popolare. Dalle ragazze che la frequentavano prese avvio la Congregazione delle Suore di Nostra Signora delle Provvidenza. Dodici anni dopo a Ronco Scrivia nascerà la Casa della Provvidenza. Morì a Ronco Scrivia il 21 marzo 1858. È stata canonizzata da Giovanni Paolo II il 19 maggio 2002. (Avvenire)
 
Colletta: O Padre, che hai ascoltato il grido del tuo Figlio, obbediente fino alla morte di croce, dona a noi, che nelle prove della vita partecipiamo alla sua passione, la fecondità del seme che muore, per essere un giorno accolti come messe buona nella tua casa. Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
I lettura:  Le parole di Geremia, nonostante la fama di lagnoso, sono parole di consolazione, di speranza e di ottimismo. Dopo il fallimento dell’antica alleanza e il tentativo non riuscito del re Giosia per restaurarla, il disegno di Dio appare in una luce nuova. Dopo il tracollo in ogni campo, politico, sociale e militare, in Israele sussisterà un «resto» (Is 4,3), con il quale Dio concluderà un’alleanza eterna, come al tempo di Noè (Cf. Is 54,9-10). Questa nuova alleanza sarà portatrice di buone nuove che possono essere espresse in tre punti: 1. l’iniziativa divina del perdono dei peccati; 2. la responsabilità e la retribuzione personale; 3. l’interiorizzazione della religione: la legge cessa di essere solo un codice esterno per diventare un’ispirazione che invaderà il «cuore» dell’uomo, il quale sotto l’influsso dello Spirito di Dio sarà capace di conoscere e di servire Dio (Cf. Os 2,22). Questa alleanza, sigillata col sangue del Cristo, sarà universale (Cf. Mt 26,26-28).
 
II lettura: Gesù, solidale con gli uomini, sa compatire le loro miserie perché le ha vissute (Cf. Eb 2,17-18; 4,15). Gesù venne esaudito non nel senso che egli sia stato sottratto alla morte, che era l’obiettivo della sua incarnazione e di tutta la sua vita, ma è stato sottratto al suo potere (Cf. At 2,24s) e Dio ha trasformato questa morte in una esaltazione di gloria. Gesù fu esaudito per il suo pieno abbandono: il termine implica rispetto e sottomissione. Per questi sentimenti la preghiera di Cristo nel Getsemani e sulla Croce fu esaudita diventando, allo stesso tempo, modello di ogni preghiera umana. Gesù, consumato il proprio ufficio di sacerdote e vittima, fu reso perfetto divenendo in tal modo causa di salvezza eterna per tutti coloro che gli obbediscono.
 
Vangelo: Giovanni sembra evocare la scena del Getsemani: angoscia davanti all’«ora» imminente, preghiera fiduciosa al Padre, accettazione della volontà divina, consolazione venuta dal cielo. Gesù si offre alla morte per compiere l’opera che glorificherà il Padre manifestando il suo amore per il mondo. La sua morte, inoltre, riscatterà gli uomini liberandoli dalla tirannia di Satana. Elevato sulla Croce, Gesù si svelerà agli occhi di tutti come il salvatore del mondo (Cf. Gv 19,37). È la risposta ai Greci che cercavano di «vederlo» (Gv 6,40).
 
Dal Vangelo secondo Giovanni 12,20-33: In quel tempo, tra quelli che erano saliti per il culto durante la festa c’erano anche alcuni Greci. Questi si avvicinarono a Filippo, che era di Betsàida di Galilea, e gli domandarono: «Signore, vogliamo vedere Gesù». Filippo andò a dirlo ad Andrea, e poi Andrea e Filippo andarono a dirlo a Gesù. Gesù rispose loro: «È venuta l’ora che il Figlio dell’uomo sia glorificato. In verità, in verità io vi dico: se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto. Chi ama la propria vita, la perde e chi odia la propria vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna. Se uno mi vuole servire, mi segua, e dove sono io, là sarà anche il mio servitore. Se uno serve me, il Padre lo onorerà. Adesso l’anima mia è turbata; che cosa dirò? Padre, salvami da quest’ora? Ma proprio per questo sono giunto a quest’ora! Padre, glorifica il tuo nome». Venne allora una voce dal cielo: «L’ho glorificato e lo glorificherò ancora!». La folla, che era presente e aveva udito, diceva che era stato un tuono. Altri dicevano: «Un angelo gli ha parlato». Disse Gesù: «Questa voce non è venuta per me, ma per voi. Ora è il giudizio di questo mondo; ora il principe di questo mondo sarà gettato fuori. E io, quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me». Diceva questo per indicare di quale morte doveva morire.
 
Se invece muore... - I sommi sacerdoti e i farisei avevano deciso di uccidere Gesù a motivo dei molti segni da lui compiuti (Cf. Gv 11,45-53). A conoscenza di questo, Gesù «non andava più in pubblico tra i Giudei» (Gv 11,54).
In questa cornice di odio, dopo l’unzione di Betania e l’ingresso messianico a Gerusalemme (Cf. Gv 12,1-19), Gesù annunzia la sua glorificazione che si rivelerà nella sua morte e risurrezione. Le parole di Gesù, quindi, vanno lette in una luce gravida di mestizia, di oscuri presentimenti, di dolore per l’imminente passione e il distacco dai suoi amici. A fronte di questi fatti, «la vicenda umana di Gesù si presenta subito come tragica e vittoriosa, in quanto rivela la sua Umanità in un mistero di dolore che salva il mondo e insieme lo eleva nella vittoria e nel trionfo. È questo l’aspetto caratteristico di questa liturgia su cui dobbiamo attardarci nella meditazione e nella riflessione» (M. Biocco).
Gesù ai Greci, pagani convertiti all’ebraismo (Cf. Gv 7,35), i quali avevano espresso il desiderio di vederlo, dà una risposta con la quale rivela la sua vera identità. Dice: «È venuta l’ora che il Figlio dell’uomo sia glorificato». I discepoli avevano udito molte volte che l’ora designata dal Padre non era ancora venuta (Cf. Gv 2,4; 7,30; 8,28). La risposta di Gesù quindi è foriera che questa ora è scoccata sul quadrante di Dio. Nel Vangelo di Giovanni, l’ora di Gesù è l’ora del suo ritorno alla destra del Padre; è l’ora della sua glorificazione che si rivela nella Croce. Tale «glorificazione, preparata dal segno di Betania con la risurrezione di Lazzaro (Cf. Gv 11,4), incomincia allorché Giuda, in balia di Satana, dà inizio al suo tradimento (Cf. Gv 13,31). Essa raggiunge l’apice nella esaltazione del Figlio dell’uomo sul trono regale della Croce (Cf. Gv 3,14; 12,32.34). La persona glorificata è il Figlio dell’uomo cioè l’uomo Gesù, il Verbo di Dio fatto carne» (Salvatore Alberto Panimolle).
L’immagine del chicco di grano che deve cadere in terra, che deve marcire e morire per portare frutto, visualizza la via che il Padre ha scelto per raggiungere gli uomini per salvarli dal peccato e liberarli dall’oscuro dominio della morte. È la via della Croce percorsa dal Figlio, obbediente alla volontà del Padre «fino alla morte e a una morte di Croce» (Fil 2,8) ed è la via che i discepoli, sull’esempio del loro Maestro, devono percorrere se vogliono che la loro vita porti abbondanti frutti di santità e di salvezza (Cf. Rom 8,17).
Nella logica pasquale «non c’è vita senza morte: ce lo suggerisce la piccola parabola del chicco di grano nel Vangelo di oggi. Il chicco si realizza in frutto di vita solo accettando il passaggio attraverso la morte / caduta in terra. È un momento dialettico e vitale, senza il quale non passa ad un livello superiore di vita. Se mi salvo come chicco, non porto frutti; se viceversa, muoio e mi nego come chicco porto molto frutto» (P. Rosario Scognamiglio).
È l’ora dell’abbandono. Abbandonato dal suo popolo da lui tanto amato e beneficato (Cf. At 10,38); abbandonato alla nequizia dei capi del Sinedrio, ubriachi e travolti da una ferocia bestiale che li rende incapaci di vedere nei segni compiuti da Gesù il dito di Dio (Cf. Lc 11,20).
Abbandonato dai suoi discepoli che lo lasceranno solo, immerso in una mortale agonia, a lottare contro il terrore della morte (Cf. Mt 26,36-46).
Gesù si sente abbandonato anche dal Padre: «Adesso l’anima mia è turbata; che cosa dirò? Padre, salvami da quest’ora?» (Gv 12,27). È l’ora delle tenebre. Il mistero dell’iniquità (Cf. 2Ts 2,7) sembra palesarsi in tutta la sua bruttura. Viscido, come un torrente di liquami, sembra scivolare nelle coscienze degli uomini, violentandole, catturandole, rendendole schiave di progetti infernali: Gesù «intinto il boccone, lo prese e lo diede a Giuda, figlio di Simone Iscariota. Allora, dopo il boccone, Satana entrò in lui [...]. Egli, preso il boccone, subito uscì. Ed era notte» (Gv 13,27-30). Ma Gesù non cessa di amare. Questa è la lezione più bella che viene dall’intero brano evangelico. La Croce, la sua elevazione, sarà la prova suprema del suo amore e della sua fedeltà al Padre e agli uomini. Egli sarà elevato e si siederà su un trono di amore e di là, dall’alto della Croce, epifania della misericordia dei Tre, Egli riaccenderà l’amore là dove era spento e irradierà misericordia, comunione e bontà dove c’era solo odio, inimicizia, peccato e maledizione.
La voce dal cielo, la voce del Padre, è una attestazione solenne che in Gesù «abita corporalmente tutta la pienezza della divinità» (Col 2,9; Gv 1,14): la Passione, la Morte, la Risurrezione manifesteranno tale divinità anche nella umanità del Verbo.
 
L’ora di Gesù nel IV Vangelo - F. L. - G. B. (Ora in Schede Bibliche Pastorali, Vol. VI): In generale, per Giovanni l’ora è il tempo in cui si compie l’opera alla quale uno è stato particolarmente destinato. L’ora della donna che sta per diventare madre, è quella del parto (Gv 16,21). L’ora dei giudei increduli è il tempo nel quale Dio permette loro di compiere il delitto (Gv 16,3-4). L’ora di Gesù è il momento nel quale si realizza definitivamente l’opera per la quale egli è stato inviato in questo mondo, cioè la vittoria sul peccato e sulla morte (Cf. Gv 12,23ss).
È evidente che «quest’ora» rappresenta per Giovanni un criterio di prim’ordine, perché dà senso all’insieme della vita di Gesù. Da questo punto di vista, il IV vangelo si divide in due sezioni: una prima parte segna una progressione costante, un avvio continuo verso quest’ora decisiva che ancora non è giunta; la seconda parte ci presenta l’ora ormai giunta, e ne spiega la portata salvifica.
[...]. «È giunta l’ora»! L’ora di Gesù è perciò la grande ora di salvezza. Benché significhi anzitutto il momento fissato dal Padre per la passione, essa indica l’avvenimento globale, indivisibile che si compie dalla morte all’ascensione, e che viene sigillato con l’effusione dello Spirito.
Noi vediamo delinearsi, in prospettiva, i diversi fatti: della morte, sepoltura, risurrezione, ascensione, pentecoste (così li enun­cia il Credo). Giovanni invece li vede come un solo avvenimento: la glorificazione di Gesù, che è appunto la sua ora. Se durante la giornata di Gesù, cioè il periodo della sua vita pubblica (9,4; 11,9) nel quale egli fu luce per Israele, la sua gloria fu velata dalla presenza del suo corpo terreno, nell’ora che segna la fine della giornata, quando cade la notte per i giudei (12,35), la gloria di Gesù si rivela: «Gesù rispose: È giunta l’ora che sia glorificato il figlio dell’uomo. In verità, in verità vi dico: se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto...Ora l’anima mia è turbata; e che devo dire? Padre, salvami da quest’ora? Ma per questo sono giunto a quest’ora! Padre, glorifica il tuo nome. Venne allora una voce dal cielo: L’ho glorificato e di nuovo lo glorificherò... Ora è il giudizio di questo mondo; ora il principe di questo mondo sarà gettato fuori. Io, quando sarò elevato da terra, attirerò tutti a me» (12,23-24.27-28.31-32).
In 13,1 poi leggiamo: «Prima della festa di pasqua Gesù, sapendo che era giunta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine».
Significativo è anche l’inizio della pre­ghiera sacerdotale: «Padre, è giunta l’ora; glorifica il Figlio tuo, perché il Figlio glorifichi te» (17,1).
Lo stesso concetto viene espresso nel quarto vangelo anche con l’avverbio «adesso» (nyn). Alla samaritana Gesù proclama che «è giunto il momento in cui né su questo monte, né in Gerusalemme adorerete il Padre... Ma è giunto il momento, ed è questo, in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità; perché il Padre cerca tali adoratori» (Gv 4,21 e 23). Vuol dire che sono giunti i tempi ultimi, quelli definitivi, in cui il culto sarà espressione del dono dello Spirito di Dio. Già abbiamo citato 12,31-32: l’ora è il momento attuale in cui si compie il giudizio del mondo e il principe del mondo è vinto. Cristo attirerà tutti a sé dall’alto della croce. Tema comu­ne all’ora storico-salvifica di Gesù è l’affermazione di Gesù in 13,31: adesso il figlio dell’uomo è stato glorificato e Dio è stato glorificato in lui. Si veda anche 17,5 in cui Gesù supplica il Padre di glorificarlo con quella gloria che egli aveva presso di lui prima della formazione del mondo. Momento della glorificazione, ma anche momento dell’andata al Padre: «Ora però vado da colui che mi ha mandato» (16,5); «Ma ora io vengo a te [Padre]» (17,13). È anche il momento in cui i discepoli sanno che Gesù è il rivelatore definitivo di Dio
 
Se il chicco di grano caduto in terra muore, produce molto frutto: «Egli andò per trarre fuori il morto dal sepolcro e interrogò: “Dove lo avete deposto? E comparvero le lacrime sugli occhi di Nostro Signore”(Gv 11,34-35), le sue lacrime furono come la pioggia, e Lazzaro come il grano, e il sepolcro come la terra. Egli gridò con voce di tuono e la morte tremò alla sua voce; Lazzaro si erse come il grano, uscì fuori e adorò il Signore che lo aveva risuscitato» (Efrem).
 
Dio onnipotente,
fa’ che rimaniamo sempre membra vive di Cristo,
noi che comunichiamo al suo Corpo e al suo Sangue.
Egli vive e regna nei secoli dei secoli.
 

 

20 Marzo 2021
 
SABATO DELLA IV SETTIMANA DI QUARESIMA
 
Ger 11,18-20; Sal 7; Gv 7,40-53
 

Il Santo del giorno: 20 Marzo 2021 - San Giovanni Nepomuceno: Dal Martirologio: A Praga in Boemia, san Giovanni Nepomuceno, sacerdote e martire, che nel difendere la Chiesa patì molte ingiurie da parte del re Venceslao IV e, sottoposto a torture e supplizi, fu infine gettato ancora vivo nel fiume Moldava.
 
Colletta: La tua misericordia, o Signore, guidi i nostri cuori, poiché senza di te non possiamo fare nulla che ti sia gradito. Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
Signore degli eserciti, giusto giudice, che provi il cuore e la mente, possa io vedere la tua vendetta su di loro: Giovanni Paolo II (Catechesi 16 Novembre 1988): Gesù non solo perdona, ma chiede il perdono del Padre per coloro che lo hanno messo a morte, e quindi anche per noi tutti. È il segno della sincerità totale del perdono di Cristo e dell’amore da cui deriva. È un fatto nuovo nella storia, anche in quella dell’alleanza. Nell’antico testamento leggiamo tanti testi dei salmisti che avevano chiesto la vendetta o il castigo del Signore per i loro nemici: testi che nella preghiera cristiana, anche liturgica, si ripetono non senza sentire il bisogno di interpretarli adeguandoli all’insegnamento e all’esempio di Gesù, che ha amato anche i nemici. Lo stesso può dirsi di certe espressioni del profeta Geremia (Ger 11,20; 2012; 15, 15), e dei martiri giudei nel libro dei Maccabei (cfr. 2Mac 7, 9.14.17.19). Gesù ribalta quella posizione al cospetto di Dio e pronuncia tutt’altre parole. Egli aveva ricordato a chi gli rimproverava la sua frequentazione dei “peccatori”, che già nell’antico testamento, secondo la parola ispirata, Dio “vuole misericordia” (cfr. Mt 9,13). Si noti inoltre che Gesù perdona immediatamente, anche se l’ostilità degli avversari continua a manifestarsi. Il perdono è la sua sola risposta alla loro ostilità. E il suo perdono è rivolto a tutti coloro che, umanamente parlando, sono responsabili della sua morte, non soltanto agli esecutori, i soldati, ma a tutti coloro, vicini e lontani, palesi e nascosti, che sono all’origine del procedimento che ha portato alla sua condanna e alla sua crocifissione. Per tutti loro chiede perdono e così li difende davanti al Padre, sicché l’apostolo Giovanni, dopo aver raccomandato ai cristiani di non peccare, può aggiungere: “Ma se qualcuno pecca, noi abbiamo come intercessore presso il Padre Gesù Cristo, il giusto. Egli è la propiziazione per i nostri peccati, e non solo per i nostri, ma anche per quelli di tutto il mondo” (1Gv 2,1-2). In questa linea è anche l’apostolo Pietro, il quale, nel discorso al popolo di Gerusalemme, estende a tutti la scusa dell’“ignoranza” (At 3,17; cfr. At 23,34) e l’offerta del perdono (At 3,19). È consolante per noi tutti sapere che secondo la lettera agli Ebrei Cristo crocifisso, eterno sacerdote, rimane per sempre colui che intercede in favore dei peccatori che mediante lui si avvicinano a Dio (cf. Eb 7, 25).
 
I Lettura: Geremia è braccato dai suoi nemici, lo cercano per catturarlo e farlo morire. Il Signore gli ha fatto conoscere dettagliatamente la congiura, gli intrighi, le macchinazioni omicide dei suoi persecutori per toglierlo di mezzo. La vita, le sofferenze del profeta e il suo amaro destino, pieno di sofferenze e tribolazioni, preconizza la morte di Gesù. È Gesù l’agnello mansueto che viene portato al macello. Ma per questa morte si spalancheranno le porte della vita.
 
Salmo: Signore, salvami da chi mi perseguita e liberami: Baldovino Di Ford: Nessuna forza, nessuna sapienza umana può liberare l’uomo dalla morte, finché non venga chi lo redima e lo salvi. E per questo che ad Abele non bastava la sua innocenza, né a Noè la sua giustizia, né ad Abramo la sua fede, né a Mosè la sua mitezza, né a Giobbe la sua pazienza e, per concludere, a nessuno bastava la sua santità, per essere liberato dalla morte.
 
Vangelo: I farisei non si stancano di blaterare, di discutere sulla identità di Gesù, sono ciechi che guidano ciechi, la loro mente ottenebrata dall’orgoglio non è capace di investigare il mistero del Verbo, e il loro cuore indurito è chiuso ad ogni rivelazione. Tra i tanti detrattori e dissidenti si leva la voce di Nicodemo: La nostra Legge giudica forse un uomo prima di averlo ascoltato e di sapere ciò che fa? Anche le guardie mandate ad arrestare Gesù tornano a mani vuote, non hanno avuto il coraggio di catturarlo: Mai un uomo aveva parlato così! Tutto è inutile, per i farisei tutti quelli che non ragionano come loro sono idioti, maledetti, gente plagiata, per i custodi del libro la sentenza è già scritta, Gesù è reo di morte e deve morire. Solo la fede può portare a conoscere chi è veramente Gesù di Nazareth.
 
Dal Vangelo secondo Giovanni 7.40-53: In quel tempo, all’udire le parole di Gesù, alcuni fra la gente dicevano: «Costui è davvero il profeta!». Altri dicevano: «Costui è il Cristo!». Altri invece dicevano: «Il Cristo viene forse dalla Galilea? Non dice la Scrittura: “Dalla stirpe di Davide e da Betlemme, il villaggio di Davide, verrà il Cristo”?». E tra la gente nacque un dissenso riguardo a lui. Alcuni di loro volevano arrestarlo, ma nessuno mise le mani su di lui. Le guardie tornarono quindi dai capi dei sacerdoti e dai farisei e questi dissero loro: «Perché non lo avete condotto qui?». Risposero le guardie: «Mai un uomo ha parlato così!». Ma i farisei replicarono loro: «Vi siete lasciati ingannare anche voi? Ha forse creduto in lui qualcuno dei capi o dei farisei? Ma questa gente, che non conosce la Legge, è maledetta!». Allora Nicodèmo, che era andato precedentemente da Gesù, ed era uno di loro, disse: «La nostra Legge giudica forse un uomo prima di averlo ascoltato e di sapere ciò che fa?». Gli risposero: «Sei forse anche tu della Galilea? Studia, e vedrai che dalla Galilea non sorge profeta!». E ciascuno tornò a casa sua.
 
Lino Pedron: La parola “Cristo” indica il “consacrato” di Dio, che avrebbe realizzato le attese definitive del popolo di Dio, portando la pace e la pienezza dei beni della salvezza.
Non tutti gli ascoltatori di Gesù vedono in lui il Cristo: alcuni ritengono impossibile tale riconoscimento per la sua provenienza dalla Galilea: la Scrittura infatti è molto esplicita a questo riguardo (cfr Gv 7,41-42).
Nella scena finale di questo capitolo, i sommi sacerdoti e i farisei argomentano allo stesso modo. La sentenza dei capi: “Dalla Galilea non sorge profeta” (v.52) chiude l’ultimo atto di questo dramma sull’origine del Messia. In Gv 7,30 vi era già stato un tentativo per arrestare Gesù; esso però era andato a vuoto perché non era ancora giunta l’ora della sua passione e risurrezione. Anche in 7,44 il tentativo dei giudei non riesce.
La risposta delle guardie mette in risalto il fascino che emanava da Gesù. Nella loro semplicità questi uomini sono presi da stupore e da ammirazione per le parole di Gesù. I farisei invece reagiscono con stizza e manifestano apertamente la loro animosità e il loro accecamento. Per essi Gesù è un seduttore che abbindola la gente ignorante (cfr Gv 7,12; Mt 27,63).
L’arroganza dei farisei raggiunge il colmo quando considera maledetto il popolo che non conosce la Legge: si trattava di contadini, di analfabeti, di servi. Questo disprezzo dei dotti per gli ignoranti e gli umili è bene documentato negli scritti giudaici.
Non tutti i capi però condividevano questo atteggiamento ostile dei sommi sacerdoti e dei farisei. Nicodemo dissentì dal giudizio dei suoi colleghi ed ebbe il coraggio di prendere le difese di Gesù appellandosi alla legge mosaica. Nella Legge è prescritto di ascoltare le cause di tutti i fratelli senza avere riguardi personali (Lv 19,15; Dt 1,16-17) e di indagare con diligenza per evitare false testimonianze (Dt 19,15-20). I capi del popolo reagiscono alla contestazione di Nicodemo circa la legalità del loro atteggiamento e lasciano trasparire sdegno e irritazione.
In merito all’origine del Messia la Scrittura è chiara: il Cristo è un discendente di Davide (2Sam 7,12-16; Is 11,1-2; Ger 23,5-6; 33,15; Sal 89,5. 37) e deve sorgere da Betlemme di Giudea (Mi 5,1). Quindi il profeta di Nazaret non poteva essere assolutamente il Messia.
Giovanni ora può chiudere questa parte dello scontro tra Gesù e le autorità giudaiche, facendoci capire che la vita di Gesù è ormai volta verso l’epilogo della croce.
 
Alcuni di loro volevano arrestarlo, ma nessuno mise le mani su di lui: Giovanni Paolo II (Udienza Generale, 14 gennaio 1998): La grande ora nella storia del mondo è quella in cui il Figlio dà la vita, facendo udire la sua voce salvatrice agli uomini che sono sotto il dominio del peccato. È l’ora della redenzione. Tutta la vita terrena di Gesù è orientata verso quest’ora [...]. Quest’ora drammatica è voluta e determinata dal Padre. Prima dell’ora scelta dal disegno divino, i nemici non possono impadronirsi di Gesù. Parecchie volte si è tentato di fermare Gesù o di ucciderlo. Riportando uno di questi tentativi, il Vangelo di Giovanni pone in luce l’impotenza degli avversari: “Cercarono di arrestarlo, ma nessuno riuscì a mettergli le mani addosso, perché non era ancora giunta la sua ora” (7,30). Quando l’ora viene, appare anche come l’ora dei nemici. “Questa è la vostra ora, è l’impero delle tenebre”, dice Gesù a “coloro che gli eran venuti contro, sommi sacerdoti, capi delle guardie del tempio e anziani” (Lc 22,52-53). In quest’ora buia sembra che il potere erompente del male non possa essere fermato da nessuno. E tuttavia anche quest’ora rimane sotto il potere del Padre. Sarà Lui a permettere ai nemici di Gesù di catturarlo. La loro opera si inscrive misteriosamente nel piano stabilito da Dio per la salvezza di tutti.  Più che l’ora dei nemici, l’ora della passione è dunque l’ora di Cristo, l’ora del compimento della sua missione. Il Vangelo di Giovanni ci fa scoprire le disposizioni intime di Gesù all’inizio dell’ultima Cena: “Gesù, sapendo che era giunta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine” (Gv 13,1). È dunque l’ora dell’amore, che vuole andare “sino alla fine”, cioè fino al dono supremo. Nel suo sacrificio, Cristo ci rivela l’amore perfetto: non avrebbe potuto amarci più profondamente!
 
Salmo 7: Card. Gianfranco Ravasi (Commento ai Salmi): Un innocente perseguitato, abbandonato dalle magistrature terrene, si rivolge alla suprema cassazione divina con un giuramento d’innocenza (vv. 4-6). È una potente automaledizione che l’orante emette nella certezza che nelle sue mani non c’è traccia d’ingiustizia e che, quindi, Dio non può tollerare la sua condanna assurda. Col ritmo di una marcia militare, il poeta lancia l’arcaico grido della guerra santa «Sorgi, Signore... svegliati!» (v. 7): il giusto giudice dei popoli non può restare indifferente di fronte al diritto violato. Deve accendersi d’ira, affilare la spada del suo giudizio, tendere il suo arco regale, puntarlo e far piombare nella fossa tutti i prepotenti e i perversi. Su tutta la lirica incombe questa monumentale figura del Dio giusto, guerriero implacabile nella difesa degli oppressi della terra.
 
In verità vi dico: «“In verità vi dico che nessun profeta è accetto in patria sua” (Lc 4,24). L’invidia non si manifesta mai per metà: dimentica dell’amore tra concittadini, fa diventare motivi di odio anche le naturali ragioni di affetto. Ma con questo esempio, e con queste parole, si vuol indicare che invano tu potresti attendere la grazia della misericordia celeste, se nutri invidia per la virtù degli altri; Dio, infatti, disprezza gli invidiosi e allontana le meraviglie del suo potere da coloro che disprezzano, negli altri, i doni suoi. Le azioni del Signore nella sua carne, sono espressione della sua divinità, e le sue cose invisibili ci vengono mostrate attraverso quelle visibili» (Ambrogio, In Luc., 4,46s).
 
Ci purifichino, o Signore, i tuoi sacramenti
e nella loro forza salvifica ci rendano a te graditi.
Per Cristo nostro Signore.

 

 19 Marzo 2021
 
San Giuseppe, Sposo della B. V. Maria
 
2Sam 7,4-5.12-14.16; Salmo 88 (89); Rm 4,13.16-18.22; Mt 1,16.18-21.24a [oppure Lc 2,41-51a])
 
Il Santo del giorno: 19 Marzo 2021 - San Giuseppe: Questa celebrazione ha profonde radici bibliche; Giuseppe è l’ultimo patriarca che riceve le comunicazioni del Signore attraverso l’umile via dei sogni. Come l’antico Giuseppe, è l’uomo giusto e fedele (Mt 1,19) che Dio ha posto a custode della sua casa. Egli collega Gesù, re messianico, alla discendenza di Davide. Sposo di Maria e padre putativo, guida la Sacra Famiglia nella fuga e nel ritorno dall’Egitto, rifacendo il cammino dell’Esodo. Pio IX lo ha dichiarato patrono della Chiesa universale e Giovanni XXIII ha inserito il suo nome nel Canone romano. (Mess. Rom.)
 
Colletta: Dio onnipotente, che hai voluto affidare gli inizi della nostra redenzione alla custodia premurosa di san Giuseppe, per sua intercessione concedi alla tua Chiesa di cooperare fedelmente al compimento dell’opera di salvezza. Per il nostro Signore Gesù Cristo...
 
San Giuseppe di Maria e di Gesù: Papa Francesco (Omelia, 19 Marzo 2013): Come esercita Giuseppe questa custodia? Con discrezione, con umiltà, nel silenzio, ma con una presenza costante e una fedeltà totale, anche quando non comprende. Dal matrimonio con Maria fino all’episodio di Gesù dodicenne al tempio di Gerusalemme, accompagna con premura e amore ogni momento. È accanto a Maria sua sposa nei momenti sereni e in quelli difficili della vita, nel viaggio a Betlemme per il censimento e nelle ore trepidanti e gioiose del parto; nel momento drammatico della fuga in Egitto e nella ricerca affannosa del figlio nel Tempio; e poi nella quotidianità della casa di Nazaret, nel laboratorio dove ha insegnato il mestiere a Gesù. Come vive Giuseppe la sua vocazione di custode di Maria, di Gesù, della Chiesa? Nella costante attenzione a Dio, aperto ai suoi segni, disponibile al suo progetto, non tanto al proprio; ed è quello che Dio chiede a Davide […]: Dio non desidera una casa costruita dall’uomo, ma desidera la fedeltà alla sua Parola, al suo disegno; ed è Dio stesso che costruisce la casa, ma di pietre vive segnate dal suo spirito.
 
I Lettura La profezia di Natan «è costruita su una opposizione: non è Davide che farà una casa (un tempio) a Jahve; è Jahve invece che farà una casa (una dinastia) a Davide. La promessa concerne essenzialmente la permanenza della dinastia davidica sul trono d’Israele. Così essa è compresa da Davide (vv 19.25.27.29, cfr. 2Sam 23,5 e Sal 89,30-38, Sal 132,11-12): è il testo della alleanza di Jahve con Davide e la sua dinastia. L’oracolo oltrepassa dunque la persona del primo successore di Davide, Salomone al quale è applicato dal v 13 e da 1Cr 17,11-14; 22,10; 28,6 e 1Re 5,19; 8,16-19. Il chiaroscuro della profezia lascia intravedere un discendente nel quale Dio si compiacerà. È il primo anello delle profezie sul Messia, figlio di Davide (Is 7,14; Mi 4,14; Ag 2,23); At 2,30 applicherà il testo a Cristo» (Bibbia di Gerusalemme).

II Lettura Per Paolo, la salvezza, culminante nella morte e risurrezione di Cristo, è per tutti gli uomini che credono con una fede che significhi, come Abramo, «sperare contro ogni speranza» (Rom 4,18). Poiché tutti gli uomini sono peccatori a nulla serve la legge per la salvezza. Essa è in sé buona e santa in quanto esprime la volontà di Dio (Rom 7,12-25; 1Tm 1,8), e tuttavia è incapace di conferire la giustizia (Gal 3,11.21s; Rom 3,20). Solo la fede in Cristo giustifica e Abramo è il modello della giustificazione per mezzo della fede perché egli fu giustificato non per le sue opere né per l’osservanza della legge, ma per aver creduto.

Vangelo Giuseppe suo sposo, poiché era uomo giusto...: è giusto perché è desideroso di osservare la legge che obbligava il marito a sciogliere il matrimonio in caso di adulterio, è giusto perché vuole mitigare con la magnanimità il rigore della legge desiderando evitare di esporre la sua sposa alla pubblica diffamazione, è giusto perché accetta con gioia la volontà di Dio anche se misteriosa e umanamente inspiegabile. L’angelo pone fine ai dubbi di Giuseppe: Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa. Infatti il bambino che è generato in lei viene dallo Spirito Santo. Nell’annuncio evangelico viene poi svelato il compito che attendeva, Giuseppe, e cioè quello d’imporre il nome al bambino e assumerne la paternità legale. La nascita di Gesù è collocata all’interno del grande disegno divino della salvezza, e si incarna nella storia umana rivelandosi tra le mura di una famiglia umile e timorata di Dio.
 
Dal Vangelo secondo Matteo (1,16.18-21.24a): Giacobbe generò Giuseppe, lo sposo di Maria, dalla quale è nato Gesù, chiamato Cristo. Così fu generato Gesù Cristo: sua madre Maria, essendo promessa sposa di Giuseppe, prima che andassero a vivere insieme si trovò incinta per opera dello Spirito Santo. Giuseppe suo sposo, poiché era uomo giusto e non voleva accusarla pubblicamente, pensò di ripudiarla in segreto. Mentre però stava considerando queste cose, ecco, gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse: «Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa. Infatti il bambino che è generato in lei viene dallo Spirito Santo; ella darà alla luce un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati». Quando si destò dal sonno, Giuseppe fece come gli aveva ordinato l’angelo del Signore.
 
Giuseppe figura degli apostoli: «In seguito, morto Erode, Giuseppe è avvertito da un angelo di riportarsi in Giudea con il bambino e sua madre. Nel far ritorno, avendo appreso che il figlio di Erode, Archelao, era re, ebbe paura di andarvi, e venne ancora avvertito da un angelo di passare in Galilea e di fissare la sua dimora in una cittadina di quella regione, Nazareth [cfr. Mt 2,22-23]. Così, egli riceve avviso di far ritorno in Giudea e, ritornato, ha paura. E, ricevuto nuovo avviso in sogno, ha l’ordine di recarsi in paese di pagani. Tuttavia, non avrebbe dovuto aver paura, dal momento che aveva ricevuto un avvertimento, oppure l’avvertimento che in seguito sarebbe stato modificato non avrebbe dovuto essere apportato da un angelo. Ma è stata osservata una ragione tipologica. Giuseppe è figura degli apostoli, ai quali è stato affidato Cristo per essere portato dovunque. Siccome Erode passava per morto, cioè il suo popolo si era perduto in occasione della Passione del Signore, essi hanno ricevuto il comando di predicare ai Giudei. Erano infatti stati inviati alle pecore perdute della casa d’Israele [cfr. Mt 15,24], ma, permanendo il dominio dell’incredulità ereditaria, essi temono e si ritirano. Avvertiti da un sogno, ovvero contemplando nei pagani il dono dello Spirito Santo [cfr. Gl 2,28-31], portano Cristo a questi ultimi, pur essendo stato inviato alla Giudea, chiamato però vita e salvezza dei pagani» (Ilario di Poitiers, In Matth., 2,1).
 
San Giuseppe - Paolo VI (Omelia, 19 Marzo 1965): Guardandolo nello specchio del racconto evangelico, Giuseppe ci si presenta con i tratti più salienti di estrema umiltà: un modesto e povero, oscuro, piccolo, primitivo operaio che nulla ha di singolare, che non lascia, nel Vangelo stesso, verun accento della sua voce. Nessuna parola di lui ci è ricordata: vi si parla unicamente del suo contegno, della sua condotta, di quanto ha fatto: e tutto in silenzioso nascondimento e in obbedienza perfetta. Era il Padre putativo di Cristo; lo Sposo della Vergine Immacolata; colui che ha dato stato civile in terra a Nostro Signore; che gli ha tributato l’assistenza più devota e necessaria, quella di cui hanno bisogno i pargoli, i fanciulli, gli adolescenti; quella di cui necessitano anche coloro che lavorano ed incominciano a sperimentare le angustie della vita e quel ch’è inerente alla grave fatica e al quotidiano sudore della fronte. Giuseppe è stato, in ogni momento ed in maniera esemplare, insuperabile custode, assistente, maestro. È stato quindi, in tale sua completa, sommessa dedizione, di una grandezza sovrumana che incanta. Fermiamo, perciò, il nostro sguardo, nella odierna ricorrenza, su questa sua umiltà.
 
Servo saggio e fedele: Giovanni Paolo II (Omelia,19 marzo 2001): “Ecco il servo saggio e fedele, che il Signore ha posto a capo della sua famiglia” (cfr. Lc 12,42). Così l’odierna liturgia ci presenta san Giuseppe, Sposo della Beata Vergine Maria e Custode del Redentore. Egli, servo fedele e saggio, ha accolto con obbediente docilità la volontà del Signore, che gli ha affidato la “sua” famiglia sulla terra, perché la curasse con quotidiana dedizione. In questa missione san Giuseppe perseverò con fedeltà e amore. Per questo la Chiesa ce lo addita come singolare modello di servizio a Cristo e al suo misterioso disegno di salvezza. E lo invoca come speciale patrono e protettore dell’intera famiglia dei credenti. In modo speciale, Giuseppe ci viene oggi indicato, nel giorno della sua festa, come il Santo sotto il cui efficace patrocinio la divina Provvidenza ha voluto porre le persone e il ministero di quanti sono chiamati ad essere, all’interno del popolo cristiano, “padri” e “custodi”.
 
San Giuseppe ci ottenga di amare la Chiesa: Benedetto XVI (Angelus 19 Marzo 2006): Dall’esempio di San Giuseppe viene a tutti noi un forte invito a svolgere con fedeltà, semplicità e modestia il compito che la Provvidenza ci ha assegnato. Penso anzitutto ai padri e alle madri di famiglia, e prego perché sappiano sempre apprezzare la bellezza di una vita semplice e laboriosa, coltivando con premura la relazione coniugale e compiendo con entusiasmo la grande e non facile missione educativa. Ai Sacerdoti, che esercitano la paternità nei confronti delle comunità ecclesiali San Giuseppe ottenga di amare la Chiesa con affetto e piena dedizione, e sostenga le persone consacrate nella loro gioiosa e fedele osservanza dei consigli evangelici di povertà, castità e obbedienza. Protegga i lavoratori di tutto il mondo, perché contribuiscano con le loro varie professioni al progresso dell’intera umanità, e aiuti ogni cristiano a realizzare con fiducia e con amore la volontà di Dio, cooperando così al compimento dell’opera della salvezza.
Giuseppe, poiché è uomo giusto, (questo significa che era abituato a scandagliare la volontà di Dio accettandola come norma di vita), certamente comprende subito di trovarsi davanti a un grande mistero. Per questo ritiene opportuno non dare alcun giudizio sulla sua promessa sposa di cui indubbiamente conosceva anche le preclari virtù. La giustizia «di Giuseppe consiste nel fatto che egli non vuole coprire con il suo nome un bambino di cui ignora il padre, ma anche nel fatto che, per compassione, rifiuta di consegnare Maria alla procedura rigorosa della Legge (Dt 22,20s), la lapidazione» (Bibbia di Gerusalemme). Sarà Dio stesso a dissipare ogni turbamento e dubbio dall’animo di Giuseppe. Mentre questi stava per mettere in atto la sua decisione, Dio gli invia un angelo in sogno che gli rivela tutto il mistero della maternità divina di Maria. Giuseppe non tarda ad accogliere la volontà di Dio divenendo in questo modo la «figura centrale della realizzazione della nascita “messianico davidica”: è lui il destinatario mediante il “sogno della rivelazione riguardante Gesù e il motivo della sua nascita; è lui l’ultimo della genealogia a dare “origine” giuridica del messia; è lui che, come “giusto” secondo la Legge, vorrebbe osservarla mandando via la sposa, tuttavia accoglie la “parola” di Dio che supera la Legge e la fa “adempiere” “facendo come l’angelo del Signore gli aveva comandato”» (Teodoro Pullez). Destatosi dal sonno, Giuseppe fa come gli aveva ordinato l’angelo e prende con sé la sua sposa. In questo gesto umile di profonda obbedienza alla volontà di Dio, brilla l’azione di Dio che travalica i tanti chiaroscuri della fragilità umana.
 
Giacobbe generò Giuseppe, lo sposo di Maria, dalla quale è nato Gesù - «In ogni fatto soprannaturale il Signore permette che vi siano alcune linee oscure, per lasciare integra la libertà, e pieno il merito della fede. Quelle oscurità ci fanno assentire a Dio che rivela e ci fanno sottoporre liberamente alla Chiesa che conferma la divina rivelazione... Il Vangelo dice che Maria diede alla luce il suo Figlio unigenito, perché tu abbia l’occasione di credere e di confessare che Egli è l’unigenito; dice che san Giuseppe non conobbe Maria fino a quando partorì il suo Figlio, perché tu creda che non la conobbe mai e si conservò vergine, e perché tu riconosca e confessi che il Verbo Incarnato fu concepito per opera dello Spirito Santo» (Don Dolindo Ruotolo).
 
Proteggi sempre la tua famiglia, o Signore,
che hai nutrito a questo altare nella gioiosa memoria di san Giuseppe,
e custodisci in noi i doni del tuo amore.
Per Cristo nostro Signore.

 

8 Marzo 2021
 
Lunedì III Settimana di Quaresima
 
2Re 5,1-15a; Salmo 41-42 [42-43]; Lc 4,24-30
 
 
Il Santo del Giorno - Giovanni di Dio. La “follia” dell’amore di Dio vissuta accanto ai malati: L’amore di Dio è pazzia agli occhi del mondo, ma è proprio questo amore folle che si fa presente là dove si esprimono le imperfezioni del mondo, nelle fragilità e nelle malattie. Ecco perché un santo come Giovanni di Dio non poteva che essere preso per pazzo dai propri contemporanei. Nato a Lisbona nel 1495 Juan Ciudad fuggì di casa all’età di 8 anni, fece il pastore in Spagna e poi a 27 anni intraprese la carriera militare. Dopo aver lasciato le armi aprì una libreria a Granada, dove un giorno, a 43 anni, gli capitò di ascoltare una predica di Giovanni d’Avila. Folgorato, lasciò ogni cosa e si mise a predicare lungo le strade, finendo per essere indicato come matto e quindi rinchiuso. In quel frangente, in mezzo alla sofferenza umana, comprese di essere chiamato a portare speranza ai malati: era il seme dei suoi Fratelli Ospedalieri, i Fatebenefratelli. Il fondatore morì nel 1550.
 
Colletta: Con la tua continua misericordia, o Padre, purifica e rafforza la tua Chiesa, e poiché non può sostenersi senza di te non privarla mai della tua guida. Per il nostro Signore Gesù Cristo...
 
In verità io vi dico: nessun profeta è bene accetto nella sua patria: Giovanni Paolo II (Omelia, 3 febbraio 1980): Certo, il messaggio di Gesù è destinato a “far problema” nella vita di ogni essere umano. Ce lo ricordano anche le letture della liturgia di oggi, e soprattutto il testo del Vangelo di Luca, che abbiamo or ora ascoltato. Esso ci induce a ritornare ancora una volta col pensiero alle parole che ha lasciato nella nostra memoria la solennità di ieri. Nel momento della Presentazione di Gesù al tempio, che ebbe luogo il quarantesimo giorno dopo la nascita, il vecchio Simeone aveva pronunziato sul Bambino le seguenti parole: “Egli è qui per la rovina e la risurrezione di molti in Israele, segno di contraddizione” (Lc 2,34). Oggi siamo testimoni della contraddizione che Cristo incontrò all’inizio stesso della sua missione - nella sua Nazaret -. Ecco: quando in base alle parole del profeta Isaia, rilette nella sinagoga di Nazaret, Gesù fece capire ai suoi compaesani che la predizione si riferiva proprio a lui - e cioè che era lui il preannunciato messia di Dio (l’unto nella potenza dello Spirito Santo) - sorse dapprima lo stupore, poi l’incredulità ed infine gli ascoltatori “furono pieni di sdegno” (Lc 4,28), e si trovarono concordi nella decisione di gettarlo giù dal monte sul quale era costruita la città di Nazaret... “Ma egli, passando in mezzo a loro, se ne andò” (Lc 4,30).
 
I Lettura Nonostante un nazionalismo asfissiante, e tenacemente incollato nei cuori dei Giudei, il brano veterotestamentario ha una apertura universalista del tutto inaspettata. Il Signore Dio guida i destini dei popoli, del popolo d’Assiria come quello di Israele, e come guarisce i suoi figli israeliti, così, come un padre amabile, è pronto a chinarsi sulla miseria di Naamàn il Siro, un pagano, per guarirlo dalla sua perniciosa malattia.
 
Vangelo Il cuore degli uomini è insondabile, così il cuore dei Nazaretani. Avrebbero dovuto gioire di Gesù, un loro conterraneo, avrebbero dovuto essere fieri di un compaesano la cui fama ormai si diffondeva anche fuori dai confini della Palestina, e all’opposto aprono il cuore e la mente alla gelosia, all’astio, e invece di esultare concepiscono progetti maledetti, progetti di morte, e sono immantinente pronti a stendere la mano sull’innocente pur di dare libero sfogo alle loro insane passioni.
 
Dal Vangelo secondo Luca (4,24-30): In quel tempo, Gesù [cominciò a dire nella sinagoga a Nàzaret:] «In verità io vi dico: nessun profeta è bene accetto nella sua patria. Anzi, in verità io vi dico: c’erano molte vedove in Israele al tempo di Elìa, quando il cielo fu chiuso per tre anni e sei mesi e ci fu una grande carestia in tutto il paese; ma a nessuna di esse fu mandato Elìa, se non a una vedova a Sarèpta di Sidóne. C’erano molti lebbrosi in Israele al tempo del profeta Elisèo; ma nessuno di loro fu purificato, se non Naamàn, il Siro». All’udire queste cose, tutti nella sinagoga si riempirono di sdegno. Si alzarono e lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del monte, sul quale era costruita la loro città, per gettarlo giù. Ma egli, passando in mezzo a loro, si mise in cammino.
 
Il brano evangelico è molto noto, i nazaretani pretendono da Gesù un miracolo che certifichi la sua missione divina. Gesù non si piega a questa logica umana e risponde con un excursus biblico. Al tempo del profeta Elia il cielo si era chiuso perché Israele aveva apostatato. Solo una donna pagana aveva potuto beneficiare dell’azione miracolosa di Dio (cfr. 1Re 17,1-6). E al tempo del profeta Eliseo solo Naaman il Siro, un pagano, un cane (epiteto che gli ebrei davano ai pagani cfr. Mt 15,26; Fil 3,3), un dannato agli occhi degli Israeliti, che si ritenevano giusti dinanzi a Dio (cfr. Lc 16,15), poté essere guarito perché aveva creduto alle parole del profeta (cfr. 2Re 5,1-14). Queste parole di Gesù suonano come un’accusa insopportabile e fa saltare i nervi agli Israeliti convenuti nella sinagoga: «tutti nella sinagoga si riempirono di sdegno». Un sentimento acido che nasceva dal fatto che i congregati nella sinagoga avevano compreso bene che la missione di Gesù «superava i limiti angusti d’Israele ed era destinata a tutte le nazioni. Era uno schiaffo per il nazionalismo esasperato degli ebrei, che attendevano dal Messia la liberazione dal giogo straniero e la restaurazione del regno davidico per il dominio su tutte le nazioni pagane» (Angelico Poppi). E poiché lo sdegno è a un passo dalla follia, così l’azione precipita e Luca lo sottolinea con un inarrestabile crescendo: si alzarono... lo cacciarono fuori della città... lo condussero fin sul ciglio del monte... per gettarlo giù dal precipizio. Ma al di là delle reazioni concitate dei nazaretani, nelle parole di Gesù si possono cogliere alcune sfumature. Innanzi tutto, l’universalità della Buona Notizia: essa è rivolta a tutti gli uomini e non contano affatto parentele o appartenenze a clan o a gruppi. La preferenza data a Cafarnao entra dentro questa logica divina. Di fatto, di lì a poco, abbandonando Nazaret Gesù ritornerà a Cafarnao, il «paese di Zàbulon e il paese di Neftali, sulla via del mare, al di là del Giordano, Galilea delle genti» (Mt 4,13). Poi, alcuni particolari fanno pensare ad un annuncio della passione del Cristo. L’annotazione - «lo cacciarono fuori della città» - fa ricordare la parabola dei vignaioli omicidi i quali cacciarono il figlio unigenito «fuori della vigna e l’uccisero» (Lc 20,9ss). Gesù morirà crocifisso fuori le mura della città di Gerusalemme. Il rifiuto dei nazaretani è una spaventosa anteprima di quanto accadrà al Cristo: vi è celata quella dura opposizione a cui andrà incontro Gesù e che segnerà la sua orrenda morte. Al tentativo di precipitarlo giù dal precipizio, Gesù «passando in mezzo a loro, si mise in cammino». Gesù non compie un miracolo, che d’altronde si era rifiutato di compiere, ma vuol fare capire ai suoi oppositori che lui andrà avanti per la sua strada, gli uomini potranno ritardare il suo compimento. Una verità che troviamo espressa soprattutto nel vangelo di Giovanni: i nemici del Cristo non possono attentare alla sua vita, finché «la sua ora non è giunta» (cfr. Gv 7,30; 8,20.59; 10,39; 11,54).
 
Tutti nella sinagoga si riempirono di sdegno...: Benedetto XVI (Omelia, 1 marzo 2006): Ogni giorno, ma particolarmente in Quaresima, il cristiano deve affrontare una lotta, come quella che Cristo ha sostenuto nel deserto di Giuda, dove per quaranta giorni fu tentato dal diavolo, e poi nel Getsemani, quando respinse l’estrema tentazione accettando fino in fondo la volontà del Padre. Si tratta di una battaglia spirituale, che è diretta contro il peccato e, ultimamente, contro satana. È una lotta che investe l’intera persona e richiede un’attenta e costante vigilanza. Osserva sant’Agostino che chi vuole camminare nell’amore di Dio e nella sua misericordia non può accontentarsi di liberarsi dai peccati gravi e mortali, ma “opera la verità riconoscendo anche i peccati che si considerano meno gravi ... e viene alla luce compiendo opere degne. Anche i peccati meno gravi, se trascurati, proliferano e producono la morte” (In Io. evang. 12,13,35). La Quaresima ci ricorda, pertanto, che l’esistenza cristiana è un combattimento senza sosta, nel quale vanno utilizzate le “armi” della preghiera, del digiuno e della penitenza. Lottare contro il male, contro ogni forma di egoismo e di odio, e morire a se stessi per vivere in Dio è l’itinerario ascetico che ogni discepolo di Gesù è chiamato a percorrere con umiltà e pazienza, con generosità e perseveranza. La docile sequela del divino Maestro rende i cristiani testimoni e apostoli di pace. Potremmo dire che questo interiore atteggiamento ci aiuta a meglio evidenziare anche quale debba essere la risposta cristiana alla violenza che minaccia la pace nel mondo. Non certo la vendetta, non l’odio e nemmeno la fuga in un falso spiritualismo. La risposta di chi segue Cristo è piuttosto quella di percorrere la strada scelta da Colui che, davanti ai mali del suo tempo e di tutti i tempi, ha abbracciato decisamente la Croce, seguendo il sentiero più lungo ma efficace dell’amore. Sulle sue orme e uniti a Lui, dobbiamo tutti impegnarci nell’opporci al male con il bene, alla menzogna con la verità, all’odio con l’amore. Nell’Enciclica Deus caritas est ho voluto presentare questo amore come il segreto della nostra conversione personale ed ecclesiale. Richiamandomi alle parole di Paolo ai Corinzi: “L’amore del Cristo ci spinge” (2 Cor 5,14), ho sottolineato come “la consapevolezza che in Lui Dio stesso si è donato per noi fino alla morte deve indurci a non vivere più per noi stessi, ma per Lui, e con Lui per gli altri” (n. 33).
 
Perché questa invidia?: Paolo VI (Udienza Generale, 28 settembre 1988): Come si è giunti alla morte di Gesù di Nazaret? Come si spiega il fatto che egli è stato dato a morte dai rappresentanti della sua nazione, che lo hanno consegnato al “procuratore” romano, il cui nome, trasmesso dai Vangeli, figura anche nei Simboli di fede? Per ora cerchiamo di raccogliere le circostanze, che “umanamente” spiegano la morte di Gesù. L’evangelista Marco, descrivendo il processo di Gesù davanti a Ponzio Pilato, annota che egli era stato “consegnato per invidia” e che Pilato era cosciente di questo fatto: “Sapeva... che i sommi sacerdoti glielo avevano consegnato per invidia” (Mc 15,10). Chiediamoci: perché questa invidia? Noi possiamo trovarne le radici nel risentimento non solo per ciò che Gesù insegnava, ma per il modo in cui lo faceva. Se, al dire di Marco, egli insegnava “come uno che ha autorità, e non come gli scribi” (Mc 1,22), questa circostanza doveva mostrarlo agli occhi di questi ultimi come una “minaccia” per il loro proprio prestigio. Di fatto, sappiamo che già l’inizio dell’insegnamento di Gesù nella sua città natale porta a un conflitto. Il trentenne nazareno infatti, prendendo la parola nella sinagoga, indica se stesso come colui sul quale si compie l’annunzio del Messia, pronunciato da Isaia. Ciò provoca negli uditori stupore e in seguito indignazione, così che essi vogliono gettarlo giù dal monte “sul quale la loro città era situata” ... “ma egli, passando in mezzo a loro, se ne andò” (Lc 4, 29-30). Questo incidente è solo l’inizio: è il primo segnale delle successive ostilità.
 
Gesù Cristo è venuto, come Elia per la vedova: «“In verità vi dico: C’erano molte vedove al tempo di Elia in Israele, quando il cielo fu chiuso per tre anni e sei mesi, quando venne una gran fame su tutta la terra; e a nessuna di loro fu mandato Elia, se non a una vedova in Sarepta di Sidone” [Lc 4,25]. Non sono stato mandato a voi, dice; non son venuto per guarire voi, perché non a tutte le vedove fu mandato Elia. Questo significava la sua condotta; lui era un segno, io sono la realtà. Io son venuto a curare, a saziare di cibo spirituale, a strappare dalla fame e dall’indigenza quella vedova di cui è scritto: “Benedirò la sua vedova, sazierò di pane i suoi poveri” [Sal 131,15]. Questa vedova è la santa Chiesa ma può essere anche qualunque anima dei fedeli. Il Signore, infatti, venne per chiamare tutti e a liberare tutti dalla fame. Se non fosse venuto e non avesse parlato, non avrebbero commesso peccato; ma ora non hanno una giustificazione per i loro peccati» (Bruno di Segni, In Luc., 1,5).
 
Siamo arrivati al termine. Possiamo mettere in evidenza:
**** L’anima mia anela e desidera gli atri del Signore. Il mio cuore e la mia carne esultano nel Dio vivente. (Sal 83,3)
Ora nel silenzio, nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.
 
La comunione al tuo sacramento ci purifichi, o Signore,
e ci raccolga nell’unità e nella pace.
Per Cristo nostro Signore.
 
 
8 Marzo 2021
San Giovanni di Dio, Fondatore
 
Giovanni di Dio, al secolo Juan Ciudad, nasce à Montemor-o-Novo (Portogallo) l’8 marzo 1495. All’età di 8 anni, assieme ad un chierico si allontanò dalla casa paterna e giunse in Spagna, dove ad Oropesa (Toledo) fu accolto dalla famiglia di Francisco Cid, detto “el Mayoral”. 
Fino a 27 anni fece il pastore e il contadino, poi si arruolò tra i soldati di ventura. Nella celebre battaglia di Pavia tra Carlo V e Francesco I, Giovanni di Dio si trovò nello schieramento vincitore, cioè dalla parte di Carlo V. Più tardi partecipò alla difesa di Vienna stretta d’assedio dall’ottomano Solimano II.
Chiusa la parentesi militaresca, finché ebbe soldi nel borsello vagò per mezza Europa e finì in Africa a fare il bracciante; per qualche tempo fece pure il venditore ambulante a Gibilterra, commerciando paccottiglia; stabilitosi infine a Granada vi aprì una piccola libreria.
 Avvertiva già una grande vocazione per Gesù nell’assistenza dei poveri e dei malati, ma Giovanni mutò radicalmente indirizzo alla propria vita, in seguito ad una predica di (san) Giovanni d’Avila.
Abbandonò, allora, tutto: vendette libri e negozio, si privò anche delle scarpe e del vestito, e andò a mendicare per le vie di Granada, rivolgendo ai passanti la frase che sarebbe divenuta l’emblema di una nuova benemerita istituzione: “Fate (del) bene, fratelli, a voi stessi”.
La carità che la gente gli faceva veniva spartita infatti tra i più bisognosi. Ma gli abitanti di Granada credettero di fare del bene a lui rinchiudendolo in manicomio.
Malinteso provvidenziale: in manicomio Giovanni si rese conto della colpevole ignoranza di quanti pretendevano curare le malattie mentali con metodi degni di un torturatore.
Così, appena poté liberarsi da quell’inferno, fondò, con l’aiuto di benefattori, un suo ospedale. Pur completamente sprovvisto di studi di medicina, Giovanni si mostrò più bravo degli stessi medici, in particolar modo nel curare le malattie mentali, inaugurando, con grande anticipo nel tempo, quel metodo psicoanalitico o psicosomatico che sarà il vanto (quattro secoli dopo ... ) di Freud e discepoli.
La cura dello spirito era la premessa per una proficua cura del corpo.
Giovanni di Dio raccolse i suoi collaboratori in una grande famiglia religiosa, l’“Ordine Ospedaliero”, meglio conosciuto col nome di “Fatebenefratelli”. Si impegnò anche nei confronti delle prostitute, aiutandole a reinserirsi nella società.
L’Arcivescovo di Granada gli cambiò il nome in Giovanni di Dio.
Giovanni muore a Granada, a soli cinquantacinque anni, il giorno del suo compleanno, l’8 marzo 1550.
Papa Alessandro VIII (Pietro Vito Ottoboni, 1689-1691) lo canonizzò nel 1690. Papa Leone XIII (Vincenzo Gioacchino Raffaele Luigi Pecci,1878-1903) lo dichiarò patrono degli ospedali e di quanti operano per restituire la salute agli infermi.
Fonti principali: santiebeati.it; wikipedia.org (“RIV./gpm”).
 
Dalla prima biografia di san Giovanni di Dio Capitolo 8
 
DI CIÒ CHE POI ACCADDE A GIOVANNI E COME FU PRESO PER PAZZO
 
Il padre maestro Avila rendeva molte grazie a nostro Signore, vedendo i grandi segni di contrizione del nuovo penitente e il dolore che mostrava di sentire per avere offeso il Signore; e gli concesse di accoglierlo come figlio spirituale fin d’allora, e gli promise che avrebbe avuto cura di consigliargli ciò che sarebbe stato conveniente, dicendo: «Fratello Giovanni, confortatevi molto in nostro Signore Gesù Cristo e confidate. nella sua misericordia, poiché avendo egli incominciato quest’opera, la porterà a compimento; e siate fedele e costante in ciò che avete iniziato. Non voltatevi indietro, né lasciatevi vincere dal demonio. Sappiate che coloro che combattono come bravi cavalieri nella milizia di questo Signore sino alla fine, godranno con lui nella gloria; e quelli che voltano le spalle come codardi, cadranno nelle mani dei loro nemici e periranno per sempre. Quando, poi, vi sentirete sconsolato e afflitto (il che non può mancare) per le fatiche e le tentazioni che sogliono incontrare coloro che incominciano a combattere le battaglie del Signore, venite da me, perché, conoscendo io le percosse e le ferite che più vi fanno soffrire, e le insidie con le quali maggiormente vi combatte l’avversario, con la grazia e il favore di nostro Signore troverete la medicina salutare che curi la vostra anima, e nuove forze per combattere contro i vostri nemici. Andate in pace, con la benedizione del Signore e mia, perché io confido nel Signore che non vi sarà negata la sua misericordia». Giovanni di Dio rimase tanto consolato ed animato dalle parole e dai buoni consigli di quel santo uomo, che ricuperò di nuovo le forze per dispregiare se stesso e mortificare la propria carne e desiderare di essere da tutti preso e stimato pazzo e cattivo e degno di ogni disprezzo e disonore, per meglio servire e piacere a Gesù Cristo, poiché viveva solo sotto il suo sguardo, e per meglio coprire con questa santa cautela la grazia che aveva ricevuto dalla sua mano. E per questo, uscendo dal padre Avila, scelse come mezzo di andare a piazza Bibarrambla, dove si gettò e si arrotolò tutto in una pozza di fango che vi era, e, mettendo la bocca nel fango, cominciò a confessare ad alta voce, davanti a tutti quelli che lo guardavano (ed erano molti) i peccati che gli venivano in mente, dicendo: «Io sono stato un grandissimo peccatore verso il mio Dio, e l’ho offeso in questo e quest’altro peccato. Un traditore che ha fatto questo, quindi, che cosa merita se non di essere da tutti percosso e maltrattato e tenuto per il più vile del mondo e gettato nel fango e nel loto dove vengono buttate le immondizie?».
Tutta la gente del volgo, vedendo ciò, credette che avesse perso la ragione. Ma siccome egli era ormai tutto infiammato della grazia del Signore e desiderava morire per lui ed essere vilipeso e disprezzato da tutti, perché di fatto lo facessero, usci dal fango e, così come stava, cominciò a correre per le principali strade della città, saltando e facendo mostra di essere pazzo.
Al vederlo, i ragazzi e una numerosa plebaglia cominciarono a seguirlo, gridando e schiamazzando e tirandogli sassi e fango ed altre molte immondizie. Ma egli soffriva tutto con molta pazienza e contentezza, come se fosse a una festa, sembrandogli gran fortuna poter giungere a soddisfare i suoi desideri di patire qualche cosa per colui che tanto amava, e senza fare del male a nessuno.
Portava una croce di legno nelle mani e la dava a baciare a tutti. E se qualcuno gli diceva di baciare la terra per amore di Gesù, obbediva subito e lo faceva, anche se c’era molto fango e glielo avesse comandato un fanciullo.
Fece questo per alcuni giorni con tanto fervore, che molte volte cadeva in terra stanco e stordito dallo schiamazzo e dagli urtoni e dalle percosse che gli davano, poiché usava tanta abilità nel fingere la pazzia, che realmente quasi tutti lo credettero pazzo. Era, poi, tanto debole per le continue sofferenze che gli infliggevano e per il poco nutrimento, che non poteva reggersi in piedi, e, ciò non ostante, non era ancora sazio di obbrobri, ed offriva con volto lieto (senza lagnarsi né protestare) il proprio corpo alle sassate e alle percosse dei ragazzi.
Avendolo visto in tale stato due uomini dabbene della città, mossi a compassione di lui, lo presero per mano e, togliendolo dallo schiamazzo del volgo, lo condussero all’Ospedale Reale, che è il luogo dove vengono rinchiusi e curati i pazzi della Città, e pregarono il maggiordomo di volerlo ricoverare e farlo curare, mettendolo in una stanza, dove non vedesse gente e potesse riposare, perché così forse si sarebbe guarito della pazzia che lo aveva colpito.
Il maggiordomo, poiché lo aveva visto andare per la città e soffrire quel tormento, lo ricevette subito ed ordinò a un infermiere di ricoverarlo.
Avendolo visto così maltrattato, con gli indumenti a brandelli e pieno di ferite e lividure per le percosse e le sassate, lo presero subito in cura. E sebbene all’inizio procurarono di trattarlo con buone maniere perché potesse tornare in sé e non soccombesse, dato che la principale cura che ivi si pratica a questi tali consiste in sferzate e nel contenerli in aspri vincoli, e cose simili, affinché, mediante il dolore e il castigo, perdano ferocia e, tornino in sé, gli legarono i piedi e le mani, e, nudo, con un flagello a doppia corda, gli diedero una buona dose di frustate.
Siccome, però, la sua infermità era di essere ferito dall’amore di Gesù Cristo, affinché, per suo amore, gli dessero più frustate e lo trattassero peggio, cominciò a dire in questo modo: «Oh, traditori nemici della virtù, perché trattate cosi male e con tanta crudeltà questi poveri infelici e fratelli miei che si trovano in questa casa di Dio insieme a me? Non sarebbe meglio che aveste compassione di essi e delle loro sofferenze, e li puliste e deste loro da mangiare con più carità ed amore di quello che non fate, poiché i Re Cattolici per questo lasciarono tutte le rendite che occorrevano?».
Udendo ciò gli infermieri, sembrando loro che alla pazzia aggiungesse la malizia, e volendolo curare dell’una e dell’altra, alla flagellazione aggiunsero altri poderosi colpi, più di quanti ne davano a coloro che ritenevano soltanto pazzi.
Non per questo egli cessava, sotto quel pretesto, di rimproverarli per le negligenze che vedeva commettere da essi. Ma tutto gli veniva ricambiato con una doppia dose di frustate. E così, in questo modo, patì molto più di quanto possa dirsi, offrendo in cuor suo tutto a colui per amore del quale soffriva e per il quale si era messo in quell’impresa.
 
Dalle «Lettere» di san Giovanni di Dio, religioso (Archivio gen. Ord. Osped., quaderno: «De las cartas...», ff. 23-24, 27; O. Marcos, Cartas y escritos de nuestro glorioso padre san Juan de Dios, Madrid, 1935, pp. 18-19; 48-50)
 
Cristo è fedele e a tutto provvede
 
Se guardassimo alla misericordia di Dio, non cesseremo mai di fare il bene tutte le volte che se ne offre la possibilità. Infatti quando, per amor di Dio, passiamo ai poveri ciò che egli stesso ha dato a noi, ci promette il centuplo nella beatitudine eterna. O felice guadagno, o beato acquisto! Chi non donerà a quest’ottimo mercante ciò che possiede, quando cura il nostro interesse e ci supplica a braccia aperte di convertirci a lui e di piangere i nostri peccati e di metterci al servizio della carità, prima verso di noi e poi verso il prossimo? Infatti come l`acqua estingue il fuoco, così la carità cancella il peccato (cfr. Sir 3, 29).
Vengono qui tanti poveri, che io molto spesso mi meraviglio in che modo possano esser mantenuti. Ma Gesù Cristo provvede a tutto e tutti sfama. Molti poveri vengono nella casa di Dio, perché la città di Granada è grande e freddissima, soprattutto ora che è inverno. Abitano ora in questa casa oltre centodieci persone: malati, sani, poveri, pellegrini. Dato che questa è la casa generale, accoglie malati di ogni genere e condizione: rattrappiti nelle membra, storpi lebbrosi, muti, dementi, paralitici, tignosi, stremati dalla vecchiaia, molti fanciulli e inoltre innumerevoli pellegrini e viandanti, che giungono qui e trovano fuoco, acqua, sale e recipienti in cui cuocere i cibi. Non esistono stanziamenti pecuniari per tutti costoro, ma Cristo provvede.
Perciò lavoro con denaro altrui e sono prigioniero per onore di Gesù Cristo. Sono così oppresso dai debiti, che spesso non oso uscire di casa a motivo dei creditori ai quali devo rispondere. D’altra parte vi sono tanti poveri fratelli, mio prossimo, provati oltre ogni possibilità umana, sia nell’anima che nel corpo, che io sento grandissima amarezza di non poter soccorrere. Confido tuttavia in Cristo che conosce il mio cuore. Perciò dico: Maledetto l’uomo che confida negli uomini e non confida in Cristo. Volente o nolente, gli uomini ti lasceranno. Cristo invece è fedele e immutabile. Cristo veramente provvede a tutto. A lui rendiamo sempre grazie. Amen.
 
 
Pratica: La carità sarà la fiamma che alimenterà la mia vita.
 
Preghiera: Signore, che in san Giovanni di Dio hai fatto risplendere la tua misericordia verso i poveri e i malati, concedi anche a noi di esprimere con le opere la stessa carità, per essere accolti fra gli eletti nel tuo regno. Per il nostro Signore.