7 Marzo 2021
III Domenica di Quaresima
Es 20,1-17; Sal 18 (19); 1Cor 1,22-25; Gv 2,13-25
Il Santo del Giorno - Santa Anna Maria Redi - Della storia di santa Anna Maria Redi, che da carmelitana assunse il nome di Teresa Margherita del Cuore di Gesù, ciò che colpisce è di certo il ruolo che ebbe il padre. Nata ad Arezzo nel 1747, infatti, Anna Maria crebbe alla luce del Vangelo, dimostrando da subito di sentirsi attratta da Gesù e dal messaggio del Vangelo. Nel 1756 fu accolta nell’educandato delle Benedettine di Sant’Apollonia a Firenze e qui iniziò un intenso rapporto epistolare con il padre Ignazio Maria Redi, che l’accompagnò fino alla professione da carmelitana nel 1766. Due anni prima, infatti, era entrata nel monastero fiorentino di Santa Maria degli Angeli, conducendo una vita dedita a mistica e servizio. Nel 1770, giovanissima, morì in seguito a una peritonite. (Matteo Liut, Avvenire)
Colletta: Signore nostro Dio, che riconduci i cuori dei tuoi fedeli all’accoglienza di tutte le tue parole, donaci la sapienza della croce, perché in Cristo tuo Figlio diventiamo tempio vivo del tuo amore. Egli è Dio, e vive e regna con te.
Benedetto XVI (Angelus 11 Marzo 2012): Il Vangelo di questa terza domenica di Quaresima riferisce – nella redazione di san Giovanni – il celebre episodio di Gesù che scaccia dal tempio di Gerusalemme i venditori di animali e i cambiamonete (cfr Gv 2,13-25). Il fatto, riportato da tutti gli Evangelisti, avvenne in prossimità della festa di Pasqua e destò grande impressione sia nella folla, sia nei discepoli. Come dobbiamo interpretare questo gesto di Gesù? Anzitutto va notato che esso non provocò alcuna repressione dei tutori dell’ordine pubblico, perché fu visto come una tipica azione profetica: i profeti infatti, a nome di Dio, denunciavano spesso abusi, e lo facevano a volte con gesti simbolici. Il problema, semmai, era la loro autorità. Ecco perché i Giudei chiesero a Gesù: “Quale segno ci mostri per fare queste cose?” (Gv 2,18), dimostraci che agisci veramente a nome di Dio.
I lettura: Le dieci parole, la magna charta della religione ebraica, elencano i doveri verso Dio e verso il prossimo. Il Decalogo conserva tutto il suo valore anche nella Nuova Legge, la quale lo interpreta «alla luce [del] duplice ed unico comandamento della carità, pienezza della Legge. Infatti il precetto: Non commettere adulterio, non uccidere... si riassume in queste parole: Amerai il prossimo tuo come te stesso. L’amore non fa nessun male al prossimo: pieno compimento della legge è l’amore [Rom 13,9-10]» (Catechismo della Chiesa Cattolica 2053-2055).
II lettura: Da sempre gli uomini sono alla ricerca di sicurezze umane: miracoli che garantiscano la verità del messaggio; scienza o sapere sapienziale che soddisfi una intelligenza bramosa di conoscere. Per Paolo questa ricerca non è condannabile in se stessa, ma se diventa un’esigenza primaria che spinge a rifiutare il Vangelo, allora è inammissibile. Grande è poi, il mistero della croce: umanamente, «appare come il contrario dell’attesa, sia degli ebrei come dei greci: sconfitta anziché manifestazione gloriosa, stoltezza anziché sapienza. Ma, nella fede, la croce appare come qualcosa che colma e oltrepassa l’attesa: potenza e sapienza di Dio» (Bibbia di Gerusalemme).
Vangelo: Gesù vuole suggerire che il suo corpo risuscitato sarà il centro del culto in spirito e verità (Cf. Gv 4,21s), il luogo della presenza divina (Cf. Gv 1,14), il tempio spirituale da dove zampilla la sorgente d’acqua viva (Cf. Gv 7,37-39; 19,34). È uno dei grandi simboli giovannei (Cf. Ap 21,22).
Dal Vangelo secondo Giovanni 2,13-25: Si avvicinava la Pasqua dei Giudei e Gesù salì a Gerusalemme. Trovò nel tempio gente che vendeva buoi, pecore e colombe e, là seduti, i cambiamonete. Allora fece una frusta di cordicelle e scacciò tutti fuori del tempio, con le pecore e i buoi; gettò a terra il denaro dei cambiamonete e ne rovesciò i banchi, e ai venditori di colombe disse: «Portate via di qui queste cose e non fate della casa del Padre mio un mercato!». I suoi discepoli si ricordarono che sta scritto: «Lo zelo per la tua casa mi divorerà». Allora i Giudei presero la parola e gli dissero: «Quale segno ci mostri per fare queste cose?». Rispose loro Gesù: «Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere». Gli dissero allora i Giudei: «Questo tempio è stato costruito in quarantasei anni e tu in tre giorni lo farai risorgere?». Ma egli parlava del tempio del suo corpo. Quando poi fu risuscitato dai morti, i suoi discepoli si ricordarono che aveva detto questo, e credettero alla Scrittura e alla parola detta da Gesù. Mentre era a Gerusalemme per la Pasqua, durante la festa, molti, vedendo i segni che egli compiva, credettero nel suo nome. Ma lui, Gesù, non si fidava di loro, perché conosceva tutti e non aveva bisogno che alcuno desse testimonianza sull’uomo. Egli infatti conosceva quello che c’è nell’uomo.
Si avvicinava la Pasqua dei Giudei - Questa indicazione potrebbe rivelare una mal celata polemica verso i culti ebraici, specialmente verso la pasqua ebraica definitivamente sostituita con la pasqua cristiana. È la prima delle tre Pasque registrate dal Vangelo di Giovanni (Cf. 6,4; 11,55).
Il verbo greco, egheiro (lo farò risorgere), che troviamo nella frase è lo stesso usato per indicare la risurrezione di Gesù. Se negli altri testi del Nuovo Testamento è Dio che fa risorgere Gesù, nel Vangelo di Giovanni è Gesù ad avere il potere di risorgere: Figlio di Dio (Cf. Mc 1,1), Cristo Gesù, come il Padre risuscita i morti e dona la vita a chi vuole (Cf. Gv 5,21). Egli è la risurrezione e la vita, chi crede in lui, anche se muore, vivrà (Cf. Gv 11,25). Gesù ha il potere di dare la vita e di riprenderla di nuovo (Cf. Gv 10,17-18). Se nell’episodio della purificazione del Tempio, l’attestazione della divinità di Gesù è discreta e alquanto velata, questa si farà sempre più chiara con l’incalzare degli eventi tanto da entrare tra i capi d’accusa contro il giovane Rabbi di Nazaret: i Giudei «cercavano di ucciderlo: perché non soltanto violava il sabato, ma chiamava Dio suo Padre, facendosi uguale a Dio» (Gv 5,18).
Al pari dei Giudei, anche i discepoli non comprendono, infatti soltanto quando fu risuscitato dai morti si ricordarono e credettero: «Giovanni si riferisce a quel ricordarsi e capire che fu tipico del periodo dopo la risurrezione: alla luce di quell’evento anche tutta la storia precedente si fa chiara, perfettamente logica; allora la fede dei discepoli è piena e decisa» (Carlo Buzzetti).
Molti, vedendo i segni che egli compiva, credettero nel suo nome: alla fede dei neo convertiti non corrisponde la fiducia di Gesù proprio perché, come annota l’evangelista, la loro fede era basata sui segni. Praticamente, una fede in «Gesù taumaturgo. Gesù conosce il cuore dell’uomo [1,42-27; 6,70-71] e perciò non si fida di questa fede, anche se essa alle volte può arrivare alla perfezione, come accadde al cieco nato e allo stesso Nicodemo, che viene ovviamente considerato uno di coloro che credettero in Gesù per i segni da lui operati» (Giuseppe Segalla).
Scacciò tutti - Nel racconto della purificazione del Tempio, Gesù si mostra come modello di coraggio e di fortezza. La fortezza cristiana è partecipazione alla forza di Cristo: attingendo forza nel Signore e nel vigore della sua potenza, rivestiti della corazza di Dio, i cristiani potranno resistere alle insidie del diavolo e vincere i dominatori di questo mondo di tenebra (Cf. Ef 6,10-12). Avranno forza dallo Spirito Santo (Atti 1,8; 2Tm 1,7-8) per essere «veri testimoni di Cristo, per confessare coraggiosamente il nome di Cristo e per non vergognarsi mai della sua croce» (Catechismo della Chiesa Cattolica 1303).
Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere: «la risposta data dal Signore ai giudei che chiedono un segno fonde insieme il discorso intorno al Tempio e quello intorno al suo Corpo... E invero l’uno e l’altro sembrano raffigurare la Chiesa... Come il corpo sensibile di Gesù è stato crocefisso, sepolto e quindi resuscitato, così tutto il Corpo di Cristo, che è formato dai santi» (Origene).
Siamo arrivati al termine. Possiamo mettere in evidenza:
Ora nel silenzio, nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.
O Dio, che ci nutri in questa vita con il pane del cielo,
pegno della tua gloria,
fa’ che manifestiamo nelle nostre opere
la realtà presente nel sacramento che celebriamo.
Per Cristo nostro Signore.
7 Marzo 2021
Sante Perpetua e Felicita, Martiri
Chiusa in carcere aspettando la morte, una giovane tiene una sorta di diario dei suoi ultimi giorni, descrivendo la prigione affollata, il tormento della calura; annota nomi di visitatori, racconta sogni e visioni degli ultimi giorni. Siamo a Cartagine, Africa del Nord, anno 203: chi scrive è la colta gentildonna Tibia Perpetua, 22 anni, sposata e madre di un bambino. Nella folla carcerata sono accanto a lei anche la più giovane Felicita, figlia di suoi servi, e in gravidanza avanzata; e tre uomini di nome Saturnino, Revocato e Secondulo. Tutti condannati a morte perché vogliono farsi cristiani e stanno terminando il periodo di formazione; la loro «professione di fede» sarà il martirio nel nome di Cristo. Le annotazioni di Perpetua verranno poi raccolte nella «Passione di Perpetua e Felicita», opera forse di Tertulliano, testimone a Cartagine. (Avvenire)
Il racconto del martirio di Perpetua e di Felicita
Due donne libere tra secondo e terzo secolo
di Cristiana Dobner
Da “L’Osservatore Romano”, 26 Giugno 2008
Cartagine 203, Cartagine 2008. Chi oggi sia pellegrino ai luoghi della cristianità nascente, o anche semplice turista attento, una volta giunto al punto che la guida indica come l’anfiteatro romano - con le sue alte arcate, era uno dei più grandi dell’impero - deve porsi nell’esercizio della composizione di luogo: ben poco infatti richiama la realtà del secondo secolo, regnante l’imperatore Settimio Severo.
L’anfiteatro, è noto, era un luogo di divertimento e gli spettatori si accalcavano sui gradini intorno all’arena per godersi i giochi circensi: gladiatori e uomini armati combattevano contro belve feroci. Giochi cruenti, ma frequentatissimi. Una colonna oggi ricorda il luogo del martirio di una giovane patrizia e della sua piccola comunità; martirio tramandato, in presa diretta sulla realtà, grazie alla penna della stessa Vibia Perpetua, di soli ventidue anni, uccisa insieme a Felicita.
La bellezza narrativa della Passione di Perpetua e Felicita - ora ripubblicata con prefazione di Eva Cantarella, a cura di Marco Formisano (Milano, Rizzoli, 2008, pagine 131, euro 9,20) - che depone a favore del vigore della Chiesa africana tra il secondo e il terzo secolo, è pari solo alla bellezza del mosaico di Ravenna del quinto secolo raffigurante la martire Perpetua. Il rimando però di entrambi cade su di un’altra bellezza quella della quinta preghiera eucaristica in cui Perpetua, insieme alla sua serva Felicita, viene nominata nella celebrazione della Messa.
Sorge un interrogativo: perché vi vengono nominate? Perché la Chiesa primitiva, quella delle origini, quella delle nostre radici, ha riconosciuto in loro una testimonianza dell’appartenenza a Cristo che, ostacolata dall’autorità imperante, quella romana, ha opposto resistenza all’apostasia fino a versare il sangue.
Le cristiane conoscevano il loro destino: date in pasto alle belve e finite dai gladiatori.
Diario, narrazione, visioni e sogni - sembrano tutti gli ingredienti di un romanzo latino; ma non solo! - si susseguono e compongono i pochi fogli che tanto filo da torcere hanno dato agli storici, ai filologi, agli studiosi, come ben sottolinea l’autorevole presentazione del volumetto: “(…) un testo ideale per sperimentare le possibilità e i risultati di un approccio al testo veramente multidisciplinari” (p. 11).
Sotto la mano della scrivente - freschezza e spontaneità caratterizzano lo stile autobiografico di Perpetua che non conosce artifici retorici -compaiono i sogni di chi era in procinto di diventare martyr, cioè “testimone” della propria fede in Gesù Cristo. Fede che accomuna padrona, Vibia Perpetua, in stato di avanzata gravidanza, e serva, Felicita, pure gravida. Insieme con tre uomini Saturnino, Revocato e Secondulo.
Un volo d’uccello sulla composizione del testo sarà utile per coglierne la pregnanza martiriale: la prefazione, redatta da una persona che conserva l’anonimato, si apre con andatura pneumatica sui cinque catecumeni. Si passa poi direttamente all’autrice che è anche, nel suo significato etimologico, attrice del passo che sta compiendo: Perpetua sfida il potere costituito adducendo la libertà della propria coscienza in campo religioso. Non sembra quanto mai attuale e davvero fonte archetipica?
Nel rapido svolgersi della narrazione balzano dinanzi al lettore le figure dei catecumeni rinchiusi nella segreta buia ed affollata, con il calore che toglieva le forze e li opprimeva; le visite dei parenti giunti a dissuadere perché retrocedesse dal proposito di fedeltà a Cristo, ribadito e riaffermato: “Allora mio padre, irritato da questa parola, si avventa su di me per cavarmi gli occhi”, passando successivamente al tono supplichevole ed accorato, forse ancora più lacerante per Perpetua: “Queste erano le parole che egli mi rivolgeva da padre amorevole qual era, mentre mi baciava le mani e si gettava ai miei piedi e piangendo non mi chiamava più figlia, ma signora”. E poiché il padre perseverava nel tentativo di salvarla, il procuratore Ilarione dette ordine di frustarlo: “Provai dolore della mala sorte toccata a mio padre, come se io stessa fossi stata percossa; ugualmente soffrivo per la sua vecchiaia infelice”.
Giunge infine il momento della iugulatio da parte del gladiatore. È Perpetua stessa a guidare la mano dell’inesperto, riproponendo in sé il gesto di Gesù che si consegna liberamente alla morte. Gli ultimi momenti di vita fanno percepire l’amore che inondava il cuore dei martiri e la loro tranquilla ed abbandonata dignità.
La conclusione è costituita da una breve benedizione dei beati. La mano scrivente e narrante che lega i diversi episodi sembra la stessa.
La traduzione precisa e fluida induce ad una lettura scorrevole, mentre l’introduzione, dotta e precisa, risolve tre interrogativi fondamentali dandovi risposta: quale la versione originale, quella tramandata in latino o in greco? Chi è l’anonimo redattore della Passione? Ci possiamo collocare in quello che noi definiremmo un reportage, una cronaca, oppure l’ambito è quello della finzione letteraria?
Qualche linea guida se pur sintetica: Tertulliano viene indicato, da molti, come l’autore della Passio. È plausibile che, realmente, egli abbia conosciuto i martiri, e sia stato testimone oculare della loro passione, cui accenna almeno una volta (Sull’anima, 55, 4). Lo proverebbero anche le tendenze montaniste, cui aderì nei primi anni del terzo secolo. Sua quindi sarebbe la redazione della cornice in cui inquadrò i racconti di Perpetua e Saturo, con l’inclusione del prologo e dell’epilogo.
La ridda delle confutazioni e delle congetture è estremamente mossa ed inquietante perché costringe ad esaminare attentamente un testo che, di primo acchito, potrebbe sembrare semplicissimo. Hippolyte Delehaye afferma: “In tutte le sue parti, il racconto è particolarmente avvincente. L’assenza di ricercatezza, la vivacità delle impressioni, la chiarezza dell’esposizione, il calore del sentimento, tutto vi contribuisce ad affascinare il lettore, e non c’è bisogno di altra prova per dimostrare il valore e la sincerità di un testimone”.
Perpetua conversa in greco con il vescovo Ottato e il prete Aspasio perché era una patrizia colta, e Cartagine una metropoli cosmopolita, mentre l’ambiente cristiano era ellenizzato. Lo attesta anche il termine greco latinizzato usato dal pastore come saluto di benvenuto a Perpetua: Tegnon, figlia mia.
Edoardo D’Angelo, ritiene che la peculiarità della produzione letteraria del secondo e terzo secolo dopo Cristo , fosse specifica delle “scritture militanti, immediate, di combattimento” infatti “la letteratura martiriale voleva combattere gli attacchi che la cultura pagana sferrava contro il cristianesimo”.
Se è attestato ed attestabile che questa letteratura degli atti e delle passioni promanava da una documentazione giuridica e da vicende storiche autentiche, collocate nello Zeitgeist, nello spirito del tempo coevo, l’aspetto determinante tuttavia, risiede nel fatto che “sono il racconto di una morte, eroica e cruenta, subita per la fede”. Tutti gli altri aspetti, documentario, storico, letterario, sociopolitico, “proto femminista” sono corollari, portanti appunto, ma non determinanti.
Le comunità cristiane erano solite scambiare fra di loro queste gesta per incitarsi alla fedeltà all’annuncio evangelico che, allora - peraltro come oggi - poteva comportare il grande rischio dell’esecuzione capitale.
L’aspetto estetico e narrativo quindi è decisamente da porre e da considerare germinato sulla radice del martirio cruento. E non quest’ultimo una finzione letteraria che offra lo spunto per un pezzo in bello stile.
La letteratura agiografica può distinguersi in quattro generi: le vite dei santi, i libri dei miracoli, i florilegi - quando racchiudano una miscellanea - e le passiones, ma sono queste, soprattutto, ad imprimere il tono alle comunità cristiane nascenti. Proprio perché siglate e sigillate dal sangue diventavano documenti storici delle comunità stesse. Indubbiamente lo stile e l’andamento non potevano che ricalcare i modelli letterari offerti dalle “vite illustri” degli autori pagani, un sottofondo però assimilato nella postura orante e nella riflessione meditativa.
La Passio di Perpetua e Felicita è davvero un archetipo, in termini cronologici, ma anche in termini di bellezza ed ha influenzato tutta la letteratura “passionale” successiva.
Pratica: Conserverò e testimonierò la fede che ho ricevuto nel Battesimo.
Preghiera: O Dio, che con la forza invincibile della tua carità hai sostenuto santa Perpetua e santa Felicita e le hai rese intrepide di fronte ai persecutori, concedi anche a noi, per intercessioni delle sante martiri, di perseverare nella fede e di crescere nel tuo amore. Per il nostro Signore