7 Marzo 2021
 
III Domenica di Quaresima
 
Es 20,1-17; Sal 18 (19); 1Cor 1,22-25; Gv 2,13-25
 
Il Santo del Giorno - Santa Anna Maria Redi - Della storia di santa Anna Maria Redi, che da carmelitana assunse il nome di Teresa Margherita del Cuore di Gesù, ciò che colpisce è di certo il ruolo che ebbe il padre. Nata ad Arezzo nel 1747, infatti, Anna Maria crebbe alla luce del Vangelo, dimostrando da subito di sentirsi attratta da Gesù e dal messaggio del Vangelo. Nel 1756 fu accolta nell’educandato delle Benedettine di Sant’Apollonia a Firenze e qui iniziò un intenso rapporto epistolare con il padre Ignazio Maria Redi, che l’accompagnò fino alla professione da carmelitana nel 1766. Due anni prima, infatti, era entrata nel monastero fiorentino di Santa Maria degli Angeli, conducendo una vita dedita a mistica e servizio. Nel 1770, giovanissima, morì in seguito a una peritonite. (Matteo Liut, Avvenire)
 
Colletta:  Signore nostro Dio, che riconduci i cuori dei tuoi fedeli all’accoglienza di tutte le tue parole, donaci la sapienza della croce, perché in Cristo tuo Figlio diventiamo tempio vivo del tuo amore. Egli è Dio, e vive e regna con te.
 
Benedetto XVI (Angelus 11 Marzo 2012): Il Vangelo di questa terza domenica di Quaresima riferisce – nella redazione di san Giovanni – il celebre episodio di Gesù che scaccia dal tempio di Gerusalemme i venditori di animali e i cambiamonete (cfr Gv 2,13-25). Il fatto, riportato da tutti gli Evangelisti, avvenne in prossimità della festa di Pasqua e destò grande impressione sia nella folla, sia nei discepoli. Come dobbiamo interpretare questo gesto di Gesù? Anzitutto va notato che esso non provocò alcuna repressione dei tutori dell’ordine pubblico, perché fu visto come una tipica azione profetica: i profeti infatti, a nome di Dio, denunciavano spesso abusi, e lo facevano a volte con gesti simbolici. Il problema, semmai, era la loro autorità. Ecco perché i Giudei chiesero a Gesù: “Quale segno ci mostri per fare queste cose?” (Gv 2,18), dimostraci che agisci veramente a nome di Dio.
La cacciata dei venditori dal tempio è stata anche interpretata in senso politico-rivoluzionario, collocando Gesù nella linea del movimento degli zeloti. Questi erano, appunto, “zelanti” per la legge di Dio e pronti ad usare la violenza per farla rispettare. Ai tempi di Gesù attendevano un Messia che liberasse Israele dal dominio dei Romani. Ma Gesù deluse questa attesa, tanto che alcuni discepoli lo abbandonarono e Giuda Iscariota addirittura lo tradì. In realtà, è impossibile interpretare Gesù come violento: la violenza è contraria al Regno di Dio, è uno strumento dell’anticristo. La violenza non serve mai all’umanità, ma la disumanizza.
Ascoltiamo allora le parole che Gesù disse compiendo quel gesto: “Portate via queste cose e non fate della casa del Padre mio un mercato!”. E i discepoli allora si ricordarono che sta scritto in un Salmo: “Mi divora lo zelo per la tua casa” (69,10). Questo salmo è un’invocazione di aiuto in una situazione di estremo pericolo a causa dell’odio dei nemici: la situazione che Gesù vivrà nella sua passione. Lo zelo per il Padre e per la sua casa lo porterà fino alla croce: il suo è lo zelo dell’amore che paga di persona, non quello che vorrebbe servire Dio mediante la violenza. Infatti il “segno” che Gesù darà come prova della sua autorità sarà proprio la sua morte e risurrezione. “Distruggete questo tempio – disse – e in tre giorni lo farò risorgere”. E san Giovanni annota: “Egli parlava del tempio del suo corpo” (Gv 2,20-21). Con la Pasqua di Gesù inizia un nuovo culto, il culto dell’amore, e un nuovo tempio che è Lui stesso, Cristo risorto, mediante il quale ogni credente può adorare Dio Padre “in spirito e verità” (Gv 4,23).
 
I lettura: Le dieci parole, la magna charta della religione ebraica, elencano i doveri verso Dio e verso il prossimo. Il Decalogo conserva tutto il suo valore anche nella Nuova Legge, la quale lo interpreta «alla luce [del] duplice ed unico comandamento della carità, pienezza della Legge. Infatti il precetto: Non commettere adulterio, non uccidere... si riassume in queste parole: Amerai il prossimo tuo come te stesso. L’amore non fa nessun male al prossimo: pieno compimento della legge è l’amore [Rom 13,9-10]» (Catechismo della Chiesa Cattolica 2053-2055).
 
II lettura: Da sempre gli uomini sono alla ricerca di sicurezze umane: miracoli che garantiscano la verità del messaggio; scienza o sapere sapienziale che soddisfi una intelligenza bramosa di conoscere. Per Paolo questa ricerca non è condannabile in se stessa, ma se diventa un’esigenza primaria che spinge a rifiutare il Vangelo, allora è inammissibile. Grande è poi, il mistero della croce: umanamente, «appare come il contrario dell’attesa, sia degli ebrei come dei greci: sconfitta anziché manifestazione gloriosa, stoltezza anziché sapienza. Ma, nella fede, la croce appare come qualcosa che colma e oltrepassa l’attesa: potenza e sapienza di Dio» (Bibbia di Gerusalemme).
 
Vangelo: Gesù vuole suggerire che il suo corpo risuscitato sarà il centro del culto in spirito e verità (Cf. Gv 4,21s), il luogo della presenza divina (Cf. Gv 1,14), il tempio spirituale da dove zampilla la sorgente d’acqua viva (Cf. Gv 7,37-39; 19,34). È uno dei grandi simboli giovannei (Cf. Ap 21,22).
 
Dal Vangelo secondo Giovanni 2,13-25: Si avvicinava la Pasqua dei Giudei e Gesù salì a Gerusalemme. Trovò nel tempio gente che vendeva buoi, pecore e colombe e, là seduti, i cambiamonete. Allora fece una frusta di cordicelle e scacciò tutti fuori del tempio, con le pecore e i buoi; gettò a terra il denaro dei cambiamonete e ne rovesciò i banchi, e ai venditori di colombe disse: «Portate via di qui queste cose e non fate della casa del Padre mio un mercato!». I suoi discepoli si ricordarono che sta scritto: «Lo zelo per la tua casa mi divorerà». Allora i Giudei presero la parola e gli dissero: «Quale segno ci mostri per fare queste cose?». Rispose loro Gesù: «Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere». Gli dissero allora i Giudei: «Questo tempio è stato costruito in quarantasei anni e tu in tre giorni lo farai risorgere?». Ma egli parlava del tempio del suo corpo. Quando poi fu risuscitato dai morti, i suoi discepoli si ricordarono che aveva detto questo, e credettero alla Scrittura e alla parola detta da Gesù. Mentre era a Gerusalemme per la Pasqua, durante la festa, molti, vedendo i segni che egli compiva, credettero nel suo nome. Ma lui, Gesù, non si fidava di loro, perché conosceva tutti e non aveva bisogno che alcuno desse testimonianza sull’uomo. Egli infatti conosceva quello che c’è nell’uomo.
 
Si avvicinava la Pasqua dei Giudei - Questa indicazione potrebbe rivelare una mal celata polemica verso i culti ebraici, specialmente verso la pasqua ebraica definitivamente sostituita con la pasqua cristiana. È la prima delle tre Pasque registrate dal Vangelo di Giovanni (Cf. 6,4; 11,55).
Salì a Gerusalemme, poiché Gesù proveniva da Cafarnao (Cf. Gv 2,12), una cittadina posta sotto il livello del mare mentre Gerusalemme è a circa 800 metri sul livello del mare, questa segnalazione geograficamente è esatta.
Il racconto della purificazione del Tempio e la disputa sul Tempio nel quarto Vangelo è all’inizio del ministero pubblico di Gesù, nei vangeli sinottici (Matteo, Marco e Luca) è invece posto alla fine del ministero: l’evangelista Giovanni «l’avrebbe trasposta all’inizio, perché, mentre nei sinottici questa costituiva il motivo della condanna a morte di Gesù, nel IV vangelo il motivo ultimo di essa è costituito dalla risurrezione di Lazzaro [11,45-12,11]» (Giuseppe Segalla). Trovò nel tempio, è il recinto sacro, che comprendeva anche il cortile dei pagani. I cambiamonete, seduti ai loro banchi, avevano l’ufficio, dietro compenso, di cambiare per gli ebrei il denaro proveniente dalle nazioni pagane riproducenti l’effige dei sovrani e per tale motivo inadatte per pagare la tassa del Tempio.
A questo punto, Gesù, provoca i Giudei. A gente avvezza a tenere in mano la Sacra Scrittura, il gesto del Cristo è inequivocabile e di una portata straordinaria. Egli si pone al di sopra delle tradizioni giudaiche presentandosi come «il Figlio di Dio, perciò esigono da lui un segno - cioè un miracolo - che giustifichi il suo operato. Ci troviamo, qui, di fronte ad una richiesta tipicamente giudaica: in pratica, i Giudei non vogliono credere, ma vedere, per poi finire per negare l’evidenza... Rifugiandosi nell’affermazione che “costui scaccia i demoni per mezzo di Belzebul, il capo dei demoni”» (G. Gambino). Gesù accetta la sfida dei Giudei e con l’immagine della distruzione e della ricostruzione del Tempio, preannuncia loro come segno la sua risurrezione.
I Giudei non afferrano il vero significato delle parole di Gesù per cui non possono non restare che beffardamente stupiti della sua pretesa di poter realizzare in tre giorni un’opera per la quale c’erano voluti ben quarantasei anni. L’equivoco, soggiacente alle parole di Gesù, annuncia una verità sconvolgente e che rivoluzionerà per sempre i destini dell’umanità: la morte e la risurrezione del «Figlio di Maria» (Mc 6,3) distruggeranno per sempre l’impero di Satana liberando l’uomo dal potere del peccato e della morte.
Il verbo greco, egheiro (lo farò risorgere), che troviamo nella frase è lo stesso usato per indicare la risurrezione di Gesù. Se negli altri testi del Nuovo Testamento è Dio che fa risorgere Gesù, nel Vangelo di Giovanni è Gesù ad avere il potere di risorgere: Figlio di Dio (Cf. Mc 1,1), Cristo Gesù, come il Padre risuscita i morti e dona la vita a chi vuole (Cf. Gv 5,21). Egli è la risurrezione e la vita, chi crede in lui, anche se muore, vivrà (Cf. Gv 11,25). Gesù ha il potere di dare la vita e di riprenderla di nuovo (Cf. Gv 10,17-18). Se nell’episodio della purificazione del Tempio, l’attestazione della divinità di Gesù è discreta e alquanto velata, questa si farà sempre più chiara con l’incalzare degli eventi tanto da entrare tra i capi d’accusa contro il giovane Rabbi di Nazaret: i Giudei «cercavano di ucciderlo: perché non soltanto violava il sabato, ma chiamava Dio suo Padre, facendosi uguale a Dio» (Gv 5,18).
L’espressione tre giorni indica un periodo di tempo breve ma indefinito (Cf. Os 6,2).
Approfittando quindi di un equivoco verbale, Gesù conduce i suoi interlocutori alla realtà del suo corpo che sarà distrutto dalla morte e fatto risorgere dalla potenza di Dio il giorno di Pasqua. E ad evitare ulteriori equivoci, l’annotazione giovannea, ma egli parlava del tempio del suo corpo, toglie definitivamente ogni fraintendimento nella interpretazione del segno offerto da Gesù, il quale si presenta come il vero Tempio di Dio (Cf. Gv 1,14), cioè come la presenza di Dio tra gli uomini.
Al pari dei Giudei, anche i discepoli non comprendono, infatti soltanto quando fu risuscitato dai morti si ricordarono e credettero: «Giovanni si riferisce a quel ricordarsi e capire che fu tipico del periodo dopo la risurrezione: alla luce di quell’evento anche tutta la storia precedente si fa chiara, perfettamente logica; allora la fede dei discepoli è piena e decisa» (Carlo Buzzetti).
Molti, vedendo i segni che egli compiva, credettero nel suo nome: alla fede dei neo convertiti non corrisponde la fiducia di Gesù proprio perché, come annota l’evangelista, la loro fede era basata sui segni. Praticamente, una fede in «Gesù taumaturgo. Gesù conosce il cuore dell’uomo [1,42-27; 6,70-71] e perciò non si fida di questa fede, anche se essa alle volte può arrivare alla perfezione, come accadde al cieco nato e allo stesso Nicodemo, che viene ovviamente considerato uno di coloro che credettero in Gesù per i segni da lui operati» (Giuseppe Segalla).
 
Scacciò tutti - Nel racconto della purificazione del Tempio, Gesù si mostra come modello di coraggio e di fortezza. La fortezza cristiana è partecipazione alla forza di Cristo: attingendo forza nel Signore e nel vigore della sua potenza, rivestiti della corazza di Dio, i cristiani potranno resistere alle insidie del diavolo e vincere i dominatori di questo mondo di tenebra (Cf. Ef 6,10-12). Avranno forza dallo Spirito Santo (Atti 1,8; 2Tm 1,7-8) per essere «veri testimoni di Cristo, per confessare coraggiosamente il nome di Cristo e per non vergognarsi mai della sua croce» (Catechismo della Chiesa Cattolica 1303).
Il Concilio Ecumenico Vaticano II ammonisce sopra tutto i vescovi, «pastori del gregge di Cristo»,  a compiere il loro ministero apostolico, a «immagine del sommo ed eterno Sacerdote», «in santità e generosità, in umiltà e fortezza», non temendo «di dare la vita per le pecore» (LG 41). Ma anche i laici devono rivestirsi di fortezza, in modo particolare quando devono rendere testimonianza al Vangelo in ambienti ostili al messaggio del Cristo: «Questo apostolato individuale urge con grande necessità in quelle regioni in cui la libertà della chiesa è gravemente impedita. In tali difficilissime circostanze, i laici, supplendo come possono ai sacerdoti, mettendo in pericolo la stessa propria libertà e talvolta anche la vita, insegnano la dottrina cristiana a coloro che sono loro vicini, li istruiscono a ricevere con frequenza i sacramenti e a coltivare la pietà, soprattutto eucaristica. Il sacrosanto sinodo, mentre di tutto cuore ringrazia Dio, che, anche nella nostra epoca, non manca di suscitare laici di eroica fortezza in mezzo alle persecuzioni, li abbraccia con paterno affetto e con riconoscenza» (AA 17). Fortezza è così anche libertà di parola, peculiarità tutta cristiana, ma forse da riconquistare!
 
Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere: «la risposta data dal Signore ai giudei che chiedono un segno fonde insieme il discorso intorno al Tempio e quello intorno al suo Corpo... E invero l’uno e l’altro sembrano raffigurare la Chiesa... Come il corpo sensibile di Gesù è stato crocefisso, sepolto e quindi resuscitato, così tutto il Corpo di Cristo, che è formato dai santi» (Origene).
 
Siamo arrivati al termine. Possiamo mettere in evidenza:
**** La fortezza cristiana è partecipazione alla forza di Cristo.
Ora nel silenzio, nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.
 
O Dio, che ci nutri in questa vita con il pane del cielo,
pegno della tua gloria,
fa’ che manifestiamo nelle nostre opere
la realtà presente nel sacramento che celebriamo.
Per Cristo nostro Signore.
7 Marzo 2021
 
Sante Perpetua e Felicita, Martiri
 
Chiusa in carcere aspettando la morte, una giovane tiene una sorta di diario dei suoi ultimi giorni, descrivendo la prigione affollata, il tormento della calura; annota nomi di visitatori, racconta sogni e visioni degli ultimi giorni. Siamo a Cartagine, Africa del Nord, anno 203: chi scrive è la colta gentildonna Tibia Perpetua, 22 anni, sposata e madre di un bambino. Nella folla carcerata sono accanto a lei anche la più giovane Felicita, figlia di suoi servi, e in gravidanza avanzata; e tre uomini di nome Saturnino, Revocato e Secondulo. Tutti condannati a morte perché vogliono farsi cristiani e stanno terminando il periodo di formazione; la loro «professione di fede» sarà il martirio nel nome di Cristo. Le annotazioni di Perpetua verranno poi raccolte nella «Passione di Perpetua e Felicita», opera forse di Tertulliano, testimone a Cartagine. (Avvenire)
 
Il racconto del martirio di Perpetua e di Felicita
Due donne libere tra secondo e terzo secolo
di Cristiana Dobner
 
Da “L’Osservatore Romano”, 26 Giugno 2008
 
Cartagine 203, Cartagine 2008. Chi oggi sia pellegrino ai luoghi della cristianità nascente, o anche semplice turista attento, una volta giunto al punto che la guida indica come l’anfiteatro romano - con le sue alte arcate, era uno dei più grandi dell’impero - deve porsi nell’esercizio della composizione di luogo: ben poco infatti richiama la realtà del secondo secolo, regnante l’imperatore Settimio Severo.
L’anfiteatro, è noto, era un luogo di divertimento e gli spettatori si accalcavano sui gradini intorno all’arena per godersi i giochi circensi: gladiatori e uomini armati combattevano contro belve feroci. Giochi cruenti, ma frequentatissimi. Una colonna oggi ricorda il luogo del martirio di una giovane patrizia e della sua piccola comunità; martirio tramandato, in presa diretta sulla realtà, grazie alla penna della stessa Vibia Perpetua, di soli ventidue anni, uccisa insieme a Felicita.
Vittore di Vita nella sua Storia della persecuzione vandala (I, 9) tramanda che la Basilica Maiorum ne racchiudeva i corpi. Molto presto il loro culto passò in Italia e in Spagna, tanto che nella Depositio martyrum del quarto secolo viene menzionato l’anniversario del loro martirio: die nonarum martiarum, nonas martias, 7 marzo per la liturgia cattolica e l’attuale santorale.
La bellezza narrativa della Passione di Perpetua e Felicita - ora ripubblicata con prefazione di Eva Cantarella, a cura di Marco Formisano (Milano, Rizzoli, 2008, pagine 131, euro 9,20) - che depone a favore del vigore della Chiesa africana tra il secondo e il terzo secolo, è pari solo alla bellezza del mosaico di Ravenna del quinto secolo raffigurante la martire Perpetua. Il rimando però di entrambi cade su di un’altra bellezza quella della quinta preghiera eucaristica in cui Perpetua, insieme alla sua serva Felicita, viene nominata nella celebrazione della Messa.
Sorge un interrogativo: perché vi vengono nominate? Perché la Chiesa primitiva, quella delle origini, quella delle nostre radici, ha riconosciuto in loro una testimonianza dell’appartenenza a Cristo che, ostacolata dall’autorità imperante, quella romana, ha opposto resistenza all’apostasia fino a versare il sangue.
Le cristiane conoscevano il loro destino: date in pasto alle belve e finite dai gladiatori.
Diario, narrazione, visioni e sogni - sembrano tutti gli ingredienti di un romanzo latino; ma non solo! - si susseguono e compongono i pochi fogli che tanto filo da torcere hanno dato agli storici, ai filologi, agli studiosi, come ben sottolinea l’autorevole presentazione del volumetto: “(…) un testo ideale per sperimentare le possibilità e i risultati di un approccio al testo veramente multidisciplinari” (p. 11).
Sotto la mano della scrivente - freschezza e spontaneità caratterizzano lo stile autobiografico di Perpetua che non conosce artifici retorici -compaiono i sogni di chi era in procinto di diventare martyr, cioè “testimone” della propria fede in Gesù Cristo. Fede che accomuna padrona, Vibia Perpetua, in stato di avanzata gravidanza, e serva, Felicita, pure gravida. Insieme con tre uomini Saturnino, Revocato e Secondulo.
Il piccolo di Perpetua viene alla luce in prigione e per la giovane madre aver salva la vita significherebbe poterlo allevare ma, rinunciando appunto, alla propria fede cristiana. La fierezza umana e la consapevolezza del dono ricevuto traspare dalle righe del diario ed impedisce a Perpetua di piegarsi, malgrado la giovane donna sia madre attenta e tenera, “preoccupata” per il suo bambino, che deperisce e che allatta come può; ella lo affida alla propria famiglia, poi ottiene il permesso di tenerlo con sé in prigione, e questo la rasserena: “Mi sentii immediatamente meglio e risollevata dalla preoccupazione e dal dolore per il mio piccolo. La prigione improvvisamente si trasformò per me in un palazzo, in cui desideravo stare più che in qualsiasi altro posto”.
La Chiesa delle origini è ben conscia di consegnare alla storia dell’adesione fedele a Cristo l’archetipo delle passioni dei martiri cristiani, probabilmente di uso liturgico. Perpetua, da parte sua, è pure ben conscia di quanto sta avvenendo nella sua tessera esistenziale: “Ecco quanto mi accadde sino al giorno prima dei ludi; di ciò che sarà accaduto durante i ludi stessi, chi ne avrà voglia, potrà scriverne”.
Un volo d’uccello sulla composizione del testo sarà utile per coglierne la pregnanza martiriale: la prefazione, redatta da una persona che conserva l’anonimato, si apre con andatura pneumatica sui cinque catecumeni. Si passa poi direttamente all’autrice che è anche, nel suo significato etimologico, attrice del passo che sta compiendo: Perpetua sfida il potere costituito adducendo la libertà della propria coscienza in campo religioso. Non sembra quanto mai attuale e davvero fonte archetipica?
Nel rapido svolgersi della narrazione balzano dinanzi al lettore le figure dei catecumeni rinchiusi nella segreta buia ed affollata, con il calore che toglieva le forze e li opprimeva; le visite dei parenti giunti a dissuadere perché retrocedesse dal proposito di fedeltà a Cristo, ribadito e riaffermato: “Allora mio padre, irritato da questa parola, si avventa su di me per cavarmi gli occhi”, passando successivamente al tono supplichevole ed accorato, forse ancora più lacerante per Perpetua: “Queste erano le parole che egli mi rivolgeva da padre amorevole qual era, mentre mi baciava le mani e si gettava ai miei piedi e piangendo non mi chiamava più figlia, ma signora”. E poiché il padre perseverava nel tentativo di salvarla, il procuratore Ilarione dette ordine di frustarlo: “Provai dolore della mala sorte toccata a mio padre, come se io stessa fossi stata percossa; ugualmente soffrivo per la sua vecchiaia infelice”.
Quattro visioni scandiscono il racconto che trova il suo culmine alla vigilia stessa dei giochi. La ricettività spirituale, immersa in tante sofferenze, si era dilatata al massimo, tanto da risultare all’origine della prima apparizione: “Allora mio fratello mi disse: “Sorella e signora, sei giunta già ad un livello della grazia, che puoi chiedere che ti venga mostrata una visione e che ti sia indicato se devi attendere il martirio o la liberazione”. Accondiscendo a questo desiderio, Perpetua prega e riceve la prima visione che appare come la più gravida di luce, di immagini e simboli emergenti dalla più antica tradizione dell’iconografia cristiana e posteriormente attivati in una dinamica di restituzione, proprio all’interno della stessa, giungendo ad alimentarla. Si susseguono le altre visioni, subentra poi la mano di un redattore e Saturo, catechista, rivela la visione del Paradiso.
Il quadro infine si sposta dalla prigione all’anfiteatro stesso per lo spettacolo circense: i martiri devono subire l’attacco delle belve. Perpetua sostiene Felicita colpita per prima, mentre a sua volta viene aggredita, ma con gesto fermo e delicato si ricompone la veste. La folla invece conosce due reazioni di fondo: la commozione intrisa di pietà per due giovani donne fresche di parto e il furore eccitato che prevarrà.
Giunge infine il momento della iugulatio da parte del gladiatore. È Perpetua stessa a guidare la mano dell’inesperto, riproponendo in sé il gesto di Gesù che si consegna liberamente alla morte. Gli ultimi momenti di vita fanno percepire l’amore che inondava il cuore dei martiri e la loro tranquilla ed abbandonata dignità.
La conclusione è costituita da una breve benedizione dei beati. La mano scrivente e narrante che lega i diversi episodi sembra la stessa.
La traduzione precisa e fluida induce ad una lettura scorrevole, mentre l’introduzione, dotta e precisa, risolve tre interrogativi fondamentali dandovi risposta: quale la versione originale, quella tramandata in latino o in greco? Chi è l’anonimo redattore della Passione? Ci possiamo collocare in quello che noi definiremmo un reportage, una cronaca, oppure l’ambito è quello della finzione letteraria?
Qualche linea guida se pur sintetica: Tertulliano viene indicato, da molti, come l’autore della Passio. È plausibile che, realmente, egli abbia conosciuto i martiri, e sia stato testimone oculare della loro passione, cui accenna almeno una volta (Sull’anima, 55, 4). Lo proverebbero anche le tendenze montaniste, cui aderì nei primi anni del terzo secolo. Sua quindi sarebbe la redazione della cornice in cui inquadrò i racconti di Perpetua e Saturo, con l’inclusione del prologo e dell’epilogo.
La ridda delle confutazioni e delle congetture è estremamente mossa ed inquietante perché costringe ad esaminare attentamente un testo che, di primo acchito, potrebbe sembrare semplicissimo. Hippolyte Delehaye afferma: “In tutte le sue parti, il racconto è particolarmente avvincente. L’assenza di ricercatezza, la vivacità delle impressioni, la chiarezza dell’esposizione, il calore del sentimento, tutto vi contribuisce ad affascinare il lettore, e non c’è bisogno di altra prova per dimostrare il valore e la sincerità di un testimone”.
Perpetua conversa in greco con il vescovo Ottato e il prete Aspasio perché era una patrizia colta, e Cartagine una metropoli cosmopolita, mentre l’ambiente cristiano era ellenizzato. Lo attesta anche il termine greco latinizzato usato dal pastore come saluto di benvenuto a Perpetua: Tegnon, figlia mia.
Edoardo D’Angelo, ritiene che la peculiarità della produzione letteraria del secondo e terzo secolo dopo Cristo , fosse specifica delle “scritture militanti, immediate, di combattimento” infatti “la letteratura martiriale voleva combattere gli attacchi che la cultura pagana sferrava contro il cristianesimo”.
Se è attestato ed attestabile che questa letteratura degli atti e delle passioni promanava da una documentazione giuridica e da vicende storiche autentiche, collocate nello Zeitgeist, nello spirito del tempo coevo, l’aspetto determinante tuttavia, risiede nel fatto che “sono il racconto di una morte, eroica e cruenta, subita per la fede”. Tutti gli altri aspetti, documentario, storico, letterario, sociopolitico, “proto femminista” sono corollari, portanti appunto, ma non determinanti.
Le comunità cristiane erano solite scambiare fra di loro queste gesta per incitarsi alla fedeltà all’annuncio evangelico che, allora - peraltro come oggi - poteva comportare il grande rischio dell’esecuzione capitale.
L’aspetto estetico e narrativo quindi è decisamente da porre e da considerare germinato sulla radice del martirio cruento. E non quest’ultimo una finzione letteraria che offra lo spunto per un pezzo in bello stile.
La letteratura agiografica può distinguersi in quattro generi: le vite dei santi, i libri dei miracoli, i florilegi - quando racchiudano una miscellanea - e le passiones, ma sono queste, soprattutto, ad imprimere il tono alle comunità cristiane nascenti. Proprio perché siglate e sigillate dal sangue diventavano documenti storici delle comunità stesse. Indubbiamente lo stile e l’andamento non potevano che ricalcare i modelli letterari offerti dalle “vite illustri” degli autori pagani, un sottofondo però assimilato nella postura orante e nella riflessione meditativa.
La Passio di Perpetua e Felicita è davvero un archetipo, in termini cronologici, ma anche in termini di bellezza ed ha influenzato tutta la letteratura “passionale” successiva.
 
Pratica: Conserverò e testimonierò la fede che ho ricevuto nel Battesimo.
 
Preghiera: O Dio, che con la forza invincibile della tua carità hai sostenuto santa Perpetua e santa Felicita e le hai rese intrepide di fronte ai persecutori, concedi anche a noi, per intercessioni delle sante martiri, di perseverare nella fede e di crescere nel tuo amore. Per il nostro Signore  
6 Marzo 2021
 
Sabato II Settimana di Quaresima
 
Mi 7,14-15.18-20; Sal 102 (103); Lc 15,1-3.11-32
 
Il Santo del Giorno -  Coletta Boilet - La via “accidentata” verso la santità di una mistica, clarissa e riformatrice: Spesso la via che ci porta a realizzare il progetto che Dio ha per noi è costellata di difficoltà, cadute, fallimenti: superarli significa crescere e avvicinarsi al cuore dell’essenziale. Così fu per santa Coletta di Corbie, al secolo Nicolette Boilet, mistica, clarissa e riformatrice vissuta tra il XIV e il XV secolo. Nacque il 13 gennaio 1381 a Corbie dopo un voto degli anziani genitori, che le diedero il nome di Nicoletta, in onore di san Nicola di Bari. A 18 anni iniziò il suo cammino tra le beghine e poi tra le terziarie francescane, ma nel 1406 su consiglio del francescano Enrico di Baume entrò tra le Clarisse. Si sentiva chiamata a una riforma della congregazione di santa Chiara, opera per la quel ricevette il mandato da Benedetto XIII, che le impose il velo a Nizza. Il suo impegno dovette affrontare numerosi ostacoli: dopo il fallimento del tentativo di riformare il monastero di Baume-les-Messieurs, nel 1410 decise di fondarne uno nuovo a Besançon. Ne seguirono altri 16. Morì nel 1447 a Gand. (Matteo Liut, Avvenire)
 
Colletta: O Dio, che con i tuoi gloriosi doni di salvezza ci rendi partecipi sulla terra dei beni del cielo, guidaci nelle vicende della vita e accompagnaci alla splendida luce della tua dimora. Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
Dives in misericordia 5: Nella parabola del figliol prodigo non è usato neanche una sola volta il termine «giustizia», così come, nel testo originale, non è usato quello di «misericordia»; tuttavia, il rapporto della giustizia con l’amore che si manifesta come misericordia viene con grande precisione inscritto nel contenuto della parabola evangelica. Diviene più palese che l’amore si trasforma in misericordia quando occorre oltrepassare la precisa norma della giustizia: precisa e spesso troppo stretta. Il figliol prodigo, consumate le sostanze ricevute dal padre, merita - dopo il ritorno - di guadagnarsi da vivere lavorando nella casa paterna come mercenario, ed eventualmente, a poco a poco, di conseguire una certa provvista di beni materiali, forse però mai più nella quantità in cui li aveva sperperati. Tale sarebbe l’esigenza dell’ordine di giustizia, tanto più che quel figlio non soltanto aveva dissipato la parte del patrimonio spettantegli, ma inoltre aveva toccato sul vivo ed offeso il padre con la sua condotta. Questa, infatti, che a suo giudizio l’aveva privato della dignità filiale, non doveva essere indifferente al padre. Doveva farlo soffrire. Doveva anche, in qualche modo, coinvolgerlo. Eppure si trattava, in fìn dei conti, del proprio figlio, e tale rapporto non poteva essere né alienato né distrutto da nessun comportamento. Il figliol prodigo ne è consapevole, ed è appunto tale consapevolezza a mostrargli chiaramente la dignità perduta ed a fargli valutare rettamente il posto che ancora poteva spettargli nella casa del padre. 
 
I Lettura La situazione del popolo d’Israele ritornato in patria dopo l’esilio è ancora critica, e assai precaria, egli sta solitario nella foresta tra fertili campagne. La preghiera che segue (vv. 18-20), un salmo come se ne trovano nelle raccolte profetiche, esprime a tutto tondo la misericordia e la bontà di Dio, lento all’ira e pronto a perdonare i peccati del suo popolo. La salvezza di Israele sta “nell’adempimento dell’alleanza e della promessa, che sono il fondamento d’ogni speranza, l’oggetto primo della fede del popolo di Dio” (Bibbia di Gerusalemme).
 
Vangelo La parabola del Padre misericordioso è rivolta ai farisei e agli scribi i quali si scandalizzavano di Gesù perché accoglieva i peccatori e mangiava con loro. La parabola, oltre a mettere in relazione il perdono e la gioia, la conversione e la festa, è teso a cantare l’amore gratuito di Dio, incommensurabile e senza condizioni. Nella parabola ciò che sconcerta è il comportamento ipocrita del figlio maggiore, ritratto fedele dei farisei e degli scribi che si lusingavano di essere giusti perché non trasgredivano alcun comandamento della legge. Si può pensare pure che la parabola era indirizzata anche a quei cristiani provenienti dal giudaismo e che in molte comunità si opposero tenacemente alla conversione dei pagani.
 
Dal Vangelo secondo  Luca 15,1-3.11-32: In quel tempo, si avvicinavano a lui tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro». Ed egli disse loro questa parabola: «Un uomo aveva due figli. Il più giovane dei due disse al padre: Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta. Ed egli divise tra loro le sue sostanze. Pochi giorni dopo, il figlio più giovane, raccolte tutte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto. Quando ebbe speso tutto, sopraggiunse in quel paese una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora andò a mettersi al servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei suoi campi a pascolare i porci. Avrebbe voluto saziarsi con le carrube di cui si nutrivano i porci; ma nessuno gli dava nulla. Allora ritornò in sé e disse: Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati. Si alzò e tornò da suo padre. Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Ma il padre disse ai servi: Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l’anello al dito e i sandali ai piedi. Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato. E cominciarono a far festa. Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; chiamò uno dei servi e gli domandò che cosa fosse tutto questo. Quello gli rispose: Tuo fratello è qui e tuo padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo. Egli si indignò, e non voleva entrare. Suo padre allora uscì a supplicarlo. Ma egli rispose a suo padre: Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito a un tuo comando, e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che è tornato questo tuo figlio, il quale ha divorato le tue sostanze con le prostitute, per lui hai ammazzato il vitello grasso. Gli rispose il padre: Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato».
 
La parabola del Padre misericordioso - L’intento di Cristo, nel raccontare questa parabola, oltre a quello apologetico, è quello di rivelare il cuore e il vero volto del Padre. A tradire questa intenzione è quel sottolineare, con vibranti sfumature, la compassione di Dio, un sentimento che svela il mistero della sua misericordia e della sua bontà: «Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò». Ebbe compassione... riferito a Dio è un’espressione «molto forte ... infatti, indica il sentimento e l’amore intenso della madre: il verbo nel suo significato originario indica anche il seno o il grembo materno, là dove il figlio prende corpo dal corpo della madre. L’uso di questo verbo spiega perché nella parabola di Luca, manchi la figura della madre. Dio è tutto e nella descrizione che di lui fa la Bibbia attraverso la figura del Padre esaurisce tutto il mondo dell’uomo e tutti gli atteggiamenti che lo qualificano come padre-madre, uomo-donna» (Don Primo Gironi). Dio è amore infinito, sempre presente; sempre pronto a non lasciare nulla di intentato lì dove c’è un figlio da amare e da perdonare, da custodire e da cercare. Un amore che sa attendere pazientemente anche chi si ostina a non capire l’amore e le sue esigenze (cfr. 2Pt 3,9). Anche lui, il «figlio maggiore», ritornerà e si convincerà ad entrare in casa, e anche per lui si ammazzerà il vitello grasso e si farà festa. Una speranza che si fa certezza attraverso la Parola di Dio: «l’indurimento di una parte di Israele è in atto fino a che saranno entrate tutte le genti. Allora tutto Israele sarà salvato [...], perché i doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili!» (Rom 11,25-29). Il vestito più bello è il segno che il Padre ha perdonato i peccati del figlio: ne ha fatto un fagotto e li ha gettati «in fondo al mare» (Mi 7,19); l’anello e i sandali, che non indossavano gli schiavi, sono il segno inequivocabile della ricuperata figliolanza, della libertà di Figlio. La parabola è un chiaro monito per i farisei di tutti i tempi: invece di scandalizzarsi di Dio che ama teneramente anche i peccatori, sarebbe opportuno scandalizzarsi delle proprie grettezze e dei propri pregiudizi.
 
Il vero peccato del figlio prodigo: l’apostasia!: Che il giovane chieda e ottenga l’eredità è un fatto insolito, ma tenendo conto della finalità della parabola la richiesta serve a porre l’accento sul peccato del giovane che è paurosamente crescente: alla istanza insana si aggiunge l’allontanamento dalla casa paterna, poi la dissipazione dell’eredità, quindi la fame e il degradante lavoro di porcaio. In questo mestiere, forse, sta celato il vero peccato del giovane avvalorato dal suo grido rivolto al Cielo: «Padre, ho peccato davanti a te», e dal fatto che la parabola è tesa a difendere la benevolenza di Gesù nei confronti dei pubblicani, ritenuti impuri. La Legge faceva distinzione tra animali puri e animali impuri: «Ogni mammifero puro doveva avere l’unghia spaccata ed essere ruminante. Quelli che presentavano solo l’una o l’altra caratteristica erano esclusi, e di essi vengono nominati in modo specifico tre: la lepre, l’irace e il maiale» (George Cansdale). Forse Luca annotando il fatto che il giovane si era adattato per fame a fare il mandriano di porci, cioè di animali impuri, voleva dare al lettore un messaggio molto più forte: quello dell’apostasia del giovane, un peccato molto più grave dello sperpero dell’eredità.
 
Riconoscere il proprio peccato: Reconciliatio et paenitentia 13: Riconoscere il proprio peccato, anzi - andando ancora più a fondo nella considerazione della propria personalità - riconoscersi peccatore, capace di peccato e portato al peccato, è il principio indispensabile del ritorno a Dio. È l’esperienza esemplare di Davide, che dopo “aver fatto male agli occhi del Signore”, rimproverato dal profeta Natan (cfr. 2Sam 11-12), esclama: “Riconosco la mia colpa, il mio peccato mi sta sempre dinanzi. Contro di te, contro te solo ho peccato; quello che è male ai tuoi occhi io l’ho fatto” (Sal 51,5s.). Del resto, Gesù mette sulla bocca e nel cuore del figlio prodigo quelle significative parole: “Padre, ho peccato contro il cielo e contro di te” (Lc 15,18.21).
 
Clemente di Alessandria (Quis dives, 39s.): Dio concede il perdono del passato; il non ricadere dipende da noi. E questo è pentirsi: aver dolore del passato e pregare il Padre che lo cancelli, poiché lui solo con la sua misericordia può ritenere non fatto il male che abbiamo fatto e lavare con la rugiada dello Spirito i peccati passati. È detto, infatti: “Vi giudicherò, come vi troverò (In Evang. apocr.), in modo che se uno ha menato una vita ottima, ma poi si è rivolto al male, non avrà alcun vantaggio del bene precedente; invece, chi è vissuto male, se si pente, col buon proposito può redimere la vita passata. Ma ci vuole una gran diligenza, come una lunga malattia vuole una dieta più rigorosa e più accortezza. Vuoi, o ladro, che il peccato ti sia perdonato? Finisci di rubare. Ladultero spenga le fiamme della libidine. Il dissoluto sia casto. Se hai rubato, restituisci un po di più di quanto hai preso. Hai testimoniato il falso? Impara a dir la verità. Se hai spergiurato, astieniti dai giuramenti, taglia i vizi, lira, la cupidigia, la paura. Forse è difficile portar via a un tratto dei vizi inveterati; ma puoi conseguirlo per la potenza di Dio, con la preghiera dei fratelli, con una vera penitenza e assidua meditazione.
 
Siamo arrivati al termine. Possiamo mettere in evidenza:
**** Dio concede il perdono del passato; il non ricadere dipende da noi. 
Ora nel silenzio, nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.
 
Il sacramento che abbiamo ricevuto, o Signore,
agisca nelle profondità del nostro cuore,
e ci renda partecipi della sua forza.
Per Cristo nostro Signore.
 

6 Marzo 2021

Santa Rosa da Viterbo

Rosa nasce a Viterbo nell’anno 1233, il contesto storico entro cui la giovane Santa opera vede l’Imperatore Federico II impegnato ad ottenere il controllo di Viterbo a discapito dello Stato della Chiesa. In quel periodo le strade della città si prestano da scenario a cruenti combattimenti tra fazioni rivali (guelfi e ghibellini), con assedi, eserciti e trattati di pace non rispettati.
I genitori di Rosa, Caterina e Giovanni, hanno modeste origini ed educano la bambina nell’amore e nel rispetto di Dio, seguendo gli insegnamenti di San Francesco d’Assisi.
La casa dove vive la giovane con i propri genitori è situata vicino al Monastero delle Clarisse (tutt’ora esistente) dove Rosa cerca di entrare, ma provenendo da una famiglia povera, questo le viene negato, decide allora di operare tra le vie di Viterbo come terziaria, conducendo una vita di penitenza e di carità verso i poveri ed i malati.
Rosa professa apertamente la pace girando per le vie della città di Viterbo, con il Crocifisso e con altri segni di pietà. Questo suo modo di predicare, in un tempo in cui imperversano aspre lotte fra opposte fazioni politiche, divide gli animi dei cittadini, così l’Imperatore decide di bandirla con tutta la sua famiglia. Rosa durante l’esilio vive prima a Soriano nel Cimino e poi a Vitorchiano e rientra a Viterbo solo dopo la morte di Federico II (1250).
Rosa nasce con una rarissima e grave malformazione fisica caratterizzata dalla assoluta mancanza dello sterno, sostituito dalla natura da un piastrone fibroso, malattia oggi denominata “agenesia totale dello sterno” che di solito porta il soggetto ad una morte precoce entro i primi tre anni di vita, in quanto lo scheletro non riesce a sostenere il corpo. La giovane Rosa, invece, muore nel 1251 all’età di 18 anni.
Viene sepolta nella nuda terra del cimitero della sua parrocchia di Santa Maria in Poggio detta oggi Crocetta. Da quel giorno sono stati molti e continui i miracoli ottenuti dai fedeli che si sono recati sulla sua tomba per pregare.
Guarigioni da cecità, da cadute, da malattie gravi. Nel 1252, dopo circa 18 mesi dalla Sua morte, visto il notevole afflusso di gente sulla sua povera tomba ed il clamore sempre più crescente per i prodigi ed i miracoli ottenuti dai fedeli, le Autorità Cittadine ed il Clero chiedono al Papa Innocenzo IV di promuovere il processo di canonizzazione di Rosa. Il Pontefice acconsente ed ordina la riesumazione del corpo disponendone la preventiva e canonica ispezione, secondo gli usi del tempo.
Il Corpo della Santa appare miracolosamente incorrotto e perfino le rose con le quali era stata inghirlandata alla sua morte, apparvero ancora fresche e profumate. Viene allora deciso di darle più onorata sepoltura all’interno della chiesa di Santa Maria in Poggio dove vi rimane per sei anni.
Nel 1254 il Papa, Alessandro IV, non sentendosi più sicuro a Roma, teatro di tumulti tra le varie famiglie in lotta per il predominio sul territorio, decide di trasferire la Sede Papale a Viterbo (Viterbo verrà in seguito denominata Città dei Papi), cosa che realizza nel 1257.
Dopo qualche tempo dalla sua venuta sogna Rosa per ben tre volte. In queste apparizioni la giovane  dice al Papa di far trasferire il proprio Corpo nel vicino Monastero delle Clarisse, dove in vita aveva inutilmente chiesto di potere entrare.
Il 4 settembre del 1258, dopo la terza apparizione, il Papa, resosi conto che la figura che sognava e che gli parlava era veramente Rosa e considerando l’evento straordinario, accompagnato dai cardinali in una solenne processione, trasferisce il corpo incorrotto di Rosa nella vicina Chiesa delle Clarisse, affidandone a loro la custodia ed il culto.
Il corpo della giovane viene chiuso in una preziosa urna con un’anta apribile in modo tale che i fedeli possano baciare la sua mano. Nel 1357 a causa di una candela caduta, scoppia un incendio all’interno della cappella dove è custodita la giovane.
L’urna viene completamente consumata dalle fiamme, come pure le vesti di Rosa e tutti i documenti e gli ornamenti che sono lì conservati, ma il suo Corpo rimane assolutamente indenne, solo annerito.
Dopo più di 750 anni dalla Sua morte, recandosi nel bellissimo Santuario dedicato a Santa Rosa, è possibile vederla, perché il suo prezioso Corpo, custodito con amorevole cura dalle suore del Monastero è tutt’ora incorrotto.
Sono ben conservati il cuore, gli organi interni, le masse muscolari e lo scheletro con ossa tutte in connessione anatomica. I viterbesi, suoi devoti concittadini, onorano ogni anno, fin dal lontano 1258 la loro amata Rosa, con dei festeggiamenti che uniscono popolo e autorità in una unica voce e in un unico sentimento di fede.
Nel pomeriggio del 2 settembre viene svolta una solenne processione, il corteo storico di Viterbo in onore di Santa Rosa, con circa 300 figuranti in bellissimi costumi d’epoca tipici delle cariche civili ed ecclesiastiche più importanti della vita del Comune, accompagna la reliquia del cuore della Santa per le vie della Città di Viterbo.
La sera del 3 Settembre (dalle ore 21,00) viene effettuato, in onore della Santa il trasporto della “Macchina di Santa Rosa” una torre di circa 30 metri pesante 50 quintali che viene portata a spalla da circa cento uomini denominati “facchini di Santa Rosa” in un percorso di un chilometro e duecento metri, lungo alcune vie del centro storico di Viterbo.
Numerosi sono gli avvenimenti straordinari che accompagnarono la vita si Rosa. Come quello che narra come la piccola venne colpita improvvisamente da una gravissima malattia e pareva ormai in punto di morte, quando una notte si alzò improvvisamente dal letto chiedendo di mangiare.
La vita pubblica inizio quando Rosa pregò la ministra delle Terziarie francescane: “La beata Vergine Maria mi comanda che tu mi metta subito la tunica della penitenza che tieni a capo del tuo letto”.
Quando fu rivestita dell’abito di terziaria, Rosa fece radunare le donne della contrada: “Ascoltate - poiché io vedo una bellissima sposa di Cristo che nessuno di voi vede; questa sposa si avanza ornata di porpora e velo, con una corona d’oro piena di gemme e pietre preziose in testa. Essa mi comanda di andare, bene adornata, prima in San Giovanni, quindi in San Francesco e poi di tornare nella chiesa della Madonna”.
La mattina del 24 Giugno, accompagnata dai genitori e dalla folla si recò presso le chiese che la Madonna le aveva indicato.
Qualche giorno dopo le apparve Cristo sulla croce: questa visione sconvolse molto Rosa al punto che cominciò a strapparsi i capelli e a percuotersi. Recatasi in chiesa, davanti al Crocefisso esclamò piangendo: “Padre, chi ti ha crocifisso?”. Ricondotta a casa si flagellò per tre giorni.
In Viterbo tutti la notarono allorché cominciò ad andare per le vie della città con in mano un crocifisso, lodando Gesù e la Vergine Maria.
Per liberarsi di quella fanciulla, il podestà ordinò che tutta la famiglia lasciasse Viterbo entro 24 ore e che si recassero a Soriano del Cimino.
Ma il 13 dicembre 1250 morì Federico II, i guelfi ripresero il potere e prepararono il ritorno del Papa.
Rosa ne aveva annunciato la morte parecchi giorni prima, dopo aver avuto un sogno premonitore.
Durante il viaggio presso Vitorchiano, la presenza di Rosa restituì la vista a una fanciulla cieca dalla nascita e convertì anche un’eretica con un’ordalia. Preparato un gran falò, Rosa vi si gettò dentro ma non le successe nulla ed addirittura le fiamme si spensero. Uscita incolume, disse alla donna: “Abbandona la tua fedeltà e sottomettiti con ossequio devoto alla legge”.
Giunta a Viterbo sentì l’esigenza di entrare nell’attiguo monastero delle “Povere Dame di San Damiano”, alla risposta negativa disse “Dovete sapere che un giorno sarete liete di avere da morta quella che disprezzate da viva; e infatti l’avrete”. E così avvenne dopo la sua fu trasportata nel monastero delle Clarisse e ancora oggi è li custodito devotamente il suo corpo.
 
Pratica: Sarò coraggioso operatore di pace.  
 
Preghiera:
Dona a noi, Signore, la sapienza della croce e la fortezza, con le quali hai voluto arricchire santa Rosa da Viterbo, perché, portando le sofferenze con Cristo, partecipiamo più intimamente al suo mistero pasquale. Per il nostro Signore.
 
 
 
 
5 Marzo 2021
 
Venerdì II Settimana di Quaresima
 
Gen 37,3-4.12.13a.17b-28; Sal 104 (105); Mt 21,33-43.45
 
Il Santo del Giorno -  Il Santo del giorno: 5 Marzo 2016 - San Foca l’Ortolano, Martire: Accanto ai grandi martiri dei primi anni del secondo secolo come Ignazio di Antiochia e Simeone di Gerusalemme, ultimo dei parenti immediati di Gesù, troviamo anche un ortolano, di nome Foca, abitante a Sinope, nel Ponto Eusino. Era apprezzato e benvoluto da tutti per la sua generosità e la sua ospitalità e di queste sue virtù diede una commovente dimostrazione agli stessi carnefici, incaricati di eseguire la sentenza capitale pronunciata contro di lui. Evidentemente i carnefici non lo conoscevano di persona, perché, entrati in casa sua per avere delle indicazioni, furono generosamente invitati a pranzo dall’ortolano. Mentre i due si rifocillavano, Foca andò nell’orto a scavarsi la fossa; quindi tornò in casa e dichiarò la propria identità ai carnefici, pregandoli di non porre indugi all’esecuzione della sentenza. Fu accontentato e pochi istanti dopo il suo corpo cadeva nella fossa appena scavata. (Avvenire)
 
Colletta: Dio onnipotente e misericordioso, donaci di essere intimamente purificati dall’impegno penitenziale della Quaresima per giungere alla Pasqua con spirito rinnovato. Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
Chi sono questi “costruttori” che hanno scartato la “pietra angolare”? - Giovanni Paolo II (Omelia, 7 ottobre 1984): Paolo va ad annunziare ai pagani la parabola sulla vigna del Signore, la verità sull’elezione divina e sulla salvezza: porta questo annunzio ai figli e alle figlie di questa penisola. Ai figli e alle figlie di Roma. E innanzitutto i suoi piedi toccano la vostra terra qui a Reggio. Di qua si sono mossi i passi dell’apostolo. Di qua è partito il Vangelo, la Buona Novella: verso il centro del mondo di allora. Paolo di Tarso va ad annunziare Gesù Cristo ai romani. Gesù di Nazaret è la pietra “che i costruttori hanno scartata”; essa però “è diventata testata d’angolo”: la pietra angolare. “Dal Signore è stato fatto questo ed è mirabile agli occhi nostri” (Mt 21,42). Chi sono questi “costruttori” che hanno scartato la “pietra angolare”? Quei giudei che non hanno voluto credere in Gesù. Paolo, allora, va a cercare, nei pagani - cioè presso i romani - altri “costruttori”, che abbiano il buon senso di costruire sul terreno solido, cioè su Cristo. Egli aveva compreso bene il significato delle profezie e delle parabole del Maestro, le quali appunto annunciavano questa svolta, drammatica ed esaltante al tempo stesso, nella storia della salvezza. Paolo va quindi sereno verso questi popoli sconosciuti, con una fiducia soprannaturale che gli viene dall’aver creduto nella parola del Signore. E, sia pure tra varie difficoltà, il successo non mancherà. Anche i pagani cominceranno ad ascoltare il messaggio della salvezza.
 
I Lettura Giacobbe amava Giuseppe più di tutti i suoi figli. Una preferenza che aveva aperto la porta alla gelosia, infatti i fratelli di Giuseppe vedendo che il loro padre amava lui più di tutti i suoi figli, lo odiavano e non riuscivano a parlargli amichevolmente. Da qui il progetto di ucciderlo. Una storia assai triste nella quale campeggia l’assenza di un intervento visibile di Dio a favore di Giuseppe, sembra che Dio abbia lasciato il giovane Giuseppe al suo doloroso destino, ma in verità l’intera storia cela un insegnamento che sarà espresso chiaramente più avanti. La Provvidenza “ride dei calcoli degli uomini e sa volgere in bene la loro cattiva volontà. Non solo Giuseppe è salvato, ma il delitto dei suoi fratelli diventa lo strumento del disegno di Dio: la venuta dei figli di Giacobbe in Egitto prepara la nascita del popolo eletto” (Bibbia di Gerusalemme). Come dirà san Paolo, “Del resto, noi sappiamo che tutto concorre al bene, per quelli che amano Dio, per coloro che sono stati chiamati secondo il suo disegno” (Rm 8,28).
 
Vangelo La parabola dei contadini omicidi arriva senza difficoltà al cuore di chi ascolta. Il padrone della vigna è il Padre, i servi sono i profeti e il figlio prediletto, cacciato fuori dalla vigna e ucciso da coloro che avrebbero dovuto accoglierlo, è Gesù. Alla ostinazione e alla malvagità del suo popolo, il padrone della vigna risponderà facendo uccidere i vignaioli e affidando ad altri la vigna. Il regno di Dio andrà a coloro che avranno creduto, i quali consegneranno a suo tempo al padrone del campo i frutti. Per convalidare questo annuncio, Gesù evoca il testo del salmo 117 attribuendolo a se stesso. L’immagine della pietra, scartata dai costruttori e scelta da Dio come testata d’angolo, sta ad indicare che ciò che è disprezzato dagli uomini, per il Signore diviene fondamento di salvezza.
 
Dal Vangelo secondo Matteo 21,33-43.45: In quel tempo, Gesù disse ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo: «Ascoltate un’altra parabola: c’era un uomo che possedeva un terreno e vi piantò una vigna. La circondò con una siepe, vi scavò una buca per il torchio e costruì una torre. La diede in affitto a dei contadini e se ne andò lontano. Quando arrivò il tempo di raccogliere i frutti, mandò i suoi servi dai contadini a ritirare il raccolto. Ma i contadini presero i servi e uno lo bastonarono, un altro lo uccisero, un altro lo lapidarono. Mandò di nuovo altri servi, più numerosi dei primi, ma li trattarono allo stesso modo. Da ultimo mandò loro il proprio figlio dicendo: “Avranno rispetto per mio figlio!”. Ma i contadini, visto il figlio, dissero tra loro: “Costui è l’erede. Su, uccidiamolo e avremo noi la sua eredità!”. Lo presero, lo cacciarono fuori dalla vigna e lo uccisero. Quando verrà dunque il padrone della vigna, che cosa farà a quei contadini?». Gli risposero: «Quei malvagi, li farà morire miseramente e darà in affitto la vigna ad altri contadini, che gli consegneranno i frutti a suo tempo». E Gesù disse loro: «Non avete mai letto nelle Scritture: “La pietra che i costruttori hanno scartato è diventata la pietra d’angolo; questo è stato fatto dal Signore ed è una meraviglia ai nostri occhi”? Perciò io vi dico: a voi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che ne produca i frutti». Udite queste parabole, i capi dei sacerdoti e i farisei capirono che parlava di loro. Cercavano di catturarlo, ma ebbero paura della folla, perché lo considerava un profeta.
 
Quando arrivò il tempo di raccogliere i frutti, mandò i suoi servi..., chiara allusione ai profeti mandati da Dio ad Israele. Il raccolto, invece sta ad indicare le opere buone rivendicate dal Signore Dio. L’invio del figlio è l’ultimo tentativo che avrà un esito drammatico. La decisione di uccidere l’erede è in sintonia con la legge ebraica, la quale, nel caso in cui un proselito ebraico moriva, permetteva ai suoi fittavoli di reclamare le sue terre. Ma qui «viene denunciato non tanto un furto di prodotti quanto piuttosto la usurpazione dei diritti di Dio e la pretesa di prendere il suo posto; sta per ripetersi il peccato dei progenitori» (Bruno Barisan). Alla fine del racconto, i farisei non si accorgono di essere gli accusati (cfr. 2sam 12,5-7) e rispondendo alla domanda di Gesù, si autodenunciano trasgressori e meritevoli del castigo. La sentenza non tarda ad arrivare: darò in affitto la vigna ad altri contadini, che mi consegneranno i frutti a suo tempo. Questo affidamento però non suggerisce un’idea di appropriazione; infatti, la vigna viene soltanto affidata alla Chiesa ed essa dovrà dare i frutti a tempo debito. È un dono che non porta il marchio della infallibilità; quindi, rimane possibile, anche per la Chiesa, la probabilità di un ripudio. L’affermazione può sembrare temeraria, ma «ha il vantaggio di provocare una precisazione. La Chiesa è per sua natura santa perché corpo e sposa di Cristo e animata dallo Spirito Santo. Non potrà mai essere ripudiata perché è indefettibile [Mt 16,18]. Dio non può ripudiare suo Figlio di cui la Chiesa è corpo. Però se non c’è il pericolo del ripudio collettivo, rimane sempre quello del rigetto individuale, tanto più grave quanto maggiori sono i sussidi a disposizione di ognuno» (Vincenzo Raffa). È la minaccia del Padre di resecare ogni tralcio che in Cristo non porta frutto: «Io sono la vera vite e il Padre mio è l’agricoltore. Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo taglia, e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto. Voi siete già puri, a causa della parola che vi ho annunciato» (Gv 15,1-2). Allora la parabola richiama il «bisogno di riacquistare il senso che la Chiesa è anzitutto dono di Dio e che noi stessi lo siamo, che in essa egli ha stabilito con noi un rapporto di amore e di fiducia e che ci domanda il contraccambio di tale rapporto come primo frutto» (Bruno Barisan).
 
I nuovi custodi della vigna (vv. 40-44) - Rosalba Manes (Vangelo secondo Matteo): Al drammatico racconto segue la domanda-pungolo di Gesù: quale sarà la reazione del proprietario della vigna? La risposta dei suoi interlocutori è pronta, è ovvia, ma ha sempre l’effetto di un boomerang, inchiodando chi la formula. È chiaro per tutti che il padrone punirà severamente i contadini e affiderà la vigna ad altri capaci di consegnare i frutti al padrone.
A questo punto Gesù rivolge un altro invito provocatorio: «non avete mai letto nelle Scritture?» (v. 42), quasi un rimprovero rivolto ai leader religiosi, che vantano una grande frequentazione della Scrittura ma non sanno accogliere lo stile di Dio in essa racchiuso. A questo punto cita il Sal 118,22-23, un testo che la chiesa primitiva (cf At 4,11 e 1Pt 2,7) rilegge in chiave cristologica per parlare del Cristo, rifiutato dagli uomini, scelto da Dio come «pietra angolare» su cui poter costruire. Dalla metafora agraria della vigna si passa a quella edile di una costruzione. Fare in modo che la pietra di scarto si muti in pietra di appoggio è un prodigio che solo Dio può fare e che dovrebbe destare stupore e gioia in tutti gli uomini. Gli unici che non riescono a vedere Dio all’opera sono solo coloro che pretendono di conoscerlo meglio di chiunque altro. A costoro Gesù rivolge parole simili a macigni, annunciando che il regno di Dio sarà loro tolto e dato a un popolo che gli farà portare frutto. Già il Battista nella sua predicazione aveva segnalato l’incapacità di farisei e sadducei di fare frutti degni di conversione (Mt 3,8) e di essere alberi che fruttificano in vista del giudizio finale (Mt 3,10), a causa del loro crogiolarsi nei privilegi della promessa fatta ad Abramo. Essi infatti non hanno compreso che la promessa non è rivolta solo a Israele, ma a tutte le nazioni e che Dio è capace di estrarre figli ad Abramo persino dalle pietre (Mt 3,9). Nella nostra pericope la «pietra scartata» non è solo «figlio di Abramo» (Mt 1,l), ma è colui che porta a compimento la promessa fatta ad Abramo. Gesù spiega così che quel regno che soffre violenza (Mt 11,12), a causa di contadini prepotenti e prevaricatori che non accolgono i servi del Signore e congiurano ai danni del Figlio dell’uomo, ora sarà sottratto alla custodia delle autorità religiose giudaiche e affidato ad altri, più esattamente a un popolo di “piccoli” e “poveri” che avrà cura di fargli portare frutto. Custodire la vigna del Signore non è un diritto, né una pretesa, ma un dono gratuito che come tale va vissuto. Il v. 44 non appare nella tradizione manoscritta occidentale e questo induce a ipotizzare un’inserzione di un copista che si è ispirato a Lc 20,18. Il senso della sentenza è quello dello scandalo: chi inciampa in questa «pietra» che è Cristo o chi viene colpito da essa, decide la sua personale distruzione. Rifiutare Gesù e la sua parola è come destinarsi all’infelicità.
 
li padrone e la vigna - Epifania Latino (Interpretazione dei Vangeli 31): Da ultimo mandò loro il proprio figlio dicendo: Avranno rispetto di mio figlio! Il figlio unico del padrone è il Signore, il Figlio di Dio, che venne per volontà del Padre alla sua vigna, che è il popolo giudaico. Ma quei vignaioli, che sono i dottori della Legge, visto il figlio, dissero tra sé: Costui è l’ erede, venite, uccidiamolo, e avremo noi l’eredità. E, presolo, lo cacciarono fuori della vigna e l’uccisero. Anche loro crocifissero nostro Signore fuori della città, mentre gridavano: Crocifiggilo, crocifiggilo! Ma non vennero in possesso dell’ eredità della Legge; al contrario condannarono se stessi a morte, poiché il Signore chiese: Quando dunque verrà il padrone della vigna che farà a quei vignaioli? Ed essi risposero: Farà morire miseramente quei malvagi e darà la vigna ad altri vignaioli che gli consegneranno i frutti a suo tempo. Condannarono se stessi con le loro parole, come suggerisce il Signore, quando parla di se stesso e della loro infedeltà: La pietra che i costruttori hanno scartata è diventata testata d’angolai dal Signore è stato fatto questo ed è mirabile agli occhi nostri? Perciò io vi dico: vi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che lo farà fruttificare.
 
Siamo arrivati al termine. Possiamo mettere in evidenza:
**** Rifiutare Gesù e la sua parola è come destinarsi all’infelicità.
Ora nel silenzio, nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.
 
Il pegno dell’eterna salvezza,
che abbiamo ricevuto in questi sacramenti,
ci aiuti, o Signore, a progredire nel cammino verso di te,
per giungere al possesso dei beni eterni.
Per Cristo nostro Signore.
 
5 Marzo 2021
 
Beato Geremia da Valacchia
 
LA MISERICORDIA DELLA CARITÀ
 
Quando venne in Italia, Geremia da Valacchia era già forgiato alle virtù evangeliche dagli esempi e insegnamenti dei genitori, del padre Stoika Kostist e, soprattutto, della mamma Margherita Barbato. Era nato in Romania, a Tzazo, un piccolo villaggio di contadini e pastori, il 29 giugno 1556. Egli aveva sentito un fortissimo richiamo interiore ad andare in Italia, “dov’erano li buoni cristiani - così aveva sentito da mamma - e dove li monaci erano tutti santi e v’era il papa vicario di Cristo”. Il viaggio davvero intrapreso fu un’avventura di dure esperienze. Come poteva un giovane contadinello, che non sapeva né leggere né scrivere, e conosceva solo il dialetto del suo paese, avventurarsi in un viaggio così lungo e rischioso, senza mezzi e programma, e con un distacco così radicale dai genitori, se non per una grazia speciale del Signore? Egli stesso raccontava di aver patito tanto “dallo paese suo fin qui, aveva dovuto fare tutte le arti: aiutare come manovale nelle fabbriche, zappare la terra, guardare gli animali, servire un medico e un farmacista. Solo due mestieri non aveva fatto mai, il paggio e lo sbirro”.
Raggiunta l’Italia, a Bari, come servo del celebre medico Pietro Lo Iacono, trovò la delusione più amara della sua vita. Altro che buoni cristiani! E aveva deciso di ritornare in patria. Sennonché la provvidenza lo volle frate cappuccino a Napoli, dove giunse durante la quaresima del 1578. I frati gli sembrarono “quei monaci santi” di cui gli aveva parlato la mamma. Nel convento di Sessa Aurunca (Caserta) prese l’abito cappuccino, con il nome di fra Geremia. Dopo varie mansioni in diversi conventi, come S. Eframo Vecchio in Napoli e a Pozzuoli, nel 1585 venne incaricato di assistere gli ammalati nella grande infermeria del convento di S. Eframo Nuovo, detto comunemente della Concezione. Qui rimase per 40 anni, fino alla morte avvenuta il 5 marzo 1625.
In 46 anni di vita religiosa fece splendere dentro e fuori convento il carisma soprannaturale della carità e i doni dello Spirito Santo, per cui era comune il detto: “Alla carità di fr. Geremia chi ci può arrivare?”. Egli visse tutta la splendida gamma della virtù e delle opere di misericordia corporali e spirituali. La visione e dimensione della sua vita è stata la misericordia: Dio è tutta misericordia, la Trinità è misericordia, la Passione di Cristo e il Corpo di Cristo nell’Eucarestia è misericordia, la Vergine dal manto trapunto di stelle, è madre di misericordia, la Chiesa è misericordiosa, l’umanità è un dono della misericordia, l’universo visibile e invisibile è un atto continuo di misericordia divina.
Egli era analfabeta, ma quando parlava diventava pittoresco, penetrante, senza complessi razionali, immediato, per cui “tutti davano salti, ascoltando con gusto grande”. Imbevuto di misericordia, era un ricercato consolatore degli afflitti e sapeva davvero consolare. Ma se era da tanti richiesto, egli, da parte sua, pure cercava i sofferenti. Non faceva distinzione fra ricco e povero. Passava dalle case dei poveri ai palazzi dei nobili, avvicinandoli con la medesima semplicità. Era attirato dall’infermo e dal sofferente come da una calamita, e riusciva a consolarli con il suo servizio e "con le sue parole semplici e spirituali", più che con i dotti e predicatori.
Era sempre pronto e allegro. Purezza, semplicità e amore erano le sorgenti di quella letizia che si irradiava dal suo volto. Portava sempre qualcosa da dare, da donare. Nascondeva l’ansia del patire e l’eroismo della sua penitenza e della sua povertà sotto un modo di fare giullaresco, umoristico e allegro. Anche nel convento era come pellegrino e forestiero poiché non aveva una stanza a suo uso, ma passava la notte nelle celle dei malati o di altri frati, ed era così povero “da non aver di che pagare la pigione di una cella”, come egli diceva.
Le “fave di fr. Geremia” erano note a tutti. Con esse nascondeva la sua continua astinenza e le chiamava “fafanelli” e ne diceva tanto bene che alle volte invogliava personaggi autorevoli della città a richiederle per devozione. Ma anche i frati e gli stessi infermi, quando lo vedevano passare per l’infermeria con quelle sue fave con la scorza, ne chiedevano un po’ ed egli le distribuiva con grande gusto. La sua carità era conosciuta anche dalle “pietre del convento”. Perché “fare la carità - diceva - è più dell’estasi”. Eppure egli era un insonne orante e un innamorato dell’Eucarestia, del Crocifisso, di Maria Vergine tutta misericordia, che egli soleva chiamare “Mammarella nostra” per tenerezza.
È rimasta famosa la Madonna di fra Geremia, quella che egli una notte, probabilmente alla vigilia dell’Assunta del 1608, vide nella sua bellezza ineffabile. Ma osservò come, pur essendo Regina, la Vergine non portasse la corona sul capo. Ne chiese spiegazione. Ed essa: “La corona mia è questo Figlio mio!”. Questa visione rimase sempre nel volto dell’umile fratello come una luce che non riuscì a nascondere e la confidò all’amico del cuore, fra Pacifico da Salerno. E così, da amico in amico, la notizia si diffuse tra confratelli e anche fuori convento. La Madonna di fra Geremia divenne popolare nella città e nel Regno di Napoli. Un pittore la riprodusse e ne vennero ricavate incisioni che si moltiplicarono tra la gente come una icona.
Questa esperienza mariana accese ancor di più la carità di fra Geremia verso ogni forma di sofferenza, dove vedeva lo splendore di quella “corona”, ossia il volto del Figlio di Maria. I poveri per lui erano i veri signori da servire. Ad essi bisognava spalancare la porta del convento, ma anche lasciar aperto l’ingresso dell’orto. La sua straripante carità mise a dura prova gli schemi della vita conventuale: i cucinieri, i frati ortolani e questuanti e anche diversi superiori facevano rimostranze. Ma egli, intrepido nell’amore, li metteva a tacere con semplici parole che non potevano essere contestate: “La carità agli infermi che sono bisognosi”, perché succedeva che spesso il raccolto della sua questua in città andava a finire in mano ad ammalati o a poveri che incontrava; oppure: “L’avarizia porta la carestia”, perché i frati ortolani, infastiditi per il viavai di tanti poveri, avevano cinto l’orto di siepi. Egli sosteneva che “ai poveri si deve dar sempre per limosina quello che piace e non quello che dispiace, dare il meglio delle cose”.
Nel convento era infaticabile giorno e notte. Era sempre in movimento per servire gli ammalati, specie i più ributtanti, con una gioia e gusto incredibile. Essi erano il suo paradiso, il suo spasso, la sua più bella compagnia. C’erano alcuni ammalati stomacosi, storpiati, impiagati e puzzolenti ed egli li serviva, giorno e notte come gli fossero stati figli, e gli sembrava di stare tra fiori e rose. Quella puzza gli si tramutava, come per san Francesco l’amarezza tra i lebbrosi, in dolcezza dell’anima e del corpo. Gli pareva di odorare profumo di muschio, come spesse volte diceva, mentre si tratteneva con loro per consolarli, servendoli come tante piccole creature e li imboccava come tanti “piccirilli”.
“Non si vergognava - scrive F. S. Toppi - di elemosinare dai macellai la carne per gli ammalati poveri, s’industriava di raccogliere indumenti per coloro che non avevano di che coprirsi, difendeva i servitori maltrattati dai padroni, s’interessava per collocare i disoccupati in un lavoro onesto, si premurava di procurare la dote a ragazze orfane o pericolanti perché si sposassero decorosamente, si recava nelle carceri per visitare i detenuti, si prodigava per estinguere le inimicizie e pacificare gli animi agitati dall’odio... Era un’immagine vivente e operosa della misericordia del Signore”.
Ma aiutava gli altri frati anche nei lavori domestici, per sollevarli dalla fatica, pronto a lavar loro i piedi con acqua di erbe odorose, a toglier loro di mano la scopa, a lavare la loro biancheria e i loro abiti. In convento si diceva che fra Geremia era la mano destra d’ogni frate. Servire tutti e non essere mai servito: questa era la sua ambizione. Per questo poteva elevare sinceramente questa preghiera: “Signore, ti ringrazio perché ho sempre servito e mai sono stato servito, sono stato sempre suddito e mai ho comandato!”.
Una immagine ricorrente è quella dell’amore materno. Egli serviva come una madre i suoi figli. Tanto è vero che alla sua morte i suoi malati e gli altri confratelli lo piansero a lungo, come se davvero avessero perduto la mamma: “Noi l’abbiamo pianto molte volte, come se fosse stato nostra madre!”. Egli morì, vittima di carità e di obbedienza, per una visita ad un ammalato a Torre del Greco.
Il carisma del vero “fratello laico” cappuccino splende nella più limpida luce in questa testimonianza. Per questo le deposizioni processuali più frequenti e significative provengono da fratelli laici che durante i processi informativi e apostolici vennero più volte a raccontare con schietta semplicità i loro ricordi, che si leggono ancora volentieri e confortano la vita cappuccina ispirandola a più alte vette, dopo che Giovanni XXIII il 18 dicembre 1959 proclamò l’eroicità delle virtù dell’umile fr. Geremia, e Giovanni Paolo II il 30 ottobre 1983 lo elevò all’onore degli altari.
Fonte: www.fraticappuccini.it
 
 
Giovanni Paolo II (Omelia, 30 ottobre 1983):
Il terzo Beato è il frate cappuccino Geremia da Valacchia: un figlio della Romania, la nobile Nazione che porta nella lingua e nel nome l’impronta di Roma. La glorificazione di questo servo fedele del Signore, dopo tre secoli di misterioso nascondimento, è riservata ai nostri giorni, segnati dalla ricerca dell’ecumenismo e della solidarietà tra i popoli a livello internazionale.
Il Beato Geremia da Valacchia venendo dalla Romania in Italia, riallacciò nella sua vicenda storica Oriente e Occidente, lanciando un emblematico ponte tra i popoli e tra le Chiese cristiane. Sorgente inesauribile della sua vita interiore era la preghiera, che lo faceva crescere ogni giorno nell’amore per il Padre e per i fratelli. Attingeva ispirazione e forza dalla meditazione assidua del Crocifisso, dall’intimità con Gesù Eucaristico e da una filiale devozione verso la Madre di Dio.
Per i poveri si prodigò generosamente, industriandosi con tutti i mezzi per sollevarne le miserie. Con illuminata larghezza di spirito diceva che bisognava ispirarsi alla liberalità del Padre celeste e dare gratuitamente quanto gratuitamente s’era ricevuto per condividerlo coi fratelli in necessità. Nell’assistenza agli ammalati spese tutta la ricchezza della sua generosità e della sua eroica abnegazione. Serviva instancabilmente, riservandosi come ambito privilegio i servizi più umili e più faticosi, scegliendo di accudire i malati più difficili e più esigenti.
Una carità così straordinaria non poteva restare circoscritta tra le mura del convento. Ecclesiastici, nobili e popolani chiedevano, nella malattia, una visita del frate valacco. E fu appunto per recarsi a visitare un ammalato in un rigido giorno d’inverno, che contrasse una pleuropolmonite che ne stroncò la robusta fibra.
Rivolgendomi a voi Romeni nella vostra lingua, mi compiaccio che abbiate chiesto di mettere sul candelabro questa lampada ardente. Voi avete scoperto il suo messaggio e vi siete uniti intorno alla sua figura, che sintetizza ed esprime la vostra tradizione cristiana e le vostre aspirazioni. Nella vostra storia bimillenaria, pur ricca di tanti valori di fede, Geremia da Valacchia è il primo romeno che ascende ufficialmente agli onori degli altari. Egli che nella sua vita realizzò una sintesi armoniosa tra la Patria naturale e quella adottiva, contribuisca ora, proclamato “beato”, a promuovere la pace tra le nazioni e l’unità dei cristiani, additandone col suo esempio la strada maestra: la carità operosa per i fratelli.
 
 
Pratica:
“Dite il Pater noster perché questa è la miglior orazione che può fare un cristiano, ché l’ha insegnata Dio agli apostoli. Amiamo questo gran Dio che merita d’essere amato. Non l’offendiamo che è tanto buono, e così buono rimuneratore, poiché ha fatto tanto per noi. La carità accommoda ogni cosa” (B. Geremia da Valacchia)
 
Preghiera: O Dio, che oggi ci allieti con la festa del beato Geremia da Valachia, fa’ che il ricordo della sua testimonianza evangelica segni un rinnovamento nella nostra vita. Per il nostro Signore.