4 Marzo 2021
 
Giovedì II Settimana di Quaresima
 
Ger 17,5-10; Sal 1; Lc 16,19-31
 
Il Santo del Giorno - San Casimiro, Principe polacco: Nasce a Cracovia, nel 1458. Figlio del re di Polonia, appartenente alla dinastia degli Jagelloni, di origine lituana. Quando gli Ungheresi si ribellarono al loro re, Mattia Corvino, e offrirono al tredicenne principe Casimiro la corona, questi vi rinunciò appena seppe che il papa si era dichiarato contrario alla deposizione del regnante. Impegnato in una politica di espansione, re Casimiro IV (1440-1492) diede al terzogenito l’incarico di reggente di Polonia e il principe, minato dalla tubercolosi, svolse il compito senza lasciarsi irretire dalle seduzioni del potere. Non si piegò alle ragioni di Stato quando gli venne proposto dal padre il matrimonio con la figlia di Federico III, per allargare i già estesi confini del regno. Il principe Casimiro non voleva venir meno al suo ideale ascetico di purezza per vantaggi materiali cui non ambiva. Di straordinaria bellezza, ammirato e corteggiato, Casimiro aveva riservato il suo cuore alla Vergine. Si spegne a 25 anni a Grodno (in Lituania) il 4 marzo 1484. Nel 1521 papa Leone X lo dichiarò patrono della Polonia e della Lituania. (Avvenire)
 
Colletta: O Dio, che ami l’innocenza e la ridoni a chi l’ha perduta, volgi verso di te i nostri cuori perché, animati dal tuo Spirito, possiamo rimanere saldi nella fede e operosi nella carità fraterna. Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
Giovanni Paolo II (Udienza Generale, 30 Novembre 1994): Gesù afferma per tutti la necessità di una scelta fondamentale circa i beni della terra: liberarsi dalla loro tirannia. Nessuno - egli dice - può servire due padroni. O si serve Dio o si serve mammona (cfr. Lc 16,13; Mt 6,24). L’idolatria di mammona, ossia del denaro, è incompatibile col servizio a Dio. Gesù fa notare che i ricchi si attaccano più facilmente al denaro (chiamato col termine aramaico “mammona”, che significa “tesoro”), e hanno difficoltà a rivolgersi a Dio: “Quanto è difficile, per coloro che possiedono ricchezze entrare nel Regno di Dio! E più facile per un cammello passare per la cruna di un ago che per un ricco entrare nel Regno di Dio” (Lc 18,24-25 par). Gesù ammonisce sul duplice pericolo dei beni della terra: cioè che con la ricchezza, il cuore si chiuda a Dio, e si chiuda anche al prossimo, come si vede nella parabola del ricco Epulone e del povero Lazzaro (cfr. Lc 16,19-31). Tuttavia Gesù non condanna in modo assoluto il possesso dei beni terreni: a lui preme piuttosto ricordare, a coloro che li posseggono, il duplice comandamento dell’amore verso Dio e dell’amore verso il prossimo. Ma, a chi può e vuole capirlo, chiede molto di più.
 
I Lettura Mentre il re ed i suoi ministri si affannano a cercare alleanze ed appoggio con l’Egitto contro l’Assiria, Geremia predica la fiducia in Dio. Solo Dio, certo non l’esercito egiziano, avrebbe salvato Israele dagli Assiri; ma non viene ascoltato. A ragione pertanto il profeta può dire: «Maledetto l’uomo che confida nell’uomo... Sarà come un tamerisco nella steppa». Maledetto, non perché il Signore voglia per lui il male, o gli mandi delle disgrazie, ma perché da se stesso si è messo sulla strada della rovina. L’uomo che confida nell’uomo è sulla strada sbagliata. Mettere tutta la propria fiducia nelle cose materiali e fare di esse il fine ed il fondamento della propria vita, è andare incontro alla delusione e al fallimento. 
 
Vangelo La parabola evangelica vuol mettere in evidenza la potenza seducente del denaro. Il ricco epulone è reso cieco letteralmente dalla ricchezza: mentre brama divertirsi ingozzandosi, i suoi occhi non scorgono più il povero Lazzaro, «bramoso di sfamarsi di quello che cadeva dalla mensa del ricco». Dopo la morte le sorti si ribaltano: il ricco è nei tormenti, il povero nella gioia. La parabola non condanna il denaro in se stesso, ma il suo uso empio e il suo fascino luciferino che può travolgere il cuore e la mente degli uomini. Cristo non condanna la gioia terrena, ma la mancanza di pietà e di carità verso i più indigenti. Occorre quindi mettersi in un serio cammino ascetico.
 
Dal Vangelo secondo Luca 16,19-31: In quel tempo, Gesù disse ai farisei: «C’era un uomo ricco, che indossava vestiti di porpora e di lino finissimo, e ogni giorno si dava a lauti banchetti. Un povero, di nome Lazzaro, stava alla sua porta, coperto di piaghe, bramoso di sfamarsi con quello che cadeva dalla tavola del ricco; ma erano i cani che venivano a leccare le sue piaghe. Un giorno il povero morì e fu portato dagli angeli accanto ad Abramo. Morì anche il ricco e fu sepolto. Stando negli inferi fra i tormenti, alzò gli occhi e vide di lontano Abramo, e Lazzaro accanto a lui. Allora gridando disse: Padre Abramo, abbi pietà di me e manda Lazzaro a intingere nell’acqua la punta del dito e a bagnarmi la lingua, perché soffro terribilmente in questa fiamma. Ma Abramo rispose: Figlio, ricòrdati che, nella vita, tu hai ricevuto i tuoi beni, e Lazzaro i suoi mali; ma ora in questo modo lui è consolato, tu invece sei in mezzo ai tormenti. Per di più, tra noi e voi è stato fissato un grande abisso: coloro che di qui vogliono passare da voi, non possono, né di lì possono giungere fino a noi. E quello replicò: Allora, padre, ti prego di mandare Lazzaro a casa di mio padre, perché ho cinque fratelli. Li ammonisca severamente, perché non vengano anch’essi in questo luogo di tormento. Ma Abramo rispose: Hanno Mosè e i Profeti; ascoltino loro. E lui replicò: No, padre Abramo, ma se dai morti qualcuno andrà da loro, si convertiranno. Abramo rispose: Se non ascoltano Mosè e i Profeti, non saranno persuasi neanche se uno risorgesse dai morti».
 
Il ricco e il povero Lazzaro - La parabola è propria di Luca. Se del povero si conosce il nome, cosa molto insolita, il ricco gaudente è anonimo.
Un uomo ricco... un povero... All’uomo ricco il nomignolo, Epulone, dal latino èpulae (vivande, épulum banchetto), gli viene dal suo passatempo preferito: quello di fare festa ogni giorno con grandi banchetti (epulàbatur cotidie splèndide). I septemviri epulones erano uno dei quattro più importanti collegi religiosi della Roma antica, insieme a quelli dei pontefici, degli auguri e dei quindecimviri sacris faciundis. Il loro ufficio principale era quello di preparare un sontuoso banchetto in onore di Giove e per i dodici Dèi, in occasione di pubbli­che feste o calamità: le statue delle divinità erano poste in lettucci dirimpetto a tavole abbondante­mente imbandite di cibi succulenti e bevande inebrianti, che poi gli Epuloni consumavano.
Il nome del povero è Lazzaro. Luca forse lo ricorda unicamente per la sua etimologia: Dio ha soccorso. Una sottolineatura per suggerire che il Signore Dio non è sordo alle preghiere dei poveri ed è pronto ad intervenire a loro favore: «Questo povero grida e il Signore lo ascolta, lo libera da tutte le sue angosce» (Sal 34,7). È uno degli ‘anawin (poveri) dell’Antico Testamento che, secondo la legge, devono essere amati e protetti (Cf. Es 22,21-24; Am 5,10-12; Is l,17; 58,7).
La ricchezza dell’Epulone è sottolineata anche dalla sontuosità delle sue vesti: «vestiva di porpora e di lino finissimo». Le vesti di porpora, di colore rosso acceso, e di telo di lino assai fine, erano indossate dai re e dai notabili che in questo modo ostentavano il loro rango.
La ricchezza dell’epulone è così grande quanto il suo egoismo. Ancora una volta a calcare la scena evangelica è un uomo incolpevole. Non è un pubblicano, non è uno strozzino, non è un ladro; il suo unico peccato è quello di non accorgersi di Lazzaro «bramoso di sfamarsi con quello che cadeva dalla tavola del ricco» e la cui unica ricchezza era costituita da quelle piaghe che fasciavano dolorosa­mente tutto il suo povero corpo. Gli unici compagni di Lazzaro sono i cani randagi considerati animali impuri (Cf. Sal 22,17.21; Prov 26,11; Mt7,6).
... morì il povero... morì anche il ricco...  Stando negli inferi... Luca non ha intenzione di dare informazioni sull’aldilà anche se la parabola può offrirsi a questa interpretazione. Per esempio, il giudizio subito dopo la morte e la sua irrevocabilità. Un «luogo» di pene e un «luogo» di beatitudine. Pene e beatitudine presentate come castighi e premi eterni.
Il tema del racconto evangelico è invece il fascino delle ricchezze che corrompono il cuore: bisogna imparare a trattarle con estrema cautela perché «chi ama il denaro non è mai sazio di denaro e chi ama la ricchezza non ha mai entrate sufficienti» (Qo 5,9). Invece di perdere il tempo in banchetti e bagordi, è urgente che l’uomo utilizzi il tempo che gli è dato per convertirsi. Un buon funerale è assicurato a tutti, ma quello che conta è il dopo. Il «tragico è: chi ha il cuore appesantito dai beni terreni, sedotto dai piaceri di questo mondo, reso sordo dalle mille voci seducenti che lo allettano non può percepire e recepire l’invito alla conversione» (C. Ghidelli). Da qui la necessità e l’urgenza di farsi poveri per il regno dei Cieli (Cf. Lc 6,20-26).
Ma non bisogna fare l’apologia della povertà. La parabola non va considerata come consolazione alienante per i poveri di questo mondo. La religione non è l’oppio che addormenta e tiene buoni i miseri.
Lazzaro non scelse la povertà, ma seppe accettare il suo stato miserevole trasformandolo in una corsia privilegiata che lo portò nel seno di Abramo. Qui c’è un’altra lezione: è la stessa esistenza quotidiana a fornire all’uomo «la palestra di addestramento nella virtù, a imporgli rinunce e privazioni di ogni genere, a esercitarlo nella pazienza, nell’umiltà e nella ubbidienza» (A. M. Canopi).
È la grande lezione che insegna ad accontentarsi di quello che si ha (Cf. Prov 30,7-9; 1Tm 6,8) condividendolo gioiosamente con i poveri; di saper attendere con fiducia la ricompensa che viene unicamente da Dio, quasi sempre solo dopo questa vita; di saper gioire anche nelle prove: «Considerate perfetta letizia, miei fratelli, quando subite ogni sorta di prove, sapendo che la vostra fede, messa alla prova, produce pazienza. E la pazienza completi l’opera sua in voi, perché siate perfetti e integri, senza mancare di nulla» (Gc 1,2-4). Tutta qui la «morale» della parabola.
Neanche se uno risorgesse dai morti. L’uomo ricco chiede un miracolo per i suoi cinque fratelli, perché si convertano. Chiedere un miracolo per credere era un’idea fissa degli Ebrei, lo ricorderà anche Paolo ai cristiani di Corinto: «E mentre i Giudei chiedono miracoli e i Greci cercano sapienza» (1Cor 1,22). Molte volte i Giudei avevano chiesto a Gesù un segno per credere in lui e Gesù lo offrirà nella sua risurrezione, ma neanche questo segno servirà a convincere gli Ebrei. Quindi, nelle parole di Gesù c’è una profonda lezione di vita cristiana: non «dobbiamo aspettarci che qualcuno venga dall’al di là ad avvertirci. Gesù con la sua predicazione ci ha detto come stanno le cose. Con la sua morte e risurrezione ci ha dato la garanzia divina che Egli testimonia la verità. Non ci rimane che ascoltare e mettere in pratica la sua parola, che risuona continuamene nella predicazione della Chiesa. Si tratta solo di credere alla predicazione, di credere a quanto la Chiesa insegna» (Roberto Coggi).
 
Di chi è la ricchezza? - Basilio di Cesarea (Hom., 12, 7): A chi faccio torto, dici, se mi tengo il mio? Ma, dimmi, che cosa è tua? Che cosa hai portato tu alla vita? Come se uno, avendo preso prima un posto in un teatro, poi cacci via quelli che entrano, pretendendo che sia suo ciò che è fatto a beneficio di tutti; così sono i ricchi. Occupano i beni comuni e ne pretendono la proprietà perché li hanno occupati prima. Se invece ognuno prendesse solo ciò che è necessario al proprio bisogno e lasciasse agli altri ciò che non gli serve, nessuno sarebbe ricco e nessuno sarebbe povero. Non sei uscito nudo da tua madre? Non tornerai nudo nella terra? Da che parte ti son venuti i beni che hai? Se dici che ti vengono dal fato, sei un empio, perché non riconosci il Creatore e non sei grato a chi te li ha dati; se dici che ti vengono da Dio, spiegaci perché te li ha dati. Può essere ingiusto Dio, che darebbe inegualmente le cose necessarie alla vita? Perché, mentre tu sei ricco, l’altro è povero? Non forse perché tu possa avere la mercede del giusto e fedele dispensatore e l’altro acquisti il grande premio della pazienza? Tu invece abbracci tutto nelle insaziabili pieghe dell’avarizia e mentre privi tanta gente, credi di non far torto a nessuno. Chi è l’avaro? Colui che non è contento di quanto basta. Chi è il saccheggiatore? Chi prende la roba degli altri. Non sei avaro? non sei un saccheggiatore? Tu ti appropri di ciò che hai ricevuto per dispensarlo. Sarà chiamato ladro chi spoglia uno che è vestito e non meriterà lo stesso titolo colui che, potendo vestire un nudo, non lo veste? È dell’affamato il pane che tu possiedi; è del nudo il panno che hai negli armadi; è dello scalzo la scarpa che s’ammuffisce in casa tua; è dell’indigente l’argento che tu tieni seppellito. Quanti sono gli uomini ai quali puoi dare, tanti son coloro cui fai torto.
 
Siamo arrivati al termine. Possiamo mettere in evidenza:
**** Se non ascoltano Mosè i Profeti, non saranno persuasi neanche se uno risorgesse dai morti. (Lc 16,31)   
Ora nel silenzio, nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.
 
Questo sacramento, o Dio,
continui ad agire in noi e porti frutto nella nostra vita.
Per Cristo nostro Signore.
 
4 Marzo 2021
 
San Giovanni Antonio Farina, Vescovo e Fondatore
 
Grande figura di vescovo ed educatore, Giovanni Antonio Farina nacque a Gambellara, in provincia di Vicenza, nel 1803. Entrato in seminario giovanissimo fu subito notata la sua predisposizione per l’insegnamento, al punto che a soli 21 anni, quando ancora studiava teologia, gli venne affidato il compito di tenere delle lezioni. Ordinato sacerdote nel 1827 svolse i primi anni del suo ministero a Vicenza. E fu qui che intuì il valore sociale che poteva avere l’insegnamento. Nel 1831 diede inizio alla prima scuola popolare femminile e nel 1836 fondò le Suore Maestre di santa Dorotea Figlie dei Sacri Cuori, un istituto di «maestre di provata vocazione, consacrate al Signore e dedite interamente all’educazione delle fanciulle povere». Nel 1850 il Papa lo nominò vescovo di Treviso, dove si distinse in maniera particolare per la sua carità, tanto da essere chiamato il «vescovo dei poveri». Nel 1860 fu poi trasferito alla sede vescovile di Vicenza. In questa veste partecipò ai lavori del Concilio Vaticano I, dove sostenne con forza la definizione dell’infallibilità pontificia. Morì a Vicenza il 4 marzo 1888. (Avvenire)
Martirologio Romano: A Vicenza, beato Giovanni Antonio Farina, vescovo, che in vari modi si adoperò nell’azione pastorale e fondò l’Istituto delle Suore Maestre di Santa Dorotea Figlie dei Sacri Cuori per provvedere all’educazione delle ragazze povere e a tutti gli afflitti e gli emarginati.
 
Biografia
 
Sacerdote di straordinaria spiritualità e di grande generosità apostolica, Giovanni Antonio Farina può essere considerato uno dei più insigni vescovi dell’Ottocento. Fu il fondatore delle suore Maestre di S. Dorotea Figlie dei Sacri Cuori, che attualmente operano in varie parti del mondo con attività educative, assistenziali e pastorali.
Nato a Gambellara (Provincia di Vicenza) l’11 gennaio 1803 da Pietro e Francesca Bellame, Giovanni Antonio Farina ricevette la prima formazione dallo zio paterno, un santo sacerdote che fu per lui vero maestro di spirito e anche suo precettore, non essendoci all’epoca scuole pubbliche nei piccoli paesi. A quindici anni entrò nel seminario diocesano di Vicenza dove frequentò tutti i corsi distinguendosi per bontà d’animo e una particolare attitudine allo studio. A 21 anni, mentre ancora frequentava la teologia, venne destinato all’insegnamento in seminario, rivelando spiccate doti di educatore.
Il 14 gennaio 1827 ricevette l’ordinazione sacerdotale e subito dopo conseguì il diploma di abilitazione all’insegnamento nelle scuole elementari. Nei primi anni di ministero ebbe vari incarichi: la docenza in seminario per 18 anni, la cappellania di San Pietro in Vicenza per 10 anni e la partecipazione a varie istituzioni culturali, spirituali e caritative cittadine, tra cui la direzione della scuola pubblica elementare e liceale.
Nel 1831 diede inizio in Vicenza alla prima scuola popolare femminile e nel 1836 fondò le Suore Maestre di S. Dorotea Figlie dei Sacri Cuori, un istituto di «maestre di provata vocazione, consacrate al Signore e dedite interamente all’educazione delle fanciulle povere». Subito egli volle che le sue religiose si dedicassero anche alle fanciulle di buona famiglia, alle sordomute e alle cieche; le inviò quindi all’assistenza degli ammalati e degli anziani negli ospedali, nei ricoveri e a domicilio. Il 1° marzo 1839 ottenne il decreto di lode da papa Gregorio XVI; le Regole da lui elaborate rimasero in vigore fino al 1905, quando l’Istituto venne approvato da papa Pio X, ordinato sacerdote dallo stesso vescovo Farina.
Nel 1850 fu eletto vescovo di Treviso e ricevette la consacrazione episcopale il 19 gennaio 1851. In questa diocesi svolse una multiforme attività apostolica: iniziò subito la visita pastorale e organizzò in tutte le parrocchie associazioni per l’aiuto materiale e spirituale agli indigenti, tanto da essere chiamato «il vescovo dei poveri». Incrementò la pratica degli esercizi spirituali e l’assistenza ai sacerdoti poveri e infermi; curò la formazione dottrinale e culturale del clero e dei fedeli, l’istruzione e la catechesi della gioventù. L’intero decennio del suo episcopato a Treviso fu turbato da questioni giuridiche con il Capitolo della cattedrale; queste gli crearono profonda sofferenza e condizionarono la realizzazione del suo programma pastorale frenando molte iniziative, fino a impedirgli la celebrazione del sinodo diocesano.
Il 18 giugno 1860 venne trasferito alla sede vescovile di Vicenza, ove mise in atto un vasto programma di rinnovamento e svolse una imponente opera pastorale orientata alla formazione culturale e spirituale del clero e dei fedeli, all’insegnamento catechistico dei fanciulli, alla riforma degli studi e della disciplina nel seminario. Indisse il sinodo diocesano che non veniva celebrato dal 1689; nella visita pastorale percorse talvolta vari chilometri a piedi o con la mula, per raggiungere anche i paesini di montagna che non avevano mai visto un vescovo. Istituì numerose confraternite per il soccorso ai poveri e ai sacerdoti anziani e per la predicazione di esercizi spirituali al popolo; incrementò una profonda devozione al Sacro Cuore di Gesù, alla Madonna e all’Eucaristia. Tra il dicembre 1969 e il giugno 1870 partecipò al Concilio Vaticano I, ove fu tra i sostenitori della definizione dell’infallibilità pontificia.
Gli ultimi anni della vita furono contrassegnati da aperti riconoscimenti per la sua attività apostolica e la sua carità, ma anche da profonde sofferenze e da ingiuste accuse di fronte alle quali egli reagì con il silenzio, la tranquillità interiore e il perdono, con fedeltà alla propria coscienza e alla regola suprema della «salute delle anime». Dopo una prima grave malattia nel 1886, le sue forze fisiche si indebolirono gradatamente, fino all’attacco di apoplessia che lo portò alla morte il 4 marzo 1888.
 
Il suo messaggio di santità
 
Giovanni Antonio Farina fu un pastore zelante che non conobbe la mediocrità e camminò costantemente verso le vette della santità. Era sorretto da straordinario zelo sacerdotale nell’educare la gioventù, nell’animare la vita cristiana e nell’impegno per formare sacerdoti misericordiosi e oranti, come egli stesso testimoniò con la vita.
La virtù che più colpisce in lui è la carità eroica, tanto che venne definito «l’uomo della carità». I poveri, gli infelici, gli abbandonati, i sofferenti di ogni genere furono l’oggetto della sua tenerezza e delle sue cure; vescovo, si offrì egli stesso volontario per assistere spiritualmente e corporalmente gli ammalati dell’ospedale, trascinando con l’esempio i suoi sacerdoti. La sua era una carità intelligente, lungimirante; da vero educatore, comprese il ruolo della scuola nella riforma della società, la necessità della collaborazione tra scuola e famiglia, l’importanza della preparazione del personale insegnante. Concepì l’educazione orientata alla formazione integrale della persona umana, alla pratica religiosa e alla carità fraterna. Suo motto era: «La vera scienza sta nell’educazione del cuore, cioè nel pratico timore di Dio».
Dopo la sua morte la fama di santità andò crescendo negli ambienti ecclesiastici e civili; fin dal 1897 si cominciò a ricorrere alla sua intercessione per ottenere grazie e favori celesti. Nel 1978 una suora ecuadoriana, suor Inés Torres Cordova, colpita da grave tumore con metastasi diffuse, guarì miracolosamente dopo avere invocato il padre fondatore insieme alle sue consorelle.
Questo vescovo della carità, vissuto in una difficile situazione storica della Chiesa italiana nel XIX secolo, ha un autentico valore di attualità e possiede ancor oggi la fecondità spirituale delle persone di prua nella Chiesa e per la Chiesa del terzo millennio.
Fonte: www.diocesitv.it
 
 
Giovanni Paolo II (Omelia, 4 novembre 2001):
La luminosa immagine di Pastore del Popolo di Dio, modellata sull’esempio di Cristo, ci viene oggi proposta anche dal Vescovo Giovanni Antonio Farina il cui lungo ministero pastorale, prima nella Comunità cristiana di Treviso e poi in quella di Vicenza, fu caratterizzato da una vasta attività apostolica, costantemente orientata alla formazione dottrinale e spirituale del clero e dei fedeli. Guardando alla sua opera, dedicata alla ricerca della gloria di Dio, alla formazione della gioventù, alla testimonianza di carità verso i più poveri ed abbandonati, ritornano alla mente le parole dell’apostolo Paolo, ascoltate nella seconda Lettura: tutto deve essere compiuto affinché sia “glorificato il nome del Signore nostro Gesù” (2Ts 1,12). La testimonianza del nuovo Beato continua ancora oggi a produrre abbondanti frutti, in particolare attraverso la Famiglia religiosa da lui fondata, le Suore Maestre di Santa Dorotea Figlie dei Sacri Cuori, tra le quali brilla la santità di Maria Bertilla Boscardin, canonizzata dal mio venerato Predecessore Papa Giovanni XXIII.
 
Pratica: Tutto compirò con timore e amore affinché sia glorificato il nome del Signore nostro Gesù.
 
Preghiera: O Dio, che hai unito alla schiera dei santi pastori san  Giovanni Antonio Farina, mirabile per l’ardente carità e per la fede intrepida che vince il mondo, per sua intercessione fa’ che perseveriamo nella fede e nell’amore, per aver parte con lui alla tua gloria. Per il nostro Signore.

 3 Marzo 2021
 
Mercoledì II Settimana di Quaresima
 
Ger 18,18-20; Sal 30 (31); Mt 20,17-28
 
Il Santo del Giorno - Sant’Anselmo, Abate: Di stirpe longobarda, Anselmo fu duca del Friuli. Nel 749, abbandonata la vita politica, fondò un cenobio ed un ospizio per pellegrini nella valle del Panàro. In seguito ad una donazione del cognato, il re Astolfo, verso il 752, con i suoi monaci costruì la chiesa e il monastero di Nonatola (nei pressi di Modena), ponendolo sotto la regola di S. Benedetto e facendone un centro ragguardevole di ascesi, di cultura, di lavoro e di assistenza ospedaliera. Anselmo fu mediatore di pace nella guerra franco-longobarda. Morì il 3 marzo 803 e fu sepolto nella chiesa del monastero.
 
Colletta: Custodisci, o Padre, la tua famiglia nell’impegno delle buone opere; confortala con il tuo aiuto nel cammino della vita e guidala al possesso dei beni eterni. Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
A servizio dell’uomo - Gaudium et spes 3: Ai nostri giorni l’umanità, presa d’ammirazione per le proprie scoperte e la propria potenza, agita però spesso ansiose questioni sull’attuale evoluzione del mondo, sul posto e sul compito dell’uomo nell’universo, sul senso dei propri sforzi individuali e collettivi, e infine sul destino ultimo delle cose e degli uomini. Per questo il Concilio, testimoniando e proponendo la fede di tutto intero il popolo di Dio riunito dal Cristo, non potrebbe dare una dimostrazione più eloquente di solidarietà, di rispetto e d’amore verso l’intera famiglia umana, dentro la quale è inserito, che instaurando con questa un dialogo sui vari problemi sopra accennati, arrecando la luce che viene dal Vangelo, e mettendo a disposizione degli uomini le energie di salvezza che la Chiesa, sotto la guida dello Spirito Santo, riceve dal suo Fondatore. Si tratta di salvare l’uomo, si tratta di edificare l’umana società.
È l’uomo dunque, l’uomo considerato nella sua unità e nella sua totalità, corpo e anima, l’uomo cuore e coscienza, pensiero e volontà, che sarà il cardine di tutta la nostra esposizione.
Pertanto il santo Concilio, proclamando la grandezza somma della vocazione dell’uomo e la presenza in lui di un germe divino, offre all’umanità la cooperazione sincera della Chiesa, al fine d’instaurare quella fraternità universale che corrisponda a tale vocazione.
Nessuna ambizione terrena spinge la Chiesa; essa mira a questo solo: continuare, sotto la guida dello Spirito consolatore, l’opera stessa di Cristo, il quale è venuto nel mondo a rendere testimonianza alla verità, a salvare e non a condannare, a servire e non ad essere servito .
 
I Lettura Geremia è un profeta scomodo, un uomo che va controcorrente. Ha profetato la distruzione della città santa, la fine della legge e del profetismo, le sue parole sono insopportabili. Meglio toglierlo di torno perché lasciarlo in vita significa dare voce al disfattismo, alla resa incondizionata al nemico che incalza sotto le mura di Gerusalemme: nelle sue vicende il lettore può scorgervi il destino del Cristo, Servo sofferente e Giusto perseguitato.
 
Vangelo Il terzo annuncio della passione, un vero  e proprio riassunto del racconto della passione, è molto più particolareggiato dei primi due. Con impressionante realismo descrive tutte le sequenze della passione, non mancando di mettere in evidenza i principali fautori della condanna a morte del Figlio dell’uomo. Una profezia chiara, senza ombre, ma la domanda dei figli di Zebedeo fa bene intendere come il discorso sulla croce non sia stato recepito. La replica di Gesù non ammette dubbi: i discepoli non devono preoccuparsi di sedere alla sua destra o alla sua sinistra, ma di bere il suo calice, di condividere il suo battesimo di sangue. La vera preoccupazione del discepolo deve essere quella di seguirlo, non altro. L’insegnamento di Gesù è rivolto a tutto il gruppo dei discepoli, ma è probabile che l’evangelista Matteo intenda qui rivolgersi soprattutto a coloro che occupano nella comunità posti di autorità.
 
Dal Vangelo secondo Matteo 20,17-28: In quel tempo, mentre saliva a Gerusalemme, Gesù prese in disparte i dodici discepoli e lungo il cammino disse loro: «Ecco, noi saliamo a Gerusalemme e il Figlio dell’uomo sarà consegnato ai capi dei sacerdoti e agli scribi; lo condanneranno a morte e lo consegneranno ai pagani perché venga deriso e flagellato e crocifisso, e il terzo giorno risorgerà». Allora gli si avvicinò la madre dei figli di Zebedèo con i suoi figli e si prostrò per chiedergli qualcosa. Egli le disse: «Che cosa vuoi?». Gli rispose: «Di’ che questi miei due figli siedano uno alla tua destra e uno alla tua sinistra nel tuo regno». Rispose Gesù: «Voi non sapete quello che chiedete. Potete bere il calice che io sto per bere?». Gli dicono: «Lo possiamo». Ed egli disse loro: «Il mio calice, lo berrete; però sedere alla mia destra e alla mia sinistra non sta a me concederlo: è per coloro per i quali il Padre mio lo ha preparato». Gli altri dieci, avendo sentito, si sdegnarono con i due fratelli. Ma Gesù li chiamò a sé e disse: «Voi sapete che i governanti delle nazioni dòminano su di esse e i capi le opprimono. Tra voi non sarà così; ma chi vuole diventare grande tra voi, sarà vostro servitore e chi vuole essere il primo tra voi, sarà vostro schiavo. Come il Figlio dell’uomo, che non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti».
 
Di’ che questi miei due figli: Giacomo e Giovanni, conosciuti come i «figli del tuono» (Mc 3,17), quelli che avrebbero voluto incenerire i samaritani colpevoli di non aver accolto Gesù (Lc 9,54), sembrano bene intenzionati a scavalcare gli altri Apostoli pur di arrivare ai primi posti del comando. La richiesta è perentoria: «Di’ che questi miei due figli siedano uno alla tua destra e uno alla tua sinistra nel tuo regno». Una rivendicazione che pretende inequivocabilmente un assenso.
In quanto era sentire comune che i giusti, accanto al Figlio dell’uomo, avrebbero preso parte al giudizio finale (cf. Mt 19,28 ), i figli di Zebedeo, per bocca della madre, chiedono questa dignità regale e giudiziaria, ma evidentemente senza rendersi conto delle conseguenze della loro domanda. Gesù, che «sapeva quello che c’è in ogni uomo» (Gv 2,25), sembra stare al gioco. Vuole che dai loro cuori esca tutto il pus, la rogna nauseabonda del comando che rodeva il loro cervello.
Così invita i due fratelli a bere il suo calice e a ricevere il suo battesimo. In questo modo, chiedendo di associarsi alla sua Passione, ma senza pretendere altro, cerca di correggere la loro mentalità ancora carnale. Nell’invitarli a bere il calice della sua amara passione e a immergersi nel suo battesimo di sangue: esige la «disponibilità al martirio e la costanza nella persecuzione che può essere anche mortale. Il discepolo non ha alternativa per giungere alla gloria; egli deve sapere che il calice e il battesimo offertigli sono la sorte di Gesù [“il calice che io bevo ... il battesimo con cui io sono battezzato”], non un destino privo di senso, voluto da una potenza senza volto» (Luigi Pinto).
Con faccia tosta a dir poco, Giacomo e Giovanni, rispondono che lo possono. La risposta non tarda ad arrivare come una secchiata di acqua gelida: sì, morirete ammazzati per la fede, ma sedere alla destra del Cristo è «per coloro per i quali è stato preparato». Questa affermazione non è determinismo. Nulla è scritto, nel senso di predeterminato (cf. Rom 8,29). La salvezza è un dono di Dio e viene accordata ai discepoli, ma non per la via dei privilegi e della grandezza umana: il verbo preparare al passivo rimanda, come spesso nei testi biblici, alla sovrana volontà di Dio.
I primi a sedersi «uno alla sua destra e uno alla sinistra» (Lc 15,27) saranno i due ladroni, crocifissi con il Cristo. Ancora una volta si scompagina il solito sentire umano.
«Gli altri dieci, avendo sentito, si sdegnarono». Una nota che mette in luce una realtà fin troppo scomoda: nel gruppo apostolico serpeggiavano divisioni, liti, manie di grandezza ... La risposta di Gesù va in questo senso. La vera grandezza sta nel servire, nell’occupare gli ultimi posti come il Figlio dell’uomo. Una risonanza di questo insegnamento è nel racconto della lavanda dei piedi (Gv 13,1ss). Con questo detto «non si condanna di aspirare ai posti di responsabilità né si insegna paradossalmente che per raggiungere tali posti bisogna farsi servi e schiavi di tutti, ma più semplicemente si vuol dire che nell’ambito della comunità cristiana i chiamati al comando devono adempiere al loro mandato con spirito di servizio, facendosi tutto a tutti e guardando solo al bene degli altri [cf. 1Cor 9,19-23; 2Cor 4,5]» (A. Sisti).
Per Gesù servire vuol dire essere obbediente alla volontà del Padre fino alla morte, senza sconti e ripiegamenti, come il Servo di Iahvè, che si fa solidale con il peccato degli uomini. Affermando che è venuto per «dare la propria vita in riscatto per molti», il Cristo dichiara il carattere soteriologico della sua morte. Donandosi alla morte per la salvezza degli uomini e per la loro liberazione dalla schiavitù del peccato, Gesù offre alla Chiesa un modello di amore supremo, che essa è chiamata a inverare e prolungare nella storia.
 
Hanno scavato per me una fossa (I Lettura) - Perché il dolore, la sofferenza…?: Solo se immerso nella luce della Risurrezione del Cristo, l’uomo può comprendere il fine della sua vita, l’origine e il fine della sofferenza, il significato della morte. Innanzi tutto, i sofferenti sono immagine di Cristo: «Cristo è stato inviato dal Padre “a portare la buona novella ai poveri, a guarire quelli che hanno il cuore ferito” [Lc 4,18], “a cercare e salvare ciò che era perduto” [Lc 9,10]; similmente la Chiesa circonda di amore quanti sono afflitti da infermità umana, anzi nei poveri e nei sofferenti riconosce l’immagine del suo fondatore povero e sofferente. Si premura di sollevarne la miseria, e in loro intende servire Cristo» (LG 8). Proprio perché la sofferenza conforma l’uomo a Cristo, il credente può visualizzare nei sofferenti il volto dell’Uomo dei dolori. Una conformità che dà un immenso valore al dolore e alla sofferenza quando esse sono accettati per Cristo, con Cristo e a favore del suo Corpo che è la Chiesa (cfr. Col 1,24). «Ricordino tutti che, con il culto pubblico e l’orazione, con la penitenza e la spontanea accettazione delle fatiche e delle pene della vita, con cui si conformano a Cristo sofferente (cfr. 2Cor 4,10; Col 1,24), essi possono raggiungere tutti gli uomini e contribuire alla salvezza di tutto il mondo» (AA 17). E l’apostolato della sofferenza è ben ripagato, così come ci ricorda san Paolo: «le sofferenze del momento presente non sono paragonabili alla gloria futura che dovrà essere rivelata in noi» (Rom 8,18). Tale insegnamento si è sempre prolungato nel mirabile magistero della Chiesa: «Convinti che “le sofferenze del tempo presente non sono adeguate alla gloria futura che si manifesterà in noi” [Rom 8,18], forti nella fede, aspettiamo “la beata speranza e l’avvento glorioso del nostro grande Dio e salvatore Gesù Cristo” [Tt 2,13], “che trasformerà il nostro misero corpo, per conformarlo al suo corpo glorioso” [Fil 3,21]; egli verrà “per essere glorificato nei suoi santi e ammirato da coloro che avevano creduto in lui” [2Ts 1,10]» (LG 48). Dunque, solo alla luce della rivelazione cristiana la sofferenza acquista «una qualità e una risonanza del tutto diverse» e «interiormente trasformata, prende un senso nuovo» (Yves de Monteheuil). Diversamente il cuore dell’uomo si consuma nelle paludi della disperazione.
 
Basilio di Cesarea (Hom. de humilit., 7): Ama l’umiltà e avrai gloria! Se ti ricordi che Cristo dice che si perde la mercede innanzi a Dio, quando uno va cercando onore presso gli uomini e fa il bene per essere visto dagli uomini, metti tanta accortezza a non essere onorato dagli uomini, quanta ne mettono gli altri per averne gloria. “Hanno ricevuto la loro mercede” [Mt 6,2], dice il Signore. Perciò non ti far danno da te stesso, andando dietro alla gloria degli uomini. Dio è un grande osservatore; cerca di aver gloria presso Dio, Dio distribuisce splendide ricompense. Hai forse raggiunto una gran rinomanza, ti stimano, ti onorano, ti cercano? Cerca di diportarti come un suddito “Non come chi esercita un potere sugli altri” [1Pt 5,3] e non seguir l’esempio dei principi mondani. Il Signore ha comandato che, chi vuol essere il primo, deve essere servo di tutti [cfr. Mc 10,44]. In una sola parola: pratica l’umiltà, come conviene a chi la ama. Amala e avrai gloria. Questo è il cammino verso la vera gloria, che si ha tra gli angeli, innanzi a Dio. Cristo ti dichiarerà suo discepolo innanzi agli angeli [cfr. Lc 12,8] e ti darà gloria, se imiterai la sua umiltà; egli, infatti, disse: “Imparate da me, che sono mite e umile di cuore e troverete pace per le vostre anime” [Mt 11,29]» .
 
Siamo arrivati al termine. Possiamo mettere in evidenza:
****  Voi sapete che i governanti delle nazioni dòminano su di esse e i capi le opprimono. Tra voi non sarà così; ma chi vuole diventare grande tra voi, sarà vostro servitore e chi vuole essere il primo tra voi, sarà vostro schiavo.  (Vangelo)
Ora nel silenzio, nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.
 
Signore Dio nostro,
questo sacramento, che ci hai donato
come pegno di vita immortale,
sia per noi sorgente inesauribile di salvezza eterna.
Per Cristo nostro Signore.
 
3 Marzo 2021
 
Beato Innocenzo da Berzo, Religioso
 
“L’AMOROSO NULLA”
Don Giovanni Scalvinoni aveva solo tre anni di sacerdozio quando venne destinato a Berzo come vice-parroco. Era stato ordinato il 2 giugno 1867 a Brescia dal vescovo Girolamo Verzeri, che lo aveva subito mandato a Cevo in Valsaviore a svolgere l’ufficio di vicario coadiutore, ma dopo due anni il vescovo l’aveva richiamato a Brescia e nominato vice-rettore del seminario diocesano. Uffici di autorità responsabile e direttiva erano per lui una sofferenza, tanto che dopo solo un anno venne rimosso perché - leggiamo nei processi - “quanto ad esercizio di autorità era men che nulla”. Ma era insuperabile quando si trattava di aiutare un povero o di restare in adorazione davanti al tabernacolo o di leggere e studiare. Infatti la mamma, Francesca Poli, che l’aveva dato alla luce 26 anni prima a Niardo in Valcamonica il giorno di san Giuseppe del 1844, conoscendolo bene e abitando con lui, doveva stare attenta perché tutto poteva scomparire da casa: bastava arrivasse un povero e ogni cosa utile andava a finire in quelle mani, anche un pollo in pentola già pronto per la cena, “tanto noi possiamo mangiare anche domani”, diceva con disarmante calma il figlio, perché “bisogna considerare il nostro prossimo come coricato nel grembo del Salvatore”. Se non era in chiesa a confessare o a svolgere direzione spirituale o altri ministeri, inappuntabilmente era in preghiera silenziosa vicino all’altare e “diversivo alle lunghe adorazioni era l’entrare in sacrestia a leggervi un articolo della Somma di san Tommaso”.
Ma qualcosa lentamente lasciava trasparire dal suo comportamento, come se la sua aspirazione fosse altrove, più in alto. In effetti dall’altra parte della valle, adagiato sulla costa degradante dei monti, svettava il campanile e la sagoma del convento-eremo dell’Annunziata, fondato nel ‘400 dal beato Amedeo Menez de Silva e abitato da poco più di 30 anni dai cappuccini. Là sospirava il suo cuore per trovarvi l’appagamento della sua sete di interiorità e di silenzio mistico. Aveva lasciato scritto nelle sue carte: “La maggior necessità che noi abbiamo è il tacere davanti a questo nostro gran Dio, così con l’appetito come con la lingua, la cui loquela - quella che egli ascolta più volentieri - è loquela taciturna d’amore”.
Questa aspirazione era il risultato di una forte esperienza cristiana cresciuta in una umile famiglia di contadini tra Niardo e Berzo, dove la sofferenza di dolorose separazioni (il padre Pietro Scalvinoni e la nonna morirono quando Giovannino era ancora piccolo), accompagnata da quei sentimenti profondi vissuti con la riservatezza, il pudore e la nobiltà dei poveri, era condivisa nel ritmo di preghiere e di devozioni apprese da una tradizione di fede concreta e forte come le montagne che circondavano il suo paese natio.
Lo zio Francesco, che gli aveva fatto da padre, lo fece studiare a Lovere nel collegio municipale per cinque anni di ginnasio, fino al 1861 e qui, con maestri di grande spirito, precisò l’orientamento spirituale della sua personalità fatta di vivace intelligenza (ha i massimi voti), diligente applicazione al lavoro, premurosa attenzione verso i più deboli, desiderio di servire e di scomparire e una passione sfrenata per l’Eucarestia. Invece di continuare gli studi, che gli erano stati offerti anche gratuitamente dai superiori del collegio, egli aveva voluto entrare in seminario a Brescia, imponendosi una severa disciplina spirituale, vergata nei suoi numerosi “regolamenti spirituali”, che egli chiamava “Orari” per trasfigurare tutto in preghiera e vita interiore. Così era diventato sacerdote, ma continuava a ridefinire i suoi “orari”, in un’ansia di formidabile interiorità, che troverà il suo appagamento soltanto quando il giorno 16 aprile 1874 don Giovanni, trentenne, con il consenso della mamma e del suo vescovo, salirà al convento dell’Annunciata e inizierà l’anno di noviziato cappuccino col nuovo nome di fra Innocenzo da Berzo. La sua biografia cappuccina è di una sconcertante semplicità. Dopo la prima professione del 29 aprile 1875 è destinato al convento di Albino. Vi rimane solo un anno e poi ritorna all’Annunciata dove emette la professione solenne il 2 maggio 1878 e viene nominato vicemaestro dei novizi. L’incarico dura poco. Trasferito il noviziato a Lovere nel novembre 1879, egli è lasciato senza nessun incarico all’Annunziata.
Il dottissimo ministro provinciale, amico di Rosmini, p. Agostino da Crema, lo chiama a Milano in ottobre 1880 a far parte del gruppo redazionale della nota rivista Annali Francescani. Pochi mesi dopo, in febbraio 1881, è mandato per supplenza al convento dei Sabbioni di Crema e a giugno ritorna alla sua solitudine dell’Annunziata. Superiori e confratelli si dovettero lasciar convincere dai ripetuti insuccessi ad abbandonarlo al suo isolamento e a rispettarne il segreto; alcuni ebbero l’impressione che soffrisse di un complesso di inferiorità e ne provarono devota commiserazione. In realtà egli non fece nessun sforzo per evadere dal sentimento della propria incapacità, anzi vi s’ingolfava sempre più. L’unico slancio esteriore in cui perseverò fu quello di dare quanto gli capitava sottomano ai poveri, quelli veramente indigenti e quelli che ne sfruttavano l’ingenua bontà. Spesso tornava sereno e soddisfatto dalla questua con la bisaccia vuota, perché nel giro di raccolta aveva resa concreta e reale l’immagine di fra Galdino, del mare, cioè, che riceve acqua da tutte le parti e la torna a distribuire a tutti i fiumi.
I superiori alla fine, nell’autunno del 1889, gli affidarono la predicazione degli esercizi spirituali nei principali conventi: a Milano-Monforte, ad Albino, a Bergamo, a Brescia. Riuscirà a terminare solo i primi due, che gli costeranno uno sforzo tale da sconvolgergli l’animo e da compromettergli seriamente la salute già minata, affrettandone la fine, Infatti, mentre predica ad Albino si ammala gravemente e il 3 marzo 1890 spira all’infermeria di Bergamo. Questa altalena di promozioni e di rimozioni è come un’antitesi che imprime alla biografia esteriore del beato Innocenzo da Berzo e al suo segreto interiore l’attrazione del mistero e il ritmo di un dramma sacro.
Padre Innocenzo voleva solo servire e stare all’ultimo posto: “si era persino fatto curvo nella persona, si ritirava in un angolo quasi desiderasse scomparire”. Nel suo quaderno scriveva: “Avrò gran desiderio d’essere soggetto a tutti e in orrore l’esser preferito al minimo. Son trattato anche troppo bene. Meriterei ben altro io, che ho così tanti debiti con il Signore”. Questo atteggiamento gli causava molte umiliazioni. I frati non andavano troppo per il sottile e spesso lo strapazzavano, soprattutto per le sue interminabili messe che superavano il solito orario e anche gli strattoni alla pianeta per avvertirlo servivano a poco. Egli era come inghiottito dallo Spirito Santo e le sue giaculatorie e i suoi silenzi meditativi duravano a lungo. La sua sete d’espiazione gli faceva inventare mille maniere per soffrire e umiliarsi ed aveva sempre preparata la sua risposta serena, anche faceta, pronto a ridere della propria imperizia. I sacerdoti della Valle Camonica ricorrevano a lui per consiglio ed egli sapeva risolvere con precisione di dottrina e intuizione profonda ogni caso intricato. Ma la sua “astuzia” lo faceva apparire un inetto. Un desiderio immenso di purificazione e di preghiera era un suo tentativo di rispondere all’Amore che non è amato, e un crudele tormento che si riflette anche nei suoi tratti somatici lo accompagna: il male del peccato. Chiede al teologo ufficiale della provincia “se il peccato veniale può recare a Dio una offesa infinita” e trema al solo pensiero di poter commettere il minimo difetto.
Il suo punto d’attrazione è il tabernacolo. Qui, davanti all’Eucarestia, trova ogni suo bene. Le preghiere della comunità non gli bastavano. Le giornate non erano sufficienti. Incaricato di spolverare i banchi, non finiva mai e spolverava e rispolverava. Quando gli altri finivano, egli continuava. Gli avevano imposto di uscire di chiesa come gli altri. Egli obbediva, ma come una colomba gemebonda girava rasente il perimetro delle mura e se la porta era socchiusa si fermava estatico. Scoperto un usciolo che dalla biblioteca del convento dava sulla chiesa, da quel momento era sempre in biblioteca a studiare. Ma i libri restavano aperti. Egli era assorbito nelle misteriose intimità eucaristiche. Ormai era un’attrazione irresistibile e, anche a livello fisico, non poteva più vivere lontano dal tabernacolo. E passando le notti nel silenzio adorante, come fece una volta nella chiesa di Ossimo, dove era stato a confessare, il suo volto diventava bello, disteso e radioso. Così l’aveva ritrovato il parroco al mattino, quando venne ad aprire la porta della chiesa.
Con l’Eucarestia la croce, il Crocefisso. Lo meditava continuamente e moltiplicava fino a otto e dieci volte al giorno l’esercizio della Via Crucis, piangendo e gemendo. Ne era diventato apostolo. “Quando si vedeva qualcuno occupato in fare la Via Crucis - depose un teste - i frati dicevano che si era confessato da P. Innocenzo”.
Scrive Ilarino da Milano: “Anche se il suo temperamento era quello accentuato di un timido e la sua tendenza volontaristica lo trascinava alla remissività, alla sottomissione, a tirarsi sempre in disparte e a rimanere in un angolo, tanto più colpisce, come un paradosso, il fatto che l’azione divina trasformante non solo non elimini questa inclinazione psicologica alla piccolezza e questa convinzione di parvità, ma se ne serva magnificamente per trasformarle in esercizio di virtù eroiche e in uno stato mistico”.
Giovanni XXIII, che lo proclamò beato il 12 novembre 1961 lo definì: “Un santo moderno, un santo per il nostro tempo”. Ma qual è il segreto della sua vita semplicissima? Questa “modernità” di santità è difficile a spiegare. Innocenzo, secondo le parole di Paolo VI, “dicono i biografi che teneva la testa bassa e difficilmente si poteva perfino vedere il suo sguardo. Ma se guardiamo la realtà di quest’anima, dobbiamo dire che teneva gli occhi in alto, perché davvero la sua gravitazione - per noi è la terra, per lui era, piuttosto che gravitazione, levitazione - era il cielo”. Egli è un santo che sfugge, che si nasconde, tormentato dall’ansia dell’introversione mistica, che si costruisce togliendo, scartando, distruggendo e così scopre un vuoto sempre più assoluto, sempre più voluto e ricercato, un “amoroso nulla”, come la scrittrice Curzia Ferrari intitola la sua splendida rilettura biografica del beato, per una pienezza di amore divino. Tolto tutto, può dire in verità, come san Francesco: “Mio Dio e mio tutto!”. È questo il segreto profondo del “Fratino di Berzo”, come già aveva intuito la gente semplice della valle, chiamandolo appunto così.
Fonte: http://www.fraticappuccini.it/
 
 
 
Pratica: Gesù è da tutti offeso nel mondo: tocca a me non lasciarlo solo nell’afflizione. L’amore di Dio non consiste in grandi sentimenti, ma in una grande nudità e pazienza per l’amato Dio. Non c’è altro mezzo migliore per custodire lo spirito che patire, fare e tacere. Avrò gran desiderio d’esser soggetto a tutti e in orrore l’essere preferito al minimo. Son trattato anche troppo bene: Meriterei di peggio io, che ho così tanti debiti con il Signore. (Beato Innocenzo da Berzo)
 
Preghiera:
Ti ringraziamo, o Padre Santo, 
che nel Beato Innocenzo da Berzo 
hai donato a questo nostro tempo tanto lontano da te 
e tanto di te bisognoso, 
un esemplare di preghiera silenziosa e contemplativa 
e un vero innamorato di Te e dell’Eucaristia.
Ti ringraziamo, o Padre Misericordioso, 
che nel Beato Innocenzo da Berzo 
hai concesso alla tua Chiesa un ministro buono 
e un fedele dispensatore del tuo perdono 
e della tua grazia, per la pace e la salvezza di molti.
Ti ringraziamo, o Padre Buono, 
che nel Beato Innocenzo da Berzo povero e penitente, 
hai offerto ai bisognosi, ai disoccupati, ai piccoli 
e ai sofferenti un amico e un benefattore, 
e per la loro gioia lo hai glorificato con il dono dei miracoli. 
Ascolta ora le nostre invocazioni e per la sua intercessione 
concedi a noi di imitarne gli esempi 
e di ottenere dalla tua bontà la grazia che con fiducia ti chiediamo.
Amen


 

  2 Marzo 2021

 Martedì II Settimana di Quaresima

 Is 1,10.16-20; Sal 49 (50); Mt 23,1-12

 

Il Santo del Giorno -  Dal Martirologio: A Praga in Boemia, ora Repubblica Ceca, sant’Agnese, badessa, che, figlia del re Ottokar, rifiutate nozze regali per essere sposa solo di Cristo, abbracciò la regola di santa Chiara nel monastero da lei stessa edificato, in cui volle osservare con rigore la povertà.

Colletta:  Custodisci con continua benevolenza, o Padre, la tua Chiesa e poiché, a causa della debolezza umana, non può sostenersi senza di te, il tuo aiuto la liberi sempre da ogni pericolo e la guidi alla salvezza eterna. Per il nostro Signore Gesù Cristo.

Evangelii gaudium 150: Gesù si irritava di fronte a questi presunti maestri, molto esigenti con gli altri, che insegnavano la Parola di Dio, ma non si lasciavano illuminare da essa: «Legano fardelli pesanti e difficili da portare e li pongono sulle spalle della gente, ma essi non vogliono muoverli neppure con un dito» (Mt 23,4). L’Apostolo Giacomo esortava: «Fratelli miei, non siate in molti a fare da maestri, sapendo che riceveremo un giudizio più severo» (Gc 3,1). Chiunque voglia predicare, prima dev’essere disposto a lasciarsi commuovere dalla Parola e a farla diventare carne nella sua esistenza concreta. In questo modo, la predicazione consisterà in quell’attività tanto intensa e feconda che è «comunicare agli altri ciò che uno ha contemplato». Per tutto questo, prima di preparare concretamente quello che uno dirà nella predicazione, deve accettare di essere ferito per primo da quella Parola che ferirà gli altri, perché è una Parola viva ed efficace, che come una spada «penetra fino al punto di divisione dell’anima e dello spirito, fino alle giunture e alle  midolla, e discerne i sentimenti e i pensieri del cuore» (Eb 4,12). Questo riveste un’importanza pastorale. Anche in questa epoca la gente preferisce ascoltare i testimoni: «ha sete di autenticità […] reclama evangelizzatori che gli parlino di un Dio che essi conoscano e che sia a loro familiare, come se vedessero l’Invisibile».

I Lettura Per bocca del profeta Isaia, il Signore Dio invita il suo popolo a convertirsi. Israele ha peccato e al peccato ha mescolato un culto ipocrita, esterno e rituale, è giunto il tempo di ritornare al Signore in sincerità e verità, solo così il popolo potrà gustare il frutto dolcissimo del perdono d Dio.

Vangelo I farisei, ai tempi di Gesù, fieri della loro virtù e della loro scienza, si erano ritirati in un particolarismo sprezzante spesso denunciato da Cristo. Già Giovanni Battista li aveva attaccati senza tregua affermando che essi traevano la loro orgogliosa sicurezza dall’appartenenza alla stirpe di Abramo, come se il fatto di discendere da Abramo potesse cancellare i peccati e sostituirsi al pentimento (cfr. Mt 3,7-12). Il vero peccato dei farisei però consiste nel fare tutto il possibile per impedire e tenere lontano la salvezza che Gesù porta.

Dal Vangelo secondo Mt 23,1-12: In quel tempo, Gesù si rivolse alla folla e ai suoi discepoli dicendo: «Sulla cattedra di Mosè si sono seduti gli scribi e i farisei. Praticate e osservate tutto ciò che vi dicono, ma non agite secondo le loro opere, perché essi dicono e non fanno. Legano infatti fardelli pesanti e difficili da portare e li pongono sulle spalle della gente, ma essi non vogliono muoverli neppure con un dito. Tutte le loro opere le fanno per essere ammirati dalla gente: allargano i loro filattèri e allungano le frange; si compiacciono dei posti d’onore nei banchetti, dei primi seggi nelle sinagoghe, dei saluti nelle piazze, come anche di essere chiamati rabbì dalla gente. Ma voi non fatevi chiamare rabbì, perché uno solo è il vostro Maestro e voi siete tutti fratelli. E non chiamate padre nessuno di voi sulla terra, perché uno solo è il Padre vostro, quello celeste. E non fatevi chiamare guide, perché uno solo è la vostra Guida, il Cristo. Chi tra voi è più grande, sarà vostro servo; chi invece si esalterà, sarà umiliato e chi si umilierà sarà esaltato».

Tutte le opere le fanno per essere ammirati... è la lebbra della ipocrisia. Bernanos poneva una domanda altamente shoccante per certe orecchie fin troppo clericali: chi può vantarsi di non avere, nelle proprie vene, anche una sola goccia del sangue di quelle vipere? Particolarismo, cecità, arroganza, orgoglio, privilegi di casta e di appartenenza, presunta santità ... abbiamo chiuso con questo passato? E le parole roventi rivolte da Cristo alle guide spirituali d’Israele sono o non sono attuali? Per Alessandro Pronzato tutti siamo farisei quando: «annulliamo la Parola di Dio con le nostre tradizioni [Mt 15,6]; ci limitiamo alla legalità; riduciamo la religione a una “questione di pratiche”; pretendiamo di arrivare a Dio “saltando il prossimo”; la nostra opera di “proselitismo” fabbrica dei “settari”; ci preoccupiamo di sembrare più di essere;  abbiamo l’ambizione di dominare; ci riteniamo migliori degli altri; mettiamo la legge [la “lettera” della legge] al vertice delle nostre preoccupazioni, e non l’uomo. Tutto questo “putridume” ha un solo nome: ipocrisia» (Vangeli scomodi, Gribaudi). Dunque è possibile che nella comunità cristiana alligni e cresca la mala erba dell’ipocrisia. Ipocriti saranno coloro che siedono sulla cattedra di Mosè per dire e non fare; chi si atteggerà a maestro e osservante della legge, ma non la compie; chi rifiuterà di farsi piccolo e di servire i fratelli. L’umiltà, la capacità di sapersi mettere in crisi, l’attaccamento alla verità, il farsi servo, l’onestà delle azioni, la sincera conoscenza di se stessi ..., saranno sempre dei buoni antidoti per non scivolare nel formalismo e per non essere attaccati dalla lebbra dell’ipocrisia. Le parole molto forti di Gesù sono rivolte a tutti i cristiani, ma sopra tutto a chi è maestro nella comunità. Chi annuncia il vangelo non ha diritto di sfumarle, facendolo si accuserebbe da se stesso di essere un ipocrita. San Girolamo ebbe a scrivere: “Guai a noi, sventurati, se abbiamo ereditato i vizi dei farisei!”. Alla luce di questa sapiente affermazione, possiamo affermare che questa eredità è la suprema sventura per un cristiano.

Catechesi tradendae 7-8: Gesù ha insegnato: è, questa, la testimonianza che dà di se stesso: «Ogni giorno stavo seduto nel tempio ad insegnare». È l’osservazione ammirata degli evangelisti, sorpresi di vederlo sempre e in ogni luogo nell’atto di insegnare, in un modo e con un’autorità fino ad allora sconosciuti. «Di nuovo le folle si radunavano intorno a lui, ed egli, come era solito, di nuovo le ammaestrava»; «ed essi erano colpiti dal suo insegnamento, perché insegnava, come avendo autorità». È quanto rilevano anche i suoi nemici, per ricavarne un motivo di accusa, di condanna: «Costui solleva il popolo, insegnando per tutta la Giudea, dopo aver cominciato dalla Galilea, fino a qui».
Colui che insegna a questo modo merita, ad un titolo del tutto speciale, il nome di «maestro». Quante volte, in tutto il nuovo testamento e specialmente nei vangeli, gli è dato questo titolo di maestro! Sono evidentemente i dodici, gli altri discepoli, le moltitudini degli ascoltatori che, con un accento di ammirazione, di confidenza e di tenerezza, lo chiamano maestro. Perfino i farisei ed i sadducei, i dottori della legge, i giudici in generale non gli rifiutano questo appellativo: «Maestro, noi vogliamo che tu ci faccia vedere un segno»; «Maestro, che debbo fare per ottenere la vita eterna?». Ma è soprattutto Gesù stesso, in momenti particolarmente solenni e molto significativi, a chiamarsi maestro: «Voi mi chiamate maestro e signore, e dite bene, perché lo so no»; egli proclama la singolarità, il carattere unico della sua condizione di maestro: «Voi non avete che un maestro: il Cristo». Si comprende come, nel corso di duemila anni, in tutte le lingue della terra, uomini di ogni condizione, razza e nazione, gli abbiano dato con venerazione questo titolo, ripetendo ciascuno nel modo suo proprio il grido di Nicodemo: «Sappiamo che sei un maestro venuto da Dio».
Questa immagine del Cristo docente, maestosa insieme e familiare, impressionante e rassicurante, immagine disegnata dalla penna degli evangelisti e spesso evocata in seguito dall’iconografia sin dall’età paleo-cristiana - tanto è seducente - amo evocarla, a mia volta, all’inizio di queste considerazioni intorno alla catechesi nel mondo contemporaneo.

Girolamo (Le Lettere, IV, 148,20): Nessun’altra cosa devi ritenere che sia più pregevole e più amabile dell’umiltà, in quanto questa virtù è quella che ti preserva e che ti fa custode - per così dire - di tutte le altre virtù. Non c’è altro che ci rende così accetti agli uomini e a Dio del ritenerci all’ultimo posto per umiltà, anche se siamo in vista, grazie ai meriti della nostra vita. Tant’è vero che la Scrittura dice: Quanto più sei grande, tanto più ti devi umiliare, e allora troverai grazia davanti a Dio (Sir 3,18); e Dio fa dire al profeta: Su chi altro mi poserò, se non su chi è umile, in pace, e timoroso delle mie parole? (Is 66,2). L’umiltà a cui devi tendere, però, non è quella che si mette in vista e che viene simulata dal portamento esteriore o dalle parole sussurrate a metà, ma quella che lascia trasparire un genuino sentimento interiore. Una cosa, infatti, è avere una virtù, e altra cosa lo scimmiottarla; una cosa è andare dietro a un’ombra di realtà, e altra cosa è seguire la verità. Quella superbia che si nasconde sotto certi accorgimenti di umiltà è molto più mostruosa. Non so perché, ma i vizi che si mascherano con apparenze virtuose sono molto più ripugnanti.”.

Siamo arrivati al termine. Possiamo mettere in evidenza:
****  Chi si esalta sarà umiliato e chi si umilia sarà esaltato. (Mt 23,12)
Ora nel silenzio, nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.

La partecipazione alla tua mensa, o Signore,
ci faccia progredire nell’impegno di vita cristiana
e ci ottenga il continuo aiuto della tua misericordia.
Per Cristo nostro Signore.


2 Marzo 2021

 Sant’Agnese di Boemia Principessa, badessa

Agnese, figlia del re di Boemia (ora repubblica Ceca) Otakar I e della sorella di Andrea II re d’Ungheria, Costanza, nasce a Praga nel 1211.
All’età di tre anni fu affidata alle cure della duchessa di Slesia (la futura S. Edvige) che l’accolse nel monastero delle monache cistercensi di Trzebnica. Ritornò a Praga tre anni dopo e fu affidata alle monache premonstratensi (Canoniche bianche) di Doksany per la sua istruzione.
Nel 1220, promessa sposa di Enrico VII figlio dell’imperatore Federico II, fu condotta a Vienna presso la corte del duca d’Austria, dove visse fino al 1225 mantenendosi sempre fedele ai principi e ai doveri della vita cristiana.
Rotto il patto di fidanzamento, ritornò in patria dedicandosi ad una più intensa vita di preghiere e di opere caritative quindi, dopo matura riflessione, decise di consacrare a Dio la sua verginità. Pervennero alla corte di Praga altre proposte nuziali per Agnese: quella del re d’Inghilterra Enrico III, che svanì, e quella di Federico II presentata prima al re Otakar nel 1228 e una seconda volta al re Venceslao nel 1231.
Il Pontefice Gregorio IX (Ugolino dei Conti di Segni, 1227-1241), al quale Agnese aveva chiesto protezione, intervenne per riconoscere il proposito di verginità della fanciulla e allora essa acquistò per sempre la libertà e la felicità di consacrarsi a Dio.
Dai Frati Minori, predicatori itineranti che giungevano in Boemia, venne a conoscere la vita spirituale che conduceva in Assisi la vergine Chiara, secondo lo spirito di (San) Francesco. Ne rimase affascinata e decise di seguirne l’esempio.
Con i propri beni dinastici fondò a Praga, nel bienno 1232/33,il primo convento di Frati Minori e, annesso al convento, un ospedale per i poveri: per la sua gestione, creò una confraternita laicale (detta dei Crocigeri) che ne 1237 venne elevata dal pontefice al rango di ordine religioso.
Nel 1234 fondò un monastero di clarisse sulle rive della Moldava dove Agnese stessa vi si ritirò l’11 giugno (festa della Pentecoste) dello stesso anno. In seguito ne divenne badessa e conservò tale carica fino alla morte che avvenne il 2 marzo 1282
È tradizione che per sua intercessione siano avvenuti numerosi miracoli. Il culto tributato fin dalla morte e lungo i secoli, alla Venerabile Agnese di Boemia, ebbe il riconoscimento apostolico con il Decreto approvato dal  Beato Pio IX (Giovanni Maria Mastai Ferretti, 1846-1878) il 28 novembre 1874.
Il 12 novembre 1989 è stata solennemente canonizzata da San Giovanni Paolo II che nel corso dell’Omelia disse :
« 3. La beata Agnese di Boemia, pur essendo vissuta in un periodo tanto lontano dal nostro, rimane anche oggi un fulgido esempio di fede cristiana e di carità eroica, che invita alla riflessione ed alla imitazione. Ben si addicono alla sua vita ed alla sua spiritualità le parole della prima lettera di Pietro: “Siate moderati e sobri, per dedicarvi alla preghiera”. Così scriveva il capo degli apostoli ai cristiani del suo tempo; e soggiungeva: “Soprattutto conservate tra voi una grande carità...Praticate l’ospitalità gli uni verso gli altri, senza mormorare” (1Pt 4,7-9). Proprio questo è stato il programma di vita di sant’Agnese: fin dalla più tenera età ella orientò la propria esistenza alla ricerca dei beni celesti. Rifiutate alcune proposte di matrimonio, decise di dedicarsi totalmente a Dio, perché nella sua vita egli venisse glorificato per mezzo di Gesù Cristo (cf. 1Pt 4,11). Essendo venuta a conoscere dai Frati Minori, allora giunti a Praga, l’esperienza spirituale di Chiara di Assisi, volle seguirne l’esempio di francescana povertà: con i propri beni dinastici fondò a Praga l’ospedale di san Francesco e un monastero per le “Sorelle Povere” o “Damianite”, dove lei stessa fece il suo ingresso il giorno di Pentecoste del 1234, professando i voti solenni di castità, povertà e obbedienza. Sono rimaste famose le lettere che santa Chiara d’Assisi le indirizzò per esortarla a proseguire nel cammino intrapreso. Sorse così un’amicizia spirituale, che durò per quasi vent’anni, senza che le due sante donne si incontrassero mai.
 4. “Praticate l’ospitalità gli uni verso gli altri, senza mormorare” (1 Pt 4,9). Fu la norma a cui santa Agnese ispirò costantemente la propria azione, accettando sempre con piena fiducia gli avvenimenti che la Provvidenza permetteva, nella certezza che tutto passa, ma la Verità rimane in eterno! È, questo, l’insegnamento che la nuova santa dona anche a voi, cari suoi connazionali, e dona a tutti. La storia umana è in continuo movimento; i tempi cambiano con le varie generazioni e con le scoperte scientifiche; nuove tecniche ma anche nuovi affanni si affacciano all’orizzonte dell’umanità, sempre in cammino: ma la verità di Cristo, che illumina e salva, perdura nel mutare degli eventi. Tutto ciò che avviene sulla terra è voluto o permesso dall’Altissimo perché gli uomini sentano la sete o la nostalgia della Verità, tendano ad essa, la ricerchino e la raggiungano! “Ciascuno viva secondo la grazia ricevuta, mettendola a servizio degli altri”, così scriveva ancora san Pietro, e concludeva: “Chi esercita un ufficio, lo compia con l’energia ricevuta da Dio, perché in tutto venga glorificato Dio per mezzo di Gesù Cristo” (1Pt 4,10-11). Nella sua lunga vita, travagliata anche da malattie e sofferenze, sant’Agnese ha davvero compiuto con energia il suo servizio di carità, per amore di Dio, contemplando come in uno specchio Gesù Cristo, come le aveva suggerito santa Chiara: “In questo specchio rifulgono la beata povertà, la santa umiltà e l’ineffabile carità” (Lettera IV: “Fonti Francescane”, ed. 1986, n. 2903). E così Agnese di Boemia, che oggi abbiamo la gioia di invocare “Santa”, pur vissuta in secoli tanto lontani da noi, ha avuto un notevole ruolo nello sviluppo civile e culturale della sua Nazione e resta nostra contemporanea per la sua fede cristiana e per la sua carità: è esempio di coraggio ed è aiuto spirituale per le giovani che generosamente si consacrano alla vita religiosa; è ideale di santità per tutti coloro che seguono Cristo; è stimolo alla carità, esercitata con totale dedizione verso tutti, superando ogni barriera di razza, di popolo e di mentalità; è celeste protettrice del nostro faticoso cammino quotidiano. A lei possiamo dunque rivolgerci con grande fiducia e speranza».       
Fonti principali: ilpostalista.it; vatican.va (“RIV./gpm”)
 
 
Da una lettera di santa Chiara a santa Agnese di Boemia
 
Alla figlia del Re dei re, ancella del Signore dei signori, sposa degnissima di Gesù Cristo e perciò regina nobilissima donna Agnese, Chiara, ancella inutile e indegna delle povere dame, salute e che viva sempre nella somma povertà.
Rendo grazie al Donatore della grazia, dal quale crediamo che emanino ogni dono ottimo e ogni donazione perfetta, perché ti ha ornata di tanti titoli di virtù e ti ha fatta brillare per le insegne di tanta perfezione, affinché, divenuta imitatrice attenta del Padre perfetto, meriti di diventare tanto perfetta, che i suoi occhi non vedano in te nulla d’imperfetto.
Questa è quella perfezione, per la quale il Re stesso ti assocerà a sé nell’etereo talamo, dove siede glorioso su un trono di stelle, perché disprezzando i fastigi del regno terremo e ritenendo poco degne le offerte di un matrimonio imperiale, diventata emula della santissima povertà in spirito di grande umiltà e di ardentissima carità hai calcato le vestigia di colui, con il quale hai meritato di unirti in matrimonio.
Ma sapendo che tu sei carica di virtù, tralasciando la prolissità delle parole, non voglio caricarti di parole superflue, anche se a te nulla sembri superfluo di quelle dalle quali ti possa provenire qualche consolazione. Ma poiché una sola cosa è necessaria, io questa sola attesto e ti avverto per amore di Colui, al quale ti sei offerta come santa e gradevole vittima, che cioè, memore del tuo proposito, come un’altra Rachele, tu tenga sempre davanti agli occhi il punto di partenza; tieni ben fermi i risultati raggiunti; ciò che fai fallo bene; non arrestarti, ma con rapida corsa, con passo leggero, senza intoppi ai piedi cosicché neanche i tuoi passi raccolgano la polvere, godendo sicura e alacre proceda cautamente per il sentiero della beatitudine; non fidandoti di nulla, non consentendo a nulla, che ti volesse revocare da questo proposito, che ti ponesse nella strada uno scandalo, per non farti adempiere i tuoi voti all’Altissimo in quella perfezione, nella quale lo Spirito del Signore ti ha chiamata.
Ma in questo, per camminare più sicuramente sulla via dei comandamenti del Signore, segui il consiglio del nostro venerabile padre, nostro fratello Elia, ministro generale; preferiscilo ai consigli degli altri e considerarlo come il più caro dei doni.
Che se qualcuno ti dicesse altra cosa, ti suggerisse altro, che possa impedire la tua perfezione, che paresse contrario alla vocazione divina, benché tu debba venerarlo, non volerne seguire il consiglio, ma vergine povera, abbraccia il Cristo povero.
Vedi che si è fatto spregevole per te e seguilo, fatta tu stessa spregevole per lui in questo mondo.
Nobilissima regina, guarda, considera, contempla, desiderando di imitarlo, il tuo sposo, il più bello tra i figli degli uomini, fattosi per la tua salvezza il più vile degli uomini, disprezzato, percosso e flagellato in tutto il corpo in molti modi, morente tra le angosce stesse della croce.
Se soffrirai con lui, con lui regnerai, condolendoti, godrai con lui, morendo con lui nella croce della tribolazione, con lui possiederai negli splendori dei santi le dimore celesti e il tuo nome sarà notato nel libro della vita per divenire glorioso tra gli uomini.
Perciò in eterno e nei secoli dei secoli, avrai parte alla gloria del regno celeste in cambio delle cose terrene e transitorie, ai beni eterni in cambio dei beni perituri e vivrai nei secoli dei secoli.
Sta bene, carissima sorella e signora, per il Signore tuo sposo; e pensa, nelle tue devote preghiere, di raccomandare me con le mie sorelle, noi che godiamo dei beni del Signore, che in te opera per sua grazia. Raccomandaci anche molto alle tue sorelle.
 
Pratica: Contemplando Gesù crocifisso cercherò di imitarlo.
 
Preghiera: O Dio che hai ispirato a santa Agnese di Boemia di anteporre al fascino delle delizie regali l’umiltà della croce, concedici, per sua intercessione, di volgere sempre il nostro animo alle cose di lassù, nel distacco dalle cose della terra. Per il nostro Signore.