Lunedì 4 Gennaio 2018

 Feria Propria del 4 Gennaio

 1Gv 3,7-10; Sal 97 (98); Gv 1,35-42

 

Colletta: Dio onnipotente, il Salvatore che tu hai mandato, luce nuova all’orizzonte del mondo, sorga ancora e risplenda su tutta la nostra vita. Egli è Dio, e vive e regna con te...

Pastores Dabo Vobis 38: Certamente la vocazione è un mistero imperscrutabile, che coinvolge il rapporto che Dio instaura con l’uomo nella sua unicità e irripetibilità, un mistero che viene percepito e sentito come un appello che attende una risposta nel profondo della coscienza, in quel «sacrario dell’uomo, dove egli si trova solo con Dio, la cui voce risuona nell’intimità propria». Ma ciò non elimina la dimensione comunitaria, ed ecclesiale in specie, della vocazione: anche la Chiesa è realmente presente e operante nella vocazione di ogni sacerdote. Nel servizio alla vocazione sacerdotale e al suo itinerario, ossia alla nascita, al discernimento e all’accompagnamento della vocazione, la Chiesa può trovare un modello in Andrea, uno dei primi due discepoli che si pongono al seguito di Gesù. È lui stesso a raccontare al fratello ciò che gli era accaduto: «Abbiamo trovato il Messia (che significa il Cristo)». E il racconto di questa «scoperta» apre la strada all’incontro: «E lo condusse da Gesù». Nessun dubbio sull’iniziativa assolutamente libera e sulla decisione sovrana di Gesù. È Lui che chiama Simone e gli dà un nuovo nome: «Gesù, fissando lo sguardo su di lui, disse: “Tu sei Simone, il figlio di Giovanni; ti chiamerai Cefa (che vuol dire Pietro)”». Ma pure Andrea ha avuto la sua iniziativa: ha sollecitato l’incontro del fratello con Gesù.

«E lo condusse da Gesù». Sta qui, in un certo senso, il cuore di tutta la pastorale vocazionale della Chiesa, con la quale essa si prende cura della nascita e della crescita delle vocazioni, servendosi dei doni e delle responsabilità, dei carismi e del ministero ricevuti da Cristo e dal suo Spirito. La Chiesa, come popolo sacerdotale, profetico e regale, è impegnata a promuovere e a servire il sorgere e il maturare delle vocazioni sacerdotali con la preghiera e con la vita sacramentale, con l’annuncio della Parola e con l’educazione alla fede, con la guida e la testimonianza della carità
Nel Vangelo di oggi possiamo trovarvi una traccia per un cammino vocazionale: cercare Gesù è andare da lui, vedere dove abita, stare con lui e ascoltare la sua Parola. Ma non può essere un possesso egoistico, perché l’incontro con il Verbo deve essere testimoniato; deve far nascere nel cuore dei discepoli il desiderio e lo zelo di condurre a Dio gli uomini. I credenti che hanno incontrato il Cristo sono i testimoni dell’Amore: tutti i battezzati, come Giovanni Battista, «tenendo fisso lo sguardo su Gesù, autore e perfezionatore della fede» (Eb 12,2), devono indicare al mondo l’Agnello di Dio.

Dal Vangelo secondo Giovanni 1,35-42: In quel tempo, Giovanni stava con due dei suoi discepoli e, fissando lo sguardo su Gesù che passava, disse: «Ecco l’agnello di Dio!». E i suoi due discepoli, sentendolo parlare così, seguirono Gesù. Gesù allora si voltò e, osservando che essi lo seguivano, disse loro: «Che cosa cercate?». Gli risposero: «Rabbì  che, tradotto, significa maestro, dove dimori?». Disse loro: «Venite e vedrete». Andarono dunque e videro dove egli dimorava e quel giorno rimasero con lui; erano circa le quattro del pomeriggio. Uno dei due che avevano udito le parole di Giovanni e lo avevano seguito, era Andrea, fratello di Simon Pietro. Egli incontrò per primo suo fratello Simone e gli disse: «Abbiamo trovato il Messia», che si traduce Cristo,  e lo condusse da Gesù. Fissando lo sguardo su di lui, Gesù disse: «Tu sei Simone, il figlio di Giovanni; sarai chiamato Cefa», che significa Pietro. 

Ecco l’agnello di Dio! - Il brano del Vangelo può essere diviso in due parti. Nella prima, Giovanni rende testimonianza a Gesù suscitando la vocazione di Andrea e di un secondo discepolo che non viene nominato nel Vangelo; nella seconda parte, fragrante di genuino sapore missionario, Andrea, affascinato da Gesù, lo annuncia al fratello Simone che viene a sua volta conquistato al Cristo.
«Giovanni stava con due dei suoi discepoli e,  fissando lo sguardo su Gesù»: il verbo emblépein indica l’atto di guardare con attenzione, cercando di andare in profondità, scrutando l’anima e il cuore.
Il quarto vangelo poi lo dirà di Gesù, il quale poserà il suo sguardo su Simone (Cf. Gv 1,42; Lc 22,61). I vangeli ricorderanno anche lo sguardo di Gesù che si poserà sul giovane ricco. Marco addirittura annoterà: «Gesù, fissò lo sguardo su di lui, lo amò» (Mc 10,21).
Giovanni guarda con attenzione Gesù che passava: che venga detto che Gesù camminasse è un particolare sul quale l’evangelista Giovanni insiste molto in quanto con esso vuole sottolineare l’umanità di Gesù: «questi è un vero uomo, che cammina con i piedi, come farà il paralitico guarito alla piscina di Betzatà [...]. Si osservi inoltre il contrasto tra l’atteggiamento statico del Battista, ritto in piedi [Gv 1,35] e quello dinamico di Gesù. Questi è in cammino per illuminare gli uomini e invitarli a credere nella luce [Cf. Gv 12,35s]. Gesù è in cammino verso la croce e invita i discepoli a seguirlo sul Golgota [Cf. Gv 12,24ss]. Gesù è in cammino e sta per chiamare i primi discepoli ad incamminarsi con lui [Gv 1,39] e a seguirlo [Gv 1,43]» (SALVATORE ALBERTO PANIMOLLE).
L’espressione Ecco l’agnello di Dio è gravida di un duplice simbolismo, che ha profonde radici nella teologia dell’Antico Testamento: il primo rimanda all’agnello pasquale che viene immolato nel tempio alla vigilia di Pasqua e al quale non doveva venir spezzato alcun osso (Giovanni collocherà la morte di Gesù in questo contesto sacrificale); l’altro riconduce al servo sofferente che porta su di sé il peccato del mondo e che era stato preannunciato da Isaia: «... era come agnello condotto al macello, come pecora muta di fronte ai suoi tosatori, e non aprì la sua bocca... egli portava il peccato di molti e intercedeva per i colpevoli» (Is 53,1ss).
Una interpretazione dettata dal fatto che la parola agnello, talià, significa tanto servo quanto agnello: Gesù è l’agnello di Dio, il Servo sofferente, colui che toglie il peccato del mondo (Cf. Gv 1,29).
«Venite e vedrete»: il verbo vedere ricorre molte volte nel Vangelo e nelle lettere di Giovanni come passaggio al credere e alla testimonianza. Si possono ricordare, tra i tanti, almeno tre passi. Il primo è Gv 1,34: «Io ho visto e ho reso testimonianza che questi è il Figlio di Dio». Il secondo brano è Gv 19,35: «Chi ha visto ne dà testimonianza e la sua testimonianza è vera; egli sa che dice il vero, perché anche voi crediate». Il terzo è l’ampia professione di fede dell’apostolo Giovanni: «... quello che abbiamo veduto con i nostri occhi, quello che contemplammo e che le nostre mani toccarono del Verbo della vita - la vita infatti si manifestò, noi l’abbiamo veduta e di ciò diamo testimonianza... -, quello che abbiamo veduto e udito, noi lo annunciamo anche a voi, perché anche voi siate in comunione con noi» (1Gv 1,1ss).
Questo vedere suscita o rafforza la fede, ma «non porta mai alla visione diretta e definitiva di Dio. “Dio nessuno l’ha visto”, insiste il IV Vangelo [cf 1,18; 5,37; 6,46]; i discepoli possono “vedere” Gesù, e solo attraverso lui riconoscere il Padre [cf 14,7.9]. Questo riconoscimento è reale solo se messo in pratica dall’ascolto della parola di Dio: “io, dice Gesù, parlo di quello che ho visto presso il Padre, voi dunque fate quello che avete udito dal Padre vostro” (8,38). È proprio l’ascolto della Parola la condizione normale per venire alla fede: “beati quelli che pur non avendo visto crederanno!” [Gv 20,29]» (Clara Achille Cesarini).
Andrea e il discepolo innominato si fermano, ascoltano... la Parola prima che alle loro menti si rivela ai loro cuori... essi comprendono che Gesù è il Messia e ne diventano gli annunciatori, oltre che i discepoli. I frutti sono immediatamente abbondanti. Andrea conduce il fratello Simone a Gesù e a lui tocca fare un’esperienza ancora più esaltante: scrutato, amato da Gesù fin dal primo momento, viene trasformato nel cuore, nella mente e nell’anima, al punto che riceve un nome nuovo: Cefa, che significa Pietro.
Simone è la roccia sulla quale Cristo edificherà la sua Chiesa «e le potenze degli inferi non prevarranno su di essa» (Mt 16,13-19).

L’Agnello pasquale - Giuseppe Barbaglio (Agnello in Schede Bibliche Pastorali, Vol. I): Come altri animali, nei riti sacrificali dell’Antico Testamento l’agnello era la vittima offerta in olocausto espiatorio a Dio (cf. per es. Lv 9,3). Aveva invece un ruolo del tutto singolare nel rito della cena pasquale (Es 12,1-16).
La sera del 14 del mese di Nisan gli israeliti uccidevano l’agnello, o il capretto, scelto quattro giorni prima con oculatezza, dovendo essere senza alcun difetto, maschio, di un anno. Lo si arrostiva per bene e di notte lo si mangiava con pani azzimi ed erbe amare. La celebrazione aveva il preciso significato di commemorazione dello scampato pericolo in terra egiziana, quando Jahvé colpì i primogeniti d’Egitto, risparmiando le case degli ebrei con gli stipiti e l’architrave tinti del sangue dell’agnello.
Ed è risaputo che Israele attribuiva ai suoi riti di «memoria» storica una pregnanza tutta particolare: i partecipanti attualizzavano infatti la portata salvifica degli eventi commemorati, nel nostro caso del riscatto dalla schiavitù egiziana. La tradizione giudaica poi è giunta ad attribuire esplicitamente al sangue dell’agnello pa­squale valore salvifico. «In virtù del sangue dell’alleanza della circoncisione e in virtù del sangue della pasqua, io vi ho liberati dall’Egitto» (Pirqè R. Eliezer 29).
Ora, nel Nuovo Testamento, tutto intento ad approfondire ed esprimere il mistero della persona di Gesù Cristo, si identifica senz’altro l’agnello pasquale con Cristo, o meglio si afferma che questi è per i credenti l’agnello pasquale. Ne fa fede anzitutto Paolo: «E infatti Cristo, nostra Pasqua, è stato immolato!» (1Cor 5,7). Ma l’apostolo si mostra qui debitore alla tradizione cristiana primitiva. Dunque è alla chiesa degli anni quaranta che dobbiamo questa interpretazione tipologica dell’agnello pasquale. Sotto forma di paragone poi la prima lettera di Pietro proclama che i credenti sono stati redenti «con il sangue prezioso di Cristo, come di agnello senza difetti e senza macchia» (1,18-19). In questo passo però, oltre la sottolineatura del valore espiatorio della morte di Cristo, si accentua l’innocenza della vittima.
Comunque sono gli scritti giovannei che più hanno sviluppato tale tipologia cristologica. Il quarto vangelo attribuisce grande importanza ad un particolare apparente­mente insignificante della passione di Cristo: al crocifisso non furono spezzate le gambe (19,33). In realtà, l’evangelista vi scorge il compimento profetico del testo della prescrizione del libro dell’Esodo secondo cui non dovevano essere spezzate le ossa dell’agnello pasquale (Es 12,46), testo inteso quale preannuncio del futuro: «Questo infatti avvenne perché si adempisse la Scrittura: Non gli sarà spezzato alcun osso» (19,36). A questo scopo Giovanni sottolinea che Gesù morì in croce la vigilia della pasqua ebraica (18,28; 19,14.31), esattamente quando si uccidevano gli agnelli della celebrazione pasquale. In breve, è il crocifisso il vero agnello pasquale per i credenti che per grazia hanno realizzato il nuovo esodo dalla schiavitù alla libertà e nell’eucaristia, nuova pasqua, celebrano l’evento liberatore. Ma già all’inizio del suo vangelo Giovanni aveva presentato in questi termini il contenuto della testimonianza del Battista a favore di Gesù: «Ecco l’agnello di Dio, ecco colui che toglie il peccato del mondo!» (1,29; cf. 1,36). Con probabilità vi si allude all’agnello pasquale, che però non aveva valore di sacrificio espiatorio. In realtà, vuol dire Giovanni, Cristo supera di molto la portata dei riti dell’Antico Testamento; egli libera il mondo dalla potenza del peccato e la sua morte costituisce il vero e definitivo sacramento di salvezza.
L’umanità peccatrice, impossibilitata da se stessa, cioè con i suoi sacrifici, a liberarsi, riceve in dono da Dio stesso Gesù come vittima sacrificale capace di ottenere il perdono dei peccati. Si spiega così la singolarità della formula giovannea: «agnello di Dio». Diventa allora possibile che l’evangelista si riferisca non solo all’agnello pasquale, ma anche al servo sofferente di Dio, paragonato a un agnello condotto al macello (Is 53,7) e portatore del peccato della moltitudine umana (Is 53,12).

Siamo arrivati al termine. Possiamo mettere in evidenza:
**** Andrea ha avuto la sua iniziativa: ha sollecitato l’incontro del fratello con Gesù.
Questa parola cosa ti suggeriscono?
Ora nel silenzio, nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.

Sostieni, o Signore, con la tua provvidenza
questo popolo nel presente e nel futuro,
perché, con le semplici gioie che disponi sul suo cammino
aspiri con serena fiducia alla gioia che non ha fine.
Per Cristo nostro Signore.

 

4 Gennaio 2021
 
Santa Angela da Foligno, Terziaria Francescana

Già in vita conosciuta come Magistra Theologorum (Maestra dei Teologi), Angela da Foligno (1248-1309) il 9 ottobre scorso ha ricevuto da Papa Francesco la canonizzazione per equipollenza (possesso antico del culto; costante e comune attestazione di storici degni di fede sulle virtù o sul martirio; ininterrotta fama di prodigi). Innocenzo XII la beatificò nel 1693 e San Pio X ne sanzionò la tradizione fissando la sua festa al 4 febbraio.
Mistica contemporanea di Dante e di Jacopone da Todi, Angela nacque a Foligno in una ricca famiglia e visse fra i benesseri e i piaceri del mondo. Si sa con certezza che si sposò, ebbe dei figli e la madre soddisfaceva tutti i suoi capricci. Ma cominciò, come lei stessa racconterà al Direttore Spirituale, il Conventuale Minore A. (la tradizione decifra la A. con fra Arnaldo) a «conoscere il peccato», come è riportato nel Memoriale steso dallo stesso francescano. Andò a confessarsi, ma «la vergogna le impedì di fare una confessione completa e per questo rimase nel tormento».
Pregò San Francesco che le apparve in sogno, rassicurandola che avrebbe conosciuto la misericordia di Dio. E la pace arrivò nel 1285, attraverso una confessione totale: aveva 37 anni. Iniziò così una vita di austera penitenza: povertà dalle cose, povertà dagli affetti, povertà da se stessa. A motivo della drastica conversione dovette affrontare ostilità ed ingiurie da parte della famiglia. Ma lei perseverò anche quando morirono madre, marito, figli.
Angela si presenta come una delle più brillanti incarnazioni dell'ideale francescano della fine del Duecento. In un primo tempo, in preda a strani fenomeni, fu giudicata sospetta dai frati minori; ma intorno al 1290 la accettarono fra i penitenti del Terzordine. Il teologo Ubertino da Casale (citato nella Divina Commedia) fu conquistato dal suo ideale spirituale e con lui fu strettamente coinvolta nelle controversie che laceravano l'Ordine francescano, diventando una dei responsabili del movimento rigorista.
Il Memoriale fu sottoposto ad esperti, fra cui il Cardinale Giacomo Colonna, che lo approvò intorno al 1297. Questa autobiografia spirituale mostra i trenta passi che lanima compie raggiungendo lintima comunione con Dio, attraverso la meditazione dei misteri di Cristo, lEucaristia, le tentazioni e le penitenze. Esso rappresenta la prima sezione del Liber. La seconda parte, nota come Instructiones, contiene documenti religiosi di vario tipo, curati da diversi e ignoti redattori, dove si trovano anche le lettere che Angela scriveva ai suoi figli spirituali.
Nel 1291, come la mistica narrò al suo confessore, lungo il cammino che la conduceva ad Assisi, fu alla presenza della Trinità: «Ho visto una cosa piena, una maestà immensa, che non so dire, ma mi sembrava che era ogni bene. (…) dopo la sua partenza, cominciai a strillare ad alta voce (…) Amore non conosciuto perché? (…) perché mi lasci?». La mistica di Foligno insegna che non cè vera vita spirituale senza lumiltà e senza la preghiera. Questa può essere corporale (vocale), mentale (quando si pensa a Dio) e soprannaturale (contemplazione): «In queste tre scuole uno conosce sé e Dio; e per il fatto che conosce, ama; e perché ama, desidera avere ciò che ama. E questo è il segno del vero amore: che chi ama non trasforma parte di sé, ma tutto sé nellAmato».
Nel corso dei secoli, fra i tanti che aderirono alla sua spiritualità, ricordiamo Santa Teresa dAvila e la Beata Elisabetta della Trinità. Angela comprese che la profonda comunione con Dio non è una utopia, ma una possibilità, impedita solo dal peccato: di qui la necessità della mortificazione e del sacrificio; per raggiungere lunione profonda con il Signore sono indispensabili lEucaristia e la meditazione della Passione e Morte di Cristo, ai piedi della Croce, insieme a Maria Santissima.      
Autore: Cristina Siccardi
 
 
Se vuoi la carità, prega...: Santa Angela Da Foligno: Nessun uomo si salva senza la luce divina, la quale fa sì che uno inizi, progredisca e raggiunga lapice della perfezione. Perciò, se vuoi cominciare il cammino e desideri questa luce divina, prega.
– Se hai già iniziato a progredire e vuoi che in te aumenti la luce, prega.
– Se sei, invece, arrivato allapice della perfezione e vuoi essere illuminato al massimo, per potervi rimanere, prega.
– Se vuoi la fede, prega. Se vuoi la speranza, prega.
– Se vuoi la carità, prega. Se vuoi la castità, prega.
– Se vuoi lumiltà, prega. Se vuoi la mansuetudine, prega.
– Se vuoi la fortezza, prega. Qualsiasi virtù vuoi, prega.
Prega leggendo il libro della vita, vale a dire la vita del Dio e Uomo Gesù Cristo, che fu povertà, dolore, disprezzo e vera obbedienza. Quando sarai entrato nella via del progresso spirituale, molte tribolazioni e tentazioni dei demoni, del mondo e della carne in vario modo ti molesteranno e ti affliggeranno orribilmente. Ebbene, se vuoi vincere, prega. Quando lanima vuole pregare di più, è necessario che vada a farlo con purezza spirituale e fisica e con rettitudine. Bisogna che cambi il male in bene e non faccia, come molti malvagi, il contrario...
 
Il messaggio di santa Angela da Foligno
 
“Sergio Andreoli, studioso della Beata, lo sintetizza affermando che la spiritualità di Angela parte dalla affermazione centrale che «Dio è tutto Amore e perciò ama in modo totale» e che per corrispondere a questo amore non si dovrà fare altro che seguire il Cristo «che si è fatto e si fa ancora via in questo mondo; via... veracissima e diritta e breve». Angela ha mostrato di aver chiaramente compreso che la profonda comunione con Dio non è una utopia, ma una possibilità offerta che viene impedita solo dal peccato: di qui la necessità di una costante e severa mortificazione per aderire allamore di Dio, che è ogni bene e gioia per lanima. Angela inoltre ha capito che questa unione profonda si realizza specialmente nellEucarestia, espressione altissima e misteriosa dellAmore di Cristo per noi. Unaltra costante della sua vita fu la meditazione dei misteri di Cristo, particolarmente della sua Passione e Morte (insieme a Maria di Nazaret ai piedi della Croce), pratica, secondo lei, molto fruttuosa per rimanere in comunione con Dio e per perseverare nella donazione a Dio e al prossimo.” (Mario Scudu).
 
Pratica: mi attarderò nella contemplazione della beata Passione di nostro Signore Gesù, preparandomi con fervore a riceverLo nella Eucarestia, grande mistero di carità divina.
 
Preghiera (Giovanni Paolo II, Foligno - Domenica, 20 giugno 1993): Beata Angela da Foligno!
Grandi meraviglie ha compiuto in te il Signore.
Noi oggi, con animo grato, contempliamo e adoriamo l'arcano mistero della divina misericordia, che ti ha guidata sulla via della Croce fino alle vette dell'eroismo e della santità.
Illuminata dalla predicazione della Parola, purificata dal Sacramento della Penitenza, tu sei diventata fulgido esempio di virtù evangeliche, maestra sapiente di discernimento cristiano, guida sicura nel cammino della perfezione.
Hai conosciuto la tristezza del peccato, hai sperimentato la “perfetta letizia” del perdono di Dio.
A te Cristo si è rivolto con i dolci titoli di “figlia della pace” e di “figlia della divina sapienza”.
Beata Angela! confidando nella tua intercessione, invochiamo il tuo aiuto, perché sincera e perseverante sia la conversione di chi, sulle tue orme, abbandona il peccato e si apre alla grazia divina.
Sostieni quanti intendono seguirti sulla strada della fedeltà a Cristo crocifisso nelle famiglie e nelle Comunità religiose di questa Città e dell'intera Regione.
Fa che i giovani ti sentano vicina, guidali alla scoperta della loro vocazione, perché la loro vita si apra alla gioia e all'amore.
Sostieni quanti, stanchi e sfiduciati, camminano con fatica fra dolori fisici e spirituali.
Sii luminoso modello di femminilità evangelica per ogni donna: per le vergini e le spose, per le madri e le vedove.
La luce di Cristo, che rifulse nella tua difficile esistenza, brilli anche sul loro cammino quotidiano.
Implora, infine, la pace per noi tutti e per il mondo intero.
Ottieni per la Chiesa, impegnata nella nuova evangelizzazione, il dono di numerosi apostoli, di sante vocazioni sacerdotali e religiose.
Per la Comunità diocesana di Foligno implora la grazia di una indomita fede, di una fattiva speranza e di una ardente carità, perché, seguendo le indicazioni del recente Sinodo, avanzi spedita sulla strada della santità, annunciando e testimoniando senza sosta la perenne novità del Vangelo.
Beata Angela, prega per noi!
 

3 Gennaio 2021

 II DOMENICA DOPO NATALE

 Sir 24,1-4.12-16; Sal 147; Ef 1,3-6.15-18; Gv 1,1-18

Colletta: O Dio, nostro Padre, che nel Verbo venuto ad abitare in mezzo a noi riveli al mondo la tua gloria, illumina gli occhi del nostro cuore, perché, credendo nel tuo Figlio unigenito, gustiamo la gioia di essere tuoi figli. Per il nostro Signore Gesù Cristo.

Il Verbo si fece Carne: Benedetto XVI (Udienza Generale, 21 dicembre 2011): A noi credenti la celebrazione del Natale rinnova la certezza che Dio è realmente presente con noi, ancora “carne” e non solo lontano: pur essendo col Padre è vicino a noi. Dio, in quel Bambino nato a Betlemme, si è avvicinato all’uomo: noi Lo possiamo incontrare adesso, in un «oggi» che non ha tramonto. Vorrei insistere su questo punto, perché l’uomo contemporaneo, uomo del “sensibile”, dello sperimentabile empiricamente, fa sempre più fatica ad aprire gli orizzonti ed entrare nel mondo di Dio. La redenzione dell’umanità avviene certo in un momento preciso e identificabile della storia: nell’evento di Gesù di Nazaret; ma Gesù è il Figlio di Dio, è Dio stesso, che non solo ha parlato all’uomo, gli ha mostrato segni mirabili, lo ha guidato lungo tutta una storia di salvezza, ma si è fatto uomo e rimane uomo. L’Eterno è entrato nei limiti del tempo e dello spazio, per rendere possibile «oggi» l’incontro con Lui. I testi liturgici natalizi ci aiutano a capire che gli eventi della salvezza operata da Cristo sono sempre attuali, interessano ogni uomo e tutti gli uomini. Quando ascoltiamo o pronunciamo, nelle celebrazioni liturgiche, questo «oggi è nato per noi il Salvatore», non stiamo utilizzando una vuota espressione convenzionale, ma intendiamo che Dio ci offre «oggi», adesso, a me, ad ognuno di noi la possibilità di riconoscerlo e di accoglierlo, come fecero i pastori a Betlemme, perché Egli nasca anche nella nostra vita e la rinnovi, la illumini, la trasformi con la sua Grazia, con la sua Presenza. Il Natale, dunque, mentre commemora la nascita di Gesù nella carne, dalla Vergine Maria - e numerosi testi liturgici fanno rivivere ai nostri occhi questo o quell’episodio -, è un evento efficace per noi. Il Papa san Leone Magno, presentando il senso profondo della Festa del Natale, invitava i suoi fedeli con queste parole: «Esultiamo nel Signore, o miei cari, e apriamo il nostro cuore alla gioia più pura, perché è spuntato il giorno che per noi significa la nuova redenzione, l’antica preparazione, la felicità eterna. Si rinnova infatti per noi nel ricorrente ciclo annuale l’alto mistero della nostra salvezza, che, promesso all’inizio e accordato alla fine dei tempi, è destinato a durare senza fine» (Sermo 22In Nativitate Domini, 2,1: PL 54,193). E, sempre san Leone Magno, in un’altra delle sue Omelie natalizie, affermava: «Oggi l’autore del mondo è stato generato dal seno di una vergine: colui che aveva fatto tutte le cose si è fatto figlio di una donna da lui stesso creata. Oggi il Verbo di Dio è apparso rivestito di carne e, mentre mai era stato visibile a occhio umano, si è reso anche visibilmente palpabile. Oggi i pastori hanno appreso dalla voce degli angeli che era nato il Salvatore nella sostanza del nostro corpo e della nostra anima» (Sermo 26, In Nativitate Domini, 6,1: PL54,213)”. 

Prima Lettura: A differenza dell’Antico Testamento che non assimila mai la Sapienza al Dio unico, il Nuovo Testamento, invece, individua nella Sapienza una prefigurazione del Verbo di Dio attraverso il quale il Signore Dio ha creato tutte le cose (cf Gv 1,3; Col 1,16-17; Eb 1,2).
La Sapienza, nel Nuovo Testamento, si contrappone alla sapienza umana: la prima è feconda di salvezza, la seconda è invece sterile.
Gesù sarà ripieno di questa divina Sapienza che susciterà l’ammirazione dei dottori della Legge e lo stupore dei suoi uditori (Lc 2,41ss).
Gesù è “più di Salomone” (Mt 7,12; Lc 11,31) e in lui “sono nascosti tutti i tesori della sapienza e della scienza” (Col 2,3).
Così, il mistero della croce è “scandalo e stoltezza” (1Cor 1,18.23) agli occhi del mondo perché esso non ha riconosciuto Dio con gli strumenti della propria sapienza (1Cor 1,21; Ef 4,17-18), invece “per coloro che sono chiamati” (1Cor 1,24) la croce è sapienza e “potenza di Dio” (1Cor 1,18).
Cristo Gesù, infine, è diventato per noi, suoi discepoli, “sapienza, giustizia, santificazione e redenzione” (1Cor 1,30).

Seconda Lettura: Soltanto Dio, che è il solo sapiente, può donare quella sapienza che può rendere l’uomo capace di conoscere e di accogliere la sua volontà divina. Soltanto in questo modo si può essere, come figli di Dio santi e immacolati, partecipi della “eredità fra i santi”.

Vangelo: In principio era il Verbo, il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio: Verbo, trascrizione del latino verbum che traduce a sua volta il greco logos e che significa al tempo stesso “parola”, “pensiero” e “razionalità”, negli scritti di Giovanni è sempre riferito al Cristo. Il prologo, come tutto il Vangelo, si propone l’obiettivo di dimostrare che Gesù è Dio: “Molti altri segni fece Gesù in presenza dei suoi discepoli, ma non sono stati scritti in questo libro. Questi sono stati scritti, perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome” (Gv 20,30-31).
Ed è lui che nella “pienezza del tempo” (Gal 4,4) ha rivelato il Padre: “Chi ha visto me ha visto il Padre” (Gv 14,9).
Nel brano giovanneo viene proclamata la natura del Cristo: egli é Dio, è la luce vera, che illumina ogni uomo. È lui che dà il potere di diventare figli di Dio. È lui l’unigenito che ci fa conoscere Dio. Egli ci permette persino di contemplare la sua gloria, lo splendore della sua presenza, che nessun ebreo poteva intravedere senza morirne. In sostanza, egli ci porta la vita stessa di Dio, la legge interiore scolpita nel cuore (Ger 31,31), legge che egli chiama «grazia e verità», non più soltanto «ombra» (Eb 10,1), qual era la legge esteriore di Mosè, scolpita sulla pietra. È l’Emmanuele, il Dio con noi che ha piantato la sua tenda in mezzo agli uomini, lui è il vero tempio nel quale risiede la pienezza della divinità e nel quale l’uomo può incontrare il Padre, conoscerlo, amarlo, adorarlo in spirito e verità.

Dal Vangelo secondo Giovanni 1,1-18: In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio. Egli era, in principio, presso Dio: tutto è stato fatto per mezzo di lui e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste. In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini; la luce splende nelle tenebre e le tenebre non l’hanno vinta. Venne un uomo mandato da Dio: il suo nome era Giovanni. Egli venne come testimone per dare testimonianza alla luce, perché tutti credessero per mezzo di lui. Non era lui la luce, ma doveva dare testimonianza alla luce. Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo. Era nel mondo e il mondo è stato fa-to per mezzo di lui; eppure il mondo non lo ha riconosciuto. Venne fra i suoi, e i suoi non lo hanno accolto. A quanti però lo hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio: a quelli che credono nel suo nome, i quali, non da sangue né da volere di carne né da volere di uomo, ma da Dio sono stati generati. E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi; e noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come del Figlio unigenito che viene dal Padre, pieno di grazia e di verità. Giovanni gli dà testimonianza e proclama: «Era di lui che io dissi: Colui che viene dopo di me è avanti a me, perché era prima di me». Dalla sua pienezza
noi tutti abbiamo ricevuto: grazia su grazia. Perché la Legge fu data per mezzo di Mosè, la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo. Dio, nessuno lo ha mai visto: il Figlio unigenito, che è Dio ed
è nel seno del Padre, è lui che lo ha rivelato.

Nel Figlio ci viene svelato il volto del Padre e il suo disegno di salvezza: all’uomo ammesso a contemplare il volto glorioso di Dio gli viene donata la vita eterna, mentre ancora vive nel tempo.
“Il disegno salvifico misterioso di Dio sull’umanità ora è pienamente svelato: a chi accoglie il Verbo fatto carne viene donato il potere di diventare figlio di Dio. L’uomo è chiamato a divenire partecipe della stessa filiazione divina del Verbo: ad essere nel Verbo Incarnato figlio del Padre. E il Padre genera nel Verbo Incarnato anche ogni uomo e in lui vede e ama ogni persona umana.
È la suprema rivelazione della dignità di ogni persona umana, della singolare preziosità di ogni uomo” (Compostella, Messale per la vita cristiana).
E da questa affermazione possiamo trarre due conseguenze.
La prima è che l’uomo è fatto per Dio. Una consapevolezza che si fa “ricerca inquieta”: conoscere, amare Dio è tutto!
“Togliere Dio come termine della ricerca, a cui l’uomo è per natura sua rivolto, significa mortificare l’uomo stesso. La così detta «morte di Dio» si risolve nella morte dell’uomo. E allora un primo dovere ci coglie: quello di godere della conoscenza di Dio; e un secondo: quello di cercarlo appassionatamente, dove, come e quando egli si lascia incontrare” (Messale dell’Assemblea Cristiana, Festivo, CCS).
La seconda è quella di non dimenticare che Dio è anche nell’uomo che sta accanto: nel diverso, nel povero, nello straniero, in chi non crede. Ed è l’umile e povero natale del Figlio di Dio a suggerirci i sentimenti con i quali avvicinarci ai nostri fratelli. Sono sentimenti di compassione, di  condivisione, di amore, di attenzione: in una parola, soltanto incarnandoci nella loro vita possiamo dire di avere accolto il Cristo e celebrato in “verità e amore”  il suo Natale

Don Vigilio Covi: Solo lo Spirito può introdurci nella contemplazione del mistero dell’incarnazione e farcene scoprire l’intima ragione, la sua intrinseca convenienza e bellezza. Il Figlio di Dio si è fatto uomo perché l’uomo potesse divenire figlio di Dio. Dio si è introdotto nella nostra condizione umana, perché l’uomo fosse introdotto nella condizione divina. Il mistero di questa «discesa divina» che è «ascesa umana» è il centro della meditazione della Chiesa in questi giorni.
In esso contempliamo in primo luogo l’amore di Dio che svela se stesso e chiama l’uomo all’alleanza con lui: è un amore che non ha altra ragione di essere che se stesso. La sua gratuità è completa e l’uomo può solo lodare e ringraziare, senza fine.
In esso contempliamo l’umiltà del Verbo Incarnato, «che non considerò il suo essere uguale a Dio come un tesoro da tenere gelosamente», ma assume la nostra condizione: l’umiltà che condivide è il linguaggio dell’amore” (Mons. Carlo Caffarra).
La Parola che oggi ci viene donata è una Parola di comunione e di amore. Ci viene donata nella Parola la comunione d’amore della santissima Trinità; e nella Parola ci viene donato l’amore che ci fa entrare in comunione con il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo.
“Il termine latino «Verbo» vuol tradurre una parola greca che noi, più che con l’aiuto del vocabolario, possiamo comprendere con l’amore e l’esperienza. Verbo è «parola». Ma che cos’è la «parola»? Quando noi vogliamo esprimere il nostro amore, o qualche decisione d’amore che impegna la vita, non abbiamo parole sufficienti. Ne adoperiamo qualcuna, però ci accorgiamo che il suono che esce dalle labbra è solo un piccolo segno della pienezza che occupa il cuore e vuole comunicarsi. Ci pare addirittura che il bacio parli più della parola, perché esso è un segno che coinvolge di più la nostra persona: un segno che coinvolge il sentimento e il corpo oltre che l’intelligenza. Col termine «logos», Verbo, vogliamo pensare proprio alla pienezza del cuore di Dio che vuole comunicarsi, donarsi, esprimersi e raggiungerci. Una pienezza che sarebbe limitata dalle parole, anche se esse diventano utili e necessarie. Il Verbo è ciò che sta in Dio e che Lui vuole donarci, e che precede tutte le parole. Dio comunica la sua pienezza! Egli ha delle intenzioni, un suo progetto, una volontà che è amore, perché Egli stesso è Amore”.

Siamo arrivati al termine. Possiamo mettere in evidenza:
*** Dio ha mandato nel mondo il suo Figlio unigenito, perché noi avessimo la vita per mezzo di lui. (1Gv 4,9 - Antifona alla comunione)
Ora nel silenzio, nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.
 
Signore Dio nostro,
questo sacramento agisca in noi,
ci purifichi dal male
e compia le nostre giuste aspirazioni.
Per Cristo nostro Signore.
 
  
3 Gennaio 2021
 
Santissimo Nome di Gesù
 

Nel Martirologio Romano, questa memoria è così definita: «Santissimo Nome di Gesù, il solo in cui, nei cieli, sulla terra e sotto terra, si pieghi ogni ginocchio a gloria della maestà divina». Queste parole sono tratte dalla Lettera ai Filippesi di S. Paolo (2, 8-11): «… umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce. Per questo Dio l’ha esaltato e gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni altro nome; perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra; e ogni lingua proclami che Gesù Cristo è il Signore, a gloria di Dio Padre».
La venerazione del Santissimo Nome di Gesù ebbe inizio “de facto” nei primi tempi della Chiesa, come mostrano i  Cristogrammi che decorano l’arte paleocristiana.
Soltanto nel XIV secolo, tuttavia, essa acquisì rilevanza liturgica, dando origine ad un vero e proprio culto, grazie all’impegno, per la sua diffusione e il suo riconoscimento ufficiale, profuso da S. Bernardino da Siena e dai suoi seguaci, fra cui soprattutto i beati Alberto da Sarteano e Bernardino da Feltre.
Quando nell’Antico Testamento un profeta parla nel nome di Javhè, si intende che è Jahvè che parla per suo tramite. Un messaggero parla in nome di colui che lo invia: è il nome del mandante a conferirgli autorità. Molto spesso, però, il Nome di Dio è una metonimia per indicare Dio stesso.
Al Nome di Dio, quindi, viene attribuita l’opera di Dio (cfr. i Salmi 20,2; 54,3; 89,25). Il nome esprime la potenza divina. Ad esempio è il nome di Dio l’arma di Davide davanti a Golia: «Davide rispose al Filisteo: “Tu vieni a me con la spada, con la lancia e con l’asta. Io vengo a te nel nome del Signore degli eserciti, Dio delle schiere d’Israele, che tu hai insultato. In questo stesso giorno, il Signore ti farà cadere nelle mie mani. Io ti abbatterò e staccherò la testa dal tuo corpo e getterò i cadaveri dell’esercito filisteo agli uccelli del cielo e alle bestie selvatiche; tutta la terra saprà che vi è un Dio in Israele.”» (1Sam 17,45-46). Anche per gli scrittori del Nuovo Testamento il nome di Dio è l’equivalente della persona divina ma applicato a Gesù. Nel suo nome si compiono prodigi (Mc 16,17-18), si guariscono gli ammalati (At 3,6). L’invocazione del suo nome è fonte di salvezza, di remissione dei peccati e di vita eterna (At 4,12; 1Gv 2,12; 1Cor 6,11; Gv 3,18; 1Gv 5,13). Il nome di Gesù è “al di sopra di ogni altro nome” (Fil 2, 8-11; Ef 1, 21; Eb 1,4).
Durante il Medioevo la devozione per il nome di Gesù è ben presente in alcuni Dottori della Chiesa, fra cui Bernardo di Chiaravalle, e in S. Francesco d’Assisi. Fu poi praticata in tutto il Senese, pochi decenni prima della predicazione di Bernardino da Siena, dai Gesuati (una fraternità laica dedita all’assistenza degli infermi, fondata nel 1360 dal senese beato Giovanni Colombini), i quali erano così detti per il loro frequente ripetere il nome di Gesù. L’elaborazione, però, di una liturgia associata al nome di Gesù è conseguenza della predicazione di san Bernardino da Siena, il quale focalizzò sul nome di Gesù il suo sforzo di rinnovare la Chiesa, sottolineando la centralità della persona di Gesù Cristo. Nella sottomissione al nome di Gesù, Bernardino risolveva i problemi concreti e attuali della vita pratica e sociale: gli odi politici, l’etica familiare, i doveri dei mercanti, la maldicenza, ecc.
In antitesi alle insegne araldiche delle famiglie nobiliari, le cui contese insanguinavano le città italiane, Bernardino inventò uno stemma dai colori vivaci, con cui rappresentare il nome di Gesù. Esso era costituito dal trigramma IHS, inscritto in un sole dorato con dodici raggi serpeggianti sopra uno scudo azzurro. Questo simbolismo solare associato a Cristo, però, suscitò qualche opposizione, ma fu approvato da Papa Niccolò V nel 1450 a causa delle sue profonde radici nell’Antico Testamento e grazie all’appassionata difesa da parte di S. Giovanni da Capestrano.
La liturgia del nome di Gesù si diffuse alla fine del XV secolo. Nel 1530, Papa Clemente VII  autorizzò l’Ordine Francescano a recitare l’Ufficio del Santissimo Nome di Gesù; e la celebrazione, ormai presente in varie località, fu estesa a tutta la Chiesa da Papa Innocenzo XIII. La Compagnia di Gesù diventò sostenitrice del culto e della dottrina, prendendo il trigramma bernardiniano come suo emblema e dedicando al Santissimo Nome di Gesù le sue più belle e grandi chiese, edificate in tutto il mondo.
Il giorno di celebrazione variò tra le prime domeniche di gennaio, per attestarsi al 2 gennaio fino agli anni Settanta del Novecento, quando fu soppressa.        Fonte principale: wikipedia.org «RIV.»).
 
Il trigramma di san Bernardino da Siena
Affinché la sua predicazione non fosse dimenticata facilmente, Bernardino con profondo intuito psicologico inventò un simbolo dai colori vivaci che veniva posto in tutti i locali pubblici e privati, sostituendo blasoni e stemmi delle varie Famiglie e Corporazioni spesso in lotta fra loro. 
Il trigramma del nome di Gesù, divenne un emblema celebre e diffuso in ogni luogo, sulla facciata del Palazzo Pubblico di Siena campeggia enorme e solenne, opera dell’orafo senese Tuccio di Sano e di suo figlio Pietro, ma lo si ritrova in ogni posto dove Bernardino e i suoi discepoli abbiano predicato o soggiornato. 
Qualche volta il trigramma figurava sugli stendardi che precedevano Bernardino, quando arrivava in una nuova città a predicare e sulle tavolette di legno che il santo francescano poggiava sull’altare, dove celebrava la Messa prima dell’attesa omelia, e con la tavoletta al termine benediceva i fedeli. 
Il trigramma fu disegnato da Bernardino stesso, per questo è considerato patrono dei pubblicitari; il simbolo consiste in un sole raggiante in campo azzurro, sopra vi sono le lettere IHS che sono le prime tre del nome Gesù in greco ΙΗΣΟΥΣ (Iesûs), ma si sono date anche altre spiegazioni, come l’abbreviazione di “In Hoc Signo (vinces)” il motto costantiniano, oppure di “Iesus Hominum Salvator”. 
Ad ogni elemento del simbolo, Bernardino applicò un significato, il sole centrale è chiara allusione a Cristo che dà la vita come fa il sole, e suggerisce l’idea dell’irradiarsi della Carità. 
Il calore del sole è diffuso dai raggi, ed ecco allora i dodici raggi serpeggianti come i dodici Apostoli e poi da otto raggi diretti che rappresentano le beatitudini, la fascia che circonda il sole rappresenta la felicità dei beati che non ha termine, il celeste dello sfondo è simbolo della fede, l’oro dell’amore. 
Bernardino allungò anche l’asta sinistra dell’H, tagliandola in alto per farne una croce, in alcuni casi la croce è poggiata sulla linea mediana dell’H. 
Il significato mistico dei raggi serpeggianti era espresso in una litania; 1° rifugio dei penitenti; 2° vessillo dei combattenti; 3° rimedio degli infermi; 4° conforto dei sofferenti; 5° onore dei credenti; 6° gioia dei predicanti; 7° merito degli operanti; 8° aiuto dei deficienti; 9° sospiro dei meditanti; 10° suffragio degli oranti; 11° gusto dei contemplanti; 12° gloria dei trionfanti. 
Tutto il simbolo è circondato da una cerchia esterna con le parole in latino tratte dalla Lettera ai Filippesi di san Paolo: “Nel Nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi, sia degli esseri celesti, che dei terrestri e degli inferi”. Il trigramma bernardiniano ebbe un gran successo, diffondendosi in tutta Europa, anche santa Giovanna d’Arco volle ricamarlo sul suo stendardo e più tardi fu adottato anche dai Gesuiti. 
Diceva s. Bernardino: “Questa è mia intenzione, di rinnovare e chiarificare il nome di Gesù, come fu nella primitiva Chiesa”, spiegando che, mentre la croce evocava la Passione di Cristo, il suo Nome rammentava ogni aspetto della sua vita, la povertà del presepio, la modesta bottega di falegname, la penitenza nel deserto, i miracoli della carità divina, la sofferenza sul Calvario, il trionfo della Resurrezione e dell’Ascensione. 
In effetti Bernardino ribadiva la devozione già presente in san Paolo e durante il Medioevo in alcuni Dottori della Chiesa e in s. Francesco d’Assisi, inoltre tale devozione era praticata in tutto il Senese, pochi decenni prima dai Gesuati, congregazione religiosa fondata nel 1360 dal senese beato Giovanni Colombini, dedita all’assistenza degli infermi e così detti per il loro ripetere frequente del nome di Gesù.
La Compagnia di Gesù, prese poi queste tre lettere come suo emblema e diventò sostenitrice del culto e della dottrina, dedicando al Ss. Nome di Gesù le sue più belle e grandi chiese, edificate in tutto il mondo. Fra tutte si ricorda, la “Chiesa del Gesù” a Roma, la maggiore e più insigne chiesa dei Gesuiti; vi è nella volta il “Trionfo del Nome di Gesù”, affresco del 1679, opera del genovese Giovanni Battista Gaulli detto ‘il Baciccia’; dove centinaia di figure si muovono in uno spazio chiaro con veloce impeto, attratte dal centrale Nome di Gesù.   Autore: Antonio Borrelli
 
Grande fondamento della fede è il nome di Gesù per il quale siamo fatti figli di Dio -San Bernardino da  Siena: Il Nome santissimo dagli antichi Patriarchi e Padri fu desiderato, con tanta ansietà aspettato, con tanti sospiri, con tante lacrime invocato, ma nel tempo della grazia misericordiosamente è stato donato. Scompaia il nome dell’umana sapienza, non si senta nome della vendetta, rimanga il nome della giustizia. Donaci il nome della misericordia, risuoni il nome di Gesù nelle mie orecchie, poiché allora veramente la tua voce è dolce e grazioso il tuo volto. Grande fondamento della fede pertanto è il Nome di Gesù, per il quale siamo fatti figli di Dio. La fede della religione cattolica consiste nella conoscenza e nella luce di Gesù Cristo; che è illuminazione dell’uomo, porta della vita, fondamento della salute eterna. Se qualcuno non lo ha o lo ha abbandonato, è come se camminasse senza luce nelle tenebre e per luoghi pericolosi ad occhi chiusi; e sebbene splenda il lume della ragione, segue una guida cieca quando segue il proprio intelletto per capire i segreti celesti, come colui che intraprenda la costruzione della casa senza curarsi del fondamento, oppure, non avendo costruita la porta, cerca poi di entrare per il tetto. Questo fondamento è Gesù, porta e luce che, mostrandosi agli erranti, indicò a tutti la luce della fede per la quale è possibile ricercare il Dio sconosciuto, e ricercandolo credere, e credendo trovarlo. Questo fondamento sostiene la Chiesa fondata nel Nome di Gesù. Il Nome di Gesù è luce ai predicatori, poiché fa luminosamente risplendere, annunciare e udire la sua parola. Da dove credi che provenga tanta improvvisa e fervida luce di fede in tutta la terra, se non dalla predicazione del Nome di Gesù? Forse che Dio non ci ha chiamati all’ammirabile sua luce attraverso la luce e la dolcezza di questo Nome? A coloro che sono illuminati e che vedono in questa luce, giustamente l’Apostolo dice: «Una volta eravate tenebre, ora siete luce nel Signore: camminate dunque quali figli della luce». O nome glorioso, o nome grazioso, o nome amoroso e virtuoso! Per mezzo tuo vengono perdonate le colpe, per mezzo tuo vengono sconfitti i nemici, per te i malati vengono liberati, per te coloro che soffrono sono irrobustiti e gioiscono! Tu onore dei credenti, maestro dei predicatori, forza di coloro che operano, tu sostegno dei deboli! I desideri si accendono per il tuo calore e ardore di fuoco, si inebriano le anime contemplative e per te le anime trionfanti sono glorificate nel cielo: con le quali, o dolcissimo Gesù, per questo tuo santissimo Nome, fa’ che possiamo anche noi regnare. Amen! (Fonte: «Vangelo eterno», Sermone 49, art. 1 - Opera Omnia, IV, pp. 495 ss)
 
Pratica: Risuoni sempre il nome di Gesù nelle mie orecchie e nel cuore sia fiamma di carità.
 
Preghiera: O Dio, che l’Unigenito tuo Figlio hai costituito Salvatore del genere umano, e hai voluto chiamarlo Gesù, concedici propizio di volerci beare in cielo della vista di Colui di cui sulla terra veneriamo il santo Nome. Per lo stesso Signore nostro Gesù Cristo, tuo Figlio: Che è Dio, e vive e regna con Te nell’unità dello Spirito Santo, per tutti i secoli dei secoli
 
 
 

 Sabato 2 Gennaio 2021

 Santi Basilio e Gregorio Nazianzeno, Vescovi e Dottori della Chiesa - Memoria
 
1Gv 2,22-28; Sal 97 (98); Gv 1,19-28
 
 
Dal Martirologio: Memoria dei santi Basilio Magno e Gregorio Nazianzeno, vescovi e dottori della Chiesa. Basilio, vescovo di Cesarea in Cappadocia, detto Magno per dottrina e sapienza, insegnò ai suoi monaci la meditazione delle Scritture e il lavoro nell’obbedienza e nella carità fraterna e ne disciplinò la vita con regole da lui stesso composte; istruì i fedeli con insigni scritti e rifulse per la cura pastorale dei poveri e dei malati; morì il primo di gennaio. Gregorio, suo amico, vescovo di Sásima, quindi di Costantinopoli e infine di Nazianzo, difese con grande ardore la divinità del Verbo e per questo motivo fu chiamato anche il Teologo. Si rallegra la Chiesa nella comune memoria di così grandi dottori.
 
Colletta: O Dio, che hai illuminato la tua Chiesa con l’insegnamento e l’esempio dei santi Basilio e Gregorio Nazianzeno, donaci uno spirito umile e ardente, per conoscere la tua verità e attuarla con un coraggioso programma di vita. Per il nostro Signore Gesù Cristo...
 
Gesù di Nazareth, «elevato» nello Spirito Santo - Dominum et vivificantem 19: Anche se nella sua patria di Nazareth Gesù non è accolto come Messia, tuttavia, all’inizio dell’attività pubblica la sua missione messianica nello Spirito Santo viene rivelata al popolo da Giovanni Battista. Questi, figlio di Zaccaria e di Elisabetta, annuncia presso il Giordano la venuta del Messia ed amministra il battesimo di penitenza. Egli dice: «Io vi battezzo con acqua, ma viene uno che è più forte di me, al quale io non son degno di sciogliere neppure il legaccio dei sandali: costui vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco». Giovanni Battista annuncia il Messia-Cristo non solo come colui che «viene» nello Spirito Santo, ma anche come colui che «porta» lo Spirito Santo, come rivelerà meglio Gesù nel Cenacolo. Giovanni è qui l’eco fedele delle parole di Isaia, le quali nell’antico Profeta riguardavano il futuro, mentre nel suo proprio insegnamento lungo le rive del Giordano costituiscono l’introduzione immediata alla nuova realtà messianica. Giovanni è non solo un profeta, ma anche un messaggero: è il precursore di Cristo. Ciò che egli annuncia si realizza davanti agli occhi di tutti. Gesù di Nazareth viene al Giordano per ricevere anch’egli il battesimo di penitenza. Alla vista di colui che arriva, Giovanni proclama: «Ecco l’agnello di Dio, ecco colui che toglie il peccato del mondo». Ciò dice per ispirazione dello Spirito Santo, rendendo testimonianza al compimento della profezia di Isaia. Al tempo stesso, egli confessa la fede nella missione redentrice di Gesù di Nazareth. Sulle labbra di Giovanni Battista «Agnello di Dio» è un’affermazione della verità intorno al Redentore, non meno significativa di quella usata da Isaia: «Servo del Signore». Così, con la testimonianza di Giovanni al Giordano, Gesù di Nazareth, rifiutato dai propri concittadini, viene elevato agli occhi di Israele come Messia, cioè «Unto» con lo Spirito Santo. E tale testimonianza viene corroborata da un’altra testimonianza di ordine superiore, menzionata dai tre Sinottici. Infatti, quando tutto il popolo fu battezzato e mentre Gesù, ricevuto il battesimo, stava in preghiera, «il cielo si aprì e scese su di lui lo Spirito Santo in apparenza corporea, come una colomba» e, contemporaneamente, «vi fu una voce dal cielo, che disse: Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto». E una teofania trinitaria, che rende testimonianza all’esaltazione di Cristo in occasione del battesimo al Giordano. Essa non solo conferma la testimonianza di Giovanni Battista, ma svela una dimensione ancora più profonda della verità su Gesù di Nazareth come Messia. Ecco: il Messia è il Figlio prediletto del Padre. La sua solenne esaltazione non si riduce alla missione messianica del «Servo del Signore». Alla luce della teofania del Giordano, questa esaltazione raggiunge il mistero della stessa persona del Messia. Egli è esaltato, perché è il Figlio del divino compiacimento.
 
Perché dunque tu battezzi, se non sei il cristo, né Elia, né il profeta? All’incalzare delle domande degli inviati, arriva finalmente la risposta positiva: «Io sono voce di uno che grida nel deserto» (Gv 1,23). L’attenzione quindi viene spostata perentoriamente sul vero Messia che è già in mezzo al popolo, ma non ancora manifestato: «In mezzo a voi sta uno che non conoscete» (Gv 1,26). Bisogna, dunque, disporsi ad accoglierlo, con la conversione e la penitenza cui allude il battesimo di Giovanni.
 
Dal Vangelo secondo Giovanni 1,19-28: Questa è la testimonianza di Giovanni, quando i Giudei gli inviarono da Gerusalemme sacerdoti e levìti a interrogarlo: «Tu, chi sei?». Egli confessò e non negò. Confessò: «Io non sono il Cristo». Allora gli chiesero: «Chi sei, dunque? Sei tu Elìa?». «Non lo sono», disse. «Sei tu il profeta?». «No», rispose. Gli dissero allora: «Chi sei? Perché possiamo dare una risposta a coloro che ci hanno mandato. Che cosa dici di te stesso?». Rispose: «Io sono voce di uno che grida nel deserto: Rendete diritta la via del Signore, come disse il profeta Isaìa». Quelli che erano stati inviati venivano dai farisei. Essi lo interrogarono e gli dissero: «Perché dunque tu battezzi, se non sei il Cristo, né Elìa, né il profeta?». Giovanni rispose loro: «Io battezzo nell’acqua. In mezzo a voi sta uno che voi non conoscete, colui che viene dopo di me: a lui io non sono degno di slegare il laccio del sandalo». Questo avvenne in Betània, al di là del Giordano, dove Giovanni stava battezzando.
 
L’uomo mandato da Dio - Mario Galizzi (Vangelo secondo Giovanni): Sappiamo già che si chiamava Giovanni (1,6) e che è stato «mandato da Dio per dare testimonianza alla Luce affinché tutti credessero per mezzo di lui» (1,7-8); conosciamo anche un detto della sua testimonianza: «Colui che viene dopo di me è più grande di me, perché era prima di me» (1,15). Ma come ha esercitato Giovanni la sua missione di testimone? È riuscito a ottenere che almeno alcuni per mezzo suo credessero nella Luce? Davvero colui che è venuto dopo, è più grande di lui? A queste domande risponde l’evangelista che ora parla del modo con cui Giovanni, in tre giorni successivi, ha testimoniato Gesù. Il primo giorno (1,19-28) dice chi egli è in relazione a Gesù; il secondo giorno (1,29-34) è presente anche Gesù, e allora Giovanni con molta più chiarezza dice chi è Gesù; infine, il terzo giorno (1,35-42) parla di Gesù ai suoi discepoli e due di loro passano dalla parte di Gesù.
 
Giuseppe Segalla (Vangelo secondo Giovanni): versetto 19 Si inizia il confronto drammatico c giuridico fra colui che vuol portare Israele alla fede in Gesù e i Giudei, tipici nemici di Gesù. I mandanti dell’ambasciata sono i Giudei, visti già qui negativamente. Essi vanno identificati con i capi, siano essi farisei o sacerdoti. Questo senso compare soprattutto nei cc. 5-10 c 19.
In bocca ai non Giudei il termine ha un senso etnico (4,9; 18,33.35.39; 19,3); altre volte infine un senso storico (3,25; 4,22; 11: 19.31.33.36; 18,20; 19,20).
La delegazione inviata è composta di sacerdoti e leviti, indicazione rara nel Nuovo Testamento, che si trova solo in Lc 10,32 e At 4,36.
versetti 20-21 Abbiamo qui tre risposte negative, sempre più secche: professò, e non negò, e professò: ripetizione insolita, che vuol sottolineare la solenne proclamazione ufficiale del Battista, - Non sono il Cristo: si suppone che i Giudei pensassero che egli fosse il Messia; riflette l’ambiente popolare e l’opinione dei battisti al tempo dell’evangelista. - Elia: era aspettato secondo la profezia di Ml 3,1.23, molto viva al tempo di Gesù. Mentre la tradizione cristiana, recepita in Mc 9,13 e Mt 17,12, identifica il Battista con Elia, Giovanni invece, con Luca, lo nega, forse perché riflette un ambiente polemico verso i battisti. Anche Elia era considerato dalla tradizione un salvatore escatologico, almeno nell’ambito di Israele (48,10). - sei il profeta?: il profeta è quello di cui parla Dt 18,15.18 e che era aspettato anche nell’ambiente di Qumràn, contemporaneo al Nuovo Testamento (lQS 9,11; 4QTest cita proprio Dt 18,18-19) e con cui Gesù viene identificato (6,14; 7,40; At 3,22a). Alcuni lo immaginavano una specie di Mosè redivivo. Con queste tre risposte Giovanni nega di essere il salvatore escatologico aspettato.
 
Benedetto Prete (Vangelo secondo Giovanni): v. 28 A Bethania, al di là del Giordano; un’indicazione geografica chiude la pericope evangelica. La località non è stata ancora identificata e non è ricordata da nessuna toponomastica antica; non pochi esegeti tuttavia pensano che l’informazione non trovi un perfetto riscontro geografico, ma che essa abbia un valore simbolico, come è nello stile del quarto evangelista. In questo caso si fa notare che il Precursore battezzava al di là del Giordano, cioè fuori della terra santa, poiché la sua attività costituiva una preparazione all’accettazione del mistero messianico. Alcuni codici invece di Bethania leggono Bethabara ed Origene afferma che ai suoi tempi si indicava un luogo presso la riva del Giordano, chiamato Bethabara, dove Giovanni aveva battezzato. Bethabara (altri leggono Bethara) indica «il luogo del passaggio», cioè il luogo dove gli ebrei passarono il Giordano; la denominazione si presta ad un significato simbolico ed ad una applicazione tipologica. Il Boismard pensa che il quarto evangelista avrebbe fatto rilevare il nesso tipologico che esiste tra il battesimo di Gesù, primizia del battesimo cristiano, e Bethabara, il luogo dove gli ebrei avrebbero attraversato il Giordano per entrare nella terra promessa.
 
Il Cristiano deve preparare la via al Signore Gesù - Salvatore Alberto Panimolle (La Lettura Pastorale del Vangelo di Giovanni): La missione e la funzione esplicata dal Battista, di preparare la via a Gesù, ha una grande attualità anche per i discepoli del Cristo nel secolo XX. Come abbiamo costatato, mentre i sinottici, presentando l’opera del precursore del Messia, sottolineano la necessità della conversione per accogliere la parola di Gesù, il quarto evangelista accentua l’aspetto della finalizzazione della testimonianza di Giovanni verso la persona di Gesù, per favorire la fede nell’Eletto di Dio.
A somiglianza del Battista, anche noi dobbiamo finalizzare la nostra vita e la nostra azione apostolica verso la persona di Gesù. Come Giovanni dobbiamo preparare le vie del Signore, ossia dobbiamo disporre il cuore dei nostri fratelli all’incontro personale con Gesù. Dobbiamo portare i nostri fratelli al Cristo risorto, per farli aderire alla sua persona divina con una fede esistenziale profonda.
La nostra vita acquista un valore eccezionale, se è spesa per preparare la strada alla venuta del Cristo nel cuore di un nostro fratello.
In realtà ogni discepolo di Gesù è invitato a fare da battistrada al Signore, ha la missione di essere l’araldo del Cristo, il banditore del suo vangelo, prestando la sua voce a Dio, spendendo le sue energie e la sua vita per favorire l’avvento del regno di amore, di giustizia, di pace, di fraternità e di libertà.
 
Siamo arrivati al termine. Possiamo mettere in evidenza:
****  A somiglianza del Battista, anche noi dobbiamo finalizzare la nostra vita e la nostra azione apostolica verso la persona di Gesù.
Questa parola cosa ti suggerisce?
Ora nel silenzio, nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.
 
La partecipazione a questo banchetto del cielo, Dio onnipotente,
rinvigorisca e accresca in tutti noi la grazia che da te proviene,
perché, celebrando la festa dei santi Basilio e Gregorio,
custodiamo integro il dono della fede
e camminiamo sulla via della salvezza da loro indicata.
Per Cristo nostro Signore.

2 Gennaio 2021
 
Santi Basilio Magno e Gregorio Nazianzeno, Vescovi e Dottori della Chiesa
 
 
Basilio Magno e Gregorio Nazianzeno, di cui oggi c’è la memoria comune, furono intimi amici che, oltre ad avere un’analoga formazione culturale, nutrirono entrambi l’aspirazione alla vita monastica e alla santità.
 
Basilio Magno (in greco: Βασίλειος) nacque a Cesarea in Cappadocia nel 329; figlio di un ricco rettore e avvocato, suo nonno morì martire nella persecuzione di Diocleziano e sua  nonna, Macrina, fu discepola di S. Gregorio, taumaturgo del Ponto (antica regione dell’Asia minore). Sua nonna, la madre Emmelia, i fratelli Gregorio, vescovo di Nissa, e Pietro, vescovo di Sebaste, e la sorella primogenita, Macrina, sono anch’essi venerati dalla Chiesa cattolica come santi. 
Ebbe come primo maestro suo padre Basilio; in seguito continuò gli studi a Cesarea Costantinopoli ed Atene, la capitale culturale del mondo ellenico e pagano, dove conobbe Gregorio Nazianzeno.
Fece ritorno in patria nel 356 e, dopo un breve periodo come insegnante di retorica, su esortazione della sorella, si ritirò a vita ascetica; visitò molti anacoreti dell’Egitto, della Siria, della Palestina e della Mesopotamia per comprendere meglio ed assimilare quel modo di vita interamente dedicato a Dio.
Ritornato in patria si ritirò sulle rive del fiume Iris, vicino ad Annosi nel Ponto, dove redasse la “Grande Regola” (Fusius Tractatae) e la “Piccola Regola” (Brevis Tractatae), come orientamento per la vita dei monaci che da lui presero il nome di monaci basiliani.
Intorno al 360 il vescovo Eusebio di Cesarea chiamò Basilio e gli conferì l’ordine del presbiterato. Dieci anni dopo, il 14 giugno 370, dopo la morte di Eusebio, venne eletto vescovo di Cesarea in Cappadocia.
Basilio combatté molto contro l’eresia ariana che, con l’appoggio dell’imperatore Valente, stava prendendo piede nella Chiesa e difese l’ortodossia cristiana anche contro i Macedoniani e l’imperatore Giuliano. Fece costruire una cittadella della carità con locande, ospizi, ospedale e lebbrosario, chiamata Basiliade: questa fu la più grande opera, che gli valse il nome di Magno.
Dopo l’uccisione dell’imperatore Valente da parte dei Goti nel 378, Teodosio I ristabilì la libertà religiosa e sulla sede di Costantinopoli, con l’appoggio di Basilio, fu insediato Gregorio Nazianzeno. Di lì a breve, provato dalle austerità, dalle malattie e sfinito dalle preoccupazioni, morì il 1° gennaio 379.
Scrisse molte opere di carattere dogmatico, ascetico, discorsi ed omelie, oltre ad un trattato per i giovani sull’uso e il comportamento da tenersi nello studio dei classici pagani, e moltissime lettere sui più svariati argomenti. Scrisse anche l’antologia origeniana “Filocalia” e un trattato sullo Spirito Santo in cui affermava la consustanzialità delle Tre Persone della Trinità. 
I cattolici e gli anglicani celebrano la sua memoria liturgica il 2 gennaio, mentre la chiesa ortodossa il 1° gennaio. Prima del Concilio Ecumenico Vaticano II la sua festa era celebrata il 14 giugno, giorno in cui venne ordinato vescovo.
 
Gregorio Nazianzeno, detto Gregorio il Teologo, nacque ad Arianzo, cittadina presso Nazianzo (in Cappadocia), nel 329. Il padre Gregorio, ebreo della setta degli Hypsistiani, fu convertito dalla moglie al cristianesimo e divenne vescovo di Nazianzo; il fratello Cesario († 368) fu dottore presso la corte dell’Imperatore Giuliano e governatore di Bitinia.
Gregorio, nato qualche anno dopo il concilio di Nicea, nel quale si condannò l’eresia ariana, fu fortemente condizionato per tutta la vita dalle lotte che si scatenarono attorno alla definizione della vera natura della Trinità. Studiò prima a Cesarea di Cappadocia, dove conobbe e divenne amico di Basilio, poi a Cesarea in Palestina e ad Alessandria d’Egitto presso il Didaskaleion, infine, tra il 350 e il 358, ad Atene dove conobbe l’imperatore Giuliano.
Gregorio raggiunse poi l’amico Basilio nel monastero di Annisoi, nel Ponto ma abbandonò presto questa esperienza per tornare a casa, dove sperava di condurre una vita ancora più ritirata e contemplativa. Nel 361 fu ordinato sacerdote suo malgrado, dal padre, Vescovo di Nazianzo. Dapprima reagì fuggendo, ma poi accettò di buon grado la decisione paterna. “Mi piegò con la forza”, ricorderà nella sua autobiografia. Nel 372 l’amico Basilio, allora Vescovo di Cesarea, costretto dalla politica ariana dell’Imperatore Flavio Valente a moltiplicare il numero delle diocesi sotto la sua giurisdizione per sottrarle all’influenza ariana, lo nominò vescovo di Sasima.
Gregorio non raggiunse mai la sua sede vescovile in quanto solo con le armi in pugno sarebbe potuto entrarvi. Morto il padre, tornò a Nazianzo dove diresse la comunità cristiana. Nel 379, salito al trono Teodosio I, Gregorio fu chiamato a dirigere la piccola comunità cristiana che a Costantinopoli era rimasta fedele a Nicea. Nella capitale dei cristiani di Oriente pronunciò i cinque discorsi che gli meritarono l’appellativo di “Teologo”. Fu lui stesso a precisare che la “Teologia” non è “tecnologia”, essa non è un’argomentazione umana, ma nasce da una vita di preghiera e da un dialogo assiduo con il Signore. Oratore perfetto, fu, a ragione, soprannominato il “Demostene cristiano”.
Nell’autunno del 382 divenne vescovo di Nazianzo per poi ritirarsi, dopo un anno,  nella sua proprietà di Arianzo, dove morì il 25 gennaio del 390, dopo sei anni dedicati alla contemplazione e a studi ininterrotti. Di lui si hanno ben 45 suoi discorsi, 244 lettere e molte poesie teologiche e storiche, scritte in una lingua ricca, armoniosa e pura.
Secondo una tradizione, attestata solo nel XVII secolo, le reliquie di Gregorio Nazianzeno, conservate per molti secoli nella chiesa di Tutti i Santi a Costantinopoli, sarebbero giunte a Roma tramite alcune monache bizantine, sfuggite alle persecuzioni iconoclaste dell’VIII sec., che le avrebbero deposte nel monastero di Santa Maria in Campo Marzio, a loro donato dal Papa Zaccaria, monastero che poi assunse il nome di “Santa Maria e San Gregorio”; di lì furono traslate, per volere di Papa Grergorio XIII, nella Basilica di S. Pietro in Vaticano, nel 1580, dove sono tuttora conservate.
Secondo un’altra tradizione, non confermata da fonti, le reliquie di S. Gregorio sarebbero giunte a Roma all’epoca della quarta crociata, dopo il sacco di Costantinopoli del 1204.
Il 27 novembre 2004 Papa Giovanni Paolo II ha fatto dono al patriarca di Costantinopoli Bartolomeo I di una parte delle reliquie di san Gregorio Nazianzeno venerate in Vaticano.
La chiesa d’Oriente celebra in due date la sua festa: il 30 gennaio insieme a Basilio Magno e Giovanni Crisostomo e il 25 gennaio da solo.
 
L’opera dello Spirito Santo: San Basilio Magno (Omelia sulla fede, 3): Un’anima la quale voglia liberarsi dall’attaccamento alle cose terrene e abbandonare l’intera creazione conoscibile e voglia affiorare in alto come un pesce emerge in superficie dalle profondità, vedrà colà, nella regione della creazione purissima, lo Spirito Santo, ove sono il Padre e il Figlio, lo Spirito il quale della medesima natura e sostanza possiede anche ogni cosa: la bontà, la giustizia, la santità, la vita. Invero la Scrittura lo chiama il buono Spirito (Sal 142,10) e ancora il giusto Spirito (Sal 50,12), e un’altra volta il santo Spirito (Sal 50,13). Costui non ha acquistato nessuna di queste qualità né l’ha ricevute in seguito, ma come il calore non può essere separato dal fuoco, né la luce dalla lampada, altrettanto non possono essere separati dallo Spirito la santificazione, la dispensazione della vita, la bontà e la giustizia. Là dunque è lo Spirito nella divina sostanza, non considerato una pluralità, ma visto nella Trinità, annunciato quale unità, non concepito come un insieme composito. Come il Padre è uno e il Figlio è uno, così pure è uno lo Spirito Santo. Invece i ministri celesti ci si presentano in ogni grado gerarchico come una incalcolabile schiera. Per questo non investigare nella creazione quanto è superiore alla creazione. Non mettere insieme colui che santifica con quelli che vengono santificati!
Lo Spirito riempie gli angeli, riempie gli arcangeli, santifica le potestà, vivifica tutto. Egli si distribuisce nell’intera creazione, ma ad uno si dà in un modo a un altro in altro modo, ma da questa partecipazione agli altri non ne risulta sminuito. Esso dona a tutti la sua grazia, ma non si esaurisce in coloro che gratifica, riempie tanto più coloro che lo ricevono senza ch’esso perda qualcosa. Come il sole illumina i corpi e si dà loro in modo diverso senza che per questo ne risulti sminuito, parimenti accade allo Spirito, il quale concede a tutti la sua grazia pur rimanendo intatto e indiviso. Illumina tutti alla conoscenza di Dio, entusiasma i profeti, rende saggi i legislatori, consacra i sacerdoti, consolida i re, perfeziona i giusti, fa degni di onore i temperanti, elargisce il dono della santificazione, risuscita i morti, libera i prigionieri, rende figli gli stranieri.
Tutto ciò egli opera per mezzo della nascita dall’alto. Trova un esattore credente ne fa un evangelista; incontra un pescatore ne fa un dotto della legge di Dio; trova un persecutore contrito ne fa un apostolo dei pagani, un eroe della fede, un «vaso di elezione». Ad opera sua i deboli divengono forti, i poveri ricchi, i minori e indotti più saggi dei dotti. Paolo era debole ma, grazie alla presenza dello Spirito, i sudari del suo corpo recavano la salute a quanti li toccavano. Anche Pietro aveva un corpo debole, ma, per la grazia dello Spirito che in lui albergava, l’ombra del suo corpo allontanò la malattia dei sofferenti. Pietro e Giovanni erano poveri, non possedevano né oro né argento, tuttavia dispensavano la salute fisica che ha molto più valore dell’oro. Quel paralitico ricevette da parecchie persone del denaro, tuttavia era rimasto un mendicante; ma quando ricevette il dono da Pietro, saltò su come un cervo, lodò Iddio e cessò di fare l’accattone. Giovanni non sapeva nulla della saggezza del mondo, eppure egli disse, in virtù dello Spirito, parole alle quali nessuna saggezza può guardare.
Questo Spirito è in cielo, riempie la terra, è presente dappertutto, non possiede barriere. Egli abita tutto intero in ognuno ed è tutto intero con Dio. Non distribuisce i suoi doni come un servitore, ma li distribuisce di sua autorità e volontà. Come dice infatti Paolo: Or tutte queste cose le compie un medesimo e solo Spirito, distribuendole a ciascuno come vuole (1Cor 12,11). Anche se viene inviato quale mediatore egli tuttavia opera sempre in virtù della propria potenza. Preghiamo allora, acciocché egli abiti nelle nostre anime e in nessun tempo ci abbandoni nella grazia del nostro Signore Gesù Cristo.
 
Pratica:
Regola di vita per una donna cristiana; San Gregorio Nazienzeno (Lettera metrica a Olimpia): Non loro unito alle pietre preziose, o Olimpia, è lornamento delle donne nobili, né è qualcosa di grande dipingersi a colori il volto, per un vano piacere, ponendosi sulla faccia una maschera dannosa. Lascia alle altre le vesti di porpora e doro, splendide, rilucenti, a coloro che mai perseguiranno la gloria della vita luminosa. Ma tua cura sia la castità, la bellezza degna e gli occhi modesti. Lonestà è un fiore bellissimo, che non cade e non appassisce, per la donna, la cui fama è celebrata. Rispetta anzitutto Dio e poi il marito, occhio della tua vita, arbitro del tuo volere; ama lui solo, solo a lui cura di piacere: e tanto più, se egli ti ama con ardente passione, mostragli il tuo affetto costante nel vincolo di unintima unione. E in ciò, abbi tanto ardire, quanto conviene alla brama del marito e quanto è bene che sia: di tutto ci si sazia, di tutto dunque ci si sazia, ma lamore non del tutto saziato è più bello.
 
Preghiera: O Dio, che hai illuminato la tua Chiesa con l’insegnamento e l’esempio dei santi Basilio e Gregorio Nazianzeno, donaci uno spirito umile e ardente, per conoscere la tua verità e attuarla con un coraggioso programma di vita. Per il nostro Signore Gesù Cristo...