8 NOVEMBRE 2020
 
XXXII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO
 
Sap 6,12-16; Sal 62 (63); 1Ts 4,13-18; Mt 25,1-13
 
Colletta: O Dio, la tua sapienza va in cerca di quanti  ne ascoltano la voce, rendici degni di partecipare al tuo banchetto e fa’ che alimentiamo l’olio delle nostre lampade, perché non si estinguano nell’attesa,
ma quando tu verrai siamo pronti a correrti incontro, per entrare con te alla festa nuziale. Per il nostro Signore Gesù Cristo...
ma quando tu verrai siamo pronti a correrti incontro, per entrare con te alla festa nuziale. Per il nostro Signore Gesù Cristo...
 
Benedetto XVI (Angelus 6 Novembre 2011): Il Vangelo di oggi è una celebre parabola, che parla di dieci ragazze invitate ad una festa di nozze, simbolo del Regno dei cieli, della vita eterna (Mt 25,1-13). È un’immagine felice, con cui però Gesù insegna una verità che ci mette in discussione; infatti, di quelle dieci ragazze: cinque entrano alla festa, perché, all’arrivo dello sposo, hanno l’olio per accendere le loro lampade; mentre le altre cinque rimangono fuori, perché, stolte, non hanno portato l’olio. Che cosa rappresenta questo «olio», indispensabile per essere ammessi al banchetto nuziale? Sant’Agostino (cfr Discorsi 93, 4) e altri antichi autori vi leggono un simbolo dell’amore, che non si può comprare, ma si riceve come dono, si conserva nell’intimo e si pratica nelle opere. Vera sapienza è approfittare della vita mortale per compiere opere di misericordia, perché, dopo la morte, ciò non sarà più possibile. Quando saremo risvegliati per l’ultimo giudizio, questo avverrà sulla base dell’amore praticato nella vita terrena (cfr Mt 25,31-46). E questo amore è dono di Cristo, effuso in noi dallo Spirito Santo. Chi crede in Dio-Amore porta in sé una speranza invincibile, come una lampada con cui attraversare la notte oltre la morte, e giungere alla grande festa della vita.
 
I lettura: Quanto era agognato dall’Antico Testamento troverà pienezza e incarnazione nel Nuovo Testamento. Gesù nella «pienezza del tempo» (Gal 4,4), si rivelerà ad un’umanità incredula come «potenza di Dio e sapienza di Dio» (1Cor 1,24). Egli sarà Maestro di sapienza, sarà Colui che donerà la sapienza, via regale che condurrà gli uomini alla salvezza.
 
Salmo Responsoriale: «Il salmo 62 dà voce all’anima assetata del Signore; un desiderio ardente sospinge il salmista; egli ricerca Dio, come la terra riarsa attende l’acqua. L’umanità dopo il peccato, era una terra arida e riarsa; il Figlio di Dio, incarnandosi, ha suscitato in essa il desiderio e la sete della divinità.
Questo salmo mette in evidenza come la Chiesa abbia sete del suo salvatore, e brami di dissetarsi alla fonte dell’acqua viva che zampilla per la vita eterna. Siamo invitati a dissetarci alla sorgente della grazia, che la passione e la risurrezione hanno fatto scaturire in mezzo a noi» (Giambattista Montorsi).
 
II lettura: La catechesi paolina sulla morte poggia su tre punti: a) di fronte alla morte il cristiano non si affligge come coloro «che non hanno speranza»; b) se i cristiani credono che Cristo è risorto, devono pure credere che i morti risorgeranno e saranno per «sempre con il Signore»; c) alla venuta gloriosa di Gesù tutti i credenti si ritroveranno insieme per andare incontro al Signore, e così saranno sempre con Lui.
 
Vangelo: Se la parabola è un’allegoria delle nozze di Cristo-Sposo con la Chiesa, sua diletta Sposa, è anche un pressante invito alla vigilanza. Stolti e saggi, tutti sono invitati a partecipare alle nozze, tutti vanno incontro al Signore, ma occorre l’olio della vigilanza per non essere colti dal sonno colpevole della infedeltà.
 
Dal Vangelo secondo Matteo 25,1-13: In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola: “Il regno dei cieli è simile a dieci vergini che, prese le loro lampade, uscirono incontro allo sposo. Cinque di esse erano stolte e cinque sagge; le stolte presero le lampade, ma non presero con sé olio; le sagge invece, insieme alle lampade, presero anche dell’olio in piccoli vasi. Poiché lo sposo tardava, si assopirono tutte e dormirono. A mezzanotte si levò un grido: “Ecco lo sposo, andategli incontro!”. Allora tutte quelle vergini si destarono e prepararono le loro lampade. E le stolte dissero alle sagge: “Dateci del vostro olio, perché le nostre lampade si spengono”. Ma le sagge risposero: “No, che non abbia a mancare per noi e per voi; andate piuttosto dai venditori e compratevene”. Ora, mentre quelle andavano per comprare l’olio, arrivò lo sposo e le vergini che erano pronte entrarono con lui alle nozze, e la porta fu chiusa. Più tardi arrivarono anche le altre vergini e incominciarono a dire: “Signore, signore, aprici!”. Ma egli rispose: “In verità vi dico: non vi conosco”. Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l’ora”.
 
Poiché lo sposo tardava... - Presso gli Ebrei le nozze venivano celebrate di notte. Il buio della notte era rischiarato da torce e da lampade ad olio portate dagli invitati. La sposa, nella casa del padre, in compagnia di giovani non maritate, attendeva la venuta dello sposo. Nel racconto di Gesù lo sposo arrivò in ritardo, per cui l’olio delle lampade incominciò a scarseggiare. Solo coloro che avevano portato olio in abbondanza furono in grado di rifornire le lampade e di accogliere lo sposo.
Le dieci vergini sono presentate con un aggettivo, cinque sono dette stolte, insensate, moraì; e cinque sagge, accorte, frónimoi.
L’aggettivo moròs, nella terminologia biblica, non indica soltanto lo sciocco, ma anche l’empio che è così insensato da opporsi alla legge di Dio e giunge fino a negare l’esistenza di Dio. Ecco perché nella sacra Scrittura, il «concetto di stolto acquista il significato di empio, bestemmiatore [passi tipici sono: Sal 14,1 e 53,2; però anche Sal 74,18.22; Gb 2,10; Is 32,5s; cf. Sir 50,26]. Lo stolto si ribella a Dio, distrugge in pari tempo la comunità umana: fa mancare il necessario agli affamati [Is 32,6], accumula ricchezze ingiuste [Ger 17,11] e calunnia il suo prossimo [Sal 39,9]. Anche nella letteratura sapienziale posteriore, dove il concetto è meno duro, rimane il senso della colpevolezza» (J. Goetzmann). Se accettiamo anche questa sfumatura, allora le cinque vergini stolte della parabola non sono soltanto delle sempliciotte, o ragazzotte sprovvedute, ma veri e propri oppositori della legge divina; sono coloro che non entrano nel Regno di Dio a motivo della loro empietà e così l’accusa contro i farisei si fa più pesante: essi sono religiosi nelle parole, ma empi perché di fatto ribelli alla volontà divina, «dicono e non fanno» (Mt 23,3), e tanto stolti da respingere la proposta di salvezza che Dio fa loro nella persona del suo Figlio unigenito.
La parabola nel mettere in evidenza l’incertezza del tempo della venuta gloriosa del Cristo, vuole instillare nei cuori degli uomini la necessità della vigilanza, senza fidarsi di calcoli in base ai segni dei tempi: «Quanto a quel giorno e a quell’ora, nessuno lo sa, né gli angeli del cielo e né il Figlio, ma solo il Padre» (Mt 24,36).
Questa venuta improvvisa deve indurre gli uomini ad assumere un serio atteggiamento di vigilanza e un comportamento saggio al quale nessuno può sottrarsi se non vuole essere escluso dal regno di Dio. Poi, alla vigilanza e al comportamento saggio va aggiunto il timore: «Comportatevi con timore nel tempo in cui vivete quaggiù come stranieri. Voi sapete che non a prezzo di cose effimere, come argento e oro, foste liberati dalla vostra vuota condotta ereditata dai padri, ma con il sangue prezioso di Cristo, agnello senza difetti e senza macchia» (1Pt 1,17-19). Se Cristo Gesù, «nato dal Padre prima di tutti i secoli: Dio da Dio, Luce da Luce, Dio vero da Dio vero» (Credo), per salvarci si è annichilito nel mistero dell’Incarnazione, se è morto su una croce come un volgare malfattore, «è segno che la nostra anima è assai preziosa e dobbiamo perciò affaticarci “con timore e tremore per la nostra salvezza”, per non distruggere in noi l’opera della grazia di Dio. Tutto infatti viene dalla “grazia”: la redenzione di Cristo è opera di grazia e anche l’accettazione della redenzione da parte nostra è opera di grazia, poiché è Dio stesso colui “che opera in noi il volere e l’agire” secondo i suoi disegni di benevolenza e di amore» (Settimio Cipriani).
Le vergini, le stolte e le sagge, non sopportando il tedio dell’attesa vengono colte dal sonno al quale cedono ben volentieri. Questo particolare suggerisce che il progetto di Dio, «ricondurre al Cristo, unico capo, tutte le cose, quelle nei cieli e quelle sulla terra» (Ef 1,10), andrà a buon fine, lo voglia o non lo voglia l’uomo e sarà svelato all’intelligenza degli uomini quando Dio vorrà, anche senza il loro apporto. Gesù aveva suggerito la stessa cosa nella parabola del seme che spunta da solo anche mentre il contadino dorme (Mc 4,26): c’è, quindi, nella crescita e nella diffusione del Regno di Dio una componente che non dipende dall’uomo. Il regno di Dio porta in sé un principio di sviluppo, una forza segreta che lo condurrà al pieno compimento.
 
Ortensio da Spinetoli (Matteo): La lezione della parabola è dottrinale ma anche parenetica: illustra la portata dell’ultimo incontro ma suggerisce la via per evitare la sgradita sorpresa di mancare al supremo appuntamento. Allo stesso modo del servo, le vergini debbono essere prudenti, cioè accorte, previdenti, sagge. Saper attendere è segno di considerazione, di stima, di amore verso la persona che si aspetta; abbandonarsi al sonno è indice di dimenticanza, di noncuranza, di disprezzo. In tal caso al posto dello sposo si rischia di incontrare un giudice impassibile (v. 12). Questa conclusione spiega le anomalie o ‘assurdità’ della parabola: la durezza dello sposo, l’inspiegabile impossibilità a procurarsi dell’olio, e più ancora la chiusura definitiva della porta, che non può essere giustificata da nessun uso. Sono dettagli rispondenti a scopi didattici, non descrittivi. Il rifiuto incomprensibile delle vergini prudenti conferma la lezione della parabola. Si tratta di un tribunale e non di un mercato; di un incontro a tu per tu col supremo giudice che non può essere agevolato da nessun aiuto esterno e da nessuna ‘raccomandazione’.
La parabola offre una visione singolare e suggestiva della vita cristiana, nella sua duplice fase terrestre e celeste. Più che un pellegrinaggio essa è un corteo festivo verso Cristo. Il fedele è come una giovane donna che vive nella attesa gioiosa di raggiungere il suo promesso sposo. Gesù è il Signore ma è egualmente pieno di attenzione e di tenerezza verso ogni anima che si porta a lui.
Le vergini sagge sono partite per andare incontro al loro bene e hanno camminato tutta la vita con le lucerne in mano per incontrarlo. «Io dormo ma il mio cuore veglia», affermava la sposa del Cantico (5,2).
Vegliare è pensare a Cristo, desiderare la sua presenza, sentire la sua mancanza come un vuoto incolmabile. Gesù sa che quest’attesa è difficile; che vi possono essere ore di stanchezza e di sonnolenza, ma anche allora non si deve desistere dall’attendere. Bisogna procurarsi abbastanza olio per poter restar svegli sino alla fine e non mancare all’ultimo momento. Gesù ama le anime ma esige che ricambino il suo amore. Cessare di attenderlo, trovarsi egualmente contente durante la sua assenza, addirittura dimenticarlo è ciò che egli non potrà mai perdonare: «In verità vi dico, non vi conosco» (v. 12). La porta chiusa è già una parabola a sé!
Se su questa terra la vita è un’attesa, nell’al di là è un banchetto nuziale, addirittura uno sposalizio: le metafore più familiari e più toccanti a cui la Bibbia abbia fatto ricorso per ridare i rapporti dell’uomo con Dio!
Affinché l’immagine venga smaterializzata Gesù parla di vergini e non di semplici spose. La vita del cielo è una vita di unione con Dio, ma verginale (cfr. 19, 12).
In un testo vicino Luca afferma che gli uomini del «secolo futuro» «non prendono moglie e non si sposano, perché sono eguali agli angeli, essendo figli della resurrezione»
 
Siamo arrivati alla fine. Possiamo mettere in evidenza:
*** Vegliate, perché non sapete né il giorno né l’ora in cui il Signore verrà. (Cfr. Mt 25,13)
Nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.
 
Ti ringraziamo dei tuoi doni, o Padre;
la forza dello Spirito Santo,
che ci hai comunicato in questi sacramenti,
rimanga in noi e trasformi tutta la nostra vita.
Per Cristo nostro Signore.
 

 8 Novembre 2020
 
San Giovanni Duns Scoto, Religioso
 
La Scozia è la patria del francescano Giovanni Duns, soprannominato Scoto (dalla nazione Scozia come l’Università di Parigi suddivideva gli studenti per nazioni). Paese affascinante che armonizza nella sua natura tutti i contrasti più selvaggi e i suoi paesaggi più ameni. In uno di questi luoghi, Duns, tra la fine del 1265 e l’inizio del 1266, nasceva un bimbo nella casa di Niniano Duns - omonomia tra luogo e cognome - a cui venne dato il nome di Giovanni. A ricordo di questo evento, un ceppo marmoreo ne ricorda il posto dal 17 marzo 1966, mentre un busto di bronzo nei giardini pubblici ne conserva il ricordo ai posteri. Dopo le iniziali occupazioni di sorvegliante del gregge minuto, che lo videro sempre più immerso nella bellezza variopinta della natura, Giovanni riceve la necessaria formazione scolastica all’ombra delle due vicine abbazie circestensi di Melrose e di Dryburg, che gli accesero l’amore per la Madonna e per la liturgia.  A 13 anni, Giovanni frequenta gli studi conventuali della vicino Haddington, principale centro della conte di Berwich, in cui da poco si erano insediati i Francescani, che nella famiglia dei Duns trovarono dei grandi benefattori. E proprio in quell’anno, 1278, viene eletto Vicario della Scozia francescana, un uomo pio dotto e stimato da tutti, padre Elia Duns, zio paterno di Giovanni. Quando padre Elia ritornò nel suo convento di Dumfriers; condusse con sé anche il nipote per ammetterlo all’Ordine, facendo da garante per la sua costituzione sia fisica che spirituale, dal momento che Giovanni aveva appena 15 anni e che per diritto canonico occorrevano almeno 18 anni per entrare nel noviziato. Il silenzio della storia, in quest’anno di prova religiosa, è sovrano e solenne. Tutto sembra presagire che il giovane novizio si sia lasciato inebriare e affogare dall’amore di Dio, rivelato in Cristo Gesù, mediante la Vergine Madre. È un anno di grazia speciale e di esperienza mistica, secondo lo spirito giovanile ed entusiastico dell’ideale francescano, che promuoveva - bonaventurianamente - anche l’amore per lo studio come preghiera e lavoro. È nella notte del Natale 1281, quando Giovanni si preparava alla professione religiosa, che bisogna collocare l’episodio della dolce apparizione del Bambino Gesù tra le sue braccia, come segno del profondo suo amore verso la Vergine Madre. Profetico auspicio o logica deduzione? Tutti e due insieme. Poesia e teologia, mistica e metafisica si baciano in questo presagio di ineffabile grazia. La sua dottrina sul primato di Cristo e sull’immacolata Concezione ne fa fede. Terminati gli studi istituzionali che consentono di accedere al sacerdozio, il 17 marzo 1291, nella chiesa di S. Andrea a Northampton, Giovanni Duns Scoto riceve dal vescovo di Lincoln, Oliverio Sutton, l’ordine sacro. Aveva 25 anni compiti, secondo le conclusioni tratte dal Registrum Episcopale del vescovo. Per le sue ottime qualità intellettive e spirituali viene designato dai Superiori a frequentare il corso dottorale nella celebre Università di Parigi, ritenuta da tutti la “culla” e la “metropoli” della filosofia e della teologia in Occidente. Avrebbe dovuto conseguire il titolo accademico di Magister regens, nel 1303, ma la triste controversia tra il re di Francia, Filippo il Bello, e il papa Bonifacio VIII, ne ritarda il conseguimento nella primavera del 1305, quando le acque si erano momentaneamente calmate. La politica egemonica di Filippo il Bello aveva orientato verso di sé la quasi totalità dell’opinione pubblica francese. Ne è segno tangibile la spaccatura che si registra nello Studium generale francescano di Parigi: gli “appellanti” (68 firmatari) erano favorevoli al Re; mentre i “non-appellanti” (87 firmatari), al Papa. Nella lista dei “non-appellanti”, il nome di Johannes Scotus figura al 19° posto. La posta in gioco era molta alta. Ai “non-appellanti” veniva aperta la via dell’esilio con la confisca dei beni e la cessazione di ogni attività accademica. E Giovanni Duns Scoto, fedele alla Regola di Francesco d’Assisi, che raccomanda amore rispetto e riverenza al “Signor Papa”, il 25 giugno del 1303 prende la via dell’esilio, dimostrando profonda fede e grande coraggio. Nel novembre 1304, quando le acque si calmarono per la morte di Bonifacio VIII, il Ministro Generale dei Frati Minori, fr. Gonsalvo di Spagna, raccomanda, al superiore dello Studium di Parigi, Giovanni Duns Scoto per il Dottorato, con queste parole: «Affido alla vostra benevolenza il diletto padre Giovanni Scoto, della cui lodevole vita, della sua scienza eccellente e del suo ingegno sottilissimo, come delle altre virtù, sono pienamente informato sia per la lunga esperienza sia per la fama che dappertutto egli gode». E’ il primo e solenne “panegirico” Così il 26 marzo del 1305, Giovanni Duns Scoto riceve l’ambìto titolo di magister regens che gli permetteva di insegnare ubique e rilasciare titoli accademici. Ha goduto del titolo solo tre anni: due a Parigi e uno a Colonia. Dell’insegnamento parigino merita segnalare la storica disputa sostenuta nell’Aula Magna dell’Università (di Parigi), nei primi mesi del 1307, sulla Immacolata Concezione. I pochi mesi trascorsi a Colonia, invece, sono molto intensi e ricchi di attività: riorganizza lo Studium generale e combatte l’eresia dei Beguardi e delle Beghine (che negavano ogni autorità alla Chiesa, ogni valore ai Sacramenti, alla preghiera e alle opere di penitenza) e si ricorda anche l’estasi pubblica avvenuta durante una sua predica nella chiesa. L’intensa attività di lavoro, insieme alle conseguenze del viaggio da Parigi, mina la robusta costituzione e l’8 novembre 1308, Giovanni Duns Scoto entra nella pace del Signore, all’età di 43 anni.
Attualmente l’urna delle ossa del Beato Giovanni Duns Scoto è situata al centro della navata sinistra (guardando dall’ingresso) della chiesa francescana di Colonia nell’elegante e semplice sarcofago, costruito con pietra calcare di conchiglia di colore grigio, opera dello scultore Josef Hontgesberg. Tra i tanti motivi decorativi, è riprodotta l’antica iscrizione: Scotia me genuit Anglia me suscèpit Gallia me docuit Colonia me tenet.
La primitiva iscrizione tombale così recitava: «È chiuso questo ruscello, considerato fonte viva della Chiesa;
Maestro di giustizia, fiore degli studi e arca della sapienza. Di ingegno sottile, della Scrittura i misteri svela, in giovane età fu [rapito al cielo], ricordati dunque, di Giovanni. Lui, o Dio, ornato [di virtù] fa che sia beato in cielo. Per un [così gran] Padre involato inneggiamo con cuore grato al Signore. Fu [Duns Scoto] del clero guida, del chiostro luce e della verità [apostolo] intrepido».
La sua tomba a Colonia è mèta di continui pellegrinaggi. Anche Papa Giovanni Paolo II vi sostò in preghiera il 15 ottobre 1980, chiamandolo “torre spirituale della fede”. Dopo la pubblicazione del Decreto di Canonizzazione nel 6 luglio 1991, il Santo Padre ne confermò solennemente il culto il 20 marzo 1993.
Autore: Lauriola Giovanni ofm
 
 
BENEDETTO XVI
 
UDIENZA GENERALE
 
Mercoledì, 7 luglio 2010
 
Giovanni Duns Scoto
 
Cari fratelli e sorelle,
questa mattina voglio presentarvi un’altra figura importante nella storia della teologia: si tratta del beato Giovanni Duns Scoto, vissuto alla fine del secolo XIII. Un’antica iscrizione sulla sua tomba riassume le coordinate geografiche della sua biografia: “l’Inghilterra lo accolse; la Francia lo istruì; Colonia, in Germania, ne conserva i resti; in Scozia egli nacque”. Non possiamo trascurare queste informazioni, anche perché possediamo ben poche notizie sulla vita di Duns Scoto. Egli nacque probabilmente nel 1266 in un villaggio, che si chiamava proprio Duns, nei pressi di Edimburgo. Attratto dal carisma di san Francesco d’Assisi, entrò nella Famiglia dei Frati minori, e nel 1291, fu ordinato sacerdote. Dotato di un’intelligenza brillante e portata alla speculazione - quell’intelligenza che gli meritò dalla tradizione il titolo di Doctor subtilis, “Dottore sottile”- Duns Scoto fu indirizzato agli studi di filosofia e di teologia presso le celebri  Università di Oxford e di Parigi. Conclusa con successo la formazione, intraprese l’insegnamento della teologia nelle Università di Oxford e di Cambridge, e poi di Parigi, iniziando a commentare, come tutti i Maestri del tempo, le Sentenze di Pietro Lombardo. Le opere principali di Duns Scoto rappresentano appunto il frutto maturo di queste lezioni, e prendono il titolo dai luoghi in cui egli insegnò: Ordinatio (in passato denominata Opus Oxoniense – Oxford), Reportatio Cantabrigiensis (Cambridge), Reportata Parisiensia (Parigi). A queste sono da aggiungere almeno i Quodlibeta (o Quaestiones quodlibetales), opera assai importante formata da 21 questioni su vari temi teologici. Da Parigi si allontanò quando, scoppiato un grave conflitto tra il re Filippo IV il Bello e il Papa Bonifacio VIII, Duns Scoto preferì l’esilio volontario, piuttosto che firmare un documento ostile al Sommo Pontefice, come il re aveva imposto a tutti i religiosi. Così – per amore alla Sede di Pietro –, insieme ai Frati francescani, abbandonò il Paese.
Cari fratelli e sorelle, questo fatto ci invita a ricordare quante volte, nella storia della Chiesa, i credenti hanno incontrato ostilità e subito perfino persecuzioni a causa della loro fedeltà e della loro devozione a Cristo, alla Chiesa e al Papa. Noi tutti guardiamo con ammirazione a questi cristiani, che ci insegnano a custodire come un bene prezioso la fede in Cristo e la comunione con il Successore di Pietro e con la Chiesa universale.
Tuttavia, i rapporti fra il re di Francia e il successore di Bonifacio VIII ritornarono ben presto amichevoli, e nel 1305 Duns Scoto poté rientrare a Parigi per insegnarvi la teologia con il titolo di Magister regens. Successivamente, i Superiori lo inviarono a Colonia come professore dello Studio teologico francescano, ma egli morì l’8 novembre del 1308, a soli 43 anni di età, lasciando, comunque, un numero rilevante di opere.
A motivo della fama di santità di cui godeva, il suo culto si diffuse ben presto nell’Ordine francescano e il Venerabile Giovanni Paolo II volle confermarlo solennemente beato il 20 Marzo 1993, definendolo “cantore del Verbo incarnato e difensore dell’Immacolata Concezione”. In tale espressione è sintetizzato il grande contributo che Duns Scoto ha offerto alla storia della teologia. Anzitutto, egli ha meditato sul Mistero dell’Incarnazione e, a differenza di molti pensatori cristiani del tempo, ha sostenuto che il Figlio di Dio si sarebbe fatto uomo anche se l’umanità non avesse peccato. “Pensare che Dio avrebbe rinunciato a tale opera se Adamo non avesse peccato, - scrive Duns Scoto - sarebbe del tutto irragionevole! Dico dunque che la caduta non è stata la causa della predestinazione di Cristo, e che - anche se nessuno fosse caduto, né l’angelo né l’uomo - in questa ipotesi Cristo sarebbe stato ancora predestinato nella stessa maniera” (Reportata Parisiensia, in III Sent., d. 7, 4). Questo pensiero nasce perché per Duns Scoto l’Incarnazione del Figlio di Dio, progettata sin dall’eternità da parte di Dio Padre nel suo piano di amore, è il compimento della creazione, e rende possibile ad ogni creatura, in Cristo e per mezzo di Lui, di essere colmata di grazia, e dare lode e gloria a Dio nell’eternità. Duns Scoto, pur consapevole che, in realtà, a causa del peccato originale, Cristo ci ha redenti con la sua Passione, Morte e Risurrezione, ribadisce che l’Incarnazione è l’opera più grande e più bella di tutta la storia della salvezza, e che essa non è condizionata da nessun fatto contingente.
Fedele discepolo di san Francesco, Duns Scoto amava contemplare e predicare il Mistero della Passione salvifica di Cristo, espressione della volontà di amore, dell’amore immenso di Dio, il Quale comunica con grandissima generosità al di fuori di sé i raggi della Sua bontà e del suo amore (cfr Tractatus de primo principio, c. 4). Questo amore non si rivela solo sul Calvario, ma anche nella Santissima Eucaristia, della quale Duns Scoto era devotissimo e che vedeva come il Sacramento della presenza reale di Gesù e come il Sacramento dell’unità e della comunione che induce ad amarci gli uni gli altri e ad amare Dio come il Sommo Bene comune (cfr Reportata Parisiensia, in IV Sent., d. 8, q. 1, n. 3). “E come quest’amore, questa carità ... fu all’inizio di tutto, così anche nell’amore e nella carità soltanto sarà la nostra beatitudine: «il volere oppure la volontà amorevole è semplicemente la vita eterna, beata e perfetta»” (AAS 101 [2009], 5).
Cari fratelli e sorelle, questa visione teologica, fortemente “cristocentrica”, ci apre alla contemplazione, allo stupore e alla gratitudine: Cristo è il centro della storia e del cosmo, è Colui che dà senso, dignità e valore alla nostra vita! Come a Manila il Papa Paolo VI, anch’io oggi vorrei gridare al mondo: “[Cristo] è il rivelatore di Dio invisibile, è il primogenito di ogni creatura, è il fondamento di ogni cosa; Egli è il Maestro dell’umanità, è il Redentore; Egli è nato, è morto, è risorto per noi; Egli è il centro della storia e del mondo; Egli è Colui che ci conosce e che ci ama; Egli è il compagno e l’amico della nostra vita... Io non finirei più di parlare di Lui” (Omelia, 29 Novembre 1970).
Non solo il ruolo di Cristo nella storia della salvezza, ma anche quello di Maria è oggetto della riflessione del Doctor subtilis. Ai tempi di Duns Scoto la maggior parte dei teologi opponeva un’obiezione, che sembrava insormontabile, alla dottrina secondo cui Maria Santissima fu esente dal peccato originale sin dal primo istante del suo concepimento: di fatto, l’universalità della Redenzione operata da Cristo – evento assolutamente centrale nella storia della salvezza – a prima vista poteva apparire compromessa da una simile affermazione. Duns Scoto espose allora un argomento, che verrà poi adottato anche dal beato Papa Pio IX nel 1854, quando definì solennemente il dogma dell’Immacolata Concezione di Maria. Questo argomento è quello della “Redenzione preventiva”, secondo cui l’Immacolata Concezione rappresenta il capolavoro della Redenzione operata da Cristo, perché proprio la potenza del suo amore e della sua mediazione ha ottenuto che la Madre fosse preservata dal peccato originale. I Francescani accolsero e diffusero con entusiasmo questa dottrina, e altri teologi – spesso con solenne giuramento – si impegnarono a difenderla e a perfezionarla.
A questo riguardo, vorrei mettere in evidenza un dato, che mi pare importante. Teologi di valore, come Duns Scoto circa la dottrina sull’Immacolata Concezione, hanno arricchito con il loro specifico contributo di pensiero ciò che il popolo di Dio credeva già spontaneamente sulla Beata Vergine, e manifestava negli atti di pietà, nelle espressioni dell’arte e, in genere, nel vissuto cristiano. Tutto questo grazie a quel soprannaturale sensus fidei, cioè a quella capacità infusa dallo Spirito Santo, che abilita ad abbracciare le realtà della fede, con l’umiltà del cuore e della mente. Possano sempre i teologi mettersi in ascolto di questa sorgente e conservare l’umiltà e la semplicità dei piccoli! Lo ricordavo qualche mese fa: “Ci sono grandi dotti, grandi specialisti, grandi teologi, maestri della fede, che ci hanno insegnato molte cose. Sono penetrati nei dettagli della Sacra Scrittura, della storia della salvezza, ma non hanno potuto vedere il mistero stesso, il vero nucleo… L’essenziale è rimasto nascosto! Invece, ci sono anche nel nostro tempo i piccoli che hanno conosciuto tale mistero. Pensiamo a santa Bernardette Soubirous; a santa Teresa di Lisieux, con la sua nuova lettura della Bibbia ‘non scientifica’, ma che entra nel cuore della Sacra Scrittura”.
Infine, Duns Scoto ha sviluppato un punto a cui la modernità è molto sensibile. Si tratta del tema della libertà e del suo rapporto con la volontà e con l’intelletto. Il nostro autore sottolinea la libertà come qualità fondamentale della volontà, iniziando una impostazione che valorizza maggiormente quest’ultima. Purtroppo, in autori successivi al nostro, tale linea di pensiero si sviluppò in un volontarismo in contrasto con il cosiddetto intellettualismo agostiniano e tomista. Per san Tommaso d’Aquino la libertà non può considerarsi una qualità innata della volontà, ma il frutto della collaborazione della volontà e dell’intelletto. Un’idea della libertà innata e assoluta – come si evolse, appunto, successivamente a Duns Scoto – collocata nella volontà che precede l’intelletto, sia in Dio che nell’uomo, rischia, infatti, di condurre all’idea di un Dio che non è legato neppure alla verità e al bene. Il desiderio di salvare l’assoluta trascendenza e diversità di Dio con un’accentuazione così radicale e impenetrabile della sua volontà, non tiene conto che il Dio che si è rivelato in Cristo è il Dio “logos”, che ha agito e agisce pieno di amore verso di noi. Certamente l’amore supera la conoscenza ed è capace di percepire sempre di più del pensiero, ma è sempre l’amore del Dio “logos” (cfr Benedetto XVI, Discorso a Regensburg, Insegnamenti di Benedetto XVI, II [2006], p. 261). Anche nell’uomo l’idea di libertà assoluta, collocata nella volontà, dimenticando il nesso con la verità, ignora che la stessa libertà deve essere liberata dei limiti che le vengono dal peccato. Comunque, la visione scotista non cade in questi estremismi: per Duns Scoto un atto libero risulta dal concorso di intelletto e volontà e se egli parla di un “primato” della volontà, lo argomenta proprio perché la volontà segue sempre l’intelletto.
Parlando ai seminaristi romani, ricordavo che “la libertà in tutti i tempi è stata il grande sogno dell’umanità, sin dagli inizi, ma particolarmente nell’epoca moderna” (Discorso al Pontificio Seminario Romano Maggiore, 20 Febbraio 2009). Però, proprio la storia moderna, oltre alla nostra esperienza quotidiana, ci insegna che la libertà è autentica, e aiuta alla costruzione di una civiltà veramente umana, solo quando è riconciliata con la verità. Se è sganciata dalla verità, la libertà diventa tragicamente principio di distruzione dell’armonia interiore della persona umana, fonte di prevaricazione dei più forti e dei violenti, e causa di sofferenze e di lutti. La libertà, come tutte le facoltà di cui l’uomo è dotato, cresce e si perfeziona, afferma Duns Scoto, quando l’uomo si apre a Dio, valorizzando la disposizione all’ascolto della Sua voce: quando noi ci mettiamo in ascolto della Rivelazione divina, della Parola di Dio, per accoglierla, allora siamo raggiunti da un messaggio che riempie di luce e di speranza la nostra vita e siamo veramente liberi.
Cari fratelli e sorelle, il beato Duns Scoto ci insegna che nella nostra vita l’essenziale è credere che Dio ci è vicino e ci ama in Cristo Gesù, e coltivare, quindi, un profondo amore a Lui e alla sua Chiesa. Di questo amore noi siamo i testimoni su questa terra. Maria Santissima ci aiuti a ricevere questo infinito amore di Dio di cui godremo pienamente in eterno nel Cielo, quando finalmente la nostra anima sarà unita per sempre a Dio, nella comunione dei santi.
  
Pratica: Vivere nella libertà dei figli di Dio.
 
Preghiera: O Dio, che oggi ci allieti con la festa di san Giovanni Duns Scoto, fa’ che il ricordo della sua testimonianza evangelica segni un rinnovamento nella nostra vita. Per il nostro Signore.

 

 

7 NOVEMBRE 2020
 
SABATO DELLA XXXI SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO
 
Fil 4,10-19; Sal 111 (112) Lc 16,9-15
 
Colletta: Dio onnipotente e misericordioso, tu solo puoi dare ai tuoi fedeli il dono di servirti in modo lodevole e degno; fa’ che camminiamo senza ostacoli verso i beni da te promessi. Per il nostro Signore Gesù Cristo…
 
Catechismo degli Adulti - Illusoria autosufficienza [134]: Lattenzione preferenziale agli ultimi non significa esclusione degli altri. Gesù frequenta anche i “ricchi” e i “giusti”, coloro che nella società sono in vista per il benessere materiale o per la devota osservanza della Legge. Verso di loro però usa generalmente un linguaggio severo, perché li vede soddisfatti di sé, chiusi verso Dio e senza misericordia per il prossimo.
[135] Beati i poveri, perché Dio li ama, si impegna a liberarli dalla sofferenza e fin d’ora conferisce loro la dignità di suoi figli, che nessuna circostanza esteriore può compromettere. Chi vive consapevolmente la comunione filiale con Dio, fa esperienza di gioia anche in mezzo alle tribolazioni, come Gesù. È necessario però condividere l’atteggiamento del Maestro «mite e umile di cuore» (Mt 11,29) e vivere secondo lo spirito delle beatitudini. Confidare nella ricchezza, gloriarsi della propria giustizia, considerarsi autosufficienti: ecco ciò che impedisce di accogliere il regno di Dio, che è dono gratuito.
[146] La ricchezza diventa padrona, quando uno ripone in essa la misura del proprio valore e la sicurezza della vita: «Guardatevi e tenetevi lontano da ogni cupidigia, perché anche se uno è nell’abbondanza la sua vita non dipende dai suoi beni» (Lc 12,15).
Si tratta di un pericolo molto concreto. Il giovane ricco non riesce a liberarsi dei suoi averi; volta le spalle a Gesù e se ne va triste. Il ricco della parabola è senza cuore verso Lazzaro, il mendicante affamato e coperto di piaghe; e i suoi cinque fratelli continuano a gozzovigliare spensierati, al punto che nemmeno un morto risuscitato potrebbe scuoterli. Le folle, che seguono Gesù, si aspettano da Dio facile abbondanza di beni materiali e, invece di accogliere nella fede lui e la sua volontà, lo strumentalizzano ai propri desideri e interessi.
 
Gesù aveva raccontato la parabola dell’amministratore infedele, il quale licenziato si era accattivato l’amicizia di alcuni debitori del suo padrone riducendo vistosamente il loro debito nella speranza di trovare un rifugio subito dopo il licenziamento. La finale che chiudeva la parabola era quella di imitare non la disonestà dell’amministratore, ma la sua scaltrezza e metterla in campo per la conquista di quei valori che veramente contano. Alcune massime sono il messaggio della pericope lucana, la prima massima Chi è fedele in cose di poco conto, è fedele anche in cose importanti; e chi è disonesto in cose di poco conto, è disonesto anche in cose importanti, è un semplice termometro per comprendere la fedeltà dell’uomo, la seconda Nessun servitore può servire due padroni, perché o odierà l’uno e amerà l’altro, oppure si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro. Non potete servire Dio e la ricchezza, suggerisce una scelta di campo o la ricchezza o Dio. La ricchezza in se non è un male, può essere impiegata per nobili fini, ma se diventa erroneamente fonte di sicurezza, se unicamente su di essa si costruisce la propria vita, se è l’unico valore, e se si impegnano tutti gli sforzi per il suo possesso, allora si scivola nell’ateismo, nella dimenticanza di Dio.
Se la ricchezza è vista come l’unica sicurezza per l’oggi e per il domani inganna l’uomo conducendolo lontano dalla salvezza. E questo è bene sottolineato nel versetto nove: Fatevi degli amici con la ricchezza disonesta, perché, quando questa verrà a mancare, essi vi accolgano nelle dimore eterne. Si tratta “del momento nel quale il denaro verrà meno, cioè quando ci verrà tolta l’amministrazione, cioè fuori metafora, del momento della morte, e non del momento del escatologico finale [questa è l’opinione di J. Dupont, largamente condivisa da altri autori]: è infatti quando si muore che si perde la possibilità di trafficare i doni che abbiamo ricevuto” (Carlo Ghidelli, Luca).
Il Vangelo si chiude con un rimprovero rivolto ai farisei i quali si ritenevano giusti davanti agli uomini. Lo ritenevano perché osservavano scrupolosamente la Legge, mentre di fatto essendo attaccati agli onori, ai primi posti e alla ricchezza, si autodenunciavano come ipocriti e falsi maestri. Possono “ingannare la gente e farsi passare come uomini giusti; ma Dio, che scruta i cuori, cono ce la loro ipocrisia. Una religiosità, basata sulle osservanze esteriori, è la negazione dellamore sincero verso Dio e della vera pietà” (Angelico Poppi, I Quattro Vangeli).
 
Dal Vangelo secondo Luca 16,9-15: In quel tempo, Gesù diceva ai discepoli: «Fatevi degli amici con la ricchezza disonesta, perché, quando questa verrà a mancare, essi vi accolgano nelle dimore eterne.
Chi è fedele in cose di poco conto, è fedele anche in cose importanti; e chi è disonesto in cose di poco conto, è disonesto anche in cose importanti. Se dunque non siete stati fedeli nella ricchezza disonesta, chi vi affiderà quella vera? E se non siete stati fedeli nella ricchezza altrui, chi vi darà la vostra? Nessun servitore può servire due padroni, perché o odierà l’uno e amerà l’altro, oppure si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro. Non potete servire Dio e la ricchezza». I farisei, che erano attaccati al denaro, ascoltavano tutte queste cose e si facevano beffe di lui. Egli disse loro: «Voi siete quelli che si ritengono giusti davanti agli uomini, ma Dio conosce i vostri cuori: ciò che fra gli uomini viene esaltato, davanti a Dio è cosa abominevole».
Chi è fedele in cose di poco conto, è fedele anche in cose importanti; e chi è disonesto in cose di poco conto, è disonesto anche in cose importanti. Se dunque non siete stati fedeli nella ricchezza disonesta, chi vi affiderà quella vera? E se non siete stati fedeli nella ricchezza altrui, chi vi darà la vostra? Nessun servitore può servire due padroni, perché o odierà l’uno e amerà l’altro, oppure si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro. Non potete servire Dio e la ricchezza». I farisei, che erano attaccati al denaro, ascoltavano tutte queste cose e si facevano beffe di lui. Egli disse loro: «Voi siete quelli che si ritengono giusti davanti agli uomini, ma Dio conosce i vostri cuori: ciò che fra gli uomini viene esaltato, davanti a Dio è cosa abominevole».
 
Carlo Ghidelli (Luca): Nessun servo può servire ... : è l’unico versetto di questo brano che abbia un parallelo sinottico in Mt 6,24. Questo spiega come qui si trovi fuori posto e Luca ve lo abbia portato con il termine-chiave di Mammona. Siccome - sembra intendere Luca - le nostre ricchezze sono beni altrui e invece i beni spirituali sono i nostri, è necessario scegliere tra la schiavitù del denaro e il servizio di Dio, perché dopo tutto non si può pretendere di tener buoni due padroni, cosi diversi e cosi opposti. Si sappia comunque che se si sceglie Dio non ci si può compromettere con Mammona, e se al contrario si sceglie Mammona non ci si deve illudere di poter piacere a Dio.
- servire (douleuein) ha un significato cultuale e lascia intuire che Mammona qui è considerato come un idolo, un anti-dio.
- amare-odiare: l’opposizione dei verbi sottolinea l’impossibilità di far coabitare questi due amori nel nostro cuore. A sostegno di questa affermazione (a parte la discussione sull’attracco letterario tra il v. 13 e il v. 15 che qualcuno ritiene del tutto fuori posto) Luca porta due motivi, riferendosi ad altrettante parole di Gesù: - primo, il fatto che Dio conosce i vostri cuori (v. 15b): tale conoscenza di Dio assume i caratteri del giudizio e di eventuale condanna; - secondo (v. 15c), il fatto che Dio segue una logica tutta sua, spesso opposta alla nostra, nel giudicare cose, persone, fatti; il che lo porta a smantellare l’ipocrisia di molti. Raggiungiamo cosi il v. 15a: Voi siete coloro che si mostrano giusti davanti agli uomini: è un rimprovero ai farisei che si illudevano di avere un segno di predestinazione nel fatto che possedevano molte ricchezze (concezione in parte anche veterotestamentaria) e ostentavano cosi la loro giustizia. Gesù smaschera, ad un tempo, il loro orgoglio (ricerca d’onori) e la loro ipocrisia (opposizione tra ciò che appare e ciò che sono; tra la loro pseudo- giustizia e quella vera che viene da Dio).
 
Alois Stöger (Vangelo secondo Luca): Voi siete quelli che si ritengono giusti davanti agli uomini I farisei vengono presentati come avidi di denaro. Gesù rinfaccerà loro di divorare le case delle vedove (20,47).
Nella setta di Qumran vengono chiamati «gente ingannatrice, sempre in caccia di conviti e cose superflue». Di Jochanan, un dottore della legge morto nel 287, viene tramandata questa fase: «Le membra dipendono dal cuore; il cuore, dalla borsa». Dai farisei la povertà era considerata una maledizione.
La ricchezza era il premio delle persone pie; la povertà, il castigo dei peccati. «La ricompensa per l’umiltà e il timor di Dio sono ricchezze, onori e lunga vita» (Prov. 22,4). Chi attacca i farisei per la loro brama di ricchezze, dubita anche della loro fedeltà alla legge e della loro moralità. Gesù osa farlo, e capovolge la loro dottrina. Egli s’aggira per il paese come un povero (8,1), predica la rinuncia ai possessi terreni e proclama beati i poveri, mentre getta in faccia ai ricchi il suo «Guai!» (6,20.24). Dalla parte dei farisei sta una lunga tradizione. Essi arricciano il naso per le sue parole e lo disprezzano considerandolo dall’alto in basso.
Gl’ingordi farisei assicurano la propria vita mediante la ricchezza e la propria esistenza davanti a Dio mediante le «opere della giustizia»: essi non trasgrediscono la legge e fanno opere buone. Si dichiarano giusti e sono convinti che Dio confermi questo loro giudizio. Nelle loro ricchezze essi riconoscono appunto la conferma di Dio a quanto sentenziano. Ma Gesù annienta tale sentenza in loro favore, distrugge la loro sicurezza, frantuma il pio edificio da essi costruito e dietro al quale si sono barricati. Dio guarda al cuore, alle intenzioni da cui procedono le opere. I farisei non cercano il Signore, ma la proprio gloria, sé stessi (cf. Mt. 6,1-18). Solo chi viene giustificato da Dio è giusto; ma egli giustifica soltanto colui che si fa piccolo davanti a lui. Ciò che fra gli uomini è sublime, a Dio appare come un’abominazione, ripugnante e impura come la statua di un idolo. «Il mortale sarà abbassato, l’uomo sarà umiliato e gli occhi superbi saranno abbassati» (Is. 5,15).
Dio, attraverso la voce di Gesù, capovolge il giudizio formulato dai farisei: «Il fratello povero si rallegri della sua esaltazione; il ricco, invece, della sua umiliazione, perché passerà come fiore d’erba» (Giac. 1,9s.). Ci sembra di sentir qui risuonare la prima beatitudine del discorso della montagna: «Beati poveri!» (6,20); «Beati i poveri in spirito!» (Mt. 5,3).
 
Ricchezza - Christa Breuer: Nell’Antico Testamento il ricco era considerato un uomo particolarmente benedetto da Dio. La ricchezza era il segno di un particolare favore divino (per es. Abramo, Gen 13,2). Ma quando più tardi si abusò della ricchezza , i profeti biasimarono spesso i ricchi (per es. Ger 34,8ss). Nel Nuovo Testamento, di fronte al lieto messaggio del regno di Dio e all’attesa imminente, si esige la totale abnegazione per amore del regno dei cieli (cf. la parabola della perla preziosa, Mt 13,45s). Soprattutto Luca condanna ripetutamente il cattivo uso della ricchezza. I ricchi e i sazi vengono esclusi dal regno di Dio; ai poveri e a quanti hanno fame viene promessa la ricompensa in cielo (Lc 6,20ss). Ricercare i beni terreni è stoltezza. Quando giunge la morte, il ricco non può portare con sé ciò a cui ha attaccato la propria anima (Lc 12,16). L’uomo può servire un solo padrone: Dio o mammona (Lc 16,13). Il significato del possesso dei beni in rapporto alla salvezza eterna dell’uomo viene rivelato nella parabola dell’uomo ricco e del povero Lazzaro (Lc 16,19-31). Chi vuole entrare nel regno di Dio deve sciogliere il suo cuore dal legame con la ricchezza (Lc 18,29s). Per il credente però, la ricchezza  è un dono di Dio che deve essere impiegato per il servizio del prossimo (Lc 16,10-12).
 
Siamo arrivati alla fine. Possiamo mettere in evidenza:
*** «Voi siete quelli che si ritengono giusti davanti agli uomini, ma Dio conosce i vostri cuori: ciò che fra gli uomini viene esaltato, davanti a Dio è cosa abominevole». (Vangelo)
Nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.
 
Continua in noi, o Dio, la tua opera di salvezza,
perché i sacramenti che ci nutrono in questa vita
ci preparino a ricevere i beni promessi.
Per Cristo nostro Signore.  


7 Novembre 2020
 
San Vincenzo Grossi
 
Vincenzo Grossi nasce il 9 marzo 1845 a Pizzighettone (Cremona) da una umile famiglia. È il penultimo dei dieci figli (tre muoiono in tenera età) di Baldassarre Grossi e Maddalena Cappellini, proprietari di un mulino. È subito battezzato nella chiesa parrocchiale di San Bassiano, a Pizzighettone.
Dinanzi alla richiesta di Vincenzo di diventare sacerdote non c’è opposizione da parte dei familiari, che si limitano a fargli presente che possono ancora aver bisogno di lui; c’è già un altro figlio – Giuseppe – che studia da prete, non possono permettersi le spese per entrambi. Così, mentre lavora con il padre nella consegna dei sacchi di farina, il ragazzo si ritaglia del tempo per studiare privatamente le materie del ginnasio sotto la guida del parroco.
A diciannove anni, nel 1864, entra in Seminario: è ordinato sacerdote il 22 maggio 1869. Da allora tutta la sua attività pastorale si svolge in diverse parrocchie della diocesi.
I suoi primi incarichi sono nelle parrocchie di S. Rocco in Gera di Pizzighettone e a Sesto Cremonese, seguiti, nel 1871, da quello come economo spirituale a Ca’ dei Soresini.
Nel 1873 è nominato parroco di Regona di Pizzighettone. La popolazione del luogo era da tempo lontana dalla pratica religiosa, ma don Vincenzo vi si dedica con tanta cura che dopo pochi anni trasforma il piccolo borgo in un “conventino”, come appunto viene definito dai suoi confratelli.
Don Vincenzo spende tutta la sua vita nel ministero pastorale: animazione delle comunità a lui affidate, predicazione di missioni al popolo, formazione spirituale delle coscienze, attenzione ai poveri, educazione dei fanciulli e dei giovani.
Per le ragazze, in particolare, don Grossi ha una sincera preoccupazione. Dà il nome di “oratorio” - sulle orme di don Giovanni Bosco a Torino - al piccolo locale che è riuscito a ricavare nella sua canonica, perché le sue giovani parrocchiane possano ritrovarsi. Vivendo in continuo contatto con la popolazione delle campagne, si rende conto che la gioventù, soprattutto femminile, cresce in situazioni molto fragili e complicate. Inizia, quindi, a radunare alcune delle sue giovani e ad avviarle alla vita comune tra loro.
Nel 1883 il vescovo Geremia Bonomelli lo destina come parroco a Vicobellignano, dove ha preso piede il protestantesimo metodista. Da subito, mostra gran carità e apertura: lo stesso pastore va più volte ad ascoltare le sue prediche quaresimali e le famiglie protestanti mandano i loro figli alla scuola parrocchiale.
La nuova destinazione, che lo allontana da Regona, non fa desistere don Grossi dal progetto della nuova comunità femminile. Il nome scelto è quello di “Figlie dell’Oratorio” per richiamarle a un modello spirituale ben preciso: la letizia spirituale di san Filippo Neri, fondatore della Congregazione dell’Oratorio. Non è previsto un abito definito, in modo da poter avvicinare meglio le giovani.
Le prime basi per il nascente Istituto sono poste nel 1885 a Pizzighettone. L’approvazione diocesana arriva il 20 giugno 1901 con l’assenso del vescovo Bonomelli. Per garantire la formazione scolastica di quelle tra loro che avrebbero dovuto dedicarsi all’insegnamento, sceglie la città di Lodi, dove si decide di acquistare una struttura: l’attuale Casa madre dell’Istituto.
Nel 1917, mentre si trova a Lodi per sistemare alcune faccende urgenti per l’Istituto, don Grossi si sente male. Vuole tornare a Vicobellignano dove, nei primi giorni di novembre, le sue condizioni si aggravano. Fatica a parlare, pronuncia solo pochissime parole: «La via è aperta: bisogna andare». Alle 21.45 del 7 novembre, a 72 anni, don Vincenzo Grossi rende l’anima a Dio.
La fama di santità di don Grossi non viene meno, tanto da domandare l’apertura della sua causa di beatificazione. Nel 1969 è dichiarato Venerabile. La sua beatificazione è celebrata il 1° novembre dell’Anno Santo 1975 a Roma da Papa Paolo VI, che lo definisce «apostolo della gioventù» ed «esempio sereno e suadente per i sacerdoti direttamente impegnati nella cura d’anime». «Nella solidità delle sue generose virtù, nascoste nel silenzio, purificate dal sacrificio e dalla mortificazione, raffinate dall’obbedienza, egli ha lasciato un solco profondo nella Chiesa, che oggi lo propone a modello e lo prega come intercessore».
Papa Francesco, definendo miracolosa la guarigione di una bambina avvenuta per intercessione del Beato, il 27 giugno 2015, nella sala del Concistoro del Palazzo apostolico vaticano, presiede il Concistoro ordinario pubblico per la canonizzazione del beato Vincenzo Grossi, oltre che della beata Maria dell’Immacolata Concezione (superiora generale della Congregazione delle Sorelle della Compagnia della Croce) e dei beati Ludovico Martin e Maria Azelia Guérin (coniugi e genitori). La canonizzazione il 18 ottobre 2015, Giornata missionaria mondiale, nel corso della XIV Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi.
Il fatto miracoloso riguarda una bambina di due mesi di Pizzighettone affetta da una grave malattia ematica: una anemia eritropoietina di tipo 2. Elemento risolutivo può essere solo il trapianto di midollo, ma nessun familiare risulta compatibile. Mentre la bambina è sostenuta con trasfusioni e trattamenti palliativi, una suora delle Figlie dell’Oratorio invita a pregare il beato Vincenzo. I familiari iniziano a pregare insistentemente e dopo un certo periodo la bambina risulta guarita. Oggi ha 25 anni e sta bene: quella patologia non si è più manifestata.
I resti mortali di san Vincenzo Grossi, già traslati nel 1944 dal cimitero di Vicobellignano a quello di Lodi, nel 1947 sono collocati nella cappella della Casa madre delle Figlie dell’Oratorio, a Lodi, dove tuttora vi riposano.
Fonte http://www.diocesidicremona.it/
 
 
Viene beatificato il 1 novembre 1975 da Paolo VI, che lo addita come esempio a tutti i sacerdoti e ai parroci. Queste furono le parole di Paolo VI in quell’occasione: “Don Vincenzo Grossi, nella solidità delle sue generose virtù, nascoste nel silenzio, purificate dal sacrificio e dalla mortificazione, raffinate dall’obbedienza, ha lasciato un solco profondo nella chiesa che oggi lo propone a modello e lo prega come intercessore”.
 
Viene canonizzato da Papa Francesco il 18 ottobre 201: “San Vincenzo Grossi fu parroco zelante, sempre attento ai bisogni della sua gente, specialmente alle fragilità dei giovani. Per tutti spezzò con ardore il pane della Parola e divenne buon samaritano per i più bisognosi”.
 
Il Carisma
Il carisma delle Figlie dell’Oratorio è ispirato alla vita e agli insegnamenti del santo patrono Filippo Neri e del Beato Fondatore: spirito di umiltà, di sacrificio, di carità e di gioia nel servire, nell’associazione alla Pasqua di Gesù.
Le Figlie dell’Oratorio si dedicano all’educazione e alla formazione cristiana dei giovani e collaborano con i sacerdoti alle attività parrocchiali, vivendo così il loro servizio a Dio e alla Chiesa.
 
Pratica: “L’amor di Dio, se piglia possesso di un cuore, è come un liquore misterioso che lo penetra, lo inebria, lo rapisce: è una cosa che nulla ha a che fare con le gioie della terra, perché va a consolare l’anima umana nell’intima parte”.
 
Preghiera:  Cuore adorabile di Gesù, modello dei cuori sacerdotali, che nella tua ineffabile Provvidenza hai fatto del beato Vincenzo Grossi un parroco operoso ed esemplare, e lo hai scelto a fondare una nuova Famiglia religiosa per l’educazione della gioventù femminile, noi ti preghiamo affinché possiamo imitarlo nelle sue virtù e ricevere, per sua intercessione, le grazie di cui abbiamo bisogno.