8 NOVEMBRE 2020
XXXII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO
Sap 6,12-16; Sal 62 (63); 1Ts 4,13-18; Mt 25,1-13
Colletta: O Dio, la tua sapienza va in cerca di quanti ne ascoltano la voce, rendici degni di partecipare al tuo banchetto e fa’ che alimentiamo l’olio delle nostre lampade, perché non si estinguano nell’attesa,
ma quando tu verrai siamo pronti a correrti incontro, per entrare con te alla festa nuziale. Per il nostro Signore Gesù Cristo...
Benedetto XVI (Angelus 6 Novembre 2011): Il Vangelo di oggi è una celebre parabola, che parla di dieci ragazze invitate ad una festa di nozze, simbolo del Regno dei cieli, della vita eterna (Mt 25,1-13). È un’immagine felice, con cui però Gesù insegna una verità che ci mette in discussione; infatti, di quelle dieci ragazze: cinque entrano alla festa, perché, all’arrivo dello sposo, hanno l’olio per accendere le loro lampade; mentre le altre cinque rimangono fuori, perché, stolte, non hanno portato l’olio. Che cosa rappresenta questo «olio», indispensabile per essere ammessi al banchetto nuziale? Sant’Agostino (cfr Discorsi 93, 4) e altri antichi autori vi leggono un simbolo dell’amore, che non si può comprare, ma si riceve come dono, si conserva nell’intimo e si pratica nelle opere. Vera sapienza è approfittare della vita mortale per compiere opere di misericordia, perché, dopo la morte, ciò non sarà più possibile. Quando saremo risvegliati per l’ultimo giudizio, questo avverrà sulla base dell’amore praticato nella vita terrena (cfr Mt 25,31-46). E questo amore è dono di Cristo, effuso in noi dallo Spirito Santo. Chi crede in Dio-Amore porta in sé una speranza invincibile, come una lampada con cui attraversare la notte oltre la morte, e giungere alla grande festa della vita.
I lettura: Quanto era agognato dall’Antico Testamento troverà pienezza e incarnazione nel Nuovo Testamento. Gesù nella «pienezza del tempo» (Gal 4,4), si rivelerà ad un’umanità incredula come «potenza di Dio e sapienza di Dio» (1Cor 1,24). Egli sarà Maestro di sapienza, sarà Colui che donerà la sapienza, via regale che condurrà gli uomini alla salvezza.
Salmo Responsoriale: «Il salmo 62 dà voce all’anima assetata del Signore; un desiderio ardente sospinge il salmista; egli ricerca Dio, come la terra riarsa attende l’acqua. L’umanità dopo il peccato, era una terra arida e riarsa; il Figlio di Dio, incarnandosi, ha suscitato in essa il desiderio e la sete della divinità.
II lettura: La catechesi paolina sulla morte poggia su tre punti: a) di fronte alla morte il cristiano non si affligge come coloro «che non hanno speranza»; b) se i cristiani credono che Cristo è risorto, devono pure credere che i morti risorgeranno e saranno per «sempre con il Signore»; c) alla venuta gloriosa di Gesù tutti i credenti si ritroveranno insieme per andare incontro al Signore, e così saranno sempre con Lui.
Vangelo: Se la parabola è un’allegoria delle nozze di Cristo-Sposo con la Chiesa, sua diletta Sposa, è anche un pressante invito alla vigilanza. Stolti e saggi, tutti sono invitati a partecipare alle nozze, tutti vanno incontro al Signore, ma occorre l’olio della vigilanza per non essere colti dal sonno colpevole della infedeltà.
Dal Vangelo secondo Matteo 25,1-13: In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola: “Il regno dei cieli è simile a dieci vergini che, prese le loro lampade, uscirono incontro allo sposo. Cinque di esse erano stolte e cinque sagge; le stolte presero le lampade, ma non presero con sé olio; le sagge invece, insieme alle lampade, presero anche dell’olio in piccoli vasi. Poiché lo sposo tardava, si assopirono tutte e dormirono. A mezzanotte si levò un grido: “Ecco lo sposo, andategli incontro!”. Allora tutte quelle vergini si destarono e prepararono le loro lampade. E le stolte dissero alle sagge: “Dateci del vostro olio, perché le nostre lampade si spengono”. Ma le sagge risposero: “No, che non abbia a mancare per noi e per voi; andate piuttosto dai venditori e compratevene”. Ora, mentre quelle andavano per comprare l’olio, arrivò lo sposo e le vergini che erano pronte entrarono con lui alle nozze, e la porta fu chiusa. Più tardi arrivarono anche le altre vergini e incominciarono a dire: “Signore, signore, aprici!”. Ma egli rispose: “In verità vi dico: non vi conosco”. Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l’ora”.
Poiché lo sposo tardava... - Presso gli Ebrei le nozze venivano celebrate di notte. Il buio della notte era rischiarato da torce e da lampade ad olio portate dagli invitati. La sposa, nella casa del padre, in compagnia di giovani non maritate, attendeva la venuta dello sposo. Nel racconto di Gesù lo sposo arrivò in ritardo, per cui l’olio delle lampade incominciò a scarseggiare. Solo coloro che avevano portato olio in abbondanza furono in grado di rifornire le lampade e di accogliere lo sposo.
Questa venuta improvvisa deve indurre gli uomini ad assumere un serio atteggiamento di vigilanza e un comportamento saggio al quale nessuno può sottrarsi se non vuole essere escluso dal regno di Dio. Poi, alla vigilanza e al comportamento saggio va aggiunto il timore: «Comportatevi con timore nel tempo in cui vivete quaggiù come stranieri. Voi sapete che non a prezzo di cose effimere, come argento e oro, foste liberati dalla vostra vuota condotta ereditata dai padri, ma con il sangue prezioso di Cristo, agnello senza difetti e senza macchia» (1Pt 1,17-19). Se Cristo Gesù, «nato dal Padre prima di tutti i secoli: Dio da Dio, Luce da Luce, Dio vero da Dio vero» (Credo), per salvarci si è annichilito nel mistero dell’Incarnazione, se è morto su una croce come un volgare malfattore, «è segno che la nostra anima è assai preziosa e dobbiamo perciò affaticarci “con timore e tremore per la nostra salvezza”, per non distruggere in noi l’opera della grazia di Dio. Tutto infatti viene dalla “grazia”: la redenzione di Cristo è opera di grazia e anche l’accettazione della redenzione da parte nostra è opera di grazia, poiché è Dio stesso colui “che opera in noi il volere e l’agire” secondo i suoi disegni di benevolenza e di amore» (Settimio Cipriani).
Le vergini, le stolte e le sagge, non sopportando il tedio dell’attesa vengono colte dal sonno al quale cedono ben volentieri. Questo particolare suggerisce che il progetto di Dio, «ricondurre al Cristo, unico capo, tutte le cose, quelle nei cieli e quelle sulla terra» (Ef 1,10), andrà a buon fine, lo voglia o non lo voglia l’uomo e sarà svelato all’intelligenza degli uomini quando Dio vorrà, anche senza il loro apporto. Gesù aveva suggerito la stessa cosa nella parabola del seme che spunta da solo anche mentre il contadino dorme (Mc 4,26): c’è, quindi, nella crescita e nella diffusione del Regno di Dio una componente che non dipende dall’uomo. Il regno di Dio porta in sé un principio di sviluppo, una forza segreta che lo condurrà al pieno compimento.
Ortensio da Spinetoli (Matteo): La lezione della parabola è dottrinale ma anche parenetica: illustra la portata dell’ultimo incontro ma suggerisce la via per evitare la sgradita sorpresa di mancare al supremo appuntamento. Allo stesso modo del servo, le vergini debbono essere prudenti, cioè accorte, previdenti, sagge. Saper attendere è segno di considerazione, di stima, di amore verso la persona che si aspetta; abbandonarsi al sonno è indice di dimenticanza, di noncuranza, di disprezzo. In tal caso al posto dello sposo si rischia di incontrare un giudice impassibile (v. 12). Questa conclusione spiega le anomalie o ‘assurdità’ della parabola: la durezza dello sposo, l’inspiegabile impossibilità a procurarsi dell’olio, e più ancora la chiusura definitiva della porta, che non può essere giustificata da nessun uso. Sono dettagli rispondenti a scopi didattici, non descrittivi. Il rifiuto incomprensibile delle vergini prudenti conferma la lezione della parabola. Si tratta di un tribunale e non di un mercato; di un incontro a tu per tu col supremo giudice che non può essere agevolato da nessun aiuto esterno e da nessuna ‘raccomandazione’.
Le vergini sagge sono partite per andare incontro al loro bene e hanno camminato tutta la vita con le lucerne in mano per incontrarlo. «Io dormo ma il mio cuore veglia», affermava la sposa del Cantico (5,2).
Vegliare è pensare a Cristo, desiderare la sua presenza, sentire la sua mancanza come un vuoto incolmabile. Gesù sa che quest’attesa è difficile; che vi possono essere ore di stanchezza e di sonnolenza, ma anche allora non si deve desistere dall’attendere. Bisogna procurarsi abbastanza olio per poter restar svegli sino alla fine e non mancare all’ultimo momento. Gesù ama le anime ma esige che ricambino il suo amore. Cessare di attenderlo, trovarsi egualmente contente durante la sua assenza, addirittura dimenticarlo è ciò che egli non potrà mai perdonare: «In verità vi dico, non vi conosco» (v. 12). La porta chiusa è già una parabola a sé!
Se su questa terra la vita è un’attesa, nell’al di là è un banchetto nuziale, addirittura uno sposalizio: le metafore più familiari e più toccanti a cui la Bibbia abbia fatto ricorso per ridare i rapporti dell’uomo con Dio!
Affinché l’immagine venga smaterializzata Gesù parla di vergini e non di semplici spose. La vita del cielo è una vita di unione con Dio, ma verginale (cfr. 19, 12).
In un testo vicino Luca afferma che gli uomini del «secolo futuro» «non prendono moglie e non si sposano, perché sono eguali agli angeli, essendo figli della resurrezione»
Siamo arrivati alla fine. Possiamo mettere in evidenza:
*** Vegliate, perché non sapete né il giorno né l’ora in cui il Signore verrà. (Cfr. Mt 25,13)
Nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.
Ti ringraziamo dei tuoi doni, o Padre;
la forza dello Spirito Santo,
che ci hai comunicato in questi sacramenti,
rimanga in noi e trasformi tutta la nostra vita.
Per Cristo nostro Signore.
San Giovanni Duns Scoto, Religioso
La Scozia è la patria del francescano Giovanni Duns, soprannominato Scoto (dalla nazione Scozia come l’Università di Parigi suddivideva gli studenti per nazioni). Paese affascinante che armonizza nella sua natura tutti i contrasti più selvaggi e i suoi paesaggi più ameni. In uno di questi luoghi, Duns, tra la fine del 1265 e l’inizio del 1266, nasceva un bimbo nella casa di Niniano Duns - omonomia tra luogo e cognome - a cui venne dato il nome di Giovanni. A ricordo di questo evento, un ceppo marmoreo ne ricorda il posto dal 17 marzo 1966, mentre un busto di bronzo nei giardini pubblici ne conserva il ricordo ai posteri. Dopo le iniziali occupazioni di sorvegliante del gregge minuto, che lo videro sempre più immerso nella bellezza variopinta della natura, Giovanni riceve la necessaria formazione scolastica all’ombra delle due vicine abbazie circestensi di Melrose e di Dryburg, che gli accesero l’amore per la Madonna e per la liturgia. A 13 anni, Giovanni frequenta gli studi conventuali della vicino Haddington, principale centro della conte di Berwich, in cui da poco si erano insediati i Francescani, che nella famiglia dei Duns trovarono dei grandi benefattori. E proprio in quell’anno, 1278, viene eletto Vicario della Scozia francescana, un uomo pio dotto e stimato da tutti, padre Elia Duns, zio paterno di Giovanni. Quando padre Elia ritornò nel suo convento di Dumfriers; condusse con sé anche il nipote per ammetterlo all’Ordine, facendo da garante per la sua costituzione sia fisica che spirituale, dal momento che Giovanni aveva appena 15 anni e che per diritto canonico occorrevano almeno 18 anni per entrare nel noviziato. Il silenzio della storia, in quest’anno di prova religiosa, è sovrano e solenne. Tutto sembra presagire che il giovane novizio si sia lasciato inebriare e affogare dall’amore di Dio, rivelato in Cristo Gesù, mediante la Vergine Madre. È un anno di grazia speciale e di esperienza mistica, secondo lo spirito giovanile ed entusiastico dell’ideale francescano, che promuoveva - bonaventurianamente - anche l’amore per lo studio come preghiera e lavoro. È nella notte del Natale 1281, quando Giovanni si preparava alla professione religiosa, che bisogna collocare l’episodio della dolce apparizione del Bambino Gesù tra le sue braccia, come segno del profondo suo amore verso la Vergine Madre. Profetico auspicio o logica deduzione? Tutti e due insieme. Poesia e teologia, mistica e metafisica si baciano in questo presagio di ineffabile grazia. La sua dottrina sul primato di Cristo e sull’immacolata Concezione ne fa fede. Terminati gli studi istituzionali che consentono di accedere al sacerdozio, il 17 marzo 1291, nella chiesa di S. Andrea a Northampton, Giovanni Duns Scoto riceve dal vescovo di Lincoln, Oliverio Sutton, l’ordine sacro. Aveva 25 anni compiti, secondo le conclusioni tratte dal Registrum Episcopale del vescovo. Per le sue ottime qualità intellettive e spirituali viene designato dai Superiori a frequentare il corso dottorale nella celebre Università di Parigi, ritenuta da tutti la “culla” e la “metropoli” della filosofia e della teologia in Occidente. Avrebbe dovuto conseguire il titolo accademico di Magister regens, nel 1303, ma la triste controversia tra il re di Francia, Filippo il Bello, e il papa Bonifacio VIII, ne ritarda il conseguimento nella primavera del 1305, quando le acque si erano momentaneamente calmate. La politica egemonica di Filippo il Bello aveva orientato verso di sé la quasi totalità dell’opinione pubblica francese. Ne è segno tangibile la spaccatura che si registra nello Studium generale francescano di Parigi: gli “appellanti” (68 firmatari) erano favorevoli al Re; mentre i “non-appellanti” (87 firmatari), al Papa. Nella lista dei “non-appellanti”, il nome di Johannes Scotus figura al 19° posto. La posta in gioco era molta alta. Ai “non-appellanti” veniva aperta la via dell’esilio con la confisca dei beni e la cessazione di ogni attività accademica. E Giovanni Duns Scoto, fedele alla Regola di Francesco d’Assisi, che raccomanda amore rispetto e riverenza al “Signor Papa”, il 25 giugno del 1303 prende la via dell’esilio, dimostrando profonda fede e grande coraggio. Nel novembre 1304, quando le acque si calmarono per la morte di Bonifacio VIII, il Ministro Generale dei Frati Minori, fr. Gonsalvo di Spagna, raccomanda, al superiore dello Studium di Parigi, Giovanni Duns Scoto per il Dottorato, con queste parole: «Affido alla vostra benevolenza il diletto padre Giovanni Scoto, della cui lodevole vita, della sua scienza eccellente e del suo ingegno sottilissimo, come delle altre virtù, sono pienamente informato sia per la lunga esperienza sia per la fama che dappertutto egli gode». E’ il primo e solenne “panegirico” Così il 26 marzo del 1305, Giovanni Duns Scoto riceve l’ambìto titolo di magister regens che gli permetteva di insegnare ubique e rilasciare titoli accademici. Ha goduto del titolo solo tre anni: due a Parigi e uno a Colonia. Dell’insegnamento parigino merita segnalare la storica disputa sostenuta nell’Aula Magna dell’Università (di Parigi), nei primi mesi del 1307, sulla Immacolata Concezione. I pochi mesi trascorsi a Colonia, invece, sono molto intensi e ricchi di attività: riorganizza lo Studium generale e combatte l’eresia dei Beguardi e delle Beghine (che negavano ogni autorità alla Chiesa, ogni valore ai Sacramenti, alla preghiera e alle opere di penitenza) e si ricorda anche l’estasi pubblica avvenuta durante una sua predica nella chiesa. L’intensa attività di lavoro, insieme alle conseguenze del viaggio da Parigi, mina la robusta costituzione e l’8 novembre 1308, Giovanni Duns Scoto entra nella pace del Signore, all’età di 43 anni.
Attualmente l’urna delle ossa del Beato Giovanni Duns Scoto è situata al centro della navata sinistra (guardando dall’ingresso) della chiesa francescana di Colonia nell’elegante e semplice sarcofago, costruito con pietra calcare di conchiglia di colore grigio, opera dello scultore Josef Hontgesberg. Tra i tanti motivi decorativi, è riprodotta l’antica iscrizione: Scotia me genuit Anglia me suscèpit Gallia me docuit Colonia me tenet.
La primitiva iscrizione tombale così recitava: «È chiuso questo ruscello, considerato fonte viva della Chiesa;
Maestro di giustizia, fiore degli studi e arca della sapienza. Di ingegno sottile, della Scrittura i misteri svela, in giovane età fu [rapito al cielo], ricordati dunque, di Giovanni. Lui, o Dio, ornato [di virtù] fa che sia beato in cielo. Per un [così gran] Padre involato inneggiamo con cuore grato al Signore. Fu [Duns Scoto] del clero guida, del chiostro luce e della verità [apostolo] intrepido».
La sua tomba a Colonia è mèta di continui pellegrinaggi. Anche Papa Giovanni Paolo II vi sostò in preghiera il 15 ottobre 1980, chiamandolo “torre spirituale della fede”. Dopo la pubblicazione del Decreto di Canonizzazione nel 6 luglio 1991, il Santo Padre ne confermò solennemente il culto il 20 marzo 1993.
Autore: Lauriola Giovanni ofm
BENEDETTO XVI
UDIENZA GENERALE
Mercoledì, 7 luglio 2010
Giovanni Duns Scoto
Cari fratelli e sorelle,
questa mattina voglio presentarvi un’altra figura importante nella storia della teologia: si tratta del beato Giovanni Duns Scoto, vissuto alla fine del secolo XIII. Un’antica iscrizione sulla sua tomba riassume le coordinate geografiche della sua biografia: “l’Inghilterra lo accolse; la Francia lo istruì; Colonia, in Germania, ne conserva i resti; in Scozia egli nacque”. Non possiamo trascurare queste informazioni, anche perché possediamo ben poche notizie sulla vita di Duns Scoto. Egli nacque probabilmente nel 1266 in un villaggio, che si chiamava proprio Duns, nei pressi di Edimburgo. Attratto dal carisma di san Francesco d’Assisi, entrò nella Famiglia dei Frati minori, e nel 1291, fu ordinato sacerdote. Dotato di un’intelligenza brillante e portata alla speculazione - quell’intelligenza che gli meritò dalla tradizione il titolo di Doctor subtilis, “Dottore sottile”- Duns Scoto fu indirizzato agli studi di filosofia e di teologia presso le celebri Università di Oxford e di Parigi. Conclusa con successo la formazione, intraprese l’insegnamento della teologia nelle Università di Oxford e di Cambridge, e poi di Parigi, iniziando a commentare, come tutti i Maestri del tempo, le Sentenze di Pietro Lombardo. Le opere principali di Duns Scoto rappresentano appunto il frutto maturo di queste lezioni, e prendono il titolo dai luoghi in cui egli insegnò: Ordinatio (in passato denominata Opus Oxoniense – Oxford), Reportatio Cantabrigiensis (Cambridge), Reportata Parisiensia (Parigi). A queste sono da aggiungere almeno i Quodlibeta (o Quaestiones quodlibetales), opera assai importante formata da 21 questioni su vari temi teologici. Da Parigi si allontanò quando, scoppiato un grave conflitto tra il re Filippo IV il Bello e il Papa Bonifacio VIII, Duns Scoto preferì l’esilio volontario, piuttosto che firmare un documento ostile al Sommo Pontefice, come il re aveva imposto a tutti i religiosi. Così – per amore alla Sede di Pietro –, insieme ai Frati francescani, abbandonò il Paese.
Tuttavia, i rapporti fra il re di Francia e il successore di Bonifacio VIII ritornarono ben presto amichevoli, e nel 1305 Duns Scoto poté rientrare a Parigi per insegnarvi la teologia con il titolo di Magister regens. Successivamente, i Superiori lo inviarono a Colonia come professore dello Studio teologico francescano, ma egli morì l’8 novembre del 1308, a soli 43 anni di età, lasciando, comunque, un numero rilevante di opere.
Pratica: Vivere nella libertà dei figli di Dio.
Preghiera: O Dio, che oggi ci allieti con la festa di san Giovanni Duns Scoto, fa’ che il ricordo della sua testimonianza evangelica segni un rinnovamento nella nostra vita. Per il nostro Signore.