4 NOVEMBRE 2020
S. CARLO BORROMEO, VESCOVO – MEMORIA
Fil 2,12-18; Sal 26 (27); Lc 14,25-33
Dal Martirologio: Memoria di san Carlo Borromeo, vescovo, che, fatto cardinale da suo zio il papa Pio IV ed eletto vescovo di Milano, fu in questa sede vero pastore attento alle necessità della Chiesa del suo tempo: indisse sinodi e istituì seminari per provvedere alla formazione del clero, visitò più volte tutto il suo gregge per incoraggiare la crescita della vita cristiana ed emanò molti decreti in ordine alla salvezza delle anime. Passò alla patria celeste il giorno precedente a questo.
Colletta: Custodisci nel tuo popolo, o Padre, lo spirito che animò il vescovo san Carlo, perché la tua Chiesa si rinnovi incessantemente, e sempre più conforme al modello evangelico, manifesti al mondo il vero volto del Cristo Signore. Egli è Dio, e vive e regna con te…
Paolo VI (Udienza Generale 25 Giugno 1969): Un cristianesimo facile: questa Ci sembra una delle aspirazioni più ovvie e più diffuse, dopo il Concilio. Facilità: la parola è seducente; ed è anche, in un certo senso, accettabile, ma può essere ambigua. Può costituire una bellissima apologia della vita cristiana, a intenderla come si deve; e potrebbe essere un travisamento, una concezione di comodo, un «minimismo» fatale. Bisogna fare attenzione.
Che il messaggio cristiano si presenti nella sua origine, nella sua essenza, nella intenzione salvatrice, nel disegno misericordioso che tutto lo pervade, come facile, felice, accettevole e comportabile, è fuori dubbio.
È una delle più sicure e confortanti certezze della nostra religione; sì, ben compreso, il cristianesimo è facile. Bisogna pensarlo così, presentarlo così, viverlo così. Lo ha detto Gesù stesso: «Il mio giogo è soave ed il mio peso è leggero» (Mt 11,30). Lo ha ripetuto, rimproverando ai Farisei, meticolosi e intransigenti, del suo tempo: «Compongono pesanti e insopportabili fardelli e li impongono sulle spalle degli uomini» (Mt 23,4 cfr. Mt 15,2, ss.). E una delle idee maestre di San Paolo non è stata quella di esonerare i nuovi cristiani dalla difficile, complicata e ormai superflua osservanza delle prescrizioni legali del Testamento anteriore a Cristo?
Si vorrebbe qualche cosa di simile anche per il nostro tempo, che è orientato verso concezioni spirituali semplici e fondamentali. Sintetiche e a tutti accessibili: non ha il Signore condensato nel sommo precetto dell’amor di Dio e in quello, che lo segue e ne deriva, dell’amore del prossimo, «tutta la legge ed i profeti» (Mt 22,40)? Lo esige la spiritualità dell’uomo moderno, quella dei giovani specialmente; lo reclama un’esigenza pratica d’apostolato e di penetrazione missionaria. Semplificare e spiritualizzare, cioè rendere facile l’adesione al cristianesimo; questa è la mentalità che sembra scaturire dal Concilio: niente giuridismo, niente dogmatismo, niente
Si vorrebbe qualche cosa di simile anche per il nostro tempo, che è orientato verso concezioni spirituali semplici e fondamentali. Sintetiche e a tutti accessibili: non ha il Signore condensato nel sommo precetto dell’amor di Dio e in quello, che lo segue e ne deriva, dell’amore del prossimo, «tutta la legge ed i profeti» (Mt 22,40)? Lo esige la spiritualità dell’uomo moderno, quella dei giovani specialmente; lo reclama un’esigenza pratica d’apostolato e di penetrazione missionaria. Semplificare e spiritualizzare, cioè rendere facile l’adesione al cristianesimo; questa è la mentalità che sembra scaturire dal Concilio: niente giuridismo, niente dogmatismo, niente ascetismo, niente autoritarismo, si dice con troppa disinvoltura: bisogna aprire le porte ad un cristianesimo facile. Si tende così ad emancipare la vita cristiana dalle così dette «strutture»; si tende a dare alle verità misteriose della fede una dimensione contenibile nel linguaggio corrente e comprensibile dalla forma mentale moderna, svincolandole dalle formulazioni scolastiche tradizionali e sancite dal magistero autorevole della Chiesa; si tende ad assimilare la nostra dottrina cattolica a quella delle altre concezioni religiose; si tende a sciogliere i vincoli della morale cristiana, qualificati volgarmente come «tabu», e delle sue pratiche esigenze di formazione pedagogica e di osservanza disciplinare, per concedere al cristiano, fosse pur egli un ministro dei «misteri di Dio» (1Cor 4,1; 2Cor 6,4) o un seguace della perfezione evangelica (cfr. Mt 19,21; Lc 14,33), una così detta integrazione con il modo di vivere della gente comune. Si vuole, ripetiamo, un cristianesimo facile, nella fede e nel costume.
Ma non si va oltre il confine di quell’autenticità, a cui tutti aspiriamo? Quel Gesù, che ci ha portato il suo vangelo di bontà, di gaudio e di pace, non ci ha forse anche esortati ad entrare «per la porta stretta» (Mt 7,13)? E non ha forse preteso una fede nella sua parola, che va oltre la capacità della nostra intelligenza? (cfr. Gv 6,62-67). E non ha Egli detto che «chi è fedele nel poco, è fedele ,anche nel molto» (Lc 16,10)? Non ha fatto Egli consistere l’opera della sua redenzione nel mistero della Croce, stoltezza e scandalo (1Cor 1,23) per questo mondo, mentre è condizione della nostra salvezza il parteciparvi?
Con parole chiare e mediante due severissime parabole vengono enunciate le condizioni poste a chi intende seguire Gesù come discepolo: distacco dai parenti, portare la propria croce, rinunziare ai beni.
Dal Vangelo secondo Luca 14,25-33: In quel tempo, una folla numerosa andava con Gesù. Egli si voltò e disse loro: «Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo. Colui che non porta la propria croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo. Chi di voi, volendo costruire una torre, non siede prima a calcolare la spesa e a vedere se ha i mezzi per portarla a termine? Per evitare che, se getta le fondamenta e non è in grado di finire il lavoro, tutti coloro che vedono comincino a deriderlo, dicendo: “Costui ha iniziato a costruire, ma non è stato capace di finire il lavoro”. Oppure quale re, partendo in guerra contro un altro re, non siede prima a esaminare se può affrontare con diecimila uomini chi gli viene incontro con ventimila? Se no, mentre l’altro è ancora lontano, gli manda dei messaggeri per chiedere pace. Così chiunque di voi non rinuncia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo».
Chi non porta la propria croce... - L’entusiasmo della folla non si affievolisce, e il seguito che accompagna il giovane Maestro si ingrossa come un fiume in piena: Gesù è in viaggio verso la Città santa ed è accompagnato da una «folla numerosa». Potrebbe fare piacere a chiunque questo consenso popolare, ma non al Cristo il quale ha sempre evitato certe manifestazioni di piazza. Inoltre, ha sempre dettato, senza infingimenti, norme ed esigenze per porsi alla sua sequela (Cf. Lc 9,57-62). Ora, rivolgendosi alla «folla numerosa» che andava con lui, Gesù pone come condicio sine qua non il distacco dagli affetti e dai legami parentali, l’obbligo di seguirlo per l’irta salita del Calvario e la rinunzia ai beni.
Quindi, per essere veramente annoverati tra le fila dei suoi discepoli, è necessario compiere la scelta radicale di anteporre lui ad ogni persona o cosa, preferendolo anche ai familiari e alle persone più care.
Un enorme sacrificio se pensiamo che ai tempi di Gesù il cardine di ogni relazione o convivenza sociale poggiava sull’istituzione della famiglia e del clan, una sorta di famiglia allargata.
Se uno... non mi ama più di quanto ami suo padre... Gesù esplicita in questo modo una gerarchia di valori, Dio viene al primo posto gli uomini al secondo. Gesù non domanda disinteresse o indifferenza verso i propri cari, ma il distacco completo e immediato (Cf. Lc 9,57-62) e non intende infrangere la Legge di Dio (il quarto comandamento), ma vuole orientare l’uomo a scegliere i veri valori che contano, in questo caso il vero valore che conta è Dio. Ad una scelta orizzontale, parenti, genitori, figli, Gesù impone al discepolo una scelta verticale: gli affetti familiari praticamente devono essere gradini che devono slanciare l’uomo verso Dio.
La seconda condizione è portare la croce. Di lì a poco, Gesù, dalle parole sarebbe passato ai fatti sfilando per le vie di Gerusalemme gravato dal peso insopportabile della croce sulla quale sarebbe morto svenato per la salvezza di tutti gli uomini. Il verbo «portare» (bastazo) significa portare qualcosa di molto pesante, che opprime. Il verbo (attivo indicativo presente) descrive un’azione che si sta svolgendo ora, in questo momento, con tendenza a durare verso un immediato futuro.
La croce è quella di Gesù senza orpelli aggiuntivi, senza interpretazioni metaforiche.
È il ruvido legno con annessi e connessi: persecuzioni, ingiurie, torture, delazioni, calunnie, odio gratuito... «quegli avvenimenti voluti o permessi da Dio, che ci fanno violenza, ci umiliano, ci causano dolore e pena e ci mettono alla prova in diverse maniere. Portare la croce significherà quindi entrare nelle intenzioni di Dio, che vede in questi avvenimenti degli strumenti della nostra salvezza; accettare o ricercare queste contrarietà come mezzi per far progredire il regno di Dio in noi e intorno a noi. Perché la croce sia meritoria per il Regno dei cieli deve essere accettata per amore di Dio; per volere seguire Cristo, bisogna volere tutto ciò che esige il suo amore» (Emilio Spinghetti).
Tanto richiede la vita cristiana: all’adorazione e all’amore è necessario aggiungere la riparazione e il patire. Quest’ultimo accettato volontariamente come stile di vita e non con entusiasmo effimero, con slancio di un’ora o di una settimana, ma «ogni giorno», senza sconti, senza respiro, senza riposo, fino alla fine: «Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua» (Lc 9,23). Chi vuol farsi compagno di Cristo, il patire è il distintivo irrinunciabile di questa scelta.
Con le due parabole, del costruttore e del re che muove guerra, Gesù vuole suggerire come la sequela cristiana comporti cautela, maturazione, serietà, propositi fermi. La scelta cristiana «non è cosa da poco, che si può fare a cuor leggero, con superficialità, senza soppesare la gravità dell’impegno che ci si assume. Pur ammettendo una gradualità, l’essere cristiano non è un distintivo o un diploma honoris causa, ma una decisione di volere mettere le proprie capacità, i propri talenti, il proprio tempo a disposizione di tutti prima che di se stessi, persino i propri averi» (Ortensio Da Spinetoli).
Chiunque di voi non rinuncia a tutti i suoi averi... Quello di Gesù non è un pauperismo a buon mercato o di bassa lega: la ricchezza è un pericolo mortale (Cf. 1Tm 6,10) e chi ha voluto giocare con essa ha riportato a casa le ossa rotte. Possono esserci delle eccezioni, avere delle ricchezze e non attaccarsi ad esse, ma sono solo eccezioni: è più facile che un cammello passi per una cruna d’ago che un ricco entri nel regno dei cieli (Cf. Lc 18,25)
Giovanni Paolo II (Omelia 4 Novembre 1984): San Carlo Borromeo fu grande pastore della Chiesa, prima di tutto perché egli stesso seguì Cristo-Buon Pastore.
Lo seguì con costanza, ascoltando le sue parole e attuandole in modo eroico. Il Vangelo divenne per lui la vera parola di vita, plasmandone i pensieri e il cuore, le decisioni e il comportamento.
Nel sacramento del Battesimo viene concepita in noi una nuova vita. “Noi sappiamo che siamo passati dalla morte alla vita”, sembrava ripetere Carlo Borromeo come l’apostolo, fin dalla fanciullezza ... “siamo passati dalla morte alla vita, perché amiamo i fratelli” (1Gv 3,14).
Proprio quest’amore ha fatto di lui uno straordinario discepolo e seguace di Cristo-Buon Pastore.
In giovane età egli venne nominato cardinale di santa romana Chiesa e arcivescovo di Milano; fu chiamato ad essere pastore della Chiesa, perché egli stesso si lasciò guidare dal Buon Pastore.
“Il Signore è il mio pastore ... / ad acque tranquille mi conduce. / Mi rinfranca, mi guida per il giusto cammino / per amore del suo nome” (Sal 23,1-3).
Quanto era importante, proprio in quell’epoca, andare “per il giusto cammino”. Quant’era importante avere in se stessi quella “alacrità” e la potenza dello Spirito da comunicare poi agli altri! Quant’era importante trovare riposo nel Signore stesso mediante la preghiera, la contemplazione e la stretta unione con lui tra le fatiche, i compiti e le sofferenze di questa vocazione straordinaria!
Non si impaurì per le minacce ed i pericoli
In mezzo a queste fatiche e lotte, proprie del servizio pastorale, Carlo Borromeo poteva ripetere, fissando gli occhi su Cristo: “Il tuo bastone e il tuo vincastro mi danno sicurezza” (Sal 23,4).
E così egli entrava nel suo popolo di Dio, nella sua Chiesa come vescovo e pastore, partecipando al mistero imperscrutabile di Cristo, eterno e unico pastore delle anime immortali, che abbraccia i secoli e le generazioni, innestando in essi la luce del “secolo futuro”.
Il secolo e la generazione in cui fu dato a Carlo di vivere e operare, non erano facili. Essi anzi appartenevano a tempi particolarmente difficili della storia della Chiesa.
Gli occhi fissi al suo Redentore e Sposo, il cardinale Borromeo sembrava ripetere col salmista: “Se dovessi camminare in una valle oscura, / non temerei alcun male, perché tu sei con me” (Sal 23,4).
San Carlo non si impaurì per le minacce e i pericoli che sovrastavano allora la Chiesa. Li seppe affrontare. Ebbe l’umiltà e la grandezza di vedute necessarie per dare un valido contributo al fine di portare a termine l’opera allora indispensabile del Concilio di Trento.
Siamo arrivati alla fine. Possiamo mettere in evidenza:
*** Chi non rinunzia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo. (Vangelo)
Nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.
La partecipazione al tuo sacramento, Signore,
ci comunichi lo spirito di fortezza che animò san Carlo
e lo rese fedele alla sua missione
e pronto a donare la vita per i fratelli.
Per Cristo, nostro Signore.
4 Novembre 2020
Beata Teresa Manganiello
La vita della Beata Teresa Manganiello fu breve, semplice e lineare, ma assai intensa, umanamente ricca e soprattutto degna di Dio. Visse soli 27 anni: dal 1° Gennaio dell’anno 1849 al 4 Novembre dell’anno 1876. Fu undicesima figlia dei genitori Romualdo Manganiello, contadino, e di Maria Rosaria Lepore, casalinga. Venne alla luce nella campagna di Montefusco nei pressi del convento cappuccino di S. Egidio a Montefusco. Ricevette il battesimo il giorno dopo la nascita nella chiesa palatina di S. Giovanni del Vaglio.
Trascorse l’infanzia, l’adolescenza e il restante corso della sua esistenza tra le mura domestiche e nell’ambito della sua contrada “Potenza”. Non frequentò scuole di sorta, trascorse i suoi anni assiduamente intenta alle faccende domestiche e spesso anche al lavoro dei campi. A giudicare dall’esterno Teresa appariva come una fanciulla ordinaria: giudiziosa, generosa, laboriosa, ubbidiente, particolarmente pia. Si divertiva con le coetanee, ma non condivideva la loro leggerezza e volubilità, anzi ne criticava coraggiosamente i discorsi frivoli, i frequenti accenni ai vestiti e agli amori. Ripeteva spesso con accenti seri e convinti che lei si sarebbe scelto un fidanzato da fare invidia a tutte. In effetti, già all’età di dodici anni fece voto di verginità. Era solita ripetere la sua convinzione, frutto sicuro di una rara maturità umana e morale: “Gli uomini promettono molto, ma mantengono poco”.Crescendo negli anni e divenuta ragazza, “bella di aspetto, sorridente e affabile con tutti, parlava e agiva con soavità e mitezza”, come la descrivono testimoni oculari, fu richiesta da non pochi ragazzi per sposa, ma lei costantemente rifiutò le richieste, perché voleva ad ogni costo restare fedele al suo divino fidanzato. Simili sentimenti e stato d’animo rivelano indubbiamente la chiara scelta di Teresa di voler spendere la sua vita per un ideale di servizio a Dio e al prossimo. Una sua sorella minore aveva scelto la vita religiosa; lei stessa espresse il forte desiderio di farsi suora, ma i genitori non vollero privarsi della sua preziosa ed operosa presenza in famiglia.
Sui diciotto anni spuntò per Teresa un’opportunità molto ambita di realizzare il suo vivo sogno di darsi pienamente a Dio e di instaurare uno stile di vita consacrata. Dal vicino convento cappuccino di Montefusco un nuovo e dinamico Superiore, Padre Lodovico Acernese, attuò un progetto di rinnovamento cristiano nel generale contesto antireligioso e corrotto della società di quel tempo. Con la predicazione e con l’esempio impiantò il Terz’Ordine Francescano, del quale fu, oltre che fondatore, anche dinamico Direttore. La giovane Teresa Manganiello fu subito entusiasta del progetto e seguì con trasporto la predicazione del fervoroso Padre Lodovico, che illustrava le finalità e le caratteristiche della nuova istituzione. Teresa restava incantata dello spirito di semplicità, di umiltà, di obbedienza, di spirito di sacrificio, di amore alla povertà che dovevano caratterizzare il Terz’Ordine sulla scia dell’esempio del Poverello di Assisi. Tornando in famiglia dopo la partecipazione attenta alle istruzioni del Direttore, mostrava tutta la sua gioia, e diceva a tutti che aveva finalmente trovato il suo tesoro, il suo mondo. E passò dall’entusiasmo verbale alla concreta adesione al nuovo ideale francescano. Il Direttore ha lasciato scritto che Teresa fu la prima ad iscriversi al Terz’Ordine, e ne ha ricordato anche la data:15 maggio 1870, quando Teresa era ventunenne.
Da quella data la vita della giovane Teresa ebbe due poli di attrazione e d’interesse preminenti: la casa e la chiesa dei Padri Cappuccini. Mentre continuava a svolgere le sue abituali mansioni domestiche, sotto la guida costante del suo padre Direttore percorse alacremente un cammino di spiritualità francescana. Di ognuna delle summenzionate virtù diede esempi ragguardevoli, alcuni dei quali anche veramente straordinari ed eroici. Divenne infatti un raro modello di semplicità e di umiltà. Così, mentre i religiosi e la gente la stimavano e l’ammiravano, lei con grande confusione si proclamava meritevole di disprezzo e si teneva nascosta. Apparve inoltre imbevuta di spirito di povertà; fu sempre contenta di un abito ordinario, rifiutando ogni proposta di abiti nuovi, e mai conobbe l’andazzo della moda. Dopo la professione dei tre Voti religiosi, emessi al termine dell’anno di noviziato, il 15 maggio 1871, indossò sempre l’abito di Terziaria con licenza del Papa Pio IX all’occasione di un viaggio fatto a Roma su proposta del suo Direttore. Si distinse poi in modo assai ammirato per il candore verginale di tutta la persona, sì da apparire ed essere reputata un “angelo”. Puro e diafano appariva il suo volto, puro il linguaggio, puro in ogni occasione il suo atteggiamento, purissimo lo sguardo. Il suo confessore assicura che mai una immaginazione impudica attraversò la sua mente. E d’altronde poneva ogni impegno nell’evitare che qualche sconcezza del mondo, anche ai suoi tempi molto corrotto, passasse dai suoi occhi all’anima. Era solita pregare la Vergine Immacolata con la seguente giaculatoria, che è tutto un programma: “Madre mia bella, fa che non entri in me quello che Gesù non vuole”. Assolutamente straordinaria fu poi la sua docilità ed obbedienza ai genitori e particolarmente al Direttore Padre Lodovico. Scattava ad un loro cenno; bastava che fosse certa di un loro desiderio, e lei si prodigava per soddisfarlo. Non si tirò mai indietro, tanto che ne restava sorpreso ed ammirato lo stesso Padre Lodovico, il quale più di una volta la mise alla prova. Evidentemente Teresa era riuscita a modulare la sua volontà, a sottomettere i suoi stessi istinti naturali, soprattutto l’innato orgoglio. Ciò non deve sorprendere dal momento che il suo modello era Gesù Cristo, che –come ci dice la Scrittura- si è umiliato fino alla morte e alla morte in Croce.
Gli accennati comportamenti virtuosi non possono essere il risultato di uno sforzo soltanto umano e naturale; le scienze psicologiche non bastano per spiegarli. Bisogna ricorrere a quella energia soprannaturale, che siamo abituati a chiamare Grazia divina, comunicata nel Battesimo e nutrita dai sacramenti, specialmente dall’Eucaristia. Teresa Manganiello ne fu abbondantemente perfusa. Soprattutto nell’ultimo periodo della sua vita, come Terziaria, la Fede, la Speranza, la Carità, la frequenza ai sacramenti furono l’alimento che sostennero e impinguarono la sua anima. Sotto il sole e sotto la pioggia, al soffiar del vento e con la neve Teresa non mancava mai di percorrere ogni mattina il tratto scosceso che dalla sua casa colonica portava alla chiesa dei Cappuccini. E bisognava vederla come pregava, sempre in ginocchio, e soprattutto con quanto raccoglimento e concentrazione riceveva la Comunione. E dire che spesso raggiungeva la chiesa dopo aver faticato ore per preparare l’impasto di pane abbondante per la numerosa famiglia.
Occorre ora accennare almeno a due altri aspetti salienti della personalità di questa giovane, che non per nulla la Chiesa ha deciso di annoverare tra i Beati. Impressiona anzitutto- fin quasi allo sgomento!- lo spirito penitenziale di Teresa. Dico: penitenza fisica-corporale, oltre che morale. Era solita dormire su secchi sarmenti, i “cardi”; spesso si dava colpi di disciplina fino al sangue. Lei diceva che Gesù glieli chiedeva per riparare i peccati del mondo. Digiunava abitualmente, e il parco cibo che prendeva lo mischiava talvolta abilmente con erbe amare. Portava addosso diversi strumenti di penitenza che si era costruiti da sola: una sorta di gilet cosparso di puntine acuminate di ferro, conservate e visibili. A molti di noi oggi un comportamento del genere può apparire incomprensibile. Ma per Teresa significava voler assomigliare a Gesù Cristo Crocifisso e dimostrarGli tutto il suo amore.
Teresa, in effetti, non soltanto soffriva per amore a Dio, ma era altresì tutta piena di amore per il prossimo. Dove per prossimo s’intendono anzitutto la larga parentela: i genitori, i fratelli, i nipotini. Per tutti si prodigava in favori, in quotidiani servizi con inalterata serenità. Sopportava anche offese e rimproveri ingiusti occasionali, e per tutti aveva parole gentili. La sua carità oltrepassava però abbondantemente il recinto di famiglia, e si esplicava sorprendentemente al di fuori. Prediligeva i tanti poveri, che bussavano alla porta di casa. Spesso erano straccioni, che chiedevano pane, o indumenti per coprire le carni nude e sporche. Era solita prendersi cura di garzoni dal capo coperto d’insetti. Diffusi erano a quel tempo disturbi della pelle, degli occhi, della bocca. Teresa si era costruita una sorta di farmacia rudimentale a base di erbe da lei stessa coltivate, che utilizzava per lenire la sofferenza di tanti.
Gli ultimi due anni circa di vita fu lei stessa malata. Mentre era in chiesa a S. Egidio un giorno ebbe uno sbocco di sangue; altri ne seguirono a breve distanza. Fu facile diagnosticare che era affetta dalla tubercolosi allora abbastanza diffusa. Gli ultimi mesi fu costretta a mettersi a letto, durante i quali rifulsero più che mai le sue eccellenti qualità umane e spirituali. Mai un lamento, ma sempre serena e gioiosa. Preghiera e contemplazione erano il suo passatempo. A quanti- e furono molti- la visitavano distribuiva sorrisi e parole di dolcezza. Medici specialisti, che la tenevano in cura, la trattavano con rispetto e con venerazione. Non soltanto non espresse mai preoccupazione per la sua salute, ma avvertita dal suo Padre Direttore e Confessore che si andava avvicinando la fine, reagì con un impeto di allegria: “Padre, che bella notizia mi date”. Evidentemente sentiva forte il desiderio dell’abbraccio con lo Sposo Divino. Spirò placidamente alle prime ore di venerdì 4 Novembre 1876.
Corse subito per le contrade di Montefusco e per i paesi vicini la notizia , e sulle labbra della gente risuonò il giudizio comune: “E’ morta la monachella santa”. Plebiscitaria fu la partecipazione alle esequie, durante le quali un padre cappuccino mise in luce i tratti caratteristici della giovane terziaria defunta, il cui ricordo ed ammirazione restarono vivi nei decenni a seguire.
Cinque anni dopo la morte, nella festa dell’Immacolata, Padre Lodovico fondava la Congregazione delle Suore Francescane Immacolatine, da lui progettata mentre Teresa era viva, e la poneva idealmente come sua pietra fondamentale e guida spirituale. In seguito, lo spirito di Teresa Manganiello e la sua figura di ragazza cristiana e di religiosa consacrata, hanno attraversato le pastoie del tempo fino ad emergere in tutta la loro eccellenza e singolarità attraverso approfondite ricerche storiche e documentali e ripetuti e qualificati esami teologici. Finché l’autorevole giudizio conclusivo del Supremo Pastore della Chiesa, Benedetto XVI, ci ha garantito che l’umile contadina di Montefusco è stata un autentico gioiello di grazia, di cui la Chiesa di Dio può menare vanto di fronte ad un mondo spesso millantatore di pseudo sapienza e di vana ricchezza. Per questo possiamo oggi godere nel Signore ed esaltare insieme il suo Nome. Amen.
Mons. Avv. Luigi Porsi, Postulatore
Card. Angelo Amato, SDB - Omelia tenuta a Benevento il 22 maggio 2010 in occasione della beatificazione della Venerabile Teresa Manganiello.
1. Cari fedeli, oggi, la Chiesa dichiara Beata la giovane Teresa Manganiello (1849-1876), la «merlettaia di Dio», «l’analfabeta sapiente», la «contadina maestra di vita». (FAUSTO BALDASSARRE, La merlettaia di Dio. Teresa Manganiello, Suore Francescane Immacolatine, Pietradefusi 1994-1995, tre volumi; L’«Analfabeta sapiente» di Montefusco, Teresa Manganiello, una vita straordinaria nell’ordinarietà, ib. 2002; LUIGI PORSI, Una contadina maestra di vita. Teresa Manganiello, Città Nuova, Roma 1998).
È un evento di grande decoro spirituale per la Chiesa particolare di Benevento, che vede una sua figlia elevata alla gloria dei beati, a edificazione di tutta la Chiesa cattolica. È un evento di gioia inesprimibile soprattutto per le Suore Francescane Immacolatine di Pietradefusi, che da tanto tempo attendevano questo giorno nella preghiera e nella conoscenza sempre più profonda della sua vita virtuosa e che vedono in Teresa l’ispiratrice, il modello e il sostegno della loro vocazione.
In Teresa si realizza quanto il Signore dice nel libro del profeta Gioele: «Io effonderò il mio spirito sopra ogni uomo e diverranno profeti i vostri figli e le vostre figlie; [...] i vostri giovani avranno visioni [...]. Chiunque invocherà il nome del Signore sarà salvato» (Gl 3,1-5). Teresa, l’umile contadinella di Montefusco, fu una creatura plasmata dallo Spirito Santo. Con lo sguardo rivolto al cielo, ella aveva sempre il nome di Dio sulle labbra, nel suo cuore e nella sua mente. Tutta la sua vita fu una contemplazione incessante di Dio Trinità, del Padre celeste, ricco di misericordia, del Figlio suo Gesù Cristo, morto sulla croce per i peccati dell’umanità, dello Spirito Santo, alla cui grazia la sua anima era sempre aperta. Undicesima figlia di una famiglia contadina, Teresa ebbe una vita semplice e serena. Visse nella contrada Potenza, poco distante dal convento di Sant’Egidio dei frati Cappuccini di Montefusco. Era dedita ai lavori dei campi, al servizio in casa e alla cura dei numerosi nipotini. Nonostante le molte faccende casalinghe, era attenta ai piccoli e spesso diceva: «I bambini mi li ha quietati la Madonna» (Positio, Dossier Integrativo, p. 54).
Sentendosi chiamata alla vita consacrata e non potendo attuare questa sua vocazione, perché i genitori non volevano privarsi del suo insostituibile aiuto, fu la prima a iscriversi al terz’ordine di San Francesco, ponendosi sotto la guida spirituale del Servo di Dio, il cappuccino Ludovico Acernese. Per lei la consacrazione a Gesù con la professione dei tre voti religiosi fu una tappa fondamentale della sua breve esistenza. Il 15 maggio 1871, dopo l’anno di noviziato, indossò l’abito di terziaria francescana, ottenendo dallo stesso papa Pio IX il permesso di portarlo pubblicamente. Per lei l’abito non era solo un vestito di stoffa, ma un vero e proprio progetto di santità. Era una veste da far risplendere nel mondo mediante i diamanti delle sue virtù, della sua fedeltà e della sua perseveranza. Finalmente aveva realizzato il sogno che aveva fin da piccola, avere «uno sposo che doveva fare invidia a tutti» (Positio, Dossier Integrativo, p. 74).
E qui ebbe inizio la sua trasfigurazione spirituale. Nel Vangelo abbiamo sentito proclamare la parola del Signore che dice: «Se qualcuno ha sete, venga a me, e beva chi crede in me. [...] dal suo grembo sgorgheranno fiumi di acqua viva» (Gv 7,37-38). Teresa si avvicinò al cuore di Gesù e bevve l’acqua fresca e zampillante della sua parola di vita, di verità e di gioia. La sua biblioteca non fu quella della scuola, da lei mai frequentata, ma quella della Parola di Dio, che nella quotidiana partecipazione alla Santa Messa la istruiva, la educava e la trasformava. La «monachella santa», come il popolo la chiamava, si dissetava a grandi sorsi alla sapienza divina e a poco a poco, la contadinella ignorante di Montefusco, diventò la giovane saggia, esempio e maestra di vita cristiana. «Metteva il bene nella testa di tutti, ai fratelli e agli amici», dice con felice sintesi un testimone (Positio, Dossier Integrativo, p. 96).
Se la storia è considerata come semplice successione di avvenimenti caotici e di esistenze segnate dagli errori dei singoli e dei popoli senza un approdo in Dio, allora la figura della nostra Beata diventa marginale e incomprensibile. Un scrittore Le testimonianze concordano che la sua pazienza nel sopportare le umiliazioni induceva alla bontà e alla conversione. Ad esempio, un sacerdote sospeso a divinis si ravvide perché edificato dalla santità di Teresa. Quest’ultimo episodio ha fatto sì che nella Congregazione delle Suore Francescane Immacolatine ci sia un impegno speciale di preghiera per i sacerdoti.
2. Ogni beatificazione ha una sua finalità pastorale. Che significato può avere questa giovane vissuta nell’Ottocento per noi che viviamo nel duemila? La risposta dipende dal giudizio che si dà alla storia dell’umanità in generale e al valore che si dà al singolo individuo. Uno scrittore italiano, Ennio Flaiano, affermava, con il pessimismo tipico della nostra cultura, che «la vita, se ha un significato (ma non lo ha) è proprio nella somma dei nostri errori spontanei e grossolani» (E. FLAIANO, Diario degli errori, Adelphi, Milano 2002, p. 7). È il messaggio che ci consegna oggi. Camminare sulla terra, vivere in mezzo ai nostri fratelli, ma con la mente e il cuore rivolti alla patria celeste. Nel pessimismo culturale odierno, urlato in mille modi dalla comunicazione quotidiana, la terra sembra l’anticamera dell’inferno, dove tutto è inganno, falsità e menzogna. Teresa, invece, con la sua semplicità e il suo ottimismo, sembra dire che la terra ospita anche persone buone, generose, oneste, la cui rettitudine non è sporcata dal fango della trasgressione e del peccato. Noi sappiamo che dove abbonda il peccato, lì lo Spirito santo immette in sovrabbondanza la sua grazia, facendo sbocciare fiori profumati anche in una palude melmosa.
3. Ma una risposta autorevole alla domanda sul significato oggi della nostra Beata ce la dà lo stesso Santo Padre Benedetto XVI nella sua lettera apostolica, che abbiamo letto. Delineando il valore della santità di Teresa, il Papa sottolinea tre caratteristiche della sua figura: la sua dedizione alla preghiera, il suo spirito di penitenza e il suo aiuto ai bisognosi. Teresa «brevem vitam sua dicavit orationi, paenitentiae et indigentibus iuvandis» (BENEDETTO XVI, Litterae Apostolicae, 15 maggio 2010. 8 Positio, p. 32).
A) Teresa pregava continuamente, in casa e fuori, senza rispetto umano. Dovunque si trovava, si inginocchiava al suono delle campane e recitava l’Angelus (Positio, p. 32). Dovunque si trovava, si inginocchiava al suono delle campane e recitava l’Angelus (Positio, p. 32). Di messa e comunione quotidiana, era assidua all’adorazione eucaristica e aveva una profonda devozione a Gesù Crocifisso. Quando pregava sembrava un Angelo, era come se vedesse il Signore a faccia a faccia. E tutto ciò faceva con spirito di fede, che era il suo terzo occhio spirituale, alla luce del quale osservava e valutava i fatti della vita. Una sua frequente giaculatoria era rivolta alla Madonna: «Mamma bella fa che non entri in me quel che Gesù non vuole» (Positio, Dossier Integrativo, p. 63). Alcuni parenti si tramandavano una preghiera della sera, appresa dalla bocca di Teresa: «Ave Maria della sera, il Signore ci ha benedetto e alla fine della giornata ci ha raccolto sotto un tetto. Sulla famiglia affaticata in quest’ora di riposo, egli scende a noi pietoso. L’Angelo Gabriele ci apre la via, col saluto: Ave Maria» (Positio, Dossier Integrativo, p. 128).
B) Nel Museo delle Suore a Pietradefusi si conservano i cilizi usati dalla Serva di Dio, discipline, flagelli e corpetto. Spesso sulle vivande Teresa buttava cenere ed erbe amare. Si picchiava con i cardi, afferma una teste affidabile. Recandosi alla santa messa, dava gli zoccoli alla sorella e lei camminava scalza (Positio, Dossier Integrativo, p. 93 ).
Preghiera e penitenza ella le faceva lontano da occhi indiscreti, in una grotta vicino a casa sua. In spirito di penitenza, accettò la malattia, la tubercolosi, con serenità e anche con gioia, soffrendo pene indicibili col sorriso sulle labbra. Oggi alcune di queste forme di penitenza sono inusuali e appaiono incomprensibili. Ma allora queste mortificazioni corporali erano frequenti per quelle anime assetate di perfezione. Venivano fatte sempre con l’esplicito permesso dei superiori religiosi, soprattutto dei padri spirituali, che erano severi in quel tempo. Per Teresa, lo spirito di mortificazione era conseguenza del suo desiderio di preghiera e di intima comunione con la passione di Cristo e con il suo sacrificio redentore. Nella storia della Chiesa ci sono sempre state le sante penitenti e riparatrici, come, ad esempio, santa Veronica, santa Giacinta, santa Rosa, la beata Ludovica, la beata Angela da Foligno, tutte sante terziarie, Santa Francesca delle Cinque Piaghe, santa Elisabetta d’Ungheria. Si può dire che la giovinezza di Teresa fu un vero olocausto riparatorio.
C) Teresa fu folgorata dalla santità di Dio, diventando incandescente di carità. Un testimone afferma che aveva dentro un fuoco ardente, un fiume straripante di amor di Dio. La sua carità verso il prossimo era proverbiale. Era generosa anzitutto in famiglia: fatiche, lavori, incombenze varie la trovavano sempre disponibile e generosa, di giorno e di notte, non solo per compiere la sua parte di servizi, ma anche per alleggerire la fatica alla madre, alle sorelle, alle stesse cognate. Particolarmente edificante fu il suo atteggiamento paziente e comprensivo verso una delle due cognate, che la insultava continuamente. Era generosa coi poveri, i pezzenti, i pidocchiosi, gli accattoni, che a quel tempo si aggiravano numerosi per i paesi e che bussavano alla sua porta. Ad essi, non soltanto dava pane, ma anche panni puliti. Insomma, per la nostra Beata la carità non era fatta di parole ma di gesti concreti e generosi.
4. Ma c’è un’ultima caratteristica, che rende attualissima la figura e il messaggio di Teresa, e che anche il Santo Padre menziona. Ella è l’ispiratrice della Congregazione delle Suore Francescane Immacolatine: «inspiratrix Congregationis Sororum Franciscalium Immaculatinarum». Questa benemerita congregazione riconosce nella nostra cara Beata la radice spirituale del loro istituto, la prima pietra vivente del loro edificio spirituale. Da Teresa le Suore attingono il desiderio di santificazione, di fede in Dio, di partecipazione al sacrificio redentore di Cristo, di obbedienza ai superiori, di umiltà nella concreta sopportazione delle umiliazioni. Teresa insegna loro la santità del quotidiano, vissuto praticando alla lettera il Vangelo, senza glossa alcuna. Se la nostra cultura non crede più all’inferno, ma fa di tutto per trasformare in inferno l’esistenza, Teresa, invece, crede nel Paradiso, e vive sulla terra trasformando i suoi pochi anni in momenti di luce e di splendore. È questo il grande dono pentecostale, che la Chiesa offre oggi a tutti noi: lo spettacolo intramontabile e edificante della santità. Don Bosco non aveva timore di dire ai suoi giovani: cari figlioli, è possibile farsi santi, è facile farsi santi, dobbiamo farci santi. La santità è possibile. La santità è possibile anche ai giovani d’oggi. Maria, la regina dei santi, preghi per noi. Amen.
Pratica: «Mamma bella fa che non entri in me quel che Gesù non vuole» (Beata Teresa Manganiello).
Preghiera: O Dio, che nell’amore verso di te e verso i fratelli hai compendiato i tuoi comandamenti, fa’ che ad imitazione della beata Teresa Manganiello dedichiamo la nostra vita a servizio del prossimo, per essere da te benedetti nel regno dei cieli. Per il nostro Signore.