6 NOVEMBRE 2020
 
VENERDÌ DELLA XXXI SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO
 
Fil 3,17 - 4,1; Sal 121 (122); Lc 16,1-8
 
Colletta: Dio onnipotente e misericordioso, tu solo puoi dare ai tuoi fedeli il dono di servirti in modo lodevole e degno; fa’ che camminiamo senza ostacoli verso i beni da te promessi. Per il nostro Signore Gesù Cristo…
 
Benedetto XVI (Omelia 23 Settembre 2007): “Il padrone lodò quell’amministratore disonesto perché aveva agito con scaltrezza” (Lc 16,8).
Ma che cosa vuole dirci Gesù con questa parabola? Con questa conclusione sorprendente? Alla parabola del fattore infedele, l’evangelista fa seguire una breve serie di detti e di ammonimenti circa il rapporto che dobbiamo avere con il denaro e i beni di questa terra. Sono piccole frasi che invitano ad una scelta che presuppone una decisione radicale, una costante tensione interiore. La vita è in verità sempre una scelta: tra onestà e disonestà, tra fedeltà e infedeltà, tra egoismo e altruismo, tra bene e male. Incisiva e perentoria la conclusione del brano evangelico: “Nessun servo può servire a due padroni: o odierà l’uno e amerà l’altro, oppure si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro”. In definitiva, dice Gesù, occorre decidersi: “Non potete servire a Dio e a mammona” (Lc 16,13). Mammona è un termine di origine fenicia che evoca sicurezza economica e successo negli affari; potremmo dire che nella ricchezza viene indicato l’idolo a cui si sacrifica tutto pur di raggiungere il proprio successo materiale e così questo successo economico diventa il vero dio di una persona. È necessaria quindi una decisione fondamentale tra Dio e mammona, è necessaria la scelta tra la logica del profitto come criterio ultimo nel nostro agire e la logica della condivisione e della solidarietà. La logica del profitto, se prevalente, incrementa la sproporzione tra poveri e ricchi, come pure un rovinoso sfruttamento del pianeta. Quando invece prevale la logica della condivisione e della solidarietà, è possibile correggere la rotta e orientarla verso uno sviluppo equo, per il bene comune di tutti. In fondo si tratta della decisione tra l’egoismo e l’amore, tra la giustizia e la disonestà, in definitiva tra Dio e Satana. Se amare Cristo e i fratelli non va considerato come qualcosa di accessorio e di superficiale, ma piuttosto lo scopo vero ed ultimo di tutta la nostra esistenza, occorre saper operare scelte di fondo, essere disposti a radicali rinunce, se necessario sino al martirio. Oggi, come ieri, la vita del cristiano esige il coraggio di andare contro corrente, di amare come Gesù, che è giunto sino al sacrificio di sé sulla croce.
Potremmo allora dire, parafrasando una considerazione di sant’Agostino, che per mezzo delle ricchezze terrene dobbiamo procurarci quelle vere ed eterne: se infatti si trova gente pronta ad ogni tipo di disonestà pur di assicurarsi un benessere materiale sempre aleatorio, quanto più noi cristiani dovremmo preoccuparci di provvedere alla nostra eterna felicità con i beni di questa terra (cfr Discorsi 359,10). Ora, l’unica maniera di far fruttificare per l’eternità le nostre doti e capacità personali come pure le ricchezze che possediamo è di condividerle con i fratelli, mostrandoci in tal modo buoni amministratori di quanto Iddio ci affida. Dice Gesù: “Chi è fedele nel poco, è fedele nel molto; e chi è disonesto nel poco, è disonesto anche nel molto” (Lc 16,10-11).
 
Gesù vuol insegnare ai suoi discepoli come fare buon uso del denaro, un tema caro all’evangelista Luca (cfr. 6,34-35; 12,13-34; 14,12-14; 18,18-27). L’uomo ricco è un proprietario con molti beni e l’amministratore è un amministratore negligente, non è un ladro, non è un uomo che approfitta dei beni che gli sono affidati o dati in affitto, è un uomo che sperpera la fortuna del padrone. L’uomo ricco venuto a sapere della negligenza dell’amministratore e gli chiede conto del suo operato.
Lo chiamò e gli disse: “Che cosa sento dire di te? Rendi conto della tua amministrazione, perché non potrai più amministrare, in questa nota si può mettere in evidenza la bontà del padrone, il quale non ha intenzione di prendere per la gola l’amministratore, ma solo di licenziarlo.
Essere licenziati significava per l’amministratore infedele trovarsi in una situazione assai precaria, da qui l’ingegnosa idea di falsificare le fatture, è il tentativo di farsi degli amici con cospicue regalie.
Il finale della parabola non va verso la condanna dell’amministratore infedele, ma verso l’assoluzione. E così alla fine l’amministratore è lodato, naturalmente non per la sua disonestà, ma per la sua scaltrezza. E il messaggio che Gesù vuol comunicare è abbastanza chiaro. Come i figli di questo mondo agiscono così per garantirsi il domani e una vita migliore, così i cristiani devono imitare la  loro accortezza, la loro inventiva, non per garantirsi un futuro di benessere materiale ma per guadagnarsi con accortezza e con la fedeltà alla Legge di Dio l’ingresso nel regno di Dio.
 
Dal vangelo secondo Luca 16,1-8: In quel tempo, Gesù diceva ai discepoli: «Un uomo ricco aveva un amministratore, e questi fu accusato dinanzi a lui di sperperare i suoi averi. Lo chiamò e gli disse: “Che cosa sento dire di te? Rendi conto della tua amministrazione, perché non potrai più amministrare”. L’amministratore disse tra sé: “Che cosa farò, ora che il mio padrone mi toglie l’amministrazione? Zappare, non ne ho la forza; mendicare, mi vergogno. So io che cosa farò perché, quando sarò stato allontanato dall’amministrazione, ci sia qualcuno che mi accolga in casa sua”. Chiamò uno per uno i debitori del suo padrone e disse al primo: “Tu quanto devi al mio padrone?”. Quello rispose: “Cento barili d’olio”. Gli disse: “Prendi la tua ricevuta, siediti subito e scrivi cinquanta”. Poi disse a un altro: “Tu quanto devi?”. Rispose: “Cento misure di grano”. Gli disse: “Prendi la tua ricevuta e scrivi ottanta”. Il padrone lodò quell’amministratore disonesto, perché aveva agito con scaltrezza. I figli di questo mondo, infatti, verso i loro pari sono più scaltri dei figli della luce».
 
Rendi conto della tua amministrazione - Un uomo ricco aveva un amministratore: la parabola va compresa collocandola nel suo originale contesto palestinese dove l’amministratore, solitamente un servo nato nella famiglia, agendo per conto del suo padrone, usava dei beni a lui affidati con una grande libertà. Come l’esattore delle tasse, il servo amministratore, oltre ad assicurare un profitto per il suo padrone, poteva accumulare ingenti guadagni personali ricorrendo anche all’usura.
Costretto da una delazione a rendere conto dell’amministrazione, il servo, vedendo dinanzi a sé un futuro di fame e stenti, decide di giocare d’astuzia. L’amministratore disonesto, decurtando notevolmente i debiti ai debitori del padrone, spera di mettere da parte un buon capitale di amicizie. Lo sconto operato è certamente una sostanziosa regalia, ma, come avviene in altre storie evangeliche, tutto è appositamente gonfiato, debiti e sconti, per rendere più chiara la «morale» del racconto.
Il padrone lodò quell’amministratore disonesto: il padrone non può non lodare l’astuzia del servo il quale ha agito con scaltrezza. Ed è appunto la scaltrezza o l’accortezza l’insegnamento che Gesù ricava dalla parabola per i discepoli.
Non vuole essere un giudizio morale: l’imbroglio è imbroglio e non è consentito fare il male perché ne derivi un bene. L’amministratore rimane disonesto e anche imbroglione; la morale della parabola è ben altra: i figli delle tenebre, i mondani, i non credenti, per conseguire i loro obiettivi, spesso malvagi o disonesti, sono capaci di aguzzare l’ingegno mettendo in campo fantasia, capacità intellettive e professionali, denaro, amicizie..., mentre i figli della luce, i credenti, i cristiani, spesso conoscono la sola forza dell’abulia, dell’inerzia.
Nella Chiesa, Corpo di Cristo, chi non opera per la sua crescita secondo la propria capacità e attività deve dirsi inutile per la Chiesa e per se stesso. Da qui l’invito a procurarsi la salvezza mettendo in campo anche la ricchezza disonesta (Lc 16,9). Disonesta perché spesso è frutto di loschi affari: l’avidità del denaro, «radice di tutti i mali» (1Tm 6,10), «ha corrotto molti e ha fatto deviare il cuore dei re» (Sir 8,2).
Sembra chiudersi qui l’insegnamento della parabola, ma in verità Gesù vuol tracciare ai discepoli un programma di vita che non può e non deve coincidere con quello dell’amministratore.
L’obiettivo che si pone il fattore infedele è il massimo godimento personale e la sicurezza della propria vita a discapito degli altri. È per questo che il fattore imbroglia il suo padrone. Disonesto e astuto, l’unico suo fine è quello di godersi le cose di questo mondo e, per farlo, non gli importa se gli altri vengono defraudati dei loro diritti. E Gesù qui è lapidario: i figli di questo mondo sono molto ingegnosi per raggiungere questo obiettivo e se è necessario anche calpestando e sfruttando gli altri!
E questo inequivocabilmente è disonesto e immorale, anche per una “morale laica”!
L’obiettivo che invece si deve porre il discepolo di Cristo deve andare per un’altra direzione, esattamente all’opposto di quello del fattore infedele.
Morto al peccato e risorto con Cristo, il discepolo, cerca le cose di lassù (Cf. Col 3,1) e suo obiettivo primario sono le gioie che si possono avere alla presenza di Dio (Cf. Sal 16,11), compiacendolo in ogni cosa e servendolo con amore di figlio. Per lui «il vivere è Cristo» e «il morire un guada gno» (Cf. Fil 1,21). Egli anela ad essere un giorno per sempre con Cristo (Cf. Fil 1,23), nella «casa del Padre» (Gv 14,1-3). Egli desidera «una patria» migliore, quella celeste (Cf. Eb 11,13-16). In questa ottica, per il credente, le cose di questo mondo, per quanto importanti, sono del tutto secondarie, anzi, le pone al servizio di Dio e della sua causa!
 
Norme dell’attività umana - Gaudium et spes 35: L’attività umana come deriva dall’uomo così è ordinata all’uomo.
L’uomo, infatti, quando lavora, non trasforma soltanto le cose e la società, ma perfeziona se stesso. Apprende molte cose, sviluppa le sue facoltà, esce da sé e si supera.
Tale sviluppo, se è ben compreso, vale più delle ricchezze esteriori che si possono accumulare. L’uomo vale più per quello che « è » che per quello che «ha».
Parimenti tutto ciò che gli uomini compiono allo scopo di conseguire una maggiore giustizia, una più estesa fraternità e un ordine più umano dei rapporti sociali, ha più valore dei progressi in campo tecnico. Questi, infatti, possono fornire, per così dire, la base materiale della promozione umana, ma da soli non valgono in nessun modo a realizzarla.
Pertanto questa è la norma dell’attività umana: che secondo il disegno di Dio e la sua volontà essa corrisponda al vero bene dell’umanità, e che permetta all’uomo, considerato come individuo o come membro della società, di coltivare e di attuare la sua integrale vocazione.
 
Siamo arrivati alla fine. Possiamo mettere in evidenza:
*** Chi osserva la  parola di Gesù Cristo in lui l’amore di Dio è veramente perfetto. (1Gv 2,5)
Nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.
 
Continua in noi, o Dio, la tua opera di salvezza,
perché i sacramenti che ci nutrono in questa vita
ci preparino a ricevere i beni promessi.
Per Cristo nostro Signore.  
 
6 Novembre 2020
 
Beata Cristina di Stommeln 
 
Cristina di Stommeln fu posseduta dal demonio per quasi tutta la sua esistenza. A leggere questo, molti diranno: “Ma come una beata?”.
Nasce a Stommeln (Colonia) col nome di Cristina Bruso nel 1242. Per rendersi conto di chi fosse questa straordinaria ragazza, è giusto sapere che all’età di sette anni, le fece visita, in una visione, un serafino, che la salutò dicendo: “Salve Cristina, piena di grazia, il Signore è con te; tu sei benedetta al di sopra delle altre donne; e benedetto è Gesù Cristo, il tuo sposo”. L’angelo le rivelò tanti altri segreti che per motivi di spazio non sono enunciati.
La Vergine Maria in persona all’età di nove anni le apparve e le insegnò la sequenza allo Spirito Santo. A dieci anni, le apparve Gesù che le disse: “Come Maria è stata predestinata nella mia saggezza per essere mia Madre, così tu lo sei stata per essere la mia sposa. Ma bisogna che tu soffra molto”.
A dodici anni iniziarono i problemi quando il padre volle darla in sposa, ma lei fuggì. A tredici anni, volendo partecipare ad una vita più religiosa, entrò nel beghinaggio di Colonia. Il beghinaggio era una Comunità di beghine o l’insieme degli edifici (piccole casette) dove alloggiavano le beghine; l’Istituto beghinale ebbe origine intorno al 1170 in Belgio, le aderenti fanno voto di Povertà, Castità e Obbedienza, ma solo temporaneamente, alcune di esse lasciano la comunità per sposarsi; trascorrono il tempo in preghiera, visitando i malati e facendo lavori di cucito e ricamo. Numerosissimi nel XIII secolo nei Paesi Bassi e in Germania, esistono tuttora in Belgio e Olanda. Ma Cristina, qualche anno dopo dovette lasciare la comunità, che tanto la soddisfaceva, per una malattia che l’aveva colpita.
Il 20 dicembre 1267 conobbe un giovane frate domenicano svedese, studente a Colonia, Pietro di Dacia († 1289) con il quale entrò in sintonia spirituale con una prevalenza epistolare; lo stesso domenicano scrisse la “Vita della beata fino al 1286”. La grande mistica ebbe estasi ed apparizioni e nel 1269 ricevé le stimmate, che divenivano visibili in certi periodi dell’anno, sulle mani e sui piedi. Fu provata per tutta la vita da molte sofferenze fisiche per lo più inflitte dai demoni. Per quattordici giorni il demonio una volta non la fece dormire. Cristina disse: “Ogni volta che mi stendo sul letto per dormire, mi invade un calore come se fossi immersa in acqua bollente e il mio corpo si riempie di vesciche”.
Nel 1284, quando l’esorcista chiese più volte il motivo di quei tormenti, il demonio disse che era per volontà divina. Infatti pronunciò queste parole: “Non è che per soddisfare il tuo desiderio di soffrire per gli altri”. Cristina poté godere di relativa tranquillità dal 1289 alla morte, avvenuta il 6 novembre 1312, a Stommeln, dove era nata. Nel 1342 le sue reliquie furono trasferite a Nideggen; dal 1568 riposano nella chiesa di Jülich.
Il suo culto fu approvato da San Pio X (Giuseppe Melchiorre Sarto, 1903-1914), il 22 agosto 1908.
 
Fonte principale: irpiniacattolica.altervista.org/; santiebeati.it (“RIV./gpm”).
 
Quanto operò Satana
Abbiamo la testimonianza del grande teologo Pietro di Dacia che si recò molte volte da Cristina e ha descritto ciò che aveva visto e udito di persona e con lui anche il curatore d’anime e direttore spirituale della Beata, il Parroco Giovanni. 
Il demonio era solito frustarla con delle spine dalla testa ai piedi, quando pregava assumeva la forma di un gallo, per infastidirla. Mentre dormiva il demonio una volta le gettò sul letto 4000 pulci. La veglia di Natale mentre pregava udì un toro che si scagliò verso di lei e le morse la testa. Il demonio la costrinse per quindici giorni al mutismo, ne soffrì talmente tanto che dal petto vomitò sangue.
Una sera pregò i frati domenicani che erano con lei per aiutarla, di uscire dalla sua cella, questo perché il demonio l’aveva minacciata di strapparle i vestiti di dosso. I frati si rifiutarono dicendole che l’avrebbero coperta con dei panni. Il demonio subito le strappò le maniche e il suo vestito di pelliccia, la beata disse: “Infelice, non sai che mio Padre potrà darmi degli altri vestiti!”. Il demonio portò via i brandelli strappati ma non osò fare di più. I frati quando non riuscivano ad entrare nella stanza udivano rompersi le ossa della santa, miracolosamente la ritrovavano in fin di vita ma sempre pronta alla battaglia. Per quattordici giorni il demonio una volta non la fece dormire. La beata disse: “Ogni volta che mi stendo sul letto per dormire, mi invade un calore come se fossi immersa in acqua bollente e il mio corpo si riempie di vesciche”.
I tormenti fin qui descritti non sono nulla, infatti mentre pregava, o camminava, delle volte alla beata Cristina arrivavano chili di escrementi che talvolta erano anche umani. Cristina dovette subire mortificazioni impensabili dalla mente umana. Più volte fu ricoperta di “sozzura” che il monio le infilava sotto i vestiti o sul volto anche quando stava a letto. La cosa terrificante è che i frati che l’assistevano avvertivano queste sostanze, come tiepide, Cristina le sentiva bollenti sul suo corpo.
Dei demoni nella festività della Beata Vergine, la picchiarono con martelli arroventati. Nel 1284, quando l’esorcista chiese più volte il motivo di quei tormenti, il demonio disse che era per volontà divina. Infatti pronunciò queste parole: “Non è che per soddisfare il tuo desiderio di soffrire per gli altri”. Cristina morì a sessant’anni, ma Gesù la chiamò a se dolcemente, con un magnifico profumo che usciva dal suo letto dopo averle ottenuto la liberazione pochi giorni prima il 6 Novembre di quello stesso anno.
 

La possessione diabolica
 
I. Il fenomeno. Con l’espressione possessione si indica la presenza del demonio in un corpo umano che, pertanto, non è più libero nelle sue azioni poiché diventa uno strumento cieco, docile, obbediente al potere di satana. La persona posseduta può attraversare periodi di crisi in cui l’azione diabolica si manifesta con maggiore evidenza e periodi di relativa calma dell’attività diabolica in essa. In ogni caso, non essendo cosciente, tale persona non è moralmente responsabile delle azioni che compie. Essendo il diavolo essere spirituale, può contemporaneamente essere in più persone o ve ne possono essere diversi in una sola persona.
Tra le azioni che compie l’indemoniato è facile osservare, prima di tutto, una forte e violenta avversione al sacro, che insorge improvvisa e immotivata in individui anche pii, resa più spettacolare da atteggiamenti ed espressioni duri e rabbiosi. Più spesso l’individuo vive con doppia personalità.
II. Sul piano spirituale. Il demonio può fare del male alla persona di cui si è impossessato, ma sempre entro i limiti imposti da Dio. Molti sono i tormenti che i demoni vorrebbero infliggere all’uomo, ma Dio non li permette tutti, come si vede nella storia di Giobbe. Grande è il potere di satana, ma rimane pur sempre controllato da un potere superiore, come afferma sant’ Agostino.
Perché Dio permette la possessione? Le manifestazioni sovrumane e raccapriccianti della possessione possono scuotere chi non crede né in Dio né nel diavolo, e con ciò riavvicinare a Dio gli atei; possono indirettamente rafforzare la fede dei credenti portandoli alla meditazione delle verità eterne. Inoltre, lo spettacolo dell’odio terribile che satana nutre nei riguardi dell’uomo e le sofferenze terribili ch’egli infligge agli indemoniati, possono portare i testimoni a lottare con maggior impegno contro le forze del maligno nonché a respingere le sue mosse e i suoi inganni.
Una grande mistica inglese del Medioevo, Giuliana di Norwich, chiedeva con insistenza a Cristo il perché del peccato nella vita degli uomini. Il Signore la invitò ad un atto di fiducia in Dio, la cui provvidenza dirige tutti e tutto verso il vero bene dell’uomo. Fede e pazienza le consigliò Gesù: « Alla fine, tu stessa vedrai che tutto (quello che oggi ti sconcerta) era per il vostro vero bene». Quando «vedremo Dio faccia a faccia - afferma il CCC - conosceremo pienamente le vie, lungo le quali, anche attraverso i drammi del male e del peccato, Dio avrà condotto la sua creazione...» (n. 314).
 
Bibliografia: C. Balducci, La possessione diabolica, Roma 19889; F.M. Catherinet, Gli indemoniati nel Vangelo, in Aa.Vv., Satana, Milano 1953, 185‑198; R. Laurentin, Il demonio: mito o realtà?, Milano 1995; J. Lhermitte, Le pseudopossessioni diaboliche, in Aa.Vv., Satana, o.c., 299‑318; Id., Veri e falsi ossessi, Vicenza 1957; I. Mischo, La «possessione diabolica». Sulla psicologia delle reazioni irrazionali, in W. Kasper - K. Lehmann (edd.), Diavolo - demoni - possessione, Brescia 1983, 112‑168; T. Ortolan, Démoniaques, in DTC IV, 409‑414; L. Roure, s.v., in Ibid. XII, 2635‑2647; A. Veronnet, La possession diabolique. Étude critique à propos d’un fait récent, in Revue du clergé français, 37 (1903‑1904), 570‑602; G.I. Waffelaert, Possession diabolique, in Aa.Vv., Dictionnaire apologétique de la foi catholique IV, Paris 1928, 53‑81.
 
Autore: G. Huber
 
Paolo VI (Discorso, 15 Novembre 1972)
 
Vi sono segni, e quali, della presenza dell’azione diabolica? La risposta alla prima domanda impone molta cautela, anche se i segni del maligno sembrano talora farsi evidenti. Potremo supporre la sua sinistra azione là dove la negazione di Dio si fa radicale, sottile ed assurda, dove la menzogna si afferma ipocrita e potente contro la verità evidente, dove l’amore è spento da un egoismo freddo e crudele, dove il nome di Cristo è impugnato con odio cosciente e ribelle, dove lo spirito del Vangelo è mistificato e smentito, dove la disperazione si afferma come ultima parola... Ma è diagnosi troppo ampia e difficile, per noi che non osiamo ora approfondire e autenticare, non però priva per tutti di drammatico interesse, cui anche la letteratura moderna ha dedicato pagine famose. 
 
Pratica: Accoglierò con gioia quanto la Provvidenza dispone per il mio bene.
 
Preghiera: O Dio, che hai chiamato la beata Caterina a servirti nel silenzio e nella solitudine, per la sua intercessione e il suo esempio donaci di conservare, nella dispersione della vita quotidiana, una continua unione con te. Per il nostro Signore.

 


5 NOVEMBRE 2020
 
GIOVEDÌ DELLA XXXI SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO
 
Fil 3,3-8a; Sal 104 (105); Lc 15,1-10
 
 
Colletta: Dio onnipotente e misericordioso, tu solo puoi dare ai tuoi fedeli il dono di servirti in modo lodevole e degno; fa’ che camminiamo senza ostacoli verso i beni da te promessi. Per il nostro Signore Gesù Cristo…
 
Misericordiae Vultus 9: Nelle parabole dedicate alla misericordia, Gesù rivela la natura di Dio come quella di un Padre che non si dà mai per vinto fino a quando non ha dissolto il peccato e vinto il rifiuto, con la compassione e la misericordia. Conosciamo queste parabole, tre in particolare: quelle della pecora smarrita e della moneta perduta, e quella del padre e i due figli (cfr Lc 15,1-32). In queste parabole, Dio viene sempre presentato come colmo di gioia, soprattutto quando perdona. In esse troviamo il nucleo del Vangelo e della nostra fede, perché la misericordia è presentata come la forza che tutto vince, che riempie il cuore di amore e che consola con il perdono.
Da un’altra parabola, inoltre, ricaviamo un insegnamento per il nostro stile di vita cristiano. Provocato dalla domanda di Pietro su quante volte fosse necessario perdonare, Gesù rispose: «Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette» (Mt 18,22), e raccontò la parabola del “servo spietato”. Costui, chiamato dal padrone a restituire una grande somma, lo supplica in ginocchio e il padrone gli condona il debito. Ma subito dopo incontra un altro servo come lui che gli era debitore di pochi centesimi, il quale lo supplica in ginocchio di avere pietà, ma lui si rifiuta e lo fa imprigionare. Allora il padrone, venuto a conoscenza del fatto, si adira molto e richiamato quel servo gli dice: «Non dovevi anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?» (Mt 18,33). E Gesù concluse: «Così anche il Padre mio celeste farà con voi se non perdonerete di cuore, ciascuno al proprio fratello» (Mt 18,35).
La parabola contiene un profondo insegnamento per ciascuno di noi. Gesù afferma che la misericordia non è solo l’agire del Padre, ma diventa il criterio per capire chi sono i suoi veri figli. Insomma, siamo chiamati a vivere di misericordia, perché a noi per primi è stata usata misericordia. Il perdono delle offese diventa l’espressione più evidente dell’amore misericordioso e per noi cristiani è un imperativo da cui non possiamo prescindere. Come sembra difficile tante volte perdonare! Eppure, il perdono è lo strumento posto nelle nostre fragili mani per raggiungere la serenità del cuore. Lasciar cadere il rancore, la rabbia, la violenza e la vendetta sono condizioni necessarie per vivere felici. Accogliamo quindi l’esortazione dell’apostolo: «Non tramonti il sole sopra la vostra ira» (Ef 4,26). E soprattutto ascoltiamo la parola di Gesù che ha posto la misericordia come un ideale di vita e come criterio di credibilità per la nostra fede: «Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia» (Mt 5,7) è la beatitudine a cui ispirarsi con particolare impegno in questo Anno Santo.
Come si nota, la misericordia nella Sacra Scrittura è la parola-chiave per indicare l’agire di Dio verso di noi. Egli non si limita ad affermare il suo amore, ma lo rende visibile e tangibile. L’amore, d’altronde, non potrebbe mai essere una parola astratta. Per sua stessa natura è vita concreta: intenzioni, atteggiamenti, comportamenti che si verificano nell’agire quotidiano. La misericordia di Dio è la sua responsabilità per noi. Lui si sente responsabile, cioè desidera il nostro bene e vuole vederci felici, colmi di gioia e sereni. È sulla stessa lunghezza d’onda che si deve orientare l’amore misericordioso dei cristiani. Come ama il Padre così amano i figli. Come è misericordioso Lui, così siamo chiamati ad essere misericordiosi noi, gli uni verso gli altri.
 
Per i farisei e gli scribi il mondo si divide in due fronti, in uno vi sono tutti i pubblicani e i peccatori, nell’altro i giusti, cioè loro. E chi ragiona diversamente è un nemico della Legge e della stabilità del governo del popolo d’Israele, e quindi va soppresso, eliminato fisicamente. Una logica che non fa una piega e che porterà Gesù, l’unico, vero Giusto, sulla croce. Forse nella nota di Luca, si avvicinavano a Gesù tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo, c’è un po’ di esagerazione ma ci fa comprendere come finalmente il popolo riusciva a comprendere da che parte stava la verità e la misericordia. Una comprensione mal digerita dalle guide spirituali del popolo eletto. E bisogna aggiungere che alla grettezza dei farisei e degli scribi, e alla facilità di emettere sentenze e condanne va assommata la mancanza di gioia, che è sinonimo di meschinità e tristezza, e che al dire di Montesquieu la “tristezza viene dalla solitudine del cuore”. Farisei e scribi, soli in un mondo fantastico fabbricato da loro distorta interpretazione della Legge di Dio che nelle intenzioni di Dio poggiava in modo particolare su tre pilastri: l’amore, la misericordia  e il perdono, ma da loro vistosamente e abbondantemente disattesa.
La gioia dei farisei e degli scribi che deriva dal sentirsi giusti è insana, falsa e inconsulta. Una gioia che non tracima, che non raggiunge il mondo è una gioia ipocrita, infida, bugiarda. E a denunciarlo sono le due parabole che Gesù racconta ai farisei e agli scribi. Parabole che mettono in evidenza l’amore misericordioso e generoso di Dio che perdona. Il Padre rivelato da Gesù è un Padre che accoglie tutti i pubblicani e i peccatori perché non gode della morte dei peccatori, ma che i peccatori si convertano dalla loro malvagità e vivano (cfr. Ez 33,11).  Quindi innanzi tutto la misericordia, ma nel Vangelo di Luca vi è un di più ed è la gioia di Dio che ha ritrovato quello che era perduto; il gioioso peso della pecora smarrita che sulle spalle del pastore ritorna a casa: la gioia è un tema onnipresente nel Vangelo di Luca (1,47; 2,10; 6,23; 10,20.21; 15,5.7; etc.).
 
Dal Vangelo secondo Luca 15,1-10: In quel tempo, si avvicinavano a Gesù tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro». Ed egli disse loro questa parabola: «Chi di voi, se ha cento pecore e ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e va in cerca di quella perduta, finché non la trova? Quando l’ha trovata, pieno di gioia se la carica sulle spalle, va a casa, chiama gli amici e i vicini e dice loro: “Rallegratevi con me, perché ho trovato la mia pecora, quella che si era perduta”. Io vi dico: così vi sarà gioia nel cielo per un solo peccatore che si converte, più che per novantanove giusti i quali non hanno bisogno di conversione. Oppure, quale donna, se ha dieci monete e ne perde una, non accende la lampada e spazza la casa e cerca accuratamente finché non la trova? E dopo averla trovata, chiama le amiche e le vicine, e dice: “Rallegratevi con me, perché ho trovato la moneta che avevo perduto”. Così, io vi dico, vi è gioia davanti agli angeli di Dio per un solo peccatore che si converte».
 
La pecora ritrovata: Giovanni Paolo II (Omelia, 27 gennaio 1999): Nella lettura del Vangelo che abbiamo appena ascoltato, san Luca usa la figura del Buon Pastore per parlare di questo amore divino. Il Buon Pastore è un’immagine cara a Gesù nei Vangeli. Rispondendo ai Farisei che si lamentavano perché riceveva i peccatori mangiando con loro, il Signore pone loro una domanda: Chi di voi se ha cento pecore e ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e va dietro a quella perduta, finché non la ritrova? «Ritrovatala, se la mette in spalla tutto contento, va a casa, chiama gli amici e i vicini dicendo: Rallegratevi con me, perché ho trovato la mia pecora che era perduta» (Lc 15,5-6). Questa parabola sottolinea la gioia di Cristo e del nostro Padre celeste per ogni peccatore che si pente. L’amore di Dio è un amore che ci cerca. È un amore salvifico. Questo è l’amore che troviamo nel Cuore di Gesù. Quando conosciamo l’amore che è nel Cuore di Cristo, sappiamo che ogni persona, ogni famiglia, ogni popolo sulla faccia della terra può riporre la propria fiducia in tale Cuore. Abbiamo sentito dire a Mosè: «Tu infatti sei un popolo consacrato al Signore tuo Dio [...] Il Signore si è legato a voi e vi ha scelti [...] perché il Signore vi ama» (Dt 7,6-8). Sin dai tempi dell’Antico Testamento, il fulcro della storia della salvezza è rappresentato dall’amore inesauribile, dalla predilezione di Dio e dalla nostra risposta umana a tale amore. La nostra fede è la risposta all’amore e alla predilezione di Dio.
 
Oppure, quale donna, se ha dieci monete… - Benedetto Prete (I Quattro Vangeli): versetto 8 O anche quale donna...? La seconda parabola è introdotta con la stessa forma interrogativa della prima; ambedue le parabole inoltre sono affini nello sviluppo dell’azione, come si è già rilevato. Luca ama questo procedimento letterario di abbinare fatti e parabole (si ricordi l’abbinamento delle parabole del chicco di senape e del lievito, Lc., 13,18-21; quello del costruttore della torre e del re che muove alla guerra, Lc., 14,28-12). Se ha dieci dramme e ne perde una; il numero 10 che non è molto elevato non ha importanza per il racconto, esso tuttavia rappresenta per una donna di modeste possibilità economiche una discreta somma, accumulata senza dubbio dopo lunghi e sudati risparmi. La dramma attica era una moneta d’argento di grammi 4,36; sotto l’impero romano era scesa a grammi 3,40. Scopa la casa; in genere le abitazioni palestinesi erano assai modeste e consistevano in un unico vano. Nel versetti i vari particolari descrittivi illustrano un unico concetto, cioè: la sollecitudine ansiosa con la quale la donna cerca la piccola moneta smarrita.
versetto 9 Una donna si confida facilmente con le vicine; qui tuttavia il fatto è descritto con vivezza di colori, perché è ordinato a dar rilievo al principio dottrinale che interessa all’autore.
versetto 10 Vi sarà gioia tra gli angeli di Dio...; l’idea è identica a quella già espressa al versetto 7. «Gli angeli di Dio»: è una circonlocuzione per designare Dio (cf. Lc., 12,8-9). Con le parabole della pecora smarrita e della dramma ritrovata il Maestro giustifica pienamente la sua condotta nei confronti dei pubblicani e dei peccatori (cf. versetti 1-2) ed illumina i suoi ascoltatori sui sentimenti di amore che Dio nutre verso i lontani e gli smarriti. Le stesse parabole inoltre servono a sottolineare lo scopo che il Salvatore si è proposto nella sua attività missionaria; in occasione della conversione di Zaccheo si dirà espressamente che «il Figlio dell’uomo è venuto a cercare e salvare ciò che era perduto» (Lc., 19,10).
 
La gioia è il filo conduttore delle due parabole raccontate da Luca. Un elemento essenziale nella riflessione di queste due parabole è la consapevolezza della gioia di Dio. L’atteggiamento di Dio si manifesta, dunque, non nel rimprovero, che sarebbe giusto e motivato secondo la logica umana, ma nella gioia per la pecorella e la monetina ritrovate. E questa gioia divina che esplode “nel cielo” e “davanti agli angeli”, è l’aspetto più stupefacente, e consolante, dell’esperienza intensa della riconciliazione con Dio. Con l’incarnazione di Cristo la gioia invade la faccia della terra come un fiume in piena. In Gesù le promesse si adempiono e il regno di Dio viene inaugurato nella gioia. Giovanni Battista esulta di gioia nel grembo della madre all’avvicinarsi del Redentore (Lc 1,44): è l’amico dello sposo che esulta di gioia alla voce dello sposo (Gv 3,28). Maria esprime i suoi sentimenti nel Magnificat che è il canto della gioia per eccellenza: «Vicina al Cristo, essa ricapitola in sé tutte le gioie, essa vive la gioia perfetta promessa alla Chiesa: Mater plena sanctae laetitiae, e giustamente i suoi figli qui in terra, volgendosi verso colei che è madre della speranza e madre della grazia, la invocano come la causa della loro gioia: Causa nostrae laetitiae» (Paolo VI). Per il cristiano, la gioia è il frutto dello Spirito Santo (Gal 5,22) ed è l’elemento fondante del regno di Dio (Rom 14,17). La gioia cristiana nasce dalla carità (1Cor 13,6), dalla fede (1Pt 1,3-9; Fil 1,25), dalla speranza e dalla preghiera perseverante (Rom 12,12; 15,13). Si irrobustisce nelle prove e nelle persecuzioni procurando una quantità smisurata ed eterna di gloria (2Cor 4,17). Pur «afflitto da varie prove», il cristiano esulta di «indicibile gioia» (1Pt 1,8); vive nella gioia e la manifesta a tutti gli uomini: «Siate sempre lieti nel Signore, ve lo ripeto: siate lieti. La vostra amabilità sia nota a tutti. Il Signore è vicino!» (Fil 4,4-5). La gioia cristiana diventa così per gli uomini il segno reale della venuta del Signore e del suo perdono.
 
Siamo arrivati alla fine. Possiamo mettere in evidenza:
*** Vi sarà gioia nel cielo per un solo peccatore che si converte. (Vangelo)
Nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.
 
Continua in noi, o Dio, la tua opera di salvezza,
perché i sacramenti che ci nutrono in questa vita
ci preparino a ricevere i beni promessi.
Per Cristo nostro Signore.  

5 Novembre 2020
 
San Guido Maria Conforti
Vescovo e fondatore dei
“Missionari Saveriani
 
Guido Maria Conforti, ottavo dei dieci figli di Rinaldo, agricoltore benestante, e Antonia Adorni, nasce a Casalora di Ravadese il 30 maggio 1865. A Parma compì tutti i suoi studi, dapprima presso i Fratelli delle scuole cristiane, dove frequentò le primarie, poi presso il Seminario Diocesano, allora diretto da mons. Andrea Carlo Ferrari. Negli anni del seminario, Guido Maria Conforti intraprende la lettura di una biografia di S. Francesco Saverio, il missionario gesuita annunciatore del messaggio di Cristo in tutta l’Asia fino a Sancian, alle porte della Cina, dove spirò nel 1552. Il Conforti è affascinato dalla figura del Saverio e si sente invitato a continuarne l’opera rimasta incompiuta: è la scintilla ispiratrice della sua nuova vocazione: la vocazione missionaria. Superando non pochi ostacoli dovuti alla sua fragile salute, il Conforti viene ordinato sacerdote nel santuario di Fontanellato (Parma) il 22 settembre 1888.  
Non dimenticando la sua vocazione iniziale, il 3 dicembre 1895 fondò l’Istituto emiliano per le missione estere, per la formazione del clero missionario, ufficialmente approvato dal vescovo il 3 dicembre 1898 come “Congregazione di San Francesco Saverio per le missioni estere”.
Alla congregazione venne affidata particolarmente l’evangelizzazione della Cina e, nel 1901, durante la rivolta dei Boxer, venne ucciso anche Caio Restelli, il primo saveriano a subire il martirio.
Il 9 giugno 1902 Papa Leone XIII (Vincenzo Gioacchino Pecci, 1878-1903) lo nominò arcivescovo di Ravenna e il Conforti ricevette l’ordine episcopale il 12 luglio successivo. Purtroppo la sua malferma salute si aggrava e, dopo soli due anni, dovrà rinunciare all’incarico dell’archidiocesi di Ravenna; ritorna così a Parma nel suo Istituto missionario dove può seguire la formazione dei giovani aspiranti missionari.
Ma nuovi incarichi lo attendono: S. Pio X (Giuseppe Sarto, 1903-1914) lo nomina inizialmente Coadiutore con diritto di successione al vescovo di Parma, diocesi che sarà chiamato a reggere nel 1907 per quasi 25 anni. L’istruzione religiosa è il punto capitale dei suo impegno pastorale.
Affrontando fatiche e disagi senza tregua, compie cinque volte la visita pastorale, celebra due sinodi diocesani, istituisce e promuove l’Azione Cattolica, specialmente giovanile. Cura in modo particolare la cultura e la santità del clero, la formazione dei laici, le associazioni cattoliche, la stampa cattolica, le missioni al popolo, i Congressi eucaristici, mariani e missionari.
Il 12 aprile 1912 ordinò nella cattedrale di Parma Luigi Calza, il primo saveriano chiamato al ministero episcopale, nominato Amministratore apostolico di Cheng-Chow, in Cina.
Il 20 novembre 1920 la Congregazione per l’evangelizzazione dei popoli approvò definitivamente le Costituzioni della Società e il 24 ottobre 1921 il Prefetto della Congregazione nominò Conforti, in quanto fondatore, Superiore Generale dei Saveriani vita natural durante.
Nel 1928 Guido Maria Conforti si recò anche a visitare le missioni saveriane nella regione cinese dell’Honan occidentale. Tornato a Parma riprende l’attività pastorale, ma la sua salute si aggrava e il 5 novembre 1931, ricevuti il Sacramento degli infermi e il Viatico, professata pubblicamente la propria fede e implorato Dio per il suo clero e il suo popolo, Guido Maria Conforti si addormenta nel Signore. Il suo funerale vede la partecipazione di tutta Parma e nell’omelia mons. Cazzani, vescovo di Cremona, si chiede: “È un funerale questo o un trionfo? È il funerale di un uomo caduto sotto la falce della morte o è il trionfo di un santo esaltato alla gloria del cielo?San Giovanni Paolo II (Karol Józef Wojtyła, 1978-2005) lo ha beatificato il 17 marzo 1996.
Guido Maria Conforti è stato dichiarato santo domenica 23 ottobre 2011, sul sagrato della Basilica Vaticana, nel corso di una celebrazione presieduta da Papa Benedetto XVI (Joseph Ratzinger, 2005-2013).
Guido Maria Conforti fu anche compositore di musica sacra. Pianista e organista, scrisse “Io credo risorgerò”, “Mira il tuo popolo o bella Signora” e altri inni alla Madonna, per organo e coro. 
 
Benedetto XVI
 
Omelia, 17 Marzo 2011
 
 Venerati Fratelli nell’Episcopato e nel Sacerdozio, cari fratelli e sorelle!
La nostra Liturgia domenicale si arricchisce oggi di diversi motivi di ringraziamento e di supplica a Dio. Mentre, infatti, celebriamo con tutta la Chiesa la Giornata Missionaria Mondiale - appuntamento annuale che intende risvegliare lo slancio e l’impegno per la missione –, rendiamo lode al Signore per tre nuovi Santi: il Vescovo Guido Maria Conforti, il sacerdote Luigi Guanella e la religiosa Bonifacia Rodríguez de Castro. Con gioia rivolgo il mio saluto a tutti i presenti, in particolare alle Delegazioni ufficiali e ai numerosi pellegrini venuti per festeggiare questi tre esemplari discepoli di Cristo.
La Parola del Signore, risuonata poc’anzi nel Vangelo, ci ha ricordato che tutta la Legge divina si riassume nell’amore. L’Evangelista Matteo racconta che i farisei, dopo che Gesù ebbe risposto ai sadducei chiudendo loro la bocca, si riunirono per metterlo alla prova (cfr 22,34-35). Uno di questi interlocutori, un dottore della legge, gli chiese: “Maestro, nella Legge, qual è il grande comandamento?” (v. 36). Alla domanda, volutamente insidiosa, Gesù risponde con assoluta semplicità: «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. Questo è il grande e primo comandamento» (vv. 37-38). In effetti, l’esigenza principale per ognuno di noi è che Dio sia presente nella nostra vita. Egli deve, come dice la Scrittura, penetrare tutti gli strati del nostro essere e riempirli completamente: il cuore deve sapere di Lui e lasciarsi toccare da Lui; e così anche l’anima, le energie del nostro volere e decidere, come pure l’intelligenza e il pensiero. E’ un poter dire come san Paolo: “non vivo più io, ma Cristo vive in me” (Gal 2,20).
Subito dopo, Gesù aggiunge qualcosa che, in verità, non era stato richiesto dal dottore della legge: «Il secondo poi è simile a quello: Amerai il tuo prossimo come te stesso» (v. 39). Dichiarando che il secondo comandamento è simile al primo, Gesù lascia intendere che la carità verso il prossimo è importante quanto l’amore a Dio. Infatti, il segno visibile che il cristiano può mostrare per testimoniare al mondo l’amore di Dio è l’amore dei fratelli. Quanto provvidenziale risulta allora il fatto che proprio oggi la Chiesa indichi a tutti i suoi membri tre nuovi Santi che si sono lasciati trasformare dalla carità divina e ad essa hanno improntato l’intera loro esistenza. In diverse situazioni e con diversi carismi, essi hanno amato il Signore con tutto il cuore e il prossimo come se stessi «così da diventare modello per tutti i credenti» (1Ts 1,7).
Il Salmo 17, poc’anzi proclamato, invita ad abbandonarsi con fiducia nelle mani del Signore, che è “fedele al suo consacrato” (v. 51). Questo atteggiamento interiore ha guidato la vita e il ministero di san Guido Maria Conforti. Fin da quando, ancora fanciullo, dovette superare l’opposizione del padre per entrare in Seminario, diede prova di un carattere fermo nel seguire la volontà di Dio, nel corrispondere in tutto a quella caritas Christi che, nella contemplazione del Crocifisso, lo attraeva a sé. Egli sentì forte l’urgenza di annunciare questo amore a quanti non ne avevano ancora ricevuto l’annuncio, e il motto “Caritas Christi urget nos” (cfr 2Cor 5,14) sintetizza il programma dell’Istituto missionario a cui egli, appena trentenne, diede vita: una famiglia religiosa posta interamente a servizio dell’evangelizzazione, sotto il patrocinio del grande apostolo dell’Oriente san Francesco Saverio. Questo slancio apostolico san Guido Maria fu chiamato a viverlo nel ministero episcopale prima a Ravenna e poi a Parma: con tutte le sue forze si dedicò al bene delle anime a lui affidate, soprattutto di quelle che si erano allontanate dalla via del Signore. La sua vita fu segnata da numerose prove, anche gravi. Egli seppe accettare ogni situazione con docilità, accogliendola come indicazione del cammino tracciato per lui dalla Provvidenza divina; in ogni circostanza, anche nelle sconfitte più mortificanti, seppe riconoscere il disegno di Dio, che lo guidava ad edificare il suo Regno soprattutto nella rinuncia a sé stesso e nell’accettazione quotidiana della sua volontà, con un abbandono confidente sempre più pieno. Egli per primo sperimentò e testimoniò quello che insegnava ai suoi missionari, che cioè la perfezione consiste nel fare la volontà di Dio, sul modello di Gesù Crocifisso. San Guido Maria Conforti tenne fisso il suo sguardo interiore sulla Croce, che dolcemente lo attirava a sé; nel contemplarla egli vedeva spalancarsi l’orizzonte del mondo intero, scorgeva l’“urgente” desiderio, nascosto nel cuore di ogni uomo, di ricevere e di accogliere l’annuncio dell’unico amore che salva [...]. “Ti amo, Signore, mia forza”. Così, cari fratelli e sorelle, abbiamo acclamato con il Salmo responsoriale. Di tale amore appassionato per Dio sono segno eloquente questi tre nuovi Santi. Lasciamoci attrarre dai loro esempi, lasciamoci guidare dai loro insegnamenti, affinché tutta la nostra esistenza diventi testimonianza di autentico amore verso Dio e verso il prossimo.
Ci ottenga questa grazia la Vergine Maria, la Regina dei Santi, e anche l’intercessione di san Guido Maria Conforti, di san Luigi Guanella e di santa Bonifacia Rodríguez de Castro. Amen.
 
Pratica:
Ti amo, Signore, mia forza
 
Preghiera: O Dio, che nell’amore verso di te e verso i fratelli hai compendiato i tuoi comandamenti, fa’ che ad imitazione di san Guido Maria Conforti dedichiamo la nostra vita a servizio del prossimo, per essere da te benedetti nel regno dei cieli. Per il nostro Signore.

 


 

 4 NOVEMBRE 2020
 
S. CARLO BORROMEO, VESCOVO – MEMORIA
 
Fil 2,12-18; Sal 26 (27); Lc 14,25-33
 
Dal Martirologio: Memoria di san Carlo Borromeo, vescovo, che, fatto cardinale da suo zio il papa Pio IV ed eletto vescovo di Milano, fu in questa sede vero pastore attento alle necessità della Chiesa del suo tempo: indisse sinodi e istituì seminari per provvedere alla formazione del clero, visitò più volte tutto il suo gregge per incoraggiare la crescita della vita cristiana ed emanò molti decreti in ordine alla salvezza delle anime. Passò alla patria celeste il giorno precedente a questo.
 
Colletta: Custodisci nel tuo popolo, o Padre, lo spirito che animò il vescovo san Carlo, perché la tua Chiesa si rinnovi incessantemente, e sempre più conforme al modello evangelico, manifesti al mondo il vero volto del Cristo Signore. Egli è Dio, e vive e regna con te…
 
Paolo VI (Udienza Generale 25 Giugno 1969): Un cristianesimo facile: questa Ci sembra una delle aspirazioni più ovvie e più diffuse, dopo il Concilio. Facilità: la parola è seducente; ed è anche, in un certo senso, accettabile, ma può essere ambigua. Può costituire una bellissima apologia della vita cristiana, a intenderla come si deve; e potrebbe essere un travisamento, una concezione di comodo, un «minimismo» fatale. Bisogna fare attenzione.
Che il messaggio cristiano si presenti nella sua origine, nella sua essenza, nella intenzione salvatrice, nel disegno misericordioso che tutto lo pervade, come facile, felice, accettevole e comportabile, è fuori dubbio.
È una delle più sicure e confortanti certezze della nostra religione; sì, ben compreso, il cristianesimo è facile. Bisogna pensarlo così, presentarlo così, viverlo così. Lo ha detto Gesù stesso: «Il mio giogo è soave ed il mio peso è leggero» (Mt 11,30). Lo ha ripetuto, rimproverando ai Farisei, meticolosi e intransigenti, del suo tempo: «Compongono pesanti e insopportabili fardelli e li impongono sulle spalle degli uomini» (Mt 23,4 cfr. Mt 15,2, ss.). E una delle idee maestre di San Paolo non è stata quella di esonerare i nuovi cristiani dalla difficile, complicata e ormai superflua osservanza delle prescrizioni legali del Testamento anteriore a Cristo?
Si vorrebbe qualche cosa di simile anche per il nostro tempo, che è orientato verso concezioni spirituali semplici e fondamentali. Sintetiche e a tutti accessibili: non ha il Signore condensato nel sommo precetto dell’amor di Dio e in quello, che lo segue e ne deriva, dell’amore del prossimo, «tutta la legge ed i profeti» (Mt 22,40)? Lo esige la spiritualità dell’uomo moderno, quella dei giovani specialmente; lo reclama un’esigenza pratica d’apostolato e di penetrazione missionaria. Semplificare e spiritualizzare, cioè rendere facile l’adesione al cristianesimo; questa è la mentalità che sembra scaturire dal Concilio: niente giuridismo, niente dogmatismo, niente
Si vorrebbe qualche cosa di simile anche per il nostro tempo, che è orientato verso concezioni spirituali semplici e fondamentali. Sintetiche e a tutti accessibili: non ha il Signore condensato nel sommo precetto dell’amor di Dio e in quello, che lo segue e ne deriva, dell’amore del prossimo, «tutta la legge ed i profeti» (Mt 22,40)? Lo esige la spiritualità dell’uomo moderno, quella dei giovani specialmente; lo reclama un’esigenza pratica d’apostolato e di penetrazione missionaria. Semplificare e spiritualizzare, cioè rendere facile l’adesione al cristianesimo; questa è la mentalità che sembra scaturire dal Concilio: niente giuridismo, niente dogmatismo, niente ascetismo, niente autoritarismo, si dice con troppa disinvoltura: bisogna aprire le porte ad un cristianesimo facile. Si tende così ad emancipare la vita cristiana dalle così dette «strutture»; si tende a dare alle verità misteriose della fede una dimensione contenibile nel linguaggio corrente e comprensibile dalla forma mentale moderna, svincolandole dalle formulazioni scolastiche tradizionali e sancite dal magistero autorevole della Chiesa; si tende ad assimilare la nostra dottrina cattolica a quella delle altre concezioni religiose; si tende a sciogliere i vincoli della morale cristiana, qualificati volgarmente come «tabu», e delle sue pratiche esigenze di formazione pedagogica e di osservanza disciplinare, per concedere al cristiano, fosse pur egli un ministro dei «misteri di Dio» (1Cor 4,1; 2Cor 6,4) o un seguace della perfezione evangelica (cfr. Mt 19,21; Lc 14,33), una così detta integrazione con il modo di vivere della gente comune. Si vuole, ripetiamo, un cristianesimo facile, nella fede e nel costume.
Ma non si va oltre il confine di quell’autenticità, a cui tutti aspiriamo? Quel Gesù, che ci ha portato il suo vangelo di bontà, di gaudio e di pace, non ci ha forse anche esortati ad entrare «per la porta stretta» (Mt 7,13)? E non ha forse preteso una fede nella sua parola, che va oltre la capacità della nostra intelligenza? (cfr. Gv 6,62-67). E non ha Egli detto che «chi è fedele nel poco, è fedele ,anche nel molto» (Lc 16,10)? Non ha fatto Egli consistere l’opera della sua redenzione nel mistero della Croce, stoltezza e scandalo (1Cor 1,23) per questo mondo, mentre è condizione della nostra salvezza il parteciparvi?
 
Con parole chiare e mediante due severissime parabole vengono enunciate le condizioni poste a chi intende seguire Gesù come discepolo: distacco dai parenti, portare la propria croce, rinunziare ai beni.
 
Dal Vangelo secondo Luca 14,25-33: In quel tempo, una folla numerosa andava con Gesù. Egli si voltò e disse loro: «Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo. Colui che non porta la propria croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo. Chi di voi, volendo costruire una torre, non siede prima a calcolare la spesa e a vedere se ha i mezzi per portarla a termine? Per evitare che, se getta le fondamenta e non è in grado di finire il lavoro, tutti coloro che vedono comincino a deriderlo, dicendo: “Costui ha iniziato a costruire, ma non è stato capace di finire il lavoro”. Oppure quale re, partendo in guerra contro un altro re, non siede prima a esaminare se può affrontare con diecimila uomini chi gli viene incontro con ventimila? Se no, mentre l’altro è ancora lontano, gli manda dei messaggeri per chiedere pace. Così chiunque di voi non rinuncia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo».
 
Chi non porta la propria croce... - L’entusiasmo della folla non si affievolisce, e il seguito che accompagna il giovane Maestro si ingrossa come un fiume in piena: Gesù è in viaggio verso la Città santa ed è accompagnato da una «folla numerosa». Potrebbe fare piacere a chiunque questo consenso popolare, ma non al Cristo il quale ha sempre evitato certe manifestazioni di piazza. Inoltre, ha sempre dettato, senza infingimenti, norme ed esigenze per porsi alla sua sequela (Cf. Lc 9,57-62). Ora, rivolgendosi alla «folla numerosa» che andava con lui, Gesù pone come condicio sine qua non il distacco dagli affetti e dai legami parentali, l’obbligo di seguirlo per l’irta salita del Calvario e la rinunzia ai beni.
Quindi, per essere veramente annoverati tra le fila dei suoi discepoli, è necessario compiere la scelta radicale di anteporre lui ad ogni persona o cosa, preferendolo anche ai familiari e alle persone più care.
Un enorme sacrificio se pensiamo che ai tempi di Gesù il cardine di ogni relazione o convivenza sociale poggiava sull’istituzione della famiglia e del clan, una sorta di famiglia allargata.
Se uno... non mi ama più di quanto ami suo padre... Gesù esplicita in questo modo una gerarchia di valori, Dio viene al primo posto gli uomini al secondo. Gesù non domanda disinteresse o indifferenza verso i propri cari, ma il distacco completo e immediato (Cf. Lc 9,57-62) e non intende infrangere la Legge di Dio (il quarto comandamento), ma vuole orientare l’uomo a scegliere i veri valori che contano, in questo caso il vero valore che conta è Dio. Ad una scelta orizzontale, parenti, genitori, figli, Gesù impone al discepolo una scelta verticale: gli affetti familiari praticamente devono essere gradini che devono slanciare l’uomo verso Dio.
La seconda condizione è portare la croce. Di lì a poco, Gesù, dalle parole sarebbe passato ai fatti sfilando per le vie di Gerusalemme gravato dal peso insopportabile della croce sulla quale sarebbe morto svenato per la salvezza di tutti gli uomini. Il verbo «portare» (bastazo) significa portare qualcosa di molto pesante, che opprime. Il verbo (attivo indicativo presente) descrive un’azione che si sta svolgendo ora, in questo momento, con tendenza a durare verso un immediato futuro.
La croce è quella di Gesù senza orpelli aggiuntivi, senza interpretazioni metaforiche.
È il ruvido legno con annessi e connessi: persecuzioni, ingiurie, torture, delazioni, calunnie, odio gratuito... «quegli avvenimenti voluti o permessi da Dio, che ci fanno violenza, ci umiliano, ci causano dolore e pena e ci mettono alla prova in diverse maniere. Portare la croce significherà quindi entrare nelle intenzioni di Dio, che vede in questi avvenimenti degli strumenti della nostra salvezza; accettare o ricercare queste contrarietà come mezzi per far progredire il regno di Dio in noi e intorno a noi. Perché la croce sia meritoria per il Regno dei cieli deve essere accettata per amore di Dio; per volere seguire Cristo, bisogna volere tutto ciò che esige il suo amore» (Emilio Spinghetti).
Tanto richiede la vita cristiana: all’adorazione e all’amore è necessario aggiungere la riparazione e il patire. Quest’ultimo accettato volontariamente come stile di vita e non con entusiasmo effimero, con slancio di un’ora o di una settimana, ma «ogni giorno», senza sconti, senza respiro, senza riposo, fino alla fine: «Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua» (Lc 9,23). Chi vuol farsi compagno di Cristo, il patire è il distintivo irrinunciabile di questa scelta.
Con le due parabole, del costruttore e del re che muove guerra, Gesù vuole suggerire come la sequela cristiana comporti cautela, maturazione, serietà, propositi fermi. La scelta cristiana «non è cosa da poco, che si può fare a cuor leggero, con superficialità, senza soppesare la gravità dell’impegno che ci si assume. Pur ammettendo una gradualità, l’essere cristiano non è un distintivo o un diploma honoris causa, ma una decisione di volere mettere le proprie capacità, i propri talenti, il proprio tempo a disposizione di tutti prima che di se stessi, persino i propri averi» (Ortensio Da Spinetoli).
Chiunque di voi non rinuncia a tutti i suoi averi... Quello di Gesù non è un pauperismo a buon mercato o di bassa lega: la ricchezza è un pericolo mortale (Cf. 1Tm 6,10) e chi ha voluto giocare con essa ha riportato a casa le ossa rotte. Possono esserci delle eccezioni, avere delle ricchezze e non attaccarsi ad esse, ma sono solo eccezioni: è più facile che un cammello passi per una cruna d’ago che un ricco entri nel regno dei cieli (Cf. Lc 18,25)
 
Giovanni Paolo II (Omelia 4 Novembre 1984): San Carlo Borromeo fu grande pastore della Chiesa, prima di tutto perché egli stesso seguì Cristo-Buon Pastore.
Lo seguì con costanza, ascoltando le sue parole e attuandole in modo eroico. Il Vangelo divenne per lui la vera parola di vita, plasmandone i pensieri e il cuore, le decisioni e il comportamento.
Nel sacramento del Battesimo viene concepita in noi una nuova vita. “Noi sappiamo che siamo passati dalla morte alla vita”, sembrava ripetere Carlo Borromeo come l’apostolo, fin dalla fanciullezza ... “siamo passati dalla morte alla vita, perché amiamo i fratelli” (1Gv 3,14).
Proprio quest’amore ha fatto di lui uno straordinario discepolo e seguace di Cristo-Buon Pastore.
In giovane età egli venne nominato cardinale di santa romana Chiesa e arcivescovo di Milano; fu chiamato ad essere pastore della Chiesa, perché egli stesso si lasciò guidare dal Buon Pastore.
“Il Signore è il mio pastore ... / ad acque tranquille mi conduce. / Mi rinfranca, mi guida per il giusto cammino / per amore del suo nome” (Sal 23,1-3).
Quanto era importante, proprio in quell’epoca, andare “per il giusto cammino”. Quant’era importante avere in se stessi quella “alacrità” e la potenza dello Spirito da comunicare poi agli altri! Quant’era importante trovare riposo nel Signore stesso mediante la preghiera, la contemplazione e la stretta unione con lui tra le fatiche, i compiti e le sofferenze di questa vocazione straordinaria!
Non si impaurì per le minacce ed i pericoli
In mezzo a queste fatiche e lotte, proprie del servizio pastorale, Carlo Borromeo poteva ripetere, fissando gli occhi su Cristo: “Il tuo bastone e il tuo vincastro mi danno sicurezza” (Sal 23,4).
E così egli entrava nel suo popolo di Dio, nella sua Chiesa come vescovo e pastore, partecipando al mistero imperscrutabile di Cristo, eterno e unico pastore delle anime immortali, che abbraccia i secoli e le generazioni, innestando in essi la luce del “secolo futuro”.
Il secolo e la generazione in cui fu dato a Carlo di vivere e operare, non erano facili. Essi anzi appartenevano a tempi particolarmente difficili della storia della Chiesa.
Gli occhi fissi al suo Redentore e Sposo, il cardinale Borromeo sembrava ripetere col salmista: “Se dovessi camminare in una valle oscura, / non temerei alcun male, perché tu sei con me” (Sal 23,4).
San Carlo non si impaurì per le minacce e i pericoli che sovrastavano allora la Chiesa. Li seppe affrontare. Ebbe l’umiltà e la grandezza di vedute necessarie per dare un valido contributo al fine di portare a termine l’opera allora indispensabile del Concilio di Trento.
 
Siamo arrivati alla fine. Possiamo mettere in evidenza:
*** Chi non rinunzia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo. (Vangelo)
Nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.
 
La partecipazione al tuo sacramento, Signore,
ci comunichi lo spirito di fortezza che animò san Carlo
e lo rese fedele alla sua missione
e pronto a donare la vita per i fratelli.
Per Cristo, nostro Signore.

4 Novembre 2020
 
Beata Teresa Manganiello
 
La vita della Beata Teresa Manganiello fu breve, semplice e lineare, ma assai intensa, umanamente ricca e soprattutto degna di Dio. Visse soli 27 anni: dal 1° Gennaio dell’anno 1849 al 4 Novembre dell’anno 1876. Fu undicesima figlia dei genitori Romualdo Manganiello, contadino, e di Maria Rosaria Lepore, casalinga. Venne alla luce nella campagna di Montefusco nei pressi del convento cappuccino di S. Egidio a Montefusco. Ricevette il battesimo il giorno dopo la nascita nella chiesa palatina di S. Giovanni del Vaglio.
Trascorse l’infanzia, l’adolescenza e il restante corso della sua esistenza tra le mura domestiche e nell’ambito della sua contrada “Potenza”. Non frequentò scuole di sorta, trascorse i suoi anni assiduamente intenta alle faccende domestiche e spesso anche al lavoro dei campi. A giudicare dall’esterno Teresa appariva come una fanciulla ordinaria: giudiziosa, generosa, laboriosa, ubbidiente, particolarmente pia. Si divertiva con le coetanee, ma non condivideva la loro leggerezza e volubilità, anzi ne criticava coraggiosamente i discorsi frivoli, i frequenti accenni ai vestiti e agli amori. Ripeteva spesso con accenti seri e convinti che lei si sarebbe scelto un fidanzato da fare invidia a tutte. In effetti, già all’età di dodici anni fece voto di verginità. Era solita ripetere la sua convinzione, frutto sicuro di una rara maturità umana e morale: Gli uomini promettono molto, ma mantengono poco”.
Crescendo negli anni e divenuta ragazza, “bella di aspetto, sorridente e affabile con tutti, parlava e agiva con soavità e mitezza”, come la descrivono testimoni oculari, fu richiesta da non pochi ragazzi per sposa, ma lei costantemente rifiutò le richieste, perché voleva ad ogni costo restare fedele al suo divino fidanzato. Simili sentimenti e stato d’animo rivelano indubbiamente la chiara scelta di Teresa di voler spendere la sua vita per un ideale di servizio a Dio e al prossimo. Una sua sorella minore aveva scelto la vita religiosa; lei stessa espresse il forte desiderio di farsi suora, ma i genitori non vollero privarsi della sua preziosa ed operosa presenza in famiglia.
Sui diciotto anni spuntò per Teresa un’opportunità molto ambita di realizzare il suo vivo sogno di darsi pienamente a Dio e di instaurare uno stile di vita consacrata. Dal vicino convento cappuccino di Montefusco un nuovo e dinamico Superiore, Padre Lodovico Acernese, attuò un progetto di rinnovamento cristiano nel generale contesto antireligioso e corrotto della società di quel tempo. Con la predicazione e con l’esempio impiantò il Terz’Ordine Francescano, del quale fu, oltre che fondatore, anche dinamico Direttore. La giovane Teresa Manganiello fu subito entusiasta del progetto e seguì con trasporto la predicazione del fervoroso Padre Lodovico, che illustrava le finalità e le caratteristiche della nuova istituzione. Teresa restava incantata dello spirito di semplicità, di umiltà, di obbedienza, di spirito di sacrificio, di amore alla povertà che dovevano caratterizzare il Terz’Ordine sulla scia dell’esempio del Poverello di Assisi. Tornando in famiglia dopo la partecipazione attenta alle istruzioni del Direttore, mostrava tutta la sua gioia, e diceva a tutti che aveva finalmente trovato il suo tesoro, il suo mondo. E passò dall’entusiasmo verbale alla concreta adesione al nuovo ideale francescano. Il Direttore ha lasciato scritto che Teresa fu la prima ad iscriversi al Terz’Ordine, e ne ha ricordato anche la data:15 maggio 1870, quando Teresa era ventunenne.
Da quella data la vita della giovane Teresa ebbe due poli di attrazione e d’interesse preminenti: la casa e la chiesa dei Padri Cappuccini. Mentre continuava a svolgere le sue abituali mansioni domestiche, sotto la guida costante del suo padre Direttore percorse alacremente un cammino di spiritualità francescana. Di ognuna delle summenzionate virtù diede esempi ragguardevoli, alcuni dei quali anche veramente straordinari ed eroici. Divenne infatti un raro modello di semplicità e di umiltà. Così, mentre i religiosi e la gente la stimavano e l’ammiravano, lei con grande confusione si proclamava meritevole di disprezzo e si teneva nascosta. Apparve inoltre imbevuta di spirito di povertà; fu sempre contenta di un abito ordinario, rifiutando ogni proposta di abiti nuovi, e mai conobbe l’andazzo della moda. Dopo la professione dei tre Voti religiosi, emessi al termine dell’anno di noviziato, il 15 maggio 1871, indossò sempre l’abito di Terziaria con licenza del Papa Pio IX all’occasione di un viaggio fatto a Roma su proposta del suo Direttore. Si distinse poi in modo assai ammirato per il candore verginale di tutta la persona, sì da apparire ed essere reputata un “angelo”. Puro e diafano appariva il suo volto, puro il linguaggio, puro in ogni occasione il suo atteggiamento, purissimo lo sguardo. Il suo confessore assicura che mai una immaginazione impudica attraversò la sua mente. E d’altronde poneva ogni impegno nell’evitare che qualche sconcezza del mondo, anche ai suoi tempi molto corrotto, passasse dai suoi occhi all’anima. Era solita pregare la Vergine Immacolata con la seguente giaculatoria, che è tutto un programma: Madre mia bella, fa che non entri in me quello che Gesù non vuole”. Assolutamente straordinaria fu poi la sua docilità ed obbedienza ai genitori e particolarmente al Direttore Padre Lodovico. Scattava ad un loro cenno; bastava che fosse certa di un loro desiderio, e lei si prodigava per soddisfarlo. Non si tirò mai indietro, tanto che ne restava sorpreso ed ammirato lo stesso Padre Lodovico, il quale più di una volta la mise alla prova. Evidentemente Teresa era riuscita a modulare la sua volontà, a sottomettere i suoi stessi istinti naturali, soprattutto l’innato orgoglio. Ciò non deve sorprendere dal momento che il suo modello era Gesù Cristo, che –come ci dice la Scrittura- si è umiliato fino alla morte e alla morte in Croce. 
Gli accennati comportamenti virtuosi non possono essere il risultato di uno sforzo soltanto umano e naturale; le scienze psicologiche non bastano per spiegarli. Bisogna ricorrere a quella energia soprannaturale, che siamo abituati a chiamare Grazia divina, comunicata nel Battesimo e nutrita dai sacramenti, specialmente dall’Eucaristia. Teresa Manganiello ne fu abbondantemente perfusa. Soprattutto nell’ultimo periodo della sua vita, come Terziaria, la Fede, la Speranza, la Carità, la frequenza ai sacramenti furono l’alimento che sostennero e impinguarono la sua anima. Sotto il sole e sotto la pioggia, al soffiar del vento e con la neve Teresa non mancava mai di percorrere ogni mattina il tratto scosceso che dalla sua casa colonica portava alla chiesa dei Cappuccini. E bisognava vederla come pregava, sempre in ginocchio, e soprattutto con quanto raccoglimento e concentrazione riceveva la Comunione. E dire che spesso raggiungeva la chiesa dopo aver faticato ore per preparare l’impasto di pane abbondante per la numerosa famiglia.
Occorre ora accennare almeno a due altri aspetti salienti della personalità di questa giovane, che non per nulla la Chiesa ha deciso di annoverare tra i Beati. Impressiona anzitutto- fin quasi allo sgomento!- lo spirito penitenziale di Teresa. Dico: penitenza fisica-corporale, oltre che morale. Era solita dormire su secchi sarmenti, i “cardi”; spesso si dava colpi di disciplina fino al sangue. Lei diceva che Gesù glieli chiedeva per riparare i peccati del mondo. Digiunava abitualmente, e il parco cibo che prendeva lo mischiava talvolta abilmente con erbe amare. Portava addosso diversi strumenti di penitenza che si era costruiti da sola: una sorta di gilet cosparso di puntine acuminate di ferro, conservate e visibili. A molti di noi oggi un comportamento del genere può apparire incomprensibile. Ma per Teresa significava voler assomigliare a Gesù Cristo Crocifisso e dimostrarGli tutto il suo amore. 
Teresa, in effetti, non soltanto soffriva per amore a Dio, ma era altresì tutta piena di amore per il prossimo. Dove per prossimo s’intendono anzitutto la larga parentela: i genitori, i fratelli, i nipotini. Per tutti si prodigava in favori, in quotidiani servizi con inalterata serenità. Sopportava anche offese e rimproveri ingiusti occasionali, e per tutti aveva parole gentili. La sua carità oltrepassava però abbondantemente il recinto di famiglia, e si esplicava sorprendentemente al di fuori. Prediligeva i tanti poveri, che bussavano alla porta di casa. Spesso erano straccioni, che chiedevano pane, o indumenti per coprire le carni nude e sporche. Era solita prendersi cura di garzoni dal capo coperto d’insetti. Diffusi erano a quel tempo disturbi della pelle, degli occhi, della bocca. Teresa si era costruita una sorta di farmacia rudimentale a base di erbe da lei stessa coltivate, che utilizzava per lenire la sofferenza di tanti. 
Gli ultimi due anni circa di vita fu lei stessa malata. Mentre era in chiesa a S. Egidio un giorno ebbe uno sbocco di sangue; altri ne seguirono a breve distanza. Fu facile diagnosticare che era affetta dalla tubercolosi allora abbastanza diffusa. Gli ultimi mesi fu costretta a mettersi a letto, durante i quali rifulsero più che mai le sue eccellenti qualità umane e spirituali. Mai un lamento, ma sempre serena e gioiosa. Preghiera e contemplazione erano il suo passatempo. A quanti- e furono molti- la visitavano distribuiva sorrisi e parole di dolcezza. Medici specialisti, che la tenevano in cura, la trattavano con rispetto e con venerazione. Non soltanto non espresse mai preoccupazione per la sua salute, ma avvertita dal suo Padre Direttore e Confessore che si andava avvicinando la fine, reagì con un impeto di allegria: “Padre, che bella notizia mi date”. Evidentemente sentiva forte il desiderio dell’abbraccio con lo Sposo Divino. Spirò placidamente alle prime ore di venerdì 4 Novembre 1876.
Corse subito per le contrade di Montefusco e per i paesi vicini la notizia , e sulle labbra della gente risuonò il giudizio comune: “E’ morta la monachella santa”. Plebiscitaria fu la partecipazione alle esequie, durante le quali un padre cappuccino mise in luce i tratti caratteristici della giovane terziaria defunta, il cui ricordo ed ammirazione restarono vivi nei decenni a seguire. 
Cinque anni dopo la morte, nella festa dell’Immacolata, Padre Lodovico fondava la Congregazione delle Suore Francescane Immacolatine, da lui progettata mentre Teresa era viva, e la poneva idealmente come sua pietra fondamentale e guida spirituale. In seguito, lo spirito di Teresa Manganiello e la sua figura di ragazza cristiana e di religiosa consacrata, hanno attraversato le pastoie del tempo fino ad emergere in tutta la loro eccellenza e singolarità attraverso approfondite ricerche storiche e documentali e ripetuti e qualificati esami teologici. Finché l’autorevole giudizio conclusivo del Supremo Pastore della Chiesa, Benedetto XVI, ci ha garantito che l’umile contadina di Montefusco è stata un autentico gioiello di grazia, di cui la Chiesa di Dio può menare vanto di fronte ad un mondo spesso millantatore di pseudo sapienza e di vana ricchezza. Per questo possiamo oggi godere nel Signore ed esaltare insieme il suo Nome. Amen.
Mons. Avv. Luigi Porsi, Postulatore


Card. Angelo Amato, SDB - Omelia tenuta a Benevento il 22 maggio 2010 in occasione della beatificazione della Venerabile Teresa Manganiello.
 
1. Cari fedeli, oggi, la Chiesa dichiara Beata la giovane Teresa Manganiello (1849-1876), la «merlettaia di Dio», «l’analfabeta sapiente», la «contadina maestra di vita». (FAUSTO BALDASSARRE, La merlettaia di Dio. Teresa Manganiello, Suore Francescane Immacolatine, Pietradefusi 1994-1995, tre volumi; L’«Analfabeta sapiente» di Montefusco, Teresa Manganiello, una vita straordinaria nell’ordinarietà, ib. 2002; LUIGI PORSI, Una contadina maestra di vita. Teresa Manganiello, Città Nuova, Roma 1998).
È un evento di grande decoro spirituale per la Chiesa particolare di Benevento, che vede una sua figlia elevata alla gloria dei beati, a edificazione di tutta la Chiesa cattolica. È un evento di gioia inesprimibile soprattutto per le Suore Francescane Immacolatine di Pietradefusi, che da tanto tempo attendevano questo giorno nella preghiera e nella conoscenza sempre più profonda della sua vita virtuosa e che vedono in Teresa l’ispiratrice, il modello e il sostegno della loro vocazione.
In Teresa si realizza quanto il Signore dice nel libro del profeta Gioele: «Io effonderò il mio spirito sopra ogni uomo e diverranno profeti i vostri figli e le vostre figlie; [...] i vostri giovani avranno visioni [...]. Chiunque invocherà il nome del Signore sarà salvato» (Gl 3,1-5). Teresa, l’umile contadinella di Montefusco, fu una creatura plasmata dallo Spirito Santo. Con lo sguardo rivolto al cielo, ella aveva sempre il nome di Dio sulle labbra, nel suo cuore e nella sua mente. Tutta la sua vita fu una contemplazione incessante di Dio Trinità, del Padre celeste, ricco di misericordia, del Figlio suo Gesù Cristo, morto sulla croce per i peccati dell’umanità, dello Spirito Santo, alla cui grazia la sua anima era sempre aperta. Undicesima figlia di una famiglia contadina, Teresa ebbe una vita semplice e serena. Visse nella contrada Potenza, poco distante dal convento di Sant’Egidio dei frati Cappuccini di Montefusco. Era dedita ai lavori dei campi, al servizio in casa e alla cura dei numerosi nipotini. Nonostante le molte faccende casalinghe, era attenta ai piccoli e spesso diceva: «I bambini mi li ha quietati la Madonna» (Positio, Dossier Integrativo, p. 54). 
Sentendosi chiamata alla vita consacrata e non potendo attuare questa sua vocazione, perché i genitori non volevano privarsi del suo insostituibile aiuto, fu la prima a iscriversi al terz’ordine di San Francesco, ponendosi sotto la guida spirituale del Servo di Dio, il cappuccino Ludovico Acernese. Per lei la consacrazione a Gesù con la professione dei tre voti religiosi fu una tappa fondamentale della sua breve esistenza. Il 15 maggio 1871, dopo l’anno di noviziato, indossò l’abito di terziaria francescana, ottenendo dallo stesso papa Pio IX il permesso di portarlo pubblicamente. Per lei l’abito non era solo un vestito di stoffa, ma un vero e proprio progetto di santità. Era una veste da far risplendere nel mondo mediante i diamanti delle sue virtù, della sua fedeltà e della sua perseveranza. Finalmente aveva realizzato il sogno che aveva fin da piccola, avere «uno sposo che doveva fare invidia a tutti» (Positio, Dossier Integrativo, p. 74). 
E qui ebbe inizio la sua trasfigurazione spirituale. Nel Vangelo abbiamo sentito proclamare la parola del Signore che dice: «Se qualcuno ha sete, venga a me, e beva chi crede in me. [...] dal suo grembo sgorgheranno fiumi di acqua viva» (Gv 7,37-38). Teresa si avvicinò al cuore di Gesù e bevve l’acqua fresca e zampillante della sua parola di vita, di verità e di gioia. La sua biblioteca non fu quella della scuola, da lei mai frequentata, ma quella della Parola di Dio, che nella quotidiana partecipazione alla Santa Messa la istruiva, la educava e la trasformava. La «monachella santa», come il popolo la chiamava, si dissetava a grandi sorsi alla sapienza divina e a poco a poco, la contadinella ignorante di Montefusco, diventò la giovane saggia, esempio e maestra di vita cristiana. «Metteva il bene nella testa di tutti, ai fratelli e agli amici», dice con felice sintesi un testimone (Positio, Dossier Integrativo, p. 96).
Se la storia è considerata come semplice successione di avvenimenti caotici e di esistenze segnate dagli errori dei singoli e dei popoli senza un approdo in Dio, allora la figura della nostra Beata diventa marginale e incomprensibile. Un scrittore Le testimonianze concordano che la sua pazienza nel sopportare le umiliazioni induceva alla bontà e alla conversione. Ad esempio, un sacerdote sospeso a divinis si ravvide perché edificato dalla santità di Teresa. Quest’ultimo episodio ha fatto sì che nella Congregazione delle Suore Francescane Immacolatine ci sia un impegno speciale di preghiera per i sacerdoti.
 
2. Ogni beatificazione ha una sua finalità pastorale. Che significato può avere questa giovane vissuta nell’Ottocento per noi che viviamo nel duemila? La risposta dipende dal giudizio che si dà alla storia dell’umanità in generale e al valore che si dà al singolo individuo. Uno scrittore italiano, Ennio Flaiano, affermava, con il pessimismo tipico della nostra cultura, che «la vita, se ha un significato (ma non lo ha) è proprio nella somma dei nostri errori spontanei e grossolani» (E. FLAIANO, Diario degli errori, Adelphi, Milano 2002, p. 7). È il messaggio che ci consegna oggi. Camminare sulla terra, vivere in mezzo ai nostri fratelli, ma con la mente e il cuore rivolti alla patria celeste. Nel pessimismo culturale odierno, urlato in mille modi dalla comunicazione quotidiana, la terra sembra l’anticamera dell’inferno, dove tutto è inganno, falsità e menzogna. Teresa, invece, con la sua semplicità e il suo ottimismo, sembra dire che la terra ospita anche persone buone, generose, oneste, la cui rettitudine non è sporcata dal fango della trasgressione e del peccato. Noi sappiamo che dove abbonda il peccato, lì lo Spirito santo immette in sovrabbondanza la sua grazia, facendo sbocciare fiori profumati anche in una palude melmosa.
 
3. Ma una risposta autorevole alla domanda sul significato oggi della nostra Beata ce la dà lo stesso Santo Padre Benedetto XVI nella sua lettera apostolica, che abbiamo letto. Delineando il valore della santità di Teresa, il Papa sottolinea tre caratteristiche della sua figura: la sua dedizione alla preghiera, il suo spirito di penitenza e il suo aiuto ai bisognosi. Teresa «brevem vitam sua dicavit orationi, paenitentiae et indigentibus iuvandis» (BENEDETTO XVI, Litterae Apostolicae, 15 maggio 2010. 8 Positio, p. 32).
 
A) Teresa pregava continuamente, in casa e fuori, senza rispetto umano. Dovunque si trovava, si inginocchiava al suono delle campane e recitava l’Angelus (Positio, p. 32). Dovunque si trovava, si inginocchiava al suono delle campane e recitava l’Angelus (Positio, p. 32). Di messa e comunione quotidiana, era assidua all’adorazione eucaristica e aveva una profonda devozione a Gesù Crocifisso. Quando pregava sembrava un Angelo, era come se vedesse il Signore a faccia a faccia. E tutto ciò faceva con spirito di fede, che era il suo terzo occhio spirituale, alla luce del quale osservava e valutava i fatti della vita. Una sua frequente giaculatoria era rivolta alla Madonna: «Mamma bella fa che non entri in me quel che Gesù non vuole» (Positio, Dossier Integrativo, p. 63). Alcuni parenti si tramandavano una preghiera della sera, appresa dalla bocca di Teresa: «Ave Maria della sera, il Signore ci ha benedetto e alla fine della giornata ci ha raccolto sotto un tetto. Sulla famiglia affaticata in quest’ora di riposo, egli scende a noi pietoso. L’Angelo Gabriele ci apre la via, col saluto: Ave Maria» (Positio, Dossier Integrativo, p. 128).
 
B) Nel Museo delle Suore a Pietradefusi si conservano i cilizi usati dalla Serva di Dio, discipline, flagelli e corpetto. Spesso sulle vivande Teresa buttava cenere ed erbe amare. Si picchiava con i cardi, afferma una teste affidabile. Recandosi alla santa messa, dava gli zoccoli alla sorella e lei camminava scalza (Positio, Dossier Integrativo, p. 93 ).
Preghiera e penitenza ella le faceva lontano da occhi indiscreti, in una grotta vicino a casa sua. In spirito di penitenza, accettò la malattia, la tubercolosi, con serenità e anche con gioia, soffrendo pene indicibili col sorriso sulle labbra. Oggi alcune di queste forme di penitenza sono inusuali e appaiono incomprensibili. Ma allora queste mortificazioni corporali erano frequenti per quelle anime assetate di perfezione. Venivano fatte sempre con l’esplicito permesso dei superiori religiosi, soprattutto dei padri spirituali, che erano severi in quel tempo. Per Teresa, lo spirito di mortificazione era conseguenza del suo desiderio di preghiera e di intima comunione con la passione di Cristo e con il suo sacrificio redentore. Nella storia della Chiesa ci sono sempre state le sante penitenti e riparatrici, come, ad esempio, santa Veronica, santa Giacinta, santa Rosa, la beata Ludovica, la beata Angela da Foligno, tutte sante terziarie, Santa Francesca delle Cinque Piaghe, santa Elisabetta d’Ungheria. Si può dire che la giovinezza di Teresa fu un vero olocausto riparatorio.
 
C) Teresa fu folgorata dalla santità di Dio, diventando incandescente di carità. Un testimone afferma che aveva dentro un fuoco ardente, un fiume straripante di amor di Dio. La sua carità verso il prossimo era proverbiale. Era generosa anzitutto in famiglia: fatiche, lavori, incombenze varie la trovavano sempre disponibile e generosa, di giorno e di notte, non solo per compiere la sua parte di servizi, ma anche per alleggerire la fatica alla madre, alle sorelle, alle stesse cognate. Particolarmente edificante fu il suo atteggiamento paziente e comprensivo verso una delle due cognate, che la insultava continuamente. Era generosa coi poveri, i pezzenti, i pidocchiosi, gli accattoni, che a quel tempo si aggiravano numerosi per i paesi e che bussavano alla sua porta. Ad essi, non soltanto dava pane, ma anche panni puliti. Insomma, per la nostra Beata la carità non era fatta di parole ma di gesti concreti e generosi.
 
4. Ma c’è un’ultima caratteristica, che rende attualissima la figura e il messaggio di Teresa, e che anche il Santo Padre menziona. Ella è l’ispiratrice della Congregazione delle Suore Francescane Immacolatine: «inspiratrix Congregationis Sororum Franciscalium Immaculatinarum». Questa benemerita congregazione riconosce nella nostra cara Beata la radice spirituale del loro istituto, la prima pietra vivente del loro edificio spirituale. Da Teresa le Suore attingono il desiderio di santificazione, di fede in Dio, di partecipazione al sacrificio redentore di Cristo, di obbedienza ai superiori, di umiltà nella concreta sopportazione delle umiliazioni. Teresa insegna loro la santità del quotidiano, vissuto praticando alla lettera il Vangelo, senza glossa alcuna. Se la nostra cultura non crede più all’inferno, ma fa di tutto per trasformare in inferno l’esistenza, Teresa, invece, crede nel Paradiso, e vive sulla terra trasformando i suoi pochi anni in momenti di luce e di splendore. È questo il grande dono pentecostale, che la Chiesa offre oggi a tutti noi: lo spettacolo intramontabile e edificante della santità. Don Bosco non aveva timore di dire ai suoi giovani: cari figlioli, è possibile farsi santi, è facile farsi santi, dobbiamo farci santi. La santità è possibile. La santità è possibile anche ai giovani d’oggi. Maria, la regina dei santi, preghi per noi. Amen.

Pratica: «Mamma bella fa che non entri in me quel che Gesù non vuole» (Beata Teresa Manganiello).
 
Preghiera: O Dio, che nell’amore verso di te e verso i fratelli hai compendiato i tuoi comandamenti, fa’ che ad imitazione della beata Teresa Manganiello dedichiamo la nostra vita a servizio del prossimo, per essere da te benedetti nel regno dei cieli. Per il nostro Signore.