3 NOVEMBRE 2020
 
MARTEDÌ DELLA XXXI SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO
 
Fil 2,5-11; Sal 21 (22); Lc 14,15-24:
 
Colletta: Dio onnipotente e misericordioso, tu solo puoi dare ai tuoi fedeli il dono di servirti in modo lodevole e degno; fa’ che camminiamo senza ostacoli verso i beni da te promessi. Per il nostro Signore Gesù Cristo…
 
Terra nuova e cielo nuovo - Gaudium et spes 39: Ignoriamo il tempo in cui avranno fine la terra e l’umanità e non sappiamo in che modo sarà trasformato l’universo. Passa certamente l’aspetto di questo mondo, deformato dal peccato. Sappiamo però dalla Rivelazione che Dio prepara una nuova abitazione e una terra nuova, in cui abita la giustizia, e la cui felicità sazierà sovrabbondantemente tutti i desideri di pace che salgono nel cuore degli uomini.
Allora, vinta la morte, i figli di Dio saranno risuscitati in Cristo, e ciò che fu seminato in infermità e corruzione rivestirà l’incorruttibilità; resterà la carità coi suoi frutti, e sarà liberata dalla schiavitù della vanità  tutta quella realtà che Dio ha creato appunto per l’uomo.
Certo, siamo avvertiti che niente giova all’uomo se guadagna il mondo intero ma perde se stesso. Tuttavia l’attesa di una terra nuova non deve indebolire, bensì piuttosto stimolare la sollecitudine nel lavoro relativo alla terra presente, dove cresce quel corpo della umanità nuova che già riesce ad offrire una certa prefigurazione, che adombra il mondo nuovo.
Pertanto, benché si debba accuratamente distinguere il progresso terreno dallo sviluppo del regno di Cristo, tuttavia, tale progresso, nella misura in cui può contribuire a meglio ordinare l’umana società, è di grande importanza per il regno di Dio. Ed infatti quei valori, quali la dignità dell’uomo, la comunione fraterna e la libertà, e cioè tutti i buoni frutti della natura e della nostra operosità, dopo che li avremo diffusi sulla terra nello Spirito del Signore e secondo il suo precetto, li ritroveremo poi di nuovo, ma purificati da ogni macchia, illuminati e trasfigurati, allorquando il Cristo rimetterà al Padre «il regno eterno ed universale: che è regno di verità e di vita, regno di santità e di grazia, regno di giustizia, di amore e di pace» .
 
Beato chi prenderà cibo nel regno di Dio!, l’affermazione entusiasta dell’anonimo commensale fa eco alle parole di Gesù: “Quando offri un pranzo o una cena, non invitare i tuoi amici né i tuoi fratelli né i tuoi parenti né i ricchi vicini, perché a loro volta non ti invitino anch’essi e tu abbia il contraccambio. Al contrario, quando offri un banchetto, invita poveri, storpi, zoppi, ciechi; e sarai beato perché non hanno da ricambiarti. Riceverai infatti la tua ricompensa alla risurrezione dei giusti” (14,12-14).
Per Gesù è una buona occasione per mettere in evidenza per l’ennesima volta il rifiuto da parte dei Giudei di accogliere la novità evangelica. Al rifiuto di partecipare alla cena da parte degli invitati, l’uomo intima al servo di uscire subito per le piazze e per le vie della città e condurre nella sala del banchetto i poveri, gli storpi, i ciechi e gli zoppi. In questa scelta vi è il cuore dell’apostolato di Gesù, così come lo aveva proclamato a Nazaret nella sinagoga della città: Gesù venne «a Nàzaret, dove era cresciuto, e secondo il suo solito, di sabato, entrò nella sinagoga e si alzò a leggere. Gli fu dato il rotolo del profeta Isaia; aprì il rotolo e trovò il passo dove era scritto: Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio, a proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; a rimettere in libertà gli oppressi, a proclamare l’anno di grazia del Signore. Riavvolse il rotolo, lo riconsegnò all’inserviente e sedette. Nella sinagoga, gli occhi di tutti erano fissi su di lui. Allora cominciò a dire loro: “Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato”» (Lc 4,16-21).
Esci per le strade e lungo le siepi e costringili ad entrare, come suggerisce la Bibbia di Gerusalemme “la «forza» usata per introdurre questi miseri vuole esprimere solo il trionfo della grazia sulla loro impreparazione, non una violazione della loro coscienza”.
La sentenza espressa nel versetto 24 non è dettata dalla stizza o dall’ira del padrone di casa ma da una drammatica conseguenza di chi ha scelto di non entrare nel regno di Dio.
 
Dal Vangelo secondo Luca 14,15-24: In quel tempo, uno dei commensali, avendo udito questo, disse a Gesù: «Beato chi prenderà cibo nel regno di Dio!». Gli rispose: «Un uomo diede una grande cena e fece molti inviti. All’ora della cena, mandò il suo servo a dire agli invitati: “Venite, è pronto”. Ma tutti, uno dopo l’altro, cominciarono a scusarsi. Il primo gli disse: “Ho comprato un campo e devo andare a vederlo; ti prego di scusarmi”. Un altro disse: “Ho comprato cinque paia di buoi e vado a provarli; ti prego di scusarmi”. Un altro disse: “Mi sono appena sposato e perciò non posso venire”. Al suo ritorno il servo riferì tutto questo al suo padrone. Allora il padrone di casa, adirato, disse al servo: “Esci subito per le piazze e per le vie della città e conduci qui i poveri, gli storpi, i ciechi e gli zoppi”. Il servo disse: “Signore, è stato fatto come hai ordinato, ma c’è ancora posto”. Il padrone allora disse al servo: “Esci per le strade e lungo le siepi e costringili ad entrare, perché la mia casa si riempia. Perché io vi dico: nessuno di quelli che erano stati invitati gusterà la mia cena”».
 
Basilio Caballero (La Parola per Ogni Giorno): Tutti invitati - Nel clima disteso della conversazione al termine del banchetto e dopo aver udito le raccomandazioni di Gesù sulla scelta dei posti e degli invitati, uno dei presenti pronuncia la beatitudine con cui si apre il vangelo di oggi: « Beato chi mangerà il pane del regno di Dio!». Questa esclamazione offre a Gesù l’occasione di raccontare la parabola del grande banchetto, che è narrata anche da Matteo (22,1ss). Ma le differenze tra i due evangelisti sono notevoli in molti particolari, frutto senza dubbio di diverse tradizioni orali. Comunque, l’insegnamento fondamentale coincide in entrambe le versioni: le porte del regno si aprono ai non giudei.
Attraverso il banchetto aperto a tutti, segno dell’amore gratuito di Dio, la parabola mostra la vocazione universale al regno di Dio che, d’accordo con la tradizione profetica, è descritto come un lauto banchetto.
Secondo i profeti, nei tempi messianici il Signore avrebbe preparato per tutti i popoli, sul monte Sion, nella città di Gerusalemme, un banchetto di cibi succulenti e di vini raffinati (Is 25,6ss).
La comunità cristiana primitiva dovette meditare diligentemente la parabola di Gesù sul banchetto verificando che, come frutto della sua apertura missionaria, i gentili erano effettivamente venuti a occupare i posti lasciati vuoti dai primi invitati.
Nell’era messianica già iniziata, simboleggiata nel banchetto di nozze in cui Cristo è lo sposo della nuova umanità e del suo popolo, anche i non giudei sono ammessi al regno attraverso la loro incorporazione alla Chiesa. Qui raggiunge il suo obiettivo la missione evangelizzatrice della Chiesa, che continua la missione di Gesù.
 
Allora il padrone di casa, adirato… Alois Stöger (Vangelo secondo Luca): La cena è preparata. Il padrone di casa non pensa nemmeno a sospendere il convito. Egli vuole che qualcuno goda del suo festino. Perciò bisogna preoccuparsi di sostituire coloro che sono stati precedentemente invitati. Il nuovo invito non trova ospiti in numero sufficiente da riempire la sala da pranzo, e il servitore viene rispedito una seconda volta a cercare altri convitati. L’anfitrione è liberale e generoso. La nobiltà d’animo del padrone di casa è posta in contrasto con la grettezza dei primi invitati. Viene così delineata l’immagine di Dio. Dio è amore che dona e viene incontro alle sue creature.
Dapprima vengono invitati i poveri, trovati per le piazze e per le vie della città. Si tratta di gente priva di un tetto, ma che per lo meno ha trovato un rifugio entro le mura di quell’accogliente centro abitato. Storpi, ciechi e zoppi sono, al contrario, degli esseri che i giudei escludono dalla comunità religiosa (14, 13). I nuovi ospiti non devono soltanto esser chiamati e invitati, ma addirittura condotti per mano. Essi non riescono a capacitarsi come possano essere invitati a un banchetto, e non ardiscono recarvisi, anche dopo aver ricevuto l’invito: bisogna menarli sul posto. Tutto va fatto in fretta; il tempo stringe, perché la cena è già pronta.
Il secondo invio del servitore è diretto ai disgraziati che s’accampano fuori della città. Essi vivono lungo le strade affiancate da siepi. I forestieri, che hanno posto i loro giacigli in quei luoghi essendo loro negato il diritto di abitare entro le mura, devono esser costretti a recarsi all’invito. Secondo il galateo orientale, anche i pili poveri devono mostrarsi dapprima riluttanti a un’offerta d’ospitalità, finché non siano presi per mano e trascinati in casa con «dolce violenza» (24,29). Tutta questa gente, costretta di solito a vagabondare fuori della città, potrà ora dunque entrarvi per recarsi a una «grande cena», La cosa riesce loro inconcepibile! Non se ne sentono degni.
 
Regno di Dio - Anselm Urban: L’espressione greca basileia theou (“regalità di Dio ebr. malkut JHWH) designa in prime luogo il potere esercitato, l’effettivo governare di Dio. In genere sarebbe consigliabile la traduzione “signoria di Dio”. Tuttavia s’intende talvolta un particolare ambito o stato del quale la sovranità di Dio si esplica pienamente, in tal caso si parla di regno. “Regno dei cieli” (in Matteo: meglio: “signoria dei cieli”) perifrasa soltanto il Nome di Dio e sarebbe totalmente frainteso se fosse concepito come un “regno al di sopra delle nubi”: si tratta della pretesa di governo che Dio avanza su questo mondo.
Nell’Antico Testamento si parla molto della sovranità regale di JHWH, ma raramente nel senso di “regno”. In 1Cr 17,14 viene chiamato così il regno davidico (idealizzato teocraticamente): nelle visioni di Daniele i regni di questo mondo vengono sostituiti dal regno del figlio dell’uomo (7,14 - e rispettivamente del popolo dei santi, come accenna il v. 27). Mentre nel giudaismo rabbinico la “signoria dei cieli” è piuttosto un’entità spirituale, nell’apoclittica vive e si sviluppa ulteriormente (naturalmente accanto a speculazioni escatologiche) la grande visione dei profeti (per es. Is 11): un regno universale di pace e di salvezza che trasforma anche la creazione, una vita purificata degli uomini al di là della colpa e del peccato, sotto l’ordine onnicomprensivo della legge divina.
Gesù non annuncia né un regno politico, né puramente spirituale­morale, ma si ricollega alle visioni profetiche. La novità è che tutto ciò è “vicino” (Mc 1,15), “è alle porte” (13,19). Il regno non viene attraverso i nostri sforzi, per quanto noi siamo assegnati al lavoro nella vigna (Mt 20,lss), ma cresce soltanto ad opera di Dio (cf. Mt 4,26-29). Si può essere certamente “collaboratori per il regno” (Col 4,11), ma “edificare il regno” lo può soltanto Dio stesso A noi rimane l’umile invocazione: “Venga il tuo regno!” (Mt 6,10).
 
Benedetto XVI: (Omelia, 25 gennaio 2010): In un mondo segnato dall’indifferenza religiosa, e persino da una crescente avversione nei confronti della fede cristiana, è necessaria una nuova, intensa, attività di evangelizzazione, non solo tra i popoli che non hanno mai conosciuto il Vangelo, ma anche in quelli in cui il Cristianesimo si è diffuso e fa parte della loro storia. Non mancano, purtroppo, questioni che ci separano gli uni dagli altri e che speriamo possano essere superate attraverso la preghiera e il dialogo, ma c’è un contenuto centrale del messaggio di Cristo che possiamo annunciare assieme: la paternità di Dio, la vittoria di Cristo sul peccato e sulla morte con la sua croce e risurrezione, la fiducia nell’azione trasformatrice dello Spirito. Mentre siamo in cammino verso la piena comunione, siamo chiamati ad offrire una testimonianza comune di fronte alle sfide sempre più complesse del nostro tempo, quali la secolarizzazione e l’indifferenza, il relativismo e l’edonismo, i delicati temi etici riguardanti il principio e la fine della vita, i limiti della scienza e della tecnologia, il dialogo con le altre tradizioni religiose. Vi sono poi ulteriori campi nei quali dobbiamo sin da ora dare una comune testimonianza: la salvaguardia del Creato, la promozione del bene comune e della pace, la difesa della centralità della persona umana, l’impegno per sconfiggere le miserie del nostro tempo, quali la fame, l’indigenza, l’analfabetismo, la non equa distribuzione dei beni.
 
Siamo arrivati alla fine. Possiamo mettere in evidenza:
***Chi crede nel Figlio ha la vita eterna; e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. (Vangelo)
Nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.
 
Abbiamo celebrato, Signore, il mistero pasquale,
invocando la tua misericordia per i nostri fratelli defunti;
dona loro di partecipare alla pasqua eterna
nella tua dimora di luce e di pace.
Per Cristo nostro Signore.


3 Novembre 2020
 
San Martino de Porres, Religioso
 
San Martino de Porres nacque a Lima il 9 dicembre 1579 da un cavaliere spagnolo, che inizialmente non riconobbe il figlio, e da una schiava nativa di Panama, appartenuta ad una delle moltissime famiglie spagnole della Conquista, ma poi riscattata, grazie alle leggi promulgate da Bartolomeo de las Casas nel 1530 in favore degli schiavi. Il cavaliere spagnolo era don Juan de Porres, “di qualificata nobiltà, che fu Governatore di Panama, funzionario della Corte di Lima, addetto a questioni militari e amministrative della Colonia e Cavaliere dell’Ordine di Alcantara”. Questo Ordine era sorto nel 1156 per iniziativa di alcuni cavalieri di Salamanca, allo scopo di riunire la nobiltà spagnola nella lotta contro i Mori islamici e aveva cercato di seguire l’esempio dei templari di Francia. I Cavalieri d’Alcantara dovevano essere d’autentica nobiltà e di vita illibata, legati con voti canonici, che furono poi attenuati nel XIV secolo.
“La figura della mamma di San Martino è appena accennata dalle testimonianze del tempo. Quasi che i primi biografi si vergognassero di lei, si sorvola sulla sua situazione: una specie di favorita negra, dalla quale qualcuno aveva avuto dei figli, senza poterla sposare legalmente (...) dato che nel Seicento era proibito il matrimonio ecclesiastico tra gli spagnoli e le negre”.
Dopo un periodo passato in Ecuador presso il padre dei suoi figli, Anna Velasquez con i due bambini mulatti, per ragioni facilmente comprensibili, ebbe l’ordine di tornarsene a Lima e lì Martino cominciò a guadagnarsi da vivere andando a bottega da un barbiere. Siccome a quei tempi il barbiere era anche cerusico, cavadenti e chirurgo, il ragazzo imparò tutti i segreti del mestiere, dal far salassi al curare ferite o fratture. Se nella bottega del barbiere regnava un ambiente di pettegolezzi, intrighi e chiacchiere, Martino poté sperimentare un’altra atmosfera seguendo dapprima i corsi di catechismo parrocchiale e poi il Catechismo del pueblo, che era stato voluto dall’arcivescovo di Lima, Toribio di Mongrovejo, diventato poi santo. A questo catechismo erano ammessi tutti i poveri della plebe, molti meticci, alcuni mulatti, i figli stessi degli schiavi negri e pochi indios della periferia. Oltre ai catechismi parrocchiali, i religiosi dovevano a turno “insegnar la dottrina cristiana conforme lo comanda il Concilio di Trento” in forma interparrocchiale o di categoria, con un corso quadriennale che era obbligatorio per tutti i minori di età.
“A Martino aveva fatto scuola di catechismo un vecchio frate laico che era stato a ‘lavorare’ nelle ‘dottrine’ del Cuzco e persino nella vallata del Pilcomayo (vicino a Sucre, in Bolivia)”. Anche dopo la conclusione del corso di catechismo, Martino continuò a far visita a fray Firmìn, la domenica in convento, per farsi raccontare storie di santi, come quella di San Domenico.
Si racconta che la mamma di San Domenico, quando era incinta, sognò che dava alla luce un cagnolino bianco e nero che si metteva a correre per la stanza, prendeva una torcia in bocca e andava in giro a bruciare tutto. E la spiegazione del sogno era che il bambino che sarebbe nato avrebbe portato il fuoco dovunque andasse: l’Ordine di San Domenico, con il vestito bianco e nero, che si sarebbe diffuso in ogni parte del mondo. Commentava Martino, che anche il suo padrone, quando era ubriaco lo chiamava “cane nero”. Ma fray Firmìn gli rispondeva: - Se tu diventassi domenicano, anche solo come ‘donato’, saresti un cagnolino bianco e nero! - (…). La vocazione religiosa di questo giovane, che prometteva di divenire, chissà, un abile medico nella capitale della Colonia, nasce lì, alla scuola di un vecchio catechista il quale gli fa balenare l’idea di una fiamma che può cambiare anche il nuovo mondo. Ma per poter incendiare anche il cuore dei suoi fratelli dalla pelle scura, degli umili, dei miserabili, doveva far da cane nero al livello più basso. Nel (...) 1595 (...) il mulatto Martino, figlio di Anna Velasquez e di padre sconosciuto, si presentò come ‘oblato’ alla comunità del Capitolo dei Frati Predicatori e gli fu consegnata la tonaca bianca con uno scapolare nero. Ma senza cappuccio”. Infatti i canoni non permettevano l’accesso agli ordini da parte dei figli d’unioni tra soggetti indios o negri, meticci, mulatti e simili. Più tardi il padre lo riconobbe, affinché fosse cancellato l’obbrobrio dell’atto battesimale, dove si leggeva che era figlio di uno sconosciuto. “Nel convento di Santo Domingo si aveva in quel tempo il centro più importante di studi filosofici e teologici dell’America. (...) Martìn il donato, faceva pulizia sotto i portici - dove professori e studenti conducevano dotte disquisizioni - e ricordava le dispute del suo maestro, il peluquero, sull’uso del sangue di piccione…”. Nel convento la vita tra i religiosi non era certo perfetta e Martino si ritrovò a subire i modi piuttosto bruschi che molti dei cento frati usavano nei confronti della servitù, abituati a trattare gli umili con la durezza dei conquistatori. “In quel tempo Martìn scoprì il valore della preghiera e in special modo del rosario che gli pareva una scuola continua di umiltà e donazione”.
Quando verso il 1600, con il sopraggiungere di una carestia il convento fu in grosse difficoltà, al Priore, che lo mandava sempre più spesso al mercato a vendere suppellettili e roba preziosa per farvi fronte, un giorno Martìn, che aveva allora 21 anni, propose di essere venduto come schiavo, perché aveva osservato la vendita degli schiavi nel patio del governatore e i prezzi che venivano offerti per schiavi giovani e forti. Oltre che fare i lavori più umili (è il “fra Martino campanaro” della canzoncina che conosciamo tutti!), Martino cominciò a collaborare con il Fratel Infermiere e poi, diventato questi vecchio, lo sostituì completamente: doveva assistere gli ammalati, ripulirli durante il giorno, distribuire le medicine, rifare le fasciature, confortare i sofferenti… Uno studioso, che curò un libro su San Martino e l’arte medica, si meravigliava che “il giovane frate, oltre alle incombenze della peluquerìa e alle campane da suonare, alle preghiere corali e alle penitenze personali, oltre al servizio ai malati interni e le premure per i poveri d’ogni specie, trovasse modo anche di curare i malati fuori del convento”, come i carcerati della prigione che si trovava poco distante dal convento e che subivano ogni sorta di maltrattamenti. A un condannato a morte, che fu graziato in extremis, dopo le preghiere di Martino, provvide in tutto e per tutto, perché potesse ricominciare una vita nuova. E due ladruncoli recidivi, che Martino aveva conosciuto in carcere, e che si erano rifugiati in infermeria per sfuggire alle guardie, rischiarono di far rispedire in Spagna il Priore del convento per insubordinazione e favoreggiamento. 
Era impressionante come “riuscisse a provvedere a veri interventi chirurgici d’emergenza, precedesse il medico del convento nel diagnosticare e curare le malattie più gravi. (...) egli doveva conoscere molto più di quanto non sembrasse i principi teorici e la pratica della medicina, come era applicata a quei tempi nella Colonia. (...)Già in quei primi anni usava molti rimedi naturali e cercava sempre nuove erbe per i suoi malati. (...) Cominciò a circolare la voce che l’ayudante faceva miracoli: egli si difendeva sostenendo che erano le medicine, o il rosmarino (...), le preghiere di quel santo padre o di quella santa madre”. Innumerevoli sono gli esempi di guarigioni da tutte quelle malattie che, anche sotto l’influsso del clima della regione e aggravate dalla scarsità di nozioni d’igiene e dall’assenza di medicinali appropriati, si sviluppavano in modo virulento: morbillo, scarlattina, paralisi, febbri quartane ed eruttive, coliti e infiammazioni intestinali, scorbuto, scabbia, emorragie.
Martìn aveva trasformato l’infermeria del convento in una specie di pronto soccorso, malgrado i suoi superiori cercassero di convincerlo che quello non era un ospedale. Venivano accolti ogni sorta di malati, di feriti, o di agonizzanti. “Molti finirono per accorgersi che
Martìn aveva trasformato l’infermeria del convento in una specie di pronto soccorso, malgrado i suoi superiori cercassero di convincerlo che quello non era un ospedale. Venivano accolti ogni sorta di malati, di feriti, o di agonizzanti. “Molti finirono per accorgersi che c’era un santo fra di loro. Altri tuttavia continuavano a maltrattarlo e disprezzarlo,(...) a chiamarlo ‘cane nero’ o ‘’bugiardo d’un mulatto’ (...) Il donato Martìn continuava a sorridere, sfuggendo ad ogni elogio e cercando sempre nuove umiliazioni (...), inginocchiandosi dinnanzi a chi l’insultava o rimproverava e chiedendo sempre perdono. Poi, con la solita calma, s’alzava e andava a servire i suoi fratelli sofferenti. “Le sue preghiere stavano ottenendo davvero effetti straordinari, guarigioni inattese, un aiuto insperato per pagare un debito, la pace di un’anima in pena (...). Con l’andar del tempo, ricordando che i santi facevano grosse penitenze per ottenere dei favori speciali, si diede pure a digiuni interminabili ed a mortificazioni penosissime in un crescendo di asprezze da far rabbrividire”.
Martino de Porres non si fece santo d’un colpo, né divenne perfetto sviluppando solo le doti particolari ricevute sin dalla nascita: costruì lentamente la sua santità, tentando varie vie, soffrendo insuccessi (che gli agiografi volentieri dimenticano), arricchendosi interiormente attraverso preghiere interminabili, penitenze durissime, esercizio continuo di pazienza, d’umiltà, di lavoro faticoso, soprattutto di amore per gli infelici. Il nucleo centrale della sua spiritualità è certamente improntato all’esempio di San Domenico che vende i suoi libri per riscattare un poverello, che si sferza di notte per il suo prossimo (...) Fray Martino dedicò tutto il tempo libero di cui disponeva ai disgraziati, al sottobosco della miseria d’ogni colore (...). Egli non riusciva a capacitarsi come in una città dove (...) ‘l’oro scorreva a fiumi e per cui passavano tonnellate d’argento’, non ci fosse alcuna organizzazione assistenziale per gli orfani, non un ospedale, non un ricovero per i senza tetto. Si dedicò quindi a una forma di carità pubblica imparziale, al di là di ogni discriminazione o d’ogni legalità, così che, secoli dopo, i suoi connazionali non hanno esitato a proclamarlo ‘Patrono della giustizia sociale nel Perù’. (...) L’Ayudante cominciò ad occuparsi dei poverelli che ogni giorno sfilavano a mendicare alla porta del convento: indios, spagnoli, meticci, negri, stranieri falliti, disoccupati, vecchie in miseria. Raccoglieva i resti del refettorio, ci metteva l’intera sua porzione, che gli passavano i frati, domandava aiuto a chi frequentava la chiesa. In questo modo aumentava il contenuto di un pentolone che distribuiva sorridendo, appena il frate portinaio andava a fare la siesta”. Un altro aspetto importante è il rapporto che Martìn aveva con gli schiavi, che lavoravano a centinaia nelle coltivazioni di cotone, o con gli ex-schiavi.
“Come figlio di una schiava, il nostro mulatto si sentiva partecipe delle sofferenze dei suoi fratelli incatenati al giogo come bestie. (...) andava a visitare quei suoi amici prediletti, portava loro regali, si intratteneva con loro, specie alla sera, li consolava, cantava e pregava con loro, sorrideva sempre a tutti. Oltre ai negri che lavoravano nei pressi della città, ai quali accudiva con frequenza, aveva da curare vari gruppi di negri e liberti ai quali riservava vestiti, leccornie, frutta tropicale e corone del rosario, fatte con bacche rosse”.
I padroni non si opponevano alla sua presenza “perché, dicevano, vale più di un veterinario. (...) Agli ex-schiavi ottenne di poter devolvere l’eredità che gli lasciò morendo il cavalier Juan de Porres verso il 1625 o 1626. (...) Rimane poi una pagina bianca da riempire: la sua attività nascosta e silenziosa in favore anche degli schiavi fuggitivi che si raccoglievano nelle huacas, cioè negli occulti luoghi di sepoltura incaica disseminati nella pianura del Rimac”.
“Con l’andar del tempo, i Priori che si succedevano a Santo Domingo, gli diedero carta bianca e, d’altra parte, non avrebbero potuto controllare l’enorme contabilità nell’amministrazione del Terziario donato per il semplice fatto che non tenne mai registri né fece mai consuntivi e preventivi. Gli bastava tenere una lista delle famiglie bisognose e una specie di calendario settimanale nel quale suddivideva le entrate secondo i diversi tipi di soccorsi ai quali s’era impegnato in nome della Divina Provvidenza”.
Una particolare attenzione poi Martino la riservava ad ogni tipo di animali in difficoltà: cani, gatti topi, corvi galline, tori... Nella causa di Beatificazione e nel ‘Sagro Diario Domenicano’ troviamo un’infinità di esempi a questo proposito. Come quando i topi invasero il ripostiglio dell’infermeria, dove si teneva la biancheria per i letti degli ammalati. “Vedendo che l’invasione aumentava e che i padri mettevano trappole dappertutto, prese in mano un topino che era uscito da un guanciale di piume e gli tenne una conferenza molto diplomatica: ‘Fratello mio, dica a questi suoi compagni che sono ormai dannosi alla comunità. Io li compatisco perché li manca il sostento e però non ho voluto che li ammazzino; orsù dica loro che vadano alla tal parte del nostro giardino, che ivi li porterò il quotidiano sostento”. E i topi fecero come era stato loro detto: aspettavano che Martino portasse loro il cibo quotidiano e, con meraviglia di tutti i religiosi, all’arrivo del Santo uscivano dai loro nascondigli per venirgli incontro. O ancora: dopo una notte di preghiera, fece risuscitare un cane, di proprietà del Procuratore del convento, che, dopo aver tentato invano di scacciarlo dal convento, lo aveva fatto uccidere da due schiavi perché era diventato troppo vecchio. Martino, con umiltà, fece al procuratore una fraterna correzione, perché aveva ripagato in quel modo poco pietoso la creatura che lo aveva servito e accompagnato fedelmente per tanti anni. E gli esempi si potrebbero moltiplicare. C’era chi metteva in dubbio questi avvenimenti, perché “Dio non suole operare cose inutili e senza necessità”. Ma non è forse questo un segno della capacità di guardare la realtà all’interno del grande disegno di Dio e perciò, nell’affidamento totale a lui, la capacità di valorizzarne qualsiasi aspetto, anche il più apparentemente banale? L’autore del testo dal quale abbiamo attinto tutte queste notizie, dice “di aver scorto uno spiraglio del segreto di San Martino de Porres solo nella volontà di umiliazione (...), al fine di poter servire con ineguagliabile amore il ghetto dei poveri, i più umili, gli infimi della scala sociale.(...) Ma se si vuol parlare di carismi e di modelli specialissimi secondo i segni dei tempi, si scopre lo specifico del Terziario di Lima nella sua confessione di medico, di consolatore e soprattutto di riparatore dei peccati delle due razze che urgevano in lui”. Chi ricerca più a fondo, al di là di segreti del mestiere o di una carità vissuta al massimo grado, “capisce che nel piano divino di salvezza i doni della Provvidenza spingevano il figlio della schiava negra e del cavaliere di Burgos all’offerta di se stesso come vittima d’espiazione per i peccati di due razze, per la riconciliazione di due mondi, per l’inaugurazione d’un regno di carità fatto di perdono e di servizio”.
San Martino de Porres morì, dopo due settimane di malattia, il 3 novembre 1639, all’età di sessant’anni. Aveva accettato per obbedienza di essere steso sul letto dell’infermeria con delle lenzuola. Ma oltre che dai confratelli, era assistito dalla Vergine Maria, da san Domenico e dagli angeli, tanto che, rapito in estasi proprio quando era venuto a visitarlo il Viceré, fu rimproverato dal priore perché aveva fatto aspettare questa importante persona. Morì mentre i confratelli, e nel chiostro i novizi, cantavano il Credo, dopo aver cantato, come è l’uso domenicano in questa circostanza, il Salve Regina
 
Tutte le notizie e citazioni sono tratte da: P. Reginaldo Francisco O.P. “Il primo santo dei negri d’America -San Martìn de Porres”, Ed. Studio Domenicano, Bologna 1994
 
A cura di Patrizia Solari 
 
Dall’“Omelia per la canonizzazione di san Martino de Porres” di Giovanni XXIII, papa ((6 maggio 1962).
 
«Martino della carità»
 
La via che Gesù ha insegnato é questa: Prima di tutto: «Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente». E poi: «Amerai il prossimo tuo come te stesso» (Mt 22, 37-39). San Martino con l’esempio della sua vita ci dimostra che noi possiamo raggiungere la salvezza e la santità per questa via. Avendo egli conosciuto che Cristo Gesù patì per noi e portò i nostri peccati nel suo corpo fin sul legno (cfr. 1 Pt 2,24), percorse con particolare amore la via del Crocifisso. E quando contemplava i suoi orribili tormenti, non poteva trattenersi dal piangere assai diffusamente. Amò pure con speciale affetto l’augustissimo sacramento dell’Eucaristia. Per questo, standosene in luogo nascosto della chiesa, sostava per molte ore in adorazione dinanzi al tabernacolo. Dell’Eucaristia poi bramava nutrirsi con quanto più amore gli era possibile. San Martino praticava con molto impegno e diligenza il comandamento dell’amore, dato dal divino Maestro. Perciò trattava i fratelli con quella viva carità che gli nasceva da una fede incrollabile e da una profonda umiltà. Amava gli uomini, perché li stimava sinceramente come figli di Dio e fratelli suoi; anzi li amava più di se stesso, poiché, con l’umiltà che aveva, riteneva tutti più onesti e migliori di sé. Scusava i difetti degli altri, e perdonava le offese più aspre, essendo persuaso che, per i peccati commessi, era degno di pene molto più gravi. Con ogni zelo si sforzava di ricondurre i colpevoli sulla buona via. Assistenza gli ammalati con affabilità. Ai più poveri procurava cibo, vestiti, medicine. Sosteneva, per quanto era in suo potere, i contadini, i negri e i mulatti, allora considerati cosa spregevole. Dava loro ogni aiuto e si prodigava per essi con premura, tanto da meritare di essere chiamato dal popolo «Martino della carità». Questo santo uomo, che con l’esortazione, con l’esempio e con la sua virtù contribuì così efficacemente ad attirare gli altri alla religione, anche oggi ha il potere di innalzare mirabilmente le nostre menti alle cose celesti. Non tutti, purtroppo, comprendono questi superni doni, com’é necessario, non tutti li tengono in onore, che anzi molti, protesi verso le seduzioni del male, o li stimano da poco o li hanno in antipatia o non se ne curano affatto. Voglia il cielo che l’esempio di Martino insegni salutarmente a molti quanto dolce e quanto felice cosa sia il seguire le orme di Gesù Cristo e conformarsi ai suoi divini comandi.
 
Pratica: “La via che Gesù ha insegnato é questa: Prima di tutto: «Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente». E poi: «Amerai il prossimo tuo come te stesso» (Mt 22, 37-39). San Martino con l’esempio della sua vita ci dimostra che noi possiamo raggiungere la salvezza e la santità per questa via” (San Giovanni XXIII).
 
Preghiera:
O Dio, che attraverso una vita umile e nascosta hai guidato san Martino de Porres alla visione della tua gloria, donaci di seguire il suo esempio per essere uniti a lui nella luce dei Santi. Per il nostro Signore.

 

 

2 Novembre 2020
 
COMMEMORAZIONE DI TUTTI I FEDELI DEFUNTI (MESSA 1)
 
Gb 19,1.23-27a; Sal 26 (27); Rm 5,5-11; Gv 6,37-40
 
La Bibbia e i Padri della Chiesa [I Padri Vivi]: Il giorno di preghiera per i defunti è per molti l’occasione di porsi delle domande di principio. Perché la morte, perché il nostro corpo torna in polvere, perché dobbiamo sperimentare il dolore del distacco dai nostri prossimi? Chi può assicurarci l’immortalità, chi ci può dire come sarà la vita futura, chi può consolarci nel tempo della tristezza?
Abbiamo accolto le parole di Cristo e ne conosciamo le risposte, crediamo a ciò che dicono i libri ispirati dalla Sacra Scrittura. Le molte risposte che abbiamo trovato, le possiamo ridurre ad una: la morte si può comprendere solo alla luce della Morte e della Risurrezione del Signore. Come Gesù è morto e risuscitato, così anche quelli che sono morti, Dio li radunerà per mezzo di Gesù insieme con lui (1Ts 4,14).
Come tutti muoiono in Adamo, così tutti riceveranno la vita in Cristo (1Cor 15,22). Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se morto, vivrà (Gv 11,25). La fede nella Risurrezione del Signore sta alla base della nostra preghiera per coloro che sono morti: affinché siano accolti nella gloria, affinché passino al luogo della luce e della pace. Essi non solo credettero nel Signore, ma attraverso il Battesimo morirono con lui e con lui passarono alla vita nuova: che il Signore compia adesso ciò che ha iniziato nel Battesimo.
L’uomo di fronte a Dio: chi può dire di essere senza peccato? La Chiesa raccomanda oggi alla divina misericordia coloro che sono morti: Dio, una volta li lavò con le acque del Battesimo, che ora li lavi con la grazia del perdono. Celebrando l’Eucaristia, la Chiesa non cessa di intercedere per i nostri fratelli, che sono morti nella speranza della risurrezione. Prega per i defunti, dei quali solo Dio ha conosciuto la fede e per tutti coloro che hanno lasciato questo mondo. Oggi, queste parole assumono un particolare significato. Stiamo oggi presso le tombe dei nostri parenti, vicini, conoscenti; passiamo vicino ai sepolcri di tanti nostri fratelli. Ci accompagnino le parole della liturgia: «Ai tuoi fedeli, o Signore, la vita non è tolta, ma trasformata».
 
Colletta: Ascolta, o Dio, la preghiera che la comunità dei credenti innalza a te nella fede del Signore risorto, e conferma in noi la beata speranza che insieme ai nostri fratelli defunti risorgeremo in Cristo a vita nuova. Per il nostro Signore Gesù Cristo..
 
Giovanni Paolo II (Udienza Generale, 2 novembre 1994): Oggi, due novembre, commemoriamo i fedeli defunti, che, compiuto il loro pellegrinaggio terreno, dormono il sonno della pace. È una ricorrenza particolarmente sentita nelle famiglie. È la festa umanissima degli affetti che oltrepassano la misura del tempo e si innestano nella dimensione del mistero dell’amore di Dio, che tutto restituisce a vita nuova. L’uomo sorge dalla terra e alla terra ritorna (cfr. Gen 3,19): ecco una realtà evidente da non dimenticare mai. Egli sperimenta però anche l’insopprimibile desiderio di vita immortale. Per questa ragione i vincoli di amore che uniscono genitori e figli, mariti e mogli, fratelli e sorelle, come pure i legami di vera amicizia tra le persone, non si disperdono né finiscono con l’ineluttabile evento della morte. I nostri defunti continuano a vivere fra di noi, non solo perché i loro resti mortali riposano nel camposanto e il loro ricordo fa parte della nostra esistenza, ma soprattutto perché le loro anime intercedono per noi presso Dio. Carissimi Fratelli e Sorelle, la commemorazione odierna ci invita a ravvivare la fede nella vita eterna. L’uomo, creato a immagine e somiglianza di Dio, porta iscritto nelle profondità del proprio essere il nome stesso, primordiale ed eterno, di Dio che è comunione perfetta del Padre del Figlio e dello Spirito Santo. Proprio per questo il suo Io profondo non soccombe alla morte, ma oltrepassando i confini del tempo entra nell’eternità. I cristiani, raccolti attorno al ricordo dei loro cari defunti, proclamano quest’oggi: “Regem cui omnia vivunt, venite, adoremus”, “Venite adoriamo il Signore, per il quale tutti vivono”. Nell’amore di Cristo, che tutto redime dalle conseguenze del peccato e della morte, risplende la santità di Dio e si manifesta il suo disegno provvidenziale di “fare famiglia” con l’uomo. Egli non vuole che alcuno si perda (cfr. Gv 6,39), ma che ognuno, trasformato dalla sua santità, viva per sempre alla sua presenza in compagnia di tutti i fratelli e le sorelle che formano la sua casa (cfr. 2Cor 4,14).
 
Gesù è venuto dal Cielo per compiere la volontà del Padre. Tutto quello che il Padre gli dà, verrà a lui; e quelli che verranno a lui, riceveranno la  vita eterna e saranno risuscitati nell’ultimo giorno.
 
Dal Vangelo secondo Giovanni 6,37-40: In quel tempo, Gesù disse alla folla: «Tutto ciò che il Padre mi dà, verrà a me: colui che viene a me, io non lo caccerò fuori, perché sono disceso dal cielo non per fare la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato. E questa è la volontà di colui che mi ha mandato: che io non perda nulla di quanto egli mi ha dato, ma che lo risusciti nell’ultimo giorno. Questa infatti è la volontà del Padre mio: che chiunque vede il Figlio e crede in lui abbia la vita eterna; e io lo risusciterò nell’ultimo giorno».
 
Mario Galizzi (Vangelo secondo Giovanni): Ci sembra di essere di fronte a un meraviglioso riassunto di quanto finora si è detto su Gesù, Figlio di Dio, Inviato del Padre, Sorgente di vita. Ne abbiamo letti altri due dello stesso tipo (3,16-21 e 3,31-35), ma erano alla terza persona.
Qui invece è Gesù che parla in prima persona del Padre come «Mandante», di sé come «l’Inviato» e degli uomini come «destinatari» dell’opera sua.
L’iniziativa è, come sempre, del Padre, il quale vuole che tutti gli uomini abbiano la vita eterna e siano salvi per mezzo del Figlio suo. Subito però avviene una divisione tra gli uomini: ci sono coloro che «vedono il Figlio, ma non credono in lui» (6,36) e ci sarà nel futuro «chi verrà a lui». I primi sono quelli, tra gli immediati uditori, che si oppongono alla volontà del Padre e non accolgono Gesù; i secondi sono coloro che «lo vedono e credono in lui» (6,40), e lo accolgono come dono del Padre (vedi 3,16). In questi Gesù vede il «dono» che il Padre gli fa.
Anche se può sembrare una parentesi, non perdiamo la sfumatura ecclesiale profonda, soggiacente all’idea di dono. La comunità che sta con Gesù sa che gli uni sono per gli altri «dono di Dio». Questa è l’opera del Padre che, mediante la fede, ha reso i discepoli capaci di appartenere al Figlio.
E ora osserviamo il Figlio, l’inviato, colui che, come apprendista alla scuola del Padre, si è reso soggetto capace della sua missione. Egli accoglie ogni credente come dono del Padre e con tre significative espressioni caratterizza la sua missione: non lo caccerò fuori, farò sì che non si perda, lo risusciterò nell’ultimo giorno. I verbi indicano tutti il futuro, e presto capiremo il perché.
Il Figlio, infatti, per essere davvero «Pane per gli altri», deve farsi un «pane donato», e ciò implica il passaggio attraverso la morte, perché per essere «Pane di vita» è necessario che sia, come Figlio dell’uomo, risorto. La rivelazione del Figlio sta raggiungendo uno dei suoi apici più alti. Non ci meraviglieremo, quindi, se la reazione si fa subito sentire. Gli immediati uditori (e forse anche noi) vorrebbero precisare qualcosa sulla vera identità di Gesù. E Gesù accetta e indica il cammino per entrare nel mistero della sua persona.
 
L’uomo ha sempre temuto la morte, e così tutti «i tentativi della tecnica, per quanto utilissimi, non riescono a calmare le ansietà dell’uomo; il prolungamento di vita che procura la biologia non può soddisfare quel desiderio di vita ulteriore, invincibilmente ancorato nel suo cuore» (GS 18).
Di fronte alla morte, solo la Chiesa può dare una risposta alle ansietà dell’uomo circa la sua sorte futura: infatti, «la Chiesa... istruita dalla rivelazione, afferma che l’uomo è stato creato da Dio per un fine di felicità oltre i confini delle miserie terrene» (GS 18). E per raggiungere questo fine di felicità, la Chiesa addita, come mezzo eccellente, l’Eucarestia, «medicina di immortalità, antidoto contro la morte, alimento dell’eterna vita in Gesù Cristo» (Sant’Ignazio di Antiochia).
Non si può dire che si tratti di una pura metafora. Il suo significato pieno e autentico è fondato nel Vangelo: «Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno» (Gv 6,54). Si può affermare, come suggerisce padre Raniero Cantalamessa, che l’Eucaristia «permette di assaporare le primizie della vita eterna e per questo è la fonte in cui si rinnovano costantemente “la speranza e la gioia” del cristiano».
Ma cos’è la vita eterna? Una risposta la si può trovare nel Compendio: «La vita eterna è quella che inizierà subito dopo la morte. Essa non avrà fine. Sarà preceduta per ognuno da un giudizio particolare ad opera di Cristo, giudice dei vivi e dei morti, e sarà sancita dal giudizio finale» (207).
I cristiani hanno sempre creduto che «le anime di tutti coloro che muoiono nella grazia di Cristo […] costituiscono il popolo di Dio nell’al di là della morte, la quale sarà definitivamente sconfitta nel giorno della risurrezione, quando queste anime saranno riunite ai propri corpi» (Paolo VI, Credo del popolo di Dio, 28).
Detto questo si può affermare che per «il cristiano, che unisce la propria morte a quella di Gesù, la morte è come un andare verso di lui ed entrare nella vita eterna. Quando la Chiesa ha pronunciato, per l’ultima volta, le parole di perdono dell’assoluzione di Cristo sul cristiano morente, l’ha segnato, per l’ultima volta, con una unzione fortificante e gli ha dato Cristo nel viatico come nutrimento per il viaggio, a lui si rivolge con queste dolci e rassicuranti parole: “Parti, anima cristiana, da questo mondo, nel nome di Dio Padre onnipotente che ti ha creato, nel nome di Gesù Cristo, Figlio del Dio vivo, che è morto per te sulla croce, nel nome dello Spirito Santo, che ti è stato dato in dono; la tua dimora sia oggi nella pace della santa Gerusalemme, con la Vergine Maria, Madre di Dio, con san Giuseppe, con tutti gli angeli e i santi. […]. Tu possa tornare al tuo Creatore, che ti ha formato dalla polvere della terra. Quando lascerai questa vita, ti venga incontro la Vergine Maria con gli angeli e i santi. […]. Mite e festoso ti appaia il volto di Cristo e possa tu contemplarlo per tutti i secoli in eterno” [Sacramento dell’unzione e cura pastorale degli infermi, Raccomandazione dei moribondi, 236-237]» (CCC 1020).
La Chiesa, quindi, a coloro che stanno per lasciare questa vita, offre, oltre all’Unzione degli infermi, Cristo nel viatico come nutrimento per l’ultimo viaggio. Ricevuta in questo momento di passaggio al Padre, la Comunione al Corpo e al Sangue di Cristo ha un significato e un’importanza particolari: è seme di vita eterna e potenza di risurrezione, è «pegno sicuro» (CCC 1405) di vita eterna.
Poiché «Cristo, che è passato da questo mondo al Padre, nell’Eucaristia ci dona il pegno della gloria futura presso di lui: la partecipazione al suo sacrificio ci identifica con il suo cuore, sostiene le nostre forze lungo il pellegrinaggio di questa vita, ci fa desiderare la vita eterna e già ci unisce alla Chiesa del Cielo, alla beatissima Vergine e a tutti i santi» (CCC 1419).
Ma non possono essere taciute le condizioni  necessarie per conquistare la vita eterna: solo chi si converte «a Cristo mediante la penitenza e la fede [...]» passa dalla morte alla vita “e non va incontro al giudizio” [Gv 5,24]» (CCC 1470).
 
Il ricordo dei defunti: Paolo VI (Udienza Generale, 2 novembre 1966): Fratelli e Figli carissimi! Che cosa stiamo facendo? Stiamo compiendo un atto di memoria e di pietà; stiamo ricordando i nostri Defunti e pregando per la loro eterna pace. Siamo tutti abituati a questo esercizio di carità religiosa, che proviene dalla nostra educazione cristiana, e che si alimenta della nostra partecipazione alla vita liturgica della Chiesa, e dalla nostra personale sensibilità dei vincoli che ancora ci uniscono con coloro che sono scomparsi dalla scena di questo mondo. Ma oggi il ricordo dei Defunti e l’invito a offrire per loro i nostri suffragi si fanno più espliciti e più gravi; così che la memoria dei Morti si trasforma facilmente nella meditazione della morte. La quale, Fratelli e Figli carissimi, è sempre grande, profonda e oscura, come un oceano notturno; e la maggior parte degli uomini rifugge dal fermarvi il pensiero, non avendo nella propria ragione lume sufficiente per non essere terrorizzati. Ascoltiamo, ad esempio, la voce d’un celebre saggio a questo proposito: «Io vedo questi paurosi spazi dell’universo che mi circondano, ed io mi trovo attaccato ad un cantuccio di questa immensità, senza ch’io sappia perché io sia collocato in questo luogo piuttosto che in un altro, né perché il poco tempo che m’è dato da vivere mi sia assegnato a questo punto, piuttosto che in un altro da tutta l’eternità che mi ha preceduto e di tutta quella che mi succede. Io non vedo che estensioni infinite da ogni parte, che mi racchiudono come un atomo e come un’ombra che non dura che un istante senza ritorno. Tutto ciò ch’io conosco è che devo ben presto morire; ma ciò ch’io più ignoro è questa morte stessa, a cui non mi è dato sfuggire» (Pascal, Pensées, 194). Ma ringraziamo la nostra religione, che non solo toglie l’angosciosa paura che circonda il mistero della morte, ma ci educa altresì a guardarla con sereno realismo ed a trarne indispensabili insegnamenti per ben valutare ogni cosa del nostro transito nel tempo e per avere dei nostri Morti qualche consolante notizia.
 
Siamo arrivati alla fine. Possiamo mettere in evidenza:
***Chi crede nel Figlio ha la vita eterna; e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. (Vangelo)
Nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.
 
Abbiamo celebrato, Signore, il mistero pasquale,
invocando la tua misericordia per i nostri fratelli defunti;
dona loro di partecipare alla pasqua eterna
nella tua dimora di luce e di pace.
Per Cristo nostro Signore.


2 Novembre 2020
 
Commemorazione di tutti i fedeli defunti
 
La commemorazione dei fedeli defunti appare già nel secolo IX, in continuità con l’uso monastico del secolo VII di consacrare un giorno completo alla preghiera per tutti i defunti. Amalario, nel secolo IX, poneva già la memoria di tutti i defunti successivamente a quelli dei santi che erano già in cielo. È solo con l’abate benedettino sant’Odilone di Cluny che questa data del 2 novembre fu dedicata alla commemorazione di tutti i fedeli defunti, per i quali già sant’Agostino lodava la consuetudine di pregare anche al di fuori dei loro anniversari, proprio perché non fossero trascurati quelli senza suffragio. La Chiesa è stata sempre particolarmente fedele al ricordo dei defunti. Nella professione di fede del cristiano noi affermiamo: “Credo nella santa Chiesa cattolica, nella comunione dei Santi…”. Per “comunione dei santi” la Chiesa intende l’insieme e la vita d’assieme di tutti i credenti in Cristo, sia quelli che operano ancora sulla terra sia quelli che vivono nell’altra vita in Paradiso ed in Purgatorio. In questa vita d’assieme la Chiesa vede e vuole il fluire della grazia, lo scambio dell’aiuto reciproco, l’unità della fede, la realizzazione dell’amore. Dalla comunione dei santi nasce l’interscambio di aiuto reciproco tra i credenti in cammino sulla terra i i credenti viventi nell’aldilà, sia nel Purgatorio che nel Paradiso. La Chiesa, inoltre, in nome della stessa figliolanza  di Dio e, quindi, fratellanza in Gesù Cristo, favorisce questi rapporti e stabilisce anche dei momenti forti durante l’anno liturgico e nei riti religiosi quotidiani. Il 2 Novembre è il giorno che la Chiesa dedica alla commemorazione dei defunti, che dal popolo viene chiamato semplicemente anche “festa dei defunti”. Ma anche nella messa quotidiana, sempre riserva un piccolo spazio, detto “memento, Domine…”, che vuol dire “ricordati, Signore…” e propone preghiere universali di suffragio alle anime di tutti i defunti in Purgatorio. La Chiesa, infatti, con i suoi figli è sempre madre e vuole sentirli tutti presenti in un unico abbraccio. Pertanto prega per i  morti, come per i vivi, perché anch’essi sono vivi nel Signore. Per questo possiamo dire che l’amore materno della Chiesa è più forte della morte. La Chiesa, inoltre, sa che “non entrerà in essa nulla di impuro”. Nessuno può entrare nella visione e nel godimento di Dio, se al momento della morte, non ha raggiunto la perfezione nell’amore. Per particolari pratiche, inoltre, come le preghiere e le buone opere, la Chiesa offre lo splendido dono delle indulgenze, parziali o plenarie, che possono essere offerte in suffragio delle anime del Purgatorio. Una indulgenza parziale o plenaria offre alla persona interessata una parziale o plenaria riduzione delle pene, dovute ai suoi peccati, che sono già stati perdonati. Tale riduzione può essere fruita anche dai defunti, i quali possono essere liberati dalle loro pene parzialmente o totalmente. La commemorazione dei defunti ebbe origine in Francia all’inizio del decimo secolo. Nel convento di Cluny viveva un santo monaco, l’abate Odilone, che era molto devoto delle anime del Purgatorio, al punto che tutte le sue preghiere, sofferenze, penitenze, mortificazioni e messe venivano applicate per la loro liberazione dal purgatorio. Si dice che uno dei suoi confratelli, di ritorno dalla Terra Santa, gli raccontò di essere stato scaraventato da una tempesta sulla costa della Sicilia; lì incontrò un eremita, il quale gli raccontò che spesso aveva udito le grida e le voci dolenti delle anime purganti provenienti da una grotta insieme a quelle dei demoni che gridavano contro lui, l’abate Odilone. Costui, all’udire queste parole, ordinò a tutti i monaci del suo Ordine cluniacense di fissare il 2 Novembre come giorno solenne per la commemorazione dei defunti. Era l’anno 928 d. C. Da allora, quindi, ogni anno la “festa” dei morti viene celebrata in questo giorno. Da allora quel giorno rappresenta per tutti una sosta nella vita per ricordare con una certa nostalgia il passato, vissuto con i nostri cari che il tempo e la morte han portato via, il bene che coloro che ci hanno preceduti sulla terra hanno lasciato all’umanità, e il loro contributo all’aumento della fede, della speranza, della carità e della grazia nella chiesa. Il 2 Novembre, poi, ci riporta alla realtà delle cose richiamando la nostra attenzione sulla caducità della vita. Questo pensiero richiama il fluire del tempo intorno a noi e in noi. Ci accorgiamo facilmente della trasformazione e del cambiamento del mondo a noi circostante: vediamo con indifferenza il passaggio delle cose e delle persone quando queste scivolano lentamente davanti a noi o non fanno rumore o non portano dolori e dispiaceri. Ogni passaggio, ogni spostamento comporta l’impiego del tempo, dice la dinamica della fisica.  Che non è come quello del martello o di un qualsiasi strumento: dopo l’uso può essere ancora utilizzato. Il tempo no. Il tempo va via per sempre. Non ritornerà mai più. Resta il frutto maturato in quel tempo: quel che abbiamo seminiamo in quel tempo produce frutto. Se si è seminato vento si raccoglierà tempesta, recita il proverbio antico. Quel che viviamo è altro, non quello di prima. Con maggiore indifferenza non notiamo il fluire del tempo in noi. Il nostro “io” si erge in noi come persona fuori dal mondo e, quindi, estranea al mutare delle cose e al susseguirsi delle stagioni. Il nostro “io” è l’essere pensante che fa vivere e muovere le cose, che gioca con il giorno e con la notte e spinge le lancette dell’orologio e dona emozioni nella gioia e nel dolore. Questo dicono alcuni filosofi che hanno il culto dell’Idea e che per questo si chiamano idealisti. Ma poi l’io aggiorna le idee e si adegua ai nuovi pensieri e scopre il fluire del tempo in sé. L’io eterno entra nel tempo, si fa per dire, e avverte il suo logorio. Il presente appare provvisorio, tanto provvisorio da non contare, da “non essere” in sé: conclusione o epilogo di ieri, anticipo o prologo del domani. Tutta passa. Giorno dopo giorno il tempo va via. Passo dopo passo il cammino si affatica sempre più. Atto dopo atto il logorio delle forze fisiche che invecchiano  si fa sempre più sentire. Passano le gioie e passano pure i dolori. Poi passeremo anche noi; e finiranno su questa terra anche i nostri giorni. Il richiamo alla realtà della nostra morte ci invita, pure, a dare importanza alle cose essenziali, ai valori perenni e universali, che elevano lo spirito e resistono al tempo. “Accumulate un tesoro nel cielo, dove né tignuola e né ladro possono arrivare”, consiglia Gesù Cristo ai suoi discepoli. Se tutto passa, l’amore di Dio resta. Il pensiero ritorna a noi. La certezza della morte deve farci riflettere, affinché possiamo essere pronti all’incontro con essa senza alcuna paura. Sarebbe un grande errore dire: “Mi darò a Dio quando sarò vecchio”, ed aspettare di cambiare i nostri cuori al momento della morte. Così come nessuno diventa all’improvviso cattivo, allo stesso modo nessuno diventa in un attimo buono. E ricorda che la morte può arrivare senza alcun preannunzio, improvvisamente. Si dice che la morte sia spaventosa: ma non è tanto la morte in sé a terrorizzarci, quanto piuttosto l’atto del morire ed il giudizio susseguente di dannazione o di salvezza eterna. È, infatti, il terrore di un attimo e non dell’eternità a spaventarci. Dunque sorgono molte domande: come sarà quel momento? Quanto durerà? Chi mi assisterà? Sarò solo? Dove sarò? In casa, per strada, al lavoro, mentre prego o sono distratto in altre faccende? Quando mi sorprenderà? Il pensiero di trovarsi soli, faccia a faccia con la morte, vittima ed esecutore, può produrre disagio e paura mentre si è in vita. Eppure per i veri cristiani non dovrebbe essere così. La vita è un cammino che comporta il passaggio da una condizione all’altra, si passa dall’infanzia alla fanciullezza, dalla fanciullezza alla giovinezza, alla maturità, alla vecchiaia e dalla vecchiaia all’eternità attraverso la morte. Per questo, vista nella luce di Dio la morte diventa o dovrebbe diventare un dolce incontro, non un precipitare nel nulla, ma il contemporaneo chiudersi e aprirsi di una porta: la terra e il cielo si incontrano su quella porta. Del resto il pensiero della morte ritorna ogni volta che ci rivolgiamo alla Madonna con la preghiera del Rosario: “Santa Maria, madre di Dio prega per noi, adesso e nell’ora della nostra morte”. Si è detto che la morte sia la prova più dura della vita, ma non è vero. È l’unica cosa che tutti sanno di dovere affrontare! Il giovane e il vecchio centenario, l’intelligente e l’idiota, il santo ed il peccatore, il papa e l’ateo. Come passiamo dall’infanzia alla giovinezza, dalla giovinezza alla maturità e poi alla vecchiaia, così si passa dalla vita alla morte. Vista nella luce di Dio la morte diventa un dolce incontro, non un tramonto, ma una bellissima alba annunciatrice della vita eterna con Dio insieme agli angeli e ai santi che ci hanno preceduto in terra.
Autore: Don Marcello Stanzione
 
 
La purificazione finale o purgatorio
 
Catechismo della Chiesa Cattolica
 
1030 Coloro che muoiono nella grazia e nell’amicizia di Dio, ma sono imperfettamente purificati, sebbene siano certi della loro salvezza eterna, vengono però sottoposti, dopo la loro morte, ad una purificazione, al fine di ottenere la santità necessaria per entrare nella gioia del cielo.
 
1031 La Chiesa chiama purgatorio questa purificazione finale degli eletti, che è tutt’altra cosa dal castigo dei dannati. La Chiesa ha formulato la dottrina della fede relativa al purgatorio soprattutto nei Concili di Firenze e di Trento. La Tradizione della Chiesa, rifacendosi a certi passi della Scrittura, parla di un fuoco purificatore:
 
«Per quanto riguarda alcune colpe leggere, si deve credere che c’è, prima del giudizio, un fuoco purificatore; infatti colui che è la Verità afferma che, se qualcuno pronuncia una bestemmia contro lo Spirito Santo, non gli sarà perdonata né in questo secolo, né in quello futuro (Mt 12,32). Da questa affermazione si deduce che certe colpe possono essere rimesse in questo secolo, ma certe altre nel secolo futuro».
 
1032 Questo insegnamento poggia anche sulla pratica della preghiera per i defunti di cui la Sacra Scrittura già parla: «Perciò [Giuda Maccabeo] fece offrire il sacrificio espiatorio per i morti, perché fossero assolti dal peccato» (2 Mac 12,45). Fin dai primi tempi, la Chiesa ha onorato la memoria dei defunti e ha offerto per loro suffragi, in particolare il sacrificio eucaristico, affinché, purificati, possano giungere alla visione beatifica di Dio. La Chiesa raccomanda anche le elemosine, le indulgenze e le opere di penitenza a favore dei defunti:
 
«Rechiamo loro soccorso e commemoriamoli. Se i figli di Giobbe sono stati purificati dal sacrificio del loro padre, perché dovremmo dubitare che le nostre offerte per i morti portino loro qualche consolazione? [...] Non esitiamo a soccorrere coloro che sono morti e ad offrire per loro le nostre preghiere».
 
 
GIOVANNI PAOLO II
ANGELUS
Commemorazione di Tutti i Fedeli Defunti - Domenica, 2 novembre 2003
 
Carissimi Fratelli e Sorelle!
1. Dopo aver celebrato ieri la Solennità di Tutti i Santi, oggi, due novembre, il nostro sguardo orante si volge a coloro che hanno lasciato questo mondo e attendono di raggiungere la Città celeste. Da sempre la Chiesa ha esortato a pregare per i defunti. Essa invita i credenti a guardare al mistero della morte non come all’ultima parola sulla sorte umana, ma come al passaggio verso la vita eterna. “Mentre si distrugge la dimora di questo esilio terreno - leggiamo nel prefazio odierno -, viene preparata un’abitazione eterna nel Cielo”.
2. È importante e doveroso pregare per i defunti, perché anche se morti nella grazia e nell’amicizia di Dio, essi forse abbisognano ancora di un’ultima purificazione per entrare nella gioia del Cielo (cfr. Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 1030). Il suffragio per loro si esprime in vari modi, tra i quali anche la visita ai cimiteri. Sostare in questi luoghi sacri costituisce un’occasione propizia per riflettere sul senso della vita terrena e per alimentare, al tempo stesso, la speranza nell’eternità beata del Paradiso.
Maria, Porta del cielo, ci aiuti a non dimenticare e a non perdere mai di vista la Patria celeste, meta ultima del nostro pellegrinaggio qui sulla Terra.
 
 
BENEDETTO XVI (Udienza Generale, 2 Novembre 2011) 
 
La Commemorazione di tutti i fedeli defunti
 
Cari fratelli e sorelle!
 
Dopo avere celebrato la Solennità di Tutti i Santi, la Chiesa ci invita oggi a commemorare tutti i fedeli defunti, a volgere il nostro sguardo a tanti volti che ci hanno preceduto e che hanno concluso il cammino terreno. Nell’Udienza di questo giorno, allora, vorrei proporvi alcuni semplici pensieri sulla realtà della morte, che per noi cristiani è illuminata dalla Risurrezione di Cristo, e per rinnovare la nostra fede nella vita eterna.
Come già dicevo ieri all’Angelus, in questi giorni ci si reca al cimitero per pregare per le persone care che ci hanno lasciato, quasi un andare a visitarle per esprimere loro, ancora una volta, il nostro affetto, per sentirle ancora vicine, ricordando anche, in questo modo, un articolo del Credo: nella comunione dei santi c’è uno stretto legame tra noi che camminiamo ancora su questa terra e tanti fratelli e sorelle che hanno già raggiunto l’eternità. Da sempre l’uomo si è preoccupato dei suoi morti e ha cercato di dare loro una sorta di seconda vita attraverso l’attenzione, la cura, l’affetto. In un certo modo si vuole conservare la loro esperienza di vita; e, paradossalmente, come essi hanno vissuto, che cosa hanno amato, che cosa hanno temuto, che cosa hanno sperato e che cosa hanno detestato, noi lo scopriamo proprio dalle tombe, davanti alle quali si affollano ricordi. Esse sono quasi uno specchio del loro mondo. Perché è così? Perché, nonostante la morte sia spesso un tema quasi proibito nella nostra società, e vi sia il tentativo continuo di levare dalla nostra mente il solo pensiero della morte, essa riguarda ciascuno di noi, riguarda l’uomo di ogni tempo e di ogni spazio. E davanti a questo mistero tutti, anche inconsciamente, cerchiamo qualcosa che ci inviti a sperare, un segnale che ci dia consolazione, che si apra qualche orizzonte, che offra ancora un futuro. La strada della morte, in realtà, è una via della speranza e percorrere i nostri cimiteri, come pure leggere le scritte sulle tombe è compiere un cammino segnato dalla speranza di eternità. Ma ci chiediamo: perché proviamo timore davanti alla morte? Perché l’umanità, in una sua larga parte, mai si è rassegnata a credere che al di là di essa non vi sia semplicemente il nulla? Direi che le risposte sono molteplici: abbiamo timore davanti alla morte perché abbiamo paura del nulla, di questo partire verso qualcosa che non conosciamo, che ci è ignoto. E allora c’è in noi un senso di rifiuto perché non possiamo accettare che tutto ciò che di bello e di grande è stato realizzato durante un’intera esistenza, venga improvvisamente cancellato, cada nell’abisso del nulla. Soprattutto noi sentiamo che l’amore richiama e chiede eternità e non è possibile accettare che esso venga distrutto dalla morte in un solo momento. Ancora, abbiamo timore davanti alla morte perché, quando ci troviamo verso la fine dell’esistenza, c’è la percezione che vi sia un giudizio sulle nostre azioni, su come abbiamo condotto la nostra vita, soprattutto su quei punti d’ombra che, con abilità, sappiamo spesso rimuovere o tentiamo di rimuovere dalla nostra coscienza. Direi che proprio la questione del giudizio è spesso sottesa alla cura dell’uomo di tutti i tempi per i defunti, all’attenzione verso le persone che sono state significative per lui e che non gli sono più accanto nel cammino della vita terrena. In un certo senso i gesti di affetto, di amore che circondano il defunto, sono un modo per proteggerlo nella convinzione che essi non rimangano senza effetto sul giudizio. Questo lo possiamo cogliere nella maggior parte delle culture che caratterizzano la storia dell’uomo. Oggi il mondo è diventato, almeno apparentemente, molto più razionale, o meglio, si è diffusa la tendenza a pensare che ogni realtà debba essere affrontata con i criteri della scienza sperimentale, e che anche alla grande questione della morte si debba rispondere non tanto con la fede, ma partendo da conoscenze sperimentabili, empiriche. Non ci si rende sufficientemente conto, però, che proprio in questo modo si è finiti per cadere in forme di spiritismo, nel tentativo di avere un qualche contatto con il mondo al di là della morte, quasi immaginando che vi sia una realtà che, alla fine, è sarebbe una copia di quella presente. Cari amici, la solennità di tutti i Santi e la Commemorazione di tutti i fedeli defunti ci dicono che solamente chi può riconoscere una grande speranza nella morte, può anche vivere una vita a partire dalla speranza. Se noi riduciamo l’uomo esclusivamente alla sua dimensione orizzontale, a ciò che si può percepire empiricamente, la stessa vita perde il suo senso profondo. L’uomo ha bisogno di eternità ed ogni altra speranza per lui è troppo breve, è troppo limitata. L’uomo è spiegabile solamente se c’è un Amore che superi ogni isolamento, anche quello della morte, in una totalità che trascenda anche lo spazio e il tempo. L’uomo è spiegabile, trova il suo senso più profondo, solamente se c’è Dio. E noi sappiamo che Dio è uscito dalla sua lontananza e si è fatto vicino, è entrato nella nostra vita e ci dice: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me anche se muore vivrà; chiunque vive e crede in me non morirà in eterno» (Gv 11,25-26). Pensiamo un momento alla scena del Calvario e riascoltiamo le parole che Gesù, dall’alto della Croce, rivolge al malfattore crocifisso alla sua destra: «In verità io ti dico: oggi con me sarai nel paradiso» (Lc 23,43). Pensiamo ai due discepoli sulla strada di Emmaus, quando, dopo aver percorso un tratto di strada con Gesù Risorto, lo riconoscono e partono senza indugio verso Gerusalemme per annunciare la Risurrezione del Signore (cfr. Lc 24,13-35). Alla mente ritornano con rinnovata chiarezza le parole del Maestro: «Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me. Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore. Se no non vi avrei mai detto: “Vado a prepararvi un posto”?» (Gv 14,1-2). Dio si è veramente mostrato, è diventato accessibile, ha tanto amato il mondo «da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna» (Gv 3,16), e nel supremo atto di amore della Croce, immergendosi nell’abisso della morte, l’ha vinta, è risorto ed ha aperto anche a noi le porte dell’eternità. Cristo ci sostiene attraverso la notte della morte che Egli stesso ha attraversato; è il Buon Pastore, alla cui guida ci si può affidare senza alcuna paura, poiché Egli conosce bene la strada, anche attraverso l’oscurità. Ogni domenica, recitando il Credo, noi riaffermiamo questa verità. E nel recarci ai cimiteri a pregare con affetto e con amore per i nostri defunti, siamo invitati, ancora una volta, a rinnovare con coraggio e con forza la nostra fede nella vita eterna, anzi a vivere con questa grande speranza e testimoniarla al mondo: dietro il presente non c’è il nulla. E proprio la fede nella vita eterna dà al cristiano il coraggio di amare ancora più intensamente questa nostra terra e di lavorare per costruirle un futuro, per darle una vera e sicura speranza. Grazie.
 
© Copyright 2011 - Libreria Editrice Vaticana
 
 
Pratica:
“Maria, Porta del cielo, ci aiuti a non dimenticare e a non perdere mai di vista la Patria celeste, meta ultima del nostro pellegrinaggio qui sulla Terra” (Giovanni Paolo II).
 
Preghiera:  Ascolta, o Dio, la preghiera che la comunità dei credenti innalza a te nella fede del Signore risorto, e conferma in noi la beata speranza che insieme ai nostri fratelli defunti risorgeremo in Cristo a vita nuova.  Per il nostro Signore Gesù Cristo...