3 NOVEMBRE 2020
MARTEDÌ DELLA XXXI SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO
Fil 2,5-11; Sal 21 (22); Lc 14,15-24:
Colletta: Dio onnipotente e misericordioso, tu solo puoi dare ai tuoi fedeli il dono di servirti in modo lodevole e degno; fa’ che camminiamo senza ostacoli verso i beni da te promessi. Per il nostro Signore Gesù Cristo…
Terra nuova e cielo nuovo - Gaudium et spes 39: Ignoriamo il tempo in cui avranno fine la terra e l’umanità e non sappiamo in che modo sarà trasformato l’universo. Passa certamente l’aspetto di questo mondo, deformato dal peccato. Sappiamo però dalla Rivelazione che Dio prepara una nuova abitazione e una terra nuova, in cui abita la giustizia, e la cui felicità sazierà sovrabbondantemente tutti i desideri di pace che salgono nel cuore degli uomini.
Certo, siamo avvertiti che niente giova all’uomo se guadagna il mondo intero ma perde se stesso. Tuttavia l’attesa di una terra nuova non deve indebolire, bensì piuttosto stimolare la sollecitudine nel lavoro relativo alla terra presente, dove cresce quel corpo della umanità nuova che già riesce ad offrire una certa prefigurazione, che adombra il mondo nuovo.
Pertanto, benché si debba accuratamente distinguere il progresso terreno dallo sviluppo del regno di Cristo, tuttavia, tale progresso, nella misura in cui può contribuire a meglio ordinare l’umana società, è di grande importanza per il regno di Dio. Ed infatti quei valori, quali la dignità dell’uomo, la comunione fraterna e la libertà, e cioè tutti i buoni frutti della natura e della nostra operosità, dopo che li avremo diffusi sulla terra nello Spirito del Signore e secondo il suo precetto, li ritroveremo poi di nuovo, ma purificati da ogni macchia, illuminati e trasfigurati, allorquando il Cristo rimetterà al Padre «il regno eterno ed universale: che è regno di verità e di vita, regno di santità e di grazia, regno di giustizia, di amore e di pace» .
Beato chi prenderà cibo nel regno di Dio!, l’affermazione entusiasta dell’anonimo commensale fa eco alle parole di Gesù: “Quando offri un pranzo o una cena, non invitare i tuoi amici né i tuoi fratelli né i tuoi parenti né i ricchi vicini, perché a loro volta non ti invitino anch’essi e tu abbia il contraccambio. Al contrario, quando offri un banchetto, invita poveri, storpi, zoppi, ciechi; e sarai beato perché non hanno da ricambiarti. Riceverai infatti la tua ricompensa alla risurrezione dei giusti” (14,12-14).
Dal Vangelo secondo Luca 14,15-24: In quel tempo, uno dei commensali, avendo udito questo, disse a Gesù: «Beato chi prenderà cibo nel regno di Dio!». Gli rispose: «Un uomo diede una grande cena e fece molti inviti. All’ora della cena, mandò il suo servo a dire agli invitati: “Venite, è pronto”. Ma tutti, uno dopo l’altro, cominciarono a scusarsi. Il primo gli disse: “Ho comprato un campo e devo andare a vederlo; ti prego di scusarmi”. Un altro disse: “Ho comprato cinque paia di buoi e vado a provarli; ti prego di scusarmi”. Un altro disse: “Mi sono appena sposato e perciò non posso venire”. Al suo ritorno il servo riferì tutto questo al suo padrone. Allora il padrone di casa, adirato, disse al servo: “Esci subito per le piazze e per le vie della città e conduci qui i poveri, gli storpi, i ciechi e gli zoppi”. Il servo disse: “Signore, è stato fatto come hai ordinato, ma c’è ancora posto”. Il padrone allora disse al servo: “Esci per le strade e lungo le siepi e costringili ad entrare, perché la mia casa si riempia. Perché io vi dico: nessuno di quelli che erano stati invitati gusterà la mia cena”».
Basilio Caballero (La Parola per Ogni Giorno): Tutti invitati - Nel clima disteso della conversazione al termine del banchetto e dopo aver udito le raccomandazioni di Gesù sulla scelta dei posti e degli invitati, uno dei presenti pronuncia la beatitudine con cui si apre il vangelo di oggi: « Beato chi mangerà il pane del regno di Dio!». Questa esclamazione offre a Gesù l’occasione di raccontare la parabola del grande banchetto, che è narrata anche da Matteo (22,1ss). Ma le differenze tra i due evangelisti sono notevoli in molti particolari, frutto senza dubbio di diverse tradizioni orali. Comunque, l’insegnamento fondamentale coincide in entrambe le versioni: le porte del regno si aprono ai non giudei.
Secondo i profeti, nei tempi messianici il Signore avrebbe preparato per tutti i popoli, sul monte Sion, nella città di Gerusalemme, un banchetto di cibi succulenti e di vini raffinati (Is 25,6ss).
La comunità cristiana primitiva dovette meditare diligentemente la parabola di Gesù sul banchetto verificando che, come frutto della sua apertura missionaria, i gentili erano effettivamente venuti a occupare i posti lasciati vuoti dai primi invitati.
Nell’era messianica già iniziata, simboleggiata nel banchetto di nozze in cui Cristo è lo sposo della nuova umanità e del suo popolo, anche i non giudei sono ammessi al regno attraverso la loro incorporazione alla Chiesa. Qui raggiunge il suo obiettivo la missione evangelizzatrice della Chiesa, che continua la missione di Gesù.
Allora il padrone di casa, adirato… Alois Stöger (Vangelo secondo Luca): La cena è preparata. Il padrone di casa non pensa nemmeno a sospendere il convito. Egli vuole che qualcuno goda del suo festino. Perciò bisogna preoccuparsi di sostituire coloro che sono stati precedentemente invitati. Il nuovo invito non trova ospiti in numero sufficiente da riempire la sala da pranzo, e il servitore viene rispedito una seconda volta a cercare altri convitati. L’anfitrione è liberale e generoso. La nobiltà d’animo del padrone di casa è posta in contrasto con la grettezza dei primi invitati. Viene così delineata l’immagine di Dio. Dio è amore che dona e viene incontro alle sue creature.
Regno di Dio - Anselm Urban: L’espressione greca basileia theou (“regalità di Dio ebr. malkut JHWH) designa in prime luogo il potere esercitato, l’effettivo governare di Dio. In genere sarebbe consigliabile la traduzione “signoria di Dio”. Tuttavia s’intende talvolta un particolare ambito o stato del quale la sovranità di Dio si esplica pienamente, in tal caso si parla di regno. “Regno dei cieli” (in Matteo: meglio: “signoria dei cieli”) perifrasa soltanto il Nome di Dio e sarebbe totalmente frainteso se fosse concepito come un “regno al di sopra delle nubi”: si tratta della pretesa di governo che Dio avanza su questo mondo.
Benedetto XVI: (Omelia, 25 gennaio 2010): In un mondo segnato dall’indifferenza religiosa, e persino da una crescente avversione nei confronti della fede cristiana, è necessaria una nuova, intensa, attività di evangelizzazione, non solo tra i popoli che non hanno mai conosciuto il Vangelo, ma anche in quelli in cui il Cristianesimo si è diffuso e fa parte della loro storia. Non mancano, purtroppo, questioni che ci separano gli uni dagli altri e che speriamo possano essere superate attraverso la preghiera e il dialogo, ma c’è un contenuto centrale del messaggio di Cristo che possiamo annunciare assieme: la paternità di Dio, la vittoria di Cristo sul peccato e sulla morte con la sua croce e risurrezione, la fiducia nell’azione trasformatrice dello Spirito. Mentre siamo in cammino verso la piena comunione, siamo chiamati ad offrire una testimonianza comune di fronte alle sfide sempre più complesse del nostro tempo, quali la secolarizzazione e l’indifferenza, il relativismo e l’edonismo, i delicati temi etici riguardanti il principio e la fine della vita, i limiti della scienza e della tecnologia, il dialogo con le altre tradizioni religiose. Vi sono poi ulteriori campi nei quali dobbiamo sin da ora dare una comune testimonianza: la salvaguardia del Creato, la promozione del bene comune e della pace, la difesa della centralità della persona umana, l’impegno per sconfiggere le miserie del nostro tempo, quali la fame, l’indigenza, l’analfabetismo, la non equa distribuzione dei beni.
Siamo arrivati alla fine. Possiamo mettere in evidenza:
***Chi crede nel Figlio ha la vita eterna; e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. (Vangelo)
Nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.
Abbiamo celebrato, Signore, il mistero pasquale,
invocando la tua misericordia per i nostri fratelli defunti;
dona loro di partecipare alla pasqua eterna
nella tua dimora di luce e di pace.
Per Cristo nostro Signore.
3 Novembre 2020
San Martino de Porres, Religioso
San Martino de Porres nacque a Lima il 9 dicembre 1579 da un cavaliere spagnolo, che inizialmente non riconobbe il figlio, e da una schiava nativa di Panama, appartenuta ad una delle moltissime famiglie spagnole della Conquista, ma poi riscattata, grazie alle leggi promulgate da Bartolomeo de las Casas nel 1530 in favore degli schiavi. Il cavaliere spagnolo era don Juan de Porres, “di qualificata nobiltà, che fu Governatore di Panama, funzionario della Corte di Lima, addetto a questioni militari e amministrative della Colonia e Cavaliere dell’Ordine di Alcantara”. Questo Ordine era sorto nel 1156 per iniziativa di alcuni cavalieri di Salamanca, allo scopo di riunire la nobiltà spagnola nella lotta contro i Mori islamici e aveva cercato di seguire l’esempio dei templari di Francia. I Cavalieri d’Alcantara dovevano essere d’autentica nobiltà e di vita illibata, legati con voti canonici, che furono poi attenuati nel XIV secolo.
Dopo un periodo passato in Ecuador presso il padre dei suoi figli, Anna Velasquez con i due bambini mulatti, per ragioni facilmente comprensibili, ebbe l’ordine di tornarsene a Lima e lì Martino cominciò a guadagnarsi da vivere andando a bottega da un barbiere. Siccome a quei tempi il barbiere era anche cerusico, cavadenti e chirurgo, il ragazzo imparò tutti i segreti del mestiere, dal far salassi al curare ferite o fratture. Se nella bottega del barbiere regnava un ambiente di pettegolezzi, intrighi e chiacchiere, Martino poté sperimentare un’altra atmosfera seguendo dapprima i corsi di catechismo parrocchiale e poi il Catechismo del pueblo, che era stato voluto dall’arcivescovo di Lima, Toribio di Mongrovejo, diventato poi santo. A questo catechismo erano ammessi tutti i poveri della plebe, molti meticci, alcuni mulatti, i figli stessi degli schiavi negri e pochi indios della periferia. Oltre ai catechismi parrocchiali, i religiosi dovevano a turno “insegnar la dottrina cristiana conforme lo comanda il Concilio di Trento” in forma interparrocchiale o di categoria, con un corso quadriennale che era obbligatorio per tutti i minori di età.
Si racconta che la mamma di San Domenico, quando era incinta, sognò che dava alla luce un cagnolino bianco e nero che si metteva a correre per la stanza, prendeva una torcia in bocca e andava in giro a bruciare tutto. E la spiegazione del sogno era che il bambino che sarebbe nato avrebbe portato il fuoco dovunque andasse: l’Ordine di San Domenico, con il vestito bianco e nero, che si sarebbe diffuso in ogni parte del mondo. Commentava Martino, che anche il suo padrone, quando era ubriaco lo chiamava “cane nero”. Ma fray Firmìn gli rispondeva: - Se tu diventassi domenicano, anche solo come ‘donato’, saresti un cagnolino bianco e nero! - (…). La vocazione religiosa di questo giovane, che prometteva di divenire, chissà, un abile medico nella capitale della Colonia, nasce lì, alla scuola di un vecchio catechista il quale gli fa balenare l’idea di una fiamma che può cambiare anche il nuovo mondo. Ma per poter incendiare anche il cuore dei suoi fratelli dalla pelle scura, degli umili, dei miserabili, doveva far da cane nero al livello più basso. Nel (...) 1595 (...) il mulatto Martino, figlio di Anna Velasquez e di padre sconosciuto, si presentò come ‘oblato’ alla comunità del Capitolo dei Frati Predicatori e gli fu consegnata la tonaca bianca con uno scapolare nero. Ma senza cappuccio”. Infatti i canoni non permettevano l’accesso agli ordini da parte dei figli d’unioni tra soggetti indios o negri, meticci, mulatti e simili. Più tardi il padre lo riconobbe, affinché fosse cancellato l’obbrobrio dell’atto battesimale, dove si leggeva che era figlio di uno sconosciuto. “Nel convento di Santo Domingo si aveva in quel tempo il centro più importante di studi filosofici e teologici dell’America. (...) Martìn il donato, faceva pulizia sotto i portici - dove professori e studenti conducevano dotte disquisizioni - e ricordava le dispute del suo maestro, il peluquero, sull’uso del sangue di piccione…”. Nel convento la vita tra i religiosi non era certo perfetta e Martino si ritrovò a subire i modi piuttosto bruschi che molti dei cento frati usavano nei confronti della servitù, abituati a trattare gli umili con la durezza dei conquistatori. “In quel tempo Martìn scoprì il valore della preghiera e in special modo del rosario che gli pareva una scuola continua di umiltà e donazione”.
Martìn aveva trasformato l’infermeria del convento in una specie di pronto soccorso, malgrado i suoi superiori cercassero di convincerlo che quello non era un ospedale. Venivano accolti ogni sorta di malati, di feriti, o di agonizzanti. “Molti finirono per accorgersi che
Martìn aveva trasformato l’infermeria del convento in una specie di pronto soccorso, malgrado i suoi superiori cercassero di convincerlo che quello non era un ospedale. Venivano accolti ogni sorta di malati, di feriti, o di agonizzanti. “Molti finirono per accorgersi che c’era un santo fra di loro. Altri tuttavia continuavano a maltrattarlo e disprezzarlo,(...) a chiamarlo ‘cane nero’ o ‘’bugiardo d’un mulatto’ (...) Il donato Martìn continuava a sorridere, sfuggendo ad ogni elogio e cercando sempre nuove umiliazioni (...), inginocchiandosi dinnanzi a chi l’insultava o rimproverava e chiedendo sempre perdono. Poi, con la solita calma, s’alzava e andava a servire i suoi fratelli sofferenti. “Le sue preghiere stavano ottenendo davvero effetti straordinari, guarigioni inattese, un aiuto insperato per pagare un debito, la pace di un’anima in pena (...). Con l’andar del tempo, ricordando che i santi facevano grosse penitenze per ottenere dei favori speciali, si diede pure a digiuni interminabili ed a mortificazioni penosissime in un crescendo di asprezze da far rabbrividire”.
“Come figlio di una schiava, il nostro mulatto si sentiva partecipe delle sofferenze dei suoi fratelli incatenati al giogo come bestie. (...) andava a visitare quei suoi amici prediletti, portava loro regali, si intratteneva con loro, specie alla sera, li consolava, cantava e pregava con loro, sorrideva sempre a tutti. Oltre ai negri che lavoravano nei pressi della città, ai quali accudiva con frequenza, aveva da curare vari gruppi di negri e liberti ai quali riservava vestiti, leccornie, frutta tropicale e corone del rosario, fatte con bacche rosse”.
I padroni non si opponevano alla sua presenza “perché, dicevano, vale più di un veterinario. (...) Agli ex-schiavi ottenne di poter devolvere l’eredità che gli lasciò morendo il cavalier Juan de Porres verso il 1625 o 1626. (...) Rimane poi una pagina bianca da riempire: la sua attività nascosta e silenziosa in favore anche degli schiavi fuggitivi che si raccoglievano nelle huacas, cioè negli occulti luoghi di sepoltura incaica disseminati nella pianura del Rimac”.
“Con l’andar del tempo, i Priori che si succedevano a Santo Domingo, gli diedero carta bianca e, d’altra parte, non avrebbero potuto controllare l’enorme contabilità nell’amministrazione del Terziario donato per il semplice fatto che non tenne mai registri né fece mai consuntivi e preventivi. Gli bastava tenere una lista delle famiglie bisognose e una specie di calendario settimanale nel quale suddivideva le entrate secondo i diversi tipi di soccorsi ai quali s’era impegnato in nome della Divina Provvidenza”.
Una particolare attenzione poi Martino la riservava ad ogni tipo di animali in difficoltà: cani, gatti topi, corvi galline, tori... Nella causa di Beatificazione e nel ‘Sagro Diario Domenicano’ troviamo un’infinità di esempi a questo proposito. Come quando i topi invasero il ripostiglio dell’infermeria, dove si teneva la biancheria per i letti degli ammalati. “Vedendo che l’invasione aumentava e che i padri mettevano trappole dappertutto, prese in mano un topino che era uscito da un guanciale di piume e gli tenne una conferenza molto diplomatica: ‘Fratello mio, dica a questi suoi compagni che sono ormai dannosi alla comunità. Io li compatisco perché li manca il sostento e però non ho voluto che li ammazzino; orsù dica loro che vadano alla tal parte del nostro giardino, che ivi li porterò il quotidiano sostento”. E i topi fecero come era stato loro detto: aspettavano che Martino portasse loro il cibo quotidiano e, con meraviglia di tutti i religiosi, all’arrivo del Santo uscivano dai loro nascondigli per venirgli incontro. O ancora: dopo una notte di preghiera, fece risuscitare un cane, di proprietà del Procuratore del convento, che, dopo aver tentato invano di scacciarlo dal convento, lo aveva fatto uccidere da due schiavi perché era diventato troppo vecchio. Martino, con umiltà, fece al procuratore una fraterna correzione, perché aveva ripagato in quel modo poco pietoso la creatura che lo aveva servito e accompagnato fedelmente per tanti anni. E gli esempi si potrebbero moltiplicare. C’era chi metteva in dubbio questi avvenimenti, perché “Dio non suole operare cose inutili e senza necessità”. Ma non è forse questo un segno della capacità di guardare la realtà all’interno del grande disegno di Dio e perciò, nell’affidamento totale a lui, la capacità di valorizzarne qualsiasi aspetto, anche il più apparentemente banale? L’autore del testo dal quale abbiamo attinto tutte queste notizie, dice “di aver scorto uno spiraglio del segreto di San Martino de Porres solo nella volontà di umiliazione (...), al fine di poter servire con ineguagliabile amore il ghetto dei poveri, i più umili, gli infimi della scala sociale.(...) Ma se si vuol parlare di carismi e di modelli specialissimi secondo i segni dei tempi, si scopre lo specifico del Terziario di Lima nella sua confessione di medico, di consolatore e soprattutto di riparatore dei peccati delle due razze che urgevano in lui”. Chi ricerca più a fondo, al di là di segreti del mestiere o di una carità vissuta al massimo grado, “capisce che nel piano divino di salvezza i doni della Provvidenza spingevano il figlio della schiava negra e del cavaliere di Burgos all’offerta di se stesso come vittima d’espiazione per i peccati di due razze, per la riconciliazione di due mondi, per l’inaugurazione d’un regno di carità fatto di perdono e di servizio”.
Tutte le notizie e citazioni sono tratte da: P. Reginaldo Francisco O.P. “Il primo santo dei negri d’America -San Martìn de Porres”, Ed. Studio Domenicano, Bologna 1994
A cura di Patrizia Solari
Dall’“Omelia per la canonizzazione di san Martino de Porres” di Giovanni XXIII, papa ((6 maggio 1962).
«Martino della carità»
La via che Gesù ha insegnato é questa: Prima di tutto: «Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente». E poi: «Amerai il prossimo tuo come te stesso» (Mt 22, 37-39). San Martino con l’esempio della sua vita ci dimostra che noi possiamo raggiungere la salvezza e la santità per questa via. Avendo egli conosciuto che Cristo Gesù patì per noi e portò i nostri peccati nel suo corpo fin sul legno (cfr. 1 Pt 2,24), percorse con particolare amore la via del Crocifisso. E quando contemplava i suoi orribili tormenti, non poteva trattenersi dal piangere assai diffusamente. Amò pure con speciale affetto l’augustissimo sacramento dell’Eucaristia. Per questo, standosene in luogo nascosto della chiesa, sostava per molte ore in adorazione dinanzi al tabernacolo. Dell’Eucaristia poi bramava nutrirsi con quanto più amore gli era possibile. San Martino praticava con molto impegno e diligenza il comandamento dell’amore, dato dal divino Maestro. Perciò trattava i fratelli con quella viva carità che gli nasceva da una fede incrollabile e da una profonda umiltà. Amava gli uomini, perché li stimava sinceramente come figli di Dio e fratelli suoi; anzi li amava più di se stesso, poiché, con l’umiltà che aveva, riteneva tutti più onesti e migliori di sé. Scusava i difetti degli altri, e perdonava le offese più aspre, essendo persuaso che, per i peccati commessi, era degno di pene molto più gravi. Con ogni zelo si sforzava di ricondurre i colpevoli sulla buona via. Assistenza gli ammalati con affabilità. Ai più poveri procurava cibo, vestiti, medicine. Sosteneva, per quanto era in suo potere, i contadini, i negri e i mulatti, allora considerati cosa spregevole. Dava loro ogni aiuto e si prodigava per essi con premura, tanto da meritare di essere chiamato dal popolo «Martino della carità». Questo santo uomo, che con l’esortazione, con l’esempio e con la sua virtù contribuì così efficacemente ad attirare gli altri alla religione, anche oggi ha il potere di innalzare mirabilmente le nostre menti alle cose celesti. Non tutti, purtroppo, comprendono questi superni doni, com’é necessario, non tutti li tengono in onore, che anzi molti, protesi verso le seduzioni del male, o li stimano da poco o li hanno in antipatia o non se ne curano affatto. Voglia il cielo che l’esempio di Martino insegni salutarmente a molti quanto dolce e quanto felice cosa sia il seguire le orme di Gesù Cristo e conformarsi ai suoi divini comandi.
Pratica: “La via che Gesù ha insegnato é questa: Prima di tutto: «Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente». E poi: «Amerai il prossimo tuo come te stesso» (Mt 22, 37-39). San Martino con l’esempio della sua vita ci dimostra che noi possiamo raggiungere la salvezza e la santità per questa via” (San Giovanni XXIII).
Preghiera: O Dio, che attraverso una vita umile e nascosta hai guidato san Martino de Porres alla visione della tua gloria, donaci di seguire il suo esempio per essere uniti a lui nella luce dei Santi. Per il nostro Signore.