4 Ottobre 2020
 
XXVII Domenica T. O.
 
Is 5,1-7; Sal 79 (80); Fil 4,6-9; Mt 21,33-43
 
Colletta: Padre giusto e misericordioso, che vegli incessantemente sulla tua Chiesa, non abbandonare la vigna che la tua destra ha piantato: continua a coltivarla e ad arricchirla di scelti germogli, perché innestata in Cristo, vera vite, porti frutti abbondanti di vita eterna. Per il nostro Signore Gesù Cristo...
 
I Lettura: Il cantico della vigna, sotto i veli dell’allegoria, descrive l’amara delusione di Dio: Egli ha amato senza limiti il popolo d’Israele, lo ha circondato di ogni paterna premura, ma ha raccolto solo frutti di ingratitudine e di infedeltà. L’immagine della vigna è familiare sia all’Antico Testamento che al Nuovo Testamento. Gesù se ne servirà per illustrare il mistero del Regno dei Cieli (Cf. Mt 20,1; Mc 12,1). Il cantico della vigna è stato composto da Isaia all’inizio del suo ministero, «forse ispirandosi a una canzone di vendemmia. Il tema della vigna-Israele, scelta poi rigettata, già preparato da Osea [Is 10,1], sarà ripreso da Geremia [2,21; 5,10; 6,9; 12,10] e da Ezechiele [15,1-8; 17,3-10; 19,10-14]. Gesù lo trasferirà nella parabola dei vignaiòli omicidi [Mt 21,33-44p; Cf. anche il fico sterile, Mt 21,18-19p]. In Giovanni [15,1-2], rivelerà il mistero della “vera” vigna» (Bibbia di Gerusalemme).
 
Salmo Responsoriale: Attraverso l’immagine della vigna si rievoca la storia di Israele: “Hai sradicato una vite dall’Egitto, hai scacciato le genti e l’hai trapiantata”. È Dio a sradicare la vigna e a trapiantarla,  e curata da lui stesso ha esteso i suoi tralci fino al mare, arrivavano al fiume i suoi germogli. Il fiume è l’Eufrate, esso era lontano dalla Terra Promessa, ma indica fin dove giungeva l’influenza e la potenza di Israele.
 
II lettura: In pochi versetti, San Paolo enuncia «un programma di vita cristiana dalle proporzioni vaste quanto il mondo, in cui confluiscono tutti gli autentici valori “umani”. Niente di quanto umanamente è valido il cristiano disprezza; sia nel campo della conoscenza, sia nel campo della esperienza e dell’amore» (Settimio Cipriani).
 
Vangelo: La parabola dei contadini omicidi arriva senza difficoltà al cuore di chi ascolta. Il padrone della vigna è il Padre, i servi sono i profeti e il figlio prediletto, cacciato fuori dalla vigna e ucciso da coloro che avrebbero dovuto accoglierlo, è Gesù. Alla ostinazione e alla malvagità del suo popolo, il padrone della vigna risponderà facendo uccidere i vignaioli e affidando ad altri la vigna. Il regno di Dio andrà a coloro che avranno creduto, i quali consegneranno a suo tempo al padrone del campo i frutti. Per convalidare questo annuncio, Gesù evoca il testo del salmo 117 attribuendolo a se stesso. L’immagine della pietra, scartata dai costruttori e scelta da Dio come testata d’angolo, sta ad indicare che ciò che è disprezzato dagli uomini, per il Signore diviene fondamento di salvezza.
 
Le immagini della Chiesa - Lumen gentium 6: Come già nell’Antico Testamento la rivelazione del regno viene spesso proposta in figure, così anche ora l’intima natura della Chiesa ci si fa conoscere attraverso immagini varie, desunte sia dalla vita pastorale o agricola, sia dalla costruzione di edifici o anche dalla famiglia e dagli sponsali, e che si trovano già abbozzate nei libri dei profeti.
La Chiesa infatti è un ovile, la cui porta unica e necessaria è Cristo (cfr. Gv 10,1-10). È pure un gregge, di cui Dio stesso ha preannunziato che ne sarebbe il pastore (cfr. Is 40,11 Ez 34,11ss), e le cui pecore, anche se governate da pastori umani, sono però incessantemente condotte al pascolo e nutrite dallo stesso Cristo, il buon Pastore e principe dei pastori (cfr. Gv 10,11 1P 5,4), il quale ha dato la vita per le pecore (cfr. Gv 10,11-15).
La Chiesa è il podere o campo di Dio (cfr. 1Cor 3,9). In quel campo cresce l’antico olivo, la cui santa radice sono stati i patriarchi e nel quale è avvenuta e avverrà la riconciliazione dei Giudei e delle Genti (cfr. Rm 11,13-26). Essa è stata piantata dal celeste agricoltore come vigna scelta (Mt 21,33-43, par.; cfr. Is 5,1ss). Cristo è la vera vite, che dà vita e fecondità ai tralci, cioè a noi, che per mezzo della Chiesa rimaniamo in lui, e senza di lui nulla possiamo fare (cfr. Gv 15,1-5).
Più spesso ancora la Chiesa è detta edificio di Dio (cfr. 1Cor 3,9). Il Signore stesso si paragonò alla pietra che i costruttori hanno rigettata, ma che è divenuta la pietra angolare (Mt 21,42 par.). Sopra quel fondamento la Chiesa è costruita dagli apostoli (cfr. 1Cor 3,11) e da esso riceve stabilità e coesione. Questo edificio viene chiamato in varie maniere: casa di Dio (cfr. 1Tm 3,15), nella quale cioè abita la sua famiglia, la dimora di Dio nello Spirito (cfr. Ef 2,19-22), la dimora di Dio con gli uomini (cfr. Ap 21,3), e soprattutto tempio santo, il quale, rappresentato dai santuari di pietra, è l’oggetto della lode dei santi Padri ed è paragonato a giusto titolo dalla liturgia alla città santa, la nuova Gerusalemme. In essa infatti quali pietre viventi veniamo a formare su questa terra un tempio spirituale (cfr. 1Pt 2,5). E questa città santa Giovanni la contempla mentre, nel momento in cui si rinnoverà il mondo, scende dal cielo, da presso Dio, « acconciata come sposa adornatasi per il suo sposo » (Ap 21,1s).
 
Dal Vangelo secondo Matteo 21,33-43: In quel tempo, Gesù disse ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo: «Ascoltate un’altra parabola: c’era un uomo, che possedeva un terreno e vi piantò una vigna. La circondò con una siepe, vi scavò una buca per il torchio e costruì una torre. La diede in affitto a dei contadini e se ne andò lontano. Quando arrivò il tempo di raccogliere i frutti, mandò i suoi servi dai contadini a ritirare il raccolto. Ma i contadini presero i servi e uno lo bastonarono, un altro lo uccisero, un altro lo lapidarono. Mandò di nuovo altri servi, più numerosi dei primi, ma li trattarono allo stesso modo. Da ultimo mandò loro il proprio figlio dicendo: “Avranno rispetto per mio figlio!”. Ma i contadini, visto il figlio, dissero tra loro: “Costui è l’erede. Su, uccidiamolo e avremo noi la sua eredità!”. Lo presero, lo cacciarono fuori dalla vigna e lo uccisero. Quando verrà dunque il padrone della vigna, che cosa farà a quei contadini?». Gli risposero: «Quei malvagi, li farà morire miseramente e darà in affitto la vigna ad altri contadini, che gli consegneranno i frutti a suo tempo». E Gesù disse loro: «Non avete mai letto nelle Scritture: “La pietra che i costruttori hanno scartato è diventata la pietra d’angolo; questo è stato fatto dal Signore ed è una meraviglia ai nostri occhi”? Perciò io vi dico: a voi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che ne produca i frutti».
 
Presero il figlio, lo cacciarono fuori dalla vigna e lo uccisero - La parabola dei contadini omicidi si divide in tre parti: vv. 33-34, il padrone della vigna manda i servi a ritirare il raccolto; vv. 38-41i contadini maltrattano i servi, alcuni li uccidono; infine uccidono pure il figlio del padrone; vv. 42-46, Gesù spiega il senso della parabola, suscitando l’ira dei capi dei sacerdoti e degli anziani del popolo.
L’immagine della vigna era familiare agli israeliti come figura di realtà spirituali. Allo stesso tempo, al linguaggio popolare suggeriva delle sentenze (Cf. Gdc 8,2; Ger 31,29) e ispirava ai profeti e agli scrittori biblici numerosissime metafore. Nell’Antico Testamento, la vigna appare talvolta come il simbolo della fertilità (Cf. Sal 128,3; Ez 19,10) e spesso designa il popolo d’Israele (Cf. Is 3,4; 5,1-7; Ger 2,21; 12,10; Ez 15,1; 17,6-10; 19,10-14; Os 10,1). Per esempio nel linguaggio del Cantico dei Cantici o dei Profeti, Israele è la vigna di Dio, l’opera del Signore, la gioia del suo cuore. Sempre nel libro sacro, il castigo di Dio è spesso rappresentato sotto l’aspetto della distruzione di una vigna (Cf. Os 2,14; Is 7,23; 32,10; Ger 8,13), mentre il suo perdono è talora contrassegnato dalla ricostruzione di una vigna fiorente (Cf. Gl 2,22; Mal 3,11). Questo canovaccio non è comunque mantenuto nel Nuovo Testamento.
Se nel cantico della vigna (Cf. Is 5,1-7) la casa d’Israele, a motivo della sua ingratitudine e della sua infedeltà, sarà ridotta a un deserto e abbandonata al suo miserevole destino; nella parabola dei contadini omicidi la vigna non sarà distrutta, ma sarà data ad altri che la faranno fruttificare. È una sorta di rigenerazione, un messaggio di speranza. Il testimòne dell’alleanza passerà alla Chiesa: essa in Cristo, suo Capo, sarà il nuovo Israele che consegnerà a Dio i frutti a suo tempo.
Quando arrivò il tempo di raccogliere i frutti, mandò i suoi servi..., chiara allusione ai profeti mandati da Dio ad Israele. Il raccolto, invece sta ad indicare le opere buone rivendicate dal Signore Dio. L’invio del figlio è l’ultimo tentativo che avrà un esito drammatico. La decisione di uccidere l’erede è in sintonia con la legge ebraica, la quale, nel caso in cui un proselito ebraico moriva, permetteva ai suoi fittavoli di reclamare le sue terre. Ma qui «viene denunciato non tanto un furto di prodotti quanto piuttosto la usurpazione dei diritti di Dio e la pretesa di prendere il suo posto; sta per ripetersi il peccato dei progenitori» (Bruno Barisan).
Alla fine del racconto, i farisei non si accorgono di essere gli accusati (Cf. 2sam 12,5-7) e rispondendo alla domanda di Gesù, si autodenunciano trasgressori e meritevoli del castigo. La sentenza non tarda ad arrivare: Io vi dico: a voi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che ne produca i frutti.
Questo affidamento però non suggerisce un’idea di appropriazione; infatti, la vigna viene soltanto affidata alla Chiesa ed essa dovrà dare i frutti a tempo debito. È un dono che non porta il marchio della infallibilità; quindi, rimane possibile, anche per la Chiesa, la probabilità di un ripudio.
L’affermazione può sembrare temeraria, ma «ha il vantaggio di provocare una precisazione. La Chiesa è per sua natura santa perché corpo e sposa di Cristo e animata dallo Spirito Santo. Non potrà mai essere ripudiata perché è indefettibile [Mt 16,18]. Dio non può ripudiare suo Figlio di cui la Chiesa è corpo. Però se non c’è il pericolo del ripudio collettivo, rimane sempre quello del rigetto individuale, tanto più grave quanto maggiori sono i sussidi a disposizione di ognuno» (Vincenzo Raffa).
È la minaccia del Padre di resecare ogni tralcio che in Cristo non porta frutto: «Io sono la vera vite e il Padre mio è l’agricoltore. Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo taglia, e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto. Voi siete già puri, a causa della parola che vi ho annunciato» (Gv 15,1-2). Allora la parabola richiama il «bisogno di riacquistare il senso che la Chiesa è anzitutto dono di Dio e che noi stessi lo siamo, che in essa egli ha stabilito con noi un rapporto di amore e di fiducia e che ci domanda il contraccambio di tale rapporto come primo frutto» (Bruno Barisan).
 
Giovanni Paolo II (Udienza Generale 24 Giugno 1987): Se la verità su Gesù Cristo come figlio mandato dal Padre, viene messa in rilievo soprattutto nei testi giovannei, essa e però contenuta anche nei Vangeli sinottici. Da essi ci risulta, ad esempio, che Gesù ha detto: “Bisogna che io annunzi il regno anche alle altre città; per questo sono stato mandato” (Lc 4,43). Particolarmente illuminante è la parabola dei vignaioli omicidi. Essi trattano male i servi mandati dal padrone della vigna “a ritirare da quei vignaioli i frutti della vigna” e ne uccidono molti. Alla fine il padrone della vigna decide di mandare da loro il proprio figlio: “Aveva ancora uno, il figlio prediletto; lo inviò a loro per ultimo, dicendo: Avranno rispetto per mio figlio! Ma quei vignaioli dissero tra di loro: Questi è l’erede; su, uccidiamolo e l’eredità sarà nostra. E afferratolo, lo uccisero e lo gettarono fuori della vigna” (Mc 12,6-8). Commentando la parabola, Gesù si richiama all’espressione del Salmo 118/(117) sulla pietra scartata dai costruttori: Proprio questa pietra è diventata testata d’angolo (cioè la pietra angolare) (cf. Sal 118,22).
La parabola del figlio mandato ai vignaioli è riportata in tutti i sinottici (cf. Mc 12,1-12; Mt 21,33-46; Lc 20,9-19). Da essa traspare con evidenza la verità su Cristo come figlio mandato dal Padre. Anzi, vi è sottolineato piuttosto chiaramente il carattere sacrificale e redentivo di questo invio. Il figlio veramente è “... colui che il Padre ha consacrato e mandato nel mondo” (Gv 10,35). Così dunque, Dio non solo “ha parlato a noi per mezzo del figlio ... in questi giorni” (cf. Eb 1,1-2) - ma ha dato per noi questo figlio, in un atto di inconcepibile amore, inviandolo nel mondo.
Con questo linguaggio parla ancora in modo particolarmente intenso il Vangelo di Giovanni: “Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna” (Gv3,16). E aggiunge: “Il Padre ha mandato il suo figlio come salvatore del mondo”. Altrove Giovanni scrive “Dio è amore. In questo si è manifestato l’amore di Dio per noi: Dio ha mandato il suo figlio unigenito nel mondo, perché noi avessimo la vita per lui”; “Non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi e ha mandato il suo figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati”. E perciò aggiunge che, accogliendo Gesù, il suo Vangelo, la sua morte e risurrezione, “noi abbiamo riconosciuto e creduto all’amore che Dio ha per noi. Dio è amore; chi sta nell’amore dimora in Dio e Dio dimora in lui” (cf. 1Gv 4,8-16).
 
Siamo arrivati al termine. Possiamo mettere in evidenza:
***  Io ho scelto voi, dice il Signore, perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga. (Gv 15,16)
Nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.
 
La comunione a questo sacramento
sazi la nostra fame e sete di te, o Padre,
e ci trasformi nel Cristo tuo Figlio.
Egli vive e regna nei secoli dei secoli.


 4 Ottobre 2020
 
Beato  Francesco Saverio Seelos Sacerdote redentorista
 
 Non dovevano andare a gonfie vele gli affari di quel commerciante di tessuti, se un bel giorno diede un calcio alla sua attività a se ne andò a fare il sacrestano. Come a dire: meglio uno stipendio modesto, ma sicuro, che un’attività più redditizia ma dal guadagno incerto. E di un’entrata sicura doveva aver certamente bisogno quel padre di dodici figli, che faceva i salti mortali per riuscire almeno a togliere loro la fame. Senza contare che, magari, fu proprio il suo lavoro di sacrestano a far nascere nel cuore di uno dei suoi figli il desiderio di diventare prete. Siamo in Baviera (Germania), precisamente a Fussen, dove questo ragazzo nasce l’11 gennaio 1819 e dove viene battezzato lo stesso giorno. Finite le elementari, proprio negli anni in cui papà diventa sacrestano, ecco spuntare una vocazione, al principio timida, che ha bisogno dell’incoraggiamento dell’arciprete. Studia da esterno e riesce anche bene, dimostrando intelligenza e capacità non comuni. Non appena, a 23 anni, entra in seminario per studiare teologia, conosce i Redentoristi, la congregazione fondata da S. Alfonso Maria de Liguori: ne resta talmente affascinato che tre mesi dopo è dei loro. Ad attirarlo è stato il carisma della congregazione, particolarmente orientata all’evangelizzazione degli ultimi, e la richiesta pressante, che arriva da oltre Oceano, di sacerdoti che si dedichino all’assistenza spirituale dei lavoratori di lingua tedesca emigrati negli Stati Uniti. E così , a 24 anni, si imbarca alla volta di New York. Dopo l’ordinazione lo mandano in Pennsylvania e, per gli scherzi della Provvidenza che spesso fa incontrare e coabitare i santi, diventa a Pittsburg collaboratore di Giovanni Neumann, oggi santo. Tra i due nasce subito un’intensa collaborazione e il pretino si fa dirigere spiritualmente dal suo superiore, che oltre ad accompagnarlo nei primi passi del sacerdozio, lo indirizza anche decisamente sulla strada della santità. I parrocchiani scoprono subito che il nuovo arrivato è affabile, disponibile al massimo, con un sorriso sempre stampato in faccia e con un debole particolare per i poveri.
Predica bene e si fa capire da tutti, perché il suo stile è semplice e lineare come la sua vita. Davanti al suo confessionale comincia a formarsi una coda di penitenti, che arrivano anche da altre parrocchie e da altre città, perché si rivela un’eccellente guida spirituale, oltre ad essere un sacerdote che ascolta le confessioni “in tedesco, in inglese, in francese, dei bianchi e dei neri”. Il prete dal perenne sorriso e dalla pazienza infinita aiuta tutti a fare della confessione un incontro vivo con Gesù, paziente e misericordioso: è questa una fama che si porta dietro nei suoi vari spostamenti, da Baltimora a Cumberland, da Detroit a New Orleans. Poco più che quarantenne viene proposto come candidato vescovo di Pittsburg, ma scrivendo addirittura a Pio IX riesce ad evitare “questa calamità”. Nel 1866 viene nominato parroco di New Orleans, dove è destinato a fermarsi appena un anno: visitando e curando le vittime dell’epidemia di febbre gialla, si ammala anche lui e muore il 4 ottobre 1867, ad appena 48 anni. Neanche da morto si dimentica però di essere affabile e cortese e, a cominciare da Pittsburg, si segnalano grazie e miracoli per sua intercessione, che portano Giovanni Paolo II°, il 9 aprile 2000, a proclamare beato Padre Francesco Saverio Seelos, il parroco che sorrideva sempre e si faceva benvolere da tutti.
 
Autore Giampiero Petitti
 
Pratica:
Sarò sempre sorridente, e paziente sarò sempre accogliente.
 
Preghiera:
O Dio, che hai chiamato il beato Francesco Saverio Seelos a cercare con tutte le forze il regno dei cieli nella via della perfetta carità, concedi anche a noi, che confidiamo nella sua intercessione, di progredire in cristiana letizia nel cammino del tuo amore. Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio, e vive e regna con te, nell’unità dello Spirito Santo, per tutti i secoli dei secoli.

 


3 OTTOBRE 2020
 
SABATO XXVI SETTIMANA DEL T. O.
 
Gb 42,1-3.5-6.12-16 (NV); Sal 118; Lc 10,17-24
 
Colletta: O Dio, che riveli la tua onnipotenza soprattutto con la misericordia e il perdono, continua a effondere su di noi la tua grazia, perché, camminando verso i beni da te promessi, diventiamo partecipi della felicità eterna. Per il nostro Signore Gesù Cristo…
 
Evangelii gaudium 5-6: Il Vangelo, dove risplende gloriosa la Croce di Cristo, invita con insistenza alla gioia. Bastano alcuni esempi: «Rallegrati» è il saluto dell’angelo a Maria (Lc 1,28). La visita di Maria a Elisabetta fa sì che Giovanni salti di gioia nel grembo di sua madre (cfr Lc 1,41). Nel suo canto Maria proclama: «Il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore» (Lc 1,47). Quando Gesù inizia il suo ministero, Giovanni esclama: «Ora questa mia gioia è piena» (Gv 3,29). Gesù stesso «esultò di gioia nello Spirito Santo» (Lc 10,21). Il suo messaggio è fonte di gioia: «Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena» (Gv 15,11). La nostra gioia cristiana scaturisce dalla fonte del suo cuore traboccante. Egli promette ai discepoli: «Voi sarete nella tristezza, ma la vostra tristezza si cambierà in gioia» (Gv 16,20). E insiste: «Vi vedrò di nuovo e il vostro cuore si rallegrerà e nessuno potrà togliervi la vostra gioia» (Gv 16,22). In seguito essi, vedendolo risorto, «gioirono» (Gv 20,20). Il libro degli Atti degli Apostoli narra che nella prima comunità «prendevano cibo con letizia» (At 2,46). Dove i discepoli passavano «vi fu grande gioia» (At 8,8), ed essi, in mezzo alla persecuzione, «erano pieni di gioia» (At 13,52). Un eunuco, appena battezzato, «pieno di gioia seguiva la sua strada» (At 8,39), e il carceriere «fu pieno di gioia insieme a tutti i suoi per aver creduto in Dio» (At 16,34). Perché non entrare anche noi in questo fiume di gioia?
Ci sono cristiani che sembrano avere uno stile di Quaresima senza Pasqua. Però riconosco che la gioia non si vive allo stesso modo in tutte la tappe e circostanze della vita, a volte molto dure. Si adatta e si trasforma, e sempre rimane almeno come uno spiraglio di luce che nasce dalla certezza personale di essere infinitamente amato, al di là di tutto. Capisco le persone che inclinano alla tristezza per le gravi difficoltà che devono patire, però poco alla volta bisogna permettere che la gioia della fede cominci a destarsi, come una segreta ma ferma fiducia, anche in mezzo alle peggiori angustie: «Sono rimasto lontano dalla pace, ho dimenticato il benessere … Questo intendo richiamare al mio cuore, e per questo voglio riprendere speranza. Le grazie del Signore non sono finite, non sono esaurite le sue misericordie. Si rinnovano ogni mattina, grande è la sua fedeltà … È bene aspettare in silenzio la salvezza del Signore» (Lm 3,17.21-23.26).
 
Il vero motivo della gioia dei missionari non va cercato nel loro potere sulle forze infernali, ma nel fatto che Dio ha scritto i loro nomi nel libro della vita. Pieno di gioia per la venuta del regno testimoniata dalla sconfitta di Satana, Gesù eleva allora un rendimento di grazie al Padre, che si rivela ai piccoli. I sapienti e i dotti sono i rabbini e farisei che per il loro orgoglio religioso restano ciechi di fronte all’annuncio di Gesù, i piccoli, invece, sono gli uomini senza cultura, senza competenza religiosa, i poveri delle beatitudini che per la loro umiltà sanno aprirsi alla novità del Vangelo.
 
Dal Vangelo secondo Luca 10,17-24: In quel tempo, i settantadue tornarono pieni di gioia, dicendo: «Signore, anche i demòni si sottomettono a noi nel tuo nome». Egli disse loro: «Vedevo Satana cadere dal cielo come una folgore. Ecco, io vi ho dato il potere di camminare sopra serpenti e scorpioni e sopra tutta la potenza del nemico: nulla potrà danneggiarvi. Non rallegratevi però perché i demòni si sottomettono a voi; rallegratevi piuttosto perché i vostri nomi sono scritti nei cieli». In quella stessa ora Gesù esultò di gioia nello Spirito Santo e disse: «Ti rendo lode, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza. Tutto è stato dato a me dal Padre mio e nessuno sa chi è il Figlio se non il Padre, né chi è il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo». E, rivolto ai discepoli, in disparte, disse: «Beati gli occhi che vedono ciò che voi vedete. Io vi dico che molti profeti e re hanno voluto vedere ciò che voi guardate, ma non lo videro, e ascoltare ciò che voi ascoltate, ma non lo ascoltarono».
 
Marco Galizzi (Vangelo secondo Luca): Luca non ci ha detto, come ha fatto dei Dodici (9,6), che i settantadue sono partiti. Subito parla del loro gioioso ritorno. Questa volta hanno avuto successo, a differenza di quanto era capitato ad alcuni di loro (9,40), sono davvero riusciti a scacciare i demoni e lo dicono a Gesù, che chiamano «Signore»: «Anche i demoni si sottomettono a noi quando pronunziamo il tuo nome». Essi gioiscono per il potere che hanno, ma ciò che conta è l'ultima espressione: nel tuo nome. Il termine «nome» sta per la persona. È Gesù che continua ad agire per mezzo dei suoi inviati; capiscono che la missione è possibile solo se non si perde la comunione con Gesù, se come inviati ci si comporta quali continuatori dell'opera di Gesù, sempre presente in mezzo ai suoi.
E Gesù quel giorno gioì con loro ed esclamò: «Ho visto Satana precipitare dal cielo come un fulmine». Questa è vera vittoria; questo è lo scopo di ogni annuncio: vincere la potenza del male; soggiogare Satana e i suoi demoni e farli ricadere nell'abisso, come là a Gerasa (8,31-33). Quante volte, dal giorno delle tentazioni nel deserto (4,1-13), Gesù ha già vinto il demonio, gli spiriti impuri (4,33-35.41; 8,2; 9,42).
E la sua vittoria continua. Eppure non è qui la vera gioia.
Osserviamo come Gesù, da ciò che è capitato, continua a educare i suoi discepoli. Ora possono davvero constatare di possedere gli stessi poteri di Gesù, di agire come veri inviati e toccare con mano che possono camminare sui serpenti e gli scorpioni e schiacciare ogni potenza del nemico (singolare = Satana). Sono immagini bellissime per dire che nel nome di Gesù, in comunione con lui, non solo possono vincere il male, ma anche rimanerne illesi. Ciò non significa essere esentati dalla sofferenza o dalla persecuzione, ma solo essere liberi da Satana. È logico gioire per questo. Eppure Gesù indica qual è la vera gioia: «... rallegratevi piuttosto perché i vostri nomi sono scritti nel cielo». La vera gioia è data dall'appartenenza al regno. Quando si gioisce per il semplice e grandioso evento che si è cristiani e figli di Dio, allora abbiamo davvero capito queste parole del Vangelo. Non c'è più bisogno di spiegarle. Sono esperienza di vita, sono segno che siamo sotto l'agire del Padre, come ora ci indica Gesù.
 
Tutto è stato dato a me dal Padre mio … - Hugues Cousin (Vangelo di Luca): Tutto gli è stato donato direttamente da suo Padre celeste! Quello che Gesù ha ricevuto è la conoscenza esistenziale del legame personale ed unico che corre tra il Padre e lui. La conoscenza reciproca che Mosè aveva pregato Dio di concedergli (Es 33,12-13) e di cui egli ha beneficiato in maniera unica (Dt 34,10), il Padre l'ha già concessa a Gesù. Ma una tale conoscenza non è chiusa in se stessa. In Mosè, essa era sfociata nella legge, che permetteva agli israeliti di conoscere la volontà di Dio. Grazie a Gesù, vengono rivelate ai discepoli la relazione del Figlio col Padre celeste e quella dei discepoli con lui.
In che modo? Per il fatto che essi sono testimoni oculari di avvenimenti tipici della fine dei tempi (vv. 23-24); quello che Israele attendeva per gli ultimi tempi è ormai presente e accessibile alla esperienza umana. Secondo la tradizione giudaica, Isaia (Is 6) ed Ezechiele (Ez 1) hanno avuto solamente visioni e immagini di Dio. Invece la più umile delle serve, durante il passaggio del mar Rosso, aveva visto quello che Isaia, Ezechiele e tutti i profeti non hanno mai visto; infatti gli israeliti avevano allora visto e riconosciuto Dio e ognuno aveva aperto la bocca - compresi i lattanti - dicendo: «Questo è il mio Dio, lo voglio onorare» (Es 15,2). Ora, ecco che di quest'esperienza della presenza attiva di Dio, il cui ripetersi era atteso per la fine dei tempi, i discepoli di Gesù sono beneficiari! Vedere il male indietreggiare e Satana sprofondare, vedere gli esclusi riconciliati, udire la buona novella rivolta ai poveri - insomma, vedere e ascoltare Gesù che agisce e predica - significa fare l' esperienza della venuta salvifica di Dio stesso.
All'origine di questi vv. 21-24 che Luca attinge dalla «fonte delle parole», indoviniamo una duplice esperienza ineffabile di Gesù. Nella sua preghiera, egli ha chiamato Dio «Padre» e ha confidato ai suoi discepoli che egli era, davanti a Dio, come un figlio - la parola qui ricorre tre volte - davanti a suo padre. Ecco che ci troviamo davanti a una sintetica indicazione di quella che si può chiamare la «coscienza filiale» di Gesù, che può essere distinta dalla sua «coscienza messianica».
 
Il Vangelo di Luca trasuda di gioia. La prima pagina è foriera di gioia, la nascita del Verbo, così l’ultima pagina, la risurrezione e l’Ascensione di Gesù, figlio di Maria, concepito per opera dello Spirito Santo, Dio da Dio, Luce da Luce, Dio vero da Dio vero, generato non creato. I discepoli sono colmi di gioia perché hanno visto Satana sottomettersi alla potenza del Cristo, Gesù è contento perché il Padre ha nascosto i misteri del regno ai sapienti e ai dotti e li ha rivelati ai piccoli. Mai stanco di mettere in evidenza la gioia evangelica, Luca suggerisce quale è la vera gioia: per i discepoli sta nel fatto che i loro nomi sono scritti nei cieli, per Gesù perché finalmente le porte della sua eterna dimora sono state spalancate agli uomini, e in modo particolare ai piccoli, cioè ai suoi discepoli, a tutti coloro che si porranno alla sua sequela. Ma c’è da aggiungere che alla gioia si assomma la beatitudine. Gioia e beatitudine sono sinonimi, ma gioia è sinonimo anche di allegria, felicità, contentezza, e beatitudine di esultanza, appagamento, ed è davvero molto bello che per i piccoli gioia e beatitudine, al di là delle sfumature, inizino quaggiù su questa terra, inzuppata di lacrime e di sangue, per continuare in Cielo quando vedranno Dio faccia a faccia (1Cor 13,12), così come Egli è (1Gv 3,2). E sarà grande festa. Ma è gioia e festa grande anche per Gesù perché la sua missione terrena, che non è finita su una Croce, ma in una tomba vuota, ha raggiunto il suo obiettivo, quello di aver aperto all’uomo le porte del Paradiso e quello di aver rivelato “il volto del Padre suo e Padre nostro. In fondo, per questo Egli è venuto nel mondo: per parlarci del Padre; per farlo conoscere a noi, figli smarriti, e risuscitare nei nostri cuori la gioia di appartenergli, la speranza di essere perdonati e restituiti alla nostra piena dignità, il desiderio di abitare per sempre nella sua casa, che è anche la nostra casa.” (Benedetto XVI, Angelus, 16 Settembre 2007). Abitare per sempre nella sua casa, questa è la più grande gioia, quella gioia che Dio ha riservato ai suoi piccoli.
 
A. Ridouard e M.F. Lacan: La gioia è un frutto dello Spirito (Gal 5, 22) ed una nota caratteristica del regno di Dio (Rom 14,17). Non si tratta dell’entusiasmo passeggero che la parola suscita e la tribolazione distrugge (cfr. Mc 4,16), ma della gioia spirituale dei fedeli che, nella prova, sono di esempio (1Tess l,6s) e che, con la loro generosità gioiosa (2Cor 8,2; 9,7), con la loro perfezione (2Cor 13,9), con la loro unione (Fil 2,2), con la loro docilità (Ebr 13,17) e la loro fedeltà alla verità (2Gv 4; 3Gv 3s), sono presentemente e saranno nel giorno del Signore la gioia dei loro apostoli (1Tess 2,19s). La carità che rende i fedeli partecipi della verità (1Cor 13,6) procura loro una gioia costante che è alimentata dalla preghiera e dal ringraziamento incessanti (1Tess 5,16; Fil 3,1; 4,4ss). Come rendere grazie al Padre di essere trasferiti nel regno del suo Figlio diletto, senza essere nella gioia (Col 1,11ss)? E la preghiera assidua è fonte di gioia perché la anima la speranza e perché il Dio della speranza vi risponde colmando di gioia il fedele (Rom 12,12; 15,13). Pietro lo invita quindi a benedire Dio con esultanza; la sua fede, che l’afflizione mette alla prova, ma che è sicura di ottenere la salvezza, gli procura una gioia ineffabile che è la pregustazione della gloria (1Piet 1,3- 9).
 
Siamo arrivati al termine. Possiamo mettere in evidenza:
*** Bene per me se sono stato umiliato, perché impari i tuoi decreti. (Salmo responsoriale)
Nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.
 
Questo sacramento di vita eterna
ci rinnovi, o Padre, nell’anima e nel corpo,
perché, comunicando a questo memoriale
della passione del tuo Figlio,
diventiamo eredi con lui nella gloria.
Per Cristo nostro Signore.
 
3 Ottobre 2020
 
Beato Luigi Talamoni, Sacerdote e Fondatore
 
Luigi Domenico Filippo Talamoni nacque da una modesta famiglia di Monza, in contrada dei Mulini, il 3 ottobre 1848, secondo dei sei figli di Giuseppe (artigiano cappellaio) e di Maria Sala.
Fu battezzato lo stesso giorno nel Duomo di Monza, dedicato a San Giovanni Battista.
In famiglia trovò l’esempio forte di fede, che è reale fondamento di salde vocazioni sacerdotali: in casa si diceva ogni giorno il rosario e il papà ogni giorno, per quanto possibile, andava a Messa, accompagnato dal piccolo Luigi, che, sull’esempio del padre, servendo all’altare, sentì crescere il desiderio di servire Dio e i fratelli nel ministero sacerdotale.
Il piccolo Luigi Talamoni frequentò gli studi elementari e fece la Prima Comunione e la Cresima (1° luglio 1861) presso l’Oratorio di Monza, detto del Carrobiolo, fondato dal Servo di Dio Padre Fortunato Redolfi, barnabita, e retto da un altro barnabita, il Servo di Dio Padre Luigi Villoresi.
Luigi venne così a contatto con le esperienze più entusiasmanti della pastorale giovanile del tempo. Nella diocesi di Milano, infatti, in quegli anni si assiste a una esplosione degli Oratori, luoghi ove i ragazzi si ritrovavano quotidianamente a fare esperienza di vita fraterna e di impegno, di formazione cristiana e umana, di allegria e di spiritualità, maturando qui la propria vocazione al sacerdozio, alla missione, al coinvolgimento come laici impegnati nella società.
Erano, quelli, anni difficili per la Chiesa di Milano: proprio mentre era in atto la seconda guerra d’indipendenza, nel 1859, era morto l’Arcivescovo Bartolomeo Carlo Romilli e il beato Papa Pio IX ne aveva nominato il successore nella persona di mons. Paolo Angelo Ballerini, che incontrò la fiera opposizione del Governo Italiano. Così l’Arcivescovo eletto non poté mai prendere possesso della sua Sede e nominò suo Vicario Generale sede impedita, mons. Carlo Caccia Dominioni, Vescovo ausiliare, ma il Governo Italiano lo considerò sempre e solo Vicario Capitolare sede vacante. A mons. Caccia Dominioni toccò di custodire l’unità della diocesi e di barcamenarsi con il Governo, subendone spesso le ire: più volte la polizia lo prelevò, per portarlo a Torino sotto inchiesta. Alle sue sofferenze, però, supplì sempre l’affetto della popolazione e di buona parte del clero.
Proprio in quegli anni l’Oratorio del Carrobiolo divenne un Seminario dei poveri: chi manifestava il desiderio di farsi sacerdote (e non solo diocesano), ma non possedeva i mezzi economici per realizzare questa chiamata, trovava lì la possibilità di studiare (i professori erano di alto livello e tutti volontari), di condurre un’esperienza di vita fraterna (evidentemente austera e povera), con una possibilità di impegno pastorale (i seminaristi nel tempo libero si impegnavano nell’Oratorio, che continuava accanto a loro la sua attività).
Quale fosse lo spirito di quel Seminario, lo dicono alcuni passi delle lettere che Padre Villoresi indirizzò proprio al giovane Talamoni, quando questi passò al Seminario Teologico. Il 1° febbraio 1868 gli scrisse: «Ai piedi di Gesù Sacramentato vorrei sempre, se fosse possibile, trovare alcuno di voi. Quando non potete andarvi colla persona, vedete di volar colà di tempo in tempo col cuore. Ubi thesaurus vester, ibi cor vestrum erit. E il nostro tesoro, il tesoro di tutti e specialmente di chi deve essere Sacerdote è e deve essere solo Gesù. [...] Mai avvilirvi; ricorrete a Dio ed Egli vi aiuterà, perché vada meglio il domani. State sani, allegri e sempre con Dio».
Luigi Talamoni visse al Carrobiolo fino al 1865, quando passò, come era d’uso, al Seminario Teologico Diocesano, di Milano. Qui non tutto fu facile: il rettore, mons. Carlo Cassina, non nutriva stima per l’opera di Padre Villoresi, ma la qualità umana e spirituale degli alunni gli fece cambiare parere. Intanto nuove angherie resero tumultuosa la vita della diocesi, proprio mentre il 6 ottobre 1866 moriva mons. Caccia Dominioni. La Chiesa di Milano era di nuovo senza pastore, poiché il Governo rimase decisamente contrario a mons. Paolo Angelo Ballerini. Passarono alcuni mesi di faticose trattative tra il Papa e il Governo Italiano e finalmente il 27 marzo 1867 venne eletto il nuovo Arcivescovo, Luigi Nazari di Calabiana, che poté garantire, soprattutto all’inizio, la speranza di un nuovo clima di pace.
In questi frangenti il giovane Talamoni concluse i suoi studi teologici e iniziò quelli a cui era destinato: la laurea in Lettere e Filosofia all’Accademia Scientifico-Letteraria, ove seppe guadagnarsi la fiducia e la stima anche dei docenti anticlericali, che dominavano nell’Accademia.
Il 4 marzo 1871 Luigi Talamoni fu ordinato sacerdote da mons. di Calabiana. Fu una giornata memorabile per bellezza, ma anche per tristezza: alla sera di quello stesso giorno il padre di don Luigi fu colpito da una paresi che lo afflisse per i successivi quindici anni.
Don Luigi fu inviato come insegnante nel Collegio San Carlo di Milano, ove ebbe come alunno (anno 1874-1875) anche Achille Ratti, il futuro Pio XI, che di lui scrisse, quando ne celebrò la Messa d’oro da Nunzio in Polonia: «Per santità di vita, luce di scienza, grandezza di cuore, perizia di magistero, ardore di apostolato, per civiche benemerenze, onore di Monza, gemma del clero diocesano, guida e padre di anime senza numero».
Dopo quattro anni, nel 1875, don Luigi fu chiamato nel Seminario di Monza, come insegnante del Ginnasio: «Il suo insegnamento - scrisse poi un suo alunno - era un apostolato continuo, condotto sulla trama delle vicende umane registrate dalla storia: in esso vibrava l’anima dell’apostolo». Era un insegnante convinto che occorre testimoniare il proprio sacerdozio: «Ho imparato dal maestro Talamoni - scrisse un altro suo illustre alunno, il Cardinale di Genova Carlo Dalmazio Minoretti - quello che in ogni occasione del suo insegnamento inculcava e che confermava con l’esempio: lo zelo di cui il sacerdote deve vivere per la salute delle anime... 
In quella scuola mi si chiariva lo scopo della mia vocazione».
In quella scuola mi si chiariva lo scopo della mia vocazione».
«La sua vita in Seminario, però — scrisse il Cardinale Giovanni Colombo - era quasi un martirio a colpi di spillo». Il clima della Chiesa milanese rimaneva infuocato: il clero era diviso tra liberali ed intransigenti, rosminiani e tradizionalisti; e coinvolgeva lo stesso laicato e il Seminario. Gli stessi alunni lo fecero spesso soffrire, soprattutto perché li fomentava l’Osservatore Cattolico, un giornale intransigente, che spesso sobillava gli stessi seminaristi. Questi un giorno del 1887 fecero un tappeto, che conduceva dalla camera del prof. Talamoni all’aula scolastica, usando pagine del suo quotidiano preferito, La Lega Lombarda, che si contrapponeva per moderazione all’Osservatore Cattolico: il professore avrebbe dovuto calpestare il suo giornale per arrivare a lezione! Non fu l’unica volta, ma don Luigi rispose sempre con il silenzio e il rispetto, con la pazienza e il perdono.
Come tutti gli educatori del Seminario, mons. Talamoni si impegnava anche nell’attività pastorale, per nutrire e sostanziare il suo stesso servizio di insegnamento. Il suo campo di lavoro privilegiato fu il confessionale nel Duomo di Monza, cui era stato destinato dall’arciprete mons. Francesco Zanzi, che fu fine guida spirituale anche per la Serva di Dio Madre Matilde Bucchi, fondatrice delle Suore del Preziosissimo Sangue (dette Preziosine).
Di Talamoni confessore l’Arcivescovo di Siracusa mons. Ettore Baranzini scrisse: «Era ricercatissimo come confessore, perché sapeva essere il vero ministro del perdono, il vero confessore delle anime». A questo delicato ministero fu tenacemente fedele, tanto che mons. Giovanni Rigamonti, arciprete del Duomo di Monza, lo definì «martire del confessionale».
Lo impegnava molto anche la predicazione: «Ebbe una spiccata, affettuosa premura per gli umili - scrisse don Gornati -. Era ricercato da superiori di modesti istituti e da parroci di piccole parrocchie. Accoglieva gli inviti, se appena gli era possibile, senza badare al lungo e disagiato viaggio da compiere o alla esiguità della popolazione che l’avrebbe ascoltato: a lui bastava che vi fossero anime alle quali fare del bene».
Luigi Fossati, a sua volta, disse: «Aveva le doti e le virtù dei sacerdoti aperti e buoni, l’affabilità, la dimestichezza, la capacità e la generosità di essere alla portata di tutti, di sentirsi bene con tutti, di tutti trattare con l’identica cordialità, di immedesimarsi in ogni questione, di avere un opportuno e adeguato consiglio per ogni contingenza. Sì che riusciva, senza debolezze ad essere dolce, senza asprezze ad essere forte, senza imposizione ad essere autorevole, senza puerilità ad essere chiaro, senza involuzione ad essere profondo».
A coronamento di questa attività sacerdotale venne la scelta di impegnarsi anche nel campo politico. Ve lo spinse non solo l’affermarsi del socialismo, ma anche l’acceso spirito anticlericale della fine del secolo XIX e dei primi decenni del XX, acuito dall’avanzare del socialismo. Don Talamoni accettò di far inserire il suo nome nelle liste civiche del Comitato Cattolico di Monza e il 9 luglio 1893 riportò 844 voti, conducendo alla vittoria tutta la sua lista: «Don Luigi vive nella sua città con occhi e cuore aperti: nulla gli sfugge, e i suoi interventi sono numerosi, tempestivi, chiari e forti. Parla di asili, di scuole, di patronato scolastico, di strade impraticabili e malsicure, con scarsa illuminazione. Difende la pubblica moralità offesa in diversi modi. Vuol vedere tutelati, secondo giustizia, gli interessi dei piccoli commercianti; difende la causa della povera gente danneggiata da certe disposizioni, mentre sono agevolati i ricchi. Chiede che il Comune favorisca la costruzione di case per gli operai, raccomanda che si migliorino le condizioni del carcere, che si faciliti la somministrazione delle medicine ai poveri. Interviene a favore dell’insegnamento religioso nelle scuole. [...] Segno del suo zelo fu la grande considerazione che ebbero per lui anche gli avversari».
Questo impegno in Comune si concluse nel 1923: la lista dei Popolari vinse il 21 gennaio 1923, ma le violenze dei fascisti costrinsero alle dimissioni il Consiglio comunale dopo soli sette mesi.
È nell’humus dello zelo pastorale sin qui descritto che poté nascere la Congregazione delle Suore Misericordine, il «tesoro prezioso», la «perla di grande valore» di mons. Luigi Talamoni.
Don Luigi, proprio nel confessionale del Duomo di Monza, aveva incontrato la signora Maria Biffi, una donna devota, che aveva perso un figlio in tenera età, mentre l’altro era entrato tra i Barnabiti, e che aveva accompagnato con dedizione la lunga malattia del marito, il quale morì nel 1879. Da allora ella si dedicò, sotto la guida del suo confessore, all’assistenza degli ammalati poveri, intuendo sempre meglio la volontà di Dio. L’8 marzo 1883, scrisse a don Talamoni: «Mi par proprio che il buon Dio voglia qualche cosa da noi, a vantaggio dei suoi poverelli infermi. Come, quando, in che modo, non so; ma qualche cosa vuole sicuramente». E in occasione della festa di san Luigi nel 1888 di nuovo gli scriveva: «Io la considero come l’inviato del Signore... Forse che il mio Gesù non me l’abbia dato per altro che per compiere l’opera benefica di soccorso ai suoi figli prediletti, i poveri ammalati? Io lo sento sì vivo in cuore, che non ne posso dubitare. Ed ella, che si dedica collo slancio più ardente dell’anima, oh di quanti meriti si fa ricca la sua vita, che bel premio si prepara, pel paradiso! S’arresti davanti a tanto bene la lusinga di una carriera luminosa, di un posto attraente. Gesù, il buon Gesù, l’amico dei poveri, il consolatore degli afflitti, il medico dei malati, la chiama, la vuole al suo seguito, continuatore dell’opera sua. Avanti, mio buon Padre».
Nacque così l’Istituto delle Misericordine: il 25 marzo 1891 due ragazze, Rosa Gerson e Stella Dell’Orto, accolsero l’invito di mons. Talamoni a dedicarsi agli ammalati, andandoli a trovare nelle loro case, assistendoli soprattutto di notte, così da permettere ai loro parenti di riposare e potersi recare durante il giorno al lavoro, per sostentare le loro famiglie. In una società egoista mons. Talamoni insegnò il primato dell’altruismo; in una società del successo insegnò la santità del nascondimento; in una società delle polemiche e dei contrasti insegnò l’importanza della collaborazione e della concordia.
Questo lo spirito proposto dal Fondatore e dalla Fondatrice, Maria Biffi Levati, alle loro figlie Misericordine: «Aiutare caritatevolmente e materialmente gli ammalati, per curare santamente e spiritualmente le loro anime e procurare la loro salvezza. Ma, cogli ammalati, giovare anche ai sani, portando nelle loro case l’amore di Gesù Cristo. Per arrivare a ciò non bisogna guardare a sacrifici, a bassezza di uffici, a privazioni, a dicerie, a disprezzi, a invidie».
Riassumendo in una frase lo spirito delle Misericordine, mons. Talamoni raccomandava loro: «Siate umili, dolci; bruciate di amore».
Egli stesso dava l’esempio, consumando la sua vita per amore: seguì con affetto e dedizione il nascente Istituto, pur rimanendo scrupolosamente fedele ai suoi doveri di insegnante in Seminario, di confessore nel Duomo e di consigliere comunale, sino alla fine, quando, dopo breve malattia, morì il 31 gennaio 1926 nel compianto generale.
Rimanendo costante la fama della sua santità di vita, anzi consolidandosi ed estendendosi nel tempo, il beato Arcivescovo di Milano, Cardinale Alfredo Ildefonso Schuster, nel 1952 decise di iniziare l’iter per la Causa di Canonizzazione. Toccò di fatto al suo successore, il Servo di Dio Giovanni Battista Montini, poi divenuto Papa Paolo VI, svolgere il Processo Informativo (1957-1958). L’11 luglio 1992 Papa Giovanni Paolo II lo proclamò Venerabile, riconoscendo che mons. Talamoni aveva esercitato tutte le virtù cristiane in grado eroico.
Nel 2001 si svolse il Processo sul miracolo: la ripresa inspiegabile, dal punto di vista medico, di Pasquale Carenini, colpito da infarto devastante ed ormai prossimo alla morte. Il 12 aprile 2003 il Papa riconobbe il miracolo e decretò che mons. Luigi Talamoni fosse beatificato.
 
«Fedele riflesso della misericordia di Dio è il sacerdote Luigi Talamoni. Il più illustre dei suoi alunni al Collegio San Carlo di Milano, Achille Ratti, poi Papa Pio XI, ebbe a definirlo “per santità di vita, luce di scienza, grandezza di cuore, perizia di magistero, ardore di apostolato, per civiche benemerenze onore di Monza, gemma del clero ambrosiano, guida e padre di anime senza numero”. Il nuovo Beato fu assiduo nel ministero del confessionale e nel servizio ai poveri, ai carcerati e specialmente ai malati indigenti. Quale fulgido esempio egli è per tutti! Esorto a guardare a lui soprattutto i sacerdoti e la Congregazione delle Suore Misericordine.» (Govanni Paolo II, Omelia. 22 Marzo 2004)
 
Pratica: Sarò umile, dolce; bruciato di amore.
 
Preghiera: O Dio, che nell’amore verso di te e verso i fratelli hai compendiato i tuoi comandamenti, fa’ che ad imitazione del beato Luigi Talamoni dedichiamo la nostra vita a servizio del prossimo, per essere da te benedetti nel regno dei cieli. Per il nostro Signore.

 

VENERDÌ 2 OTTOBRE 2020
 
SANTI ANGELI CUSTODI – MEMORIA
 
Es 23,20-23a; Sal 90 (91); Mt 18,1-5.10
 
Memoria dei santi Angeli Custodi - La Bibbia e i Padri della Chiesa (I Padri vivi): Gli innumerevoli eserciti degli angeli stanno davanti al volto di Dio e incessantemente gli rendono onore. Ogni volta che celebriamo l’Eucaristia e glorifichiamo Dio nel prefazio per le sue grandi opere, noi radunati sulla terra c’inseriamo nel perenne cantico di lode che risuona in Cielo. Con tutti gli angeli e gli arcangeli, uniti a tutti i cori celesti esclamiamo: Santo, Santo, Santo il Signore Dio degli eserciti. L’uomo di fede, riconoscente a Dio per la sua bontà, acclama con le parole del salmo: «A te voglio cantare davanti agli angeli» (137,1) e sapendo che da solo non è capace di esprimere il cantico di gratitudine invoca gli angeli: «Benedite [con me], angeli del Signore, il Signore, lodatelo ed esaltatelo nei secoli» (Dn 3,58).
La Chiesa crede che gli angeli non soltanto circondano il trono di Dio nel sacro servizio, ma che Dio anche per loro, come per noi, in modo mirabile, ha stabilito dei doveri. L’angelo fu mandato a Maria per annunciarle il mistero dell’Incarnazione. L’angelo incoraggia Cristo prima della Passione; tramite l’angelo fu annunciata la notizia della Risurrezione del Signore. Anche oggi, gli angeli sono presenti nella Chiesa, perché essa possa annunciare a tutti l’Incarnazione, la Passione e la Risurrezione del Signore. La Chiesa crede che gli angeli proteggono la nostra vita terrena, hanno cura di noi, ci sostengono sulla via che porta alla salvezza. Nella loro cura, troviamo la difesa e, grazie a loro, evitiamo i pericoli.
In comunione con tutta la Chiesa, benediciamo gli angeli del Signore e glorifichiamo Dio perché ci permette di sperimentare la loro custodia. Poiché attendiamo la nostra unione con loro, quando il Signore verrà nella sua gloria con tutti i suoi angeli.
 
Colletta: O Dio, che nella tua misteriosa provvidenza mandi dal cielo i tuoi Angeli a nostra custodia e protezione, fa’ che nel cammino della vita siamo sempre sorretti dal loro aiuto per essere uniti con loro nella gioia eterna. Per il nostro Signore Gesù Cristo...
 
I Lettura: Ecco, io mando un angelo davanti a te per custodirti: l’angelo inviato dal Signore precederà il popolo nel suo viaggio verso la terra promessa per custodirlo e guidarlo. Nel brano che oggi leggiamo, l’angelo di Dio si identifica con Dio, il mio nome è in lui, per cui ubbidire o ribellarsi a lui è come ubbidire o ribellarsi a Dio. Il nome degli angeli (ebr. mal’ak, gr. ànghelos), non è un nome di natura ma di funzione: significa «messaggero». Secondo la letteratura giudaica, la funzione degli angeli è triplice: di adorazione e di lode a Dio; di messaggeri divini nelle incombenze degli uomini; di custodi degli uomini, dei loro beni, case, campi, animali, e delle nazioni. Sfuggendo alla nostra percezione ordinaria, essi costituiscono un mondo misterioso, ma non mitico in quanto l’esistenza degli angeli è una verità di fede.
 
Salmo: Egli per te darà ordine ai suoi angeli di custodirti in tutte le tue vie... Gli angeli proteggeranno l’uomo che confida e si affida a Dio, e lo custodiranno in tutti i suoi passi, cioè nei suoi viaggi, nelle sue iniziative. Gli angeli non permetteranno che i suoi passi inciampino nelle pietre, tutto sarà facilitato dagli angeli, la cui azione è presentata con l'immagine degli angeli che stendono le loro mani a formare la strada dove percorre il giusto.
L’uomo giusto che confida nel Signore non temerà il terrore della notte né la freccia che vola di giorno, la peste che vaga nelle tenebre, lo sterminio che devasta a mezzogiorno. Una protezione a tutto tondo messa in campo da Dio per amore e benevolenza.
 
Vangelo Chi dunque è più grande nel regno dei cieli?: Gesù risponde che il criterio sono i piccoli! I discepoli devono diventare bambini. Invece di crescere verso l’alto, devono crescere verso il basso, la vera grandezza del discepolo si costruisce sul trono dell’umiltà. Questi piccoli non devono essere disprezzati, in quanto i loro angeli in cielo difendono davanti a Dio la loro causa e chiedono che Egli intervenga a riparare le offese fatte loro.
 
Giovanni Paolo II (Udienza Generale 6 Agosto 1986): Notiamo che la Sacra Scrittura e la Tradizione chiamano propriamente angeli quegli spiriti puri che nella fondamentale prova di libertà hanno scelto Dio, la sua gloria e il suo regno. Essi sono uniti a Dio mediante l’amore consumato che scaturisce dalla beatificante visione, faccia a faccia, della santissima Trinità. Lo dice Gesù stesso: “Gli angeli nel cielo vedono sempre la faccia del Padre mio che è nei cieli” (Mt 18, 10). Quel “vedere sempre la faccia del Padre” è la manifestazione più alta dell’adorazione di Dio. Si può dire che essa costituisce quella “liturgia celeste”, compiuta a nome di tutto l’universo, alla quale incessantemente si associa la terrena liturgia della Chiesa, specialmente nei suoi momenti culminanti. Basti qui ricordare l’atto col quale la Chiesa, ogni giorno e ogni ora, nel mondo intero, prima di dare inizio alla preghiera eucaristica nel cuore della santa Messa, si richiama “agli angeli e agli arcangeli” per cantare la gloria di Dio tre volte Santo, unendosi così a quei primi adoratori di Dio, nel culto e nell’amorosa conoscenza dell’ineffabile mistero della sua santità.
Sempre secondo la rivelazione, gli angeli, che partecipano alla vita della Trinità nella luce della gloria, sono anche chiamati ad avere la loro parte nella storia nella salvezza degli uomini, nei momenti stabiliti dal disegno della divina Provvidenza. “Non sono essi tutti spiriti incaricati di un ministero inviati per servire coloro che devono entrare in possesso della salvezza?”, domanda l’autore della Lettera agli Ebrei (Eb 1, 14). E questo crede e insegna la Chiesa, in base alla Sacra Scrittura dalla quale apprendiamo che compito degli angeli buoni è la protezione degli uomini e la sollecitudine per la loro salvezza. Troviamo queste espressioni in diversi passi della Sacra Scrittura, come ad esempio nel Salmo 90 già più volte citato: “Egli darà ordine ai suoi angeli di custodirti in tutti i tuoi passi. Sulle loro mani ti porteranno perché non inciampi nella pietra il tuo piede” (Sal 90, 11-12). Gesù stesso, parlando dei bambini e ammonendo di non dar loro scandalo, si richiama ai “loro angeli” (Mt 18, 10); attribuisce inoltre agli angeli la funzione di testimoni nel supremo giudizio divino sulla sorte di chi ha riconosciuto o ha rinnegato il Cristo: “Chiunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anche il Figlio dell’uomo lo riconoscerà davanti agli angeli di Dio; ma chi mi rinnegherà davanti agli uomini sarà rinnegato davanti agli angeli di Dio” (Lc 12, 8-9). Queste parole sono significative perché se gli angeli prendono parte al giudizio di Dio, sono interessati alla vita dell’uomo. Interesse e partecipazione che sembrano ricevere una accentuazione nel discorso escatologico, nel quale Gesù fa intervenire gli angeli nella parusia, ossia nella definitiva venuta di Cristo alla fine della storia (cf. Mt 24, 31; 25, 31. 41).
 
Dal Vangelo secondo Matteo 18,1-5.10: In quel momento i discepoli si avvicinarono a Gesù dicendo: «Chi dunque è più grande nel regno dei cieli?». Allora chiamò a sé un bambino, lo pose in mezzo a loro e disse: «In verità io vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli. Perciò chiunque si farà piccolo come questo bambino, costui è il più grande nel regno dei cieli. E chi accoglierà un solo bambino come questo nel mio nome, accoglie me. Guardate di non disprezzare uno solo di questi piccoli, perché io vi dico che i loro angeli nei cieli vedono sempre la faccia del Padre mio che è nei cieli».
 
In verità io vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli: Felipe F. Ramos: Gesù comanda di farsi come bambini. Quando si esprime così, non pensa alla proverbiale innocenza dei bambini, ma pensa principalmente alla loro umiltà. Il bambino non ha pretese: sa di essere bambino e si accetta come è; accetta la sua incapacità di fronte alla vita c il bisogno che ha dei genitori per sopravvivere. I bambini vivono nell’umiltà, non stimandosi meno di quello che sono - non sarebbe umiltà - ma riconoscendo quello che sono. L’uomo ha forse bisogno di stimarsi meno di quello che è per essere umile?
Se passiamo dalla famiglia umana a quella cristiana - la famiglia di Gesù o di Dio - l’argomentazione acquista molta maggior efficacia. Che cos’è l’uomo davanti a Dio? L’umiltà cristiana è causata appunto dalla gioia di essere figli di Dio (5,3ss; 11.25).
La filiazione divina richiede la conversione, come dice espressamente il v. 3. Le parole che aprono il vangelo esigendo la conversione (3,2; 4,17) si applicano ora ai discepoli di Gesù. Se questi discepoli devono essere i dirigenti della comunità cristiana, devono comportarsi, di fronte a essa, con quell’umiltà di cui abbiamo parlato. E devono farlo per due ragioni: per quello che sono essi - aspetto che già abbiamo esposto - e per quello che sono, gli altri. Gli altri sono figli di Dio: « i loro angeli nel cielo vedono sempre la faccia del Padre mio ». Ma la frase non si occupa minimamente degli angeli e non ha il minimo interesse per essi. Secondo la letteratura giudaica, la funzione degli angeli è triplice: a) di adorazione e di lode a Dio; b) di agenti o messaggeri divini negli affari umani; c) di custodi degli uomini e delle nazioni (At 12,15). Secondo una credenza che si era molto diffusa fra i giudei, erano pochi gli angeli che avevano accesso diretto a Dio. Tenendo conto di questi particolari, l’insegnamento fa pensare alla dignità dei piccoli che credono in Gesù: se i loro angeli hanno questa dignità, quanto maggiore sarà la dignità dei credenti che gli angeli stessi son destinati a servire!
La sezione termina con la parabola della pecorella smarrita che, in Matteo, non ha l’importanza che ha in Luca (c. 15) ed è esposta in una prospettiva diversa. Luca mette particolarmente in rilievo la gioia del pastore che ha ritrovato la pecorella smarrita; Matteo fa rilevare la sua responsabilità. Matteo ha adattato la parabola ai dirigenti della comunità cristiana. E questo spiega come egli abbia spostato leggermente, ma intenzionalmente, il centro di gravità della parabola.

Gli angeli e Cristo - M. Galopin e P. Grelot (DTB): Il mondo angelico trova posto nel pensiero di Gesù. Gli evangelisti parlano talvolta dei suoi rapporti intimi con gli angeli (Mt 4,11; Lc 22,43); Gesù menziona gli angeli come esseri reali ed attivi. Pur vegliando sugli uomini, essi vedono la faccia del Padre (Mt 18,10). La loro vita sfugge alle esigenze cui è soggetta la condizione terrestre (cfr. Mt 22,30 par.). Benché ignorino la data del giudizio finale, che è un segreto del Padre solo (Mt 24,36 par.), ne saranno gli esecutori (Mt 13,39.49; 24,31). Fin d’ora essi partecipano alla gioia di Dio quando i peccatori si convertono (Lc 15,10). Tutti questi elementi sono conformi alla dottrina tradizionale. Gesù inoltre precisa la loro situazione in rapporto al figlio dell’uomo, la figura misteriosa che lo definisce, specialmente nella sua gloria futura: gli angeli lo accompagneranno nel giorno della sua parusia (Mt 25,31); saliranno e discenderanno su di lui (Gv 1,51), come un tempo sulla scala di Giacobbe (Gen 28,10); egli li manderà per radunare gli eletti (Mt 24, 31par.) e scartare i dannati dal regno (Mt 13,41s). Fin dal tempo della passione Gesù avrebbe potuto richiedere l’intervento degli angeli che sono al suo servizio (Mt. 26,53). Il pensiero cristiano primitivo non farà dunque altro che prolungare le parole di Gesù quando affermerà che gli angeli gli sono inferiori. Abbassato al di sotto di essi per la sua incarnazione (Ebr. 2,7), egli non di meno meritava la loro adorazione nella sua qualità di Figlio di Dio (Ebr 1,6s; cfr. Sal 97,7). Dopo al risurrezione è chiaro che Dio glieli ha sottomessi (Ef 1,20s), essendo stati creati in lui, da lui e per lui (Col 1,16). Essi riconoscono attualmente la sua sovranità (cfr. Ap 5,11s; 7,11s), e formeranno la sua scorta nell’ultimo giorno (2Ts 1,7; Ap 14,14-16; cfr. 1Ts 4,16). Così il mondo angelico si subordina a Cristo, di cui ha contemplato il mistero (1Tm 3,16; cfr. 1Pt. 1,12).
 
Siamo arrivati al termine. Possiamo mettere in evidenza:
*** Chi abita al riparo dell’Altissimo passerà la notte all’ombra dell’Onnipotente.  (Salmo responsoriale)
Nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.
 
O Padre, che in questo sacramento
ci doni il pane per la vita eterna,
guidaci, con l'assistenza degli Angeli,
nella via della salvezza e della pace.
Per Cristo nostro Signore.


2 Ottobre 2020
 
Santi Angeli Custodi
 
 
La memoria dei Santi Angeli, oggi espressamente citati nel “Martirologio Romano” della Chiesa Cattolica, come Angeli Custodi, si celebra dal 1670 il 2 ottobre, data fissata da papa Clemente X (1670-1676); la Chiesa Ortodossa li celebra l’11 gennaio. Ma chi sono gli Angeli e che rapporto hanno nella storia del genere umano? Prima di tutto l’esistenza degli Angeli è un dogma di fede, definito più volte dalla Chiesa (Simbolo Niceno, Simbolo Costantinopolitano, IV Concilio Lateranense (1215), Concilio Vaticano I (1869-70)).
Tutto ciò che riguarda gli Angeli, ha costituito una scienza propria detta ‘angelologia’; e tutti i Padri della Chiesa e i teologi, hanno nelle loro argomentazioni, espresso ed elaborato varie interpretazioni e concetti, riguardanti la loro esistenza, creazione, spiritualità, intelligenza, volontà, compiti, elevazione e caduta.
Come si vede la materia è così vasta e profonda, che è impossibile in questa scheda succinta, poter esporre esaurientemente l’argomento, ci limiteremo a dare qualche cenno essenziale.
Come si vede la materia è così vasta e profonda, che è impossibile in questa scheda succinta, poter esporre esaurientemente l’argomento, ci limiteremo a dare qualche cenno essenziale.
Esistenza e creazione
La creazione degli angeli è affermata implicitamente almeno in un passo del Vecchio Testamento, dove al Salmo 148 (Lode cosmica), essi sono invitati con le altre creature del cielo e della terra a benedire il Signore: “Lodate il Signore dai cieli, lodatelo nell’alto dei cieli. Lodatelo, voi tutti suoi angeli, lodatelo, voi tutte sue schiere… Lodino tutti il nome del Signore, perché al suo comando ogni cosa è stata creata”.
Nel nuovo Testamento (Col. 1.16) si dice: “per mezzo di Cristo sono state create tutte le cose nei cieli e sulla terra”. Quindi anche gli angeli sono stati creati e se pure la tradizione è incerta sul tempo e nell’ordine di questa creazione, essa è ritenuta dai Padri indubitabile; certamente prima dell’uomo, perché alla cacciata dal paradiso terrestre di Adamo ed Eva, era presente un angelo, posto poi a guardia dell’Eden, per impedirne il ritorno dei nostri progenitori.
 
Spiritualità
La spiritualità degli angeli, è stato oggetto di considerazioni teologiche fra i più grandi Padri della Chiesa; s. Giustino e s. Ambrogio attribuivano agli angeli un corpo, non come il nostro, ma luminoso, imponderabile, sottile; s. Basilio e s. Agostino furono esitanti e si espressero non chiaramente; s. Giovanni Crisostomo, s. Gerolamo, s. Gregorio Magno, asserirono invece l’assoluta spiritualità; il già citato Concilio Lateranense IV, quindi il Magistero della Chiesa, affermò che gli Angeli sono spirito senza corpo. L’angelo per la sua semplicità e spiritualità è immortale e immutabile, privo di quantità non può essere localmente presente nello spazio, però si rende visibile in un luogo per esplicare il suo operato; non può moltiplicarsi entro la stessa specie e s. Tommaso d’Aquino afferma che tante sono le specie angeliche quanti sono gli stessi angeli, l’uno diverso dall’altro. Nella Bibbia si parla di angeli come di messaggeri ed esecutori degli ordini divini; nel Nuovo Testamento essi appaiono chiaramente come puri spiriti. Nella credenza ebraica essi furono talvolta avvicinati a esseri materiali, ai quali si offriva ospitalità, che essi ricambiavano con benedizioni, promesse di prosperità, ecc.
Intelligenza e volontà
L’Angelo in quanto essere spirituale non può essere sprovvisto della facoltà dell’intelligenza e della volontà; anzi in lui debbono essere molto più potenti, in quanto egli è puro di spirito; sulla prontezza e infallibilità dell’intelligenza angelica, come pure sull’energia, la tenace volontà, la libertà superiore, il grande Dottore Angelico, s. Tommaso d’Aquino, ha scritto ampiamente nella sua “Summa Theologica”, alla quale si rimanda per un approfondimento.
 
Elevazione
La Sacra Scrittura suggerisce più volte che gli Angeli godono della visione del volto di Dio, perché la felicità alla quale furono destinati gli spiriti celesti, sorpassa le esigenze della natura ed è soprannaturale.
E nel Nuovo Testamento frequentemente viene stabilito un paragone fra uomini, santi e angeli, come se la meta cui sono destinati i primi, altro non sia che una partecipazione al fine già conseguito dagli angeli buoni, i quali vengono indicati come ‘santi’, ‘figli di Dio’, ‘angeli di luce’ e che sono ‘innanzi a Dio’, ‘al cospetto di Dio o del suo trono’; tutte espressioni che indicano il loro stato di beatitudine; essi furono santificati nell’istante stesso della loro creazione.
Caduta
Il Concilio Lateranense IV, definì come verità di fede che molti Angeli, abusando della propria libertà caddero in peccato e diventarono cattivi. San Tommaso affermò che l’Angelo poté commettere solo un peccato d’orgoglio, lo spirito celeste deviò dall’ordine stabilito da Dio e non accettandolo, non riconobbe al disopra della sua perfezione, la supremazia divina, quindi peccato d’orgoglio cui conseguì immediatamente un peccato di disobbedienza e d’invidia per l’eccellenza altrui. Altri peccati non poté commetterli, perché essi suppongono le passioni della carne, ad esempio l’odio, la disperazione. Ancora s. Tommaso d’Aquino specifica, che il peccato dell’Angelo è consistito nel volersi rendere simile a Dio. La tradizione cristiana ha dato il nome di Lucifero al più bello e splendente degli angeli e loro capo, ribellatosi a Dio e precipitato dal cielo nell’inferno; l’orgoglio di Lucifero per la propria bellezza e potenza, lo portò al grande atto di superbia con il quale si oppose a Dio, traendo dalla sua parte un certo numero di angeli. Contro di lui si schierarono altri angeli dell’esercito celeste capeggiati da Michele, ingaggiando una grande e primordiale lotta nella quale Lucifero con tutti i suoi, soccombette e fu precipitato dal cielo; egli divenne capo dei demoni o diavoli nell’inferno e simbolo della più sfrenata superbia. Il nome Lucifero e la sua identificazione con il capo ribelle degli angeli, derivò da un testo del profeta Isaia (14, 12-15) in cui una satira sulla caduta di un tiranno babilonese, venne interpretata da molti scrittori ecclesiastici e dallo stesso Dante (Inf. XXIV), come la descrizione in forma poetica della ribellione celeste e della caduta del capo degli angeli.“Come sei caduto dal cielo, astro del mattino, figlio dell’aurora! Come sei stato precipitato a terra, tu che aggredivi tutte le nazioni! Eppure tu pensavi in cuor tuo: Salirò in cielo, al di sopra delle stelle di Dio innalzerò il mio trono… salirò sulle nubi più alte, sarò simile all’Altissimo. E invece sei stato precipitato nell’abisso, nel fondo del baratro!”.

L’esercito celeste
La figura dell’Angelo come simbolo delle gerarchie celesti, in genere appare fin dai primi tempi del cristianesimo, collocandosi in prosecuzione della tradizione ebraica e come trasformazione dei tipi precristiani delle Vittorie e dei Geni alati, che avevano anche la funzione mediatrice, tra le supreme divinità e il mondo terrestre. Attraverso l’insegnamento del “De celesti hierarchia” dello pseudo Dionigi l’Areopagita, essi sono distribuiti in tre gerarchie, ognuna delle quali si divide in tre cori. La prima gerarchia comprende i serafini, i cherubini e i troni; la seconda le dominazioni, le virtù, le potestà; la terza i principati, gli arcangeli e gli angeli. I cori si distinguono fra loro per compiti, colori, ali e altri segni identificativi, sempre secondo lo pseudo Areopagita, i più vicini a Dio sono i serafini, di colore rosso, segno di amore ardente, con tre paia di ali; poi vengono i cherubini con sei ali cosparse di occhi come quelle del pavone; le potestà hanno due ali dai colori dell’arcobaleno; i principati sono angeli armati rivolti verso Dio e così via. Più distinti per la loro specifica citazione nella Bibbia, sono gli Arcangeli, i celesti messaggeri, presenti nei momenti più importanti della Storia della Salvezza; Michele presente sin dai primordi a capo dell’esercito del cielo contro gli angeli ribelli, apparve anche a papa s. Gregorio Magno sul Castel S. Angelo a Roma, lasciò il segno della sua presenza nel Santuario di Monte S. Angelo nel Gargano; Gabriele il messaggero di Dio, apparve al profeta Daniele; a Zaccaria annunciante la nascita di s. Giovanni Battista, ma soprattutto portò l’annuncio della nascita di Cristo alla Vergine Maria; Raffaele è citato nel Libro di Tobia, fu guida e salvatore dai pericoli del giovane Tobia, poi non citato nella Bibbia, c’è Uriele, nominato due volte nel quarto libro apocrifo di Ezra, il suo nome ricorre con frequenza nelle liturgie orientali, s. Ambrogio lo poneva fra gli arcangeli, accompagnò il piccolo s. Giovanni Battista nel deserto, portò l’alchimia sulla terra.
 
L’angelo nell’arte
Ricchissima è l’iconografia sugli angeli, la cui condizione di esseri spirituali, senza età e sesso, ha fatto sbizzarrire tutti gli artisti di ogni epoca, nel raffigurarli secondo la dottrina, ma anche con il proprio estro artistico.
Gli artisti, specie i pittori, vollero esprimere nei loro angeli un sovrumano stato di bellezza, avvolgendoli a volte in vesti sacerdotali o in classiche tuniche, a volte come genietti dell’arte romana, quasi sempre con le ali e con il nimbo (nuvoletta); dal secolo IV e V li ritrassero in aspetto giovanile, efebico, solo nell’epoca barocca apparirà il tipo femminile.
Gli angeli furono raffigurati non solo in atteggiamento adorante, come nelle magnifiche Natività o nelle Maestà medioevali, ma anche in atteggiamento addolorato e umano nelle Deposizioni, vedasi i gesti di disperazione per la morte di Gesù, degli angeli che assistono alla deposizione dalla croce, nel famoso dipinto di Giotto “Compianto di Cristo morto” (Cappella degli Scrovegni, Padova). Poi abbiamo angeli musicanti e che cantano in coro, che suonano le trombe (tubicini); gli angeli armati in lotta con il demonio; angeli che accompagnano lo svolgersi delle opere di misericordia, ecc.

L’angelo nella Bibbia
Specifici episodi del Vecchio e Nuovo Testamento, indicano la presenza degli Angeli: la lotta con l’angelo di Giacobbe (Genesi 32, 25-29); la scala percorsa dagli angeli, sognata da Giacobbe (Genesi, 28, 12); i tre angeli ospiti di Abramo (Genesi, 18); l’intervento dell’angelo che ferma la mano di Abramo che sta per sacrificare Isacco; l’angelo che porta il cibo al profeta Elia nel deserto. L’annuncio ai pastori della nascita di Cristo; l’angelo che compare in sogno a Giuseppe, suggerendogli di fuggire con Maria e il Bambino; gli angeli che adorano e servono Gesù dopo le tentazioni nel deserto; l’angelo che annunciò alla Maddalena e alle altre donne, la resurrezione di Cristo; la liberazione di s. Pietro, dal carcere e dalle catene a Roma; senza dimenticare la cosmica e celeste simbologia angelica dell’Apocalisse di s. Giovanni Evangelista.
L’Angelo Custode
Infine l’Angelo Custode, l’esistenza di un angelo per ogni uomo, che lo guida, lo protegge, dalla nascita fino alla morte, è citata nel Libro di Giobbe, ma anche dallo stesso Gesù, nel Vangelo di Matteo, quando indicante dei fanciulli dice: “Guardatevi dal disprezzare uno solo di questi piccoli, perché vi dico che i loro angeli nel cielo vedono sempre la faccia del Padre mio che è nei cieli”. La Sacra Scrittura parla di altri compiti esercitati dagli angeli, come quello di offrire a Dio le nostre preghiere e sacrifici, oltre quello di accompagnare l’uomo nella via del bene. Il nome di ‘angelo’ nel discorrere corrente, ha assunto il significato di persona di eccezionale virtù, di bontà, di purezza, di bellezza angelica e indica perfezione.
Autore: Antonio Borrelli
 
 
SS. Angeli Custodi
 
Il nuovo Calendario universale della Chiesa ha conservato, a questa data, non la festa, ma la memoria degli Angeli Custodi. Un tempo questa festa veniva celebrata il 29 settembre, insieme con quella di San Michele, custode e protettore per eccellenza. Tre giorni fa, infatti, si è  celebrata la festa dei tre Arcangeli : Michele, Gabriele e Raffaele.
L’uso di una festa particolare dedicata agli Angeli Custodi si diffuse nella Spagna nel IV sec., e nel secolo successivo in Portogallo, più tardi ancora in Austria. Nel 1670, Pp Clemente X (Emilio Altieri, 1670-1676) ne fissò la data al 2 ottobre.
La devozione per gli Angeli è più antica di quella per i Santi: prese particolare importanza nel Medioevo quando i monaci solitari ricercarono la compagnia di queste invisibili creature e le sentirono presenti nella loro vita di silenzioso raccoglimento.
Dopo il concilio di Trento, la devozione per gli Angeli fu meglio definita e conobbe nuova diffusione. Nella vita attuale, però, gli uomini trascurano sempre di più la propria angelica compagnia, e non avvertono, ormai, la presenza di un puro spirito, testimone costante dei pensieri e delle azioni umane.
Di solito si parla dell’Angelo Custode soltanto ai bambini; gli adulti, invece, dimenticano facilmente il loro consigliere, il loro invisibile compagno di viaggio, il testimone della loro vita. E anche questo aumenta il senso della desolazione e addirittura dell’angoscia che caratterizza il nostro tempo, nel quale si sono lasciate cadere, come infantili fantasie, tante consolanti e sostenitrici verità di fede.
È infatti, verità di fede che ogni cristiano, dal Battesimo, riceve il proprio Angelo Custode, che lo accompagna, lo ispira e lo guida, per tutta la vita, fino alla morte. « Egli darà ordine ai suoi angeli di custodirti in tutti i tuoi passi » (Sal 90, 11).
Ci sono tante esperienze di santi. Chi non ricorda S. Gemma Galgani, ad esempio, cui l’angelo custode le faceva addirittura da portalettere? E più vicino a noi Padre Pio?
Qui di seguito ci sono 3 delle innumerevoli manifestazioni di angeli custodi, in correlazione con Padre Pio.
 
1. Un italo-americano residente in California, incaricava spesso il suo Angelo Custode di riferire a Padre Pio ciò che riteneva utile fargli sapere. Un giorno, dopo la confessione, chiese al Padre se sentiva veramente quello che gli diceva tramite l’angelo. “E che” - rispose Padre Pio – “mi credi sordo?” E Padre Pio gli ripeté quello che pochi giorni prima gli aveva fatto sapere tramite il suo Angelo.
2. Padre Lino raccontava. Stavo pregando il mio Angelo Custode perché intervenisse presso Padre Pio a favore di una signora che stava molto male, ma mi sembrava che le cose non mutassero affatto. «Padre Pio, ho pregato il mio Angelo Custode perché le raccomandasse quella signora - gli dissi appena lo vidi - è possibile che non l’abbia fatto? – “E cosa credi, che sia disobbediente come me e come te?”».
3. Padre Eusebio raccontava. Stavo andando a Londra in aereo, contro il consiglio di Padre Pio che non voleva che usassi questo mezzo di trasporto. Mentre sorvolavamo il canale della Manica una violenta tempesta mise l’aereo in pericolo. Tra il terrore generale recitai l’atto di dolore e, non sapendo cosa altro fare, mandai a Padre Pio l’Angelo Custode. Tornato a San Giovanni Rotondo andai dal Padre. “Guagliò”- mi disse – “Come stai? È andato tutto bene?” - “Padre ci stavo rimettendo la pelle” – “E allora perché non obbedisci?” - “Ma le ho mandato l’Angelo Custode…” – “E meno male che è arrivato in tempo!”.
 
Fonti principali: open-site.org; santiebeati.it (“RIV./gpm”).
 
Pratica:
Più che utile, è necessario affidarsi ogni giorno, fin dal mattino, al proprio Angelo Custode con una delle più belle preghiere dettate dalla Chiesa :
“Angelo di Dio, che sei il mio custode, illumina, custodisci, reggi e governa me, che ti fui affidato dalla pietà celeste . Così sia”. 
 
Preghiera: O Dio, che nella tua misteriosa provvidenza mandi dal cielo i tuoi Angeli a nostra custodia e protezione, fa’ che nel cammino della vita siamo sempre sorretti dal loro aiuto per essere uniti con loro nella gioia eterna. Per il nostro Signore Gesù Cristo...