5 Marzo 2020

Giovedì della I Settimana di Quaresima

Ester 4,17n.p-r.aa-bb.gg-hh; Sal 137; Mt 7,7-12

Colletta: Ispiraci, o Padre, pensieri e propositi santi, e donaci il coraggio di attuarli, e poiché non possiamo esistere senza di te, fa’ che viviamo secondo la tua volontà. Per il nostro Signore Gesù Cristo... 

Chiedete e vi sarà dato - Catechismo degli Adulti n. 980: La preghiera di domanda esprime l’atteggiamento di fede nella concretezza dei nostri bisogni. Non modifica la volontà di Dio, perché egli da sempre la conosce e ne tiene conto. Ci prepara piuttosto a ricevere i doni da lui predisposti. «Egli vuole che nella preghiera si eserciti il nostro desiderio, in modo che diventiamo capaci di ricevere ciò che egli è pronto a darci». Dobbiamo dunque desiderare seriamente, chiedere con insistenza e pazienza, pronti a cooperare con lui e a fare la sua volontà. «Tutto quello che chiederete con fede nella preghiera, lo otterrete» (Mt 21,22). Con queste parole il Signore non si è impegnato a esaudire tutti i nostri desideri, ma a compiere tutte le sue promesse. Dobbiamo chiedere innanzitutto il regno di Dio, la presenza dello Spirito Santo in noi. Possiamo anche chiedere con semplicità e fiducia qualunque cosa buona, secondo le nostre necessità; ma senza pretese, subordinando il desiderio alla volontà di Dio, lasciandoci condurre per le vie misteriose della Provvidenza. Dio spesso non esaudisce la nostra richiesta concreta; ma ci viene incontro in un modo più alto, come fece con Gesù che fu liberato dalla morte in maniera diversa da come umanamente desiderava. Così veniamo trasformati interiormente; ci conformiamo alla divina volontà di salvezza; riceviamo energie e motivazioni più pure. Questa è la prima efficacia della preghiera. In questo senso è sempre efficace e «rende possibile ciò che è impossibile, facile ciò che è difficile».

Dal Vangelo secondo Matteo 7,7-12: In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:  «Chiedete e vi sarà dato; cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto. Perché chiunque chiede riceve, e chi cerca trova, e a chi bussa sarà aperto. Chi di voi, al figlio che gli chiede un pane, darà una pietra? E se gli chiede un pesce, gli darà una serpe? Se voi, dunque, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro che è nei cieli darà cose buone a quelli che gliele chiedono! Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro: questa infatti è la Legge e i Profeti». 

Chiedete e vi sarà dato - Benedetto Prete (I Quattro Vangeli): versetto 7 Chiedete e vi sarà dato...; per la forma impersonale (vi sarà dato) cf. 7, 2, 19; il contesto lascia facilmente capire che Dio esaudirà la preghiera. La sezione 7, 7-11 si ricollega con 6, 33; tuttavia essa costituisce un insegnamento isolato che l’evangelista inserisce nel discorso programmatico di Gesù. I passaggi bruschi da un argomento all’altro che noi abbiamo rilevato costituiscono sicuri indizi dell’opera redazionale compiuta dall’autore.
versetto 8 La ripetizione in crescendo della stessa idea indica che la preghiera dev’essere insistente e perseverante.
versetti 9-11 La preghiera, quando contiene le richieste indicate nella formula insegnata da Cristo (il Pater, cf. 6,9-13), sarà certamente esaudita. Chi dubitasse dell’efficacia della preghiera offenderebbe la paternità di Dio. Se i padri terreni, nonostante il loro amore imperfetto, esaudiscono i figli, quanto più il Padre celeste ascolterà la preghiera degli uomini! L’avvicinamento delle idee pietra-pane poté essere suggerita dalla somiglianza delle forme, quello invece di pesce-serpe non presenta una somiglianza immediata. La serpe potrebbe indicare una carne immangiabile oppure qualche pesce pescato con altri, ma che veniva gettato vis, perché non commestibile. In quest’ultimo caso l’idea della pesca avrebbe determinato l’avvicinamento: pesce-serpe (cf. Revue Biblique, 55, 1948, pp. 195-198).
versetto 12 Il detto costituisce la regola d’oro del seguace di Cristo. Esso è presentato come il compendio della Legge e dei Profeti. In effetto la carità, il perdono, il giudizio degli altri... sono condizionati dall’applicazione di questa norma. Il messaggio morale contenuto nella Legge e proclamato dai Profeti è riepilogato da questo principio che suggerisce di trattare gli altri come si amerebbe di essere trattati da loro. La norma allontana dall’uomo ogni forma d’interesse e di parzialità, le quali costituiscono le cause di tutte le ingiustizie che vengono commesse. Quantunque non si parli dell’amore di Dio, tuttavia esso è presupposto, anzi è il vero fondamento di questo principio. La regola d’oro è formulata in modo affermativo, non già negativo (per formulazione negativa cf. Tobia, 4, 16). Per Cristo non basta astenersi dal male, ma è necessario compiere il bene.

Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro: questa infatti è la Legge e i Profeti - Ortensio Da Spinetoli (Matteo): La cosiddetta «regola d’oro» della carità fraterna riprende un principio della legge naturale che ha trovato un’analoga formulazione nella letteratura di molti popoli, nel Vecchio Testamento e negli scritti giudaici. Nel contesto attuale il passo sembra fuori posto, ma esso va ricollegato con l’intero discorso della montagna più che con ciò che precede immediatamente. La «regola» segna infatti il perfezionamento della legge e dei profeti, il principio che comanda tutto il primo libro di Matteo (cfr. 5,17). Gesù ora asserisce che la perfezione ultima della nuova economia o Nuovo Testamento si ha nella perfezione dell’amore del prossimo.
La formulazione può indicare un’attenuazione del precetto della carità quasi che venga subordinata o rapportata al bene di chi l’esercita. Ma il riferimento personale non è una subordinazione, bensì il criterio limite della carità. L’amore egoistico del proprio bene è la misura più larga e più sicura dell’amore del prossimo. L’esortazione non fa che anticipare, in maniera più concreta, quel che Gesù dirà più tardi: «Ama il prossimo tuo come te stesso» (Mt. 19,19). Anzi egli esorta ad anteporre il bene altrui al proprio, poiché pone in primo piano gli interessi del prossimo.
Il primato della carità è il principio che Gesù esalterà sempre più nel suo insegnamento e che gli evangelisti hanno cercato di ricordare e porre in rilievo con la massima cura. Tutto l’insegnamento evangelico si riassume nel servizio prestato all’altro anche a prezzo e a discapito del proprio bene perché l’altro è un proprio fratello. Molti annunci evangelici possono rimanere ancora oscuri, ma quello dell’amor del prossimo non lascia equivoci. L’uomo non può realizzarsi da solo prescindendo da ogni riferimento con i propri simili; Dio non vuole gli individui, ma il popolo, la comunità. Ognuno per questo deve costruire la sua strada in collaborazione con gli altri, dando e ricevendo il necessario aiuto. Isolarsi, chiudersi è rigettare la progettazione divina, agire contro il suo piano. L’amore cristiano è più di una semplice comprensione o benevolenza verso i bisognosi e i deboli, è considerare l’altro come qualcosa di se stesso, parte integrante del proprio essere. Il peccato più grande è per questo l’egocentrismo, la prima virtù l’impegno sociale o comunitario.

La preghiera di Domanda - Enzo Bianchi: Pur essendo la forma di preghiera più attestata nella Scrittura e pur essendo richiesta da Gesù stesso (cfr. Mt 7,7; 21,22), la preghiera di domanda ha sempre fatto problema alla tradizione cristiana, che vi ha visto una forma meno pura e disinteressata di preghiera rispetto alla lode. In tempi a noi vicini, negli anni ‘60-’70, la secolarizzazione e l’impadronirsi da parte dell’uomo, grazie alla scienza e alla tecnica, di ambiti che prima sfuggivano alla sua presa e venivano delegati all’intervento di Dio, hanno posto ancor più in crisi questa preghiera, che invece è essenziale perché grazie a essa l’uomo riconosce di non disporre immediatamente della vita, delle cose, della realtà... Potremmo dire che, autenticamente compresa, fuori cioè dalle deviazioni in senso magico e superstizioso, la preghiera di domanda è eminentemente contemplativa, in quanto è il modo proprio del credente di affermare la signoria di Dio sul mondo e sulle realtà create. Dunque la preghiera di domanda è imprescindibile, ma per essere autenticamente evangelica, essa necessita di un processo di purificazione costante, di un discernimento dei bisogni, di una conversione costante alla volontà di Dio, di una sottomissione al principio: “non la mia, ma la tua volontà sia fatta” (Lc 22,42). E, in ogni caso, essa si muove all’interno di un esaudimento già avvenuto: “Tutto ciò che noi dobbiamo chiedere a Dio e dobbiamo attendere da lui si trova in Gesù Cristo. Occorre cercare di introdurci nella vita, nelle parole, negli atti, nelle sofferenze, nella morte di Gesù, per riconoscere ciò che Dio ha promesso e realizza sempre per noi. Dio infatti non realizza tutti i nostri desideri, ma realizza le sue promesse. Egli resta il Signore della terra, protegge la sua Chiesa, ci dà una forza sempre rinnovata, non ci impone carichi al di là delle nostre forze, ma ci riempie della sua presenza e della sua forza” (D. Bonhoeffer).

Necessità dell’orazione - Catechismo Tridentino (Parte Quarta - L’orazione 359): La Chiesa stessa ribadisce questa necessità del pregare con quelle parole poste quasi come proemio della Preghiera divina: Istruiti dal comando del Salvatore e formati al suo divino insegnamento, osiamo dire... - Pertanto, essendo necessaria per i Cristiani la preghiera, e avendo i discepoli chiesto al Figlio di Dio: Signore, insegnaci a pregare (Lc 11,1), egli stesso prescrisse la forma della preghiera, e diede loro speranza che avrebbe adempiuto quello che essi domandavano. Egli stesso fu di ammaestramento per l’obbligo della preghiera, perché non solo pregava assiduamente, ma passava anche la notte a pregare (Lc 6,12). Quindi gli apostoli non cessarono di tramandare, a chi entrava nella fede di Gesù Cristo, i precetti riguardanti quest’obbligo. Infatti san Pietro (1Pt 3,7) e san Giovanni (1Gv 3,22) ammoniscono con la massima cura i fedeli intorno alla preghiera, e l’Apostolo, memore della sua importanza, in più luoghi esorta i Cristiani al salutare obbligo del pregare.
Noi abbiamo bisogno di tanti benefici e vantaggi necessari alla salute dell’anima e del corpo, che dobbiamo ricorrere alla preghiera come a una interprete, migliore d’ogni altra, dei nostri bisogni, e a un mezzo per ottenere ciò di cui abbiamo bisogno.
Se Dio non deve nulla a nessuno, certamente non resta che chiedergli con preghiere quel che ci occorre; e queste preghiere Dio ce le diede come uno strumento necessario per ottenere ciò che desideriamo, sopratutto nel constatare che alcune cose non si possono ottenere senza il suo aiuto. Le preghiere hanno infatti una tale virtù che da esse specialmente vengono cacciati i demoni.
C’è infatti un genere di demoni che non si caccia se non col digiuno e con l’orazione (Mt 17,20). Perciò si privano della possibilità di ottenere segnalati doni coloro che non hanno questa pratica abituale di pregare piamente e diligentemente. Per ottenere quel che desideri c’è bisogno infatti di una richiesta non solo conveniente ma anche assidua. Perché, come nota san Girolamo, sta scritto: Tutto si da a chi chiede; perciò se a te non si da nulla, è perché non chiedi: Chiedete dunque e otterrete (sul cap. 7 di san Matteo).

Siamo arrivati al termine. Possiamo mettere in evidenza:
*** “Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro: questa infatti è la Legge e i Profeti” (Vangelo).
Nel silenzio, nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.

Signore, nostro Dio, questi santi misteri,
che hai dato alla tua Chiesa come forza e vigore
nel cammino della salvezza, ci siano di aiuto
in ogni momento della nostra vita.
Per Cristo nostro Signore.




4 Marzo 2020

Mercoledì della I Settimana di Quaresima

Gn 3,1-10; Salmo 50 (51); Lc 11,29-32

Colletta: Guarda, o Padre, il popolo a te consacrato, e fa’ che mortificando il corpo con l’astinenza si rinnovi nello spirito con il frutto delle buone opere. Per il nostro Signore Gesù Cristo...

Benedetto XVI (Messaggio per la Quaresima 2006): La Quaresima è il tempo privilegiato del pellegrinaggio interiore verso Colui che è la fonte della misericordia. È un pellegrinaggio in cui Lui stesso ci accompagna attraverso il deserto della nostra povertà, sostenendoci nel cammino verso la gioia intensa della Pasqua. Anche nella “valle oscura” di cui parla il Salmista (Sal 23,4), mentre il tentatore ci suggerisce di disperarci o di riporre una speranza illusoria nell’opera delle nostre mani, Dio ci custodisce e ci sostiene. Sì, anche oggi il Signore ascolta il grido delle moltitudini affamate di gioia, di pace, di amore. Come in ogni epoca, esse si sentono abbandonate. Eppure, anche nella desolazione della miseria, della solitudine, della violenza e della fame, che colpiscono senza distinzione anziani, adulti e bambini, Dio non permette che il buio dell’orrore spadroneggi. Come infatti ha scritto il mio amato Predecessore Giovanni Paolo II, c’è un “limite divino imposto al male”, ed è la misericordia (Memoria e identità, 29 ss).

Dal Vangelo secondo Luca 11,29-32: In quel tempo, mentre le folle si accalcavano, Gesù cominciò a dire: «Questa generazione è una generazione malvagia; essa cerca un segno, ma non le sarà dato alcun segno, se non il segno di Giona. Poiché, come Giona fu un segno per quelli di Nìnive, così anche il Figlio dell’uomo lo sarà per questa generazione. Nel giorno del giudizio, la regina del Sud si alzerà contro gli uomini di questa generazione e li condannerà, perché ella venne dagli estremi confini della terra per ascoltare la sapienza di Salomone. Ed ecco, qui vi è uno più grande di Salomone. Nel giorno del  giudizio, gli abitanti di Nìnive si alzeranno contro questa generazione e la condanneranno, perché essi alla predicazione di Giona si convertirono. Ed ecco, qui vi è uno più grande di Giona».

Giona cominciò a percorrere la città per un giorno di cammino e predicava: «Ancora quaranta giorni e Nìnive sarà distrutta» (cfr. I Lettura) - Epifanio Callego: L’annunzio è molto semplice e in termini assoluti: «Ancora quaranta giorni, e Ninive sarà distrutta». I «quaranta» giorni ci fanno ricordare molti numeri «quaranta» nel corso della tradizione biblica. È un numero simbolico che esprime pienezza. Quaranta è il tempo nccessario per la realizzazione di qualcosa, È uno di quei numeri che hanno perso il loro valore matematico per acquistarne uno teologico.
E ancora una volta comincia l’inaudito: quando Giona comincia a predicare, in un solo giorno, il popolo nemico di Yahveh «crede», detto in ebraico con la stessa espressione usata in Gn 15,6 in riferimento alla fede di Abramo. Pare l’avveramento delle parole di Ezechiele: Se Yahveh mandasse Ezechiele a grandi popoli di lingua incomprensibile, lo ascolterebbero, ma gl’israeliti non vogliono ascoltarlo, perché sono di dura cervice e di cuore ostinato (cf 3,4-7).
I niniviti rappresentano il più duro e irritante contrasto con Israele. Il popolo dovette comprenderlo. Il narratore aggiunge altri particolari: l’anonimo re di Ninive si impone la più dura penitenza e ordina che la facciano tutti, compresi gli animali. Tutti invocheranno Yahveh, un Dio per essi sconosciuto e straniero e «si convertiranno». Si fa comprendere a Ninive quello che non si riuscì mai a far comprendere al popolo ebraico: che alla penitenza esteriore dev’essere unita la conversione interiore della vita. L’inverosimile è altrettanto evidente come è chiaro e nitido l’insegnamento della midrash. Tuttavia, quello che costituisce il punto centrale sono le parole che il narratore attribuisce al re: «Chi sa che Dio non cambi, si impietosisca... sì che noi non moriamo?». E «Dio vide le loro opere, che cioè si erano convertiti dalla loro condotta... si impietosì riguardo al male che aveva minacciato di fare». Questa mancanza di avveramento dell’oracolo divino è una delle idee principali del libro. Il senso condizionale di tutti gli oracoli di Yahveh tanto di minaccia come di promessa. È, in fondo, il trionfo dell’amore di Dio sulla malizia dell’uomo. Condizionato, sì. ma non dai suoi culti o sacrifici o cerimonie penitenziali, tante volte criticati dai profeti, ma dalla vera conversione del cuore, dal cambiamento di vita. La narrazione potrà continuare a essere fittizia o fittiziamente ricostruita, ma dovevano essere molto sordi gli orecchi dei suoi uditori giudei per non comprendere la lezione. E se non ebbe importanza per essi la costatazione degli avvenimenti, ma il loro contenuto e loro insegnamento, perché mai dovrebbe preoccupare noi oggi? Dato che siamo gentili, prendiamo esempio da Ninive.

Gesù rifiuta il segno che gli chiedono - Javier Pikaza: Ricordiamo l’espressione radicale di Paolo: i greci cercano la sapienza (l’ascesa verso il divino), i giudei invece chiedono segni (manifestazioni del potere di Dio sulla terra) (1Cor 1,22). Ponendosi su questo piano, i giudei cercano sicurezze, hanno bisogno che Dio manifesti la sua presenza specialmente attraverso avvenimenti di carattere portentoso (la liberazione totale dalla miseria di questo mondo, l’avvento del regno escatologico). Orbene, Gesù non volle offrire tali segni. In tutto il vangelo è presente questo atteggiamento negativo, che lo pone su un piano diverso da quello sul quale vollero collocarlo i giudei. La differenza radicale fra il cristianesimo e il giudaismo sta esattamente in questo piano. I giudei continuano a pensare che Dio interverrà nel momento in cui inaugurerà la nuova realtà, distruggerà il vecchio mondo e fonderà il suo regno. I cristiani hanno scoperto la sua presenza nella persona e nell’opera di Gesù. Da questo momento Dio non è più la pura trascendenza escatologica, ma si manifesta nella via di Gesù verso la Pasqua. In questa dimensione, si può affermare che Dio ha dato un segno: Giona che scompare nel mare e torna all’esistenza simboleggia il destino di Gesù incentrato nella passione, nella morte e nella Pasqua. Questo segno manca degli elementi richiesti dai giudei: la sua apparenza esterna, il suo valore di prova chiara e oggettiva. Solo coloro che confidano in Gesù (credenti) possono giungere a scoprire la presenza di Dio nella sua via e accettare alla fine la realtà della risurrezione.

La regina del Sud si alzerà contro gli uomini di questa generazione e li condannerà... per molti cristiani queste parole di Gesù sono da eliminare dal Vangelo, o qualcuno va dicendo che sono parole spurie inserite da qualche maldestro copista. Si grida a squarciagola “Misericordia, misericordia”, e poi le parole di Gesù, che si leggono nel Vangelo di oggi, buttano in faccia agli uomini una verità che fa male, che fa pezzi ogni ragionevolezza, comprime il cuore facendo sprizzare a fiotti lacrime, sospiri, e gemiti. Quindi, a un volto sereno, pacifico, di Gesù, il Gesù misericordioso, vi è un volto severo, il Gesù giudice, e l’uomo al termine del sua povera può incontrarsi o con l’uno o con l’altro. Ma l’incontro, e quindi il giudizio, non è dettato dai capricci di Dio, ma dalle opere e dalla fede dell’uomo. Se la fede è rimasta accesa fino alla fine, se le opere sono state buone allora l’uomo si incontrerà con l’Amore misericordioso, al contrario se il lume della fede non è rimasto acceso, e il bagaglio è colmo di opere cattive allora l’uomo si incontrerà con il Giudice giusto, e come castigo prenderà dimora eterna nel regno di satana. Non basta dire “Misericordia, misericordia, o “Signore, Signore”, o dire abbiamo fatto miracoli nel tuo nome o abbiamo mangiato e bevuto in tua compagnia: sola la fede in Gesù salva, lo si legge spesso nei Vangeli, “Va’ la tua fede ti ha salvato”. Alla fede si devono accompagnare le opere, altrimenti la fede è morta. E non ci vogliono opere mirabolanti, ma il quotidiano spicciolo che deve diventare carità: Consigliare i dubbiosi, insegnare agli ignoranti, ammonire i peccatori, consolare gli afflitti, perdonare le offese, sopportare pazientemente le persone moleste, pregare Dio per i vivi e per i morti; e poi occorre aggiungere: Dar da mangiare agli affamati, dare da bere agli assetati, vestire gli ignudi, alloggiare i pellegrini, visitare gli infermi, visitare i carcerati, e infine seppellire i morti. Tutto qui, ne più ne meno, perché alla sentenza “Benedetti, venite nella casa del Padre mio”, con orrore l’uomo, a suo dileggio, può sentire anche queste parola: “Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli” (Mt 25, 31ss). In poche parole, l’uomo “raccoglierà quello che avrà seminato. Chi semina nella sua carne, dalla carne raccoglierà corruzione; chi semina nello Spirito, dallo Spirito raccoglierà vita eterna” (Gal 6,7-8).
  
Ancora quaranta giorni e Ninive sarà distrutta - Giovanni Paolo II (Omelia, 24 Gennaio 1988): Esiste un’analogia tra la missione di Cristo quella del profeta Giona dell’antico testamento. Giona era stato mandato a Ninive, una grande città, con un avvertimento da parte di Dio: “Ancora quaranta giorni e Ninive sarà distrutta” (Gn 3,4). Distrutta a causa della “condotta malvagia” (Gn 3,8) dei suoi abitanti. Giona venne a Ninive per avvertire i suoi abitanti della incombente punizione divina ed esortarli a mutare la loro cattiva condotta. Esortava dunque alla conversione, in nome dello sdegno di Dio e della giustizia divina. Leggiamo che la sua esortazione fu accolta. Nell’annuncio di Giona è presente Dio, che premia il bene e punisce il male. Questa verità è la base di ogni ordine, religioso e morale. Essa è anche un’indispensabile introduzione al Vangelo, alla buona novella, ma non ne è ancora la pienezza. Giona operava quando ancora non era venuta “la pienezza del tempo”. Con la sua azione egli la preparava.

I vari gradi della penitenza: Catechismo Tridentino (Parte Seconda, I Sacramenti 242): Importa anche insegnare ai fedeli attraverso quali gradini possiamo progredire in questa divina virtù.
Innanzi tutto la misericordia di Dio ci previene e converte a sé i nostri cuori. Questo domandava al Signore il profeta quando implorava: Convertici a te, o Signore, e saremo convertiti (Treni, V,21).
Secondo: illuminati da questa luce, ci rivolgiamo a Dio sulle ali della fede, poiché, come afferma l’Apostolo, chi si accosta a Dio deve credere che Dio esiste e che è il rimuneratore di quelli che lo cercano (Eb 11,6). Terzo: segue il senso del timore, quando l’anima, considerando l’atrocità delle pene, si ritira dal peccato. A questo sembrano riferirsi le parole di Isaia: Come una donna incinta, prossima al parto, si lagna e grida fra le sue doglie, tali siamo noi (Is 26,17). Quarto: si aggiunge la speranza di impetrare la misericordia di Dio, sollevati dalla quale, risolviamo di emendare la vita e i costumi. Quinto: finalmente la carità infiamma i nostri cuori, e da essa scaturisce quel filiale timore che degnamente conviene a figli probi e assennati. Per essa, non temendo più che l’offesa della maestà di Dio, abbandoniamo del tutto l’abitudine del peccato.
Questi sono i gradi attraverso i quali si giunge alla più sublime virtù della penitenza, che agli occhi nostri deve apparire tutta celeste e divina. Infatti la sacra Scrittura le promette il regno dei cieli, come si legge in san Matteo: Fate penitenza, che il regno dei cieli è vicino (Mt 3,2; 4,17); e in Ezechiele: Se l’empio farà penitenza di tutti i peccati commessi e custodirà tutti i miei precetti, operando secondo il diritto e la giustizia, vivrà (Ez 18,21); e ancora: Non voglio la morte dell’empio, ma che si converta dalla sua via e viva (Ez 33,11). Le quali parole devono evidentemente riferirsi alla vita eterna e beata. 

Siamo arrivati al termine. Possiamo mettere in evidenza:
*** “La Quaresima è il tempo privilegiato del pellegrinaggio interiore verso Colui che è la fonte della misericordia” (Benedetto XVI).
Nel silenzio, nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.

O Dio, che sempre nutri come pastore il popolo cristiano
con la tua parola e i tuoi sacramenti,
per questi doni della tua bontà,
guidaci alla vita eterna.
Per Cristo nostro Signore.



3 Marzo 2020

Martedì della I Settimana di Quaresima

Is 55,10-11; Salmo 33 (34); Mt 6,7-15

Colletta: Volgi il tuo sguardo, Padre misericordioso, a questa tua famiglia, e fa che superando ogni forma di egoismo risplenda ai tuoi occhi per il desiderio di te. Per il nostro Signore Gesù Cristo.. 

Padre nostro: Catechismo della Chiesa Cattolica 779-780: Prima di fare nostro questo slancio iniziale della Preghiera del Signore, non è superfluo purificare umilmente il nostro cuore da certe false immagini di «questo mondo». L’umiltà ci fa riconoscere: «Nessuno conosce il Padre, se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare» (Mt 11,27), cioè «ai piccoli» (Mt 11,25). La purificazione del cuore concerne le immagini paterne e materne, quali si sono configurate nella nostra storia personale e culturale, e che influiscono sulla nostra relazione con Dio. Dio, nostro Padre, trascende le categorie del mondo creato. Trasferire su di lui, o contro di lui, le nostre idee in questo campo, equivarrebbe a fabbricare idoli da adorare o da abbattere. Pregare il Padre è entrare nel suo mistero, quale egli è, e quale il Figlio ce lo ha rivelato: «L’espressione Dio-Padre non era mai stata rivelata a nessuno. Quando lo stesso Mosè chiese a Dio chi fosse, si sentì rispondere un altro nome. A noi questo nome è stato rivelato nel Figlio: questo nome, infatti, implica il nuovo nome di Padre». Possiamo invocare Dio come «Padre» perché ci è rivelato dal Figlio suo fatto uomo e perché il suo Spirito ce lo fa conoscere. Ciò che l’uomo non può concepire, né le potenze angeliche intravvedere, cioè la relazione personale del Figlio nei confronti del Padre, ecco che lo Spirito del Figlio lo comunica a noi, a noi che crediamo che Gesù è il Cristo e che siamo nati da Dio.

Dal Vangelo secondo Matteo 6,7-15: In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Pregando, non sprecate parole come i pagani: essi credono di venire ascoltati a forza di parole. Non siate dunque come loro, perché il Padre vostro sa di quali cose avete bisogno prima ancora che gliele chiediate. Voi dunque pregate così: Padre nostro che sei nei cieli, sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno, sia fatta la tua volontà, come in cielo così in terra. Dacci oggi il nostro pane quotidiano, e rimetti a noi i nostri debiti come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori, e non abbandonarci alla tentazione, ma liberaci dal male. Se voi infatti perdonerete agli altri le loro colpe, il Padre vostro che è nei cieli perdonerà anche a voi; ma se voi non perdonerete agli altri, neppure il Padre vostro perdonerà le vostre colpe».

In quel tempo… - Ortensio da Spinetoli (Matteo): La breve nota redazionale (v. 9a) pone il problema della provenienza e formulazione della preghiera domenicale. Bisogna rinunciare anche qui a scoprire il suo contesto originario e ancor più la forma impressagli da Signore:
Gesù ha personalmente pregato” e attraverso i suoi insegnamenti ha suggerito i nuovi temi della preghiera cristiana, La comunità primitiva e passata dai modelli giudaici, che non ha potuto subito abbandonare, ai propri formulari, che é stata costretta a elaborare soprattutto per il sevizio liturgico. Il presente e, può darsi, uno dei primi documenti del genere. La sua presenza nel vangelo lo dimostra, unitamente al suo contenuto circoscritto dalle preoccupazioni fondamentali della chiesa.
Il testo di Matteo proviene da ambienti giudeo-cristiani (Palestina); quello di Luca da comunità ellenistiche.
Nella comunità di Matteo il Pater e già la preghiera quotidiana (dacci oggi) del cristiano. Attualmente si presenta come un dittico imperniato nella prima parte su Dio e sull'aggettivo «tuo» («il tuo nome», «il tuo regno», «la tua volontà»); nella seconda sulla famiglia cristiana, (sul pronome «noi» e l'aggettivo  «nostro»). Nella prima parte, teocentrica, sono toccati i temi essenziali della salvezza (Dio e il regno); nella seconda, ecclesiocentrica, la tranquillità materiale e spirituale della comunità.

La misericordia del Padre - Giorgio Massi (Padre in Schede Bibliche Pastorali, Vol. VI): Una delle richieste del «Padre nostro» pone esplicitamente l’accento sul rapporto tra l’amore fraterno e quello del Padre: «... e rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori» (Mt 6,12). E Matteo commenta la domanda con due frasi significative: «Se voi infatti perdonerete agli uomini le loro colpe, il Padre vostro celeste perdonerà a voi; ma se voi non perdonerete agli uomini, neppure il Padre vostro perdonerà le vostre colpe» (Mt 6,14-15).
Il commento di Matteo al «Padre nostro» probabilmente non aveva la sua collocazione originale in questo punto, ma al termine della parabola del servitore spietato (Mt 18,23-36).
In quell’occasione Pietro chiede a Gesù quante volte si debba perdonare l’offesa ricevuta. Il maestro fa suo il canto di vendetta di Lamec (Gn 4,24), ma lo interpreta nel senso del perdono (Mt 18,21-22), che non ha mai fine. Al determinismo sociologico della vendetta Gesù oppone il perdono fraterno: soltanto questo può salvare la nostra comunità di credenti dalla rovina.
Nella parabola tutto sembra inverosimile: il debito del primo servo, il verdetto di misericordia del re, la violenza dell’uomo condonato verso un suo sottoposto che gli deve pochi denari, la reazione finale del re. Però la conclusione che rappresenta la morale della parabola risulta molto chiara: il re rappresenta il Padre e i servi sono i fratelli della comunità: «Così anche il mio Padre celeste farà a ciascuno di voi, se non perdonerete di cuore al vostro fratello» (Mt 18,35). È chiaro che l’evangelista intende sottolineare i due aspetti della vita del discepolo: la gratuità assoluta del perdono divino grazie al quale i credenti sono entrati nella chiesa e l’esigenza solenne del perdono fraterno indispensabile nella comunità messianica: «Quando vi mettete a pregare, se avete qualcosa contro qualcuno, perdonate, perché anche il Padre vostro che è nei cieli perdoni a voi i vostri peccati» (Mc 11,25). Ora possiamo capire anche la portata di Mt 6,15.
L’amore fraterno non è la condizione della salvezza, ma la sua conseguenza.
Dio, il Padre del Cristo, ha perdonato per primo i nostri errori ed esige a sua volta che l’uomo mostri misericordia verso gli altri: è quanto ci dice 1Gv 4,19-21. Con il perdono il Padre celeste fonda una comunità di fratelli che devono la loro esistenza a un atto di grazia. È nel legame familiare tra il Padre e i fratelli nella chiesa che bisogna cercare la ragione per cui il perdono da parte di Dio include, suppone ed esige il perdono reciproco tra fratelli.
Colui che non è fratello agli altri non potrà avere Dio come Padre! Il perdono è quindi indivisibile, in esso si realizza pienamente la volontà riconciliatrice di Dio.
Un aspetto che non va trascurato nella tematica del perdono del Padre è il risalto dato dagli evangelisti all’amore di Dio verso i peccatori. Interessano questo atteggiamento le parabole della pecora smarrita e del figlio prodigo (Mt 18,10-14; Lc 15,11-32).
Se dovessimo considerare quest’ultima parabola come esempio di pedagogia paterna, dovremmo dire che il Padre non è né prudente né buon educatore. Naturalmente il significato va ben oltre il comportamento dei padri terreni. Nella parabola viene annunciato che il Padre celeste nutre un amore sconfinato verso coloro che si considerano perduti, verso i peccatori, amore che costituisce scandalo per i sapienti di questo mondo. La storia della salvezza segue un tracciato che non è quello della giustizia dell’uomo (Cf. Is 55,8). Costui si è separato da Dio. Ha voltato le spalle alla casa paterna per cercare altrove la felicità e non ha saputo approfittare dei beni che il Padre ha concesso: la ragione e la volontà libera. La miseria, la fame, il disprezzo fanno ormai parte della sua condizione. Dio ha permesso che l’uomo facesse le sue esperienze, non ha voluto costringerlo, ma nella sua sapienza ha concepito un altro piano. Colui che è morto deve rinascere ad una nuova vita perché tutti i torti saranno perdonati, ogni dolore sarà trasformato in gioia.

Non abbandonarci nella tentazione -  Chi recita questa preghiera si affida alla bontà del Padre perché non venga abbandonato alla tentazione del male e alla prova della fede: tradurre «con una sola parola il termine greco è difficile: significa “non permettere di entrare in”; “non lasciarci soccombere alla tentazione”. “Dio non può essere tentato dal male e non tenta nessuno al male” [Gc 1,13]; al contrario vuole liberarcene. Noi gli chiediamo di non lasciarci prendere la strada che conduce al peccato. Siamo impegnati nella lotta “tra la carne e lo Spirito”. Questa richiesta implora lo Spirito di discernimento e di fortezza» (CCC 2846).
La  radice della tentazione è nel cuore dell’uomo: «Il peccato è accovacciato alla tua porta; verso di te è il suo istinto» (Gen 4,7). È inevitabile: «Figlio, se ti presenti per servire il Signore, prepàrati alla tentazione» (Sir 2,1). È fascino che seduce: «Ciascuno piuttosto è tentato dalle proprie passioni, che lo attraggono e lo seducono; poi le passioni concepiscono e generano il peccato, e il peccato, una volta commesso, produce la morte» (Gc 1,14-15).
La tentazione mette a nudo l’estrema debolezza dell’uomo (Cf. Rom 7,1ss). Smaschera la subdola azione di Satana: un essere ostile a Dio e nemico dell’uomo fin dalle origini: per «l’invidia del diavolo la morte è entrata nel mondo» (Sap 2,24; Cf. Gen 3,6; 1Cr 21,1; Zac 3,1-2). Un tristo figuro, una spia (Cf. Gb 1,6-12), un ladro (Cf. Mt 13,19), una figura equivoca e scettica riguardo all’uomo, tutta tesa a coglierlo in fallo, abile nel porre nel suo cuore pensieri malvagi (Cf. Gv 13,2.27; Atti 5,3; 1Gv 3,8), capace di scatenare su di lui mali di tutte le specie e perfino di spingerlo al male (Cfr. 1Cr 21,1). È colui che conosce bene l’arte dell’accusatore (Cf. Ap 12,10), è il tenebroso «principe di questo mondo» (Gv 12,31; 14,30; 16,11; Ef 2,2; 6,12) che regna su un impero di tenebra (Cf. Atti 26,18), è un abile trasformista che sa cangiarsi in angelo di luce (Cf. 2Cor 11,14) per ingannare, «se fosse possibile, anche gli eletti» (Mc 13,21).
Gesù ha insegnato la preghiera del Padre nostro per ricordare all’uomo che il «combattimento e la vittoria sono possibili solo nella preghiera. È per mezzo della sua preghiera che Gesù è vittorioso sul Tentatore, fin dall’inizio e nell’ultimo combattimento della sua agonia. Ed è al suo combattimento e alla sua agonia che Cristo ci unisce in questa domanda al Padre nostro. La vigilanza del cuore, in unione alla sua, è richiamata insistentemente. La vigilanza è “custodia del cuore” e Gesù chiede al Padre di custodirci nel suo Nome. Lo Spirito Santo opera per suscitare in noi, senza posa, questa vigilanza. Questa richiesta acquista tutto il suo significato drammatico in rapporto alla tentazione finale del nostro combattimento quaggiù; implora la perseveranza finale» (CCC 2849).
Non abbandonarci alla tentazione: una richiesta che mette a nudo l’estrema fragilità dell’uomo e rivela, allo stesso tempo, la sguaiata ferocia di Satana, ma anche tutta la sua infernale debolezza: un leone affamato che gira continuamente attorno ai credenti cercando chi divorare (1Pt 5,8), ma già abbattuto e vinto dal Cristo.
Una preghiera che punta diritto al cuore di Dio, l’Arbitro che ha in mano le sorti della partita: «Il Dio della pace schiaccerà ben presto Satana sotto i vostri piedi» (Rom 16,20).
«Il primato nella storia non è, infatti, quello demoniaco, ma è la signoria divina ad avere l’ultima parola e la scena finale dell’Apocalisse [capp. 21-22] ne è la raffigurazione più luminosa» (Gianfranco Ravasi).

Siamo arrivati al termine. Possiamo mettere in evidenza:
*** il Padre nostro è una preghiera che punta diritto al cuore di Dio, l’Arbitro che ha in mano le sorti della partita: «Il Dio della pace schiaccerà ben presto Satana sotto i vostri piedi» (Rom 16,20).
Nel silenzio, nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.

Per questa comunione ai tuoi misteri
insegnaci, Signore,
a moderare le passioni e i desideri terreni
e a cercare la tua giustizia e il tuo regno.
Per Cristo nostro Signore.




2 Marzo 2020

Lunedì della I Settimana Quaresima

Lv 19,1-2.11-18; Salmo 18 (19); Mt 25,31-46

Colletta: Convertici a te, o Padre, nostra salvezza, e formaci alla scuola della tua sapienza, perché l’impegno quaresimale lasci una traccia profonda nella nostra vita. Per il nostro Signore Gesù Cristo...

Misericordiae Vultus 15: Non possiamo sfuggire alle parole del Signore: e in base ad esse saremo giudicati: se avremo dato da mangiare a chi ha fame e da bere a chi ha sete. Se avremo accolto il forestiero e vestito chi è nudo. Se avremo avuto tempo per stare con chi è malato e prigioniero (cfr Mt 25,31-45). Ugualmente, ci sarà chiesto se avremo aiutato ad uscire dal dubbio che fa cadere nella paura e che spesso è fonte di solitudine; se saremo stati capaci di vincere l’ignoranza in cui vivono milioni di persone, soprattutto i bambini privati dell’aiuto necessario per essere riscattati dalla povertà; se saremo stati vicini a chi è solo e afflitto; se avremo perdonato chi ci offende e respinto ogni forma di rancore e di odio che porta alla violenza; se avremo avuto pazienza sull’esempio di Dio che è tanto paziente con noi; se, infine, avremo affidato al Signore nella preghiera i nostri fratelli e sorelle. In ognuno di questi “più piccoli” è presente Cristo stesso. La sua carne diventa di nuovo visibile come corpo martoriato, piagato, flagellato, denutrito, in fuga… per essere da noi riconosciuto, toccato e assistito con cura. Non dimentichiamo le parole di san Giovanni della Croce: «Alla sera della vita, saremo giudicati sull’amore».

Dal Vangelo secondo Matteo 25,31-46: In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria, e tutti gli angeli con lui, siederà sul trono della sua gloria. Davanti a lui verranno radunati tutti i popoli. Egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dalle capre, e porrà le pecore alla sua destra e le capre alla sinistra. Allora il re dirà a quelli che saranno alla sua destra: "Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo, perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi". Allora i giusti gli risponderanno: “Signore, quando ti abbiamo visto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, o assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando mai ti abbiamo visto straniero e ti abbiamo accolto, o nudo e ti abbiamo vestito? Quando mai ti abbiamo visto malato o in carcere e siamo venuti a visitarti?”. E il re risponderà loro: “In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me”. Poi dirà anche a quelli che saranno alla sinistra: “Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli, perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e non mi avete dato da bere, ero straniero e non mi avete accolto, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato”. Anch’essi allora risponderanno: “Signore, quando ti abbiamo visto affamato o assetato o straniero o nudo o malato o in carcere, e non ti abbiamo servito?”. Allora egli risponderà loro: "In verità io vi dico: tutto quello che non avete fatto a uno solo di questi più piccoli, non l’avete fatto a me". E se ne andranno: questi al supplizio eterno, i giusti invece alla vita eterna».

La descrizione del giudizio finale presenta Gesù come un re che viene a separare «gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dalle capre», avendo come criterio discriminante le opere di misericordia.
Davanti al Giudice saranno radunati tutti i popoli, espressione che include sia i pagani che i giudei. Prima della fine il «vangelo del regno sarà annunziato in tutto il mondo» (Mt 24,14).
Il Re-Pastore separerà «le pecore dalle capre, e porrà le pecore alla sua destra e le capre alla sinistra». Presso i giudei, il capro era l’animale che veniva immolato a Yavhé nel rito espiatorio (Cf. Es 30,10; Lv 4,22-23; Nm 7,16.22.28; ecc.). Nel grande giorno dell’espiazione, Aronne aveva posato le mani sul capo di un capro vivo, aveva confessato «sopra di esso tutte le iniquità degli Israeliti, tutte le loro trasgressioni, tutti i loro peccati» e li aveva, in questo modo, riversati sulla testa del capro; poi, per mano di un uomo incaricato di ciò, l’aveva mandato via nel deserto per essere offerto ad Azazel, un demone che gli antichi ebrei e cananei credevano abitasse il deserto (Cf. Lv 16,9-10). Il deserto, nella fantasia popolare, era la sede dei demoni (Cf. Lv 17,7; Is 13,21; 34,14; Bar 4,35; Mt 8,28; 12,43; Ap 18,2). Forse per questi motivi Gesù nel discorso del giudizio universale ha usato l’immagine del capro perché questo animale tout court poteva richiamare alla memoria degli ascoltatori la bruttura del peccato.
Il criterio di giudizio saranno le azioni di misericordia fatte a uno dei «fratelli più piccoli» di Gesù.
Tra i «più piccoli» forse vanno annoverati anche gli stessi discepoli di Gesù, accolti e rifocillati amorevolmente dagli uomini a cui portano la Buona Notizia (Cf. Mt 10,40-42; Lc 9,48; 10,16).
La sorpresa dei giusti è nel sentire che tutte le volte che hanno soccorso qualcuno nel bisogno lo hanno fatto al Signore. È la stessa sorpresa degli empi, ai quali Gesù dirà: «In verità io vi dico: tutto quello che non avete fatto a uno solo di questi più piccoli, non l’avete fatto a me».
Gli uomini per ricevere in «eredità il regno» preparato per loro «fin dalla creazione del mondo» dovranno quindi superare un esame, la cui unica materia da vagliare sarà l’amore. Il regno di Gesù è un regno di santità, di pace e di amore e vi può entrare soltanto chi ama e compie opere di misericordia verso gli afflitti.
Il Re che siede sul trono della gloria e che raccoglie dinanzi al suo tribunale tutti gli uomini, afferma con chiarezza che atto formale di riconoscimento della sua regalità sono le attenzioni usate a quanti hanno fame e sete, ai forestieri, agli indigenti, ai poveri, ai malati e ai carcerati. Perché soltanto «questo è il punto che ci qualifica definitivamente davanti a Dio. Non contano tanto i sentimenti e le intenzioni, l’ideologia e le parole, cioè “Signore, Signore”, quello che uno fu e fece, che apprezzò e rappresentò, che lavorò o soffrì, creò e organizzò, quanto se amò o non amò i fratelli. Perché questa è la volontà di Dio, che chi lo ama, ami anche i fratelli» (Basilio Caballero). Solo l’amore può costruire all’uomo una casa eterna dove abitano la gioia e la pace.

Il giudizio nei Vangeli - Nei sinottici, la predicazione di Gesù si riferisce frequentemente al giudizio dell’ultimo giorno. Allora tutti gli uomini dovranno rendere conto (cfr. Mt 25,14-30). Una condanna rigorosa attende gli scribi ipocriti (Mc 12,40 par.), le città del lago che non hanno ascoltato la predicazione di Gesù (Mt 11,20-24), la generazione incredula che non si è convertita alla sua voce (12,39-42), le città che non accoglieranno i suoi inviati (10,14 s). Il giudizio di Sodoma e Gomorra non sarà nulla in confronto al loro (10,23 s); essi subiranno il giudizio della Geenna (23,33). Questi insegnamenti pieni di minacce mettono in rilievo la motivazione principale del giudizio divino: l’atteggiamento assunto dagli uomini di fronte al vangelo. L’atteggiamento verso il prossimo conterà altrettanto: secondo la legge mosaica, ogni omicida era passibile di tribunale umano; secondo la legge evangelica, occorrerà molto meno per essere passibili della Geenna (Mt 5,21s)! Bisognerà rendere conto di ogni calunnia (12,36). Si sarà giudicati con la stessa misura che si sarà applicata al prossimo (7,1-5). Ed il quadro di queste assise solenni, in cui il figlio dell’uomo funzionerà da giustiziere (25,31-46), mostra gli uomini accolti nel regno o consegnati alla pena eterna, secondo l’amore o l’indifferenza che avranno dimostrato verso il prossimo.
C’è tuttavia un delitto che, più di qualunque altro, chiama il giudizio divino. È quello con cui l’incredulità umana ha raggiunto il colmo della malizia in un simulacro di giudizio legale: il processo e la condanna a morte di Gesù (Mc 14,63 par.; cfr. Lc 24,20; Atti 13,28). Durante questo giudizio iniquo, Gesù si è rimesso a colui che giudica con giustizia (1Piet 2,23); quindi Dio, risuscitandolo, lo ha ristabilito nei suoi diritti. Ma l’esecuzione di questa sentenza ingiusta ha richiesto, in cambio, una sentenza di Dio contro l’umanità colpevole. È sintomatico il fatto che la cornice, in cui il vangelo di Matteo colloca la morte di Gesù, coincide Con lo scenario tradizionale del giudizio nell’escatologia del VT (Mt 27,45.51ss). La morte di Gesù è quindi il momento in cui il mondo è giudicato; la storia successiva, fino all’ultimo giorno, non farà che esplicitare questa sentenza. Essa, secondo la testimonianza di Gesù stesso, colpirà dapprima «coloro che sono in Giudea», i primi colpevoli (24,15ss par.); ma questo non sarà che un preludio ed un segno, che annunzierà l’avvento finale del figlio dell’uomo, giudice del grande giorno (24,29ss). Il condannato della passione, vittima del peccato del mondo, pronunzierà allora contro il mondo peccatore una condanna clamorosa.

Papa Francesco (Angelus 26 Novembre 2017): La pagina evangelica si apre con una visione grandiosa. Gesù, rivolgendosi ai suoi discepoli, dice: «Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria, e tutti gli angeli con lui, siederà sul trono della sua gloria» (Mt 25,31). Si tratta dell’introduzione solenne del racconto del giudizio universale. Dopo aver vissuto l’esistenza terrena in umiltà e povertà, Gesù si presenta ora nella gloria divina che gli appartiene, circondato dalle schiere angeliche. L’umanità intera è convocata davanti a Lui ed Egli esercita la sua autorità separando gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dalle capre.
A quelli che ha posto alla sua destra dice: «Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo, perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi» (vv. 34-36). I giusti rimangono sorpresi, perché non ricordano di aver mai incontrato Gesù, e tanto meno di averlo aiutato in quel modo; ma Egli dichiara: «Tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me» (v. 40). Questa parola non finisce mai di colpirci, perché ci rivela fino a che punto arriva l’amore di Dio: fino al punto di immedesimarsi con noi, ma non quando stiamo bene, quando siamo sani e felici, no, ma quando siamo nel bisogno. E in questo modo nascosto Lui si lascia incontrare, ci tende la mano come mendicante.  Così Gesù rivela il criterio decisivo del suo giudizio, cioè l’amore concreto per il prossimo in difficoltà. E così si rivela il potere dell’amore, la regalità di Dio: solidale con chi soffre per suscitare dappertutto atteggiamenti e opere di misericordia.
La parabola del giudizio prosegue presentando il re che allontana da sé quelli che durante la loro vita non si sono preoccupati delle necessità dei fratelli. Anche in questo caso costoro rimangono sorpresi e chiedono: «Signore, quando ti abbiamo visto affamato o assetato o straniero o nudo o malato o in carcere, e non ti abbiamo servito?» (v. 44). Sottinteso: “Se ti avessimo visto, sicuramente ti avremmo aiutato!”. Ma il re risponderà: «Tutto quello che non avete fatto a uno solo di questi più piccoli, non l’avete fatto a me» (v. 45). Alla fine della nostra vita saremo giudicati sull’amore, cioè sul nostro concreto impegno di amare e servire Gesù nei nostri fratelli più piccoli e bisognosi. Quel mendicante, quel bisognoso che tende la mano è Gesù; quell’ammalato che devo visitare è Gesù; quel carcerato è Gesù; quell’affamato è Gesù. Pensiamo a questo.
Gesù verrà alla fine dei tempi per giudicare tutte le nazioni, ma viene a noi ogni giorno, in tanti modi, e ci chiede di accoglierlo. La Vergine Maria ci aiuti a incontrarlo e riceverlo nella sua Parola e nell’Eucaristia, e nello stesso tempo nei fratelli e nelle sorelle che soffrono la fame, la malattia, l’oppressione, l’ingiustizia. Possano i nostri cuori accoglierlo nell’oggi della nostra vita, perché siamo da Lui accolti nell’eternità del suo Regno di luce e di pace.

Siamo arrivati al termine. Possiamo mettere in evidenza:
*** “Gesù verrà alla fine dei tempi per giudicare tutte le nazioni, ma viene a noi ogni giorno, in tanti modi, e ci chiede di accoglierlo” (Papa Francesco).
Nel silenzio, nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.

La partecipazione a questo sacramento, Signore,
ci sostenga nel corpo e nello spirito,
perché, completamente rinnovati,
possiamo gloriarci della pienezza del tuo dono.
Per Cristo nostro Signore.