28 Novembre 2025
 
Venerdì XXXIV Domenica  T. O.
 
Dn 7,2-14 ; Sal Cant. Dn 3,75-81; Lc 21,29-33
 
Colletta
Ridesta, o Signore, la volontà dei tuoi fedeli,
perché, collaborando con impegno alla tua opera di salvezza,
ottengano in misura sempre più abbondante
i doni della tua misericordia.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
Umiliato e glorioso - Catechismo degli Adulti [222]:  Denominandosi Figlio dell’uomo, Gesù si presenta come giudice e salvatore escatologico, che in futuro verrà nella gloria. Ma, innovando profondamente il significato di questa figura, dichiara che il Figlio dell’uomo esercita già ora il potere di giudicare e salvare; soprattutto aggiunge che egli adesso è umiliato e perseguitato.
Questa tensione tra presente e futuro corrisponde alla dinamica del Regno, ora nascosto e avversato, in futuro glorioso. Il Figlio dell’uomo impersona il Regno. Dopo la sua morte e risurrezione, ricevuto il dono dello Spirito Santo, i discepoli lo capiranno meglio e potranno constatare la verità della sua parola: «Vi sono alcuni qui presenti che non morranno senza aver visto il regno di Dio venire con potenza» (Mc 9,1).
 
I Lettura: Il testo di Daniele rappresenta ancora una volta l’alterigia, l’arroganza e la prepotenza dei quattro imperi, ma l’interesse va tutto a “uno simile a un figlio d’uomo”: “l’aramaico bar nasha’, come l’ebraico ben ‘adam, equivale in primo luogo a «uomo» (cf. Sal 8,5). E così che in Ezechiele Dio chiama il profeta. Ma l’espressione ha qui un senso particolare, eminente, per cui designa un uomo che supera misteriosamente la condizione umana. Senso personale, così come fanno fede gli antichi testi giudei apocrifi, ispirati al nostro passo: Enoch e 4 Esdra, come anche l’interpretazione rabbinica più costante, e soprattutto l’uso che ne fa Gesù applicandolo a se stesso (cf. Mt 8,20+). Ma anche senso collettivo, fondato sul v 18 (e il v 22) dove il Figlio dell’uomo si identifica in qualche modo con i santi dell’Altissimo: ma il senso collettivo (ugualmente messianico) prolunga il senso personale, essendo il Figlio dell’uomo, nello stesso tempo, il capo, il rappresentante e il modello del popolo dei santi. È così che sant’Efrem pensava che la profezia avesse di mira dapprima i giudei (i Maccabei), poi, attraverso loro e in maniera perfetta, Gesù” (Bibbia di Gerusalemme).
In questa pagina è preconizzato palesemente l’avvento del Messia.
 
Vangelo
Quando vedrete accadere queste cose, sappiate che il regno di Dio è vicino.
 
Gesù invita gli uomini a vigilare e vigilare significa non avere il cuore appesantito. Vigilare significa essere attenti ai segni dei tempi. Occorre vigilare perché la venuta del Giudice divino, anche se sarà preceduta da segni premonitori, avverrà all’improvviso. Ciò che conta, dunque, è stare attenti a non lasciarsi sorprendere dal sonno della insipienza.
 
Dal Vangelo secondo Luca
Lc 21,29-33
 
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli una parabola: 
«Osservate la pianta di fico e tutti gli alberi: quando già germogliano, capite voi stessi, guardandoli, che ormai l’estate è vicina. Così anche voi: quando vedrete accadere queste cose, sappiate che il regno di Dio è vicino. In verità io vi dico: non passerà questa generazione prima che tutto avvenga. Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno».
 
Parola del Signore.
 
Benedetto Prete (I Quattro Vangeli): versetto 29 La parabola del fico che con le sue gemme annunzia l’arrivo dell’estate è riportata anche dagli altri due evangelisti (Mt., 24, 32-36; Mc., 13, 28-31; se ne veda il commento); essa tuttavia in Luca subisce qualche ritocco stilistico. E disse loro una parabola; è una formula introduttiva che attenua il passaggio un po’ brusco che si ha in Marco e Matteo, nei quali si legge: «dal fico apprendete questa similitudine». Tutti gli altri alberi; estensione di Luca per generalizzare la portata del paragone.
versetti 30-31 Quando già buttano (le gemme); descrizione concisa e poetica in pari tempo. Sappiate che il regno di Dio è vicino; l’evangelista non lascia indeterminata la proposizione, ma indica il soggetto di essa dichiarando che si tratta del regno di Dio. Come il germogliare del fico costituisce un segno precursore dell’approssimarsi dell’estate, così il verificarsi dei perturbamenti cosmici descritti preannunzia l’imminente venuta del regno di Dio. Il prossimo avvento del regno si riferisce alla diffusione ed al consolidamento del regno di Dio sulla terra, non già alla parusia; Gesù quindi preannunzia un evento storico che si verificherà in un tempo relativamente vicino; infatti con la rovina di Gerusalemme, capitale religiosa dell’ebraismo, cadde il più grave ostacolo all’espansione del regno annunziato da Cristo.
versetti 32-33 Le parole, che hanno un accento particolarmente solenne, affermano il compimento di un fatto determinante per le sorti del regno di Dio. L’evangelista, in armonia a quanto aveva indicato precedentemente, segnala il passaggio dall’èra antica (l’ebraismo con Gerusalemme suo centro religioso) alla nuova (il regno di Dio cioè la Chiesa, che si diffonde e si afferma nel mondo dopo la rovina di Gerusalemme), passaggio predetto da Gesù stesso con termini solenni e categorici.
 
Figlio dell’uomo: il linguaggio delle apocalissi - Jean Delorme: 1. Il libro di Daniele. - Per rappresentare concretamente la successione degli imperi umani che crolleranno per far posto al regno di Dio, l’apocalisse di Daniele si serve di un’immagine sorprendente. Gli imperi sono bestie che salgono dal mare. Sono spogliate della loro potenza quando compaiono al tribunale di Dio, che è rappresentato sotto i tratti di un vegliardo. Allora sulle (o con le) nubi del cielo arriva «come un figlio d’uomo»; avanza fino al tribunale di Dio e riceve la sovranità universale (7,13s). L’origine di questa concezione è incerta. II «figlio dell’uomo» dei Salmi o di Ezechiele non basta a spiegarla. Certuni invocano il mito iranico dell’uomo primordiale che ritorna come salvatore alla fine dei tempi. Forse bisogna cercare dalla parte delle tradizioni che presuppongono la sapienza divina personificata o l’Adamo di Gen 1 e di Sal 8, creato ad immagine di Dio e «di poco inferiore a Dio». In Dan 7, Figlio d’uomo e bestie si oppongono come il divino al satanico. Nell’interpretazione che segue la visione, la sovranità tocca al «popolo dei santi dell’altissimo» (7,18.22.27); esso dunque viene rappresentato a quanto pare dal figlio d’uomo, non di certo nella sua condizione di perseguitato (7,25), ma nella sua gloria finale. Tuttavia le bestie raffiguravano sia gli imperi che i loro capi.
Non si può quindi escludere del tutto che ci sia allusione al capo del popolo santo a cui sarà dato il dominio, in partecipazione col regno di Dio. Ad ogni modo, le attribuzioni del figlio d’uomo trascendono quelle del messia, figlio di David: tutto il contesto lo pone in rapporto con il mondo divino e ne accentua la trascendenza.
2. La tradizione giudaica. - L’apocalittica giudaica posteriore al libro di Daniele ha ripreso il simbolo del figlio d’uomo, ma interpretandolo in modo strettamente individuale e accentuandone gli attributi trascendenti. Nelle parabole di Enoch (la parte più recente del libro), è un essere misterioso, dimorante presso Dio, possessore della giustizia e rivelatore dei beni della salvezza, tenuti in serbo per la fine dei tempi; allora egli siederà sul suo trono di gloria, giudice universale, salvatore e vendicatore dei giusti, che vivranno presso di lui dopo la loro risurrezione. Gli vengono attribuiti alcuni dei tratti del messia regale e del servo di Jahve (egli è l’eletto di giustizia, cfr. Is 42,1), ma non si parla a suo riguardo di sofferenza ed egli non ha una origine terrena. Benché la data delle parabole di Enoch sia discussa, esse rappresentano uno sviluppo dottrinale che doveva essere acquisito in taluni ambienti giudaici prima del ministero di Gesù. D’altronde l’interpretazione di Dan 7 ha lasciato tracce nel libro IV di Esdra e nella letteratura rabbinica. La fede in questo salvatore celeste che sta per rivelarsi prepara l’uso evangelico dell’espressione «figlio dell’uomo».
 
Alessandro Pronzato: E a proposito del fico. Ci deve essere un motivo per l’attenzione speciale di Gesù verso questa pianta.
Al discorso sulle «realtà ultime» si sarebbe attagliata perfettamente l’immagine del fico seccato fino alle radici (Mc 11,12 ss.).
Invece lo ritroviamo con i «rami teneri», verdeggiante di gemme.
Un’immagine di vita, piazzata nel mezzo di un quadro che sembra richiamare la desolazione e la morte (quale lezione per i vari catastrofismi, presenti anche nel campo della fede con le loro diagnosi disperate e i loro «rapporti» allarmati che sembrano bollettini di una disfatta, cronache di uno sfacelo!).
Gesù non si serve della pianta «maledetta» per suggerirci che è la fine.
Lo dobbiamo comprendere - dobbiamo avvertire che Lui è alle porte - da un albero pieno di germogli.
O, forse, Lui continua a rimandare la fine, non si rassegna a chiudere il discorso con l’uomo, fino a quando la pianta non abbia finalmente imparato a non deludere le attese?
In questo caso, il discorso escatologico non documenta anche le «attese» di Dio?
Già. Lui non è disposto a rinunciare all’estate, alla stagione dei frutti.
Gesù non incarica nessuno a realizzare delle inchieste sulla fede.
Perché Lui solo sa che cos’è fede.
Semmai ci invita a guardare in direzione della pianta di fico (significativamente, uno dei simboli privilegiati della Terra Promessa).
E ad abbozzare, semmai, un rapporto sulla speranza.
 
La pianta di fico è un segno di fede e un segno di incredulità - Ambrogio, Esposizione del Vangelo secondo Luca 10,45: Perciò, qui, la figura del fico ha due aspetti: sia quando la durezza comincia a diventar tenera, sia quando i peccati sono rigogliosi. A causa della fede dei credenti ciò che prima era inaridito si metterà a fiorire, e a causa dell’attrattiva provocante dei peccati, i peccatori si glorieranno. Là c’è il frutto della fede, qui la petulanza sfrenata dell’incredulità. La cura che ne ha l’agricoltore del Vangelo mi dà la garanzia che il fico fruttificherà (cf. Lc 13,9). Non dobbiamo perderei d’animo, se i peccatori si sono coperti di foglie di fico come di una veste ingannatrice, per nascondere la loro coscienza: le foglie, quando non han frutti, sono sospette. Tali sono le vesti di coloro che furono banditi da Paradiso.
 
Il santo del Giorno - 28 Novembre 2025 - San Giacomo della Marca: La fede può anche muovere l’economia, valorizzando i talenti di tutti e la dignità di ogni essere umano, costruendo così una società basata su solidarietà e giustizia. Ce lo ricorda la storia di san Giacomo della Marca, frate minore, predicatore e ideatore dei Monti di Pietà, creati per consentire l’accesso al credito a interessi minimi anche a chi si trovava in difficoltà. Era nato a Monteprandone (Ascoli Piceno) nel 1394 e a 22 anni aveva ricevuto il saio francescano da san Bernardino da Siena. Seguendo l’esempio del maestro, si dedicò alla predicazione in Italia, Polonia, Boemia, Bosnia e Ungheria. S’impegnò anche nella lotta contro le piaghe sociali dell’usura, dell’azzardo, della bestemmia e della superstizione. Debilitato dall’intensità con cui viveva l’impegno dell’apostolato, morì a Napoli nel 1476. (Matteo Liut)
 
Dio onnipotente,
che ci dai la gioia di partecipare ai divini misteri,
non permettere che ci separiamo mai da te,
fonte di ogni bene.
Per Cristo nostro Signore. 
 
 27 Novembre 2025
 
Giovedì XXXIV Settimana T. O.
 
Dn 6,12-28; Cant. Dn 3,68-74; Lc 21,20-28
 
 
Colletta
Ridesta, o Signore, la volontà dei tuoi fedeli,
perché, collaborando con impegno alla tua opera di salvezza,
ottengano in misura sempre più abbondante
i doni della tua misericordia.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
Papa Francesco (Omelia 2 Dicembre 2018): [...] per vivere bene il tempo dell’attesa del Signore è quello della preghiera. «Risollevatevi e alzate il capo, perché la vostra liberazione è vicina» (v. 28), ammonisce il Vangelo di Luca. Si tratta di alzarsi e pregare, rivolgendo i nostri pensieri e il nostro cuore a Gesù che sta per venire. Ci si alza quando si attende qualcosa o qualcuno. Noi attendiamo Gesù, lo vogliamo attendere nella preghiera, che è strettamente legata alla vigilanza. Pregare, attendere Gesù, aprirsi agli altri, essere svegli, non chiusi in noi stessi. Ma se noi pensiamo al Natale in un clima di consumismo, di vedere cosa posso comprare per fare questo e quest’altro, di festa mondana, Gesù passerà e non lo troveremo. Noi attendiamo Gesù e lo vogliamo attendere nella preghiera, che è strettamente legata alla vigilanza.
Ma qual è l’orizzonte della nostra attesa orante? Ce lo indicano nella Bibbia soprattutto le voci dei profeti. Oggi è quella di Geremia, che parla al popolo duramente provato dall’esilio e che rischia di smarrire la propria identità. Anche noi cristiani, che pure siamo popolo di Dio, rischiamo di mondanizzarci e di perdere la nostra identità, anzi, di “paganizzare” lo stile cristiano. Perciò abbiamo bisogno della Parola di Dio che attraverso il profeta ci annuncia: «Ecco, verranno giorni nei quali io realizzerò le promesse di bene che ho fatto […]. Farò germogliare per Davide un germoglio giusto, che eserciterà il giudizio e la giustizia sulla terra» (33,14-15). E quel germoglio giusto è Gesù, è Gesù che viene e che noi attendiamo. La Vergine Maria, che ci porta Gesù,  donna dell’attesa e della preghiera, ci aiuti a rafforzare la nostra speranza nelle promesse del suo Figlio Gesù, per farci sperimentare che, attraverso il travaglio della storia, Dio resta sempre fedele e si serve anche degli errori umani per manifestare la sua misericordia.
 
I Lettura: Il brano di Daniele 6,12-18 non va letto come un racconto storico, bensì un insegnamento teologico e morale. Daniele vuole sottolineare che Dio non abbandona il giusto e lo libera dalla morte, un prodigi che suscita nel re Dario, pagano, l’ammirazione e la lode per Iahvè, il Signore del popolo d’Israele, Con ciò vuole essere un messaggio di speranza per coloro che realmente soffrono la persecuzione: Dio non ha abbandonato il suo popolo, e giungerà il giorno della liberazione.
In tutto l’impero a me soggetto si tremi e si tema davanti al Dio di Daniele, perché egli è il Dio vivente: “La dossologia finale, sintesi dei sentimenti religiosi dell’autore, è posta in bocca al re pagano per produrre un maggior effetto psicologico-apologetico. Il suo contenuto dottrinale, profetico e apocalittico insieme, è un riassunto di credenze e di speranze. II suo Dio è il Dio vivo. Il Dio che salva e libera dando la vita, Dio il cui regno - e lo dice in un momento in cui questo regno terreno non esisteva punto - dura per sempre e non sarà mai distrutto fino alla fine. Storicamente abbiamo in questa dossologia finale una delle migliori testimonianze sulla fede e la speranza di quegli « hasidim» o uomini pii dei tempi dei Maccabei. Un vivo esempio per gli hasidim di tutti i tempi” (Epifanio Gallego).
 
Vangelo
Gerusalemme sarà calpestata dai pagani finché i tempi dei pagani non siano compiuti.
 
Quando vedrete Gerusalemme circondata da eserciti... chi va a Gerusalemme può accertarsi de visu come sono state vere queste parole di Gesù, e che il mondo passa e noi passiamo con esso è una verità che è sempre sotto i nostri occhi, e anche le rughe, la carne cadente, le ossa fiacche, le malattie che si moltiplicano sono eloquenti testimoni di questo passare degli anni. Alessandro Magno, Nerone, Cavour, Giuseppe Garibaldi, Stalin, Mao, i re, gli imperatori, tutto passa. Precipitiamo nell’eternità dalla quale non si torna più indietro. L’unica cosa da fare è: salvare la propria anima. Nessuno resta al mondo per sempre. Se riflettessimo su questo fatto, alzeremmo continuamente lo sguardo verso il cielo, che è la nostra patria: lì, affrancati da ogni pena, vivremo per sempre, liberi, figli nella casa del Padre.

Dal Vangelo secondo Luca
Lc 21,20-28
 
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Quando vedrete Gerusalemme circondata da eserciti, allora sappiate che la sua devastazione è vicina. Allora coloro che si trovano nella Giudea fuggano verso i monti, coloro che sono dentro la città se ne allontanino, e quelli che stanno in campagna non tornino in città; quelli infatti saranno giorni di vendetta, affinché tutto ciò che è stato scritto si compia. In quei giorni guai alle donne che sono incinte e a quelle che allattano, perché vi sarà grande calamità nel paese e ira contro questo popolo. Cadranno a fil di spada e saranno condotti prigionieri in tutte le nazioni; Gerusalemme sarà calpestata dai pagani finché i tempi dei pagani non siano compiuti.
Vi saranno segni nel sole, nella luna e nelle stelle, e sulla terra angoscia di popoli in ansia per il fragore del mare e dei flutti, mentre gli uomini moriranno per la paura e per l’attesa di ciò che dovrà accadere sulla terra.
Le potenze dei cieli infatti saranno sconvolte. Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire su una nube con grande potenza e gloria. Quando cominceranno ad accadere queste cose, risollevatevi e alzate il capo, perché la vostra liberazione è vicina».
 
Parola del Signore.
 
Quando vedrete Gerusalemme circondata da eserciti - Richard Gutzwiller (Meditazioni su Luca): La fine di Gerusalemme - Quando la città sarà già circondata dall’esercito nemico, gli uomini si renderanno conto che è imminente la fine di essa e la sua distruzione. Ci saranno ancora alcuni che potranno fuggire ai monti e quelli che sono già fuori delle mura non vi devono far ritorno. Poiché la fine sarà spaventosa.
«Vi sarà grande calamità nel paese e ira contro questo popolo. Cadranno a fil di spada e saranno condotti prigionieri tra tutti i popoli». Il popolo, che si crede ora così sicuro ed è così superbo della sua città e del tempio maestoso, vedrà cadere in rovina la città e il tempio stesso e assisterà alla fine dell’esistenza della propria nazione. Allora sarà troppo tardi ravvedersi. La fine sarà terrificante.
Questo segno terreno deve essere un segnale di allarme per gli uomini. Ciò che accade in piccolo a Gerusalemme, accadrà un giorno, in grande, al mondo intero.
La fine del mondo - Subitanea irromperà la fine. Quando verrà la catastrofe degli astri, un’angoscia spaventosa atterrirà gli uomini. Quando irromperanno terremoti e mareggiate, si abbatterà su di loro la disperazione. Allora il Figlio dell’uomo verrà nella gloria sulle nubi del cielo. È la fine del mondo e con essa la fine di tutti i nemici di Cristo, la fine di coloro che si credono al sicuro su questa terra e sono orgogliosi delle loro opere e conquiste. Naturalmente i simboli usati da Gesù per descrivere la fine non sono pronostici co­smici o storici ma elementi narrativi per stimolare l’attenzione e la vigilanza.
Così anche la fine del mondo è una fine terrificante. Ma solo per gli avversari. Per i cristiani viventi, che hanno aspettato il Signore e col desiderio e la preghiera ne hanno ottenuto la fine, è l’ora della liberazione. «Quando cominceranno ad accadere queste cose, alzatevi e levate il capo, perché la vostra liberazione è vicina . Ciò che per gli altri significa terrore, è pace per i cristiani. Ciò che per gli altri è la fine, significa per essi l’inizio. Poiché questa fine è il rovesciamento e il rivolgimento di tutte le cose. Quel Cristo che ora è consegnato, in Gerusalemme, in potere dei nemici, e con la loro sentenza giudiziale sarà condannato a morte, è colui che verrà nella potenza e, come giudice, pronunzierà la condanna degli avversari. Perciò l’uomo non si deve lasciar invischiare dal mondo e dalle sue opere, né deve cadere sotto il fascino del mondo. Deve invece pensare alla fine e conformarvi la vita. Allora la fine non sarà per lui una fine di terrore, ma, con il lieto annunzio del ritorno di Cristo, l’inizio della gioia.
 
Saranno giorni di vendetta: Benedetto Prete (I Quattro Vangeli): Saranno giorni di vendetta; proposizione derivata dal Vecchio Testamento (cf. Deuteronomio, 32, 35;Osea 9, 7; Isaia, 34, 8; Geremia, 46, 10 etc.). Questo giorno di vendetta rappresenta l’avveramento di tutte le sventure comminate dai profeti contro la capitale ebraica (si compirà tutto quello che è stato scritto). Il versetto, che si legge soltanto nel passo lucano, pone in evidenza il motivo religioso che ha determinato la tragica sorte di Gerusalemme: tutto ciò che la città dovrà patire nel duro e lungo assedio è un castigo per la mancata risposta agli appelli che i profeti le avevano rivolto nel passato.
23a Guai alle donne che sono incinte...!; nel terzo vangelo queste parole di lamento non si trovano nel loro esatto contesto storico, come invece lo sono in Matteo e Marco; in Luca infatti il detto riguarda le donne, prossime alla maternità o di recente madri, che si trovano assediate a Gerusalemme; in Matteo e Marco invece esso richiama l’impedimento delle donne che si trovano in queste condizioni nel fuggire in un momento di estremo pericolo.
23b Nella seconda parte del versetto il testo si discosta notevolmente da quello di Marco. È omessa l’esortazione riferita da Marco («Pregate perché ciò non avvenga d’inverno», Mc., 13,18; cf. Mt., 24,20), perché non armonizza con l’idea dell’assedio; come anche viene tralasciata la riflessione sulla riduzione del periodo delle prove («e se il Signore non avesse abbreviato quei giorni, nessuno sarebbe salvo», Mc., 13,20; Mt., 24,22), perché in antecedenza Luca aveva esortato alla sopportazione per tutto il tempo della prova (cf. vers. 19). Lo scrittore qui rielabora le espressioni di Marco puntualizzando due idee: la grande calamità che si abbatterà sulla regione e l’ira, castigo divino, che si scatenerà contro il popolo ebraico.

La vostra liberazione è vicina - Angelico Poppi (I Quattro Vangeli): «Quando cominceranno ad accadere queste cose, drizzate (vi) e alzate le vostre teste ...». I cristiani non dovranno spaventarsi per gli sconvolgimenti cosmici finali, ma, dopo tante sofferenze, persecuzioni e oppressioni che li hanno schiacciati, potranno finalmente drizzarsi e alzare con sicurezza le loro teste, essendo quello «il segnale della realizzazione della loro speranza» (Dupont, p. 130). Benché nel v. 27 sia implicito il giudizio di condanna per i nemici, Luca, tuttavia, mette in risalto il senso salvifico della venuta del Figlio dell’uomo, conferendo alla pericope una valenza parenetica di fiduciosa speranza. L’evangelista tralascia ogni riferimento all’attività giudiziaria del Figlio dell’uomo nella sua parusia (cf. Mc 13,27), per concentrare l’attenzione soltanto sulla liberazione (apolytrosis = redenzione, v. 28) dei credenti. Per costoro la fine del mondo non costituisce un motivo di angoscia e di spavento, bensì di gioia per la loro redenzione e per la fine delle tribolazioni e delle persecuzioni, come avvenne per gli ebrei la notte di Pasqua nella liberazione dalla schiavitù d’Egitto.
 
Noi vedremo il suo corpo crocifisso e risorto - Agostino (Le Lettere, 199, 11,41): E allora vedranno il Figlio dell’ uomo venire in una nube con gran potenza e maestà. Mi sembra che ciò possa intendersi in due modi: cioè che venga nella Chiesa come in una nube, allo stesso modo che ancora adesso non cessa di venire come egli stesso disse: Ormai vedrete il Figlio dell’uomo assiso alla destra della Potenza e venire sulle nubi del cielo (Mt 26, 61), ma egli allora verrà con gran potenza e maestà, poiché queste appariranno più grandi ai santi, ai quali darà tanta forza da non soccombere alla persecuzione. Oppure si manifesterà con lo stesso corpo con cui è assiso alla destra del Padre (cf. Rm 8,34; Mc 16,19; Co1 3,1), con cui morì, risorse e ascese al cielo, come sta scritto negli Atti degli Apostoli: Ciò detto, si sollevò sopra una nube e span dalla loro vista (At 1, 9). E poiché anche allora gli angeli dissero: Ritornerà allo stesso modo che l’avete visto salire al cielo (At 1,11), con ragione si deve credere ch’egli tornerà non solo col medesimo corpo, ma anche in una nube, dato che tornerà allo stesso modo che se ne andò sopra una nube.
 
Il Santo del Giorno - 27 Novembre 2025 - San Valeriano di Aquileia. Difensore della corretta dottrina sulla vera natura del Figlio di Dio: Cristo è Dio e non un’«entità inferiore» anche se con un ruolo privilegiato e su questo oggi non c’è alcun dubbio dottrinale nella Chiesa, una certezza che fonda di fatto tutta la cultura europea e occidentale e che è stata raggiunta non senza fatica nei primi secoli di storia del Vangelo. Tra gli araldi di questa visione ortodossa, opposta a chi affermava che la divinità era presente in Gesù in una forma «depotenziata», appare anche il nome di san Valeriamo di Aquileia. Successore di Fortunaziano, Valeriano fu arcivescovo di Aquileia dal 369, anno in cui partecipò al Concilio indetto a Roma da Damaso I, fino al 388. Dopo un periodo ambiguo anche per la Chiesa aquileiese, Valeriano s’impegnò per ristabilire l’ortodossia contro il perdurare dell’arianesimo soprattutto nell’area balcanico-danubiana e nel 381 convocò un Concilio ad Aquileia che contribuì ad affermare la corretta dottrina sull’identità del Figlio di Dio. A questo fondamentale appuntamento, che si aprì il 3 settembre 381 e di cui ci sono giunti gli atti, assieme ai vescovi dell’Italia, della Gallia e dell’Africa prese parte anche sant’Ambrogio, che diede così a Milano un posto di primaria importanza nella costruzione dell’identità del nord Italia e del centro Europa. Durante il suo episcopato Aquileia diventò un centro di studi teologici e di formazione ascetica la cui eredità arrivò fino ai tempi moderni.  (Avvenire)
 
Dio onnipotente,
che ci dai la gioia di partecipare ai divini misteri,
non permettere che ci separiamo mai da te,
fonte di ogni bene.
Per Cristo nostro Signore.
 
 26 Novembre 2025
 
Mercoledì XXXIV Settimana T. O.
 
Dn 5,1-6.13-14.16-17.23-28; Cant. Dn 3,62-67; Lc 21,12-19
 
Colletta
Dio onnipotente ed eterno,
che hai voluto ricapitolare tutte le cose
in Cristo tuo Figlio, Re dell'universo,
fa' che ogni creatura,
libera dalla schiavitù del peccato,
ti serva e ti lodi senza fine.
Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio,
e vive e regna con te, nell'unità dello Spirito Santo,
per tutti i secoli dei secoli.  
 
Catechismo della Chiesa Cattolica - Persecuzione della Chiesa 675 Prima della venuta di Cristo, la Chiesa deve passare attraverso una prova finale che scuoterà la fede di molti credenti. La persecuzione che accompagna il suo pellegrinaggio sulla terra svelerà il «mistero di iniquità» sotto la forma di una impostura religiosa che offre agli uomini una soluzione apparente ai loro problemi, al prezzo dell'apostasia dalla verità. La massima impostura religiosa è quella dell'Anti-Cristo, cioè di uno pseudo-messianismo in cui l'uomo glorifica se stesso al posto di Dio e del suo Messia venuto nella carne.
769 «La Chiesa [...] non avrà il suo compimento se non nella gloria del cielo», al momento del ritorno glorioso di Cristo. Fino a quel giorno, «la Chiesa prosegue il suo pellegrinaggio fra le persecuzioni del mondo e le consolazioni di Dio». Quaggiù si sente in esilio, lontana dal Signore; «anela al regno perfetto e con tutte le sue forze spera e brama di unirsi al suo Re nella gloria». Il compimento della Chiesa e per suo mezzo del mondo nella gloria non avverrà se non attraverso molte prove. Allora soltanto, «tutti i giusti, a partire da Adamo, “dal giusto Abele fino all'ultimo eletto”, saranno riuniti presso il Padre nella Chiesa universale».
1816 Il discepolo di Cristo non deve soltanto custodire la fede e vivere di essa, ma anche professarla, darne testimonianza con franchezza e diffonderla: «Devono tutti essere pronti a confessare Cristo davanti agli uomini, e a seguirlo sulla via della croce attraverso le persecuzioni, che non mancano mai alla Chiesa». Il servizio e la testimonianza della fede sono indispensabili per la salvezza: «Chi [...] mi riconoscerà davanti agli uomini, anch'io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli; chi invece mi rinnegherà davanti agli uomini, anch'io lo rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli» (Mt 10,32-33).  
 
I Lettura: Le parole che dita misteriose tracciano sul muro sono foriere di condanna per un re pagano che ha oltraggiato il Dio di Israele (vv.1-4.22-28). Il re Baldassàr vuole colmare di doni Daniele che ha interpretato le parole misteriose, ma il profeta rifiuta i regali di un re la cui sorte è già stata segnata da un giudizio vero e inappellabile da parte di Dio. Iahvè, il Dio di Israele, è l’unico vero Dio signore della storia e della vita degli uomini: questo è il messaggio che il profeta Daniele vuole trasmettere a un popolo impaurito, esule in terra straniera, e che forse ha perduto la speranza.
 
Vangelo
Sarete odiati da tutti a causa del mio nome. Ma nemmeno un capello del vostro capo andrà perduto.
 
La persecuzione non è un incidente di percorso per i discepoli di Gesù, è parte integrante della sequela. Essi saranno traditi perfino dai genitori, dai fratelli, dai parenti e dagli amici, eppure non dovranno difendersi perché Dio sarà loro difesa con la certezza che nemmeno un capello del loro capo andrà perduto. 
 
Dal Vangelo secondo Luca
Lc 21,12-19
 
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Metteranno le mani su di voi e vi perseguiteranno, consegnandovi alle sinagoghe e alle prigioni, trascinandovi davanti a re e governatori, a causa del mio nome. Avrete allora occasione di dare testimonianza.
Mettetevi dunque in mente di non preparare prima la vostra difesa; io vi darò parola e sapienza, cosicché tutti i vostri avversari non potranno resistere né controbattere.
Sarete traditi perfino dai genitori, dai fratelli, dai parenti e dagli amici, e uccideranno alcuni di voi; sarete odiati da tutti a causa del mio nome. Ma nemmeno un capello del vostro capo andrà perduto.
Con la vostra perseveranza salverete la vostra vita».
 
Parola del Signore
 
La persecuzione contro la Chiesa darà ai discepoli occasione di dare testimonianza. La persecuzione comunque è volta al tentativo di cancellare il nome di Gesù.
La consegna alle sinagoghe e alle prigioni è forse un espediente per sottolineare la matrice religiosa e statale-temporale della persecuzione contro i discepoli del Risorto. Il termine testimonianza è desunto dal greco martyrion da cui viene la parola martirio e va inteso come atto del testimoniare la propria fede fino al sacrifico della vita.
All’annuncio della persecuzione a motivo della fede (Cf. Gv 15,20), si accompagna la promessa dell’assistenza divina: il discepolo deve guardare al martirio con estrema serenità in quanto ha la certezza che nemmeno un capello del suo capo perirà.
Questa parola di Gesù è un proverbio noto nell’Antico Testamento (Cf. 1Sam 14,45; 2Sam 14,1; 1Re 1,52), a cui Luca fa più volte riferimento (Cf. Lc 12,7; At 27,34).
L’essere cristiani pone nella condizione di essere perseguitati, calunniati, odiati per il nome di Cristo, anche dal padre o dal fratello. Il martirio, affrontare la morte per la fede, per il cristiano non è un incidente di percorso o qualcosa di molto improbabile, infatti, il «Battesimo impegna i cristiani a partecipare con coraggio alla diffusione del Regno di Dio, cooperandovi se necessario col sacrificio della stessa vita» (Benedetto XVI).
Essere cristiani non significa non subire alcun danno o offesa, ma che ogni sofferenza verrà ricompensata e niente andrà perduto, neppure un capello. Essere discepoli di Cristo è una scelta che riserva un calice amaro: è il prezzo della verità.
Il mondo del male, coalizzato contro i cristiani, potrà fare a pezzi i loro corpi, ma essi non devono temere perché sono già nella gioia del possesso del regno dei cieli (Mt 5,11-12).
«Gesù chiama alla gioia, paradossalmente, i discepoli vittime di ogni angheria. Essi pagano un prezzo alto l’adesione a Cristo. Ma grande sarà anche la ricompensa celeste ed escatologica. Nessuna meraviglia per questo destino di persecuzione, perché già i profeti sono stati perseguitati; così sarà dei discepoli di Gesù» (Giuseppe Barbaglio).
Che i profeti e i discepoli di Gesù siano accomunati al suo destino di persecuzione è attestato da Luca 11,49-50: «Per questo la sapienza di Dio ha detto: “Manderò loro profeti e apostoli ed essi li uccideranno e perseguiteranno”, perché a questa generazione sia chiesto conto del sangue di tutti i profeti, versato fin dall’inizio del mondo».
Una comunanza di morte che con la sua lunga scia di sangue ha lambito ben duemila anni di storia cristiana!
Il cristiano sa attendere con pazienza la venuta del suo Salvatore. Sa essere paziente imitando la pazienza di Dio. Sa essere perseverante nella fede perché la perseveranza è la porta della salvezza. La perseveranza è la carta di identità del cristiano e allo stesso tempo la carta vincente: «Con la vostra perseveranza salverete la vostra vita».
 
Avrete allora occasione di dare testimonianza - Maurice Prat e Pierre Grelot - I testimoni di Gesù: 1. La testimonianza apostolica. - Per giungere agli uomini la testimonianza assume una forma concreta: la predicazione del vangelo (Mt 24, 14). Per portarla a tutto il mondo gli apostoli sono costituiti testimoni di Gesù (Atti 1, 8): dovranno attestare solennemente dinanzi agli uomini tutti i fatti avvenuti dal battesimo di Giovanni fino alla ascensione di Gesù, e specialmente la risurrezione che ha consacrato la sua sovranità (1, 22; 2, 32; ecc.). La missione di Paolo viene definita negli stessi termini: sulla via di Damasco egli è stato costituito testimone di Cristo dinanzi a tutti gli uomini (22, 15; 26, 16); in terra pagana egli attesta dovunque la risurrezione di Gesù (1 Cor 15, 15), e la fede nasce nelle comunità con l’accettazione di questa testimonianza (2 Tess 1, 10; 1 Cor 1, 6). Stessa identificazione del vangelo e della testimonianza negli scritti giovannei. Il racconto evangelico è un’attestazione data da un testimone oculare (Gv 19, 35; 21, 24); ma la testimonianza, ispirata dallo Spirito (Gv 16, 13), verte pure sul mistero che i fatti nascondono: il*mistero del Verbo di vita venuto nella carne (l Gv 1, 2; 4, 14). I credenti che hanno accettato questa testimonianza apostolica hanno ormai in sé la testimonianza stessa di Gesù, che è la profezia dei tempi nuovi (Apoc 12, 17; 19, 21). Perciò i testimoni incaricati di trasmetterla riprendono i tratti dei profeti antichi (11, 3-7).
2. Dalla testimonianza al martirio. - La funzione dei testimoni di Gesù è messa ancor più in evidenza quando devono rendere testimonianza dinanzi alle autorità ed ai tribunali, secondo la prospettiva che Gesù apriva già ai Dodici (Mc 13, 9; Mt 10, 18; Lc 21, 13 s). Allora l’attestazione assume un carattere solenne, ma prelude sovente alla sofferenza. Di fatto, se i credenti sono perseguitati, si è «a motivo della testimonianza di Gesù» (Apoc 1, 9). Stefano per primo ha suggellato la sua testimonianza con il suo sangue versato (Atti 22, 20).
La stessa sorte attende quaggiù i testimoni del vangelo (Apoc 11, 7): quanti saranno sgozzati «per la testimonianza di Gesù e la parola di Dio» (6, 9; 17, 6)! Babilonia, la potenza nemica che si accanisce contro la città celeste, si inebrierà del sangue di questi testimoni, di questi martiri (17, 6). Ma riporterà soltanto una vittoria apparente. In realtà saranno essi ad aver vinto, con Cristo, il diavolo, «mediante il sangue dell’agnello e la parola della loro testimonianza» (12, 11). Il martirio è la testimonianza della fede consacrata dalla testimonianza del sangue.
 
Il frutto della persecuzione: Raymond Deville: La gioia della speranza (Rom 12,12) è il frutto della persecuzione così sopportata: «Beati sarete voi quando vi oltraggeranno, vi perseguiteranno... per causa mia. Gioite ed esultate...» (Mt 5,11s). Questa promessa di Gesù si realizza nel cristiano che «si gloria nelle tribolazioni, sapendo che la tribolazione produce la costanza, la costanza la virtù provata, la virtù provata la speranza, e la speranza non delude...» (Rom 5,3ss; cfr. Giac 1,2ss). Egli «sovrabbonda di gioia nelle tribolazioni» (2 Cor 7,4; 12,10; Col 1,24; cfr. Atti 5,41; Ebr 10,34). La consolazione nella tribolazione (2Cor 1,3-10) è un frutto dello Spirito (1Tess 1,6; Atti 13,52; cfr. Gal 5,22), e nello stesso tempo il segno della presenza del regno.
Scritta durante una terribile prova, l’Apocalisse, specchio della vita della Chiesa, alimenta questa gioiosa speranza nel cuore dei perseguitati, assicurandoli della vittoria di Gesù e della instaurazione del regno. Ad ognuno di essi, come a tutta la Chiesa il Signore risorto rivolge sempre questo messaggio: «Non temere le sofferenze che ti aspettano; il demonio sta per gettare al di voi in carcere per tentarvi ed avrete di giorni di prova. Rimani fedele fino alla mo te, ed io ti darò la corona della vita» (Apoc 2,10).
 
Gli apostoli saranno perseguitati - Cirillo di Alessandria (Commento a Luca, omelia 139): Gesù dà loro segni chiari ed evidenti del tempo in cui si avvicina la fine del mondo. Dice che ci saranno ovunque guerre, tumulti, carestie e epidemie. Ci sarà terrore e grandi segni provenienti dal cielo. Come un altro evangelista dice: Tutti gli astri cadranno dal cielo e i cieli si avvolgeranno come un rotolo e le potenze dei cieli saranno sconvolte (Mt 24,29).
In mezzo a questo, il Salvatore pone quanto riguarda la presa di Gerusalemme. Mescola insieme le considerazioni in entrambe le parti della narrazione. Prima di tutte queste cose dice: Essi metteranno le loro mani su di voi e vi perseguiteranno, consegnandovi alle sinagoghe e alle prigioni, e trascinandovi davanti a re e a governatori, a causa del mio nome. Questo vi darà occasione di render testimonianza.
Prima della fine dei tempi, la terra dei Giudei fu presa prigioniera e le armate dei romani la invasero. Essi bruciarono il tempio, rovesciarono il loro governo nazionale ...e fecero mancare i mezzi per il culto prescritto dalla Legge. Essi non hanno più avuto sacrifici, ora che il tempio è stato distrutto. Il paese dei Giudei, assieme alla stessa Gerusalemme, è stato lasciato completamente deserto. Prima che queste cose avvenissero, essi hanno perseguitato i santi discepoli. Li hanno imprigionati e hanno preso parte a processi insopportabili. Hanno portato i discepoli dinanzi a giudici e li hanno mandati dai re. Paolo è stato mandato a Roma da Cesare. [ ... ] Cristo promette, comunque, che li assisterà sicuramente e completamente. Dice che non un capello della loro testa perirà.
 
Il Santo del Giorno - 26 Novembre 2025 - Beato Giacomo Alberione. Apostolo dei mezzi di comunicazione, padre della grande famiglia paolina - La comunicazione è la dimensione fondamentale della vita di fede: si riceve l’annuncio del Risorto da qualcuno che ce ne dà notizia e a nostra volta siamo chiamati a portare l’«informazione» agli altri. E a partire da questa esigenza comunicativa si è avviato l’impegno del beato Giacomo Alberione, autentico apostolo dei mezzi della comunicazione moderni. Nato a San Lorenzo di Fossano (Cuneo) nel 1884, venne ordinato prete nel 1907 e la sua prima esperienza pastorale fu a Narzole (Cuneo), nella parrocchia di San Bernardo. Nella notte che segnava il passaggio al nuovo secolo, nel 1900, ebbe un’intesa esperienza spirituale che gli fece comprendere di essere chiamato a usare i mezzi di comunicazione dell’età moderna per portare il Vangelo. Fu l’inizio della storia della grande famiglia religiosa paolina, composta da cinque congregazioni religiose, quattro istituti di consacrati secolari e un’associazione di laici: il 20 agosto 1914 avviò la «Scuola Tipografica Piccolo Operaio», che poi fu la «Pia Società San Paolo», e nel 1915 fu la volta delle Figlie di San Paolo, nate grazie al contributo di Teresa Merlo. Nel 1923 una grave malattia sembrava dover fermare il cammino di Alberione, il quale però si riprese e continuò nel suo impegno. Dal suo carisma nacquero «Vita Pastorale» (1912), il foglio «La Domenica», «Famiglia Cristiana» (1931) e «Il Giornalino». Morì a 87 anni nel 1971 ed è beato dal 2003. (Matteo Liut)
 
O Padre, che ci hai nutriti
con il pane della vita immortale,
fa' che obbediamo con gioia
ai comandamenti di Cristo, Re dell'universo,
per vivere senza fine con lui nel regno dei cieli.
Egli vive e regna nei secoli dei secoli.
 
 
 
 
 
 
 

 25 Novembre 2025
 
Martedì XXXIV Settimana T. O.
 
 Dn 2,31-45; Cant 3,57-621; Lc 21,5-11
 
Colletta
Ridesta, o Signore, la volontà dei tuoi fedeli,
perché, collaborando con impegno alla tua opera di salvezza,
ottengano in misura sempre più abbondante
i doni della tua misericordia.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
... quale sarà il segno, quando esse staranno per accadere?: Giovanni Paolo II (Omelia, 19 novembre 1995): Alla domanda: “Maestro, quando accadrà questo e quale sarà il segno che ciò sta per compiersi?” (Lc 21,7), Cristo dà una risposta che direttamente riguarda la distruzione di Gerusalemme, ma potrebbe anche riferirsi alla fine del mondo. Preannuncia guerre e rivolgimenti, ammonendo contro i falsi messia: “Si solleverà popolo contro popolo e regno contro regno, e vi saranno di luogo in luogo terremoti, carestie e pestilenze; vi saranno anche fatti terrificanti e segni grandi dal cielo” (Lc 21,10-11). Simili eventi accompagnarono la caduta di Israele e la distruzione di Gerusalemme ad opera dei Romani, ma si può dire che si sono realizzati anche in altre epoche della storia. Non ha forse visto il nostro secolo molte guerre e rivoluzioni? La storia dell’uomo e quella dell’umanità portano il segno del loro destino escatologico. L’orientamento del tempo verso le “ultime realtà” ci rende consapevoli di non avere sulla terra una stabile dimora. Siamo infatti in attesa di un eterno destino, costituito da quel mondo futuro, l’eone redento, in cui abitano stabilmente la giustizia e la pace.
 
I Lettura: L’annuncio del brano veterotestamentario è foriero di speranza per il popolo d’Israele in cattività. Il profeta preconizza un futuro che sarà gravido di terrore, di sangue, di catene, eventi inevitabili nella storia umana, ma alla fine a trionfare sulla brutalità umana sarà IAHVE, il Dio d’Israele, l’unico vero Dio.
Dopo il regno babilonese (v. 39) il regno medo-persiano e quello di Alessandro il Macedone (v. 39), ne verrà un quarto, il regno dei Seleucidi d’Antiochia, ai quali apparterrà Antioco Epifane (vv. 41-43). Ma tutti questi regni sono destinati alla dissoluzione. Sulle loro macerie IAHVE, il Dio d’Israele, l’unico vero Dio, costruirà il suo regno, senza bisogno dell’intervento umano (vv. 34-35.44-45), un regno che sarà eterno.
Israele quindi non venga meno nella sua speranza: al dolore e alla persecuzione seguirà la gioia e la libertà.
 
Vangelo
Non sarà lasciata pietra su pietra.
 
Non c’è nulla di nuovo sotto il sole dice il sapiente (Qo 1,9), eppure nonostante le smentite ancora circolano falsi profeti e pseudo veggenti abili divulgatori di paure e di angoscia: Badate di non lasciarvi ingannare. Molti infatti verranno nel mio nome dicendo: “Sono io”, e: “Il tempo è vicino”. Non andate dietro a loro! La storia che ci ricorda il Vangelo fonda sulla infedeltà del popolo. Il tempio d’Israele, casa di Dio, abitata dalla gloria di Dio, ha mancato alla funzione messianica: perciò nonostante la sua magnificenza, il tempio sarà distrutto: non sarà lasciata pietra su pietra.
Con l’incarnazione del Verbo Dio pianterà la sua tenda in mezzo agli uomini e in essa si compiacerà (Gv 1,14: 1Cor 3,16; 2Cor 6,16; Ef 2,20.22).
 
Dal Vangelo secondo Luca
Lc 21,5-11
 
In quel tempo, mentre alcuni parlavano del tempio, che era ornato di belle pietre e di doni votivi, Gesù disse: «Verranno giorni nei quali, di quello che vedete, non sarà lasciata pietra su pietra che non sarà distrutta».
Gli domandarono: «Maestro, quando dunque accadranno queste cose e quale sarà il segno, quando esse staranno per accadere?». Rispose: «Badate di non lasciarvi ingannare. Molti infatti verranno nel mio nome dicendo: “Sono io”, e: “Il tempo è vicino”. Non andate dietro a loro! Quando sentirete di guerre e di rivoluzioni, non vi terrorizzate, perché prima devono avvenire queste cose, ma non è subito la fine».
Poi diceva loro: «Si solleverà nazione contro nazione e regno contro regno, e vi saranno in diversi luoghi terremoti, carestie e pestilenze; vi saranno anche fatti terrificanti e segni grandiosi dal cielo.
 
Parola del Signore.
 
Segni premonitori della distruzione di Gerusalemme (21,10-11) - Alois Stöger (Vangelo secondo Luca): Poi disse loro: «Si solleverà popolo contro popolo e regno contro regno; vi saranno grandi terremoti e, in vari luoghi, carestie e pestilenze, e verranno dal cielo spaventosi eventi e segni portentosi».
Il discorso introduce delle novità. Esso annuncia dei segni. Vi sono delle oscurità in queste parole. A quanto pare, Luca le spiega come segni della distruzione di Gerusalemme e del tempio. Egli dà uno sguardo retrospettivo agli avvenimenti e sa che la catastrofe si era annunciata con dei segni premonitori. La parola di Gesti, annunciante appunto questi ultimi, si è adempiuta.
I segni riguardano tutto ciò che circonda l’uomo. Attorno a lui vacilla ogni cosa che serve ad assicurargli la vita. L’ordine pacifico viene sommerso da guerre tra i vari popoli; la stabilità della terra è scossa da terremoti; l’esistenza è messa in forse dalla carestia e dalle pestilenze; l’ordine dei corpi celesti è sconvolto da spaventevoli apparizioni. Non sappiamo da quali avvenimenti della storia a lui contemporanea Luca deducesse l’avveramento di queste predizioni. Pensava forse alle guerre scatenate dalle rivolte delle legioni romane? Forse alla situazione confusa creatasi in Palestina prima dello scoppio della guerra giudaica? Alle notizie di terremoti che in quel tempo avevano devastato la Frigia? Egli conosce certamente la carestia che aveva imperversato sotto l’imperatore Claudio (cf. Atti, 11, 28). Secondo la tradizione giudaica, nell’anno 66 compare sulla città di Gerusalemme un astro in forma di spada; una cometa brilla in cielo per un anno intero. Sei giorni dopo lo scoppio della guerra giudaica sembra che in cielo si rincorrano dei carri di guerra. Nella festa di Pentecoste di questo stesso anno, i sacerdoti nel tempio sentono un grido notturno con queste parole: «Andiamo via da questo luogo!». Marco ha visto in questi segni premonitori «l’inizio delle doglie» che inaugurano «la rinascita del mondo» (Mt. 19, 28) e il suo rinnovamento per intervento di Dio. Sebbene Luca leggesse queste cose nel modello che teneva davanti a sé, egli non ne parla affatto, ma spiega questi segni non come inizio dei guai che verranno alla fine dei tempi, ma come prodromi della caduta di Gerusalemme, e interpreta la profezia mediante avvenimenti storicamente accaduti. Il corso della storia non viene stabilito soltanto da cause insite nel mondo, ma dal consiglio di Dio. Anche se vista così, la storia nasconde in sé molti misteri.
 
Il falso messianismo - “Guardate di non lasciarvi ingannare. Molti verranno sotto il mio nome”. Queste parole di Gesù sono state sempre attuali nella storia millenaria della Chiesa. Però mai come oggi acquistano un sapore più amaro. Mai come oggi l’uomo, il credente, i cristiani, sono assediati da innumerevoli falsi messia. Quante sette, o sedicenti movimenti cristiani, preannunciano come imminente la venuta del Signore, seminando quasi sempre il terrore, la tristezza, la paura, la paralisi della fede.
Gesù ci dice: “Non seguiteli”. Anche san Pietro ha dovuto fare i conti con gente simile. In una sua lettera leggiamo: “Questo anzitutto dovete sapere; che verranno negli ultimi giorni schernitori beffardi, i quali si comporteranno secondo le proprie passioni, e diranno: «Dov’è la promessa della sua venuta? Dal giorno in cui i nostri padri chiusero gli occhi tutto rimane come al principio della creazione»” (2Pt 3,3-4). A questa contestazione l’apostolo risponde con parole che dovrebbero sconvolgere il nostro cuore: “Una cosa  però non dovete perdere di vista, carissimi: davanti al Signore un giorno è come mille anni e mille anni come un giorno solo. Il Signore non ritarda nell’adempire la sua promessa, come certuni credono; ma usa pazienza verso di voi, non volendo che alcuno perisca, ma tutti abbiano modo di pentirsi” (2Pt 3,8-9).
Ai menagramo di tutti i tempi il cristiano risponde con la pazienza di Dio. Ai seminatori di tempesta, a tutti coloro che vorrebbero un Dio irato pronto a incenerire il perverso mondo, la Chiesa risponde con il suo amore e con l’amore del suo Dio. La fine del mondo non è il trionfo della impazienza di un Dio arrabbiato, ma il trionfo della vita sulla morte, della gioia sulla sofferenza. È il trionfo dell’amore gratuito e il giorno della misericordia infinita; sarà anche un giorno di giustizia piena e totale, ma a giudicarci sarà l’Amore e ci giudicherà sull’amore (Cf Mt 25,31-46). E il Signore vuole che tutti gli uomini entrino nella sua gioia, ecco perché ritarda e usa pazienza. Il modo migliore per attendere Cristo giudice è quello di chiamarlo e desiderarlo come facevano i primi cristiani: “Vieni, Signore Gesù”.
 
Terra nuova e cielo nuovo - Gaudium et spes n. 39: Ignoriamo il tempo in cui avranno fine la terra e l’umanità e non sappiamo in che modo sarà trasformato l’universo. Passa certamente l’aspetto di questo mondo, deformato dal peccato. Sappiamo però dalla Rivelazione che Dio prepara una nuova abitazione e una terra nuova, in cui abita la giustizia, e la cui felicità sazierà sovrabbondantemente tutti i desideri di pace che salgono nel cuore degli uomini.
Allora, vinta la morte, i figli di Dio saranno risuscitati in Cristo, e ciò che fu seminato in infermità e corruzione rivestirà l’incorruttibilità; resterà la carità coi suoi frutti, e sarà liberata dalla schiavitù della vanità tutta quella realtà che Dio ha creato appunto per l’uomo.
Certo, siamo avvertiti che niente giova all’uomo se guadagna il mondo intero ma perde se stesso. Tuttavia l’attesa di una terra nuova non deve indebolire, bensì piuttosto stimolare la sollecitudine nel lavoro relativo alla terra presente, dove cresce quel corpo della umanità nuova che già riesce ad offrire una certa prefigurazione, che adombra il mondo nuovo.
Pertanto, benché si debba accuratamente distinguere il progresso terreno dallo sviluppo del regno di Cristo, tuttavia, tale progresso, nella misura in cui può contribuire a meglio ordinare l’umana società, è di grande importanza per il regno di Dio. Ed infatti quei valori, quali la dignità dell’uomo, la comunione fraterna e la libertà, e cioè tutti i buoni frutti della natura e della nostra operosità, dopo che li avremo diffusi sulla terra nello Spirito del Signore e secondo il suo precetto, li ritroveremo poi di nuovo, ma purificati da ogni macchia, illuminati e trasfigurati, allorquando il Cristo rimetterà al Padre «il regno eterno ed universale: che è regno di verità e di vita, regno di santità e di grazia, regno di giustizia, di amore e di pace».
Qui sulla terra il regno è già presente, in mistero; ma con la venuta del Signore, giungerà a perfezione.
 
La vicinanza delle guerre - Massimo di Torino (Sermoni 85, 1): Forse, fratelli, siete tentati perché sentiamo dire continuamente che avvengono tumulti di guerra e incursioni di combattenti; e il fatto che avvengano in questi nostri tempi potrebbe forse tentare maggiormente la vostra carità. Ma il motivo è questo, che cioè, quanto più vicini siamo alia rovina del mondo, tanto più siamo vicini al regno del Salvatore.
Lo stesso Signore dice: Negli ultimi giorni una nazione si solleverà contro un’altra e un regno contro un altro regno. Quando vedrete guerre, terremoti, carestie, sappiate che il regno è vicino. Dunque questa vicinanza delle guerre dimostra che Cristo ci è più vicino.
 
Il Santo del Giorno - 25 Novembre 2025 - Santa Caterina d’Alessandria. La fede è il volto di una giovane il cui coraggio cambia la storia: La fede cristiana è una forza capace di andare controcorrente, di resistere alle intemperie del mondo. È portatrice di bellezza ed energia, motore di una trasformazione che cambia la storia e porta l’umanità verso l’abbraccio dell’infinito amore di Dio. C’è tutto questo dietro alla vicenda di santa Caterina d’Alessandria, giovane martire diciottenne, il cui profilo biografico è affidato più alla tradizione popolare che ai documenti storici, ma il cui culto radicato parla di una devozione antica che continua a ispirare molti. Quando nel 305 Massimino Daia fu proclamato “cesare” per l’Oriente, ad Alessandria vi furono grandi festeggiamenti, che prevedevano anche riti pagani, come l’offerta in sacrificio di animali, un obbligo cui erano sottoposti tutti i sudditi. Caterina, che era figlia di una famiglia nobile, non solo non volle compiere i sacrifici prescritti ma si presentò con coraggio a palazzo e chiese a Massimino di riconoscere in Gesù Cristo l’unico salvatore dell’umanità. L’uomo, allora, non riuscendo a convincerla propose alla giovane il matrimonio, al quale Caterina si oppose senza esitazione. Fu quindi condannata a morire straziata da una ruota dentata, ma fu miracolosamente salvata e per questo venne poi decapitata. Secondo il racconto leggendario alcuni angeli avrebbero portato il suo corpo da Alessandria fino al Sinai, dove ancora oggi l’altura vicina a Gebel Musa (Montagna di Mosè) porta il nome di Gebel Katherin.  (Matteo Liut)
 
Dio onnipotente,
che ci dai la gioia di partecipare ai divini misteri,
non permettere che ci separiamo mai da te,
fonte di ogni bene.
Per Cristo nostro Signore.