25 Febbraio 2025
 
Martedì VII Settimana T. O.
 
Sir 2,1-13 (NV); Salmo Responsoriale Dal Salmo 35 (37); Mc 9,30-37
 
Colletta
Il tuo aiuto, Dio onnipotente,
ci renda sempre attenti alla voce dello Spirito,
perché possiamo conoscere ciò che è conforme alla tua volontà
e attuarlo nelle parole e nelle opere.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
Catechismo della Chiesa Cattolica 2847 Lo Spirito Santo ci porta a discernere tra la prova, necessaria alla crescita dell’uomo interiore in vista di una «virtù provata», e la tentazione, che conduce al peccato e alla morte. Dobbiamo anche distinguere tra «essere tentati» e «consentire» alla tentazione. Infine, il discernimento smaschera la menzogna della tentazione: apparentemente il suo oggetto è «buono, gradito agli occhi e desiderabile» (Gn 3,6), mentre, in realtà, il suo frutto è la morte.  
«Dio non vuole costringere al bene: vuole persone libere [...]. La tentazione ha una sua utilità. Tutti, all’infuori di Dio, ignorano ciò che l’anima nostra ha ricevuto da Dio; lo ignoriamo perfino noi. Ma la tentazione lo svela, per insegnarci a conoscere noi stessi e, in tal modo, a scoprire ai nostri occhi la nostra miseria e per obbligarci a rendere grazie per i beni che la tentazione ci ha messo in grado di riconoscere».  
 
I Lettura: L’Antico Testamento Siracide (Paoline): 2,1 Figlio. Secondo un uso molto frequente nella letteratura sapienziale non solo biblica ma di tutto il Vicino Oriente antico, il maestro iniziava spesso la sua lezione rivolgendosi all’allievo con l’appellativo di “figlio” (teknon). In ambito scolastico ed educativo, questo rapporto tra insegnante e studente era in pratica assimilato a un legame paterno, data la funzione esercitata di istruire e correggere, consigliare e ammonire, come appunto fa un padre che vuole il bene dei propri figli.
Anche in Sir si ritrova dunque più volte questo vocativo, prevalentemente al singolare (3,12.17; 4,1; 6,18.23.32; 10,28; 11,10; 14,11; 31,22), ma anche al plurale (3,1; 23,7; 39,13; 41,14).
• preparati alla tentazione. Il tema della seconda unità letteraria (2,1-18) è, in senso lato, la “prova” (peirasmos), difficile da sopportare e da vincere senza l’aiuto di Dio (6). Ma chi teme il Signore deve avere il coraggio e la sapienza di imparare ad accettarla, non come punizione, bensì come esercizio educativo per fortificare se stesso nella fedeltà. È quanto più avanti si dice di Abramo, lodato perché “nella prova fu trovato fedele” (44,20).
2,2 non ti smarrire. L’esortazione a non lasciarsi sfuggire di mano il timone della vita nel tempo delle avversità si collega a quella precedente di mantenere il cuore “retto” e di perseverare nello sforzo fino a superare la prova.
2,3 Sta’ unito a lui. La stretta unione con Dio presuppone l’affidamento e la speranza che vengono richiamati al
v.6 .
• esaltato ... ultimi giorni. Si affaccia qui l’idea della ricompensa finale come premio che attende chi resta  fedele al Signore.
2,5 con il fuoco si prova l’oro. Si ricorre alle immagini tradizionali del fuoco purificatore e del crogiuolo per ricordare che il dolore e la sventura sono un mezzo per liberare il metallo prezioso dalle scorie impure: ossia per verificare se la fede e la fedeltà al Signore sono tali da resistere anche alle prove più dure.
2,6 segui la via diritta. Letteralmente l’invito è a “mantenere diritta” o a “raddrizzare” (euthynō) la via: ad osservare, cioè, i precetti della Legge e a tenere una condotta degna di chi veramente confida nel Signore.
2,7 aspettate la sua misericordia. Fa la sua comparsa la “misericordia” (eleos): prerogativa di Dio (11) e riflesso della sua grandezza (18). Essa è la speranza dell’uomo che crede (6), non solo per i benefici che procura (8-9), ma per la sussistenza stessa della vita, che dalla misericordia riceve continuamente perdono e salvezza (11).
2,10 Considerate le generazioni passate. Per avvalorare le sue affermazioni circa l’utilità dell’affidarsi a Dio, Ben Sira richiama l’esperienza del passato, chiedendosi in forma retorica se mai qualcuno che abbia sperato in
Dio sia mai rimasto deluso o abbandonato. La domanda anticipa già la risposta negativa e, come altrove (cfr. ad es., Gb 4,7; Sal 22,5-6; 37,25), viene posta al centro ed esaltata la bontà misericordiosa del Signore (11), già solennemente proclama davanti a Mosè (Es 34,6-7).

Vangelo
Il Figlio dell’uomo viene consegnato. Se uno vuole essere il primo, sia il servitore di tutti.
 
Marco presenta la missione di Gesù alla luce del progetto di salvezza di Dio. Un progetto che necessariamente deve passare attraverso la croce e la morte del Figlio di Dio. Un discorso che risulta ostico agli stessi Apostoli.
È da sottolineare il verbo consegnare. Esso indica il progetto che Dio ha pensato per gli uomini: «per la loro salvezza Dio “consegna” Gesù nelle loro mani. Gesù, infatti, non è stato tradito ... solo da Giuda o dagli Anziani, ma è stato “consegnato” a morte da Dio stesso. Gesù non è stato ucciso [nel senso teologico] dai contemporanei [anche se storicamente essi hanno preso parte al consumarsi di questa morte], ma dalle “mani” di ogni uomo [= dai suoi peccati] alle quali Dio ha consegnato Gesù» (Don Primo Gironi).
 
Dal Vangelo secondo Marco
Mc 9,30-37
 
In quel tempo, Gesù e i suoi discepoli attraversavano la Galilea, ma egli non voleva che alcuno lo sapesse. Insegnava infatti ai suoi discepoli e diceva loro: «Il Figlio dell’uomo viene consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno; ma, una volta ucciso, dopo tre giorni risorgerà».
Essi però non capivano queste parole e avevano timore di interrogarlo.
Giunsero a Cafàrnao. Quando fu in casa, chiese loro: «Di che cosa stavate discutendo per la strada?». Ed essi tacevano. Per la strada infatti avevano discusso tra loro chi fosse più grande.
Sedutosi, chiamò i Dodici e disse loro: «Se uno vuole essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servitore di tutti».
E, preso un bambino, lo pose in mezzo a loro e, abbracciandolo, disse loro: «Chi accoglie uno solo di questi bambini nel mio nome, accoglie me; e chi accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato».
 
Parola del Signore.
 
La Bibbia di Navarra (I Quattro Vangeli): 30-32. Gesù Cristo, che pur si commuove vedendo le folle come pecore senza pastore (M: 9,36), tuttavia le lascia per dedicarsi all’istruzione accurata degli apostoli. Si ritira con loro in luoghi solitari e qui, con pazienza, spiega quei punti che essi non avevano inteso mentre predicava al popolo (Mt 13,36). In concreto, per la seconda volta, il Signore annunzia agli apostoli l’evento imminente della sua morte redentrice sulla Croce, alla quale farà seguito la Risurrezione. Nel suo rapporto con le anime Gesù si comporta allo stesso modo: chiama le anime a raccogliersi nella preghiera e, in questa sede, li istruisce intorno ai suoi disegni più reconditi e sugli aspetti più esigenti della vita cristiana. Successivamente, al pari degli apostoli, i cristiani saranno tenuti a seminare la dottrina del Signore fino agli estremi confini della terra.
34-35. Traendo occasione da una disputa svoltasi alle sue spalle, il Maestro addottrina i discepoli su come vada esercitata l’autorità nella Chiesa: non al modo di un dominatore, ma di chi serve. Egli, nell’adempiere la sua missione di fondare la Chiesa di cui è capo e legislatore supremo, è venuto a servire e non a essere servito (Mt 20,28). Chi non persegue questo atteggiamento di servizio disinteressato, oltre a non possedere una delle più efficaci disposizioni per il retto esercizio dell’autorità, si espone al rischio di farsi trascinare dall’ambizione del potere, dalla superbia e dall’arbitrio. «Essere a capo di un’opera d’apostolato vuoi dire essere disposto a soffrire tutto, di tutti, con infinita carità» (Cammino, n. 951).
36-37. Gesù, per insegnare icasticamente agli apostoli l’abnegazione e l’umiltà di cui hanno bisogno nell’esercizio del loro ministero, prende un bambino, l’abbraccia e spiega il significato di questo gesto: accogliere in nome e per amore di Cristo coloro che, come quel bambino, sono irrilevanti agli occhi del mondo, significa accogliere Cristo stesso e il Padre che l’ha inviato. Nel bambino che Gesù abbraccia sono rappresentati tutti i bambini del mondo, come pure tutti gli uomini bisognosi - gli emarginati, i poveri, gli ammalati - nei quali non si rinviene alcunché di singolare o d’importante da ammirare.
 
BAMBINO - Léon. Roy (Dizionario di Teologia Biblica): Come tutti i popoli sani, Israele vede nella fecondità un segno della benedizione divina: i bambini sono «la corona degli anziani » (Prov 17,6), i figli sono «rampolli di olivi attorno alla mensa» (Sal 128, 3).
Tuttavia, a differenza di taluni moderni, gli autori biblici non dimenticano che il bambino è un essere incompiuto e sottolineano l’importanza di una ferma educazione: la stoltezza è stretta al suo cuore (Prov 22, 15), il capriccio è la sua legge (cfr. Mt 11,16-19), e per non lasciarlo in balia di tutti i venti (Ef 4, 14) bisogna tenerlo sotto tutela (Gal 4, 1 ss). Di fronte a queste constatazioni sono tanto più notevoli le affermazioni bibliche sulla dignità religiosa del bambino.
I DIO ED I BAMBINI - Già nel VT il bambino, a motivo stesso della sua debolezza e della sua imperfezione native, appare come un privilegiato di Dio. Il Signore stesso è il protettore dell’orfano ed il vindice dei suoi diritti (Es 22,21ss; Sal 68,6); egli ha manifestato la sua tenerezza paterna e la sua preoccupazione pedagogica nei confronti di Israele «quando era bambino », al tempo dell’uscita dall’Egitto e del soggiorno nel deserto (Os 11, 14). I bambini non sono esclusi dal culto di Jahve, partecipano anche alle suppliche penitenziali (Gioe 2, 16; Giudit 4,10s), e Dio si prepara una lode dalla bocca dei bambini  e dei piccolissimi (Sal 8,2 s = Mt 21,16).
Lo stesso avverrà nella Gerusalemme celeste, dove gli eletti faranno l’esperienza dell’amore «materno» di Dio (Is 66,10-13). Già un salmista, per esprimere il suo abbandono fiducioso nel Signore, non aveva trovato di meglio che l’immagine del piccino che si addormenta sul seno della madre (Sal 131,2).
Più ancora, Dio non esita a scegliere taluni bambini come primi beneficiari e messaggeri della sua rivelazione e della sua salvezza: il piccolo Samuele accoglie la parola di Jahve e la trasmette fedelmente (1Sam 1-3); David è scelto a preferenza dei suoi fratelli maggiori (1Sam 16, 1-13); il giovane Daniele si dimostra più sapiente degli anziani di Israele salvando Susanna (Dan 13,44-50).
Infine, un vertice della profezia messianica è la nascita di Emmanuel, segno di liberazione (Is 7,14 ss); ed Isaia saluta il bambino regale che, assieme al regno di David, ristabilirà il diritto e la giustizia (9, 1-6).
II. GESÙ ED I BAMBINI - Non era perciò conveniente che, per inaugurare la nuova alleanza, il Figlio di Dio si facesse bambino? Luca ha notato con cura le tappe dell’infanzia così percorse: neonato del presepio (Lc 2, 12), piccino presentato al tempio (2,27), bambino sottomesso ai genitori, e tuttavia misteriosamente indipendente da essi nella sua dipendenza dal Padre suo (2,43-51).
Fatto adulto, Gesù nei confronti dei bambini adotta lo stesso comportamento di Dio.
Come aveva dichiarato beati i poveri, cosi benedice i bambini (Mc 10,16), rivelando in tal modo che essi sono, gli uni e gli altri, atti ad entrare nel regno; i bambini simboleggiano i discepoli autentici, «il regno dei cieli appartiene a quelli che sono come loro» (Mt 19,14 par.). Di fatto si tratta di «accogliere il regno come bambini» (Mc 10 15), di riceverlo con tutta semplicità come un dono del Padre, invece di esigerlo come qualcosa di dovuto; bisogna «diventare come bambini» (Mt 18,3) ed acconsentire a «rinascere» (Gv 3,5) per accedere a questo regno. Il segreto della vera grandezza è «di farsi piccoli» come i bambini (Mt 18,4): questa è la vera umiltà, senza la quale non si può diventare figli del Padre celeste.
I veri discepoli sono precisamente i «piccolissimi», a cui il Padre ha voluto rivelare, come un tempo a Daniele, i suoi segreti nascosti ai sapienti (Mt 11,25s). D’altronde, nel linguaggio del vangelo, «piccolo» e «discepolo» sembrano talvolta termini equivalenti (cfr. Mt 10,42 e Mc 9,41). Beati coloro che accolgono uno di questi piccoli (Mt 18,5; cfr. 25,40), ma guai a chi li scandalizza o li disprezza (18,6. 10).
III LA TRADIZIONE APOSTOLICA - Paolo è soprattutto sensibile allo stato di imperfezione rappresentato dall’infanzia (1Cor 13,11; Gal 4,1; Ef 4,14). Invita i cristiani a proseguire la propria crescita per pervenire insieme alla «pienezza di Cristo» (Ef 4,12-16). Rimprovera ai Corinti il loro atteggiamento puerile (1Cor 3,1ss) e li mette in guardia contro una falsa concezione dell’infanzia spirituale, reagendo, a quanto pare, contro un’abusiva interpretazione delle parole di Gesù (1Cor 14,20; cfr. Mt 18,3 s). Paolo tuttavia non misconosce il privilegio dei piccoli: «Ciò che vi è di debole nel mondo è quanto Dio ha scelto» (1Cor 1,27s). Nella sua carità apostolica, si comporta lui stesso spontaneamente nei confronti dei neofiti, i suoi «piccoli», con la tenerezza di una madre (1Tess 2,7 s; Gal 4,19 s; cfr. 1 Cor 4,15).
Ebr 5,11-14 presenta un insegnamento analogo a proposito della legge della crescita inerente alla vita cristiana: non si tratta di fermarsi allo stadio di bambino che si nutre solo di latte; e se 1Piet 2,2 esorta i nuovi battezzati a desiderare, come dei neonati, il latte della Parola di Dio, è al fine di crescere per la salvezza. Quanto a Giovanni, egli non parla tanto dell’infanzia spirituale, quanto della nuova nascita dei figli adottivi di Dio (1Gv 3,1); ma al pari di Paolo, quando si rivolge ai suoi « piccoli » (1Gv 2,1.18; Gv 13,33) ha accenti paterni.
 
Clemente di Alessandria (Paedagogus, V, 16,1-17,3): [Gesù] Non si serve del termine “bambino” pensando all’età in cui si manca di intelligenza, come certuni hanno ritenuto. E quando dice: “Se non diverrete come questi bambini, non entrerete nel regno dei cieli” [Mt 18,3], non bisogna interpretarlo scioccamente. In effetti, noi non siamo più dei bambini che camminano carponi, non ci trasciniamo più sul suolo come prima, alla maniera di serpenti rotolandoci con tutto il nostro corpo nei desideri irragionevoli; al contrario, tesi verso l’alto con la nostra intelligenza, separati dal mondo e dai peccati, toccando appena la terra con la punta del piede, pur apparendo presenti in questo mondo, conseguiamo la santa sapienza. Questa, però, sembra una follia [cfr. 1Cor 1,18-22] a coloro che sono orientati alla malvagità. Sono davvero dei bambini coloro che riconoscono Dio come unico Padre, semplici, piccolini, puri»
 
Il Santo del giorno - 25 Febbraio 2025 - San Gerlando, Vescovo: Al vescovo Gerlando si deve la riorganizzazione della diocesi di Agrigento dopo la lunga occupazione musulmana che durò dall’829 al 1086. Secondo alcuni studiosi Gerlando era nativo di Besançon e fu nominato primicerio della «Schola cantorum» della chiesa di Mileto (Catanzaro) dal gran conte di Sicilia Ruggero I degli Altavilla. Dopo la riconquista di Agrigento dall’occupazione araba e il ristabilimento della gerarchia ecclesiastica nell’isola, Gerlando fu nominato dallo stesso conte, vescovo della città nel 1088. Venne consacrato a Roma da papa Urbano II. La sua opera di riorganizzazione della comunità cristiana di Agrigento, che oggi lo venera come patrono, lo portò in sei anni a costruire l’episcopio e la cattedrale, dedicati alla Madonna e a san Giacomo. A lui si deve la fortificazione del castello di Agrigento, che allora si chiamava Girgenti dal precedente nome arabo «Gergent». Partecipò al convegno di Mazara del 1098 e battezzò il signore arabo Chamud, chiamato poi Ruggero Achmet. Morì il 25 febbraio 1100. (Avvenire) 
 
Dio onnipotente,
il pegno di salvezza ricevuto in questi misteri
ci conduca alla vita eterna.
Per Cristo nostro Signore.
 
 
24 Febbraio 2025
 
Lunedì VII Settimana T. O.
 
Sir 1,1-10 (NV); Salmo Responsoriale Dal Salmo 92 (93); Mc 9,14-29
 
Colletta
Il tuo aiuto, Dio onnipotente,
ci renda sempre attenti alla voce dello Spirito,
perché possiamo conoscere ciò che è conforme alla tua volontà
e attuarlo nelle parole e nelle opere.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
Catechismo degli Adulti: Significato dei miracoli - [191] I miracoli di Gesù sono strettamente collegati alla sua predicazione. È sempre in cammino, infaticabile, per città e villaggi della Galilea, «predicando la buona novella del Regno e curando ogni sorta di malattie e di infermità nel popolo» (Mt 4,23). Affida ai discepoli la stessa duplice missione: «Li mandò ad annunziare il regno di Dio e a guarire gli infermi» (Lc 9,2). Predicazione e miracoli attestano e attuano la nuova venuta salvifica di Dio nella storia. La sua parola converte; la sua parola risana. Il messaggio è centrato sul regno di Dio; i miracoli ne lasciano intravedere la presenza, ne sono i segni trasparenti.
Il loro significato è molteplice. Dio si è fatto vicino in modo nuovo, per vincere il peccato, la malattia, la morte e ogni forma di male, per dare all’uomo la salvezza integrale, spirituale, corporea, sociale e cosmica, ora come in un anticipo e poi alla fine della storia in pienezza, facendo «nuove tutte le cose» (Ap 21,5). Gesù è il Messia, «colui che deve venire» (Mt 11,3). Il popolo, davanti a questi gesti divini è chiamato a credere e convertirsi.
La stessa riluttanza a compiere miracoli, che Gesù manifesta più volte, ha un suo significato. Egli vuole evitare che la gente strumentalizzi Dio ai propri interessi immediati. Per chi non cerca la comunione con Dio, ma unicamente i suoi benefici, il miracolo diventa fuorviante. Gesù esige almeno una fede iniziale, un’apertura al mistero. Alla folla curiosa e avida di prodigi si sottrae volentieri, appena capita l’occasione favorevole.
 
I Lettura: vv. 1,1-8 Questi versetti che aprono la prima parte del libro sono un inno alla sapienza e anticipano la più elaborata rappresentazione fatta dall’autore al cap. 24. Già questa prima unità consente tuttavia a Ben Sira di mettere dei punti fermi: la sapienza viene da Dio che l’ha creata (cfr. anche Gb 12,13; Pry 2,6; Sap 7,25-26; 9,4) e presso di lui dimora in eterno (1.4.7). Non è l’uomo, creatura mortale, che può conquistare la sapienza di Dio, ma è Dio che, di sua iniziativa, la dona “a quanti lo amano” (8).
 
Vangelo
Credo, Signore; aiuta la mia incredulità.
 
La scena evangelica di oggi - la guarigione di un giovane posseduto da uno spirito muto e sordo - avviene quando Gesù scende, con Pietro, Giacomo e Giovanni, dal monte della trasfigurazione alla pianura, dove lo aspettano gli altri discepoli insieme a molta folla con il solito codazzo di alcuni scribi. Con questo racconto, molto circostanziato e di grande realismo, continua la rivelazione di Gesù ai discepoli. Di fronte al popolo ammalato di incredulità Gesù esalta con forza l’onnipotenza risanatrice della fede in lui e della preghiera. La liberazione del fanciullo posseduto da uno “spirito muto e sordo” conclama la venuta del Regno di Dio e la disfatta dell’Inferno, ora avanza la Luce e le tenebre arretrano. L’insuccesso dei discepoli è dovuto alla mancanza di “preghiera”, il demonio è debellato da chi è in feconda comunione con Dio, comunione che si attua sopra tutto con la preghiera. L’esorcismo fa fare un salto di qualità al padre del fanciullo indemoniato: dal “Se tu puoi qualcosa...” passa a una fede piena “Credo, aiuta la mia incredulità”.

Dal Vangelo secondo Marco
Mc 9,14-29
 
In quel tempo, [Gesù, Pietro, Giacomo e Giovanni, scesero dal monte] e arrivando presso i discepoli, videro attorno a loro molta folla e alcuni scribi che discutevano con loro.
E subito tutta la folla, al vederlo, fu presa da meraviglia e corse a salutarlo. Ed egli li interrogò: «Di che cosa discutete con loro?». E dalla folla uno gli rispose: «Maestro, ho portato da te mio figlio, che ha uno spirito muto. Dovunque lo afferri, lo getta a terra ed egli schiuma, digrigna i denti e si irrigidisce. Ho detto ai tuoi discepoli di scacciarlo, ma non ci sono riusciti». Egli allora disse loro: «O generazione incredula! Fino a quando sarò con voi? Fino a quando dovrò sopportarvi? Portatelo da me». E glielo portarono.
Alla vista di Gesù, subito lo spirito scosse con convulsioni il ragazzo ed egli, caduto a terra, si rotolava schiumando. Gesù interrogò il padre: «Da quanto tempo gli accade questo?». Ed egli rispose: «Dall’infanzia; anzi, spesso lo ha buttato anche nel fuoco e nell’acqua per ucciderlo. Ma se tu puoi qualcosa, abbi pietà di noi e aiutaci». Gesù gli disse: «Se tu puoi! Tutto è possibile per chi crede». Il padre del fanciullo rispose subito ad alta voce: «Credo; aiuta la mia incredulità!».
Allora Gesù, vedendo accorrere la folla, minacciò lo spirito impuro dicendogli: «Spirito muto e sordo, io ti ordino, esci da lui e non vi rientrare più». Gridando, e scuotendolo fortemente, uscì. E il fanciullo diventò come morto, sicché molti dicevano: «È morto». Ma Gesù lo prese per mano, lo fece alzare ed egli stette in piedi.
Entrato in casa, i suoi discepoli gli domandavano in privato: «Perché noi non siamo riusciti a scacciarlo?». Ed egli disse loro: «Questa specie di demòni non si può scacciare in alcun modo, se non con la preghiera».
 
Parola del Signore.
 
«Credo, aiutami nella mia incredulità» - Basilio Caballero (La Parola per Ogni Giorno): La scena evangelica di oggi - guarigione di un bambino epilettico - avviene quando Gesù scende, con i suoi compagni, dal monte della trasfigurazione alla pianura, dove lo aspettano gli altri discepoli insieme a molta gente. Il racconto di Marco è circostanziato e di grande realismo.
La guarigione del bambino epilettico e sordomuto appare oggi come: a) una manifestazione pubblica del potere di Gesù sulla malattia e sul demonio; b) un invito alla fede in Cristo e alla preghiera; e un segno della sua risurrezione. Si noti che nel secondo spasmo epilettico, «il fanciullo diventò come morto, sicché molti dicevano: “È morto”. Ma Gesù, presolo per mano, lo sollevò ed egli si alzò in piedi». Entrambi i verbi, «sollevò» e «si alzò in piedi», sono precisamente i verbi che usa il greco del Nuovo Testamento per indicare la risurrezione di Gesù.
C m filo conduttore della sua narrazione, Marco mette in relazione la fede supplicante del padre del ragazzo con la mancanza di fede e di preghiera dei discepoli di Gesù, che non erano riusciti a guarire il malato. Fede e preghiera appaiono qui in stretta unione. Il padre del bambino crede nel potere di Gesù, però riconosce che la sua fede è debole; per questo prega il Signore che lo aiuti: «Credo, aiutami nella mia incredulità».
E alla mancanza di fede e di preghiera dei discepoli Gesù attribuisce il loro insuccesso. Quando essi gli chiedono in privato: «Perché noi non abbiamo potuto scacciarlo?», egli risponde: «Questa specie di demoni non si può scacciare in alcun modo, se non con la preghiera». In Matteo la spiegazione di Gesù ha un tono di rimprovero: «Per la vostra poca fede» (Mt 17,19). Di fatto, fede e preghiera si implicano e si sottintendono a vicenda nella vita cristiana.
Secondo alcuni autori, questo racconto evangelico deve essere letto in chiave battesimale, perché riflette una liturgia catecumenale. Così questo brano sottolinea fortemente il ruolo della fede nell’intervento della comunità (padre e discepoli) che fa da padrino al candidato (il bambino), come pure il passaggio a una vita nuova (guarigione), e infine le pratiche catecumenali della comunità primitiva (preghiera e digiuno) come disposizioni che, insieme alla fede, collaborano (opus operantis) all’efficacia del sacramento (opus optum), che non si produce per puro automatismo.
 
L’ostinazione, grandezza di Dio - Bruno Maggioni (Il racconto di Marco): «O generazione incredula! Fino a quando dovrò stare con voi? Fino a quando vi sopporterò? Portatemelo», Questa prima parola di Gesù non è rivolta solo al padre, ma ai discepoli e alla folla.
Neppure si limita al caso preciso: sembra, anzi, una valutazione di tutto ciò che Gesù ha fatto finora. Che cosa hanno prodotto la sua predicazione, la sua pazienza, i molti segni compiuti? Nulla! I discepoli non hanno una fede sufficiente per cacciare il demonio (poveri discepoli perennemente sconfitti!). La gente è avida di prodigi, come sempre, ma pur avendone già visti molti non ne capisce mai la lezione.Gli scribi hanno sempre prove dalla loro - sembra di vederli sorridere con sufficienza di fronte all’inutile tentativo dei discepoli - per metterlo in discussione.
Il rimprovero di Gesù non tradisce rabbia e tanto meno meraviglia, ma piuttosto sofferenza, stanchezza. Alcuni commentari vi scorgono nell’esclamazione di Gesù un’allusione ad alcuni testi celebri dell’A.T., quali Is 42, 14; 46, 4; 63, 15. È il lamento del profeta che si sente stanco della sua situazione - una situazione che sembra ripetersi senza fine, monotona, senza sbocchi e deluso di fronte a Dio che nasconde la sua potenza.
Ma con tutto questo Gesù ricomincia: non si ritira, non rifiuta il suo aiuto. Dice: portatemelo.
È in questa ostinazione la grandezza di Dio.
 
Credo; aiuta la mia incredulità! - Enzo Bianchi: Fede è credere che là dove l’uomo verifica il suo limite, la sua impotenza, il suo peccato, Dio può manifestare la sua potenza.
Fede è dunque cessare di confidare nell’uomo per mettere la fiducia in Dio ... La fede è l’atto con cui l’uomo rinuncia a contare su di sé, a cercare la sua realizzazione, a fidarsi di se stesso e si dichiara pronto a ricevere tutto da Dio.
Non è dunque l’uomo che attraverso la fede agisce sulla sua salvezza sulla sua vita: è Dio che opera. Ma l’atto di fede è necessario all’intervento di Dio e Gesù lega l’uno all’altro: «La tua fede ti ha salvato». L’uomo è incapace di valutare la fede in modo adeguato e ciò che l’uomo chiama poca fede, incredulità, apistia, può essere agli occhi di Gesù già fede. La fede non è misurabile, poiché la fede debole è già fede nella sua totalità: non è la grandezza della fede che ottiene il miracolo, ma è la potenza di Dio all’opera in Gesù Cristo.
 
Quando lo afferra, lo getta al suolo ed egli schiuma, digrigna i denti e si irrigidisce - Minucio Felice, L’Ottavio 26, 8-27, 6: Il demonio ha il potere di condurre gli uomini alla perdizione. Questi spiriti, dopo aver perduto quella semplicità che è loro propria per natura, vinti dal peso dei vizi, per consolarsi della loro disgrazia, non smettono, ormai persi nel peccato, di spingere gli altri alla perdizione, e ormai depravati non smettono di infondere negli altri l’errore della pravità, e scacciati da Dio non smettono di deviare gli altri sotto la spinta di false credenze ... Quando sono scacciati in nome dell’unico e vero Dio, contro la loro volontà si chiudono impauriti nei loro miseri corpi: e o ne sono immediatamente allontanati, o compaiono gradatamente, in base all’aiuto che la fede del paziente può offrire o in virtù della grazia di colui che guarisce.

Il Santo del Giorno - 24 Febbraio 2025 - San Sergio di Cesarea. La profezia dell’amore vince le logiche del mondo: Quanto deboli sono le nostre divinità personali? Immagini sbiadite di Dio, di quel Dio che non ci vuole schiavi delle nostre ideologie ma testimoni di un amore infinito. Troppe volte, però, la violenza delle ideologie cerca di prendere il sopravvento. La soluzione è affidarsi alla forza profetica del Vangelo, così come fece, tra gli altri, anche san Sergio di Cesarea. Secondo una «Passio» latina, Sergio era un anziano magistrato, che aveva abbandonato la toga per ritirarsi a vita da eremita. Al tempo dell’imperatore Diocleziano, però, il governatore dell’Armenia e della Cappadocia, Sapricio, trovandosi in città, convocò tutti i cristiani di Cesarea, perché prendessero parte alle celebrazioni pagane in onore di Giove. Tra loro c’era anche Sergio, ma quando apparve in mezzo alla gente i fuochi accesi per rendere onore alla divinità pagana si spensero improvvisamente. Subito la colpa dello strano fenomeno venne data ai cristiani, ma Sergio spiegò che lo spegnersi di quei fuochi era il segno dell’impotenza e della vacuità degli dei pagani davanti al Dio dei cristiani, l’unico e vero Dio. Per questo l’anziano venne subito arrestato, condannato e decapitato.  (Matteo Liut)
 
Dio onnipotente,
il pegno di salvezza ricevuto in questi misteri
ci conduca alla vita eterna.
Per Cristo nostro Signore.
 
 23 Febbraio 2025
 
VII Domenica T. O.
 
1Sam 26,2.7-9.12-13.22-23; Salmo Responsoriale Dal Salmo 102 (103); 1Cor 15,45-49; Lc 6,27-38
 
Colletta
Il tuo aiuto, Dio onnipotente,
ci renda sempre attenti alla voce dello Spirito,
perché possiamo conoscere ciò che è conforme alla tua volontà
e attuarlo nelle parole e nelle opere.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
Dives in misericordia n. 14: Gesù Cristo ha insegnato che l’uomo non soltanto riceve e sperimenta la misericordia di Dio, ma che è pure chiamato a «usar misericordia» verso gli altri: «Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia». La Chiesa vede in queste parole un appello all’azione e si sforza di praticare la misericordia. Se tutte le beatitudini del Discorso della montagna indicano la via della conversione e del cambiamento della vita, quella che riguarda i misericordiosi è a tale proposito particolarmente eloquente. L’uomo giunge all’amore misericordioso di Dio, alla sua misericordia, in quanto egli stesso interiormente si trasforma nello spirito di tale amore verso il prossimo.
Questo processo autenticamente evangelico non è soltanto una svolta spirituale realizzata una volta per sempre, ma è tutto uno stile di vita, una caratteristica essenziale e continua della vocazione cristiana. Esso consiste nella costante scoperta e nella perseverante attuazione dell’amore come forza unificante ed insieme elevante, nonostante tutte le difficoltà di natura psicologica e sociale; si tratta infatti di un amore misericordioso che per sua essenza è amore creatore. L’amore misericordioso, nei rapporti reciproci tra gli uomini, non è mai un atto o un processo unilaterale. Perfino nei casi in cui tutto sembrerebbe indicare che soltanto una parte sia quella che dona ed offre, e l’altra quella che soltanto riceve e prende (ad esempio, nel caso del medico che cura, del maestro che insegna, dei genitori che mantengono ed educano i figli, del benefattore che soccorre i bisognosi), in verità tuttavia anche colui che dona viene sempre beneficato. In ogni caso, anche questi può facilmente ritrovarsi nella posizione di colui che riceve, che ottiene un beneficio, che prova l’amore misericordioso, che si trova ad essere oggetto di misericordia.
 
I Lettura: Saul, posseduto da «un cattivo spirito sovrumano», (1Sam 18,10), aveva già tentato di ammazzare Davide. Ora, lo insegue nel deserto di Zif, una località distante circa 7 Km da Ebron. Davide, nonostante fosse tanto caparbiamente perseguitato, risparmia Saul e lo salva da una sicura morte. Davide perdona perché propenso all’amore e al perdono, ma anche perché il re Saul è un «consacrato del Signore» e stendere la mano sull’unto del Signore sarebbe stata una grave mancanza (Sal 105 [104],15). In questo modo, nel brano veterotestamentario, viene illustrato il precetto di amare i nemici che poi, nel Nuovo Testamento, da Gesù verrà dettato come norma squisitamente cristiana.
 
II Lettura: Come Adamo «divenne un essere vivente» (Gen 2,7) e fonte della vita biologica, così Cristo Gesù, nella sua risurrezione, diviene uno spirito vivificante («spirito datore di vita»), che invia lo Spirito Santo e rende gli uomini partecipi della sua vita risuscitata e gloriosa. I battezzati già ora sono partecipi della vita del Signore risorto, tuttavia è un processo di glorificazione continuamente in atto: «... noi tutti, a viso scoperto, riflettendo come in uno specchio la gloria del Signore, veniamo trasformati in quella medesima immagine, di gloria in gloria, secondo l’azione dello Spirito del Signore» (2Cor 3,18).
 
Vangelo
Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso
 
Il brano evangelico di oggi, dal punto di vista del contenuto, «si presenta collegato all’ultima beatitudine e all’ultima maledizione. Ecco la struttura del brano: - prima il superamento della legge del taglione [vv. 27-31], - poi segue l’invito alla carità sul modello di Dio [vv. 32-36], - il tutto si chiude con una sollecitudine a non giudicare [vv. 37-38]. Sarà utile notare che come la seconda parte termina con un’affermazione solenne di Gesù [v. 36] così anche la prima si chiude con la cosiddetta regola d’oro [v. 31]» (Carlo Ghidelli).
 
Dal vangelo secondo Luca
Lc 6,27-38
 
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: 
«A voi che ascoltate, io dico: amate i vostri nemici, fate del bene a quelli che vi odiano, benedite coloro che vi maledicono, pregate per coloro che vi trattano male. A chi ti percuote sulla guancia, offri anche l’altra; a chi ti strappa il mantello, non rifiutare neanche la tunica. Da’ a chiunque ti chiede, e a chi prende le cose tue, non chiederle indietro.
E come volete che gli uomini facciano a voi, così anche voi fate a loro.
Se amate quelli che vi amano, quale gratitudine vi è dovuta? Anche i peccatori amano quelli che li amano. E se fate del bene a coloro che fanno del bene a voi, quale gratitudine vi è dovuta? Anche i peccatori fanno lo stesso. E se prestate a coloro da cui sperate ricevere, quale gratitudine vi è dovuta? Anche i peccatori concedono prestiti ai peccatori per riceverne altrettanto. Amate invece i vostri nemici, fate del bene e prestate senza sperarne nulla, e la vostra ricompensa sarà grande e sarete figli dell’Altissimo, perché egli è benevolo verso gli ingrati e i malvagi.
Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso.
Non giudicate e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati; perdonate e sarete perdonati.
Date e vi sarà dato: una misura buona, pigiata, colma e traboccante vi sarà versata nel grembo, perché con la misura con la quale misurate, sarà misurato a voi in cambio».
 
Parola del Signore.
 
Amate i vostri nemici - Non sempre l’amore ha animato le relazioni tra gli uomini. Raramente anche in Israele. Nell’Antico Testamento, incalzante è il monito rivolto agli Israeliti ad amare tutti, anche i forestieri: «Amerai [il forestiero] come te stesso perché anche voi siete stati forestieri nel paese d’Egitto. Io sono il Signore, vostro Dio» (Lev 19,34). Un tesoro sciupato perché, il più delle volte, rimase incastonato solamente nella dorata cornice liturgica: un memoriale perché ogni generazione ricordasse il peccato del popolo, la sua dura schiavitù in terra straniera e la liberazione potente operata da Dio misericordioso.
A dilapidare questo tesoro ci pensò poi la tradizione umana che con il tempo aveva preso il sopravvento sulla legge di Dio (Mt 15,1-9).
Gesù, Parola del Padre, viene a purificare il fondo del cuore dell’uomo liberandolo dall’odio, dalla grettezza della mente, dall’usura, dal giudizio temerario, dalla incapacità del perdono.
Opere della carne (Gal 5,19-21: fornicazione, impurità, libertinaggio, idolatria, stregonerie, inimicizie, discordia, gelosia, dissensi, divisioni, fazioni, invidie, ubriachezze, orge e cose del genere) alle quali Gesù contrappone le opere dell’amore e che troviamo codificate nell’insegnamento paolino come opere dello Spirito: «Il frutto dello Spirito invece è amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé» (Gal 5,22).
Questa liberazione dall’egoismo e dalla grettezza della carne operata dal Verbo è piena risposta all’angosciante grido di Paolo: «Chi potrà liberarmi da questo corpo votato alla morte?» (Rom 7,24).
Tutto è grazia, ma anche fatica e sollecita risposta umana. È perentorio corrispondere al dono di Dio.
Nel brano evangelico, Gesù indica esplicitamente due strade per arrivare a questa liberazione. Innanzi tutto, guardare al Padre, - Siate misericordiosi, come è misericordioso il Padre -; guardare a Lui, fissare gli occhi sul suo cuore: «Imparate da me, che sono mite e umile di cuore» (Mt 11,29). Poi, offrire il proprio corpo marcio alla incisione del divino chirurgo perché il pietoso medico possa incidere la carne in putrefazione e fare scaturire il pus che avvelena il cuore e la mente dell’uomo.
Perché nulla resti nel campo della teoria, Gesù chiede praticamente che l’uomo, vincendo se stesso, ami i suoi nemici; domanda di fare del bene e prestare senza sperare nulla in contraccambio; di essere misericordioso, di non giudicare, di non condannare, di perdonare, di dare abbondantemente: proposte tutte terribilmente concrete, opere che attraversano il quotidiano dell’uomo: «Vicino a te è la parola, sulla tua bocca e nel tuo cuore: cioè la parola della fede che noi predichiamo» (Rom 10,8).
Cristo non chiede cose spirituali o straordinarie, come la penitenza o la mortificazione, ma atteggiamenti concreti: la capacità nobile di relazionarsi con il prossimo; una vittoria totale sull’io e, infine, aprire il cuore, la mente, l’anima alla potente, vivificante azione dello Spirito Santo.
In tal modo, Luca, con questa impareggiabile pagina, educa i missionari di tutti i tempi: coloro che portano la Parola non stiano a fantasticare, ma annuncino la vera, Buona Notizia che vuole sanare globalmente l’uomo: il Vangelo che promette il Paradiso e la beatitudine della pace già in questa terra, pace con se stessi, pace con il mondo circostante, pace con Dio (Lc 1,79; 2,14).
Il servo della Parola, colui che è mandato ad annunciare la Parola di Dio sino agli estremi confini della terra, se vuole assolvere fedelmente il suo mandato deve essere un uomo riconciliato con se stesso, con i fratelli e con Dio. E la riconciliazione ha unicamente il fragrante sapore dell’amore.
 
La misericordia - Carlo Tomasini (Misericordia in Schede Bibliche pastorali): Sul tema della misericordia di Dio, il Nuovo Testamento riprende l’insegnamento dell’Antico Testamento. Anzi, nel Nuovo Testamento l’attributo divino della misericordia acquista particolare rilievo, perché la buona novella, l’evento salvifico giunto al suo compimento in Cristo, è appunto una rivelazione di misericordia.
Maria, nel Magnificat, canta con le parole dei salmi la misericordia divina manifestatasi in lei (Lc 1,50); questa misericordia viene legata alla sua fedeltà, e quindi richiama l’idea del patto: «Ha soccorso Israele, suo servo, ricordandosi della sua misericordia» (Lc 1,54).
Di questa misericordia si dice che Dio è “ricco” (Ef 2,4); questa misericordia viene detta “grande” (1Pt 1,3). La misericordia divina si manifesta con l’aiuto nelle necessità fisiche; così l’uomo che era stato indemoniato viene esortato ad annunciare come frutto della misericordia divina la sua guarigione (Mc 5,19).
Il ministero apostolico di Paolo viene più volte descritto come un frutto della divina misericordia, che liberamente lo ha chiamato e lo ha scelto per fare di lui una manifestazione di essa (1Cor 7,25; 2Cor 4,1); uno scorcio particolarmente suggestivo di questa riflessione di Paolo su se stesso come oggetto di misericordia e sul significato di questa misericordia lo troviamo nella 1Tim 1,l3-16: «... io che per l’innanzi ero un bestemmiatore, un persecutore e un violento; ma mi è stata usata misericordia, perché agivo senza saperlo lontano dalla fede; e la grazia del nostro Signore ha sovrabbondato insieme alla fede e alla carità che sono in Cristo Gesù. È sicura questa affermazione e degna di essere accettata: Cristo Gesù venne nel mondo per salvare i peccatori, e di questi il primo sono io! Ma fu usata misericordia con me, perché Gesù Cristo volle dimostrare in me, per primo, tutta la sua longanimità, ad esempio di quanti avrebbero creduto in lui per avere la vita eterna».
La misericordia divina è vista qui in quella che ne è la manifestazione più tipica, il perdono dei peccati. Ne viene vista l’espressione fondamentale, l’evento salvifico della redenzione di Cristo; e la chiamata dell’apostolo che era stato persecutore viene vista come un esempio di questo appello misericordioso ai peccatori.
Una più profonda riflessione teologica sulle caratteristiche della misericordia divina si trova in Rom 9,15-22. Si riprendono qui dei testi e delle tematiche dell’Antico Testamento per mostrare che la misericordia divina è assolutamente gratuita, si esercita secondo il divino beneplacito, e non le si può chieder conto dei criteri secondo i quali sceglie i suoi eletti.
Tutta la storia della salvezza è vista da Paolo sotto il segno della divina misericordia (Rom 11,30-32; 15,8; Tito 3,5).
Il giudizio finale viene visto come momento di misericordia per i giusti (Mt 5,7).
Cristo viene detto “misericordioso” in Ebr 2,17.
Tutto il suo atteggiamento si manifesta come una rivelazione della misericordia divina.
L’idea del Nuovo Testamento, che presenta Cristo come il rivelatore di Dio, si manifesta particolarmente per quanto riguarda questa caratteristica della misericordia. Tutto il Nuovo Testamento può essere considerato una rivelazione dell’amore misericordioso di Dio, manifestatosi in Gesù Cristo attraverso la morte redentrice che libera i peccatori dal loro stato di inimicizia con Dio. Ricordiamo solo un passo che ci manifesta in maniera tipica questo atteggiamento di Gesù verso gli uomini. Richiesto indirettamente dai farisei sulle motivazioni del suo stare a mensa coi pubblicani e coi peccatori, Gesù risponde: «Non sono i sani ad avere bisogno del medico, ma i malati. Andate a imparare che cosa significhi: Voglio la misericordia e non il sacrificio; non sono venuto infatti a chiamare i giusti ma i peccatori» (Mt 9,12-13).
Una sintesi sul pensiero e i sentimenti di Gesù verso l’umana miseria ci è data nel cap. 15° da Luca, noto come «il vangelo della misericordia»
 
Quattro imperativi: non giudicare - La pratica della misericordia - Agostino, Le Lettere 171a, 1: Orbene, il dovere della misericordia è duplice: consiste cioè nel risparmiare il castigo e nell’usare umanità, due cose che il Signore ha compendiato in questa breve massima: Perdonate, e vi sarà perdonato; date, e vi sarà dato. Quest’opera buona ha inoltre anche il potere di purificare il cuore, affinché - per quanto è consentito in questa vita - siamo capaci di scorgere, con l’intelligenza sgombra da impurità, l’immutabile sostanza di Dio. Siamo in realtà davanti a qualche ostacolo che deve essere eliminato, affinché il nostro sguardo si sgombri e possa penetrare la luce. Ecco perché il Signore dice: Preferite dare l’elemosina e tutto sarà puro per voi (Lv 11, 41).
In tal modo viene di conseguenza come sesta proprio la purificazione del cuore.

Il Santo del Giorno - 23 Febbraio 2025 - San Policarpo, Vescovo e Martire (Smirne [attuale Turchia], anno 69 - 23 febbraio 155): Nato a Smirne nell’anno 69 «fu dagli Apostoli stessi posto vescovo per l’Asia nella Chiesa di Smirne». Così scrive di lui Ireneo, suo discepolo e vescovo di Lione in Gallia. Policarpo viene messo a capo dei cristiani del luogo verso il 100. Nel 107 è testimone del passaggio per Smirne di Ignazio, vescovo di Antiochia, che va sotto scorta a Roma dove subirà il martirio. Policarpo lo ospita e più tardi Ignazio gli scriverà una lettera divenuta poi famosa. Nel 154 Policarpo va a Roma per discutere con papa Aniceto sulla data della Pasqua. Dopo il suo ritorno a Smirne scoppia una persecuzione. L’anziano vescovo (ha 86 anni) viene portato nello stadio, perché il governatore romano Quadrato lo condanni. Policarpo rifiuta di difendersi davanti al governatore, che vuole risparmiarlo, e alla folla, dichiarandosi cristiano. Verrà ucciso con la spada. Sono circa le due del pomeriggio del 23 febbraio 155.
 
Dio onnipotente,
il pegno di salvezza ricevuto in questi misteri
ci conduca alla vita eterna.
Per Cristo nostro Signore.
 
 
 
 
 
 22 Febbraio 2025
 
Cattedra di san Pietro Apostolo
 
1Pt 5,1-4; Salmo Responsoriale Dal Salmo 22 (23); Mt 16,13-19
 
Colletta
Dio onnipotente, concedi
che tra gli sconvolgimenti del mondo
non si turbi la tua Chiesa,
che hai fondato sulla roccia
della professione di fede dell’apostolo Pietro.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
Papa Francesco (Angelus 27 agosto 2023): «La gente chi dice che sia il Figlio dell’uomo?» (v. 13). È una domanda che possiamo farci anche noi: cosa dice la gente di Gesù? In genere cose belle: molti lo vedono come un grande maestro, come una persona speciale: buona, giusta, coerente, coraggiosa… Ma questo basta per capire chi è, e soprattutto basta a Gesù? Sembra di no. Se Egli fosse solo un personaggio del passato – come lo erano per la gente del tempo le figure citate nello stesso Vangelo, Giovanni Battista, Mosè, Elia e i grandi profeti – sarebbe solo un bel ricordo di un tempo che fu. E questo a Gesù non va. Perciò, subito dopo, il Signore pone ai discepoli la domanda decisiva: «Ma voi – voi! –, chi dite che io sia?» (v. 15). Chi sono io per voi, adesso? Gesù non vuole essere un protagonista della storia, ma vuole essere protagonista del tuo oggi, del mio oggi; non un profeta lontano: Gesù vuole essere il Dio vicino! […]
Cari fratelli e sorelle, sulla strada della vita non siamo soli, perché Cristo è con noi, Cristo ci aiuta a camminare, come ha fatto con Pietro e con gli altri discepoli. Proprio Pietro, nel Vangelo di oggi, lo comprende e per grazia riconosce in Gesù «il Cristo, il Figlio del Dio vivente» (v. 16): “Tu sei il Cristo, Tu sei il Figlio del Dio vivente”, dice Pietro; non è un personaggio del passato, ma il Cristo, cioè il Messia, l’atteso; non un eroe defunto, ma il Figlio di Dio vivente, fatto uomo e venuto a condividere le gioie e le fatiche del nostro cammino.
 
I Lettura: L’apostolo Pietro si rivolge agli anziani, che in altri contesti sono i presbiteri, ma qui potrebbe  conservare il suo significato etimologico di anziano. Una esortazione rivolta ai pastori, un invito ad essere dolci, pazienti, e sopra tutto disinteressati. Pietro, apostolo di Cristo, è stato testimone della sua passione, e questo dà al suo scritto il sigillo dell’autorità e della veridicità. 
 
Vangelo
Tu sei Pietro, a te darò le chiavi del regno dei cieli.
 
Il primato di Pietro è un potere per il bene della Chiesa, e poiché deve durare sino alla fine dei tempi, sarà trasmesso a coloro che gli succederanno nel corso dei secoli. Inferi, alla lettera «Ade» (in ebraico Sheol), designa il soggiorno dei morti (cfr. Num 16,33). Le potenze degli inferi, «evocano le potenze del Male che, dopo aver trascinato gli uomini nella morte del peccato, li incatena definitivamente nella morte eterna. Seguendo il suo Signore, morto, “disceso agli inferi” [1Pt 3,19] e risuscitato [At 2,27.31], la Chiesa avrà la missione di strappare gli eletti all’impero della morte, temporale ed eterna, per farli entrare nel regno dei cieli [cfr. Col 1,3; 1Cor 15,26; Ap 6,8; 20,13]» (Bibbia di Gerusalemme).
 
Dal vangelo secondo Matteo
Mt 16,13-19
 
In quel tempo, Gesù, giunto nella regione di Cesarèa di Filippo, domandò ai suoi discepoli: «La gente, chi dice che sia il Figlio dell’uomo?». Risposero: «Alcuni dicono Giovanni il Battista, altri Elìa, altri Geremìa o qualcuno dei profeti».
Disse loro: «Ma voi, chi dite che io sia?». Rispose Simon Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente».
E Gesù gli disse: «Beato sei tu, Simone, figlio di Giona, perché né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli. E io a te dico: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le potenze degli inferi non prevarranno su di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli: tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli».

Parola del Signore.
 
Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente - Cesarea di Filippo è l’antica città di Paneas al nord della Palestina, sulle pendici del monte Ermon. Quando Augusto nel 20 a.C. consegnò la regione al governo di Erode il grande, questi vi eresse un tempio in onore dell’imperatore romano. La costruzione della cittadina è da attribuire a Filippo, figlio di Erode, che la chiamò Cesarea in onore di Tiberio Cesare e vi si aggiungeva “di Filippo” per distinguerla da Cesarea marittima. Vi era adorato il Dio Pan, una divinità dalla sembianza caprina. In questa località che grondava di imperio e rimandava a sovrani che si autoproclamavano dèi, Gesù manifesta ai suoi discepoli la sua identità divina.
Ma voi, chi dite che io sia? Per Giovanni Papini «Gesù non interroga per sapere, ma perché i suoi fedeli, finalmente sappiano anch’essi [...] il suo vero nome». Ed è Simone, primo tra i Dodici e primo tra i cristiani, a esprimere in termini umani la realtà soprannaturale del figlio di Maria: «Tu sei il Cristo, il figlio del Dio vivente». Un’espressione che spesso si trova nell’Antico Testamento (Cf. Gs 3,10; Sal 42,3; 84,3; Os 2,1) ed esprime la presenza operante di Dio.
La risposta di Pietro pone almeno una domanda: egli intendeva professare la divinità di Gesù oppure si riferiva soltanto alla sua messianicità? Se si propende per quest’ultima soluzione, si restituisce alla espressione il semplice senso messianico che essa ha nell’Antico Testamento. Sulla base della risposta del Cristo, né carne né sangue te lo hanno rivelato, si può invece pensare che Pietro abbia voluto professare la divinità del suo Maestro: un’illuminazione che veniva dall’alto e non era frutto di investigazione umana.
La risposta di Gesù a questa professione di fede ha una portata di notevolissima importanza. In primo luogo, egli proclama: «E io a te dico: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa».
Il termine semitico che traduce Chiesa, ekklêsia, significa assemblea. La «Chiesa» nell’Antico Testamento è la comunità del popolo eletto (Cf. Dt 4,10; At 7,38). Nei vangeli non appare che due volte e designa la nuova comunità che Gesù stava per fondare e che egli presenta come una realtà non solo stabile, ma indistruttibile: «[...] le potenze degli inferi non prevarranno su di essa». La locuzione, invece, è frequente nelle lettere paoline. Per la Bibbia di Gerusalemme, Gesù usando «il termine “Chiesa” parallelamente all’espressione “regno dei cieli” (Mt 4,17), sottolinea che questa comunità escatologica comincerà già sulla terra mediante una società organizzata di cui stabilisce il capo».
La Chiesa è edificata su Simone, che a motivo di questo ruolo riceve qui il nome di Pietro. Il mutamento del nome sta a indicare la nuova missione di Simon Pietro: egli sarà la roccia, quindi elemento di coesione, di unità e di stabilità.
A questo punto, Gesù indica i poteri conferiti a Simon Pietro: «A te darò le chiavi del regno dei cieli, tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli». Il senso di questa immagine, nota alla sacra Scrittura e all’antico Oriente, suggerisce l’incarico affidato a un unico personaggio di sorvegliare ed amministrare la casa. Nel mandato di Simon Pietro, il potere di legare e di sciogliere implica il perdono dei peccati, ma la sua comprensione non va limitata a questo significato: esso, infatti, comprende tutta un’attività di decisione e di legislazione, nella dottrina come nella condotta pratica, che coincide con l’amministrazione della Chiesa in generale.
 Sempre per la Bibbia di Gerusalemme, l’esegesi cattolica «ritiene che queste promesse eterne valgano non soltanto per la persona di Pietro, ma anche per i suoi successori; sebbene tale conseguenza non sia esplicitamente indicata nel testo, è tuttavia legittima in ragione dell’intenzione manifesta che ha Gesù di provvedere all’avvenire della sua Chiesa con una istituzione che la morte di Pietro non può rendere effimera».
Luca (22,31s) e Giovanni (21,15s) sottolineano che il primato di Pietro, sempre per mandato divino, deve essere esercitato particolarmente nell’ordine della fede e che tale primato lo rende capo, non solo della Chiesa futura, ma già degli altri Apostoli. Infine, c’è da sottolineare che la professione petrina avviene nella regione di Cesarea di Filippo. Possiamo dire che non è «ricordato a caso il quadro geografico: la confessione del Messia e l’investitura di Pietro avvengono fuori dalla Palestina, in un territorio pagano. Le future direzioni della salvezza sono ormai chiare» (Ortensio Da Spinetoli).
 
Tu sei Pietro - Pierre Lamarche: Nonostante la sua traduzione classica, il nome di Cefa imposto da Cristo a Simone (Mt 16,18; Gv 1,12; Cf. 1 Cor 1,12; 15,5; Gal 1,18) significa «roccia» piuttosto che «pietra». In virtù di questo nuovo nome, Simon-Pietro è partecipe della saldezza duratura e della fedeltà incrollabile di Jahve e del suo Messia. Ciò indica la sua situazione eccezionale. La scelta di Pietro non è dovuta alla sua personalità, per quanto interessante, od a qualche merito (non ha forse rinnegato il suo maestro?).
Questa elezione gratuita gli ha conferito una grandezza, e questa grandezza poggia sulla missione che Cristo gli ha affidato e che egli doveva compiere nella fedeltà dell’amore (Gv 21,15 ss).
Se non per primo, almeno tra i primi, Símone fu chiamato da Gesù a seguirlo (Gv 1,35-42). 1 sinottici rivelano persino la tendenza a trasporre nel tempo il primato di Pietro ed a fare di lui il primo discepolo chiamato (Mt 4,18-22 par.). Comunque sia, Pietro occupa tra i discepoli un posto preminente, in testa alle liste di apostoli (Mt 10,2) od al gruppo dei tre privilegiati (ad es. Mt 17,1 par.); a Cafarnao Gesù dimora ordinariamente nella casa di Pietro (ad es. Mc 1,29); è Pietro a prendere la parola a nome di tutti (Mt 16,16 par.; Gv 6,68) soprattutto nel momento solenne in cui riconosce la messianicità di Gesù (Mt 16,16 par.; Gv 6,68); il messaggio affidato dagli angeli della risurrezione alle sante donne (Mc 16,7) contiene una menzione speciale di Pietro; Giovanni lo lascia entrare per primo nel sepolcro (Gv 20,1-10); infine, e soprattutto, Cristo risorto appare a Cefa prima di manifestarsi ai Dodici (Lc 24, 34; 1Cor 15,5).
Dovunque, nel Nuovo Testamento, è messa in rilievo questa preminenza di Pietro. Essa tuttavia non esclude né la ricerca laboriosa del disegno di Dio (Cf. Atti 10-15 e Gal 2 a proposito dell’universali-smo), né la responsabilità collegiale degli apostoli, né le iniziative di un Paolo. Questi, dopo la conversione, pur avendo coscienza della propria particolare vocazione (Gal 1,15s), si reca a Gerusalemme per prendere contatto con Pietro (Gal 1,18); e pur ricordando l’incidente di Antiochia (Gal 2,11-14), quando Pietro pusillanime esitò sulla condotta da tenere in un caso pratico, Paolo si rivolge a Pietro come a colui la cui autorità trascina con sé tutta la Chiesa. Questo primato di Pietro è fondato sulla sua missione, espressa in parecchi testi evangelici.
a) Mt 16,13-23. - Nuovo Abramo, cava da cui vengono estratte pietre viventi (Cf. Is 51,1ss e Mt 3,9), fondamento sul quale Cristo edifica la propria comunità escatologica, Pietro riceve una missione di cui deve beneficiare tutto il popolo. Contro le forze del male, che sono potenze di morte, la Chiesa edificata su Pietro ha l’assicurazione della vittoria. Così la missione suprema di radunare gli uomini in una comunità, in cui ricevono la vita beata ed eterna, è affidata a Pietro, che ha riconosciuto in Gesù il Figlio del Dio vivente. Come in un corpo una funzione vitale non può fermarsi, così nella Chiesa, organismo vivente e vivificatore, bisogna che Pietro, in un modo o nell’altro, sia sempre presente per
comunicare senza sosta ai fedeli la vita di Cristo.
b) Lc 22,31s e Atti. - Alludendo senza dubbio al suo nome, Gesù annuncia a Pietro che dovrà «confermare» i suoi fratelli, dopo essersi ravveduto del suo rinnegamento; la sua fede, grazie alla preghiera di Cristo, non verrà meno. Questa è appunto la missione di Pietro, descritta da Luca negli Atti: egli sta alla testa del gruppo riunito nel cenacolo (Atti 1,13); presiede all’elezione di Mattia (1,15); giudica Anania e Safira (5,1-11); in nome degli altri apostoli, che sono con lui, proclama alle folle la glorificazione messianica di Cristo risorto ed annunzia il dono dello Spirito (2,14-36); invita al battesimo tutti gli uomini (2,37-41), compresi i «pagani» (10,1-11,18) ed ispeziona tutte le Chiese (9,32). Come segni del suo potere sulla vita, in nome di Gesù guarisce gli ammalati (3,1-10) e risuscita un morto (9,36-42). D’altra parte, il fatto che Pietro sia tenuto a giustificare la sua condotta in occasione del battesimo di Cornelio (11,l-18), lo svolgimento del concilio di Gerusalemme (15,1-35), nonché le allusioni di Paolo nella lettera ai Galati (Gal 1,28 - 2,14), rivelano che nella direzione, in gran parte collegiale, della Chiesa di Gerusalemme, Giacomo aveva una posizione importante ed il suo accordo era fondamentale. Ma questi fatti e la loro relazione, lungi dal creare ostacolo al primato ed alla missione di Pietro, ne illuminano il senso profondo. Di fatto l’autorità di Giacomo non ha le stesse radici, né la stessa espressione di quella di Pietro: è a titolo particolare che questi ha ricevuto, con tutto quello che ciò comporta, la missione di trasmettere una regola di fede integra (Cf. Gal 1,18), ed è il depositario delle promesse di vita (Mt 16,18 s).
c) Gv 21. - In forma solenne, e forse giuridica, Cristo risorto per tre volte affida a Pietro la cura di tutto il gregge, agnelli e pecore. Questa missione deve essere intesa alla luce della parabola del buon pastore (Gv 10,1-28). Il buon pastore salva le sue pecore, raccolte in un sol gregge (10,16; 11,52), e queste hanno la vita in abbondanza; egli dà anche la propria vita per le sue pecore (10,11); perciò Cristo, annunziando a Pietro il suo futuro martirio, aggiunge: «Seguimi». Egli deve camminare sulle orme del suo maestro, non soltanto dando la vita, ma comunicando la vita eterna alle sue pecore, affinché non periscano mai (10,28). «Seguendo» Cristo, roccia, pietra vivente (1Pt 2,4), pastore che ha il potere di ammettere nella Chiesa, cioè di salvare dalla morte i fedeli e di comunicare loro la vita divina, Pietro, inaugurando una funzione essenziale alla Chiesa, è veramente il «vicario» di Cristo. Questa è la sua missione e la sua grandezza.
 
Tu sei Pietro - Il primato di Pietro è fondante per la Chiesa, una santa cattolica e apostolica, ed è abbondantemente testimoniato dal Magistero.
Gesù, fin dagli inizi della vita pubblica, scelse dodici uomini perché stessero con lui e prendessero parte alla sua missione, facendoli partecipi della sua autorità e mandandoli ad annunziare il regno di Dio e a guarire gli ammalati (Catechismo della Chiesa Cattolica 551).
Ma tra i Dodici soltanto a Pietro venne assegnato un posto preminente: «Nel collegio dei Dodici Simon Pietro occupa il primo posto. Gesù a lui ha affidato una missione unica. Grazie ad una rivelazione concessagli dal Padre, Pietro aveva confessato: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente” [Mt 16,16]. Nostro Signore allora gli aveva detto: “Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa” [Mt 16,18]. Cristo, “Pietra viva”, assicura alla sua Chiesa fondata su Pietro la vittoria sulle potenze di morte. Pietro, a causa della fede da lui confessata, resterà la roccia incrollabile della Chiesa. Avrà la missione di custodire la fede nella sua integrità e di confermare i suoi fratelli» (Catechismo della Chiesa Cattolica 552).
E a tanto Gesù aggiunge l’autorità di governare la casa di Dio, che è la Chiesa e l’incarico “di legare e di sciogliere”, un mandato che «risulta essere stato pure concesso al collegio degli Apostoli, unito al suo capo» (LG 22). Tale incarico indica «l’autorità di assolvere dai peccati, di pronunciare giudizi in materia di dottrina, e prendere decisioni disciplinari nella Chiesa. Gesù ha conferito tale autorità alla Chiesa attraverso il ministero degli Apostoli e particolarmente di Pietro, il solo cui ha esplicitamente affidato le chiavi del Regno» (Catechismo della Chiesa Cattolica 553).
Ora, questo «ufficio pastorale di Pietro e degli altri Apostoli costituisce uno dei fondamenti della Chiesa ed è continuato dai Vescovi sotto il primato del Papa» (Catechismo della Chiesa Cattolica 881).
Ubi Petrus, ibi Ecclesia, ibi Deus, in tempi così burrascosi tale verità è l’unica ancora di salvezza: noi vogliamo stare con Pietro, perchè con lui c’è la Chiesa, con lui c’è Dio.
 
Tu sei Pietro, e a te darò le chiavi del regno dei cieli: Pietro fu «preposto a tutti gli altri, e così, quando vien detto “pietra”, quando vien nominato “fondamento”, quando vien costituito “portiere del regno dei cieli”, quando vien preposto come “arbitro del legare e dello sciogliere” i cui giudizi rimarranno stabili anche nei cieli, ci è dato conoscere quale sia la sua unione con Cristo attraverso il mistero di questi appellativi. Ed ora compie con maggior pienezza e potenza gli incarichi affidatigli, ed eseguisce in tutti i particolari gli uffici e gli impegni, in colui e con colui dal quale fu glorificato. Se, dunque, da noi si fa qualche azione retta o si prende qualche decisione giusta, se con le suppliche quotidiane otteniamo qualcosa dalla misericordia di Dio, è per la sua opera e per i suoi meriti: nella sua sede vive la sua potestà, vi eccelle la sua autorità» (San Leone Magno).
 
Il Santo del Giorno - 22 febbraio 2025 - Cattedra di Pietro. Sul punto più alto per poter servire tutti: La festa odierna, dedicata alla Cattedra di San Pietro, ci offre uno spunto prezioso per riflettere sul significato dell’autorità e della testimonianza: solo chi è fedele al proprio compito è davvero autorevole e diventa un esempio per gli altri. Si tratta di una strada che porta alla santità, ma che ha un valore prezioso anche nella vita civile e pubblica. Il mandato che Cristo affida a Pietro di "pascere" il suo popolo, infatti, è un vero e proprio servizio, non un privilegio. In questo Pietro è un modello per tutti i pastori ma anche per gli amministratori: la sua posizione più elevata sulla cattedra (prima ad Antiochia poi a Roma), infatti, non è quella da cui egli può essere visto e ammirato, ma quella che gli permette di vedere e servire tutti. Un servizio che gli ha richiesto anche l’offerta estrema del proprio sangue. (Matteo Liut)
 
O Dio,
che nella festa dell’apostolo Pietro
ci hai rinvigoriti con la comunione
al Corpo e al Sangue di Cristo,
fa’ che questo santo scambio,
nel quale si attua la nostra redenzione,
sia per noi sacramento di unità e di pace.
Per Cristo nostro Signore.