28 OTTOBRE 2022
 
SANTI SIMONE E GIUDA, APOSTOLI - FESTA
 
Ef 2,19-22: Salmo Responsoriale dal Salmo 18 (19); Lc 6,12-19
 
Colletta
O Dio, che per mezzo degli apostoli
ci hai fatto giungere alla conoscenza del tuo nome,
per l’intercessione dei santi Simone e Giuda
concedi alla tua Chiesa di crescere sempre
con l’adesione di nuovi popoli alla fede.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
... e ne scelse Dodici - Pastores gregis 6: Il Signore Gesù, durante il suo pellegrinaggio sulla terra, annunciò il Vangelo del Regno e lo inaugurò in se stesso, rivelandone a tutti gli uomini il mistero. Chiamò uomini e donne alla sua sequela e, fra i discepoli, ne scelse Dodici, perché « stessero con Lui » (Mc 3,14). Il Vangelo secondo Luca specifica che Gesù fece questa sua scelta dopo una notte di preghiera trascorsa sulla montagna (cfr Lc 6, 12). Il Vangelo secondo Marco, a sua volta, sembra qualificare tale azione di Gesù come un atto sovrano, un atto costitutivo che dà identità a coloro che ha scelto: «ne costituì Dodici» (Mc 3,14). Si svela, così, il mistero dell’elezione dei Dodici: è un atto di amore, liberamente voluto da Gesù in unione profonda con il Padre e con lo Spirito Santo.
La missione affidata da Gesù agli Apostoli deve durare sino alla fine dei secoli (cfr Mt 28,20), poiché il Vangelo che essi sono incaricati di trasmettere è la vita per la Chiesa di ogni tempo. Proprio per questo essi hanno avuto cura di costituirsi dei successori, in modo che, come attesta S. Ireneo, la tradizione apostolica fosse manifestata e custodita nel corso dei secoli.
La speciale effusione dello Spirito Santo, di cui gli Apostoli furono colmati dal Signore risorto (cfr At 1,5.8; 2,4; Gv 20,22-23), fu da essi partecipata attraverso il gesto dell’imposizione delle mani ai loro collaboratori (cfr 1Tm 4,14; 2Tm 1,6-7). Questi, a loro volta, con lo stesso gesto la trasmisero ad altri, e questi ad altri ancora. In tal modo, il dono spirituale degli inizi è giunto fino a noi mediante l’imposizione delle mani, cioè la consacrazione episcopale, che conferisce la pienezza del sacramento dell’Ordine, il sommo sacerdozio, la totalità del sacro ministero. Così, per mezzo dei Vescovi e dei presbiteri che li assistono, il Signore Gesù Cristo, pur sedendo alla destra di Dio Padre, continua ad essere presente in mezzo ai credenti. In tutti i tempi e in tutti i luoghi Egli predica la parola di Dio a tutte le genti, amministra i sacramenti della fede ai credenti e nello stesso tempo dirige il popolo del Nuovo Testamento nella sua peregrinazione verso l’eterna beatitudine. Il Buon Pastore non abbandona il suo gregge, ma lo custodisce e lo protegge sempre mediante coloro che, in forza della partecipazione ontologica alla sua vita e alla sua missione, svolgendone in modo eminente e visibile la parte di maestro, pastore e sacerdote, agiscono in sua vece. Nell’esercizio delle funzioni che il ministero pastorale comporta, sono costituiti suoi vicari e ambasciatori.
 
Prima Lettura: Paolo ricorda agli Efesini che la loro fede è viva e feconda perché è ancorata a quella degli Apostoli, ed ha come pietra angolare lo stesso Cristo Gesù. Soltanto quando si edifica su Gesù, pietra angolare, l’edificio è saldo e cresce ben ordinato.
 
Vangelo
Ne scelse dodici ai quali diede anche il nome di apostoli.
 
Gesù sale sul monte per pregare Dio in solitudine, per tutta la notte. Luca ama ricordare che Gesù ha pregato in tutti i momenti più importanti della sua missione, specialmente quando doveva prendere una decisione. La scelta degli Apostoli è uno di questi momenti. La loro chiamata è descritta con tre verbi: chiamò, scelse, diede anche il nome di apostoli. Sono verbi che pongono in evidenza la libera e gratuita iniziativa di Gesù: Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga (Gv 15,16). Apostolo significa inviato, e la nota che caratterizza l’inviato è la fedeltà. Gli Apostoli hanno il compito di guidare la comunità, annunciare il vangelo, vigilare sulla conservazione e la trasmissione della vera fede.
 
Dal Vangelo secondo Luca
Lc 6,12-19
 
In quei giorni, Gesù se ne andò sul monte a pregare e passò tutta la notte pregando Dio. Quando fu giorno, chiamò a sé i suoi discepoli e ne scelse dodici, ai quali diede anche il nome di apostoli: Simone, al quale diede anche il nome di Pietro; Andrea, suo fratello; Giacomo, Giovanni, Filippo, Bartolomeo, Matteo, Tommaso; Giacomo, figlio di Alfeo; Simone, detto Zelota; Giuda, figlio di Giacomo; e Giuda Iscariota, che divenne il traditore.
Disceso con loro, si fermò in un luogo pianeggiante.
C’era gran folla di suoi discepoli e gran moltitudine di gente da tutta la Giudea, da Gerusalemme e dal litorale di Tiro e di Sidòne, che erano venuti per ascoltarlo ed essere guariti dalle loro malattie; anche quelli che erano tormentati da spiriti impuri venivano guariti. Tutta la folla cercava di toccarlo, perché da lui usciva una forza che guariva tutti.
Parola del Signore.
 
Luca ama raccontare la preghiera di Gesù, sopra tutto quando essa precede alcuni fatti importanti della vita del Maestro. Per esempio, quando Gesù riceve il battesimo, Luca annota: «Mentre era in preghiera, lo Spirito scese su di lui» (cfr. Lc 3,21), Gesù passa tutta la notte a pregare prima di chiamare a sé i suoi discepoli, i quali avrebbero formato il collegio apostolico, prega prima della professione di fede di Pietro, quando domanda: «Ma chi dice la gente che sia il Figlio dell’uomo?» (cfr. 9,18- 22), Ancora: Gesù prega immediatamente prima della trasfigurazione (Lc 9,28-36). Secondo i sinottici, Gesù prese Pietro, Giacomo e Giovanni e si ritirò sul monte; Luca aggiunge «a pregare». Prega nel Getsemani prima di affrontare la passione, durante la crocifissione Gesù prega per i crocifissori (23,24), e sulla Croce prima di consegnare lo spirito al Padre.
Sono pochi riferimenti, ma perché Luca ama “parlare della preghiera di Gesù e metterla in evidenza”? Ovviamente “la preghiera è presente in tutta la Scrittura, è presente nel Nuovo Testamento e si trova in maniera dettagliata negli evangelisti. Perché affermiamo che Luca si presenta come “l’evangelista della preghiera” se anche gli altri evangelisti ne parlano, così come tutta la Sacra Scrittura? La preghiera non solo è un elemento frequente ed accentuato nel vangelo secondo Luca, ma fa parte del suo tessuto narrativo: è una componente fondamentale della teologia lucana e riveste un valore tematico specifico. Ciò significa che gli altri evangelisti parlano sì della preghiera, ma lo fanno come parlano di altre cose. Luca ne fa un oggetto specifico della sua riflessione. La preghiera appare una dimensione qualificante della teologia del suo vangelo. Né in Marco né in Matteo essa costituisce parte della visione teologica dell’evangelista” (Alberto Valentini).
Disceso con loro, si fermò in un luogo pianeggiante. C’era gran folla di suoi discepoli e gran moltitudine di gente … tutta la folla, queste note possono apparire esagerate, una iperbole, ma in verità vogliono sottolineare l’incipiente autorità morale che Gesù acquistava su tutti coloro che lo accostavano: in poche parole, si fidavano di lui, toccavano con la sua bontà, la sua misericordia verso i più infelici, l’insegnamento fatto con autorità, e sopra tutto l’instancabile attività taumaturgica a favore dei più diseredati. Con queste premesse non è esagerato pensare che dietro Gesù veramente si muoveva una gran moltitudine di gente da tutta la Giudea, da Gerusalemme e dal litorale di Tiro e di Sidòne.
 
L’apostolato dei dodici - Giuseppe Barbaglio (Apostoli in Schede Bibliche Pastorali): Gesù ha scelto i dodici per farne i suoi collaboratori; e li ha inviati con i suoi stessi poteri a predicare il Regno di Dio, a guarire i malati e cacciare i demoni:  “E chiamati a sé i dodici, diede loro potere e autorità su tutti i demoni e di curare le malattie. E li mandò a predicare il Regno di Dio e a guarire gli infermi. - Ed essi, partiti, giravano di villaggio in villaggio, annunziando dovunque la buona novella e operando guarigioni” (Lc. 9,1-2b; Cf. Mc. 6,7-13; Mt. 10,1-7). Caratteristica dell’apostolo è di andare e di agire nel nome di Gesù, cioè con la sua autorità (Cf. Lc. 10,17); tanto che Giovanni, scoprendo un esorcista che non segue il Maestro e che caccia tuttavia i demoni nel suo nome, si sente in dovere di intervenire e impedirglielo (Mc. 9,38s.; Lc. 9,49s.).
In realtà, se i dodici apostoli formano un gruppo ben definito, l’apostolato non lo considerano un ufficio fisso ed esclusivo: non è fisso, poiché vediamo che gli apostoli, rientrati dalla missione in Galilea, tornano ad essere semplicemente ascoltatori (Lc. 9,10ss.; Mc. 6,30ss.), fino a quando non intervenga un nuovo invio (Lc. 10,1); l’apostolato inoltre non è esclusivo dei dodici, poiché anche altri vengono mandati, come nella missione dei settantadue discepoli riferitaci da Luca:  “Dopo queste cose, il Signore designò altri settantadue discepoli, e li mandò a due a due davanti a sé, in ogni città e luogo dove intendeva recarsi; e diceva loro: «La messe è molta, ma gli operai sono pochi. Pregate dunque il Signore della messe perché mandi operai nella sua messe»” (Lc. 10,1-2).
Gesù ci ha manifestato il suo pensiero sull’essenziale della figura dell’apostolo: l’apostolo è come colui che lo ha mandato, e colui che lo ha mandato è Gesù stesso. Questo invio stabilisce una relazione profonda tra Gesù e i suoi apostoli: come egli è l’inviato del Padre, così gli apostoli sono i suoi inviati: “Come tu hai mandato me nel mondo,  anch’io  ho  mandato loro nel mondo. - Io in loro e tu in me, affinché siano perfetti nell’unità, e il mondo conosca che tu mi hai mandato, e li hai amati come hai amato me” (Gv. 17,8.23); come il Padre dimora nel Figlio inviato da lui, così anche il Figlio dimora nei suoi apostoli; come il Padre compie in lui le sue opere, così il Figlio compie negli apostoli le sue opere.
Gesù può dire giustamente: Chi riceve voi, riceve me: “Chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato. (Mt. 10,40; Cf. Lc.10,16. ).
Ciò che nella istituzione dello shaliah era solo un fatto giuridico, ora diventa una realtà spirituale: Gesù sarà realmente presente in coloro che invia ed opererà in loro. Come egli, apostolo del Padre, ha reso Dio presente tra noi, così gli apostoli, perché inviati da Cristo, renderanno lui presente fra i credenti, secondo la sua stessa promessa: «Io sono con voi tutti i giorni fino alla fine del mondo» (Mt. 28, 20).
 
Tutta la folla cercava di toccarlo - Cristo medico Catechismo della Chiesa Cattolica 1503 La compassione di Cristo verso i malati e le sue numerose guarigioni di infermi di ogni genere sono un chiaro segno del fatto che Dio ha visitato il suo popolo e che il regno di Dio è vicino. Gesù non ha soltanto il potere di guarire, ma anche di perdonare i peccati: è venuto a guarire l’uomo tutto intero, anima e corpo; è il medico di cui i malati hanno bisogno. La sua compassione verso tutti coloro che soffrono si spinge così lontano che egli si identifica con loro: «Ero malato e mi avete visitato» (Mt 25,36). Il suo amore di predilezione per gli infermi non ha cessato, lungo i secoli, di rendere i cristiani particolarmente premurosi verso tutti coloro che soffrono nel corpo e nello spirito. Esso sta all’origine degli instancabili sforzi per alleviare le loro pene.
1504 Spesso Gesù chiede ai malati di credere. Si serve di segni per guarire: saliva e imposizione delle mani, fango e abluzione. I malati cercano di toccarlo «perché da lui usciva una forza che sanava tutti» (Lc 6,19). Così, nei sacramenti, Cristo continua a «toccarci» per guarirci.
1505 Commosso da tante sofferenze, Cristo non soltanto si lascia toccare dai malati, ma fa sue le loro miserie: «Egli ha preso le nostre infermità e si è addossato le nostre malattie» (Mt 8,17). Non ha guarito però tutti i malati. Le sue guarigioni erano segni della venuta del regno di Dio. Annunciavano una guarigione più radicale: la vittoria sul peccato e sulla morte attraverso la sua pasqua. Sulla croce, Cristo ha preso su di sé tutto il peso del male e ha tolto il «peccato del mondo» (Gv 1,29), di cui la malattia non è che una conseguenza. Con la sua passione e la sua morte sulla croce, Cristo ha dato un senso nuovo alla sofferenza: essa può ormai configurarci a lui e unirci alla sua passione redentrice.
 
Gesù se ne andò sul monte a pregare: «Sale sul monte chi cerca Dio, sale alla cima chi implora, per la sua ascesa, l’aiuto di Dio. Tutte le anime grandi, tutte le anime elevate raggiungono la vetta ... Non con i passi del tuo corpo, ma con le tue azioni elevate sali questa montagna. Segui Cristo, in modo che tu stesso possa divenire un monte» (Ambrogio, In Lucam, V, 41).
 
Il Santo del giorno - 28 Ottobre 2022 - Martirologio Romano: Festa dei santi Simone e Giuda, Apostoli: il primo era soprannominato Cananeo o “Zelota”, e l’altro, chiamato anche Taddeo, figlio di Giacomo, nell’ultima Cena interrogò il Signore sulla sua manifestazione ed egli gli rispose: «Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui». 
 
O Signore, che ci hai accolti alla tua mensa
nel ricordo della passione dei santi apostoli Simone e Giuda,
per il tuo Spirito operante in questi misteri
confermaci sempre nel tuo amore.
Per Cristo nostro Signore.
 
 27 OTTOBRE 2022
 
GIOVEDÌ DELLA XXX SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO PARI)

Ef 6,10-20; Salmo responsoriale Dal Salmo 143 (144); Lc 13,31-35
 
Colletta
Dio onnipotente ed eterno,
accresci in noi la fede, la speranza e la carità,
e perché possiamo ottenere ciò che prometti,
fa’ che amiamo ciò che comandi.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.

Opere del diavolo - Catechismo della Chiesa cattolica 394 La Scrittura attesta la nefasta influenza di colui che Gesù chiama «omicida fin dal principio» (Gv 8,44), e che ha perfino tentato di distogliere Gesù dalla missione affidatagli dal Padre. «Il Figlio di Dio è apparso per distruggere le opere del diavolo» (1 Gv 3,8). Di queste opere, la più grave nelle sue conseguenze è stata la seduzione menzognera che ha indotto l’uomo a disobbedire a Dio.  
395 La potenza di Satana però non è infinita. Egli non è che una creatura, potente per il fatto di essere puro spirito, ma pur sempre una creatura: non può impedire l’edificazione del regno di Dio. Sebbene Satana agisca nel mondo per odio contro Dio e il suo regno in Cristo Gesù, e sebbene la sua azione causi gravi danni di natura spirituale e indirettamente anche di natura fisica per ogni uomo e per la società, questa azione è permessa dalla divina provvidenza, la quale guida la storia dell’uomo e del mondo con forza e dolcezza. La permissione divina dell’attività diabolica è un grande mistero, ma «noi sappiamo che tutto concorre al bene di coloro che amano Dio» (Rm 8,28).  
Il primo peccato dell’uomo 397 L’uomo, tentato dal diavolo, ha lasciato spegnere nel suo cuore la fiducia nei confronti del suo Creatore e, abusando della propria libertà, ha disobbedito al comandamento di Dio. In ciò è consistito il primo peccato dell’uomo. In seguto, ogni peccato sarà una disobbedienza a Dio e una mancanza di fiducia nella sua bontà.
398 Con questo peccato, l’uomo ha preferito se stesso a Dio, e, perciò, ha disprezzato Dio: ha fatto la scelta di se stesso contro Dio, contro le esigenze della propria condizione di creatura e conseguentemente contro il suo proprio bene. Costituito in uno stato di santità, l’uomo era destinato ad essere pienamente «divinizzato» da Dio nella gloria. Sedotto dal diavolo, ha voluto diventare «come Dio» (Gn 3,5), ma «senza Dio e anteponendosi a Dio, non secondo Dio».  
«Ma liberaci dal male» 2851 In questa richiesta, il male non è un’astrazione; indica invece una persona: Satana, il maligno, l’angelo che si oppone a Dio. Il «diavolo» διά-βoλoς è colui che «si getta di traverso» al disegno di Dio e alla sua «opera di salvezza» compiuta in Cristo.  
2852 «Omicida fin dal principio [...], menzognero e padre di menzogna» (Gv 8,44), «Satana, che seduce tutta la terra» (Ap 12,9), è a causa sua che il peccato e la morte sono entrati nel mondo, ed è in virtù della sua sconfitta definitiva che tutta la creazione sarà «liberata dalla corruzione del peccato e della morte». «Sappiamo che chiunque è nato da Dio non pecca: chi è nato da Dio preserva se stesso e il maligno non lo tocca. Noi sappiamo che siamo nati da Dio, mentre tutto il mondo giace sotto il potere del maligno» (1 Gv 5,18-19):  «Il Signore, che ha cancellato il vostro peccato e ha perdonato le vostre colpe, è in grado di proteggervi e di custodirvi contro le insidie del diavolo che è il vostro avversario, perché il nemico, che suole generare la colpa, non vi sorprenda. Ma chi si affida a Dio non teme il diavolo. “Se infatti Dio è dalla nostra parte, chi sarà contro di noi?” (Rm 8,31)».  
 
Prima Lettura: Paolo invita i cristiani di Efeso a fortificarsi nel Signore per poter resistere alle insidie del diavolo. Bisogna essere attenti perché la battaglia è contro nemici assai potenti e molto astuti, contro i Principati e le Potenze infernali. I dominatori di questo mondo tenebroso sono “degli spiriti che, nell’opinione degli antichi, governavano gli astri e, per mezzo di loro, tutto l’universo. Risiedono «nei cieli» [Ef 1,20s; 3,10; Fil 2,10] o «nell’aria» [Ef 2,2], tra la terra e il soggiorno di Dio, e coincidono in parte con ciò che Paolo chiama altrove gli «elementi del mondo» [Gal 4,3]. Sono stati infedeli a Dio e hanno voluto assoggettarsi gli uomini nel peccato [Ef 2,2], ma il Cristo è venuto a liberarci dalla loro schiavitù [Ef 1,21; Col 1,13; 2,15; 2,20]; armati della sua forza liberante, i cristiani possono ormai lottare contro di essi con fiducia.” (Bibbia di Gerusalemme).

Vangelo
Non è possibile che un profeta muoia fuori di Gerusalemme.
 
Gesù sta attraversando il territorio sotto la giurisdizione del re Erode Antipa, un uomo scaltro, una volpe, ma anche un uomo vile. Egli crede di sbarazzarsi di Gesù con l’astuzia, facendogli arrivare messaggi minacciosi. Pensa di fargli fare la stessa fine di Giovanni Battista. Ma Gesù va in Giudea non perché l’ha stabilito Erode, ma perché rientra nel piano di Dio: come tutti i profeti Gesù deve morire a Gerusalemme. Il cammino di Gesù non dipende da Erode né da nessun altro: è guidato da una divina necessità: È necessario (cfr. Lc 24,25-26). E nessuno, per quanto potente o astuto, può ostacolarla o sconvolgerla. 
 
Dal Vangelo secondo Luca
Lc 13,31-35
 
In quel momento si avvicinarono a Gesù alcuni farisei a dirgli: «Parti e vattene via di qui, perché Erode ti vuole uccidere».
Egli rispose loro: «Andate a dire a quella volpe: “Ecco, io scaccio demòni e compio guarigioni oggi e domani; e il terzo giorno la mia opera è compiuta. Però è necessario che oggi, domani e il giorno seguente io prosegua nel cammino, perché non è possibile che un profeta muoia fuori di Gerusalemme”.
Gerusalemme, Gerusalemme, tu che uccidi i profeti e lapidi quelli che sono stati mandati a te: quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli, come una chioccia i suoi pulcini sotto le ali, e voi non avete voluto! Ecco, la vostra casa è abbandonata a voi! Vi dico infatti che non mi vedrete, finché verrà il tempo in cui direte: “Benedetto colui che viene nel nome del Signore!”».
Parola del Signore.
 
Alcuni farisei di buona pasta avvisano Gesù che Erode vuole ucciderlo, e le minacce di questo uomo non vanno prese alla leggera. Erode Antipa, tetrarca della Galilea e della Perea, è uomo dissoluto e sanguinario. Figlio di Erode il grande, al pari del padre, è un uomo lussurioso, scaltro, pronto a tutto. Di tal uomo si ricorderà una triste e perversa vicenda: accalappiato da una ballerina non esiterà a far decapitare Giovanni il Battista.
Il perché Erode voglia uccidere Gesù non viene detto, ma la notizia, conoscendo il personaggio, è da ritenere veritiera.
Invece di fuggire, Gesù manda un messaggio molte eloquente ad Erode: Andate a dire a quella volpe. Il lemma alopex (volpe) sia nella letteratura ellenistica che in quella rabbinica era sinonimo di astuzia e di malizia.
Ecco, io scaccio demòni e compio guarigioni oggi e domani; e il terzo giorno la mia opera è compiuta, questa espressione molto comune in aramaico, esprime un breve lasso di tempo, e ricorda Os 6,2. La risposta ai farisei fa intendere che il destino di Gesù non appeso ai sotterfugi di Erode, la libertà di Gesù è piena.
Però è necessario, sarà Gesù, quando sul quadrante della volontà di Dio scoccherà l’ora, a consegnasi nelle mani dei carnefici per portare a compimento il progetto di salvezza tracciato ab aeterno a favore di tutti gli uomini. Naturalmente i tre giorni  stanno ad indicare anche i giorni della passione-morte di Gesù, della sepoltura, e, al terzo giorno, della risurrezione.
Gerusalemme, Gerusalemme, Gesù ancora una volta denuncia la perfidia degli israeliti, sempre pronti ad armarsi di pietre per scagliare contro chi ragiona diversamente, è la sorte che è toccata ai profeti scomodi, la stessa sorte toccherà a Gesù. Il lamento su Gerusalemme è composto da un riferimento veterotestamentario, quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli, come una chioccia i suoi pulcini sotto le ali, e voi non avete voluto, un’immagine che ricorda l’affetto paterno di Dio verso il suo popolo (cfr. Sal 90 [91],4; Dt 32,11) e da una profezia la vostra casa è abbandonata a voi: una profezia oscura, indeterminabile, ma che si possono approntare due soluzioni. La prima, se l’affermazione allude a Ger 22,1-9, la casa non si riferirebbe al tempio di Gerusalemme, né “deserta” alla sua distruzione, avvenuta nel 70, ma alla casa del re di Giuda. La seconda ipotesi protenderebbe, molto probabilmente, al tempio, la casa di Dio, che sarà abbandonata dalla Gloria di Dio e abbandonato nelle mani dei pagani che lo distruggeranno, non lasciando pietra su pietra (cfr. Lc 21,5).
 
Parti e vattene via di qui, perché Erode ti vuole uccidere - Don Silvio Longobardi: È solo un frammento del ministero di Gesù ma permette di capire in quali condizioni egli realizza l’opera che il Padre gli ha affidato. Le folle lo cercano, il potere lo osserva. I discepoli lo ascoltano con fiducia perché lo considerano un profeta; i farisei, invece, lo ritengono un impostore. Sono proprio i farisei che lo invitano a partire per sfuggire all’ira di Erode. In apparenza è un gesto di amicizia, in realtà cercano pretesti per liberarsi di Gesù. Lo considerano un pericolo, un rabbi che stravolge la tradizione dei padri. La minaccia ha un suo nucleo di verità. È vero, Gesù non si presenta come un agitatore politico, ma è vero anche che l’entusiasmo popolare viene visto con diffidenza, anzi con un certo fastidio, una possibile causa di sommosse popolari. Meglio allontanare un uomo come Gesù, abbiamo meno problemi. Gesù si trova ancora in Galilea ma è in cammino verso Gerusalemme (Lc 9,51). Non può rinunciare ad andare nella città santa dove troverà compimento la sua missione. Gesù considera i farisei come gli ambasciatori di Erode e chiede loro di rispondere al re con queste parole: “è necessario che oggi, domani e il giorno seguente io prosegua nel cammino, perché non è possibile che un profeta muoia fuori di Gerusalemme” (13,32-33). Gesù non si lascia intimidire dalle minacce, non si nasconde, non ha intenzione di rinunciare al compito che gli è stato affidato, anzi ribadisce che andrà fino in fondo.
Queste parole invitano anche noi ad evitare ogni forma di mediocrità. Lungo il cammino incontriamo spesso ostacoli, piccoli e grandi. A volte all’esterno ma tante altre volte all’interno. Il Signore ci chiede di rimanere fedeli al compito che ci è stato affidato. C’è una storia da costruire, ci sono ancora tante pagine da scrivere, nessuno deve fermarsi a metà. Un santo eremita diceva: “Non riposarci, dopo aver incominciato, non venir meno alle fatiche, non dire abbiamo coltivato a lungo l’ascesi; accresciamo invece la prontezza della nostra volontà, come se incominciassimo ogni giorno” (Sant’Antonio Abate).
 
Giovanni Paolo II (24 Maggio 1987): Per quanto frammentarie, le notizie della Rivelazione sulla personalità ed il ruolo di San Michele sono molto eloquenti. Egli è l’Arcangelo che rivendica i diritti inalienabili di Dio. È uno dei principi del Cielo eletto alla custodia del Popolo di Dio, da cui uscirà il Salvatore. Ora il nuovo popolo di Dio è la Chiesa. Ecco la ragione per cui Essa lo considera come proprio protettore e sostenitore in tutte le sue lotte per la difesa e la diffusione del regno di Dio sulla terra. È vero che «le porte degli inferi non prevarranno», secondo l’assicurazione del Signore, ma questo non significa che siamo esenti dalle prove e dalle battaglie contro le insidie del maligno. In questa lotta, l’Arcangelo Michele è a fianco della Chiesa per difenderla contro tutte le nequizie del secolo, per aiutare i credenti a resistere al Demonio che «come leone ruggente va in giro cercando chi divorare». Questa lotta contro il Demonio, che contraddistingue la figura dell’Arcangelo Michele, è attuale anche oggi, perché il Demonio è tuttora vivo ed operante nel mondo. Infatti il male che è in esso, il disordine che si riscontra nella società, l’incoerenza dell’uomo, la frattura interiore della quale è vittima non sono solo le conseguenze del peccato originale, ma anche effetto dell’azione infestatrice ed oscura del Satana, di questo insidiatore dell’equilibrio morale dell’uomo, che San Paolo non esita a chiamare «il dio di questo mondo», in quanto si manifesta come astuto incantatore, che sa insinuarsi nel gioco del nostro operare per introdurvi deviazioni tanto nocive, quanto all’apparenza conformi alle nostre istintive aspirazioni. Per questo l’Apostolo delle Genti mette i cristiani in guardia dalle insidie del Demonio e dei suoi innumerevoli satelliti, quando esorta gli abitanti di Efeso a rivestirsi «dell’armatura di Dio per poter affrontare le insidie del Diavolo, poiché la nostra lotta non è soltanto col sangue e con la carne, ma contro i Principati e le Potestà, contro i Dominatori delle tenebre, contro gli spiriti maligni dell’aria». A questa lotta ci richiama la figura dell’Arcangelo San Michele, a cui la Chiesa sia in Oriente che in Occidente non ha mai cessato di tributare un culto speciale.
 
Contro i dominatori di questo mondo tenebroso: «Paolo li chiama dominatori terreni non perché abbiano ricevuto l’autorità di regnare da Dio, ma perché hanno reso loro schiave queste persone dai facili costumi, come se fossero di spontanea volontà loro schiavi. Il santo apostolo ha imitato il migliore tipo di generale, infatti desiderando far andare via coloro che non erano idonei a far parte del suo esercito, da astuto generale descrive loro la forza eccezionale del nemico» (Teodoreto, Commento all’epistola agli Efesini, 6,12).
 
Il Santo del giorno - 27 Ottobre 2022 -Santa Balsamia: In Francia, nella diocesi di Reims, Balsamia viene onorata come nutrice di San Remigio, vescovo di quella città. Un dato che la rende particolarmente importante per l’Oltralpe. San Remigio, infatti, convertì nel V secolo la regina Clotilde e il marito Clodoveo. E con la conversione del re franco iniziò la storia cristiana della Francia. La figura di Balsamia si accosta a quella della madre di Remigio, Celina, anch’essa santa. Il nome della balia, però, appare tardivamente, nel X secolo quando oltre che nutrice viene identificata anche come madre di santi: san Celsino sarebbe stato, infatti, uno dei suoi figli. La leggenda dice che, benché venerata in Francia, Balsamia sarebbe stata di origine italiana. Da Roma sarebbe giunta a Reims proprio in tempo per svolgere la sua delicata mansione di nutrice. Una lettura della storia che stabilisce un legame forte tra Roma e la Francia: il latte, come un «balsamo», che ha nutrito il «padre della Chiesa francese», sarebbe venuto da Roma. (Avvenire) 
 
Si compia in noi, o Signore,
la realtà significata dai tuoi sacramenti,
perché otteniamo in pienezza
ciò che ora celebriamo nel mistero.
Per Cristo nostro Signore.
 

 26 OTTOBRE 2022
 
MERCOLEDÌ DELLA XXX SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO PARI)
 
Ef 6,1-9; Salmo Responsoriale Dal Salmo 144 (145); Lc 13,22-30
 
Colletta
Dio onnipotente ed eterno,
accresci in noi la fede, la speranza e la carità,
e perché possiamo ottenere ciò che prometti,
fa’ che amiamo ciò che comandi.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
Venuta di Cristo per la salvezza degli uomini  - Catechismo della Chiesa Cattolica 456 Con il Credo niceno-costantinopolitano rispondiamo confessando: «Per noi uomini e per la nostra salvezza discese dal cielo; per opera dello Spirito Santo si è incarnato nel seno della Vergine Maria e si è fatto uomo».  
457 Il Verbo si è fatto carne per salvarci riconciliandoci con Dio: è Dio «che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati» (1 Gv 4,10). «Il Padre ha mandato il suo Figlio come salvatore del mondo» (1 Gv 4,14). «Egli è apparso per togliere i peccati» (1 Gv 3,5):  
«La nostra natura, malata, richiedeva d’essere guarita; decaduta, d’essere risollevata; morta, di essere risuscitata. Avevamo perduto il possesso del bene; era necessario che ci fosse restituito. Immersi nelle tenebre, occorreva che ci fosse portata la luce; perduti, attendevamo un salvatore; prigionieri, un soccorritore; schiavi, un liberatore. Tutte queste ragioni erano prive d’importanza? Non erano tali da commuovere Dio sì da farlo discendere fino alla nostra natura umana per visitarla, poiché l’umanità si trovava in una condizione tanto miserabile ed infelice?». 
519 Tutta la ricchezza di Cristo è destinata ad ogni uomo e costituisce il bene di ciascuno. Cristo non ha vissuto la sua vita per sé, ma per noi, dalla sua incarnazione «per noi uomini e per la nostra salvezza» fino alla sua morte «per i nostri peccati» (1 Cor 15,3) e alla sua risurrezione «per la nostra giustificazione» (Rm 4,25). E anche adesso, è nostro avvocato «presso il Padre» (1 Gv 2,1), «essendo sempre vivo per intercedere» a nostro favore (Eb 7,25). Con tutto ciò che ha vissuto e sofferto per noi una volta per tutte, egli resta sempre «al cospetto di Dio in nostro favore» (Eb 9,24).  
1019 Gesù, il Figlio di Dio, ha liberamente subìto la morte per noi in una sottomissione totale e libera alla volontà di Dio, suo Padre. Con la sua morte ha vinto la morte, aprendo così a tutti gli uomini la possibilità della salvezza.   
 
I Lettura: La pericope paolina è una nota comportamentale rivolta a regolare i rapporti tra figli e padri. Ai figli si chiede obbedienza, citando il quarto comandamento: “Onora tuo padre e tua madre!”. Ai padri di non esasperare i figli, ma farli crescere nella sana disciplina e negli insegnamenti del Signore. Si fa riferimento a un dovere naturale e sacro dei figli nei confronti dei genitori e poi si cerca di attenuare un’educazione troppo severa, così come era attuata ai tempi di san Paolo. 
 
Vangelo
Verranno da oriente e da occidente e siederanno a mensa nel regno di Dio.
 
La domanda del tale, Signore, sono pochi quelli che si salvano?, era un tema molto presente nelle discussioni rabbiniche. Gesù non risponde a questa domanda, certamente oziosa e capziosa, e si limita a mettere l’interlocutore in guardia da simili considerazioni che non portano a nulla di concreto.
Comunque, la risposta di Gesù, pur non appagando la curiosità dell’interlocutore, è chiara ed esauriente, e offre una traccia che aiuta a comprendere se si è nel numero dei salvati. La risposta di Gesù si articola su tre moduli. Il primo è un assunto che troviamo bene espresso in questa affermazione dell’apostolo Paolo:  “… è necessario attraversare molte tribolazioni per entrare nel regno di Dio” (At 14,22). 
Il secondo suggerisce che l’appartenenza al popolo d’Israele non giova a nulla se non vi sono frutti di sincera conversione e piena obbedienza al patto di alleanza, né tanto sarà un passaporto l’aver mangiato e bevuto in presenza di Gesù, o l’aver ascoltato i suoi insegnamenti, perché a questo deve essere seguire conversione di vita e pienezza di sequela. Infine, la presunzione di avere il diritto di entrare nella casa del Padre sarà cassata quando i sedicenti aventi diritto si vedranno fuori e altri, quelli che erano creduti perduti per sempre, entreranno nel regno d Dio: “Perciò io vi dico: a voi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che ne produca i frutti” (Mt 21,44). È una nota che mette bene in evidenza l’universalità della salvezza, nessuno a priori è escluso, ma vi sono regole da ottemperare.
 
Dal Vangelo secondo Luca
Lc 13,22-30
In quel tempo, Gesù passava insegnando per città e villaggi, mentre era in cammino verso Gerusalemme. Un tale gli chiese: «Signore, sono pochi quelli che si salvano?».
Disse loro: «Sforzatevi di entrare per la porta stretta, perché molti, io vi dico, cercheranno di entrare, ma non ci riusciranno.
Quando il padrone di casa si alzerà e chiuderà la porta, voi, rimasti fuori, comincerete a bussare alla porta, dicendo: “Signore, aprici!”. Ma egli vi risponderà: “Non so di dove siete”. Allora comincerete a dire: “Abbiamo mangiato e bevuto in tua presenza e tu hai insegnato nelle nostre piazze”. Ma egli vi dichiarerà: “Voi, non so di dove siete. Allontanatevi da me, voi tutti operatori di ingiustizia!”. Là ci sarà pianto e stridore di denti, quando vedrete Abramo, Isacco e Giacobbe e tutti i profeti nel regno di Dio, voi invece cacciati fuori.
Verranno da oriente e da occidente, da settentrione e da mezzogiorno e siederanno a mensa nel regno di Dio.
Ed ecco, vi sono ultimi che saranno primi, e vi sono primi che saranno ultimi».
Parola del Signore.
 
Signore, sono pochi quelli che si salvano? Gesù non risponde a questa domanda, ma ne prende spunto per suggerire che per salvarsi è necessario sforzarsi di entrare per la porta stretta.
Più che sforzo il testo greco ha lotta: come dire che tutta la vita cristiana è milizia. La «lotta [agon] accentua l’impegno cosciente delle proprie forze per raggiungere una meta [...]. Il lavoro dell’apostolo non è solamente un adempi­mento fedele del dovere, ma un agon, collegato a pesi e strapazzi [Col 1,29; lTm 4,10]. Si tratta della meta ultima e immutabile, la sola che valga: [...] il premio della vittoria, che il cristiano sarà in grado di raggiungere solo se si impegna, talvolta con il sacrificio di tutta la vita e mediante la comunione con le sofferenze di Cristo [Cf. Fil 3,15]» (A. Ringward).
All’anonimo interlocutore, Gesù sta dicendo, con estrema chiarezza, che per entrare nel regno di Dio non è solo richiesto il massimo impegno, ma anche la massima rinuncia. Qui siamo molto lontano da quel Vangelo edulcorato, infantile, dove tutto si poggia su un preteso buonismo di Dio che perdona tutti e tutto. Per salvarsi non basterà aver mangiato e bevuto in sua presenza, non sarà sufficiente aver avuto l’onore di averlo ospitato come maestro nelle nostre piazze, non serviranno nemmeno i legami di etnia, essere figli di Abramo non servirà a nulla per evitare l’esclusione meritata da una condotta iniqua (Cf. Lc 3,7-9; Gv 8,33s).
Quando il padrone di casa si alzerà... Il padrone di casa è Cristo Gesù, il quale «chiude la porta alla morte di ogni peccatore, il cui tempo per accumulare meriti è ormai finito, poiché la penitenza dopo la morte è infruttuosa. Per questo Egli dirà ai peccatori: Non vi conosco!» (Nicola di Lira, Postilla super Lucam, XIII).
In Luca, gli operatori di ingiustizia non sono i falsi profeti e guaritori come in Mt 7,21-23, ma i Giudei increduli e i pagani convertiti che non fanno la volontà del Padre.
Gli esclusi, quei Giudei che ritenevano di essere giusti davanti agli uomini (Lc 16,15), piangeranno come disperati e saranno in preda del risentimento e della rabbia quando vedranno i pagani sedere a mensa nel regno di Dio.
Verranno da oriente e da occidente... Quanto sognato dai profeti, cioè il raduno di tutte le genti nell’unico ovile di Cristo (Cf. Is 2,2-5; 25,6-8; 60,1ss; 66,18-21; Gv 10,16), incomincia a realizzarsi fin d’ora, nel ministero pubblico di Gesù [Cf. Lc 14,21.23,26; 15,32; 16,9], e troverà più pieno compimento nel ministero apostolico della Chiesa.
In questo modo e con queste immagini (pianto e stridore di denti... siederanno a mensa), Gesù proclama ai Giudei, che ritenevano di essere i primi e gli unici destinatari delle promesse messianiche fatte ai profeti, l’universalità della salvezza. L’unica condizione che viene chiesta è la libera e gioiosa risposta alla chiamata misericordiosa di Dio.
Alla fine, sarebbe facile metterci noi cristiani al posto dei Giudei e credere, come lo credeva Israele, che le porte ormai sono per sempre spalancate per tutti. Chi dà per scontata la propria salvezza è un illuso e un povero stolto: non «ci sarà neanche salvezza automatica per i cristiani che rimanderan­no al domani la riforma, sempre da riprendere, del loro comportamento. La porta è stretta per tutti: quelli che commettono il male non potranno appellarsi alla loro familiarità superficiale con il Cristo per farsi aprire, quando la porta sarà chiusa» (Hugues Cousin).

Bibbia per la formazione cristiana (cfr. I Lettura): Figli e genitori; schiavi e padroni: E opportuno dire una parola anche a proposito del rapporto tra figli e genitori e tra schiavi e padroni.
Chi accoglie l’ esortazione di Paolo: «Padri, non inasprite i vostri figli», come potrebbe mettere in pratica i consigli educativi del Siracide: «Piega il collo a tuo figlio in gioventù e battigli le costole finché è fanciullo»?
Le parole dell’apostolo abbozzano una linea pedagogica nuova che non manca di avere ripercussioni sull’educazione dei figli alla fede. Un padre che non sa dominare se stesso e ordina o rimprovera sotto la spinta del suo egoismo o della sua impulsività ferisce la sensibilità del bambino, che dietro alla durezza del padre scopre una mancanza di vero amore.
Come annunciare a un bambino che Dio ci ama come un padre, quando il suo non gli dà né affetto né sicurezza, anzi, ha un comportamento che provoca amarezza, irritazione, paura e rifiuto?
È sconcertante per noi oggi constatare la naturalezza con cui Paolo raccomanda agli schiavi la sottomissione ai loro padroni. È evidente che l’ apostolo presuppone in loro un grande spirito di fede, in base al quale li invita a vedere nei padroni il Cristo e a servirli con semplicità e con sincerità, senza esitazioni e senza secondi fini, di cuore, con dedizione totale. Gli schiavi sono «servi di Cristo»: anche se possono sembrare strumenti di una volontà estranea, in realtà lavorano per sé (li ripagherà il Signore). Paolo chiaramente non intende sostenere con la sua esortazione una situazione sociale che col passare degli anni si rivelerà ingiusta e degradante. Ciò che gli importa è richiamare l’attenzione degli schiavi e dei padroni sul fatto che l’unica cosa che conta è agire sotto lo sguardo e secondo la volontà del Signore, al quale sia gli uni che gli altri appartengono.
Per fare meno fatica a comprendere certe affermazioni concrete della sacra Scrittura che possono provocare stupore o perplessità, dobbiamo evitare di prendere alla lettera tutte le singole affermazioni della Bibbia senza fare lo sforzo di distinguere ciò che è legato a un contesto culturale o a consuetudini che possono cambiare col tempo da ciò che costituisce il messaggio permanente di Dio. Una delle affermazioni centrali della dottrina di Paolo è quella secondo cui «non c’è piu giudeo né greco; non c’è più schiavo né libero; non c’è più uomo né donna, poiché tutti siamo uno in Cristo Gesù». Tuttavia, nelle situazioni di asservimento in cui possiamo trovarci nel corso della vita, un’umile obbedienza sarà la chiave per trasformare tali situazioni in autentici strumenti della nostra realizzazione personale, come fratelli di colui che «umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce».
 
La virtù sta sempre all’erta: “Non deve sembrare né strano né fuor di luogo se, chi va per una via stretta, si sente schiacciare. È proprio della virtù che sia piena di fatiche, sudori, insidie e pericoli. Però, se questo è il cammino, poi verranno la corona, il premio e beni arcani, che non avranno fine. Consolati, dunque, con questo pensiero: le gioie e avversità di questa vita scorrono insieme con la vita presente e con essa finiscono. Nessuna gioia, quindi, gonfi vanamente il tuo cuore, ma neppure nessuna avversità ti avvilisca. Il buon timoniere non cessa d’essere vigilante se il mare è tranquillo, e non si conturba, quando la tempesta imperversa.” (Crisostomo Giovanni, Epist., 45).
 
Il Santo del giorno - 26 Ottobre 2022: San Folco Scotti di Piacenza e Pavia. L’impegno a tessere relazioni di pace - Matteo Liut (Avvenire): Tessere relazioni di pace è opera alla quale tutti i cristiani, nella loro vita quotidiana come nelle grandi “missioni” sono chiamati a compiere attraverso i diversi ruoli che si trovano a ricoprire. E proprio per questo impegno è ricordato san Folco Scotti di Piacenza e Pavia, che fece riconciliare tra loro due città da sempre rivali. I suoi resti sono custoditi nella cattedrale di Pavia, città della quale fu vescovo nel XIII secolo. Folco (o Fulco) secondo la tradizione nacque intorno al 1165 a Piacenza da una celebre famiglia, quella degli Scotti, originari dell’Irlanda. All’età di 20 anni entrò tra i canonici regolari di Sant’Eufemia, venendo poi inviato a Parigi per compiere gli studi di teologia. Al rientro fu eletto priore di Sant’Eufemia, poi canonico, poi arciprete della Cattedrale. Nel 1210 venne scelto come vescovo di Piacenza.
Sei anni dopo venne designato vescovo anche di Pavia: Piacentino e vescovo della comunità pavese, egli fu il paciere dei due centri divisi da un’aspra rivalità. S’impegnò anche per la pacificazione interna delle città. Morì nel 1229.
 
Si compia in noi, o Signore,
la realtà significata dai tuoi sacramenti,
perché otteniamo in pienezza
ciò che ora celebriamo nel mistero.
Per Cristo nostro Signore.
 

25 OTTOBRE 2022
 
MARTEDÌ DELLA XXX SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO PARI)
 
Ef 5,21-33; Salmo Responsoriale Dal Salmo 127 (128); Lc 13,18-21
 
Colletta
Dio onnipotente ed eterno,
accresci in noi la fede, la speranza e la carità,
e perché possiamo ottenere ciò che prometti,
fa’ che amiamo ciò che comandi.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
Partecipi dell’amore sponsale di Cristo - Catechismo degli Adulti [735] Qual è il significato specificamente cristiano del matrimonio? Porsi questa domanda significa interrogarsi sul dono di grazia proprio di questo sacramento.
Gli sposi sono ministri del sacramento e al tempo stesso coloro che lo ricevono. Con una scelta libera, ispirata dall’amore, l’uomo e la donna si legano l’uno all’altro, impegnando la propria persona e l’intera esistenza: «Io prendo te come mio sposo (mia sposa) e prometto di esserti fedele sempre, nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia, e di amarti e onorarti tutti i giorni della mia vita». È il consenso nuziale, progetto globale di vita, donazione personale totale, che include come sua espressione propria la reciproca totale donazione dei corpi. I due promettono di essere reciprocamente fedeli per tutta la vita, di amarsi e onorarsi, di accogliere con responsabilità i figli che Dio donerà loro e di educarli nella fede cristiana. Il loro stesso consenso è elevato a sacramento, segno che esprime, contiene e comunica l’amore di Cristo per la Chiesa. Il Signore Gesù dà loro lo Spirito Santo, per renderli capaci di amarsi con carità coniugale, partecipando alla sua donazione pasquale.
Li consacra come coppia, non più solo come singoli; li chiama a edificare insieme il regno di Dio, modellando la loro comunione di vita sulla nuova alleanza di Dio con il suo popolo. Il matrimonio cristiano è una specifica vocazione alla santità, all’interno della comune vocazione battesimale; è una modalità della sequela di Cristo.
 
I Lettura: Ai tempi di Paolo, nell’antico Oriente, il matrimonio era un giorno di festa e di gioia che coinvolgeva tutta la comunità. Il cerimoniale era pedissequamente seguito da tutti: la fidanzata era lavata e ornata con gioielli, poi i «figli delle nozze» andavano a presentarla al fidanzato. Nel caso mistico della Chiesa, il cerimoniale viene stravolto: è il Cristo che lava la sua fidanzata da ogni nefandezza con il bagno del battesimo per presentarla a se stesso. Il testo paolino, come ci suggerisce la Bibbia di Gerusalemme, stabilisce «tra il matrimonio umano e l’unione del Cristo con la chiesa un parallelo da cui i due termini raffrontati si rischiarano a vicenda: il Cristo può essere detto sposo della Chiesa perché è suo capo e la ama come il suo proprio corpo, così come avviene tra marito e moglie; questo paragone, una volta ammesso, fornisce in cambio un modello ideale al matrimonio umano. Un tale simbolismo immerge le sue radici nell’Antico Testamento, che rappresenta spesso Israele come la sposa di Jahve [Os 1,2]».
 
Vangelo
Il granello crebbe e divenne un albero.
 
Israele, i profeti, i giusti avevano atteso con trepidazione il Regno di Dio: era il sogno di tutti, il sogno di ogni uomo, ma le legioni romane avevano travolto tutto, avevano piegato con la violenza ogni resistenza e la pace era stata imposta con le armi. Quando tutto sembrava perduto, nella pienezza del tempo (Gal 4,4), Gesù, il missionario del Padre, viene ad annunciare la buona novella, cioè l’avvento del regno di Dio da secoli promesso nella Scrittura: Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino (Mc 1,15), è vicino, non possiede gli alamari della potenza romana, è un piccolo seme. Un piccolo seme che può crescere e diventare gigantesco, sconvolgente, immenso e straordinario. Per entrare nel regno e per farlo crescere fino ai confini della terra (At 1,8) bisogna farsi piccoli, occorre farsi seme, lievito, ma il seme deve cadere a terra e morire (Gv 12,24), e il lievito deve impastarsi con la farina. È in questo annichilimento che sta nascosto il tutto, lo straordinario, l’inaspettato, l’assoluto! Il seme diventa albero perché la nostra piccolezza, la nostra limitatezza, il nostro “niente” viene innaffiato dalla potenza di Dio (2Cor 12,9). Ora nel nascondimento, in attesa che giunga alla perfezione, il regno di Dio vive di speranza, e nella luce del Risorto si fa segno di realtà lontane, ma già vicine: è vicino il grande giorno del Signore, è vicino e avanza a grandi passi (Sof 1,14).
 
Dal Vangelo secondo Luca
Lc 13,18-21
In quel tempo, diceva Gesù: «A che cosa è simile il regno di Dio, e a che cosa lo posso paragonare? È simile a un granello di senape, che un uomo prese e gettò nel suo giardino; crebbe, divenne un albero e gli uccelli del cielo vennero a fare il nido fra i suoi rami».
E disse ancora: «A che cosa posso paragonare il regno di Dio? È simile al lievito, che una donna prese e mescolò in tre misure di farina, finché non fu tutta lievitata».
Parola del Signore.
 
Benedetto Prete (I Quattro Vangeli): vv. 18-19 La breve parabola, narrata anche dagli altri due Sinottici, trova in Luca un’esposizione ancora più concisa ed una pointe differente; nel terzo vangelo infatti il contrasto tra la piccolezza del seme e lo sviluppo rigoglioso di esso è passato sotto silenzio. Luca insiste sull’idea della crescita, più che su quella della differenza tra i modesti inizi e la esuberante espansione del regno di Dio (cf. Mt., 13, 31-32; Mc., 4, 30-32 e relativo commento). Nel suo giardino; elemento descrittivo proprio del racconto lucano con il quale l’autore abbellisce l’immagine.
vv. 20-21 Testo parallelo a Matteo, 13, 33; Luca introduce la parabola richiamando la formula usata in quella precedente (cf. vers. 18); questa formula comune stabilisce un nesso più stretto tra le due immagini. Probabilmente, dato l’intimo legame esistente nel terzo vangelo tra le due parabole, il paragone del lievito accentua la stessa idea esposta in quello del chicco di senape, l’idea cioè che il regno dei cieli possiede una forza intrinseca di espansione. In Matteo invece le due parabole illustrano due verità distinte: la prima indica la forza vitale di espansione; la seconda invece, la forza di penetrazione e di trasformazione dell’intera massa di farina (si veda il commento a Mt.,13, 33).
 
Il regno di Dio nella predicazione di Gesù - Bertold Klappert (Regno in Dizionario dei Concetti Biblici del Nuovo Testamento): Il regno di Dio è trascendente e soprannaturale: proviene solo da Dio, solo dall’alto. Ma allo stesso tempo è completamente immanente. Dove arriva il regno di Dio, là gli affamati vengono saziati, gli afflitti consolati (Mt 5,3-10: le beatitudini), si amano i nemici (Mt 5,38-42) e sull’esempio degli uccelli del cielo e dei fiori del campo non ci si preoccupa più del cibo o del vestito (Mt 6,25-33). Anche qui solo la persona di Gesù può rendere presente il regno di Dio che deve venire, nelle cui parole e opere la sovranità di Dio è un fatto concreto. Il regno è già qui in quanto Gesù cerca la compagnia dei pubblicani e dei peccatori e siede con essi a tavola e a essi dichiara il perdono dei peccati. Come colui che ha preparato il pranzo invita a tavola i mendicanti e i senza tetto (Mt 22,1-10), come l’amore del padre riaccoglie il figlio perduto (Lc 15, 11-32), come il pastore va in cerca della pecora smarrita (Lc 15,4-7), come la donna ricerca la moneta perduta (Lc 15,8-10), come il padrone dà per sua bontà la paga completa agli operai dell’ultima ora (Mt 20, 1-15), così Gesù va verso i peccatori, per dichiarare loro il perdono, «poiché è per essi il regno dei cieli» (Mt 5,3). Solo i peccatori, coscienti di grosse colpe (Lc 7,41-43), sono in grado di misurare il significato del perdono, della bontà di Dio, perché «non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati» (Mc 2, 17).
La caratteristica della predicazione di Gesù sul regno di Dio non consiste dunque nel fatto che Gesù abbia portato una nuova dottrina circa il regno di Dio, oppure radicalizzato le attese escatologico-apocalittiche, bensì nel fatto che egli ha creato un rapporto inscindibile tra il regno di Dio e la sua persona. L’aspetto nuovo della predicazione del regno di Dio da parte di Gesù « è lui stesso, semplicemente la sua persona» (Schniewind).
 
La concezione cristiana del Regno - Bruno Maggioni: Nella concezione cristiana il Regno è al tempo stesso presente e futuro. E già presente nella storia, ma - come dicono le parabole - è un seme posto sotto le zolle. Il presente è il tempo in cui il Regno matura nel segreto della terra.
Importante è ricordare che la pienezza futura non costituisce un regno diverso da quello che è apparso in Gesù. I tratti fondamentali della sua figura - la dedizione, la misericordia, l’universalità - non sono semplicemente i connotati della fase terrena del Regno, ma della sua natura permanente. “Venga il tuo Regno” non esprime il desiderio di una seconda venuta del Signore che capovolga lo stile della prima, sostituendo la dedizione e l’amore con la potenza e la gloria. “Venga il tuo Regno” è il desiderio della piena manifestazione di colui che è già venuto. Ma la medesima invocazione dice anche un’altra importante verità: è il Regno che viene, non l’uomo che lo costruisce, anche se - ovviamente - occorre l’accoglienza da parte dell’uomo. È Dio il protagonista del Regno, non l’uomo. Il Regno è di Dio (il tuo Regno), non cosa dell’uomo. All’uomo spetta accoglierlo, non progettarlo. Dio è il signore del mondo, non l’uomo né la Chiesa. E perciò la prima conseguenza è che l’attesa del Regno dovrà anzitutto esprimersi nel non fare del mondo la nostra proprietà. Le parabole evangeliche sul Regno mostrano che il vero protagonista è il seme, non il seminatore (Mc 4). E la parabola della zizzania nel campo di grano dice che il giudizio sull’appartenenza al Regno spetta a Dio, non agli uomini (Mt 13,24-30). Già la predicazione di Gesù, e successivamente la coscienza della comunità cristiana, hanno messo in luce che fra la Chiesa e il Regno ci sono profonde e strette correlazioni. Tuttavia le due realtà non sono sovrapponibili. La Chiesa non si identifica con il Regno, tanto che prega: “Venga il tuo Regno”. Neppure però semplicemente lo annuncia e lo propone. Ne è la storica anticipazione. Il Regno sovrasta la Chiesa almeno in due direzioni: perché abbraccia tutta l’azione di Dio presente nel mondo, non soltanto quella nella Chiesa e attraverso la Chiesa; e perché la sua pienezza è alla fine, quando Cristo sarà tutto in tutti.  
 
Bibbia per la formazione cristiana (I Lettura): Come Cristo ha amato la chiesa: Volendo parlare del matrimonio cristiano, Paolo mette in luce la realtà profonda dell’unione coniugale paragonandola all’unione del Cristo e della sua chiesa. Ogni matrimonio umano, secondo il progetto divino originario, riflette in qualche modo l’intima unione di Dio con l’uomo e trova in essa il proprio modello e la sorgente della propria realizzazione. Il matrimonio fra cristiani, contratto «nel Signore», realizza compiutamente ciò che «prima» era soltanto abbozzato. il Signore stesso unisce i coniugi credenti perché vivano un amore reciproco fedele e generoso, ordinato al servizio della comunione nella chiesa.
Per descrivere la dimensione cristiana del matrimonio, l’apostolo si serve di due immagini: Cristo è il capo della chiesa e anche il suo sposo. Da queste due immagini ricava quindi due applicazioni: la moglie deve essere docile nei confronti del marito come nei confronti del «Signore» (v. 22) e il marito deve amare la moglie come il Cristo ama la chiesa (v. 25); deve amarla «come il proprio corpo», come se stesso (v. 28).
Ai mariti cristiani, che maggiormente rischiano di comportarsi come despoti insensibili nei confronti delle proprie mogli, Paolo presenta innanzitutto l’ esempio del Cristo, che ha amato la chiesa fino a dare se stesso per lei. In secondo luogo porta loro l’esempio dell’amore come nutrono per se stessi.
Alle mogli cristiane, che rischiano piuttosto di lasciarsi dominare e di sottomettersi come schiave, Paolo insegna che c’è una docilità che non è asservimento ma servizio di Dio.
Questa docilità non solo non degrada, ma può essere una manifestazione di maturità e di amore. (Lo stesso si potrebbe dire della successiva esortazione agli schiavi; cf. 6,5).
Dobbiamo ricordare che Paolo vive in una società che pone al centro il maschio (il marito e il padre di famiglia) e non si preoccupa molto dei diritti della donna (la moglie e la madre). Era comunemente accettato che le donne fossero considerate come «inferiori» e non come compagne.
Senza mettere in discussione certi tipi di rapporto che esistono nel mondo e nella cultura del suo tempo, Paolo introduce tuttavia un principio capace di trasformarli radicalmente dal di dentro: l’unione coniugale si costituisce «nel Signore» (1Cor 7), la moglie deve sottomettersi al marito «come al Signore». Paolo conosce bene tutta la forza di questa vita «nel Signore», cioè in colui che ha esercitato la sua signoria attraverso la rinuncia a qualsiasi forma di dominio, attraverso un amore spinto fino alla donazione totale di sé e attraverso il servizio.
 
Aderire a Cristo è come unirsi alla sposa in matrimonio: “Qualsiasi anima che aderisce a Cristo è come una moglie che vive fedelmente con suo marito. Anche in un matrimonio casto lei può addolorarsi delle intenzioni di suo marito, ma preserva la fede del letto matrimoniale con casta purezza. Prudentemente e con modestia mette in ordine la casa del marito. Anche quando non riesce a soddisfare i suoi bisogni, vive castamente e fedelmente con lui. Sebbene la fragilità umana spesso la spinge a trasgredire contro di lui, la castità coniugale la fa aderire con piacere a suo marito.” (Fulgenzio, L’incarnazione 41).
 
Il Santo del giorno - 25 Ottobre 2022 - Beata Caterina di Bosnia, Regina e terziaria francescana - Nata in Erzegovina nel 1424, sposò il penultimo re di Bosnia Stefano Thomas, adoperandosi per la diffusione della fede nel suo regno; chiamò i Francescani ad Jaice la capitale, per contrastare e convertire i molti eretici e scismatici bogomili, che avevano fatto della Bosnia la roccaforte della loro eresia; la quale contrapponeva il mondo dello spirito a quello della materia, considerato espressione della forza del male; negava la Santissima Trinità, la natura umana di Cristo, ridotta a sola apparenza, l’Antico Testamento, non riconosceva i riti liturgici, la gerarchia ecclesiastica, il battesimo e il matrimonio. Nel 1463 i Turchi capeggiati dal sultano Maometto II, occuparono la Bosnia e fra l’altro catturarono i figli di Caterina, costringendoli a farsi musulmani; la regina poi rimasta vedova nello stesso anno, si recò in esilio a Roma, dove fu accolta con onore dal papa Pio II, diventando Terziaria Francescana e vivendo santamente, godendo di stima e considerazione dai successivi pontefici Paolo II e Sisto IV. Morì a Roma il 25 ottobre 1478.
 
Si compia in noi, o Signore,
la realtà significata dai tuoi sacramenti,
perché otteniamo in pienezza
ciò che ora celebriamo nel mistero.
Per Cristo nostro Signore.