28 Marzo 2020

Sabato della IV Settimana di Quaresima

Ger 11,18-20; Salmo Responsoriale Dal Sal 7; Gv 7,40-53

Colletta: Signore onnipotente e misericordioso, attira verso di te i nostri cuori, poiché senza di te non possiamo piacere a te, sommo bene. Per il nostro Signore Gesù Cristo…

Alcuni di loro volevano arrestarlo, ma nessuno mise le mani su di lui: Giovanni Paolo II (Udienza Generale, 14 gennaio 1998): La grande ora nella storia del mondo è quella in cui il Figlio dà la vita, facendo udire la sua voce salvatrice agli uomini che sono sotto il dominio del peccato. È l’ora della redenzione. Tutta la vita terrena di Gesù è orientata verso quest’ora [...]. Quest’ora drammatica è voluta e determinata dal Padre. Prima dell’ora scelta dal disegno divino, i nemici non possono impadronirsi di Gesù. Parecchie volte si è tentato di fermare Gesù o di ucciderlo. Riportando uno di questi tentativi, il Vangelo di Giovanni pone in luce l’impotenza degli avversari: “Cercarono di arrestarlo, ma nessuno riuscì a mettergli le mani addosso, perché non era ancora giunta la sua ora” (7,30). Quando l’ora viene, appare anche come l’ora dei nemici. “Questa è la vostra ora, è l’impero delle tenebre”, dice Gesù a “coloro che gli eran venuti contro, sommi sacerdoti, capi delle guardie del tempio e anziani” (Lc 22,52-53). In quest’ora buia sembra che il potere erompente del male non possa essere fermato da nessuno. E tuttavia anche quest’ora rimane sotto il potere del Padre. Sarà Lui a permettere ai nemici di Gesù di catturarlo. La loro opera si inscrive misteriosamente nel piano stabilito da Dio per la salvezza di tutti.  Più che l’ora dei nemici, l’ora della passione è dunque l’ora di Cristo, l’ora del compimento della sua missione. Il Vangelo di Giovanni ci fa scoprire le disposizioni intime di Gesù all’inizio dell’ultima Cena: “Gesù, sapendo che era giunta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine” (Gv 13,1). È dunque l’ora dell’amore, che vuole andare “sino alla fine”, cioè fino al dono supremo. Nel suo sacrificio, Cristo ci rivela l’amore perfetto: non avrebbe potuto amarci più profondamente!

Dal Vangelo secondo Giovanni 7,40-53: In quel tempo, all’udire le parole di Gesù, alcuni fra la gente dicevano: «Costui è davvero il profeta!». Altri dicevano: «Costui è il Cristo!». Altri invece dicevano: «Il Cristo viene forse dalla Galilea? Non dice la Scrittura: “Dalla stirpe di Davide e da Betlemme, il villaggio di Davide, verrà il Cristo”?». E tra la gente nacque un dissenso riguardo a lui. Alcuni di loro volevano arrestarlo, ma nessuno mise le mani su di lui. Le guardie tornarono quindi dai capi dei sacerdoti e dai farisei e questi dissero loro: «Perché non lo avete condotto qui?». Risposero le guardie: «Mai un uomo ha parlato così!». Ma i farisei replicarono loro: «Vi siete lasciati ingannare anche voi? Ha forse creduto in lui qualcuno dei capi o dei farisei? Ma questa gente, che non conosce la Legge, è maledetta!». Allora Nicodèmo, che era andato precedentemente da Gesù, ed era uno di loro, disse: «La nostra Legge giudica forse un uomo prima di averlo ascoltato e di sapere ciò che fa?». Gli risposero: «Sei forse anche tu della Galilea? Studia, e vedrai che dalla Galilea non sorge profeta!». E ciascuno tornò a casa sua.

I farisei non si stancano di blaterare, di discutere sulla identità di Gesù, sono ciechi che guidano ciechi, la loro mente ottenebrata dall’orgoglio non è capace di investigare il mistero del Verbo, e il loro cuore indurito è chiuso ad ogni rivelazione. Tra i tanti detrattori e dissidenti si leva la voce di Nicodemo: La nostra Legge giudica forse un uomo prima di averlo ascoltato e di sapere ciò che fa? Anche le guardie mandate ad arrestare Gesù tornano a mani vuote, non hanno avuto il coraggio di catturarlo: Mai un uomo aveva parlato così! Tutto è inutile, per i farisei tutti quelli che non ragionano come loro sono idioti, maledetti, gente plagiata, per i custodi del libro la sentenza è già scritta, Gesù è reo di morte e deve morire. Solo la fede può portare a conoscere chi è veramente Gesù di Nazareth.

Non dice la Scrittura … - Benedetto Prete (I Quattro Vangeli): 42 La Scrittura; quelli che ricusano di credere a Gesù come Messia si richiamano a passi ben determinati della Scrittura che parlavano sia della discendenza del Messia (dalla discendenza di Davide), sia del suo luogo di origine (dal villaggio di Bethlehem). I testi profetici ai quali gli avversari di Cristo fanno riferimento con l’espressione «la Scrittura» sono 2 Samuele, 7, 12 segg.; Salmo 89 [88], 4-5; 132 [131], 11; Michea, 5, 1-2; Geremia, 23, 5. Da queste parole risulta che gli avversari di Cristo ignoravano la sua nascila a Bethlehem e credevano che egli fosse originario di Nazareth; si può ritenere che la nascita di Gesù a Bethlehem era ignota alla moltitudine, perché egli era sempre vissuto a Nazareth. Le edizioni generalmente leggono: «e da Bethlehem, il villaggio donde era Davide»; questa lettura, che si presenta con delle varianti nei codici che l’attestano (come: di Davide; donde egli era), appesantisce il testo; pochi codici ed autori invece la omettono; noi preferiamo ometterla, optando così per il testo breve
49 Ma questa folla che non conosce la Legge è maledetta!; cf. Geremia, 5, 4-5; il successo che il Maestro riscuote tra la gente del popolo è attribuito dai capi ebrei all’ignoranza; il popolo non conosce la Legge, di conseguenza non solo non la osserva, ma anche non mostra la propria pietà verso Dio. Per questo motivo il popolo ignorante è maledetto; l’espressione «è maledetta» è una formula imprecatoria (cf. Deuteronomio, 27, 15-26). La presente dichiarazione mostra come gli esponenti dell’ebraismo si trincerino dietro la Legge per giustificare il loro rifiuto dell’insegnamento di Gesù; il rilievo del quarto evangelista, presentato in termini sintetici, coincide con quanto dicono più diffusamente i sinottici sull’atteggiamento ostile dei capi religiosi ebrei nei confronti del Maestro.
52 Forse anche tu sei galileo?; il rilievo di Nicodemo non trova una risposta adeguata; probabilmente i capi ebrei non desiderano affrontare una discussione giuridica con un esperto fariseo, qual era l’interlocutore. Essi preferiscono replicargli con un’insinuazione tagliente: Nicodemo ha parlato in tal modo perché forse è un galileo come Gesù. Studia e vedrai che dalla Galilea non esce il profeta; «studia», letteral.: scruta, come Giov., 5,39; i capi ebrei si fanno forti delle Scritture, secondo le quali il profeta non ha origine in Galilea. «Il profeta»; si può dire che la totalità dei documenti hanno la lettura senza l’articolo (vedrai che nessun profeta esce dalla Galilea), ma il papiro Bodmer II (P.8), insieme con la versione sahidica, pone l’articolo, il quale dà al testo un senso eccellente, conforme alla dichiarazione fatta al versetto 40.

Il Cristo, segno di contraddizione - Salvatore Alberto Panimolle (Lettura Pastorale del Vangelo di Giovanni): In diverse scene della rappresentazione drammatica di Gv 7 sono descritte con vivacità le opposte reazioni dei vari personaggi nei confronti di Gesù. Alcuni lo riconoscono come il profeta escatologico cioè il Messia, altri considerano impossibile tale eventualità, per cui si crea un profondo dissenso (Gv 7,40-44).
Questa divisione emerge anche in seno al sinedrio: non tutti i farisei odiano ciecamente il Maestro e vogliono la sua rovina; qualcuno, tra cui Nicodemo, prende le sue difese (Gv 7,47-52).
In questi brani Gesù appare concretamente come segno di contraddizione (cf. Lc 2,34).
Non solo in queste scene e durante la sua vita terrena, ma sempre il Cristo è segno di contraddizione: di risurrezione o di rovina, di salvezza o di perdizione.
Tutti gli uomini debbono fare i conti con lui, nessuno può ignorarlo: o accolgono la sua persona o la rigettano. Volenti o nolenti, tutti debbono confrontarsi con il Figlio di Dio; la vita o la morte, la salvezza o la condanna dipendono dall’atteggiamento che ogni singolo uomo assume nei confronti del Verbo incarnato.
Sempre sarà così: o si è con lui o contro di lui. Egli è morto per riunire insieme i figli di Dio, cioè per formare l`unità di tutto il genere umano (cf. Gv 11,51s). Ma purtroppo vi sono e vi saranno sempre coloro che rifiutano la sua mediazione salvifica (cf. Gv 12,37ss). L’incredulità dei giudei continua ancor oggi.
Anzi ai nostri giorni aumenta il numero di coloro che congiurano insieme contro il Signore e contro il suo Messia per spezzare i loro legami (cf. Sal 2,2s).
L’ateismo è un fenomeno particolarmente preoccupante nella nostra epoca.
La cultura radical-borghese appare ancor più anticristiana e pericolosa del marxismo ateo. Ai nostri giorni l’umanità è divisa in blocchi militari o politici contrapposti. Ma la frattura di carattere religioso è ancora più profonda. Oggi gli uomini sono schierati o con il Cristo o contro di lui. Ci sono frontiere e linee di demarcazione che corrono allinterno dei blocchi, dei singoli popoli e delle famiglie.
Il Signore Gesù è posto come al centro dell’umanità; egli stesso vuole essere causa di vita e di salvezza; ma chi lo rigetta, segna con le sue mani la propria rovina.

Mario Galizzi (Vangelo secondo Giovanni): Gesù, rivelandosi, ha fatto appello alle Scritture. È un modo per dire ai suoi interlocutori dove cercare la verità per formulare un giusto giudizio su di lui (vedi 7,22-24 e 5,39.45-47). E alcuni lo fanno, gli ubbidiscono e si lasciano guidare dalla sua stessa parola fondata sulle Scritture (7,38), e giungono ad affermare che egli è il Profeta... il Cristo, il Messia (7,40-41). Potremmo dire, come già varie volte abbiamo affermato, che le Scritture, quando non sono assolutizzate, ma prese come guida, conducono a Cristo, «il quale... ci insegnerà ogni cosa» (4,25), ci rivelerà, cioè, il senso delle Scritture.
Ce ne sono altri, invece, che si attengono al senso materiale delle Scritture e le leggono in modo parziale. In questa situazione non possono credere, perché le Scritture dicono che il Cristo deve discendere da Davide, deve venire da Betlemme (7,42), mentre Gesù viene dalla Galilea. Gesù ha già risposto a queste domande (7,23-24); non ha negato la sua origine umana, l’ha solo dichiarata insufficiente per conoscere nella sua realtà la sua vera origine. Altri, infine, rifiutano ogni possibilità di confronto; hanno già deciso: bisogna catturarlo e ucciderlo. Ma Gesù sfugge loro, e noi ci aspetteremmo a conclusione del versetto 44, la nota frase: «la sua ora non era ancora venuta» (vedi 7,30). E, invece, eccoci con i dirigenti giudei, qui di nuovo (vedi 7,32) specificati come capi dei sacerdoti e farisei. Avevano mandato alcune guardie ad arrestare Gesù e queste ritornano e si scusano dicendo: «Mai nessuno ha parlato come questuomo». E i capi, colpiti dalla loro disubbidienza, esclamano: «Anche voi vi siete lasciati ingannare?». Le loro parole sono un giudizio su Gesù: «È un ingannatore!» (vedi 7,12). Ora però non si sentono più sicuri l’uno dell’altro; temono che alcuni di loro abbiano creduto in Gesù (7,48). Sarebbe il colmo. Pazienza la folla che non conosce la Legge ed è maledetta, ma essi che la conoscono non possono arrivare a tanto!
Tra loro c’era Nicodemo, quello che una notte era andato da Gesù (3,1). Osa intervenire e cerca di richiamare i suoi colleghi a quella Scrittura o Legge a cui si appellano. Dice loro: «La nostra legge permette forse di giudicare un uomo prima di averlo ascoltato e di sapere quello che fa?».
Nicodemo ne ha fatto del cammino, dopo essersi incontrato con Gesù. Adesso, però, si accorge che mettersi dalla parte di Gesù per ubbidire alla Legge non giova. Si incorre nel disprezzo: «Sei forse anche tu della Galilea?››; si è trattati da ignoranti: «Studia!››. Lo dicono a lui, il Maestro di Israele, a cui già Gesù aveva fatto notare di non conoscere bene le Scritture (3,10). Ora però non se lo merita. Qui, inoltre, corrono gli insulti e quando la passione esplode non c’è più niente da fare. Il testo annota che ciascuno se ne andò a casa sua (7,53). Tornata la calma, l’invito di Nicodemo sarà accolto, e noi vedremo di nuovo i farisei e i dirigenti giudei impegnati in un aspro scontro con Gesù a base di Scritture (8,12-59).

Siamo arrivati al termine. Possiamo mettere in evidenza:
*** “L’ateismo è un fenomeno particolarmente preoccupante nella nostra epoca. La cultura radical-borghese appare ancor più anticristiana e pericolosa del marxismo ateo” (Salvatore Alberto Panimolle).
Nel silenzio, nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.

Padre misericordioso,
il tuo Spirito operante in questo sacramento
ci liberi dal male
e ci renda degni della tua benevolenza.
Per Cristo nostro Signore.



 27 Marzo 2020

Venerdì della IV Settimana di Quaresima

Sap 2,1a.12-22; Sal 33; Gv 7,1-2.10.25-30

Colletta: Padre santo, che nei tuoi sacramenti hai posto il rimedio alla nostra debolezza, fa’ che accogliamo con gioia i frutti della redenzione e li manifestiamo nel rinnovamento della vita. Per il nostro Signore Gesù Cristo...

Gesù se ne andava per la Galilea; infatti non voleva più percorrere la Giudea, perché i Giudei cercavano di ucciderlo - Catechismo degli Adulti n. 226: Da tempo Gesù si rendeva conto del rischio mortale. Ripetutamente aveva affermato che quanti si convertono al Regno vanno incontro a persecuzioni: a maggior ragione la stessa sorte sarebbe toccata a lui; tanto più che anche Giovanni Battista era stato ucciso, per ordine di Erode. Nei Vangeli troviamo numerose predizioni di Gesù riguardo a un suo futuro di sofferenza: alcune sono allusive; tre sono piuttosto dettagliate, rese probabilmente più esplicite dai discepoli alla luce degli eventi compiuti. Gesù dunque è consapevole del pericolo; ma gli va incontro con decisione: «Mentre erano in viaggio per salire a Gerusalemme, Gesù camminava davanti a loro ed essi erano stupiti; coloro che venivano dietro erano pieni di timore» (Mc 10,32). Il pericolo non indebolisce la sua fedeltà a Dio e non rallenta i suoi passi.
n. 227: L’ostilità contro Gesù fu alimentata da quanti, senza comprenderne le opere e l’insegnamento, lo considerarono un sovvertitore della religione e un pericoloso agitatore di folle. Gesù era consapevole della morte che lo attendeva, ma andò incontro ad essa con coraggio, per essere fedele a Dio.

Dal Vangelo secondo Giovanni 7,1-2.10.25-30: In quel tempo, Gesù se ne andava per la Galilea; infatti non voleva più percorrere la Giudea, perché i Giudei cercavano di ucciderlo. Si avvicinava intanto la festa dei Giudei, quella delle Capanne. Quando i suoi fratelli salirono per la festa, vi salì anche lui: non apertamente, ma quasi  di nascosto. Alcuni abitanti di Gerusalemme dicevano: «Non è costui quello che cercano di uccidere? Ecco, egli parla liberamente, eppure non gli dicono nulla. I capi hanno forse riconosciuto davvero che egli è il Cristo? Ma costui sappiamo di dov’è; il Cristo invece, quando verrà, nessuno saprà di dove sia». Gesù allora, mentre insegnava nel tempio, esclamò: «Certo, voi mi conoscete e sapete di dove sono. Eppure non sono venuto da me stesso, ma chi mi ha mandato è veritiero, e voi non lo conoscete. Io lo conosco, perché vengo da lui ed egli mi ha mandato». Cercarono allora di arrestarlo, ma nessuno riuscì a mettere le mani su di lui, perché non era ancora giunta la sua ora.

I Giudei cercavano di ucciderlo - J. Brière:  Gesù di fronte all’odio  - 1. L’odio del mondo contro Gesù. - Comparendo in un mondo agitato dalla passione dell’odio Gesù ne vede convergere verso di sé le diverse forme: odio dell’eletto di Dio che si invidia (Lc 19,14; Mt 27,18; Gv 5,18), odio del giusto la cui presenza significa condanna (Gv 7,7; 15,24); i capi di Israele lo odiano pure perché vogliono riservare a se stessi l’elezione divina (cfr. Gv 11,50). D’altronde, dietro di essi, è tutto il mondo malvagio ad odiarlo (Gv 15,18): in lui odia la luce, perché le sue opere sono malvagie (Gv 3,20). Si compie così il mistero, annunziato nella Scrittura, dell’odio cieco, senza motivo (Gv 15,25): al di là di Gesù, esso ha di mira lo stesso Padre (Gv 15,23s). Gesù quindi muore, vittima dell’odio; ma con la sua morte uccide l’odio (Ef 2,14.16), perché questa morte è un atto di amore che introduce nuovamente l’amore nel mondo e ve lo fissa definitivamente.
2. L’odio del mondo contro i cristiani. - Chiunque segue Gesù conoscerà la stessa sorte. I discepoli saranno odiati, «a motivo del suo nome» (Mt 10,22; 24,9). Non devono stupirsene (1Gv 3,13); anzi se ne devono rallegrare (Lc 6,22), perché così sono associati al destino del loro maestro; il mondo li odia perché non sono del mondo (Gv 15,19; 17,14). Si rivela così il nemico che agiva fin dalla origine (Gv 8,44); ma Gesù ha pregato per essi, non perché siano tolti dal mondo, ma perché siano salvaguardati dal maligno.
3. Odiare il male e non gli uomini. - Come Gesù, contro il quale il principe di questo mondo non può nulla (Gv 14,30; 8,46), come il Dio santo, il Padre santo (Gv 17,11), così anche i discepoli avranno l’odio del male. Sapranno che c’è incompatibilità radicale tra Dio ed il mondo (1Gv 2,15; Giac 4,4), tra Dio e la carne (Rom 8,7), tra Dio ed il denaro (Mt 6,24). Per sopprimere in sé ogni complicità con il male, essi rinunceranno a tutto e giungeranno fino ad odiare se stessi (Lc 14,26; Gv 12,25). Ma di fronte agli altri uomini non ci sarà odio alcuno nel loro cuore: «chi odia il proprio fratello è nelle tenebre» (1Gv 2,9-11; 3,15). L’amore è la sola regola, anche nei confronti dei nemici (Lc 6,27). Al termine di questa storia dell’odio, la situazione per il cristiano è quindi hiara, e una netta linea di condotta è stata tracciata: amare tutti gli uomini, odiare se stesso. L’uomo senza Cristo (Ef 2,11ss; Tito 3,3s) poteva immaginare di trovare nell’odio una affermazione di sé, ma il tempo di Caino è passato; il cristiano sa che solo l’amore fa vivere e rende simile a Dio (1Gv 3,11-24).

Benedetto Prete (I Quattro Vangeli): 26 Forse hanno davvero riconosciuto che egli è il Messia?; la domanda ha valore retorico e serve a presentare con colori più vivi la situazione e lo stupore dei gerosolimitani; le parole contengono anche una leggera tinta di ironia, come una punta ironica traspare dalle parole che pronunzierà il cieco nato (cf. Giov., 9, 27). La formulazione di questa frase è attestata differentemente dai manoscritti; la maggioranza di essi hanno: i capi, le autorità (οἰ ρχοντες; Volgata: principes); i restanti manoscritti offrono altre lezioni, come: i gran sacerdoti, gli anziani, la gente. Questa varietà di letture rivela che all’origine non era indicato nessun soggetto e che tale silenzio del testo primitivo è stato differentemente interpretato dai copisti; San Giovanni Crisostomo ed il ms. 1200 non indicano nessun soggetto.
27 Ma noi sappiamo donde sia costui; si allude evidentemente all’origine umana di Cristo (cf Giov., 6,42; 7,41,52). Invece del Messia... nessuno saprà donde egli sia; secondo le concezioni messianiche correnti nel mondo ebraico contemporaneo a Cristo, il Messia aveva una provenienza occulta e misteriosa; queste concezioni avevano delle sfumature differenti; quelli che attendevano un Messia terreno e politico, pur sapendo che egli doveva essere di origine davidica e che sarebbe nato a Bethlehem, pensavano che il Messia sarebbe rimasto sconosciuto e nascosto fino a quando sarebbe stato manifestato ai popolo da Elia, che lo avrebbe unto re; di conseguenza nessuno conosce chi sia il Messia e da quale luogo provenga prima che egli sia annunziato al popolo. Quelli invece che accoglievano le idee dell’apocalittica ebraica (scritti apocrifi) pensavano che l’origine stessa del Messia, cioè del Figlio dell’uomo, fosse misteriosa (cf. 4 Esdra, 7, 28; 13, 32).
28 Disse ad alta voce; il greco ha l’aoristo ἔκραξεν (gridò); il verbo designa un modo di proporre un insegnamento ed è condizionato al linguaggio biblico; il quarto evangelista applica a Gesù le espressioni che usa la Sapienza nell’Antico Testamento. Voi mi conoscete e sapete donde sono! Gesù dichiara che i gerosolimitani conoscono ciò che riguarda la sua origine umana. Ma è verace colui che mi ha mandato; invece di ἀληθινός (verace) pochi codici hanno  (vero, veramente), perciò alcuni traducono: ma veramente [mi ha inviato] Colui che mi ha inviato. Gesù, affermando di non essere venuto da se stesso, cioè di propria autorità, dichiara implicitamente di essere inviato dal Padre, di conseguenza la sua «missione» (invio) dal Padre è verace e va creduta. Voi non lo conoscete; con accento grave il Maestro rileva che i suoi interlocutori ignorano Dio, Colui che lo ha mandato; con questa dichiarazione il Salvatore intende affermare che l’ignoranza della sua vera origine deriva dall’ignoranza di Dio stesso. Da notare che Giov., 7,28-36 presenta molta affinità con Giov., 8,14-22; cf. 7,28 con 8,14; 7,34-36 con 8, 21.
29 Io lo conosco; Gesù dichiara in termini espliciti che egli conosce il Padre; egli infatti conosce direttamente il Padre perché è nel Padre (cf. Giov., 17,21,23) e viene da lui (cf. Giov., 16,27; 17,8). Si è fatto osservare che il verbo οἶδα (conosco), usato nel presente versetto, indica una conoscenza assoluta che si ha per visione diretta, mentre γινώσκω designa una conoscenza che si acquisisce per mezzo dell’esperienza o di intermediari (cf. Biblica, 1959, p. 716). Perché io vengo da lui; in greco si haὄτι παρ’αὐτοῦ εἰμι; altri codici leggono: [perché io sono] presso di lui (παρ’αὐτῷ).

L’ignoranza di Dio - Salvatore Alberto Panimolle (Lettura Spirituale del Vangelo di Giovanni): Un problema teologico di carattere tragico, che sarà ripreso nel seguito del quarto vangelo (cf. Gv 8,19), è l’ignoranza di Dio da parte di coloro che si considerano i custodi e i difensori accreditati del monoteismo. Israele, il popolo che Dio stesso si è scelto come suo prediletto, in realtà non conosce il Padre, né colui che egli ha mandato: Gesù (Gv 7,28).
Ma una simile deplorevole situazione può ripetersi anche per il nuovo popolo di Dio. La conoscenza del Signore infatti consiste nell”amore e nella fedeltà, nella giustizia e nella rettitudine (cf. Os 2,21s; 4,1ss; 6,5s; Ger 22,15s). Non si tratta perciò di nozioni speculative su Dio, ma di un impegno concreto, attraverso il quale si fa l’esperienza del Signore.
Quando in una comunità non regna l’amore, la fedeltà, la giustizia, quando Dio e il vangelo del suo Figlio non incidono profondamente nella vita, allora si ignora il Signore, anche se si conosce la teologia in modo perfetto con tutte le distinzioni e sottigliezze dei dottori.
Noi possiamo essere battezzati, cattolici, religiosi, ministri della chiesa, e venirci a trovare nella medesima tragica situazione dei giudei: ignorare Dio. È possibile parlare del Signore, comunicarlo ai nostri fratelli, e ciò nonostante, non conoscere esistenzialmente chi egli veramente sia per la nostra persona, per la nostra esistenza concreta.

Cercarono allora di arrestarlo, ma nessuno riuscì a mettere le mani su di lui, perché non era ancora giunta la sua ora - Alain Marchadour (Vangelo di Giovanni): La parola «ora», usata ventisei volte nel vangelo di Giovanni, indica il più delle volte un tempo particolarmente favorevole, nel quale si compie la salvezza. Durante la prima parte del vangelo quest’ora non è ancora arrivata. La madre di Gesù, volendo far intervenire suo figlio, si sente rispondere: «Non è ancora venuta la mia ora›› (2,4). L’arresto di Gesù è impossibile per la stessa ragione (7,30; 8,20).
Ripetute volte Gesù predice l’imminenza di un’ora a partire dalla quale tutto diventerà più chiaro (16,25). Il culto sarà spirituale (4,21-23), la vita preverrà sulla morte (5,25).
La suspense abilmente mantenuta cessa quando Gesù, davanti ai pagani che lo vogliono vedere, annuncia che è infine venuta l’ora (12,23). Entrato nella sua passione, Gesù proclama che l’ora della glorificazione è finalmente giunta (13,1; 17,1). Questa espressione esiste nei vangeli sinottici (Mc 14,35.41), ma solo Giovanni ha disseminato lungo tutto il suo vangelo riferimenti a un evento della storia, la crocifissione di Gesù. Questo tempo non dipende dalla cronologia; una volta arrivato, rimane sempre attuale e prolunga i suoi effetti in favore di tutti quelli che aderiscono alla parola.

Siamo arrivati al termine. Possiamo mettere in evidenza:
***  - Io lo conosco, perché vengo da lui ed egli mi ha mandato - (Vangelo)
Nel silenzio, nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.

O Padre, questo sacramento che segna per noi
il passaggio dall’antica alla nuova alleanza,
ci spogli dell’uomo vecchio e ci rivesta del Cristo
nella giustizia e nella santità.
Per Cristo nostro Signore.



26 Marzo 2020

Giovedì della IV Settimana di Quaresima

Es 32,7-14; Dal Sal 105 (106); Gv 5,31-47

Colletta: O Padre, che ci hai dato la grazia di purificarci con la penitenza e di santificarci con le opere di carità fraterna, fa’ che camminiamo fedelmente nella via dei tuoi precetti, per giungere rinnovati alle feste pasquali. Per il nostro Signore Gesù Cristo...

Dei Verbum n. 15: L’economia del Vecchio Testamento era soprattutto ordinata a preparare, ad annunziare profeticamente (cfr. Lc 24,44; Gv 5,39; 1Pt 1,10) e a significare con diverse figure (cfr. 1Cor 10,11) l’avvento di Cristo redentore dell’universo e del regno messianico. I libri poi del Vecchio Testamento, tenuto conto della condizione del genere umano prima dei tempi della salvezza instaurata da Cristo, manifestano a tutti chi è Dio e chi è l’uomo e il modo con cui Dio giusto e misericordioso agisce con gli uomini. Questi libri, sebbene contengano cose imperfette e caduche, dimostrano tuttavia una vera pedagogia divina. Quindi i cristiani devono ricevere con devozione questi libri: in essi si esprime un vivo senso di Dio; in essi sono racchiusi sublimi insegnamenti su Dio, una sapienza salutare per la vita dell’uomo e mirabili tesori di preghiere; in essi infine è nascosto il mistero della nostra salvezza.
n. 16: Dio dunque, il quale ha ispirato i libri dell’uno e dell’altro Testamento e ne è l’autore, ha sapientemente disposto che il Nuovo fosse nascosto nel Vecchio e il Vecchio fosse svelato nel Nuovo. Poiché, anche se Cristo ha fondato la Nuova Alleanza nel sangue suo (cfr. Lc 22,20; 1Cor 11,25), tuttavia i libri del Vecchio Testamento, integralmente assunti nella predicazione evangelica, acquistano e manifestano il loro pieno significato nel Nuovo Testamento (cfr. Mt 5,17; Lc 24,27), che essi a loro volta illuminano e spiegano.

Dal Vangelo secondo Giovanni 5,31-47: In quel tempo, Gesù disse ai Giudei: «Se fossi io a testimoniare di me stesso, la mia testimonianza non sarebbe vera. C’è un altro che dà testimonianza di me, e so che la testimonianza che egli dà di me è vera. Voi avete inviato dei messaggeri a Giovanni ed egli ha dato testimonianza alla verità. Io non ricevo testimonianza da un uomo; ma vi dico queste cose perché siate salvati. Egli era la lampada che arde e risplende, e voi solo per un momento avete voluto rallegrarvi alla sua luce. Io però ho una testimonianza superiore a quella di Giovanni: le opere che il Padre mi ha dato da compiere, quelle stesse opere che io sto facendo, testimoniano di me che il Padre mi ha mandato. E anche il Padre, che mi ha mandato, ha dato testimonianza di me. Ma voi non avete mai ascoltato la sua voce né avete mai visto il suo volto, e la sua parola non rimane in voi; infatti non credete a colui che egli ha mandato. Voi scrutate le Scritture, pensando di avere in esse la vita eterna: sono proprio esse che danno testimonianza di me. Ma voi non volete venire a me per avere vita. Io non ricevo gloria dagli uomini. Ma vi conosco: non avete in voi l’amore di Dio. Io sono venuto nel nome del Padre mio e voi non mi accogliete; se un altro venisse nel proprio nome, lo accogliereste. E come potete credere, voi che ricevete gloria gli uni dagli altri, e non cercate la gloria che viene dall’unico Dio? Non crediate che sarò io ad accusarvi davanti al Padre; vi è già chi vi accusa: Mosè, nel quale riponete la vostra speranza. Se infatti credeste a Mosè, credereste anche a me; perché egli ha scritto di me. Ma se non credete ai suoi scritti, come potrete credere alle mie parole?».

Angelico Poppi (I Quattro Vangeli): La portata dottrinale del discorso è molto rilevante. Gesù afferma categoricamente di compiere le opere del Padre. Egli non fa nulla se non lo vede fare dal Padre. Siccome questi lo ama, non gli tiene nascosto nulla, ma gli mostra tutto quello che fa. Il Figlio imita ciò che fa il Padre, compiendo le sue opere. Ora, le opere tipiche di Dio sono due: far risorgere i morti e vivificarli. Il Padre ha conferito tale potere divino al Figlio, affinché tutti lo onorino quale suo inviato definitivo. Essendo stato mandato dal Padre, egli riveste la sua stessa dignità; perciò chi non onora il Figlio, non onora il neppure il Padre. Tale identità di operazione, che scaturisce dallunione intima di amore con il Padre, manifesta la dignità trascendente di Gesù, la sua uguaglianza con Dio. Più avanti afferma: «Io e il Padre siamo uno» (10,30). Infatti, egli si rivendica il potere di far risorgere i morti e di giudicarli, opere che le Scritture attribuiscono esclusivamente a Dio. Si tratta di due opere escatologiche, che ora il Padre compie attraverso il Figlio Unigenito, divenuto «Figlio dell”uomo» con lincamazione; a lui egli ha affidato il giudizio del mondo, secondo quanto aveva predetto Daniele (7,13-14).
Nessuno può restare indifferente dinanzi alla rivelazione di Gesù, essendo egli stato mandato da Dio. Questo termine serve d’aggancio tra il v. 23 e il v. 24, che rappresenta il punto focale di tutto il brano: Gesù passa dal tema delle opere escatologiche (w. 19-23) a quello della fede nel suo messaggio per ottenere la vita eterna nel giudizio vv. 24-30). Il Figlio è stato mandato dal Padre per manifestare e compiere il suo disegno salvifico. Chi accoglie la parola di Gesù con fede, è reso partecipe fin d’ora della vita divina; chi non crede, si autoesclude dalla salvezza (V. 24). Il giudizio divino è già in atto nella missione di Gesù. La sua parola contiene la realtà divina che annuncia, e chi l’accetta riceve la vita eterna.

Ma se non credete ai suoi scritti, come potrete credere alle mie parole? - Benedetto Prete (I Quattro Vangeli): 47. Il versetto non sottolinea un contrasto tra gli scritti di Mosè e le «parole» di Gesù, quasi che la parola scritta sia più autorevole della parola pronunziata, bensì esso stabilisce un parallelo tra Mosè e Cristo; se Mosè, il quale ha predetto il Messia, come consta dai libri della Legge, non è creduto dagli ebrei, come può avvenire che questi stessi ebrei possano credere alle parole di Cristo che annunziano il compimento delle predizioni contenute nelle Scritture?
La sezione di Giov., 5,31-47 sviluppa un tema centrale a forma di dibattito sulla «testimonianza» concernente la persona e I’opera di Gesù. Il Maestro stesso richiama successivamente le testimonianze che ha avuto dal Padre, da Giovanni Battista, dalle opere e da Mosè (per mezzo delle Scritture). Queste molteplici testimonianze hanno lo scopo di mostrare il messianismo di Gesù e l’opera che egli deve svolgere nel mondo, non già intendono provare la sua origine divina o il mistero della sua persona. Le testimonianze del Precursore, di Mosè e delle opere sono valide per provare sul piano storico che Gesù attua l’opera del Messia predetto (cf. « Revue Biblique », 67 [1960], p. 514).

Le testimonianze rese a Gesù - Salvatore Alberto Panimolle (Lettura Pastorale del Vangelo di Giovanni): Gesù inizia la seconda parte della sua apologia di Gv 5, affermando di avere come testimone una persona misteriosa e straordinaria, che non può essere se non Dio: questi gli rende una testimonianza molto autorevole (Gv 5,31s). Il Battista ha reso testimonianza alla verità, ossia al Verbo incarnato, rivelazione personificata di Dio; Gesù però non riceve testimonianza da un uomo (Gv 5,33s). Egli ha una testimonianza più grande di quella di Giovanni, essa è rappresentata dalle opere compiute e dal Padre in persona (Gv 5,36s): tanto le opere quanto Dio rendono testimonianza alla missione divina di Gesù. Non basta, Gesù ha una terza testimonianza: quella delle Scritture (Gv 5,39). Quindi è triplice la testimonianza che il Maestro accetta: quella del Padre, quella delle opere e quella delle Scritture. La testimonianza del Battista è considerata umana e perciò rifiutata (Gv 5.34).
Eppure Giovanni Battista per due volte ha reso solenne testimonianza alla messianicità divina di Gesù (Gv 1,29-34; 3,31-36). Egli è venuto per rendere testimonianza alla luce e per favorire la fede nel Verbo, luce del mondo (Gv 1,7s). La sua testimonianza sulle rive del Giordano (Gv 1,19-34) ha spinto alcuni suoi discepoli a seguire Gesù (Gv 1,35ss); essa perciò ha favorito la rivelazione del Cristo (cf. Gv 1,31; 2,1-12) e la fede iniziale dei primi discepoli (Gv 2,11). La seconda testimonianza del Battista è molto esplicita nel proclamare la divinità del Maestro (Gv 3,29-36). Ma il Verbo incarnato non accetta questa testimonianza umana (Gv 5,34).
Gesù accoglie solo la testimonianza divina del Padre, delle sue opere e delle Scritture. Egli proclama inoltre che la sua testimonianza è vera anche dal punto di vista giuridico della legge mosaica, perché gli rende testimonianza anche il Padre (Gv 8,14-18), per mezzo delle opere che compie nel suo nome (Gv 10,25). Nei discorsi dell’ultima cena il Maestro accenna a una nuova testimonianza divina in suo favore, quella del Paraclito, lo Spirito di verità: questi renderà testimonianza a Gesù mediante la testimonianza dei discepoli (Gv 15,26s), e farà giustizia convincendo il mondo del suo peccato d”incredulità, dell’ingiustizia commessa rifiutando il Cristo e dell’iniquo giudizio di condanna nei confronti dell`inviato di Dio (Gv 16,8-11).
Quindi i giudei che accusano Gesù di peccato e di bestemmia, perché avrebbe trasgredito il riposo sabatico e si è proclamato uguale a Dio (Gv 5,16.18), meritano biasimo e condanna. Nel processo sommario che essi intentano contro il Maestro, sono condannati dal Padre, dalla Scrittura e dallo Spirito di verità, i quali difendono la causa del Cristo e offrono la garanzia della loro autorevolissima testimonianza. L’appello di Gesù a queste testimonianze è quanto mai efficace nella sua apologia contro le accuse dei giudei, che lo perseguitano e meditano di ucciderlo, quale trasgressore della legge.

Voi scrutate le Scritture...: Giovanni Paolo II (Omelia, 17 marzo 1983): Ci troviamo nel centro stesso di quella disputa, che Gesù di Nazaret conduce con i suoi contemporanei, rappresentanti di Israele. Proprio essi, più di qualsiasi altro, potevano riconoscere in Cristo la testimonianza di Dio stesso. Infatti, erano a ciò particolarmente preparati. Cristo dice: “Voi scrutate le Scritture credendo di avere in esse la vita eterna; ebbene, sono proprio esse che mi rendono testimonianza. Ma voi non volete venire a me per avere la vita” (Gv 5,39-40). Non volete... La controversia, che Cristo svolge con i suoi contemporanei in Israele, riguarda la promessa che quel popolo eletto aveva ricevuto nell’antica alleanza: Cristo viene come compimento di quella Promessa. Ed ecco, non vogliono accoglierlo. Quindi, egli disputa con essi, richiamandosi all’autorità che per essi era la più grande: Mosè. Dice: “Se credeste infatti a Mosè, credereste anche a me, perché di me egli ha scritto” (Gv 5,46). E perciò aggiunge: “Non crediate che sia io ad accusarvi davanti al Padre; c’è già chi vi accusa, Mosè, nel quale avete riposto la vostra speranza” (Gv 5,45). Così, dunque, si svolge una sorta di lite. Essa ha in un certo senso le caratteristiche di un processo giudiziario. Cristo si richiama ai testimoni. Testimone è Mosè e tutto il Vecchio Testamento fino a Giovanni Battista. Testimone è la Scrittura e testimone è tutta l’attesa del Popolo eletto. Ma, soprattutto, testimone sono le “opere” che Cristo compie per intervento del Padre. Dinanzi a questa testimonianza, i testimoni dell’antica alleanza, e soprattutto Mosè, assumono ancora un nuovo carattere: si prestano nel ruolo di accusatori. Sembrano dire: perché non accogliete Gesù di Nazaret, dato che tutto indica che proprio egli è Colui che Dio ha mandato conformemente alla Promessa? Con questa domanda, quei testimoni sembrano però non soltanto chiedere, ma addirittura accusare!

Siamo arrivati al termine. Possiamo mettere in evidenza:
*** “Le opere che il Padre mi ha dato da compiere, quelle stesse opere che io sto facendo, testimoniano di me che il Padre mi ha mandato”.
Nel silenzio, nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.

Il sacramento che abbiamo ricevuto, Signore,
ci liberi da ogni colpa, perché sollevati dall’umiliazione
del peccato possiamo gloriarci della pienezza del tuo dono.
Per Cristo nostro Signore.





25 Marzo 2020

 ANNUNCIAZIONE DEL SIGNORE – SOLENNITÀ

Is 7,10-14; 8,10c; Sal 39 (40); Eb 10,4-10; Lc 1,26-38

Dal Martirologio: Solennità dell’Annunciazione del Signore, quando nella città di Nazareth l’angelo del Signore diede l’annuncio a Maria: «Ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e verrà chiamato Figlio dell’Altissimo», e Maria rispondendo disse: «Ecco la serva del Signore; avvenga per me secondo la tua parola». E così, compiutasi la pienezza dei tempi, Colui che era prima dei secoli, l’Unigenito Figlio di Dio, per noi uomini e per la nostra salvezza si incarnò nel seno di Maria Vergine per opera dello Spirito Santo e si è fatto uomo.

Colletta:  O Padre, tu hai voluto che il tuo Verbo si facesse uomo nel grembo della Vergine Maria:
concedi a noi, che adoriamo il mistero del nostro Redentore, vero Dio e vero uomo, di essere partecipi della sua vita immortale. Per il nostro Signore Gesù Cristo...

L’Annunciazione - Catechismo degli Adulti 760: L’angelo dell’annunciazione, rivolge a Maria un invito alla gioia: «Ti saluto, o piena di grazia, il Signore è con te» (Lc 1,28). Una parafrasi vicina al senso originale di questo saluto potrebbe essere: «Esulta, tu che sei ricolmata dall’amore gratuito di Dio; il Signore è con te, come salvatore sempre fedele all’alleanza». A fondamento di tutto c’è l’amore gratuito del Padre, la sua grazia, che dona la salvezza «con ogni benedizione spirituale» (Ef 1,3) in Cristo, prima preparandola nell’eternità, poi attuandola nel tempo, infine portandola all’ultimo compimento. Tutti siamo pensati, amati, creati, redenti e glorificati come figli adottivi in comunione con il Figlio unigenito. Il primo atto della grazia del Padre, rivolta a noi in considerazione di Cristo, è l’elezione, la liberissima scelta del suo amore: «In lui ci ha scelti prima della creazione del mondo, per essere santi e immacolati al suo cospetto nella carità, predestinandoci a essere suoi figli adottivi» (Ef 1,4-5). Maria è «piena di grazia», amata e benedetta da Dio insieme a tutti i membri della famiglia umana, ma in modo assolutamente singolare, in quanto è predestinata ad essere la Madre del suo Figlio. «Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo!» (Lc 1,42), è il saluto di Elisabetta. Dall’eternità nel disegno del Padre è associata all’evento dell’incarnazione redentrice come Madre di Dio fatto uomo.

Dal Vangelo secondo Luca 1,26-38: In quel tempo, l’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nàzaret, a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, di nome Giuseppe. La vergine si chiamava Maria. Entrando da lei, disse: «Rallégrati, piena di grazia: il Signore è con te». A queste parole ella fu molto turbata e si domandava che senso avesse un saluto come questo. L’angelo le disse: «Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ed ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e verrà chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine». Allora Maria disse all’angelo: «Come avverrà questo, poiché non conosco uomo?». Le rispose l’angelo: «Lo Spirito Santo scenderà su di te e la potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra. Perciò colui che nascerà sarà santo e sarà chiamato Figlio di Dio. Ed ecco, Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia ha concepito anch’essa un figlio e questo è il sesto mese per lei, che era detta sterile: nulla è impossibile a Dio». Allora Maria disse: «Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola». E l’angelo si allontanò da lei.

Nàzaret, una città della Galilea, posta in territorio che era ritenuto pagano e trascurato da Dio, quella Galilea dalla quale non sorge profeta (Gv 7,52). Da Nàzaret può venire qualcosa di buono? (Gv 1,46), eppure Dio sceglie di iniziare da questo oscuro villaggio il suo viaggio che lo porterà tra gli uomini, Dio sceglie il grembo di una vergine, sceglie ciò che non ha appariscenza, ciò che è umile e disprezzato dagli uomini. La legge dell’incarnazione è questa: Gesù svuotò se stesso... umiliò se stesso (Fil 2,7-8). Ora, nella pienezza del tempo (Gal 4,4), Dio elegge la sua dimora tra gli uomini (Gv 1,14), e Maria è il nuovo tempio, la nuova città santa, il popolo nuovo in mezzo al quale Dio prende dimora.

Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola - Mario Galizzi (Vangelo secondo Luca): Si compia. Non è un fiat che dice rassegnazione o sottomissione a qualcosa di grave e doloroso. Non siamo nel Getsemani (cf Mt 26,42). Maria ha appena ascoltato un annuncio colmo di gioia per tutto il suo popolo. Dio vuole dare inizio ai tempi messianici e, per le scelte divine, il suo sì è fondamentale.
Come un giorno Giuditta sentì il dovere di salvare il suo popolo, così ora Maria, la Figlia di Sion, capisce che la sua missione investe il destino d’Israele, suo popolo, e con gioia dice: «Si compia››. Sappiamo che la traduzione non rende il senso di immensa gioia che vuole esprimere l’originale greco. Ma se fissiamo lo sguardo su Maria possiamo capire che in lei c’è un desiderio gioioso di collaborare a ciò che Dio vuole da lei: è la gioia dell’abbandono totale al volere divino. Il racconto dell’Annunciazione è iniziato con un rallegrati, e tutto il resto è permeato dalla gioia. Ebbene, tutto si conclude con un gioioso si compia, con una adesione totale alla parola divina: «Si compia in me secondo la tua parola». A questo punto, ci serva da conclusione una bellissima pagina di san Bernardo: «O Figlia di Sion, ... il tuo orecchio ha udito gaudio e letizia, fa’ che anche noi possiamo sentire da te l’annuncio gioioso. L’angelo aspetta la tua risposta … Stiamo aspettando anche noi, o Signora, la tua parola di compassione... Rispondi presto, o Vergine... Apri, dunque, o Vergine beata, il tuo cuore alla fede, le tue labbra alla parola, il tuo seno al creatore. Ecco, colui che è il desiderato di tutte le genti sta fuori e bussa alla tua porta... Alzati, corri, apri. Alzati con la tua fede, corri col tuo affetto, apri col tuo consenso». E Maria si aprì gioiosamente al volere di Dio; da quel momento il Verbo, Colui che è la parola, assunse in Maria il suo essere umano. Per Maria ha così inizio quella missione che la porterà sul calvario a una maternità universale.

L’angelo Gabriele fu mandato da Dio… - M. Galopin e P. Grelot: Gli angeli continuano a svolgere presso gli uomini i compiti che già il VT attribuiva loro. Quando una comunicazione soprannaturale perviene dal cielo alla terra, essi ne rimangono i misteriosi messaggeri: Gabriele trasmette la duplice annunciazione (Lc 1,19.26); un esercito celeste interviene nella notte della natività (Lc 2,9-14); angeli ancora annunciano la risurrezione (Mt 28,5ss par.) e fanno conoscere agli apostoli il senso della ascensione (Atti 1,10s). Ausiliari di Cristo nell’opera della salvezza (Ebr 1,14), essi assicurano la custodia degli uomini (Mt 18,10; Atti 12,15), presentano a Dio le preghiere dei santi (Apoc 5,8; 8,3), conducono l’anima dei giusti in paradiso (Lc 16,22). Per proteggere la Chiesa, essi continuano attorno a Michele, loro capo, la lotta contro Satana, che dura fin dalle origini (Apoc 12,1-9).
Un legame intimo collega così il mondo terrestre al mondo celeste; lassù gli angeli celebrano una liturgia perpetua (Apoc 4,8-11), alla quale quaggiù si unisce la liturgia della Chiesa (cfr. Gloria, Prefazio, Santo). Presenze soprannaturali ci attorniano, che il veggente dell’Apocalisse concretizza nel linguaggio convenzionale consacrato dall’uso. Ciò esige da parte nostra una riverenza (cfr. Gios 5,13ss; Dan 10,9; Tob 12,16) che non è da confondere con l’adorazione (Apoc 22,8s). Quindi è necessario proscrivere un culto esagerato degli angeli che pregiudicherebbe quello di Gesù Cristo (Col 2,18). Al di là di queste esplicite affermazioni della Bibbia, il critico può chiedersi quale significato abbiano delle rappresentazioni che sono ampiamente desunte dal mondo pagano circostante e che traducono elementi periferici del messaggio biblico. Il problema non è facilmente risolvibile. Un punto è certo. Qualunque siano la natura e la struttura dell’universo spirituale che circonda Dio e mette in esecuzione i suoi disegni, esso è incorporato nel piano divino della creazione e della redenzione per sottomissione a Cristo, signore del mondo e salvatore. In questo modo entra nel campo della fede cristiana.

Maria nellannunciazione - Lumen gentium 56: Il Padre delle misericordie ha voluto che l’accettazione da parte della predestinata madre precedesse l’incarnazione, perché così, come una donna aveva contribuito a dare la morte, una donna contribuisse a dare la vita. Ciò vale in modo straordinario della madre di Gesù, la quale ha dato al mondo la vita stessa che tutto rinnova e da Dio è stata arricchita di doni consoni a tanto ufficio. Nessuna meraviglia quindi se presso i santi Padri invalse l’uso di chiamare la madre di Dio la tutta santa e immune da ogni macchia di peccato, quasi plasmata dallo Spirito Santo e resa nuova creatura. Adornata fin dal primo istante della sua concezione dagli splendori di una santità del tutto singolare, la Vergine di Nazaret è salutata dall’angelo dell’annunciazione, che parla per ordine di Dio, quale «piena di grazia» (cfr. Lc 1,28) e al celeste messaggero essa risponde «Ecco l’ancella del Signore: si faccia in me secondo la tua parola» (Lc 1,38). Così Maria, figlia di Adamo, acconsentendo alla parola divina, diventò madre di Gesù, e abbracciando con tutto l’animo, senza che alcun peccato la trattenesse, la volontà divina di salvezza, consacrò totalmente se stessa quale ancella del Signore alla persona e all’opera del Figlio suo, servendo al mistero della redenzione in dipendenza da lui e con lui, con la grazia di Dio onnipotente. Giustamente quindi i santi Padri ritengono che Maria non fu strumento meramente passivo nelle mani di Dio, ma che cooperò alla salvezza dell’uomo con libera fede e obbedienza. Infatti, come dice Sant’Ireneo, essa «con la sua obbedienza divenne causa di salvezza per sé e per tutto il genere umano». Onde non pochi antichi Padri nella loro predico della disobbedienza di Eva ha avuto la sua soluzione coll’obbedienza di Maria; ciò che la vergine Eva legò con la sua incredulità, la vergine Maria sciolse con la sua fede» e, fatto il paragone con Eva, chiamano Maria «madre dei viventi e affermano spesso: «la morte per mezzo di Eva, la vita per mezzo di Maria».

Papa Francesco (Angelus, 8 Dicembre 2016): [...] quando Dio viene ad abitare tra noi, si fa uomo come noi. E questo è stato possibile per mezzo di un grande sì, - quello del peccato era il no! - quello di Maria al momento dell’Annunciazione. Per questo sì Gesù ha cominciato il suo cammino sulle strade dell’umanità; lo ha cominciato in Maria, trascorrendo i primi mesi di vita nel grembo della mamma: non è apparso già adulto e forte, ma ha seguito tutto il percorso di un essere umano. Si è fatto in tutto uguale a noi, eccetto una cosa: quel no, no al peccato. Per questo ha scelto Maria, l’unica creatura senza peccato, immacolata. Nel Vangelo, con una parola sola, lei è detta «piena di grazia» (Lc 1,28), cioè ricolmata di grazia. Vuol dire che in lei, da subito piena di grazia, non c’è spazio per il peccato. E anche noi, quando ci rivolgiamo a lei, riconosciamo questa bellezza: la invochiamo “piena di grazia”, senza ombra di male. Maria risponde alla proposta di Dio dicendo: «Ecco la serva del Signore» (v. 38). Non dice: “Questa volta farò la volontà di Dio, mi rendo disponibile, poi vedrò…”. No. Il suo è un sì pieno, senza condizioni. E come il no delle origini aveva chiuso il passaggio dell’uomo a Dio, così il sì di Maria ha aperto la strada a Dio fra noi. È il sì più importante della storia, il sì umile che rovescia il no superbo delle origini, il sì fedele che guarisce la disobbedienza, il sì disponibile che ribalta l’egoismo del peccato. Anche per ciascuno di noi c’è una storia di salvezza fatta di sì e di no a Dio. A volte, però, siamo esperti nei mezzi sì: siamo bravi a far finta di non capire bene ciò che Dio vorrebbe e la coscienza ci suggerisce. Siamo anche furbi e per non dire un no vero e proprio a Dio diciamo: “non posso”, “non oggi, ma domani”; “domani sarò migliore, domani pregherò, farò del bene, domani”. Così però chiudiamo la porta al bene, e il male approfitta di questi sì mancati. Invece ogni sì pieno a Dio dà origine a una storia nuova: dire sì a Dio è veramente “originale”, non il peccato, che ci fa vecchi dentro. Ogni sì a Dio origina storie di salvezza per noi e per gli altri, come Maria con il suo propri sì.


Siamo arrivati al termine. Possiamo mettere in evidenza:
*** “Ogni sì pieno a Dio dà origine a una storia nuova” (Papa Francesco).
Nel silenzio, nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.

O Padre, che ci hai accolti alla tua mensa,
conferma in noi il dono della vera fede,
che ci fa riconoscere nel Figlio della Vergine
il tuo Verbo fatto uomo, e per la potenza
della sua risurrezione guidaci al possesso
della gioia eterna.
Per Cristo nostro Signore.