28 Gennaio 2020

Martedì III Settimana Tempo Ordinario

2Sam 6,12b-15.17-19; Sal 23 (24); Mc 3,31-35

S. Tommaso d’Aquino, Sacerdote e Dottore della Chiesa

Dal Martirologio: Memoria di san Tommaso d’Aquino, sacerdote dell’Ordine dei Predicatori e dottore della Chiesa, che, dotato di grandissimi doni d’intelletto, trasmise agli altri con discorsi e scritti la sua straordinaria sapienza. Invitato dal beato papa Gregorio X a partecipare al secondo Concilio Ecumenico di Lione, morì il 7 marzo lungo il viaggio nel monastero di Fossanova nel Lazio e dopo molti anni il suo corpo fu in questo giorno traslato a Tolosa.

Colletta: O Dio, che in san Tommaso d’Aquino hai dato alla tua Chiesa un modello sublime di santità e di dottrina, donaci la luce per comprendere i suoi insegnamenti e la forza per imitare i suoi esempi. Per il nostro Signore Gesù Cristo…

L’iniziativa dei parenti di Gesù è raccontata anche da Matteo (12,46-50) e da Luca (8,19-21). L’evangelista Marco già nei versetti 20-21 aveva suggerito il motivo per cui i parenti di Gesù erano alla sua ricerca: «[Gesù] Entrò in una casa e di nuovo si radunò una folla, tanto che non potevano neppure mangiare. Allora i suoi, sentito questo, uscirono per andare a prenderlo; dicevano infatti: “È fuori di sé”».
… dicevano infatti “Fuori di sé”, è una espressione molto forte, il pensare che Gesù fosse “fuori di sé” non fa di certo onore alla famiglia di Gesù, e in verità il verbo impersonale dicevano potrebbe riferirsi all’opinione della folla.
Da qui si può pensare che i parenti di Gesù forse erano preoccupati per la sua salute a motivo della spossante attività, o impensieriti a motivo della sua incondizionata disponibilità. Forse pensavano che esagerasse, forse..., ma in ogni caso l’episodio ci suggerisce che spesso agli uomini manca qualsiasi comprensione del misterioso operare di Dio.
Dio dovrebbe rimanere chiuso nel nostro concetto di ordine e di buon senso, e così pensiamo di chi si dona a Cristo, ci sembra troppo esagerato il suo fare e borbottiamo che dovrebbe risparmiarsi nella fatica, nell’amore, e dovrebbe donarsi con cautela. Tutto ciò che ci supera, ci sorprende e ci disturba, lo definiamo privo di senso, lo riteniamo esagerato. Ai latori della richiesta dei parenti Gesù risponde in modo chiaro, sono parole che non possono essere equivocate: Ecco mia madre e i miei fratelli! Perché chi fa la volontà di Dio, costui per me è fratello, sorella e madre. Gesù non rinnega la sua parentela naturale ma la subordina a un legame più alto, più nobile, più spirituale. Il regno di Dio richiede un impegno personale del discepolo il quale, a volte, deve trascendere tutti i legami naturali di famiglia o di gruppo etnico.

Ecco, tua madre, i tuoi fratelli e le tue sorelle stanno fuori e ti cercano - Da questo brano evangelico e da altri brani molti deducono che Maria dopo la nascita verginale abbia avuto altri figli oppure affermano che i “fratelli” fossero figli di Giuseppe di un precedente matrimonio, tesi che vengono smentite dagli stessi Vangeli infatti essi forniscono con chiarezza la maternità e la paternità dei “fratelli e delle sorelle di Gesù” escludendo in questo modo ogni “coinvolgimento” di Maria che dalla Chiesa è stata sempre venerata vergine, prima, durante e dopo il parto. Afferma “il Concilio Vaticano II nella Dei Verbum 9: La sacra Tradizione dunque e la sacra Scrittura sono strettamente congiunte e comunicanti tra loro. Poiché ambedue scaturiscono dalla stessa divina sorgente, esse formano in certo qual modo un tutto e tendono allo stesso fine. [...] ne risulta così che la Chiesa attinge la certezza su tutte le cose rivelate non dalla sola Scrittura. La Chiesa nel suo cammino di comprensione della rivelazione di Dio in Gesù Cristo ha acquisito a un certo momento di tale cammino la certezza necessaria, a partire dalle scritture e dalla Tradizione, per affermare la perpetua verginità di Maria. Da quel momento anche la questione dei fratelli di Gesù, è illuminato da ciò che la Chiesa crede” (Padre Filippo Belli).

Dal Vangelo secondo Marco 3,31-35: In quel tempo, giunsero la madre di Gesù e i suoi fratelli e, stando fuori, mandarono a chiamarlo. Attorno a lui era seduta una folla, e gli dissero: «Ecco, tua madre, i tuoi fratelli e le tue sorelle stanno fuori e ti cercano». Ma egli rispose loro: «Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?». Girando lo sguardo su quelli che erano seduti attorno a lui, disse: «Ecco mia madre e i miei fratelli! Perché chi fa la volontà di Dio, costui per me è fratello, sorella e madre».

In quel tempo, gli scribi … - Jean Radermakers (Lettura Pastorale del Vangelo di Marco): Frattanto, si annuncia a Gesù una visita: sua madre e i suoi fratelli son fuori: «Ti cercano» (3,32), gli dicono, ripetendo l’invito di Simone a Gesù in preghiera (1,37). La folla è di nuovo presente e circonda il Maestro. Chi sono questi «fratelli» e queste «sorelle»? Questi termini, che esprimono normalmente una parentela di sangue, designavano anche, in ambiente semitico, i membri di una tribù, di un clan, di una famiglia (Gn 1.4,14-16; 29,15; Lv 10,4; 1Cr 23,22, cc.). Coscienti della fraternità che li legava fra loro a motivo di Gesù, che aveva loro rivelato il Padre dei cieli, i primi cristiani amavano chiamarsi «fratelli» (At 1,15; 9,17; 11,1; 12,17; 21,17-18: Rm 1,13; 1Cor 9,5; ecc.) e «sorelle» (Rm 16,1; 1Cor 7,15; 1 Tm 5,2; Flm 2; Gc 2,15).
La risposta di Gesù ci ricorda la designazione dei dodici all’inizio della nostra sequenza. Gettando uno sguardo intorno sulla folla, esclama: «Ecco mia madre e i miei fratelli »,significando che ormai il rapporto degli uomini con lui determina una parentela più reale di quella dei legami carnali. Questo, a motivo della «volontà di Dio» (3,35): chiunque fa la volontà di Dio, sull’esempio di Gesù, diventa, per lui, fratello e sorella e madre. Non sono i legami carnali a gli incontri umani che determinano la parentela di Gesù, ma il riconoscimento della libera elezione di Dio. Non è in questo senso che Gesù aveva scelto «coloro che voleva» (3,13)?

Ecco, tua madre, i tuoi fratelli e le tue sorelle stanno fuori e ti cercano - A. Négrier e X. Léon-Dufour: La parola «fratello», nel senso più stretto, designa le persone nate dallo stesso seno materno (Gen 4,2). Ma in ebraico, come in molte altre lingue, si applica per estensione ai membri di una stessa famiglia (Gen 13,8; Lev 10,4; cfr. Mc 6,3), d’una stessa tribù (2Sam 19,13), di uno stesso popolo (Deut 25,3; Giud 1,3), in opposizione agli stranieri (Deut 1,16; 15,2s); designa infine i popoli discendenti da uno stesso antenato, come Edom ed Israele (Deut 2,4; Am 1,11). Accanto a questa fraternità fondata sulla carne, la Bibbia ne conosce un’altra, il cui legame è di ordine spirituale: fraternità per la fede (Atti 2,29), la simpatia (2Sam 1,26), la funzione simile (2Cron 31,15; 2Re 9,2), l’alleanza stipulata (Am 1,9; 1Re 20,32; 1Mac 12,10)... Questo uso metaforico della parola fa vedere che la fraternità umana, come realtà vissuta, non si limita alla semplice consanguineità, benché questa ne costituisca il fondamento naturale. La rivelazione non parte da una riflessione sul fatto che tutti gli uomini sono naturalmente fratelli. Non che essa respinga l’ideale di fraternità universale; ma sa che è irrealizzabile, e ne ritiene la ricerca fallace, finché non è compiuta in Cristo. Del resto, infatti, proprio ad esso mira già l’Antico Testamento attraverso comunità fraterne elementari fondate sulla stirpe, il sangue o la religione; ed infine il Nuovo Testamento incomincia a realizzarlo nella comunità della Chiesa.

…. chi fa la volontà di Dio - E. Jacquemi e X. Léon-Dufour: «SIA FATTA LA TUA VOLONTA!» Dopo che in Gesù la volontà di Dio si è realizzata sulla terra come in cielo, il cristiano può essere sicuro di essere esaudito nella sua orazione domenicale (Mt 6,10). Deve quindi, da discepolo autentico, riconoscere e praticare questa volontà.
1. Discernere la volontà di Dio. - Il discernimento e la pratica della volontà divina si condizionano a vicenda: bisogna compiere la volontà di Dio per apprezzare la dottrina di Gesù (Gv 7,17), ma d’altra parte bisogna riconoscere in Gesù e nei suoi Comandamenti i comandamenti stessi di Dio (14,23s). Ciò rientra nel mistero dell’incontro delle due volontà, quella dell’uomo peccatore e quella di Dio: per andare a Gesù, bisogna essere «attratti» dal Padre (6,44), attrazione che, secondo la parola greca, è ad un tempo costrizione e dilettazione (giustificando l’espressione di S. Agostino: «Dio che mi è più intimo di me stesso»). Per discernere la volontà di Dio non basta conoscere la lettera della legge (Rom 2,18), ma occorre aderire ad una persona, e ciò può avvenire solo per mezzo dello Spirito Santo che Gesù dona (Gv 14,26). Allora il giudizio rinnovato permette di «discernere qual è la volontà di Dio, Ciò che è bene, ciò che gli piace, ciò che è perfetto» (Rom 12, 2). Questo discernimento non riguarda soltanto la vita quotidiana; perviene alla «piena conoscenza della sua volontà, sapienza ed intelligenza spirituale» (Col 1,9): questa è la condizione di una vita che piaccia al Signore (1,10; cfr. Ef 5,17). Anche la preghiera non può più essere che una preghiera «secondo la sua volontà» (1Gv 5,14), e la formula classica «se Dio lo vuole» assume una risonanza totalmente diversa (Atti 18,21; 1Cor 4,19; Giac 4,15), perché suppone un riferimento costante al «mistero della volontà di Dio» (Ef 1,3-14).
2. Praticare la volontà di Dio. - A che pro conoscere ciò che il padrone vuole, se non lo si mette in pratica (Lc 12,47; Mt 7,21; 21,31)? Questa «pratica» costituisce propriamente la vita cristiana (Ebr 13,21), in opposizione alla vita secondo le passioni umane (1Piet 4,2; Ef 6,6). Più precisamente, la volontà di Dio a nostro riguardo è santità (1 Tess 4, 3), ringraziamento (5, 18); pazienza (1Piet 3,1) e buona condotta (2,15). Questa pratica è passibile, perché «è Dio che suscita in noi e il volere e l’operare per l’esecuzione del suo beneplacito» (Fil 2,13). Allora c’è comunione delle volontà, accordo della grazia e della libertà. 

Non tutti infatti quelli che dicono: «Signore, Signore», entreranno nel regno dei cieli, ma quelli che fanno la volontà del Padre e coraggiosamente agiscono - Gaudium et spes 93: I cristiani, ricordando le parole del Signore: «in questo conosceranno tutti che siete i miei discepoli, se vi amerete gli uni gli altri» (Gv 13,35), niente possono desiderare più ardentemente che servire con maggiore generosità ed efficacia gli uomini del mondo contemporaneo. Perciò, aderendo fedelmente al Vangelo e beneficiando della sua forza, uniti con tutti coloro che amano e praticano la giustizia, hanno assunto un compito immenso da adempiere su questa terra: di esso dovranno rendere conto a colui che tutti giudicherà nell’ultimo giorno.
Non tutti infatti quelli che dicono: «Signore, Signore», entreranno nel regno dei cieli, ma quelli che fanno la volontà del Padre e coraggiosamente agiscono. Perché la volontà del Padre è che in tutti gli uomini noi riconosciamo ed efficacemente amiamo Cristo fratello, con la parola e con l’azione, rendendo così testimonianza alla verità, e comunichiamo agli altri il mistero dell’amore del Padre celeste.
Così facendo, risveglieremo in tutti gli uomini della terra una viva speranza, dono dello Spirito Santo, affinché alla fine essi vengano ammessi nella pace e felicità somma, nella patria che risplende della gloria del Signore.

Siamo arrivati al termine. Possiamo mettere in evidenza:
***  Ecco mia madre e i miei fratelli! Perché chi fa la volontà di Dio, costui per me è fratello, sorella e madre. (Vangelo)
Ora nel silenzio, nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.

O Padre, che ci hai nutrito di Cristo, pane vivo,
formaci alla scuola del suo Vangelo,
perché sull’esempio di san Tommaso d’Aquino
conosciamo la tua verità e la testimoniamo nella carità fraterna.
Per Cristo nostro Signore.



27 Gennaio 2020

Lunedì III Settimana Tempo Ordinario

2Sam 5,1-7.10 ; Sal 88 (89); Mc 3,22-30

Colletta: Dio onnipotente ed eterno, guida i nostri atti secondo la tua volontà, perché nel nome del tuo diletto Figlio portiamo frutti generosi di opere buone. Per il nostro Signore Gesù Cristo...

Gesù è accusato di essere posseduto da Beelzebùl e di scacciare i demòni per mezzo del capo dei demoni, che qui vengono detti “spiriti impuri”. Così il giudaismo (cf. Zc 13,2) chiamava i demoni, estranei e anzi ostili alla purità religiosa e morale che esige il servizio di Dio
L’accusa è molto grave, ma è dettata più dall’ignoranza, dalla acrimonia, e da un cocciuto pregiudizio nei confronti di Gesù. È un tentativo di fare terra bruciata attorno a Gesù, un indemoniato non porta mai a nulla di buono. Gesù è al corrente di quanto vanno seminando malevolmente gli scribi e per questo motivo li chiama cercando di far comprendere loro l’insensatezza della calunnia. La parabola dell’“uomo forte” è di una semplicità estrema e facilmente comprensibile, ma alla stupidità e all’odio gratuito non c’è rimedio.
Gesù ha voluto tirare gli scribi dalla parte della verità, e allo stesso tempo proferisce una sentenza che non potrà essere mutata nei secoli: “In verità io vi dico: tutto sarà perdonato ai figli degli uomini, i peccati e anche tutte le bestemmie che diranno; ma chi avrà bestemmiato contro lo Spirito Santo non sarà perdonato in eterno: è reo di colpa eterna». Poiché dicevano: «È posseduto da uno spirito impuro»”.   
È reo di colpa eterna: “Attribuire al demonio ciò che è opera dello Spirito santo, significa rifiutarsi alla luce della grazia divina e al perdono che ne proviene. Un simile atteggiamento colloca per necessaria conseguenza al di fuori della salvezza. Ma la grazia può cambiare questo atteggiamento; diventa allora possibile un ritorno alla salvezza” (Bibbia di Gerusalemme).

Dal Vangelo secondo Marco 3,22-30: In quel tempo, gli scribi, che erano scesi da Gerusalemme, dicevano: «Costui è posseduto da Beelzebùl e scaccia i demòni per mezzo del capo dei demòni». Ma egli li chiamò e con parabole diceva loro: «Come può Satana scacciare Satana? Se un regno è diviso in se stesso, quel regno non potrà restare in piedi; se una casa è divisa in se stessa, quella casa non potrà restare in piedi. Anche Satana, se si ribella contro se stesso ed è diviso, non può restare in piedi, ma è finito. Nessuno può entrare nella casa di un uomo forte e rapire i suoi beni, se prima non lo lega. Soltanto allora potrà saccheggiargli la casa. In verità io vi dico: tutto sarà perdonato ai figli degli uomini, i peccati e anche tutte le bestemmie che diranno; ma chi avrà bestemmiato contro lo Spirito Santo non sarà perdonato in eterno: è reo di colpa eterna». Poiché dicevano: «È posseduto da uno spirito impuro».   

In quel tempo, gli scribi … - Jean Radermakers (Lettura Pastorale del Vangelo di Marco): Come i familiari di Gesù, [gli scribi] hanno espresso un giudizio sull’azione del Maestro: «dicevano» (3,22.30; cf. 3,21.33). L’accusa ch’essi gli rivolgono è grave: è posseduto da Beelzebul (3,22): da uno spirito impuro (3,30); dunque, egli scaccia il demonio per mezzo del principe dei demoni.
Quando un uomo si sente minacciato, accusa facilmente gli altri dello stesso male che ha in sé; il modo migliore per garantirsi contro questo rabbi che, decisamente, sta prendendo troppo piede, è di qualificarlo agli occhi delle folle. Non si rivolgono a Gesù; è lui stesso che li chiama. Per illuminarli, deve contestare il giudizio che hanno espresso sulla sua persona, e per la prima volta nel vangelo egli adopera delle «parabole» (3,23), da cui possono loro stessi trarre una lezione. La storia ha dimostrato che un regno diviso da lotte intestine è facilmente vulnerabile. Se dunque Satana, l’avversario per eccellenza, si oppone a se stesso, la sua potenza viene annullata e non può reggersi; per lui è finita. Gli scribi sanno bene che non è così, perché essi stessi insegnano a guardarsi da Satana, di cui sperimentano l’influsso nella loro coscienza. Di quale regno sono essi, allora? Essi si considerano i familiari: ma di quale casa? Accusando Gesù, fanno quindi il gioco di Satana, il cui ruolo è simile a quello di pubblico accusatore (Zc 3,1-5; Gb 1,6; 2,2).
Siamo al centro del dibattito: la resistenza che gli scribi oppongono a Gesù viene smascherata dal linguaggio parabolico usato nei loro confronti, non solo perché egli si serve di immagini, ma anche perché manifesta con azioni che la potenza del Satana è scossa nei loro cuori, così come la loro sufficienza. E si scoprono alienati. L’uomo forte, che ognuno di loro credeva d’essere, si trova improvvisamente soggiogato dalla potenza di uno «più forte»: colui che era stato annunziato da Giovanni Battista (1,7). Egli distrugge la casa di Satana (cf. Is 49,24-26), inaugurando il regno del perdono.

Costui è posseduto da Beelzebùl e scaccia i demòni per mezzo del capo dei demòni - Catechismo degli Adulti 382:  I demòni hanno come capo Satana. La sua forza distruttiva e il suo influsso nella storia sono indicati dalla Bibbia in termini impressionanti: «il principe di questo mondo» (Gv 12,31); «il grande drago, il serpente antico... che seduce tutta la terra» (Ap 12,9); «omicida fin da principio... e padre della menzogna» (Gv 8,44), «colui che della morte ha il potere» (Eb 2,14); il «maligno» che domina «tutto il mondo» (1Gv 5,19). Bisogna dunque vedere in lui una persona, malvagia e potente che, attraverso un’illusione di vita, organizza sistematicamente la perdizione e la morte.
Si può riconoscere un suo influsso particolare nella forza della menzogna e dell’ateismo, nell’atteggiamento diffuso di autosufficienza, nei fenomeni di distruzione lucida e folle. Ma tutta la storia, a cominciare dal peccato primordiale, è inquinata e stravolta dalla sua azione nefasta. Secondo la concezione biblica, le varie forme di male sono in qualche modo riconducibili a lui e ai demòni suoi complici. La Chiesa ritiene che «tutta intera la storia umana è pervasa da una lotta tremenda contro le potenze delle tenebre; lotta cominciata fin dall’origine del mondo, che durerà... fino all’ultimo giorno».
Così inquietante è la forza del male, che alcune dottrine religiose hanno immaginato l’esistenza di un dio malvagio, indipendente e concorrenziale rispetto al Dio del bene. La Chiesa rifiuta questo modo di vedere. Tuttavia non minimizza il mistero del male, riducendolo alle deficienze della natura o alla colpa dell’uomo, ma vi scorge «un’efficienza, un essere vivo, spirituale, pervertito e pervertitore».

Poiché dicevano «È posseduto da uno spirito impuro - Penitenzieria Apostolica (XXIX Corso sul Foro Interno): Per possessione diabolica si intende l’azione per la quale uno spirito maligno, albergando in un corpo umano, è in grado di esercitare un controllo dispotico su di esso, riuscendo, in determinati momenti detti di “crisi”, a muoversi e/o a parlare attraverso il corpo della persona posseduta, senza che la vittima possa fare nulla per evitarlo, anche nei casi in cui mantiene la coscienza di ciò che le sta avvenendo.
[...] Lo specifico della possessione diabolica, ossia l’albergare di uno o più demoni in un corpo umano sul quale, in determinati momenti detti di “crisi”, esercitano un controllo dispotico come se il corpo appartenesse a loro, è essenzialmente diverso da ciò che in psichiatria e psicologia clinica viene genericamente indicato come disturbo di personalità. Nelle varie specie di disturbo di personalità il soggetto è sempre lo stesso, ossia la persona umana colpita da una malattia. Nella possessione diabolica, invece, un’entità estranea subentra alla personalità del posseduto nel controllo del suo corpo. Questa entità, che si manifesta come un soggetto dotato di personalità propria, intelligente e libera, è indicata dalla fede cristiana col nome di demonio. 
Nella possessione diabolica il demonio blocca, paralizza, sospende il dominio che normalmente l’anima umana, attraverso le sue potenze, intellettiva e volitiva, esercita sulla parte somatica della persona, sostituendosi ad essa nel controllo e nella direzione del corpo. Quindi è il demonio che fa compiere alle membra del corpo i movimenti che vuole; è lui che imprime sulla fisionomia del volto della persona, in particolare negli occhi e nella bocca, i tratti caratteristici che svelano le sue emozioni: la sua collera, il suo orgoglio, la sua presunzione, il suo disprezzo, la sua paura, la sua volontà di ingannare, di terrorizzare, la sua ribellione a Dio. È il demonio che guarda con gli occhi del posseduto e che parla con la sua bocca, ed è così intimamente legato al corpo posseduto che attraverso il senso del tatto può, ad esempio, soffrire quando questo corpo entra in contatto con acqua santa, reliquie o altri oggetti benedetti, nei casi in cui il Signore voglia servirsi di questi mezzi per colpirlo. È, insomma, un’unione stretta, anche se del tutto diversa per essenza dall’unione sostanziale dell’anima umana con il proprio corpo e con la quale, tra l’altro, il maligno intende scimmiottare l’Incarnazione.

Paolo VI (Udienza Generale 15 Novembre 1972): [...] è molto interessante il quadro della storia drammatica della umanità, dalla quale storia emerge quella della redenzione, quella di Cristo, della nostra salvezza, con i suoi stupendi tesori di rivelazione, di profezia, di santità, di vita elevata a livello soprannaturale, di promesse eterne (Cfr. Eph. 1, 10). A saperlo guardare questo quadro non si può non rimanere incantati (Cfr. S. AUG. Soliloqui): tutto ha un senso, tutto ha un fine, tutto ha un ordine, e tutto lascia intravedere una Presenza-Trascendenza, un Pensiero, una Vita, e finalmente un Amore, così che l’universo, per ciò che è e per ciò che non è, si presenta a noi come una preparazione entusiasmante e inebriante a qualche cosa di ancor più bello ed ancor più perfetto (Cfr. 1 Cor. 2, 9; 13, 12; Rom. 8, 19-23).
La visione cristiana del cosmo e della vita è pertanto trionfalmente ottimista; e questa visione giustifica la nostra gioia e la nostra riconoscenza di vivere per cui celebrando la gloria di Dio noi cantiamo la nostra felicità (Cfr. il Gloria della Messa).
Ma è completa questa visione? è esatta? Nulla ci importano le deficienze che sono nel mondo? le disfunzioni delle cose rispetto alla nostra esistenza? il dolore, la morte? la cattiveria, la crudeltà, il peccato, in una parola, il male? e non vediamo quanto male è nel mondo? specialmente, quanto male morale, cioè simultaneamente, sebbene diversamente, contro l’uomo e contro Dio? Non è forse questo un triste spettacolo, un inesplicabile mistero? E non siamo noi, proprio noi cultori del Verbo i cantori del Bene, noi credenti, i più sensibili, i più turbati dall’osservazione e dall’esperienza del male? Lo troviamo nel regno della natura, dove tante sue manifestazioni sembrano a noi denunciare un disordine. Poi lo troviamo nell’ambito umano, dove incontriamo la debolezza, la fragilità, il dolore, la morte, e qualche cosa di peggio; una duplice legge contrastante, una che vorrebbe il bene, l’altra invece rivolta al male, tormento che S. Paolo mette in umiliante evidenza per dimostrare la necessità e la fortuna d’una grazia salvatrice, della salute cioè portata da Cristo (Cfr. Rom. 7); già il poeta pagano aveva denunciato questo conflitto interiore nel cuore stesso dell’uomo: video meliora proboque, deteriora sequor (OVIDIO, Met. 7, 19). Troviamo il peccato, perversione della libertà umana, e causa profonda della morte, perché distacco da Dio fonte della vita (Rom. 5, 12), e poi, a sua volta, occasione ed effetto d’un intervento in noi e nel nostro mondo d’un agente oscuro e nemico, il Demonio. Il male non è più soltanto una deficienza, ma un’efficienza, un essere vivo, spirituale, pervertito e pervertitore. Terribile realtà. Misteriosa e paurosa.
Esce dal quadro dell’insegnamento biblico ed ecclesiastico chi si rifiuta di riconoscerla esistente; ovvero chi ne fa un principio a sé stante, non avente essa pure, come ogni creatura, origine da Dio; oppure la spiega come una pseudo-realtà, una personificazione concettuale e fantastica delle cause ignote dei nostri malanni. Il problema del male, visto nella sua complessità, e nella sua assurdità rispetto alla nostra unilaterale razionalità, diventa ossessionante. Esso costituisce la più forte difficoltà per la nostra intelligenza religiosa del cosmo. Non per nulla ne soffrì per anni S. Agostino: Quaerebam unde malum, et non erat exitus, io cercavo donde provenisse il male, e non trovavo spiegazione (S. Aug. Confess. VII, 5, 7, 11, etc.; PL, 32, 736, 739).

Siamo arrivati al termine. Possiamo mettere in evidenza:
*** «Chi avrà bestemmiato contro lo Spirito Santo non sarà perdonato in eterno: è reo di colpa eterna».
Ora nel silenzio, nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.

O Dio, che in questi santi misteri
ci hai nutriti col corpo e sangue del tuo Figlio,
fa’ che ci rallegriamo sempre del tuo dono,
sorgente inesauribile di vita nuova
Per Cristo nostro Signore.



26 Gennaio 2020

III Domenica Tempo Ordinario

Is 8,23b-9,3; Sal 26 (27); 1 Cor 1,10-13.17; Mt 4,12-23

Colletta: O Dio, che hai fondato la tua Chiesa sulla fede degli apostoli, fa’ che le nostre comunità, illuminate dalla tua parola e unite nel vincolo del tuo amore, diventino segno di salvezza e di speranza per tutti coloro che dalle tenebre anelano alla luce. Per il nostro Signore Gesù Cristo...

I Lettura: Verso il 732 a.C., Tiglat-Pilèzer III, re d’Assiria, aveva sottomesso la Galilea annettendola al suo impero e deportandone gli abitanti. Nel mezzo di questi eventi drammatici, Dio conforta e consola il suo popolo per bocca del profeta Isaia il quale annunzia agli sfiduciati e ai disperati (Cf. Gdt 9,11) un messaggio di speranza e di gioia. Il Signore Dio cancellerà la vergogna della disfatta e gli abitanti di quella regione, su cui era piombata l’oppressione assira e la schiavitù, recupereranno la libertà, paragonata dal profeta Isaia a una grande luce. Una profezia che troverà il suo pieno compimento in Cristo Gesù, il quale darà la luce ai ciechi e farà uscire «dalla reclusione coloro che abitano nelle tenebre» (Is 42,7).

Salmo Responsoriale: “Le parole con cui si apre questo salmo manifestano la fiducia rocciosa del salmista nel Signore, una fiducia che resta salda nonostante tutte le difficoltà che possono sopraggiungere” (Vincenzo Paglia, I Salmi)

Seconda lettura: San Paolo scrive ad una comunità lacerata da penose divisioni. Raccomandando ai Corinzi l’unità, ricorda loro che Gesù è venuto a riunire e non a dividere: se ogni comunità è il Corpo di Cristo, ogni divisione diventa lacerazione del Corpo stesso di Cristo. Le divisioni dei cristiani non soltanto raffreddano l’amore e la fraternità, ma deformano anche il messaggio cristiano.

Vangelo: Gesù inizia il suo ministero profetico a partire dall’arresto di Giovanni Battista. Dopo essere stato battezzato nel fiume Giordano e dopo le tentazioni nel deserto, Gesù torna in Galilea andando ad abitare a Cafarnao, «sulla riva del mare, nel territorio di Zabulon e di Nèftali». Secondo la sua abitudine, Matteo vi scorge l’adempimento di un oracolo. È la profezia di Isaia che è ricordata nella prima lettura. L’evangelista in questo modo non solo sottolinea l’adempimento delle Scritture, ma suggerisce l’universalità della salvezza: Gesù è salvezza e luce non solo per i Giudei, ma anche per i pagani che vivevano nella zona di frontiera della Galilea. Oltre il tema della luce è sottolineato il tema della missione: i discepoli, costituiti pescatori di uomini, ricevono il mandato di portare la salvezza sino agli estremi confini del mondo. Gesù, infine, si manifesta come il vero samaritano dell’umanità: «Gesù percorreva tutta la Galilea... guarendo ogni sorta di malattie e di infermità nel popolo».

Dal Vangelo secondo Matteo 4,12-17 [Forma breve]: Quando Gesù seppe che Giovanni era stato arrestato, si ritirò nella Galilea, lasciò Nàzaret e andò ad abitare a Cafàrnao, sulla riva del mare, nel territorio di Zàbulon e di Nèftali, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta Isaìa: «Terra di Zàbulon e terra di Nèftali, sulla via del mare, oltre il Giordano, Galilea delle genti! Il popolo che abitava nelle tenebre vide una grande luce, per quelli che abitavano in regione e ombra di morte una luce è sorta». Da allora Gesù cominciò a predicare e a dire: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino».

Mt 4,12-23 - Il popolo immerso nelle tenebre ha visto una grande luce - Matteo, che ama citare l’Antico Testamento per mostrarlo compiuto in Cristo, per giustificare l’attività di Gesù in Galilea si rifà alla profezia di Isaia. Lo fa apportando alcuni adattamenti. La profezia della luce «che sorge sui territori delle due tribù di Zabulon e Neftali [Is 8,23-9,1] si compie quando Gesù va ad abitare a Cafarnao. Ma per accordare la profezia con lo spostamento di Gesù a Cafarnao, la località viene collocata da Matteo “nel territorio di Zabulon e di Neftali”, mentre egli si trova semplicemente nel territorio dell’ultima tribù, così come il “mare” della profezia, il Mediterraneo, viene assimilato al mare di Galilea» (Il Nuovo Testamento, Vangeli e Atti degli Apostoli).
Galilea è detta delle “genti”, perché il nome significa circondario o distretto dei Gentili. In questo modo, l’evangelista Matteo vuole suggerire ai suoi lettori l’universalità della salvezza, ma anche una regola costante di Dio: cioè «quella di scegliere ciò che nel mondo è piccolo e disprezzato per realizzare con esso le meraviglie della sua salvezza [1Cor 1,27-28]. La Galilea entra a pieno titolo in questa tattica di Dio. Non è una scelta casuale, ma il compimento del disegno di Dio, anzi l’inizio di una rivelazione che diverrà progressivamente più chiara» (L. Monari).
Gesù inizia la predicazione con lo stesso messaggio del Battista: Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino. Ma con una sostanziale differenza. Mentre Giovanni Battista attendeva il regno dei cieli come imminente, Gesù comincia ad attuarlo con la sua opera (Cf. Lc 17,21).
La conversione che Gesù esige deve tradursi in una adesione incondizionata alla sua persona, in un irreversibile distacco dal male, in un risoluto ritorno a Dio in piena obbedienza alla sua volontà.
Queste condizioni radicali vengono poste anche per la sequela cristiana per la quale non si ammettono tentennamenti di sorta (Cf. Lc 9,57-62).

La chiamata di Simone, chiamato Pietro, e Andrea suo fratello avviene lungo il mare di Galilea: altro nome del lago di Genesaret (o Tiberiade), situato nella parte settentrionale della valle del Giordano.
Simone, chiamato Pietro. Il nome di Pietro, qui anticipato, sarà dato a Simone da Gesù in occasione della sua “confessione” (Cf. Mt 16,18). Nel mondo antico, soprattutto nella mentalità biblica, v’era la tendenza di trovare sempre un significato funzionale ai nomi delle persone o anche delle cose. Imporre il nome o cambiare il nome stava ad indicare il potere di potere di chi prendeva tale iniziativa. Adamo che era stato posto nel giardino di Eden perché lo coltivasse e lo custodisse (Gen 2,15), impone nomi a tutto il bestiame, a tutti gli uccelli del cielo e a tutti gli animali selvatici, segno indubbio di esercizio di sovranità (Gen 2,19-20), Abram da Dio sarà chiamato Abraham, per significare che tutti i popoli saranno benedetti in lui, loro padre (Gen 17,5). Giacobbe sarà chiamato Israele, perché ha lottato con Dio (Gen 48,20), così Simone sarà chiamato Pietro perché sarà la pietra sulla quale Gesù edificherà e renderà salda la sua Chiesa (Mt 16,18).
E disse loro: «Venite dietro a me, vi farò pescatori di uomini». L’immagine usata dall’evangelista Matteo per indicare la futura missione degli Apostoli si radica nelle credenze del tempo. Era sentire comune credere che il mare fosse il regno delle potenze infernali, trarre fuori gli uomini dal mare assumeva quindi il significato profondo di liberare gli uomini dal peccato; liberare gli uomini dal potere di Satana sarà appunto la missione specifica degli Apostoli prima, della Chiesa dopo.
Nella chiamata di Simone e Andrea, suo fratello, vi è una novità sorprendente: infatti, a differenza «dei discepoli dei maestri ebrei che scelgono il loro maestro, qui è Gesù che sceglie quelli che vuole che lo seguano. C’è una forza e un’autorità misteriosa in lui se basta questo semplice invito a seguirlo per ottenere da parte dei discepoli una risposta pronta e l’altrettanto immediata rinuncia a tutto [Cf. Anche Mc 1,16-20]» (Il Nuovo Testamento, Vangeli e Atti degli Apostoli, Ed. Paoline).
La scuola di Gesù non vuole trasmettere nozioni o scibile umano, ma vuole creare una comunione di vita tra il Maestro e i discepoli: «Salì poi sul monte, chiamò a sé quelli che voleva ed essi andarono da lui» (Mc 3,13; Cf. Gv 1,39).
La pericope evangelica si chiude con un sommario resoconto dell’apostolato itinerante di Gesù nella Galilea: Egli predica il vangelo del Regno, guarisce ogni sorta di malattie e di infermità. L’attività  apostolica e taumaturgica di Gesù, senza soste, rivolta sopra tutto ai più bisognosi, resterà incisa, in modo indelebile, nel cuori degli Apostoli, tanto da avere in Atti 10,38, in poche parole, una sintesi perfetta della vita terrena del Figlio di Dio: «Gesù di Nàzaret, il quale passò beneficando e risanando tutti coloro che stavano sotto il potere del diavolo, perché Dio era con lui». Dio ha iniziato a camminare sulle strade degli uomini: ora, ad essi, tocca stare attenti al rumore dei passi del Dio che viene!

La luce - Wolfgang Klein: Nell’Antico Testamento è designazione dell’opera della creazione e simbolo di felicità e di salvezza. Dio dona entrambe. Luce significa anche la sua gloria e quella del mondo celeste. Il mondo dei morti è il paese delle tenebre.
- L’“uomo tra due mondi” viene poi caratterizzalo a Qumran mediante l’antitesi etico-cosmologica luce - tenebre (1Q 111,13). I membri della setta, in quanto “figli della luce”, nel combattimento escatologico lottano contro altri esseri umani, i “figli delle tenebre”. Il dualismo poggia sulla predestinazione di ogni essere umano agli ambiti luce o tenebre già prevista nel progetto creazionale di Dio; è dunque legato al concetto veterotestamentario di Dio: “Dio ha creato i due spiriti della luce e delle tenebre”, il cui campo di battaglia sono il mondo e l’uomo. Per la comprensione del simbolismo neotestamentario della luce questi antecedenti giudaici sono importanti; Paolo estende la loro applicazione in senso etico-escatologico all’evento Cristo nella parenesi battesimale, Rm 13,11-14: luce e tenebre sono come a Qumran i due ambiti di potere nei quali si compie il cammino dell’uomo, la sua condotta di vita non per predestinazione, ma attraverso la decisione per la fede o per l’incredulità. L’immagine della vicinanza del “giorno” è usata come motivazione per deporre le “opere delle tenebre” e rivestire le “armi della luce”. La vicinanza del giorno significa dunque combattimento: “Questo combattimento è identico a quello tra fede e incredulità”. In Giovanni, Cristo, la “luce del mondo” (Gv 8,12), entra nel cosmo tenebroso. Con la venuta della “vera luce”, il tempo escatologico della salvezza è diventato presente: la luce come salvezza non è più soltanto immagine, ma designa l’essenza storica del rivelatore. I concetti luce e tenebre servono a designare la discriminazione degli uomini provocata da Cristo (Gv 1,1ls). Il giudizio s’identifica con la decisione per l’incredulità, la salvezza con la decisione per la fede. A partire da questo dualismo decisionale, luce e tenebre designano due modi d’esistere: “La doppia possibilità dell’esistere umano, quella a partire da Dio, o quella a partire dall’uomo”. Il significato del “cammino”  come compimento di vita è limitato, nel Nuovo Testamento, quasi esclusivamente a Paolo e Giovanni. 

Siamo arrivati al termine. Possiamo mettere in evidenza:
*** “Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino” (Vangelo).
Ora nel silenzio, nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.

O Dio, che in questi santi misteri
ci hai nutriti col corpo e sangue del tuo Figlio,
fa’ che ci rallegriamo sempre del tuo dono,
sorgente inesauribile di vita nuova.
Per Cristo nostro Signore.



25 Gennaio 2020

CONVERSIONE DI S. PAOLO APOSTOLO - FESTA 

At 22,3-16 oppure At 9,1-22; Sal 116 (117); Mc 16,15-18

Dal Martirologio: Festa della Conversione di san Paolo Apostolo, al quale, mentre percorreva la via di Damasco spirando ancora minacce e stragi contro i discepoli del Signore, Gesù in persona si manifestò glorioso lungo la strada affinché, colmo di Spirito Santo, annunciasse il Vangelo della salvezza alle genti, patendo molto per il nome di Cristo. 

Colletta: O Dio, che hai illuminato tutte le genti con la parola dell’apostolo Paolo, concedi anche a noi, che oggi ricordiamo la sua conversione, di essere testimoni della tua verità e di camminare sempre nella via del Vangelo. Per il nostro Signore Gesù Cristo...

Il Risorto invia la Chiesa nel mondo perché si apra alla luce del Vangelo. Essa è munita di potere e doni straordinari, scaccerà nel suo nome i démoni, parlerà lingue nuove, saranno invincibili contro ogni avversità, guariranno i malati. La missione della Chiesa è quella di spalancare le porte del regno a tutti gli uomini battezzandoli nel nome della santissima Trinità: “Chi crederà e sarà battezzato sarà salvato, ma chi non crederà sarà condannato”.

Dal Vangelo secondo Marco 16,15-18: In quel tempo, [Gesù apparve agli Undici] e disse loro: «Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvato, ma chi non crederà sarà condannato. Questi saranno i segni che accompagneranno quelli che credono: nel mio nome scacceranno demòni, parleranno lingue nuove, prenderanno in mano serpenti e, se berranno qualche veleno, non recherà loro danno; imporranno le mani ai malati e questi guariranno».

In quel tempo, [Gesù apparve agli Undici]  Benedetto Prete (I Quattro Vangeli) versetto 15 E disse loro; l’autore non segnala un cambiamento di scena tra il versetto 14 e il versetto 15; ciò tuttavia non implica che le parole di Cristo riferite nel presente versetto siano state dette durante quella apparizione, poiché, dal raffronto con gli altri vangeli, risulta che esse furono pronunziate in un’apparizione posteriore. Tra il versetto 14 ed il versetto 15 vi è quindi una distanza cronologica. L’apparizione ricordata al versetto 14 corrisponde alla prima manifestazione pubblica di Gesù risorto ed ebbe luogo alla sera stessa della risurrezione (cf. Gio., 20,19). Questo modo di presentare i fatti non deve stupire il lettore moderno, perché la sezione conclusiva del vangelo di Marco è una compilazione di avvenimenti importanti, ricordati senza indicazioni di date né di luoghi. Andate in tutto il mondo ed annunziate il vangelo; secondo Matteo l’ordine di predicare il vangelo fu dato da Gesù in una montagna della Galilea, dove si erano raccolti gli Undici dopo la risurrezione del Maestro (cf. Mt., 28,16-20). A tutta la creazione: espressione paolina (cf. Romani, 8,22; Colossesi, 1,23) che designa tutto il mondo. Gli apostoli ricevono l’ordine di portarsi in tutto il mondo e di predicare a tutti gli uomini il vangelo che è messaggio di salvezza. «Tutto il mondo» e «tutta la creazione» sono espressioni che accentuano con un’enfasi particolare il carattere universale della missione affidata da Cristo agli apostoli, continuatori della sua opera.
versetto 16 Chi avrà creduto... si salverà; sentenza lapidaria con la quale ogni uomo è posto davanti alle proprie responsabilità religiose. Si noti le due condizioni richieste per la salvezza: credere e ricevere il battesimo; non basta quindi un’adesione interna al messaggio evangelico, ma è necessario ricevere il segno esterno del battesimo, che rappresenta il primo atto di accettazione di tutto quello che il vangelo indica come mezzo salvifico. Il versetto mostra anche le due prospettive finali della vita: la salvezza eterna da una parte e la condanna eterna dall’altra. Anche se l’aggettivo «eterno» non è espresso esplicitamente in questa solenne dichiarazione, esso tuttavia è richiesto dal contesto, poiché nella dichiarazione di Cristo è accentuato il contrasto tra la salvezza, che è di natura sua definitiva, e la condanna opposta, la quale deve avere lo stesso carattere di perennità (cf. Gio., 3,18). Inoltre il detto del Salvatore non considera l’aspetto transitorio della vita umana, bensì quello definitivo e supremo, il quale, una volta raggiunto, rimane necessariamente immutabile, poiché s’identifica con il fine ultimo dell’esistenza. Nel versetto si parla degli adulti ai quali soltanto può essere richiesto un atto di volontà per l’adesione alla fede e l’accettazione del battesimo.
versetti 17-18 Le promesse contenute in questi due versetti vanno riferite ai credenti considerati come società (Chiesa), non già come individui; non bisogna quindi concludere da queste parole che ogni credente compirà i miracoli elencati nel passo evangelico. Nel mio nome scacceranno demoni; il secondo vangelo ha messo in particolare rilievo l’espulsione dei demoni (cf. Mc., 3,14-15; 6,7,13). «Nel mio nome», cioè: con la potenza di Cristo. Il potere di espellere gli spiriti maligni costituisce una prova tangibile dell’avanzamento e della diffusione del regno di Dio. Parleranno nuove lingue, cioè lingue sconosciute o a quelli che le parlano o a coloro che le ascoltano. Questa promessa comprende tanto la glossolalia, carisma che pone l’individuo in uno stato estatico in cui egli pronunzia parole di preghiera, di lode, di ringraziamento a Dio, non comprensibili a tutti gli uditori, ma soltanto ad alcuni, quanto l’uso di lingue straniere non apprese precedentemente (cf. Atti, 2,3-13; 10,46; 19,6: 1Corinti, 12,28; 14). Prenderanno (in mano) serpenti, cioè: non saranno offesi dai serpenti velenosi. Con questa espressione popolare e sintetica l’autore non intende dire che i credenti compiranno atti esibizionistici come può fare un illusionista o un incantatore, ma che essi non avranno nocumento da questi rettili pericolosi, incontrati eventualmente nelle loro peregrinazioni missionarie. Già Cristo, in altra circostanza, aveva promesso ai suoi discepoli il potere di camminare sopra i serpenti senza esserne danneggiati (cf. Lc., 10,19). Paolo, quando approdò a Malta, fu miracolosamente salvato dal morso di una vipera che gli si era attorcigliata alla mano mentre raccoglieva legna da ardere (cf. Atti, 28,3-6). Questo incidente rappresenta un caso di avveramento della promessa ricordata nel versetto. Se berranno qualche veleno mortalenon ne avranno danno; l’autore precisa ulteriormente la promessa già riferita. Papia, secondo la testimonianza di Eusebio, narrava che Iustus Barsabas non subì alcun danno dopo aver preso una bevanda velenosa; gli Acta lohannis ricordano che Giovanni, quando era a Patmos, bevette del veleno senza averne la più lieve conseguenza. Imporranno le mani ai malati; le guarigioni ottenute con l’imposizione delle mani ricordano il gesto miracoloso tracciato più volte da Cristo sugli infermi che gli venivano presentati (cf. Mc., 6,5). L’imposizione delle mani non designa quindi un atto rituale, ma semplicemente un gesto che imita quello compiuto da Gesù sui malati. In questa sezione finale sono elencati cinque generi di miracoli che l’autore chiama σημεῖα (segni) perché destinati a «indicare» l’origine divina del messaggio evangelico e a garantirne la verità; essi sono: scacciare i demoni, parlare lingue nuove, prendere i serpenti senza averne nocumento, bere veleni senza conseguenze letali, guarire gli infermi con l’imposizione delle mani. Ai primi tempi della Chiesa quando vi era maggiormente bisogno di scuotere il mondo pagano ed ebraico dallo scetticismo e dall’ostilità nei confronti della religione cristiana, queste manifestazioni soprannaturali erano più frequenti e numerose, come risulta dagli scritti neotestamentari. Tuttavia questa grandiosa promessa di Cristo non riguarda un determinato periodo, ma si estende a tutta la storia della Chiesa; in questa infatti non verranno mai meno i segni soprannaturali della sua divina origine, della sua divina missione e della sua santità.

Chi crederà e sarà battezzato sarà salvato, ma chi non crederà sarà condannato - J. Giblet e P. Grelot - Conversione e battesimo: Durante la sua vita Gesù aveva già mandato gli apostoli a predicare la conversione annunziando il vangelo del regno (Mc 6,12). Dopo la risurrezione rinnova loro questa missione: essi andranno a predicare in suo nome la penitenza a tutte le nazioni in vista della remissione dei peccati (Lc 24,47), perché i peccati saranno rimessi a coloro ai quali essi li rimetteranno (Gv 20,23). Gli Atti e le Lettere fanno assistere all’esecuzione di quest’ordine. Ma la conversione assume tuttavia un aspetto diverso a seconda che si tratti di Gíudei o di pagani.
l. Ai Giudei si richiede anzitutto la conversione morale a cui già li chiamava Gesù. A questo ravvedimento (metànoia) Dio risponderà accordando il perdono dei peccati (Atti 2,38; 3,19; 5,3l); suo suggello sarà il ricevere il battesimo ed il dono dello Spirito Santo (Atti 2,38). Tuttavia, assieme ad un cambiamento morale, la conversione deve anche includere un atto positivo di  fede in Cristo: i Giudei si rivolgeranno (epistrèfein) verso il Signore (Atti 3,19; 9,35). Ora, secondo l’esperienza che ne fa Paolo, una simile adesione a Cristo è la cosa più difficile da ottenere. I Giudei hanno un velo sul cuore. Se si convertissero, il velo cadrebbe (2Cor 3,16). Ma, secondo il testo di Isaia (6,9s), il loro indurimento li lega all’incredulità (Atti 28,24-27). Peccatori quanto i pagani, minacciati al pari di essi dall’ira divina, non comprendono che Dio dimostra pazienza per spingerli al pentimento (Rom 2, 4). Soltanto un resto risponde alla predicazione apostolica (Rom 11,1-5).
2. Il vangelo trova un’accoglienza migliore presso le nazioni pagane. Fin dal battesimo del centurione Cornelio, i Cristiani di origine giudaica constatano con stupore che «il ravvedimento che porta alla vita è offerto ai pagani come ad essi» (Atti 11,18; cfr. 17,30). Di fatto esso è annunziato con successo ad Antiochia ed altrove (Atti 11,21; 15,3.19); appunto questo è l’oggetto speciale della missione di Paolo (Atti 26,18.20). Ma contemporaneamente al ravvedimento morale (metànoia), la conversione esige in questo caso il distacco dagli idoli per rivolgersi (epistrèfein) al Dio vivente (Atti 14,15; 2618; 1Tess 1,9), secondo un tipo di conversione che già il Deutero-Isaia aveva di mira. Compiuto questo primo passo, i pagani al pari dei Giudei sono portati a «rivolgersi a Cristo, pastore e guardiano delle loro anime» (1Piet 2,25).

La conversione di san Paolo - Papa Francesco (Omelia 25 Gennaio 2017): L’incontro con Gesù sulla strada verso Damasco trasforma radicalmente la vita di Paolo. Da quel momento in poi, per lui il significato dell’esistenza non sta più nell’affidarsi alle proprie forze per osservare scrupolosamente la Legge, ma nell’aderire con tutto sé stesso all’amore gratuito e immeritato di Dio, a Gesù Cristo crocifisso e risorto. Così egli conosce l’irrompere di una nuova vita, la vita secondo lo Spirito, nella quale, per la potenza del Signore Risorto, sperimenta perdono, confidenza e conforto. E Paolo non può tenere per sé questa novità: è spinto dalla grazia a proclamare la lieta notizia dell’amore e della riconciliazione che Dio offre pienamente in Cristo all’umanità.
Per l’Apostolo delle genti la riconciliazione dell’uomo con Dio, di cui egli è divenuto ambasciatore (cfr 2 Cor 5,20), è un dono che viene da Cristo. Ciò appare con chiarezza nel testo della Seconda Lettera ai Corinzi, [...] “L’amore di Cristo ci spinge verso la riconciliazione” (cfr 2 Cor 5,14-20). “L’amore di Cristo”: non si tratta del nostro amore per Cristo, ma dell’amore che Cristo ha per noi. Allo stesso modo, la riconciliazione verso cui siamo spinti non è semplicemente nostra iniziativa: è in primo luogo la riconciliazione che Dio ci offre in Cristo. Prima di essere uno sforzo umano di credenti che cercano di superare le loro divisioni, è un dono gratuito di Dio. Come effetto di questo dono la persona, perdonata e amata, è chiamata a sua volta a proclamare il vangelo della riconciliazione in parole e opere, a vivere e testimoniare un’esistenza riconciliata.
In questa prospettiva, possiamo oggi chiederci: come proclamare questo vangelo di riconciliazione dopo secoli di divisioni? È lo stesso Paolo ad aiutarci a trovare la via. Egli sottolinea che la riconciliazione in Cristo non può avvenire senza sacrificio. Gesù ha dato la sua vita, morendo per tutti. Similmente, gli ambasciatori di riconciliazione sono chiamati, nel suo nome, a dare la vita, a non vivere più per sé stessi, ma per Colui che è morto e risorto per loro (cfr 2Cor 5,14-15). Come Gesù insegna, è solo quando perdiamo la vita per amore suo che la guadagniamo davvero (cfr Lc 9,24). È la rivoluzione che Paolo ha vissuto, ma è la rivoluzione cristiana di sempre: non vivere più per noi stessi, per i nostri interessi e ritorni di immagine, ma ad immagine di Cristo, per Lui e secondo Lui, col suo amore e nel suo amore.

Siamo arrivati al termine. Possiamo mettere in evidenza:
****  «Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura».
Ora nel silenzio, nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.

Il sacramento che abbiamo ricevuto, Signore Dio nostro,
comunichi anche a noi l’ardore di carità dell’apostolo Paolo,
che portava nel suo cuore la sollecitudine per tutte le Chiese.
Per Cristo nostro Signore.