IL PENSIERO DEL GIORNO

27 MAGGIO 2017



Oggi Gesù ci dice: «Voi siete un popolo redento; annunziate le grandi opere del Signore, che vi ha chiamato dalle tenebre alla sua ammirabile luce» (1Pt 2,9).

Voi siete: una nuova serie di allusioni bibliche attribuisce alla chiesa i titoli del popolo eletto, per sottolineare la sua relazione con Dio e la sua responsabilità nel mondo [cf. Ap 1,6; 5,10; 20,6]. Questa «stirpe» traeva dalla sua appartenenza al Cristo un’unità che sfuggiva ad ogni classificazione [cf. Gal 3,28, Ap 5,9; ecc.]” (Bibbia di Gerusalemme).


Catechismo della Chiesa Cattolica

Le caratteristiche del Popolo di Dio

782 Il Popolo di Dio presenta caratteristiche che lo distinguono nettamente da tutti i raggruppamenti religiosi, etnici, politici o culturali della storia:
- È il Popolo di Dio: Dio non appartiene in proprio ad alcun popolo. Ma egli da coloro che un tempo erano non-popolo ha acquistato un popolo: “la stirpe eletta, il sacerdozio regale, la nazione santa” (1Pt 2,9).
- Si diviene membri di questo Popolo non per la nascita fisica, ma per la “nascita dall’alto”, “dall’acqua e dallo Spirito” (Gv 3,3-5), cioè mediante la fede in Cristo e il Battesimo.
- Questo Popolo ha per Capo [Testa] Gesù Cristo [Unto, Messia]: poiché la medesima Unzione, lo Spirito Santo, scorre dal Capo al Corpo, esso è “il Popolo messianico”.
- “Questo Popolo ha per condizione la dignità e la libertà dei figli di Dio, nel cuore dei quali dimora lo Spirito Santo come nel suo tempio”.
- “Ha per legge il nuovo precetto di amare come lo stesso Cristo ci ha amati”. È la legge “nuova” dello Spirito Santo.
- Ha per missione di essere il sale della terra e la luce del mondo. “Costituisce per tutta l’umanità un germe validissimo di unità, di speranza e di salvezza”.
- “E, da ultimo, ha per fine il Regno di Dio, incominciato in terra dallo stesso Dio, e che deve essere ulteriormente dilatato, finché alla fine dei secoli sia da lui portato a compimento”.


Un popolo sacerdotale, profetico e regale

783 Gesù Cristo è colui che il Padre ha unto con lo Spirito Santo e ha costituito “Sacerdote, Profeta e Re”. L’intero Popolo di Dio partecipa a queste tre funzioni di Cristo e porta le responsabilità di missione e di servizio che ne derivano.

784 Entrando nel Popolo di Dio mediante la fede e il Battesimo, si è resi partecipi della vocazione unica di questo Popolo, la vocazione sacerdotale: “Cristo Signore, pontefice assunto di mezzo agli uomini, fece del nuovo popolo “un regno e dei sacerdoti per Dio, suo Padre”. Infatti, per la rigenerazione e l’unzione dello Spirito Santo i battezzati vengono consacrati a formare una dimora spirituale e un sacerdozio santo”.

785 “Il Popolo santo di Dio partecipa pure alla funzione profetica di Cristo”. Ciò soprattutto per il senso soprannaturale della fede che è di tutto il Popolo, laici e gerarchia, quando “aderisce indefettibilmente alla fede una volta per tutte trasmessa ai santi” e ne approfondisce la comprensione e diventa testimone di Cristo in mezzo a questo mondo.

786 Il Popolo di Dio partecipa infine alla funzione regale di Cristo. Cristo esercita la sua regalità attirando a sé tutti gli uomini mediante la sua Morte e la sua Risurrezione. Cristo, Re e Signore dell’universo, si è fatto il servo di tutti, non essendo “venuto per essere servito, ma per servire e dare la sua vita in riscatto per molti” (Mt 20,28). Per il cristiano “regnare” è “servire” Cristo,  soprattutto “nei poveri e nei sofferenti”, nei quali la Chiesa riconosce “l’immagine del suo Fondatore, povero e sofferente”. Il Popolo di Dio realizza la sua “dignità regale” vivendo conformemente a questa vocazione di servire con Cristo.
Tutti quelli che sono rinati in Cristo conseguono dignità regale per il segno della croce. Con l’unzione dello Spirito Santo sono consacrati sacerdoti. Non c’è quindi solo quel servizio specifico proprio del nostro ministero, perché tutti i cristiani, rivestiti di un carisma spirituale e usando della loro ragione, si riconoscono membra di questa stirpe regale e partecipi della funzione sacerdotale. Non è forse funzione regale il fatto che un’anima governi il suo corpo in sottomissione a Dio? Non è forse funzione sacerdotale consacrare al Signore una coscienza pura e offrirgli sull’altare del proprio cuore i sacrifici immacolati del nostro culto?


Catechismo degli Adulti

La Chiesa definitivo popolo di Dio 

434 I primi seguaci di Gesù sono convinti di essere il definitivo Israele, che lo Spirito di Dio ha riunito e santificato, dando compimento alle antiche profezie e a una lunga preparazione. Con la nascita della comunità cristiana di Gerusalemme, Dio ha ricostruito «la tenda di Davide che era caduta» (At 15,16), ha riparato le sue rovine e l’ha rimessa in piedi, perché anche i popoli pagani cerchino il Signore.

435 Sebbene nuova sia l’alleanza, di cui Cristo è mediatore, l’idea di un “nuovo” popolo di Dio non ha alcun rilievo negli scritti del Nuovo Testamento. Non c’è la sostituzione di Israele, ma il suo perfezionamento: Dio non ricomincia daccapo, va avanti. Israele è “la radice santa”, dalla quale si sviluppa il cristianesimo; è “lolivo buono”, sul quale vengono innestati i pagani, perché portino frutto. Gesù rimane il Messia di Israele. La prima comunità, composta di giudeo-cristiani, rappresenta “il resto” di Israele. Nel libro dellApocalisse, la continuità viene messa in evidenza mediante la figura della donna, che indica il popolo eletto prima e dopo la venuta del Messia, e mediante limmagine della città santa, aperta ad accogliere i pagani che vengono in pellegrinaggio. Se già nellantica alleanza Israele ha ricevuto il nome di assemblea di Dio, a maggior ragione merita questo nome il definitivo popolo di Dio. “Chiesa” significa precisamente “assemblea”: assemblea radunata dal Padre intorno a Cristo con il dono dello Spirito, Chiesa «di Dio in Gesù Cristo» (1Ts 2,14). La Chiesa è dunque la forma definitiva del popolo di Dio nella storia, capace di attirare tutte le genti. «La legge e la parola sono usciti da Gerusalemme... e noi ci siamo rifugiati presso il Dio di Israele. Sebbene fossimo esperti nella guerra, nellassassinio, in ogni specie di mali, abbiamo trasformato le spade in aratri, le lance in falci; e ora costruiamo il timor di Dio, la giustizia, la solidarietà, la fede e la speranza». Quanti con il battesimo vengono inseriti in Cristo, formano il popolo dei “santi”, «la stirpe eletta, il sacerdozio regale, la nazione santa, il popolo che Dio si è acquistato perché proclami le opere meravigliose di lui» (1Pt 2,9).


Siamo arrivati al termine. Possiamo mettere in evidenza:
**  Quanti con il battesimo vengono inseriti in Cristo, formano il popolo dei “santi”.
Questa parola cosa ti suggerisce?
Ora nel silenzio, nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.


Preghiamo con la Chiesa: O Dio, nostro Padre, disponi sempre al bene i nostri cuori, perché, nel continuo desiderio di elevarci a te, possiamo vivere pienamente il mistero pasquale. Per il nostro Signore Gesù Cristo...


IL PENSIERO DEL GIORNO

26 MAGGIO 2017


Oggi Gesù ci dice: «Rimanete in me e io in voi. Chi rimane in me e io in lui, porta molto frutto» (Cfr. Gv 15,4-5 - Antifona alla Comunione).

Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto: solo se il credente-tralcio, potato amorevolmente dal Padre, rimane unito alla Vite divina potrà portare abbondanti frutti di vita eterna: «Se infatti siamo stati intimamente uniti a lui a somiglianza della sua morte, lo saremo anche a somiglianza della sua risurrezione» (Rom 6,5). In altre parole, restare uniti a Gesù significa ricevere il dono della lettura intelligente e sapienziale della sua passione e della sua morte: il discepolo conoscerà «lui, la potenza della sua risurrezione, la comunione alle sue sofferenze, facendomi conforme alla sua morte, nella speranza di giungere alla risurrezione dai morti» (Fil 3,10-11).

Senza di me non potete far nulla: Card. Javier Iozano Barragán (Omelia, Domenica, 14 maggio 2006): Alla luce dell’immagine della vite e dei tralci che il Signore ci propone, preghiamo lo Spirito Santo affinché ci illumini per capire che cosa significa questa Croce per la nostra vita cristiana, specialmente dinanzi al secolarismo attuale. Il Signore è molto chiaro nel Vangelo che abbiamo proclamato: senza di Lui niente si può fare. Nel mondo attuale, e purtroppo anche in alcuni ambiti europei, sembra tuttavia che si pensi esattamente il contrario: tutto si può fare senza di Lui. Questa è la ragione di tante sventure. Sembra che veramente si arrivi alla felicità soltanto mediante il denaro, il lavoro, la scienza, la tecnica, la politica. Però il risultato è sempre la tristezza, la depressione e, infine, la morte. Oggi Gesù risponde alla domanda: come evitare tante disgrazie? E ci dà la risposta: stare con Lui, uniti come i tralci con il tronco della vite, che raffigura il legno della Croce. La corrente vitale della linfa arriva ai tralci proprio dal tronco della vite, e dai tralci ritorna allo stesso tronco in una comunione reciproca. Grazie a questa comunione i tralci possono dare frutto. Questa è la cosa più straordinaria che ci possa essere data: la “divinizzazione”. Rimaniamo stupiti davanti al fatto che noi, semplici creature, diventiamo “divine” grazie all’adozione filiale che il Padre eterno ci offre nel suo Figlio Gesù Cristo. Nell’ammirare tanta bellezza non ci resta che cadere in profonda adorazione dinanzi al mistero che ci abbaglia: siamo diventati figli nel Figlio di Dio, inseriti nel Figlio di Dio come i tralci sono inseriti nel tronco della vite, vale a dire, inseriti nella Croce.

Catechismo della Chiesa Cattolica

Chi rimane in me e io in lui, porta molto frutto

308 Dio agisce in tutto l’agire delle sue creature: è una verità inseparabile dalla fede in Dio Creatore. Egli è la causa prima che opera nelle e per mezzo delle cause seconde: “È Dio infatti che suscita” in noi “il volere e l’operare secondo i suoi benevoli disegni” (Fil 2,13). Lungi dallo sminuire la dignità della creatura, questa verità la accresce. Infatti la creatura, tratta dal nulla dalla potenza, dalla sapienza e dalla bontà di Dio, niente può se è separata dalla propria origine, perché “la creatura senza il Creatore svanisce”; ancor meno può raggiungere il suo fine ultimo senza l’aiuto della grazia

Essere tralci vivi: Giovanni Paolo II (Messaggio per la V Giornata Mondiale della Gioventù, 26 novembre 1989): Nella Bibbia, tra le numerose immagini che esprimono il mistero della Chiesa, troviamo anche l’immagine della vigna (cfr. Ger 2,21; Is 5,1-7). La Chiesa è la vigna piantata dal Signore stesso, una vigna che gode del suo particolare amore. Nel Vangelo di Giovanni, Cristo ci spiega il principio fondamentale della vita di questa vigna, quando dice: «Io sono la vite, voi i tralci» (Gv 15,5). Sono proprio queste le parole che ho scelto come tema della prossima Giornata Mondiale della Gioventù. Rivolgo perciò a tutti voi un appello: Giovani, siate tralci vivi della Chiesa, siate tralci carichi di frutti! Essere tralci vivi nella Chiesa-vigna significa, innanzitutto essere in comunione vitale con Cristo-vite. I tralci non sono autosufficienti, ma dipendono totalmente dalla vite. In essa si trova la sorgente della loro vita. Così, nel Battesimo, ciascuno di noi è stato innestato in Cristo ed ha ricevuto gratuitamente il dono della vita nuova. Per essere tralci vivi, dovete vivere questa realtà del vostro Battesimo, approfondendo ogni giorno la vostra comunione col Signore mediante l’ascolto e l’obbedienza alla sua Parola, la partecipazione all’Eucaristia e al sacramento della Riconciliazione, e il colloquio personale con lui nella preghiera. Gesù dice: «Chi rimane in me, ed io in lui, fa molto frutto, perché senza di me non potete fare nulla» (Gv 15,5). Essere tralci vivi nella Chiesa-vigna significa anche assumersi un impegno nella comunità e nella società. Ce lo spiega in modo molto chiaro il Concilio Vaticano II: «Come nella compagine di un corpo vivente non vi è membro alcuno che si comporti in maniera del tutto passiva, ma insieme con la vita del corpo ne partecipa anche l’attività, così nel corpo di Cristo, che è la Chiesa, “tutto il corpo... secondo l’energia propria ad ogni singolo membro... contribuisce alla crescita del corpo stesso” (Ef 4,16)» («Apostolicam Actuositatem», 2). Tutti, a seconda delle nostre vocazioni particolari, siamo partecipi della missione di Cristo e della sua Chiesa. La comunione ecclesiale è una comunione missionaria.

Il rimanere in Gesù non è una realtà statica, avvenuta una volta per sempre nel battesimo, ma una realtà dinamica: occorre lasciarsi «potare» dal Padre, ossia è un cammino di conversione che non conosce sosta, un rinnovamento che conosce tutte le tappe della vita, una scelta da verificare e rinnovare continuamente. In questo modo si diviene discepoli di Gesù e si glorifica il Padre. Una vita cristiana infruttuosa, doppia, attraversata dalle tenebre della menzogna, appesantita dall’inerzia e dall’indolenza, si apre inesorabilmente all’impotenza, che è preludio di morte. Una vita insipida a null’altro serve che ad essere gettata via e calpestata dagli uomini (cfr Mt 5,13); un’esistenza siffatta è infeconda e non ha scampo: il tralcio infruttuoso è tagliato e gettato ne1 fuoco. I credenti, invece, proprio perché sono uniti alla Vite, sono predisposti alla potatura perché portino più frutto; inoltre, sono già mondi per la Parola, la quale purifica mediante la fede. Quindi, il portare frutto è la premessa e nello stesso tempo la conseguenza del rimanere in Cristo. Ma che significa portare frutto? Come si rimane in Cristo? A queste domande, l’apostolo Giovanni, nella seconda lettura, da una risposta molto esauriente e inappellabile. Portiamo frutto e restiamo in Lui se amiamo non a parole né con la lingua, ma con i fatti. Dimoriamo e rimaniamo in Dio se osserviamo i suoi comandamenti, in particolare quello che concerne l’amore e l’effettiva solidarietà con i propri fratelli e conosciamo che Dio dimora in noi dallo Spirito che ci è stato dato. Se pratichiamo ciò che è a lui gradito e conforme alla sua volontà, otteniamo qualunque cosa nella preghiera; infatti, che possono “chiedere i fedeli se non quanto a Cristo è bene accetto? Che cosa possono volere, se restano uniti al Salvatore, se non ciò che non oppone alla loro salvezza? ... Rimanendo dunque noi in Lui e in noi restando le sue parole, potremo chiedergli qualunque cosa, ed egli la compirà in noi” (Ruperto di Deutz). Portare frutto significa, allora, cercare ciò che piace al Padre, fare la sua volontà come ci è stata manifestata nel Cristo: e questa è la volontà di Dio, la nostra santificazione, che ci asteniamo dall’impudicizia (cfr. 1Tess 4,3.7). Il frutto che il Padre cerca in noi “è la santità di una vita fecondata dall’unione con Cristo. Quando crediamo in Gesù Cristo, comunichiamo ai suoi misteri e osserviamo i suoi comandamenti, il Salvatore stesso viene ad amare in noi il Padre suo ed i suoi fratelli, Padre nostro e nostri fratelli. La sua persona diventa, grazie allo Spirito, la regola vivente ed interiore della nostra condotta: «Questo è il mio comandamento che vi amiate gli uni gli altri come io vi ho amati» [Gv 15,12]” (CCC, n. 2074). Appoggiandosi sull’amore di Dio, il credente non teme nulla (cfr. Rm 8,28-39), nemmeno il giudizio della propria coscienza, perché nell’amore “non c’è timore, al contrario l’amore perfetto scaccia il timore, perché il timore suppone un castigo e chi teme non è perfetto nell’amore” (1Gv 4,18).


Siamo arrivati al termine. Possiamo mettere in evidenza:
** Tutti, a seconda delle nostre vocazioni particolari, siamo partecipi della missione di Cristo e della sua Chiesa.
Questa parola cosa ti suggeriscono?
Ora nel silenzio, nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.


Preghiamo con la Chiesa: O Dio, nostro Padre, che ci hai reso partecipi dei doni della salvezza, fa’ che professiamo con la fede e testimoniamo con le opere la gioia della risurrezione. Per il nostro Signore Gesù Cristo...




 IL PENSIERO DEL GIORNO

25 MAGGIO 2017



Oggi Gesù ci dice: “In verità, in verità io vi dico: voi piangerete e gemerete, ma il mondo si rallegrerà. Voi sarete nella tristezza, ma la vostra tristezza si cambierà in gioia” (Gv 16,20).


Salvatore Alberto Panimolle (Lettura Pastorale del Vangelo di Giovanni)

Il tema più caratteristico della pericope in esame è senz’alcun dubbio quello della gioia. Gesù prende le mosse dalla sua separazione temporanea dagli amici, per predire ad essi che durante la sua assenza piangeranno e soffriranno, mentre al suo ritorno saranno inondati da profonda gioia (Gv 16,16ss). Quando resteranno soli, i discepoli saranno presi da profonda tristezza, invece il mondo si rallegrerà per la vittoria riportata sul Maestro; ma questo tempo di sofferenza durerà poco: il giorno di pasqua la tristezza degli amici del Cristo si trasformerà in gioia (Gv 16,20). La situazione spirituale dei discepoli durante le ore che vanno dall’arresto di Gesù alla sua risurrezione è simile a quella della partoriente: la donna quando sta per dare alla luce il bambino, sperimenta gli atroci dolori del parto, ma dopo la nascita del figlio è inondata da profonda gioia. In modo analogo gli apostoli, quando vedranno nuovamente il Maestro nel fulgore della sua gloria, dopo la separazione della passione e morte, gioiranno grandemente e dimenticheranno la tristezza dei giorni precedenti (Gv 16,21s). In realtà, allorché il Cristo risorto apparve agli amici, costoro gioirono al vedere il Signore (Gv 20,20).
La gioia messianica dei discepoli realizza l’oracolo di Is 66,13s, nel quale il Signore promette di consolare il suo popolo in Gerusalemme; tale esperienza salvifica sarà fonte di profonda gioia. Con la sua risurrezione Gesù porterà gioia profonda al nuovo Israele, proprio in Gerusalemme. L’ispirazione di Gv 16,22 al passo di Is 66,14 sembra molto probabile, dato il parallelismo delle frasi:
Voi lo vedrete e gioirà il vostro cuore (Is 66,14),
Vi vedrò di nuovo e il vostro cuore gioirà (Gv 16,22).
In realtà lo scopo della rivelazione salvifica e della redenzione operata dal Cristo è portare la pace profonda (Gv 16,33), è donare la vita in abbondanza (Gv 10,10) e la gioia piena (Gv 15,11). L’esaudimento delle preghiere dei discepoli contribuirà al raggiungi mento di tale gioia in pienezza (Gv 16,24). Gli apostoli, esplicando la loro missione di testimoni, favoriscono l’esperienza della gioia perfetta (1Gv 1,4).


Catechismo della Chiesa Cattolica

Le fonti della gioia

163 La fede ci fa gustare come in anticipo la gioia e la luce della visione beatifica fine del nostro pellegrinare quaggiù. Allora vedremo Dio «a faccia a faccia» (1Cor 13,12), «così come egli è» (1Gv 3,2).
La fede, quindi. è già l’inizio della vita eterna: «Fin d’ora contempliamo come in uno specchio, quasi fossero già presenti, le realtà meravigliose che le promesse ci riservano e che, per la fede, attendiamo di godere».

301 Dopo averla creata. Dio non abbandona a se stessa la sua creatura. Non le dona soltanto di essere e di esistere: la conserva in ogni istante nell’« essere », le dà la facoltà di agire e la conduce al suo termine. Riconoscere questa completa dipendenza in rapporto al Creatore è fonte di sapienza e di libertà. di gioia. di fiducia: «Tu ami tutte le cose esistenti, e nulla disprezzi di quanto hai creato; se tu avessi odiato qualcosa, non l’avresti neppure creata. Come potrebbe sussistere una cosa e tu non vuoi? O conservarsi se tu non l’avessi chiamata all’esistenza? Tu risparmi tutte le cose. perché tutte sono tue. Signore. amante della vita» (Sap 11,24-26).

1804 Le virtù umane sono attitudini ferme, disposizioni stabili, perfezioni abituali dell’intelligenza e della volontà che regolano i nostri atti, ordinano le nostre passioni e guidano la nostra condotta secondo la ragione e la fede. Esse procurano facilità, padronanza di sé e gioia per condurre una vita moralmente buona. L’uomo virtuoso è colui che liberamente pratica il bene.
Le virtù morali vengono acquisite umanamente. Sono i frutti e i germi di atti moralmente buoni; dispongono tutte le potenzialità dell’essere umano ad entrare in comunione con l’amore divino.


Bruno Maggioni

La gioia

Osserviamo, anzitutto, che Giovanni non invita alla gioia per ingenuità o perché scrive in situazioni particolarmente fortunate. Anzi egli conosce tutta la drammaticità della situazione del discepolo nel mondo. L’invito alla gioia è in un contesto di persecuzione, e il Cristo ne parla alla vigilia della sua Croce. Non è un pensiero nuovo, ma un dato costante dell’esperienza biblica. Le preghiere di gioia e di speranza che troviamo nel Salterio non furono scritte in momenti fortunati, ma in momenti di abbandono. Si direbbe che Israele abbia saputo vivere la speranza in momenti di disperazione. Così è pure il messaggio dei profeti: generalmente le loro pagine di giudizio furono scritte in momenti in cui il popolo viveva un’euforica sicurezza, e le pagine di consolazione in momenti di sconfitta. Questo è un fatto costante anche nel Nuovo Testamento. A Pietro che diceva: «Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito». Gesù risponde: «Non c’è nessuno che abbia abbandonato case, fratelli, sorelle, madre, padre, figli e campi per me ... che non riceva il centuplo fin d’ora, nel tempo presente ... , insieme con la persecuzione, e la vita eterna nel secolo futuro» (Mc 10,28-30). Allo stesso modo pensa Paolo (Rm 8,31-39).
La gioia non sta dunque nell’assenza della Croce ma nel comprendere che la Croce non è sconfitta, e quindi che la storia va letta diversamente. È questa la ragione ultima che giustifica, ed esige, la gioia pur nella
contraddittorietà: una lettura della storia che prenda come criterio di valutazione la vicenda del Cristo morto e risorto. È quanto Gesù intende rivelare al discepolo. Come i dolori di una partoriente non sono sterili, così della croce del Cristo e della sua chiesa.
Ma la gioia cristiana non è soltanto una gioia che passa attraverso la croce; è, forse ancora più profondamente, una gioia che viene da Dio, un dono (vv. 22.24).


Giovanni Paolo II (Omelia, 25 Febbraio 1996)

Maria è causa della nostra letizia perché ci porta la vera gioia, la vera letizia: Gesù, Verbo di Dio e Salvatore del mondo. Carissimi Fratelli e Sorelle, sappiate essere anche voi, come Maria, portatori dell’autentica letizia, della vera gioia: portatori di Gesù negli ambienti in cui vivete ed operate.


Siamo arrivati al termine. Possiamo mettere in evidenza:
** Sappiate essere anche voi, come Maria, portatori dell’autentica letizia, della vera gioia: portatori di Gesù negli ambienti in cui vivete ed operate.
Questa parola cosa ti suggeriscono?
Ora nel silenzio, nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.


Preghiamo con la Chiesa: O Dio, nostro Padre, che ci hai reso partecipi dei doni della salvezza, fa’ che professiamo con la fede e testimoniamo con le operela gioia della risurrezione. Per il nostro Signore Gesù Cristo...


 IL PENSIERO DEL GIORNO

24 MAGGIO 2017



Oggi Gesù ci dice: Quando lo Spirito della verità vi guiderà a tutta la verità” (Gv 16,13)

(Gv 16,12-15): Gesù ha ancora da dire molte cose ai suoi discepoli, ma per il momento non sono capaci di portarne il peso, lo Spirito Santo farà capire ciò che è avvenuto, li guiderà alla verità intera. Lo Spirito della verità annuncerà le cose future non predicendo l’avvenire o apportando una nuova rivelazione, ma rendendo intellegibile il mistero di Gesù. Lo Spirito proseguirà nella Chiesa e nel mondo ciò che Cristo ha fatto: rivelare agli uomini il mistero di Dio. La rivelazione “è dunque perfettamente una: avendo origine nel Padre e realizzandosi per mezzo del Figlio, si compie nello Spirito, per la gloria del Figlio e del Padre” (Bibbia di Gerusalemme).


Catechismo della Chiesa Cattolica

243 Prima della sua Pasqua, Gesù annunzia l’invio di un “altro Paraclito” (Difensore), lo Spirito Santo. Lo Spirito che opera fin dalla creazione, che già aveva “parlato per mezzo dei profeti”, dimorerà presso i discepoli e sarà in loro,  per insegnare loro ogni cosa  e guidarli “alla verità tutta intera” (Gv 16,13). Lo Spirito Santo è in tal modo rivelato come un’altra Persona divina in rapporto a Gesù e al Padre.

244 L’origine eterna dello Spirito si rivela nella sua missione nel tempo. Lo Spirito Santo è inviato agli Apostoli e alla Chiesa sia dal Padre nel nome del Figlio, sia dal Figlio in persona, dopo il suo ritorno al Padre. L’invio della Persona dello Spirito dopo la glorificazione di Gesù rivela in pienezza il Mistero della Santa Trinità.

La missione congiunta del Figlio e dello Spirito Santo

690 Gesù è Cristo, “unto”, perché lo Spirito ne è l’Unzione e tutto ciò che avviene a partire dall’Incarnazione sgorga da questa pienezza. Infine, quando Cristo è glorificato, può, a sua volta, dal Padre, inviare lo Spirito a coloro che credono in lui: comunica loro la sua Gloria, cioè lo Spirito Santo che lo glorifica. La missione congiunta si dispiegherà da allora in poi nei figli adottati dal Padre nel Corpo del suo Figlio: la missione dello Spirito di adozione sarà di unirli a Cristo e di farli vivere in lui: “La nozione di unzione suggerisce... che non c’è alcuna distanza tra il Figlio e lo Spirito. Infatti, come tra la superficie del corpo e l’unzione dell’olio né la ragione né la sensazione conoscono intermediari, così è immediato il contatto del Figlio con lo Spirito; di conseguenza colui che sta per entrare in contatto con il Figlio mediante la fede, deve necessariamente dapprima entrare in contatto con l’olio. Nessuna parte infatti è priva dello Spirito Santo. Ecco perché la confessione della Signoria del Figlio avviene nello Spirito Santo per coloro che la ricevono, dato che lo Spirito Santo viene da ogni parte incontro a coloro che si approssimano per la fede”.


Catechismo degli Adulti (1149)

La veracità cristiana

La veracità cristiana è contemporaneamente fedeltà alla dignità dell’uomo e alla verità. Il significato originario dell’ottavo comandamento si limita a proibire la falsa testimonianza contro il prossimo in tribunale; ma altri testi biblici estendono il divieto a qualsiasi frode che possa recar danno; anzi arrivano a riprovare la menzogna in genere, in quanto corrode l’affidabilità delle relazioni umane: «Sia il vostro parlare sì, sì; no, no» (Mt 5,37); «Il vostro “sì” sia sì, e il vostro “no” no» (Gc 5,12).
La veracità è anche fedeltà a se stessi, alla propria identità. Ognuno è chiamato a cercare, accogliere e praticare la verità. La libertà è per la verità, resistendo alla eventuale pressione contraria degli istinti e dell’ambiente sociale. Quando si tratta di testimoniare valori decisivi, come la fede in Dio, la coerenza deve essere mantenuta fino al martirio.


 Il rispetto della verità

 2488-2492 Il diritto alla comunicazione della verità non è incondizionato. Ognuno deve conformare la propria vita al precetto evangelico dell’amore fraterno. Questo richiede, nelle situazioni concrete, che si vagli se sia opportuno o no rivelare la verità a chi la domanda. La carità e il rispetto della verità devono suggerire la risposta ad ogni richiesta di informazione o di comunicazione. Il bene e la sicurezza altrui, il rispetto della vita privata, il bene comune sono motivi sufficienti per tacere ciò che è opportuno non sia conosciuto, oppure per usare un linguaggio discreto. Il dovere di evitare lo scandalo spesso esige una discrezione rigorosa. Nessuno è tenuto a palesare la verità a chi non ha il diritto di conoscerla. Il segreto del sacramento della Riconciliazione è sacro, e non può essere violato per nessun motivo. “Il sigillo sacramentale è inviolabile; pertanto non è assolutamente lecito al confessore tradire anche solo in parte il penitente con parole o in qualunque altro modo e per quasiasi causa”. I segreti professionali - di cui sono in possesso, per esempio, uomini politici, militari, medici e giuristi - o le confidenze fatte sotto il sigillo del segreto, devono essere serbati, tranne i casi eccezionali in cui la custodia del segreto dovesse causare a chi li confida, a chi ne viene messo a parte, o a terzi danni molto gravi ed evitabili soltanto mediante la divulgazione della verità. Le informazioni private dannose per altri, anche se non sono state confidate sotto il sigillo del segreto, non devono essere divulgate senza un motivo grave e proporzionato. Ciascuno deve osservare il giusto riserbo riguardo alla vita privata delle persone. I responsabili della comunicazione devono mantenere un giusto equilibrio tra le esigenze del bene comune e il rispetto dei diritti particolari. L’ingerenza dell’informazione nella vita privata di persone impegnate in un’attività politica o pubblica è da condannare nella misura in cui viola la loro intimità e la loro libertà.


Lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità: Giovanni Paolo II (Lettera Enciclica Dominum et vivificantem, 6): Questo «guidare alla verità tutta intera», in riferimento a ciò di cui gli apostoli «per il momento non sono capaci di portare il peso», è in necessario collegamento con lo spogliamento di Cristo per mezzo della passione e morte di Croce, che allora, quando pronunciava queste parole, era ormai imminente. In seguito, tuttavia, diventa chiaro che quel «guidare alla verità tutta intera» si ricollega, oltre che allo scandalum Crucis, anche a tutto ciò che Cristo «fece ed insegnò». Infatti, il mysterium Christi nella sua globalità esige la fede, poiché è questa che introduce opportunamente l’uomo nella realtà del mistero rivelato. Il «guidare alla verità tutta intera» si realizza, dunque, nella fede e mediante la fede: il che è opera dello Spirito di verità ed è frutto della sua azione nell’uomo. Lo Spirito Santo deve essere in questo la suprema guida dell’uomo, la luce dello spirito umano.

... a tutta la verità: Paolo VI (Udienza Generale, 29 novembre 1972): Ha bisogno la Chiesa di riacquistare l’ansia, il gusto, la certezza della sua verità (cfr. Gv 16,13), e di ascoltare con inviolabile silenzio e con docile disponibilità la voce, anzi il colloquio parlante nell’assorbimento contemplativo dello Spirito; il Quale insegna «ogni verità» (Ibid.); e poi ha bisogno la Chiesa di sentir rifluire per tutte le sue umane facoltà l’onda dell’amore, di quell’amore che si chiama carità, e che appunto è diffusa nei nostri cuori proprio «dallo Spirito Santo che a noi è stato dato» (Rm 5,5); e quindi, tutta penetrata di fede, la Chiesa ha bisogno di sperimentare un nuovo stimolo di attivismo, l’espressione nelle opere di questa carità (cfr. Gal 5,6), anzi la sua pressione, il suo zelo, la sua urgenza (2Cor 5,14),  la testimonianza, l’apostolato.


Siamo arrivati al termine. Possiamo mettere in evidenza:
** Quando si tratta di testimoniare valori decisivi, come la fede in Dio, la coerenza deve essere mantenuta fino al martirio.
Questa parola cosa ti suggeriscono?
Ora nel silenzio, nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.


Preghiamo con la Chiesa: O Dio, che ci chiami a celebrare nella fede la risurrezione del tuo Figlio, fa’ che possiamo rallegrarci con lui insieme ai tuoi santi nel giorno della sua venuta. Egli è Dio, e vive e regna con te...

 IL PENSIERO DEL GIORNO

23 MAGGIO 2017


Oggi Gesù ci dice: “È bene per voi che io me ne vada, perché, se non me ne vado, non verrà a voi il Paràclito; se invece me ne vado, lo manderò a voi” (Gv 16,7).


Lo Spirito Santo, che Gesù glorificato invierà alla sua Chiesa, unirà la sua testimonianza a quella di Gesù (Gv 3,11), perché la giustizia della causa del Salvatore sia manifesta agli occhi dei credenti, metterà in piena luce il peccato del mondo che è l’incredulità, e manifesterà il senso della morte di Gesù: la disfatta definitiva e la condanna perpetua del principe di questo mondo.


Salvatore Alberto Panimolle

LA GLORIFICAZIONE DI GESÙ

Lo Spirito della verità è inviato ai discepoli, affinché renda testimonianza a Gesù e introduca i cristiani nel cuore della rivelazione; in tal modo egli renderà gloria al Figlio di Dio, dopo aver convinto il mondo di peccato, di giustizia e di giudizio (Gv 16,7ss). Lo Spirito santo in realtà è orientato completamente verso il Cristo; egli non deve svolgere una funzione autonoma, indipendente o in opposizione con la rivelazione di Gesù. Come il Figlio vive per il Padre (Gv 6,57) e lo scopo della sua missione è la gloria del Padre (Gv 7,18; 8,49s; 13,32; 14,13), eseguendo in modo perfetto la sua volontà (Gv 4,34; 5,30; 6,38 ecc.), così lo Spirito è donato ai credenti con il fine di glorificare il Cristo. In effetti egli svelerà ai discepoli il bene di Gesù, cioè la sua rivelazione e la sua persona divina (Gv 16,14), farà assimilare da essi la verità del Cristo, richiamando alla loro mente e alloro cuore le sue parole (Gv 14,26).
Lo Spirito della verità non porterà una nuova rivelazione, ma la sua azione didattica interiore ha per oggetto il mistero del Figlio di Dio, ascoltando la sua parola e manifestandone il significato profondo, in modo da farla accogliere (Gv 16,12ss). Quindi non solo il Padre glorifica il Figlio (Gv 8,54; 13,32; 17,1 ecc.), ma anche lo Spirito santo (Gv 16,14).


Catechismo della Chiesa Cattolica


CCC 692 Gesù, quando annunzia e promette la venuta dello Spirito Santo, lo chiama “Paraclito”, letteralmente: “Colui che è chiamato vicino”, “ad-vocatus” (Gv 14,16; 14,26; 15,26; 16,7). “Paraclito” viene abitualmente tradotto “Consolatore”, essendo Gesù il primo consolatore. Il Signore stesso chiama lo Spirito Santo “Spirito di verità” (Gv 16,13).

CCC 1287 Questa pienezza dello Spirito non doveva rimanere soltanto del Messia, ma doveva essere comunicata a tutto il popolo messianico. Più volte Cristo ha promesso questa effusione dello Spirito, promessa che ha attuato dapprima il giorno di Pasqua e in seguito, in modo più stupefacente, il giorno di Pentecoste. Pieni di Spirito Santo, gli Apostoli cominciano ad “annunziare le grandi opere di Dio” (At 2,11) e Pietro afferma che quella effusione dello Spirito sopra gli Apostoli è il segno dei tempi messianici. Coloro che allora hanno creduto alla predicazione apostolica e che si sono fatti battezzare, hanno ricevuto, a loro volta, il dono dello Spirito Santo.

CCC 91 Tutti i fedeli sono partecipi della comprensione e della trasmissione della verità rivelata. Hanno ricevuto l’unzione dello Spirito Santo che insegna loro ogni cosa e li guida “alla verità tutta intera” (Gv 16,13).

CCC 388 Col progresso della Rivelazione viene chiarita anche la realtà del peccato. Sebbene il Popolo di Dio dell’Antico Testamento abbia in qualche modo conosciuto la condizione umana alla luce della storia della caduta narrata dalla Genesi, non era però in grado di comprendere il significato ultimo di tale storia, significato che si manifesta appieno soltanto alla luce della morte e della Risurrezione di Gesù Cristo. Bisogna conoscere Cristo come sorgente della grazia per conoscere Adamo come sorgente del peccato. È lo Spirito Paraclito, mandato da Cristo risorto, che è venuto a convincere “il mondo quanto al peccato” (Gv 16,8), rivelando colui che del peccato è il Redentore.

CCC 243 Prima della sua Pasqua, Gesù annunzia l’invio di un “altro Paraclito” (Difensore), lo Spirito Santo. Lo Spirito che opera fin dalla creazione, che già aveva “parlato per mezzo dei profeti”, dimorerà presso i discepoli e sarà in loro, per insegnare loro ogni cosa e guidarli “alla verità tutta intera” (Gv 16,13). Lo Spirito Santo è in tal modo rivelato come un’altra Persona divina in rapporto a Gesù e al Padre.

CCC 2673 Nella preghiera, lo Spirito Santo ci unisce alla Persona del Figlio unigenito, nella sua umanità glorificata. Per essa ed in essa la nostra preghiera filiale entra in comunione, nella Chiesa, con la  Madre di Gesù.


Catechismo Tridentino (Articolo VIII,100)

Lo Spirito Santo terza Persona

Bisogna spiegare accuratamente ai fedeli che lo Spirito santo è Dio nel senso che costituisce una terza Persona nella natura divina, distinta dal Padre e dal Figlio, e prodotta per via di volontà. Tralasciando gli altri testi scritturali, la forma del Battesimo insegnataci dal Salvatore chiaramente mostra che lo Spirito santo è una terza Persona, per sé sussistente nella natura divina, e distinta dalle altre (Mt 28,19). Anche le parole dell’Apostolo sono chiare in proposito: La grazia del signor nostro Gesù Cristo, la carità di Dio e la partecipazione dello Spirito siano con tutti voi. Cosi sia (2Cor 13,13).


Paolo VI (Udienza Generale, 17 maggio 1967):

Come custodire il «Dulcis Hospes animae»

«Con la forza del Vangelo fa ringiovanire la Chiesa, continuamente la rinnova e la conduce alla perfetta unione con (Cristo) suo Sposo. Poiché lo Spirito e la Sposa dicono al Signore Gesù “Vieni” (cfr. Apoc. 22,17). «Così la Chiesa universale si presenta come “un popolo adunato nell’unità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo”» (Lumen Gentium, 4). Da questa stupenda sintesi dottrinale noi trarremo due semplici, ma importanti conclusioni. La prima riguarda i rapporti della nostra anima con lo Spirito Santo, il culto cioè che dobbiamo alimentare, nel segreto del cuore e nell’espressione della preghiera, con questo ineffabile «dulcis Hospes animae», soave ospite dell’anima; un culto che comincia con il senso interiore della sacralità, che ogni cristiano, reso dal battesimo tempio dello Spirito Santo (cfr. 1Cor. 3,16), deve avere di se stesso, con l’affinamento della coscienza, per la quale è «picciol fallo amaro morso» (Purg. 3,9), e alla quale una cosa preme sopra tutte, l’essere in grazia di Dio, essere vigilante nell’amore e nella fedeltà al Dio presente; e un culto che arriva a riconoscere nello Spirito Santo il principio stesso della preghiera, da Lui derivando a noi la beata possibilità di proferire il nome di Gesù (1Cor. 12,3), e la mistica sorgente della più commossa orazione (Rom. 8,26), e a Lui riconoscendo, come fosse passato sopra la sua Chiesa, il rinnovamento liturgico del tempo nostro (Sacr. Concilium, 43). Fra tutte, la prima devozione nostra dovrebbe essere allo Spirito Santo.


Siamo arrivati al termine. Possiamo mettere in evidenza:
** Fra tutte, la prima devozione nostra dovrebbe essere allo Spirito Santo.
Questa parola cosa ti suggeriscono?
Ora nel silenzio, nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.


Preghiamo con la Chiesa: Esulti sempre il tuo popolo, o Padre, per la rinnovata giovinezza dello spirito, e come oggi si allieta per il dono della dignità filiale,  così pregusti nella speranza il giorno glorioso della risurrezione. Per il nostro Signore Gesù Cristo…