14 Marzo 2026
 
Sabato III Settimana di Quaresima
 
Os 6,1-6; Salmo Responsoriale dal Salmo 50 (51); Lc 18,9-14
 
Oggi non indurite il vostro cuore, ma ascoltate la voce del Signore. (Cf. Sal 94 (95), 8ab - Acclamazione al Vangelo)
 
Xavier Léon Dufour: La sclerosi progressiva dell’uomo separato da Dio si chiama indurimento, accecamento. Indurirsi significa ricoprire di grasso il cuore, turare gli orecchi, chiudere gli occhi, addormentarsi, dimostrare uno spirito di smarrimento, di torpore o di menzogna, cosicché si ha la cervice dura ed il cuore di pietra. Questo stato può colpire tutti gli uomini, i pagani, gli Israeliti ed anche i discepoli di Gesù.
Alla fonte dell’indurimento 1. Il fatto - Due testi principali - nell’Esodo e in Isaia - hanno esercitato la riflessione religiosa di Israele. Se il faraone non vuol lasciar partire Israele, si è perché Dio gli indurisce il cuore (Es 4, 21; 7, 3; 9, 12; 10, 1. 20. 27; 11, 10; 14, 4) oppure egli indurisce se stesso (Es 7, 13 s. 22; 8, 15; 9, 7. 34 s).
Ora queste due interpretazioni si presentano giustapposte nei testi, senza che si possa attribuire alla seconda l’intenzione di correggere la prima. Di qui un problema teologico: se non è sorprendente che l’uomo sia causa del proprio indurimento, come ammettere che Dio favorisca questo atteggiamento, ne sia persino la causa? Ora Paolo afferma nettamente: «Dio fa misericordia a chi vuole, indurisce chi vuole» (Rom 9, 18). Già nel VT Dio dava come missione ad Isaia: «Va’, e di’ a questo popolo: “Ascoltate, ma senza comprendere; guardate, ma senza vedere! Ricopri di grasso il cuore di questo popolo, fallo duro d’orecchi, chiudigli gli occhi, affinché i suoi occhi non vedano, i suoi orecchi non sentano, il suo cuore non comprenda e non si converta, cosicché non sia guarito”» (Is 6, 9 s). Lungi dall’essere scartato come avente cattivo suono, questo testo è stato sostanzialmente ripreso da Gesù (Mt 13, 13) e dai suoi discepoli (Mt 13, 14 s par.; Atti 28, 25 ss), per spiegare il rifiuto che Israele ha opposto a Cristo.
2. Significato. - a) Basta allora dire che l’indurimento del popolo non è voluto direttamente, ma soltanto previsto da Dio? Certamente il linguaggio semitico attribuisce a Dio una volontà positiva di fare quel che egli si limita a permettere; ma questa risposta, valida fino ad un certo punto, sembra una scappatoia. Invece di cercare di scusare Dio, conviene considerare il contesto in cui sono formulate queste minacce o queste constatazioni di indurimento. Indurire non significa riprovare; significa emettere un giudizio su uno stato di peccato; significa volere che questo peccato porti visibilmente i suoi frutti. L’indurimento non è quindi dovuto ad una iniziativa dell’ira divina, che predestina alla rovina: sanziona il peccato di cui l’uomo non si pente. L’uomo quando si indurisce, commette un peccato; quando Dio indurisce, non è fonte, ma giudice del peccato. L’indurimento caratterizza lo stato del peccatore che rifiuta di convertirsi e rimane separato da Dio. È la sanzione immanente del peccato, che fa apparire la cattiva natura del peccatore: «Un Etiope può cambiare pelle? Una pantera il mantello? E voi, potete agire bene, voi che siete abituati al male?» (Ger 13, 23).
b) Paolo si è sforzato di trovare un senso a questo dato di fatto. - Anzitutto entra nel disegno provvidenziale di Dio. Nulla sfugge a Dio. Il faraone, di cui Paolo non considera la sorte personale, serve infine a far risplendere la gloria divina (Es 9, 16; 14, 17 s); con il suo indurimento Israele permette l’ingresso delle nazioni pagane nella Chiesa (Rom 9); inoltre il disegno di Dio è interamente ordinato al resto che deve sopravvivere.
- In secondo luogo, l’indurimento di Israele manifesta la severità di Dio, la sua esigenza. Non per scherzo Dio fa alleanza con un popolo. Come tollererebbe la noncuranza (Lc 17, 26-29 par.), la sufficienza (Deut 32, 15), l’orgoglio (Deut 8, 12 ss; Neem 9, 16)
 - Infine questo indurimento rivela la pazienza di Dio, il quale non distrugge il peccatore, ma tende continuamente le mani verso un popolo ribelle (Rom 10, 21 citando Is 65, 2; cfr. Os 11, 1 s; Ger 7, 25; Neem 9, 30). Così, sia che solleciti il peccatore, oppure lo abbandoni a se stesso, Dio esprime ancora e sempre la sua misericordia.
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura - Basilio Caballero (La Parola per Ogni Giorno)Il contesto della lettura dal profeta Osea è una liturgia penitenziale del popolo israelita che, davanti al pericolo di un’imminente invasione assira (VIII secolo a.C.), spera di ottenere il perdono di Dio. Ma Dio li avverte dell’inutilità di una conversione superficiale e di un culto ipocrita, tanto effimero « come una nube del mattino, come la rugiada che all’alba svanisce ».
Il Signore vuole misericordia e amore più che sacrifici, conoscenza di Dio più che olocausti. La stessa idea è accolta dal salmo responsoriale, il Miserere, salmo penitenziale per eccellenza (Sal 50).
A questa religiosità interiore e autentica fa riferimento anche Gesù nella parabola del fariseo e del pubblicano che salgono al tempio per pregare. Gesù desidera mostrare la misericordia di Dio, visibile in lui stesso, venuto a salvare ciò che era perduto. Proprio sulla misericordia di Dio fa affidamento il pubblicano peccatore, mentre il fariseo crede di non averne bisogno perché i suoi meriti bastano e avanzano.
 
Vangelo
Il pubblicano tornò a casa sua giustificato, a differenza del fariseo.  
 
Raccontando la parabola del fariseo e del pubblicano Gesù insegna il modo corretto di pregare. Chi non si riconosce peccatore, bisogno del perdono di Dio, non può ricevere nulla: Io vi dico: il pubblicano, a differenza del fariseo, tornò a casa sua giustificato, perché chiunque si esalta sarà umiliato, chi invece si umilia sarà esaltato.
Il messaggio della parabola è evidente: Dio ama gli umili, i piccoli, e non è prevenuto con i peccatori lì dove c’è la buona volontà di emendarsi, e in verità non vuole la loro morte ma che si convertano e vivano. È sottolineato anche che il giudizio di Dio non dipende tanto dalle prestazioni dell’uomo, della esatta e scrupolosa osservanza della Legge, bensì della grazia divina. Anche se vi sono opere che avranno il loro peso nel giorno del giudizio, sono le opere amorose rivolte a beneficio dei poveri, degli indigenti: avevo fame … avevo sete … era ammalato … ero in carcere. A conclusione si può anche ricavare una intenzione parenetica in quanto l’evangelista Luca pone al centro dell’interesse il comportamento morale del fariseo e del pubblicano. Un invito, dunque, a convertirsi.
 
Dal Vangelo secondo  Luca
Lc 18,9-14
 
In quel tempo, Gesù disse ancora questa parabola per alcuni che avevano l’intima presunzione di essere giusti e disprezzavano gli altri:
«Due uomini salirono al tempio a pregare: uno era fariseo e l’altro pubblicano.
Il fariseo, stando in piedi, pregava così tra sé: “O Dio, ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adùlteri, e neppure come questo pubblicano. Digiuno due volte alla settimana e pago le decime di tutto quello che possiedo”.
Il pubblicano invece, fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: “O Dio, abbi pietà di me peccatore”.
Io vi dico: questi, a differenza dell’altro, tornò a casa sua giustificato, perché chiunque si esalta sarà umiliato, chi invece si umilia sarà esaltato».
 
Parola del Signore.
 
Alois Stöger (Vangelo secondo Luca): Chi è giusto secondo il giudizio di Dio? Il fariseo é scrupolosamente preciso nell’osservanza dei molti e difficili precetti della legge; è un collaborazionista che opera con i nemici del popolo ebreo e un truffatore! Gesù conosce i1 giudizio dei suoi uditori e vi mette a fronte al proprio giudizio sorprendente, strabiliante e inaudito: Io però vi dico. Il pubblicano è dichiarato giusto da Dio, e torna a casa sua giustificato.
E il fariseo? Il pubblicano torna a casa giustificato, a differenza dell’altro. Viene con ciò messa a confronto la giustizia del fariseo con quella del pubblicano, e la giustizia di questo posta al di sopra della giustizia di quello? Oppure Gesù penetra le cose ancor piú profondamente? Nega egli al fariseo in genere la giustizia medesima che invece ascrive al pubblicano? Già il primo giudizio sarebbe scandaloso abbastanza; significherebbe infatti che Dio trova maggior compiacenza nel peccatore pentito che non nel giusto coi suoi numerosi meriti e la sua autosicurezza. Che dire poi se egli negasse addirittura d’assegnare la giustizia al fariseo? Un simile giudizio apparirebbe spaventoso. A che servirebbero in tal caso le prestazioni? Eppure il Cristo intendeva dire proprio questo. «Ciò che per gli uomini è sublime, per Dio è un’abominazione » (16,15). L’uomo non ottiene la
giustificazione per le sue prestazioni, ma per un dono di Dio. Il dono del regno di Dio soddisfa la fame e la sete di giustizia (cf. Mt. 5,3). Come appare dunque fragile la giustizia e la santità umana (cf. Mt. 5, 20), se Dio non prende l’iniziativa e non interviene egli stesso a offrire la giustificazione! Chi comprende bene questo fatto, non potrà piú disprezzare gli altri.
Un detto espresso lungo il viaggio, e che affiora qua e là nel Vangelo, spiega la parabola del fariseo e del pubblicano al tempio (14,11; cf. Mt. 23,12). L’uomo che pone in sé la sua fiducia, innalza se stesso; ma la sentenza del Cristo, che anticipa la sentenza definitiva di Dio, lo abbassa. Chi invece abbassa se stesso riconoscendo la propria insufficienza e collocandosi tra gli altri come uno di loro, viene innalzato dal giudizio di Gesù. Dio stesso lo giustificherà, quando si compirà il giudizio finale.
 
Per approfondire
 
Veritatis splendor nn. 104-105: Dobbiamo … raccogliere il messaggio che ci viene dalla parabola evangelica del fariseo e del pubblicano (Cfr. Lc 18,9-14). Il pubblicano poteva forse avere qualche giustificazione per i peccati commessi, tale da diminuire la sua responsabilità. Non è pero su queste giustificazioni che si sofferma la sua preghiera, ma sulla propria indegnità davanti all’infinita santità di Dio: “O Dio, abbi pietà di me peccatore” (Lc 18,13). Il fariseo, invece, si è giustificato da solo, trovando forse per ognuna delle sue mancanze una scusa. Siamo così messi a confronto con due diversi atteggiamenti della coscienza morale dell’uomo di tutti i tempi. Il pubblicano ci presenta una coscienza “penitente”, che è pienamente consapevole della fragilità della propria natura e che vede nelle proprie mancanze, quali che ne siano le giustificazioni soggettive, una conferma del proprio essere bisognoso di redenzione. Il fariseo ci presenta una coscienza “soddisfatta di se stessa”, che si illude di poter osservare la legge senza l’aiuto della grazia ed è convinta di non aver bisogno della misericordia.
A tutti è chiesta grande vigilanza per non lasciarsi contagiare dall’atteggiamento farisaico, che pretende di eliminare la coscienza del proprio limite e del proprio peccato, e che oggi si esprime in particolare nel tentativo di adattare la norma morale alle proprie capacità e ai propri interessi e persino nel rifiuto del concetto stesso di norma. Al contrario, accettare la “sproporzione” tra la legge e la capacità umana, ossia la capacità delle sole forze morali dell’uomo lasciato a se stesso, accende il desiderio della grazia e predispone a riceverla. “Chi mi libererà da questo corpo votato alla morte?”, si domanda l’apostolo Paolo. E con una confessione gioiosa e riconoscente risponde: “Siano rese grazie a Dio per mezzo di Gesù Cristo nostro Signore!” (Rm 7,24-25).
 
La preghiera di Gesù - Enzo Bianchi: Il Nuovo Testamento, mostrando Gesù Cristo quale rivelatore definitivo del Padre, Parola di Dio fatta carne, alleanza nuova ed eterna, Figlio unigenito, fa di lui il mediatore della preghiera cristiana, che ormai avviene per Cristo, con Cristo e in Cristo e si rivolge nello Spirito Santo al Padre. “Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me”, dice Gesù nel Vangelo di Giovanni (14,6).
La preghiera neotestamentaria non differisce certo da quella veterotestamentaria quanto al movimenti e alla forme espressive, ma per il primato cristocentrico a cui essa è sottomessa: nella fede, nell’adesione personale a Gesù, il Figlio di Dio, i battezzati, mossi dallo Spirito del Figlio, si uniscono alla sua preghiera e invocano “Abbà! Padre!” (Rm 8,15: Gal 4,6). E poiché la preghiera di Gesù è espressione della sua particolarissima relazione di filialità col Padre, la preghiera dei cristiani esprime il loro ingresso e il loro permanere in tale relazione attraverso la fede nel Figlio. Tale relazione di filialità è vissuta da Gesù attraverso e all’interno delle modalità di preghiera tipiche dell’ambiente spirituale e liturgico giudaico del tempo. Gesù frequentava la sinagoga, si recava a1 Tempio di Gerusalemme in occasione delle feste principali del calendario liturgico, recitava quotidianamente lo Shema Isra’el (preghiera e confessione di fede al tempo stesso, composta dai seguenti testi biblici Dt 6,4-9; 11,13-21; Nm 15,37-41), conosceva la Tefillà (“Preghiera” era la preghiera principale recitata a ogni ufficio liturgico); pronunciava berakot (benedizioni; cfr Mt 11,25-27). La sua preghiera era retta dalla fiducia nel Dio che ascolta la preghiera (Gv 11,41-42), era finalizzata al fare la volontà del Padre (lc 22,42; Gv 12,28); era audace nel chiedere, nel domandare, mossa cioè dalla confidenza di un figlio verso il padre (Mt 7,7-11).
Il suo insegnamento sulla preghiera avviene anzitutto con l’esempio, con i suoi frequenti ritiri, nella solitudine per pregare (cfr. Mt 14,23; Mc 1,35; 6,46; Lc 5,16) e poi con ammaestramenti che svelano anzitutto come non pregare: non come gli ipocriti, per essere visti e lodati dagli uomini (Mt 6,5-6), non moltiplicando le parole (Mt 6,7). Positivamente invece, occorre pregare con perseveranza (Lc 11,5-13; 18,1), con fiducia nell’esaudimento (Mt 21,21-22), con grande fede nella bontà del Padre a cui ci si rivolge (Mt 7,11), con umiltà, riconoscendo il proprio peccato (Lc 18,9-13), con vigilanza, attendendo la venuta del Signore (Lc 21,36), chiedendo soprattutto il dono grande dello Spirito Santo (Lc 11,13); occorre pregare nel nome del Signore (Gv 14,13), avendo chiaro che fine della preghiera è che noi facciamo la volontà del Padre, non il contrario (Mt 6,10; Lc 22,42); occorre pregare con autenticità, cercando e operando la riconciliazione con il fratello (Mt 5,23-24), mettendo in pratica il perdono (Mt 6,12), accordandosi tra fratelli (Mt 18,19-20). Ma il culmine dell’insegnamento di Gesù circa la preghiera lo si ha nel Padre nostro, consegnatoci in due redazioni, differenti dai Vangeli di Matteo (6,9-13) di Luca (11,2-4). Il Padre nostro non è tanto una formula, quanto un canovaccio, il programma di una relazione in cui immettersi. E in cui il cristiano si immette l’ascolto della Parola di Dio.
 
... ma si batteva il petto ... - Bruno di Segni In Lucam, II, 18: giustamente si batteva il petto, perché di lì era partito il peccato, lì era la fonte, l’antro e l’origine del male. Lì infatti vi è il cuore, nascondiglio di tutti i beni e di tutti i mali, che di lì provengono.
Dal cuore, infatti, provengono i pensieri malvagi, gli omicidi, gli adulteri, le lussurie, i furti, le false testimonianze e le bestemmie (Mt. 15,19).
Per questo il pubblicano si batteva il petto, e cosi facendo giudicava se stesso. Il salmista infatti dice: Crea in me, o Dio, un cuore puro (Sal. 50, 12), perché se fosse puro il cuore, consigliere da cui attingiamo tutte le nostre ispirazioni, non potremmo fare il male, se non forse quello imputabile all’ignoranza ... Il pubblicano dunque si batteva il petto e diceva: Dio, abbi pietà di me peccatore; non rivolgere la tua attenzione ai cattivi impulsi di questo mio cuore, ma perdonami i peccati e sii misericordioso.
Niente in me ti può piacere e io devo conseguire il tuo perdono, perché ho peccato col cuore e col corpo, coi pensieri e con le opere. Io sono più cattivo degli altri e posso essere salvato solo dalla tua misericordia. Perciò abbi pietà di me peccatore.
 
Testimoni di Cristo: Santa Matilde di Germania, Regina: Da lei e da suo marito Enrico I (duca di Sassonia e più tardi re di Germania) discende la casata che conterà quattro imperatori: la famosa dinastia sassone. Educata nel monastero di Herford, in Westfalia, dove sua nonna era badessa, Matilde sa leggere e scrivere, un fatto non frequentissimo nelle grandi casate del tempo, e non si mantiene estranea alle vicende della politica.
Quando nel 936 muore suo marito Enrico, lei non è molto favorevole al primogenito Ottone come successore e tenta di far proclamare re il più giovane Enrico. Si arriva a un conflitto tra i due fratelli. Dopo l’incoronazione imperiale di Ottone a Roma (962) la famiglia è riconciliata. Matilde si ritira nel monastero di Nordhausen, dove, dopo essersi spesa per i poveri e i malati, si ammala, e più tardi si trasferisce in un altro monastero: a Quedlimburgo, in Sassonia dove morirà. (Avvenire)
 
O Dio, nostro Padre,
che nella celebrazione della Quaresima
ci fai pregustare la gioia della Pasqua,
donaci di contemplare e vivere
i misteri della redenzione
per godere la pienezza dei suoi frutti.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
ORAZIONE SUL POPOLO ad libitum
Stendi la tua mano, o Signore, a difesa dei tuoi fedeli
perché ti cerchino con tutto il cuore
e vedano esauditi i loro giusti desideri.
Per Cristo nostro Signore. desideri.
Per Cristo nostro Signore.
 
 13 Marzo 2026
 
Venerdì III Settimana di Quaresima
 
Os 14,2-10; Salmo Responsoriale dal Salmo 80 (81); Mc 12,28b-34
 
Convertitevi, dice il Signore, perché il regno dei cieli è vicino.  (Mt 4,17 - Acclamazione al Vangelo)
 
Wolfgang Trilling (Vangelo secondo Matteo): Già il Battista aveva usato le stesse parole. Ma era solo una anticipazione, una sintesi della sua predicazione e attività, perché noi potessimo renderci conto che egli apparteneva già al tempo in cui si annuncia e si attua il regno di Dio. Ma l’ora dell’annuncio vero e proprio, fatto con piena autorità ed efficacia, è questa. Quello di Giovanni era il preludio; quello di Gesù la realtà. Nel primo l’accento è su: «Convertitevi», in conformità alla funzione di Giovanni, il precursore e predicatore del giudizio. Nel secondo l’accento è posto sull’espressione: «li regno dei cieli è vicino». È anzitutto un annuncio di gioia, di sovrumana felicità: la vittoriosa volontà salvifica di Dio, la nostalgia struggente del popolo d’Israele, la speranza del mondo, tutto questo ora trova compimento. Dio stabilisce la sua autorità e la sua regalità, e ciò per il mondo significa benedizione, vita e felicità.
L’espressione «è vicino» ... annuncia la venuta del regno; il regno viene nel momento presente e non può essere fermato. Non significa però: il regno di Dio è qui, adesso, perché non irrom e ancora in tutta la sua potenza e gloria.
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura: Osea è il profeta che canta la misericordia divina e l’amore Dio per il suo popolo. Il brano odierno è un invito a ritornare tra le braccia di Dio, di abbandonare gli idoli, di non aver paura perché Dio ha dimenticato la sua ira. Sono parole di pace e di perdono che si intrecciano con inviti alla conversione, alla speranza e alla conoscenza interiore di Dio.
 
Vangelo
Il Signore nostro Dio è l’unico Signore: lo amerai.
 
Gesù giunto in Gerusalemme, accolto dalla folla osannante, scaccia i mercanti dal tempio aprendo così l’ennesimo fronte conflittuale con i detentori del potere israelitico. Come per l’inizio del Vangelo in Galilea, Marco ha ricordato cinque conflitti (cfr. Mc 2,1-3.6), così ora in Gerusalemme, alla fine del suo ministero pubblico, l’evangelista raccoglie cinque questioni, intramezzate dalla parabola dei vignaioli: l’autorità di Gesù, Dio e Cesare, la risurrezione, il comandamento più grande, il rapporto Cristo-Davide. Il brano odierno si colloca all’interno di questo conflitto ed è teso ad enunciare l’unicità di Dio Signore. Qui, sulla bocca di Gesù esso si basa sullo Shema (cfr. Dt 6,4-5).
 
Dal Vangelo secondo Marco
Mc 12,28b-34
 
In quel tempo, si avvicinò a Gesù uno degli scribi e gli domandò: «Qual è il primo di tutti i comandamenti?».
Gesù rispose: «Il primo è: “Ascolta, Israele! Il Signore nostro Dio è l’unico Signore; amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore e con tutta la tua anima, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza”. Il secondo è questo: “Amerai il tuo prossimo come te stesso”. Non c’è altro comandamento più grande di questi».
Lo scriba gli disse: «Hai detto bene, Maestro, e secondo verità, che Egli è unico e non vi è altri all’infuori di lui; amarlo con tutto il cuore, con tutta l’intelligenza e con tutta la forza e amare il prossimo come se stesso vale più di tutti gli olocàusti e i sacrifici».
Vedendo che egli aveva risposto saggiamente, Gesù gli disse: «Non sei lontano dal regno di Dio». E nessuno aveva più il coraggio di interrogarlo.
 
Parola del Signore.
 
Qual è il primo di tutti i comandamenti? Lo scriba, l’«uomo del libro», occupava in Israele un posto di primo piano in quanto aveva il compito di conservare le Scritture, leggerle, tradurle e interpretarle al popolo. Lo scriba come tale non apparteneva ad alcuna setta (farisei, sadducei, erodiani ...), ma di fatto molti di essi erano farisei che aderivano alla rigorosa interpretazione della legge.
Nel brano odierno, lo scriba ha una certa ammirazione verso il giovane Maestro, ma solo per motivi partigiani in quanto precedentemente aveva «ben risposto» (Mc 12,28) ai farisei e agli erodiani su alcune questioni concernenti la commistione tra potere statale e religioso («È lecito dare il tributo a Cesare?» Mc 12,13-17) e ai sadducei per quanto riguardava la risurrezione (i sadducei negavano la risurrezione Mc 12,17-27). Anche se tali dibattiti erano frequenti nei circoli rabbinici, la domanda posta a Gesù è capziosa perché con essa si vuole saggiare soprattutto la sua ortodossia.
Il Cristo risponde sorprendentemente unendo due precetti che nella Legge mosaica erano collocati in sezioni separate: l’amore verso l’unico Signore Dio (cfr. Dt 6,4-5) e l’amore verso il prossimo (cfr. Lev 19,18). Assommando i due comandamenti ne fa un solo precetto dandogli la precedenza assoluta su tutti gli altri precetti. Come l’amore di Dio si palesa e si verifica nell’amore per il prossimo così il vero amore per il prossimo non è mai separato dal vero amore verso Dio: «Se uno dicesse: “Io amo Dio”, e odiasse il suo fratello, è un mentitore. Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede. Questo è il comandamento che abbiamo da lui: chi ama Dio, ami anche il suo fratello» (1Gv 4,20-21).
La risposta non spiazza lo scriba perché gli Ebrei avevano già l’abitudine di accostare l’uno all’altro i due precetti così, ripetendo pedissequamente il detto di Gesù, manifesta l’intenzione di approvare pienamente l’accostamento delle due leggi. In ogni caso, il precetto «Amare il prossimo come se stesso val più di tutti gli olocausti e i sacrifici», è un insegnamento che spesso ricorreva nella predicazione profetica: «(Dice il Signore) Smettete di presentare offerte inutili, l’incenso è un abominio per me; noviluni, sabati, assemblee sacre, non posso sopportare delitto e solennità... Anche se moltiplicate le preghiere, io non ascolto. Le vostre mani grondano sangue. Lavatevi, purificatevi, togliete il male delle vostre azioni dalla mia vista. Cessate di fare il male, imparate a fare il bene, ricercate la giustizia, soccorrete l’oppresso, rendete giustizia all’orfano, difendete la causa della vedova» (Is 1,13.15-17).
Il vero culto reso a Dio va di pari passo con l’amore, la carità, l’onestà, la giustizia, la solidarietà: «Voglio l’amore e non il sacrificio, la conoscenza di Dio più degli olocausti» (Os 6,6).
La saggezza lodata da Gesù sta nel fatto che lo scriba è riuscito a tenersi fuori dalle diatribe legali dei farisei e dei sadducei dando all’amore verso Dio e verso il prossimo la precedenza sui sacrifici e sugli innumerevoli precetti mosaici. Le scuole giudaiche contavano ben 248 precetti positivi e 365 precetti negativi rendendo in questo modo impraticabile e asfissiante la vita religiosa.
«Gesù vedendo che aveva risposto saggiamente, gli disse: “Non sei lontano dal regno di Dio”»: è la prima volta che Gesù loda la ‘sapienza’ degli «uomini del libro». La figura di questo scriba può essere accostata a quella di Giuseppe d’Arimatea, l’autorevole membro del sinedrio, che «aspettava anche lui il regno di Dio» (Mc 15,43). In Matteo (13,52), Gesù fa bene intendere che lo scriba divenuto suo discepolo conosce, possiede e amministra tutta la ricchezza dell’antica alleanza, accresciuta e perfezionata dagli insegnamenti della nuova alleanza. Lo scriba non è «lontano dal regno di Dio», perché è una «realtà vicina, presente nella stessa persona, nell’opera redentrice di Gesù. Questa redenzione, manifestazione suprema di amore, sta per compiersi appunto, tra breve, a Gerusalemme. Non c’è altro criterio che possa indicare all’uomo la sua vicinanza o lontananza dal regno di Dio se non la sua sincera disponibilità o il suo ostinato rifiuto davanti alla suprema legge dell’amore, proposta da Gesù» (R. Scognamiglio).
L’assenso dello scriba sembra mettere a tacere una volta per tutte gli avversari di Gesù, ma è soltanto una pausa. Di lì a poco i sommi sacerdoti e gli scribi cercheranno «il modo di impadronirsi di lui con inganno, per ucciderlo» (Mc 14,1).
L’insegnamento di Gesù sull’amore troverà profonde radici nella vita delle primitive comunità cristiane tanto che Paolo scrivendo ai cristiani di Roma dirà loro: «Non abbiate alcun debito con nessuno, se non quello di un amore vicendevole; perché chi ama il suo simile ha adempiuto la legge. Infatti il precetto: Non commettere adulterio, non uccidere, non rubare, non desiderare e qualsiasi altro comandamento, si riassume in queste parole: Amerai il prossimo tuo come te stesso. L’amore non fa nessun male al prossimo: pieno compimento della legge è l’amore» (Rom 13,9-10).
 
Per approfondire
 
Benedettine di Rosarno (Amore del prossimo - Schede Bibliche, Vol I): Gesù si è limitato a prescrivere l’amore del prossimo come il segno manifesto della filiazione divina e l’unico modo di ricambiare adeguatamente l’amore gratuito di Dio, ma ha dato anche, nella sua persona e nella sua vita, l’esempio di come l’uomo deve amare i propri fratelli per rispondere all’amore con cui Dio lo ama.
L’amore di Gesù per gli uomini è anzitutto un amore che perdona. Egli non presenta la misericordia divina come un atteggiamento abituale e quasi ovvio della divinità, ma come un fatto inaudito che è possibile solo a Dio e trasforma radicalmente l’uomo. Quando Cristo perdona i peccati, nella creatura assolta nasce un amore tutto nuovo e travolgente, che non è solo una risposta all’amore di Dio, ma una creazione dell’Amore increato. Il perdono di Dio non rimette solo i peccati ma crea l’uomo nuovo che ama.
«Quegli a cui si perdona poco, ama poco», dice il Signore, ma colei che ha molto peccato ama molto (Lc. 7,36-50).
L’amore di Gesù è anche un amore che serve: egli lo ha affermato esplicitamente (Mc. 10,42-45), lo ha mostrato attraverso tutti i suoi atti e, nell’ora suprema del distacco, l’ha espresso attraverso un’azione simbolica (Gv. 13,1-17), che ha lasciato un solco incancellabile nelle anime dei «suoi».
Infine l’amore di Gesù è un amore che si immola (Gv. 10,11-18): egli ha dato la sua vita per «il riscatto di molti» (Mc. 10,45), perciò, dopo essere stato trattato come un malfattore (Lc. 22,37; cf. Is. 53,12), è morto sulla croce (Mc. 14,24). E questo amore che perdona, serve e si immola, i suoi discepoli devono imitare e seguire in una donazione totale (1Pt. 2,19-25; 1Gv. 3).
Ormai non si tratta solo di amare il prossimo «come se stesso», con umana e fraterna comprensione, che può spingere anche a gravi sacrifici, ma di dare addirittura la vita gli uni per gli altri sull’esempio di Gesù.
Nell’attesa della seconda venuta del Signore, questo sarà l’impegno fondamentale dei «suoi», in base al quale essi saranno giudicati (Mt. 25,31-46). Perciò egli parla di un «comandamento nuovo» (Gv. 13,33-35), che lascia loro come testamento (Gv. 15,12s.).
Il «comandamento nuovo» è la legge, scritta non su tavole di pietra, ma nei cuori (2Cor. 3,5s.), e verrà consegnata al nuovo e vero Israele nel giorno della Pentecoste. Nascerà così la «comunità dell’amore», composta di tutti coloro che sono stati trasferiti dalle tenebre alla luce (1Gv. 2,7-11), dalla morte alla vita (1Gv. 3,14), e che lo Spirito santo ha reso figli di uno stesso Padre (Rom. 8,14; Ef. 4,4-6).
Avendo ormai «un cuor solo ed un’anima sola» (Atti 4,32), costoro loderanno ad una sola voce il Padre che è nei cieli (Rom. 15,5s.) e renderanno così testimonianza al suo amore (Atti 2,42-48; 4,32s.; 5,12s.).
Questa unità fondata sull’amore viene ben presto incrinata (Atti 5,1-10; 6,1 s.; 1Cor. 1,10; Giac. 2,1-4) dal «nemico», che semina la zizzania nel campo di Dio (Mt. 13,24-30). Ma anche se la divina magnanimità tollererà questa malefica presenza sino alla fine del mondo (Mt. 13,36-43), la comunità dell’amore, che è la Chiesa, è fondata sulla fede nell’unico Signore (Ef. 4,4-13) e si compone di tutti coloro che, battezzati in un solo Spirito (1Cor. 12,12s.), si nutrono tutti insieme alla mensa che il Padre ha imbandito con il corpo ed il sangue del Figlio (1Cor. 10,16s.).
Perciò essa non lascia sussistere alcuna barriera razziale o sociale (Gal. 3,26-28) e si edifica su Cristo, pietra angolare, come un tempio eretto per la gloria di Dio (Ef. 2,19-22).
Anzi essa è il corpo stesso di Cristo, che - come suo Capo - ne costituisce il principio di vita, di coesione e di crescita (Ef. 4,15s.).
Perciò è destinata a restare come il segno e la testimonianza dell’amore, finché gli uomini divengano tutti una sola cosa in Cristo (Ef. 4,13) e con Cristo nel Padre, secondo la suprema invocazione di Gesù (Gv. 17,11-26).
 
Carità: Breve Catechismo di San Pio X 240-243Che cos’è la carità? La carità é quella virtù soprannaturale per cui amiamo Dio per se stesso sopra ogni cosa, e il prossimo come noi medesimi per amor di Dio. Perché dobbiamo amare Dio? Dobbiamo amare Dio per se stesso, come il sommo Bene, fonte d’ogni nostro bene; e perciò dobbiamo anche amarlo sopra ogni cosa “con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutta la mente e con tutte le forze” (Mc 12,30). Perché dobbiamo amare il prossimo? Dobbiamo amare il prossimo per amor di Dio che ce lo comanda, e perché ogni uomo è creato ad immagine di Dio, come noi, ed è nostro fratello. Siamo obbligati ad amare anche i nemici? Siamo obbligati ad amare anche i nemici, perdonando le offese, perché sono anch’essi nostro prossimo, e perché Gesù Cristo ce ne ha fatto espresso comando.
 
La legge dell’amore - Crisostomo Giovanni, Comment. in Matth., 1, 5: Gesù Cristo ci insegna ciò che è giusto, onesto, utile, e tutte le virtù, in pochissime parole, chiare, comprensibili a tutti, come quando dice: “In due comandi si riassumono la legge e i profeti” (Mt 22,40), cioè nell’amore verso Dio e nell’amore verso il prossimo; oppure, quando ci dà questa norma di vita: “Fate agli altri tutto ciò che voi volete ch’essi facciano a voi. Sta in questo la legge e i profeti” (Mt 7,12). Non c’è contadino, né schiavo, né donna semplice, né fanciullo, né persona di limitata intelligenza che non riesca a comprendere facilmente queste parole: nella loro chiarezza, infatti, è il segno della verità, e l’esperienza ha dimostrato questo.
 
Testimoni di Cristo - Sant’Ansovino, Vescovo: Sant’Ansovino fu vescovo di Camerino, di cui è patrono, alla metà del IX secolo, precisamente dall’850 all’868, presumibile data della sua morte. Di origini probabilmente longobarde, fu educato presso la scuola della cattedrale di Pavia. Prima di essere scelto come vescovo della località marchigiana, fu consigliere dell’imperatore Ludovico II sempre a Pavia. La sua carità e la visione netta del proprio ruolo pastorale lo portarono a contestare con coraggio proprio il sovrano: infatti, non accettò l’episcopato fin quando non ebbe da Ludovico l’assicurazione che non gli sarebbe stato chiesto di impugnare le armi, come purtroppo spesso accadeva ai vescovi del tempo. (Avvenire)
 
Padre santo e misericordioso,
infondi la tua grazia nei nostri cuori
perché possiamo salvarci dagli sbandamenti umani
e restare fedeli alla tua parola di vita eterna.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
ORAZIONE SUL POPOLO ad libitum
 
Volgi lo sguardo, o Signore,
sui fedeli che implorano la tua misericordia,
perché, confidando nella tua benevolenza,
diffondano ovunque i doni del tuo amore.
Per Cristo nostro Signore.
 
 
 
 
12 Marzo 2026
 
Giovedì III Settimana di Quaresima

Ger 7,23-28; Salmo Responsoriale dal 94 (95); Lc 11,14-23
 
Ritornate a me con tutto il cuore, dice il Signore, perché sono misericordioso e pietoso. (Cf. Gl 2,12-13 - Acclamazione al Vangelo)
 
San Girolamo: «Ritornate a me con tutto il vostro cuore» (Gl 2, 12) e mostrate la penitenza dell’anima con digiuni, pianti e battendovi il petto: affinché, digiunando adesso, dopo siate satollati; piangendo ora, dopo ridiate; battendovi ora il petto, dopo siate consolati. Nelle circostanze tristi ed avverse vi è consuetudine di strapparsi le vesti. Così fece, secondo il vangelo, il sommo Sacerdote per rendere più grave l’accusa contro il Signore, nostro Salvatore, e così pure Paolo e Barnaba all’udire parole blasfeme. Ebbene Gioele dice: «Laceratevi il cuore e non le vesti, ritornate al Signore vostro Dio, perché egli è misericordioso e benigno, tardo all’ira e ricco di benevolenza» (Gl 2, 13).
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura: Il profeta Geremia rimprovera l’infedeltà del popolo d’Israele. Alla obbedienza, alla sottomissione del cuore e al culto interiore, il popolo ha preferito un culto esteriore, vacuo, rituale, sterile, in abominio al Signore. Anche se la voce di Geremia, e quella dei profeti, si alza forte contro Israele, il popolo si tura le orecchie per non ascoltare la parola del Signore: tale malvagità di cuore e durezza di cervice spalancherà le porte all’inevitabile castigo ormai imminente (Ger 7,29-8,3).
 
Vangelo
Chi non è con me è contro di me.
 
Con il rimprovero mosso ai suoi contestatori, Gesù vuol dire che l’uomo è scusabile se si inganna sulla dignità divina di Gesù, velata dalle umili apparenze del «Figlio dell’uomo» (Mt 8,20), ma non lo è se chiude gli occhi e il cuore alle opere evidenti dello Spirito. L’espressione scacciare i demoni con il dito di Dio “allude ai miracoli di Mose è nelle piaghe d’Egitto, segno dell’azione divina [Es 8,15]. Gesù appare come il nuovo Mosè e il liberatore dalla schiavitù del male” (La Bibbia Via Verità e Vita).
 
Dal Vangelo secondo Luca
Lc 11,14-23
 
In quel tempo, Gesù stava scacciando un demonio che era muto. Uscito il demonio, il muto cominciò a parlare e le folle furono prese da stupore. Ma alcuni dissero: «È per mezzo di Beelzebùl, capo dei demòni, che egli scaccia i demòni». Altri poi, per metterlo alla prova, gli domandavano un segno dal cielo.
Egli, conoscendo le loro intenzioni, disse: «Ogni regno diviso in se stesso va in rovina e una casa cade sull’altra. Ora, se anche satana è diviso in se stesso, come potrà stare in piedi il suo regno? Voi dite che io scaccio i demòni per mezzo di Beelzebùl. Ma se io scaccio i demòni per mezzo di Beelzebùl, i vostri figli per mezzo di chi li scacciano? Per questo saranno loro i vostri giudici. Se invece io scaccio i demòni con il dito di Dio, allora è giunto a voi il regno di Dio.
Quando un uomo forte, bene armato, fa la guardia al suo palazzo, ciò che possiede è al sicuro. Ma se arriva uno più forte di lui e lo vince, gli strappa via le armi nelle quali confidava e ne spartisce il bottino.
Chi non è con me è contro di me, e chi non raccoglie con me, disperde».
 
Parola del Signore.
 
Bruno Maggioni (Il racconto di Luca): Gesù scaccia un demonio. Il gesto suscita la meraviglia del popolo: chi è costui che libera l’uomo da Satana?
Si accende il dibattito: c’è chi pensa che il gesto compiuto non sia un segno di Dio ma al contrario un segno di Satana il quale vuole trarre l’uomo in inganno e distrarlo dalla vera presenza di Dio. C’è chi, più dubbioso o più scaltro, chiede segni più convincenti, o meglio consoni alle credenze apocalittiche che dominavano l’orizzonte religioso del tempo (segni nel sole, nella luna o nelle stelle).
Il Maestro, che legge nei cuori, intuisce le ragioni del dibattito, e anche quanto si agita nel profondo e non affiora in parole. È capitato spesso che Egli non si sia impegnato in una discussione, convinto che non ne valesse la pena. Qui invece si impegna, discute e tenta una dimostrazione. Pensare che Egli abbia cacciato un demone in nome del principe dei demoni è un’assurdità. Nessun regno si pone contro se stesso. A questo punto è chiaro che chi accusa Gesù di scacciare i demoni in nome di Beelzebùl, lo fa per mascherare un rifiuto precostituito. La conclusione vera, limpida, è un’ altra: il Messia è più forte di Satana (11,20-22). Di fronte a questo gesto di Gesù non i può tergiversare in ipotesi più o meno intelligenti: deve prendere posizione, pro o contro (11,23).
 
Carlo Ghidelli (Luca): per mezzo di Beelzebul: cioè di Satana. L’accusa è blasfema (cfr anche Mr 3,22; Lc 8,33; Gv 10,20; At 2,13; 26,24): si suppone un patto tra Gesù e Satana, oppure un dominio ossessivo di Satana su Gesù. Ma questo è il destino di ogni vero profeta: chi non riesce a cogliere la provvidenzialità della sua presenza, rimane come cieco e sordo di fronte a ciò che egli dice e fa (cfr Gv 9,39ss).
E questa è l’opera del demonio in lui: possiamo ricondurre qui l’indicazione, esclusiva di Lc, secondo cui (v. 14) l’infermità di quel povero uomo deriva dal demonio (cfr anche 4,33 dove Lc sostituisce l’espressione uno spirito di demonio impuro a quella di Mc uno spirito impuro, e questo capita in 23 casi; cfr anche 4,39 dove la febbre è considerata come una potenza demoniaca; cfr infine 13,11.16 dove la malattia è pure attribuita al demonio e non al malato): è la demonologia che emerge in modo sempre più spiccato dagli scritti lucani. Sul significato di Beelzebul si discute: dio di Ekron (cfr 2Re 1,2) oppure signore (baal) degli idoli, oppure ancora «dio delle mosche».
 
Chi non è con me è contro di me - Con questa affermazione Gesù convalida “la profezia dell’anziano Simeone che annunciava Cristo come segno di contraddizione e pietra d’inciampo: «Segno di contraddizione perché siano svelati i pensieri di molti cuori» (Lc 2,34s). Nell’opzione che - per seguire la mentalità semitica - dobbiamo fare tra i due spiriti del bene e del male, cioè a favore o contro Cristo e il suo regno, non abbiamo altra scelta valida se non l’obbedienza alla parola di Dio, perché questa è l’unica via che conduce alla vita.
Solo scegliendo Cristo, che è il più forte e ha vinto il male, sarà possibile anche la nostra vittoria sul peccato che cerca di dominarci. Ogni scelta presuppone un sacrificio e una rinuncia a qualcosa. Così, invece di essere schiavi dell’egoismo tenebroso che vuole farsi signore del nostro mondo, potremo sconfiggerlo con l’amore, vincendo il male con il bene (Rm 12,21).
Per consolidare questa scelta a favore di Cristo, dobbiamo mettere in pratica la parola ascoltata. Perché il pericolo del culto vuoto, conseguenza della sordità alla parola, come denunciava il profeta Geremia, esiste anche oggi nelle nostre comunità cristiane. La parola di Dio è efficace, certamente, ma non in modo automatico, cioè non senza la nostra collaborazione.
La manifestazione più profonda di Dio, la sua parola più personale, non si esaurisce nella proclamazione delle letture bibliche né nella predica e nel commento che seguono, anche se sono senz’altro importanti. Il livello più alto dell’efficacia della parola di Dio si raggiunge nel mistero della fede, cioè nello stesso fatto salvifico che celebriamo, reso attuale, in modo misterioso ma reale, grazie alla presenza di Cristo risorto che agisce, con il suo Spirito, nella comunità riunita nella fede e nell’ascolto della parola.
La nostra generazione, che consuma rumori e suoni in quantità, sente appena perché non ascolta. Dobbiamo tornare alla preghiera del silenzio, dandole priorità in molti momenti della nostra vita, specialmente nella celebrazione liturgica, per ascoltare interiormente la parola efficace di Dio e agire in conformità” (Basilio Caballero, La Parola per Ogni Giorno).
 
Per approfondire
 
Compito e missione dei profeti in Israele  - Catechismo della Chiesa Cattolica 64: Attraverso i profeti, Dio forma il suo popolo nella speranza della salvezza, nell’attesa di un’Alleanza nuova ed eterna destinata a tutti gli uomini e che sarà inscritta nei cuori. I profeti annunziano una radicale redenzione del popolo di Dio, la purificazione da tutte le sue infedeltà, una salvezza che includerà tutte le nazioni. Saranno soprattutto i poveri e gli umili del Signore che porteranno questa speranza. Le donne sante come Sara, Rebecca, Rachele, Miryam, Debora, Anna, Giuditta ed Ester hanno conservato viva la speranza della salvezza d’Israele. Maria ne è l’immagine più luminosa.  
201: A Israele, suo eletto, Dio si è rivelato come l’Unico: «Ascolta, Israele: il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo. Tu amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze» (Dt 6,4-5).
Per mezzo dei profeti, Dio invita Israele e tutte le nazioni a volgersi a lui, l’Unico: «Volgetevi a me e sarete salvi, paesi tutti della terra, perché io sono Dio; non ce n’è altri... davanti a me si piegherà ogni ginocchio, per me giurerà ogni lingua. Si dirà: ‘Solo nel Signore si trovano vittoria e potenza’» (Is 45,22-24).  
522: La venuta del Figlio di Dio sulla terra è un avvenimento di tale portata che Dio lo ha voluto preparare nel corso dei secoli. Riti e sacrifici, figure e simboli della «prima Alleanza», li fa convergere tutti verso Cristo; lo annunzia per bocca dei profeti che si succedono in Israele; risveglia inoltre nel cuore dei pagani l’oscura attesa di tale venuta.  
762: La preparazione remota della riunione del popolo di Dio comincia con la vocazione di Abramo, al quale Dio promette che diverrà padre di un grande popolo. La preparazione immediata comincia con l’elezione di Israele come popolo di Dio. Con la sua elezione, Israele deve essere il segno della riunione futura di tutte le nazioni. Ma già i profeti accusano Israele di aver rotto l’Alleanza e di essersi comportato come una prostituta. Essi annunziano un’Alleanza nuova ed eterna. «Cristo istituì questo nuovo Patto».  
1964: La Legge antica è una preparazione al Vangelo. «La Legge è profezia e pedagogia delle realtà future». Essa profetizza e presagisce l’opera della liberazione dal peccato che si compirà con Cristo, ed offre al Nuovo Testamento le immagini, i «tipi», i simboli per esprimere la vita secondo lo Spirito. La Legge infine viene completata dall’insegnamento dei libri sapienziali e dei profeti, che la orientano verso la Nuova Alleanza e il regno dei cieli.  «Ci furono [...], nel regime dell’Antico Testamento, anime ripiene di carità e della grazia dello Spirito Santo, le quali aspettavano soprattutto il compimento delle promesse spirituali ed eterne. Sotto tale aspetto, costoro appartenevano alla nuova Legge. Al contrario, anche nel Nuovo Testamento ci sono uomini carnali, che ancora non hanno raggiunto la perfezione della nuova Legge, e che bisogna indurre alle azioni virtuose con la paura del castigo o con la promessa di beni temporali. Però, la Legge antica, anche se dava i precetti della carità, non era in grado di offrire la grazia dello Spirito Santo, in virtù del quale ‘l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori (Rm 5,5)».
2581: Il Tempio doveva essere per il popolo di Dio il luogo dell’educazione alla preghiera: i pellegrinaggi, le feste, i sacrifici, l’offerta della sera, l’incenso, i pani della «proposizione», tutti questi segni della santità e della gloria del Dio, altissimo e vicinissimo, erano appelli e cammini della preghiera. Spesso però il ritualismo trascinava il popolo verso un culto troppo esteriore. Era necessaria l’educazione della fede, la conversione del cuore. Questa fu la missione dei profeti, prima e dopo l’Esilio.  
2595: I profeti chiamano alla conversione del cuore e, mentre ricercano ardentemente il volto di Dio, come Elia, intercedono per il popolo.
 
Il regno di Dio Lumen gentium 5. Il mistero della santa Chiesa si manifesta nella sua stessa fondazione. Il Signore Gesù, infatti, diede inizio ad essa predicando la buona novella, cioè l’avvento del regno di Dio da secoli promesso nella Scrittura: « Poiché il tempo è compiuto, e vicino è il regno di Dio » (Mc 1,15; cfr. Mt 4,17). Questo regno si manifesta chiaramente agli uomini nelle parole, nelle opere e nella presenza di Cristo. La parola del Signore è paragonata appunto al seme che viene seminato nel campo (cfr. Mc 4,14): quelli che lo ascoltano con fede e appartengono al piccolo gregge di Cristo (cfr. Lc 12,32), hanno accolto il regno stesso di Dio; poi il seme per virtù propria germoglia e cresce fino al tempo del raccolto (cfr. Mc 4,26-29). Anche i miracoli di Gesù provano che il regno è arrivato sulla terra: « Se con il dito di Dio io scaccio i demoni, allora è già pervenuto tra voi il regno di Dio » (Lc 11,20; cfr. Mt 12,28). Ma innanzi tutto il regno si manifesta nella stessa persona di Cristo, figlio di Dio e figlio dell’uomo, il quale è venuto « a servire, e a dare la sua vita in riscatto per i molti » (Mc 10,45). Quando poi Gesù, dopo aver sofferto la morte in croce per gli uomini, risorse, apparve quale Signore e messia e sacerdote in eterno (cfr. At 2,36; Eb 5,6; 7,17-21), ed effuse sui suoi discepoli lo Spirito promesso dal Padre (cfr. At 2,33). La Chiesa perciò, fornita dei doni del suo fondatore e osservando fedelmente i suoi precetti di carità, umiltà e abnegazione, riceve la missione di annunziare e instaurare in tutte le genti il regno di Cristo e di Dio, e di questo regno costituisce in terra il germe e l’inizio. Intanto, mentre va lentamente crescendo, anela al regno perfetto e con tutte le sue forze spera e brama di unirsi col suo re nella gloria.
 
Isacco della Stella (Sermo 38,8-9): Gesù stava scacciando un demonio che era muto ... : questo spirito maligno è detto muto poiché coloro che sono da lui posseduti divengono muti per il linguaggio di Dio e per i doveri propri di una lingua razionale ... Ci sono infatti tre modi di “dire le parole di Dio”: lodare Dio, accusarsi davanti a Lui, edificare il prossimo.
Chi, sotto questi aspetti, conserva il silenzio è spiritualmente muto, quali che siano le sue grida esteriori... In realtà questo spirito muto non cessa di suggerire parole malvage ... sulla gloria di questo mondo, sulla sua bellezza e sulle sue delizie; egli tesse illusioni interminabili e menzognere; mormora mille suggestioni ... Spesso mi presenta come possibili cose che io non posso fare, o come impossibili quelle che invece potrei fare ... mi tiene lunghi discorsi adulatori sulle mie conoscenze, sulla mia devozione, sulle mie capacità ... così, parlandomi, egli mi rende completamente muto, e mi fa divenire spiritualmente ottuso e sordo.
 
Testimoni di Cristo - San Luigi Orione. Strumenti dell’amore che ci rende tutti fratelli: La fede cambia la storia e costruisce un mondo in cui nessuno è lasciato solo, perché alla luce Risorto ci scopriamo tutti fratelli. Da questa consapevolezza nella vita di san Luigi Orione nacque la spinta a farsi carico degli ultimi e di chi aveva bisogno di un messaggio di speranza. Testimone di carità tra i giovani, i malati, i poveri, i terremotati, don Orione nacque a Pontecurone nella diocesi di Tortona, il 23 giugno 1872 e a 13 anni entrò fra i Frati Minori di Voghera. Dopo un periodo nell’oratorio di Torino fondato da san Giovanni Bosco, nel 1889 entrò nel Seminario di Tortona. Proseguì gli studi teologici, alloggiando in una stanzetta sopra il duomo. Qui poté avvicinare i ragazzi a cui impartiva lezioni di catechismo, ma la sua angusta stanzetta non bastava, per cui il vescovo gli concesse l’uso del giardino del vescovado. Il 3 luglio 1892 diede vita al primo oratorio intitolato a san Luigi. Nel 1893 aprì il collegio di san Bernardino e nel 1895 divenne prete. Fondò la Congregazione dei Figli della Divina Provvidenza e le Piccole Missionarie della Carità; gli Eremiti della Divina Provvidenza e le Suore Sacramentine: realtà che s’impegnarono su molto fronti, tutti legati dal mandato a essere segno visibile dell’amore di Dio, della carità. Mandò i suoi sacerdoti e suore nell’America Latina e in Palestina sin dal 1914. Morì a Sanremo nel 1940.
 
Dio grande e misericordioso,
quanto più si avvicina la festa della nostra redenzione,
tanto più cresca in noi il fervore
per celebrare santamente il mistero della Pasqua.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
ORAZIONE SUL POPOLO ad libitum

Nella tua misericordia
guarda, o Signore, il popolo che implora la tua clemenza:
come da te ha ricevuto la vita,
così la tua grazia gli doni di ricercare il bene
e di attuarlo ogni giorno.
Per Cristo nostro Signore
 
 11 Marzo 2026
 
Mercoledì III Settimana di Quaresima
 
Dt 4,1.5-9; Salmo Responsoriale dal Salmo 147; Mt 5,17-19
 
Le tue parole, Signore, sono spirito e vita; tu hai parole di vita eterna. (Cf. Gv 6,63c.68c - Acclamazione al Vangelo)
 
Adolf Smitmans: Come nell’AT, anche negli scritti neotestamentari la parola è la potenza che opera nella globalità: essa chiama sia Israele che il singolo nella sua storia particolare; essa sostiene la creazione. La novità sta nel fatto che la  parola è stata pronunciata in maniera definitiva in Gesù Cristo. “Dio, che aveva già parlato nei tempi antichi molte volte e in diversi modi ai padri per mezzo dei profeti, ultimamente, in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del Figlio, che ha costituito erede di tutte le cose ... egli sostiene tutto con la potenza della sua parola” (Eb 1,1-3). Gesù è lui stesso la  parola (Gv 1,1-5.10s) che si è fatta carne (Gv 1,14) e si è così “espressa” all’uomo in maniera riconoscibile. In lui si riassume tutto il parlare di Dio che crea, promette, giudica, salva, porta a compimento, che è sempre anche azione (cf. l’arco che si stende fra Gv 1,1 e Ap 19,13). Egli adempie la parola veterotestamentaria (Lc 4,21), ma al tempo stesso la dimostra come superabile. “La legge fu data per mezzo di Mosè, / e la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo” (Gv 1,17).
Per questo la legislazione veterotestamentaria può venir criticata (cf. Mt 5,17-48 e la disputa sul divorzio Mc 10,1-12) e l’attesa veterotestamentaria del messia non solo viene adempiuta, ma anche corretta grazie al cammino di Gesù verso la croce. 
Se in Gesù Cristo la parola è stata definitivamente pronunciata, essa va anche conservata e proclamata in maniera sempre nuova nella chiesa. In quanto servi di Dio gli apostoli annunciano la parola (At 4,29). Ma essi non annunciano una parola passata, che è stata trasmessa. È Dio stesso, infatti, che parla attraverso di loro e perciò la loro parola concede il suo perdono (2Cor 5,18-20). In questo senso l’annuncio apostolico è “parola non parola di uomini” (l Ts 2,13). Esso avviene grazie all’assistenza promessa alla chiesa per il tempo postpasquale (Gv 14,27). Come tuttavia l’annuncio stesso viene dall’ascolto di Gesù Cristo (lGv 1,1-5), esso porta frutto soltanto dove viene ascoltato e recepito (Mc 4,20).
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura - La Bibbia di Navarra: Il principale argomento per spingere all’adempimento della Legge è la singolare presenza di Dio in mezzo al suo popolo (vv. 7-8).
4,6-8. Il tema qui sviluppato è tipicamente sapienziale. D’altronde, la vita stessa d’Israele, plasmata dalla osservanza della Legge, sarà il più eloquente insegnamento per gli altri popoli. popoli. Si coglie nel tema una sorprendente ampiezza di orizzonti, nonché la latente missione universale del popolo eletto, che proietta la sua  prospettiva verso tempi futuri, quando essa giungerà a pienezza con l’espansione della Chiesa tra i popoli della terra.
 
Vangelo
Chi insegnerà e osserverà i precetti, sarà considerato grande nel regno dei cieli.
 
Bibbia di Gerusalemme: 5,17 Gesù non viene né a distruggere la Legge (Dt 4,8+) e tutta l’economia antica, né a consacrarla come intangibile, ma a darle, con il suo comportamento, forma nuova e definitiva, dove si realizza nella pienezza ciò verso cui la Legge stessa era avviata. Ciò si applica in particolare alla «giustizia» (v 20, cf. 3,15; Lv 19,15; Rm 1,16+), «giustizia perfetta. (v 48), di cui le sentenze dei vv 21-48 danno parecchi esempi significativi. Il precetto antico diventa interiore e raggiunge il desiderio e il movente segreto (cf. 12,34; 23,25-28). Nessun punto particolare della Legge deve essere dunque omesso, a meno che non sia stato portato così al suo compimento (vv 1 -19; cf. 13,521). Si tratta meno di alleggerimento che di approfondimento (11,28). L’amore, in cui già si riassumeva la Legge antica (7,12; 22.34-40p), diviene il comandamento nuovo di Gesù (Gv 13,34) e compie tutta la legge (Rm 13,8-10; Gal 5,14; cf. Col 3,14+).
Mt 5,18 Introducendo con amen (= in verità, cf. Sal 41,14 e Rm 1,25+) alcune sue parole, Gesù ne sottolinea l’autorità (Mt 6,2.5.16, ecc.; Gv 1,51, ecc.). neppure un iota o un segno dalla legge: alla lettera «non uno iota, non un piccolo tratto»; BJ traduce: «un puntino sull’i».
 
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 5,17-19
 
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Non crediate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto ad abolire, ma a dare pieno compimento. In verità io vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà un solo iota o un solo trattino della Legge, senza che tutto sia avvenuto.
Chi dunque trasgredirà uno solo di questi minimi precetti e insegnerà agli altri a fare altrettanto, sarà considerato minimo nel regno dei cieli. Chi invece li osserverà e li insegnerà, sarà considerato grande nel regno dei cieli».
 
Parola del Signore.
 
Benedetto Prete (I Quattro Vangeli): 17 Non sono venuto ad abrogare, ma a compiere: Gesù dichiara la sua posizione nei confronti dell’Antico Testamento (la Legge ed i Profeti); egli afferma di non voler abrogare quanto era stato detto dalla Legge e dai Profeti, ma di perfezionarlo. Quest’opera di perfezionamento, come risulta dagli esempi esplicativi che seguiranno (5, 21-48), si rivolge alla parte morale e consiste nell’inserire uno spirito nuovo nei precetti dell’antica legge.
18 Una sola trattina, così abbiamo tradotto il termine κεραία (letteralmente: cornuncolo); il vocabolo può esprimere quella piccola trattina che distingue nella scrittura ebraica quadrata la consonante kaph dal beth. In linguaggio moderno si direbbe: non passerà un i, né un punto sopra l’i. Il senso del detto di Gesù è il seguente: tutti i precetti morali della Legge antica saranno elevati alla perfezione evangelica la quale, essendo definitiva, non passerà mai.
19 Chi dunque avrà trasgredito ... Il nuovo spirito che perfeziona l’antica legge non dispensa dalle opere. Anche la minima inadempienza di un precetto sarà notata e condizionerà l’appartenenza più o meno fervida al regno.
 
Per approfondire
 
Gesù non è venuto per abolire la Legge o i Profeti ... ma per compiere - Angelico Poppi (I Quattro Vangeli): L’espressione «Non crediate che (io) sia venuto» ricorre con formule affini altrove (Mt 9,13; 10,34-35; 20,28) e sembra premunire il lettore con un tono polemico da una falsa interpretazione delle sei antitesi seguenti (Cf. Gnilka, I, p. 218). Benché Gesù non si sia attenuto alle prescrizioni halakiche dei rabbini, non ha invalidato la Legge mosaica. Al contrario, con il suo insegnamento l’ha portata a compimento,  cioè  alla perfezione, unificandola nel precetto fondamentale dell’amore di Dio e del prossimo, che ne costituisce il cuore, il comandamento principale.
L’espressione «la Legge o i Profeti» (derivata dall’uso sinagogale, che non prevedeva la lettura liturgica dei Ketubin, cioè dei libri sapienziali) indica l’intero Antico Testamento.
Infatti, mentre la Legge (Toràh) designa il Pentateuco, i Profeti includono in senso generico tutti gli altri libri, che erano considerati come una interpretazione della Legge.
Abolire (katalysat) in senso dottrinale significa dichiarare nullo un precetto. Compiere non ha un senso puramente normativo ma assume in Matteo una valenza più pregnante.
Con il verbo pleróo l’evangelista si riferisce una decina di volte all’adempimento delle profezie dell’Antico Testamento.
Gesù non è venuto soltanto a perfezionare la Legge mosaica, ma a portarla a compimento nelle sue potenzialità nascoste e nel suo valore di rivelazione profetica.
Come è suggerito anche in Mt 11,13, tutto l’Antico Testamento converge verso Cristo, che lo attua piena­mente, rendendo presente il regno di Dio. Gesù non fa altro che sviluppare il senso profondo della Legge, rap­portandola al comandamento essenziale dell’amore, il centro focale del discorso della montagna. Mediante la proclamazione e la realizzazione del regno, Gesù provoca la conversione del cuore e l’irradiazione della bontà salvifica di Dio nel mondo, che consente all’es­sere umano il pieno adempimento delle esigenze più autentiche della Legge. Ecco perché non solo completa la Legge, ma la «compie».
I singoli precetti dell’Antico Testamento conservano il loro valore, ma solo in quanto sono rapportabili alla legge dell’amore.
La Scrittura per Matteo rappresenta un’anticipazione del progetto salvifico di Dio, che il suo Inviato definitivo avrebbe «compiuto» in adesione totale al volere del Padre.
 
Catechismo della Chiesa Cattolica 1967 La Legge evangelica «dà compimento» alla Legge antica, la purifica, la supera e la porta alla perfezione. Nelle beatitudini essa compie le promesse divine, elevandole ed ordinandole al «regno dei cieli». Si rivolge a coloro che sono disposti ad accogliere con fede questa speranza nuova: i poveri, gli umili, gli afflitti, i puri di cuore, i perseguitati a causa di Cristo, tracciando in tal modo le sorprendenti vie del Regno
1968 La Legge evangelica dà compimento ai comandamenti della Legge. Il discorso del Signore sulla montagna, lungi dall’abolire o dal togliere valore alle prescrizioni morali della Legge antica, ne svela le virtualità nascoste e ne fa scaturire nuove esigenze: ne mette in luce tutta la verità divina e umana. Esso non aggiunge nuovi precetti esteriori, ma arriva a riformare la radice delle azioni, il cuore, là dove l’uomo sceglie tra il puro e l’impuro, dove si sviluppano la fede, la speranza e la carità e, con queste, le altre virtù. Così il Vangelo porta la Legge alla sua pienezza mediante l’imitazione della perfezione del Padre celeste, il perdono dei nemici e la preghiera per i persecutori, sull’esempio della magnanimità divina.
1969 La Legge nuova pratica gli atti della religione: l’elemosina, la preghiera e il digiuno, ordinandoli al «Padre che vede nel segreto», in opposizione al desiderio di «essere visti dagli uomini». La sua preghiera è il «Padre nostro».
1970 La Legge evangelica implica la scelta decisiva tra «le due vie»2808 e mettere in pratica le parole del Signore; essa si riassume nella regola d’oro: «Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro: questa infatti è la Legge e i Profeti» (Mt 7,12).
Tutta la Legge evangelica è racchiusa nel comandamento nuovo di Gesù, di amarci gli uni gli altri come lui ci ha amati.
 
Veritatis splendor 15: Nel «Discorso della Montagna», che costituisce la magna charta della morale evangelica, Gesù dice: «Non pensate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto per abolire, ma per dare compimento» (Mt 5,17). Cristo è la chiave delle Scritture: «Voi scrutate le Scritture: esse parlano di me» (cfr. Gv 5,39); è il centro dell’economia della salvezza, la ricapitolazione dell’Antico e del Nuovo Testamento, delle promesse della Legge e del loro compimento nel Vangelo; è il legame vivente ed eterno tra l’Antica e la Nuova Alleanza. [...]. Gesù porta a compimento i comandamenti di Dio, in particolare il comandamento dell’amore del prossimo, interiorizzando e radicalizzando le sue esigenze: l’amore del prossimo scaturisce da un cuore che ama, e che, proprio perché ama, è disposto a vivere le esigenze più alte. Gesù mostra che i comandamenti non devono essere intesi come un limite minimo da non oltrepassare, ma piuttosto come una strada aperta per un cammino morale e spirituale di perfezione, la cui anima è l’amore (cfr. Col 3,14). Così il comandamento «Non uccidere» diventa l’appello ad un amore sollecito che tutela e promuove la vita del prossimo; il precetto che vieta l’adulterio diventa l’invito ad uno sguardo puro, capace di rispettare il significato sponsale del corpo: «Avete inteso che fu detto agli antichi: Non uccidere; chi avrà ucciso sarà sottoposto a giudizio. Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello, sarà sottoposto a giudizio... Avete inteso che fu detto: Non commettere adulterio; ma io vi dico: chiunque guarda ad una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel suo cuore» (Mt 5,21-22.27-28). È Gesù stesso il «compimento» vivo della Legge in quanto egli ne realizza il significato autentico con il dono totale di sé: diventa Lui stesso Legge vivente e personale, che invita alla sua sequela, dà mediante lo Spirito la grazia di condividere la sua stessa vita e il suo stesso amore e offre l’energia per testimoniarlo nelle scelte e nelle opere (cfr. Gv 13,34-35).
 
Agostino (Esposizioni sui Salmi, 118): Chi ama la legge di Dio, onora anche ciò che in essa non comprende. Ciò che gli pare poco logico, giudica piuttosto di non averlo compreso e pensa che vi si trovi celato qualcosa di grande. Non gli è dunque di scandalo la legge del Signore; e per non soffrire scandalo, soprattutto egli non bada agli uomini - per quanto sia santa la loro vocazione -, tanto da far dipendere la loro fede dai loro costumi. Perciò, se alcuni di loro cadono, egli non se ne scandalizza e non rovina così se stesso. Al contrario, egli ama la legge del Signore per se stessa, e in lui vi è sempre grande pace e mai scandalo. L’ama senza preoccupazioni, perché sa che anche se molti peccano contro la legge, essi non peccano certo a causa della legge.
 
I Testimoni di Cristo - San Sofronio di Gerusalemme. Difensore del popolo minacciato dagli invasori e dal pericolo delle eresie: Custodire la verità della dottrina e difendere il popolo: i pastori della comunità cristiana sono chiamati a tenere insieme questo duplice compito, al cui centro c’è la relazione tra Dio e l’umanità. E proprio su questi due fronti, distinti ma integrati, s’impegnò san Sofronio di Gerusalemme, che dovette combattere la diffusione delle eresie ma anche resistere alla minaccia del califfato che gravava al tempo sulla Città Santa. Siriano di Damasco, fu eletto patriarca di Gerusalemme nel 634, quando la Palestina si trovava a vivere sotto la paura dell’imminente invasione da parte di Abu-Bekr, suocero di Maometto e del califfo Omar. Ma da patriarca Sofronio dovette affrontare anche l’eresia del monotelismo che, affermandone la sola volontà divina, di fatto indeboliva la figura di Cristo, svilendo di fatto la sua natura umana. Assieme a Massimo il Confessore, Sofronio cercò di combattere con vari scritti l’eresia che usciva dalla stessa corte imperiale di Costantinopoli. Nel 637 dovette consegnare la città al califfo Omar, ottenendo però la libertà di culto per i cristiani. Morì di lì a poco. Di lui ci sono pervenute alcune poesie e lettere. (Avvenire)
 
Concedi a noi, o Signore,
che, nutriti dalla tua parola
e formati nell’impegno quaresimale,
ti serviamo con purezza di cuore
e siamo sempre concordi nella preghiera.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
ORAZIONE SUL POPOLO ad libitum

Concedi al tuo popolo, o Signore,
di desiderare ciò che ti è gradito,
perché solo nella conformità al tuo volere
sarà ricolmato di ogni bene.
Per Cristo nostro Signore.