14 Marzo 2026
Sabato III Settimana di Quaresima
Os 6,1-6; Salmo Responsoriale dal Salmo 50 (51); Lc 18,9-14
Oggi non indurite il vostro cuore, ma ascoltate la voce del Signore. (Cf. Sal 94 (95), 8ab - Acclamazione al Vangelo)
Xavier Léon Dufour: La sclerosi progressiva dell’uomo separato da Dio si chiama indurimento, accecamento. Indurirsi significa ricoprire di grasso il cuore, turare gli orecchi, chiudere gli occhi, addormentarsi, dimostrare uno spirito di smarrimento, di torpore o di menzogna, cosicché si ha la cervice dura ed il cuore di pietra. Questo stato può colpire tutti gli uomini, i pagani, gli Israeliti ed anche i discepoli di Gesù.
Alla fonte dell’indurimento 1. Il fatto - Due testi principali - nell’Esodo e in Isaia - hanno esercitato la riflessione religiosa di Israele. Se il faraone non vuol lasciar partire Israele, si è perché Dio gli indurisce il cuore (Es 4, 21; 7, 3; 9, 12; 10, 1. 20. 27; 11, 10; 14, 4) oppure egli indurisce se stesso (Es 7, 13 s. 22; 8, 15; 9, 7. 34 s).
Ora queste due interpretazioni si presentano giustapposte nei testi, senza che si possa attribuire alla seconda l’intenzione di correggere la prima. Di qui un problema teologico: se non è sorprendente che l’uomo sia causa del proprio indurimento, come ammettere che Dio favorisca questo atteggiamento, ne sia persino la causa? Ora Paolo afferma nettamente: «Dio fa misericordia a chi vuole, indurisce chi vuole» (Rom 9, 18). Già nel VT Dio dava come missione ad Isaia: «Va’, e di’ a questo popolo: “Ascoltate, ma senza comprendere; guardate, ma senza vedere! Ricopri di grasso il cuore di questo popolo, fallo duro d’orecchi, chiudigli gli occhi, affinché i suoi occhi non vedano, i suoi orecchi non sentano, il suo cuore non comprenda e non si converta, cosicché non sia guarito”» (Is 6, 9 s). Lungi dall’essere scartato come avente cattivo suono, questo testo è stato sostanzialmente ripreso da Gesù (Mt 13, 13) e dai suoi discepoli (Mt 13, 14 s par.; Atti 28, 25 ss), per spiegare il rifiuto che Israele ha opposto a Cristo.
2. Significato. - a) Basta allora dire che l’indurimento del popolo non è voluto direttamente, ma soltanto previsto da Dio? Certamente il linguaggio semitico attribuisce a Dio una volontà positiva di fare quel che egli si limita a permettere; ma questa risposta, valida fino ad un certo punto, sembra una scappatoia. Invece di cercare di scusare Dio, conviene considerare il contesto in cui sono formulate queste minacce o queste constatazioni di indurimento. Indurire non significa riprovare; significa emettere un giudizio su uno stato di peccato; significa volere che questo peccato porti visibilmente i suoi frutti. L’indurimento non è quindi dovuto ad una iniziativa dell’ira divina, che predestina alla rovina: sanziona il peccato di cui l’uomo non si pente. L’uomo quando si indurisce, commette un peccato; quando Dio indurisce, non è fonte, ma giudice del peccato. L’indurimento caratterizza lo stato del peccatore che rifiuta di convertirsi e rimane separato da Dio. È la sanzione immanente del peccato, che fa apparire la cattiva natura del peccatore: «Un Etiope può cambiare pelle? Una pantera il mantello? E voi, potete agire bene, voi che siete abituati al male?» (Ger 13, 23).
b) Paolo si è sforzato di trovare un senso a questo dato di fatto. - Anzitutto entra nel disegno provvidenziale di Dio. Nulla sfugge a Dio. Il faraone, di cui Paolo non considera la sorte personale, serve infine a far risplendere la gloria divina (Es 9, 16; 14, 17 s); con il suo indurimento Israele permette l’ingresso delle nazioni pagane nella Chiesa (Rom 9); inoltre il disegno di Dio è interamente ordinato al resto che deve sopravvivere.
- In secondo luogo, l’indurimento di Israele manifesta la severità di Dio, la sua esigenza. Non per scherzo Dio fa alleanza con un popolo. Come tollererebbe la noncuranza (Lc 17, 26-29 par.), la sufficienza (Deut 32, 15), l’orgoglio (Deut 8, 12 ss; Neem 9, 16)
- Infine questo indurimento rivela la pazienza di Dio, il quale non distrugge il peccatore, ma tende continuamente le mani verso un popolo ribelle (Rom 10, 21 citando Is 65, 2; cfr. Os 11, 1 s; Ger 7, 25; Neem 9, 30). Così, sia che solleciti il peccatore, oppure lo abbandoni a se stesso, Dio esprime ancora e sempre la sua misericordia.
Liturgia della Parola
I Lettura - Basilio Caballero (La Parola per Ogni Giorno): Il contesto della lettura dal profeta Osea è una liturgia penitenziale del popolo israelita che, davanti al pericolo di un’imminente invasione assira (VIII secolo a.C.), spera di ottenere il perdono di Dio. Ma Dio li avverte dell’inutilità di una conversione superficiale e di un culto ipocrita, tanto effimero « come una nube del mattino, come la rugiada che all’alba svanisce ».
Il Signore vuole misericordia e amore più che sacrifici, conoscenza di Dio più che olocausti. La stessa idea è accolta dal salmo responsoriale, il Miserere, salmo penitenziale per eccellenza (Sal 50).
A questa religiosità interiore e autentica fa riferimento anche Gesù nella parabola del fariseo e del pubblicano che salgono al tempio per pregare. Gesù desidera mostrare la misericordia di Dio, visibile in lui stesso, venuto a salvare ciò che era perduto. Proprio sulla misericordia di Dio fa affidamento il pubblicano peccatore, mentre il fariseo crede di non averne bisogno perché i suoi meriti bastano e avanzano.
Vangelo
Il pubblicano tornò a casa sua giustificato, a differenza del fariseo.
Raccontando la parabola del fariseo e del pubblicano Gesù insegna il modo corretto di pregare. Chi non si riconosce peccatore, bisogno del perdono di Dio, non può ricevere nulla: Io vi dico: il pubblicano, a differenza del fariseo, tornò a casa sua giustificato, perché chiunque si esalta sarà umiliato, chi invece si umilia sarà esaltato.
Il messaggio della parabola è evidente: Dio ama gli umili, i piccoli, e non è prevenuto con i peccatori lì dove c’è la buona volontà di emendarsi, e in verità non vuole la loro morte ma che si convertano e vivano. È sottolineato anche che il giudizio di Dio non dipende tanto dalle prestazioni dell’uomo, della esatta e scrupolosa osservanza della Legge, bensì della grazia divina. Anche se vi sono opere che avranno il loro peso nel giorno del giudizio, sono le opere amorose rivolte a beneficio dei poveri, degli indigenti: avevo fame … avevo sete … era ammalato … ero in carcere. A conclusione si può anche ricavare una intenzione parenetica in quanto l’evangelista Luca pone al centro dell’interesse il comportamento morale del fariseo e del pubblicano. Un invito, dunque, a convertirsi.
Dal Vangelo secondo Luca
Lc 18,9-14
In quel tempo, Gesù disse ancora questa parabola per alcuni che avevano l’intima presunzione di essere giusti e disprezzavano gli altri:
«Due uomini salirono al tempio a pregare: uno era fariseo e l’altro pubblicano.
Il fariseo, stando in piedi, pregava così tra sé: “O Dio, ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adùlteri, e neppure come questo pubblicano. Digiuno due volte alla settimana e pago le decime di tutto quello che possiedo”.
Il pubblicano invece, fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: “O Dio, abbi pietà di me peccatore”.
Io vi dico: questi, a differenza dell’altro, tornò a casa sua giustificato, perché chiunque si esalta sarà umiliato, chi invece si umilia sarà esaltato».
Parola del Signore.
Alois Stöger (Vangelo secondo Luca): Chi è giusto secondo il giudizio di Dio? Il fariseo é scrupolosamente preciso nell’osservanza dei molti e difficili precetti della legge; è un collaborazionista che opera con i nemici del popolo ebreo e un truffatore! Gesù conosce i1 giudizio dei suoi uditori e vi mette a fronte al proprio giudizio sorprendente, strabiliante e inaudito: Io però vi dico. Il pubblicano è dichiarato giusto da Dio, e torna a casa sua giustificato.
E il fariseo? Il pubblicano torna a casa giustificato, a differenza dell’altro. Viene con ciò messa a confronto la giustizia del fariseo con quella del pubblicano, e la giustizia di questo posta al di sopra della giustizia di quello? Oppure Gesù penetra le cose ancor piú profondamente? Nega egli al fariseo in genere la giustizia medesima che invece ascrive al pubblicano? Già il primo giudizio sarebbe scandaloso abbastanza; significherebbe infatti che Dio trova maggior compiacenza nel peccatore pentito che non nel giusto coi suoi numerosi meriti e la sua autosicurezza. Che dire poi se egli negasse addirittura d’assegnare la giustizia al fariseo? Un simile giudizio apparirebbe spaventoso. A che servirebbero in tal caso le prestazioni? Eppure il Cristo intendeva dire proprio questo. «Ciò che per gli uomini è sublime, per Dio è un’abominazione » (16,15). L’uomo non ottiene la
giustificazione per le sue prestazioni, ma per un dono di Dio. Il dono del regno di Dio soddisfa la fame e la sete di giustizia (cf. Mt. 5,3). Come appare dunque fragile la giustizia e la santità umana (cf. Mt. 5, 20), se Dio non prende l’iniziativa e non interviene egli stesso a offrire la giustificazione! Chi comprende bene questo fatto, non potrà piú disprezzare gli altri.
Un detto espresso lungo il viaggio, e che affiora qua e là nel Vangelo, spiega la parabola del fariseo e del pubblicano al tempio (14,11; cf. Mt. 23,12). L’uomo che pone in sé la sua fiducia, innalza se stesso; ma la sentenza del Cristo, che anticipa la sentenza definitiva di Dio, lo abbassa. Chi invece abbassa se stesso riconoscendo la propria insufficienza e collocandosi tra gli altri come uno di loro, viene innalzato dal giudizio di Gesù. Dio stesso lo giustificherà, quando si compirà il giudizio finale.
Per approfondire
Veritatis splendor nn. 104-105: Dobbiamo … raccogliere il messaggio che ci viene dalla parabola evangelica del fariseo e del pubblicano (Cfr. Lc 18,9-14). Il pubblicano poteva forse avere qualche giustificazione per i peccati commessi, tale da diminuire la sua responsabilità. Non è pero su queste giustificazioni che si sofferma la sua preghiera, ma sulla propria indegnità davanti all’infinita santità di Dio: “O Dio, abbi pietà di me peccatore” (Lc 18,13). Il fariseo, invece, si è giustificato da solo, trovando forse per ognuna delle sue mancanze una scusa. Siamo così messi a confronto con due diversi atteggiamenti della coscienza morale dell’uomo di tutti i tempi. Il pubblicano ci presenta una coscienza “penitente”, che è pienamente consapevole della fragilità della propria natura e che vede nelle proprie mancanze, quali che ne siano le giustificazioni soggettive, una conferma del proprio essere bisognoso di redenzione. Il fariseo ci presenta una coscienza “soddisfatta di se stessa”, che si illude di poter osservare la legge senza l’aiuto della grazia ed è convinta di non aver bisogno della misericordia.
A tutti è chiesta grande vigilanza per non lasciarsi contagiare dall’atteggiamento farisaico, che pretende di eliminare la coscienza del proprio limite e del proprio peccato, e che oggi si esprime in particolare nel tentativo di adattare la norma morale alle proprie capacità e ai propri interessi e persino nel rifiuto del concetto stesso di norma. Al contrario, accettare la “sproporzione” tra la legge e la capacità umana, ossia la capacità delle sole forze morali dell’uomo lasciato a se stesso, accende il desiderio della grazia e predispone a riceverla. “Chi mi libererà da questo corpo votato alla morte?”, si domanda l’apostolo Paolo. E con una confessione gioiosa e riconoscente risponde: “Siano rese grazie a Dio per mezzo di Gesù Cristo nostro Signore!” (Rm 7,24-25).
La preghiera di Gesù - Enzo Bianchi: Il Nuovo Testamento, mostrando Gesù Cristo quale rivelatore definitivo del Padre, Parola di Dio fatta carne, alleanza nuova ed eterna, Figlio unigenito, fa di lui il mediatore della preghiera cristiana, che ormai avviene per Cristo, con Cristo e in Cristo e si rivolge nello Spirito Santo al Padre. “Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me”, dice Gesù nel Vangelo di Giovanni (14,6).
La preghiera neotestamentaria non differisce certo da quella veterotestamentaria quanto al movimenti e alla forme espressive, ma per il primato cristocentrico a cui essa è sottomessa: nella fede, nell’adesione personale a Gesù, il Figlio di Dio, i battezzati, mossi dallo Spirito del Figlio, si uniscono alla sua preghiera e invocano “Abbà! Padre!” (Rm 8,15: Gal 4,6). E poiché la preghiera di Gesù è espressione della sua particolarissima relazione di filialità col Padre, la preghiera dei cristiani esprime il loro ingresso e il loro permanere in tale relazione attraverso la fede nel Figlio. Tale relazione di filialità è vissuta da Gesù attraverso e all’interno delle modalità di preghiera tipiche dell’ambiente spirituale e liturgico giudaico del tempo. Gesù frequentava la sinagoga, si recava a1 Tempio di Gerusalemme in occasione delle feste principali del calendario liturgico, recitava quotidianamente lo Shema Isra’el (preghiera e confessione di fede al tempo stesso, composta dai seguenti testi biblici Dt 6,4-9; 11,13-21; Nm 15,37-41), conosceva la Tefillà (“Preghiera” era la preghiera principale recitata a ogni ufficio liturgico); pronunciava berakot (benedizioni; cfr Mt 11,25-27). La sua preghiera era retta dalla fiducia nel Dio che ascolta la preghiera (Gv 11,41-42), era finalizzata al fare la volontà del Padre (lc 22,42; Gv 12,28); era audace nel chiedere, nel domandare, mossa cioè dalla confidenza di un figlio verso il padre (Mt 7,7-11).
Il suo insegnamento sulla preghiera avviene anzitutto con l’esempio, con i suoi frequenti ritiri, nella solitudine per pregare (cfr. Mt 14,23; Mc 1,35; 6,46; Lc 5,16) e poi con ammaestramenti che svelano anzitutto come non pregare: non come gli ipocriti, per essere visti e lodati dagli uomini (Mt 6,5-6), non moltiplicando le parole (Mt 6,7). Positivamente invece, occorre pregare con perseveranza (Lc 11,5-13; 18,1), con fiducia nell’esaudimento (Mt 21,21-22), con grande fede nella bontà del Padre a cui ci si rivolge (Mt 7,11), con umiltà, riconoscendo il proprio peccato (Lc 18,9-13), con vigilanza, attendendo la venuta del Signore (Lc 21,36), chiedendo soprattutto il dono grande dello Spirito Santo (Lc 11,13); occorre pregare nel nome del Signore (Gv 14,13), avendo chiaro che fine della preghiera è che noi facciamo la volontà del Padre, non il contrario (Mt 6,10; Lc 22,42); occorre pregare con autenticità, cercando e operando la riconciliazione con il fratello (Mt 5,23-24), mettendo in pratica il perdono (Mt 6,12), accordandosi tra fratelli (Mt 18,19-20). Ma il culmine dell’insegnamento di Gesù circa la preghiera lo si ha nel Padre nostro, consegnatoci in due redazioni, differenti dai Vangeli di Matteo (6,9-13) di Luca (11,2-4). Il Padre nostro non è tanto una formula, quanto un canovaccio, il programma di una relazione in cui immettersi. E in cui il cristiano si immette l’ascolto della Parola di Dio.
... ma si batteva il petto ... - Bruno di Segni In Lucam, II, 18: giustamente si batteva il petto, perché di lì era partito il peccato, lì era la fonte, l’antro e l’origine del male. Lì infatti vi è il cuore, nascondiglio di tutti i beni e di tutti i mali, che di lì provengono.
Dal cuore, infatti, provengono i pensieri malvagi, gli omicidi, gli adulteri, le lussurie, i furti, le false testimonianze e le bestemmie (Mt. 15,19).
Per questo il pubblicano si batteva il petto, e cosi facendo giudicava se stesso. Il salmista infatti dice: Crea in me, o Dio, un cuore puro (Sal. 50, 12), perché se fosse puro il cuore, consigliere da cui attingiamo tutte le nostre ispirazioni, non potremmo fare il male, se non forse quello imputabile all’ignoranza ... Il pubblicano dunque si batteva il petto e diceva: Dio, abbi pietà di me peccatore; non rivolgere la tua attenzione ai cattivi impulsi di questo mio cuore, ma perdonami i peccati e sii misericordioso.
Niente in me ti può piacere e io devo conseguire il tuo perdono, perché ho peccato col cuore e col corpo, coi pensieri e con le opere. Io sono più cattivo degli altri e posso essere salvato solo dalla tua misericordia. Perciò abbi pietà di me peccatore.
Testimoni di Cristo: Santa Matilde di Germania, Regina: Da lei e da suo marito Enrico I (duca di Sassonia e più tardi re di Germania) discende la casata che conterà quattro imperatori: la famosa dinastia sassone. Educata nel monastero di Herford, in Westfalia, dove sua nonna era badessa, Matilde sa leggere e scrivere, un fatto non frequentissimo nelle grandi casate del tempo, e non si mantiene estranea alle vicende della politica.
Quando nel 936 muore suo marito Enrico, lei non è molto favorevole al primogenito Ottone come successore e tenta di far proclamare re il più giovane Enrico. Si arriva a un conflitto tra i due fratelli. Dopo l’incoronazione imperiale di Ottone a Roma (962) la famiglia è riconciliata. Matilde si ritira nel monastero di Nordhausen, dove, dopo essersi spesa per i poveri e i malati, si ammala, e più tardi si trasferisce in un altro monastero: a Quedlimburgo, in Sassonia dove morirà. (Avvenire)
O Dio, nostro Padre,
che nella celebrazione della Quaresima
ci fai pregustare la gioia della Pasqua,
donaci di contemplare e vivere
i misteri della redenzione
per godere la pienezza dei suoi frutti.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
ORAZIONE SUL POPOLO ad libitum
Stendi la tua mano, o Signore, a difesa dei tuoi fedeli
perché ti cerchino con tutto il cuore
e vedano esauditi i loro giusti desideri.
Per Cristo nostro Signore. desideri.
Per Cristo nostro Signore.