8 DICEMBRE 2025
 
IMMACOLATA CONCEZIONE DELLA BEATA VERGINE MARIA – SOLENNITÀ
 
Gen 3,9-15.20; Salmo Responsoriale Dal Salmo 97 (98); Ef 1,3-6.11-12; Lc 1,26-38
 
La Bibbia e i Padri della Chiesa (I Padri Vivi): L’Immacolata Concezione di Maria significa la sua preservazione da qualunque macchia di peccato originale. Questo grande privilegio è stato concesso a Maria in vista dei futuri meriti di Cristo. Lei è il primo essere umano redento da Cristo e nel modo più sublime: grandi cose ha fatto in lei l’Onnipotente. Maria, preservata dalla macchia del peccato, appare come la Nuova Eva, che darà al mondo l’atteso Salvatore e starà a fianco del Nuovo Adamo. Come prima redenta degli uomini, e redenta in modo eccezionale, avrà un ruolo particolare nell’opera della salvezza. Maria, libera dal peccato, vive in una totale donazione a Dio, sta in profonda unione con lui. È perciò l’archetipo e nello stesso tempo l’inizio della Chiesa, la Sposa di Cristo. Per i credenti, poi, Maria rimane per sempre il modello della santità.
Lei, benedetta fra le donne, diventerà per il popolo di Dio la protettrice di grazia e l’appoggio nella trasformazione spirituale. È per questo che a Maria Immacolata viene rivolta l’incessante preghiera: che ci ottenga la purezza del cuore, ci soccorra nella lotta contro il peccato, ci aiuti a guarire le ferite inflitteci dal male. Lei, Vergine fedele, ci impetrerà anche la fedeltà a Dio in tutte le situazioni di vita
 
Colletta
O Padre, che nell’Immacolata Concezione della Vergine
hai preparato una degna dimora per il tuo Figlio,
e in previsione della morte di lui
l’hai preservata da ogni macchia di peccato,
concedi anche a noi, per sua intercessione,
di venire incontro a te in santità e purezza di spirito.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
La definizione del dogma - Ineffabilis Deus: Perciò, dopo aver offerto senza interruzione, nell’umiltà e nel digiuno, le Nostre private preghiere e quelle pubbliche della Chiesa a Dio Padre, per mezzo del suo Figlio, affinché si degnasse di dirigere e sostenere la Nostra mente con la virtù dello Spirito Santo; dopo aver implorato il soccorso di tutta la corte celeste, e invocato con gemiti lo Spirito consolatore, per sua ispirazione, a onore della Santa e indivisibile Trinità, a decoro e ornamento della Vergine Madre di Dio, a esaltazione della fede cattolica, e a incremento della religione cristiana, con l’autorità di nostro Signore Gesù Cristo, dei beati apostoli Pietro e Paolo e Nostra, dichiariamo, pronunziamo e definiamo: La dottrina, che sostiene che la Beatissima Vergine Maria nel primo istante della sua concezione, per singolare grazia e privilegio di Dio onnipotente, in vista dei meriti di Gesù Cristo, salvatore del genere umano, è stata preservata immune da ogni macchia di peccato originale, è stata rivelata da Dio e perciò si deve credere fermamente e inviolabilmente da tutti i fedeli. Quindi, se qualcuno (che Dio non voglia!) deliberatamente presumerà di pensare diversamente da quanto è stato da Noi definito, conosca e sappia di essere condannato dal suo proprio giudizio, di aver fatto naufragio nella fede, di essersi separato dall’unità della Chiesa, e di essere inoltre incorso da sé, «per il fatto stesso», nelle pene stabilite dalle leggi contro colui che osa manifestare oralmente o per iscritto, o in qualsiasi altro modo esterno, gli errori che pensa nel suo cuore.
 
I Lettura: Bibbia di Gerusalemme: v. 15 Io porrò inimicizia fra te e la donna, fra la tua stirpe e la sua stirpe: questa ti schiaccerà la testa e tu le insidierai il calcagno. Questo versetto constata l’ostilità fondamentale tra il serpente e l’umanità, ma lascia intravedere la vittoria finale dell’umanità: è un primo barlume di salvezza, il «Protovangelo». La traduzione greca, cominciando l’ultima frase eon un pronome maschile, attribuisce questa vittoria non alla discendenza della donna in generale, ma a uno dei figli della donna: è così preparata l’interpretazione messianica già presente nella tradizione ebraica antica, ripresa poi ed esplicitata da molti Padri della Chiesa. Con il Messia. sua madre è implicata, e l’interpretazione mariologica della traduzione latina ipsa conteret è divenuta tradizionale nella Chiesa.
 
II Lettura: Bibbia per la formazione cristiana: L’azione salvifica del Padre, nel Figlio, per mezzo dello Spirito: Fin dalla prima frase dell’inno, Paolo afferma che la salvezza ha la sua origine esclusivamente in Dio, nella sua volontà eterna di essere il Dio con noi, in Gesù Cristo suo Figlio, e di realizzare la salvezza tramite la comunicazione di se stesso nel suo Spirito e attraverso i suoi doni.
L’iniziativa è del Padre. Per sua libera decisione, Dio ha instaurato da sempre un rapporto con gli uomini. Per mezzo del Cristo e nel Cristo siamo stati scelti per essere suoi figli, per comportarci come tali nel mondo e per ricevere la pienezza di questa condizione filiale nella gloria.
La salvezza degli uomini non dipende, in ultima analisi, dall’iniziativa dell’uomo o da qualsiasi forza terrena, ma è stata voluta da Dio nel suo Figlio da sempre.
Il Figlio realizza il disegno di Dio. Nel momento culminante in cui il Figlio si fa uomo, il Padre ci fa conoscere e ci comunica il mistero eterno della nostra vita: siamo stati scelti «nel Cristo», redenti «mediante il suo sangue» perché diventassimo figli del Padre e fratelli fra di noi, destinati a essere riuniti nel Cristo e a comprendere che il Cristo è il cuore e il culmine, il principio e la fine del disegno amoroso di Dio su tutti gli uomini, giudei e pagani.
 
Vangelo
Ecco, concepirai un figlio e lo darai alla luce.

Ecco, Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia ha concepito anch’essa un figlio e questo è il sesto mese per lei, che era detta sterile: nulla è impossibile a Dio: l’onnipotenza di Dio getta luce sul mistero dell’immacolata concezione della Beata Vergine Maria, lo illumina e lo rivela. Ci fa intuire che la Vergine Maria è stata pensata, concepita, voluta, creata da Dio per Dio. Anche noi, come Maria, siamo stati creati da Dio per Dio, come Maria, siamo stati pensati per un progetto di amore e di salvezza, come Maria, Dio Padre, in Cristo, ci ha scelti prima della creazione del mondo per essere santi e immacolati di fronte a lui nella carità.

Dal Vangelo secondo Luca

Lc 1, 26-38
 
In quel tempo, l’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nàzaret, a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, di nome Giuseppe. La vergine si chiamava Maria. Entrando da lei, disse: «Rallegrati, piena di grazia: il Signore è con te».
A queste parole ella fu molto turbata e si domandava che senso avesse un saluto come questo. L’angelo le disse: «Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ed ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù.
Sarà grande e verrà chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine».
Allora Maria disse all’angelo: «Come avverrà questo, poiché non conosco uomo?». Le rispose l’angelo: «Lo Spirito Santo scenderà su di te e la potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra. Perciò colui che nascerà sarà santo e sarà chiamato Figlio di Dio. Ed ecco, Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia ha concepito anch’essa un figlio e questo è il sesto mese per lei, che era detta sterile: nulla è impossibile a Dio».
Allora Maria disse: «Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola».
E l’angelo si allontanò da lei.
 
Rallègrati, piena di grazia - Il testo lucano è pieno di sorprese. Innanzi tutto, contrariamente alle attese popolari, la realizzazione del progetto salvifico, svelato nelle parole dell’angelo, non parte da Gerusalemme, ma da un paese sconosciuto, Nazaret, situato in una regione posta in periferia e semipagana (Cf. Mt 4,15). Ma la sorpresa più grande è che la realizzazione del progetto salvifico prevede come condizione necessaria il sì di una donna.
Il nome della donna è Maria. Il saluto che l’angelo Gabriele le rivolge esce dall’ambito di un comune saluto: «Rallègrati, piena di grazia». In egual modo, i profeti invitavano la «vergine figlia di Sion» (Is 37,22) a rallegrarsi a motivo della prossima venuta del Signore Dio in mezzo al suo popolo: «Gioisci, figlia di Sion, esulta, Israele, e rallegrati con tutto il cuore, figlia di Gerusalemme! [...]. Re d’Israele è il Signore in mezzo a te» (Sof 3,13; Cf. Is 49,13; Gl 2,21). Un singolare accostamento: Maria è la nuova Figlia di Sion, nel cui seno, come nel Tempio, verrà a dimorare Dio stesso (Cf. v. 33: «Lo Spirito Santo scenderà su di te e la potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra»). Dio «prende veramente possesso del grembo di Maria, che diviene la sua dimora vivente, quale figlia di Sion, cioè rappresentante del nuovo popolo eletto» (A. Poppi).
E ancora, a Maria, l’angelo Gabriele promette l’assistenza di Dio, la sua vicinanza, la sua forza, la sua consolazione: «Il Signore è con te». Tutto il favore di Dio è riversato su di lei, lei è la piena di grazia: Dio l’ha colmata di grazia, ella è «la “graziata”, la “gratificata” per eccellenza. L’appellativo che sta per il nome proprio fa pensare che la “grazia” fa come parte del suo essere, la possiede per sempre, fin dalla nascita» (Ortensio Da Spinetoli).
… piena di grazia: Come Salve non traduce bene “chaire” così piena di grazia non traduce esattamente “kecharitoméné”. Non si tratta - è certo - di grazia santificante qui, ma del favore divino riversato su Maria.
Maria in altri termini è stata prevenuta dalla grazia, è una privilegiata appunto perché ricolmata di grazia da parte di Dio. «Il participio è al perfetto perché Maria è stata da sempre e resta per sempre l’oggetto del favore eccezionale che il carisma della maternità messianica suppone». M. Cambe.
L’annunzio turba Maria in quanto decisa a rimanere vergine: «Come avverrà questo, poiché io non conosco uomo?». Come fa notare Giovanni Leonardi (L’infanzia di Gesù), la «più comune interpretazione tra gli esegeti cattolici è la seguente. Maria obietterebbe: “Come posso diventare madre dal momento che ho l’intenzione o il proposito di non conoscere uomo?”, cioè qualsiasi uomo, vale a dire di restare vergine. Maria cioè obietterebbe il suo proposito di castità perfetta». Tali esegeti fondano la loro tesi sul presente greco, io non conosco uomo, usato da Maria e che indica azione continua.
René Laurentin, che segue questa interpretazione, porta questa esemplificazione: «Portiamo un esempio moderno per illustrare questi due termini astratti: se qualcuno, a cui si offre una sigaretta, risponde: “non fumo”, si capisce che questo significa “io non fumo mai” e non “io non sono nell’atto di fumare”». Il proposito di restare vergine per quei tempi era qualcosa di inusitato, in quanto la verginità era equiparata alla sterilità (Cf. Gen 30,23; Gdc 11,37; 2Sam 13,20); una condizione sfavorevole, a volte intesa come castigo di Dio, che poneva la donna agli ultimi gradini della società civile. Una donna senza figli era una donna in balia di tutti soprattutto se alla sterilità si assommava la disgrazia della vedovanza. Ma da molte testimonianze storiche si evince che nell’antichità la verginità era anche praticata: per esempio, gli Esseni di Qumran si astenevano dall’uso matrimoniale, vivendo praticamente come celibi, per conservare la purità legale, in vista dell’avvento del Regno di Dio.
Maria è pronta a fare la volontà di Dio, ma non sa come conciliare la verginità con la maternità: praticamente, come una vergine può essere madre senza conoscere uomo?
Se «Dio le ha ispirato di rimanere vergine, Dio le domanda oggi di diventare madre: Dio non si contraddice. Ma bisognava forse che, accettando un tempo di restare vergine, essa rinunciasse ad essere madre per poterlo diventare oggi. Come fu necessario che Abramo, perché potesse effettivamente diventare il padre di una posterità numerosa come le stelle del cielo e l’arena del mare, rinunciasse, accettando di immolarlo, all’unico figlio, sul quale riposavano le promesse divine... Ma tale è la legge stessa dell’ordine soprannaturale: che la vita nasca dalla morte, che solo salvi la sua vita colui che accetta di perderla, in altri termini, che l’uomo non possieda mai se non ciò che ha donato» (S. Lyonnet). Maria, comunque, decide di fidarsi di Dio; infatti, la risposta dell’angelo dissipa ogni dubbio, «nulla è impossibile a Dio».
Lo Spirito Santo ti coprirà con la sua ombra: una promessa dalla quale si evince che ora, ante tempus, in Maria si realizza una parola del Cristo: «Io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Consolatore perché rimanga con voi per sempre, lo Spirito di verità che [...] dimora presso di voi e sarà in voi» (Gv 14,16-17).
Maria sarà adombrata dallo Spirito Santo. In Esodo 40,35 il verbo adombrare indica la nube che fa ombra sopra il Tabernacolo e simboleggia la gloria di Dio che riempie la Dimora. Su Maria scenderà lo Spirito Santo e questo non significa che lo Spirito Santo sarà il padre biologico del bambino, ma la nascita di quest’ultimo sarà il risultato di un’azione miracolosa della potenza divina. Al dire di P. Benoit, l’angelo «insinua chiaramente che lo Spirito Santo svolgerà il ruolo di principio creatore e produrrà la vita nel seno di Maria. Ciò che lo Spirito, questo soffio creatore, fa sin dalle origini del mondo, lo farà nel seno di Maria producendo una concezione verginale». Questa azione divina è allo stesso tempo una chiara attestazione della divinità del Bambino: «Colui che nascerà sarà santo e sarà chiamato Figlio di Dio».
Ed ecco, Elisabetta..., Maria crede per fede, non per il segno che le viene dato. La sua fede è fondata sulla certezza che Dio è fedele alle sue promesse e che la parola di Dio, in ordine alla salvezza, è «viva ed efficace» (Eb 4,12).
Con un atto di obbedienza e di fede da parte di Abramo era iniziata la storia della salvezza (Cf. Gen 12,1ss), ora è arrivata al suo pieno compimento nell’umiltà, nell’obbedienza e nella fede di una Vergine: «avvenga per me secondo la tua parola».
 
Maria nel Vangelo d’infanzia di Luca - Giuseppe Barbaglio: Più ricco dal punto di vista mariologico è senz’altro il vangelo d’infanzia lucano nel quale Maria trascende i limiti della sua individualità per assurgere a figura rappresentativa e ideale della comunità cristiana specchio dei credenti.
Nel primo dittico della sezione lucana dei cc. 1-2, annuncio della nascita del Battista e annuncio della nascita di Gesù, l’incredulità di Zaccaria per contrasto evidenzia l’adesione di Maria: «L’angelo gli (a Zaccaria) rispose: Io sono Gabriele che sto al cospetto di Dio e sono stato mandato a parlarti e a portarti questo lieto annunzio. Ed ecco, sarai muto e non potrai parlare fino al giorno in cui queste cose avverranno perché non hai creduto alle mie parole, le quali si adempiranno a suo tempo» (1,19-20). «Allora Maria disse: Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto» (1,38). Ancor più esplicita in proposito la dichiarazione ispirata di Elisabetta: «È beata colei che ha creduto all’adempimento delle parole del Signore» (1,45). Preso poi in se stesso, il racconto dell’annuncio dell’angelo a Maria (l,26ss) documenta anzitutto la credenza della chiesa lucana nella verginità di Maria che concepisce per opera dello Spirito santo e per intervento della potenza dell’Altissimo. Di rilievo è pure l’appellativo «piena grazia» (kecharitómené), cioè oggetto del beneplacito di Dio che l’ha scelta come madre del suo figlio: «Non temere Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ecco concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e chiamato figlio dell’Altissimo». Né possiamo passare sotto silenzio l’allusione alla figlia di Sion, che un celebre oracolo di Sofonia esortava così alla gioia: «Gioisci (chaire), figlia di Sion, esulta, Israele, rallegrati con tutto il cuore, figlia di Gerusalemme!... Re d’Israele è il Signore in mezzo a te» (3,14-15); allusione presente in 1,28: «Gioisci (chaire), o piena di grazia, il Signore è con te».
Tale accostamento di motivi, invito alla gioia, motivato dalla presenza Dio rispettivamente nel suo popolo e in Maria, evidenzia l’intenzione di Luca di mostrare Maria come personificazione del popolo di Dio dei tempi ultimi, luogo della presenza salvifica di Dio. Il mistero della madre del figlio di Dio, poi, appare al centro del brano successivo della visita di Maria ad Elisabetta, che pronuncia queste parole profetiche: «Bene­detta tu fra le donne, e benedetto il frutto del tuo grembo! A che debbo che la madre del mio Signore venga a me?» (1,42-43). L’inno del Magnificat, messo sulla bocca di Maria, da parte sua esprime un motivo caro a Luca: Dio si è piegato verso gli umili e i poveri con sguardo di benevolenza e di promozione. Maria impersona qui il destino di grazia del mondo dei disprezzati, in concreto della comunità lucana, la cui causa è stata abbracciata da Dio.
Nel racconto della nascita di Gesù (2,1-22) significativa per il nostro tema è l’annotazione dell’evangelista in 2,19: «Maria, da parte sua, serbava tutte queste cose meditandole nel suo cuore». Non c’è dubbio che essa rappresenta la comunità dei credenti intenta nella meditazione ad approfondire e rivivere nel suo intimo la valenza salvifica dell’evento di Cristo. Si veda anche l’annotazione parallela di 2,51b: «Sua madre ser­bava tutte queste cose nel suo cuore». Il testo si riferisce alla risposta di Gesù che per la sua taciuta permanenza a Gerusalemme aveva addotto il motivo di doversi dedicare alla causa del Padre celeste. Non molto dissimile però appare anche 2,33: «Il padre e la madre di Gesù si stupivano delle cose che si dicevano di lui». Lo stupore qualifica la reazione umana davanti alle meraviglie dell’azione divina nella storia. Maria però non è solo spettatrice, né solo emotivamente partecipe alla vicenda del figlio. In realtà ella vi è coinvolta, soprattutto nel destino di croce di Gesù, come preannuncia l’oracolo profetico di Simeone: «Egli è qui per la rovina e la risurrezione di molti in Israele, segno di contraddizione perché siano svelati i pensieri di molti cuori. E anche a te una spada trafiggerà l’anima» (2,34-36).
Infine, figlio di Maria, Gesù nondimeno è figlio di Dio, votato al progetto salvifico del Padre suo celeste. Lo illustra il racconto conclusivo del vangelo d’infanzia: pellegrino nella città santa e prolungata la sua permanenza a Gerusalemme all’insaputa di genitori, egli rivendica la sua autonomia da loro e la sua dedizione alle cose del Padre celeste. Giuseppe e Maria non riescono a comprendere il figlio nella sua presa di distanza dalla famiglia terrena (2,41ss).
 
Peccato originale - Gianni GolzaniÈ il primo peccato dell’uomo, per cui Adamo ed Eva hanno disobbedito li Dio, mangiando il frutto dell’albero della “conoscenza del bene del male” (Gn 3,1-7). Questo primo peccato ha coinvolto rutti gli uomini, come afferma s. Paolo: “Per la disobbedienza di uno solo, tutti sono stati costituiti peccatori […]. Come a causa di un solo uomo il peccato è entrato nel mondo e con il peccato la morte, così anche la morte ha raggiunto tutti gli uomini, perché tutti hanno peccato” (Rm 5,19 e 12).
La verità del peccato originale comprende due aspetti: il peccato viene dall’uomo ed è opera della sua volontà, esso si diffonde a tutti gli uomini come una drammatica eredità. La prima affermazione rifiuta tanto la concezione tragica del mondo greco, secondo cui l’uomo si piega sotto il fardello di un destino cieco e crudele, quanto la concezione gnostica e manichea, per le quali il male è una realtà che imprigiona l’uomo nel corpo e nella materia, corrompendolo; la seconda, invece, richiama ohe il peccato non è un fatto puntuale e isolato, ma fa parte di un tessuto sociale negativo: è già all’opera fuori e dentro di noi prima ancora che noi lo compiamo.
La dottrina del peccato originale. La piena coscienza della dottrina del peccato originale si ebbe nella Chiesa con s. Agostino d’Ippona; prima di lui, salvo poche eccezioni, i Padri della Chiesa erano più preoccupati di salvaguardare la libertà dell’uomo che di chiarire l’origine storica del peccato. Le Scritture stesse, a ben guardare, parlano di un peccato universale più che di un peccato ereditario ed esemplificano il fatto che tutti sono peccatori nella storia simbolica di Adamo, l’uomo. Con Agostino, invece, la verità del peccato originale entra nella fede cristiana: proclamata nel concilio di Cartagine del 418, a conclusione della polemica con i pelagiani, è stata autorevolmente ribadita nel decreto De peccato originali del concilio di Trento. Il magistero non lega il suo insegnamento al peccato di Adamo, ma alla necessità della grazia battesimale per essere salvi: il peccato, presente in tutti gli uomini fin dalla nascita, può essere cancellato solo dalla grazia di Cristo che ci è concessa con il battesimo.
Coerentemente con questo, la teologia attuale ha spostato l’attenzione dalla colpa di Adamo alla nostra. Il peccato originale nell’uomo può essere compreso come una condizione storica di oggettivo, anche se non voluto, allontanamento dalla grazia: la teologia la presenta come una condizione di colpevolezza fondamentale, sorgente di altri peccati o di socialità negativa (descritta anche con la categoria del peccato del mondo) che stravolge il senso delle relazioni umane e avvolge chiunque nasce. In quanto peccatore, l’uomo - già dalla nascita - ha in sorte una vita drammaticamente scissa, segnata da un’oggettiva ordinazione a Cristo e da una reale solidarietà con una storia umana di peccato; sarà la sua libertà a riunificarne l’esistenza, o sotto Adamo nel segno del peccato personale, o sotto Cristo nel segno dell’accoglienza e della risposta alla sua grazia.
 
Il voto di verginità di Maria - Agostino, La santa verginità IV, 4La verginità di Maria fu certamente molto gradita e cara [al Signore]. Egli non si contentò di sottrarla - dopo il suo concepimento - a ogni violazione da parte dell’uomo, e così conservarla sempre incorrotta. Già prima d’essere concepito volle scegliersi, per nascere, una vergine consacrata a Dio, come indicano le parole con le quali Maria replicò all’angelo che le annunziava l’imminente maternità. Come potrà accadere una tal cosa, disse, se io non conosco uomo?
 
Il Santo del Giorno - 8 Dicembre 2025 - Immacolata Concezione di Maria. Il cammino di perfezione scelto giorno dopo giorno: Cos’è la perfezione cristiana? È la capacità di affidarsi totalmente e continuamente a Dio; è la vita vissuta nella luce del Creatore per diventare un suo riflesso nel mondo. Non si tratta di un orizzonte impossibile, di un obiettivo lontano, ma di una scelta che ognuno può fare ogni giorno nella propria vita quotidiana. Oggi la Chiesa celebra l’Immacolata Concezione della Beata Vergine Maria, ricordando così che l’intera esistenza della Madre di Dio ha avuto il sapore della santità, cioè della decisa donazione di sé e della cristallina testimonianza dell’amore del Padre. Un percorso che ha avuto nel suo «sì» davanti all’annuncio dell’arcangelo Gabriele. I credenti hanno sempre “saputo” che Maria era una creatura pura e perfetta, immagine di un’umanità realizzata. I teologi cominciarono a riflettere su questa verità nel XIV secolo con Duns Scoto. Pio IX, infine, proclamò il dogma dell’Immacolata Concezione di Maria nel 1854. (Matteo Liut)
 
I sacramenti che abbiamo ricevuto, Signore Dio nostro,
guariscano in noi le ferite di quella colpa
da cui, in modo singolare,
hai preservato la beata Vergine Maria
nella sua Immacolata Concezione.
Per Cristo nostro Signore.
 
 7 Dicembre 2025
 
II Domenica di Avvento
 
Is 11,1-10; Salmo Responsoriale Dal Salmo 71 (72); Rm 15,4-9;
 
 
Colletta
O Padre, che hai fatto germogliare
sulla terra il Salvatore
e su di lui hai posto il tuo Spirito,
suscita in noi gli stessi sentimenti di Cristo,
perché portiamo frutti di giustizia e di pace.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
Conversione nel battesimo di Giovanni - Catechismo della Chiesa Cattolica: 720 Infine, con Giovanni Battista lo Spirito Santo inaugura, prefigurandolo, ciò che realizzerà con Cristo e in Cristo: ridonare all’uomo «la somiglianza» divina. Il battesimo di Giovanni era per la conversione, quello nell’acqua e nello Spirito sarà una nuova nascita.
523 San Giovanni Battista è l’immediato precursore del Signore, mandato a preparargli la via. «Profeta dell’Altissimo» (Lc 1,76), di tutti i profeti è il più grande e l’ultimo; egli inaugura il Vangelo; saluta la venuta di Cristo fin dal seno di sua madre e trova la sua gioia nell’essere «l’amico dello sposo» (Gv 3,29), che designa come «l’Agnello di Dio [...] che toglie il peccato del mondo» (Gv 1,29). Precedendo Gesù «con lo spirito e la forza di Elia» (Lc 1,17), gli rende testimonianza con la sua predicazione, con il suo battesimo di conversione ed infine con il suo martirio.
535 L’inizio della vita pubblica di Gesù è il suo battesimo da parte di Giovanni nel Giordano. Giovanni predicava «un battesimo di conversione per il perdono dei peccati» (Lc 3,3). Una folla di peccatori, pubblicani e soldati, farisei e sadducei e prostitute vengono a farsi battezzare da lui.
«Allora Gesù andò». Il Battista esita, Gesù insiste: riceve il battesimo. Allora lo Spirito Santo, sotto forma di colomba, scende su Gesù e una voce dal cielo dice: «Questi è il Figlio mio prediletto» (Mt 3,13-17). È la manifestazione («epifania») di Gesù come Messia di Israele e Figlio di Dio
 
Prima Lettura: Il brano di Isaia fa supporre uno stato di sfacelo della dinastia davidica.
L’oracolo è volto a dare una speranza ai cuori smarriti: «Un germoglio spunterà dal tronco di Iesse». Il nuovo re discenderà dal ceppo davidico, su di lui si poserà lo spirito del Signore e sarà portatore di giustizia, cioè di pace e di salvezza per gli oppressi.
 
Seconda Lettura: La ‘Lettera ai Romani’ è la più importante di tutte le lettere paoline per comprendere il pensiero di Paolo sulla giustificazione del peccatore ad opera di Dio, mediante la redenzione di Cristo e il dono dello Spirito. La lettera, scritta intorno all’anno 58, sembra inviata da Corinto. Come fa ripetutamente in tutte le sue lettere, anche qui, Paolo insiste sull’amore fraterno e sulla stima reciproca: i cristiani devono imparare a vivere in pace amandosi e accogliendosi gli uni gli altri con i medesimi sentimenti di Gesù Cristo. L’Apostolo fa cenno anche alla consolazione che promana dalla Parola di Dio. Infatti, è atta a ravvivare la speranza e a consolare i cristiani nelle prove interiori ed esteriori: gli esempi che essi trovano nella sacra Scrittura li invitano alla pazienza e nel medesimo tempo li incoraggiano alla lotta.
 
Vangelo
Convertitevi: il regno dei cieli è vicino!
 
Nell’ascoltare la predicazione del Battista vengono in mente le parole che Pietro, nel giorno di Pentecoste, rivolgerà alla folla: «Convertitevi e ciascuno di voi si faccia battezzare nel nome di Gesù Cristo, per il perdono dei vostri peccati, e  riceverete il dono dello Spirito Santo» (Atti 2,38).
Sia Giovanni che Pietro indicano all’uomo l’unica strada da percorrere per arrivare alla salvezza: l’ascolto della Parola di Dio, la conversione e il Battesimo. Mentre Giovanni battezzava con acqua, colui che sarebbe venuto dopo avrebbe battezzato in Spirito Santo e fuoco. Questa espressione definisce l’opera essenziale del Messia che sarà quella di rigenerare l’umanità nello Spirito Santo. Il fuoco, mezzo di purificazione meno materiale e più efficace dell’acqua, simboleggia invece l’intervento sovrano di Dio e del suo Spirito che purifica le coscienze.
 
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 3,1-12
 
In quei giorni, venne Giovanni il Battista e predicava nel deserto della Giudea dicendo: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino!». Egli infatti è colui del quale aveva parlato il profeta Isaìa quando disse: «Voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri!».
E lui, Giovanni, portava un vestito di peli di cammello e una cintura di pelle attorno ai fianchi; il suo cibo erano cavallette e miele selvatico. Allora Gerusalemme, tutta la Giudea e tutta la zona lungo il Giordano accorrevano a lui e si facevano battezzare da lui nel fiume Giordano, confessando i loro peccati.
Vedendo molti farisei e sadducei venire al suo battesimo, disse loro:
«Razza di vipere! Chi vi ha fatto credere di poter sfuggire all’ira imminente? Fate dunque un frutto degno della conversione, e non crediate di poter dire dentro di voi: “Abbiamo Abramo per padre!”. Perché io vi dico che da queste pietre Dio può suscitare figli ad Abramo. Già la scure è posta alla radice degli alberi; perciò ogni albero che non dà buon frutto viene tagliato e gettato nel fuoco. Io vi battezzo nell’acqua per la conversione; ma colui che viene dopo di me è più forte di me e io non sono degno di portargli i sandali; egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco. Tiene in mano la pala e pulirà la sua aia e raccoglierà il suo frumento nel granaio, ma brucerà la paglia con un fuoco inestinguibile».

Parola del Signore.
 
Venne Giovanni Battista - Giovanni, per svolgere il suo ministero profetico, si insedia nel deserto della Giudea, la regione a ovest del Mar Morto che si estende fino alla valle del Giordano.
“Il deserto della Giudea è la regione montagnosa che si estende tra la catena centrale della Palestina e l’avvallamento del Giordano e del Mar Morto. Questa regione è priva d’acqua ed ha una vegetazione effimera, poiché soltanto dopo la stagione delle piogge la superficie degradante del deserto di Giuda si copre di un tenero verde che dura breve tempo” (Benedetto Prete, I Quattro Vangeli).
La sua predicazione ha inizio con lo stesso annuncio con il quale Gesù inaugurerà la sua missione subito dopo l’arresto del Precursore: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino» (Cf. Mt 3,2; 4,12.17).
L’evangelista Matteo, che già aveva associati il Battista e il Cristo nel compito di adempiere «ogni giustizia» (Mt 3,15), ora sottolinea la continuità fra la missione di Giovanni e di Gesù.
Il Battista chiama le folle a convertirsi e a fare un frutto degno della conversione: ora, oggi, «nella pienezza del tempo» (Gal 4,4; Cf. Ef 1,10), è giunto il tempo della conversione, tempo che non lascia spazio a tentennamenti o indecisioni perché il regno dei cieli è vicino. Questa espressione nel Vangelo di Matteo frequentemente sostituisce la locuzione regno di Dio. Con essa non si intende solo l’evento escatologico e cosmico atteso dai giusti nel giorno del giudizio, ma il potere regale del Signore Dio sul suo popolo.
Il passo profetico tratto da Isaia (40,3) e riferito alla missione di Giovanni, viene riportato secondo la versione greca dei LXX: in «una immagine suggestiva il profeta ode la voce dell’araldo che annuncia il passaggio nel deserto del popolo eletto rinnovato che, come già al tempo dell’esodo, ha per condottiero Dio stesso» (Angelo Lancillotti).
Molti, nel contemplare la carismatica persona del Battista, credono che si sia finalmente compiuta la profezia di Malachia (Ml 3,23; Cf. Mt 17,10-13; Lc 9,30). Israele infatti, appellandosi proprio a questa profezia, attendeva il ritorno del profeta Elia il quale doveva precedere e preparare la manifestazione finale del regno di Dio. Da qui l’equivoco sulla persona di Giovanni scambiato per Elia.
La folla che si accalca attorno al figlio di Zaccaria è enorme. Il popolo, attratto dall’ascetica persona del Battista, con grande fervore, confessando i peccati, accetta di farsi battezzare immergendosi nel Giordano. In armonia con la predicazione profetica, l’immersione nelle acque sta a simboleggiare una purificazione spirituale, interiore: «Lavatevi, purificatevi, allontanate dai miei occhi il male delle vostre azioni. Cessate di fare il male, imparate a fare il bene» (Is 1,16).
La confessione dei peccati è invece il riconoscimento sincero della propria colpevolezza, il primo passo indispensabile per il rinnovamento interiore.
I farisei e i sadducei onnipresenti, più per spiare che per convertirsi, vengono duramente apostrofati da Giovanni. L’appellativo, razza di vipere, sta a sottolineare la loro perfidia e diabolica astuzia (Cf. Gen 3,1).
L’«ira di Dio», che è la risposta del Signore al peccato dell’uomo, è imminente perché Colui che battezzerà in «Spirito Santo e fuoco» è già venuto. Se non faranno «un frutto degno della conversione» non servirà a nulla l’appartenere al popolo eletto. I farisei e i sadducei non potranno sfuggire alla condanna che incombe già sul loro capo: «non quelli che ascoltano la legge sono giusti davanti a Dio, ma quelli che mettono in pratica la Legge saranno giustificati» (Rom 2,13).
Il giudizio divino comporterà la separazione dei buoni dai cattivi. Secondo Matteo (25,31-46), gli uomini saranno giudicati per le opere di misericordia e non per le loro azioni eccezionali (Cf. Mt 7,22s): i giusti riceveranno «in eredità il regno» di Dio, i reprobi andranno «nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli» (Mt 25,1ss).
La scure è posta alla radice degli alberi: non si può più procrastinare e soprattutto non si può «barare con Dio: egli esige che tutta la persona umana si apra sinceramente al suo amore e alla sua grazia salvifica, senza doppiezza e ipocrisia» (A. Poppi).
 
Giuseppe Mantegazza (Conversione in Schede Bibliche Pastorali) - La conversione nella predicazione di Gesù: Giovanni Battista, proclamandosi l’araldo che grida di preparare nel deserto la strada al Messia, precisa l’appello alla conversione degli ultimi profeti e la missione di ricondurre molti figli di Israele al Signore loro Dio e preparargli un popolo ben accetto (Lc. 1,16-17; Cf. Mal. 3,24). L’invito, lanciato a tutti, pubblici peccatori, soldati, pii giudei (Lc. 3,12-14; Mt. 3,7; Cf. Lc. 5,32), importa il battesimo della conversione (Mt. 3,11; Mc. 1,4-5; Lc. 3,3; Atti 13,24; 19,4), la cui manifestazione sia la pratica della giustizia secondo la volontà di Dio (Lc. 3,10-14) e l’accoglienza del regno di Dio, aperto a tutti i figli di Abramo (Lc. 3; Cf. Mt. 3).
 
Mt. 3,2: Convertitevi, perché il Regno dei cieli è vicino!
Lc. 3,8: Fate dunque frutti degni della conversione, e non cominciate a dire in voi stessi: «Noi abbiamo Abramo per padre! Perché io vi dico che Dio è capace di far sorgere figli ad Abramo da queste pietre».
 
[...] Diversamente da Giovanni Battista, la cui predicazione era improntata a grande severità, Gesù unisce continuamente all’idea della conversione il suo messaggio di gioia. Il povero bracciante e il ricco commerciante della parabola, nella gioia suscitata dalla scoperta, vendono tutto: è nella gioia per il regno che si effettua il distacco da tutto per aderire a Cristo. È la gioia del padre per la pecora ritrovata, ma è anche la gioia del figlio prodigo morto e tornato in vita. La conversione è risurrezione, gioia pasquale (Lc. 15,7.10.32). Questa parabola è esemplare per descrivere il mistero della conversione, risposta dell’uomo alla grazia di Dio che previene e prende l’iniziativa della ricerca e riserva ai peccatori un’accoglienza che sbalordisce i farisei (Mt. 9,10-13 ss.; Lc. 15,2). Ma questa accoglienza provoca conversioni, come avviene per la peccatrice (Lc. 7,36-50) e Zaccheo (19,1-10). La conversione è innanzitutto la misericordia di Dio, di cui han parlato i profeti, fattasi persona in Gesù. A questa misericordia attiva preveniente di Cristo, l’uomo chiamato alla conversione deve rispondere con uno sforzo continuo e radicale per cercare il regno di Dio, regolando la vita secondo la nuova legge (Mt. 6,33), mettendo a frutto i talenti ricevuti (Mt. 25,14-30 ss.), preferendo Dio anche agli affetti più cari (Lc. 14,26ss.). Tutto questo esige di prendere decisamente coscienza della propria situazione di fondo, esige un rovesciamento totale, una conversione continua intorno a situazioni interiori più che a trasgressioni concrete e particolari. Gesù esige dai suoi completa disponibilità di servizio sul suo esempio (Mt. 20,28; Cf. Lc. 22,25-27). L’apertura all’azione di Dio esige concretamente l’apertura al prossimo, nel quale si incontra Cristo, che ci giudicherà proprio su questo (Mt. 25,31-46).
Se l’appello di Gesù alla conversione è posto sotto il segno degli ultimi tempi, non trascura di richiamare al valore essenziale del tempo presente, perché con la sua persona, gli ultimi tempi sono già in atto e aspettano solo di essere completati nella pienezza della grazia: per convertirsi non si deve quindi attendere il futuro apocalittico (Lc. 12,54ss.; 17,20; Mc. 13,8 ss.; Cf. 2Cor. 6,1-3). E neppure Gesù tollera l’evasione dal proprio mondo e dalla propria storia: nella parabola degli invitati scortesi, questi non vengono allontanati, perché si preoccupano troppo dei loro interessi terreni, ma perché ne fanno un pretesto per rifiutare l’invito (Lc. 14,15-24ss.). Nel processo della conversione l’uomo è spinto a superare dialetticamente la tensione delle forze opposte che lo allontanano e lo avvicinano a Cristo, e non può adagiarsi nella convinzione di aver risolto una volta per tutte (Cf. però Ebr. 6,4-6) il suo ritorno a lui, perché continuamente e costantemente ci si stacca dal peccato, si rinnova l’adesione e si riprende il cammino con Cristo, nella prospettiva degli ultimi tempi e nella certezza di non essere soli in questo cammino, ma di far parte di una comunità.
 
Frutti degni di conversione - Frutti del pentimento - Cirillo di Alessandria (Frammento 20): Qualcuno potrebbe dire che frutto di conversione è essenzialmente la fede in Cristo, e oltre a questa anche la condotta di vita evangelica, quella che è nella novità della vita (Rm 6, 4) e che si è liberata dalla pesantezza delia lettera. Certo - dice - non adducete i soliti pretesti (Ez 36, 26) e aggiungeva che Dio può far nascere figli di Abramo da queste pietre.
 
Il Santo del giorno - 7 Dicembre 2025 - Sant’Ambrogio. L’accoglienza è il segno di una fede che non teme i potenti e cambia la storia - Milano oggi festeggia il suo patrono, sant’Ambrogio, ma non può dimenticare di vivere ogni giorno la sua eredità umana e spirituale se vuole continuare a essere punto di riferimento per l’Europa e casa di futuro per l’Italia. Cristo, scriveva nel «De Paenitentia» l’antico vescovo di Milano, «ristora, non esclude, non respinge». E fu proprio questo cristocentrismo ad animare il suo operato, diventando oggi un invito a costruire una comunità di fratelli capace di farsi vicina a chi è in difficoltà o vive ai margini. A Milano nel 374, quando si trattò di trovare un pastore, si scelse una personalità capace di creare comunione, proprio a partire da questo «sguardo di accoglienza». All’epoca Ambrogio era prefetto della città ed era un catecumeno, ma si dimostrò capace di mediare tra le diverse fazioni. Padre amorevole per gli ultimi, Ambrogio scrisse pagine preziose di esegesi, morale e spiritualità, diventando uno dei grandi padri dell’Occidente.
A Milano era giunto da Treviri, dove era nato nel 339-340. Nel 370 divenne governatore della provincia Aemilia et Liguria. Difese l’ortodossia davanti all’eresia ariana che allora godeva anche di un forte appoggio politico. Non mancò, infine, di affermare con convinzione il valore del primato petrino: sua la frase «Ubi Petrus, ibi Ecclesia». Morì all’alba del Sabato Santo, il 4 aprile dell’anno 397 (Matteo Liut)
 
Saziati del cibo spirituale, o Signore,
a te innalziamo la nostra supplica:
per la partecipazione a questo sacramento,
insegnaci a valutare con sapienza i beni della terra
e a tenere fisso lo sguardo su quelli del cielo.
Per Cristo nostro Signore.
 
 
 
 
 
 
 
 
 6 Dicembre 2025
 
San Nicola, Vescovo
 
Is 30,19-21.23-26; Salmo Responsoriale Dal Salmo 146; Mt 9,35-10,1-6.8
 
Colletta
Imploriamo umilmente la tua misericordia, o Signore:
per intercessione del santo vescovo Nicola
salvaci da tutti i pericoli,
perché procediamo sicuri sulla via della salvezza.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
La salvezza è offerta a tutti gli uomini - Redemptoris missio 10: L’universalità della salvezza non significa che essa è accordata solo a coloro che, in modo esplicito, credono in Cristo e sono entrati nella chiesa. Se è destinata a tutti, la salvezza deve essere messa in concreto a disposizione di tutti. Ma è evidente che, oggi come in passato, molti uomini non hanno la possibilità di conoscere o di accettare la rivelazione del Vangelo, di entrare nella chiesa. Essi vivono in condizioni socio-culturali che non lo permettono, e spesso sono stati educati in altre tradizioni religiose. Per essi la salvezza di Cristo è accessibile in virtù di una grazia che, pur avendo una misteriosa relazione con la chiesa, non li introduce formalmente in essa, ma li illumina in modo adeguato alla loro situazione interiore e ambientale. Questa grazia proviene da Cristo, è frutto del suo sacrificio ed è comunicata dallo Spirito santo: essa permette a ciascuno di giungere alla salvezza con la sua libera collaborazione. Per questo il Concilio, dopo aver affermato la centralità del mistero pasquale, afferma: «E ciò non vale solo per i cristiani, ma anche per tutti gli uomini di buona volontà, nel cui cuore opera invisibilmente la grazia. Cristo, infatti, è morto per tutti, e la vocazione ultima dell’uomo è effettivamente una sola, quella divina, perciò, dobbiamo ritenere che lo Spirito santo dia a tutti la possibilità di venire in contatto, nel modo che Dio conosce, col mistero pasquale».
 
Prima Lettura: Dopo la pioggia, il sereno - Epifanio Gallego: Entra nuovamente in gioco, in questa pericope di restaurazione e di benedizione messianiche, il problema dell’autenticità che, ci si permetta di dirlo, non tocca minimamente la sua ispirazione né la sua canonicità. Il dubbio non si riferisce al contenuto, come se esso fosse estraneo al pensiero del grande profeta del secolo VIII; né tocca la sua ubicazione in mezzo agli oracoli di condanna, che sono propri della psicologia profetica e molto conformi al sistema redazionale del secolo IV.
Si tratta piuttosto del suo stile e del suo livello dottrinale che corrispondono assai meglio allo stile e al livello dottrinale della letteratura del tempo dell’esilio e, per esempio, del secondo Isaia.
Siccome però l’elemento sostanziale è il contenuto della rivelazione che ci è stato trasmesso, non ha grande importanza che ci sia stato trasmesso cento anni prima o cento anni dopo. La parte più notevole di tutta la pericope è il versetto 19, scritto in verso; e pare che tutto il resto non sia altro che un suo commento in prosa.
Questa lettura racchiude l’annunzio profetico d’una epoca di perdono e di felicità, sempre sperata nei momenti di crisi e di disgrazie nazionali. È come il pensiero che è espresso nel proverbio: «Dopo la pioggia, il sereno»; e può riflettere tanto la situazione storica degli esiliati come quella degli abitanti di Gerusalemme al tempo di Isaia, quando le truppe di Sennacherib assediarono la città fino quasi a soffocarla (a. 690). «Dov’è Yahveh?» andavano chiedendosi gl’israeliti oppressi. «Vi sta attendendo», risponde il profeta, per perdonare e salvare tutti quelli che confidano in lui. Ecco, ancora una volta, la fede come disgiuntiva.
E ora, con un linguaggio più semplice, naturale e apocalittico allo stesso tempo, egli descriverà questo intervento di Yahveh in favore del suo popolo. Yahveh attenderà che giunga la sua ora; e allora mostrerà la sua misericordia che è ora nascosta finché il suo popolo mangia il pane dell’angustia e beve l’acqua dell’angoscia. Persino i maestri della legge e i profeti di corte, ora vergognosi e senza risposta, mostreranno con sicurezza la via retta quando li avrà assaliti il dubbio sulla loro condotta.
Con questa garanzia davanti agli occhi, essi disprezzeranno come immondezza gli idoli della loro vita e, in compenso, avranno le ricchezze di Yahveh, unite dal profeta ai beni naturali come l’abbondanza delle piogge e dei raccolti. Che altro potevano immaginare quegli uomini dei monti brulli di Giuda che, anche ai nostri giorni, continuano ad arare con un bue e un asino, segno evidente di povertà e di sottosviluppo?
Ebbene, il profeta, con un linguaggio iperbolico, offrirà loro qualcosa di più: sulle balze dei loro monti, scaturiranno ruscelli e torrenti d’acqua; e persino gli animali da lavoro, generalmente alimentati con le misere erbe della steppa e con gli avanzi del raccolto, mangeranno le migliori e più scelte biade, riservate agli animali del sacrificio. Inoltre, la stessa natura sarà trasformata. La luna brillerà come il sole e il sole brillerà sette volte più del solito. Una cosa quindi, del tutto inimmaginabile, che Yahveh riservava per tutti quelli che confidavano in lui, una volta che avessero superato la prova.
È quasi impossibile trovare un linguaggio più semplice e più vicino al popolo, un linguaggio col quale insegnargli, per mezzo di immagini e figure, la realtà dei beni futuri nel nuovo regno teocratico del Messia. Come sempre, bastava credere e mettersi con piena fiducia nelle mani di Yahveh.
 
Vangelo
Vedendo le folle, ne sentì compassione.
 
Gesù è il buon pastore (Gv 10,1-8) che ha compassione delle pecore, perché stanche e sfinite. La compassione di Gesù è l’affetto, l’amore, la tenerezza avvertiti da un padre e da una madre per i figli: Come una madre consola un figlio, così io vi consolerò; a Gerusalemme sarete consolati (Is 66,13). Nell’Antico Testamento la compassione indica l’essere stesso di Dio (cfr. Es 33,19). A motivo di questa compassione, Gesù invia i dodici discepoli alle pecore perdute della casa d’Israele: questo particolarismo prelude la missione della Chiesa che sarà universale, rivolta a tutti gli uomini (Mc 16,15). Gesù è il missionario inviato dal Padre, Egli rivela la verità di Dio (Gv 12,49), porta la salvezza (Gv 3,17) e la vita (Gv 5,24): Gesù fa continuare la sua missione attraverso i Dodici (Gv 17,18; Mt 28,18ss): avranno il potere di guarire gli infermi, risuscitare i morti, purificare i lebbrosi, scacciare i demòni. Una sola legge guiderà i passi della Chiesa sui sentieri del mondo: Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date.
 
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 9,35-10,1-6.8
 
In quel tempo, Gesù percorreva tutte le città e i villaggi, insegnando nelle loro sinagoghe, annunciando il vangelo del Regno e guarendo ogni malattia e ogni infermità.
Vedendo le folle, ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite come pecore che non hanno pastore. Allora disse ai suoi discepoli: «La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai! Pregate dunque il signore della messe, perché mandi operai nella sua messe!».
Chiamati a sé i suoi dodici discepoli, diede loro potere sugli spiriti impuri per scacciarli e guarire ogni malattia e ogni infermità.
E li inviò ordinando loro: «Rivolgetevi alle pecore perdute della casa d’Israele. Strada facendo, predicate, dicendo che il regno dei cieli è vicino. Guarite gli infermi, risuscitate i morti, purificate i lebbrosi, scacciate i demòni. Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date».
 
Parola del Signore.
 
La messe è abbondante - Gesù ha già proclamato nel discorso della Montagna il programma e le esigenze del Regno dei cieli (Cf. Mt 5-7), ora affida ai Dodici il compito di annunciare alle «pecore perdute della casa d’Israele» il Vangelo della salvezza. A questo scopo, Gesù impartisce ai dodici discepoli istruzioni pratiche e conferisce loro poteri «sugli spiriti impuri per scacciarli e guarire ogni malattia e infermità». La vocazione e la missione dei Dodici scaturiscono da due constatazioni: dalla stanchezza e dalla sfinitezza delle folle e dalla abbondanza della messe.
Gesù è il «Pastore grande delle pecore» (Eb 13,20) inviato a Israele. La sua compassione è motivata dallo stato pietoso in cui versano le folle: «erano stanche e sfinite come pecore che non hanno pastore» (Cf. Ez 34,2-6; Ger 23,4). Più che sfinitezza (uno stato di estrema stanchezza), il testo greco parla di vessazione (eskulmenoi, vessate; così anche la neovolgata latina: erant vexati): un popolo vessato perché obbligato dalle autorità politico-religose ad osservare leggi troppo fiscali e spesso inutili (Cf. Mt 23,4) e perché sottoposto a continui maltrattamenti dalla potenza militare che aveva invaso la Palestina; praticamente, un popolo tormentato in senso morale e materiale.
La mietitura, un’immagine molto amata dai Profeti e anche da Giovanni il Battista, sta ad indicare il giudizio finale (Cf. Ger 51,33; Mt 3,12; 13,30.39; Mc 4,29; Gv 4,35). Nel brano evangelico sta a designare il ministero apostolico dei Dodici che con quello di Gesù inaugura i tempi ultimi, i tempi della fine. E poiché «la messe è abbondante» e «il tempo ormai si è fatto breve» (1Cor 7,29), è urgente pregare il «signore della messe perché mandi operai nella sua messe»: ora, «nella pienezza del tempo» (Gal 4,4), «è giunta l’ora di mietere, perché la messe della terra è matura» (Ap 14,15).
Anche se può sembrare ovvio, va messo in evidenza che Gesù non comanda ai discepoli di essere operai di Dio, ma di pregare. Un particolare che spesso è ignorato da tanti cristiani afflitti da un nervoso attivismo.
Gesù è molto sollecito nell’invitare i suoi discepoli alla preghiera, ma solo in quattro casi questo invito indica uno scopo preciso: 1, la preghiera per i nemici (Cf. Mt 5,44); 2, la preghiera per non entrare in tentazione (Cf. Mt 26,41); 3, la preghiera perché non venga meno la fede di Pietro (Cf. Lc 22,32); 4, la preghiera al padrone della messe perché mandi operai alla sua messe (Cf. anche Lc 10,2). Da qui si evince quanto sia importante la raccomandazione fatta da Gesù ai Dodici.
L’urgenza e la necessità di commuovere con la preghiera «il signore della messe» vuole sollecitare la realizzazione di un’antica profezia: dice il Signore vi «darò pastori secondo il mio cuore, i quali vi guideranno con scienza e intelligenza» (Ger 3,15). Il potere che Gesù dona ai Dodici è lo stesso potere che lui esercita a beneficio di tanti sventurati afflitti da svariate malattie e vessati dagli spiriti impuri (Cf. Mt 9,27-34). Il giudaismo chiamava gli spiriti impuri perché «estranei e anzi ostili alla purità religiosa e morale che esige il servizio di Dio» (Bibbia di Gerusalemme).
L’ordine di non andare tra i pagani pur limitando il campo d’azione dei dodici discepoli, non esclude di fatto l’universalità del ministero degli Apostoli. Risponde piuttosto ad un principio della salvezza: Israele, nel piano di Dio, doveva essere evangelizzato per primo, da qui la sua particolare responsabilità nell’accettare o rifiutare la Buona Novella (Cf. Gv 4,22; Atti 13,46). Il cuore della evangelizzazione è la proclamazione della sovranità di Dio sul mondo attraverso la presenza e l’opera di Gesù.
Un’altra nota di grande rilievo è la raccomandazione di un assoluto disinteresse. Se i discepoli hanno ricevuto gratuitamente mandato e poteri, questi devono essere esercitati gratuitamente. La predicazione non va retribuita, anche se la comunità è tenuta a contribuire al sostentamento dei predicatori (Cf. 1Cor 9,4-6). Anche qui, come per la preghiera, si impone un’urgente presa di coscienza.
 
La tenerezza: spinta per la missione - Rosalba Manes (Vangelo secondo Matteo): Il racconto di questa serie di miracoli (vedi Mt 9,1-34) si conclude al v. 35 ricapitolando il ministero di Gesù con i quattro verbi di Mt 4,23: percorreva, insegnava, annunciava, guariva. Il cammino di Gesù è finalizzato quindi a coinvolgere nell’avvento del regno tutto l’uomo: la sua intelligenza attraverso l’insegnamento, il suo spirito attraverso la predicazione del vangelo, e il suo corpo attraverso la sua attività terapeutica.
L’esperienza del dolore fisico e delle sofferenze interiori delle folle provoca in lui il sentimento tipico di chi si lascia completamente coinvolgere nella situazione dell’altro e manifesta la sua più piena solidarietà e vicinanza, traducendola in amore mediante la compassione, quel sentimento che tocca la persona nel suo intimo. Egli vede le folle con gli occhi, ma le “sente” nelle viscere. Il verbo esplanchnisthe, che esprime la commozione, rimanda all’immagine dell’utero materno (ta splànchna). L’espressione «le mie viscere» era usata nel mondo greco-romano per indicare i propri figli. L’apostolo Paolo, per esempio, lo dice a proposito dello schiavo Onesimo da lui generato spiritualmente alla vita in Cristo (Fm 12). Gesù si fa vicino all’uomo mostrando il suo cuore di madre, col desiderio di sottrarre gli uomini allo smarrimento che vivono le pecore quando manca il pastore (cf Zc 10,2). Egli, il bel pastore, superlativamente pastore (cf Gv 10,11.14), si mostra desideroso di trovare amici disposti a “coltivare” la messe abbondante di tante vite bisognose di cura, attenzione, dedizione. Di qui l’invito a pregare il Padre perché mandi operai nella messe. Preghiera che viene esaudita proprio all’inizio del capitolo successivo quando Gesù chiama i Dodici e conferisce loro il suo stesso potere (Mt 10,1), manifestando loro piena fiducia e l’amore grande proprio di chi dà all’altro tutto ciò che gli appartiene.
 
Rivolgetevi alle pecore perdute della casa d’Israele: Lumen gentium 19: Il Signore Gesù, dopo aver pregato il Padre, chiamò a sé quelli che egli volle, e ne costituì dodici perché stessero con lui e per mandarli a predicare il regno di Dio (cfr. Mc 3,13-19Mt 10,1-42); ne fece i suoi apostoli (cfr. Lc 6,13) dando loro la forma di collegio, cioè di un gruppo stabile, del quale mise a capo Pietro, scelto di mezzo a loro (cfr. Gv 21,15-17). Li mandò prima ai figli d’Israele e poi a tutte le genti (cfr. Rm 1,16) affinché, partecipi del suo potere, rendessero tutti i popoli suoi discepoli, li santificassero e governassero (cfr. Mt 28,16-20Mc 16,15Lc 24,45-48), diffondendo così la Chiesa e, sotto la guida del Signore, ne fossero i ministri e i pastori, tutti i giorni sino alla fine del mondo (cfr. Mt 28,20). In questa missione furono pienamente confermati il giorno di Pentecoste (cfr. At 2,1-36) secondo la promessa del Signore: «Riceverete una forza, quella dello Spirito Santo che discenderà su di voi, e mi sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria, e sino alle estremità della terra» (At 1,8). Gli apostoli, quindi, predicando dovunque il Vangelo (cfr. Mc 16,20), accolto dagli uditori grazie all’azione dello Spirito Santo, radunano la Chiesa universale che il Signore ha fondato su di essi e edificato sul beato Pietro, loro capo, con Gesù Cristo stesso come pietra maestra angolare (cfr. Ap 21,14Mt 16,18; Ef 2,20).

La sproporzione della messe - Girolamo  (In Matth. I, 9, 37): “«La messe è veramente molta, ma gli operai sono pochi. Pregate dunque il padrone della messe perché mandi operai nella sua messe»” (Mt 9,38). La messe abbondante indica la moltitudine dei popoli; i pochi operai rappresentano la penuria di maestri. Egli ordina di pregare il Signore della messe perché mandi operai nella sua messe. Si tratta degli stessi operai di cui parla il Salmista: “Coloro che seminano nelle lacrime, mietono nella gioia. Nell’andare, andavan piangendo, recando i loro semi. Nel tornare verranno pieni di esultanza, portando i loro covoni” (Sal 126,6). Per parlare più chiaramente, la messe abbondante rappresenta tutto il popolo dei credenti. Ma pochi sono gli operai, cioè gli apostoli e i seguaci di coloro che vengono mandati nella messe.
 
Il Santo del Giorno - 6 Dicembre 2025 - San Nicola, Vescovo - Prendersi cura degli altri, ecco il regalo più grande: Il dono più grande che si possa fare a coloro che abbiamo vicino è prendersi cura di loro e condividere con loro gioie e attese. Nella devozione per san Nicola, che ben si inserisce in questo tempo di attesa, c’è questo messaggio: la ricerca di Dio si traduce in una ricerca dell’umanità nel suo quotidiano vivere. Nato tra il 250 e il 260 a Patara, divenne vescovo di Mira in un tempo di persecuzione e dovette affrontare anche la prigionia: si salvò grazie alla libertà di culto concessa da Costantino nel 313. Difensore dell’ortodossia, forse partecipò al Concilio di Nicea nel 325. Sempre attento ai bisognosi, secondo la tradizione grazie alla dote da lui donata due giovani ragazze poterono sposarsi. Morto attorno all’anno 335, nel 1087 le sue reliquie arrivarono a Bari, dove è venerato come patrono e considerato un protettore anche del dialogo tra Occidente e Oriente. (Matteo Liut)
 
Saziati dai santi misteri, ti preghiamo umilmente, o Signore:
fa’ che sull’esempio di san Nicola
professiamo la verità in cui egli ha creduto,
e testimoniamo nelle opere l’insegnamento che ci ha trasmesso.
Per Cristo nostro Signore.