5 Dicembre 2025
 
Venerdì I Settima di Avvento
 
Is 29,17-24; Salmo Responsoriale Dal Salmo 26 [27]; Mt 9,27-31
 
Colletta
Risveglia la tua potenza e vieni, Signore Gesù:
dai pericoli che ci minacciano a causa dei nostri peccati
la tua protezione ci liberi,
il tuo soccorso ci salvi.
Tu sei Dio, e vivi e regni con Dio Padre.
 
Allora toccò loro gli occhi e disse: «Avvenga per voi secondo la vostra fede». E si aprirono loro gli occhi - Papa Francesco (Angelus ): Questo episodio [la guarigione dell’uomo cieco dalla nascita. Cfr. Gv 9,1-41] ci induce a riflettere sulla nostra fede, la nostra fede in Cristo, il Figlio di Dio, e al tempo stesso si riferisce anche al Battesimo, che è il primo Sacramento della fede: il Sacramento che ci fa “venire alla luce”, mediante la rinascita dall’acqua e dallo Spirito Santo; così come avvenne al cieco nato, al quale si aprirono gli occhi dopo essersi lavato nell’acqua della piscina di Siloe. Il cieco nato e guarito ci rappresenta quando non ci accorgiamo che Gesù è la luce, è «la luce del mondo», quando guardiamo altrove, quando preferiamo affidarci a piccole luci, quando brancoliamo nel buio. Il fatto che quel cieco non abbia un nome ci aiuta a rispecchiarci con il nostro volto e il nostro nome nella sua storia. Anche noi siamo stati “illuminati” da Cristo nel Battesimo, e quindi siamo chiamati a comportarci come figli della luce. E comportarsi come figli della luce esige un cambiamento radicale di mentalità, una capacità di giudicare uomini e cose secondo un’altra scala di valori, che viene da Dio. Il sacramento del Battesimo, infatti, esige la scelta di vivere come figli della luce e camminare nella luce. Se adesso vi chiedessi: “Credete che Gesù è il Figlio di Dio? Credete che può cambiarvi il cuore? Credete che può far vedere la realtà come la vede Lui, non come la vediamo noi? Credete che Lui è luce, ci dà la vera luce?” Cosa rispondereste? Ognuno risponda nel suo cuore.
Che cosa significa avere la vera luce, camminare nella luce? Significa innanzitutto abbandonare le luci false: la luce fredda e fatua del pregiudizio contro gli altri, perché il pregiudizio distorce la realtà e ci carica di avversione contro coloro che giudichiamo senza misericordia e condanniamo senza appello. Questo è pane tutti i giorni! Quando si chiacchiera degli altri, non si cammina nella luce, si cammina nelle ombre.  Un’altra luce falsa, perché seducente e ambigua, è quella dell’interesse personale: se valutiamo uomini e cose in base al criterio del nostro utile, del nostro piacere, del nostro prestigio, non facciamo la verità nelle relazioni e nelle situazioni. Se andiamo su questa strada del cercare solo l’interesse personale, camminiamo nelle ombre.
 
I Lettura: Il passo di Isaia 29,17-24 descrive una trasformazione radicale: il Libano diventerà un luogo fertile, e in quel giorno “i sordi udranno le parole del libro”,  gli occhi dei ciechi, liberati dall’oscurità e dalle tenebre, vedranno, gli “umili si rallegreranno di nuovo nel Signore, i più poveri gioiranno nel Santo d’Israele”.
“Sarebbe esagerato voler vedere in queste immagini un semplice senso spirituale del quale certamente non mancano. Quando verrà il Messia, quando sarà instaurato il suo regno e tutto sarà stato trasformato e la società arà stata redenta, allora non potrà esistere il male in nwssun senso. Tanto il male cosmico come il male umano scompariranno. perché non vi saranno più né tiranni né schernitori né giudici né testimoni prezzolati. Tutti ascolteranno e tutti vedranno. Perché tutti vivranno sottomessi alla parola di Yahveh e alla sua volontà salvifica, unitiva e trasformante. Scomparirà completamente la morte per la mancanza degli elementi che la producono. I redenti conoscendo l’opera di Dio, proclameranno l’inviolabilità di Yahveh con la fedeltà della loro vita pienamente ossequiente al volere divino. Con la loro stessa vita santificheranno il nome di Yahveh che, essendo visto nel loro giusto comportamento, favorirà la conoscenza della sapienza di tutti coloro che, per ignoranza stavano ciechi e sordi ai disegni di Dio. I giusti saranno come specchi che riflettono la divinità, felici in se stessi e testimoni diretti di mediazione salvifica universale” (Epifanio Gallego).
 
Vangelo
Gesù guarisce due ciechi che credono in lui.
 
Claude Tassin (Vangelo di Matteo): Gesù lascia la casa del notabile e due ciechi si mettono sui suoi passi (v, 27), implorando la sua pietà, la misericordia di cui ha fatto lobiettivo della sua missione (cfr.v. 13).
Essi lo invocano come il «figlio di Davide» un’invocazione naturale per i tribolati della Palestina spesso pronti a vedere il messia in chiunque. Gesù lascia dire. Ma, fin dalla storia della sua infanzia, il lettore sa bene in qual profondo senso Gesù è «figlio di Davide».
La seconda parte (vv. 28-30) si svolge in privato, «nella casa», e ruota attorno al motivo della fede intesa come la fiducia in un potenza che può soccorrere: «Avvenga a voi secondo la vostra fede», dice Gesù, come in precedenza al centurione (8,13) e più tardi alla donna cananea (15,28).
Egli stabilisce così uno stretto rapporto fra la preghiera fiduciosa e il beneficio concesso. Allora, prosegue il testo, «i loro occhi si aprirono». Si pensa così alla promessa di Isaia 35,5: «Allora si schiuderanno gli occhi dei ciechi». Infine Gesù ordina di conservare il segreto, sulla base dell’episodio del lebbroso secondo Marco 1,43-45. Ma questo particolare, qui, non serve che a sottolineare l’impossibilità del segreto (v. 31): come per la risurrezione della fanciulla, tutto il paese ne è a conoscenza: si è compreso che è invocando Gesù come il Messia che i ciechi hanno riacquistato la vista? Per il momento, Matteo lascia la domanda in serbo.
In pratica, il racconto non è che una copia della prossima scena di Gerico (Mt 20,29-34) completata da prestiti
differenti. Fin d’ora, Matteo narra una guarigione di ciechi per evidenziare la novità dell’opera del Cristo.
 
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 9,27-31
 
In quel tempo, mentre Gesù si allontanava, due ciechi lo seguirono gridando: «Figlio di Davide, abbi pietà di noi!».
Entrato in casa, i ciechi gli si avvicinarono e Gesù disse loro: «Credete che io possa fare questo?». Gli risposero: «Sì, o Signore!».
Allora toccò loro gli occhi e disse: «Avvenga per voi secondo la vostra fede». E si aprirono loro gli occhi.
Quindi Gesù li ammonì dicendo: «Badate che nessuno lo sappia!». Ma essi, appena usciti, ne diffusero la notizia in tutta quella regione.
 
Parola del Signore.
 
Benedetto Prete (I Quattro Vangeli): 27 Due ciechi; il racconto presenta delle affinità con quello del cieco di Gerico (cf. Mt., 20,29-34); i due infelici stanno insieme per tenersi compagnia e per aiutarsi vicendevolmente. I ciechi del vangelo gridano sempre quando si rivolgono a Gesù; ciò deriva dal fatto che essi, data la loro condizione, non si rendono conto della distanza e che il grido rende più accorata la richiesta. Figlio di Davide: designazione messianica, molto usata dagli Ebrei.
28 Arrivato a casa; non è indicata la persona alla quale apparteneva la casa; è superfluo avanzare congetture e pensare che la casa fosse di Pietro o di Matteo; Gesù poté anche avere una casa a sua disposizione.
Sì, o Signore: titolo di rispetto. Gesù insiste sulla fede, condizione necessaria per ottenere un intervento miracoloso.
29 Toccò loro gli occhi; espressione vaga: essa può anche far supporre che Gesù sollevasse le palpebre dei due ciechi, quasi ad indicare che egli scopriva le pupille alla luce.
30 Gesù proibisce ai ciechi guariti di divulgare la notizia del miracolo, poiché essi lo avevano indicato come Messia (Figlio di Davide, verso 27).
 
La cecità - F. Graber (Cieco in Dizionario dei Concetti Biblici del Nuovo Testamento):Nel tardo-giudaismo la cecità, dal momento che impediva gli uomini dallo studio della legge, era considerata come punizione di Dio per una qualche colpa umana (St.-B. II, 193): per es. in Pea 8,9, si dice che ogni giudice venale diverrà cieco nella sua vecchiaia. Al vedere un cieco si dice: «È glorificato il giudice della verità», volendo dire con ciò che la cecità è un giusto giudizio di Dio sui peccati di quell’uomo o anche sulla colpa dei suoi genitori che si ripercuote anche sui figli (Schlatter 222; Bultmann, 250ss). C’è addirittura chi crede di poter dedurre da determinate punizioni i peccati corrispettivi (St.B. l.c); questo modo di vedere le cose si aggancia a Dt 28,28. La comunità di Qumran (esseni) esclude dal proprio seno i ciechi, nonché altri affetti da deficienze fisiche (cf. lQSa II 6; 1QM VII 4s); dovrebbe esserci qui una connessione con Lv 21,18, per quanto la disposizione venga motivata col fatto che nella comunità si trovano angeli-santi.
Nel Nuovo Testamento la cecità viene variamente giudicata: 1) Gesù offre la sua comunanza anche ai ciechi e così dà loro di aver parte al regno di Dio; contrariamente alla prassi vigente a Qumran, egli esorta colui che gli dà ospitalità a invitare poveri e ciechi (Lc 14, 13.21). 2) Le molte guarigioni di ciechi operate da Gesù (Mt 9,27ss; 12,22; 15,30; 21,14; Mc 8,22ss; 10,46 par.; Lc 7,21) sono segni messianici. Quando Giovanni, che non sapeva che pensare di Gesù, si rivolge a lui con una richiesta di spiegazione, Gesù risponde: «I ciechi ricuperano la vista» (Mt 11,5) facendo così riferimento a Is 29,18 e 35,5. Gesù dimostra che il tempo della salvezza promesso dal profeta è divenuto, ora, presente nella sua comparsa e nella sua opera, che è ormai cominciata l’epoca del paradiso in cui non vi sarà più cecità di sorta.
Nella guarigione del cieco nato, in Gv 9,1ss, Gesù respinge la questione, ovvia per il giudaismo, di chi fosse la colpa di questa cecità congenita, e trasforma la domanda: «per qual causa quest’uomo è cieco?» nella seguente: «per qual fine egli è cieco?». In primo piano balza non già il peccato dell’uomo come eventuale causa della sofferenza, ma l’opera salvifica di Dio (v. 3): «è così, perché si manifestassero in lui le opere di Dio». Il che ci riporta di nuovo nel cuore del problema sul potere, la missione e il significato di Gesù: nel momento che Gesù, luce del mondo, dona al cieco la luce degli occhi, è un’opera di Dio che si compie in lui (v. 3) e nello stesso tempo, in tale opera, Dio rivela Gesù come luce del mondo. «Gesù rende visibile la realtà del perdono divino, facendo di distrutta, dipendente, una vita sana e libera» (Schlatter 224).
3) In At 13,11 si narra di un accecamento conseguente a una maledizione. Il passo intende illustrare la superiorità dei messaggeri cristiani sul mago pagano. L’insuccesso del mago illustra il potere di Dio sulla magia e sul’opera dei demoni.
4) Abbiamo il significato traslato in Mt 15,14, dove Gesù chiama i farisei «ciechi, guide di ciechi». In tal modo egli vuol alludere, così come in Rm 2,19, a quel che i giudei scribi pensavano di loro stessi rivendicavano per sé il titolo onorifico di hodègói typhlôn (guide di ciechi), perché si consideravano gli unici interpreti competenti della legge, e quindi anche gli unici a poter far da guida e da criterio legittimo ai «ciechi» pagani, ai quali essi comunicavano verità e conoscenza come «portatori di luce». La cecità del fariseo non provoca in Gesù alcun senso di compassione, bensì un giudizio di condanna, perché è indizio dello stato d’indurimento (cf. anche Mt 23,16s.19.26; 16,4) Il parallelo a Mt 15,14 in Lc 6, 39 va inteso certamente in maniera diversa. Lc 6, 39, se lo connettiamo col detto sul giudicare, dovrebbe ansi interpretato: «come puoi elevarti a giudice tu che sei cieco e non disponi di alcun criterio?».
 
Gesù dinanzi alla malattia - Jean Giblet e Pierre Grelot (Malattia-Guarigione in Dizionario di Teologia Biblica): 1. Durante il suo ministero, Gesù trova ammalati sulla sua strada. Senza interpretare la malattia in una prospettiva di retribuzione troppo stretta (cfr. Gv 9,2 s), egli vede in essa un male di cui soffrono gli uomini, una conseguenza del peccato, un segno del potere di Satana sugli uomini (Lc 13,16). Ne prova pietà (Mt 20, 34), e questa pietà guida la sua azione. Senza soffermarsi a distinguere ciò che è malattia naturale da ciò che è possessione diabolica, «egli scaccia gli spiriti e guarisce coloro che sono ammalati» (Mt 8,16 par.). Le due cose vanno di pari passo.
Manifestano entrambe la sua potenza (cfr. Lc 6,19) ed hanno infine lo stesso senso: significano il trionfo di Gesù su Satana e la instaurazione del regno di Dio in terra, conformemente alle Scritture (cfr. Mt 11,5 par.).
Non già che la malattia debba ormai sparire dal mondo, ma la forza divina che infine la vincerà è fin d’ora in azione quaggiù. Perciò, dinanzi a tutti gli ammalati che gli esprimono la loro fiducia (Mc 1,40; Mt 8,2-6 par.), Gesù non manifesta che una esigenza: credere, perché tutto è possibile alla fede (Mt 9,28; Mc 5,36 par.; 9,23). La loro fede in lui implica la fede nel regno di Dio, ed è questa fede a salvarli (Mt 9,22 par.; 15,28; Mc 10,52 par.).
2. I miracoli di guarigione sono quindi in qualche misura un’anticipazione dello stato di perfezione che l’umanità ritroverà infine nel regno di Dio, conformemente alle profezie. Ma hanno pure un significato simbolico relativo al tempo attuale. La malattia è un simbolo della stato in cui si trova l’uomo peccatore: spiritualmente, egli è cieco, sordo, paralitico ... Quindi la guarigione del malato è anche un simbolo: rappresenta la guarigione spirituale che Gesù viene ad operare negli uomini. Egli rimette i peccati del paralitico e, per dimostrare che ne ha il potere, lo guarisce (Mc 2,1-12 par.). Questa portata dei miracoli-segni è messa in rilievo soprattutto nel quarto vangelo: la guarigione del paralitico di Bezatha significa l’opera di vivificazione compiuta da Gesù (Gv 5, 1-9.19-26), e quella del cieco nato fa vedere in lui la luce del mondo (Gv 9). I gesti che Gesù compie sugli ammalati preludono cosi ai sacramenti cristiani.
Egli infatti è venuto quaggiù come il medico dei peccatori (Mc 2,17 par.), un medico che, per togliere le infermità e le malattie, le prende su di sé (Mt 8,17 = Is 53,4). Tale sarà di fatto il senso della sua passione: Gesù parteciperà alla condizione dell’umanità sofferente, per poter trionfare infine dei suoi mali.
 
La cecità spirituale: “Se tu dicessi: «Mostrami il tuo Dio»; io ti direi: «Mostrami il tuo uomo e io ti mostrerò il mio Dio». Mostra quindi se gli occhi della tua mente vedono e se le orecchie del tuo cuore odono. Infatti, come gli occhi corporei percepiscono gli oggetti che si muovono su questa terra, notando le differenze fra una cosa e l’altra, la luce e le tenebre, il bianco e il nero, il brutto e il bello, il simmetrico e l’asimmetrico, il proporzionato e il deforme [e analogamente si deve dire a proposito di quanto è udito dalle orecchie: suoni acuti o gravi o armoniosi], non diversamente le orecchie del cuore e gli occhi della mente possono vedere Dio. Infatti, Dio può essere visto soltanto da coloro che sono in grado di vederlo, da coloro, cioè, che hanno gli occhi dello spirito ben aperti. Infatti, sebbene tutti abbiano gli occhi, quelli di talune persone sono talora avvolti dall’oscurità e perciò incapaci di contemplare la luce del sole. Se i ciechi non sono in grado di vedere nulla, non per questo la luce del sole non risplende: la causa è da ravvisarsi unicamente nella loro cecità. Allo stesso modo, anche gli occhi del tuo spirito sono accecati dai tuoi peccati e dalle cattive azioni che commetti.» (Teofilo di Antiochia).
 
Il Santo del Giorno: 5 Dicembre 2025 - Beato Filippo Rinaldi: Nato nel 1856 a Lu Monferrato nell’Alessandrino, Filippo Rinaldi a 21 anni conobbe don Bosco. Divenuto prete nel 1882 e maestro dei novizi, fu inviato in Spagna dove divenne Ispettore e contribuì allo sviluppo dei Salesiani in loco. Da vicario generale della congregazione, diede impulso ai cooperatori, alla pastorale vocazionale, istituì le federazioni mondiali degli ex allievi e allieve, fu attento al mondo del lavoro. Sostenne le Figlie di Maria Ausiliatrice e intuì il ruolo delle «Zelatrici», future «Volontarie di don Bosco». Nel 1921 fu eletto terzo successore di don Bosco. Morì nel 1931 a Torino. È stato beatificato da Giovanni Paolo II il 29 aprile 1990 nella piazza antistante la Basilica di Maria Ausiliatrice a Torino, dove riposa nella cripta della stessa Basilica.   (Avvenire)
 
Signore, che ci hai colmato con i tuoi doni,
fa’ che la loro grazia ci guarisca
e il loro aiuto ci protegga.
Per Cristo nostro Signore.
 
4 Dicembre 2025
 
Giovedì I Settima di Avvento
 
Is 26,1-6; Salmo Responsoriale Dal Salmo 117 [118]; Mt 7,21.24-27
 
Colletta
Risveglia la tua potenza, o Signore,
e con grande forza vieni in nostro soccorso,
perché la tua grazia vinca le resistenze dei nostri peccati
e affretti il momento della salvezza.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
Giovanni Paolo II (Omelia 6 Giugno 1999): Che cosa Cristo, dice in proposito, nella pagina dell’odierno Vangelo? Terminando il discorso della montagna, disse: “chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica, è simile a un uomo saggio che ha costruito la sua casa sulla roccia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa non cadde, perché era fondata sulla roccia” (Mt 7, 24-25). L’opposto di colui che costruì sulla roccia è l’uomo che costruì sulla sabbia. La sua costruzione si dimostrò poco resistente. Di fronte alle prove e alle difficoltà crollò. Cristo ci insegna questo.
Una casa costruita sulla roccia. L’edificio della vita. Come costruirlo affinché non crolli sotto la pressione degli avvenimenti di questo mondo? Come costruire questo edificio perché da “abitazione sulla terra” diventi un’“abitazione ricevuta da Dio?, una dimora eterna nei cieli non costruita da mani di uomo” (cfr. 2Cor 5,1)? Oggi udiamo la risposta a questi interrogativi essenziali della fede: alla base della costruzione cristiana c’è l’ascolto e il compimento della parola di Cristo. E dicendo “la parola di Cristo” abbiamo in mente non soltanto il suo insegnamento, le parabole, le promesse, ma anche le sue opere, i segni, i miracoli. E soprattutto la sua morte, la risurrezione e la discesa dello Spirito Santo. Più ancora: abbiamo in mente il Figlio di Dio stesso, l’eterno Verbo del Padre, nel mistero dell’incarnazione. “Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi; e noi vedemmo la sua gloria, gloria come di unigenito dal Padre, pieno di grazia e di verità” (Gv 1, 14).
 
I Lettura: Il Signore Dio promette al suo popolo la pace, questa è la sua volontà, e questo è il suo progetto che sarà portato a compimento, nonostante la pervicacia, l’infedeltà, il peccato dell’uomo. A fronte di questa volontà salvifica, il popolo senza indugi ritorni al suo Signore, confidi in lui perché Egli è una roccia eterna, e vera è la sua parola: saranno abbattuti per sempre gli oppressi, saranno innalzati gli oppressi e i poveri.
 
Vangelo
Chi fa la volontà del Padre mio, entrerà nel regno dei cieli.
 
I capitoli cinque, sei e sette del Vangelo di Matteo contengono l’ampio discorso evangelico che Gesù rivolge alla folla e ai suoi discepoli e che è comunemente conosciuto come la Magna Charta del Regno dei Cieli. L’uomo, costruito solidamente nella sua libertà, può accogliere il Vangelo, la Buona Novella della salvezza, oppure rigettarlo, esponendosi alla catastrofe. Per l’uomo non vi sono vie intermedie: chi non è con Cristo è contro di lui, e chi non raccoglie con lui, disperde (cfr. Mt 12,30). La vita dell’uomo non è una sequenza fissa di avvenimenti che sono inevitabili e invariabili, né esiste una volontà che predetermina e ordina il corso degli avvenimenti: tutto poggia sulla sapienza o sulla insipienza dell’uomo, e quindi sulla sua capacità di saper discernere e percorrere quell’unica via che conduce alla vita.
 
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 7,21.24-26
 
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Non chiunque mi dice: “Signore, Signore”, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli.
Perciò chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica, sarà simile a un uomo saggio, che ha costruito la sua casa sulla roccia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ma essa non cadde, perché era fondata sulla roccia.
Chiunque ascolta queste mie parole e non le mette in pratica, sarà simile a un uomo stolto, che ha costruito la sua casa sulla sabbia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa cadde e la sua rovina fu grande».
 
Parola del Signore.
 
I capitoli 5-7 sono la magna carta del Regno di Dio, i versetti 21-27 del 7mo capitolo chiudono questa lunga sezione. Il versetto 21, Non chiunque mi dice: “Signore, Signore”, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli, probabilmente si riferisce “ai cristiani entusiasti e carismatici, però neghittosi e disimpegnati. Costoro pensavano di piacere a Dio con grandi manifestazioni di devozione e con solenni professioni di fede nelle assemblee liturgiche. Per bocca di Gesù viene contestata la pietà falsa di questi cristiani. Non basta invocarlo e proclamarlo «Signore, Signore!», ma bisogna anzitutto impegnarsi seriamente per fare la volontà del Padre. Se la preghiera è disgiunta da una condotta di vita autenticamente cristiana non serve a nulla. È ancora l’orto prassi il criterio per discernere i veri dai falsi discepoli” (Angelico Poppi, I Quattro Vangeli).
I versetti 24-27 suggeriscono ai “veri discepoli” come edificare la loro vita perché possano ottenere il dono della beatitudine eterna. Fare la volontà del Padre e ascoltare le parole di Gesù sono consequenziali: la volontà di Gesù è la volontà del Padre, e la sua parola è la parola del Padre. Da qui si evince che colui che fa la volontà di Gesù fa la volontà del Padre, e chi ascolta la sua parola ascolta la parola Padre: “Da me, io non posso fare nulla. Giudico secondo quello che ascolto e il mio giudizio è giusto, perché non cerco la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato… Chi non mi ama, non osserva le mie parole; e la parola che voi ascoltate non è mia, ma del Padre che mi ha mandato” (Gv 5,30; 14,23; cfr. 4,34; 6,38).
In questi ultimi versetti il discorso della Montagna ha “una conclusione degna della sua apertura: l’immagine dell’edificio innalzato sulla roccia che non crolla, in contrasto con quello costruito sulla sabbia. Il discepolo di Gesù è un uomo saggio che edifica su solidi basi: l’ascolto e la messa in pratica degli insegnamenti del Maestro” (Angelo Lancellotti, Matteo).
 
Perciò chiunque ascolta queste mie parole - Wolfgang Trilling (Vangelo di Matteo): Gesù ci presenta i due costruttori come esempio. A chi volete assomigliare nella costruzione della casa della vostra vita? Nel giudizio degli uomini l’uno è saggio e prudente, l’altro è uno stolto che merita giustamente «il danno e le beffe». Accade così anche nei riguardi della dottrina di Gesù: chi lo ascolta e lo segue è un uomo prudente; chi invece ascolta solo, ma non lo segue, è uno stolto. Ci sono unicamente queste due possibilità, e anche qui l’unica cosa veramente decisiva è «il fare». «Siate di quelli che mettono in pratica la parola e non soltanto ascoltatori» (Gc 1, 22). Questa non è, come nel racconto, una prudenza a stoltezza semplicemente umana e terrena. Qui non si tratta di ciò che ha successo nella vita presente, di ciò che rende salda la casa materiale. Lo stolto dell’immagine poteva costruirsi una nuova casa e imparare a sue spese la prudenza.
Al discepolo di Gesù è possibile questo? Gesù dice: «Chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica, è simile a un uomo saggio...», cioè nel giorno del giudizio. L’uragano del racconto è descritto con colori così forti da far pensare all’immane catastrofe che chiuderà la storia. Cadde la pioggia a dirotto, i fiumi strariparono, soffiarono i venti e s’abbatterono su quella casa. Questa immagine richiama “l’uragano” escatologico, che decide una volta per tutte la sorte della casa della tua vita: nessuno potrà cominciare a edificare una seconda volta. Se la casa è crollata resta in rovina, per sempre. Queste parole danno a tutto il discorso della montagna una profondità e una efficacia particolare. Tu puoi costruirti una casa soltanto nell’uno o nell’altro modo. Le parole di Gesù ci indicano dove dobbiamo porre le fondamenta per poter resistere all’uragano del giudizio; ma ascoltarle e conoscerle non basta, se non costruiamo effettivamente sulla roccia, cioè se non mettiamo in pratica le sue parole. Tutto incalza; non soltanto perché così vuole Dio o così fu rivelato da Gesù, ma perché per ognuno il tempo urge. La vita è una e irripetibile, e il giudizio finale è inevitabile. Solo colui che ha costruito la sua vita avendo come unico ideale Dio, il suo regno e la sua giustizia, lo potrà superare.
 
Volontà di Dio - Wolfgang Langer: Può essere descritta come il decreto di Dio che si rivela nella creazione e nella storia. I termini ebraici e greci designano il campo semantico nel quale si chiarisce il significato: desiderio, istanza, intenzione. La volontà crea tutto ciò che è. Non si ferma al “volere”. ma nella determinazione della volontà è già compimento, azione ed esternazione. Nel messaggio biblico non si parla di destino, ma di volontà che può significare chiamata, comandamento e richiesta.
La volontà si esprime nella parola e nell’azione e in questo modo l’uomo la può riconoscere.
Con ciò però è chiaro anche l’obbligo, per l’uomo, di sottomettersi alla volontà (Rm 9,19s).
Per I’israelita la pienezza della volontà divina si trova nella Legge rivelata, alla quale deve attenersi, e altrettanto nell’intervento salvifico di Dio nella storia, che per sua volontà diventa  storia della salvezza. Promessa e vocazione, giudizio e salvezza manifestano la volontà. In assoluta indipendenza (Sap 12,12) e con sapienza, Dio guida la storia del mondo con il suo amore. Il suo popolo è prescelto in vista della salvezza, cosicché non la morte, ma la vita, non la sventura, ma la salvezza caratterizzano come volontà salvifica il progetto globale di Dio.
L’uomo però non fu sempre consapevole di questo fatto. La volontà d’amore di Dio fu rigettata da molti dopo Adamo. Gesù Cristo ha pagato il debito adempiendo la volontà; egli è la salvezza del mondo. Ubbidendo al Padre suo, il sacrificio per gli uomini culmina dell’esclamazione: “… non sia fatta la mia, ma la tua volontà” (/Lc 22,42).
 
Perciò chiunque ascolta queste mie parole … : «“Gli ascoltatori della parola edificano gli uni sulla roccia, gli altri sulla sabbia.” Non vogliate perciò, fratelli miei, tradire voi stessi, dal momento che siete accorsi con diligenza ad ascoltare la parola, se non praticate ciò che ascoltate, venendo meno. Pensate che se è bello ascoltare, lo è ancor di più praticare. Se non ascolti, trascuri l’ascolto e nulla edifichi. Se ascolti e non fai, edifichi la tua rovina. Su questo argomento è stata proposta una parabola congruentissima da Cristo Signore: “Chi ascolta”, egli dice, “queste mie parole, e le mette in pratica, lo paragonerò ad un uomo prudente che costruisce la sua casa sulla roccia. Venne la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e imperversarono su quella casa, ma essa non cadde”. Perché non cadde? “Era infatti fondata sulla roccia” [Mt 7,24-27]. Quindi, ascoltare e mettere in pratica significa edificare sulla roccia. L’ascolto stesso in effetti è un edificare. “Chi però”, egli continua, “ascolta queste mie parole, e non le mette in pratica, lo paragonerò ad un uomo stolto che edifica”. Anche lui edifica. Cosa edifica? Ecco, “edifica la sua casa”: ma poiché non pratica ciò che ascolta, pur ascoltando “edifica sulla sabbia” [ibid.]. Quindi è sulla sabbia che costruisce chi ascolta e non mette in pratica; sulla roccia, chi ascolta e mette in pratica; né sulla sabbia, né sulla roccia, chi neppure ascolta. Sta’ attento, però, a ciò che segue: “Venne la pioggia, strariparono i fiumi soffiarono i venti e imperversarono su quella casa, ed essa cedde: e grande fu la sua rovina” (ibid.). Spettacolo miserevole!» (Sant’Agostino).
 
Il Santo del giorno - 4 Dicembre 2025 - Santa Barbara. Il fuoco della fede brucia i nostri dei con la potenza e la forza di un fulmine: Quella di santa Barbara è la storia di una giovane ragazza, che colse la presenza della verità nella fede cristiana e decise di seguirla a tutti i costi. Antagonista, in questa narrazione, è il padre, deciso a ostacolare in tutti i modi quello che lui percepiva come un “tradimento” da parte della figlia. Si tratta, insomma, della storia dell’eterno confronto tra le generazioni, un tema che colpisce e fa riflettere, come dimostra la profonda devozione popolare per Barbara, che viene invocata per la protezione dai fulmini e dal fuoco, oltre che dalla morte improvvisa. Nata forse a Nicomedia nel III secolo, figlia di un certo Dioscoro, pagano, molto vicino all’imperatore Massimiano, attorno al 286 si trasferì in provincia in Rieti proprio al seguito del padre.
Venuta a contatto con l’annuncio del Risorto, si convertì al cristianesimo. Il gesto che segnò il destino di Barbara fu, secondo la tradizione, la distruzione delle statue delle divinità pagane nella casa del padre. Fuggita e rifugiatasi in un bosco, venne catturata e fu denunciata dallo stesso genitore al prefetto Marciano. Venne quindi sottoposta a diversi supplizi che però non servirono a farla abiurare: Barbara resistette anche al fuoco e alla fine fu decapitata con la spada da Dioscoro stesso, che mentre uccideva la figlia, narra la tradizione, venne colpito da un fulmine. I suoi resti si trovano nella Cattedrale di Rieti. (Avvenire)
 
O Padre, la forza del tuo Spirito,
operante in questi santi misteri,
sia per noi sostegno nella vita presente
e pegno sicuro della felicità eterna.
Per Cristo nostro Signore.
 

3 Dicembre 2025
 
San Francesco Saverio, Presbitero
 
Is 25,6-10; Salmo Responsoriale Dal Salmo 22; Mt 15,29-33
 
Colletta
O Dio, che hai chiamato alla fede molti popoli
con la predicazione di san Francesco Saverio,
concedi che il cuore dei tuoi fedeli
arda dello stesso fervore missionario
e che la santa Chiesa si allieti su tutta la terra di nuovi figli.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
La spiritualità missionaria - Lasciarsi condurre dallo Spirito - Redmptoris Missio 87: L’attività missionaria esige una specifica spiritualità che riguarda, in particolare, quanti Dio ha chiamato a essere missionari. Tale spiritualità si esprime, innanzitutto, nel vivere in piena docilità allo Spirito: essa impegna a lasciarsi plasmare interiormente da lui? per divenire sempre più conformi a Cristo. Non si può testimoniare Cristo senza riflettere la sua immagine, la quale è resa viva in noi dalla grazia e dall’opera dello Spirito. La docilità allo Spirito impegna poi ad accogliere i doni della fortezza e del discernimento, che sono tratti essenziali della stessa spiritualità. Emblematico è il caso degli apostoli, che durante la vita pubblica del Maestro, nonostante il loro amore per lui e la generosità della risposta alla sua chiamata, si dimostrano incapaci di comprendere le sue parole e restii a seguirlo sulla via della sofferenza e dell’umiliazione. Lo Spirito li trasformerà in testimoni coraggiosi del Cristo e annunziatori illuminati della sua Parola: sarà lo Spirito a condurli per le vie ardue e nuove della missione. Anche oggi la missione rimane difficile e complessa come in passato e richiede ugualmente il coraggio e la luce dello Spirito: viviamo spesso il dramma della prima comunità cristiana, che vedeva forze incredule e ostili «radunarsi insieme contro il Signore e contro il suo Cristo». (At 4,26) Come allora, oggi occorre pregare, perché Dio ci doni la franchezza di proclamare il Vangelo; occorre scrutare le vie misteriose dello Spirito e lasciarsi da lui condurre in tutta la verità. (Gv 16,13)
 
I Lettura: Il banchetto messianico - Epifanio Gallego:  È meraviglioso osservare come Dio si serva dei mezzi più semplici e naturali per rivelare agli uomini i misteri più profondi. Centinaia di volte erano stati offerti sacrifici e olocausti sulla cima del monte Sion, dove Yahveh aveva posto il suo trono. Fra lamenti e acclamazioni, con suppliche e ringraziamenti sulle labbra, il popolo era salito molte volte su quel monte, luogo sacro della presenza di Yahveh. Anche per Isaia, non era una novità.
E tuttavia, illuminate da quell’intuizione profetica che è frutto del possesso dello Spirito, egli si serve, in questa occasione, di quello che vede sul monte Sion per descrivere simbolicamente il sacrificio-banchetto dei tempi messianici. La sua descrizione sarà materiale, come sono materiali gli elementi e le speranze che compongono il suo quadro. Non sarà però materiale l’oggetto disegnato, il contenuto che Dio ci rivelerà pienamente alla fine dei tempi.
La descrizione non può essere più suggestiva, affascinante e confortante. Yahveh, signore degli eserciti, preparerà egli stesso un grande banchetto al quale sono invitati tutti i popoli della terra. Banchetto pacifico di fratellanza universale nel quale, rispettando le strutture e le differenze umane, si riconoscerà la sovranità di Yahveh, cioè della sua universale provvidenza.
In occasione di questo banchetto di cibi prelibati e vini generosi, Yahveh stesso farà scomparire di tra gli uomini le lacrime, il lutto e la tristezza. Toglierà infatti dagli occhi degli uomini il velo che impedisce loro di vedere le realtà divine. Così nascerà un nuovo ordine di cose, una nuova scala di valori regolerà le relazioni uma­ne e divine, che non si romperanno più, poiché non vi sarà più posto per la morte.
Nella mitologia cananea, si celebra ogni anno la vittoria di Baal su Mot, dio della morte. Ogni nuova primavera comporta una rinascita ciclica della natura. Isaia spersonalizza la morte, trasforma il mito cananeo e, per la prima volta, mette l’immortalità, non la risurrezione, fra le prerogative dei tempi messianici. L’uomo non morirà, perché non saranno mai più rotte le relazioni che formano il costitutivo della sua personalità, e San Paolo si serve di questa profezia per provare la risurrezione dei morti e la futura vittoria di Cristo sull’«ultimo nemico» (1Cor 15,26.54). Allo stesso modo si esprimerà il libro dell’Apocalisse.
Questa immagine del grande banchetto dei tempi messianici, ricordata costantemente dai profeti, riassunta dal Cristo nelle sue parabole del regno e trasformata in realtà iniziale nell’ultima Cena, sarà per tutti gli uomini la migliore caparra della vita e della glorificazione.
 
Vangelo
Gesù guarisce molti malati e moltiplica i pani.
 
Tutti mangiarono a sazietà. Portarono via i pezzi avanzati: sette sporte piene: il motivo del miracolo va trovato esclusivamente nella compassione di Gesù per la folla che ormai da tre giorni lo seguiva per ascoltare la sua parola. La compassione è un moto dell’animo che ci fa sentire dispiacere o dolore dei mali altrui, quasi li soffrissimo noi. Se il miracolo è manifestazione della potenza di Gesù, “Dio benedetto nei secoli” (Rm 9,5), la commozione è rivelazione della sua anima, “manifestazione evidente della tenerezza del cuore di Cristo Uomo” (San Josemaria Balanguer).
 
Dal Vangelo secondo
Mt 15,29-33
 
In quel tempo, Gesù giunse presso il mare di Galilea e, salito sul monte, lì si fermò. Attorno a lui si radunò molta folla, recando con sé zoppi, storpi, ciechi.
Allora Gesù chiamò a sé i suoi discepoli e disse: «Sento compassione per la folla. Ormai da tre giorni stanno con me e non hanno da mangiare. Non voglio rimandarli digiuni, perché non vengano meno lungo il cammino». E i discepoli gli dissero: «Come possiamo trovare in un deserto tanti pani da sfamare una folla così grande?».
Gesù domandò loro: «Quanti pani avete?». Dissero: «Sette, e pochi pesciolini». Dopo aver ordinato alla folla di sedersi per terra, prese i sette pani e i pesci, rese grazie, li spezzò e li dava ai discepoli, e i discepoli alla folla.
Tutti mangiarono a sazietà. Portarono via i pezzi avanzati: sette sporte piene.
 
Parola del Signore.
 
Guarigioni presso il lago (15,29-3 l) - Angelico Poppi (I Quattro Vangeli): Mt tralascia alla conclusione della prima parte della sezione dei pani il miracolo del sordomuto, narrato da Mc (7,32-37); parimenti alla fine della seconda parte omette il miracolo del cieco di Betsaida. Forse riteneva i due segni troppo laboriosi. Preferisce sostituire il miracolo del sordomuto con un sommario di guarigioni, affine alla pericope 14,34-36, con la quale forma un’inclusione. Si tratta di un brano redazionale, con il quale Mt intende rilevare la missione di Gesù quale salvatore di tutti coloro che sono nella sofferenza.
Lo scenario per Mt è sempre la Galilea, mentre per Mc (7,31) Gesù si era recato in terra pagana, nella Decapoli, dopo il ritorno da Tiro e Sidone. Egli salì sul monte, che indica il luogo della vicinanza con Dio, il posto ideale per la preghiera. Forse si ha qui un’eco di Gv 6,3. Gesù si sedette, non però per ammaestrare le folle (come in 5,l): l’insegnamento ormai è riservato ai discepoli. Gesù è descritto nell ‘atteggiamento del pastore in mezzo alle pecore. Egli è il Messia misericordioso e pieno di bontà che si prende cura dei malati, degli zoppi, ciechi, storpi e muti. L’acclamazione finale al Dio d’Israele non va attribuita a dei pagani, bensì alla folla presente degli ebrei, e costituisce la risposta ricolma di riconoscenza per la sua bontà salvifica, manifestata attraverso I ‘attività taumaturgica di Gesù. La folla aveva compreso in questa circostanza che in lui agiva la potenza tessa di Dio. La medesima acclamazione di lode continuava a salire da parte delle comunità matteane al Dio d’Israele per il compimento delle promesse di salvezza nell’evento-Cristo.
Seconda moltiplicazione dei pani (15,32-39) - Nonostante qualche dettaglio diverso, la seconda moltiplicazione corrisponde alla prima, soprattutto nella redazione di Mt, che ama le strutture parallele.
Numerosi critici ritengono il resoconto un duplicato, che Mc, la fonte di Mt, avrebbe derivato da un’altra tradizione. Comunque, entrambi gli evangelisti si riferiscono a due episodi distinti. In questa seconda moltiplicazione è accentuata l’iniziativa di Gesù, che appare ancora il pastore buono e premuroso in mezzo alle sue pecore: «Dio abita di nuovo nel cuore dei suoi» (Trilling, TI p. 81). Anche in questo racconto è sottolineato il ruolo intermediario dei discepoli. La rilettura eucaristica del miracolo è controversa. Alcuni studiosi l’escludono, altri la vedono qui più accentuata. All’evangelista interessa di presentare Gesù come Signore della comunità per infondere fiducia ai cristiani del suo ambiente, ch’erano discriminati, emarginati e perseguitati a causa della loro fede. Ad essi Mt assicura l’assistenza e l’aiuto del Salvatore.
Le sette sporte di avanzi, corrispondenti ai sette pani disponibili (v. 34), secondo qualche esegeta, indicano una rilettura della prima moltiplicazione dei pani per le comunità cristiane ellenistiche, forse anche con un’allusione ai sette «diaconi», preposti dagli apostoli alle mense (At 6,1-6). Tale ipotesi risulta più attendibile nella redazione marciana.
È incerta l’ubicazione di Magadan (da Mai-Gad = acque di Gad, un antico dio semita). Forse corrispondeva a Et-abga (= sette fonti); altri pensa ad una trascrizione errata di Magdala, sulla sponda occidentale del lago di Galilea. Mc parla di Dalmaluta.
 
Moltiplicazione dei pani - Hildegard Gollinger: Secondo il racconto di tutti e quattro gli evangelisti, Gesù saziò con 5 pani e 2 pesci 5000 uomini (Mc 6,32-34; Mt 14,13-21; Lc 9,10-17; Gv 6,1-15). Inoltre Mc 8,1-10 e - dipendente da lui - Mt 15,32-39 riportano una seconda m. (7 pani - 4000 persone). Questi racconti neotestamentari di moltiplicazione sono comprensibili soltanto in base al loro fondo veterotestamentario. L’AT racconta storie di distribuzioni di cibo da parte dì Mosè (Es 16 e Nm 11: 71 manna e quaglie) e di Eliseo (2Re 4,42-44). I racconti neotestamentari della moltiplicazione sono chiaramente elaborati secondo lo schema di questi modelli veterotestamentari. Intendono dimostrare che Gesù è in grado di fare ciò che Mosè ed Eliseo, dei quali l’AT racconta i miracoli maggiori, furono in grado di fare, anzi, che li supera. Se si fa attenzione, infatti, il confronto con i racconti riguardanti Mosè ed Eliseo dimostra la hiara ed evidente superiorità di Gesù. Eliseo aveva saziato con 20 pani 100 persone, Gesù con 5 pani ne sazia 5000! Mosè dovette pregare Dio per avere del cibo per gli israeliti nel deserto, Gesù invece agisce in virtù e con potere propri. Agli evangelisti non interessa tanto l’evento storico in quanto tale; esso deve piuttosto essere trasparente rispetto alla verità teologica che con esso viene veicolata: Gesù non è soltanto il nuovo Mosè atteso per il principio del tempo della salvezza, il pastore vero, ma supera i più grandi uomini di Dio dell’AT. Egli è più di costoro, è il salvatore escatologico divino, il Messia - o come dicono i greci - il Cristo.
Lette in questo modo, le storie della moltiplicazione occupano un posto significativo nell’annuncio di Cristo compiuto dalla giovane chiesa.
La rappresentazione della moltiplicazione (Mc 6,41) ricorda i racconti dell’istituzione dell’eucaristia, come pure le celebrazioni eucaristiche del primo cristianesimo. Da ciò risulta chiaro che la chiesa intende la moltiplicazione non in maniera puramente “materiale” come distribuzione di cibo per il corpo, bensì come modello dell’eucaristia. Gesù non dà soltanto il vero “pane del Cielo” (cf. Sal 78,24), ma lui stesso è questo “pane della vita” (Gv 6,35), che noi riceviamo nell’eucaristia.
 
Anche se vado per una valle oscura, non temo alcun male, perché tu sei con me. Il tuo bastone e il tuo vincastro mi danno sicurezza - Agostino: Infatti, anche se camminassi in mezzo all’ombra della morte. Infatti, anche quando cammino in mezzo a questa vita, che è l’ombra della morte. Non temerò il male, perché tu sei con me. Non temerò il male, perché tu abiti, grazie alla fede, nel mio cuore; ed ora sei con me, affinché, dopo l’ombra della morte, sia anch’io con te. La tua verga e il tuo bastone, essi stessi mi hanno consolato. La tua disciplina, come verga per il gregge delle pecore e come bastone per i figli già più grandi e che dalla vita animale crescono a quella spirituale, non mi ha afflitto, anzi da essa sono stato consolato; perché tu ti ricordi di me.
 
Il Santo del Giorno - 3 Dicembre 2025 - San Francesco Saverio. È la continua ricerca d’infinito amore a renderci missionari oltre i confini: È la nostra anima a spingerci oltre i confini, a cercare un orizzonte sempre più vasto, anche se nessuna conquista terrena ma solo l’amore infinito di Dio può dare ristoro alla nostra continua ricerca di senso. San Francesco Saverio, sacerdote gesuita vissuto nel XVI secolo, fece di questa spinta interiore un motore per portare il Vangelo il nel mondo, fino alle popolazioni del lontano Oriente, dall’India all’Indonesia, fino al Giappone. Nato il 7 aprile 1506 nel castello di Javier nella Navarra, nel nord ovest della Spagna, nel 1525, dopo che la sua famiglia aveva perso i propri beni, andò a Parigi e qui aveva incontrato Ignazio da Loyola: accanto a quest’ultimo partecipò alla fondazione della Compagnia di Gesù. Il 24 giugno 1537 a Roma, assieme ai primi compagni, venne ordinato sacerdote. L’anno dopo il re del Portogallo, Giovanni III, chiese a Ignazio di inviare dei religiosi a evangelizzare le Indie. Così, in accordo con Paolo III, nel 1540 Francesco Saverio venne inviato in Oriente. Ci volle un anno per giungere a Goa, in India, dove, grazie alla sua testimonianza la locale comunità cristiana ritrova una fede più coerente e rigorosa. Si diresse poi verso Taiwan; nel 1545 era nella penisola di Malacca e quattro anni dopo arrivò in Giappone. Mentre stava progettando di portare il Vangelo in Cina morì di polmonite sull’isola di Shangchuan nel 1552. Fu beatificato da Paolo V il 21 ottobre 1619 e venne poi canonizzato da Gregorio XV il 12 marzo 1622.  (Avvenire)
 
I tuoi santi misteri, o Dio,
accendano in noi l’ardore di carità
che infiammò il cuore di san Francesco Saverio
per la salvezza delle anime,
perché, camminando più fedelmente nella nostra vocazione,
conseguiamo insieme a lui il premio
promesso ai buoni operai del Vangelo.
Per Cristo nostro Signore.
 
 2 Dicembre 2025
 
Martedì della I Settimana di Avvento
 
Is 11,1-10; Salmo Responsoriale Dal Salmo 71 (72); Lc 10,21-24 
Colletta
Accogli, o Padre,
le preghiere della tua Chiesa
e soccorrici nelle fatiche e nelle prove della vita;
la venuta di Cristo tuo Figlio
ci liberi dal male antico che è in noi
e ci conforti con la sua presenza.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.

Ti rendo lode, o Padre: Benedetto XVI (Udienza Generale, 7 Dicembre 2011): Gesù si rivolge a Dio chiamandolo «Padre». Questo termine esprime la coscienza e la certezza di Gesù di essere «il Figlio», in intima e costante comunione con Lui, e questo è il punto centrale e la fonte di ogni preghiera di Gesù. Lo vediamo chiaramente nell’ultima parte dell’Inno, che illumina l’intero testo. Gesù dice: «Tutto è stato dato a me dal Padre mio e nessuno sa chi è il Figlio se non il Padre, né chi è il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo» (Lc 10,22). Gesù quindi afferma che solo «il Figlio» conosce veramente il Padre. Ogni conoscenza tra le persone - lo sperimentiamo tutti nelle nostre relazioni umane – comporta un coinvolgimento, un qualche legame interiore tra chi conosce e chi è conosciuto, a livello più o meno profondo: non si può conoscere senza una comunione dell’essere. Nell’Inno di giubilo, come in tutta la sua preghiera, Gesù mostra che la vera conoscenza di Dio presuppone la comunione con Lui: solo essendo in comunione con l’altro comincio a conoscere; e così anche con Dio, solo se ho un contatto vero, se sono in comunione, posso anche conoscerlo. Quindi la vera conoscenza è riservata al « Figlio», l’Unigenito che è da sempre nel seno del Padre (cfr Gv 1,18), in perfetta unità con Lui. Solo il Figlio conosce veramente Dio, essendo in comunione intima dell’essere; solo il Figlio può rivelare veramente chi è Dio.
Il nome «Padre» è seguito da un secondo titolo, «Signore del cielo e della terra». Gesù, con questa espressione, ricapitola la fede nella creazione e fa risuonare le prime parole della Sacra Scrittura: «In principio Dio creò il cielo e la terra» (Gen 1,1). Pregando, Egli richiama la grande narrazione biblica della storia di amore di Dio per l’uomo, che inizia con l’atto della creazione. Gesù si inserisce in questa storia di amore, ne è il vertice e il compimento. Nella sua esperienza di preghiera, la Sacra Scrittura viene illuminata e rivive nella sua più completa ampiezza: annuncio del mistero di Dio e risposta dell’uomo trasformato. Ma attraverso l’espressione «Signore del cielo e della terra» possiamo anche riconoscere come in Gesù, il Rivelatore del Padre, viene riaperta all’uomo la possibilità di accedere a Dio.
 
Prima Lettura: Epifanio Gallego - La forza dello spirito - In stretto parallelismo con 9,1-6 e in circostanze storiche identiche o molto simili, Isaia continua a descriverci i tempi messianici futuri e ideali. Era l’evocazione spontanea che suscitava in ogni israelita fedele la celebrazione liturgica d’un determinato avvenimento reale. L’elemento più caratteristico di questo oracolo profetico è la dinamicità che imprime al futuro Messia il possesso dello Spirito di Yahveh. Virgulto nato dal ceppo quasi esausto della dinastia davidica di Acaz, il Messia doveva trasformarsi, con la forza dello spirito, nel principe ideale dei tempi messianici.
La meraviglia non sono le doti o i doni che sono numerati subito dopo, ma il possesso dello spirito, di quel soffio divino identificato con Dio in quanto che si compenetra con una persona per destinarla a una determinata missione. Mosè, gli anziani, i giudici, i re, i profeti ... tutti parteciparono di questo spirito che li trasformò in carismatici, cioè in strumenti di Dio al servizio del popolo. Così dobbiamo dire anche di Maria, di Gesù, degli apostoli e dei credenti.
Perciò i frutti di questo spirito non sono perfezioni umane egocentriche, bensì qualità dell’essere umano sviluppate in un alto grado per il bene della comunità. Isaia distribuisce questi doni in tre gruppi, gioco di numeri perfetti, facendo così vedere l’alta perfezione di questo virgulto di Iesse, il padre di Davide. Voler minimizzare il loro contenuto, differenziando ciascuno di questi doni, sarebbe ignorare il carattere ridondante dello tile semita. Già Ambrogio e Agostino insistettero abbastanza sul senso di pienezza e di cumulo di qualità desiderabili. Meno ancora dobbiamo vedere qui i cosiddetti sette doni dello Spirito Santo, in primo luogo perché non si parla di sette, bensì di sei. Lo spirito non è un altro dono, ma la fonte di tutti, sebbene i Settanta e la Volgata abbiano aggiunto il « dono della pietà» per trovare un settenario in questa profezia.
Ezechia e Zorobabele furono i candidati preferiti per raccogliere su di sé il compimento di questa profezia messianica. Intento fallito! Né l’uno né l’altro furono sempre esemplari d’un re prudente (cf Is 39,2; 37,8-9), né il loro tempo godette di quella pace idillica descritta subito dopo. Profeta e ascoltatori mirano al futuro con certezza e imprecisione. Verrà il Messia davidico, ma essi non lo videro: aggiunsero però un altro anello a quella catena di speranze messianiche che si adempiranno in Cristo.
Conseguenza di questo regno di pace e di giustizia dell’era messianica, frutto della rettitudine di coscienza dwgli uomini degli ultimi tempi, sarà quell’armonia totale dell’intero creato descritta con le immagini più espresve. Sogno paradisiaco o aspirazione alla felicità, è fuori dubbio che questa descrizione riflette una delle esigenze untane più innate e connaturali. Isaia pose il nuovo paradiso nei tempi del Messia come risultato dell’azione divina dello spirito. Altri lo porranno in una società dei consumi, non certamente caratterizzata dalla forza dello spirito. Noi sappiamo che è in Cristo, Alfa e Omega, e con Cristo, in Dio. La tensione escatologica è evidente.
 
Vangelo
Gesù esultò nello Spirito Santo.
 
Nel brano evangelico si possono mettere in evidenza almeno due temi. Il primo è quello dei piccoli, i quali proprio per la loro umiltà riescono a cogliere il mistero del Cristo. Il secondo tema è la rivelazione della divinità di Gesù: il Figlio conosce il Padre con la medesima conoscenza con cui il Padre conosce il Figlio.
 
Dal Vangelo secondo Luca
Lc 10,21-24
 
In quella stessa ora Gesù esultò di gioia nello Spirito Santo e disse: «Ti rendo lode, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza. Tutto è stato dato a me dal Padre mio e nessuno sa chi è il Figlio se non il Padre, né chi è il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo».
E, rivolto ai discepoli, in disparte, disse: «Beati gli occhi che vedono ciò che voi vedete. Io vi dico che molti profeti e re hanno voluto vedere ciò che voi guardate, ma non lo videro, e ascoltare ciò che voi ascoltate, ma non lo ascoltarono».
 
Parola del Signore.
 
Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra ... - L’espressione Signore del cielo e della terra, evoca l’azione creatrice di Dio (Cf. Gen 1,1). Il motivo della lode sta nel fatto che il Padre ha «nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le ha rivelate ai piccoli». Le cose nascoste «non si riferiscono a ciò che precede; si devono intendere invece dei “misteri del regno” in generale [Mt 13,11], rivelati ai “piccoli”, i discepoli [Cf. Mt 10,42], ma tenuti nascosti ai “sapienti”, i farisei e i loro dottori» (Bibbia di Gerusalemme).
Molti anni dopo Paolo ricorderà queste parole di Gesù ai cristiani di Corinto: «Considerate infatti la vostra chiamata, fratelli: non ci sono fra voi molti sapienti dal punto di vista umano, né molti potenti, né molti nobili. Ma quello che è stolto per il mondo, Dio lo ha scelto per confondere i sapienti; quello che è debole per il mondo, Dio lo ha scelto per confondere i forti; quello che è ignobile e disprezzato per il mondo, quello che è nulla, Dio lo ha scelto per ridurre al nulla le cose che sono, perché nessuno possa vantarsi di fronte a Dio» (1Cor 1,26-29).
... nessuno conosce il Figlio ... La rivelazione della mutua conoscenza tra il Padre e il Figlio pone decisamente il brano evangelico in relazione «con alcuni passi della letteratura sapienziale riguardanti la sophia. Solo il Padre conosce il Figlio, come solo Dio la sapienza [Gb 28,12-27; Bar 3,32]. Solo il Figlio conosce il Padre, così come solo la sapienza conosce Dio [Sap 8,4; 9,1-18]. Gesù fa conoscere la rivelazione nascosta, come la sapienza rivela i segreti divini [Sap 9,1-18; 10,10] e invita a prendere il suo giogo su di sé, proprio come la sapienza [Prov 1,20-23; 8,1-36]» (Il Nuovo Testamento, Vangeli e Atti degli Apostoli).
... nessuno conosce il Padre se non il Figlio... Gesù è l’unico rivelatore dei misteri divini, in quanto il Padre ne ha comunicato a lui, il Figlio, la conoscenza intera. Da questa affermazione si evince che Gesù è uguale al Padre nella natura e nella scienza, è Dio come il Padre, di cui è il Figlio Unico.
 
La gioia spirituale, le sue fonti - André Ridouard e Marc-François Lacan (Gioia in Dizionario di Teologia Biblica): 1. Le fonti della gioia spirituale. - Di fatto la gioia è un frutto dello Spirito (Gal 5,22) ed una nota caratteristica del regno di Dio (Rom 14,17). Non si tratta dell’entusiasmo passeggero che la parola suscita e la tribolazione distrugge (cfr. Mc 4,16), ma della gioia spirituale dei fedeli che, nella prova, sono di esempio (1Tess l,6s) e che, con la loro generosità gioiosa (2Cor 8,2; 9,7), con la loro perfezione (2Cor 13,9), con la loro unione (Fil 2,2), con la loro docilità (Ebr 13,17) e la loro fedeltà alla verità (2Gv 4; 3Gv 3s), sono presentemente e saranno nel giorno del Signore la gioia dei loro apostoli (1Tess 2,19s). La carità che rende i fedeli partecipi della verità (1Cor 13,6) procura loro una gioia costante che è alimentata dalla preghiera e dal ringraziamento incessanti (1Tess 5,16; Fil 3,1; 4,4ss). Come rendere grazie al Padre di essere trasferiti nel regno del suo Figlio diletto, senza essere nella gioia (Col 1,11ss)? E la preghiera assidua è fonte di gioia perché la anima la speranza e perché il Dio della speranza vi risponde colmando di gioia il fedele (Rom 12,12; 15,13). Pietro lo invita quindi a benedire Dio con esultanza; la sua fede, che l’afflizione mette alla prova, ma che è sicura di ottenere la salvezza, gli procura una gioia ineffabile Che è la pregustazione della gloria (1 Piet 1,39).
2. La testimonianza della gioia nella prova. - Ma questa gioia non appartiene che alla fede provata. Per essere nella letizia al momento della rivelazione della gloria di Cristo, bisogna che il suo discepolo si rallegri nella misura in cui partecipa alle sue sofferenze (1Piet 4,13). Come il suo maestro, egli preferisce in terra la croce alla gioia (Ebr 12,2); accetta con gioia di essere spogliato dei suoi beni (Ebr 10,34), considerando come gioia suprema l’essere messo alla prova in tutti i modi (Giac 1,2). Per gli apostoli, come per Cristo, la povertà e la persecuzione portano alla gioia perfetta. Nel suo ministero apostolico, Paolo gusta questa gioia della croce, che è un elemento della sua testimonianza: «afflitti», i ministri di Dio sono «sempre lieti» (2Cor 6,10). L’apostolo sovrabbonda di gioia nelle sue tribolazioni (2Cor 7,4); con un disinteresse totale egli si rallegra purché Cristo sia annunciato (Fil 1,17s) e trova la sua gioia nel soffrire per i suoi fedeli e per la Chiesa (Col 1,24). Invita persino i Filippesi a condividere la gioia che egli avrebbe nel versare il proprio sangue come suprema testimonianza di fede (Fil 2,17s).
3. La partecipazione alla gioia eterna. Ma la prova avrà fine e Dio vendicherà il sangue dei suoi servi giudicando Babilonia che se n’è ubriacata; ci sarà allora letizia in cielo (Apoc 18,20; 19,1-4) dove si celebreranno le nozze dell’agnello; coloro che vi prenderanno parte, renderanno gloria a Dio nella letizia (19,7ss). Sarà la manifestazione della gioia perfetta che è sin d’ora il retaggio dei figli di Dio; perché lo Spirito, che è stato dato loro, fa sì che essi abbiano comunione con il Padre e con il suo Figlio Gesù Cristo (1 Gv 1,2ss; 3,1s.24). 
 
Su di lui si poserà lo spirito del Signore: La parola ebraica usata per indicare lo spirito significa “soffio di vento” (Es 10,13), “respiro della vita” (Gen 7,15; Mt 27,50), e indica anche il fatto che un uomo ha saziato la sua fame o la sua sete e ha ripreso coraggio (Gdc 15,19). Iahvé è signore di questo respiro della vita (Gen 2,7) ed è lui che fa vivere (Ez 37,1-14). Tuttavia egli può riprendersi anche questo spirito della vita (Gb 34,14s). Il termine spirito può indicare anche un modo di comportarsi, per esempio “spirito di smarrimento” (Is 19,14). Lo spirito di Dio comunica speciale forza e sostegno (Nm 11,25; Gdc 14,6; Lc 1, 15; 4,14). I profeti sanno di essere guidati da esso; lo spirito del Signore si poserà sul Messia (Is 11,2s; Lc 4,18.21; cfr. Ez 36,25ss; Sal 51, 12-15) e sul servo di Jahvé (Is 42,1). Lo si vedeva all’opera già nella creazione (Gen 1,2). Per più l’Antico Testamento non intende lo spirito come fantasma (come in 1Re 22,21) o come un’essenza extraumana. In seguito si parla di spiriti cattivi (demoni). Gesù in quanto Messia dimostra che loro potere è spezzato (cfr. Mt 12,28). L’espressione «Dio è spirito» non era ancora possibile per l’Antico Testamento (cfr. però Is 31,3), poiché lo spirito non indicava l’essenza di Dio, ma la sua attività. Si poté giungere alla formulazione di questo concetto in seguito (Gv 4,24). Inoltre, lo spirito indica tutto l’uomo, non solo una dimensione dell’uomo. Tuttavia anche il Nuovo Testamento conosce la divisione dello spirito e della carne (Mc 14,38). Ciò non significa che l’uomo sia diviso in due parti. Questo dualismo è sostenuto per la prima volta dalla filosofia greca. Piuttosto si deve dire che lo stesso uomo può reagire in due modi diversi. Infine, nella riflessione cristiana lo Spirito è una Persona, la “terza Persona della Trinità”. Il peccato contro lo Spirito Santo non sarà perdonato né in terra né in cielo (Mc 3,29), non sarà perdonato “non tanto per la sua gravità e malizia,  quanto per la disposizione soggettiva della volontà, tipici di questo peccato, che chiude le porte al pentimento: esso consiste nell’attribuire malignamente al demonio i miracoli e i segni operati da Gesù. In tal modo, per la natura propria di questo peccato, viene preclusa la via a Cristo, l’unico che toglie il peccato del mondo [Gv 1,29] e il peccatore si sottrae al perdono divino” (Bibbia di Navarra, I quattro Vangeli).
 
Ti lodo, o Padre: “Alleluia: è la lode di Dio, per noi, affaticati; essa contrassegna quella che sarà la nostra attività nel riposo. Quando infatti, dopo la fatica di quaggiù, giungeremo al riposo di lassù, unico nostro ufficio sarà la lode di Dio, la nostra attività sarà un alleluia... Lassù l’alleluia sarà nostro cibo; l’alleluia sarà nostra bevanda, l’alleluia sarà l’attività del nostro riposo, tutta la nostra gioia sarà un alleluia, cioè lode di Dio.” (Sant’Agostino).

Il Santo del Giorno - 2 Dicembre 2025 - Sant’Abacuc, Profeta: È annoverato tra i profeti minori dell’Antico Testamento. Denominazione dovuta solo alla brevità dei suoi scritti, ma non all’importanza secondaria del suo messaggio. Di Abacuc ignoriamo quasi tutto, ma alcune allusioni presenti nel libro biblico a lui attribuito, composto di solo tre capitoli, ci fa ipotizzare una sua collocazione cronologica all’epoca dell’avversario di Geremia, re Ioiakim, che succedette nel 609 a.C. al giusto e sfortunato re Giosia, ucciso in battaglia dal faraone Necao. Questo profeta si contraddistingue per il suo stile brillante e icastico. Dal libretto di Abacuc occorre però scorporare il terzo ed ultimo capitolo: secondo gli studiosi esso contiene infatti un inno arcaico, forse composto ben prima, nel X secolo a.C.. Il personaggio Abacuc ricompare però nell’Antico Testamento in un racconto miracolistico e leggendario del libro di Daniele (14,3 1-42). (Avvenire)
 
Nutriti dell’unico pane, ti supplichiamo, o Signore,
di confermarci sempre nel tuo amore,
perché possiamo camminare in novità di vita.
Per Cristo nostro Signore.