5 Marzo 2025
 
Mercoledì delle Ceneri
 
Gl 2,2-18; Salmo responsoriale Dal Salmo 50 (51); 2Cor 5,20-6,2; Mt 6,1-6.16-18
 
 
La parola di Dio ci dà il giusto orientamento per vivere bene la Quaresima. Quando facciamo qualcosa di bene, a volte siamo tentati di essere apprezzati e di avere una ricompensa: la gloria umana. Ma si tratta di una ricompensa falsa perché ci proietta verso quello che gli altri pensano di noi. Gesù ci chiede di fare il bene perché è bene. Ci chiede di sentirci sempre sotto lo sguardo del Padre celeste e di vivere in rapporto a Lui, non in rapporto al giudizio degli altri. Vivere alla presenza del Padre è una gioia molto più profonda di una gloria mondana. Il nostro atteggiamento in questa Quaresima sia dunque di vivere nel segreto dove il Padre ci vede, ci ama, ci aspetta. Certo, anche le cose esteriori sono importanti, ma dobbiamo sempre scegliere e vivere alla presenza di Dio. Facciamo nella preghiera, nella mortificazione, e nella carità fraterna quello che possiamo, umilmente, davanti a Dio. Così saremo degni della ricompensa di Dio Padre.
 
Colletta
O Dio, nostro Padre,
concedi al popolo cristiano
di iniziare con questo digiuno
un cammino di vera conversione,
per affrontare vittoriosamente con le armi della penitenza
il combattimento contro lo spirito del male.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
Papa Francesco (Audiomessaggio “Keeplent”, 10 febbraio 2016): Oggi con l’imposizione delle ceneri, inizia la Quaresima, tempo di penitenza, revisione e introspezione di sé. Ed è il tempo propizio per maturare, nella preghiera, propositi e decisioni che ci permetteranno di pronunciare il nostro si alla volontà di Dio e alla sua Legge, preparandoci in questo modo fruttuosamente alla Pasqua. Ecco perché è importante per noi cristiani accostarci alla Liturgia della Ceneri, poiché ci invita a riflettere sulla nostra condotta di vita e ci spinge a intraprendere un cammino più adatto all’essere umano creato a immagine e somiglianza di Dio. Le ceneri poste sul nostro capo ci ricordano la potenza creatrice di Dio: noi eravamo polvere che l’Onnipotente ha plasmato e a cui ha dato vita, attraverso il suo soffio generatore (Gen 2,6). Ma ci ricorda anche la nostra contingenza: «Con il sudore del tuo volto mangerai il pane, finché non ritornerai alla terra, perché da essa sei stato tratto: polvere tu sei e in polvere ritornerai» (Genesi 3,19). La Quaresima ci ricorda il nostro peccato, e la vita nuova che ci è stata donata in Cristo. Ci ricorda la misericordia di Dio, e, allo stesso tempo, il nostro impegno per conquistare, con l’aiuto della grazia divina, la vita eterna.
 
I Lettura: La prima lettura è un invito alla penitenza. Un invito fatto tramite una serie di imperativi: ritornate … proclamate ... convocate. Un invito che vuole andare in profondità: bisogna ritornare al Signore non con un semplice atto di culto, ma lacerando il cuore per spurgarlo dal peccato, pus velenoso che appesta la vita dell’uomo: in altre parole mettere in moto un serio cammino di conversione rinunciando decisamente al peccato.
 
II Lettura: È Dio stesso che esorta attraverso la predicazione degli Apostoli. Fedeli al Vangelo, gli Apostoli annunciano la riconciliazione operata da Cristo. Non bisogna far cadere nel vuoto la predicazione degli Apostoli perché è scoccata l’ora della salvezza, infatti, ora, questo momento, è il tempo favorevole per carpire la salvezza offerta dall’amore di Dio a tutti gli uomini.
 
Vangelo
Il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà.
 
Per cogliere in profondità il tema del brano evangelico è necessario collocarlo all’interno di quella magna charta  del cristianesimo che è il Discorso della Montagna (Mt 5-7). La liturgia odierna ritaglia da questo Discorso un sostanzioso programma quaresimale attorno a tre temi: l’elemosina, la preghiera, il digiuno. La novità cristiana sta nel fatto che l’elemosina, la preghiera e il digiuno, esercizi ascetici tanto cari ai pii israeliti, sono stati purificati da quella ritualità esteriore che facilmente li fanno precipitare nelle acque paludose dell’ipocrisia. Gesù introduce come cardine di queste necessarie pratiche penitenziali il segreto e l’intimità, lasciando così il giudizio e la ricompensa al Padre che vede nel segreto.
 
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 6,1-6.16-18
 
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«State attenti a non praticare la vostra giustizia davanti agli uomini per essere ammirati da loro, altrimenti non c’è ricompensa per voi presso il Padre vostro che è nei cieli.
Dunque, quando fai l’elemosina, non suonare la tromba davanti a te, come fanno gli ipocriti nelle sinagoghe e nelle strade, per essere lodati dalla gente. In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Invece, mentre tu fai l’elemosina, non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra, perché la tua elemosina resti nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà.
E quando pregate, non siate simili agli ipocriti che, nelle sinagoghe e negli angoli delle piazze, amano pregare stando ritti, per essere visti dalla gente. In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Invece, quando tu preghi, entra nella tua camera, chiudi la porta e prega il Padre tuo, che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà.
E quando digiunate, non diventate malinconici come gli ipocriti, che assumono un’aria disfatta per far vedere agli altri che digiunano. In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Invece, quando tu digiuni, profùmati la testa e làvati il volto, perché la gente non veda che tu digiuni, ma solo il Padre tuo, che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà».
 
Parola del Signore.
 
Elemosina, preghiera e digiuno - Era già stato sancito da Gesù il principio: la legge dev’essere osservata dai discepoli con una perfezione superiore a quella degli scribi e dei farisei (5,20). Ora giunge il momento di applicare il principio ad alcune delle pratiche religiose più importanti in quei tempi: l’elemosina, la preghiera e il digiuno. Gesù conserva, di fronte a queste pratiche, l’atteggiamento che aveva assunto di fronte alla legge: non le critica in sé, ma nel modo e con le finalità con le quali sono compiute particolarmente dai farisei, ipocriti, i quali su queste pratiche insistevano maggiormente. Le pratiche religiose sono presentate in base al principio della retribuzione: chi le compie per gli uomini, per essere stimato e lodato per esse, ha già ricevuto la sua ricompensa; chi le compie per Dio, riceverà la ricompensa da lui.
L’elemosina era tenuta in onore fra i giudei come opera di carità. Gesù è d’accordo con questa mentalità. Al suo tempo era divenuto generale l’uso di annunziare nelle riunioni della sinagoga e persino per le strade qualsiasi elemosina importante. Il «suonare la tromba» sarebbe una metafora per indicare la pubblicità fatta alle elemosine. Invece di invanirsi per le proprie opere buone e di farne pubblicità, Gesù comanda di conservarne il segreto. Questo è il significato delle parole: «Non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra».
La stessa norma è data per la preghiera. 1 sacrifici nel tempio erano accompagnati da preghiere pubbliche. Le sinagoghe erano considerate come un prolungamento del tempio agli effetti della preghiera; quando giungeva l’ora della preghiera, si usava pregare anche per le strade. Questo si prestava all’ostentazione, specialmente per il fatto che si potevano ammirare coloro che sapevano recitare lunghe formule a memoria. Di fronte a questa usanza Gesù comanda che i suoi discepoli si rivolgano al Padre con preghiere semplici, in segreto, senza ostentazione. Naturalmente, queste affermazioni non privilegiano assolutamente un atteggiamento di Gesù che sarebbe contrario al. culto pubblico: egli stesso vi prendeva parte nel tempio di Gerusalemme.
Lo stesso schema è seguito per il tema del digiuno, che era considerato una concretizzazione o manifestazione della penitenza-conversione. Già nell’Antico Testamento vi era stata una distinzione tra il digiuno vero e il falso (Is 58,5-6). Il vero comporta l’autentica conversione a Dio; e questo, per Gesù, è un motivo di gioia, poiché la conversione stessa è una gioia. Il digiuno dev’essere praticato come fa intendere il testo, in modo festivo e gioioso. E poiché la conversione di cui si parla è un rapporto personale fra Dio e il peccatore, dev’essere conservato segreto, con la certezza che Dio ricompenserà quello che nessuno conosce fuori di Dio e dell’interessato.
 
Penitenza, una parola che oggi suscita qualche perplessità ed in molte menti evoca fantasmi medioevali. Per evitare tale disagio la si è cancellata, quasi del tutto, anche dal linguaggio cristiano. Al dire di Paolo Evdokimov, l’ascesi del nostro tempo «consisterà più che altro nel riposo imposto, nella disciplina della quiete e del silenzio, dove l’uomo ritrova la facoltà di concentrarsi per la preghiera e la contemplazione» e il digiuno, al posto «della macerazione inflitta, sarà la rinuncia gioiosa al superfluo, la sua spartizione con i poveri, un equilibrio sorridente, spontaneo, pacato». Occorre anche questo. Ora, l’uomo non deve convertirsi soltanto dalle notti sregolate passate al bar, ma, innanzi tutto, dal peccato. Non deve astenersi soltanto dal fumo o da qualche spettacolo indecente, ma deve fare molto di più: deve convertirsi dal peccato, rinunciare al male, riprendere la strada della santità. Spostare l’asse di attenzione sarebbe un enorme errore. La sacra Scrittura, il cui Magistero è infallibile, insegna che «Dio non ha dato a nessuno il permesso di peccare» (Sir 15,20), ma, se malauguratamente dovesse succedere di cadere nelle sabbie mobili del male, Dio concede all’uomo, dopo il peccato, la possibilità di pentirsi (cfr. Sap 12,19). È il momento di cambiare mente, di fare ritorno nella casa del Padre celeste, di fare penitenza chiudendosi in un amplesso amoroso tra le braccia di Dio. E alla penitenza si deve assommare la vigilanza e la preghiera (cfr. Mt 26,41); la fede e la grazia di Dio (cfr. Ef 6,16; Rom 7,25); la fiducia in Dio, il quale, non permettendo che i credenti siano tentati oltre le loro forze, con la tentazione darà loro anche la via d’uscita e la forza per sopportarla (cfr. 1Cor 10,13; 2Pt 2,9; Rom 16,20; Ap 3,10). Deve soprattutto impugnare «la spada dello Spirito, cioè la Parola di Dio» (Ef 6,17). Per quanto riguarda la sua efficacia, lo suggerisce incautamente lo stesso tentatore quando oserà tentare nel deserto il Figlio di Dio. Satana sbaragliato dalla Parola di Dio fa ricorso alla stessa per tentare di limitare la disfatta. La vita cristiana è fondata sul progetto salvifico di Dio e soltanto edificandola sulla Parola di Dio avrà stabilità imperitura (cfr. Mt 7,24-5). Inaugurando l’itinerario quaresimale, «guardiamo a Cristo che digiuna e lotta contro il diavolo. Anche noi, infatti, nel prepararci alla Pasqua, siamo “condotti” dallo Spirito nel deserto della preghiera e della penitenza, per nutrirci intensamente della Parola di Dio. Anche noi, come Cristo, siamo chiamati a una lotta forte e decisa contro il demonio. Solo così, con una rinnovata adesione alla volontà di Dio, possiamo restare fedeli alla nostra vocazione cristiana: quella di essere araldi e testimoni del Vangelo» (Giovanni Paolo II, 2004). Resistere allo Spirito Santo sarebbe pura e semplice follia con irreversibili conseguenze!  
 
L’elemosina per il Regno dei Cieli - I. Roncagli: Il motivo per cui l’elemosina costituisce la chiave del regno viene esposto dallo stesso Gesù nel grande discorso escatologico (Mt 26,31-40) in cui egli ci insegna a scoprire e a servire la sua stessa persona in tutti i fratelli che invocano il nostro aiuto.
La rinuncia completa ai beni terreni, distribuendoli ai poveri, diviene quindi lo strumento ideale per il conseguimento dell’unione con Cristo. Ecco la richiesta che Gesù rivolge al giovane ricco desideroso di avere la vita eterna: «Una cosa ancora ti manca; vendi tutto quello che hai, distribuiscilo ai poveri e avrai un tesoro nei cieli; poi vieni e seguimi» (Lc 18,22).
Chi ha compreso queste parole è come l’uomo che ha scoperto il tesoro nascosto in un campo e, «pieno di gioia, vende tutto il suo avere» per comprarlo (Mt 13,44).
Evidentemente siamo ben lontani dall’interpretazione corrente della parola «elemosina»; la scala dei valori è completamente capovolta, e il cosiddetto «benefattore», che con la rinuncia sia pure integrale a dei beni perituri consegue il possesso del bene eterno, è in realtà il vero «beneficato». O meglio, nella rispettiva donazione e accettazione, sono beneficati entrambi dal dono incomparabile della divina carità che lo Spirito santo diffonde nei loro cuori (cf. Rm 5,5).
 
Una lacrima di pentimento cancella ogni capo d’accusa: «Senza che l’uomo lo noti, gli sta incessantemente al fianco un annotatore invisibile dei suoi discorsi e delle sue azioni, che appunta per il giorno del giudizio. Chi potrà soddisfare le esigenze severe della giustizia, dato che chiederà conto di ogni battito degli occhi, dato che ogni sguardo non passa inosservato? E tuttavia, venite e incoraggiatevi: per quanto il conto della giustizia sia così severo, quando l’uomo fa penitenza una sola sua lacrima cancella tutto l’elenco delle sue colpe. Ma venite, vedete quest’altro e stupite: anche se dalla misericordia la grazia trabocca come un mare, a colui che non si converte nessuno potrà far giungere la grazia nel giorno del giudizio» (Efrem Siro, Esortazione alla penitenza, 11,5).
 
Il Santo del giorno - 5 Marzo 2025 -  San Foca l’Ortolano, Martire: Accanto ai grandi martiri dei primi anni del secondo secolo come Ignazio di Antiochia e Simeone di Gerusalemme, ultimo dei parenti immediati di Gesù, troviamo anche un ortolano, di nome Foca, abitante a Sinope, nel Ponto Eusino. Era apprezzato e benvoluto da tutti per la sua generosità e la sua ospitalità e di queste sue virtù diede una commovente dimostrazione agli stessi carnefici, incaricati di eseguire la sentenza capitale pronunciata contro di lui. Evidentemente i carnefici non lo conoscevano di persona, perché, entrati in casa sua per avere delle indicazioni, furono generosamente invitati a pranzo dall’ortolano. Mentre i due si rifocillavano, Foca andò nell’orto a scavarsi la fossa; quindi tornò in casa e dichiarò la propria identità ai carnefici, pregandoli di non porre indugi all’esecuzione della sentenza. Fu accontentato e pochi istanti dopo il suo corpo cadeva nella fossa appena scavata. (Avvenire)
 
Questo sacramento che abbiamo ricevuto, o Padre,
ci sostenga nel cammino quaresimale,
santifichi il nostro digiuno
e lo renda efficace per la guarigione del nostro spirito.
Per Cristo nostro Signore.
 
 
 
 
 
 
 
 
 4 Marzo 2025
 
Martedì VIII Settimana del Tempo Ordinario
 
Sir 35,1-15; Salmo Responsoriale Dal Salmo 49 (50); Mc 10,28-31
 
Colletta
Concedi, o Signore, che il corso degli eventi nel mondo
si svolga secondo la tua volontà di pace
e la Chiesa si dedichi con gioiosa fiducia al tuo servizio.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
Papa Francesco (Santa Marta, 26 maggio 2015): Seguire Gesù dal punto di vista umano non è un buon affare: è servire. Lo ha fatto Lui, e se il Signore ti dà la possibilità di essere il primo, tu devi comportarti come l’ultimo, cioè nel servizio. E se il Signore ti dà la possibilità di avere beni, tu devi comportarti nel servizio, cioè per gli altri. Sono tre cose, tre scalini che ci allontanano da Gesù: le ricchezze, la vanità e l’orgoglio. Per questo sono tanto pericolose, le ricchezze, perché ti portano subito alla vanità e ti credi importante. E quando ti credi importante ti monti la testa e ti perdi (…) È brutto vedere un cristiano, sia laico, consacrato, sacerdote, vescovo, è brutto quando si vede che vuole le due cose: seguire Gesù e i beni, seguire Gesù e la mondanità. E questo è una contro-testimonianza e allontana la gente da Gesù. Continuiamo adesso pensando alla domanda di Pietro. ‘Abbiamo lasciato tutto: come ci pagherai?’, e pensando alla risposta di Gesù. Il prezzo che Lui ci darà è la somiglianza a Lui. Questo sarà lo ‘stipendio’. Grande ‘stipendio’, assomigliare a Gesù!
 
I Lettura:  L’autore non si limita ad enumerare un certo numero di sacrifici e di offerte, ma a collocare gli uni e le altre all’interno di un discorso religioso ed etico complessivo: vale a dire a considerare queste oblazioni efficaci soltanto se accompagnate da un cuore retto e puro. Se non si possiede questo fondamentale requisito, è come presentarsi davanti al Signore “a mani vuote”, anche se si offrono abbondanti sacrifici. L’offerta che sale a Dio e che gli giunge gradita è, infatti, soltanto quella del “giusto”, che ha fatto prima di tutto della sua vita un atto di culto al Signore, custodendo la sua legge e mettendola in pratica. Sotto questa luce, anche l’offerta assume un significato tutto interiore, come gesto che esprime la generosità e la letizia del cuore di chi vuol ringraziare e rendere gloria al Signore.
 
Vangelo
Riceverete in questo tempo cento volte tanto insieme a persecuzioni, e la vita eterna nel tempo che verrà.
 
Pietro vuole essere assicurato sulla ricompensa. Lui ha lasciato tutto e adesso vuole sapere cosa gli toccherà come compenso.
Gesù rispondendo - In verità vi dico - si impegna solennemente nelle sue parole. La ricompensa, solo per coloro che lasciano tutto per il Vangelo, è già donata al presente. Quindi, il centuplo promesso non è solo per la vita futura. È già per adesso. La nuova famiglia è la Chiesa dove i discepoli del Cristo si trovano uniti da un mutuo aiuto e dalla carità. A questi beni si assommano le persecuzioni.
Non verranno mai meno i beni e non cesseranno le ostilità: «Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi» (Gv 15,20). Soltanto nel futuro sarà donata la vita eterna.
È il percorso tracciato per ogni discepolo che vuole avere la vita eterna. Altre strade, o peggio ancora scorciatoie, non esistono. Ancora una volta nel messaggio evangelico si impone la radicalità.
 
Dal Vangelo secondo Marco
Mc 10,28-31
 
In quel tempo, Pietro prese a dire a Gesù: «Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito».
Gesù gli rispose: «In verità io vi dico: non c’è nessuno che abbia lasciato casa o fratelli o sorelle o madre o padre o figli o campi per causa mia e per causa del Vangelo, che non riceva già ora, in questo tempo, cento volte tanto in case e fratelli e sorelle e madri e figli e campi, insieme a persecuzioni, e la vita eterna nel tempo che verrà. Molti dei primi saranno ultimi e gli ultimi saranno primi».
 
Parola del Signore.
 
Pietro prese a dire a Gesù: «Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito» - Benedetto Prete (I Quattro Vangeli): Marco, seguito in ciò da Luca, ci ha conservato la risposta del Salvatore in una forma chiara e distinta. Per causa mia e per quella del Vangelo; il Maestro pone in particolare rilievo la sua persona ed il Vangelo. Luca ha invece: «per causa del regno di Dio», poiché dà all’espressione un senso più universale, che abbraccia tutti i seguaci di Cristo. Marco predilige la formula: «a causa del Vangelo», che ricorre otto volte nel suo scritto, mentre Matteo l’usa soltanto quattro volte e Luca mai. L’evangelista distingue chiaramente tra: in questo tempo e nell’èra futura. La ricompensa consiste nel promettere ai discepoli il centuplo in questa vita; evidentemente l’espressione non va presa in senso quantitativo o matematico, ma in quello qualitativo e spirituale. Il Salvatore non fa una transazione commerciale tra ciò che si dà e ciò che si deve avere. Chi entra nella società di Cristo gode di tutto quello che hanno portato con sé coloro che già vi appartengono. Nel regno di Dio, cioè nella Chiesa, che è la società dei credenti vi è una comunicazione di beni e di aiuti. Il seguace di Cristo è sicuro di trovare nella Chiesa il regno della carità per cui quello che hanno gli altri può essere considerato come proprio. Nella Chiesa primitiva questo era un fatto assai frequente e visibile perché le comunità cristiane erano ristrette ed i suoi membri, vivendo in centri pagani o ebraici, si sentivano molto più vicini e solidali. Gli Atti (2, 4; 4, 2) ricordano che molti cristiani mettevano i propri beni in comune; testimonianze antiche elogiano la carità che regnava nei seguaci della nuova religione predicata da Cristo. Le parole del Maestro accentuano l’aspetto spirituale della ricompensa; esse quindi vanno considerate e spiegate in questa prospettiva. Si osservino due fatti: Cristo non promette come ricompensa delle mogli, eppure parla di fratelli, sorelle, madri e figli, né una vita umanamente tranquilla e beata. Il seguace di Cristo non avrà il centuplo in mogli, perché il termine non si presta per una prospettiva spirituale (Luca nel passo parallelo accenna alla moglie abbandonata a causa del regno di Dio, cf. Lc., 18, 9), né vivrà pacifico e beato perché dovrà sostenere delle persecuzioni. L’allusione alle persecuzioni (insieme con persecuzioni) indica chiaramente che il discepolo subirà nell’esistenza terrena delle prove nelle quali dovrà mostrare il suo spirito evangelico.
Questa promessa quindi non prospetta una felicità terrena, né l’instaurazione di un regno beato, quasi nuovo paradiso terrestre, come pensavano i Millenaristi.
 
 
In verità io vi dico: non c’è nessuno che abbia lasciato - Enzo Bianchi (Evangelo secondo Marco, 177 Ed. Qiqajon): “Non c’è nessuno che abbia lasciato casa o fratelli o sorelle o madre o figli o campi a causa mia e a causa dell’Evangelo che non riceva il centuplo adesso in questo tempo in case e fratelli e sorelle e madri e figli e campi insieme alle persecuzioni e la vita eterna nel secolo futuro.”. Non è un semplice annuncio ma anche un impegno del Kyrios nei confronti dei suoi discepoli e servi. Ciò che colpisce in questa promessa è innanzi tutto il dipendere della salvezza da una adesione, un coinvolgimento con la persona di Gesù: “a causa mia”. Nessun uomo di Dio, nessun profeta dell’A.T. e del NT. ha fatto dipendere la salvezza da un legame personale, Gesù invece sì e lo dichiara con forza, avendo piena coscienza della sua qualità e della sua missione. Qui va detto chiaramente: o Gesù davvero era il Messia, il Figlio di Dio oppure era un pazzo, un presuntuoso arrogante! Nessun uomo può, se è in senno, pensare che un altro determini la propria vita in base a lui e che da questo dipenda la salvezza, la vita eterna, l’entrata nel Regno. Gesù invece pretende questo a causa sua e dell’Evangelo, intimamente associato a lui, perché egli è araldo della buona novella, ma anche contenuto di essa. Gesù dice che chi ha lasciato la casa - cioè la patria, la propria terra -, chi ha lasciato le sorelle, i fratelli, la madre e il padre - cioè la famiglia, lo spazio dei vincoli di sangue - , chi la lasciato figli abbandonando la prospettiva del matrimonio, chi ha lasciato i campi quali segno del mestiere e della professione per essere coinvolto nella sua storia e per le esigenze dell’Evangelo, costui otterrà fin da ora il centuplo di tutto questo. Per alcuni discepoli questa lista di abbandoni e rinunce non è stata una eventualità ma un fatto che è diventato la loro situazione concreta, visibile e quotidiana: costoro però non conoscono solo l’aspetto negativo di questo lasciare tutto ma anche l’aspetto positivo della fecondità dell’amore cristiano, della moltiplicazione dei legami di fraternità, dell’abbondanza di paternità e maternità che procedono in terra da Dio (cfr. Ef 3.14- 15), della gioia di essere al servizio pieno del Signore attendendo solo a lui.
 
... insieme a persecuzioni - Raymond Deville: a) La persecuzione degli amici di Dio non è che un aspetto della guerra secolare che oppone Satana e le potenze del male a Dio ed ai suoi servi, e che si risolverà con lo schiacciamento del serpente. Dall’apparizione del peccato (Gen 3) fino alla lotte finali descritte nell’ Apocalisse, il dragone «perseguita» la donna e la sua discendenza (Apoc 12; cfr. 17; 19). Questa lotta si estende a tutta la storia, ma si amplifica sempre più a mano a mano che il tempo avanza. Raggiunge il vertice al momento della passione di Gesù, che è nello stesso tempo l’ora del principe delle tenebre e l’ora di Gesù, l’ora della sua morte e l’ora della sua glorificazione (Lc 22,53; Gv 12,23; 17,1). Nella Chiesa, le persecuzioni sono il segno e la condizione della vittoria definitiva di Cristo e dei suoi. A questo titolo hanno un significato escatologico, perché sono un prodromo del giudizio (1Pt 4,17ss) e della instaurazione completa del regno. Legati alla «grande tribolazione» (Mc 13,9-13.14-20), esse preludono alla fine del mondo e condizionano la nascita di una nuova era (Apoc 7,13-17).
b) Se i perseguitati rimasti fedeli nella prova (Apoc 7,14) sono fin d’ora vincitori e «sovrabbondano di gioia», la loro sorte gloriosa non deve far dimenticare l’aspetto tragico del castigo dei persecutori. L’ira di Dio, che si rivela fin d’ora nei confronti dei peccatori (Rom 1, 18), alla fine dei tempi cadrà su coloro che si saranno induriti, specialmente sui persecutori (1Tess 2,16; 2Tess 1,5-8; Apoc 6,9ss; 11,17s; 16,5s; 19,2). La loro sorte era già annunziata nella fine tragica di Antioco Epifane (2Mac 9; Dan 7,11; 8,25; 11,45) che quella  Dan 7, il; 8,25; 11,45) che quella di Erode Agrippa ripete (Atti 12, 21 ss). Questo nesso delle persecuzioni con il castigo escatologico è sottolineato nelle parabole dei vignaioli omicidi (Mt 21,33-46 par.) e del banchetto nuziale (22,1-14). L’ultimo delitto dei vignaioli ed i cattivi trattamenti subiti dagli ultimi servi costituiscono l’anello finale di una serie di oltraggi e scatenano l’ira del padrone o del re. «Poiché hanno versato sangue dei santi, sangue ha dato loro da bere; ne sono meritevoli» (Apoc. 16,6; 19,2).
 
... e la vita eterna nel tempo che verrà - Jean Radermakers: La reazione di Pietro permetterà a Gesù di approfondire ulteriormente questo punto: la vita eterna è una grazia; non c’è dunque bisogno di «fare» delle cose straordinarie ma di «ricevere» e accettare tutto ciò che viene dato. Pietro suppone che il problema sia ormai risolto per il gruppo dei discepoli: non hanno forse accettato le rinunce necessarie per seguire il Cristo? Le sue parole esprimono una presa di coscienza che costituisce un nuovo inizio (érxato léghein: 10,28; cf. 4,1; 8,31.32; 10,32,41), una comprensione più profonda della rinuncia accettata teoricamente nella risposta alla prima vocazione (1,16-20), anche se questa rinuncia non ha ancora stabilito una rottura definitiva col loro ambiente familiare e professionale, come dimostrano la visita di Simone alla suocera (1,29) e il continuo uso di una barca da parte dei discepoli (3,9; 4,1.36). Matteo insiste sulla ricompensa della loro decisione, che Gesù sviluppa nella promessa di associarli al giudizio escatologico delle dodici tribù d’Israele (Mt 19,27-28). Marco preferisce sottolineare la situazione concreta in cui li pone la chiamata di Gesù, confrontando ciò che hanno lasciato col centuplo che riceveranno, «ora, fin da questo momento» (l0,30), «con persecuzioni», che sono il test di fedeltà alla o f. 4,7). Perciò aggiunge, come aveva fatto citando il loghion sul senso della vita umana: «a causa di me e del lieto annunzio» (10,29; cf. 8,35); poiché l’impegno nei confronti del vangelo è l’unica via che permetta di ricevere la vita eterna nel mondo futuro.
In tal modo Gesù si dimostra d’accordo con Pietro, che scopre la gioia della rinuncia, nel centuplo che riceve come promessa di vita eterna. Situate in questo contesto, le persecuzioni non sono più l’ostacolo che lo faceva recalcitrare in occasione del primo «annunzio» della passione (8,32). In questo pegno gratuitamente offerto egli scorge in anticipo la potenza trasformante della risurrezione, che finora aveva omesso di considerare.
 
La verginità per il Regno - Catechismo della Chiesa Cattolica 1618: Cristo è il centro di ogni vita cristiana. Il legame con lui occupa il primo posto rispetto a tutti gli altri legami, familiari o sociali. Fin dall’inizio della Chiesa, ci sono stati uomini e donne che hanno rinunciato al grande bene del matrimonio per seguire “l’Agnello dovunque vada” (Ap 14,4), per preoccuparsi delle cose del Signore e cercare di piacergli, per andare incontro allo Sposo che viene. Cristo stesso ha invitato certuni a seguirlo in questo genere di vita, di cui egli rimane il modello: «Vi sono infatti eunuchi che sono nati così dal ventre della madre; ve ne sono alcuni che sono stati resi eunuchi dagli uomini, e vi sono altri che si sono fatti eunuchi per il Regno dei cieli. Chi può capire, capisca» (Mt 19,12).
1619: La verginità per il Regno dei cieli è uno sviluppo della grazia battesimale, un segno possente della preminenza del legame con Cristo, dell’attesa ardente del suo ritorno, un segno che ricorda pure come il matrimonio sia una realtà del mondo presente che passa.
1821: Noi possiamo, dunque, sperare la gloria del cielo promessa da Dio a coloro che lo amano [Rm 8,28-30] e fanno la sua volontà. In ogni circostanza ognuno deve sperare, con la grazia di Dio, di perseverare “sino alla fine” e ottenere la gioia del cielo, quale eterna ricompensa di Dio per le buone opere compiute con la grazia di Cristo. Nella speranza la Chiesa prega che «tutti gli uomini siano salvati» (1Tm 2,4). Essa anela ad essere unita a Cristo, suo Sposo, nella gloria del cielo: «Spera, anima mia, spera. Tu non conosci il giorno né l’ora. Veglia premurosamente, tutto passa in un soffio, sebbene la tua impazienza possa rendere incerto ciò che è certo, e lungo un tempo molto breve. Pensa che quanto più lotterai, tanto più proverai l’amore che hai per il tuo Dio e tanto più un giorno godrai con il tuo Diletto, in una felicità ed in un’estasi che mai potranno aver fine».
 
Tommaso d’Aquino (Super ev. Matth., XIX, 1619): E molti fra l primi saranno ultimi, e molti fra gli ultimi saranno primi: cioè quelli che sono venuti a Cristo, anche rinunciando a qualcosa, se vivono nell’errore non saranno primi, ma ultimi. Inoltre coloro che sono primi per superbia saranno ultimi ... La frase può anche essere riferita agli uomini e agli Angeli, poiché i primi nell’ordine degli Angeli sono diventati ultimi a seguito della loro caduta, mentre gli ultimi, cioè gli uomini, sono diventati primi e superiori a loro.
 
Il Santo del giorno - 4 Marzo 2025 - San Casimiro, Principe polacco: Nasce a Cracovia, nel 1458. Figlio del re di Polonia, appartenente alla dinastia degli Jagelloni, di origine lituana. Quando gli Ungheresi si ribellarono al loro re, Mattia Corvino, e offrirono al tredicenne principe Casimiro la corona, questi vi rinunciò appena seppe che il papa si era dichiarato contrario alla deposizione del regnante. Impegnato in una politica di espansione, re Casimiro IV (1440-1492) diede al terzogenito l’incarico di reggente di Polonia e il principe, minato dalla tubercolosi, svolse il compito senza lasciarsi irretire dalle seduzioni del potere. Non si piegò alle ragioni di Stato quando gli venne proposto dal padre il matrimonio con la figlia di Federico III, per allargare i già estesi confini del regno. Il principe Casimiro non voleva venir meno al suo ideale ascetico di purezza per vantaggi materiali cui non ambiva. Di straordinaria bellezza, ammirato e corteggiato, Casimiro aveva riservato il suo cuore alla Vergine. Si spegne a 25 anni a Grodno (in Lituania) il 4 marzo 1484. Nel 1521 papa Leone X lo dichiarò patrono della Polonia e della Lituania. (Avvenire) 
 
Saziati dal dono di salvezza,
invochiamo la tua misericordia, o Signore:
questo sacramento, che ci nutre nel tempo,
ci renda partecipi della vita eterna.
Per Cristo nostro Signore.
 
 3 Marzo 2025
 
Lunedì VIII Settimana del Tempo Ordinario
 
Sir 17,20-28 (NV) [gr. 17, 24-29]; Salmo Responsoriale Dal Salmo 31 (32); Mc 10,17-27
 
Colletta
Concedi, o Signore, che il corso degli eventi nel mondo
si svolga secondo la tua volontà di pace
e la Chiesa si dedichi con gioiosa fiducia al tuo servizio.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
Maestro buono - Veritatis Splendor 9: Gesù dice: «Perché mi interroghi su ciò che è buono? Uno solo è buono. Se vuoi entrare nella vita, osserva i comandamenti» (Mt 19,17). Nella versione degli evangelisti Marco e Luca la domanda viene così formulata: «Perché mi chiami buono? Nessuno è buono, se non Dio solo» (Mc 10,18; cf Lc 18,19).
Prima di rispondere alla domanda, Gesù vuole che il giovane chiarisca a se stesso il motivo per cui lo interroga. Il «Maestro buono» indica al suo interlocutore - e a tutti noi - che la risposta all’interrogativo: «Che cosa devo fare di buono per ottenere la vita eterna?», può essere trovata soltanto rivolgendo la mente e il cuore a Colui che «solo è buono»: «Nessuno è buono, se non Dio solo» (Mc 10,18; cf Lc 18,19). Solo Dio può rispondere alla domanda sul bene, perché Egli è il Bene.
Interrogarsi sul bene, in effetti, significa rivolgersi in ultima analisi verso Dio, pienezza della bontà. Gesù mostra che la domanda del giovane è in realtà una domanda religiosa e che la bontà, che attrae e al tempo stesso vincola l’uomo, ha la sua fonte in Dio, anzi è Dio stesso, Colui che solo è degno di essere amato «con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutta la mente» (Mt 22,37), Colui che è la sorgente della felicità dell’uomo. Gesù riporta la questione dell’azione moralmente buona alle sue radici religiose, al riconoscimento di Dio, unica bontà, pienezza della vita, termine ultimo dell’agire umano, felicità perfetta.
 
I Lettura: Un invito alla conversione, sollecitato dalla benevolenza di Dio, il quale a “chi si pente Dio offre il ritorno”.  Se la punizione è certa (il “contraccambio” per il male compiuto, 18), c’è tuttavia la possibilità che Dio ne sospenda l’esecuzione per qualche tempo, dando così a chi ha sbagliato l’opportunità di non peccare più, di pentirsi e di tornare alla casa del Signore (20-21).
 
Vangelo
Vendi quello che hai e vieni! Seguimi!
 
Il brano evangelico si divide in tre parti: la prima descrive l’incontro di Gesù con un “tale” desideroso di ottenere la vita eterna; la seconda riporta una riflessione del Maestro a proposito delle ricchezze; la terza, Gesù, “guardando in faccia” i discepoli, rivela loro l’onnipotenza di Dio, alla quale nessuno può porre ostacoli o limiti. Tre parti che in ogni caso sono unite da un unico tema: il serio pericolo che rappresentano le ricchezze per il possesso dei beni celesti.
 
Dal Vangelo secondo Marco
Mc 10,17-27
 
In quel tempo, mentre Gesù andava per la strada, un tale gli corse incontro e, gettandosi in ginocchio davanti a lui, gli domandò: «Maestro buono, che cosa devo fare per avere in eredità la vita eterna?». Gesù gli disse: «Perché mi chiami buono? Nessuno è buono, se non Dio solo. Tu conosci i comandamenti: “Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non testimoniare il falso, non frodare, onora tuo padre e tua madre”».
Egli allora gli disse: «Maestro, tutte queste cose le ho osservate fin dalla mia giovinezza». Allora Gesù fissò lo sguardo su di lui, lo amò e gli disse: «Una cosa sola ti manca: va’, vendi quello che hai e dallo ai poveri, e avrai un tesoro in cielo; e vieni! Seguimi!». Ma a queste parole egli si fece scuro in volto e se ne andò rattristato; possedeva infatti molti beni.
Gesù, volgendo lo sguardo attorno, disse ai suoi discepoli: «Quanto è difficile, per quelli che possiedono ricchezze, entrare nel regno di Dio!».
I discepoli erano sconcertati dalle sue parole; ma Gesù riprese e disse loro: «Figli, quanto è difficile entrare nel regno di Dio! È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio». Essi, ancora più stupiti, dicevano tra loro: «E chi può essere salvato?». Ma Gesù, guardandoli in faccia, disse: «Impossibile agli uomini, ma non a Dio! Perché tutto è possibile a Dio».
 
Parola del Signore.
 
... un tale gli corse incontro - Per Matteo il “tale” che si accosta a Gesù è un giovane (Mt 19,20.22) e per Luca un notabile, quindi una persona importante (Lc 18,18). Il giovane, agiato, molto ricco, osservante della Legge, cresciuto in un ambiente familiare molto religioso, certamente doveva nutrire buoni propositi. Lo suggeriscono la fretta con la quale va incontro a Gesù e il suo gettarsi in ginocchio davanti al giovane Rabbi di Nazaret. A sentirsi chiamare ‘Maestro buono’, Gesù sembra reagire bruscamente rispondendo che solo Dio è buono. Con questa risposta Gesù non nega la sua divinità. Affatto, perché la conferma. Per san Beda significa che «la stessa unica e indivisibile Trinità ... è il solo unico Dio buono. Il Signore dunque non nega di essere buono, ma afferma di essere Dio; non dichiara di non essere il buon Maestro, ma testimonia che al di fuori di Dio nessun maestro è buono» (Comm. in Marci ev., III).
La domanda posta dal giovane ricco riflette la mentalità farisaica. Per salvarsi bastava ubbidire alla Legge di Mosè e alle tante, infinite prescrizioni legali, liturgiche, morali ad essa direttamente o indirettamente legate. Forse temeva che nel computo mancasse qualcosa. L’uomo è schietto, ma ha una mentalità legalista che lo tiene inevitabilmente lontano dalla fede. È deciso a tutto pur di arrivare al beato possesso, però, confrontandosi con il ‘Maestro buono’, non sa di giuocare su un campo minato.
La risposta di Gesù può sembrare ovvia, ma in verità vuol far uscire allo scoperto l’anonimo interlocutore. Il giovane nel rispondere è indubbiamente sincero, e lo sguardo di Gesù lo sottolinea (Marco ama soffermarsi sullo sguardo di Gesù: cf. 3,5.34; 5,32; 10,23; 11,11). Il giovane non mente perché «se fosse stato colpevole del reato di menzogna o di simulazione, certamente non si sarebbe detto di lui che Gesù lo amava dopo averlo guardato nell’intimo del cuore» (San Beda, ibidem).
Gesù, ottenuta la risposta che aveva sollecitato, indica al giovane quello che gli manca per raggiungere la vita eterna: la sequela cristiana perché solo in essa può trovare quello che cerca. E pone una condizione: abbandonare tutte le ricchezze.
È facile sentirsi a posto perché si osservano i comandamenti di Dio. Ma questo modo di ragionare apre l’uomo all’autosufficienza, alla tentazione di catturare Dio, di imporgli delle regole di comportamento: significa voler costringere Dio ad essere buono perché si osserva la Legge. Formalmente, senza mettere amore nei giudizi, carità nelle parole, misericordia nelle relazioni (cf. Mt 9,13). È il peccato originale dei farisei. Ragionando così il giovane notabile ricco sbaglia di molto.
Gesù non impone l’indigenza, ma l’abbandono fiducioso all’agire di Dio. La proposta addolora il giovane che sconcertato lascia il campo triste perché spudoratamente attaccato ai suoi beni.
 
Gesù fissò lo sguardo su di lui, lo amò - Adalberto Sisti (Marco): guardandolo con amore: letteralmente «guardandolo lo amò: notazione propria di Marco, con cui si fa rilevare l’atteggiamento tutto ispirato ad amore e simpatia di Gesù, il quale in tal modo dimostra la sua soddisfazione per essersi incontrato con un uomo sinceramente religioso e desideroso di perfezione. - Va’, vendi tutto ciò che hai: le parole di Gesù rispondono al desiderio di perfezione del giovane e vogliono indicare in modo concreto ciò che egli deve fare per realizzare quell’unica cosa che gli manca. Non contengono, perciò, un obbligo assoluto per tutti, ma solo un consiglio di maggiore perfezione. Per gli ebrei del tempo le ricchezze erano una benedizione di Dio, che permettevano di aiutare il prossimo con opere di ben come l’elemosina (cf Mt 6,2-4). Per Gesù, che più realisticamente vi vedeva un pericolo a un impedimento al raggiungimento del regno di Dio (vv. 23-27), spogliarsi di esse era come rendersi liberi per poter più speditamente camminare dietro le sue stesse orme; anzi, si dovrebbe dire, come il presupposto ala condizione indispensabile per essere suo discepolo (cf Lc 14.33).
 
Quanto è difficile, per quelli che possiedono ricchezze, entrare nel regno di Dio! - Christa Breuer: Nell’Antico Testamento il ricco era considerato un uomo particolarmente benedetto da Dio. La ricchezza era un segno di un particolare favore divino (per es. Abramo, Gen 13,2). Ma quando più tardi si abusò della ricchezza, i profeti biasimarono spesso i ricchi (per es. Ger 34,8ss). Nel Nuovo Testamento, di fronte al lieto messaggio del regno di Dio e all’attesa imminente, si esige la totale abnegazione per amore del regno dei cieli (cf. la parabola della perla preziosa. Mt 13,45s). Soprattutto Luca condanna ripetutamente il cattivo uso della ricchezza. I ricchi e i sazi vengono esclusi dal regno di Dio; ai poveri e a quanti hanno fame viene promessa la ricompensa in cielo (Lc 6,20ss). Ricercare i beni terreni è stoltezza. Quando giunge la morte, il ricco non può portare con sé ciò a cui ha attaccato la propria anima (Lc 12,16). L’uomo può servire un solo padrone: Dio o mammona (Lc 16,13). Il significato del possesso dei beni in rapporto alla salvezza eterna dell’uomo viene rivelato nella parabola dell’uomo ricco e del povero Lazzaro (Lc 16,19-31). Chi vuole entrare nel regno di Dio deve sciogliere il suo cuore dal legame con la ricchezza (Lc 18,29s). Per il credente però la ricchezza è un dono di Dio che deve essere impiegato per il servizio del prossimo (Lc 16,10-12). 
 
Essi, ancora più stupiti, dicevano tra loro: «E chi può essere salvato?»: Il tale va via triste, ma rimangono sconcertati anche i discepoli. Per il loro modo di pensare la ricchezza era una benedizione di Dio. Più si era buoni, più si era giusti e più Dio moltiplicava la ricchezza in figli, campi, servi, bestiame, denaro ... e sono ancora più sbigottiti quando le loro orecchie sentono che «è più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio».
In ebraico il termine ricchezza ha la stessa radice del termine fede che significa appoggiarsi, dare fiducia. Quindi, Gesù ha spostato il problema su un piano diverso: il dilemma della scelta del giovane non è fra ricchezza e povertà, ma fra ricchezza e Cristo stesso. La sacra Scrittura non condanna la ricchezza in se stessa, ma i ricchi disonesti (cf. Lc 6,24), né tanto meno considera la povertà di mezzi economici un bene in sé. Il vero problema sta nel fatto che la ricchezza, quando diventa un fine, quando diventa “un appoggio”, si sostituisce a Dio facendo precipitare nell’idolatria. La contrapposizione fra Dio e il denaro è quindi sul piano religioso e non sociale! È sul piano religioso in quanto si giunge a credere che la felicità derivi dal possesso delle cose e quindi dalle cose stesse. Il regno di Dio non si conquista assommando la Legge al conto corrente, ma seguendo risolutamente Gesù povero, casto, umiliato e obbediente alla volontà del Padre fino alla morte e alla morte di croce (cf. Fil 2,8).
È il percorso tracciato per ogni discepolo che vuole avere la vita eterna. Altre strade, o peggio ancora scorciatoie, non esistono. Ancora una volta nel messaggio evangelico si impone la radicalità.
 
Lumen gentium 42: La santità della Chiesa è favorita in modo speciale dai molteplici consigli che il Signore nel Vangelo propone all’osservanza dei suoi discepoli. Tra essi eccelle il prezioso dono della grazia divina, dato dal Padre ad alcuni (cfr. Mt 19,11; 1 Cor 7,7), di consacrarsi, più facilmente e senza divisione del cuore (cfr. 1Cor 7,7), a Dio solo nella verginità o nel celibato. Questa perfetta continenza per il regno dei cieli è sempre stata tenuta in singolare onore dalla Chiesa, quale segno e stimolo della carità e speciale sorgente di fecondità spirituale nel mondo.
La Chiesa ripensa anche al monito dell’Apostolo, il quale incitando i fedeli alla carità, li esorta ad avere in sé gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù, il quale «spogliò se stesso, prendendo la natura di un servo... facendosi obbediente fino alla morte» (Fil 2,7-8), e per noi «da ricco che era si fece povero» (2 Cor 8,9). L’imitazione e la testimonianza di questa carità e umiltà del Cristo si impongono ai discepoli in permanenza; per questo la Chiesa, nostra madre, si rallegra di trovare nel suo seno molti uomini e donne che seguono più da vicino questo annientamento del Salvatore e più chiaramente lo mostrano, abbracciando, nella libertà dei figli di Dio, la povertà e rinunziando alla propria volontà: essi cioè per amore di Dio, in ciò che riguarda la perfezione, si sottomettono a una creatura umana al di là della stretta misura del precetto, al fine di conformarsi più pienamente a Cristo obbediente.
 
Alberto Magno: In ev. Mare., X.: ... quanto è difficile per chi confida nelle ricchezze varcare la soglia del Regno di Dio: prima invece (Mc. 10,23) aveva parlato di possesso delle ricchezze ... ora spiega che è la fiducia nelle ricchezze che impedisce di entrare nel Regno ... Altro è avere ricchezze, e altro è amarle. Molti le hanno ma non le amano; molti non le hanno ma le amano; altri le hanno e anche le amano; altri ancora non provano piacere né dall’averle, né dal l’amarle, perché hanno maggiori certezze: sono coloro che possono dire, 10,25 con l’Apostolo (Gal. 6,14): Il mondo, per me, è stato crocefisso e io sono stato crocefisso per il mondo.
 
Il Santo del Giorno - 3 Marzo 2025 - Santa Cunegonda. La santità è esperienza che trasforma se condivisa: La santità è “contagiosa”: vivere come testimoni trasparenti della vita di Dio, affascina il mondo e sparge i semi del Vangelo, trasformando le vite. È di questa dimensione condivisa della santità, che ci parla la vicenda di santa Cunegonda, il cui marito, l’imperatore Enrico II appare come lei nell’elenco dei santi. E fu sicuramente l’imperatrice a mettere il seme della testimonianza eroica di fede nel proprio matrimonio, perché proprio il suo modo di vivere il Vangelo spinse Enrico a non ripudiarla, quando si accorse della sterilità della consorte. Nata in Lussemburgo nel 978, a 20 anni Cunegonda sposò Enrico, che nel 1002 fu incoronato re di Germania e nel 1014 imperatore. Poiché la moglie non poteva dargli una discendenza, il sovrano avrebbe potuto ripudiare la donna, secondo il diritto germanico, ma decise di condividere con lei questo stile di vita. Nel 1007 i due coniugi sovrani fecero costruire il Duomo di Bamberga e un’abbazia benedettina. Con la propria dote poi Cunegonda fece erigere il monastero benedettino di Kaufungen nel 1021. Fu qui, che nel 1025, un anno dopo essere rimasta vedova e aver retto l’Impero per qualche mese, Cunegonda si ritirò infine a vita monastica. Morì nel 1033 o, secondo alcune fonti, nel 1039. (Avvenire)
 
Saziati dal dono di salvezza,
invochiamo la tua misericordia, o Signore:
questo sacramento, che ci nutre nel tempo,
ci renda partecipi della vita eterna.
Per Cristo nostro Signore.
 
 2 Marzo 2025
 
VIII Domenica Tempo Ordinario
 
Sir 27,5-8, (NV) [gr. 27,4-7]; Salmo responsoriale Dal Salmo 91 (92); 1Cor 15,54-58; Lc 6,39-45
 
Colletta
Dio nostro Padre,
che hai inviato nel mondo la Parola di verità,
risana i nostri cuori divisi,
perché dalla nostra bocca non escano parole malvagie
ma parole di carità e di sapienza.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
Papa Francesco (Angelus 3 Marzo 2019): L’odierna pagina evangelica presenta brevi parabole, con le quali Gesù vuole indicare ai suoi discepoli la strada da percorrere per vivere con saggezza. Con l’interrogativo: «Può forse un cieco guidare un altro cieco?» (Lc 6, 39), Egli vuole sottolineare che una guida non può essere cieca, ma deve vedere bene, cioè deve possedere la saggezza per guidare con saggezza, altrimenti rischia di causare dei danni alle persone che a lei si affidano. Gesù richiama così l’attenzione di quanti hanno responsabilità educative o di comando: i pastori d’anime, le autorità pubbliche, i legislatori, i maestri, i genitori, esortandoli ad essere consapevoli del loro ruolo delicato e a discernere sempre la strada giusta sulla quale condurre le persone. […].
Nel brano di oggi troviamo un’altra frase significativa, quella che esorta a non essere presuntuosi e ipocriti. Dice così: «Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello e non ti accorgi della trave che è nel tuo occhio?» (v.41). Tante volte, lo sappiamo tutti, è più facile o comodo scorgere e condannare i difetti e i peccati altrui, senza riuscire a vedere i propri con altrettanta lucidità. Noi sempre nascondiamo i nostri difetti, li nascondiamo anche a noi stessi; invece, è facile vedere i difetti altrui. […] Tutti abbiamo difetti: tutti. Dobbiamo esserne consapevoli e, prima di condannare gli altri, dobbiamo guardare noi stessi dentro. Possiamo così agire in modo credibile, con umiltà, testimoniando la carità.

I Lettura: L’Antico Testamento, Siracide (Ed. Paoline): Quando si scuote un setaccio restano i rifiuti: La vita agricola della Palestina suggerisce la prima immagine: un setaccio che trattiene la pula e lascia passare i chicchi di grano da utilizzare subito oppure da conservare per qualche tempo. Il paragone è con la “riflessione” (logismos, pensiero, ragionamento, discussione, ecc.), che funziona anch’essa come un setaccio che trattiene e porta in superficie tutti i difetti di chi parla. Le successive immagini della fornace (5) e dell’albero da frutto (6) vogliono essere un’ulteriore esemplificazione di ciò che è sotteso all’agire a al parlare umano: le imperfezioni e le lacune vengono inevitabilmente a galla.
I vasi del ceramista li mette a prova la fornace, così il modo di ragionare è il banco di prova per un uomo. Il modo di ragionare, discutere o conversare (il sostantivo dialogismos usato qui contempla tutti e tre questi significati) è rivelatore del carattere della qualità dell ‘uomo: come il forno lo è per le ceramiche del vasaio.
Non lodare nessuno prima che abbia parlato, poiché questa è la prova degli uomini. Come al v. 5, anche qui la parola è concepita come una sorta di test attraverso il quale si misura il valore e I ‘affidabilità di un individuo: il modo in cui uno parla e soprattutto come uno ragiona.
 
II Lettura: Nel testo paolino ai versetti 54 e 55 troviamo citazioni molto libere di Isaia 25,8 e Osea 13,14.
Per l’apostolo Paolo la morte come uno scorpione, possiede un pungiglione (il peccato) di cui si serve per inettiare il veleno.
Gesù Cristo sconfiggendo il peccato (Rm 8,1-2), causa dalla morte (Gen 3,19; Rm 5,12), riveste d’immortalità il corpo mortale dell’uomo.
 
Vangelo
La bocca esprime ciò che dal cuore sovrabbonda.
 
Dal Vangelo secondo Luca
Lc 6,39-45
 
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli una parabola:
«Può forse un cieco guidare un altro cieco? Non cadranno tutti e due in un fosso? Un discepolo non è più del maestro; ma ognuno, che sia ben preparato, sarà come il suo maestro.
Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello e non ti accorgi della trave che è nel tuo occhio? Come puoi dire al tuo fratello: “Fratello, lascia che tolga la pagliuzza che è nel tuo occhio”, mentre tu stesso non vedi la trave che è nel tuo occhio? Ipocrita! Togli prima la trave dal tuo occhio e allora ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dall’occhio del tuo fratello.
Non vi è albero buono che produca un frutto cattivo, né vi è d’altronde albero cattivo che produca un frutto buono. Ogni albero infatti si riconosce dal suo frutto: non si raccolgono fichi dagli spini, né si vendemmia uva da un rovo. L’uomo buono dal buon tesoro del suo cuore trae fuori il bene; l’uomo cattivo dal suo cattivo tesoro trae fuori il male: la sua bocca infatti esprime ciò che dal cuore sovrabbonda».

Parola del Signore.
 
Benedetto Prete (I Quattro Vangeli): 39 Disse loro anche una parabola, cioè una breve immagine. Un cieco può forse condurre un altro cieco? In Luca questo detto trova un’applicazione differente da quella che si ha in Matteo; per il primo evangelista infatti i Farisei sono accusati di essere dei ciechi e delle guide dei ciechi (cf. Mt., 15, 14); per Luca invece la parabola ha un valore generale, poiché è rivolta a tutti coloro che, senza avere la scienza e la prudenza sufficienti, pretendono di essere la guida degli altri. Chi è cieco non può erigersi a maestro degli altri.
40 Non v’è discepolo al di sopra del maestro; in Matteo l’affermazione ricorre in altro contesto ed ha un senso differente da quello inteso da Luca nel passo attuale; queste parole in Mt., 10, 24-25 significano che la sorte del discepolo di Cristo non può essere diversa da quella riservata al Maestro; perciò come Gesù fu osteggiato e perseguitato, così anche i suoi discepoli dovranno subire ostilità e persecuzioni. L’affermazione di Luca, presa in senso assoluto, significa che ogni discepolo, anche quando avrà raggiunto la sua perfezione, non supererà il Maestro; tuttavia non si vede con chiarezza il nesso che lega questo vers. con il contesto. Il senso dell’affermazione sembra essere il seguente: chi vuol esser la guida degli altri deve essere perfetto, perché nessun discepolo è superiore al maestro; il discepolo quindi deve raggiungere la perfezione del maestro poiché soltanto chi è maestro ha l’esatta conoscenza delle cose e, di conseguenza, può essere una guida illuminata.
41-42 Perché guardi la scheggia che è nell’occhio del tuo fratello; preferiamo tradurre il sostantivo κάρφος con «scheggia» invece di «pagliuzza», come hanno spesso le versioni, per mantenere il parallelismo dell’immagine (trave-scheggia, cioè un pezzettino di legno). Luca e Matteo sono in perfetto accordo; le due immagini della scheggia e della trave sono in sé evidenti e non hanno bisogno di lunghe spiegazioni. Non si parla più di misericordia per gli altri, ma di onestà verso se stessi e di sincero desiderio di emendarsi. Un’altra condizione fondamentale dello zelo autentico è quella di correggere i propri difetti prima di censurare quelli degli altri.
43 Non vi è albero buono che dia frutto cattivo; i verss. 43-44 corrispondono a quelli di Mt., 12, 33-35, tuttavia l’insegnamento è riferito da questi evangelisti in due differenti contesti: in Matteo il principio è applicato ai falsi profeti e serve a discernere la loro dottrina, in Luca al contrario esso ha un valore universale ed assurge a norma di vita spirituale; in Matteo inoltre il detto ricorre in un contesto polemico, in Luca invece esso ha il tono asseverativo di un principio etico.
44 Ogni albero infatti si conosce dal proprio frutto; ogni albero rivela la propria qualità dai frutti che produce. Il vers. non costituisce soltanto una spiegazione del precedente, ma ne è anche una conferma; le cose infatti non possono andare diversamente: dalle spine non si raccolgono dei fichi, né dai rovi dell’uva; i cespugli ed i rovi non possono produrre che spine.
45 L’uomo buono trae fuori dal buon tesoro del suo cuore cose buone; nel vers. si passa ad una maggiore precisazione della dottrina; mentre nei verss. 43-44 si ricorreva ad immagini e si parlava in modo generico delle azioni umane, qui invece si accenna apertamente al cuore ed alla bocca dell’uomo. Il cuore, considerato come il principio della vita morale (cf. Mc., 7, 20-21), viene paragonato ad un tesoro (cf. Mt., 13, 52) che è detto buono o cattivo secondo le qualità del suo contenuto. Poiché la bocca parla di quello di cui il cuore sovrabbonda; il cuore è raffigurato come un recipiente che dà quello di cui è ricolmo. La parola è il segno rivelatore di ciò che c’è nell’intimo dell’uomo. Il detto, preso isolatamente, rileva che vi è una stretta connessione tra quello che l’uomo è realmente nel suo intimo e ciò che manifesta all’esterno; tuttavia se questo principio psicologico viene considerato alla luce delle affermazioni precedenti, esso allora acquista un senso molto più concreto che fa vedere nella parola quasi una specie di opera; con la parola infatti l’uomo buono esercita un influsso benefico, l’uomo malvagio al contrario un influsso nocivo.
 
Ipocrita - Xavier Léon Dufour: Sull’esempio dei profeti (ad es. Is. 29, 13) e dei sapienti (ad es. Eccli 1, 28 s; 32, 15; 36, 20), ma con una forza ineguagliata, Gesù ha messo a nudo le radici e le conseguenze dell’ipocrisia, avendo di mira specialmente quelli che allora costituivano l’«intellighenzia», scribi, farisei e dottori della legge. Ipocriti sono evidentemente coloro la cui condotta non esprime i pensieri del cuore; ma essi sono pure qualificati da Gesù come ciechi (cfr. Mi 23, 25 e 23, 26). Un legame sembra giustificare il passaggio dall’uno all’altro senso: a forza di voler ingannare gli altri, l’ipocrita inganna se stesso e diventa cieco sul suo proprio stato, incapace di vedere la luce.
1. Il formalismo dell’ipocrita. - L’ipocrisia religiosa non è semplicemente una menzogna; essa inganna gli altri per acquistarne la stima mediante atti religiosi la cui intenzione non è semplice. L’ipocrita sembra agire per Dio, ma di fatto agisce per se stesso. Le pratiche più raccomandabili, elemosina, preghiera, digiuno, sono in tal modo pervertite dalla preoccupazione di «farsi notare» (Mt 6, 2. 5. 16; 23, 5). Quest’abitudine di mettere una disarmonia tra il cuore e le labbra insegna a velare intenzioni malvagie sotto un’aria ingenua, come quando sotto pretesto di una questione giuridica si vuol tendere un’insidia a Gesù (Mt 22, 18; cfr. Ger 18, 18).
Desideroso di salvare la faccia, l’ipocrita sa scegliere tra i precetti o adattarli con una sapiente casistica: può così filtrare il moscerino ed inghiottire il cammello (Mt 23, 24), o rivolgere le prescrizioni divine a profitto della sua rapina e della sua intemperanza (23, 25): «Ipocriti! Ben ha profetizzato di voi Isaia dicendo: questo popolo mi onora con le labbra, ma il loro cuore è lontano da me» (15, 7).
2. Cieco che inganna se stesso. - Il formalismo può essere guarito, ma l’ipocrisia è vicina all’indurimento. I «sepolcri imbiancati» finiscono per prendere come verità ciò che vogliono far credere agli altri: si credono giusti (cfr. Lc 18, 9; 20, 20) e diventano sordi ad ogni appello alla conversione. Come un attore di teatro (in gr. hypocritès), l’ipocrita continua a recitare la sua parte, tanto più che occupa un posto elevato e si obbedisce alla sua parola (Mt 23, 2s). La correzione fraterna è sana, ma come potrebbe l’ipocrita strappare la trave che gli impedisce la vista, quando pensa soltanto a togliere la pagliuzza che è nell’occhio del vicino (7, 4 s; 23, 3s)? Le guide spirituali sono necessarie in terra, ma non prendono il posto stesso di Dio quando alla legge divina sostituiscono tradizioni umane? Sono ciechi che pretendono di guidare gli altri (15, 3-14), e la loro dottrina non è che un cattivo lievito (Lc 12, 1). Ciechi, essi sono incapaci di riconoscere i segni del tempo, cioè di scoprire in Gesù l’inviato di Dio, ed esigono un «segno dal cielo» (Lc 12, 56; Mt 16, 1 ss); accecati dalla loro stessa malizia, non sanno che farsene della bontà di Gesù e si appellano alla legge del sabato per impedirgli di fare il bene (Lc 13, 15); se osano immaginare che Beelzebul è all’origine dei miracoli di Gesù, si è perché da un cuore malvagio non può uscire un buon linguaggio (Mt 12, 24. 34). Per infrangere le porte del loro cuore, Gesù fa loro perdere la faccia dinanzi agli altri (Mt 23, 1 ss), denunziando il loro peccato fondamentale, il loro marciume segreto (23, 27 s): ciò è meglio che lasciarli condividere la sorte degli empi (24, 51; Lc 12, 46). Qui Gesù si serviva indubbiamente del termine aramaico hanefa, che nel VT significa ordinariamente «perverso, empio»: l’ipocrita può diventare un empio. Il quarto vangelo cambia l’appellativo di ipocrita in quello di cieco: il peccato dei Giudei consiste nel dire: «Noi vediamo», mentre sono ciechi (Gv 9, 40).
3. Il pericolo permanente dell’ipocrisia. - Sarebbe un’illusione pensare che l’ipocrisia sia propria soltanto dei farisei. Già la tradizione sinottica estendeva alla folla l’accusa di ipocrisia (Lc 12, 56); attraverso ai «Giudei» Giovanni ha di mira gli increduli di tutti i tempi. Il cristiano, soprattutto se ha una funzione di guida, corre anch’egli il rischio di diventare un ipocrita. Pietro stesso non è sfuggito a questo pericolo nell’episodio di Antiochia che lo mise alle prese con Paolo: la sua condotta era una «ipocrisia» (Gal 2, 13). Lo stesso Pietro raccomanda al fedele di vivere semplice come un neonato, conscio che l’ipocrisia lo attende al varco (1 Piet 2, 1s) e lo porterebbe a cadere nell’apostasia (1 Tim 4, 2).
 
Clemente di Alessandria, Paedagogus, 1, 3, 9: La reciprocità dell’amore verso il Maestro divino: È conveniente che noi si pratichi un amore di reciprocità verso chi, per amore, ci guida ad una vita migliore; che noi si viva secondo i dettami della sua volontà, non solo in adempienza di quanto egli ordina di fare o astenendoci da quanto egli vieta, ma fuggendo altresì taluni esempi e imitando il più possibile gli altri; è così che compiremo, per similitudine, le opere del Pedagogo e che si realizzerà appieno la parola: “Ad immagine e somiglianza” (Gen 1,26).
Impegnati in questa vita come in una notte profonda, abbiamo bisogno effettivamente di una guida infallibile e precisa. Ora, la migliore guida non è certo il cieco che, secondo la Scrittura, portato per mano da un altro cieco, conduce al precipizio (cf. Mt 15,14 e parr.); è invece il Logos il cui sguardo penetrante arriva al fondo dei cuori (cf. Ger 17,20; Rm 8,27).
E come non può esistere luce che non illumini, né oggetto in movimento che non si muova, né essere amante che non ami, così non può darsi un bene che non sia benefico e non conduca alla salvezza.
Amiamo dunque i precetti del Signore traducendoli nelle azioni: il Logos, facendosi carne (cf. Gv 1,14), ha manifestamente indicato che una stessa virtù concerne ad un tempo la vita pratica e la contemplazione. Sì, assumiamo il Logos come legge; riconosciamo che i suoi precetti e i suoi consigli sono sentieri accorciati e rapidi verso l’eternità: infatti, i suoi comandi sono pieni di forza persuasiva, e non di paura.
 
Il Santo del giorno - 2 Marzo 2025 - Sant’Agnese, Principessa, Badessa: Figlia del sovrano boemo Otakar I, Agnese nacque a Praga nel 1211. Nel 1220, essendo promessa sposa di Enrico VII, figlio di Federico Barbarossa, Agnese fu condotta a Vienna ove visse sino al 1225 quando, rotto il fidanzamento, tornò a Praga per consacrarsi a Dio. Grazie ai Frati Minori, venne a conoscenza della vita spirituale di Chiara d’Assisi. Rimase affascinata da questo modello e decise di imitarne l’esempio. Fondò il monastero di San Francesco per le «Sorelle Povere o Damianite» nel 1234. Insieme a Santa Chiara si adoperò per ottenere l’approvazione di una nuova ed apposita regola che ricevette e professò. Agnese divenne badessa del monastero, ufficio che conservò per tutta la vita. Morì il 2 marzo 1282. Numerosi miracoli furono attribuiti alla principessa badessa che venne beatificata da Pio IX nel 1874 e canonizzata da Giovanni Paolo II nel 1989. (Avvenire)
 
Saziati dal dono di salvezza,
invochiamo la tua misericordia, o Signore:
questo sacramento, che ci nutre nel tempo,
ci renda partecipi della vita eterna.
Per Cristo nostro Signore.