17 APRILE 2020

Venerdì fra l’Ottava di Pasqua

At 4,1-12; Sal 117; Gv 21,1-14

Colletta: O Padre, che da ogni parte della terra hai riunito i popoli per lodare il tuo nome, concedi che tutti i tuoi figli, nati a nuova vita nelle acque del Battesimo e animati dall’unica fede, esprimano nelle opere l’unico amore. Per il nostro Signore Gesù Cristo...

In nessun altro c’è salvezza: Ad gentes 7: La ragione dell’attività missionaria discende dalla volontà di Dio, il quale «vuole che tutti gli uomini siano salvi e giungano alla conoscenza della verità. Vi è infatti un solo Dio, ed un solo mediatore tra Dio e gli uomini, Gesù Cristo, uomo anche lui, che ha dato se stesso in riscatto per tutti» (1Tm 2,4-6), «e non esiste in nessun altro salvezza» (At 4,12). È dunque necessario che tutti si convertano al Cristo conosciuto attraverso la predicazione della Chiesa, ed a lui e alla Chiesa, suo corpo, siano incorporati attraverso il battesimo. Cristo stesso infatti, «ribadendo espressamente la necessità della fede e del battesimo (cfr. Mc 16,16; Gv 3,5), ha confermato simultaneamente la necessità della Chiesa, nella quale gli uomini entrano, per così dire, attraverso la porta del battesimo. Per questo non possono salvarsi quegli uomini i quali, pur sapendo che la Chiesa cattolica è stata stabilita da Dio per mezzo di Gesù Cristo come istituzione necessaria, tuttavia rifiutano o di entrare o di rimanere in essa». Benché quindi Dio, attraverso vie che lui solo conosce, possa portare gli uomini che senza loro colpa ignorano il Vangelo a quella fede «senza la quale è impossibile piacergli», è tuttavia compito imprescindibile della Chiesa, ed insieme suo sacrosanto diritto, diffondere il Vangelo; di conseguenza l’attività missionaria conserva in pieno - oggi come sempre - la sua validità e necessità.   

Dal Vangelo secondo Giovanni 21,1-14: In quel tempo, Gesù si manifestò di nuovo ai discepoli sul mare di Tiberiade. E si manifestò così: si trovavano insieme Simon Pietro, Tommaso detto Dìdimo, Natanaèle di Cana di Galilea, i figli di Zebedèo e altri due discepoli. Disse loro Simon Pietro: «Io vado a pescare». Gli dissero: «Veniamo anche noi con te». Allora uscirono e salirono sulla barca; ma quella notte non presero nulla.
Quando già era l’alba, Gesù stette sulla riva, ma i discepoli non si erano accorti che era Gesù. Gesù disse loro: «Figlioli, non avete a da mangiare?». Gli risposero: «No». Allora egli disse loro: «Gettate la rete dalla parte destra della barca e troverete». La gettarono e non riuscivano più a tirarla su per la grande quantità di pesci. Allora quel discepolo che Gesù amava disse a Pietro: «È il Signore!». Simon Pietro, appena udì che era il Signore, si strinse la veste attorno ai fianchi, perché era svestito, e si gettò in mare. Gli altri discepoli invece vennero con la barca, trascinando la rete piena di pesci: non erano infatti lontani da terra se non un centinaio di metri.
Appena scesi a terra, videro un fuoco di brace con del pesce sopra, e del pane. Disse loro Gesù: «Portate un po’ del pesce che avete preso ora». Allora Simon Pietro salì nella barca e trasse a terra la rete piena di centocinquantatrè grossi pesci. E benché fossero tanti, la rete non si spezzò. Gesù disse loro: «Venite a mangiare». E nessuno dei discepoli osava domandargli: «Chi sei?», perché sapevano bene che era il Signore. Gesù si avvicinò, prese il pane e lo diede loro, e così pure il pesce. Era la terza volta che Gesù si manifestava ai discepoli, dopo essere risorto dai morti.

Gesù si manifestò di nuovo ai discepoli - Gesù si manifesta ai discepoli non più a Gerusalemme, teatro della sua passione, morte e risurrezione, bensì «sul mare di Tiberìade», dove aveva svolto gran parte della sua attività apostolica.
Simon Pietro aveva deciso di andare a pescare, una decisione condivisa da Tommaso, da Natanaele, dai figli di Zebedeo, Giacomo e Giovanni, e da altri due discepoli anonimi. Una decisione che forse mette a nudo in Pietro e nei discepoli un sentimento di delusione (Cf. Lc 24,2: «noi speravamo...»).
L’iniziativa si conclude con un sonoro fallimento, «ma quella notte non presero nulla»; una scena che racchiude senz’altro un richiamo simbolico: senza Gesù, «luce del mondo» (Gv 8,12), gli uomini precipitano nelle tenebre e senza di Lui gli uomini non possono realizzare le opere di Dio (Gv 9,4; 15,5).
Quando era già l’alba, Gesù si presenta sulla riva, ma i discepoli non lo riconoscono, elemento tipico delle apparizioni (Cf. Lc 24,16; Gv 20,14). Fanno però quanto viene loro comandato e traggono a terra la rete piena di una «grande quantità di pesci».
Questa sovrabbondanza richiama il miracolo di Cana (Cf. Gv 2,6), la moltiplicazione dei pani (Cf. Gv 6,11s), l’acqua viva (Cf. Gv 4,14; 7,37s), la vita data dal buon pastore (Cf. Gv 10,10), la pienezza dello Spirito data da Gesù (Cf. Gv 3,34).
A fronte di questo prodigio, il discepolo «che Gesù amava» riconosce nello sconosciuto il Risorto e lo riferisce a Pietro. La reazione di Pietro è repentina, propria del suo carattere impetuoso, si getta in acqua e raggiunge a nuoto la spiaggia; mentre gli altri trascinando la rete piena di pesci raggiungono la terra: «Ecco, dunque, la scena ormai completa di significato simbolico: gli Apostoli, con a capo Pietro, corrono verso Cristo, Cristo Risorto, trascinando la barca ricolma della pesca miracolosa!» (Massimo Biocco).
Pietro, ad un invito del Risorto, trae a terra la rete piena di «centocinquantatré grossi pesci». Un numero certamente  simbolico (Cf. Ez 47,10), ma la sottolineatura benché fossero tanti, la rete non si spezzò, sta a simboleggiare il fatto che la Chiesa, autenticamente fondata sulla parola di Gesù e sulla fede di Pietro (Cf. Mt 16,16), non si spezzerà nonostante la pavidità di molti cristiani e le persecuzioni degli uomini: «doppio miracolo quindi: la pesca abbondante e le reti che non si rompono. Anche nell’unica barca [nel racconto di Luca sono due] e nella rete che non si rompe molti vedono il simbolo dell’unità della Chiesa» (G. Segalla).
L’apparizione si conclude con un banchetto dove Gesù offre ai suoi discepoli pane e pesce arrostito (Cf. Mt 14,17-19).
L’ultima nota del Vangelo, Era la terza volta che Gesù si manifestava ai discepoli, dopo essere risorto dai morti, non deve far pensare che la fede aveva conquistato i cuori di tutti i credenti, nonostante tale abbondanza di segni e di prove della risurrezione di Gesù dai morti molti, come ci suggerisce l’evangelista Matteo, ancora dubitavano (Mt 28,17). La fede è dono, ma anche conquista.

Nell’unica barca che si spinge al largo per la pesca e nella rete che non si rompe può essere intravisto il simbolo dell’unità della Chiesa.
La Chiesa è una per la sua origine: «Il supremo modello e il principio di questo Mistero è l’unità nella Trinità delle Persone di un solo Dio Padre e Figlio nello Spirito Santo» (CCC 813).
La Chiesa è una per il suo Fondatore: «Il Figlio incarnato, infatti... per mezzo della sua croce ha riconciliato tutti gli uomini con Dio, ... ristabilendo l’unità di tutti i popoli in un solo Popolo e in un solo corpo» (CCC 813; Cf. Unitatis redintegratio, 1: «Da Cristo Signore la Chiesa è stata fondata una e unica»).
La Chiesa è una per la sua anima: «Lo Spirito Santo, che abita nei credenti e tutta riempie e regge la Chiesa, produce quella meravigliosa comunione dei credenti e tanto intimamente tutti unisce in Cristo, da essere il principio dell’unità della Chiesa» (CCC 813). Dunque è «proprio dell’essenza stessa della Chiesa di essere una: Che stupendo mistero! Vi è un solo Padre nell’universo, un solo Logos dell’universo e anche un solo Spirito Santo, ovunque identico; vi è ance una sola vergine divenuta madre, e io amo chiamarla Chiesa» (CCC 813).
A motivo di tale unità la Chiesa non deve lacerarsi con scismi e fazioni.
«Il nuovo popolo di Dio è realmente cattolico cioè universale, perché aperto a tutti gli uomini e stringe nel suo seno credenti di ogni colore e razza. Ora, questa chiesa cattolica non deve rompere la sua unità, come la rete di Pietro non si strappò, nonostante la quantità eccezionale di grossi pesci [Gv 21,11]» (Salvatore Alberto Panimolle).
Anche il Concilio ecumenico Vaticano II, da cui attinge il Catechismo della Chiesa Cattolica, ha dedicato molto interesse al mistero della chiesa, illustrando con cura e richiamando a varie riprese le due note essenziali dell’unità e della cattolicità.
Così la Costituzione dommatica sulla Chiesa Lumen gentium: «La Chiesa terrestre e la Chiesa arricchita di beni celesti, non si devono considerare come due cose diverse; esse formano piuttosto una sola complessa realtà risultante di un duplice elemento, umano e divino. Per una analogia che non è senza valore, quindi, è paragonata al mistero del Verbo incarnato. Infatti, come la natura assunta serve al Verbo divino da vivo organo di salvezza, a lui indissolubilmente unito, così in modo non dissimile l’organismo sociale della Chiesa serve allo Spirito di Cristo che la vivifica, per la crescita del corpo [Cf. Ef 4,16]. Questa è l’unica Chiesa di Cristo, che nel Simbolo professiamo una, santa, cattolica e apostolica e che il Salvatore nostro, dopo la sua resurrezione, diede da pascere a Pietro [Cf. Gv 21,17], affidandone a lui e agli altri apostoli la diffusione e la guida [Cf. Mt 28,18ss], e costituì per sempre colonna e sostegno della verità [Cf. 1Tm 3,15]» (LG 8).
Tale unità dell’unica chiesa di Cristo sussiste nella chiesa cattolica, senza possibilità di essere perduta (Cf. UR 4; LG 8). Tutti gli uomini sono «chiamati a questa cattolica unità del popolo di Dio, che prefigura e promuove la pace universale; a questa unità in vario modo appartengono o sono ordinati sia i fedeli cattolici, sia gli altri credenti in Cristo, sia infine tutti gli uomini senza eccezione, che la grazia di Dio chiama alla salvezza» (LG 13).
Le divisioni tra i cristiani impediscono che la chiesa attui in essi l’unità e la cattolicità che le sono proprie, e come rigurgito tali divisioni impediscono alla Chiesa di realizzare in modo pieno la pace, la concordia e la fratellanza tra i popoli. Non c’è da attendere che una nuova Pentecoste che infiammi i cuori e li muova all’unità: il tema centrale della preghiera che Gesù innalzò al Cielo prima di consegnarsi alla Passione (Gv 17).

Missione ed eucaristia - Basilio Caballero (La Parola per Ogni Giorno): A prima vista manca una delle caratteristiche delle apparizioni di Cristo risorto, cioè il mandato missionario. Dico «a prima vista» perché, di fatto, la missione è indicata nel simbolismo missionario della barca, la pesca, la rete e i pesci. Tutti particolari che suggeriscono la missione universale della Chiesa, ereditata da Cristo e iniziata da quelli che Gesù costituì «pescatori di uomini» e che ora lavorano assieme e vedono la loro rete traboccare di pesci.
È il primo simbolismo e la prima chiave di lettura:la Chiesa missionaria, che ha presente l’avvertimento di Cristo nella similitudine della vite e dei tralci: «Senza di me non potete far nulla» (Gv 15,5). Prima le reti degli apostoli erano rimaste vuote perché mancava Gesù e il suo mandato missionario: «Gettate la rete».
Allo stesso modo, il pasto fraterno che seguì alla pesca deve intendersi in chiave eucaristica. È il secondo livello di lettura del vangelo di oggi. Quando i discepoli hanno tirato a riva la rete, che non si rompe nonostante il gran numero di pesci - particolare che sottolinea l’unità della Chiesa nella sua pluralità e universalità -, Gesù li invita a mangiare il pane e il pesce che ha loro preparato sulla brace, e anche i pesci che hanno appena preso.
La minuziosa precisione del testo: «Allora Gesù si avvicinò, prese il pane e lo diede a loro, e così pure il pesce», ripete il rituale della moltiplicazione dei pani e dei pesci, che a sua volta è lo stesso dell’ultima cena e di Emmaus. Come un’eco del brano evangelico di oggi, il pesce fu sin dal principio segno e contrassegno di Cristo nell’iconografia e nell’arte cristiana.
In questo giorno di Pasqua Gesù dice a tutti noi: gettate la rete, cioè prodigatevi per la mia missione di redenzione tra i vostri fratelli e sorelle. A questa missione ci rimanda l’eucaristia che celebriamo continuamente nelle nostre comunità.

Siamo arrivati al termine. Possiamo mettere in evidenza:
****  La fede è dono, ma anche conquista.
Ora nel silenzio, nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.

Esaudisci, Signore, le nostre preghiere;
la comunione ai beni della redenzione
ci dia l’aiuto per la vita presente
e ci ottenga la felicità eterna.
Per Cristo nostro Signore.









16 APRILE 2020

Giovedì fra l’Ottava di Pasqua

At 3,11-26; Sal 8; Lc 24,35-48

Colletta: O Padre, che da ogni parte della terra hai riunito i popoli per lodare il tuo nome,  concedi che tutti i tuoi figli, nati a nuova vita nelle acque del Battesimo e animati dall’unica fede, esprimano nelle opere l’unico amore. Per il nostro Signore Gesù Cristo...  

Paolo VI (12 Aprile 1972): A noi premerebbe di accendere nei vostri animi la scintilla profetica della testimonianza. Quale testimonianza? La testimonianza della risurrezione di Cristo. Voi avete diritto di chiederci: come sarebbe a dire? Noi ricordiamo che da ragazzi si faceva a gara fra quelli che riuscissero prima a salutare un altro col grido gioioso: è Pasqua! e sappiamo che nella Chiesa Orientale è sempre in uso, per il giorno di Pasqua, lo scambio del saluto: Cristo è risorto! al quale saluto la persona incontrata risponde con pari entusiasmo: è risorto davvero!
Ma voi ci direte ora: la Pasqua è passata; l’annuncio non è più tempestivo. È vero: come saluto d’occasione è per questo anno superato; ma come testimonianza del fatto miracoloso, misterioso, strepitoso della risurrezione del Signore rimane d’attualità, anzi rimane dovere. Diremo allora: non è scintilla, ma fiamma. Fiamma accesa; non soltanto lume per uso personale di ogni fedele, ma lume anche per chi ci circonda. È testimonianza, dicevamo; è il principio interiore dell’apostolato esteriore. Come è nato il cristianesimo? Come si è formata la Chiesa? E che cosa costituisce l’elemento originale ed energetico della Chiesa? La fede. La fede in Chi ed in che cosa? Nella risurrezione del Signore. Scrive San Paolo: «Questa è la parola della fede che noi annunziamo. Se tu confessi con la bocca il Signore Gesù, e nel tuo cuore hai fede che Dio lo ha risuscitato da morte, sarai salvo» (Rm 10,9 ). Avete ancora bene presente allo spirito la narrazione evangelica dei fatti relativi alla risurrezione del Signore? Avete anche qualche ricordo della prima predicazione degli Apostoli dopo la Pentecoste? (Cfr. Ac 2,36) E certo voi sapete come nella predicazione di San Paolo e specialmente nella sua prima lettera ai Corinti (1Cor 15), egli aveva un fatto da asserire come fondamento di tutta la dottrina nuova di Cristo, e cioè la risurrezione del Signore, e come egli si erigeva a storico e a maestro di questo prodigio capitale del Vangelo della salvezza, dal quale la nuova religione, anzi la nuova società, cioè la Chiesa, traeva la sua origine e la sua ragion di essere.
Da tutto questo noi vediamo l’importanza essenziale della «testimonianza» circa l’avvenuta risurrezione di Gesù. Perché, da un lato, questo fatto prodigioso fu manifestato, sì, ad esempio, in modo diretto, sperimentale e agli occhi, all’udito, al tatto agli Undici e agli altri ch’erano riuniti con loro a Gerusalemme, tanto che il Signore disse loro: «Perché vi turbate, e quali dubbi sorgono nel vostro cuore? Guardate le mie mani ed i miei piedi; sono proprio Io; palpate e guardate, perché uno spirito non ha carne ed ossa come voi vedete che Io ho in questo momento...» (Lc 24,38-39); ma questa esperienza sensibile non fu continua e non fu per tutti, tanto che San Pietro, nel suo discorso nella casa del centurione Cornelio, spiegando l’ordine degli eventi che stavano realizzandosi, ebbe a dire circa Gesù di Nazareth: «Dio lo ha risuscitato il terzo giorno, ed ha fatto sì che Egli si rendesse visibile, ma non a tutto il popolo, ma a testimoni prestabiliti da Dio» (Ac 10,40-41). D’altro lato, dunque, la certezza della risurrezione del Signore è stata data, salvo a pochi (sebbene non pochissimi; San Paolo parla di «più di cinquecento fratelli in una volta», dei quali i più erano allora ancora viventi - ), non per via di conoscenza sensibile e diretta, ma per via di testimonianza, cioè per fede; fede umana, ma subito suffragata da un’altra testimonianza interiore, dalla grazia dello Spirito Santo (Cfr. Jn 15,26-27).

Dal Vangelo secondo Luca 24,35-48: In quel tempo, [i due discepoli che erano ritornati da Èmmaus] narravano ciò che era accaduto lungo la via e come l’avevano riconosciuto nello spezzare il pane. Mentre essi parlavano di queste cose, Gesù in persona stette in mezzo a loro e disse: «Pace a voi!». Sconvolti e pieni di paura, credevano di vedere un fantasma. Ma egli disse loro: «Perché siete turbati, e perché sorgono dubbi nel vostro cuore? Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa, come vedete che io ho». Dicendo questo, mostrò loro le mani e i piedi. Ma poiché per la gioia non credevano ancora ed erano pieni di stupore, disse: «Avete qui qualche cosa da mangiare?». Gli offrirono una porzione di pesce arrostito; egli lo prese e lo mangiò davanti a loro. Poi disse: «Sono queste le parole che io vi dissi quando ero ancora con voi: bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me nella Legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi». Allora aprì loro la mente per comprendere le Scritture e disse loro: «Così sta scritto: il Cristo patirà e risorgerà dai morti il terzo giorno, e nel suo nome saranno predicati a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme. Di questo voi siete testimoni».

Gesù in persona apparve in mezzo a loro - L’evangelista Luca non vuole nascondere o minimizzare l’atteggiamento umano dei discepoli di fronte a Gesù risorto. Increduli, stupiti, spaventati (il testo greco ha atterriti), «i loro occhi erano impediti a riconoscerlo» (Lc 24,16).
Gli «Undici e quelli che erano con loro» trovano difficoltà nel credere alla risurrezione. Pensano di vedere un fantasma (spirito, pnèuma, nel testo greco). Credono di vedere «una persona defunta rievocata dalla loro fantasia allucinata e considerata come reale. Un’immagine illusoria, priva di corrispondenza con la realtà dei fatti» (Zingarelli).
Gesù incalza i discepoli e, dopo aver donato loro la pace, per dissipare le loro difficoltà li invita a guardare le sue mani e i suoi piedi che portano impresse le ferite dei chiodi e a toccare il suo corpo.
Questi verbi - guardare, toccare - ritornano spesso quando i discepoli devono dare testimonianza della risurrezione di Gesù. Per esempio, san Giovanni nella sua prima lettera: «Quello che era da principio, quello che noi abbiamo udito, quello che noi abbiamo veduto con i nostri occhi, quello che contemplammo e che le nostre mani toccarono del Verbo della vita - la vita infatti si manifestò, noi l’abbiamo veduta e di ciò diamo testimonianza e vi annunciamo la vita eterna, che era presso il Padre e che si manifestò a noi - quello che abbiamo veduto e udito, noi lo annunciamo anche a voi» (1Gv 1,1ss).
L’incredulità si trasforma immediatamente in   grande gioia: l’esperienza fisica - vedere, toccare, udire - sfocia nella fede perché la fede è incontro con una Persona. E il Cristo risorto è una Persona, non è l’elucubrazione mentale di visionari o invenzione fantastica di menti malate. Gesù risorto non è un fantasma! È vivo! Palpatemi, toccatemi, «sono proprio io!».
E indubbiamente il racconto lucano ha anche uno scopo didattico. Per dei cristiani «che vivevano in ambiente greco, dove le diverse filosofie insegnavano che l’anima vive separata dal corpo, dopo la morte, era importante affermare che Cristo risorto non era uno “spirito” immortale senza corpo [...], perciò san Luca vuole prima di tutto dire ai suoi lettori che Gesù è veramente risorto perché adesso vive di nuovo con il suo corpo, quel corpo che era stato dato alla morte sulla croce» (Salvatore Cipriani).
Ma poiché per la grande gioia ancora non credono, Gesù, per vincere ogni resistenza li invita a mangiare con lui. Chiede qualcosa da mangiare a compròva che lui è una Persona viva e vera. Anche il verbo mangiare torna spesso nella memoria degli Apostoli quando devono dare testimonianza della risurrezione di Gesù (Cf. Atti 1,3-4; 10,41).
Il corpo del Risorto è impassibile e di conseguenza non ha più bisogno di nutrirsi, ma il Signore Gesù ricorre a questo espediente per confermare i discepoli nella verità della sua risurrezione.
Ma si trattò di un vero pasto? Al dire di san Tommaso d’Aquino ci sono «dei pasti che sono veri solo come verità figurata: per esempio il mangiare degli Angeli... Ora il mangiare di Cristo dopo la Risurrezione fu vero... tuttavia non c’erano gli effetti conseguenti alla masticazione, perché il cibo non era assimilato da chi ne mangiava, avendo un corpo glorificato e incorruttibile» (In Jo. ev., 122,8).
Se il mangiare è un’azione frequente nelle apparizioni pasquali, questi pasti del Risorto con i discepoli hanno anche una dimensione liturgico-eucaristica: l’Eucaristia è stare a mensa con il Signore risorto. Quindi, san Luca, con mirabili pennellate, vuole dipingere la vita della Chiesa dopo la risurrezione del suo Fondatore: Gesù Cristo mangia e conversa con i suoi discepoli, apre loro l’intelligenza alle Scritture, li istruisce e li dispone a ricevere lo Spirito Santo, la promessa del Padre.
Gesù, fugato ogni dubbio, istruisce i discepoli intorno alla sua missione terrena, una missione di salvezza da sempre pensata dal Padre: «Bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me... Così sta scritto: il Cristo patirà e risorgerà dai morti».
La necessità della morte orrenda di Gesù sulla croce rivela quindi l’amore infinito del Padre e del Figlio. Quest’ultimo si è offerto volontariamente alla morte di croce per amore e non perché costretto da condizioni esterne alla sua volontà. Non erano stati gli uomini a determinare la fine atroce del Verbo umanato, come erano stati tentati di credere gli stessi discepoli. Il fallimento umano della vicenda umana del Cristo in verità rientrava nel piano di salvezza di Dio: al di sopra degli uomini e per mezzo degli uomini, anche degli stessi aguzzini che avevano crocifisso il Figlio, il Padre ha realizzato il suo disegno di amore, «creando in tal modo le condizioni nelle quali Cristo avrebbe espresso il massimo della sua capacità di “amare” e di “obbedire” [...]. Il “segno supremo” dell’amore è la sua morte di croce che egli già “sa” da sempre [...]. Proprio perché Cristo “conosce” la volontà del Padre, il suo donarsi alla morte è un gesto di generosità e di “obbedienza”. Egli vive e muore non per sé, ma “per gli altri”» (Salvatore Cipriani).
Ora, pieni di luce e ricolmi di verità, i discepoli possono accogliere le ultime istruzioni del Risorto: nel suo nome devono andare in tutto il mondo a predicare a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme, che rimane così al centro della storia e della salvezza e di lì diffondersi progressivamente sino agli estremi confini della terra.

Sconvolti e pieni di paura - Mario Galizzi (Vangelo secondo Luca): Solo la parola di Gesù li riporta alla realtà, anche se a loro non basta risentire la stessa voce. E allora Gesù fa qualcosa di cui essi già hanno esperienza: legge nei loro cuori (5,22; 6,8; 9,48) e dice: «Perché sorgono tanti dubbi nel vostro cuore?». La parola di Gesù esprime bene la loro intima situazione, che si traduce in un atteggiamento di turbamento e incertezza. Sembra proprio lui, ma non riescono a darsi ragione del suo rendersi visibile e invisibile in modo improvviso.
Un vero essere umano non ha queste capacità ed essi non conoscono le capacità di un risorto. Essi hanno bisogno di convincersi che il Risorto e il Crocifisso sono la stessa e identica persona.
E Gesù li accontenta, li invita a guardare, toccare, palpare per capire che non è un puro spirito perché ha davvero carne e ossa, un’espressione questa che dà l’idea della concretezza, dell’individualità. Ma non perdiamo di vista Gesù che mentre diceva ciò mostrava loro le mani e i piedi (in Gv 20,20 invece di piedi si legge costato). Non c’era di meglio per capire che era lui il Crocifisso. Ed ecco che scoppia la gioia (idea presente pure in Gv 20,19), anche se la diffidenza non scompare ancora.
Allora chiede loro qualcosa da mangiare. E questo fatto di vederlo mangiare è la prova che li convince e a cui Pietro si appellerà per convincere altri, dicendo: «Noi abbiamo mangiato e bevuto con lui dopo la sua risurrezione» (At 10,41).

Siamo arrivati al termine. Possiamo mettere in evidenza:
**** «Perché siete turbati, e perché sorgono dubbi nel vostro cuore? Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io!». (Vangelo)
Ora nel silenzio, nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.

Esaudisci, Signore, le nostre preghiere;
la comunione ai beni della redenzione
ci dia l'aiuto per la vita presente
e ci ottenga la felicità eterna.
Per Cristo nostro Signore.





15 APRILE 2020

Mercoledì fra l’Ottava di Pasqua

At 3,1-10; Salmo Responsoriale 104 [105]; Lc 24,13-35

Colletta: O Dio, che nella liturgia pasquale ci dai la gioia di rivivere ogni anno la risurrezione del Signore,fa’ che l’esultanza di questi giorni raggiunga la sua pienezza nella Pasqua del cielo. Per il nostro Signore Gesù Cristo...

Benedetto XVI (Udienza Generale 26 marzo 2008): L’annuncio che in questi giorni riascoltiamo costantemente è proprio questo: Gesù è risorto, è il Vivente e noi lo possiamo incontrare. Come lo incontrarono le donne che, al mattino del terzo giorno, il giorno dopo il sabato, si erano recate al sepolcro; come lo incontrarono i discepoli, sorpresi e sconvolti da quanto avevano riferito loro le donne; come lo incontrarono tanti altri testimoni nei giorni che seguirono la sua risurrezione. E, anche dopo la sua Ascensione, Gesù ha continuato a restare presente tra i suoi amici come del resto aveva promesso: “Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt 28,20). Il Signore è con noi, con la sua Chiesa, fino alla fine dei tempi. Illuminati dallo Spirito Santo, i membri della Chiesa primitiva hanno incominciato a proclamare l’annuncio pasquale apertamente e senza paura. E quest’annuncio, tramandatosi di generazione in generazione, è giunto sino a noi e risuona ogni anno a Pasqua con potenza sempre nuova.
Specialmente in quest’Ottava di Pasqua la liturgia ci invita ad incontrare personalmente il Risorto e a riconoscerne l’azione vivificatrice negli eventi della storia e del nostro vivere quotidiano. Oggi mercoledì, ad esempio, ci viene riproposto l’episodio commovente dei due discepoli di Emmaus (cfr Lc 24,13-35). Dopo la crocifissione di Gesù, immersi nella tristezza e nella delusione, essi facevano ritorno a casa sconsolati. Durante il cammino discorrevano tra loro di ciò che era accaduto in quei giorni a Gerusalemme; fu allora che Gesù si avvicinò, si mise a discorrere con loro e ad ammaestrarli: “Stolti e tardi di cuore nel credere alla parola dei profeti… Non bisognava che il Cristo sopportasse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?” (Lc 24,25 -26). Cominciando poi da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui. L’insegnamento di Cristo - la spiegazione delle profezie - fu per i discepoli di Emmaus come una rivelazione inaspettata, luminosa e confortante. Gesù dava una nuova chiave di lettura della Bibbia e tutto appariva adesso chiaro, orientato proprio verso questo momento. Conquistati dalle parole dello sconosciuto viandante, gli chiesero di fermarsi a cena con loro. Ed Egli accettò e si mise a tavola con loro. Riferisce l’evangelista Luca: “Quando fu a tavola con loro, prese il pane, disse la benedizione, lo spezzò e lo diede loro” (Lc 24,29-30). E fu proprio in quel momento che si aprirono gli occhi dei due discepoli e lo riconobbero, “ma lui sparì dallo loro vista” (Lc 24,31). Ed essi, pieni di stupore e di gioia, commentarono: “Non ci ardeva forse il cuore nel petto mentre conversava con noi lungo il cammino, quando ci spiegava le Scritture?” (Lc 24,32). 

Dal Vangelo secondo Luca 24,13-35: Ed ecco, in quello stesso giorno, [il primo della settimana,] due [dei discepoli] erano in cammino per un villaggio di nome Èmmaus, distante circa undici chilometri da Gerusalemme, e conversavano tra loro di tutto quello che era accaduto. Mentre conversavano e discutevano insieme, Gesù in persona si avvicinò e camminava con loro. Ma i loro occhi erano impediti a riconoscerlo. Ed egli disse loro: «Che cosa sono questi discorsi che state facendo tra voi lungo il cammino?». Si fermarono, col volto triste; uno di loro, di nome Clèopa, gli rispose: «Solo tu sei forestiero a Gerusalemme! Non sai ciò che vi è accaduto in questi giorni?». Domandò loro: «Che cosa?». Gli risposero: «Ciò che riguarda Gesù, il Nazareno, che fu profeta potente in opere e in parole, davanti a Dio e a tutto il popolo; come i capi dei sacerdoti e le nostre autorità lo hanno consegnato per farlo condannare a morte e lo hanno crocifisso. Noi speravamo che egli fosse colui che avrebbe liberato Israele; con tutto ciò, sono passati tre giorni da quando queste cose sono accadute. Ma alcune donne, delle nostre, ci hanno sconvolti; si sono recate al mattino alla tomba e, non avendo trovato il suo corpo, sono venute a dirci di aver avuto anche una visione di angeli, i quali affermano che egli è vivo. Alcuni dei nostri sono andati alla tomba e hanno trovato come avevano detto le donne, ma lui non l’hanno visto». Disse loro: «Stolti e lenti di cuore a credere in tutto ciò che hanno detto i profeti! Non bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?». E, cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui. Quando furono vicini al villaggio dove erano diretti, egli fece come se dovesse andare più lontano. Ma essi insistettero: «Resta con noi, perché si fa sera e il giorno è ormai al tramonto». Egli entrò per rimanere con loro. Quando fu a tavola con loro, prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma egli sparì dalla loro vista. Ed essi dissero l’un l’altro: «Non ardeva forse in noi il nostro cuore mentre egli conversava con noi lungo la via, quando ci spiegava le Scritture?». Partirono senza indugio e fecero ritorno a Gerusalemme, dove trovarono riuniti gli Undici e gli altri che erano con loro, i quali dicevano: «Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone!». Ed essi narravano ciò che era accaduto lungo la via e come l’avevano riconosciuto nello spezzare il pane.

Si fermarono, col volto triste - I discepoli di Emmaus camminavano gemendo sotto il peso della tristezza: vivevano «fondamentalmente una crisi di speranza, provocata da un’errata concezione del Messia, concezione che fa sentire la morte di Gesù come scandalo e fallimento» (Luigi Di Pinto).
Non avevano compreso la missione soprannaturale del Cristo perché non avevano interpretato in modo corretto i testi dell’Antico Testamento.
Mentre discorrevano di tutto quello che era accaduto, Gesù in persona si avvicinò e camminava con loro. Non riconoscendolo, i due discepoli rispondono alla domanda del forestiero raccontando la vita del Crocifisso, la sua missione e la sua morte e la loro vana attesa: è un modo come un altro per sfogare tutta la loro amarezza.
Noi speravano che egli fosse colui che avrebbe liberato Israele, ma tutto era finito nella più cupa delusione, nonostante i discorsi sconvolgenti di alcune donne, discepole di Gesù; nonostante il sepolcro vuoto e l’ispezione fatta da Pietro e dal discepolo che Gesù amava. Per loro, la vita e la morte di Gesù rimanevano fasciate di mistero, irreale la sua risurrezione, oscure le sue promesse: non riuscivano a trovare la chiave di lettura degli avvenimenti accaduti intorno al Golgota e al sepolcro vuoto perché non avevano poggiato il loro capo sul cuore della Parola di Dio (Cf. Gv 13,26).
Cleopa e il suo compagno, tornavano a casa stanchi, col volto triste, sotto il peso insopportabile dello scandalo e del fallimento. Con il dissolversi della speranza, forse, avevano tagliato i ponti con la comunità e avevano deciso di tornare a casa: la frantumazione della comunione porta sempre con sé tristezza, sfiducia e solitudine.
Quando l’uomo è sull’orlo dell’abisso dello scoramento, Dio allora prende l’iniziativa: Gesù si avvicinò e camminava con loro, si fa trovare sulla strada dei discepoli smarriti per risanare i loro cuori affranti e fasciare le loro ferite (Cf. Sal 147,3).
I due discepoli camminavano e parlavano con Gesù, ma i loro occhi erano impediti a riconoscerlo: non lo riconoscono non perché i loro occhi non vedano, ma perché è loro impedito di vedere. Una sottolineatura tesa ad evidenziare che la fede nella risurrezione è un «dono perfetto che viene dall’alto» (Gc 1,17). Non potevano comprendere le Scritture perché non avevano ancora ricevuto lo Spirito Santo: lo «Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto» (Gv 14,26).
La domanda di Gesù, Che cosa sono questi discorsi che state facendo lungo il cammino?, ha uno scopo propedeutico e critico: vuole che il discepolo innanzi tutto riveli a se stesso i pensieri segreti che lo agitano, le attese messianiche che avevano animato il suo discepolato, le disillusioni, i suoi errori nel comprendere il mistero del Cristo.
Solo confessando a se stesso l’errate valutazioni si può rendere disponibile a ricevere il dono della rivelazione.
Stolti e lenti di cuore: perché, sognando ad occhi aperti, avevano gustato infantilmente la gloria di un messia terreno e politico e assaporato la disfatta eterna degli odiati nemici che calpestavano le loro più elementari libertà, sciocche speranze umane che si erano dissolte dinanzi a una croce e a un sepolcro sigillato (Cf. Mt 27,66). Cleopa e il suo compagno non avevano compreso le Scritture perché in esse non avevano cercato Cristo, ma i loro sogni. Non avevano capito le Scritture perché non si rendevano conto che la comprensione della Parola di Dio è frutto soltanto di un impulso manifesto dello Spirito Santo e di un intervento diretto del Cristo. Senza questo impulso e intervento la comprensione, come ricerca umana, rimane molto superficiale, scivolando spesso nell’errore e nel soggettivismo.
Questa verità è supportata da una annotazione che non va trascurata: cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui. Luca vuol dire ai suoi lettori che è impossibile arrivare alla conoscenza della Sacra Scrittura, e del progetto salvifico, senza che Gesù ne dia l’intelligenza della comprensione. L’intelligenza della Sacra Scrittura, afferma san Bonaventura, «non nasce da uno sforzo di ricerca umana, ma dalla rivelazione divina, che ci viene dal Padre della luce [...]. Da lui, mediante suo Figlio Gesù Cristo, si diffonde in noi lo Spirito Santo. Per mezzo dello Spirito che comunica i suoi doni, distribuendoli a ciascuno come vuole, ci è donata la fede, e per la fede Cristo abita nei nostri cuori. Da questa conoscenza di Gesù Cristo ha origine, come dal suo principio, la fermezza e l’intelligenza di tutta la Sacra Scrittura» (In Breviloquium prologus).
Quando fu a tavola con loro, prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro: non si parla in modo esplicito della celebrazione eucaristica, ma queste parole oltre a richiamare la moltiplicazione dei pani (Lc 9,16) ricordano chiaramente l’ultima Cena (Lc 22,19).
Allo spezzare del pane, finalmente lo riconoscono: un’esperienza che «mette a fuoco il cuore dei discepoli, i quali si rendono consapevoli che il fatto della Risurrezione di Gesù li vuole ormai non più dubbiosi spettatori ma testimoni coraggiosi» (Carlo Ghidelli).
Sedotti dall’Amore (Cf. Ger 20,7), i due discepoli ritornano sui loro passi. Incontrandosi con gli Undici, ora, hanno la certezza di non aver incontrato un fantasma e sopra tutto perché la loro esperienza è confermata dalla testimonianza di Pietro (Cf. Lc 22,32): «la fede cristiana non va segregata nell’intimità privata, ma deve essere confrontata sempre con la struttura portante della Chiesa [gli Undici riuniti] sicché possa diventare patrimonio fruibile di tutti» (Alfonso Sidoti).

Non bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze per entrare nella sua gloria? - Alois Stoger (Commenti spirituali del Nuovo Testamento, Vangelo secondo Luca): Secondo il decreto di Dio, il cammino di Gesù per giungere alla gloria messianica deve passare attraverso la sofferenza e la morte. «Dio ha portato a compimento quanto aveva predetto per bocca di tutti i profeti, cioè che il suo Messia doveva soffrire» (Atti, 3,18).
«Secondo il determinato consiglio e la prescienza di Dio, egli fu consegnato e crocifisso per mano d’iniqui» (Atti, 2,23). Questa strada del Messia, la quale solo attraverso il dolore conduce alla gloria, è un imperativo divino, fa parte di quel piano di Dio che comprende entrambe queste due cose: per questa vita la croce, per l’altra la gloria. Cristo è entrato attraverso il dolore nella sua gloria. La gloria è  potenza divina, divino splendore e divina sostanza.
Ciò che nella trasfigurazione si era reso visibile per pochi istanti (Lc. 9,32), ora Gesù, dopo la sua passione, l’ha ottenuto per sempre; d’ora in poi egli si mostrerà in questa gloria: «Si vedrà il Figlio dell’uomo venire con grande potenza e gloria» (Lc 21, 27). La trasfigurazione è un’anticipazione della fine dei tempi; in questa èra intermedia la gloria del Figlio di Dio è ancora nascosta, sebbene Gesù già la possegga. Come dopo la morte egli entra nel suo regno (Lc 23,42), così entra anche nella sua gloria.
Il Padre ha stabilito per lui questa gloria, perché egli ha percorso il cammino della prova e del dolore (Lc 22, 29). «Dio ha costituito Signore e Messia questo Gesù che voi avete crocifisso» (Atti, 2,36)
Il Risorto spiega ai discepoli la Sacra Scrittura.
Nella Scrittura si trova in grande abbondanza ciò che lo riguarda: nella legge e nei libri dei profeti, in tutte le Scritture, in tutti i libri dei profeti. Ciò di cui la Scrittura dell’Antico Testamento parla è il Cristo, il suo dolore e la sua glorificazione. Il Risorto dà ai discepoli, e per mezzo loro alla Chiesa, le più importanti «regole di ermeneutica»  (interpretazione del significato dei testi) per la comprensione della Sacra Scrittura. La chiave di questa medesima Scrittura è il Cristo risorto; a lui le Scritture rendono testimonianza (Cf. Gv. 5,39-47). I profeti «hanno indagato quale fosse il tempo e quali le circostanze a cui accennasse lo Spirito di Cristo che era in loro, quando preannunziava le sofferenze di Cristo e la gloria che ne sarebbe seguita» (1Pt. 1,10s.).
Chi non conosce la Scrittura, non conosce nemmeno Cristo; chi non conosce Cristo, non conosce nemmeno la Scrittura. Solo chi si è «convertito al   Signore», chi accetta per fede che Gesù di Nazaret è il Messia promesso e il Figlio di Dio risorto e glorificato, comprende il senso della Sacra Scrittura. San Paolo dice: «Sino al giorno d’oggi, quando   si legge l’Antico Testamento permane il medesimo velo sopra di loro (i giudei) e non viene rimosso,  perché solo in Cristo viene tolto: sì fino ad oggi è  steso un velo sul cuore, quando si legge Mosè. Quando però (Israele) si convertirà al Signore, il velo sarà tolto» (2Cor. 3,14-16).

Siamo arrivati al termine. Possiamo mettere in evidenza:
****  «Non bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?». (Vangelo)
Ora nel silenzio, nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.

O Dio, nostro Padre, questa partecipazione
al mistero pasquale del tuo Figlio
ci liberi dai fermenti dell’antico peccato
e ci trasformi in nuove creature.
Per Cristo nostro Signore.






14 APRILE 2020

Martedì fra l’Ottava di Pasqua

At 2,36-41; Salmo Responsoriale 32 (33); Gv 20,11-18

Colletta: O Dio, che nei sacramenti pasquali hai dato al tuo popolo la salvezza, effondi su di noi l’abbondanza dei tuoi doni, perché raggiungiamo il bene della perfetta libertà e abbiamo in cielo quella gioia che ora pregustiamo sulla terra. Per il nostro Signore Gesù Cristo...

Prime testimoni della Risurrezione - Mulieris dignitatem n. 16: Sin dall’inizio della missione di Cristo la donna mostra verso di Lui e verso il suo mistero una speciale sensibilità che corrisponde ad una caratteristica della sua femminilità. Occorre dire, inoltre, che ciò trova particolare conferma in relazione al mistero pasquale, non solo al momento della croce, ma anche all’alba della risurrezione. Le donne sono le prime presso la tomba. Sono le prime a trovarla vuota. Sono le prime ad udire: «Non è qui. È risorto, come aveva detto» (Mt 28,6). Sono le prime a stringergli i piedi (cf. Mt 28,9). Sono anche chiamate per prime ad annunciare questa verità agli apostoli (cf. Mt 28,1-10; Lc 24,8-11). Il Vangelo di Giovanni (cf. anche Mc 16,9) mette in rilievo il ruolo particolare di Maria di Magdala. È la prima ad incontrare il Cristo risorto. All’inizio crede che sia il custode del giardino: lo riconosce solo quando egli la chiama per nome. «Gesù le disse: “Maria”. Essa allora, voltatasi verso di lui, gli disse in ebraico: “Rabbuní!”, che significa: “Maestro”. Gesù le disse: “Non mi trattenere, perché non sono ancora salito al Padre; ma va’ dai miei fratelli e di loro: Io salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro”. Maria di Magdala andò subito ad annunciare ai discepoli: “Ho visto il Signore” e anche ciò che le aveva detto» (Gv 20, 16-18).
Per questo essa venne anche chiamata «la apostola degli apostoli», Maria di Magdala fu la testimone oculare del Cristo risorto prima degli apostoli e, per tale ragione, fu anche la prima a rendergli testimonianza davanti agli apostoli. Questo evento, in un certo senso, corona tutto ciò che è stato detto in precedenza sull’affidamento delle verità divine da parte di Cristo alle donne, al pari degli uomini. Si può dire che in questo modo si sono compiute le parole del Profeta: «Io effonderò il mio spirito sopra ogni uomo, e diverranno profeti i vostri figli e le vostre figlie» (Gl 3,1). Nel cinquantesimo giorno dopo la risurrezione di Cristo, queste parole trovano ancora una volta conferma nel cenacolo di Gerusalemme, durante la discesa dello Spirito Santo, il Paraclito (cf. At 2,17).

Dal Vangelo secondo Giovanni 20,11-18: In quel tempo, Maria stava all’esterno, vicino al sepolcro, e piangeva. Mentre piangeva, si chinò verso il sepolcro e vide due angeli in bianche vesti, seduti l’uno dalla parte del capo e l’altro dei piedi, dove era stato posto il corpo di Gesù. Ed essi le dissero: «Donna, perché piangi?». Rispose loro: «Hanno portato via il mio Signore e non so dove l’hanno posto».
Detto questo, si voltò indietro e vide Gesù, in piedi; ma non sapeva che fosse Gesù. Le disse Gesù: «Donna, perché piangi? Chi cerchi?». Ella, pensando che fosse il custode del giardino, gli disse: «Signore, se l’hai portato via tu, dimmi dove l’hai posto e io andrò a prenderlo». Gesù le disse: «Maria!». Ella si voltò e gli disse in ebraico: «Rabbunì!» - che significa: «Maestro!». Gesù le disse: «Non mi trattenere, perché non sono ancora salito al Padre; ma va’ dai miei fratelli e di’ loro: Salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro».


Maria di Màgdala andò subito ad annunciare ai discepoli: «Ho visto il Signore!» e ciò che le aveva detto.

Angelico Poppi (I Quattro Vangeli): La Maddalena aveva visto (blépei, v. I) la pietra rimossa, ma non era pervenuta alla fede. Tuttavia, il suo attaccamento a Gesù, al contrario dei due discepoli, la fece tornare al sepolcro. Al movimento della prima scena, che descrive la donna affannata che va di corsa ad annunziare la scomparsa del cadavere, si contrappone la staticità della seconda scena: Maria stava presso il sepolcro.
Il suo sguardo si fa più attento e scorge due angeli. Il verbo theòrein, che ricorre due volte in questo brano (vv. 12.14), denota una maggiore attenzione rispetto a blépein.
L’episodio è riportato solo da Giovanni, ma riecheggia l’apparizione alle donne narrata da Mt 28,9-10.
Come nelle altre apparizioni di riconoscimento, emerge la trasformazione avvenuta nel corpo di Gesù, che non è riconosciuto subito da Maria. I due discepoli di Emmaus lo riconobbero allo spezzare il pane, la Maddalena lo riconosce dalla voce. Luca probabilmente intendeva suggerire che la presenza di Gesù si può sperimentare nella frazione del pane eucaristico; per Giovanni questo si verifica soprattutto nell’ascolto della sua Parola, proclamata nelle assemblee cristiane. Sembra comunque che l’evangelista in questo brano voglia rilevare il progresso della fede: una «visione troppo umana del Gesù terrestre deve trasformarsi in una visione di fede» (De la Potterie, pp. 199-200).

Maria di Magdala, dalla quale Gesù cacciato sette demoni (Mc 16,9), stava all’esterno, vicino al sepolcro, e piangeva: l’amore la tiene inchiodata al sepolcro, così come era rimasta inchiodata ai piedi della croce. Tutto sembra essere finito per sempre, e la visione degli angeli non la scuote, né la spaventa. Vede Gesù e non lo riconosce, lo scambia per il custode del giardino. Maria non pensa alla risurrezione, ha un solo cruccio: Signore, se l’hai portato via tu, dimmi dove l’hai posto e io andrò a prenderlo. Dolore si assomma a dolore: hanno ucciso il Maestro, ora lo hanno rubato. Maria..., quella voce... sì quella voce la conosce... è Gesù... vorrebbe trattenersi e trattenere il Maestro, ma non può, deve andare: «Non mi trattenere, perché non sono ancora salito al Padre; ma va’ dai miei fratelli e di’ loro: “Salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro”». E Maria si mette in cammino, non è il tempo di fermarsi, la Buona Novella della Risurrezione non deve fermarsi, ma diffondersi... Ho visto il Signore... una testimonianza che travalica il tempo e raggiunge, oggi, fino agli estremi confini della terra tutti gli uomini. Fedeltà, amore, sollecitudine... come Maria dobbiamo metterci in cammino per annunciare al mondo il Vangelo della misericordia: Convertitevi e ciascuno di voi si faccia battezzare nel nome di Gesù Cristo, per il perdono dei vostri peccati, e riceverete il dono dello Spirito Santo.

Il primogenito tra i morti - J. Radermakers e P. Grelot: Gesù non crede soltanto alla risurrezione dei giusti nell’ultimo giorno. Egli sa che il mistero della risurrezione dev’essere da lui inaugurato, cui Dio ha dato il dominio della vita e della morte. Manifesta questo potere, che ha ricevuto dal Padre, riportando alla vita parecchi morti per i quali era stato supplicato: la figlia di Giairo (Mc 5,21-42 par.), il figlio della vedova di Nain (Lc 7,11-17), Lazzaro suo amico (Gv 11). Queste risurrezioni, che ricordano i miracoli profetici, sono già l’annunzio velato della sua, che sarà di ordine completamente diverso. Egli vi aggiunge predizioni chiare: il figlio dell’uomo deve morire e risuscitare il terzo giorno (Mc 8,31; 9,31; 10,34 par.). Secondo Mt, questo è il «segno di Giona»: il figlio dell’uomo sarà per tre giorni e tre notti nel seno della terra (Mt 12,40).
Il segno del tempio: «Distruggete questo tempio, ed in tre giorni io lo riedificherò...» ora «egli parlava del tempio del suo corpo» (Gv 2,19ss; cfr. Mt 26,61 par.). Questo annunzio di una risurrezione dai morti rimane incomprensibile anche per i Dodici (cfr. Mc 9,10); a maggior ragione per i nemici di Gesù, che ne prendono pretesto per far custodire la sua tomba (Mt 27,63s).
L’esperienza pasquale: I Dodici quindi non avevano compreso che l’annunzio della risurrezione nelle Scritture riguardava in primo luogo Gesù stesso (Gv 20,9); e per questo la sua morte e la sua sepoltura li avevano gettati nella disperazione (cfr. Mc 16,14; Lc 24,21-24.37; Gv 20,19). Per indurli a credere è necessaria nientemeno che l’esperienza pasquale. Quella del sepolcro trovato vuoto non basta a convincerli, perché potrebbe spiegarsi con un semplice trafugamento del cadavere (Lc 24,11s; Gv 20,2): soltanto Giovanni crede subito (Gv 20,8). Ma poi incominciano le narrazioni del risorto. La lista raccolta da Paolo (1Cor 15,5ss) e quella degli evangelisti non coincidono perfettamente; ma il numero esatto ha poca importanza. Gesù appare «durante molti giorni» (Atti 13,31); altrove si precisa: «durante 40 giorni» (1,3), fino alla scena significativa della ascensione. I racconti sottolineano il carattere concreto di queste manifestazioni: colui che appare è proprio Gesù di Nazaret; gli apostoli lo vedono e lo toccano (Lc 24,36-40; Gv 20,19-29), mangiano con lui (Lc 24,29s.41s; Gv 21,9-13; Atti 10,41). Egli è presente, non come un fantasma, ma con il suo proprio corpo (Mt 28,9; Lc 24,ss; Gv 20,20.27ss). Tuttavia questo corpo sfugge alle condizioni abituali della vita terrena (Gv 20,19; cfr. 20,17). Gesù ripete bensì gli atti che compiva durante la sua vita pubblica, e ciò permette di riconoscerlo (Lc 24,30s; Gv 21,6.12); ma ora è nello stato di gloria che descrivevano le apocalissi giudaiche. Il popolo non è spettatore di queste apparizioni, come lo è stato della passione e della morte. Gesù riserva le sue manifestazioni ai testimoni che si è scelto (Atti 2,32; 10,41; 13,31), e l’ultimo è Paolo sulla strada di Damasco (1Cor 15,8): dei testimoni egli fa i suoi apostoli. Si mostra ad essi «e non al mondo» (Gv 14,22), perché il mondo è chiuso alla fede. Neppure le guardie del sepolcro, terrorizzate dalla teofania misteriosa (Mt 28,4), non vedono Cristo stesso.
Perciò il fatto della risurrezione, il momento in cui Gesù risale dalla morte, è impossibile da descrivere. Matteo non fa Che evocarlo con un linguaggio convenzionale desunto dalle Scritture (Mi 28,2s): terremoto, luce abbagliante, apparizione dell’angelo del Signore... Si entra qui in un campo trascendente, che soltanto le espressioni preparate dal VT possono tradurre, benché la realtà a cui vengono applicate sia in se stessa ineffabile.

Questo è l’annuncio che sconvolge ogni sentire umano. Il Crocifisso è risuscitato e si è introdotto, come germe di vita nuova e immortale, nel mondo. Questa novità di vita unisce in un unico abbraccio Israele, il popolo eletto; il mondo intero; la Chiesa, il nuovo Israele.
Gesù, risorto da morte, è innanzi tutto il Messia promesso e salvatore d’Israele. Nel discorso di Pentecoste Pietro proclama: «Dio ha risuscitato Gesù ... che voi avete fatto uccidere» (Atti 2,22ss).
E a questa affermazione, Pietro, aggiunge quella secondo la quale Gesù è il Messia e il Signore di Israele: «Sappia dunque con certezza tutta la casa di Israele che Dio ha costituito Signore e Cristo quel Gesù che voi avete crocifisso» (Atti 2,36).
Ma, come dovrà amaramente constatare anche l’apostolo Paolo, Israele ha rifiutato di accogliere il Crocifisso come suo Salvatore e Signore: «non tutti hanno obbedito al Vangelo» (Rom 10,19).
Una disobbedienza che però alla fine risultò salutare: infatti a causa del rifiuto della casa di Israele la salvezza sarà predicata ai pagani (cfr. Rom 11,11). In verità, la salvezza non poteva essere appannaggio di un solo popolo, anche se amato e prediletto: doveva essere necessariamente offerta a tutti gli uomini.
Superati i confini della Città santa il Vangelo dilaga nel mondo: nel nome di Gesù vengono predicati a tutte le genti la conversione e il perdono dei peccati (cfr. Lc 24,27) e tutti coloro che credono in Gesù e si uniscono a lui, ottengono il perdono dei peccati e il dono della partecipazione alla vita divina del Risorto. Da allora il Vangelo ha percorso tutte le strade del mondo, raggiungendo nazioni, popoli, approdando su nuove terre.
Per molti però si rinnova il destino del popolo eletto. Se per alcuni la Buona Novella rimane velata la colpa, al dire di Paolo, è «degli uomini che si lasciano “accecare le menti” da Satana in modo da non poter ricevere lo splendore “luminoso” del “Vangelo”, che contiene e diffonde dovunque la “gloria di Cristo”, unica e completa immagine del Padre» (Settimio Cipriani).
L’appartenenza a un popolo o alla Chiesa non è il passaporto per ottenere il perdono dei peccati e la vita eterna: solo chi crede in Cristo, l’Uomo nuovo che ha vinto la morte, otterrà la salvezza.
Ma Satana, il nemico degli uomini (cfr. 1Pt 5,8), starà sempre in agguato per intorbidare le acque nel tentativo di accecare le menti degli increduli perché «non vedano lo splendore del glorioso vangelo di Cristo che è immagine di Dio» (2Cor 4,4): a lui bisogna resistere saldi nella fede (cfr. 1Pt 5,9).

Siamo arrivati al termine. Possiamo mettere in evidenza:
**** “L’appartenenza a un popolo o alla Chiesa non è il passaporto per ottenere il perdono dei peccati e la vita eterna: solo chi crede in Cristo, l’Uomo nuovo che ha vinto la morte, otterrà la salvezza” (J. Radermakers e P. Grelot).
Ora nel silenzio, nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.

Ascolta, Signore, le nostre preghiere
e guida questa tua famiglia, purificata col dono del Battesimo,
alla luce meravigliosa del tuo regno.
Per Cristo nostro Signore.