13 APRILE 2020

Lunedì fra l’Ottava di Pasqua

At 2,14.22-33; Salmo Responsoriale 15 (16); Mt 28,8-15

Colletta: O Padre, che fai crescere la tua Chiesa, donandole sempre nuovi figli, concedi ai tuoi fedeli di esprimere nella vita il sacramento che hanno ricevuto nella fede. Per il nostro Signore Gesù Cristo...

Catechismo Tridentino (Parte Prima: La fede e il suo simbolo - Art. V): 72. [...] Cristo signor nostro spirò sulla croce all’ora nona del venerdì e fu sepolto in quel medesimo giorno dai discepoli, i quali, col permesso del procuratore Pilato, chiusero il corpo del Signore, deposto dalla croce, entro un sepolcro nuovo, situato in un attiguo giardino. Ma il terzo giorno dalla morte, che divenne il giorno del Signore, al primo chiarore dell’alba, l’anima di lui si congiunse di nuovo con il corpo; e cosi egli, che era rimasto per tre giorni nella morte, ritorno alla vita, abbandonata morendo, e risorse.
73. Cristo è risorto per virtù propria - Con la parola resurrezione tuttavia non si deve intendere soltanto che Cristo risuscito da morte, come avvenne a molti altri, ma che risorse per sua forza e virtù; cosa che fu esclusiva di lui. La natura infatti non tollera, né è stato mai concesso ad alcuno, di rievocare se stesso da morte a vita per propria virtù. Ciò era riservato all’infinita potenza di Dio, secondo la parola dell’Apostolo: Se egli è stato crocifisso a causa della sua debolezza (umana), vive pero per virtù di Dio (2Cor 13,4). La quale divina virtù non essendo stata mai separata, né dal corpo di Cristo nel sepolcro, né dall’anima durante la discesa negli inferi, rimaneva sempre presente, sia nel corpo, per potersi ricongiungere all’anima, sia nell’anima, per poter ritornare nel corpo. Cosi poté ritornare a vita per propria virtù e risorgere dai morti.

Dal Vangelo secondo Matteo 28,8-15: In quel tempo, abbandonato in fretta il sepolcro con timore e gioia grande, le donne corsero a dare l’annuncio ai suoi discepoli. Ed ecco, Gesù venne loro incontro e disse: «Salute a voi!». Ed esse si avvicinarono, gli abbracciarono i piedi e lo adorarono. Allora Gesù disse loro: «Non temete; andate ad annunciare ai miei fratelli che vadano in Galilea: là mi vedranno».
Mentre esse erano in cammino, ecco, alcune guardie giunsero in città e annunciarono ai capi dei sacerdoti tutto quanto era accaduto. Questi allora si riunirono con gli anziani e, dopo essersi consultati, diedero una buona somma di denaro ai soldati, dicendo: «Dite così: “I suoi discepoli sono venuti di notte e l’hanno rubato, mentre noi dormivamo”. E se mai la cosa venisse all’orecchio del governatore, noi lo persuaderemo e vi libereremo da ogni preoccupazione». Quelli presero il denaro e fecero secondo le istruzioni ricevute. Così questo racconto si è divulgato fra i Giudei fino a oggi.

Abbandonato in fretta… (Felipe F. Ramos): Dal sepolcro vuoto partono due ambasciate: quella delle donne, trasformate in messaggere della risurrezione, e quella delle guardie del sepolcro che vanno dai sommi sacerdoti per informarli sull’accaduto. Vi è un fatto certo che nessuno osa negare: il sepolcro vuoto. Lo dicono, naturalmente, le donne messaggere; lo dicono le guardie del sepolcro, e i sommi sacerdoti non lo possono negare. Tuttavia questo fatto, ammesso da tutti, ha diverse possibilità di spiegazione, vale a dire che dal sepolcro vuoto non si deduce con evidenza, come si è affermato molte volte, la risurrezione di colui che in esso era stato sepolto.
Il presente racconto di Matteo raccoglie due possibilità: Gesù era risuscitato; il cadavere di Gesù era stato trafugato. Le due possibilità sono esposte con grande imparzialità, almeno stando alle apparenze. Dev’essere il lettore del vangelo a decidersi per l’una o per l’altra. È convincente la versione dei sommi sacerdoti? Evidentemente, no. Il lettore deve decidere di ammettere la prima possibilità: la risurrezione di Gesù testimoniata dalle donne. Ma quello che avvenne nei primi momenti avviene anche ora. La risurrezione di Gesù non è un fatto controllabile, bensì un fatto soprannaturale ammissibile solo in forza della fede. Quando il cuore si chiude alla fede, la risurrezione passa immediatamente nel mondo della leggenda. Nel momento in cui Matteo scrive il suo vangelo, continuavano le discussioni fra i giudei e i cristiani. Il semplice fatto dell’esistenza della comunità cristiana a Gerusalemme e della sua predicazione era una denunzia costante contro le autorità giudaiche. Il libro degli Atti (3,5) ne è la migliore testimonianza.
La presenza cristiana fra loro era scomoda e insopportabile perché, in definitiva, significava che era ormai avvenuto l’ultimo e definitivo intervento di Dio nella storia, che erano cominciati gli ultimi tempi e che era cominciato il mondo nuovo, il regno, la risurrezione. Quindi che i giudei continuassero ad attendere tutto questo in un tempo futuro era del tutto fuori posto. Dovevano dunque convincersi della realtà. Invece di farlo, essi preferivano divulgare una calunnia (che si sarebbe ripetuta molte volte nel corso della storia della Chiesa, particolarmente nelle ricerche razionalistiche dei secoli XVIII e XIX). Questa storia aneddotica ci colloca nella realtà vissuta delle dispute fra giudei e cristiani, durante quasi tutto il primo secolo del cristianesimo.

Salute a voi! - Benedetto Prete (I Quattro Vangeli): 9-10 L’apparizione di cui parla Matteo va identificata molto probabilmente con quella riferita da Giovanni (20,11-18); il quarto evangelista narra con ricchezza di particolari l’apparizione di Gesù risorto ad una sola donna: Maria Maddalena. Matteo attribuisce all’intero gruppo (venne loro incontro) ciò che è accaduto ad una sola donna: Maria di Magdala, usando il così detto «plurale di categoria» (cf. Mt., 2,20; 24,8; 27,44). Gli strinsero i piedi; l’evangelista narra con affrettata sobrietà questa apparizione. Gesù prende l’iniziativa con le parole del saluto; le donne non dicono nulla, ma compiono un gesto pieno di rispettoso amore, esse si prostrano ai piedi del risorto per cercare di toccarli e baciarli. Non temete; il Maestro parla nuovamente per dissipare gli ultimi resti di turbamento. Ai miei fratelli, come in Gio., 5,17; fino a quel momento Gesù non aveva mai usato quel termine per indicare i discepoli. Vadano in Galilea, là mi vedranno; l’espressione non indica che Gesù apparve ai discepoli soltanto in Galilea; Luca e Giovanni, come già è stato detto, narrano le apparizioni di Gesù ai discepoli avvenute in Giudea. Dal confronto con il passo di S. Paolo (1Corinti, 15,5-7), nel quale sono enumerate le varie apparizioni di Cristo, risulta che nessuno degli evangelisti ha inteso narrare tutte le apparizioni di Gesù risorto.
11 Alcuni dei soldati di guardia; alcune sentinelle si affrettarono più delle altre a raggiungere i gran sacerdoti per riferire l’accaduto. Matteo si limita a riportare il fatto senza indicare le modalità del rapporto compiuto dai soldati di guardia. La situazione era imbarazzante per gli uomini incaricati della vigilanza alla tomba. Non è necessario pensare che i soldati abbiano dato una spiegazione soprannaturale allo straordinario evento (questa spiegazione sarebbe stata derisa dai gran sacerdoti), ma è presumibile ritenere che le guardie, dal fatto che non sono accusate di diserzione, abbiano lasciato capire che gli avvenimenti di cui erano stati spettatori avevano una portata eccezionale.
12-14 Deliberarono di dare ai soldati molto denaro; la notizia di Matteo svela la bassezza morale dei nemici di Gesù. I gran sacerdoti e gli anziani, pur di nascondere l’evidenza dei fatti, non rifuggono dal corrompere i soldati con il denaro. Voi direte: i suoi discepoli, venuti di notte, lo rubarono mentre noi dormivamo; i sacerdoti con gli anziani istruiscono anche i soldati sul modo di spiegare il fatto; essi devono parlare di trafugamento della salma, non già di risurrezione. Indubbiamente la fragile diceria del trafugamento doveva essere detta alla gente, cioè a quella massa che, non riflettendo e non possedendo un potere discriminante, accoglie anche le notizie più impensabili; per l’autorità la diceria della rimozione notturna della salma non poteva costituire un argomento valevole. Noi lo convinceremo e non vi faremo aver noie; nel caso che il governatore venisse a conoscere la notizia ed aprisse un’inchiesta su la diserzione delle guardie, i sacerdoti assicurano alle sentinelle fuggite di evitare loro ogni noia. La sicurezza con la quale i sacerdoti parlano lascia intravedere che tra essi ed il procuratore vi erano mezzi d’intesa. Lo convinceremo (πείσομεν); alcuni esegeti ritengono che πείθω abbia qui il senso di: persuadere con denaro, cioè: corrompere con esso (cf. 2 Maccabei, 4, 45; 10, 20).
15 I soldati accondiscendono ed accettano volentieri il denaro. Con quell’accomodamento e quella assicurazione le sentinelle furono tranquillizzate; tirando le somme il loro servizio di vigilanza, fatta eccezione per la gran paura avuta, si chiudeva in attivo. Questa diceria si è sparsa tra i Giudei fino al giorno d’oggi; l’evangelista indica la fonte della sua informazione; egli ha appreso la notizia da circoli ebraici nei quali era corrente quella spiegazione dei fatti; anche S. Giustino (Contro Trifone, 108) attesta l’esistenza di questa diceria del trafugamento. Matteo, che probabilmente ha avuto un intento apologetico nel riportare l’episodio (28, 11-15), non nasconde una punta d’ironia nel suo racconto: i rappresentanti dell’ebraismo (i gran sacerdoti e gli anziani) ricorrono alla testimonianza di persone addormentate. S. Agostino rilevava la fragilità di questa diceria con una formula incisiva e mordacemente ironica: dormientes testes adhibes.

Le donne corsero a dare l’annuncio ai discepoli: Benedetto XVI (Udienza Generale, 7 Aprile 2010): Il Nuovo Testamento non descrive la Risurrezione di Gesù nel suo attuarsi. Riferisce soltanto le testimonianze di coloro che Gesù in persona ha incontrato dopo essere risuscitato. I tre Vangeli sinottici ci raccontano che quell’annuncio - “È risorto!” - viene proclamato inizialmente da alcuni angeli. È, pertanto, un annuncio che ha origine in Dio; ma Dio lo affida subito ai suoi “messaggeri”, perché lo trasmettano a tutti. E così sono questi stessi angeli che invitano le donne, recatesi di buon mattino al sepolcro, ad andare con prontezza a dire ai discepoli: “È risorto dai morti, ed ecco, vi precede in Galilea; là lo vedrete” (Mt 28,7). In questo modo, mediante le donne del Vangelo, quel mandato divino raggiunge tutti e ciascuno perché, a loro volta, trasmettano ad altri, con fedeltà e con coraggio, questa stessa notizia: una notizia bella, lieta e portatrice di gioia.
Sì, cari amici, tutta la nostra fede si fonda sulla trasmissione costante e fedele di questa “buona notizia”. E noi, oggi, vogliamo dire a Dio la nostra profonda gratitudine per le innumerevoli schiere di credenti in Cristo che ci hanno preceduto nei secoli, perché non sono mai venute meno al loro fondamentale mandato di annunciare il Vangelo che avevano ricevuto. La buona notizia della Pasqua, dunque, richiede l’opera di testimoni entusiasti e coraggiosi. Ogni discepolo di Cristo, anche ciascuno di noi, è chiamato ad essere testimone. È questo il preciso, impegnativo ed esaltante mandato del Signore risorto. La “notizia” della vita nuova in Cristo deve risplendere nella vita del cristiano, deve essere viva e operante in chi la reca, realmente capace di cambiare il cuore, l’intera esistenza. Essa è viva innanzitutto perché Cristo stesso ne è l’anima vivente e vivificante. Ce lo ricorda san Marco alla fine del suo Vangelo, dove scrive che gli Apostoli “partirono e predicarono dappertutto, mentre il Signore agiva insieme con loro e confermava la Parola con i segni che la accompagnavano” (Mc 16,20).

Siamo arrivati al termine. Possiamo mettere in evidenza:
**** “La risurrezione di Gesù non è un fatto controllabile, bensì un fatto soprannaturale ammissibile solo in forza della fede” (Felipe F. Ramos).
Ora nel silenzio, nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.

Diffondi nei nostri cuori, Signore,
la grazia dei sacramenti pasquali,
e poiché ci hai guidati nella via della salvezza,
fa’ che rispondiamo pienamente al tuo dono.
Per Cristo nostro Signore.






12 APRILE 2020

DOMENICA DI PASQUA - RISURREZIONE DEL SIGNORE

(ALLA MESSA DEL GIORNO)

At 10,34a.37-43; Sal 117; Col 3,1-4 oppure 1Cor 5,6-8;
Gv 20,1-9 (sera: Lc 24,13-35)

Colletta: O Padre, che in questo giorno, per mezzo del tuo unico Figlio, hai vinto la morte e ci hai aperto il passaggio alla vita eterna, concedi a noi, che celebriamo la Pasqua di risurrezione, di essere rinnovati nel tuo Spirito, per rinascere nella luce del Signore risorto. Egli è Dio e vive e regna con te...

Prima Lettura: «Il discorso che Pietro rivolge a Cornelio è una sintesi della trama evangelica: la predicazione del Battista, il battesimo di Gesù, il suo ministero pubblico segnato dalla lotta contro il male, la crocifissione, la risurrezione, le apparizioni pasquali ai discepoli e la missione nel mondo. È l’annuncio che i primi predicatori proclamavano suscitando conversioni a Cristo... Nella scena di Cornelio si ha quasi l’emblema di questa azione missionaria» (La Bibbia, Via Verità e Vita, Ed. Paoline).

Salmo Responsoriale: «La pietra scartata dai costruttori è divenuta la pietra d’angolo:è manifesto per tutti che questo è detto del Cristo, perché lui stesso ha citato questa profezia: Non avete mai letto nelle Scritture: La pietra che i costruttori avevano scartato è diventata capo d’angolo? [Mt 21,42]. I costruttori sono i giudei, i dottori della legge, gli scribi e i farisei che lo rifiutarono. Non diciamo con ragione noi che sei un Samaritano e hai un demonio? [Gv 8,48]... Costui non è da Dio, ma seduce la folla [Cf. Gv 7,12]. Ora questo riprovato si è manifestato talmente approvato che è diventato testata d’angolo. Non una pietra qualunque è atta ad essere pietra angolare: è necessaria la pietra scelta, capace di unire due muri. Il profeta dice qui: respinto dai giudei e tenuto in nessun conto, è apparso talmente ammirabile che non solo si integra all’edificio, ma è lui che riunisce e tiene insieme i due muri. Quali muri? I credenti, giudei e gentili» (Giovanni Crisostomo).

Seconda lettura Col 3,1-4: Il credente è già risorto con Cristo, partecipando realmente alla sua vita celeste: «Con lui ci ha anche risuscitato e ci ha fatto sedere nei cieli, in Cristo Gesù, per mostrare nei secoli futuri la straordinaria ricchezza della sua grazia mediante la sua bontà verso di noi in Cristo Gesù» (Ef 2,6-7). Questa certezza deve far sì che il credente orienti decisamente la sua vita alla conquista del Cielo: «Se dunque siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove è Cristo, seduto alla destra di Dio; rivolgete il pensiero alle cose di lassù, non a quelle della terra. Voi infatti siete morti e la vostra vita è nascosta con Cristo in Dio!» (Col 3,1-3). Un orientamento sostenuto da una attesa: «Quando Cristo, vostra vita, sarà manifestato, allora anche voi apparirete con lui nella gloria» (Col 3,4). Una certezza sostenuta e alimentata da una vita azzima, cioè da una vita preservata dal lievito del male.

Vangelo: Nonostante che siano state le donne, e in modo particolare Maria di Magdala, le prime a recarsi alla tomba, sono tuttavia Pietro e Giovanni i primi ad entrarvi e ad osservare «i teli posati là, e il sudario... avvolto in un luogo a parte», segni che rivelano tangibilmente la risurrezione di Cristo: infatti, era «inammissibile che un ladro lasciasse le cose così in ordine. La conclusione non andava certo troppo lontano» (Felipe F. Ramos). Che sia Pietro ad entrare, e non l’altro discepolo che era giunto per primo al sepolcro, lascia intravedere che già allora a Pietro era riconosciuta una certa preminenza (Cf. Gv 21,15-17).

Dal Vangelo secondo Giovanni 20,1-9: Il primo giorno della settimana, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di mattino, quando era ancora buio, e vide che la pietra era stata tolta dal sepolcro.
Corse allora e andò da Simon Pietro e dall’altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!».
Pietro allora uscì insieme all’altro discepolo e si recarono al sepolcro. Correvano insieme tutti e due, ma l’altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro. Si chinò, vide i teli posati là, ma non entrò.
Giunse intanto anche Simon Pietro, che lo seguiva, ed entrò nel sepolcro e osservò i teli posati là, e il sudario - che era stato sul suo capo - non posato là con i teli, ma avvolto in un luogo a parte.
Allora entrò anche l’altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette. Infatti non avevano ancora compreso la Scrittura, che cioè egli doveva risorgere dai morti.

L’espressione il primo giorno della settimana richiama il giorno primo della creazione, quando Dio separò le tenebre dalla luce (Gen 1,3-5). Con la risurrezione di Gesù ha inizio una nuova settimana, una nuova creazione: il primo giorno di questa nuova ricreazione è diventato «per i cristiani, il primo di tutti i giorni, la prima di tutte le feste, il giorno del Signore [“dies dominica”], la “Domenica”» (Catechismo della Chiesa Cattolica n. 2174).
L’evangelista Giovanni non specifica il motivo per cui Maria di Magdala va alla tomba. Matteo dice per visitare il sepolcro (Mt 28,1). Marco, invece, riferisce che Maria di Màgdala, Maria madre di Giacomo e Salome, avendo comprato degli oli aromatici, si erano recate al sepolcro per ungere il corpo di Gesù (Mc 16,1; Cf. Lc 24,1).
Quando era ancora buio, una nota che mette in evidenza l’attesa trepida di Maria di Magdala: stare lontano da quella tomba doveva essere un vero martirio e così quando la Legge permise di riprendere il cammino, Maria, si reca immantinente al sepolcro per riabbracciare il corpo esanime del Maestro.
Molto probabilmente, secondo gli usi del tempo, la pietra del sepolcro era stata intonacata (Cf. Mt 23,27) e quindi era ben visibile al buio. Qui, come nel caso di Nicodemo (Cf. Gv 3,2) e di Giuda (Cf. Gv 13,30), «l’indicazione delle tenebre esteriori non è priva di valenze simboliche. Nel cuore di Maria di Magdala regna ancora il buio dell’angoscia. In realtà, nel vedere il sepolcro vuoto, reagisce col credere che l’abbiano portato via [Gv 20,2.13] e col pianto [Gv 20,1]. Ecco un “vedere” che si ferma al di qua della fede pasquale, rimanendo nel buio dell’incomprensione» (Adrian  Schenker - Rosario Scognamiglio).
Hanno portato via il Signore dal sepolcro... Maria di Màgdala pensa che il corpo di Gesù sia stato rubato. Corse allora e andò da Simon Pietro e dall’altro discepolo, quello che Gesù amava: all’annuncio della  donna, i due discepoli corrono al sepolcro.
La tradizione ha ravvisato nel compagno di Pietro l’apostolo Giovanni, l’autore del quarto Vangelo.
L’altro discepolo, giunto per primo, si china, per entrare nel sepolcro, vede i teli posati là, ma non entra. Sarà Pietro ad entrare, una nota, forse, per sottolineare la sua autorità, ma non è opportuno forzare il senso del testo giovanneo per provare il primato di Pietro. I teli attirano immediatamente l’attenzione dei due discepoli in quanto non sono abbandonati in disordine, ma posati, «come un involucro sgonfio, dopo aver perso il proprio contenuto. Il dettaglio ripetuto due volte, è importante per l’evangelista: lascia intendere che con la risurrezione, il corpo di Gesù ha lasciato i teli che lo racchiudevano» (La Bibbia, Via Verità e Vita, Ed. Paoline).
Dai teli, l’attenzione si sposta al sudario, in quanto non era stato posato là con i teli, ma avvolto in un luogo a parte. Un indizio che «indica con chiarezza che la salma del Maestro non è stata rubata, perché i ladri non si sarebbero affatto preoccupati di piegare il sudario. Quindi Gesù si è liberato da solo dalle lenzuola e dal sudario che lo avvolgevano, mentre Lazzaro dovette essere sciolto da altri [Gv 11,44], segno che non ha raggiunto la risurrezione finale» (Alberto Salvatore Panimolle).
Dopo Pietro anche l’altro discepolo entra e vide e credette. Il “vedere” è un tema caratteristico di tutta l’opera giovannea. Si riferisce anzitutto «all’esperienza fisica dei sensi, vista, udito, tatto... approfondita poi col guardar dentro e l’ascoltare intentaménte gli intimi significati [1Gv 1,1.3], ma che giunge al suo traguardo solo con la contemplazione della Vita che si autorivela [1Gv 1,2]. Questo sviluppo di “visione” porta all’annuncio e ad un parallelo sviluppo di “comunione”, koinonia, umano-divina [1Gv 1,3.6-7; Cf. Gv 1,39.50-51]» (Bruno Barisan).
Dal contesto si può comunque pensare a una fede iniziale, forse basata sul «segno» della tomba vuota, dei lini ben ordinati giacenti a terra, della pietra rovesciata. Giovanni, stupito per l’assenza del corpo di Gesù, non capisce, non sa ancora che il Maestro è risuscitato da morte. Ciò spiega il senso del versetto che conclude la pericope: Infatti non avevano ancora compreso la Scrittura.
La Scrittura potrebbe essere intesa in generale oppure a un testo specifico. Nella predicazione, gli Apostoli fanno ricorso al Salmo 16,9-10 (Cf. At 2,27.31) oppure a Osea 6,2. La fede dei discepoli, comunque, doveva essere portata a compimento dall’apparizione del Risorto e, allora, dolce si farà il rimprovero: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!» (Gv 20,29).

Infatti non avevano ancora compreso la Scrittura, che cioè egli doveva risorgere dai morti - La risurrezione di Gesù è il punto cruciale della fede cristiana: «Se Cristo non è risorto, vuota allora è la nostra predicazione, vuota anche la vostra fede» (1Cor 15,14). Per i credenti la «Risurrezione costituisce anzitutto la conferma di tutto ciò che Cristo stesso ha fatto e insegnato. Tutte le verità, anche le più inaccessibili allo spirito umano, trovano la loro giustificazione se, risorgendo, Cristo ha dato la prova definitiva, che aveva promesso, della sua autorità divina» (CCC 651).
 Gesù in tre riprese aveva annunciato la sua morte e la sua risurrezione dai morti: la prima volta immediatamente dopo la confessione di fede di Pietro a Cesarea, la seconda in Galilea, la terza, infine, al momento della “salita” a Gerusalemme.
Dopo il primo annuncio, Pietro restò scandalizzato, e con lui tutti gli altri Apostoli. Al secondo annuncio Matteo aggiunge: «ed essi furono molto rattristati» (Mt 17,23). Marco dirà dopo il secondo annuncio: «Essi però non capivano queste parole e avevano timore di interrogarlo» (Mc 9,32).
Un altro annuncio della risurrezione è contenuto nei versetti successivi al racconto della Trasfigurazione in Matteo e in Marco: «Gesù ordinò loro: “Non parlate a nessuno di questa visione, prima che il Figlio dell’uomo non sia risorto dai morti”» (Mt 17,9) e Marco in particolare aggiunge: «Ed essi tennero fra loro la cosa, chiedendosi che cosa volesse dire risorgere dai morti» (Mc 9,10).
Anche Giovanni ricorda una profezia di Gesù riguardante la sua risurrezione. In occasione dell’episodio della cacciata dei mercanti dal Tempio scrive: «Gli dissero allora i Giudei: “Questo tempio è stato costruito in quarantasei anni e tu in tre giorni lo farai risorgere?”. Ma egli parlava del tempio del suo corpo» (Gv 2,20-21).
I discepoli in verità ben sapevano che cosa significava “risurrezione” o “risuscitare dai morti”, a risultare  incomprensibile era invece la morte e la risurrezione del Maestro in quanto non avevano compreso che la sua risurrezione portava a compimento le promesse vaticinate dalle Scritture.
La risurrezione di Gesù, portando a compimento il piano della salvezza, è principio e sorgente della nostra risurrezione futura: «Cristo è risorto dai morti, primizia di coloro che sono morti [...] e come in Adamo tutti muoiono, così in Cristo tutti riceveranno la vita» (1Cor 15,20-22).
In attesa che tutto questo si compia perfettamente nell’ultimo giorno, il discepolo senza esitazioni deve «abbandonare, con la sua condotta di prima, l’uomo vecchio che si corrompe seguendo le passioni ingannevoli», deve «rinnovarsi nello spirito della sua mente» e deve «rivestire l’uomo nuovo, creato secondo Dio nella giustizia e nella vera santità» (Ef 2,24-25).  Passaggi obbliganti, ma che danno senso e concretezza alla Pasqua cristiana.

Benedetto XVI (Omelia 7 Aprile 2012): A Pasqua, al mattino del primo giorno della settimana, Dio ha detto nuovamente: “Sia la luce!”. Prima erano venute la notte del Monte degli Ulivi, l’eclissi solare della passione e morte di Gesù, la notte del sepolcro. Ma ora è di nuovo il primo giorno – la creazione ricomincia tutta nuova. “Sia la luce!”, dice Dio, “e la luce fu”. Gesù risorge dal sepolcro. La vita è più forte della morte. Il bene è più forte del male. L’amore è più forte dell’odio. La verità è più forte della menzogna. Il buio dei giorni passati è dissipato nel momento in cui Gesù risorge dal sepolcro e diventa, Egli stesso, pura luce di Dio. Questo, però, non si riferisce soltanto a Lui e non si riferisce solo al buio di quei giorni. Con la risurrezione di Gesù, la luce stessa è creata nuovamente. Egli ci attira tutti dietro di sé nella nuova vita della risurrezione e vince ogni forma di buio. Egli è il nuovo giorno di Dio, che vale per tutti noi.
Ma come può avvenire questo? Come può tutto questo giungere fino a noi così che non rimanga solo parola, ma diventi una realtà in cui siamo coinvolti? Mediante il Sacramento del battesimo e la professione della fede, il Signore ha costruito un ponte verso di noi, attraverso il quale il nuovo giorno viene a noi. Nel Battesimo, il Signore dice a colui che lo riceve: Fiat lux – sia la luce. Il nuovo giorno, il giorno della vita indistruttibile viene anche a noi. Cristo ti prende per mano. D’ora in poi sarai sostenuto da Lui e entrerai così nella luce, nella vita vera. Per questo, la Chiesa antica ha chiamato il Battesimo “photismos” - illuminazione.

Siamo arrivati al termine. Possiamo mettere in evidenza:
**** «A Pasqua, al mattino del primo giorno della settimana, Dio ha detto nuovamente: “Sia la luce!”» (Benedetto XVI). 
Ora nel silenzio, nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.

Proteggi sempre la tua Chiesa, Dio onnipotente,
con l’inesauribile forza del tuo amore,
perché, rinnovata dai sacramenti pasquali,
giunga alla gloria della risurrezione.
Per Cristo nostro Signore.



11 Aprile 2020

Sabato Santo

La Bibbia e i Padri della Chiesa (I Padri vivi): Secondo una vecchia tradizione, questo è il giorno senza l’Eucaristia, il giorno del silenzio e del digiuno a causa della morte del Redentore. Solo la sera si radunano i fedeli per la veglia notturna e le preghiere. I riti del Sabato Santo, anche se celebrati ancora la sera di questo giorno, in sostanza appartengono già alla liturgia della Domenica della Risurrezione.
Il corpo del Figlio di Dio riposa nel sepolcro. All’entrata del sepolcro fu posta una grande pietra, furono apposti i sigilli e le guardie. Se n’è andato il nostro Pastore, la fonte dell’acqua viva; perciò, la Chiesa piange su di lui come si piange l’unico figlio l’Innocente, il Signore è stato ucciso. Il Signore disse una volta: «Come Giona rimase tre giorni e tre notti nel ventre del pesce, così il Figlio dell’uomo resterà tre giorni e tre notti nel cuore della terra» (Mt 12,40); «distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere» (Gv 2,9).
Nella Liturgia delle ore, nella sua quotidiana preghiera, la Chiesa professa la fede nella Risurrezione di Gesù, nella vittoria di Gesù sulla morte. Il Signore riposa in pace, ma nella speranza che il suo corpo non subirà la corruzione della morte; si apriranno le porte eterne ed entrerà il Re della Gloria; il Signore sconfiggerà le forze infernali e le porte della morte; il Padre salverà la sua anima dal potere delle tenebre.
Fra poco il Signore acclamerà: «Ero morto, adesso vivo in eterno - mie sono le chiavi della morte e dell’abisso». Il chicco di grano gettato in terra porterà frutto. La Chiesa in preghiera attende la Risurrezione del Signore. La preghiera della Chiesa può essere riassunta nel canto, che inizia la odierna liturgia delle ore: «Venite, adoriamo il Signore, il crocifisso e sepolto per noi».

Fratelli carissimi, supplichiamo umilmente
Dio onnipotente, Padre, Figlio e Spirito Santo
unico creatore dell’universo,
in questa grande mattina del grande sabato,
ossia della deposizione del Corpo del Signore,
affinché colui che trasse Adamo misericordiosamente
dalle profondità degli inferi,
per la sola misericordia del Figlio suo
tragga noi che con forza gridiamo
dalla feccia presente alla quale aderiamo.
Gridiamo infatti e preghiamo
perché il pozzo dell’inferno non apra su di noi la sua bocca
e liberati dal fango del peccato,
non ricadiamo in esso.

Missale Gothicum, ed. L.C. Mohlberg, Roma 1961, n. 219


Catechismo della Chiesa Cattolica: La morte redentrice di Cristo nel disegno divino della salvezza - «Gesù consegnato secondo il disegno prestabilito di Dio» - n. 599 La morte violenta di Gesù non è stata frutto del caso in un concorso sfavorevole di circostanze. Essa appartiene al mistero del disegno di Dio, come spiega san Pietro agli Ebrei di Gerusalemme fin dal suo primo discorso di pentecoste: «Egli fu consegnato a voi secondo il prestabilito disegno e la prescienza di Dio» (At 2,23). Questo linguaggio biblico non significa che quelli che hanno consegnato Gesù siano stati solo esecutori passivi di una vicenda scritta in precedenza da Dio.

n. 600 Tutti i momenti del tempo sono presenti a Dio nella loro attualità. Egli stabilì dunque il suo disegno eterno di « predestinazione » includendovi la risposta libera di ogni uomo alla sua grazia: «Davvero in questa città si radunarono insieme contro il tuo santo servo Gesù, che hai unto come Cristo, Erode e Ponzio Pilato con le genti e i popoli d’Israele per compiere ciò che la tua mano e la tua volontà avevano preordinato che avvenisse» (At 4,27-28). Dio ha permesso gli atti derivati dal loro accecamento al fine di compiere il suo disegno di salvezza. 

«Morto per i nostri peccati secondo le Scritture» - n. 601 Questo disegno divino di salvezza attraverso la messa a morte del «Servo Giusto» era stato anticipatamente annunziato nelle Scritture come un mistero di redenzione universale, cioè di riscatto che libera gli uomini dalla schiavitù del peccato. San Paolo professa, in una confessione di fede che egli dice di avere «ricevuto», che «Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture» (1Cor 15,3). La morte redentrice di Gesù compie in particolare la profezia del Servo sofferente. Gesù stesso ha presentato il senso della sua vita e della sua morte alla luce del Servo sofferente. Dopo la risurrezione, egli ha dato questa interpretazione delle Scritture ai discepoli di Emmaus, poi agli stessi Apostoli.

Sulla croce, Gesù consuma il suo sacrificio - n. 616 È l’amore sino alla fine che conferisce valore di redenzione e di riparazione, di espiazione e di soddisfazione al sacrificio di Cristo. Egli ci ha tutti conosciuti e amati nell’offerta della sua vita. «L’amore del Cristo ci spinge, al pensiero che uno è morto per tutti e quindi tutti sono morti» (2Cor 5,14). Nessun uomo, fosse pure il più santo, era in grado di prendere su di sé i peccati di tutti gli uomini e di offrirsi in sacrificio per tutti. L’esistenza in Cristo della Persona divina del Figlio, che supera e nel medesimo tempo abbraccia tutte le persone umane e lo costituisce Capo di tutta l’umanità, rende possibile il suo sacrificio redentore per tutti.

n. 617 «Sua sanctissima passione in ligno crucis nobis iustificationem meruit – Con la sua santissima passione sul legno della croce ci meritò la giustificazione», insegna il Concilio di Trento sottolineando il carattere unico del sacrificio di Cristo come causa di salvezza eterna. E la Chiesa venera la croce cantando: «O crux, ave, spes unica! – Ave, o croce, unica speranza!».

Basilio Caballero (La Parola per Ogni Giorno): Il sabato santo celebriamo durante il giorno la sepoltura di Gesù e la notte la grande veglia pasquale della risurrezione gloriosa del Signore, che costituisce il centro dell’anno liturgico. Nelle letture bibliche della veglia pasquale abbiamo un riassunto di tutta la storia biblica della creazione, passando per l’esodo e la pasqua d”Egitto, fino a culminare nella risurrezione di Gesù.
La liturgia della veglia pasquale, che cominciò a essere celebrata nella Chiesa romana verso la metà del II secolo, possiede nella sua struttura attuale una ricca simbologia battesimale che è il sedimento di molti secoli di culto cristiano. Così, seguendo l’ordine del rituale: il rito del nuovo fuoco (IX secolo), la processione della luce (XII secolo), il cero pasquale (V secolo), l”annuncio pasquale (IV secolo), la benedizione dell’acqua (V secolo) e del fonte battesimale (II secolo).
Questa marcata impronta battesimale della Pasqua ci ricorda che la nostra nascita alla vita nuova con Cristo risorto avviene attraverso la fede e attraverso il sacramento del battesimo che ci incorpora al mistero pasquale di Cristo, cioè alla sua morte e risurrezione. Così dice la lettura dell’Apostolo (Rm 6,3ss). I due tempi del battesimo nella sua liturgia primitiva: immersione nell’acqua ed emersione dalla stessa, simboleggiano rispettivamente la morte al peccato e la sepoltura con Cristo (immersione), e la risurrezione alla vita nuova con lui (emersione).
La liturgia battesimale oggi più frequente, con la sola aspersione dell’acqua, significa simultaneamente il lavaggio e il perdono dei peccati e la vita nuova o adozione filiale da parte di Dio. Compiendosi così i due movimenti - che poi sono uno - di partecipazione alla morte e risurrezione di Cristo, cioè al suo mistero pasquale, il neofita resta unito a lui e al suo corpo sociale che è la Chiesa, il popolo di Dio, il popolo della nuova alleanza per il sangue di Gesù.

La morte di Cristo - Ambrogio (Exp. Ev. Luc., 10, 140 s., 14): E non è senza scopo che un altro evangelista abbia scritto che il sepolcro era nuovo (cf. Gv 19,41), un altro che era il sepolcro di Giuseppe (cf. Mt 27,60). Di conseguenza, Cristo non aveva un sepolcro di sua proprietà. Effettivamente, il sepolcro viene allestito per quanti stanno sotto la legge della morte (cf. Rm 7,6); ma il vincitore della morte non ha un sepolcro proprio. Che rapporto ci potrebbe essere tra un sepolcro e Dio? Del resto l’Ecclesiaste dice di colui che medita sul bene (cf. Sir 14,22): Egli non ha sepoltura (Qo 6,3). Perciò, se la morte è comune a tutti, la morte di Cristo è unica, e perciò Egli non viene seppellito insieme con altri, ma è rinchiuso, solo, in un sepolcro; infatti l’incarnazione del Signore ebbe tutte le proprietà simili a quelle degli uomini, però la somiglianza va insieme con la differenza della natura: è nato da una Vergine con la somiglianza della generazione, e con la dissomiglianza della concezione. Curava gli ammalati, ma intanto imperava (cf. Lc 5,24). Giovanni battezzava con l’acqua, Egli con lo Spirito (cf. Lc 3,16). Perciò anche la morte di Cristo è comune a quella degli altri secondo la natura corporea, ma unica secondo la potenza.
E chi è mai questo Giuseppe, nel cui sepolcro Egli viene deposto? Senz’alcun dubbio è un giusto. È bello perciò che Cristo sia affidato al sepolcro di un giusto, e là il Figlio dell’uomo abbia dove posare il capo (cf. Lc 9,58) e trovi riposo nel domicilio della giustizia...
Non tutti riescono a seppellire il Cristo. Del resto le donne, sebbene pietose, stanno lontano, e appunto perché sono pietose osservano con ogni cura il posto per poter recare gli unguenti e cospargere il corpo (cf. Lc 23,55; Mt 27,55). Ma poiché sono piene d’ansia, si allontanano per ultime dal sepolcro e ritornano per prime al sepolcro (cf. Lc 23,55). Sebbene manchi la fermezza, non manca la premura.

Preghiamo

Signore Gesù,
davanti alla Sindone, come in uno specchio,
contempliamo il mistero della tua passione e morte per noi.

È l’Amore più grande
con cui ci hai amati, fino a dare la vita per l’ultimo peccatore.

È l’Amore più grande,
che spinge anche noi a dare la vita per i nostri fratelli e sorelle.

Nelle ferite del tuo corpo martoriato
meditiamo le ferite causate da ogni peccato:
perdonaci, Signore.

Nel silenzio del tuo volto umiliato
riconosciamo il volto sofferente di ogni uomo:
soccorrici, Signore.

Nella pace del tuo corpo adagiato nel sepolcro
meditiamo il mistero della morte che attende la risurrezione:
ascoltaci, Signore.
 
Tu che sulla croce hai abbracciato tutti noi,
e ci hai affidati come figli alla Vergine Maria,
fa’ che nessuno si senta lontano dal tuo amore,
e in ogni volto possiamo riconoscere il tuo volto,
che ci  invita ad amarci come tu ci ami.
 
+ Cesare Nosiglia                
Arcivescovo di Torino




10 Aprile 2020

Venerdì Santo

Is 52,13-53,12; Salmo 30/31;  Eb  4,14-16;5,7-9; Gv18,1-19,42

Colletta: O Dio, che nella passione del Cristo nostro Signore ci hai liberati dalla morte, eredità dell’antico peccato trasmessa a tutto il genere umano, rinnovaci a somiglianza del tuo Figlio; e come abbiamo portato in noi, per la nostra nascita, l’immagine dell’uomo terreno, così per l’azione del tuo Spirito, fa’ che portiamo l’immagine dell’uomo celeste. Per Cristo nostro Signore.

I Lettura: Il Servo sofferente è un uomo che ben conosce il patire, il Signore ha fatto ricadere su di lui l’iniquità di tutti gli uomini. Sebbene non avesse commesso violenza fu eliminato dalla terra dei viventi, per colpa del suo popolo fu percosso a morte, ma “la morte non è il definitivo estuario della vita del Servo. Il giusto, infatti, contempla la luce, si sazia della conoscenza di Dio e davanti al Signore egli riconduce tutti gli uomini che sono stati salvati dal suo sacrificio espiatorio” (Messale Quotidiano, San Paolo).

Salmo: Ambrogio: Consideriamo questo mistero: rimette il suo spirito nelle mani del Padre, lui che riposa nel seno del Padre, perché solo il Padre ha il Figlio: Io sono nel Padre e il Padre è in me (Gv 14,10). Il suo spirito si affida al Padre e nello stesso tempo illumina le regioni inferiori, perché tutto il mondo sia salvato.

II Lettura - Gesù, il Figlio di Dio, è il sommo sacerdote che sa ben comprendere le debolezze di tutti gli uomini, infatti anche lui è stato messo alla prova in ogni cosa come noi, escluso il peccato. Ed è causa di salvezza eterna per le sofferenze e per la morte che egli patì.

Vangelo: In Gesù si compiono le Scritture, il Cielo si riconcilia con la terra e l’uomo diviene partecipe della natura divina (2Pt 1,4). Il Cristo Crocifisso dona agli uomini una Madre, e dal suo costato trafitto fa scaturire i doni dell’Eucarestia e del Battesimo, apre le porte del Paradiso chiamando a salvezza tutti gli uomini.

La Bibbia e i Padri della Chiesa (I Padri vivi): La Chiesa rimane oggi con il Signore che affronta la Passione per la salvezza del mondo. Sta insieme con Gesù nel Giardino degli Olivi, vive insieme con Lui l’arresto e il giudizio, cammina col Salvatore lungo la Via della Croce, resta con lui sul Calvario e sperimenta il silenzio del sepolcro. La liturgia della parola ci introduce nel mistero della Passione del Signore. Il sofferente Servo di Dio, disprezzato e respinto dagli uomini, viene condotto come agnello al macello. Dio pose su di lui le colpe di noi tutti. Cristo muore nel momento in cui nel tempio vengono sacrificati gli agnelli necessari alla celebrazione della cena pasquale. È Lui il vero Agnello, che toglie i peccati del mondo. Egli viene offerto come nostra Pasqua. Cristo morì per tutti gli uomini e perciò in questo giorno la Chiesa, secondo la sua più antica tradizione, rivolge a Dio una grande preghiera. Prega per tutta la Chiesa nel mondo, chiede l’unificazione di tutti i credenti in Cristo, intercede per il Popolo Eletto. Ricorda tutti i credenti delle altre religioni come anche chi non crede, prega per i governanti e per gli afflitti.
Come non ringraziare Dio in questo giorno? Lodiamo Gesù e rendiamogli grazie, adorando la Croce su cui si compì la salvezza del mondo. Non solo glorifichiamo il Signore, ma ricevendo la santa Comunione dai doni consacrati ieri ci uniamo a Cristo: ogni volta che mangiamo di questo Pane annunziamo la morte del Signore, nell’attesa della sua venuta.
Oggi viene messo in croce colui che mise la terra sopra le acque: con una corona di spine viene cinto il capo del re degli angeli, con falsa porpora viene coperto colui che copre il cielo di nubi; riceve uno schiaffo colui che nel Giordano diede la libertà ad Adamo: lo sposo della Chiesa viene confitto in croce: il figlio della Vergine viene trafitto con una lancia. Adoriamo la tua passione, o Cristo; e tu mostraci anche la tua gloriosa risurrezione.

Dalla Lettera agli Ebrei: Fratelli, poiché abbiamo un sommo sacerdote grande, che è passato attraverso i cieli, Gesù il Figlio di Dio, manteniamo ferma la professione della fede. Infatti non abbiamo un sommo sacerdote che non sappia prendere parte alle nostre debolezze: egli stesso è stato messo alla prova in ogni cosa come noi, escluso il peccato. Accostiamoci dunque con piena fiducia al trono della grazia per ricevere misericordia e trovare grazia, così da essere aiutati al momento opportuno. [Cristo, infatti,] nei giorni della sua vita terrena, offrì preghiere e suppliche, con forti grida e lacrime, a Dio che poteva salvarlo da morte e, per il suo pieno abbandono a lui, venne esaudito. Pur essendo Figlio, imparò l’obbedienza da ciò che patì e, reso perfetto, divenne causa di salvezza eterna per tutti coloro che gli obbediscono.

Bibbia di Navarra (I Quattro Vangeli): Il capitolo precedente, in cui si parla della gloria del Figlio di Dio (cfr Gv l7,l.4.l0.22.24), è uno splendido proemio col quale san Giovanni presenta la Passione e Morte del Signore come una glorificazione e sottolinea la libertà di Gesù nellaccettare la morte (Gv 14,31) e nel consentire che i suoi nemici lo catturino (Gv 18.4.11). Una esposizione evidenzia la superiorità del Signore sopra coloro che lo giudicano (Gv 18,20-21) e lo condannano (Gv l9,8.l2); come pure la maestosa serenità innanzi al dolore fisico, la qual cosa, più che ai tormenti sofferti da Gesù, fa pensare alla redenzione e alla vittoria della Croce.
I capitoli 18 e 19 riferiscono la Passione e Morte del Signore. Sono avvenimenti così importanti e decisivi che, in un modo o nellaltro, tutti gli scritti del Nuovo Testamento ne trattano. I Vangeli sinottici li raccontano con ampiezza.
Nel libro degli Atti, unitamente allevento della Risurrezione, essi costituiscono il nucleo della predicazione apostolica. San Paolo sviluppa un'estesa riflessione intorno al valore redentivo del sacrificio «di Gesù Cristo» cosi come le lettere “cattoliche” parlano della sua morte salvica. Lo stesso avviene nell’apocalisse, dove il grande trionfatore, colui che siede sul trono celeste, è lAgnello immolato, Cristo Gesù. Merita inoltre osservare che gli scrittori sacri, ogni qual volta parlano della morte del Signore, riferiscono subito dopo la sua gloriosa Risurrezione.
Nel Vangelo di san Giovanni sono indicati cinque luoghi o scenari degli accadimenti. Il primo (Gv 18,1-12) è il Getsèmani, il giardino in cui avviene l’arresto di Gesù. Successivamente (Gv 18,13-27) il Signore è condotto nella casa di Anna, dove ha inizio il processo religioso, e dove Pietro rinnega il Maestro innanzi ai servi del sommo sacerdote. Il terzo scenario è il pretorio (Gv 18,28: l9,l6), nel quale si svolge il processo davanti al governatore romano; processo che san Giovanni riferisce con dovizia di particolari, mettendo in risalto la vera natura della regalità di Cristo, così come il disconoscimento di lui da parte dei Giudei, che, minacciosi, chiedono la crocifissione del Signore. Proseguendo (Gv l9,l7-37), l’evangelista descrive i fatti accaduti dopo l’iniqua sentenza di Pilato, soffermandosi sugli avvenimenti del Calvario. In ultimo (Gv l9,31-42), cosi come fanno gli altri evangelisti, san Giovanni riferisce la sepoltura di Cristo nella tomba che Giuseppe d’Arimatèa possedeva vicino al Calvario. e nella quale nessuno era stato ancora sepolto.
Tutti questi avvenimenti culminano nel trionfo di Gesù, cui egli stesso aveva fatto esplicito riferimento (cfr Gv 17,1-5): la Risurrezione e la glorificazione accanto al Padre (capp. 20-21).

Che cosa hai fatto? - Pilato è il governatore romano che odiava i giudei a tal punto da provocarli deliberatamente per poi intervenire con mano pesante. Riguardo a questa avversione, una notizia trapela anche dal vangelo di Luca lì dove si parla del sangue dei Galilei che «Pilato aveva fatto scorrere insieme a quello dei loro sacrifici» (Lc 13,1).
Siamo all’inizio del processo romano contro Gesù e Ponzio Pilato cerca di conoscere la verità su quell’uomo che gli era stato tradotto dinanzi con l’accusa generica di essere un «malfattore» (Gv 18,30). Ma già chiare sono le intenzioni degli accusatori: hanno giudicato reo di morte l’imputato e vogliono la sua morte, pronti a tutto pur di spuntarla (Gv 8,31). Il Sinedrio è alla ricerca dell’avallo supremo del tribunale di Roma perché non ha il potere di eseguire le pene capitali (Gv 8,31). Inconsapevolmente i sinedriti rivolgendosi ai romani per avere la certezza che Gesù sia crocifisso, compiono la profezia secondo la quale egli sarebbe stato innalzato (Gv 3,14; 12,32-33; 18,32).
Pilato non teme Gesù, ma le idee nazionalistiche che avrebbero potuto portare ad una sommossa: Roma non poteva permettersi rivali, la pace poteva albergare soltanto sotto i labari imperiali. Perciò investiga sulla presunta regalità dell’imputato.
Sei tu il re dei Giudei?... Dici questo da te oppure altri te l’hanno detto sul mio conto? Alla domanda di Pilato Gesù risponde con un’altra domanda per fare emergere innanzi tutto l’incongruenza della delazione; poi per sapere «se il giudice romano ponga in discussione la regalità del Cristo, di sua iniziativa o dietro suggerimento dei giudei [Gv 18,34], per sapere se la sua regalità è intesa in senso politico o in senso messianico» (Salvatore Alberto Panimolle).
Sono io forse Giudeo? Una risposta che mette a nudo tutto il ribrezzo che Pilato provava per i Giudei. Il governatore vuol sapere perché il Sinedrio lo ha consegnato alla giustizia romana e soprattutto gli preme sapere se chi gli sta dinanzi può costituire veramente un serio pericolo per la sicurezza dell’Impero romano.
All’insistenza del procuratore, Gesù risponde che il suo regno «non è di questo mondo» e ne porta le prove: l’assenza di un esercito che armato avrebbe combattuto per liberare il suo re.
Cosa abbia capito Pilato non è difficile da comprendere. Per un romano non vi poteva essere che un solo potere, Roma; tutto il resto era poco meno che paglia. Ecco perché, forse tra lo stupore e il faceto, il governatore romano ritorna a chiedere: «Dunque tu sei re?». Pilato disprezza Gesù come Giudeo anche se, come suggeriscono gli evangelisti, nel corso del processo rimarrà colpito dalla dignità e dalla franchezza delle sue risposte arrivando al punto di tentare di salvarlo (Mt 27,14; Mc 15,12-14; Lc 23,16; Gv 18,38-39; 19,12-15).
La domanda non ammette deroghe e il procuratore romano sembra seccato e vuole una risposta chiara che dipani ogni dubbio e Gesù lo accontenta ammettendo con estrema franchezza: «Tu lo dici: io sono re».
È chiaro, a questo punto, che il brano giovanneo vuole evidenziare la regalità del Cristo ed è teso quindi intenzionalmente a offrire alcuni spunti di riflessione ai credenti.
Innanzi tutto, Gesù è re ed è venuto nel mondo per dare testimonianza alla verità.
In questa affermazione si coglie tutta la decisione divina di attuare il progetto salvifico che doveva avere inizio con l’incarnazione di Dio: «In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio [...]. E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi» (Gv 1,1.14) e trovare la sua pienezza di fecondità nella orrenda morte di croce.
Gesù è venuto nel mondo per rendere testimonianza alla verità. Questo vuole dire che il Verbo di Dio si è fatto carne per manifestare autorevolmente e infallibilmente le realtà celesti che vede e ascolta (Gv 3,11.32). E chiunque è dalla verità, ascolta la sua voce, cioè accetta la sua testimonianza come vera, accoglie docilmente la sua Parola e decide liberamente di fare parte del suo regno: quindi, essere dalla verità «significa avere l’origine della vita religiosa dalla Parola, cioè essere animati profondamente dalla rivelazione del Cristo, per cui non si subisce alcun influsso malefico del Maligno. I Giudei che non fanno penetrare nel cuore la parola di Gesù, sono dal diavolo, non sono da Dio, in quanto non ascoltano il Verbo rivelatore [Gv 8,42-47]. Perciò il discepolo del Cristo, partecipe del suo regno, trova l’origine della sua esistenza nella rivelazione di Gesù, nella sua verità e quindi si mostra docile alla sua voce [Gv 18,37]» (Salvatore Alberto Panimolle).

Siamo arrivati al termine. Possiamo mettere in evidenza:
**** “Il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo” (Vangelo).
Ora nel silenzio, nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.

Dio onnipotente ed eterno,
che hai rinnovato il mondo
con la gloriosa morte e risurrezione del tuo Cristo,
conserva in noi
l’opera della tua misericordia,
perché la partecipazione a questo grande mistero
ci consacri per sempre al tuo servizio.
Per Cristo nostro Signore.