9 Aprile 2020

Giovedì della Settimana Santa

 Es 12,1-8.11-14; Salmo 115; 1Cor 11,2-26; Gv 13,1-15

Colletta: O Dio, che ci hai riuniti per celebrare la santa Cena nella quale il tuo unico Figlio,  prima di consegnarsi alla morte, affidò alla Chiesa il nuovo ed eterno sacrificio, convito nuziale del suo amore, fa’ che dalla partecipazione a così grande mistero attingiamo pienezza di carità e di vita. Per il nostro Signore Gesù Cristo...   

I Lettura: La Pasqua è festa dell’uomo perché Dio rinnova la sua alleanza, e manifesta il suo grande amore per il mondo intero, è gioia perché l’uomo passa dalla morte alla vita. La pasqua è festa del Signore, è rito perenne che colma di incommensurabile gioia il cuore del popolo amato da Dio.

II Lettura: L’apostolo Paolo scrivendo ai cristiani di Corinto evoca gli istanti dell’ultima cena. Gesù, nella notte in cui veniva tradito, sul pane pronuncia mirabili parole: Questo è il mio corpo. Sul calice Gesù pronuncia parole ancora più sconvolgenti: Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue. La profezia di Geremia (cfr. 31,31-34) sulla nuova alleanza si compie pienamente con la Pasqua del Cristo.

Salmo: Il calice della salvezza: Baldovino di Ford: Questo calice è un filtro d’amore, che il Cristo ci ha preparato secondo un’arte da lui solo conosciuta. Col suo sangue versato sulla croce ha versato il suo amore; col suo sangue che ci fa bere, ci fa bere anche il suo amore, lavandoci dai nostri peccati nel suo sangue.

Vangelo: Questo intenso brano giovanneo mette in evidenza tre luminosi messaggi: innanzi tutto, Gesù dona la sua vita perché ama l’umanità, infatti, per la prima volta, l’evangelista Giovanni mette esplicitamente la vita e la morte di Gesù sotto il segno del suo amore per gli uomini; poi, la passione e la morte di Gesù in croce è un dramma in cui si trova impegnato il mondo invisibile: dietro gli uomini agisce la potenza diabolica, infine, il precetto dell’amore: dobbiamo lavarci i piedi gli uni gli altri, cioè rendendoci i servizi di un’umile carità.

La Bibbia e i Padri della Chiesa (I Padri vivi): La funzione sacra di questo giorno la ritroviamo nella Chiesa di Gerusalemme alla fine del IV secolo: dopo l’abituale Messa serale, i fedeli si radunavano sul Monte degli Olivi pregando nei luoghi dove stava e fu catturato Gesù. A Roma, nel VI secolo, il Giovedì Santo si celebravano tre Messe: la prima, riuniva i penitenti che ottenevano la riconciliazione; durante la seconda, si benedicevano gli oli; la terza veniva celebrata come ricordo della Cena del Signore. Ben presto, però, queste tre Messe si riuniscono in una solenne celebrazione eucaristica con la partecipazione del clero e dei fedeli attorno al vescovo. Questa pratica, con la diffusione della liturgia romana, viene accolta in tutta la Chiesa d’Occidente. Attualmente, nelle chiese vescovili viene celebrata al mattino la Messa del Crisma, nelle altre chiese soltanto la Messa della Cena del Signore.
La Messa del Crisma - benedizione degli oli - aveva luogo il Giovedì Santo visto che il Battesimo veniva celebrato nella Vigilia di Pasqua. È difficile stabilire quando definitivamente venne accettato il presente rito della benedizione. In conformità alla vecchia usanza romana, la benedizione viene eseguita dal vescovo attorniato dal suo clero. In questa Messa, si manifesta il mistero del Sacerdozio di Cristo al quale partecipano tutti i sacerdoti rappresentanti le diverse comunità.
La Messa della Cena del Signore è collegata con il rito della lavanda dei piedi. Questa funzione, conosciuta e praticata nei conventi, venne inserita nella liturgia: a Roma, è praticata fin dal XII secolo, e nel Medioevo viene accolta comunemente. Viene accompagnata dal canto «Dov’è carità e amore».
Il Venerdì Santo la Chiesa non celebra l’Eucaristia e perciò bisognava conservare il Santissimo Sacramento dalla Messa di Giovedì. L’Eucaristia, come si faceva sin dai primi tempi, veniva collocata nella sacrestia. Nel XII secolo, sotto l’influenza del crescente culto del Santissimo Sacramento, si cominciò a collocare l’Eucaristia nella chiesa, sull’altare oppure in luogo specialmente preparato. La traslazione avveniva in solenne processione e la cappella della custodia veniva addobbata con fiori e luci. La riposizione del Santissimo Sacramento doveva simboleggiare la permanenza di Cristo nella tomba e per questo i fedeli cominciarono a chiamare il luogo della custodia «Sepolcro del Signore», benché la Chiesa fosse contraria all’addobbo somigliante a quello della tomba.
La spogliazione degli altari ha un’antica origine. All’inizio, era probabilmente un atto comune che poi ha assunto il significato simbolico. L’altare è il simbolo di Cristo e il rimuovere delle tovaglie fa ricordare lo spogliamento di Gesù dalle sue vesti. «Egli, venuta l’ora di essere glorificato da te, Padre Santo, avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine; e mentre cenava con loro, prese il pane e rese grazie, lo spezzò, lo diede ai suoi discepoli, e disse: “Prendete e mangiatene tutti: questo è il mio Corpo, offerto in sacrificio per voi”. Allo stesso modo, prese il calice del vino e rese grazie, lo diede ai suoi discepoli, e disse: "Prendete, e bevetene tutti: questo è il calice del mio Sangue per la nuova ed eterna Alleanza, versato per voi e per tutti in remissione dei peccati. Fate questo in memoria di me”».
Niente renderà meglio il mistero del giorno di oggi, la natura della Messa serale che raduna attorno all’altare tutta la comunità se non quelle parole della Preghiera eucaristica IV. Cristo dà se stesso per la salvezza del mondo, ma prima affida alla Chiesa il Sacrificio vivo e santo, il segno dell’eterna Alleanza con gli uomini. Fedele alle parole del Signore: «Fate questo in memoria di me», la Chiesa incessantemente celebra l’Eucaristia ed invoca: «Guarda con amore e riconosci nell’offerta della tua Chiesa, la vittima immolata per la nostra redenzione». Questo Sacrificio della nostra riconciliazione con Dio porta continuamente pace e salvezza al mondo intero. La Chiesa, radunata attorno alla mensa eucaristica, oggi più che mai, sperimenta la presenza del Signore. Rimarrà accanto a lui nella preghiera notturna per non sentire come una volta i discepoli nel Giardino degli Olivi: «Così non siete stati capaci di vegliare un’ora sola con me?».

Dal Vangelo secondo Giovanni 13,1-15: Prima della festa di Pasqua, Gesù, sapendo che era venuta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine. Durante la cena, quando il diavolo aveva già messo in cuore a Giuda, figlio di Simone Iscariota, di tradirlo, Gesù, sapendo che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani e che era venuto da Dio e a Dio ritornava, si alzò da tavola, depose le vesti, prese un asciugamano e se lo cinse attorno alla vita. Poi versò dell’acqua nel catino e cominciò a lavare i piedi dei discepoli e ad asciugarli con l’asciugamano di cui si era cinto. Venne dunque da Simon Pietro e questi gli disse: «Signore, tu lavi i piedi a me?». Rispose Gesù: «Quello che io faccio, tu ora non lo capisci; lo capirai dopo». Gli disse Pietro: «Tu non mi laverai i piedi in eterno!». Gli rispose Gesù: «Se non ti laverò, non avrai parte con me». Gli disse Simon Pietro: «Signore, non solo i miei piedi, ma anche le mani e il capo!». Soggiunse Gesù: «Chi ha fatto il bagno, non ha bisogno di lavarsi se non i piedi ed è tutto puro; e voi siete puri, ma non tutti». Sapeva infatti chi lo tradiva; per questo disse: «Non tutti siete puri». Quando ebbe lavato loro i piedi, riprese le sue vesti, sedette di nuovo e disse loro: «Capite quello che ho fatto per voi? Voi mi chiamate il Maestro e il Signore, e dite bene, perché lo sono. Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i piedi a voi, anche voi dovete lavare i piedi gli uni agli altri. Vi ho dato un esempio, infatti, perché anche voi facciate come io ho fatto a voi». 

Un testamento d’amore - Basilio Caballero (La Parola per Ogni Giorno): Nel discorso dell’ultima cena, Gesù disse ai suoi discepoli: «Figlioli, ancora per poco sono con voi. Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri; come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri. Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri». (Gv 13,33ss). L’amore fraterno o comandamento di Gesù è segno visibile della comunità cristiana. La identificherà davanti al mondo.
Ci sono due gesti nella cena del Signore indicativi dell’amore fraterno: la lavanda dei piedi degli apostoli e la mensa comune alla quale Gesù per la prima volta condivide eucaristicamente il suo corpo e il suo sangue. Entrambi i gesti sono espressioni di servizio, amore e donazione da parte di Cristo e anche un invito per noi a fare lo stesso, perché Gesù ci chiede di ripeterli entrambi in sua memoria.
«Prima della festa di Pasqua Gesù, sapendo une era giunta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine». Sublime riassunto e introduzione di questi due gesti finali: lavanda dei piedi e istituzione dell’eucaristia, che illuminano e danno significato a tutta la vita di Cristo, imperniata su questa doppia motivazione: amore per il Padre e amore per gli uomini, suoi fratelli, come principio, mezzo e fine.
L’amore di Gesù non si fermò alle parole, nemmeno in questi due segni, eucaristia e lavanda dei piedi, ma passò all’azione. Egli dette la vita per i suoi amici e per tutti noi; e «nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici», fece notare allora Gesù. Di fatto è l’amore che dà prospettiva e profondità di campo al quadro della passione e morte di Gesù.
Quella sera si realizzarono due consegne molto diverse. Gesù si dà ai suoi amici nell’eucaristia: questo pane è il mio corpo, dato per voi; questo vino è il mio sangue, sparso per voi. A questa donazione senza riserve, Giuda risponde con il tradimento, di cui il Signore era già al corrente: uno di voi mi consegnerà ai miei nemici.
Dare se stesso, come Gesù, o vendere il fratello, come Giuda, è l’alternativa che ci pone costantemente la vita.
La nostra scelta di cristiani può essere solo quella di Gesù, quel giorno come oggi: amare gli altri come egli ci amò.

Ecclesia de Eucharistia 11: «Il Signore Gesù, nella notte in cui veniva tradito» (1Cor 11,23), istituì il Sacrificio eucaristico del suo corpo e del suo sangue. Le parole dell’apostolo Paolo ci riportano alla circostanza drammatica in cui nacque l’Eucaristia. Essa porta indelebilmente inscritto l’evento della passione e della morte del Signore. Non ne è solo l’evocazione, ma la ripresentazione sacramentale. È il sacrificio della Croce che si perpetua nei secoli. Bene esprimono questa verità le parole con cui il popolo, nel rito latino, risponde alla proclamazione del «mistero della fede» fatta dal sacerdote: «Annunziamo la tua morte, Signore!».
La Chiesa ha ricevuto l’Eucaristia da Cristo suo Signore non come un dono, pur prezioso fra tanti altri, ma come il dono per eccellenza, perché dono di se stesso, della sua persona nella sua santa umanità, nonché della sua opera di salvezza. Questa non rimane confinata nel passato, giacché «tutto ciò che Cristo è, tutto ciò che ha compiuto e sofferto per tutti gli uomini, partecipa dell’eternità divina e perciò abbraccia tutti i tempi».
Quando la Chiesa celebra l’Eucaristia, memoriale della morte e risurrezione del suo Signore, questo evento centrale di salvezza è reso realmente presente e «si effettua l’opera della nostra redenzione». Questo sacrificio è talmente decisivo per la salvezza del genere umano che Gesù Cristo l’ha compiuto ed è tornato al Padre soltanto dopo averci lasciato il mezzo per parteciparvi come se vi fossimo stati presenti. Ogni fedele può così prendervi parte e attingerne i frutti inesauribilmente. Questa è la fede, di cui le generazioni cristiane hanno vissuto lungo i secoli. Questa fede il Magistero della Chiesa ha continuamente ribadito con gioiosa gratitudine per l’inestimabile dono. Desidero ancora una volta richiamare questa verità, ponendomi con voi, miei carissimi fratelli e sorelle, in adorazione davanti a questo Mistero: Mistero grande, Mistero di misericordia. Che cosa Gesù poteva fare di più per noi? Davvero, nell’Eucaristia, ci mostra un amore che va fino «all’estremo» (cfr Gv  13,1), un amore che non conosce misura.

Siamo arrivati al termine. Possiamo mettere in evidenza:
**** “Prima della festa di Pasqua, Gesù, sapendo che era venuta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine” (Vangelo).
Ora nel silenzio, nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.

Padre onnipotente,
che nella vita terrena ci nutri alla Cena del tuo Figlio,
accoglici come tuoi commensali
al banchetto glorioso del cielo.
Per Cristo nostro Signore. 





8 Aprile 2020

Mercoledì della Settimana Santa

Is 50,4-9a; Sal 68 (69); Mt 26,14-25

Colletta: Padre misericordioso, tu hai voluto che il Cristo tuo Figlio subisse per noi il supplizio della croce per liberarci dal potere del nemico; donaci di giungere alla gloria della risurrezione. Per il nostro Signore Gesù Cristo...

Giovanni Paolo II (Udienza Generale 31 Marzo 1999): La Settimana Santa ci conduce a meditare sul senso della Croce, in cui “la rivelazione dell’amore misericordioso di Dio raggiunge il suo culmine” (cfr Dives in misericordia, 8). In maniera tutta particolare, ci stimola a tale riflessione il tema di questo terzo anno di immediata preparazione al Grande Giubileo del Duemila, dedicato al Padre. Ci ha salvati la sua infinita misericordia. Egli, per redimere l’umanità, ha liberamente donato il suo Figlio Unigenito. Come non ringraziarlo? La storia è illuminata e guidata dall’evento incomparabile della redenzione: Dio, ricco di misericordia, ha effuso su ogni essere umano la sua infinita bontà, per mezzo del sacrificio di Cristo. Come manifestare in modo adeguato la nostra riconoscenza? La liturgia di questi giorni, se da un lato ci fa elevare al Signore, vincitore della morte, un inno di ringraziamento, ci chiede, al tempo stesso, di eliminare dalla nostra vita tutto ciò che ci impedisce di conformarci a lui. Contempliamo Cristo nella fede e ripercorriamo le tappe decisive della salvezza da lui operata. Ci riconosciamo peccatori e confessiamo la nostra ingratitudine, la nostra infedeltà e la nostra indifferenza di fronte al suo amore. Abbiamo bisogno del suo perdono che ci purifichi e ci sostenga nell’impegno di interiore conversione e di perseverante rinnovamento dello spirito.

Dal Vangelo secondo Matteo 26,14-25: In quel tempo, uno dei Dodici, chiamato Giuda Iscariòta, andò dai capi dei sacerdoti e disse: «Quanto volete darmi perché io ve lo consegni?». E quelli gli fissarono trenta monete d’argento. Da quel momento cercava l’occasione propizia per consegnare Gesù. Il primo giorno degli Ázzimi, i discepoli si avvicinarono a Gesù e gli dissero: «Dove vuoi che prepariamo per te, perché tu possa mangiare la Pasqua?». Ed egli rispose: «Andate in città, da un tale, e ditegli: “Il Maestro dice: Il mio tempo è vicino; farò la Pasqua da te con i miei discepoli”». I discepoli fecero come aveva loro ordinato Gesù, e prepararono la Pasqua. Venuta la sera, si mise a tavola con i Dodici. Mentre mangiavano, disse: «In verità io vi dico: uno di voi mi tradirà». Ed essi, profondamente rattristati, cominciarono ciascuno a domandargli: «Sono forse io, Signore?». Ed egli rispose: «Colui che ha messo con me la mano nel piatto, è quello che mi tradirà. Il Figlio dell’uomo se ne va, come sta scritto di lui; ma guai a quell’uomo dal quale il Figlio dell’uomo viene tradito! Meglio per quell’uomo se non fosse mai nato!». Giuda, il traditore, disse: «Rabbì, sono forse io?». Gli rispose: «Tu l’hai detto».

Venuta la sera, si mise a tavola con i Dodici - Ortensio da Spinetoli (Matteo): Gesù trascorre gli ultimi giorni della sua esistenza terrena molto verosimilmente a Betania con gli apostoli e gli amici. Con loro, insieme alle pie donne, è forse anche la madre (Gv. 19,25).
L’atmosfera non era certamente quella che si conveniva alla vigilia di una grande solennità. Un senso di mistero e anche di malcelata preoccupazione traspariva dal volto del salvatore. Qualche mese prima, avanti alla tomba di Lazzaro, era stato colto da un improvviso turbamento (Gv. 11,33). Il fatto si era ripetuto anche un’altra volta davanti a dei greci che avevano chiesto di vederlo (Gv. 12,26). Erano i prodromi della passione. Ora che essa è arrivata, la sua anima comincia ad assaporare più da vicino l’apprensione e l’angoscia delle prossime sofferenze. Negli apostoli lo smarrimento è coperto dall’attesa pasquale.
Da un momento all’altro aspettano la restaurazione del regno d’Israele (cfr. At. 1,6). Gesù aveva dato tanta importanza a questa pasqua, ne aveva parlato con tanto trasporto che qualcosa d’insolito doveva accadere. Probabilmente risponde quindi a verità la notizia di Mt. 26,17 che fa risalire agli apostoli l’iniziativa dei preparativi della cena. Assecondando le loro proposte invia due di loro con le necessarie istruzioni. Già qualcosa era stato predisposto da lui stesso. E verosimile che tra Gesù e l’uomo a cui sono diretti i discepoli fosse intercorso una specie di accordo. Egli chiede una semplice stanza ma l’amico mette a sua disposizione la sala superiore dell’abitazione. Con gli apostoli scendeva a Gerusalemme anche Giuda.
La cena pasquale era a base di pani azzimi, di agnello, di erbe, di vino, di dolce ecc. I pani azzimi o massot erano delle schiacciate a forma rotonda o quadrata, che dovevano ricordare la fretta con cui gli ebrei avevano lasciato l’Egitto. L’agnello veniva immolato nel tempio e preparato senza rompergli alcun osso, poiché simboleggiava Israele, intero e indivisibile. La sua immolazione ricordava il sangue con cui erano stati aspersi gli stipiti delle case giudaiche nella notte dell’esodo. I cinque tipi di erbe amare rammentavano ai convitati le sofferenze sopportate in terra straniera; il vino rosso richiamava le percosse, le angherie, il sangue versato sotto le sferze degli aguzzini egiziani; il dolce, harôsset, dal colore del mattone rievocavano le malte e i laterizi che avevano dovuto impastare durante il periodo della schiavitù.
Non doveva mancare molto alle sei quando Gesù con i suoi entrava nella sala apparecchiata per la cena. Stava per incominciare il nuovo giorno.

In verità io vi dico: uno di voi mi tradirà - Claude Tassin (Vangelo di Matteo): La cena è cominciata. Gesù preannuncia di nuovo: «Uno di voi mi tradirà» (v. 21). Si pensa che il clamore della tavolata permetta a ciascuno di sussurrare la domanda: «Sono forse io, Signore?» (v. 22). La tristezza li invade, poiché la predizione rivela la fragilità del loro attaccamento al Signore.
Gesù insiste (v. 23). Il tradizionale recipiente di acqua salata è posto sulla tavola e ognuno vi intinge le erbe secondo il rito. Questa intimità di mensa, un amico (cfr. 26,50) sta per tradirla, tradimento profeticamente annunciato da un antico salmista (Sal 41,10). Al turbamento dei discepoli si contrappone la determinazione del Figlio dell’uomo (v. 24): il fatto che egli sia consegnato rientra nel piano divino annunciato dalle Scritture, cosa che non diminuisce la responsabilità del traditore il cui destino è decisamente miserevole e che si vede ormai smascherato.
In disparte senza dubbio, Giuda si rivolge a sua volta a Gesù: «Sono forse io, Rabbi?» (v. 25). Gli altri interrogavano il loro Signore, mentre questi non è per Giuda che un rabbì tra gli altri. «Tu l’hai detto!», conclude Gesù, accettando che tutto avvenga come egli ha predetto. Tuttavia l’ultimo passo non è ancora compiuto; Giuda potrebbe ancora pentirsi.
Tradire il Cristo costituisce una minaccia per ogni discepolo; ma finché quest’ultimo si appella con fede al suo Signore, non è un traditore e non deve turbarsi per la defezione dei propri fratelli; ecco in verità il messaggio di questa scena che non si preoccupa di far sapere che Giuda si è allontanato e ha raggiunto i cospiratori.

La consapevolezza di Gesù: Catechismo degli Adulti 226-227: Da tempo Gesù si rendeva conto del rischio mortale. Ripetutamente aveva affermato che quanti si convertono al Regno vanno incontro a persecuzioni: a maggior ragione la stessa sorte sarebbe toccata a lui; tanto più che anche Giovanni Battista era stato ucciso, per ordine di Erode. Nei Vangeli troviamo numerose predizioni di Gesù riguardo a un suo futuro di sofferenza: alcune sono allusive; tre sono piuttosto dettagliate, rese probabilmente più esplicite dai discepoli alla luce degli eventi compiuti. Gesù dunque è consapevole del pericolo; ma gli va incontro con decisione: «Mentre erano in viaggio per salire a Gerusalemme, Gesù camminava davanti a loro ed essi erano stupiti; coloro che venivano dietro erano pieni di timore» (Mc 10,32). Il pericolo non indebolisce la sua fedeltà a Dio e non rallenta i suoi passi.
L’ostilità contro Gesù fu alimentata da quanti, senza comprenderne le opere e l’insegnamento, lo considerarono un sovvertitore della religione e un pericoloso agitatore di folle. Gesù era consapevole della morte che lo attendeva, ma andò incontro ad essa con coraggio, per essere fedele a Dio.

Non ho sottratto la faccia agli insulti e agli sputi - Epifanio Gallego: Il cantico è la testimonianza personale della funzione profetica d’Israele nel piano divino, nonostante sofferenze attraverso le quali deve passare al presente.
Questo servo di Yahveh ha un linguaggio di discepolo, di uno che riceve e trasmette l’insegnamento rivelato, anello fedele nella tradizione. Con la sua parola, quella che ha ricevuta e che è forza di Yahveh, egli sostiene colui che è stanco, l’Israele storico, scettico, sfiduciato; e, con la bella immagine del risveglio mattutino alla voce di Yahveh, ci suggerisce il misterioso contenuto dell’ispirazione.
Esiliato e maltrattato, flagellato, sputacchiato e - schiaffeggiato - realtà simboliche di tutti gli scherni e di tutte le umiliazioni - egli seppe ubbidire a Yahveh, seppe pazientare -. I sinottici dipendono da questo passo quando ci descrivono la situazione di Gesù di fronte a Pilato. Infatti, sebbene identifichiamo il servo di Yahveh col resto, con l’Israele della fede, è fuori dubbio che questo Israele non era un fantasma astratto, ma la somma di molti individui che sopportarono nella loro carne quelle violenze fisiche e quegli scherni. E fra essi, in un modo eminente e pieno, si trova Cristo e, con lui, tutti noi che compiamo in noi stessi quello che manca alla passione di Cristo.
Forse anche il Deuteroisaia si sentì identificato, come uno dei tanti, con questo servo di Yahveh che, a dispetto
di tutte le difficoltà e le contraddizioni, di tutte le sofferenze e le umiliazioni, seppe confidare profondamente in Yahveh. Vi era in lui la forza di Yahveh, ed egli viveva con la speranza e la certezza di essere vicino al suo giustificatore. È la sicurezza della vicinanza di Yahveh nella sua vita come giustificatore che siede alla destra nel giudizio, per difendere e giustificare l’innocente. Tutti lo accusano. Umanamente, non vi è risposta; le circostanze lo condannano. Ma Yahveh conosce la verità, ed è presente, al suo fianco, come giustificatore. Chi contenderà contro di lui? La fiducia è piena. «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?». Passo passo, il «servo» di Yahveh ci conduce fino a Cristo. Essi lo videro a modo loro; noi lo vediamo a modo nostro; ma tutti contempliamo un Messia e un Messia crocifisso.

Papa Francesco (Udienza Generale, 16 Aprile 2014): Oggi, a metà della Settimana Santa, la liturgia ci presenta un episodio triste: il racconto del tradimento di Giuda, che si reca dai capi del Sinedrio per mercanteggiare e consegnare ad essi il suo Maestro. «Quanto mi date se io ve lo consegno?». Gesù in quel momento ha un prezzo. Questo atto drammatico segna l’inizio della Passione di Cristo, un percorso doloroso che Egli sceglie con assoluta libertà. Lo dice chiaramente Lui stesso: «Io do la mia vita... Nessuno me la toglie: io la do da me stesso. Ho il potere di darla e il potere di riprenderla di nuovo» (Gv 10,17-18). E così, con questo tradimento, incomincia quella via dell’umiliazione, della spogliazione di Gesù. Come se fosse nel mercato: questo costa trenta denari... Una volta intrapresa la via dell’umiliazione e della spogliazione, Gesù la percorre fino in fondo.
Gesù raggiunge la completa umiliazione con la «morte di croce». Si tratta della morte peggiore, quella che era riservata agli schiavi e ai delinquenti. Gesù era considerato un profeta, ma muore come un delinquente. Guardando Gesù nella sua passione, noi vediamo come in uno specchio le sofferenze dell’umanità e troviamo la risposta divina al mistero del male, del dolore, della morte. Tante volte avvertiamo orrore per il male e il dolore che ci circonda e ci chiediamo: «Perché Dio lo permette?». È una profonda ferita per noi vedere la sofferenza e la morte, specialmente quella degli innocenti! Quando vediamo soffrire i bambini è una ferita al cuore: è il mistero del male. E Gesù prende tutto questo male, tutta questa sofferenza su di sé. Questa settimana farà bene a tutti noi guardare il crocifisso, baciare le piaghe di Gesù, baciarle nel crocifisso. Lui ha preso su di sé tutta la sofferenza umana, si è rivestito di questa sofferenza.

 Siamo arrivati al termine. Possiamo mettere in evidenza:
**** “Questa settimana farà bene a tutti noi guardare il crocifisso, baciare le piaghe di Gesù, baciarle nel crocifisso” (Papa Francesco).
Ora nel silenzio, nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.

Dona ai tuoi fedeli, Dio onnipotente,
la certezza di essere rigenerati alla vita eterna
nella gloriosa morte del tuo Figlio,
che la Chiesa annunzia in questo grande mistero.
Per Cristo nostro Signore. 



7 Aprile 2020

Martedì della Settimana Santa

 Is 49,1-6; Sal 70; Gv 13,21-33.36-38

Colletta: Concedi a questa tua famiglia, o Padre, di celebrare con fede i misteri della passione del tuo Figlio, per gustare la dolcezza del tuo perdono. Per il nostro Signore Gesù Cristo...  

Isaia rivela nel suo poema che il servo è stato chiamato da Dio prima della nascita (cfr. Is 49,5); la sua missione è rivolta oltre che alla conversione d’Israele, a quella delle nazioni pagane delle quali sarà la luce: «Io ti renderò luce delle nazioni, perché porti la mia salvezza fino all’estremità della terra» (Is 49,6). Una missione quindi ad ampio respiro, universale: la salvezza di tutte le nazioni e la restaurazione d’Israele. Una missione la cui prospettiva è puramente spirituale. Si tratta «di un ritorno a Dio del resto purificato, dei “superstiti d’Israele”. Il compito del servo è quello di portare alla conversione, alla riconciliazione del popolo eletto con Dio, dopo la grande prova dell’esilio» (A. Poppi). Una missione che sarà violentemente osteggiata. Il servo sarà perseguitato e sembrerà fallire, ma proprio con questa sofferenza e con questo fallimento, Dio realizzerà il suo disegno di salvezza. Il servo risponderà alle ingiurie con la morte vicaria e con la carità della preghiera: «io [...] offro la vita per le pecore ... Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno» (Gv 10,15; Lc 22,34). Il servo è il messaggero ultimo, finale della promessa fatta ad Israele in Abramo, rinnovata nel corso dei secoli attraverso le disfatte militari, le tragedie nazionali, la deportazione, l’apostasia e le infedeltà del popolo eletto. Ma deluderà le aspettative di molti; non sarà il re temporale trionfante sognato dal popolo eletto, ma l’uomo «dei dolori che ben conosce il patire» (Is 53,3). Obbediente alla volontà di Colui che lo ha mandato, accetterà deliberatamente gli insulti, le sofferenze immeritate, atroci, devastanti. La sua innocenza e la sua dolcezza otterranno la riconciliazione del popolo infedele con il suo Dio e insieme il recupero delle nazioni immerse nelle tenebre dell’ignoranza, del peccato e del paganesimo. Una profezia che si realizzerà pienamente in Gesù di Nazaret. Gesù è il Servo che «è stato trafitto per i nostri delitti»: «come agnello condotto al macello» (Is 53,7) ha «consegnato se stesso alla morte» (Is 53,12) per i peccatori. Gesù è il Servo, luce delle nazioni, che ha offerto se stesso perché il mondo creda che il Padre lo ama e ha mandato il Figlio per la sua salvezza.

Dal Vangelo secondo Giovanni 13,21-33.36-38: In quel tempo, [mentre era a mensa con i suoi discepoli,] Gesù fu profondamente turbato e dichiarò: «In verità, in verità io vi dico: uno di voi mi tradirà». I discepoli si guardavano l’un l’altro, non sapendo bene di chi parlasse. Ora uno dei discepoli, quello che Gesù amava, si trovava a tavola al fianco di Gesù. Simon Pietro gli fece cenno di informarsi chi fosse quello di cui parlava. Ed egli, chinandosi sul petto di Gesù, gli disse: «Signore, chi è?». Rispose Gesù: «È colui per il quale intingerò il boccone e glielo darò». E, intinto il boccone, lo prese e lo diede a Giuda, figlio di Simone Iscariòta. Allora, dopo il boccone, Satana entrò in lui. Gli disse dunque Gesù: «Quello che vuoi fare, fallo presto». Nessuno dei commensali capì perché gli avesse detto questo; alcuni infatti pensavano che, poiché Giuda teneva la cassa, Gesù gli avesse detto: «Compra quello che ci occorre per la festa», oppure che dovesse dare qualche cosa ai poveri. Egli, preso il boccone, subito uscì. Ed era notte. Quando fu uscito, Gesù disse: «Ora il Figlio dell’uomo è stato glorificato, e Dio è stato glorificato in lui. Se Dio è stato glorificato in lui, anche Dio lo glorificherà da parte sua e lo glorificherà subito. Figlioli, ancora per poco sono con voi; voi mi cercherete ma, come ho detto ai Giudei, ora lo dico anche a voi: dove vado io, voi non potete venire». Simon Pietro gli disse: «Signore, dove vai?». Gli rispose Gesù: «Dove io vado, tu per ora non puoi seguirmi; mi seguirai più tardi». Pietro disse: «Signore, perché non posso seguirti ora? Darò la mia vita per te!». Rispose Gesù: «Darai la tua vita per me? In verità, in verità io ti dico: non canterà il gallo, prima che tu non m’abbia rinnegato tre volte».

… Gesù fu profondamente turbato: il turbamento di Gesù scaturisce dal tradimento Giuda, e sopra tutto dal vedere un’anima sopraffatta dal potere del demonio: uno di voi mi tradirà... «Signore, chi è?». Rispose Gesù: «È colui per il quale intingerò il boccone e glielo darò». E, intinto il boccone, lo prese e lo diede a Giuda, figlio di Simone Iscariòta. Allora, dopo il boccone, Satana entrò in lui. .
Giuda e il discepolo che Gesù amava esprimono due atteggiamenti di accoglienza opposti del Maestro divino: il primo lo tradisce senza pentimenti, e la sua vita finirà miseramente, appesa ad un albero; il secondo discepolo accompagna Gesù nel suo cammino doloroso, sino alla sua morte sulla Croce, senza alcuna restrizione: è l’immagine del vero discepolo. Pietro, si pone tra i due, tradisce come Giuda, ma si pente e sarà testimone del Crocifisso sino martirio. Ora il Figlio dell’uomo è stato glorificato, e Dio è stato glorificato in lui: la glorificazione del Figlio è in pari tempo la glorificazione del Padre: l’una si attua nell’altra. Tale glorificazione sarà realizzata immediatamente con la morte e risurrezione di Cristo, ma avrà la sua pienezza alla Parusìa, alla fine dei tempi.
Figlioli, ancora per poco sono con voi: la separazione di Gesù dai discepoli è solo temporanea, perché essi lo avranno sempre in mezzo a loro, ora nelle fatiche per il Regno (Mt 28,20), e poi  nella beatitudine del Cielo. Dove io vado, tu per ora non puoi seguirmi; mi seguirai più tardi: la partenza di Gesù comporta sia la sua morte che il suo ritorno presso il Padre. Sarà il destino di Pietro e degli altri discepoli il condividere entrambe queste esperienze.

Un amore tradito - Durante i preparativi per la Pasqua: Basilio Caballero (La Parola per ogni Giorno): La prima lettura di questo martedì santo è presa dal secondo canto del servo del Signore. In esso è spiegata la missione che il servo ha ricevuto da Dio fin dal seno materno: proclamare la parola del Signore, riunire i sopravvissuti d’Israele ed essere luce delle nazioni perché la salvezza di Dio arrivi fino all’estremità della terra. Compito di salvezza universale che Cristo realizzerà pienamente.
Il brano evangelico, con l’annuncio del tradimento di Giuda e della futura negazione di Pietro, è ambientato durante i preparativi per la celebrazione della cena pasquale. Gesù è riunito con i suoi discepoli. Finita la lavanda dei piedi, passa ad annunciare, non senza turbamento, il tradimento di uno di loro. Gli apostoli restano perplessi. Il discepolo che Gesù amava, Giovanni, su indicazione di Pietro, chiede al maestro di chi si tratta.
«“È colui per il quale intingerò un boccone e glielo darò”. E intinto il boccone, lo prese e lo diede a Giuda Iscariota, figlio di Simone. E allora, dopo quel boccone, satana entrò in lui».
Quell’offerta del pane fatta da Gesù a Giuda era pur sempre un gesto di riguardo, come un invito a rettificare i suoi piani omicidi e a ristabilire un’ amicizia spezzata dalla sua ambizione e dal suo risentimento. Fu tutto inutile. Giuda rifiutò definitivamente l’amore di Gesù. Allora Cristo gli disse: «Quello che devi fare, fallo al più presto».
Quando Giuda uscì dalla sala era notte, annota simbolicamente l’evangelista. Il traditore è un esempio delle tenebre sulle quali la luce ha brillato invano, come dice il prologo di san Giovanni. Giuda è colui che ama l’oscurità più della luce, perché le sue opere sono cattive.
È arrivata la notte che Gesù aveva predetto (Gv 9,4), quella dell’impero delle tenebre (Lc 22,53). Ma la lunga notte che calò allora sulla terra avrebbe trovato la sua aurora nella mattina della risurrezione.

Figlioli, ancora per poco sono con voi - La Bibbia di Navarra (I Quattro Vangeli): A partire da questo versetto 1’evangelista riporta quello che viene comunemente detto il “discorso della Cena”. Vi si possono distinguere tre sezioni.
Nella prima il Signore proclama inizialmente il comandamento nuovo (vv. 33-35) e annunzia il triplice rinnegamento di Pietro (vv. 36-38). Successivamente Gesù spiega agli apostoli che la sua morte è la via per andare al Padre (cap. 14), col quale costituisce una cosa sola, poiché egli è Dio (vv. 1-14).
Rivela inoltre che dopo la sua Risurrezione manderà lo Spirito Santo, che guiderà gli apostoli ricordando e chiarendo tutte le cose che egli aveva loro insegnato (vv. 15-31).
La seconda parte del discorso è racchiusa nei capitoli 15 e 16. Cristo Gesù promette che coloro che hanno fede avranno una nuova vita in unione con lui, tanto intima quanto quella che i tralci hanno con la vite (15,1-8). Per conseguire questa unione occorre mettere in pratica il comandamento nuovo del Signore (vv. 9-18). Preavverte gli apostoli delle contrarietà che dovranno sopportare, incoraggiandoli con la promessa dello Spirito Santo, il quale li difenderà e sarà loro di conforto (vv. 18-27). L’azione del Paraclito, del Consolatore, li guiderà validamente ad adempiere la missione che Gesù ha loro affidato (16.1-l5). Frutto di questa presenza dello Spirito Santo sarà la pienezza della gioia (vv. 16-33).
La terza parte del discorso (cap. 17) accoglie la preghiera sacerdotale di Gesù, nella quale Cristo invoca il Padre perché lo glorifichi attraverso la Croce (vv. 1-5). Prega anche peri suoi discepoli (vv. 6-19) e per tutti quelli che tramite essi crederanno in lui, affinché, rimanendo nel mondo senza essere del mondo, l”amore di Dio sia in loro e diano testimonianza che Cristo è l’Inviato del Padre (vv. 20-26).

Verso la casa del Padre - Salvatore Alberto Panimolle (Lettura Pastorale del Vangelo di Giovanni): Gesù, allorché annuncia agli amici la sua imminente dipartita, perché sta per ritornare da colui che  lo ha mandato, li esorta alla fiducia, informandoli che egli va a preparare loro il posto, affinché possano vivere sempre con lui nella casa del Padre (Gv 14,1ss). Queste espressioni del Maestro non solo devono infondere tanta gioia nel cuore dei cristiani, ma ricordano che la chiesa è il popolo di Dio in cammino verso la patria del cielo. La sorte dei discepoli di Cristo è la felicità piena ed eterna; il termine della loro esistenza terrena costituisce l’inizio della vita beata per essere dove si trova Gesù, per partecipare alla sua gloria (cf. Gv 17,24), il loro retaggio è il regno dei cieli. Quindi su questa terra il popolo di Dio vive in pellegrinaggio, diretto verso la casa del Padre, in attesa del ritorno di Cristo, per essere introdotto nel Regno.
Questa dottrina evangelica è stata sviluppata recentemente dalla costituzione dogmatica del concilio Vaticano II sulla chiesa: il capitolo VII di questo documento è consacrato precisamente all’indole escatologica del popolo di Dio pellegrinante. La chiesa avrà il suo compimento nella gloria del cielo quando verrà il tempo della restaurazione di tutte le cose e il genere umano sarà perfettamente rinnovato in Cristo. Anche se la rinnovazione del mondo è già incominciata con la risurrezione di Gesù e la discesa dello Spirito santo, il popolo di Dio, fino a quando non ci saranno nuovi cieli e terra nuova, vive in pellegrinaggio e non partecipa ancora in pienezza alla gloria nella quale saremo simili a Dio ed entreremo nel banchetto nuziale annoverati tra i beati (Lumen gentium, 48; cf. Gaudium et spes, 18).

Siamo arrivati al termine. Possiamo mettere in evidenza:
**** «Dove io vado, tu per ora non puoi seguirmi; mi seguirai più tardi».  
Ora nel silenzio, nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.

Padre misericordioso, questo pane eucaristico,
che ci fa tuoi commensali in questo mondo,
ci ottenga la perfetta comunione con te nella vita eterna.
Per Cristo nostro Signore.



6 Aprile 2020

Lunedì della Settimana Santa

Is 42,1-7; Sal 26; Gv 12,1-11

Colletta: Guarda, Dio onnipotente, l’umanità sfinita per la sua debolezza mortale, e fa’ che riprenda vita per la passione del tuo unico Figlio. Egli è Dio e vive e regna con te...

Giuda perché tradì Gesù? - Benedetto XVI (Udienza Generale 18 ottobre 2006): La questione è oggetto di varie ipotesi. Alcuni ricorrono al fattore della sua cupidigia di danaro; altri sostengono una spiegazione di ordine messianico: Giuda sarebbe stato deluso nel vedere che Gesù non inseriva nel suo programma la liberazione politico-militare del proprio Paese. In realtà, i testi evangelici insistono su un altro aspetto: Giovanni dice espressamente che “il diavolo aveva messo in cuore a Giuda Iscariota, figlio di Simone, di tradirlo” (Gv 13,2); analogamente scrive Luca: “Allora satana entrò in Giuda, detto Iscariota, che era nel numero dei Dodici” (Lc 22,3). In questo modo, si va oltre le motivazioni storiche e si spiega la vicenda in base alla responsabilità personale di Giuda, il quale cedette miseramente ad una tentazione del Maligno. Il tradimento di Giuda rimane, in ogni caso, un mistero. Gesù lo ha trattato da amico (cfr Mt 26,50), però, nei suoi inviti a seguirlo sulla via delle beatitudini, non forzava le volontà né le premuniva dalle tentazioni di Satana, rispettando la libertà umana.   
In effetti, le possibilità di perversione del cuore umano sono davvero molte. L’unico modo di ovviare ad esse consiste nel non coltivare una visione delle cose soltanto individualistica, autonoma, ma al contrario nel mettersi sempre di nuovo dalla parte di Gesù, assumendo il suo punto di vista. Dobbiamo cercare, giorno per giorno, di fare piena comunione con Lui. Ricordiamoci che anche Pietro voleva opporsi a lui e a ciò che lo aspettava a Gerusalemme, ma ne ricevette un rimprovero fortissimo: “Tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini” (Mc 8,32-33)! Pietro, dopo la sua caduta, si è pentito ed ha trovato perdono e grazia. Anche Giuda si è pentito, ma il suo pentimento è degenerato in disperazione e così è divenuto autodistruzione. È per noi un invito a tener sempre presente quanto dice san Benedetto alla fine del fondamentale capitolo V della sua “Regola”: “Non disperare mai della misericordia divina”. In realtà Dio “è più grande del nostro cuore”, come dice san Giovanni (1Gv 3,20). Teniamo quindi presenti due cose. La prima: Gesù rispetta la nostra libertà. La seconda: Gesù aspetta la nostra disponibilità al pentimento ed alla conversione; è ricco di misericordia e di perdono. Del resto, quando, pensiamo al ruolo negativo svolto da Giuda dobbiamo inserirlo nella superiore conduzione degli eventi da parte di Dio. Il suo tradimento ha condotto alla morte di Gesù, il quale trasformò questo tremendo supplizio in spazio di amore salvifico e in consegna di sé al Padre (cfr Gal 2,20; Ef 5,2.25). Il Verbo “tradire” è la versione di una parola greca che significa “consegnare”. Talvolta il suo soggetto è addirittura Dio in persona: è stato lui che per amore “consegnò” Gesù per tutti noi (cfr Rm 8,32). Nel suo misterioso progetto salvifico, Dio assume il gesto inescusabile di Giuda come occasione del dono totale del Figlio per la redenzione del mondo.

L’unzione di Betania ha alla base il simbolo del profumo prezioso di nardo, importato in Israele dall’India, del valore di trecento denari, quasi il salario annuale di un bracciante. Esso è interpretato dall’evangelista come un’anticipazione della morte, sepoltura e unzione del corpo di Gesù, un po’ come la risurrezione di Lazzaro era stata il segno della glorificazione del Risorto. In questa scena ci sono due sguardi contrapposti su Gesù: quello della donna e quello di Giuda. La donna pone Gesù al di sopra di tutto e indica un amore illimitato. Giuda pone il valore commerciale al di sopra della persona di Cristo. Con un commento che manca nei sinottici, Giovanni sottolinea l’attaccamento di Giuda al denaro. Maria, quindi, simboleggia qui il vero discepolo che riconosce che Gesù vale di più di tutto l’oro del mondo.

Dal Vangelo secondo Giovanni 12,1-11: Sei giorni prima della Pasqua, Gesù andò a Betània, dove si trovava Làzzaro, che egli aveva risuscitato dai morti. E qui fecero per lui una cena: Marta serviva e Làzzaro era uno dei commensali. Maria allora prese trecento grammi di profumo di puro nardo, assai prezioso, ne cosparse i piedi di Gesù, poi li asciugò con i suoi capelli, e tutta la casa si riempì dell’aroma di quel profumo. Allora Giuda Iscariòta, uno dei suoi discepoli, che stava per tradirlo, disse: «Perché non si è venduto questo profumo per trecento denari e non si sono dati ai poveri?». Disse questo non perché gli importasse dei poveri, ma perché era un ladro e, siccome teneva la cassa, prendeva quello che vi mettevano dentro. Gesù allora disse: «Lasciala fare, perché ella lo conservi per il giorno della mia sepoltura. I poveri infatti li avete sempre con voi, ma non sempre avete me». Intanto una grande folla di Giudei venne a sapere che egli si trovava là e accorse, non solo per Gesù, ma anche per vedere Làzzaro che egli aveva risuscitato dai morti. I capi dei sacerdoti allora decisero di uccidere anche Làzzaro, perché molti Giudei se ne andavano a causa di lui e credevano in Gesù.

Messaggio Teologico - Salvatore Alberto Panimolle (Lettura Pastorale del Vangelo di Giovanni): La cristologia -  Il brano di Gv 12,1ss insinua un aspetto singolare della personalità del Figlio di Dio: dalla sua umanità emana il profumo della gloria celeste. Il Verbo di Dio fatto carne morirà e sarà sepolto, la su anatura però olezza sempre la fragranza della divinità che riempie tutta la casa di Dio, tutta la chiesa.
1. L’unzione per la sepoltura di Gesù - Tutti gli evangelisti concordo nano nel porre l’unzione di Betania in rapporto con la sepoltura del Figlio dell’uomo. Gesù, prendendo le difese della donna che ha cosparso i suoi piedi o la sua testa con olio profumato, ammonisce i contestatori che costei ha compiuto un gesto profetico per il giorno della sua sepoltura (Gv 12,7 e par.). Quindi Funzione di Betania preannunzia l’evento ultimo dell’esistenza terrena del Cristo. In realtà, come narra il quarto evangelista, la salma di Gesù fu sepolta da Giuseppe d’Arimatea e da Nicodemo, avvolgendola in bende con oli aromatici (Gv 19,38ss). Come il chicco di grano cade in terra per morire (Gv 12,24), così il Figlio di Dio dopo la sua crocifissione, fu deposto dal patibolo per essere tumulato nel sepolcro nuovo dell’orto sul calvario (Gv 19,41s).
Il Verbo di Dio quindi sperimentò la condizione e la sorte dell’uomo fino alle estreme conseguenze: morì e fu sepolto nella tomba. Egli però rimase nel sepolcro solo fino al terzo giorno, perché poté riprendere la vita con estrema libertà (cf. Gv 1O,17s; 20,1ss). Il fatto che il Figlio di Dio sia sceso nel seno della terra come tutti i mortali, sottolinea bene la sua umanità. Gesù è un vero figlio di Adamo e di Abramo e ha subìto la sorte di tutti gli ebrei, è stato sepolto secondo il costume dei giudei (Gv 19,40). L’unzione di Betania prefigura e anticipa simbolicamente la sepoltura della salma del Cristo.
2. L’umanità del Verbo emana il profumo della gloria divina - Nella redazione giovannea dell”unzione di Betania troviamo insinuata una nota cristologica originale e interessante: l’emanazione del profumo dall’umanità del Verbo. In effetti solo il quarto evangelista rileva che non appena Maria unse i piedi del Signore, la casa si riempì del profumo dellunguento (Gv 12,3). Questo profumo è sprigionato dal corpo del Signore, quindi probabilmente esso simboleggia la gloria, la divinità del Verbo incarnato che traspare dalla sua umanità. In realtà Gesù con le sue gesta e le sue parole manifesta la sua gloria, la sua natura divina. I segni da lui operati sprigionano la sua divinità, rivelandola al mondo (Gv 2,11).
Ora, questo profumo che emana dal Cristo riempie la casa (Gv 12,3) cioè tutta la chiesa. La «oikía›› infatti è la casa del Padre nella quale esistono molti posti (Gv 14,2); in essa rimane per sempre il Figlio, mentre lo schiavo non vi resta per sempre (Gv 8,35). In realtà la «oikía» nel quarto vangelo spesso significa famiglia, come appare con chiarezza nei passi or ora citati e anche in Gv 4,53.
Quindi il profumo olezzante dal Cristo riempie la casa (Gv 12,3), cioè la famiglia di Dio che è la chiesa.

Ecco il mio servo che io sostengo, il mio eletto di cui mi compiaccio - Gesù «con la sua obbedienza fino alla morte», ci suggerisce il Catechismo della Chiesa Cattolica, «ha compiuto la sostituzione del Servo sofferente che offre se stesso in espiazione, mentre porta il peccato di molti, e li giustifica addossandosi le loro iniquità. Gesù ha riparato per i nostri errori e dato soddisfazione al Padre per i nostri peccati» (n. 615). Quella di Cristo, è la stessa strada che deve percorrere l’uomo, «Abbiate in voi gli stessi sentimenti di Cristo Gesù» (Fil 2,5): la strada dell’abbassamento, dell’umiltà, della obbedienza alla volontà del Padre. Ed è quanto suggerisce l’apostolo Pietro: «Cristo patì per voi, lasciandovi un esempio, perché ne seguiate le orme» (1Pt 2,21). Solo imboccando la strada della spogliazione e dell’umiltà l’uomo potrà riconquistare quanto aveva perduto in Adamo. «Che cosa c’è di più umile nel re di tutti gli esseri», si chiede Gregorio di Nissa, «che l’entrare in comunione con la nostra povera natura? Il Re dei re e Signore dei signori si riveste della forma della nostra schiavitù; il giudice dell’universo si sottomette ai giudici terreni; il Signore della creazione nasce in una grotta; colui che abbraccia il mondo intero non ha un luogo dove riposare; il puro incorrotto si riveste del sudiciume della natura umana e, passando attraverso tutte le nostre necessità, giunge fino alla esperienza della morte». Cristo, manifestazione dell’infinita bontà di Dio, accettando, liberamente e gioiosamente, di diventare simile agli uomini si fa Via per l’uomo: in Lui, l’uomo ritrova la strada per ritornare al Padre. Contemplando il suo annientamento, possiamo esclamare senza tema di essere smentiti: il Figlio di Dio, Cristo Gesù, mi ha amato fino alla follia della croce e ha consegnato se stesso alla morte per me (cfr. Gal 2,20). A tanta considerazione ci vuole spingere la meditazione della Passione del Figlio di Dio.

John Henry Newman: “Lasciala fare, perché lo conservi per il giorno della mia sepoltura”. “Venne dunque Gesù e trovò Lazzaro che era già da quattro giorni nel sepolcro… Gesù scoppiò in pianto” (Gv 11,17.35). Perché il Signore ha pianto davanti alla tomba di Lazzaro ? ...  Ha pianto per la compassione per il dolore di chi era là ...; ha visto l’afflizione del mondo ... Ahimè, altri pensieri inoltre hanno provocato le sue lacrime. Come avrebbe guadagnato quel fatto prodigioso in favore delle sorelle nel lutto ? A sue spese ... Cristo stava per portare la vita ai morti con la sua propria morte. I discepoli avevano cercato di dissuaderlo a tornare in Giudea, per paura che vi fosse ucciso (Gv 11,8); la loro paura si è realizzata. Ci è andato per risuscitare Lazzaro e la fama del miracolo è stata la causa immediata del suo arresto e della crocefissione (Gv 11.53). Lui sapeva tutto già prima ...: ha visto la risurrezione di Lazzaro, il pasto a casa di Marta, Lazzaro a tavola, la gioia d’ogni parte, Maria che l’onorava in questo pasto di festa versando un profumo di caro prezzo sui suoi piedi, i giudei che venivano numerosi non solo per vederlo, ma anche  per vedere Lazzaro, il suo ingresso trionfale a Gerusalemme, la folla che gridava “Osanna”, la gente che parlava della risurrezione di Lazzaro, i Greci venuti ad adorare Dio durante la Pasqua che volevano assolutamente vederlo, i bambini che partecipavano alla gioia generale - e poi i farisei che complottavano contro di lui, Giuda che lo tradiva, gli amici che l’abbandonavano, la croce che l’aspettava ... Prevedeva che Lazzaro tornava in vita grazie al suo sacrificio, discendeva nella tomba che Lazzaro lasciava, Lazzaro sarebbe vissuto e lui sarebbe morto. Le apparenze stavano per capovolgersi: si sarebbe fatta festa a casa di Marta, ma l’ultima pasqua dell’amarezza sarebbe stata unicamente la sua. E sapeva di accettare questo capovolgimento di sua propria volontà; era sceso dal seno del Padre per espiare col suo sangue i peccati di tutti gli uomini e risuscitare così dalla tomba tutti i credenti.

Siamo arrivati al termine. Possiamo mettere in evidenza:
**** Cristo, manifestazione dell’infinita bontà di Dio, accettando, liberamente e gioiosamente, di diventare simile agli uomini si fa Via per l’uomo: in Lui, l’uomo ritrova la strada per ritornare al Padre.
Ora nel silenzio, nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.

Visita, Signore, il tuo popolo,
consacrato da questi santi misteri,
proteggilo con il tuo amore premuroso,
perché custodisca con il tuo aiuto i doni
che ha ricevuto dalla tua misericordia.
Per Cristo nostro Signore.