5 Aprile 2020

Domenica delle Palme

Is 50,4-7; Sal 21; Fil 2,6-11; Mt 26,14 - 27,66

Colletta: Dio onnipotente ed eterno, che hai dato come modello agli uomini il Cristo tuo Figlio, nostro Salvatore, fatto uomo e umiliato fino alla morte di croce, fa’ che abbiamo sempre presente il grande insegnamento della sua passione, per partecipare alla gloria della risurrezione. Egli è Dio e vive e regna con te...

 - I Lettura: La prima lettura è tratta dal terzo canto del Servo del Signore. Qui il Servo «appare meno come un profeta che come un saggio, discepolo fedele di Jahve [vv 4-5], incaricato di istruire a sua volta coloro che “temono Dio”, cioè tutti i pii giudei [v 10], ma anche gli smarriti o gli infedeli “che camminano nelle tenebre”. Grazie al suo coraggio e all’aiuto divino [vv 7-9], sopporterà le persecuzioni [vv 5-6], finché Dio gli accorderà un trionfo definitivo [vv 9-11]» (Bibbia di Gerusalemme). La missione profetica del Servo sarà impastata con il sale della sofferenza, con l’acqua delle persecuzioni e con il lievito del dolore: è il pane di Dio spezzato per la nostra salvezza

Salmo: Cassiodoro: Perché il Signore ha scelto questo tipo di morte, lui che può deporre la sua vita quando vuole? La croce s’innalza in modo tale che la sua parte superiore si dirige verso il cielo, senza che la sua parte inferiore lasci la terra. Una volta piantata, essa tocca il soggiorno dei morti mentre con le sue braccia tese raggiunge tutte le parti del mondo. Stesa a terra, designa i quattro punti cardinali.

II Lettura: La lettera ai Filippesi è stata scritta  negli anni 55-56 e inviata con molta probabilità dalla città di Efeso. Filippesi 2,6-11, un inno che alcuni credono anteriore a Paolo, svela le diverse tappe del mistero del Cristo: la preesistenza divina, l’abbassamento dell’incarnazione, l’obbedienza filiale alla volontà del Padre fino ad accettare la morte spaventosa della croce, la glorificazione celeste, l’adorazione dell’universo, il titolo nuovo del Cristo. Gesù avrebbe potuto presentarsi nella storia nella gloria e nello splendore della sua divinità, invece, spogliandosi dei suoi privilegi, si è presentato nella debolezza della carne. Si è fatto uomo, sottomesso a tutte le condizioni umane, la fame, la sete, la fatica, la sofferenza, anche la morte, tutto tranne il peccato: «Cristo ci ha riscattati dalla maledizione della Legge, diventando lui stesso maledizione per noi, poiché sta scritto: Maledetto chi è appeso al legno» (Gal 3,13).

Vangelo: La “Domenica delle Palme”, è il giorno del trionfo, del tripudio, delle acclamazioni festose, ma è anche il preludio del tradimento, della solitudine, dell’abbandono, della ingratitudine. È facile essere discepoli e testimoni del Cristo nel giorno del suo trionfale ingresso nella città santa, diventa difficile esserlo ai piedi della croce sulla quale è confitto il Figlio di Dio: solo ai piedi del Morente divino la testimonianza del discepolo si fa veramente credibile.

In Cristo avvenne la nostra perfetta riconciliazione con Dio: Sacrosacntum Concilium 5: Dio, il quale “vuole che tutti gli uomini si salvino e arrivino alla conoscenza della verità” (1Tm 2,4), “dopo avere a più riprese e in più modi parlato un tempo ai padri per mezzo dei profeti” (Eb 1,1), quando venne la pienezza dei tempi, mandò il suo Figlio, Verbo fatto carne, unto dallo Spirito Santo, ad annunziare la buona novella ai poveri, a risanare i cuori affranti, “medico di carne e di spirito”, mediatore tra Dio e gli uomini. Infatti la sua umanità, nell’unità della persona del Verbo, fu strumento della nostra salvezza. Per questo motivo in Cristo “avvenne la nostra perfetta riconciliazione con Dio ormai placato e ci fu data la pienezza del culto divino”. Quest’opera della redenzione umana e della perfetta glorificazione di Dio, che ha il suo preludio nelle mirabili gesta divine operate nel popolo dell’Antico Testamento, è stata compiuta da Cristo Signore principalmente per mezzo del mistero pasquale della sua beata passione, risurrezione da morte e gloriosa ascensione, mistero col quale “morendo ha distrutto la nostra morte e risorgendo ha restaurato la vita”. Infatti dal costato di Cristo dormiente sulla croce è scaturito il mirabile sacramento di tutta la Chiesa.

I Lettura - Dal libro del profeta Isaìa 50,4-7: Il Signore Dio mi ha dato una lingua da discepolo, perché io sappia indirizzare una parola allo sfiduciato. Ogni mattina fa attento il mio orecchio perché io ascolti come i discepoli. Il Signore Dio mi ha aperto l’orecchio e io non ho opposto resistenza, non mi sono tirato indietro. Ho presentato il mio dorso ai flagellatori, le mie guance a coloro che mi strappavano la barba; non ho sottratto la faccia agli insulti e agli sputi. Il Signore Dio mi assiste, per questo non resto svergognato, per questo rendo la mia faccia dura come pietra, sapendo di non restare confuso.

Felipe F. Ramos: L’ultima cena di Gesù fu una cena pasquale. Perciò, come gli israeliti dovevano ricordare il significato di quel pasto singolare circondato di solennità, così Gesù spiega il senso della nuova cena pasquale, nella quale si distinguono i punti seguenti:
a) Gesù rende partecipi della sua dignità e del suo destino i suoi discepoli (il suo regno è il regno del Padre e, in esso, siederà nuovamente a mensa coi suoi discepoli, v. 29);
b) il sangue di Gesù è sparso in remissione dei peccati (il sottolineato è proprio di Matteo). Abbiamo qui un particolare chiaramente indicatore del carattere sacrificale della cena pasquale. Il sacrificio era dono della vita per un’altra vita: così si afferma il potere sostitutivo o vicario del sacrifìcio di Gesù, come anche il suo valore espiatorio;
c) la cena inaugura la nuova alleanza. Per questo è detta «sangue dell’alleanza». Quello che si attendeva per il futuro: un nuovo ordine di cose nel quale Dio mettesse la sua legge nel cuore e perdonasse i peccati è giunto con questa cena pasquale;
d) l’ultimo punto è messo più chiaramente in evidenza con la contrapposizione intenzionale fra l’antica (Es 24,8; Zc 9,11) e la nuova alleanza. Vi è la corrispondenza fra il tempo di Mosè e quello del Messia (presentato spesso da Matteo come il novello Mose). Le due alleanze furono sigillate col sangue;
e) Gesù in persona è la nuova alleanza, come era stato annunziato del servo di Yahveh (Is 42,6; 49,7-8). Egli è dunque il servo di Yahveh.
Il sangue è sparso per molti. È un semitismo che equivale a tutti. La ragione per cui è scelto l’aggettivo «molti» e non «tutti» è quella di mettere in rilievo l’efficacia di quel sacrificio mediante l’opposizione fra uno che dà la vita e quelli per cui la dà, che sono molti (da questo punto di vista, parlare di «molti» è più efficace che parlare di «tutti», perché «tutti» possono anche essere pochi). L’espressione «il mio corpo», «il mio sangue», nel linguaggio del tempo, era sinonimo di «io stesso». La vita di Gesù messo a morte può essere assimilata attraverso la assunzione del pane e del calice.
[...] La scena del Getsemani ci mostra la piena umanità di Gesù: va verso la morte con timore, cerca la compagnia degli uomini (lo accompagnavano i tre più intimi), sente incombere su di sé la lontananza di Dio (Sai 42,6.12). Allo stesso tempo questa scena conferma il suo insegnamento: egli ricorre alla preghiera della quale aveva parlato tanto, inculcando la necessità di accettare la volontà del Padre. Il calice che deve bere è la morte che deve subire. Nella sua preghiera Gesù accetta pienamente la volontà del Padre. Inoltre egli ricorda ai discepoli la necessità di vegliare e di pregare per non cadere nella tentazione, tentazione che è separarsi da Dio allontanandosi dalla sua volontà, la morte totale dell’uomo.
L’arresto di Gesù mette in evidenza la sua dignità e il suo contegno che sono unici:
a) va liberamente alla morte e insegna ai suoi che le grandi cose di Dio non si definiscono con la spada. I suoi nemici non poterono arrestarlo finché durò il tempo fissato per la sua missione terrena;
b) ha il potere supremo (potere di dare ordini agli angeli), ma non ne fa uso affinché si adempia la Scrittura, il piano di Dio;
c) il discepolo traditore e i sommi sacerdoti e gli anziani si mettono d’accordo sulla morte di Gesù;
d) Gesù non lottò contro il potere secolare, ma contro altri poteri superiori incarnati in strumenti umani. Un’idea che ritorna spesso nel vangelo.
[...] Alla morte di Gesù partecipò il mondo intero. È uno dei paradigmi utilizzati per descrivere l’irruzione del giorno di Yahveh (Am 8,9). Non solo si squarciò il velo del tempio, ma Matteo suppone una serie di miracoli difficilmente avvenuti. La lezione dev’essere nel simbolismo di questi miracoli:
a) nel momento in cui compare in tutta la sua realtà il nuovo tempio di Dio: cessa il significato dell’antico tempio di Gerusalemme. Abbiamo l’accesso diretto a Dio; il velo che lo impediva dev’essere squarciato;
b) d’altra parte è comparso il vincitore della morte, il primogenito di tra i morti; la morte e il sepolcro non sono più l’ultima minaccia per l’uomo;
c) Dio non ha lasciato il «giusto» abbandonato nel sepolcro; anche i pagani, come il centurione e la sua gente, riconoscono che Gesù è il Figlio di Dio, come contropartita agli insulti e agli scherni dei giudei e dei pagani.
Gesù fu sepolto dai discepoli, esattamente come il Battista (14,12). Matteo dice espressamente che Giuseppe d’Arimatea era discepolo di Gesù. Il fatto che egli gli abbia offerto il suo sepolcro è una confessione dell’innocenza di Gesù. Se lo avesse considerato colpevole, non glielo avrebbe concesso, poiché secondo la legge il sepolcro sarebbe rimasto contaminato dal criminale in esso sepolto e, per conseguenza, non avrebbe più potuto servire per altre sepolture.
Il resto delle affermazioni del racconto è fatto tenendo conto di quello che è ormai imminente: la risurrezione. Dovevano essere prevenute tutte le accuse posteriori dirette a negare la risurrezione: morte apparente, furto di cadavere... Tutto questo fu evitato, perché furono prese le misure necessarie perché nessuno potesse accostarsi al sepolcro nel quale era stato deposto il corpo di Gesù.

Gesù nel silenzio della notte, una notte gravida di nefasti presagi, vede nel suo cuore non soltanto la sua vita, la dolcezza materna di Maria, la sua infanzia, i giorni felici passati nella casa di Nazaret  cullato dalla Mamma o seduto sulle sue ginocchia a mirarne il dolce volto, l’amicizia dei suoi Apostoli, dei suoi amici Lazzaro, Marta, Maria, la gratitudine di storpi, paralitici, indemoniati che avevano ritrovato la sanità del cuore e del corpo, la santità di suo padre Giuseppe, il suo silenzio…, ma vede scorrere anche tutto il fango di ingratitudine che si è riversato e si riverserà sulla sua anima e tutta la sporcizia che imbratterà il suo dolcissimo cuore. «Vide che ci sarebbero stati molti che non avrebbero riconosciuto il suo sacrificio in nostro favore, tanti che lo avrebbero disprezzato, che non gliene sarebbero stati grati. Vide che dopo aver versato il suo sangue per pulire il nostro sudiciume, ancora ci sarebbe stata gente che si dannava eternamente. Questo feriva il suo cuore in modo tale che non ci sono parole sufficienti a dirlo. Si addolorò di questo nuovo peccato: il vilipendio del suo sangue e il disprezzo del suo amore. E questo disprezzo è molto più pesante se viene dagli stessi cristiani, da quelli che hanno ricevuto più grandi segni d’amore; allora l’ingratitudine lacera ancora di più, perché chi molto ama si rattrista quando gli si corrisponde con il disprezzo» (Luis De la Palma, La Passione del Signore, Edizioni Ares).
Alla conoscenza dei dolori patiti da Gesù per la nostra salvezza, d’ora in poi non possiamo rimanere nell’ignoranza del suo amore. Cristo ci ha amati e ci ha amati fino alla fine (Gv 13,1) per renderci capaci di amarlo senza riserve.

Siamo arrivati al termine. Possiamo mettere in evidenza:
****  Padre, se questo calice non può passare senza che io lo beva, sia fatta la tua volontà.  (Mt 26,42; cf. Mc 14,36; cf. Lc 22,42)
Ora nel silenzio, nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.

O Padre, che ci hai nutriti con i tuoi santi doni,
e con la morte del tuo Figlio ci fai sperare
nei beni in cui crediamo, fa’ che per la sua risurrezione
possiamo giungere alla meta della nostra speranza.
Per Cristo nostro Signore.



4 Aprile 2020

Sabato della V Settimana di Quaresima

Ez 37,21-28; Cant. Ger 31,10-12b.13; Gv 11,45-56


Colletta: O Dio, che operi sempre per la nostra salvezza e in questi giorni ci allieti con un dono speciale della tua grazia, guarda con bontà alla tua famiglia, custodisci nel tuo amore chi attende il Battesimo e assisti chi è già rinato alla vita nuova. Per il nostro Signore Gesù Cristo...

Nostra aetate n. 4: Come attesta la sacra Scrittura, Gerusalemme non ha conosciuto il tempo in cui è stata visitata; gli Ebrei in gran parte non hanno accettato il Vangelo, ed anzi non pochi si sono opposti alla sua diffusione. Tuttavia secondo l'Apostolo, gli Ebrei, in grazia dei padri, rimangono ancora carissimi a Dio, i cui doni e la cui vocazione sono senza pentimento. Con i profeti e con lo stesso Apostolo, la Chiesa attende il giorno, che solo Dio conosce, in cui tutti i popoli acclameranno il Signore con una sola voce e «lo serviranno sotto uno stesso giogo» (Sof 3,9).
Essendo perciò tanto grande il patrimonio spirituale comune a cristiani e ad ebrei, questo sacro Concilio vuole promuovere e raccomandare tra loro la mutua conoscenza e stima, che si ottengono soprattutto con gli studi biblici e teologici e con un fraterno dialogo.
E se autorità ebraiche con i propri seguaci si sono adoperate per la morte di Cristo, tuttavia quanto è stato commesso durante la sua passione, non può essere imputato né indistintamente a tutti gli Ebrei allora viventi, né agli Ebrei del nostro tempo.
E se è vero che la Chiesa è il nuovo popolo di Dio, gli Ebrei tuttavia non devono essere presentati come rigettati da Dio, né come maledetti, quasi che ciò scaturisse dalla sacra Scrittura. Curino pertanto tutti che nella catechesi e nella predicazione della parola di Dio non si insegni alcunché che non sia conforme alla verità del Vangelo e dello Spirito di Cristo.
La Chiesa inoltre, che esecra tutte le persecuzioni contro qualsiasi uomo, memore del patrimonio che essa ha in comune con gli Ebrei, e spinta non da motivi politici, ma da religiosa carità evangelica, deplora gli odi, le persecuzioni e tutte le manifestazioni dell'antisemitismo dirette contro gli Ebrei in ogni tempo e da chiunque. In realtà il Cristo, come la Chiesa ha sempre sostenuto e sostiene, in virtù del suo immenso amore, si è volontariamente sottomesso alla sua passione e morte a causa dei peccati di tutti gli uomini e affinché tutti gli uomini conseguano la salvezza. Il dovere della Chiesa, nella sua predicazione, è dunque di annunciare la croce di Cristo come segno dell'amore universale di Dio e come fonte di ogni grazia.

Dal Vangelo secondo Giovanni 11,45-56: In quel tempo, molti dei Giudei che erano venuti da Maria, alla vista di ciò che Gesù aveva compiuto, [ossia la risurrezione di Làzzaro,] credettero in lui. Ma alcuni di loro andarono dai farisei e riferirono loro quello che Gesù aveva fatto.  Allora i capi dei sacerdoti e i farisei riunirono il sinèdrio e dissero: «Che cosa facciamo? Quest'uomo compie molti segni. Se lo lasciamo continuare così, tutti crederanno in lui, verranno i Romani e distruggeranno il nostro tempio e la nostra nazione».  Ma uno di loro, Caifa, che era sommo sacerdote quell'anno, disse loro: «Voi non capite nulla! Non vi rendete conto che è conveniente per voi che un solo uomo muoia per il popolo, e non vada in rovina la nazione intera!». Questo però non lo disse da se stesso, ma, essendo sommo sacerdote quell'anno, profetizzò che Gesù doveva morire per la nazione; e non soltanto per la nazione, ma anche per riunire insieme i figli di Dio che erano dispersi. Da quel giorno dunque decisero di ucciderlo.  Gesù dunque non andava più in pubblico tra i Giudei, ma da lì si ritirò nella regione vicina al deserto, in una città chiamata Èfraim, dove rimase con i discepoli.
Era vicina la Pasqua dei Giudei e molti dalla regione salirono a Gerusalemme prima della Pasqua per purificarsi. Essi cercavano Gesù e, stando nel tempio, dicevano tra loro: «Che ve ne pare? Non verrà alla festa?».

Molti dei Giudei che erano venuti da Maria, alla vista di ciò che egli aveva compiuto, credettero in lui: Molti credettero, ma altri si fanno sopraffare dall’odio: il più bel gesto, quello di dare la vita ad un amico, che significa e concretizza l’amore di Dio verso tutti gli uomini, per pochi scellerati è solo apparato scenografico con una aggravante: il sedicente Cristo, con i suoi miracoli e guarigioni prodigiosi, può portare alla rovina l’intera nazione ebraica. È quindi necessario decidere della sua sorte e decidere partendo da un saggio principio che viene enunciato dal sommo sacerdote Caifa: Voi non capite nulla! Non vi rendete conto che è conveniente per voi che un solo uomo muoia per il popolo, e non vada in rovina la nazione intera! (Gv 11,49-50). Lui, Caifa, sì che capiva molte cose, e così, come l’asina di Baalam, inconsapevolmente profetizzò che Gesù doveva morire per la nazione; e non soltanto per la nazione, ma anche per riunire insieme i figli di Dio che erano dispersi (Gv 50-51).
Gesù deve morire e morirà crocifisso, ma Caifa non sa che il sangue di Gesù, versato sul Calvario dall’alto di una Croce, laverà il peccato del mondo intero. Caifa, strumento cieco dello Spirito Santo fa questa bella profezia, e ignaro si fa strumento lodevole a che si realizzi il progetto di salvezza del Signore Dio.
Ma intanto, prima di questi eventi dolorosi, in casa di Lazzaro si fa festa: si fa festa per la vita ritrovata, c’è gioia perché molti hanno acceso nel loro cuore il lume della fede, c’è gioia ... ma di lì a poco, la gioia di Betania, si sarebbe spenta ai piedi di una croce. Anche Lazzaro, il risuscitato, avrebbe pagato il suo prezzo. Una gioia spenta dall’odio, ma che sarà riaccesa nell’oscurità di una tomba vuota, e illuminerà il mondo intero.

«Neppure se uno risorgesse dai morti, crederanno!» - Salvatore Alberto Panimolle (Lettura Pastorale del Vangelo di Giovanni): La finalità prima della narrazione drammatica di Gv 11 è illustrare l’ostinazione dei capi ebrei nell’incredulità, nonostante il prodigio straordinario della risurrezione di un uomo che stava nella tomba da quattro giorni. Le ultime espressioni del padre Abramo nella parabola del ricco epulone e di Lazzaro (Lc 16,31) sono rappresentate in modo molto vivo nel dramma di Gv 11. Il ricco nei tormenti dell’inferno aveva detto ad Abramo che un morto redivivo avrebbe provocato la conversione dei fratelli dissoluti, egoisti e viziosi; al che il patriarca aveva replicato: «Se non ascoltano Mose e i profeti, neppure se uno risorgesse dai morti, si lasceranno persuadere (crederanno)» (Lc 16,30s).
Il brano di Gv 11,45ss mostra in concreto fino a qual punto questa massima sia vera. Gesù ha richiamato dalla tomba l’amico morto da quattro giorni, quindi già in putrefazione; eppure i farisei e i sommi sacerdoti, informati dell’accaduto, chiusero gli occhi alla luce e non vollero convertirsi. Giovanni mette in risalto che i capi degli ebrei furono informati dell’accaduto: un gruppo di giudei raccontarono ai farisei il segno straordinario compiuto dal Maestro (Gv 11,46). Ciò nonostante non si lasciarono persuadere neppure dai fatti, essi perciò sono inescusabili per la loro ostinazione nell’odio e nell’incredulità.
Tale cecità non è comprensibile, se non come opera diabolica: i farisei e i sommi sacerdoti agiscono sotto l’influsso del menzognero e dell’omicida primordiale, perciò rifiutano di aprire le porte del loro cuore e della mente alla luce della verità (Gv 8,44ss).

La profezia di Caifa - Alain Marchadour (Vangelo di Giovanni): Caifa, a un primo livello di senso, accenna con cinismo alla morte di Gesù come un modo per salvare il popolo. Ma a un livello accessibile ai soli credenti, Giovanni e la Chiesa interpretano questa parola come una profezia inconsapevole che prevede la po­tenza salvifica della morte di Gesù. L’ironia giovannea fa pronunziare all’avversario principale del Cristo la parola teologica attribuita a Gesù in Mc 10,45: «Il Figlio dell’uomo è venuto per dare la propria vita in riscatto per molti». Come il profeta Balaam che profetizzava in favore d’Israele suo malgrado, il sommo sacerdote dà misteriosamente valore di salvezza alla morte di Cristo. Il narratore non si limita a decifrare la parola di Caifa, ma ne estende la portata vedendo nella morte di Gesù l’origine del raduno dei figli di Dio nella Chiesa. Così, indirettamente, accennando al tema del popolo radunato nell’Antico Testamento (Is 11,12; Ger 23,3), egli pre­senta la Chiesa come il nuovo Israele.

Allora i capi dei sacerdoti e i farisei riunirono il sinèdrio  - Mario Galizzi (Vangelo secondo Giovanni): I farisei, conosciuti come difensori della Legge, sono i più accaniti avversari di Gesù. Già una volta, d’accordo con i gran sacerdoti, cercarono di catturarlo (7,32) e, non essendoci riusciti, ci fu un violento scontro. Nessuno si sentiva sicuro dell’altro, temevano che persino alcuni di loro stessero per dare la loro adesione di fede a Gesù (7,45-52). I motivi non mancavano. Alcuni infatti si chiedevano: «Come può un peccatore compiere simili segni miracolosi?» (9,16). Qui invece i dubbi sembrano scomparsi. Accantonato ogni confronto con la Legge, qui c’è solo un uomo che è un pericolo pubblico perché compie segni miracolosi. È inutile perdersi in discussioni accademiche per sapere se Gesù viene o non viene da Dio, se ciò che fa è giusto o no. È chiaro che se tutti credono in lui, salta il sistema, quel regime di cui essi detengono il potere. E poi ci sono gli occupanti romani, che di fronte a movimenti cosiddetti messianici non stanno lì a guardare. La questione è politica prima di essere religiosa ed è su questo piano che bisogna risolverla, e in fretta. Perché se i Romani intervengono, il tempio, il luogo santo e la nazione sono in pericolo. Come scongiurare il pericolo? C’è qualcuno che ha qualcosa da suggerire?

Gesù dunque non andava più in pubblico tra i Giudei, ma da lì si ritirò nella regione vicina al deserto, in una città chiamata Èfraim, dove rimase con i discepoli  - Henri van den Bussche (Giovanni): Gesù muore dunque per un nuovo popolo di Dio che sarà costituito, con la sua morte, da persone reclutate non solamente e principalmente nella nazione (giudaica), ma soprattutto in un altro ovile (10,16), nel mondo pagano (12,20.24), dovunque (12,32), che formeranno una sola unità (17,20.23), un solo gregge (10,16). Per Giovanni la morte di Gesù è il brodo di cultura da cui germoglierà la nuova comunità dei credenti.
Si prende allora la decisione di uccidere Gesù. Essa è il coronamento di una ostilità che è andata delineandosi sempre più chiaramente nei capitoli precedenti.
Gesù deve lasciare la Giudea (7,1), in attesa che venga il suo tempo o la sua Ora (7,6-8). Mostrarsi adesso in pubblico è andare incontro alla morte. Perciò Gesù si ritira in un villaggio ai bordi del deserto di Giudea, a Efraim, probabilmente l’attuale el-Taiyebeh, a circa 20 km. a nord­est di Gerusalemme. Il villaggio è situato in una delle estremità della montagna di Giudea e domina il deserto. La strada da Gerico a Gerusalemme, la strada dei pellegrinaggi, passa per questo deserto. Dal suo ritiro Gesù può veder passare i pellegrini che si recano a Gerusalemme.
Perché la festa di Pasqua è vicina. Da quando Gesù ha detto in 7,8 che non andrà alla festa dei Tabernacoli (a questa solennità), il lettore sa che l’approssimarsi della festa della Pasqua significherà l’approssimarsi della fine. Giovanni è attento a mantenere il suo lettore in suspens. Cristiano della fine del primo secolo, parla della Pasqua dei giudei: è già completamente staccato dalla sua antica comunità religiosa (2,13; 6,4).
Già i pellegrini salgono a Gerusalemme per prepararsi alla festa, per santificarsi coi riti di purificazione. Ma in realtà, come nelle altre feste (7,11; 10,22), tutto il loro interesse è rivolto a Gesù: verrà o non verrà? Frattanto il Sinedrio ha posto i suoi agenti per farlo spiare.

Siamo arrivati al termine. Possiamo mettere in evidenza:
**** “Il dovere della Chiesa, nella sua predicazione, è dunque di annunciare la croce di Cristo come segno dell'amore universale di Dio e come fonte di ogni grazia” (Nostra aetate n. 4).
Ora nel silenzio, nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.

O Padre, che ci hai nutriti
con il corpo e sangue del tuo Figlio,
per questo sacramento di salvezza
fa' che entriamo in comunione con la tua vita divina.
Per Cristo nostro Signore.




3 Aprile 2020

Ger 20,10-13; Sal 17 (18); Gv 10,31-42

Colletta: Perdona, Signore, i nostri peccati, e nella tua misericordia spezza le catene che ci tengono prigionieri a causa delle nostre colpe, e guidaci alla libertà che Cristo ci ha conquistata. Per il nostro Signore Gesù Cristo...

Molti credettero in lui - Paolo VI: Le opinioni erano diverse. Segno che la rivelazione che Gesù faceva di se stesso lasciava, sì, trasparire qualche cosa di straordinario, ma non senza ricoprirlo di un velo umano non sempre e non a tutti trasparente. Perfino Maria e Giuseppe «restavano meravigliati delle cose che si dicevano del bambino» Gesù (Lc 2,33); e non tutto comprendevano di quel misterioso fanciullo (Lc 2,50). I suoi stessi concittadini, di Nazareth, lo circondano di stupore e di diffidenza, non riuscendo a rendersi esattamente conto di chi Egli fosse (cfr. Mc 6,2-4). Gesù, si direbbe, ama l’incognito. Tutto il Vangelo di Giovanni è pieno di questo assillante problema circa l’identità essenziale della personalità del Maestro («Si tu es Christus, die nobis palam») (cfr. Gv 10,24); ed intorno a tale problema si stringe il dramma della sua passione, nel duplice processo, religioso e civile, che porta il primo alla sua confessione di Messia, Figlio di Dio, il secondo alla sua ammissione di Re dei Giudei. Poi l’inconcepibile epilogo della sua risurrezione, che supera la comprensibilità stessa dei testimoni immediati, fino a meritare il rimprovero dello stesso Risorto: «O stolti e tardi di cuore a credere ciò che era pur preannunciato dai Profeti!» (Lc 24,25). Gesù è mistero. Non lo avremo mai esplorato abbastanza, non mai compreso del tutto. La conoscenza di Lui ha dovuto finalmente risolversi nella fede, cioè in una conoscenza superrazionale; certissima, ma fondata su testimonianze che eccedono in parte un nostro sperimentale controllo; le quali testimonianze hanno però in se stesse la forza di convinzione, perché in fondo sono divine, e esigono da noi quella dilatante maniera di conoscere, con la mente e col cuore, senza tutto capire, perché troppo v’è da capire, che appunto chiamiamo fede.

Dal Vangelo secondo Giovanni 10,31-42: In quel tempo, i Giudei raccolsero delle pietre per lapidare Gesù. Gesù disse loro: «Vi ho fatto vedere molte opere buone da parte del Padre: per quale di esse volete lapidarmi?». Gli risposero i Giudei: «Non ti lapidiamo per un’opera buona, ma per una bestemmia: perché tu, che sei uomo, ti fai Dio». Disse loro Gesù: «Non è forse scritto nella vostra Legge: “Io ho detto: voi siete dèi”? Ora, se essa ha chiamato dèi coloro ai quali fu rivolta la parola di Dio - e la Scrittura non può essere annullata -, a colui che il Padre ha consacrato e mandato nel mondo voi dite: “Tu bestemmi”, perché ho detto: “Sono Figlio di Dio”? Se non compio le opere del Padre mio, non credetemi; ma se le compio, anche se non credete a me, credete alle opere, perché sappiate e conosciate che il Padre è in me, e io nel Padre». Allora cercarono nuovamente di catturarlo, ma egli sfuggì dalle loro mani. Ritornò quindi nuovamente al di là del Giordano, nel luogo dove prima Giovanni battezzava, e qui rimase. Molti andarono da lui e dicevano: «Giovanni non ha compiuto nessun segno, ma tutto quello che Giovanni ha detto di costui era vero». E in quel luogo molti credettero in lui.

I tentativi di catturare Gesù o di ucciderlo lapidandolo sono maldestri, e così falliscono miseramente. Gesù non arretra dinanzi alle minacce che non sono più velate, e nel tentativo di far conoscere la sua vera identità e la sua missione, proclama di essere Dio, il Padre è in me, e io nel Padre, una dichiarazione considerata dai Farisei blasfema, e mentre nel loro cuore perverso si accende sempre di più la fiamma dell’odio e dell’ira, molti vedendo le opere di Gesù credono in lui. Ma l’ora del Padre sta per giungere, e la Vittima innocente sarà immolata per la salvezza del mondo intero.

Non è forse scritto nella vostra Legge: “Io ho detto: voi siete dèi - Benedetto Prete (I Quattro Vangeli): Nella vostra Legge; in vari codici è omesso l’aggettivo «vostra» (in greco si ha il pronome μῶν); tale omissione ha lo scopo di evitare che si restringa il senso del termine Legge, poiché la Legge designa l’intera Scrittura. Io ho detto: siete dèi; Gesù risponde agli ebrei argomentando alla maniera dei rabbini: egli infatti partendo da un testo biblico giunge ad una conclusione che mostra l’illogicità dei propositi omicidi a cui sono giunti i suoi interlocutori, minuziosi conoscitori della Legge. Per cogliere il senso dell’argomentazione di Cristo, esposta nei verss. 34-36, è utile considerarla nel suo insieme: Dio rivolgendosi ai giudici chiama «dèi» (ebraico: Elohim), come attesta il detto del Salmo citato; ciò dimostra che degli uomini, a motivo della loro funzione, come ad esempio è quella dei giudici, possono essere chiamati dèi, cioè possono ricevere dei nomi divini. Ora per quale motivo si accusa di bestemmia una persona che, come Gesù, si dice Dio? Gesù infatti è consacrato e inviato da Dio stesso per una missione del tutto particolare, anzi, unica. È, questo, un argomento a fortiori, assai comune presso i rabbini (argomentazione detta qal wahomer = dal leggero al pesante; cf. Strack-Billerbeck, III, p. 223 s.). «Io ho detto: siete dèi»; citazione del Salmo 82 [81], 6; le parole del Salmo sono rivolte ai giudici; essi sono chiamati «dèi» per metafora, poiché il giudizio appartiene a Dio (Deuteronomio, 1, 17; 19, 17; Esodo, 21, 6; Salmo 58 [57]» 2). Gesù fonda su questo senso metaforico la sua argomentazione.

Gesù accusato di bestemmia - Emanuela Ghidelli (Schede Bibliche Pastorali - Vol. I): Il fatto di attribuire a se stessi, o a una creatura. prerogative divine è considerato, dagli ebrei atto blasfemo, che va severamente punito come la bestemmia formale.
Per questo Gesù, che pure onora il Padre (Gv 8.49), è accusato di bestemmia ogni volta che cerca di affermare, più o meno direttamente, il carattere trascendente della sua personalità e della sua missione: «Gli risposero i giudei: Non ti lapidiamo per un’opera buona, ma per la bestemmia e perché tu, che sei uomo, ti fai Dio. Rispose loro Gesù: Non è forse scritto nella vostra legge: Io ho detto: voi siete dèi? Ora, se essa ha chiamato dèi coloro ai quali fu rivolta la parola di Dio (e la Scrittura non può essere annullata), a colui che il padre ha consacrato e mandato nel mondo, voi dite: Tu bestemmi, perché ho detto: Sono figlio di Dio?›› (Gv 10-33-36).
Ugualmente, quando dichiara il paralitico assolto dai suoi peccati, subito i dottori della legge pensano: egli bestemmia perché si arroga poteri divini: «Gesù, vista la loro fede, disse al paralitico: Figliolo, ti sono i rimessi i tuoi peccati. Seduti lì erano alcuni scribi che pensavano in cuor loro: Perché costui parla così? Bestemmia! Chi può rimettere i peccati se non Dio solo?» (Mc 2,5-7: cf. Mt 9,2-3; Lc 5,20-21).
Per questo, ancora, dichiarando davanti a Caifa di essere il messia e affermando solennemente che lo si vedrà venire alla destra della Potenza sulle nubi del cielo, egli in pratica firmava la sua condanna: «Di nuovo il sommo sacerdote lo interrogò dicendogli: Sei tu il Cristo. il Figlio di Dio benedetto? Gesù rispose: Io lo sono! E vedrete il figlio dell’uomo seduto alla destra della Potenza e venire con le nubi del cielo. Allora il sommo sacerdote stracciandosi le vesti, disse: che bisogno abbiamo ancora di testimoni? avete udito la bestemmia; che ve ne pare? Tutti sentenziarono che era reo di morte» (Mc 14,61-64).

Credete alle opere: Appartengono alle opere di Dio la sua creazione (Gn 1,31; Sal 139,14) e la guida del suo popolo (Dt 3,24; Is 60,21). Gesù è inviato per compiere le opere del Padre (Gv 4,34; 17,4): esse servono per confermare la sua predicazione e intendono suscitare la fede in lui (Gv 5,36; 14,12; 15, 24). Le opere dell’uomo sono soggette alla caducità (Sal 90,17), sono cattive ( Gv 3,19), sottoposte alla carne (Gal 5,19); le opere della legge non operano nessuna giustificazione (Rm 3,20) e spingono all’ipocrisia (Mt 23,3.5). Soltanto il sangue di Cristo purifica dalle opere morte (Eb 9,14), le opere buone non sono merito dell’uomo ma frutto della grazia (1Cor 15,10; 1Tm 1,12s) e così sono indirettamente glorificazione di Dio (Mt 5,16). Le opere buone sono chiamate segno della fede viva in Gc 2,14-24 e servono a confermare la fede. L’uomo sarà giudicato nel giudizio non secondo le parole ma in base alle opere (Mt 16,27; 1Cor 3,13s; 2Cor 11,15; Ap 2,23).

Allora cercarono nuovamente di catturarlo: Cristo non promette ai suoi amici una vita comoda, «di prestigio, di benessere; ma vuole l’abnegazione, la rinuncia, il sacrificio. “Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua” (Lc 9,23). E per i suoi preannunzia persecuzione. […]. Prima di Cristo l’essere perseguitati per la fede era ritenuto un malanno, quasi un segno di disapprovazione da parte di Dio, Cristo ne fa un privilegio» (AA. VV., Riflessione sul Cristo). Senza mezzi termini, i discepoli del Crocifisso sono invitati ad annunciare la Parola con franchezza, mettendo nel bilancio il carcere, la persecuzione, la tortura e anche la morte. Praticamente, il discepolo deve mettere «in conto la possibilità di una morte violenta a causa della sua  appartenenza a Gesù. Ancor oggi in tante parti del mondo, la Chiesa rende la sua testimonianza al vangelo, versando il sangue di tanti suoi figli. Cambiano le forme di persecuzione, le violenze, i contrasti, le pressioni sociali, ma rimangono evidenti la contrapposizione e la chiusura ai valori evangelici» (Giuseppe D’Anna). Nella vita della Chiesa la persecuzione non è un fatto casuale ma è scontata in partenza, preannunziata dal Signore Gesù, quasi una nota ecclesiale: «Il martirio rende il discepolo simile al suo maestro che accettò liberamente la morte per salvare il mondo, e lo conforma a lui nell’effusione del sangue; perciò il martirio viene stimato dalla chiesa come dono esimio e prova suprema di carità. Se il martirio viene concesso a pochi, tutti però devono essere pronti a confessare Cristo davanti agli uomini e a seguirlo sulla via della croce, nelle persecuzioni che non mancano mai alla chiesa» (LG 42). Alla luce di questo insegnamento allora si comprendono le parole del santo Curato d’Ars: «Le persone del mondo si affliggono quando hanno le croci, i cristiani veri si affliggono soltanto quando non ne hanno». I santi nel loro magistero non hanno mai esagerato, anzi ...

Ritiro oltre il Giordano - Salvatore Alberto Panimolle (Lettura Pastorale del Vangelo di Giovanni): Il Maestro però ora non rimane più a Gerusalemme, come in Gv 8,59ss, ma si ritira oltre il Giordano, nel luogo dove prima Giovanni battezzava (Gv 10,40).
Siamo a Betania, non il villaggio di Lazzaro, ma un sito sulla sinistra del Giordano, dove il Battista svolse il suo primo ministero (Gv 1,28). Tale ritorno di Gesù nel luogo, dove aveva avuto inizio la sua rivelazione pubblica, forma una inclusione solenne tra Gv 1,28ss e Gv 10,40ss. Non è improbabile che il quarto evangelista voglia insinuare, con queste parole, la fine del ministero «epifanico» di Gesù, cioè la fine della sua manifestazione davanti al mondo; l’incredulità dei giudei, così cieca e ostinata, impedisce al Figlio di Dio di continuare la sua opera rivelatrice al cospetto del mondo.
«Il ritorno al di là del Giordano mette termine alla vita pubblica; Gesù ritorna là dove ha cominciato la sua rivelazione a Israele (1,19). D’altronde è nella terra al di là del Giordano che il Battista l’aveva indicato a Israele come Messia; è là che Gesù ha scelto i suoi primi discepoli tra quelli del Battista. Ma la missione incominciata là si è infranta contro il muro dell’incredulità» (Van den Bussche, Giovanni, 391).
Il Maestro si intrattiene in questa regione, lontano dal centro politico-religioso della Palestina; perciò molte persone conquistate dalle sue opere, si recano da lui (Gv 10,41). Questo andare verso Gesù indica plasticamente il movimento della fede. I nuovi discepoli credono nel Messia, aderendo alla sua persona (Gv 10,42), perché costatano che Giovanni Battista non aveva operato nessun segno, ma le sue parole su Gesù erano vere (Gv 10,41). Egli si era mostrato un autentico profeta, che proclama la verità (cf. Dt 18,22). E difatti aveva proclamato che Gesù è il Cristo, l’eletto di Dio, rendendo testimonianza alla sua messianicità (Gv 1,29-34) e alla sua divinità (Gv 3,27-36). In tal modo Giovanni, il precursore, ha reso testimonianza alla verità (Gv 5,33), cioè al Verbo incarnato, che è la rivelazione salvifica definitiva della vita e dell’amore del Padre.
Queste persone, che credono esistenzialmente nel Figlio di Dio (Gv 10,42), si rivelano come pecore del Cristo: ascoltano la sua voce e lo seguono (cf. Gv 10,27).

Siamo arrivati al termine. Possiamo mettere in evidenza:
*** “Gesù è mistero” (Paolo VI).
Nel silenzio, nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.

Non ci abbandoni, Signore,
la forza di questo sacramento che ci unisce a te,
e allontani sempre da noi ogni male.
Per Cristo nostro Signore.




2 Aprile 2020

Gen 17,3-9; Sal 104 (105); Gv 8,51-59

Colletta: Assisti e proteggi sempre, Padre buono, questa tua famiglia che ha posto in te ogni speranza, perché liberata dalla corruzione del peccato resti fedele all’impegno del Battesimo, e ottenga in premio l’eredità promessa. Per il nostro Signore Gesù Cristo...

Catechismo Tridentino (Art. II n. 40): Gesù Cristo è nostro Signore secondo le due nature - NOSTRO SIGNORE. Le sacre Scritture attribuiscono al Salvatore molteplici qualità, di cui alcune chiaramente gli spettano come Dio, altre come uomo, avendo Egli in sé, con la duplice natura, le proprietà rispettive. Rettamente dunque dicevamo che Gesù Cristo, per la sua natura divina, è onnipotente, eterno, immenso; mentre per la sua natura umana, diciamo che ha patito, è morto, è risorto. Ma, oltre questi, altri attributi convengono a entrambe le nature, come quando, in questo articolo, lo diciamo nostro Signore; a buon diritto del resto, potendosi riferire tale qualifica all’una e all’altra natura.
Infatti egli è Dio eterno come il Padre; cosi pure è Signore di tutte le cose quanto il Padre. E come egli e il Padre non sono due distinti Dei, ma assolutamente lo stesso Dio, cosi non sono due Signori distinti. Ma anche come uomo, per molte ragioni è chiamato Signore nostro. Innanzi tutto perché fu nostro Redentore e ci libero dai nostri peccati, giustamente ricevette la potestà di essere vero nostro Signore e meritarne il nome. Insegna infatti l’Apostolo: Si umiliò, fattosi ubbidiente fino alla morte e morte di croce; per cui Dio lo ha esaltato, conferendogli un nome, che è sopra ogni altro, onde al nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi, in cielo, in terra, nell’inferno; e ogni lingua proclami che il Signore Gesù Cristo è nella gloria di Dio Padre (Fil 2,8-11). Egli stesso disse di sé dopo la risurrezione: Mi è stato conferito ogni potere in cielo e sulla terra (Mt 28,18). Inoltre è chiamato Signore per aver riunito in una sola Persona due nature, la divina e l’umana. Per questa mirabile unione merito, anche senza morire per noi, d’essere costituito quale Signore, sovrano di tutte le creature in genere, e specialmente dei fedeli che gli obbediscono e lo servono con intimo affetto.

Dal Vangelo secondo Giovanni 8,51-59: In quel tempo, Gesù disse ai Giudei: «In verità, in verità io vi dico: se uno osserva la mia parola, non vedrà la morte in eterno». Gli dissero allora i Giudei: «Ora sappiamo che sei indemoniato. Abramo è morto, come anche i profeti, e tu dici: "Se uno osserva la mia parola, non sperimenterà la morte in eterno’’. Sei tu più grande del nostro padre Abramo, che è morto? Anche i profeti sono morti. Chi credi di essere?». Rispose Gesù: «Se io glorificassi me stesso, la mia gloria sarebbe nulla. Chi mi glorifica è il Padre mio, del quale voi dite: ‘“È nostro Dio!”, e non lo conoscete. Io invece lo conosco. Se dicessi che non lo conosco, sarei come voi: un mentitore. Ma io lo conosco e osservo la sua parola. Abramo, vostro padre, esultò nella speranza di vedere il mio giorno; lo vide e fu pieno di gioia». Allora i Giudei gli dissero: «Non hai ancora cinquant’anni e hai visto Abramo?». Rispose loro Gesù: «In verità, in verità io vi dico: prima che Abramo fosse, Io Sono». Allora raccolsero delle pietre per gettarle contro di lui; ma Gesù si nascose e uscì dal tempio.

La disputa tra Gesù e i Giudei non ha sbocchi positivi. Gesù afferma di essere Dio, prima che Abramo fosse, Io Sono, e i Giudei lo vogliono lapidare come bestemmiatore. Gesù si nasconde ed esce dal Tempio perché la sua ora non è ancora giunta, quando scoccherà sul quadrante della salvezza si consegnerà spontaneamente ai suoi carnefici per la salvezza del mondo.

Un’alleanza e una parola di vita -  Basilio Caballero (La Parola per Ogni Giorno): La prima lettura ricorda l’alleanza di Dio con il nomade solitario Abramo, secondo la versione sacerdotale che è la più tardiva (VI secolo a.C.) delle quattro tradizioni bibliche che confluirono nella redazione dei cinque libri del Pentateuco. Quando nell’esilio babilonese (VI secolo a.C.) la nazione giudaica e l’alleanza sembravano cancellate, i circoli sacerdotali riaffermano l’alleanza eterna di Dio con il suo popolo e con tutta l’umanità nella persona di Abramo, che per essere padre di una moltitudine di popoli dovette credere alla parola di Dio contro ogni speranza.
La figura di Abramo, vista in riferimento a Cristo, ha un ruolo importante nel vangelo di oggi, come in quello di ieri. Gesù, nel quale Dio realizza la nuova e definitiva alleanza con l’umanità, afferma: «Se uno osserva la mia parola, non vedrà mai la morte». La reazione dei suoi ascoltatori continua a essere negativa perché manca loro la fede e perché capiscono questo «non morire» in senso fisico. Perciò accusano Gesù di essere indemoniato e gli ricordano che Abramo stesso mori, e anche i profeti. «Sei tu più grande del nostro padre Abramo, che è morto? Anche i profeti sono morti; chi pretendi di essere?
Gesù, che si confessa ancora una volta Figlio di Dio Padre, finisce il suo discorso affermando nettamente la sua superiorità su Abramo, perché «“prima che Abramo fosse, Io Sono”. Allora raccolsero pietre per scagliarle contro di lui; ma Gesù si nascose e uscì dal tempio». Così termina il capitolo 8 di san Giovanni, nel quale l’evangelista passa in rassegna i discorsi di autodifesa e i richiami di Gesù ai suoi oppositori, come abbiamo visto in questi ultimi giorni. L’ora della morte di Cristo non dipende da chi lo odia, ma è assoggettata alla volontà di Gesù stesso e alla sua libera accettazione del progetto del Padre, che vuole salvare l’uomo peccatore.

Abramo, vostro padre, esultò nella speranza di vedere il mio giorno; lo vide e fu pieno di gioia - Mario Galizzi (Vangelo secondo Giovanni): Con queste parole Gesù si presentò come il «sì›› di Dio alle sue promesse: egli è il preannunciato Messia. Ma la situazione è troppo tesa per essere capito e accolto. Le sue parole continuano a suonare come un assurdo: «Non hai ancora cinquant ‘anni e hai visto Abramo ?» (8,57). La domanda esige una risposta, e Gesù la dà: «In verità, in verità vi dico: prima che Abramo fosse, IO SONO» (8,58). Presero le pietre per lapidarlo (8,59). Questa reazione omicida, simile a quelle narrate in 5,18 e 7,30, dice che essi capirono le parole di Gesù non solo come espressione di messianicità, ma come espressione di un’autorità che lo rendeva troppo simile a Dio. I motivi c’erano, e la tradizione cristiana che, nella calma e sotto la guida dello Spirito, riflette e confronta le parole di Gesù con le Scrit-
ture, non può non sentire nell’IO SONO, un eco di Es 3,14: «Io sono colui che sono». Così si rivelò Dio a Mosè, aggiungendo: «Così dirai agli Israeliti: Io sono mi manda a voi››.
Gesù venne dopo Giovarmi, il Battista, ma era prima di Giovanni (1,l5.30). Ora possiamo dire: Venne dopo Abramo, ma era prima di Abramo; e con la tradizione ebraica aggiungere: Prima che esistesse il sole, apparve il suo nome. Gesù, il Messia, fu sempre il Determinante della storia umana, perché «Egli era in principio presso Dio. Egli era Dio» (1,l-2).
Il racconto di Giovanni finisce con una noticina che, dopo la grande rivelazione, ci riporta nel concreto scontro con i dirigenti giudei: presero le pietre per lapidarlo. Ma Gesù riuscì a nascondersi e a uscire dal tempio (8,59). Qui Gesù appare veramente uomo. Non è colui che va impavido verso la morte, che fa l’eroe. Anche lui, come abbiamo già osservato, cerca un riparo, si nasconde, fugge. Non ha forse detto ai suoi discepoli: «Quando vi perseguiteranno in una città, fuggite in un’altra››? Anche lui si è comportato così.

Richard Gutzwiller (Meditazioni su Giovanni): Essendo Figlio di Dio, Cristo è più grande di Abramo: «Abramo esultò di gioia al pensiero che avrebbe veduto il mio giorno, lo vide e ne tripudiò». L’alterco termina con una inaudita frase di Gesù: «Prima che Abramo fosse, io sono». Egli è dunque fuori del tempo, perciò era prima di Abramo, anzi non solo era, ma è di continuo: è semplicemente Colui che è.
I Giudei capiscono molto bene quel che Gesù intende dire e cioè che egli è al di sopra dell’essere puro e semplice dei mortali e s’attribuisce un’esistenza divina. Perciò afferrano le pietre per lapidarlo.
Così termina il colloquio che, dalla discussione sulla verità e sulla libertà, si è innalzato sino alla questione dei
figli di Abramo, giungendo da un lato alla filiazione divina e dall’altro alla discendenza diabolica, e quindi, alla vita eterna da una parte ed alla passione omicida dall’altra.
I capi dei Giudei sono schiavi del peccato, perciò non hanno né la verità né la libertà: non sono figli di Abramo, ma del demonio. Di conseguenza non hanno la fede, ma sono pieni di menzogna, di odio e di furia omicida. Gesù invece è il Figlio di Dio e quindi possiede la verità e la libertà; è più grande di Abramo e dona la vita
eterna, perché Figlio del Dio vivente ed eterno.
La progressiva autorivelazione di Gesù provoca dunque un rifiuto sempre più deciso ed aperto, che giunge sino ad un tentativo di lapidazione. Il passo evangelico termina con queste parole: «Gesù si nascose ed uscì dal tempio». Cosi la festa si chiude con una stridente dissonanza: la luce ha brillato tra le tenebre, ma le tenebre non l’hanno accolta; l’acqua è sgorgata dalla fonte viva del cuore del Signore, ma gli uomini non sono venuti ad attingerla. Gesù voleva portar loro la vita, ma essi vogliono la sua morte. Avrebbero potuto salutarlo giubilando, come la realtà attuata di ciò ch’era solo in tipo nella festa dei Tabernacoli, invece gli tirano dietro sassate, tanto che è costretto a nascondersi e ad uscire dal tempio.
Eppure la manifestazione del Signore non è ancora finita.

Gesù Cristo è il principio e la fine: Paolo VI (Omelia, 29 novembre 1970): Io devo confessare il suo nome: Gesù è il Cristo, Figlio di Dio vivo (Matth. 16,16); Egli è il rivelatore di Dio invisibile, è il primogenito d’ogni creatura, è il fondamento d’ogni cosa; Egli è il Maestro dell’umanità, è il Redentore; Egli è nato, è morto, è risorto per noi; Egli è il centro della storia e del mondo; Egli è Colui che ci conosce e che ci ama; Egli è il compagno e l’amico della nostra vita; Egli è l’uomo del dolore e della speranza; è Colui che deve venire e che deve un giorno essere il nostro giudice e, noi speriamo, la pienezza eterna della nostra esistenza, la nostra felicità . Io non finirei più di parlare di Lui: Egli è la luce, è la verità, anzi: Egli è «la via, la verità e la vita» (Io. 14,6); Egli è il Pane, la fonte d’acqua viva per la nostra fame e per la nostra sete; Egli è il Pastore, la nostra guida, il nostro esempio, il nostro conforto, il nostro fratello. Come noi, e più di noi, Egli è stato piccolo, povero, umiliato, lavoratore, disgraziato e paziente. Per noi, Egli ha parlato, ha compiuto miracoli, ha fondato un regno nuovo, dove i poveri sono beati, dove la pace è principio di convivenza, dove i puri di cuore ed i piangenti sono esaltati e consolati, dove quelli che aspirano alla giustizia sono rivendicati, dove i peccatori possono essere perdonati, dove tutti sono fratelli. Gesù Cristo: voi ne avete sentito parlare; anzi voi, la maggior parte certamente, siete già suoi, siete cristiani. Ebbene, a voi cristiani io ripeto il suo nome, a tutti io lo annuncio: Gesù Cristo è il principio e la fine; l’alfa e l’omega; Egli è il Re del nuovo mondo; Egli è il segreto della storia; Egli è la chiave dei nostri destini; Egli è il mediatore, il ponte, fra la terra e il cielo; Egli è per antonomasia il Figlio dell’uomo, perché Egli è il Figlio di Dio, eterno, infinito; è il Figlio di Maria, la benedetta fra tutte le donne, sua madre nella carne, e madre nostra nella partecipazione allo Spirito del Corpo mistico. Gesù Cristo! Ricordate: questo è il nostro perenne annuncio, è la voce che noi facciamo risuonare per tutta la terra (cfr. Rom. 10,18), e per tutta la fila dei secoli (Rom. 9,5). Ricordate e meditate: il Papa è venuto qua fra voi, e ha gridato: Gesù Cristo! 

Siamo arrivati al termine. Possiamo mettere in evidenza:
*** «In verità, in verità io vi dico: prima che Abramo fosse, Io Sono». (Vangelo)
Nel silenzio, nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.

Padre misericordioso, il pane eucaristico,
che ci fa tuoi commensali in questo mondo,
ci ottenga la perfetta comunione con te nella vita eterna.
Per Cristo nostro Signore.