5 Febbraio 2020

Mercoledì IV Settimana T. O.

2Sam 24,2.9-17; Sal 31 (32); Mc 6,1-6

Sant’Agata, Vergine e Martire

Sant’Agata, Vergine e Martire: Nacque nei primi decenni del III secolo a Catania in una ricca e nobile famiglia di fede cristiana. Verso i 15 anni volle consacrarsi a Dio. Il vescovo di Catania accolse la sua richiesta e le impose il velo rosso portato dalle vergini consacrate. Il proconsole di Catania Quinziano, ebbe l’occasione di vederla, se ne invaghì, e in forza dell’editto di persecuzione dell’imperatore Decio, l’accusò di vilipendio della religione di Stato, quindi ordinò che la portassero al Palazzo pretorio. I tentativi di seduzione da parte del proconsole non ebbero alcun risultato. Furioso, l’uomo imbastì un processo contro di lei. Interrogata e torturata Agata resisteva nella sua fede: Quinziano al colmo del furore le fece anche strappare o tagliare i seni con enormi tenaglie. Ma la giovane, dopo una visione, fu guarita. Fu ordinato allora che venisse bruciata, ma un forte terremoto evitò l’esecuzione. Il proconsole fece togliere Agata dalla brace e la fece riportare agonizzante in cella, dove morì qualche ora dopo. Era il 251. (Avvenire)

Colletta: Donaci, Signore, la tua misericordia, per intercessione di sant’Agata, che risplende nella Chiesa per la gloria della verginità e del martirio. Per il nostro Signore Gesù Cristo ... 

Gesù venne nella sua patria, Marco si riferisce a  Nazaret, una località che non è menzionata né nell’Antico Testamento, né in Giuseppe Flavio, né nel Talmud. È nominata per la prima volta nel Nuovo Testamento come patria di Gesù e dei suoi parenti (Cf. Mt 2,23; Mc 1,9; 6,3; Lc 2,51).
Il racconto della visita di Gesù a Nazaret lo si trova anche in Matteo e in Luca. Quest’ultimo, a differenza dei primi due, ha elaborato un racconto eccessivamente sovraccarico.
Gesù ama insegnare nella sinagoga il luogo privilegiato per l’annuncio e l’ascolto della Parola di Dio. Il sabato era il giorno dedicato alla preghiera e all’istruzione religiosa. Non sappiamo cosa Gesù insegnò, è soltanto sottolineato che “molti, ascoltando, rimanevano stupiti”. Ma la reazione è molto diversa, l’autorevolezza dell’insegnamento suscita delle domande alle quali gli uditori non riescono a dare una risposta. Gesù è “uno di loro”, l’hanno visto crescere, lavorare nella bottega del “padre”, conoscono la madre, i parenti, e poi non l’hanno visto frequentare la scuola dei rabbini, quindi: “Da dove gli vengono queste cose? E che sapienza è quella che gli è stata data? E i prodigi come quelli compiuti dalle sue mani?”. Certamente non era facile andare al di là del “velo della carne”, ma avrebbero almeno potuto “applaudire”, essere contenti che un loro compaesano si elevava al di sopra di tutti per dottrina e sapienza, e invece lì ad arzigogolare forse alla ricerca di un “mistero” che non riuscivano a svelare. L’incredulità prende il posto della fede, e così “lì non poteva compiere nessun prodigio, ma solo impose le mani a pochi malati e li guarì”. L’incredulità era tanta forte da suscitare la meraviglia di Gesù.   

Dal Vangelo secondo Marco 6,1-6: In quel tempo, Gesù venne nella sua patria e i suoi discepoli lo seguirono. Giunto il sabato, si mise a insegnare nella sinagoga. E molti, ascoltando, rimanevano stupiti e dicevano: «Da dove gli vengono queste cose? E che sapienza è quella che gli è stata data? E i prodigi come quelli compiuti dalle sue mani? Non è costui il falegname, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle, non stanno qui da noi?». Ed era per loro motivo di scandalo. Ma Gesù disse loro: «Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua». E lì non poteva compiere nessun prodigio, ma solo impose le mani a pochi malati e li guarì. E si meravigliava della loro incredulità. Gesù percorreva i villaggi d’intorno, insegnando. 

Adalberto Sisti (Marco): Non è egli il falegname: nonostante che ORIGENE, Contro Celsum, 6, 36 (PG 11, 1351-1352) affermi che «in nessun luogo degli evangeli ricevuti nelle chiese Cristo è presentato come falegname», la lezione del testo critico è sicura. Si noti, tuttavia, che il termine scelto dall’evangelista (TÉXTCOV) è molto generico come il corrispondente latino faber, potendo indicare tanto (e principalmente) un falegname, quanto un fabbro o anche un muratore. Anche la tradizione su questo punto non è concorde. Ma ciononostante il significato di «falegname» resta sempre il più probabile. - il figlio di Maria: considerata la mentalità ebraica, secondo la quale si usava indicare una persona sempre con il nome del padre, l’espressione di per se stessa appare strana. Gli studiosi si sono sforzati di trovarne la ragione, chi nel fatto che all’epoca dell’episodio Giuseppe doveva essere morto e chi supponendo che l’evangelista abbia voluto mettere in risalto la concezione verginale di Gesù (non narrata da Marco, ma da Mt 1,18-25 e Lc 1,26-38). Ambedue le spiegazioni sono possibili, sebbene la prima abbia contro di sé l’uso ebraico di continuare a chiamare una persona con il nome del padre, anche dopo la morte di costui. Comunque va tenuto presente che qui sono i Nazaretani a parlare e che, quindi, le loro parole potrebbero avere un valore dispregiativo. - fratello di Giacomo: dei quattro nomi, presenti anche in Mt 13,55, solo il primo è noto altrove, essendo ricordato come «fratello del Signore» in Gal 1,19; poiché in questo testo è presentato anche come apostolo, in genere viene identificato con il Giacomo di Alfeo delle liste degli apostoli (Mc 3,18; Mt 10,3), che poi divenne vescovo di Gerusalemme (At 12,17; I5,13; 21,18; 1Cor 15,7). Morì lapidato nel 62 d.C. (cf G. FLAVIO, Antiquitates Judaicae, 20, 9, 1). [...] - si scandalizzavano di lui: il termine ha un significato prettamente teologico (cf 4,17). Vuol dire che, nonostante quanto di straordinario vedono in Gesù, gli abitanti di Nazaret non sono capaci di credere in lui come inviato di Dio, appunto perché guardano alle sue umili origini e condizioni di famiglia e non possono ammettere che Dio gli abbia conferito tanta autorità e dignità.

Non è costui il falegname, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle, non stanno qui da noi? - Si deve rilevare il fatto che gli evangelisti parlano solo e sempre di fratelli di Gesù, mai di figli di Maria. Solo Gesù è detto di figlio di Maria e Maria è detta solo e sempre madre di Gesù. I “fratelli di Gesù” che Marco ricorda sono: Giacomo, Ioses (Giuseppe), Giuda (non l’Iscariota) e Simone. Di chi erano figli? Chi era la loro madre? Nei Vangeli troviamo una risposta. Per esempio in Mt 27,55-56 vien detto che ai piedi della croce c’erano Maria di Magdala, Maria madre di Giacomo e di Giuseppe e la madre dei figli di Zebedeo. Le stesse informazioni le abbiamo in Mc 15,40-41 (cf. Mc 16,1).
È bene da intendere che la parola «fratello» in ebraico, come in molte altre lingue, si applica per estensione ai membri di una stessa famiglia (Gen 13,8; Lev 10,4; cfr. Mc 6,3), di una stessa tribù (2Sam 19,13), di uno stesso popolo (Dt 25,3; Giud 1,3), in opposizione agli stranieri (Dt 1,16; 15,2s); designa infine i popoli discendenti da uno stesso antenato, come Edom ed Israele (Deut 2,4; Am 1,11). 
Possiamo ricordare Gen 13,8: Abramo chiama Lot “suo fratello”, in realtà Lot era nipote di Abramo perché figlio di suo fratello Haran (Gen 11,27).
1Cr 23,21-23: Figli di Merarì: Maclì e Musì. Figli di Maclì: Eleàzaro e Kis. Eleàzaro morì senza figli, avendo soltanto figlie; le sposarono i figli di Kis, loro fratelli. 
È fuor di dubbio che i figli di Kis, che sposarono le figlie di Eleazaro, erano in realtà loro cugini, eppure sono chiamati loro fratelli.
Come ci suggerisce il Catechismo della Chiesa Cattolica: «L’approfondimento della fede nella maternità verginale ha condotto la Chiesa a confessare la verginità reale e perpetua di Maria  anche nel parto del Figlio di Dio fatto uomo. Infatti la nascita di Cristo “non ha diminuito la sua verginale integrità, ma l’ha consacrata”. La Liturgia della Chiesa celebra Maria come la “Aeiparthenos”, “sempre Vergine”.


A ciò si obietta talvolta che la Scrittura parla di fratelli e di sorelle di Gesù. La Chiesa ha sempre ritenuto che tali passi non indichino altri figli della Vergine Maria: infatti Giacomo e Giuseppe, “fratelli di Gesù” (Mt 13,55) sono i figli di una Maria discepola di Cristo, la quale è designata in modo significativo come “l’altra Maria” (Mt 28,1). Si tratta di parenti prossimi di Gesù, secondo un’espressione non inusitata nell’Antico Testamento» (nn. 499-500).


Chi ama i cavilli, al dire di Paolo, “è accecato dall’orgoglio, non comprende nulla ed è un maniaco di questioni oziose e discussioni inutili” (1Tm 6,4).

Incredulità di fronte a Gesù - Fausto Longo: L’incredulità si manifesta come mancanza di fiducia nella potenza salvifica di Dio presente in Gesù; ciò costituisce, anzi, un segno di questa «generazione incredula» (Mc 9,19) e risulta ancor più chiaro in Lc 11,29 ove la folla chiede un segno. L’incredulità così intesa impedisce che Gesù compia «molti miracoli» (Mt 13,57). Dall’incredulità però c’è anche chi vuol uscire e a questo scopo supplica Gesù di essere aiutato nel cammino verso il traguardo di una fede fiduciale a tutta prova: «Credo, aiutami nella mia incredulità», prega il padre di un figlio indemoniato (Mc 9,24).
Matteo parla di «poca fede» (8,26; 14,31; 16,8), Luca parla di «dubbio» (24,38; cf. Mt 28,17); nella finale di Marco viene rimproverata la incredulità dei discepoli (16,11.13.14; cf. anche Gv 20,27). Queste sono tutte evidenti esortazioni rivolte alle prime comunità cristiane.
Viene spesso opposta, specialmente in Matteo, la fede dei pagani all’incredulità dei giudei. Proprio per reagire a questa incredulità, Gesù instaura la politica del mistero per i suoi miracoli, per i quali non cerca i facili colpi di scena che ingannerebbero le folle a proposito della sua missione; mistero per il suo insegnamento, cioè una voluta oscurità che avvolge le parabole; mistero per i suoi titoli messianici, per cui egli preferisce appellativi vaghi come Figlio dell’uomo; mistero o segreto imposto ai demoni che conoscono il messianesimo di Cristo e ricevono l’ordine del silenzio per non provocare i giudei.
Poiché il credente è uno che vede Dio (cf. Eb 3,1; 11,13.27; 12,2; cf. Gv 1,51), l’incredulità è spesso presentata come una cecità (Mt 15,14; 23,16-26) dovuta all’indurimento del cuore (Mc 3,5) o alla malizia (Ef 4,18; cf. Sap 2,21; Sal 36,4). Sono le diposizioni morali che purificano l’occhio e gli permettono di discernere la luce divina. Nell’opera di Gesù i giudei furono posti di fronte a un doppio scandalo, che provocò in essi l’incredulità: la sua morte di croce e il suo aspetto di «servo». La morte di croce, ossia l’infamia d’un messia che fallisce clamorosamente la sua opera, viene ricordata in modo drastico anche da Paolo (1Cor 1,23).
Di fronte a questo scandalo, l’incredulità raggiunge il colmo. All’annuncio della sorte di Gesù, Pietro cessa di seguire il maestro per diventare uno scandalo dinanzi a Gesù (Mt 16,23); e quando giunge l’ora, lo rinnega, scandalizzato, come Gesù aveva annunciato. La testimonianza del discepolo verte sulla risurrezione di Cristo: cosa appena credibile (At 26,8), e che gli stessi discepoli non arrivano ad accettare pienamente, tanto l’incredulità è radicata profondamente nel cuore dell’uomo.
Anche prima, durante la vita di Gesù, provoca incredulità il suo aspetto di «servo», cioè il fatto che egli lascia i sedicenti giusti, gli osservanti della legge, i soddisfatti di sé e va in cerca dei disprezzati, dei reietti (Lc 15,lss). Le parabole che hanno per oggetto il messaggio della salvezza nel senso più stretto del termine furono rivolte tutte agli avversari di Gesù, in difesa dei peccatori. Fu così che questi, indisposti e indispettiti, si allontanarono da lui e si chiusero nella loro incredulità.

Siamo arrivati al termine. Possiamo mettere in evidenza:
*** Gesù si meravigliava della loro incredulità. (Vangelo)
Nel silenzio, nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.

Signore, che hai glorificato santa Agata
con la corona della verginità e del martirio,
per la comunione a questo sacro convito
donaci energia nuova,
perché superiamo la forza del male
e raggiungiamo la gloria del cielo.
Per Cristo nostro Signore.




4 Febbraio 2020

Martedì IV Settimana T. O.

2Sam 18,9-10.14b.21a.24-25a.30-32; 19,1-3; Sal 85; Mc 5,21-43

Colletta: Dio grande e misericordioso, concedi a noi tuoi fedeli di adorarti con tutta l’anima e di amare i nostri fratelli nella carità del Cristo. Egli è Dio, e vive e regna con te...

Due miracoli che mettono in evidenza la potenza taumaturgica di Gesù, ma soprattutto la sua misericordia tesa a lenire ogni tipo di sofferenza.
La donna affetta di emorragia guarisce per la sua fede. Gesù, «con la sua strana domanda: “Chi mi ha toccato”, enfatizza il fatto, mettendo pure in imbarazzo la donna, ma lo fa per esaltare pubblicamente la sua fede e indicarla come requisito necessario per la guarigione» (Bruno Barisan).
Giàiro, mentre parlava con Gesù, è raggiunto da una ferale notizia: «Tua figlia è morta. Perché disturbi ancora il Maestro?». Si era spenta ogni speranza, ma Gesù, come se non avesse inteso nulla, esorta Giàiro a desistere dal suo timore e a continuare ad avere fede in lui. Poi, con Pietro, Giacomo e Giovanni, che saranno le «colonne della Chiesa» (Gal 2,9), si avvia verso la casa di Giàiro.
La scelta dei tre discepoli non è lasciata al caso: più avanti sempre Pietro, Giacomo e Giovanni, e soltanto loro, saranno chiamati ad essere gli unici testimoni privilegiati della trasfigurazione (Mc 9,2) e della preghiera nel giardino del Getsemani (Mc 14,33). Gesù, così come dettava la legge mosaica (Dt 19,15), vuole dei testimoni qualificati che in seguito avessero potuto testimoniare la realtà del miracolo che stava per operare.
Anche la morte è vinta, la bambina risuscitata diventa speranza per l’umanità intera, speranza che diventerà “verità-certezza” quando il Figlio di Dio su una Croce donerà la sua vita per la salvezza del mondo.

Dal Vangelo secondo Marco 5,21-43: In quel tempo, essendo Gesù passato di nuovo in barca all’altra riva, gli si radunò attorno molta folla ed egli stava lungo il mare. E venne uno dei capi della sinagoga, di nome Giàiro, il quale, come lo vide, gli si gettò ai piedi e lo supplicò con insistenza: «La mia figlioletta sta morendo: vieni a imporle le mani, perché sia salvata e viva». Andò con lui. Molta folla lo seguiva e gli si stringeva intorno. Ora una donna, che aveva perdite di sangue da dodici anni e aveva molto sofferto per opera di molti medici, spendendo tutti i suoi averi senza alcun vantaggio, anzi piuttosto peggiorando, udito parlare di Gesù, venne tra la folla e da dietro toccò il suo mantello. Diceva infatti: «Se riuscirò anche solo a toccare le sue vesti, sarò salvata». E subito le si fermò il flusso di sangue e sentì nel suo corpo che era guarita dal male. E subito Gesù, essendosi reso conto della forza che era uscita da lui, si voltò alla folla dicendo: «Chi ha toccato le mie vesti?». I suoi discepoli gli dissero: «Tu vedi la folla che si stringe intorno a te e dici: “Chi mi ha toccato?”». Egli guardava attorno, per vedere colei che aveva fatto questo. E la donna, impaurita e tremante, sapendo ciò che le era accaduto, venne, gli si gettò davanti e gli disse tutta la verità. Ed egli le disse: «Figlia, la tua fede ti ha salvata. Va’ in pace e sii guarita dal tuo male». Stava ancora parlando, quando dalla casa del capo della sinagoga vennero a dire: «Tua figlia è morta. Perché disturbi ancora il Maestro?». Ma Gesù, udito quanto dicevano, disse al capo della sinagoga: «Non temere, soltanto abbi fede!». E non permise a nessuno di seguirlo, fuorché a Pietro, Giacomo e Giovanni, fratello di Giacomo. Giunsero alla casa del capo della sinagoga ed egli vide trambusto e gente che piangeva e urlava forte. Entrato, disse loro: «Perché vi agitate e piangete? La bambina non è morta, ma dorme». E lo deridevano. Ma egli, cacciati tutti fuori, prese con sé il padre e la madre della bambina e quelli che erano con lui ed entrò dove era la bambina. Prese la mano della bambina e le disse: «Talità kum», che significa: «Fanciulla, io ti dico: àlzati!». E subito la fanciulla si alzò e camminava; aveva infatti dodici anni. Essi furono presi da grande stupore. E raccomandò loro con insistenza che nessuno venisse a saperlo e disse di darle da mangiare.

In quel tempo, essendo Gesù passato di nuovo in barca all’altra riva - José Maria González-Ruis (Vangelo secondo Marco): Due gesti decisivi di Gesù di fronte alla morte si intrecciano in questo racconto. La donna che soffriva d’una perdita di sangue era il simbolo della frustrazione vitale. Per un’ebrea, la sterilità o il semplice fatto di non avere discendenza equivaleva a una morte prematura. «Dammi dei figli, se no io muoio» (Gn 30,1), invocava Rachele. Effettivamente i figli prolungano la vita, e chi moriva senza figli era una specie di morto totale. Questa era la «vergogna» della povera donna che aveva speso tutto quello che aveva per poter vivere. Quanto alla figlia del capo della sinagoga, quando Gesù giunse alla sua casa, era realmente morta.
Il fatto che i due avvenimenti si intreccino offre una chiave interpretativa. Noi abbiamo una mentalità razionalista, con la quale cerchiamo di verificare se la guarigione della donna fu dovuta realmente a un fatto miracoloso, oppure a una specie di suggestione psichica prodotta dall’entusiasmo che essa sentiva per Gesù. Nel caso della fanciulla «risuscitata», si sono sprecati fiumi d’inchiostro a proposito delle diverse ipotesi razionaliste, la prima delle quali si riferisce alla possibilità d’una «morte apparente». Penso però che perderemmo il tempo se impostassimo il problema in questi termini.
Il secondo evangelista era tutto fuorché un razionalista. Per lui, come per molti fra i suoi contemporanei, il fatto che uno risuscitasse non era cosa molto miracolosa: anche fra i greci, vi erano casi di «risurrezione» con tanto di certificato ufficiale e tutto il resto. Marco intende far vedere che Gesù era il vero Messia, perché la sua parola dava la vita, quale che fosse la spiegazione del fatto concreto) di ricuperare la vita.
Un altro elemento domina il racconto: Gesù che è presentato da Marco con gli stessi tratti di Dio, non è mai presentato con i tratti del superuomo. L’uomo Gesù rivolge domande come tutti gli altri: «Chi mi ha toccato?»; non avvolge la grandezza del suo potere benefico nel mistero d’una magia accecante; tenta di limitare l’importanza del suo potere di guarigione («la bambina non è morta, ma dorme»), e infine si preoccupa d’un particolare della vita quotidiana: «ordinò di darle da mangiare». Egli non veniva a risolvere i piccoli problemi della vita per fare del credente un fannullone. La bambina risuscitata doveva mangiare come tutti gli altri; altrimenti, si sarebbe esposta a una nuova malattia.
Gesù voleva far sapere che la morte non era un limite assoluto: vi era un’altra spiaggia che poteva essere raggiunta unicamente con la fede. È inutile tutto il razionalismo teologico, che spende tante chiacchiere per sognare e giustificare la sua risurrezione corporale e quella di coloro che credono in essa.
Il vero credente attende fermamente di superare la morte, ma lascia a Dio il «come» e il «quando».
In definitiva, il razionalismo non è altro che l’ortopedia d’una fede debole e instabile; e quando il razionalismo si trasforma in apologetica vuol dire che quella comunità è gravissimamente inferma nel suo stato di fede.

Perché vi agitate e piangete? La bambina non è morta, ma dorme. Le parole di Gesù non devono far credere che si tratta di morte apparente, la fanciulla è veramente morta. Gesù non è ancora entrato nella camera dove era stato composto il cadavere della fanciulla, ma per il fatto che aveva già deciso di restituire alla vita la figlia di Giàiro, il presente stato della fanciulla è soltanto temporaneo e paragonabile ad un sonno.
Riecheggiano le parole che Gesù dirà quando gli portano la notizia della morte di Lazzaro: «Lazzaro, il nostro amico, s’è addormentato; ma io vado a svegliarlo» (Gv 11,11). Questo linguaggio eufemistico è stato adottato dalla Chiesa che lo ha esteso a tutti coloro che «si addormentano nel Signore» (At 7,60; 13,36; 1Cor 7,39; 11,30), in attesa della risurrezione finale (1Ts 4,13-16; 1Cor 15,20-21.51-52).
Per i brontoloni le parole di Gesù sembrano essere fuori posto: come se Egli avesse voluto irridere il dolore dei genitori, dei parenti e degli amici convenuti in quel luogo di dolore.
La reazione però segnala anche un’ottusa ostilità nei confronti di Gesù e sopra tutto mette in evidenza la mancanza di fede nella sua potenza. È la sorte di tutti i profeti (Lc 4,24). Tanta cecità, pur addolorandolo intimamente, non lo ferma, per cui dopo aver messo alla porta gli increduli piagnoni, prende con sé il padre e la madre della fanciulla e quelli che erano con lui, ed entra dove era la bambina.
Gesù presa la mano della fanciulla, il gesto abituale delle guarigioni (Mc 1,13.41; 9,27), pronuncia le parole ‘Talità kum’. Sono parole aramaiche, la lingua che parlava Gesù, e Marco si affretta a dare la traduzione forse per evitare che venissero scambiate per qualche formula magica. La guarigione è immediata e istantanea.
La risurrezione della fanciulla è collocata all’apice di una sequenza di miracoli dall’impatto dirompente: la tempesta sedata (Mc 4,35-41), la liberazione dell’indemoniato geraseno (Mc 5,1-20). La vittoria di Gesù sugli elementi della natura impazziti (Sal 88,10), poi sul potere del maligno, e qui infine sulla morte stessa, mettono in luce la potenza del Figlio di Dio. La raccomandazione di dare da mangiare alla fanciulla svela la tenerezza di Gesù verso gli ammalati e i sofferenti. Allo stupore segue il perentorio ordine da parte di Gesù di non divulgare il miracolo. Il comando, che è in linea con tutti i testi relativi al segreto messianico (Mc 1,25.33-44; 3,12; ecc.), vuole rinviare alla Croce e alla Risurrezione perché soltanto questi eventi possono rivelare la vera identità del Cristo e i doni che Egli è venuto a portare agli uomini (Ef 4,7).
Oggi, Gesù, pur sedendo alla destra del Padre (Rom 8,34; Ef 1,20), continua ad essere presente nella sua Chiesa: per questa Presenza, i credenti fruiscono della potenza salvifica del Cristo celata misteriosamente nei sacramenti fino a che arrivino «all’unità della fede e della conoscenza del Figlio di Dio, fino all’uomo perfetto, fino a raggiungere la misura della pienezza di Cristo» (Ef 4,13).

Morire ogni giorno - P. Grelot: La nostra unione alla morte di Cristo, realizzata sacramentalmente nel battesimo, deve essere ancora attualizzata nella nostra vita di tutti i giorni. Questo è il senso dell’ascesi, mediante la quale «mortifichiamo», cioè: «facciamo morire» in noi le opere del corpo (Rom 8,13), le nostre membra terrene con le loro passioni (Col 3,5). Questo è pure il senso di tutto ciò che manifesta in noi la potenza della morte naturale; infatti la morte ha mutato senso dopo che Cristo ne ha fatto uno strumento di salvezza. Se l’apostolo di Cristo, nella sua debolezza, appare agli uomini come un morente (2Cor 6,9), se è continuamente in pericolo di morte (Fil 1,20; 2Cor 1,9s; 11,23), se «muore ogni giorno» (1Cor 15,31), ciò non costituisce più un segno di sconfitta: egli porta in sé la mortalità di Cristo, affinché la vita di Gesù si manifesti pure nel suo corpo; è consegnato alla morte a motivo di Gesù, perché la vita di Gesù sia manifestata nella sua carne mortale; quando la morte compie la sua opera in lui, la vita opera nei fedeli (2 Cor 4,10ss). Questa morte quotidiana attualizza quindi quella di Gesù e ne prolunga la fecondità nel suo corpo che è la Chiesa.
Dinanzi alla morte corporale. - Nella stessa prospettiva la morte corporale assume per il cristiano un nuovo senso. Non è più soltanto un destino inevitabile al quale ci si rassegna, un decreto divino che si accetta, una condanna in cui si incorre per effetto del peccato. Il cristiano «muore per il Signore» come aveva vissuto per lui (Rom 14,7s; cfr. Fil 1,20). E se muore martire di Cristo, versando il suo sangue in testimonianza, la sua morte è una libagione che ha valore di sacrificio agli occhi di Dio (Fil 2,17; 1Tim 4 6). Questa morte, mediante la quale egli «glorifica Dio» (Gv 21,19), gli merita la corona di vita (Apoc 2,10; 12,11). Da necessità angosciosa essa è quindi diventata oggetto di beatitudine: «Beati coloro che muoiono nel Signore! Si riposino ormai dalle loro fatiche!» (Apoc 14,13). La morte dei giusti è un ingresso nella pace (Sap 3,3), nel riposo eterno, nella luce senza fine. Requiem aeternam dona eis, Domine, et lux perpetua luceat eis! La speranza di immortalità e di risurrezione che si faceva strada nel VT ha trovato ora, nel mistero di Cristo, la sua salda base. Infatti, non soltanto l’unione alla sua morte ci fa vivere attualmente di una vita nuova, ma ci dà la sicurezza che «colui Che ha risuscitato Cristo Gesù di tra i morti, darà pure la vita ai nostri Corpi mortali» (Rom 8,11). Allora, con la risurrezione, entreremo in un mondo nuovo dove «non ci sarà più morte» (Apoc 21,4); o meglio, per gli eletti risorti con Cristo, non ci sarà «seconda morte» (Apoc 20,6; cfr. 2,11): questa sarà riservata ai reprobi, al demonio, alla morte, all’Ade (Apoc 21,8; cfr. 20,10.14). Perciò, per il cristiano, morire è in definitiva un guadagno, perché Cristo è la sua vita (Fil 1,21). La condizione presente, che lo lega al suo corpo mortale, è per lui opprimente: preferirebbe lasciarla per andare a dimorare presso il Signore (2Cor 5,8); ha fretta di indossare la veste di gloria dei risorti, affinché ciò che c’è in lui di mortale sia assorbito dalla vita (2Cor 5,1-4; cfr. 1Cor 15,51-53). Desidera andarsene per essere Con Cristo (Fil 1,23). 

Siamo arrivati al termine. Possiamo mettere in evidenza:
*** La morte dei giusti è un ingresso nella pace.
Nel silenzio, nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.

O Dio, che ci hai nutriti alla tua mensa,
fa’ che per la forza di questo sacramento,
sorgente inesauribile di salvezza,
la vera fede si estenda sino ai confini della terra.
Per Cristo nostro Signore.




3 Febbraio 2020

Lunedì IV Settimana T. O.

2Sam 15,13-14.30; 16,5-13a; Sal 3; Mc 5,1-20

Colletta: Dio grande e misericordioso, concedi a noi tuoi fedeli di adorarti con tutta l'anima e di amare i nostri fratelli nella carità del Cristo. Egli è Dio, e vive e regna con te...

Gesù è in territorio “pagano”, lo si evince anche dalla presenza della “mandria dei porci al pascolo”, animali considerati impuri dai Giudei.
L’uomo, di cui non si conosce l’età, è “posseduto da uno spirito impuro”, così “il giudaismo (cf. Zc 13,2) chiamava i demoni, estranei e anzi ostili alla purità religiosa e morale che esige il servizio di Dio; vedere anche Mc 3,11; 3,30; ecc.; Mt 10,1; 12,43, Lc 4,33; 4,36; ecc” (Bibbia di Gerusalemme).
La possessione diabolica è espressa chiaramente dalla forza sovrumana che investiva l’uomo, che è uno dei segni della possessione satanica: nessuno riusciva a tenerlo legato, neanche con catene, perché più volte era stato legato con ceppi e catene, ma aveva spezzato le catene e spaccato i ceppi. Il nome dello spirito impuro “Legione” sta ad  indicare che l’uomo è posseduto da “molti demoni”, dal numero dei porci affogati nel mare si può pensare che fossero in numero di duemila demòni.
I demòni chiedono di entrare nei porci probabilmente per il “gusto” di continuare a possedere una creatura di Dio. Gesù lo acconsente forse per dare una prova tangibile che “Legione” era uscito da quell’uomo.
“Il miracolo evidenzia, una volta ancora, la realtà del diavolo e la sua influenza nella vita degli uomini: il demonio può nuocere - se Dio lo consente - non solamente agli uomini, ma anche agli animali. Quando il Signore autorizza gli spiriti immondi a entrare nei porci, appare in piena luce tutta la loro malizia: reputano un gran dolore non poter fare del male agli uomini e, pertanto, pregano Gesù di poter almeno recare danno agli animali. Cristo concede il permesso per dimostrare che i demòni s'impadronirebbero degli uomini con la stessa violenza e con i medesimi effetti palesati allorché s'impossessarono dei porci, qualora Dio non li trattenesse” Bibbia di Navarra).
Che i porci affoghino in mare, per chi conosce la geografia, risulta incomprensibile, in quanto la città di Gerasa, l’attuale Jerash, è situata a più di 50 chilometri dal lago di Tiberiade, “il che rende impossibile l’episodio dei porci. Può darsi che Marco unifichi qui due episodi distinti. Nel primo Gesù avrebbe compiuto un esorcismo, nella regione di Gerasa [vv 1-8 e 18-20]; nel secondo [cf. Mt 8,28-34], Gesù manda i demoni nei porci che si buttano nel lago” (Bibbia di Gerusalemme). Ma al di là di queste note, è bene messo in evidenza lo scontro tra Gesù e l’Inferno che si fa di giorno in giorno sempre più violento, e che si concluderà con la sconfitta di satana, definiva e totale, con la morte di Gesù: “Voi sapete ciò che è accaduto in tutta la Giudea, cominciando dalla Galilea, dopo il battesimo predicato da Giovanni; cioè come Dio consacrò in Spirito Santo e potenza Gesù di Nàzaret, il quale passò beneficando e risanando tutti coloro che stavano sotto il potere del diavolo, perché Dio era con lui” (At 10,37-38). 

Dal Vangelo secondo Marco 5,1-20: In quel tempo, Gesù e i suoi discepoli giunsero all’altra riva del mare, nel paese dei Gerasèni. Sceso dalla barca, subito dai sepolcri gli venne incontro un uomo posseduto da uno spirito impuro. Costui aveva la sua dimora fra le tombe e nessuno riusciva a tenerlo legato, neanche con catene, perché più volte era stato legato con ceppi e catene, ma aveva spezzato le catene e spaccato i ceppi, e nessuno riusciva più a domarlo. Continuamente, notte e giorno, fra le tombe e sui monti, gridava e si percuoteva con pietre. Visto Gesù da lontano, accorse, gli si gettò ai piedi e, urlando a gran voce, disse: «Che vuoi da me, Gesù, Figlio del Dio altissimo? Ti scongiuro, in nome di Dio, non tormentarmi!». Gli diceva infatti: «Esci, spirito impuro, da quest’uomo!». E gli domandò: «Qual è il tuo nome?». «Il mio nome è Legione – gli rispose – perché siamo in molti». E lo scongiurava con insistenza perché non li cacciasse fuori dal paese. C’era là, sul monte, una numerosa mandria di porci al pascolo. E lo scongiurarono: «Mandaci da quei porci, perché entriamo in essi». Glielo permise. E gli spiriti impuri, dopo essere usciti, entrarono nei porci e la mandria si precipitò giù dalla rupe nel mare; erano circa duemila e affogarono nel mare. I loro mandriani allora fuggirono, portarono la notizia nella città e nelle campagne e la gente venne a vedere che cosa fosse accaduto. Giunsero da Gesù, videro l’indemoniato seduto, vestito e sano di mente, lui che era stato posseduto dalla Legione, ed ebbero paura. Quelli che avevano visto, spiegarono loro che cosa era accaduto all’indemoniato e il fatto dei porci. Ed essi si misero a pregarlo di andarsene dal loro territorio. Mentre risaliva nella barca, colui che era stato indemoniato lo supplicava di poter restare con lui. Non glielo permise, ma gli disse: «Va’ nella tua casa, dai tuoi, annuncia loro ciò che il Signore ti ha fatto e la misericordia che ha avuto per te». Egli se ne andò e si mise a proclamare per la Decàpoli quello che Gesù aveva fatto per lui e tutti erano meravigliati.  

In quel tempo, Gesù e i suoi discepoli giunsero all’altra riva del mare, nel paese dei Gerasèni - Jacques Hervieux (Vangelo di Marco): È interessante scoprire che cosa ha spinto Marco a narrare una così lunga e singolare storia. La sua prima preoccupazione è stata senza dubbio quella di mostrare la forza salvifica di Gesù che si estende al mondo pagano. La Chiesa di Roma che vive nel cuore stesso di questo mondo poteva rendersi conto che levangelizzazione del mondo pagano ha avuto la sua sorgente in Gesù stesso. Egli ha tracciato la via alla missione presso i pagani; i discepoli, e i cristiani dietro di loro, non devono temere tutto ciò che si oppone alla penetrazione del vangelo. Si incontrano naturalmente ostacoli temibili: ma Gesù non ha rifiutato di affrontare la tempesta (4,35-41) che raffigurava già la lotta contro le forze coalizzate del male e della morte; egli ha condotto i suoi amici sul terreno stesso di queste potenze ribelli. Con la guarigione e linvio in missione dell'indemoniato di Gerasa, ha ampiamente dimostrato la sua vittoria sul «paganesimo»: la salvezza di questi uomini che giacciono nelle tenebre del male e della morte. Evidentemente lepisodio, di cui alcuni particolari sono decisamente arcaici, è stato riletto alla luce del la passione e risurrezione di Gesù, il suo trionfo decisivo sul «mistero» del male.

Gesù, vincitore di Satana e dei demoni - J.-B. Brunon e P. Grelot: La vita e lazione di Gesù si collocano nella prospettiva di questo duello tra due mondi, la cui posta è in definitiva la salvezza dell‘uomo. Gesù affronta personalmente Satana e riporta su di lui la vittoria (Mt 4,11 par.; Gv 12,31). Affronta pure gli spiriti maligni che hanno potere sullumanità peccatrice, e li vince nel loro dominio.
Tale è il senso di numerosi episodi in cui sono di scena degli indemoniati: quello della sinagoga di Cafarnao (Mc 1,23-27 par.) e quello di Gadara (Mc 5,1-20 par.), la figlia della sirofenicia (Mc 7,25-30 par.) ed il ragazzo epilettico (Mc 9,14-29 par.), lindemoniato muto (Mt 12,22ss par.) e Maria di Magdala (Lc 8,2). Per lo più, possessione diabolica e malattia sono mescolate (cfr. Mt 17,15.18); quindi ora si dice che Gesù guarisce gli indemoniati (Lc 6,18; 7,21) ed ora che scaccia i demoni (Mc 1,34- 39). Senza porre in dubbio i casi nettissimi di possessione (Mc 1,23s; 5,61), bisogna tener conto dell‘opinione del tempo, che attribuiva direttamente al demonio fenomeni che oggi rientrano nella psichiatria (Mc 9,20ss). Bisogna soprattutto ricordare che ogni malattia è un segno della potenza di Satana sugli uomini (cfr. Lc 13,11).
Affrontando la malattia, Gesù affronta Satana; dando la guarigione, trionfa di Satana. I demoni si credevano insediati quaggiù-da-padroni; Gesù è venuto a perderli (Mc 1,24). Dinanzi allautorità che egli manifesta nei loro confronti, le folle sono stupefatte (Mt 12,23; Lc 4,35ss). I suoi nemici l‘accusano: «Egli scaccia i demoni in virtù di Beelzebul, principe dei demoni» (Mc 3,22 par.); «non sarebbe per caso anchegli posseduto dal demonio?» (Mc 3,30; Gv 7,20; 8,48s.52; 10,20s). Ma Gesù dà la vera spiegazione: egli scaccia i demoni in virtù dello Spirito dì Dio, e ciò prova ché il regno di Dio è giunto fino agli uomini (Mt 12,25-28 par.). Satana si credeva forte, ma è scacciato da uno più forte (Mt 12,29 par.).
Ormai gli esorcismi si faranno quindi nel nome di Gesù (Mt 7,22; Mc 9,38s). Mandando in missione i suoi discepoli, egli comunica loro il suo potere sui demoni (Mc 6, 7. 13 par.). Di fatto essi constatano che i demoni sono loro soggetti: prova evidente della caduta di Satana (Lc 10,17-20). Questo sarà, in tutti i secoli, uno dei segni che accompagneranno la predicazione del vangelo, unitamente ai miracoli (Mc 16,17).
2. Il combattimento della Chiesa. - Effettivamente le liberazioni degli indemoniati ricompaiono negli Atti degli Apostoli (8,7; 19,11-17). Tuttavia il duello degli inviati di Gesù con i demoni vi assume pure altre forme: la lotta contro la magia, le superstizioni di ogni specie (13,8ss; 19,18s) e la credenza negli spiriti divinatori (16,16); lotta contro lidolatria in cui i demoni si fanno adorare (Apoc 9,20) ed invitano gli uomini alla loro mensa (1Cor 10,20s); lotta contro la falsa sapienza (Giac 3,15), contro le dottrine diaboliche che si sforzeranno in ogni tempo di ingannare gli uomini (1Tim 4,1), contro gli operatori di falsi prodigi arruolati al servizio della bestia (Apoc 16,13s). Satana ed i suoi ausiliari agiscono dietro tutti questi fatti umani che si oppongono al progresso del vangelo. Persino le prove dell‘apostolo sono attribuibili ad un angelo di Satana (2Cor 12,7). Ma, grazie allo Spirito Santo, ora si sa discernere gli spiriti (1Cor 12,10) e non ci si lascia più ingannare dai falsi prodigi del mondo diabolico (cfr. 1Cor 12, ss). Impegnata, sullesempio di Gesù, in una guerra a morte, la Chiesa conserva uninvincibile speranza: Satana, già vinto, ha solo più un potere limitato; la fine dei tempi vedrà la sua disfatta definitiva e quella di tutti i suoi ausiliari (Apoc 20,1ss.7-10).

La possessione diabolica - Catechismo degli Adulti [385]: Ordinariamente l’azione degli spiriti maligni nei confronti degli uomini consiste nella tentazione al peccato. Ciò che loro interessa è soprattutto il nostro traviamento spirituale. Oltre la tentazione, ad essi vengono attribuiti alcuni fenomeni prodigiosi di carattere negativo: l’ossessione, che è violenza interiore o esteriore per recare turbamento; la possessione, che è presa di possesso del corpo con crisi tempestose, alternate a periodi di calma; la infestazione, che riguarda i luoghi e provoca danni e timori.
Nell’interpretare questo genere di fenomeni, occorre essere estremamente cauti. È diffusa una credulità morbosa nei prodigi demoniaci, nei malefici, nella mala sorte. Si vede il diavolo dappertutto, meno dove sicuramente sta, cioè nel peccato. Per la gran parte dei casi si tratta di immaginazioni e dicerie senza fondamento o di malattie psichiche, spiegabili con i dinamismi dell’inconscio in personalità dissociate. Per un prudente discernimento, vanno consultati psicologi e psichiatri competenti e rispettosi della fede.
Qualche volta però la spiegazione psicologica non sembra adeguata. Si può supporre con buona probabilità l’azione demoniaca in presenza di alcuni segni concomitanti: forza fisica abnorme, comunicazione attraverso lingue ignote, conoscenza di cose lontane o segrete, atmosfera malsana, avversione alle realtà religiose.

Siamo arrivati al termine. Possiamo mettere in evidenza:
*** «Va’ nella tua casa, dai tuoi, annuncia loro ciò che il Signore ti ha fatto e la misericordia che ha avuto per te». (Vangelo)
Nel silenzio, nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.

O Dio, che ci hai nutriti alla tua mensa,
fa' che per la forza di questo sacramento,
sorgente inesauribile di salvezza,
la vera fede si estenda sino ai confini della terra.
Per Cristo nostro Signore.




2 Febbraio 2020

PRESENTAZIONE DEL SIGNORE – FESTA

Ml 3,1-4; Sal 23 (24); Eb 2, 14-18; Lc 2,22-40

I Padri della Chiesa [I Padri vivi]: Verso la metà del secolo VII, la festa (della Presentazione del Signore) viene introdotta in Occidente dove si usa chiamarla «il giorno di san Simeone». Nel sacramentario Gelasiano essa porta il titolo della «Purificazione di Maria», benché tutte le preghiere si riferiscano alla Presentazione di Gesù al tempio. A Roma, in questo giorno, aveva luogo la più vecchia processione mariana i cui partecipanti portavano le candele accese. Sembra che, più che altro, proprio questa processione verso il più grande santuario della Madre di Dio nellUrbe - la basilica di Santa Maria Maggiore - abbia imposto alla festa del Signore il carattere mariano, che pian piano cominciò a dominare. Malgrado tutta la ricchezza dellapparato, la processione aveva il carattere penitenziale (il papa e gli assistenti erano vestiti in nero), come riparazione per i peccati commessi durante la coincidente festa pagana «amburbalia». La solenne benedizione delle candele compare dopo; la troviamo nei libri liturgici del X secolo.
Maria e Giuseppe portano Gesù al tempio: ecco la venuta del Signore Potente, che illumina il suo popolo. Cristo viene riconosciuto da chi con fede attendeva la sua venuta. Il Figlio di Dio, nato prima dei secoli, viene proclamato dallo Spirito Santo gloria d’Israele e luce di tutte le genti. Il popolo della Nuova Alleanza, adunato dallo Spirito Santo nel tempio di Dio con le candele, che simbolizzano il Cristo, luce del mondo. Le candele accese le portiamo, nella processione, come segno che insieme con Cristo camminiamo nella vita verso la casa del Padre. Ripetiamo le parole di Simeone: i miei occhi hanno visto la tua salvezza e crediamo che un giorno ci troveremo al cospetto di Dio, come Cristo oggi nel tempio di Gerusalemme. Colui, che al vecchio Simeone diede la gioia di tenere Cristo tra le braccia, a noi che camminiamo per incontrarlo concederà la gioia della vita eterna.
La Presentazione di Cristo al tempio contiene in sé qualcosa dei misteri dolorosi. Maria «offre» Gesù a Dio e ogni offerta è una rinuncia. Inizia il mistero della sua sofferenza, che sarà compiuta sotto la croce. La Croce diventerà la spada che trafiggerà la sua anima.

Colletta: Dio onnipotente ed eterno, guarda i tuoi fedeli riuniti nella festa della Presentazione al tempio del tuo unico Figlio fatto uomo, e concedi anche a noi di essere presentati a te pienamente rinnovati nello spirito. Per il nostro Signore Gesù Cristo...

I primi due capitoli di Matteo e di Luca sono conosciuti come i Vangeli dell’infanzia. La gioia di Giuseppe e di Maria, nel giorno della presentazione di Gesù al Tempio, viene turbata dalle parole oscure di Simeone, il quale non fa che indicare agli ignari sposi la via della croce: «Egli è qui per la rovina e la risurrezione di molti in Israele, segno di contraddizione». Gesù apre questa via, la percorre fino in fondo e la propone a noi, suoi discepoli. Maria, per prima, la seguirà in piena fedeltà e disponibilità.

Dal Vangelo secondo Luca 2,22-32 (Forma breve): Quando furono compiuti i giorni della loro purificazione rituale, secondo la legge di Mosè, Maria e Giuseppe portarono il bambino a Gerusalemme per presentarlo al Signore - come è scritto nella legge del Signore: «Ogni maschio primogenito sarà sacro al Signore» - e per offrire in sacrificio una coppia di tortore o due giovani colombi, come prescrive la legge del Signore. - Ora a Gerusalemme c’era un uomo di nome Simeone, uomo giusto e pio, che aspettava la consolazione d’Israele, e lo Spirito Santo era su di lui. Lo Spirito Santo gli aveva preannunciato che non avrebbe visto la morte senza prima aver veduto il Cristo del Signore. Mosso dallo Spirito, si recò al tempio e, mentre i genitori vi portavano il bambino Gesù per fare ciò che la Legge prescriveva a suo riguardo, anch’egli lo accolse tra le braccia e benedisse Dio, dicendo: «Ora puoi lasciare, o Signore, che il tuo servo vada in pace, secondo la tua parola, perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza, preparata da te davanti a tutti i popoli: luce per rivelarti alle genti e gloria del tuo popolo, Israele»

Ora a Gerusalemme c’era un uomo di nome Simeone - Lo Spirito Santo aveva promesso a Simeone, che «non avrebbe visto la morte senza prima aver veduto il Cristo Signore». Il vegliardo, «uomo giusto e pio», rappresenta «l’Israele fedele, che attendeva con fiducia illimitata la comparsa del Messia per l’attuazione del regno di Dio. In questo incontro la religiosità sincera dell’Antico Testamento si salda direttamente con quella del Nuovo Testamento, in una meravigliosa continuazione del progetto salvifico di Dio» (Angelico Poppi). L’attesa di Simeone si fonda su alcune profezie che predominano in tutto il Secondo o il Terzo Isaia (Is 40-55; 56-66). Il Nunc Dimittis sembra un cantico proveniente dall’ambiente giudaico-cristiano, anche se, come suggerisce la Bibbia di Gerusalemme, a differenza del Magnificat e del Benedictus, potrebbe essere «stato composto dallo stesso Luca, con il particolare aiuto di testi di Isaia. Dopo i primi tre versi che riguardano Simeone e la sua morte vicina, gli altri tre descrivono la salvezza universale portata dal Messia Gesù: una illuminazione del mondo pagano che ha avuto inizio dal popolo eletto e ridonderà a sua gloria» (vedi nota a Lc 2,29-32). Gesù sarà «come segno di contraddizione»: la sua missione sarà accompagnata da ostilità e da persecuzioni da parte del suo popolo. Maria, sua Madre, parteciperà a questo destino di dolore. Anche la profetessa Anna, «figlia di Fanuèle», riconosce nel bambino Gesù il Messia e per questo favore si mette «a lodare Dio e a parlare del bambino». Anna è della tribù di Aser, l’ultima nel tradizionale elenco delle tribù d’Israele: in questo modo «tutte le tribù d’Israele, anche l’ultima, almeno nelle anime ben disposte e pie», riconoscono «in Gesù bambino il redentore di Israele» e ne divengono «apostole. Ecco il tocco finale di Luca in questo secondo trittico: è un monito a tutti gli israeliti ad aprirsi al Signore, e a noi cristiani a non stimarci sicuri della salvezza per il solo fatto che siamo nati nel nuovo Israele.

Il padre e la madre di Gesù si stupivano delle cose che si dicevano di lui: Redemptoris Custos 13: La presentazione di Gesù al Tempio. Questo rito, riferito da Luca (2,22s), include il riscatto del primogenito e illumina la successiva permanenza di Gesù dodicenne nel tempio. Il riscatto dei primogenito è un altro dovere del padre, che è adempiuto da Giuseppe. Nel primogenito era rappresentato il popolo dell’alleanza, riscattato dalla schiavitù per appartenere a Dio. Anche a questo riguardo Gesù, che è il vero “prezzo” del riscatto (cfr. 1Cor 6,20; 7,23; 1Pt 1,19), non solo “compie” il rito dell’antico testamento, ma nello stesso tempo lo supera, non essendo egli un soggetto da riscattare, ma l’autore stesso del riscatto. L’Evangelista rileva che “il padre e la madre di Gesù si stupivano delle cose che si dicevano di lui” (Lc 2,33) e, in particolare, di ciò che disse Simeone, indicando Gesù, nel suo cantico rivolto a Dio, come la “salvezza preparata da Dio davanti a tutti i popoli” e “luce per illuminare le genti e gloria del suo popolo Israele” e, più avanti, anche come “segno di contraddizione” (cfr. Lc 2,30-34).

Anche a te una spada trafiggerà l’anima: Lumen Gentium 57: Questa unione della madre col figlio nell’opera della redenzione si manifesta dal momento della concezione verginale di Cristo fino alla morte di lui; e prima di tutto quando Maria, partendo in fretta per visitare Elisabetta, è da questa proclamata beata per la sua fede nella salvezza promessa, mentre il precursore esultava nel seno della madre (cfr. Lc 1,41-45); nella natività, poi, quando la madre di Dio mostrò lieta ai pastori e ai magi il Figlio suo primogenito, il quale non diminuì la sua verginale integrità, ma la consacrò. Quando poi lo presentò al Signore nel tempio con l’offerta del dono proprio dei poveri, udì Simeone profetizzare che il Figlio sarebbe divenuto segno di contraddizione e che una spada avrebbe trafitto l’anima della madre, perché fossero svelati i pensieri di molti cuori (cfr. Lc 2,34-35). Infine, dopo avere perduto il fanciullo Gesù e averlo cercato con angoscia, i suoi genitori lo trovarono nel tempio occupato nelle cose del Padre suo, e non compresero le sue parole. E la madre sua conservava tutte queste cose in cuor suo e le meditava (cfr. Lc 2,41-51).

C’era anche una profetessa, Anna, figlia di Fanuèle, della tribù di Aser - Bibbia di Navarra: La testimonianza di Anna è affine a quella di Simeone: al pari di questi, anche ella aveva atteso la venuta del Messia per tutta la sua lunga vita, prestando fedele servizio a Dio; e, come Simeone, viene premiata con la visione gioiosa del Salvatore. «Parlava del bambino»: lodava Dio con la preghiera ed esortava gli altri a credere che era arrivato il Messia. Così, dunque, la nascita di Cristo viene resa manifesta mediante tre categorie ili testimoni e in tre maniere diverse: innanzitutto i pastori, in seguito all’annunzio dell’angelo; poi i Magi, guidati dalla stella; infine Simeone e Anna, per impulso dello Spirito Santo. Chi, come Simeone e Anna, persevera nelle pratiche di pietà e nel servizio di Dio, per quanto insignificante possa apparire la sua vita agli occhi degli uomini, diventa efficace strumento dello Spirito Santo per far conoscere Cristo agli altri. Nei suoi piani di redenzione Dio si avvale di queste anime semplici per elargire copiosi benefici agli uomini.

I misteri dell’infanzia e della vita nascosta: CdA 304: Nella nascita del Messia, povero tra i poveri, viene anticipata la suprema povertà del Crocifisso e comincia a risplendere la gloria di Dio, intesa come rivelazione del suo amore. Nella circoncisione del bambino Gesù si esprimono la sua appartenenza al popolo di Israele e la sua sottomissione alla legge. Nella presentazione al tempio Israele, rappresentato da Simeone e Anna, vede coronata la sua attesa e incontra il suo salvatore, mandato da Dio anche come «luce per illuminare le genti» (Lc 2,32). Nella venuta dei Magi sono le nazioni pagane che, mediante i loro rappresentanti, vanno incontro al Messia di Israele e lo adorano come salvatore universale. Nella fuga in Egitto si annuncia per il Messia un futuro di contrasti e persecuzioni: attuerà la sua missione attraverso la sofferenza. Nel ritrovamento nel tempio emerge la consapevolezza di Gesù circa la propria missione e la propria identità di Figlio di Dio. La lunga permanenza di Gesù a Nàzaret, intessuta di fatica quotidiana e di ordinari rapporti con la gente anonima di un oscuro villaggio, manifesta anch’essa la condiscendenza di Dio e la sua volontà di essere con noi e per noi. Dio ama la vita quotidiana che non fa notizia, caratterizzata dalla famiglia e dal lavoro, la vita della quasi totalità del genere umano. In essa si lascia incontrare: basta viverla come un dono e un compito, con fede e amore. Non è necessario compiere grandi imprese per essere santi.

Siamo arrivati al termine. Possiamo mettere in evidenza:
*** «Ecco, egli è qui per la caduta e la risurrezione di molti in Israele e come segno di contraddizione - e anche a te una spada trafiggerà l’anima -, affinché siano svelati i pensieri di molti cuori».  (Vangelo)
Nel silenzio, nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.

O Dio, che hai esaudito l’ardente attesa del santo Simeone,
compi in noi l’opera della tua misericordia;
tu che gli hai dato la gioia di stringere tra le braccia,
prima di morire, il Cristo tuo Figlio, concedi anche a noi
con la forza del pane eucaristico di camminare incontro al Signore,
per possedere la vita eterna.
Per Cristo nostro Signore.