5 AGOSTO 2019

LUNEDÌ XVIII SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO

Nm 11,4b-15; Sal 80 (81); Mt 14,13-21


Colletta: Mostraci la tua continua benevolenza, o Padre, e assisti il tuo popolo, che ti riconosce suo pastore e guida; rinnova l’opera della tua creazione e custodisci ciò che hai rinnovato. Per il nostro Signore Gesù Cristo…

Giovanni Battista è stato decapitato, e Gesù, certamente con il cuore straziato dal dolore, si ritira in un luogo deserto, sente il bisogno di un po’ di solitudine, ma la folla non sente ragione, lo tallona, non gli da respiro, e Gesù vedendo una grande folla, dimentica il riposo e dilata il cuore alla compassione: “Sceso dalla barca, egli vide una grande folla, sentì compassione per loro e guarì i loro malati”. E come se non bastasse moltiplicando cinque pani e due pesci sfama cinquemila uomini, senza contare le donne e i bambini. Ma è bene mettere in evidenza alcune note, innanzi tutto sono i discepoli a chiedere il congedo della folla, sono ancora in un dimensione orizzontale: in un deserto non vi sono botteghe che vendono pane. Gesù li provoca: Non occorre che vadano; voi stessi date loro da mangiare. È un chiaro invito ad uscire fuori dalle loro considerazioni tutte umane, se pur ragionevoli, ma il tentativo fallisce, infatti rispondono a Gesù: «Qui non abbiamo altro che cinque pani e due pesci!». Ma Gesù insiste e dice ai discepoli: «Portatemeli qui». E in questa cornice tutta umana, di incredulità, che avviene il miracolo della moltiplicazione dei cinque pani e dei due pesci, e il discepolo può ricavare alcune riflessioni: innanzitutto, i miracoli nascono dalla compassione e nel porsi in una dimensione verticale; della fame del mondo, fame fisica e spirituale, è responsabile l’uomo, e non può mettersi a posto la coscienza congedando la folla, ma con l’aiuto di Dio può e deve sfamare gli affamati; e infine nulla va buttato, è urgente correggere una società che usa e getta, produce, consuma e spreca, riducendo alla fame milioni di uomini. I credenti devono sentirsi responsabili se non avviene una inversione di marcia.

Dal Vangelo secondo Matteo 14,13-21: In quel tempo, avendo udito [della morte di Giovanni Battista], Gesù partì di là su una barca e si ritirò in un luogo deserto, in disparte. Ma le folle, avendolo saputo, lo seguirono a piedi dalle città. Sceso dalla barca, egli vide una grande folla, sentì compassione per loro e guarì i loro malati. Sul far della sera, gli si avvicinarono i discepoli e gli dissero: «Il luogo è deserto ed è ormai tardi; congeda la folla perché vada nei villaggi a comprarsi da mangiare». Ma Gesù disse loro: «Non occorre che vadano; voi stessi date loro da mangiare». Gli risposero: «Qui non abbiamo altro che cinque pani e due pesci!». Ed egli disse: «Portatemeli qui». E, dopo aver ordinato alla folla di sedersi sull’erba, prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò la benedizione, spezzò i pani e li diede ai discepoli, e i discepoli alla folla. Tutti mangiarono a sazietà, e portarono via i pezzi avanzati: dodici ceste piene. Quelli che avevano mangiato erano circa cinquemila uomini, senza contare le donne e i bambini.

Il testo evangelico è di un ricchezza straordinaria. Innanzi tutto vi possiamo cogliere un senso messianico. Il racconto evangelico è analogo al racconto del dono prodigioso della manna (Cf. Es 16,4-35). Ci aiuta in questa comprensione anche l’ambiente dove Gesù opera il miracolo della moltiplicazione dei pani che corrisponde a quello dell’Esodo: Gesù come Mosè si trova nel deserto, circondato da una grande folla, affamata perché sprovvista di cibo, e come Mosè nel deserto si prende cura del popolo d’Israele, così Gesù sente compassione del popolo e lo nutre abbondantemente.
«L’analogia con l’epopea dell’esodo delle tribù israelitiche sostenute da Dio nel passaggio del deserto alla terra promessa offre un significato fondamentale al gesto di Cristo. Non diversamente da Mosè, egli, come messia, guida e sostiene la comunità messianica nel cammino verso la terra promessa» (Giuseppe Barbaglio).
Poi, il senso ecclesiale che «emerge dalla mediazione dei discepoli [v. 19] per distribuire il cibo miracoloso procurato da Gesù alle folle, fatte adagiare sull’erba. È l’immagine della Chiesa, nella quale i Dodici continueranno a elargire i beni preziosi della Parola e del Pane eucaristico in ogni luogo e in ogni tempo. Le dodici ceste di pane avanzate [v. 20] evocano le dodici tribù d’Israele, qui rappresentate dalla nuova assemblea, radunata intorno a Gesù e ai Dodici» (Angelico Poppi).
E infine, il senso eucaristico. Se si colloca la narrazione della moltiplicazione dei pani in un contesto salvifico, allora sarà spontaneo leggere il miracolo dei pani e dei pesci, alla luce dell’Eucarestia: il cibo «apprestato da Gesù, attraverso il miracolo dei pani, è immagine e segno della Cena Eucaristica, in cui il Corpo e il Sangue del Figlio di Dio vengono dati agli uomini nel mistero della sua Pasqua salvifica. Intorno al Corpo Eucaristico si costruisce la Chiesa, Corpo Mistico di Cristo. Attraverso l’Eucaristia, Gesù diventa cibo e aduna organicamente tutta l’umanità in un Corpo di cui diventa Capo» (P. Massimo Biocco).
Anche se alcuni contestano questa lettura, i verbi prendere (prese i cinque pani e i due pesci), benedire (recitò la benedizione), spezzare (spezzò i pani), dare (li diede ai discepoli) ci suggeriscono palesemente il senso eucaristico del racconto evangelico.

Non occorrono che vadano; voi stessi date loro da mangiare - Giovanni Paolo II (Messaggio per la Quaresima 1996): Il Vangelo mette in luce che il Redentore prova singolare compassione per quanti sono in difficoltà; parla loro del Regno di Dio e guarisce nel corpo e nello spirito quanti hanno bisogno di cure. Dice, poi, ai discepoli: «Date loro voi stessi da mangiare». Ma essi si accorgono di non avere che cinque pani e due pesci. Anche noi, oggi, come allora gli Apostoli a Betsàida, disponiamo di mezzi certamente insufficienti per venire incontro efficacemente ai circa ottocento milioni di persone affamate o denutrite, che alle soglie del Duemila ancora lottano per la loro sopravvivenza.
Che fare allora? Lasciare le cose come stanno, rassegnandoci all’impotenza? È questo l’interrogativo su cui desidero richiamare, all’inizio della Quaresima, l’attenzione di ogni fedele e dell’intera comunità ecclesiale. La folla di affamati, costituita da bambini, donne, vecchi, migranti, profughi e disoccupati, leva verso di noi il suo grido di dolore. Essi ci implorano, sperando di essere ascoltati. Come non rendere attenti i nostri orecchi e vigili i nostri cuori, cominciando a mettere a disposizione quei cinque pani e quei due pesci che Dio ha posto nelle nostre mani? Tutti possiamo fare qualcosa per loro, recando ciascuno il proprio contributo. Questo richiede certo delle rinunce, che suppongono una interiore e profonda conversione. Occorre senz’altro rivedere i comportamenti consumistici, combattere l’edonismo, opporsi alla indifferenza e alla delega delle responsabilità.

… spezzò i pani e li diede ai discepoli... - É. Ternant (Dizionario di Teologia Biblica): I miracoli, segni efficaci della salvezza - :Con i suoi miracoli Gesù manifesta che il regno messianico annunziato dai profeti è giunto nella sua persona (Mt 11,4s); attira l’attenzione su di sé e sulla buona novella del regno che egli incarna; suscita un’ammirazione ed un timore religioso che inducono gli uomini a chiedersi chi egli sia (Mt 8,27; 9,8; Lc 5,8ss). Con essi Gesù attesta sempre la sua missione e la sua dignità, si tratti del suo potere di rimettere i peccati (Mc 2,5-12 par.), o della sua autorità sul sabato (Mc 3,4s par.; Lc 13,15s; 14,3ss), della sua messianità regale (Mt 14,33; Gv 1,49), del suo invio da parte del Padre (Gv 10,36), della potenza della fede in lui (Mt 8,10-13; 15,28 par.), con la riserva che impone la speranza giudaica di un messia temporale e nazionale (Mc 1,44; 5,43; 7,36; 8,26). Già in questo essi sono segni, come dirà S. Giovanni. Se provano la messianità e la divinità di Gesù, lo fanno indirettamente, attestando che egli è veramente ciò che pretende di essere. Perciò non devono essere isolati dalla sua parola: vanno di pari passo on l’evangelizzazione dei poveri (Mt 11,5 par.). I titoli che Gesù dà a sé, i poteri che rivendica, la salvezza che predica, le rinunzie che esige, ecco ciò di cui i miracoli fanno vedere l’autenticità divina, a chi non rigetta a priori la verità del messaggio (Is 16,31). In tal modo questo è superiore ai miracoli, come lascia capire la frase su Giona secondo Lc 11,29-32. Esso si impone come il segno primario e solo necessario (Gv 20,29), per la ineguagliabile autorità personale del suo araldo (Mt 7,29) e per la sua qualità interna, costituita dal fatto che, realizzando la rivelazione anteriore (Lc 16,31; Gv 5 46s), corrisponde negli uditori all’appello dello Spirito (Gv 14,17.26); proprio esso, prima di essere confermato ed illustrato dai miracoli, li dovrà distinguere dai falsi segni (Mc 13,22s; Mt 7,22; cfr. 2Tess 2,9; Apoc 13,13). Qui, come in Deut, «i miracoli díscernono la dottrina, e la dottrina discerne i miracoli» (Pascal).

Tutti mangiarono a sazietà - J. Brière (Dizionario di Teologia Biblica): 1. Gesù Cristo, messia dei poveri (Lc 1, 53), proclama che coloro, i quali hanno fame e sete, saranno saziati (6,21). Inaugura la sua missione assumendo la condizione dell’affamato e dell’assetato. Messo alla prova, come Israele nel deserto, afferma e dimostra che il bisogno essenziale dell’uomo è la parola di Dio, la volontà del Padre (Mt 4,4), di cui egli fa il suo cibo e ne vive (Gv 4,32ss). Sulla croce, avendo bevuto «il calice che il Padre gli aveva dato» (Gv 18,11), la sua sete di crocifisso è inseparabile dal desiderio che egli ha di «adempiere tutta la Scrittura» (Gv 19,28), di portare a compimento l’opera del Padre suo, ma anche di «comparire dinanzi alla sua faccia» (Sai 42,3). 2. Gesù placa e suscita fame e sete. - Come già aveva fatto Dio nel deserto, Gesù allevia la fame del popolo che lo segue (Mc 8,1ss) e si preoccupa pure di suscitare il desiderio della parola di Dio, del vero pane che è egli stesso (Gv 6), il desiderio dell’acqua viva che è il suo Spirito (Gv 7,37ss). Ne suscita la sete nella Samaritana (Gv 4,1-14), così come invita Marta a desiderare la sua parola, unica cosa necessaria (Lc 10,39-42). 3. Il cristiano e gli affamati. - Per i discepoli di Gesù il dovere di nutrire gli affamati è più esigente che mai. La sete torturante nella Geenna attende colui che non ha visto l’affamato alla sua porta (Lc 16,19-24); la ricompensa è per colui che ha dato un bicchier d’acqua ad uno dei discepoli di Gesù (Mt 10,42). Proprio su questo sarà fatto il giudizio, perché nutrire l’affamato, dissetare l’assetato, significa placare, attraverso ai suoi fratelli, la fame e la sete di Gesù (Mt 25,35.42). Di questa carità, con cui plachiamo le sofferenze degli altri, dobbiamo sempre aver sete; la fonte ne è aperta, gratuita, alle anime desiderose, assetate di Dio e della visione della sua faccia, assetate della vera vita (Is 55,1ss; Apoc 21,6; 22,17).

 ...per cambiare la vita - Pontificio Consiglio «Cor Unum» (Documneto: «La fame nel mondo. Una sfida per tutti: lo sviluppo solidale») 69: Liberato progressivamente delle sue paure e delle sue ambizioni puramente materiali, illuminato sulle possibili conseguenze dei suoi propri atti, quale che sia il suo ruolo, l’uomo, che così accoglie la presenza di Dio in tutti gli aspetti della sua vita, diventerà un operatore della civiltà dell’amore. Discretamente, in profondità, il suo lavoro assumerà il carattere di una missione, nella quale si farà obbligo di esercitare e sviluppare i suoi talenti, di contribuire alla riforma delle strutture e delle istituzioni, di avere un comportamento esemplare, che inciterà il suo prossimo ad agire parimenti, e di porsi al servizio della dignità dell’uomo e del bene comune.
Le circostanze della vita fanno sì che un tale approccio al lavoro venga considerato impossibile. Ma l’esperienza dimostra che anche in situazioni apparentemente senza via d’uscita, ciascuno ha sempre un seppur piccolo margine di manovra, e che le sue scelte hanno un’importanza concreta, sia per i suoi simili sul posto di lavoro, come pure per il bene comune. Ciascuno, in un certo senso, è responsabile degli altri. E uno dei segnali dell’appello all’amore che Dio non cessa di far riecheggiare. In circostanze a volte difficili, che possono addirittura provocare sofferenze prossime alla testimonianza-martirio, ciascuno deve trovare sostegno nella forza di Dio, che ci promette il suo aiuto se noi lo poniamo al centro della nostra vita, compresa quella attiva.
«Coraggio, popolo tutto del paese, al lavoro, perché io sono con voi... ed il mio Spirito sarà con voi, non temete » (Ag 2,4-5). Il cristiano lotta contro le « strutture di peccato» e si fa addirittura strumento della loro distruzione. Pratiche tanto deleterie sul piano dello sviluppo economico e sociale saranno allora meno diffuse. Nelle regioni ove i cristiani, con coraggio e determinazione, coinvolgeranno uomini di buona volontà, la miseria potrà cessare di progredire, le abitudini di consumo potranno mutare, potranno realizzarsi riforme, la solidarietà svilupparsi e la fame arretrare.

Siamo arrivati al termine. Possiamo mettere in evidenza:
***  Il cristiano lotta contro le « strutture di peccato» e si fa addirittura strumento della loro distruzione.
Ora nel silenzio, nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.

Accompagna con la tua continua protezione, Signore,
il popolo che hai nutrito con il pane del cielo,
e rendilo degno dell’eredità eterna.
Per Cristo nostro Signore.





4 Agosto 2019

XVIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Qo 1,2; 2,21-23; Sal 89 (90); Col 3,1-5.9-11; Lc 12,13-21

Colletta: O Dio, principio e fine di tutte le cose, che in Cristo tuo Figlio ci hai chiamato a possedere il regno, fa’ che operando con le nostre forze a sottomettere la terra non ci lasciamo dominare dalla cupidigia e dall’egoismo, ma cerchiamo sempre ciò che vale davanti a te. Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio... 

Prima Lettura - Il libro del Qoèlet, scritto in ebraico, è più comunemente conosciuto col titolo greco “Ecclesiaste” che significa “colui che parla nell’assemblea”, cioè il predicatore. Il testo si svolge senza un chiaro ordine ed affronta il problema del significato della vita umana. Per Qoèlet tutta la vita umana è un mistero insondabile, cioè ‘vanità’, compreso lo sforzo dell’uomo di comprendere. L’amara riflessione sulle ultime sorti delle creature, vuole spingere l’uomo a considerare la caducità e la vanità dei beni terreni. Essi non vanno agognati o accumulati quasi fossero la ragione suprema dell’esistenza umana. Un insegnamento sapienziale che ritroveremo nella dottrina paolina, ma con sfumature positive perché illuminato dalla abbagliante luce del Risorto: «... quelli che comprano, [vivano] come se non possedessero; quelli che usano i beni del mondo, come se non ne usassero pienamente: passa infatti la figura di questo mondo!» (1Cor 7,30-31).

Salmo Responsoriale - Dal Salmo 89 (90): Il salmo, la cui composizione molto probabilmente è avvenuta nel tempo di pace relativa quando Antioco V ridiede la libertà religiosa ad Israele (163 a.C.), mette in evidenza la condizione caduca della vita dell’uomo esposta alle sofferenze del quotidiano unitamente al lento e irreversibile decadimento della corpo umano e ai travagli degli sconvolgimenti storici causati dalle guerre e calamità naturali. Il salmista procede con un tono sapienziale, illuminato dalla cognizione della brevità dei giorni dell’uomo. Questa cognizione è tanto importante che egli la invoca per tutti gli uomini: “Insegnaci a contare i nostri giorni e acquisteremo un cuore saggio.

Seconda lettura - L’Apostolo Paolo suggerisce la grande dignità dell’uomo: con il Battesimo, è immerso in una vita nuova, celeste, divina e non può perderla stupidamente come Esaù perdette la primogenitura per un piatto di lenticchie (Cf. Gen 25,29-34). La novità di vita implica anche un nuovo metro di giudizio: non si possono più valutare le persone prendendo come criterio la razza, la ricchezza o l’appartenenza a una fede religiosa, perché in Cristo è stata abbattuta ogni separazione e distinzione. Tra i tanti peccati Paolo mette in evidenza la menzogna che è assente negli altri cataloghi paolini. Forse la menzione è dovuta al fatto che il mentire era un vizio molto diffuso tra i cristiani della comunità di Colossi.

Vangelo - Gesù invita i discepoli a diventare «prudenti come i serpenti e semplici come le colombe» (Mt 10,16) in modo da comprendere che la loro vita non dipende dall’abbondanza dei beni, ma dall’amore misericordioso e dal perdono di Dio. Gesù non condanna la ricchezza, ma il modo di gestirla soprattutto quando esso fa dimenticare che quello che conta sta al di là della morte.

Dal Vangelo secondo Luca 12,13-21: In quel tempo, uno della folla disse a Gesù: «Maestro, di’ a mio fratello che divida con me l’eredità». Ma egli rispose: «O uomo, chi mi ha costituito giudice o mediatore sopra di voi?». E disse loro: «Fate attenzione e tenetevi lontani da ogni cupidigia perché, anche se uno è nell’abbondanza, la sua vita non dipende da ciò che egli possiede». Poi disse loro una parabola: «La campagna di un uomo ricco aveva dato un raccolto abbondante. Egli ragionava tra sé: “Che farò, poiché non ho dove mettere i miei raccolti? Farò così – disse –: demolirò i miei magazzini e ne costruirò altri più grandi e vi raccoglierò tutto il grano e i miei beni. Poi dirò a me stesso: Anima mia, hai a disposizione molti beni, per molti anni; ripòsati, mangia, bevi e divèrtiti!”. Ma Dio gli disse: “Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato, di chi sarà?”. Così è di chi accumula tesori per sé e non si arricchisce presso Dio».

La parabola dell’uomo ricco - Rosanna Vigili (Vangelo secondo Luca): Come sempre Gesù approfondisce i temi che la gente gli propone e stavolta lo fa con una parabola. L’argomento è ancora quello dell’attaccamento ai beni materiali e il messaggio è che chi ne patisce rivela la sua scarsa intelligenza nel considerare la realtà della vita umana che può corrompersi da un momento all’altro.
Il destino è imprevedibile e chi pensasse di poter controllare il tempo della propria vita, si sbaglierebbe affatto. Non sappiamo quale sorte ci riservi neppure domani, o stanotte stessa! Lo spunto è sempre sapienziale e riguarda ciò che, nella vita umana, è, per sua natura, transeunte e ciò che, invece, resta. La prima dimensione è ben descritta in uno dei nomi ebraici usati per dire “uomo” cioè enos: “colui che non resiste, il corruttibile” (cf Gen 4,26); la seconda è quella che l’uomo vive “davanti a Dio”. Nel suo essere corruttibile, l’uomo si vedrà ritirare la sua vita (psychén sou) in qualsiasi momento e dovrà interrompere di godere dei beni che ha accumulato per sé; mentre nel suo essere “davanti a Dio” - espressione che allude al culto - l’uomo resta per sempre.
Solo Dio conosce la sorte dell’uomo, per questo il saggio consegnerà il suo tempo e i suoi affetti a Dio (cf Sal 14,1: «Stolto l’uomo che non tiene conto di Dio»).
Ne deriva la saggezza dell’accumulare «un tesoro inesauribile nei cieli, dove ladro non si accosta e tarma non rovina» (v. 33). Un’ulteriore illusione è quella del possesso, della soddisfazione che si prova a dire: questo è mio. I possessivi tradiscono una mentalità tipicamente idolatrica (cf Os 2,7) e denunciano la violazione della giustizia e della pace, un tema molto caro ai profeti. «Guai a voi che aggiungete casa a casa e unite campo a campo, finché non vi sia più spazio, e così restate soli ad abitare la terra» (Is 5,8. Cf anche Mi 2,1-5; Ger 17,11).

Ma Dio gli disse… - Benedetto Prete (I Quattro Vangeli): Ma Dio gli disse; è conseguente alla forma letteraria utilizzata dalla parabola l’introdurre come interlocutore Dio stesso; infatti come il ricco possidente aveva espresso a se stesso i propri piani, così anche Dio manifesta con la parola quello che farà. Stolto (ἄφρον = demente, stolto); è la parola che riassume l’intero insegnamento parabolico; con questo termine molto incisivo viene condannata la stoltezza dell’uomo che ordina tutto alla vita terrena senza darsi nessun pensiero per il destino che lo attende oltre la morte (questo particolare aspetto dottrinale sarà illustrato in una parabola successiva; cf. Lc., 16,19-31). In questa notte; dalla presente indicazione non bisogna concludere che l’autore pensi ad un sogno avuto dal ricco gaudente, durante il quale Dio ha comunicato allo «stolto» proprietario l’annunzio ferale che rovinava tutti i suoi rosei progetti di vita felice. Ti sarà richiesta l’anima; forma impersonale per evitare il nome di Dio; infatti Dio stesso riprenderà la vita che ha dato a quel ricco possidente (anima = vita). Quello che hai immagazzinato di chi sarà? Interrogazione retorica ordinata ad accentuare la stoltezza con cui ha agito il bengodi descritto dalla parabola; questi infatti non si era posto nessun interrogativo per la vita dell’oltretomba, poiché si sentiva pienamente rassicurato dai suoi calcoli umani

Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita - Il Vangelo più che la vigilanza vuol suggerirci la certezza della morte e la possibilità che essa può essere improvvisa: «... verrà come un ladro nella notte: E quando la gente dirà: “C’è pace e sicurezza!”, allora d’improvviso la rovina li colpirà, come le doglie di una donna incinta: e non potranno sfuggire» (1Ts 5,2-3).
La morte è «la fine del pellegrinaggio terreno dell’uomo, è la fine del tempo della grazia e della misericordia che Dio gli offre per realizzare la sua vita terrena secondo il disegno divino e per decidere il suo destino ultimo» (CCC 1013). Da qui la necessità di ben prepararsi: «La Chiesa ci incoraggia a prepararci all’ora della nostra morte [“Dalla morte improvvisa, liberaci, Signore: antiche litanie dei santi], a chiedere alla Madre di Dio di intercedere per noi “nell’ora della morte” [“Ave Maria”] e ad affidarci a san Giuseppe, patrono della buona morte: In ogni azione, in ogni pensiero, dovresti comportarti come se tu dovessi morire oggi stesso; se avrai la coscienza retta, non avrai molta paura di morire. Sarebbe meglio star lontano dal peccato che fuggire la morte. Se oggi non sei preparato a morire, come lo sarai domani?» (CCC 1014). Cruda la riflessione di sant’Alfonso Maria de Liguori: «La morte in somma spoglia l’uomo di tutti i beni di questo mondo. Che spettacolo è vedere cacciar fuori quel principe dal suo palagio per non rientrarvi più, e prendere altri il possesso de’ suoi mobili, de’ suoi danari e di tutti gli altri suoi beni! I servi lo lasciano nella sepoltura coverto appena con una veste che basta a coprirgli le carni; non v’è più chi lo stima, né chi l’adula; né si fa più conto dei suoi comandi lasciati. Saladino, che acquistò molti regni nell’Asia, morendo lasciò detto che quando portavasi il suo cadavere a seppellirsi, uno gli andasse avanti colla sua camicia appesa ad un’asta, gridando: Questo è tutto quel che si porta Saladino alla sepoltura. Posto ch’è nella fossa il cadavere di quel principe, se ne cadono le carni, ed ecco che il suo scheletro più non si distingue dagli altri» (Apparecchio alla morte, Consid. II, Punto I).
Veritiera, ma non piena nella sua enunciazione perché la morte di Cristo ha dato alla morte dell’uomo una svolta radicale ponendola nel segno della precarietà: per mezzo di «Cristo siamo liberati dal peccato, dalla carne, dalla legge e perciò la vita, non la morte, è il segno sotto cui si svolge l’esistenza dei credenti» (Giuseppe Barbaglio).
La morte cristiana in virtù della morte e della risurrezione di Cristo «ha un significato positivo. “Per me vivere è Cristo e il morire un guadagno” [Fil 1,21]. “Certa  questa parola: se moriamo con lui, vivremo anche con lui” [2Tm 2,1]. Qui sta la novità essenziale della morte cristiana: mediante il Battesimo, il cristiano è già sacramentalmente “morto con Cristo”, per vivere di una vita nuova: e se noi moriamo nella grazia di Cristo, la morte fisica consuma “questo morire con Cristo” e compie così la nostra incorporazione a lui nel suo atto redentore» (CCC 1010).
È stolto colui che vive come se la morte non dovesse mai arrivare ed è stolto colui che crede che con la morte finisce tutto; è saggio invece colui che arricchisce presso Dio.

Gesù Cristo: Io Sono la Vita - Con la venuta del Salvatore, le promesse diventano realtà - A.-A. Viard e J. Guillet (Dizionario di Teologia Biblica): 1. Gesù annunzia la vita. - Per Gesù, la vita è una cosa preziosa, «più del cibo» (Mt 6,25); «salvare una vita» è più importante anche del sabato (Mc 3,4 par.), perché «Dio non è un Dio di morti, ma di viventi» (Mc 12,27 par.). Egli stesso guarisce e restituisce la vita, come se non potesse tollerare la presenza della morte: se egli fosse stato presente, Lazzaro non sarebbe morto (Gv 11,15.21). Questo potere di dare la vita è il segno che egli ha potere sul peccato (Mt 9,6) e che apporta la vita che non muore, la «vita eterna» (1916 par.; 19,29 par.). È la vera vita; si può persino dire, senz’altro, che è «la vita» (7,14; 18,8 s par. ...). Per entrarvi e possederla bisogna quindi prendere la via stretta, sacrificare tutte le proprie ricchezze, persino le proprie membra e la vita presente (cfr. Mt 16,25s). 2. In Gesù è la vita. - Verbo eterno, Cristo possedeva da tutta l’eternità la vita (Gv l,4). Incarnato, egli è «il Verbo di vita» (1Gv 1,1); dispone della vita con proprietà assoluta (Gv 5,26) e la dona in sovrabbondanza (10,10) a tutti coloro che il Padre suo gli ha dato (17,2). Egli e «la via, la verità e la vita» (14,6), «la risurrezione e la vita» (11,25), «Luce della vita» (8,12), egli dà un’acqua viva, che, in colui che la riceve, diventa «una fonte che zampilla per la vita eterna» (4,14). «Pane di vita», egli dà a colui che mangia il suo corpo di vivere per mezzo suo, come egli vive per mezzo del Padre (6,27-58). Ciò suppone la fede: «chi vive e crede in lui, non morrà» (11,25s), diversamente «non vedrà mai la vita» (3,36); una fede che riceve le sue parole e le mette in pratica, com’egli stesso obbedisce al Padre suo, perché «il suo comando è vita eterna» (12,47-50).

Siamo arrivati al termine. Possiamo mettere in evidenza:
*** “Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato, di chi sarà?” (Vangelo).
Ora nel silenzio, nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.

Accompagna con la tua continua protezione, Signore,
il popolo che hai nutrito con il pane del cielo,
e rendilo degno dell’eredità eterna.
Per Cristo nostro Signore.





3 Agosto 2019

SABATO DELLA XVII SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO

Lv 25,8-17; Sal 66 (67); Mt 4,1-12 

Colletta: O Dio, nostra forza e nostra speranza, senza di te nulla esiste di valido e di santo; effondi su di noi la tua misericordia perché, da te sorretti e guidati, usiamo saggiamente dei beni terreni nella continua ricerca dei beni eterni. Per il nostro Signore Gesù Cristo…

Il tetrarca Erode, come tanti suoi pari, aveva sulla coscienza delitti e intrighi, e questo non era motivo di inquietudine, ma il pensare che Gesù fosse Giovanni il Battista risorto dai morti suggerisce che forse la morte cruenta del figlio di Zaccaria gli pesava sulla coscienza. Al di là del ruolo spregevole di Erodiade e della figlia, che a detta di Giuseppe Flavio si chiamava Salome, il vero meschino è il tetrarca Erode che in quel sventurato avvenimento ebbe l’occasione di mettere a nudo tutto il suo animo vile, testimoniando la sua incapacità di essere veramente uomo assumendone tutti i rischi, cosicché tutta la sua vita era “dominata dalla paura”, ebbe paura della folla, dalla “morbosa attrazione” verso le donne, la figlia di Erodìade danzò in pubblico e piacque tanto a Erode, dalla incapacità di essere veramente all’altezza del ruolo che aveva nella società: per non perdere la faccia dinanzi a una scostumata danzatrice e a dei commensali è pronto a lordarsi la coscienza del sangue di un innocente. Potremmo dire, un re scoronato, un quaquaraquà, direbbe Leonardo Sciascia. Ma al di là queste povere considerazioni, la morte cruenta di Giovanni Battista, uomo giusto e santo, fedele al suo mandato e messo a morte per la sua libertà di parola, fa presentire l’arresto e la condanna ingiusta di Gesù. Giovanni Battista muore per la malvagità di una donna e la debolezza di un sovrano, ma la sua morte non è uno dei tanti fatti di cronaca che da sempre fanno parte della storia umana, è invece una Parola che Dio rivolge a tutti gli uomini: morire per la Verità è farsi discepolo del Cristo, ed è offrire la propria vita per la salvezza degli uomini: “Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi. Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici. Voi siete miei amici, se fate ciò che io vi comando.” (Gv 15,12-14).

Dal Vangelo secondo Matteo 14,1-12: In quel tempo al tetrarca Erode giunse notizia della fama di Gesù. Egli disse ai suoi cortigiani: «Costui è Giovanni il Battista. È risorto dai morti e per questo ha il potere di fare prodigi!». Erode infatti aveva arrestato Giovanni e lo aveva fatto incatenare e gettare in prigione a causa di Erodìade, moglie di suo fratello Filippo. Giovanni infatti gli diceva: «Non ti è lecito tenerla con te!». Erode, benché volesse farlo morire, ebbe paura della folla perché lo considerava un profeta. Quando fu il compleanno di Erode, la figlia di Erodìade danzò in pubblico e piacque tanto a Erode che egli le promise con giuramento di darle quello che avesse chiesto. Ella, istigata da sua madre, disse: «Dammi qui, su un vassoio, la testa di Giovanni il Battista». Il re si rattristò, ma a motivo del giuramento e dei commensali ordinò che le venisse data e mandò a decapitare Giovanni nella prigione. La sua testa venne portata su un vassoio, fu data alla fanciulla e lei la portò a sua madre. I suoi discepoli si presentarono a prendere il cadavere, lo seppellirono e andarono a informare Gesù.

Erode è molto spiccio nelle sue conclusioni, ma a volte metterle in atto è un po’ difficile, anche per un re. Erode voleva far morire Giovanni il Battista perché aveva il coraggio di accusarlo pubblicamente di adulterio, ma non osava farlo perché aveva paura della folla che considerava il figlio di Zaccaria un profeta. Anche i re possono avere paura, e possono avere anche vizi e passioni. E fu il vizio, quello di essere troppo attento alle ballerine, a trasformarlo in un assassino. Anche la regina Erodiade era alla pari del suo amato compagno, ma essendo più perfida e con meno sensi di colpa, venuta l’ora opportuna, passa all’azione. L’ora opportuna è la festa di compleanno del re Erode, e come esca usa la figlia. La ragazza, le cronache diranno che si chiama Salome, danza alla presenza del re e dei notabili presenti alla festa. Erode ha gli occhi sgranati, e il corpo frustato dalla passione, e così decide di fare un dono alla dolce, sensuale danzatrice. Il tutto accompagnato da un solenne giuramento. E Salome, istruita dalla madre, chiede con disinvoltura la testa di Giovanni Battista. Il Vangelo dice ancora che il re si rattristò, ma i giuramenti vanno rispettati e così per una donna Giovanni perse la testa, e il re l’onore. Un altro particolare, Salome riesce a fissare lo sguardo sopra una testa mozzata per suo volere e a portarla, alla madre desiderosa di vedere la fine di quella vita. Certamente si continuò a danzare, a bere vino, a banchettare, una testa in più o in meno non poteva far cambiare il programma. È una storia triste che getta una luce sinistra nella vita delle corti e mostra con una tragicità impressionante gli effetti delle passioni dei grandi e degli ambiziosi. Una storia che si rinnova ogni giorno, le cronache sono piene di questi fatti. Da questo fattaccio di sangue intrecciato di turpitudini, di ingiustizie, di abuso di potere e di sangue balza la coraggiosa figura del figlio di Zaccaria che non si piega davanti ai grandi e che muore per la verità. E purtroppo i prepotenti sono assai numerosi, un vera e propria caterva, e i difensori della verità, sopra tutto ai nostri giorni, sfortunatamente assai poco. Una testa mozzata può tenere ancora per qualche anno in più sulla sella del prestigio l’arrogante di turno, e una danzatrice può servire all’occasione. 

Il ministero di Giovanni Battista - Catechismo degli Adulti 116: Tra le tante voci si distingueva, per il tono austero e minaccioso, quella di Giovanni Battista. Proclamava come imminente l’intervento decisivo di Dio nella storia di Israele; intimava di prepararsi ad accoglierlo con una pronta e seria conversione: «La scure è già posta alla radice degli alberi; ogni albero che non porta buon frutto, sarà tagliato e buttato nel fuoco» (Lc 3,9). Quelli che si recavano da lui e si riconoscevano peccatori, li battezzava nel fiume Giordano. A tutti dava la testimonianza di una vita ascetica, di digiuno e di preghiera, insieme con i suoi discepoli

Il martirio di Giovanni Battista - Veritatis splendor 91-92: Alle soglie del Nuovo Testamento Giovanni Battista, rifiutandosi di tacere la legge del Signore e di venire a compromesso col male, «immolò la sua vita per la verità e la giustizia» e fu così precursore del Messia anche nel martirio (cf Mc 6,17-29). Per questo, «fu rinchiuso nell’oscurità del carcere colui che venne a rendere testimonianza alla luce e che dalla stessa luce, che è Cristo, meritò di essere chiamato lampada che arde e illumina... E fu battezzato nel proprio sangue colui al quale era stato concesso di battezzare il Redentore del mondo» [...].
Nel martirio come affermazione dell’inviolabilità dell’ordine morale risplendono la santità della legge di Dio e insieme l’intangibilità della dignità personale dell’uomo, creato a immagine e somiglianza di Dio: è una dignità che non è mai permesso di svilire o di contrastare, sia pure con buone intenzioni, qualunque siano le difficoltà. Gesù ci ammonisce con la massima severità: «Che giova all’uomo guadagnare il mondo intero, se poi perde la propria anima?» (Mc 8,36).
Il martirio sconfessa come illusorio e falso ogni «significato umano» che si pretendesse di attribuire, pur in condizioni «eccezionali», all’atto in se stesso moralmente cattivo; ancor più ne rivela apertamente il vero volto: quello di una violazione dell’«umanità» dell’uomo, prima ancora in chi lo compie che non in chi lo subisce. Il martirio è quindi anche esaltazione della perfetta «umanità» e della vera «vita» della persona, come testimonia sant’Ignazio di Antiochia rivolgendosi ai cristiani di Roma, luogo del suo martirio: «Abbiate compassione di me, fratelli: non impeditemi di vivere, non vogliate che io muoia... Lasciate che io raggiunga la pura luce; giunto là, sarò veramente uomo. Lasciate che io imiti la passione del mio Dio»

I testimoni di Gesù - M. Prat e P. Grelot (Dizionario di Teologia Biblica): 1. La testimonianza apostolica. - Per giungere agli uomini la testimonianza assume una forma concreta: la predicazione del vangelo (Mt 24,14). Per portarla a tutto il mondo gli apostoli sono costituiti testimoni di Gesù (Atti 1,8): dovranno attestare solennemente dinanzi agli uomini tutti i fatti avvenuti dal battesimo di Giovanni fino alla ascensione di Gesù, e specialmente la risurrezione che ha consacrato la sua sovranità (1,22; 2,32; ecc.). La missione di Paolo viene definita negli stessi termini: sulla via di Damasco egli è stato costituito testimone di Cristo dinanzi a tutti gli uomini (22,15; 26,16); in terra pagana egli attesta dovunque la risurrezione di Gesù (1Cor 15,15), e la fede nasce nelle comunità con l’accettazione di questa testimonianza (2Tess 1,10; 1Cor 1,6). Stessa identificazione del vangelo e della testimonianza negli scritti giovannei. Il racconto evangelico è un’attestazione data da un testimone oculare (Gv 19,35; 21,24); ma la testimonianza, ispirata dallo Spirito (Gv 16,13), verte pure sul mistero che i fatti nascondono: il mistero del Verbo di vita venuto nella carne (lGv 1,2; 4,14). I credenti che hanno accettato questa testimonianza apostolica hanno ormai in sé la testimonianza stessa di Gesù, che è la profezia dei tempi nuovi (Apoc 12,17; 19,21). Perciò i testimoni incaricati di trasmetterla riprendono i tratti dei profeti antichi (11,3-7). 2. Dalla testimonianza al martirio. - La funzione dei testimoni di Gesù è messa ancor più in evidenza quando devono rendere testimonianza dinanzi alle autorità ed ai tribunali, secondo la prospettiva che Gesù apriva già ai Dodici (Mc 13,9; Mt 10,18; Lc 21,13s). Allora l’attestazione assume un carattere solenne, ma prelude sovente alla sofferenza. Di fatto, se i credenti sono perseguitati, si è «a motivo della testimonianza di Gesù» (Apoc 1,9). Stefano per primo ha suggellato la sua testimonianza con il suo sangue versato (Atti 22, 20). La stessa sorte attende quaggiù i testimoni del vangelo (Apoc 11,7): quanti saranno sgozzati «per la testimonianza di Gesù e la parola di Dio» (6,9; 17,6)! Babilonia, la potenza nemica che si accanisce contro la Città celeste, si inebrierà del sangue di questi testimoni, di questi martiri (17,6). Ma riporterà soltanto una vittoria apparente. In realtà saranno essi ad aver vinto, con Cristo, il diavolo, «mediante il sangue dell’agnello e la parola della loro testimonianza» (12, 11). Il martirio è la testimonianza della fede consacrata dalla testimonianza del sangue. 

I suoi discepoli si presentarono a prendere il cadavere, lo seppellirono e andarono a informare Gesù - Benedetto Prete (I Quattro Vangeli): L’atto di pietà compiuto dai discepoli dell’austero Precursore chiude questo fatto di sangue. Probabilmente Erode-Antipa, il quale – come abbiamo visto – era perplesso sul modo di trattare il suo prigioniero, permise ai discepoli del Battista di dare una degna sepoltura al loro Maestro per far tacere la sua coscienza. L’episodio getta una luce sinistra nella vita delle corti e mostra con una tragicità impressionante gli effetti delle passioni dei grandi e degli ambiziosi. Il ruolo che due donne ricoprono in questa scena di sangue rivela angoli misteriosi dell’animo femminile. Erodiade donna ambiziosa ed altera per la sua discendenza regale (ella era nipote di Erode il Grande) preferì al marito modesto (Erode-Filippo) l’uomo elevato e tetrarca della Galilea (Erode-Antipa) e per non avere censori al suo operato fa pressioni sul monarca e suggerisce alla figlia di voler la testa del Battista. Da questo dramma intrecciato di turpitudini, d’ingiustizie, di abuso di potere e di sangue balza la coraggiosa figura del Battista che non si piega davanti ai grandi e che muore per la difesa, della santità del matrimonio.

Siamo arrivati al termine. Possiamo mettere in evidenza:
*** «Che giova all’uomo guadagnare il mondo intero, se poi perde la propria anima?» (Mc 8,36).
Ora nel silenzio, nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.

O Dio, nostro Padre, che ci hai dato la grazia
di partecipare al mistero eucaristico,
memoriale perpetuo della passione del tuo Figlio,
fa’ che questo dono del suo ineffabile amore
giovi sempre per la nostra salvezza.
Per Cristo nostro Signore.



2 Agosto 2019

 VENERDÌ DELLA XVII SETTIMANA T. O.

Lv 23,1.4-11.15-16.27.34b-37; Sal 80 (81); Mt 13,54-58 


Colletta: O Dio, nostra forza e nostra speranza, senza di te nulla esiste di valido e di santo; effondi su di noi la tua misericordia perché, da te sorretti e guidati, usiamo saggiamente dei beni terreni nella continua ricerca dei beni eterni. Per il nostro Signore Gesù Cristo…

Nel Vangelo bene sono messi in evidenza i pensieri assai contorti dei nazaretani. Da una parte riconoscono il dire e gli insegnamenti sapienziali di Gesù, d’altra parte si scandalizzano perché conoscono le sue umili origini, perché conoscono tutto il parentado, e tra essi non c’è da annoverare che qualcuno abbia superato in sapienza e saggezza la media comune. Una mentalità contorta e contraddittoria che ancora oggi alligna nella Chiesa, e fuori dai sacri palazzi. Esegeti e teologi che si affanno nel ridurre a pura invenzione della comunità primitiva i miracoli, gli esorcismi, gli insegnamenti e la risurrezione di Gesù, e dall’altra parte il mondo che accetta l’onnipotenza di Dio, ma dinanzi a certi fatti drammatici, come i campi di sterminio nazisti, incominciano a sbuffare, a masticare amaro e pur non negando l’esistenza di Dio, denunciano la sua debolezza, o la sua incapacità di intervenire nella storia dell’uomo, magari fulminando con un infarto il capetto borioso di turno che vuole portare alla rovina l’intero universo. Gesù è vero uomo, ed è vero Dio e i nazaretani invece di inalberarsi potevano cercare di approfondire le loro ricerche genealogiche, ed avrebbero scoperto qualcosa di nuovo e di strabiliante. Dio è onnipotente, odia il peccato e i campi di sterminio, rossi o neri che siano, ma ha creato l’uomo libero, una libertà che spesso egli  usa male portando la malvagità del suo cuore ad estreme conseguenze, come raccontano la prima e la seconda guerra mondiale. I nazaretani moderni,  psicanalisti, filosofi e no, invece di investigare il Cielo e la capacità di intervento del buon Dio, dovrebbero scandagliare il cuore dell’uomo e la sua mente, allora troverebbero, a volte, qualcosa di molto pulito, ma qualche altra volta qualcosa di molto sporco, e capirebbero che tutto sta nella volontà dell’uomo a tirare fuori quello che è pulito, o quello che è sporco.

Dal Vangelo secondo Matteo 13,54-58: In quel tempo, Gesù venuto nella sua patria, insegnava nella loro sinagoga e la gente rimaneva stupita e diceva: «Da dove gli vengono questa sapienza e i prodigi? Non è costui il figlio del falegname? E sua madre, non si chiama Maria? E i suoi fratelli, Giacomo, Giuseppe, Simone e Giuda? E le sue sorelle, non stanno tutte da noi? Da dove gli vengono allora tutte queste cose?». Ed era per loro motivo di scandalo. Ma Gesù disse loro: «Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria e in casa sua». E lì, a causa della loro incredulità, non fece molti prodigi. 

Chi è costui? (Mc 4,41), da dove gli vengono questa sapienza e i prodigi? Non è costui il figlio del falegname?, l’episodio di Nazaret non è un episodio isolato, né la reazione di un piccolo paese: è invece il simbolo del comportamento dell’intero popolo d’Israele nei confronti di Gesù. Ed era per loro motivo di scandalo... la ragione dello scandalo è pruriginosa, stupida: i nazarateni dinanzi alla rivelazione del loro connazionale preferiscono usare gli occhi del corpo e non quelli dello spirito con i quali avrebbero superato la cortina della carne. Solo gli occhi dell’anima sanno cogliere il mistero del Figlio di Dio, la sua incarnazione, la sua scelta di un’esistenza umile e povera: Cristo Gesù pur essendo nella condizione di Dio, non ritenne un privilegio l’essere come Dio, ma svuotò se stesso assumendo una condizione di servo, diventando simile agli uomini (Fil 2,6-7). “Oggi”, nella sinagoga di un minuscolo paesino, si è avverato quanto più tardi proclamerà san Giovanni nel prologo del suo Vangelo: Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo. Era nel mondo e il mondo è stato fatto per mezzo di lui; eppure il mondo non lo ha riconosciuto. Venne fra i suoi, e i suoi non lo hanno accolto (Gv 1,9-11).

Non è costui il figlio del falegname? E sua madre, non si chiama Maria?: Gaudium et Spes 22: Cristo Gesù è «l’immagine dell’invisibile Iddio» (Col 1,15) è l’uomo perfetto che ha restituito ai figli di Adamo la somiglianza con Dio, resa deforme già subito agli inizi a causa del peccato. Poiché in lui la natura umana è stata assunta, senza per questo venire annientata per ciò stesso essa è stata anche in noi innalzata a una dignità sublime. Con l’incarnazione il Figlio di Dio si è unito in certo modo ad ogni uomo. Ha lavorato con mani d’uomo, ha pensato con intelligenza d’uomo, ha agito con volontà d’uomo ha amato con cuore d’uomo. Nascendo da Maria vergine, egli si è fatto veramente uno di noi, in tutto simile a noi fuorché il peccato.

E i suoi fratelli, Giacomo, Giuseppe, Simone e Giuda? E le sue sorelle, non stanno tutte da noi? - Gesù è l’unico Figlio di Maria: Catechismo della Chiesa Cattolica 499-501: L’approfondimento della fede nella maternità verginale ha condotto la Chiesa a confessare la verginità reale e perpetua di Maria anche nel parto del Figlio di Dio fatto uomo. Infatti la nascita di Cristo «non ha diminuito la sua verginale integrità, ma l’ha consacrata ». La liturgia della Chiesa celebra Maria come la ‘Aειπαρθενος, «sempre Vergine». A ciò si obietta talvolta che la Scrittura parla di fratelli e di sorelle di Gesù. La Chiesa ha sempre ritenuto che tali passi non indichino altri figli della Vergine Maria: infatti Giacomo e Giuseppe, «fratelli di Gesù» (Mt 13,55), sono i figli di una Maria discepola di Cristo, la quale è designata in modo significativo come «l’altra Maria» (Mt 28,1). Si tratta di parenti prossimi di Gesù, secondo un’espressione non inusitata nell’Antico Testamento. Gesù è l’unico Figlio di Maria. Ma la maternità spirituale di Maria si estende a tutti gli uomini che egli è venuto a salvare: «Ella ha dato alla luce un Figlio, che Dio ha fatto “il primogenito di una moltitudine di fratelli” (Rm 8,29), cioè dei fedeli, alla cui nascita e formazione ella coopera con amore di madre».

E i suoi fratelli, Giacomo, Giuseppe, Simone e Giuda? - Benedetto Prete (I Quattro Vangeli): Non è egli forse il figlio del falegname? Tέκτων designa un artigiano che lavora soprattutto il legno (falegname), ma quest’artigiano diventa anche muratore e fabbro, quando lo richiedono i bisogni. Il Tέκτωνquindi è un operaio che sa fare un po’ di tutto. L’espressione rivela che Gesù per i Nazaretani era ritenuto vero figlio di Giuseppe. Matteo non si preoccupa di chiarire queste parole, perché egli ha già narrato la concezione verginale di Cristo ed i lettori sapevano che Giuseppe era soltanto padre putativo di Gesù. «Il figlio del falegname» non ha un senso di disprezzo, ma è semplicemente una constatazione. Giuseppe per la sua condotta e per l’onestà del suo lavoro era certamente un cittadino stimato ed onorato. Inoltre il lavoro manuale era praticato anche dai Dottori della Legge.
E i suoi fratelli (non sono) Giacomo, Giuseppe, Simone e Giuda? Matteo ricorda il nome dei fratelli di Gesù; per l’evangelista l’espressione non è affatto imbarazzante come lo può essere per il lettore moderno. Matteo ha chiaramente indicato i punti salienti della vita di Maria dai quali appare con evidenza che ella rimase vergine; l’evangelista, quindi, nominando i fratelli di Cristo, non può cadere in contraddizione aperta contro le sue stesse indicazioni; egli infatti constata i fatti seguenti: Maria è (promessa) sposa di Giuseppe; Maria è trovata madre e Giuseppe pensa di lasciarla libera; un angelo illumina Giuseppe su quanto è avvenuto in Maria; Giuseppe prende Maria come sua legittima sposa. Matteo nota in quella circostanza che Giuseppe non «la conobbe» (cf. 1,25, e commento al versetto). Per i contemporanei dell’evangelista, come per i primi cristiani, non era necessario accentuare la verginità di Maria, perché il fatto era incontestato. I fratelli di Gesù vanno quindi intesi come cugini (o parenti di vincolo ancora più largo) di lui. (Per i fratelli di Gesù, cf. M. J. Lagrange, L’évangile de Jésus Christ, Parigi 1948, pp. 193-194; D. Buzy, Évangile selon S. Matthieu, La Sainte Bible Pirot-Clamer, Parigi 1950, t. IX, pagine 166-167).

Il rifiuto opposto al profeta - Basilio Caballero (La Parola per Ogni Giorno): Perché questa inimicizia dichiarata verso Gesù? Perché, allineandosi ai profeti, egli diceva: «Dio vuole amore e misericordia, e non i sacrifici di un culto vuoto». Di fronte alla complicata casistica dei maestri della legge mosaica, guardiani dell’ortodossia, Gesù propose una semplificazione che recuperava l’essenziale della religione. La legge e i profeti si riassumono in un comandamento a doppio versante: amore per Dio e per il prossimo. Davanti al monopolio della salvezza, Gesù proclamava un vangelo di grazia e di benedizione per tutti gli uomini. Queste idee suonarono come una sfida per farisei, dottori della legge, anziani e sommi sacerdoti. Vacillava l’impalcatura che avevano costruito immiserendo la legge di Dio, legge d’amore e di libertà, in un ginepraio di precetti e proibizioni che conducevano a una religione senz’anima, perché dimenticavano lo spirito e l’amore, che danno valore all’osservanza della legge e al culto. San Paolo avrebbe annotato in seguito: i pagani, che non ricercavano la giustizia della legge mosaica, hanno raggiunto la giustizia che deriva dalla fede in Cristo, mentre Israele, che ricercava una legge che gli desse la giustizia, non è giunto neanche alla pratica della legge (cfr. Rm 9,30s). Gesù proclamò la novità assoluta del regno di Dio che rinnova, con il suo Spirito, tutte le cose, cominciando dal cuore dell’uomo. Ma il popolo ebreo nel suo insieme si mostrò cieco e ostinato; e invece di assecondare questo impulso salvifico di Dio, lo frenò ancora una volta, facendo mostra della sua infedeltà di sempre, perché il suo amore era effimero come la nebbia mattutina. Si chiuse alla gratuità di Dio per lui e per tutti gli altri popoli. Per questo rifiutò il suo profeta e messia, Gesù di Nazaret.

L’uomo, scandalo per l’uomo - C. Augrain (Dizionario di Teologia Biblica): L’uomo è scandalo per il proprio fratello quando cerca di allontanarlo dalla fedeltà a Dio. Chi abusa della debolezza del fratello, o del potere ricevuto da Dio su di lui, per allontanarlo dall’alleanza, è colpevole verso il proprio fratello e verso Dio. Dio ha in orrore i principi che hanno distolto il popolo dal seguire Jahve: Geroboarno (1Re 14,16; 15,30.34), Achab o Gezabele (1Re 21,22.25), e così pure coloro che hanno voluto trascinare Israele sulla china della ellenizzazione, fuori della vera fede (2Mac 4,7...). Sono invece degni di lode coloro che resistono allo scandalo per mantenere la fedeltà all’alleanza (Ger 35). Gesù, sebbene personalmente segno di contraddizione, con il compimento dell’alleanza viene a mettere fine al grande scandalo della rottura tra l’uomo e Dio. Perciò è implacabile verso i fautori di scandalo: «Guai a chi scandalizza uno di questi piccoli che credono in me! Sarebbe meglio per lui se gli appendessero al collo una macina e lo precipitassero nel profondo del mare!» (Mt 18,6). Ma Gesù sa che questi scandali sono inevitabili: falsi dottori (2Pt 2,1) o seduttori, come l’antica Gezabele (Apoc 2,20), sono sempre all’opera. Questo scandalo può venire anche dallo stesso discepolo; Gesù quindi esige con forza e senza pietà la rinuncia a tutto ciò che può creare ostacolo al regno di Dio. «Se il tuo occhio ti scandalizza, cavalo e gettalo lontano da te» (Mt 5,29s; 18,8). Sull’esempio di Gesù che non voleva turbare le anime semplici (Mt 17,26), Paolo vuole che si eviti di scandalizzare le coscienze deboli e poco formate: «Badate che la libertà di cui fate uso non diventi occasione di caduta per i deboli» (1Cor 8,9; Rom 14,13-15.20). La libertà cristiana non è autentica se non è pervasa di carità (Gal 5,13); la fede non è vera se non sostiene la fede dei fratelli (Rom 14,1-23). 


Siamo arrivati al termine. Possiamo mettere in evidenza:
*** L’uomo è scandalo per il proprio fratello quando cerca di allontanarlo dalla fedeltà a Dio.  
Ora nel silenzio, nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.

O Dio, nostro Padre, che ci hai dato la grazia
di partecipare al mistero eucaristico,
memoriale perpetuo della passione del tuo Figlio,
fa’ che questo dono del suo ineffabile amore
giovi sempre per la nostra salvezza.
Per Cristo nostro Signore.