17 Luglio 2019

Mercoledì XV Settimana T. O.

Es 3,1-6.9-12; Sal 102 (103); Mt 11,25-27

Colletta: O Dio, che mostri agli erranti la luce della tua verità. perché possano tornare sulla retta via, concedi a tutti coloro che si professano cristiani di respingere ciò che è contrario a questo nome e di seguire ciò che gli è conforme. Per il nostro Signore Gesù Cristo…

Se teniamo gli occhi sugli innumerevoli tomi che sono stati scritti per illustrare, spiegare, sviscerare la sacra Scrittura non si può non ammettere che molti sono stati scritti solo per il gusto di gratificare la vanità, la vanagloria, il desiderio smodato degli onori mondani. E spesso hanno disorientato i semplici! Se così è, allora non si può non convenire con quanto oggi il Vangelo ci suggerisce: “nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo”. Pensiamo agli illustri esegeti che si sono susseguiti sulla cattedra di Lutero, il quale, a suo capriccio, determinò quello che andava preso come rivelato, o quello che andava lasciato perché contrarie alle sue idee, ricordiamo l’appellativo di “lettera di paglia” data alla lettera di Giacomo. Oggi, vien da gridare: “umiltà, umiltà”, soltanto chi entra in questa scuola “può comprendere qualcosa”, qualcosa perché se non c’è il sussidio che viene dallo Spirito Santo tutto rimane velato. La sacra Scrittura va spiegata, letta e compresa con l’aiuto dello Spirito Santo che è l’autore della sacra Scrittura, così come ci suggerisce il magistero della Chiesa: “La Sacra Scrittura [deve] essere letta e interpretata con l’aiuto dello stesso Spirito mediante il quale è stata scritta” (Catechismo della Chiesa Cattolica 111; cfr. Dei Verbum 12, Enciclica Spiritus Paraclitus). Ritornando al Vangelo possiamo indovinare i destinatari delle parole di Gesù. Sono i farisei, i sadducei, gli scribi, coloro che abusivamente si erano seduti sulla cattedra di Mosè? (Mt 23,2). Probabilmente sì, ma non dimentichiamo che la Parola di Dio è Verità (Gv 17,17), e non può essere stravolta. Una Parola che ha “tempo”, risuonata duemila anni fa in terra di Palestina, ha continuato a risuonare nei secoli passati, e continuerà a risuonare nei secoli a venire, una Parola che interpella colui che è nato ieri, e che interpella noi, uomini di questo secolo, e interpellerà coloro che verranno nei secoli a venire: “In verità io vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà un solo iota o un solo trattino della Legge, senza che tutto sia avvenuto” (Mt 5,18). 

Dal Vangelo secondo Matteo 11,25-27: In quel tempo Gesù disse: «Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza. Tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo».

Ti rendo lode - Claude Tassin (Vangelo di Matteo): Preghiera di lode (11,25-26) - Tipicamente giudaica, la preghiera si rivolge al Creatore, padrone del cielo e della terra, che si rivela a chi vuole. La personalità di Gesù si svela anche con la semplice parola «Padre» che apre e chiude il passo. Il motivo della lode è questo: alcune cose sfuggono completamente «ai sapienti e ai saggi» i quali, come gli scribi, insegnano nel nome di Dio, mentre i «semplici» si vedono rivelare queste cose. In questo paradosso, Gesù constata e confessa, letteralmente, «la benevola volontà» del Padre (v. 26; cfr. 3,17: « nel quale ho posto la mia compiacenza» ... ).
Ma quali sono queste cose? La parola rimanda direttamente al v. 27: solo le persone semplici hanno visto in Gesù colui che rivela Dio. Nel più ampio contesto di questa sezione, si tratta del regno, annunciato con gli atti e le parole, che, a differenza dei « saggi» di professione, i piccoli hanno accolto. In questo senso, i discepoli udiranno presto: «A voi è dato di comprendere i misteri del regno dei cieli» (13,11).

Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra... - L’espressione Signore del cielo e della terra, evoca l’azione creatrice di Dio (Cf. Gen 1,1). Il motivo della lode sta nel fatto che il Padre ha «nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le ha rivelate ai piccoli». Le cose nascoste «non si riferiscono a ciò che precede; si devono intendere invece dei “misteri del regno” in generale [Mt 13,11], rivelati ai “piccoli”, i discepoli [Cf. Mt 10,42], ma tenuti nascosti ai “sapienti”, i farisei e i loro dottori» (Bibbia di Gerusalemme).
Molti anni dopo Paolo ricorderà queste parole di Gesù ai cristiani di Corinto: «Considerate infatti la vostra chiamata, fratelli: non ci sono fra voi molti sapienti dal punto di vista umano, né molti potenti, né molti nobili. Ma quello che è stolto per il mondo, Dio lo ha scelto per confondere i sapienti; quello che è debole per il mondo, Dio lo ha scelto per confondere i forti; quello che è ignobile e disprezzato per il mondo, quello che è nulla, Dio lo ha scelto per ridurre al nulla le cose che sono, perché nessuno possa vantarsi di fronte a Dio» (1Cor 1,26-29). ... nessuno conosce il Figlio... La rivelazione della mutua conoscenza tra il Padre e il Figlio pone decisamente il brano evangelico in relazione «con alcuni passi della letteratura sapienziale riguardanti la sophia. Solo il Padre conosce il Figlio, come solo Dio la sapienza [Gb 28,12-27; Bar 3,32]. Solo il Figlio conosce il Padre, così come solo la sapienza conosce Dio [Sap 8,4; 9,1-18]. Gesù fa conoscere la rivelazione nascosta, come la sapienza rivela i segreti divini [Sap 9,1-18; 10,10] e invita a prendere il suo giogo su di sé, proprio come la sapienza [Prov 1,20-23; 8,1-36]» (Il Nuovo Testamento, Vangeli e Atti degli Apostoli). ... nessuno conosce il Padre se non il Figlio... Gesù è l’unico rivelatore dei misteri divini, in quanto il Padre ne ha comunicato a lui, il Figlio, la conoscenza intera. Da questa affermazione si evince che Gesù è uguale al Padre nella natura e nella scienza, è Dio come il Padre, di cui è il Figlio Unico.

Il Vangelo rivelato ai semplici - Dei verbum 2:  Piacque a Dio nella sua bontà e sapienza rivelarsi in persona e manifestare il mistero della sua volontà (cfr. Ef 1,9), mediante il quale gli uomini per mezzo di Cristo, Verbo fatto carne, hanno accesso al Padre nello Spirito Santo e sono resi partecipi della divina natura (cfr. Ef 2,18; 2 Pt 1,4). Con questa Rivelazione infatti Dio invisibile (cfr. Col 1,15; 1 Tm 1,17) nel suo grande amore parla agli uomini come ad amici (cfr. Es 33,11; Gv 15,14-15) e si intrattiene con essi (cfr. Bar 3,38), per invitarli e ammetterli alla comunione con sé. Questa economia della Rivelazione comprende eventi e parole intimamente connessi, in modo che le opere, compiute da Dio nella storia della salvezza, manifestano e rafforzano la dottrina e le realtà significate dalle parole, mentre le parole proclamano le opere e illustrano il mistero in esse contenuto. La profonda verità, poi, che questa Rivelazione manifesta su Dio e sulla salvezza degli uomini, risplende per noi in Cristo, il quale è insieme il mediatore e la pienezza di tutta intera la Rivelazione.

… nessuno conosce il Padre… - J. Corbon e A Vanhoye (Dzionario di Teologia Biblica): In Gesù Cristo viene data la perfetta conoscenza di Dio, promessa per il tempo della nuova alleanza.
1. Sinottici. - Gesù era il solo capace di rivelare il Padre (Lc 10,22) e di spiegare il mistero del regno di Dio (Mt 13,11). Egli insegnava con autorità (Mt 7,29). Rifiutando di soddisfare le vane curiosità (Atti 1,7), il suo insegnamento non era teorico, ma si presentava come una «buona novella» ed un appello alla conversione (Mc 1,14s). Dio si fa vicino, bisogna discernere i segni dei tempi (Lc 12,56; 19,42), ed essere disposti ad accoglierlo (Mt 25,10ss). Alle parole Gesù univa i miracoli, segni della sua missione (ad es. Mt 9,6).
Ma tutto questo non era che una preparazione. Non soltanto i suoi nemici (Mc 3,5), ma i suoi stessi discepoli avevano lo spirito ottuso (Mc 6,52; Mt 16,23; Lc 18,34). Soltanto quando sarà sparso il sangue della nuova alleanza (Lc 22,20 par.) potrà farsi la piena luce: «allora egli aprì la loro intelligenza» (Lc 24,45), allora effuse lo Spirito Santo (Atti 2,33). Cosi furono instaurati gli ultimi tempi, tempi della vera conoscenza di Dio.
2. San Giovanni. - Ancor più nettamente dei sinottici, Giovanni nota le tappe di questa rivelazione. Bisogna anzitutto lasciarsi istruire dal Padre; coloro che sono docili nei suoi confronti sono attratti verso Gesù (Gv 6,44s). Gesù li riconosce ed essi lo riconoscono (10,14), ed egli li conduce verso il Padre (14,6). Tuttavia tutto ciò che egli dice e fa rimane per essi enigmatico (16,25) finché egli non è stato innalzato sulla croce.
Soltanto questa elevazione glorificante lo mette veramente in evidenza (8,28; 12,23.32); essa sola ottiene ai discepoli il dono dello Spirito (7,39; 16,7). Questi rivela loro tutta la portata delle parole e delle opere di Gesù (14,26; cfr. 2,22; 12,16) e li conduce a tutta la verità (16,13). Così i discepoli conoscono Gesù, e per mezzo di Gesù, il Padre (14,7.20). Come aveva predetto Geremia, si stabilisce un nuovo rapporto con Dio: «Il Figlio di Dio è venuto e ci ha dato l’intelligenza affinché conoscessimo il vero» (1Gv 5,20; 2,14). La vita eterna non si definisce diversamente: consiste nel «conoscere te, solo vero Dio, ed il tuo inviato Gesù Cristo» (Gv 17,3), conoscenza diretta, la quale fa sì che in un certo senso i cristiani «non hanno più bisogno di essere ammaestrati» (1Gv 2,27; cfr. Ger 31,34; Mt 23,8). Questa conoscenza implica una capacità di discernimento di cui Giovanni spiega gli aspetti fondamentali (1Gv 2,3ss; 3, 19.24; 4,2.6.13), mettendo in guardia contro le false dottrine (2,26; 4,1; 2 Gv 7). Tuttavia, questa conoscenza di Dio, colta nella sua estensione, merita il nome di «comunione» (1 Gv 1, 3), perché è partecipazione ad una stessa vita (Gv 14,19s), unione perfetta nella verità dell’amore (Gv 17,26; cfr. 1Gv2,3s; 3,16 ...).

Basilio Caballero (La Parola per Ogni Giorno): Le «cose» che Dio rivela o nasconde sono il significato dell’opera di Gesù, l’insieme del vangelo del regno. I «sapienti e intelligenti» sono l’élite religiosa d’Israele, i teologi e gli specialisti della legge mosaica, come i rabbini e i farisei. I «piccoli» sono i semplici, i poveri, gli ignoranti e gli emarginati sociali e religiosi, che erano oggetto del disprezzo di scribi e farisei.
Nella persona, messaggio e opera di Gesù, Dio si manifestò agli uomini; ma solo i semplici di cuore lo capirono. Il popolo accolse il vangelo meglio delle sue guide religiose, che confidavano nella loro conoscenza della legge per capire la volontà di Dio e le sue vie; per questo non le trovarono. Rifiutando Cristo, rivelatore del Padre, restarono con la mente vuota e il cuore indurito.
Quest’accettazione e questo rifiuto facevano parte del piano previsto da Dio. Gesù non riuscì a farsi capire né accettare dai sapienti e dagli scribi, come egli stesso riconosce: «Sì, o Padre, perché così è piaciuto a te». Gesù lo benedice perché i semplici entrano in comunione con lui, guidati dal suo Spirito, che apre loro il cuore e l’intelligenza alla rivelazione del suo mistero e alla buona novella del regno.
La rivelazione del mistero di Dio sta nelle mani di Gesù, perché egli è l’unico che conosce il Padre: «Tutto mi è stato dato dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale lo voglia rivelare ». Entrambi stanno sullo stesso piano. Gesù qui non è il Figlio dell’uomo, ma il Figlio di Dio Padre. A questa cristologia aderisce anche il vangelo di Giovanni. La rivelazione che Dio è Padre di Gesù e degli uomini è il centro e il riassunto di tutta la buona novella; da qui derivano sia la relazione paterna di Dio con l’uomo che la relazione filiale di questi con Dio.

Siamo arrivati al termine. Possiamo mettere in evidenza:
*** «Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli» (Vangelo).
Questa parola cosa ti suggerisce?
Ora nel silenzio, nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.

Signore, che ci hai nutriti alla tua mensa,
fa’ che per la comunione a questi santi misteri
si affermi sempre più nella nostra vita
l’opera della redenzione.
Per Cristo nostro Signore.



16 Luglio 2019

Martedì XV Settimana T. O.

Es 2,1-15; Sal 68 (69); Mt 11,20-24

Colletta: O Dio, che mostri agli erranti la luce della tua verità. perché possano tornare sulla retta via, concedi a tutti coloro che si professano cristiani di respingere ciò che è contrario a questo nome e di seguire ciò che gli è conforme. Per il nostro Signore Gesù Cristo…

Le parole infiammate di Gesù ci scuotono e ci fanno aprire gli occhi sulla nostra “futura destinazione”: o Inferno o Paradiso. Non si può scherzare con la Giustizia divina, e non si può celiare con il fuoco, il fuoco dell’Inferno. Molti predicano che il Dio dell’Antico Testamento è il Dio dei tuoni e dei fulmini, e invece quello rivelato da Gesù, nel Nuovo Testamento, è  il Dio tutto miele e tutto dolcezza: Colui che perdona tutto e tutti. Eppure, il Vangelo di oggi ci fa intendere che compagne della misericordia e della bontà vi sono anche la giustizia e il castigo. E alla fine dei giorni dovremo fare i conti con la Verità, che metterà a nudo tutta la nostra povera vita. Il peccato di Corazìn, di Betsàida, di  Cafàrnao? La risposta la troviamo in questa inquisitoria tutta divina, e quasi inaspettata, almeno per i buonisti: si mise a rimproverare le città nelle quali era avvenuta la maggior parte dei suoi prodigi, perché non si erano convertite... E come contrappeso non parla di città “chiare e pulite” con qualche peccatuccio, ma di Tiro, di Sidòne, di Sòdoma, e conosciamo dalla rivelazione i loro esecrabili peccati. Ebbene, i peccati delle città inquisite sono peggiori, più detestabili dei peccati commessi dagli abitanti di Tiro, di Sidòne, di Sòdoma! E attenzione, all’Inferno non ci andranno le pietre e le mura delle città a cui Gesù rivolge il suo rimprovero, ma gli abitanti di esse, dai più piccoli ai più vecchi. Ora leggendo, attentamente, questo monito, c’è ancora in noi il gusto di gridare a squarciagola: misericordia, misericordia, e soltanto queste parole? Il tacere il resto, la possibilità di essere compagni di satana per l’eternità, è un vero attento alla Verità, e rendersi correi di un esecrabile delitto, quello di aver mandato all’Inferno non pochi fratelli di credo per il prurito di essere buoni a tutti i costi.

Dal Vangelo secondo Matteo 11,20-24: In quel tempo, Gesù si mise a rimproverare le città nelle quali era avvenuta la maggior parte dei suoi prodigi, perché non si erano convertite: «Guai a te, Corazìn! Guai a te, Betsàida! Perché, se a Tiro e a Sidòne fossero avvenuti i prodigi che ci sono stati in mezzo a voi, già da tempo esse, vestite di sacco e cosparse di cenere, si sarebbero convertite. Ebbene, io vi dico: nel giorno del giudizio, Tiro e Sidòne saranno trattate meno duramente di voi.  E tu, Cafàrnao, sarai forse innalzata fino al cielo? Fino agli inferi precipiterai! Perché, se a Sòdoma fossero avvenuti i prodigi che ci sono stati in mezzo a te, oggi essa esisterebbe ancora! Ebbene, io vi dico: nel giorno del giudizio, la terra di Sòdoma sarà trattata meno duramente di  te!».

Guai… - Benedetto Prete (I Quattro Vangeli): versetto 21 Corozein (Corazin) identificata con Kkirbet Kerazeh, sorgeva nell’interno a circa 4 chilometri a nord-ovest di Cafarnao; Bethsaida era sulla riva del lago sull’estuario del Giordano (sponda sinistra). Si è pensato all’esistenza di due città chiamate Bethsaida: una Bethsaida orientale (detta Bethsaida Giulia, la città di questo passo) e una Bethsaida occidentale (cf. Mc., 6,45) chiamata Bethsaida di Galilea; cf. Gto., 12,21; l’antichità, tuttavia, non conosce l’esistenza di due Bethsaida. Tiro e Sidone: due città della costa fenicia in territorio interamente pagano. Il Maestro rimprovera queste città per la loro ostinazione, non già per fatti di perversione morale come nel caso di Sodoma e Gomorra. Avrebbero fatto penitenza con il cilicio e con la cenere; espressione tradizionale per indicare la penitenza (cf. Giona 3,5-8); il cilicio è una stoffa rude (sacco) di cui ci si rivestiva nei giorni di digiuno. Gesù si esprime in modo popolare; egli non intende trattare il problema se Dio conosca i così detti “futuribili”, cioè le cose possibili nel futuro, ma che non si attueranno mai.

I Vangeli (Ed. Àncora):  Primo oracolo di sventura (vv. 21-22) - Il primo giudizio di rovina, espresso mediante il genere dei «guai», accorpa le due città di Corazin e Betsaida, vicine a Cafarnao. I loro abitanti hanno visto tanti segni, ma non si sono convertiti, lasciando così cadere la parola di Gesù, e facendo abortire la potenza di rinnovamento in essa racchiusa. La gravità del rifiuto è ulteriormente marcata dal confronto con le città pagane di Tiro e Sidone. Le città peccatrici per antonomasia, contro le quali si indirizza il maggior numero di invettive nella letteratura profetica, sono ritenute addirittura migliori di Corazin e Betsaida. Sono scusabili in rapporto a queste poiché non hanno assistito alla stessa mole di miracoli. Se Tiro e Sidone avessero visto tutti i segni fatti da Gesù come è accaduto invece per Corazin e Betsaida, avrebbero fatto di certo penitenza, vestendo il sacco e cospargendosi il capo di cenere, e si sarebbero converti e al vero Dio (come fecero i niniviti dinanzi alla predicazione di Giona). Gesù quindi conclude sostenendo che nel giudizio finale la sorte riservata alle città pagane sarà migliore di quella riservata alle due città “religiose”.
Secondo oracolo di sventura (vv. 23-24) - Poi Gesù si scaglia con una veemenza maggiore contro la città di Cafarnao, centro della sua attività. L’ostinazione di questa città, che è una seconda patria per Gesù, è assimilata a quella del re di Babilonia (cf Is 14,13-15) e di Tiro (Ez 28,1-18), esemplari della tracotanza dell’uomo che, volendo sfidare Dio, tenta la scalata al cielo ma viene affossato nell’abisso della morte.
Cafarnao viene paragonata a Sodoma, altra città emblema del vizio e del peccato che le costarono la distruzione (cf Gen 19,29). Ma a differenza di Sodoma, che non è stata lo scenario delle manifestazioni di potenza di Gesù, Cafarnao non ha scusanti e per questo non può sottrarsi a un duro giudizio.

Ebbene, io vi dico: nel giorno del giudizio -  J. Corbon e P. Grelot (Dizionario di teologia Biblica): Nei sinottici, la predicazione di Gesù si riferisce frequentemente al giudizio dell’ultimo giorno. Allora tutti gli uomini dovranno rendere conto (cfr. Mt 25,14-30). Una condanna rigorosa attende gli scribi ipocriti (Mc 12,40 par.), le città del lago che non hanno ascoltato la predicazione di Gesù (Mt 11,20-24), la generazione incredula che non si è convertita alla sua voce (12,39-42), le città che non accoglieranno i suoi inviati (10,14 s). Il giudizio di Sodoma e Gomorra non sarà nulla in confronto al loro (10,23 s); essi subiranno il giudizio della Geenna (23,33). Questi insegnamenti pieni di minacce mettono in rilievo la motivazione principale del giudizio divino: l’atteggiamento assunto dagli uomini di fronte al vangelo. L’atteggiamento verso il prossimo conterà altrettanto: secondo la legge mosaica, ogni omicida era passibile di tribunale umano; secondo la legge evangelica, occorrerà molto meno per essere passibili della Geenna (Mc 5,21s)! Bisognerà rendere conto di ogni calunnia (12,36). Si sarà giudicati con la stessa misura che si sarà applicata al prossimo (7,1-5). Ed il quadro di queste assise solenni, in cui il figlio dell’uomo funzionerà da giustiziere (25,31-46), mostra gli uomini accolti nel regno o consegnati alla pena eterna, secondo l’amore o l’indifferenza che avranno dimostrato verso il prossimo.
C’è tuttavia un delitto che, più di qualunque altro, chiama il giudizio divino. È quello con cui l’incredulità umana ha raggiunto il colmo della malizia in un simulacro di giudizio legale: il processo e la condanna a morte di Gesù (Mc 14,63 par.; cfr. Lc 24,20; Atti 13,28). Durante questo giudizio iniquo, Gesù si è rimesso a colui che giudica con giustizia (1Piet 2,23); quindi Dio, risuscitandolo, lo ha ristabilito nei suoi diritti. Ma l’esecuzione di questa sentenza ingiusta ha richiesto, in cambio, una sentenza di Dio contro l’umanità colpevole. È sintomatico il fatto che la cornice, in cui il vangelo di Matteo colloca la morte di Gesù, coincide con lo scenario tradizionale del giudizio nell’escatologia del VT (Mt 27,45.51 ss s). La morte di Gesù è quindi il momento in cui il mondo è giudicato; la storia successiva, fino all’ultimo giorno, non farà che esplicitare questa sentenza. Essa, secondo la testimonianza di Gesù stesso, colpirà dapprima «coloro che sono in Giudea», i primi colpevoli (24,15ss par.); ma questo non sarà che un preludio ed un segno, che annunzierà l’avvento finale del figlio dell’uomo, giudice del grande giorno (24,29 ss). Il condannato della passione, vittima del peccato del mondo, pronunzierà allora contro il mondo peccatore una condanna clamorosa.

… se a Tiro e a Sidòne fossero avvenuti i prodigi che ci sono stati in mezzo a voi, già da tempo esse, vestite di sacco e cosparse di cenere, si sarebbero convertite: Catechismo Tridentino 2400, 242: I vari gradi per giungere alla penitenza. Importa anche insegnare ai fedeli attraverso quali gradini possiamo progredire in questa divina virtù. Innanzi tutto la misericordia di Dio ci previene e converte a sé i nostri cuori. Questo domandava al Signore il profeta quando implorava: Convertici a te, o Signore, e saremo convertiti (Lm 5,21). Secondo: illuminati da questa luce, ci rivolgiamo a Dio sulle ali della fede, poiché, come afferma l’Apostolo, chi si accosta a Dio deve credere che Dio esiste e che è il rimuneratore di quelli che lo cercano (He 11,6). Terzo: segue il senso del timore, quando l’anima, considerando l’atrocità delle pene, si ritira dal peccato. A questo sembrano riferirsi le parole di Isaia: Come una donna incinta, prossima al parto, si lagna e grida fra le sue doglie, tali siamo noi (Is 26,17). Quarto: si aggiunge la speranza di impetrare la misericordia di Dio, sollevati dalla quale, risolviamo di emendare la vita e i costumi. Quinto: finalmente la carità infiamma i nostri cuori, e da essa scaturisce quel filiale timore che degnamente conviene a figli probi e assennati. Per essa, non temendo più che l’offesa della maestà di Dio, abbandoniamo del tutto l’abitudine del peccato. Questi sono i gradi attraverso i quali si giunge alla più sublime virtù della penitenza, che agli occhi nostri deve apparire tutta celeste e divina. Infatti la sacra Scrittura le promette il regno dei cieli, come si legge in san Matteo: Fate penitenza, che il regno dei cieli è vicino (Mt 3,2; 4,17); e in Ezechiele: Se l’empio farà penitenza di tutti i peccati commessi e custodirà tutti i miei precetti, operando secondo il diritto e la giustizia, vivrà (Ez 18,21); e ancora: Non voglio la morte dell’empio, ma che si converta dalla sua via e viva (Ez 33,11). Le quali parole devono evidentemente riferirsi alla vita eterna e beata.

Molti cristiani amano giocare con il fuoco. Sono maestri nell’arte del rimandare, oggi non posso, domani... oggi ho tante cose da fare è meglio domani... altri, più che mai incoscienti, decidono di regolare i conti sul letto di morte. Non possiamo approfittare della pazienza di Dio (2Pt 3,8-10). E, tanto meno, non possiamo essere così sciocchi da dire ho peccato, e che cosa mi è successo? (Sir 5,1ss). Eppure, l’esperienza dovrebbe suggerirci che ad ogni passo la morte si avvicina: “Noi compatiamo coloro che muoiono all’improvviso, senza trovarsi preparati di fronte alla morte. Tuttavia, perché noi stessi non ci preoccupiamo di stare pronti dal momento che anche noi può succedere la stessa cosa? ma presto o tardi, con qualche preavviso o improvvisamente, che ci pensiamo o no, dovremo morire. Ad ogni ora, ad ogni momento ci avviciniamo a quella che sarà la nostra forca, cioè appunto l’ultima malattia che ci costringerà ad abbandonare il mondo” (Sant’Alfonso Maria de’ Liguori, Apparecchio alla morte, Riflessione IV, Punto II). Attento, dunque, chiunque tu sia, a non giocare con il fuoco, alla fine ti potresti trovare ad essere salato con il fuoco (Mc 9,49).

Siamo arrivati al termine. Possiamo mettere in evidenza:
*** E tu, Cafàrnao, sarai forse innalzata fino al cielo? Fino agli inferi precipiterai! (Vangelo)
Questa parola cosa ti suggerisce?
Ora nel silenzio, nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.

Signore, che ci hai nutriti alla tua mensa,
fa’ che per la comunione a questi santi misteri
si affermi sempre più nella nostra vita
l’opera della redenzione.
Per Cristo nostro Signore.





15 Luglio 2019 - Lunedì XV Settimana T. O.

SAN BONAVENTURA, VESCOVO E DOTTORE DELLA CHIESA – MEMORIA

 Es 1,8-14.22; Sal 123 (124); Mt 10,34-11,1


San Bonaventura, Vescovo e Dottore della Chiesa: Nacque a Bagnorea, oggi frazione di Bagnoregio, nel Lazio nel 1221. Da bambino fu gravemente ammalato e la madre ne ottenne la guarigione per intercessione di san Francesco. Entrato dal giovane nell’Ordine dei Minori, nel 1257 fu eletto Ministro Generale dell’Ordine, che in pochi decenni aveva avuto uno sviluppo prodigioso. Creato cardinale e consacrato vescovo di Albano nel 1273, partecipò al secondo Concilio di Lione che, anche per opera sua, segnò un ravvicinamento tra latini e greci. Morì a Lione il 15 luglio 1274, assistito dal Pontefice Gregorio X, presente al Concilio. La santità, la dottrina e la spiritualità di san Bonaventura, il suo ardente amore ai misteri dell’umanità di Cristo, lasciarono una profonda impronta nella pietà cristiana, e gli meritarono il titolo di “Dottore Serafico”.

Colletta: Dio onnipotente, guarda a noi tuoi fedeli riuniti nel ricordo della nascita al cielo del vescovo san Bonaventura, e fa’ che siamo illuminati dalla sua sapienza e stimolati dal suo serafico ardore. Per il nostro Signore Gesù Cristo.

Oggi, i temi del Vangelo ci mettono in difficoltà. Innanzitutto, se pensavamo a Gesù come a un Re pacifico dobbiamo cambiare idea, Gesù non è venuto a portare la pace, ma la spada. Se immaginavamo un Gesù costruttore di comunione dobbiamo ricrederci, Gesù è venuto a separare l’uomo da suo padre e la figlia da sua madre e la nuora da sua suocera. Se credevamo di vivere in un mondo incantato, Gesù ci mette in guardia: i nemici dell’uomo saranno quelli della sua casa. Ma a scottarci è la condizione per intraprendere un serio discepolato cristiano: amare Dio al di sopra degli affetti più cari, se è necessario “abbandonarli”. E ancora, tra i tanti beni, molti superflui e caduchi, quello che conta veramente è la croce, non la croce sporadica, ma quella di ogni giorno (Lc 9,23). Solo un vita crocifissa è feconda, soltanto una vita crocifissa, si può dire realmente cristiana. E infine, la “carità spicciola”, che non consiste nel bicchiere di acqua fresca, o nel po’ di pane, ma nella “carità preveniente”. È assai facile all’uscita del centro commerciale dare pochi centesimi all’accattone di turno, questo mette a posto la propria coscienza, altro è vivere sempre con gli occhi aperti, scrutando, guardando a destra e a manca, per scovare l’infelice, il povero, il barbone, il sofferente bisognosi di tutto, dal bicchiere d’acqua fresca alla carezza, dalla parola di conforto alla medicina. Altro è dare cinque chili di pasta alla Caritas perché la dia ai poveri, altro è aprire l’uscio della propria casa per accogliere il clochard, e se necessario ripulirlo dagli insetti che lo assediano, dal lavargli i piedi, e dopo averlo rifocillato concedergli un riposo ristoratore tra linde lenzuola fresche di bucato. Forse questo significa “non tenere per sé la propria vita”, e perderla significa fare del proprio cuore la dimora del puro amore cristiano.

Dal Vangelo secondo Matteo 10,34-11,1: In quel tempo, Gesù disse ai suoi apostoli: «Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra; sono venuto a portare non pace, ma spada. Sono infatti venuto a separare l’uomo da suo padre e la figlia da sua madre e la nuora da sua suocera; e nemici dell’uomo saranno quelli della sua casa. Chi ama padre o madre più di me, non è degno di me; chi ama figlio o figlia più di me, non è degno di me; chi non prende la propria croce e non mi segue, non è degno di me. Chi avrà tenuto per sé la propria vita, la perderà, e chi avrà perduto la propria vita per causa mia, la troverà. Chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato. Chi accoglie un profeta perché è un profeta, avrà la ricompensa del profeta, e chi accoglie un giusto perché è un giusto, avrà la ricompensa del giusto. Chi avrà dato da bere anche un solo bicchiere d’acqua fresca a uno di questi piccoli perché è un discepolo, in verità io vi dico: non perderà la sua ricompensa». Quando Gesù ebbe terminato di dare queste istruzioni ai suoi dodici discepoli, partì di là per insegnare e predicare nelle loro città.

Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra - Benedetto Prete (I Quattro Vangeli): A mettere la pace sulla terra; l’infinito δοῦναι (tradotto con: «a mettere») ha qui il senso di stabilire, far regnare la pace. Ma la divisione; Matteo ha un’immagine più rude, poiché parla di «spada». Il Salvatore vuole semplicemente affermare che per gli uomini è giunto il momento della decisione; la dichiarazione non sembra limitata agli ebrei, i quali pensavano ad un Messia che avrebbe instaurato un regno di pace e di tranquillità (cf. Isaia, 9,5-6; Zaccaria, 9,10), ma a tutti, perché questa divisione è determinata dalle esigenze stesse del messaggio di salvezza (cf. Lc., 2,34-35).

Chi non prende la sua croce e non mi segue, non è degno di me - Nel linguaggio di ogni giorno la parola croce ha assunto un valore negativo; infatti, nell’immaginario collettivo, rappresenta tutto quello che umilia l’uomo, tutto quello che lo aliena dal benessere e dalla felicità, lasciandolo in balia della angoscia e della disperazione, affogandolo miseramente nel dolore  e nella sofferenza.
Con cattivo gusto, anche una persona molesta viene chiamata croce. Per il cristiano, invece, la croce è la somma di tutte le sofferenze patite dal Cristo e che la professione cristiana inequivocabilmente comporta. In una ottica soprannaturale, le croci umane incollate all’unica Croce sulla quale è stato appeso il prezzo del nostro riscatto (Col 2,14; 1Tm 2,6), e che con essa si fondono, sono redenzione, libertà e riscatto.
Senza farsi cogliere dalla tentazione di strappare qualche pagina scomoda, scorrendo il Vangelo si ci accorge che la croce non è un accessorio più o meno ingombrante, ma è la condizione necessaria per seguire il Maestro. Dio «ti ha chiamato», scriveva Tauler, «a seguirlo e quindi devi portare una croce dietro a Lui, sia quella che sia. Se ne fuggi una, incorri in un’altra più pesante... Questa è la Via più vera, più sicura e più breve che si possa percorrere, che lo stesso sommo Maestro di ogni verità ha trovato, Lui stesso l’ha percorsa e l’ha insegnata a noi» (Divine Istituzioni, 4).
In fondo, il sì alla croce è un sì a Cristo. Un sì alla croce è morire all’uomo vecchio e al peccato (Rom 6,6.11); è morire alla carne (1Pt 3,18); è morire a tutti gli elementi del mondo e a quella parte di noi che appartiene alla terra (Col 2,20; 3,5): un sì alla croce è un sì alla vita nuova che è iniziata nel battesimo. La croce, così, è germe di risurrezione.

Chi avrà trovato la sua vita la perderà: e chi avrà perduto la sua vita... - Ancora un paradosso che sconcerta i benpensanti. La parola di Gesù non lascia spazio ad equivoci: seguire Cristo, vivere la sua Parola, significa rischiare la vita terrena per guadagnare quella eterna. Potremmo dire che in queste parole si pone un’esplicita condizione: chi vuole trovare la Vita, quella vera, deve saper fare gettito della propria vita terrena. Questo imperativo evangelico ha un sapore squisitamente ascetico.
«Chi ama la propria vita - scriveva san Tommaso - in questo mondo, aspirando cioè ai beni del mondo, la perderà rispetto ai beni eterni... Chi nega alla sua anima i beni presenti e sopporta per Dio quelli che sembrano mali in questo mondo, la conserverà per la Vita eterna» (In Jo. ev. exp., XII).
Quando si rinunzia a una vita fondata sull’egoismo, sulla violenza, sulla corsa alle ricchezze, al potere, agli onori e alle medaglie, ci si avvia alla Vita vera, dove l’uomo vecchio è sepolto e dove rinasce nuova creatura: morti con Cristo, vivremo con lui. Sapientemente Eckhart diceva che il cristiano deve saper perdere la propria vita per tre motivi: «Il primo è che io devo rinunciarvi nella misura in cui è mia, giacché in quanto è mia non è di Dio. In secondo luogo quando non è perfettamente fissa, radicata e riflessa in Dio... Infine quando l’anima ha il desiderio di se stessa... anziché di Dio, che le è assolutamente al di sopra. Perciò il Cristo dice: “Chi ama la propria vita la porterà alla perdizione”». 

Franco De Carlo (Vangelo secondo Matteo): Chi accoglie voi accoglie me - [10,40-42] Il seguito del lungo intervento di Gesù verte sui risvolti dell’accoglienza, indicata dal verbo dechomai (accogliere); che assume allo stesso tempo un carattere cristologico e teologico (v. 40). Dio Padre viene qui per la prima volta definito in modo indiretto come Colui che ha inviato Gesù. Dapprima l'evangelista aveva sottolineato che Gesù inviò (apesteilen) i Dodici (Mt 10,5); poi è lo stesso protagonista a riconfermare questa prospettiva: ego apostellà hymas («io invio voi», v. 16). Ora il lettore viene istruito sul fatto che lo stesso protagonista è stato inviato da Dio (v. 40).
Ricompare il motivo della ricompensa per mezzo del termine misthos, che viene associato alla categoria del profeta (prophētēs) e del giusto (idikaios, v. 41).
L'intero capitolo di Mt 10 si chiude associando il motivo della ricompensa con la tematica della cura dei «piccoli» (mikroi): «E chi qualora dissetasse uno di questi piccoli con una sola coppa di fresca (acqua) a nome di discepolo, amen dico a voi: “Non affatto perderebbe la ricompensa sua [ton misthon autau]»), v. 42.
Questa dinamica verrà ribadita successivamente nel dialogo di Gesù con i suoi discepoli in Mt 18: «E chi eventualmente accogliesse un (solo) bambino (paidion) tale nel nome mio, accoglie me (eme dechetai)» (v. 5)221, che riconferma l’incipit di questa pericope: «Chi accoglie voi me accoglie (eme dechetai), e chi me acco­glie accoglie chi inviò me» (Mt 10,40).

I Vangeli (Ed. Àncora): Una duplice accoglienza (vv. 40-42) - La vita dei discepoli non è solo segnata dalla persecuzione. L'istruzione missionaria di Gesù infatti trova un epilogo positivo nel motivo dell'accoglienza riservata ai discepoli. Se la reazione di molti dinanzi ai missionari è la persecuzione, la reazione di altri invece è la solidarietà. Vi sono alcuni in grado di accogliere l'operato dei discepoli. Questi, accogliendo i discepoli, in realtà accolgono Gesù stesso e anche il Padre (accogliere Cristo quando si accoglie un essere umano sarà un tema importantissimo in Mt 25, specie nella parabola del giudizio finale dei vv. 31-46). Nel giudaismo l'inviato di un uomo è un altro se stesso. L'inviato dunque comunica la presenza di colui che lo ha inviato. Come Gesù comunica la presenza del Padre che è nei cieli, così i discepoli comunicano al mondo la sua presenza. Anche il dono di un bicchiere di acqua fresca basta a riconoscere in essi un cuore semplice che fa di loro dei potenziali discepoli. Come chi nella storia di Israele ha accolto profeti e giusti partecipando alla loro stessa dignità e ricevendo la loro stessa ricompensa, così chi concede accoglienza ai discepoli di Gesù è degno di ricompensa. Questa non è la riconoscenza o la gratitudine umana, ma piuttosto una ricompensa di natura più ampia che immette nell'orizzonte del destino ultimo dell'uomo che è la vita eterna.

Siamo arrivati al termine. Possiamo mettere in evidenza:
*** “Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra; sono venuto a portare non pace, ma spada” (Vangelo).
Questa parola cosa ti suggerisce?
Ora nel silenzio, nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.

Signore Dio nostro, la comunione ai tuoi santi misteri
susciti in noi la fiamma di carità,
che alimentò incessantemente la vita di san Bonaventura
e lo spinse a consumarsi per la tua Chiesa.
Per Cristo nostro Signore.




14 Luglio 2019

XV Domenica T. O.

 Dt 30,10-14; Sal 18 (19); Col 1,15-20; Lc 10,25-37

Colletta:  Padre misericordioso, che nel comandamento dell’amore hai posto il compendio e l’anima di tutta la legge, donaci un cuore attento e generoso verso le sofferenze e le miserie dei fratelli, per essere simili a Cristo, buon samaritano del mondo. Egli è Dio, e vive e regna con te...

Prima Lettura: Mosè, alla vigilia di entrare nella terra promessa, rivolge tre discorsi a Israele. Come condizione per possedere e godere la terra promessa raccomanda l’osservanza della legge di Dio, proponendo per la seconda volta il decalogo e il codice. La Legge è la base irrinunciabile di ogni convivenza civile, di ogni moralità. Per il credente questo assunto si fa più forte perché per lui la fonte della Legge è Dio.

Salmo Responsoriale: «Beata l’anima che giorno e notte non si lascia prendere da altra preoccupazione che quella di sapere come rendere conto senza angoscia della propria vita in quel grande giorno, in cui tutte le creature si presenteranno al giudice per rendere conto delle loro azioni. Chi, infatti, ha sempre davanti agli occhi quel giorno e quell’ora, chi sempre pensa alla propria difesa davanti a quell’incorruttibile tribunale, costui o non peccherà mai, o peccherà solo lievemente, poiché, se a noi capita di peccare, è a causa della mancanza di timore di Dio. A coloro per i quali l’aspettativa delle minacce è efficiente, il timore di cui sono penetrati non permette loro in nessun momento di cadere in azioni o pensieri non voluti. Ricordati dunque sempre di Dio, serba nel tuo cuore il suo timore, e invita tutti perché si uniscano alla tua preghiera» (Basilio il Grande).

Seconda Lettura: La comunità cristiana di Colossi è scossa da una dottrina d’origine ebraica e pagana. Contro aberranti teorie che esaltano il ruolo di misteriose potenze celesti, Paolo propone una riflessione approfondita sulla persona e sul ruolo di Cristo, «capo» della Chiesa e dell’intero creato. L’inno cristologico è composto da due strofe che celebrano Cristo come il primogenito di tutta la creazione e come il primogenito dei morti: alla «cristologia cosmica della prima strofa corrisponde la soteriologia cosmica della seconda strofa. Creazione e redenzione sono rapportate reciprocamente. Cristo in quanto esaltato nella redenzione cosmica è anche come il detentore di una sovranità cosmica, quella che presiede e orienta tutta la creazione» (Mauro Orsatti).

Vangelo: I personaggi del racconto evangelico appartengono a due mondi contrapposti, «l’un contro l’altro armato» (Alessandro Manzoni): da una parte il Samaritano, lo straniero ed eretico (Cf. Gv 8,48; Lc 9,53), dal quale non si attenderebbe normalmente che odio e dall’altra il sacerdote e il levita, coloro che in Israele sono maggiormente tenuti a osservare la legge della carità. Quest’ultimi sono convinti di amare Dio anche se lasciano morire per strada chi ha avuto la disavventura di incappare nei briganti: non si accorgono che è una pura scempiaggine credere di amare Dio disprezzando il prossimo. La religione che separa totalmente il religioso dal profano, che ha cura del rito senza integrarlo con la morale, che non assomma il culto con la carità, è praticamente una religione atea con pericolosi propensioni al fanatismo e all’idolatria.

Dal Vangelo secondo Luca 10,25-37: In quel tempo, un dottore della Legge si alzò per mettere alla prova Gesù e chiese: «Maestro, che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?». Gesù gli disse: «Che cosa sta scritto nella Legge? Come leggi?». Costui rispose: «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente, e il tuo prossimo come te stesso». Gli disse: «Hai risposto bene; fa’ questo e vivrai».
Ma quello, volendo giustificarsi, disse a Gesù: «E chi è mio prossimo?». Gesù riprese: «Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico e cadde nelle mani dei briganti, che gli portarono via tutto, lo percossero a sangue e se ne andarono, lasciandolo mezzo morto. Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada e, quando lo vide, passò oltre. Anche un levita, giunto in quel luogo, vide e passò oltre. Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto, vide e ne ebbe compassione. Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi lo caricò sulla sua cavalcatura, lo portò in un albergo e si prese cura di lui. Il giorno seguente, tirò fuori due denari e li diede all’albergatore, dicendo: “Abbi cura di lui; ciò che spenderai in più, te lo pagherò al mio ritorno”. Chi di questi tre ti sembra sia stato prossimo di colui che è caduto nelle mani dei briganti?». Quello rispose: «Chi ha avuto compassione di lui». Gesù gli disse:«Va’ e anche tu fa’ così».

Un uomo scendeva... - Solo Luca parla di questo episodio. Il «dottore della Legge» che si «alza» per mettere alla prova Gesù è un esperto della Legge e trascinare intenzionalmente il giovane maestro di Nazaret in questioni riguardanti la Legge era come spingerlo sulle sabbie mobili. La domanda posta a Gesù, - che devo fare per ereditare la vita eterna? -, era di vitale importanza per ogni ebreo e la preoccupazione del dottore della Legge non è sul piano teorico, ma pratico (Cf. Lc 18,18). Non era facile districarsi in una selva di precetti e trovarvi la via che conduceva alla vita eterna. Basti pensare che il numero dei precetti della Torà era ben 613, di cui 248 precetti positivi e 365 precetti negativi. Alla domanda del leguleio, Gesù risponde a sua volta con una domanda in modo che sia lo stesso interlocutore a dare la risposta. Quando il dottore della Legge cita la sacra Scrittura, e precisamente: «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza... » (Dt 6,5) e la legge parallela «amerai il tuo prossimo come te stesso» (Lev 19,18), Gesù gli dice che ha risposto correttamente e lo invita a comportarsi di conseguenza.
Il monito fa’ questo (tu fa’ così) è ripetuto anche alla fine della parabola per sottolineare l’importanza della pratica di vita di cui certamente difettava il borioso dottore della Legge, il quale volendosi giustificare chiede a Gesù: «E chi è mio prossimo?».
La risposta per l’interlocutore era in verità già scontata. In linea di massima, il prossimo, per un Giudeo, era il connazionale o lo straniero che dimorava in Israele (Cf. Lev 19,33-34). Più tardi saranno considerati prossimo i pagani convertiti. Da questa lista certamente erano esclusi i nemici e sopra tutto i Samaritani. Secondo Rinaldo Fabris, al tempo di Gesù erano state aggiunte altre restrizioni, «per cui praticamente il prossimo era il membro della setta o del gruppo religioso [farisei, esseni, zeloti, ecc.]. È su questo sfondo che deve essere trascritto il racconto magistrale di Gesù».
Gesù, a questo punto, perché sia più chiara la sua esortazione, narra la parabola dell’uomo incappato nei briganti. Di proposito gli attori del racconto sono un sacerdote, un levita e un Samaritano. I primi due, consci di essere gli «eletti» rappresentanti religiosi dell’ebraismo, appartengono al popolo d’Israele; il Samaritano invece a un popolo considerato dai Giudei eretico, pagano. Un’antica ferita che si perdeva nella notte dei tempi quando Sargon re degli Assiri, nel 721 a.C., aveva conquistato il regno del Nord deportando i suoi abitanti e al loro posto erano state trasferite genti di altre nazioni (Cf. 2Re 17) che si erano amalgamate con i pochi rimasti in patria. Anche in campo religioso si era creato un sincretismo che aveva spinto i Giudei scampati all’esilio, e che erano ritornati nella loro terra, a considerare i Samaritani come popolo misto.
Gesù nel raccontare la parabola, di proposito, opera uno spostamento di accento, dall’oggetto al soggetto. Mentre il dottore della Legge aveva chiesto chi doveva essere oggetto del suo amore, Gesù fa vedere il soggetto, chi è colui che ama veramente; al dottore della Legge che chiedeva chi fosse il prossimo da amare, Gesù gli insegna come lui avrebbe dovuto diventare prossimo. Praticamente, Gesù chiede al dottore della legge di rientrare in se stesso e di verificare in che modo egli si pone nei confronti degli altri, quali relazioni costruisce con gli altri. Al termine della parabola, il saccente custode della Legge scopre il senso dell’insegnamento di Gesù: come il Samaritano deve avere il coraggio di farsi prossimo di chi nell’immediato ha bisogno del suo aiuto senza stare a sofisticare in questioni di lana caprina. Una bella lezione per chi era abituato a «filtrare il moscerino» (Mt 23,24). Non va poi dimenticato il senso cristologico della parabola: il buon Samaritano è Gesù che nell’amare l’umanità rivela e realizza l’infinito amore del Padre per tutti gli uomini. In questa ottica l’amore verso il prossimo, che con la parabola viene comandato a tutti i discepoli, deve essere interpretato come continuazione dell’amore di Gesù, come insegnano le sue stesse parole: «Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri. Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri» (Gv 15,34).

Hai risposto bene; fa’ questo e vivrai - Benedetto Prete (I Quattro Vangeli): Hai risposto bene; ad una dichiarazione così esatta ed esauriente non poteva mancare l’approvazione del Maestro; le sue parole tuttavia non sembrano essere contenute entro i limiti di un sincero e cortese compiacimento, ma si aprono ad una prospettiva superiore, poiché lasciano capire all’interlocutore che in lui vi è una maturità religiosa che lo impegna davanti a Dio (cf. Mc., 12,34). Fa questo e vivrai; Gesù riprende gli stessi concetti manifestati dal legista all’inizio del colloquio (cf. vers. 25: «che devo io fare... la vita eterna?»). Nel racconto di Luca questi primi versetti (verss. 25-28) costituiscono una introduzione appropriata alla parabola del buon samaritano che segue subito dopo. Siccome questo episodio introduttivo presenta molte affinità con quello narrato da Matteo, 22,34-40 e da Marco, 12,28-31 (episodio nel quale si parla del primo e più grande comandamento), gli esegeti si domandano se nei passi indicati si tratti dello stesso fatto oppure di due distinti; nel caso che i tre evangelisti riferissero lo stesso episodio, allora Luca avrebbe compiuto nella presente sezione un lavoro redazionale fondendo insieme il breve dialogo del Maestro con il legista e la parabola del buon samaritano. È fuori dubbio che, per quanto concerne il colloquio di Gesù con lo scriba, tra il testo di Luca da una parte e quello di Matteo e Marco dall’altra vi è una identità fondamentale che induce il critico ad ammettere tre racconti paralleli dello stesso evento. Sappiamo inoltre che il terzo evangelista ama raggruppare in un’unica scena più ampia e sviluppata fatti cronologicamente distanziati che presentano delle affinità, come si è notato per le tre visite compiute da Gesù a Nazareth e fuse in un unico racconto da Luca (cf. Lc., 4,16-30).

E chi è mio prossimo?: Giovanni Paolo II (Omelia, 3 ottobre 1989): Per rispondere a tale domanda il Signore usa la parabola del buon samaritano, la quale descrive vividamente come dovremmo trattare ogni persona se desideriamo seguire il comandamento dell’amore. Attraverso questa toccante parabola Cristo ci dice che dobbiamo comportarci come il samaritano. Dobbiamo aprirci agli altri, dobbiamo avvicinarli, occuparci di loro, e aiutare in modo particolare i bisognosi. Il modello che dovremmo seguire per comportarci così è la compassione e la misericordia che noi stessi abbiamo ricevuto da Dio. Perché la parabola del buon samaritano è innanzitutto e soprattutto un messaggio concernente la persona di Gesù Cristo stesso. Cristo, il Figlio di Dio, è il salvatore il quale trova l’umanità moribonda sul margine della strada e si ferma per guarire le nostre ferite. Con la sua morte sulla Croce, ha rivelato “la bontà misericordiosa del nostro Dio” (Lc 1,78), il quale desidera che tutti gli uomini vengano salvati (cfr. 1Tm 2,4). Con la sua Risurrezione ci ha ridato la vita, la salute spirituale. E in cambio ci chiede di amare gli altri come lui ha amato noi.

Gino Rocca (Seguendo Gesù con Luca): È molto chiaro l’insegnamento che Gesù voleva dare attraverso questa parabola stupenda. Voleva dire innanzitutto chi è il nostro prossimo. Mentre per il dottore della legge il prossimo era il connazionale, l’appartenente alla stessa religione, per Gesù è ogni uomo (al di là di tutti gli steccati, le barriere, le divisioni di classe sociale, di livello culturale, di tradizione, di religione) di fronte al quale noi possiamo venirci a trovare e che abbia bisogno di noi. Gesù poi non si limita a dirci chi è il nostro prossimo, ma anche e soprattutto come noi dobbiamo farci prossimi di ogni persona che ci passa accanto e che abbia bisogno di noi. Si tratta, per Gesù, di prendersi cura, cioè di immedesimarsi con le sue necessità, precisamente come ha fatto il samaritano. A volte, invece, può capitare che coloro i quali hanno il compito di occuparsi di noi, della nostra salute, delle nostre esigenze (come può essere un medico, un infermiere, un insegnante, un professionista, ecc.) lo facciano ma in un modo burocratico, senza immedesimarsi col nostro caso, come invece noi ci aspetteremmo. il pericolo contro cui Gesù vuole metterei in guardia è appunto quello di occuparci del nostro prossimo senza quell’interessamento e quel calore umano che il nostro prossimo si attende. «Nell’amore, infatti, quel che vale è amare» C. Lubich, Meditazioni, Città Nuova, Roma).

Siamo arrivati al termine. Possiamo mettere in evidenza:
*** «Nell’amore, infatti, quel che vale è amare» C. Lubich, Meditazioni, Città Nuova, Roma).
Questa parola cosa ti suggerisce?
Ora nel silenzio, nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.

Signore, che ci hai nutriti alla tua mensa,
fa’ che per la comunione a questi santi misteri
si affermi sempre più nella nostra vita
l’opera della redenzione.
Per Cristo nostro Signore.