13 Luglio 2019

Sabato XIV Settimana T. O.

Gen 49,29-33; 50,15-26a; Sal 104 (105); Mt 10,24-33


Colletta: O Dio, che nell’umiliazione del tuo Figlio hai risollevato l’umanità dalla sua caduta, donaci una rinnovata gioia pasquale, perché, liberi dall’oppressione della colpa, partecipiamo alla felicità eterna. Per il nostro Signore Gesù Cristo…
 
I discepoli sono in difficoltà, la Parola sembra che abbia perduto la sua efficacia, la Chiesa stessa è perseguitata; sembra che tutto stia per risolversi in un sonoro fallimento... eppure Gesù infonde coraggio e dà ai suoi una speranza: Lui sarà sempre con la sua Chiesa e nessuno potrà distruggere quanto Dio stesso ha edificato. Per questa presenza divina i cristiani potranno e dovranno proclamare tutto senza alcun timore, se è necessario affrontando anche il martirio. Questa presenza divina, inoltre, svela ai credenti il vero volto di Dio: il «Dio vicino, previdente e provvidente, che mai fa mancare la sua assistenza; il Dio amico, che infonde coraggio e sostiene nelle avversità: il Dio ch’è sempre accanto all’uomo per difenderlo» (Mons. Marcello Semeraro).

Vangelo - Dal Vangelo secondo Matteo 10,24-33: In quel tempo, disse Gesù ai suoi apostoli: «Un discepolo non è più grande del maestro, né un servo è più grande del suo signore; è sufficiente per il discepolo diventare come il suo maestro e per il servo come il suo signore. Se hanno chiamato Beelzebùl il padrone di casa, quanto più quelli della sua famiglia! Non abbiate dunque paura di loro, poiché nulla vi è di nascosto che non sarà svelato né di segreto che non sarà conosciuto. Quello che io vi dico nelle tenebre voi ditelo nella luce, e quello che ascoltate all’orecchio voi annunciatelo dalle terrazze. E non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima; abbiate paura piuttosto di colui che ha il potere di far perire nella Geènna e l’anima e il corpo. Due passeri non si vendono forse per un soldo? Eppure nemmeno uno di essi cadrà a terra senza il volere del Padre vostro. Perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati. Non abbiate dunque paura: voi valete più di molti passeri! Perciò chiunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anch’io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli; chi invece mi rinnegherà davanti agli uomini, anch’io lo rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli».

Se hanno chiamato Beelzebùl il padrone di casa - Angelo Lancellotti (Matteo): l’hanno chiamato Beelzebul: tale accusa, accennata in 9,34, sarà riferita in 12,24. «Beelzebul» ricorre nell’ Antico Testamento sotto la forma (forse appositamente deturpata) di «Beelzebub», che vuol dire «Signore delle mosche»; figura come divinità tutelare della città filistea di Eqron (cf 2Re 1,2).
Beelzebul, secondo l’etimologia fenicia vuol dire: Baal-Principe; oppure, secondo l’etimologia ebraica: Signore della dimora eccelsa. E in ogni modo una divinità fenicio­cananea che nei circoli giudaici passò a rappresentare, il «principe dei demoni» (cf 9,34).

Non abbiate paura degli uomini -  Questo invito, che si ripete per ben tre volte, è il tema ricorrente del brano evangelico. Serve da filo conduttore e ad amalgamare gli elementi, di origine diversa, presenti nel Vangelo.
Il primo invito a non temere è legato alla sorte del Vangelo. La vittoria del Vangelo è sicura; nessuna opposizione umana potrà ridurlo al silenzio. Da qui la franchezza dell’annuncio. Il Vangelo è il dono gratuito di Dio a tutti gli uomini, ma la sua propagazione è pure il risultato dell’apporto umano: la sua diffusione è innanzi tutto opera di Dio, ma anche impegno attivo dei discepoli.
Il secondo invito è rivolto a non temere le angherie e le persecuzioni degli uomini e a porre la propria fiducia nel Padre celeste. Gli uomini arroganti, gli aguzzini possono uccidere il corpo, ma non hanno il potere di uccidere l’anima. Solo Dio può decidere la sorte ultima dell’anima. L’esortazione è quindi indirizzata a non temere i carnefici e i tormenti che possono essere inflitti: «Fuoco e croce, branchi di bestie feroci, lacerazioni, squartamenti, slogature delle ossa, taglio delle membra, stritolamento di tutto il corpo, i più crudeli tormenti del diavolo» (Sant’Ignazio d’Antiochia).
In questa lotta a sostenere i servi della Parola (Lc 1,1) sarà la memoria della vita, morte e risurrezione del loro Maestro: «Un servo non è più grande del suo padrone. Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi» (Gv 15,20).
Anche nelle torture fisiche i discepoli saranno assistiti dal Padre che li solleverà dalla prova e li renderà vittoriosi, e nulla permetterà se non per un solo disegno di salvezza. Da qui la conclusione, introdotta da un dunque, che sposta l’azione in un duplice scenario giudiziario: uno dinanzi agli uomini e l’altro dinanzi a Dio. Nell’uno e nell’altro caso l’alternativa è fra riconoscere e rinnegare.
Soltanto chi riconoscerà il Cristo dinanzi agli uomini, sarà riconosciuto dal Redentore dinanzi al Padre: una verità molto elementare, ma che vuol sottolineare con forza che la salvezza passa sì attraverso le opere, l’impegno concreto per il Regno, ma soprattutto passa attraverso il martirio: la confessione del nome di Gesù dinanzi agli uomini

Geenna - Valle di Ben-Hinnon, presso Gerusalemme, dove Salomone, re d’Israele, costruì un’altura, o luogo di adorazione, in onore di Camos, dio nazionale dei moabiti (Num 21,29; Ger 48,46) e di Molek, o Moloch, dio nazionale degli ammoniti (Ger 49,1-3; 2Sam 12,30, LXX; 1Re 11,7). L’origine della parola Molek è fenicia. Molti testi dell’Antico Testamento parlano di sacrifici offerti al dio Molek. I sacrifici consistevano nell’offrire alla divinità dei bambini «che si facevano passare attraverso il fuoco»: una metafora per dire che le piccole vittime umane venivano lasciate bruciare nel fuoco sull’altare del dio Moloch. Il luogo dove si sacrificavano i bambini era chiamato Tofet (Lev 18,21), il cui significato è probabilmente «bruciatoio».
Nonostante che questi sacrifici di fanciulli  fossero condannati dalla legge (Lev 20,2-5; Dt 12,31; 18,10), gli stessi re Acaz (736-721 a.C.) e Manasse (693-639 a.C.) sacrificarono i loro figli al dio Moloch (2Re 16,3; 21,6; 2Cr 28,3; Ger 7,31).
A motivo di questi culti idolatrici, il profeta Geremia maledisse il luogo e predisse che sarebbe stato luogo di morte e di corruzione: «Verranno giorni nei quali non si chiamerà più Tofet né valle di Ben-Hinnòn, ma valle della Strage. Allora si seppellirà in Tofet, perché non ci sarà altro luogo» (Ger 7,32; 19,6ss). In effetti, il pio re riformatore Giosia (640-609 a.C.) fece di quella valle un luogo impuro, dove venivano gettati i cadaveri dei giustiziati (2Re 23,10; cfr). Isaia riferendosi a questa valle, anche se non la nomina, ne parla come luogo nel quale giaceranno i cadaveri dei ribelli a Iahvé: «Uscendo [dal tempio] vedranno i cadaveri degli uomini che si sono ribellati contro di me; poiché il loro verme non morirà, il loro fuoco non si spegnerà e saranno un abominio per tutti» (Is 66,24).
Questo passo è importante per capire le origini del concetto di Geenna come luogo di castigo dopo la morte, concetto presente sopra tutto negli scritti giudaici extra-biblici. Ai tempi di Gesù la Geenna è già un immondezzaio dove ardono perennemente le fiamme così che essa diventa l’immagine di un luogo di fuoco inestinguibile (Mt 5,22; 18,9; Mc 8,43; 9,43; Gc 3,6). È il luogo preparato per il demonio e i suoi angeli e dove saranno torturati con zolfo e fuoco gli adoratori della bestia (Mt 25,41; Ap 14,10); è il luogo dove precipiteranno i malvagi, anima e corpo (Mt 10,28). La Geenna, lo stagno di fuoco ardente di zolfo (Ap 19,20), è il luogo dove saranno gettati la morte e gli inferi (Ap 20,14). Lo stagno di fuoco è la seconda morte: per «gli omicidi, gli immorali, i fattucchieri, gli idolàtri e per tutti i mentitori è riservato lo stagno ardente di fuoco e di zolfo. È questa la seconda morte» (Ap 21,8). La Geenna «è anche implicita nei passi nei quali non si fa menzione del fuoco, ma che descrivono il luogo di pena come una prigione e una stanza di tortura [Mt 5,29-30], un luogo di miseria, “di pianto e stridore di denti” [Mt 8,12; 13,42.50; 22,14; 24,51; 25,30], oppure come una tomba in cui il processo di corruzione non finisce mai, “dove il verme non muore” [Mc 9,48, cf. Isaia 66,24), ovvero come un luogo di tenebre [Mt 8,12; 22,13; 25,30]» (John L. McKenzie). Così, nel Nuovo Testamento, Geenna divenne sinonimo di dannazione e inferno.

Via la paura - Basilio Caballero (La Parola per Ogni Giorno): Il discepolo non deve temere la contraddizione, l’isolamento, il ridicolo, la persecuzione e neppure la morte. Per questi tre motivi dati da Gesù:
a) La forza del vangelo è incontenibile e traspare anche nelle peggiori circostanze: «Non v’è nulla di nascosto che non debba essere velato, e di segreto che non debba essere manifestato. Quello che vi dico nelle tenebre ditelo nella luce, e quello che ascoltate all’orecchio predicatelo sui tetti ». Motivo che si riallaccia al mandato missionario di Cristo risorto: «Andate in tutto il mondo e predicate il vangelo ad ogni creatura» (Mc 16,15).
b) La persona è inviolabile al suo livello più profondo: «Non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima». I tiranni schiacciano la libertà d’espressione e d’azione, e anche la vita fisica; ma non possono distruggere la persona e la sua libertà interiore. L’unica «paura» salutare è il timor di Dio, che non è terrore davanti a un inquisitore, ma rispetto per un padre, come indica Gesù in seguito.
c) La provvidenza di Dio si manifesta nella sua attenzione per tutti gli esseri che ha creato, anche i più insignificanti. Quanto più avrà cura degli uomini, suoi figli! «Due passeri non si vendono forse per un soldo? Eppure neanche uno di essi cadrà a terra senza chi il Padre vostro lo voglia... non abbiate dunque timore: voi valete più di molti passeri!». Essere amati di Dio suscita letizia e spinge a ricambiare l’amore; e questo scaccia il timore e crea la libertà e la gioia dei figli di Dio.

Perciò chiunque mi riconoscerà davanti agli uomini... - Benedetto Prete (I Quattro Vangeli):  Chiunque si dichiarerà per me; il verbo ὁμολογεῖν ha un senso non ben definito. Tenendo presente che Gesù prima ha accennato alla «testimonianza» (μαρτύριον: 10, 18) da dare ai giudici ed ai pagani, e che nel versetto parallelo egli parla di negare nel senso di «non conoscere» (vers. 33), si può rendere il verboὁμολογεῖν con: «dichiararsi». Considerando l’etimologia greca si può anche tradurre: chi converrà con me..., cioè: chi mi sarà fedele.
Davanti al Padre mio che è nel cielo; cioè nell’ultimo giudizio, quando il Figlio consegnerà gli eletti al proprio Padre; cf. Mt., 25,34.
La breve dichiarazione contiene un rilievo di notevole importanza; la base del giudizio è la testimonianza a Cristo o il rinnegamento di Cristo.

Siamo arrivati al termine. Possiamo mettere in evidenza:
***  La base del giudizio di Dio è la testimonianza a Cristo o il rinnegamento di Cristo.
Questa parola cosa ti suggerisce?
Ora nel silenzio, nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.

O Dio, che in questo sacramento
ci hai dato il pegno della vita eterna,
fa’ che, secondo lo spirito di san Benedetto,
celebriamo fedelmente la tua lode
e amiamo i fratelli con carità sincera.
Per Cristo nostro Signore.



12 Luglio 2019

Venerdì XIV Settimana T. O.

Gen 46,1-7.28-30; Sal 36 (37); Mt 10,16-23


Colletta: O Dio, che nell’umiliazione del tuo Figlio hai risollevato l’umanità dalla sua caduta, donaci una rinnovata gioia pasquale, perché, liberi dall’oppressione della colpa, partecipiamo alla felicità eterna. Per il nostro Signore Gesù Cristo…
 
I cristiani non sono dei sempliciotti, e non sono martiri per mestiere. La persecuzione  e il martirio, certamente, vanno messi in conto, ma senza quel patema d’animo che genera agitazioni e paure inutili. La parola di Gesù, quando vi consegneranno, non preoccupatevi di come o di che cosa direte, non è soltanto una parola di conforto, ma una verità che è stata sperimentata da innumerevoli martiri, a iniziare da santo Stefano fino ai martiri dei giorni nostri. E, infine, l’invito di Gesù, Quando sarete perseguitati in una città, fuggite in un’altra, mette l’accento sulla accortezza che i cristiani devono avere: la prudenza dei serpenti; con avvedutezza. senza gettarsi nella mischia, lì dove è possibile, i cristiani con prontezza devono mettersi al riparo da guerre, rivoluzioni, o altro. Così fecero i cristiani della prima ora quando i Romani cinsero d’assedio Gerusalemme, votandola alla distruzione.

Vangelo - Dal Vangelo secondo Matteo 10,16-23: In quel tempo, disse Gesù ai suoi apostoli:  «Ecco: io vi mando come pecore in mezzo a lupi; siate dunque prudenti come i serpenti e semplici come le colombe. Guardatevi dagli uomini, perché vi consegneranno ai tribunali e vi flagelleranno nelle loro sinagoghe; e sarete condotti davanti a governatori e re per causa mia, per dare testimonianza a loro e ai pagani. Ma, quando vi consegneranno, non preoccupatevi di come o di che cosa direte, perché vi sarà dato in quell’ora ciò che dovrete dire: infatti non siete voi a parlare, ma è lo Spirito del Padre vostro che parla in voi. Il fratello farà morire il fratello e il padre il figlio, e i figli si alzeranno ad accusare i genitori e li uccideranno. Sarete odiati da tutti a causa del mio nome. Ma chi avrà perseverato fino alla fine sarà salvato. Quando sarete perseguitati in una città, fuggite in un’altra; in verità io vi dico: non avrete finito di percorrere le città d’Israele, prima che venga il Figlio dell’uomo».

Wolfgang Trilling: Guardatevi dagli uomini, perché vi consegneranno ai tribunali… - Davanti al giudice, nel tribunale, i discepoli non devono confidare nella propria prudenza, né preoccuparsi di cercare le parole giuste. Come testimoni dovranno unicamente vigilare che la loro testimonianza sia genuina, allora lo Spirito Santo di Dio suggerirà loro le parole che devono dire. Egli infatti è il Paraclito, «avvocato» dei cristiani, colui che ci protegge e difende davanti agli accusatori. Egli stesso, che abita nei nostri cuori, parlerà per noi, come si legge di Stefano: «Ma non riuscivano a resistere alla sapienza ispirata con cui egli parlava» (At 6, 10).
Il fratello farà morire il fratello... - La persecuzione penetrerà fino all’interno della propria famiglia, l’odio dividerà i più stretti parenti (10, 34-36). Il profeta Michea aveva predetto questo orrore per il tempo finale: la depravazione degli spiriti e lo sconvolgimento dei cuori sarà tale che si spezzeranno i legami naturali della famiglia. Così Israele sarà maturo per il giudizio (Mi, 6). Nella profezia di Gesù l’odio irromperà ovunque arrivino i suoi apostoli. Suona addirittura spaventosa l’espressione: «Sarete odiati da tutti...». In tale situazione una sola cosa importa: la perseveranza sino alla fine, la fedeltà a tutta prova, la fortezza d’animo costante, nonostante le inimicizie, le delusioni e gli insuccessi. Non è poco! E Gesù promette al discepolo che così sarà salvo; non c’è da essere in apprensione: la salute eterna è assicurata. Quanto eroismo nascosto, quanta fedeltà silenziosa hanno confermato, nei secoli, queste parole di Gesù!

Il cristiano di fronte alla persecuzione - Raymond Deville (Dizionario di Teologia Biblica): Il credente, la cui fede penetra il mistero della persecuzione, trova nella sua speranza la forza di sostenerla con gioia; già il VT gli offriva modelli di questo atteggiamento a cui Gesù conferisce la perfezione con il suo esempio e con i suoi consigli.
1. I modelli. - Dinanzi alla persecuzione i giusti del VT hanno adottato tutti un atteggiamento di pazienza e di fedeltà coraggiosa nella speranza. Geremia è il tipo del perseguitato fedele ed orante; le sue «confessioni» sono tanto proteste di fedeltà, quanto lamenti dolorosi; egli sa che, qualunque cosa gli capiti, Jahve «è con lui per proteggerlo e salvarlo (ad es. Ger 1,8.19). La stessa cosa vale per il servo sofferente (Is 52-53) e per i salmisti perseguitati: «Signore, salvami da coloro che mi perseguitano» (Sal 7,2): questo grido di angoscia e di fiducia echeggia in tutto il salterio. Accompagnata sovente da imprecazioni contro i nemici (Sal 35; 55; 69; 70; 109) o da appelli alla vendetta di Dio (Ger 11,20; 15,15; 17,18), una simile preghiera si fonda sulla certezza della salvezza che il Dio fedele accorda ai suoi (Sal 31,6; cfr. 23,4; 91,15).
Gesù, perseguitato, non soltanto confida nel Padre suo che è con lui (Mt 26,53; Gv 16,32), ma prega per i suoi persecutori (Lc 23,34); in tal modo dà ai suoi discepoli un esempio supremo della carità che sopporta ogni persecuzione (1Cor 13,7). Soggetti alle persecuzioni, gli apostoli ed i primi cristiani pregano per essere liberi e poter così annunziare il vangelo (Atti 4,29; cfr. 12,5); al pari del loro maestro si mostrano pazienti in mezzo alle persecuzioni (2Tess 1,4) e come lui pregano Dio di perdonare ai loro carnefici (Atti 7,60).
2. I consigli dati da Gesù corrispondono all’atteggiamento di cui ha dato egli stesso l’esempio. Come lui, il discepolo deve pregare per coloro che lo perseguitano (Mt 5,44 par.; cfr. Rom 12,14). Deve affrontare la persecuzione con coraggio; se non deve essere temerario e saper fuggire da una città dov’è ricercato (Mt 10,23; Atti 13,50 s), deve aspettarsi pure di essere imprigionato, percosso e messo a morte (Mt 10,16-39; Gv 16, 1-4). Ma dinanzi a simili prospettive non deve aver paura: il suo maestro ha vinto il mondo (Gv 16,33), ed alla fine trionferà degli empi persecutori «con i suoi, i chiamati, gli eletti, i fedeli» (Apoc 17,34).
I nemici del discepolo non possono nulla contro la sua anima (Mt 10,28-31). Lo Spirito di Dio lo assisterà quando sarà trascinato dinanzi ai tribunali, perciò egli non deve preoccuparsi della propria difesa in occasione del processo (Mt 10,19 s), Tuttavia occorre sempre vegliare e pregare, perché la persecuzione è una prova, una tentazione, e se lo spirito è pronto, la carne è debole (Mt 26 41 par.).

… non avrete finito di percorrere le città d’Israele, prima che venga il Figlio dell’uomo - Benedetto Prete (I Quattro Vangeli): È il primo testo escatologico nel quale Gesù allude ad un suo prossimo, ritorno. L’Apostolo deve perseverare nel proprio lavoro; se è perseguitato od espulso da un città, vada ad evangelizzare una seconda. Gesù dà all’apostolo un consiglio di prudenza; egli non gli comanda di esporre temerariamente la vita, ma gli suggerisce di apprezzarla e difenderla. Cristo e gli apostoli si sono attenuti a questi consigli; anche i missionari uniformano la loro condotta a questo detto evangelico. Le parole di Gesù costituiscono un messaggio di consolazione, poiché annunziano un suo intervento (venuta) che metterà fine alla fuga degli apostoli. Questi non rimarranno senza una città ospitale, poiché, prima che gli apostoli esauriscano le città di rifugio, verrà il Figlio dell’uomo. La venuta di Gesù non è la parusia (l’ultima gloriosa venuta di Cristo come giudice) che termina la storia del mondo, ma indica un intervento punitivo di Cristo. Il Figlio dell’uomo viene anche quando compie un grande giudizio (castigo). Il testo allude alla rovina di Gerusalemme, centro e capitale dell’ebraismo (70 dopo Cristo). In questa catastrofe della nazione eletta il giudaismo perderà la propria roccaforte e cesserà di avere un centro geografico e religioso. La venuta di Cristo non è visibile come quella della parusia, ma è un intervento della sua potenza punitrice che non ha precedenti (cf. Mt., 16,28). Il versetto lascia intravedere che gli Ebrei sono i persecutori degli apostoli, come di fatto è avvenuto secondo là documentazione degli Atti.

La persecuzione è permessa da Dio, e in quel giorno i discepoli daranno testimonianza. La consegna ai tribunali e alle sinagoghe è forse un espediente per sottolineare la matrice religiosa e statale-temporale della persecuzione contro i discepoli del Risorto. All’annuncio della persecuzione a motivo della fede (Cf. Gv 15,20), si accompagna la promessa dell’assistenza divina: il discepolo deve guardare al martirio con estrema serenità in quanto ha la certezza che nemmeno un capello del suo capo perirà.
L’essere cristiani pone nella condizione di essere perseguitati, calunniati, odiati per il nome di Cristo, anche dal padre o dal fratello. Il martirio, affrontare la morte per la fede, per il cristiano non è un incidente di percorso o qualcosa di molto improbabile, infatti, il «Battesimo impegna i cristiani a partecipare con coraggio alla diffusione del Regno di Dio, cooperandovi se necessario col sacrificio della stessa vita» (Benedetto XVI).
Essere cristiani non significa non subire alcun danno o offesa, ma che ogni sofferenza verrà ricompensata e niente andrà perduto, neppure un capello. Essere discepoli di Cristo è una scelta che riserva un calice amaro: è il prezzo della verità.
Il mondo del male, coalizzato contro i cristiani, potrà fare a pezzi i loro corpi, ma essi non devono temere perché sono già nella gioia del possesso del regno dei cieli (Mt 5,11-12).
«Gesù chiama alla gioia, paradossalmente, i discepoli vittime di ogni angheria. Essi pagano un prezzo alto l’adesione a Cristo. Ma grande sarà anche la ricompensa celeste ed escatologica. Nessuna meraviglia per questo destino di persecuzione, perché già i profeti sono stati perseguitati; così sarà dei discepoli di Gesù» (Giuseppe Barbaglio).
Che i profeti e i discepoli di Gesù siano accomunati al suo destino di persecuzione è attestato da Luca 11,49-50: «Per questo la sapienza di Dio ha detto: “Manderò loro profeti e apostoli ed essi li uccideranno e perseguiteranno”, perché a questa generazione sia chiesto conto del sangue di tutti i profeti, versato fin dall’inizio del mondo». Una comunanza di morte che con la sua lunga scia di sangue ha lambito ben duemila anni di storia cristiana! Il cristiano sa attendere con pazienza la venuta del suo Salvatore. Sa essere paziente imitando la pazienza di Dio. Sa essere perseverante nella fede perché la perseveranza è la porta della salvezza. La perseveranza è la carta di identità del cristiano e allo stesso tempo la carta vincente: «Con la vostra perseveranza salverete la vostra vita».

Siamo arrivati al termine. Possiamo mettere in evidenza:
***  Come Gesù, il discepolo deve pregare per coloro che lo perseguitano.
Questa parola cosa ti suggerisce?
Ora nel silenzio, nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.

O Dio, che in questo sacramento
ci hai dato il pegno della vita eterna,
fa’ che, secondo lo spirito di san Benedetto,
celebriamo fedelmente la tua lode
e amiamo i fratelli con carità sincera.
Per Cristo nostro Signore.



11 Luglio 2019

San Benedetto Abate, Patrono d’Europa

Pr 2,1-9; Sal 33 (34); Mt 19,27-29

San Benedetto è il patriarca del monachesimo occidentale. Dopo un periodo di solitudine presso il sacro Speco di Subiaco, passò alla forma cenobitica prima a Subiaco, poi a Montecassino. La sua Regola, che riassume la tradizione monastica orientale adattandola con saggezza e discrezione al mondo latino, apre una via nuova alla civiltà europea dopo il declino di quella romana. In questa scuola di servizio del Signore hanno un ruolo determinante la lettura meditata della parola di Dio e la lode liturgica, alternata con i ritmi del lavoro in un clima intenso di carità fraterna e di servizio reciproco. Nel solco di San Benedetto sorsero nel continente europeo e nelle isole centri di preghiera, di cultura, di promozione umana, di ospitalità per i poveri e i pellegrini. Due secoli dopo la sua morte, saranno più di mille i monasteri guidati dalla sua Regola. Paolo VI lo proclamò patrono d’Europa (24 ottobre 1964). (Avvenire)

Colletta: O Dio, che hai scelto san Benedetto abate e lo hai costituito maestro di coloro che dedicano la vita al tuo servizio, concedi anche a noi di non anteporre nulla all’amore del Cristo e di correre con cuore libero e ardente nella via dei tuoi precetti. Per il nostro Signore Gesù Cristo...

Ecco, noi abbiamo lasciato tutto - Nel cuore dell’uomo, qualche volta, si annida la tentazione di “commercializzare” tutto. In un mondo come il nostro che vola sulle ali degli affari, del commercio o del denaro, quello di trasformare tutto in un “business” è ormai un’idea fissa. Spesso nel dare si cela la segreta speranza di ricevere qualcosa in contraccambio. In questa trappola può finire anche il dono di sé a Dio: “Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito”.
Dio non è da meno, ma certamente nel segno opposto. Il Signore, in questo senso, è un perdente: nell’intrattenersi con gli uomini ci ha rimesso sempre e l’ultima vicenda, quella del Calvario, la dice lunga. Al contrario, con grande magnanimità, ricompensa anche i più piccoli sforzi compiuti dall’uomo, ma quest’ultimo non sempre riceve quello che spesso si aspetta dal suo Creatore.
L’uomo crede di poter ricevere oro o argento, salute o bellezza, ma non comprende che sono beni caduchi, temporanei, che conducono spesso alla disperazione, all’egoismo o alla violenza, così come la sete del comando o l’ingordigia insaziabile del potere: “Da che cosa derivano le guerre e le liti che sono in mezzo a voi? Non vengono forse dalle vostre passioni che combattono nelle vostre membra? Bramate e non riuscite a possedere e uccidete; invidiate e non riuscite ad ottenere, combattete e fate guerra! Non avete perché non chiedete; chiedete e non ottenete perché chiedete male, per spendere per i vostri piaceri” (Gc 4,1-2).

Vangelo - Dal Vangelo secondo Matteo 19,27-29: In quel tempo, Pietro gli rispose: «Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito; che cosa dunque ne avremo?». E Gesù disse loro: «In verità io vi dico: voi che mi avete seguito, quando il Figlio dell’uomo sarà seduto sul trono della sua gloria, alla rigenerazione del mondo, siederete anche voi su dodici troni a giudicare le dodici tribù d’Israele. Chiunque avrà lasciato case, o fratelli, o sorelle, o padre, o madre, o figli, o campi per il mio nome, riceverà cento volte tanto e avrà in eredità la vita eterna».

Alla domanda di Pietro, umanamente interessata, Gesù risponde con una promessa che si farà realtà nella rigenerazione del mondo: voi, miei amici (Gv 15,15), siederete su dodici troni a giudicare le tribù d’Israele. I Dodici saranno associati a Gesù nel giudicare le tribù d’Israele. La lista delle cose lasciate per il regno di Dio certamente non è esaustiva. Ai piccoli sacrifici Dio risponde con doni incommensurabilmente incomparabili: Chiunque avrà lasciato case, o fratelli, o sorelle, o padre, o madre, o figli, o campi per il mio nome, riceverà cento volte tanto e avrà in eredità la vita eterna.

E noi? - Claude Tassin (Vangelo di Matteo): Come nel capitolo 18, Pietro interviene e, sulla risposta di Gesù, si inserirà di nuovo una parabola. Che cosa avverrà di coloro che hanno abbandonato le loro sicurezze umane per seguire il Cristo? Questa è la domanda. Matteo propone dapprima al v. 28 un’affermazione attinta alle stesse fonti di Luca (cfr. Lc 22,30) e che riguarda il caso specifico dei dodici apostoli. Quando verrà il mondo nuovo, letteralmente «la rigenerazione», fioritura conclusiva del regno, allora il Figlio dell’uomo sarà rivelato nella sua piena statura e i Dodici formeranno una corte associata al suo potere. Nel linguaggio biblico, il verbo «giudicare» ha il senso più vasto di governare, poiché il compito principale dei capi tribù consisteva in pratica nel risolvere i contrasti. I Dodici parteciperanno al governo del mondo nuovo (cosa che Luca lascia capire) o al giudizio che deciderà l’ammissione degli eletti? Dal confronto con Mt 25,31, è senza dubbio il secondo senso che si deve qui intendere. Paolo stesso dichiara che la comunità cristiana parteciperà al giudizio del mondo (cfr. 1Cor 6,2), come altri testi giudaici antichi associano i giusti al giudizio finale degli empi. Al tribunale del Figlio dell’uomo compariranno «le dodici tribù d’Israele». Al tempo di Gesù non ne esistevano che due; le altre dieci erano disperse e mescolate al mondo pagano. Ma scegliendo dodici uomini, come nuovi capostipiti, Gesù intendeva veramente ricostituire il popolo di Dio nella sua totalità. Sotto la penna di Matteo l’espressione significa certamente questo: i Dodici, membri d’Israele divenuti discepoli del Messia, saranno i più idonei per giudicare la condotta di tutto Israele in rapporto a Gesù. In ogni caso, non si tratta del giudizio della Chiesa; infatti, ricordiamolo, Matteo non considera questa come un «nuovo Israele» che si sostituisce a Israele. Il v. 29 riprende i dati di Marco. I Dodici non detengono il privilegio della piena vita eterna: la promessa è valida per tutti coloro che avranno accettato sacrifici affettivi e rinuncia materiale allo scopo di meglio legarsi al Cristo. Infatti il discepolo non coltiva la rinuncia come tale. Ma alcuni vincoli diventano talmente forti - per uno la famiglia, per altri il conto in banca - che impediscono una relazione vivente con il Cristo.

… alla rigenerazione del mondo - Benedetto Prete (I Quattro Vangeli): Il detto è formulato con termini del vocabolario profetico e con immagini tratte dalla storia ebraica. Nella rigenerazione (del mondo) = παλιγγενεσία (rinascita, nuova nascita, palingenesi; il termine ricorre due sole volte nel Nuovo Testamento, cioè qui e Tito, 3,5); l’idea, non già il termine, risale al Vecchio Testamento, nel quale l’èra messianica è presentata come un rinnovamento (cf. Isaia, 65,17; 66,22, dove si parla di cieli nuovi e terra nuova). S. Paolo dà all’idea un valore spirituale; per l’apostolo credente è una «nuova creazione» (cf. 2Corinti, 5,17). Cristo, accennando a questa palingenesi, intende riferirsi al regno messianico che sarà stabilito sopra la terra, non già al regno celeste (cf. Lc., 22,28-30). Le parole: quando il Figlio sederà sul suo trono di gloria, richiamano l’immagine di Daniele, 7,9 e significano che Gesù presiederà dal cielo il suo regno stabilito sopra la terra. In questo governo del regno Cristo glorioso in cielo assocerà i suoi apostoli durante la loro esistenza e dopo la loro morte. Sederete anche voi su dodici troni per giudicare le dodici tribù d’Israele; Cristo usa un linguaggio ispirato alla storia d’Israele: giudicare significa nella Bibbia governare, reggere, non già l’atto particolare di pronunziare una sentenza (i Giudici d’Israele sono capi di tribù; cf. il libro dei Giudici); le dodici tribù d’Israele designano il nuovo Israele, l’Israele di Dio (come dice S. Paolo, cf. Galati, 6,16); dodici non indica una quantità numerica, ma l’intero Israele; il popolo d’Israele era considerato tradizionalmente come costituito da dodici tribù, anche quando queste non esistevano più. Nel regno messianico, cioè nella Chiesa, gli apostoli avranno un posto di privilegio e di governo. Non si può pensare all’ultimo giudizio (giudizio finale), perché questo è riservato unicamente al Figlio (cf. Gio., 5,27).

Chiunque avrà lasciato case - Wolfgang Trilling (Vangelo secondo Matteo): La seconda risposta di Gesù riguarda ciò che abbiamo lasciato per lui, cioè a motivo dell’intima unione con lui e del servizio alla sua parola. I legami familiari e le ricchezze terrene sono nominati e posti sullo stesso piano. Che i figli abbiano lasciato i genitori o il contadino il podere e i campi, tutto viene valutato alla stessa stregua e l’enumerazione potrebbe essere più lunga. Quel che importa non è ciò che si lascia, ma il motivo per cui lo si lascia: il rapporto con il Messia, il nostro totale impegno alla sua sequela. Cosa e quanto si esiga, è differente per ciascuno, ma nessuno abbandona qualcosa per Gesù senza venirne ricambiato al centuplo; non perché il discepolo debba lavorare per amore di questo guadagno, ma perché crede sempre più alla ricchezza e alla magnanimità di Dio, che supera sempre quella degli uomini. Noi non lavoriamo per il premio, ma per Dio, che è sempre il più grande dei premi. Qui non si fa distinzione tra il premio terreno e il premio eterno (come in Mc 10,30). Matteo nomina soltanto il premio unico e globale della vita vera, la vita eterna. Questa è il centuplo di tutto ciò che quaggiù si può lasciare. Il giovane ricco aveva posto domande sulla via per giungere alla vita eterna (19,16). Gesù lo aveva invitato a lasciare le sue ricchezze e a seguirlo, ciò che appunto hanno fatto i discepoli; essi hanno lasciato molto di più che dei beni terreni, quindi hanno la promessa di avere «in eredità la vita eterna». Queste parole aprono alla speranza chi cerca seriamente la salvezza. L’uomo non può avere la sicurezza definitiva di conseguire la salvezza giungendo alla piena comunione con Dio: rimane sempre una tensione tra la speranza e la consapevolezza della propria insufficienza di fronte alle richieste di questa speranza. Nonostante questa nostra insicurezza, queste parole ci danno una certa sicurezza liberatrice. Chi può dire, come Pietro, di aver lasciato realmente qualcosa per Gesù, può riferire a sé questa promessa del premio. Se Dio non dimentica le minime azioni, tanto meno dimenticherà la grande azione di chi rinuncia a persone e a beni per seguire Gesù. Nella «nuova creazione» del mondo, tutto questo si manifesterà mediante un radicale capovolgimento di valori. Molti che qui erano i primi, là saranno gli ultimi, cioè saranno respinti. E molti che erano gli ultimi, saranno i primi, cioè coeredi con Cristo del regno di Dio. Chi avrà lasciato tutto, guadagnerà tutto; chi avrà cercato la propria vita, la perderà; chi l’avrà perduta, la troverà.

Ecco, noi abbiamo lasciato tutto… - Giovanni Paolo II (Omelia, 8 Ottobre 2000): “Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito” (Mc 10,28). Questa affermazione di Pietro esprime la radicalità della scelta che è richiesta all’apostolo. Una radicalità che si chiarisce alla luce del dialogo esigente, fatto da Gesù con il giovane ricco. Quale condizione per la vita eterna, il Maestro gli aveva additato l’osservanza dei comandamenti. Di fronte al suo desiderio di maggiore perfezione, aveva risposto con uno sguardo di amore e una proposta totalitaria: “Va, vendi quello che hai e dallo ai poveri e avrai un tesoro in cielo; poi vieni e seguimi” (Mc 10,21). Su questa parola di Cristo calò, come un oscurarsi improvviso del cielo, la tristezza del rifiuto. Fu allora che Gesù pronunciò una delle sue sentenze più severe: “Com’è difficile entrare nel regno di Dio!” (Mc 10,24). Sentenza che egli stesso, di fronte allo sbigottimento degli apostoli, mitigò, facendo leva sulla potenza di Dio: “Tutto è possibile presso Dio” (Mc 10,27). L’intervento di Pietro diventa espressione della grazia con cui Dio trasforma l’uomo e lo rende capace di un dono totale. “Abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito” (Mc 10,28). È così che si diventa apostoli. Ed è così che si sperimenta anche l’avverarsi della promessa di Cristo circa il «centuplo»: l’apostolo che ha lasciato tutto per seguire Cristo vive già su questa terra, nonostante le immancabili prove, un’esistenza realizzata e gioiosa.

Siamo arrivati al termine. Possiamo mettere in evidenza:
*** Chiunque avrà lasciato case, o fratelli, o sorelle, o padre, o madre, o figli, o campi per il mio nome, riceverà cento volte tanto e avrà in eredità la vita eterna.
Questa parola cosa ti suggerisce?
Ora nel silenzio, nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.

O Dio, che in questo sacramento
ci hai dato il pegno della vita eterna,
fa’ che, secondo lo spirito di san Benedetto,
celebriamo fedelmente la tua lode
e amiamo i fratelli con carità sincera.
Per Cristo nostro Signore.



10 Luglio 2019

Mercoledì XIV Settimana del T. O.

Gen 41,55-57; 42,5-7a.17-24a; Sal 32 (33); Mt 10,1-7

Colletta: O Dio, che nell’umiliazione del tuo Figlio hai risollevato l’umanità dalla sua caduta, donaci una rinnovata gioia pasquale, perché, liberi dall’oppressione della colpa, partecipiamo alla felicità eterna. Per il nostro Signore Gesù Cristo…

Il potere che Gesù dona ai Dodici è lo stesso potere che lui esercita a beneficio di tanti sventurati afflitti da svariate malattie e vessati dagli spiriti impuri (Cf. Mt 9,27-34). Il giudaismo chiamava gli spiriti impuri perché «estranei e anzi ostili alla purità religiosa e morale che esige il servizio di Dio» (Bibbia di Gerusalemme).
I dodici apostoli vengono nominati, per coppie, partendo dai primi che sono fratelli. I «nuovi capi del popolo eletto devono essere dodici, come le tribù d’Israele. Questa cifra verrà ristabilita dopo la defezione di Giuda [At 1,26], per essere eternamente conservata in cielo [Mt 19,28p; Ap 21,12-14]» (Bibbia di Gerusalemme).
L’ordine di non andare tra i pagani e di non entrare nelle città dei Samaritani, pur limitando il campo d’azione dei dodici discepoli, non esclude di fatto l’universalità del ministero degli Apostoli. Risponde piuttosto ad un principio della salvezza: Israele, nel piano di Dio, doveva essere evangelizzato per primo, da qui la sua particolare responsabilità nell’accettare o rifiutare la Buona Novella (Cf. Gv 4,22; Atti 13,46). Il cuore della evangelizzazione è la proclamazione della sovranità di Dio sul mondo attraverso la presenza e l’opera di Gesù.

Vangelo - Dal Vangelo secondo Matteo 10,1-7: In quel tempo, chiamati a sé i suoi dodici discepoli, Gesù diede loro potere sugli spiriti impuri per scacciarli e guarire ogni malattia e ogni infermità. I nomi dei dodici apostoli sono: primo, Simone, chiamato Pietro, e Andrea suo fratello; Giacomo, figlio di Zebedèo, e Giovanni suo fratello; Filippo e Bartolomeo; Tommaso e Matteo il pubblicano; Giacomo, figlio di Alfeo, e Taddeo; Simone il Cananeo e Giuda l’Iscariota, colui che poi lo tradì. Questi sono i Dodici che Gesù inviò, ordinando loro: «Non andate fra i pagani e non entrate nelle città dei Samaritani; rivolgetevi piuttosto alle pecore perdute della casa d’Israele. Strada facendo, predicate, dicendo che il regno dei cieli è vicino».

In quel tempo, chiamati a sé i suoi dodici discepoli - Franco De Carlo (Vangelo secondo Matteo): I dodici discepoli: chiamata e istruzioni (Mt 10,1-42) - L’esigenza di operai per il lavoro di mietitura, che scaturisce nella precedente pericope, sfocia, subito dopo, nella chiamata dei Dodici discepoli: siamo di fronte non più a personaggi anonimi, come nelle precedenti scene di guarigione, ma all’elenco preciso di persone, il cui nome - con, in alcuni casi, ulteriori specificazioni - viene posto in evidenza nel testo. La pericope si apre con il verbo proskaleó («chiamare presso [di sé]», v. 1a), che appare, per la prima volta, nel vangelo, così come anche l’espressione hoi dódeka mathétai («i dodici discepoli»). Il narratore riferisce che Gesù diede a questi Dodici l’autorità: edoken autois exousian («diede loro autorità»). L’associazione didōmi (dare) - exousia (autorità) è già apparsa precedentemente nel racconto, in occasione della reazione delle folle di fronte alla guarigione del paralitico (Mt 9,8); ricomparirà poi nel seguito della narrazione, nella domanda che i sommi sacerdoti e gli anziani del popolo rivolgono a Gesù, mentre insegnava nel tempio (Mt 21,23) e, infine, nella chiusura dell’intero vangelo (Mt 28,18). L’autorità che il maestro conferisce ai suoi discepoli concerne il potere di espellere gli spiriti impuri e quello di guarire ogni malattia: questa nota dell’evangelista (v. 1) precede l’elenco dei Dodici discepoli (Mt 10,2), i quali, senza alcuna spiegazione e senza indugio, vengono definiti - e soltanto qui in tutto il vangelo - « i dodici apostoli (hoi dódeka apostoloi)».1 loro nomi sono i seguenti: Simone, Andrea, Giacomo, Giovanni, Filippo, Bartolomeo, Tommaso, Matteo, Giacomo d’Alfeo, Taddeo, Simone il Cananeo, Giuda. All’interno di questo elenco si hanno formulazioni speciali: prōtos Simōn ho legomenos Petros («primo Simone il detto Pietro»); Matthaios ho telōnēs («Matteo il pubblicano»); Ioudas ho Iskariōtēs ho kai paradous auton («Giuda l’Iscariota, colui che anche consegnò lui»).

Apostoli - Enciclopedia del Cristianesimo: I dodici discepoli chiamati da Gesù a seguirlo. Apostolo (dal greco apostéllo: mando, incarico) non è un qualsiasi predicatore, ma il delegato ufficiale, l’ambasciatore. Nel Nuovo Testamento può assumere due accezioni. In senso largo, apostoli sono tutti coloro che sono ufficialmente inviati ad annunciare il Vangelo ed esercitano nella comunità una funzione di autorità. In senso stretto, sono i “dodici” che hanno seguito Gesù, dal battesimo di Giovanni fino all’ascensione (At 1,22). I Vangeli riportano quattro elenchi dei loro nomi e in tutti Pietro è al primo posto. Il numero 12 è simbolico e si riferisce alle dodici tribù di Israele (Mt 19,28; Le 22,30): i dodici sono il fondamento e il perno del nuovo popolo di Dio. Dopo la partenza di Gesù testimoniano la risurrezione del Signore, custodiscono le sue parole e i suoi gesti, presiedono alla predicazione e alla preghiera, impongono le mani per conferire gli incarichi (At 6,2). Secondo la tradizione cattolica la funzione apostolica (garantire la fedeltà alla tradizione degli apostoli, guidare la comunità, consacrare gli altri ministri) continua nel collegio dei vescovi in comunione con il papa.

… primo, Simone, chiamato Pietro - Corrado Ginami: Il primo degli apostoli di Gesù, che si chiamava Simone figlio di Giona (Mt 16,17), o di Giovanni (Gv 1,42). Gesù mutò il suo nome in Cefa (dall’aramaico Kefa’: roccia), reso in italiano con Pietro, alludendo al compito affidatogli. Originario di Betsaida (Gv 1,44) e pescatore come il fratello Andrea (Me 1,16), fu tra i primi quattro discepoli che Gesù chiama al suo seguito (Mc 1,16-20) e la sua casa di Cafarnao divenne il punto di riferimento dell’attività del Cristo in Galilea (Me 1,29-31; 2,1 ecc.). È fuori discussione il fatto che il Nuovo Testamento attribuisce a Pietro un ruolo preminente tra i Dodici. È il primo a essere nominato nelle liste dei dodici apostoli (Mc 3,16), confessa Gesù come il Cristo (Mc 8,29), con Giacomo e Giovanni è testimone di particolari avvenimenti della vita del maestro (Mc 5,37; 9,2; 14,33), è la roccia su cui Gesù fonda la sua Chiesa e a lui conferisce il potere delle chiavi (Mt 16,16-19), è colui che dovrà confermare i suoi fratelli nella fede (Lc 22,32), che riceve la missione di pascere il gregge di Cristo (Gv 21,15-19). Prende l’iniziativa per coprire il posto lasciato vuoto da Giuda (At 1,15 ss.) e pronuncia i primi e principali discorsi nei quali proclama la risurrezione del Signore (At 2,14-36; 3,12-26). Mostra il proprio coraggio di fronte alle persecuzioni (At 4,1-22; 5,17-42) e accoglie i primi convertiti pagani (At 10), dichiarando che anche a loro Dio ha fatto dono dello Spirito Santo (At 15,8). È tuttavia sempre Pietro che appare come tentatore satanico di Cristo (Me 8,32-33), che non sa vegliare nemmeno un’ora durante l’agonia del Maestro (Me 14,37) e lo rinnega piangendo amaramente al canto del gallo (Me 14, 66-72). Anche gli scritti di Paolo riconoscono la posizione autorevole di Pietro: lo mostrano come primo testimone della risurrezione (1Cor 15,5), punto di riferimento e personaggio di primo piano nella Chiesa madre di Gerusalemme (Gal 1,18; 2,9), apostolo degli ebrei, dei “circoncisi” (Gal 2,7-8). Dopo il duro confronto con Paolo ad Antiochia sul rapporto tra ebrei e pagani rispetto al nascente cristianesimo (Gal 2,11-14), databile attorno agli anni 48/49, non sappiamo nulla di certo sugli spostamenti di Pietro. Probabilmente diversi anni dopo arrivò a Roma, dove (forse nel 64 o nel 67) morì martire (crocifisso a testa in giù secondo l’apocrifo Atti di Pietro). Gli scavi compiuti in questi ultimi decenni sotto la basilica vaticana hanno reso più solida la testimonianza del martirio romano di Pietro. La tradizione ha anche attribuito a Pietro due Lettere apostoliche del Nuovo Testamento, ulteriore segno dell’autorevolezza e del prestigio che circondavano l’apostolo. Si rimane certo colpiti di fronte al vasto materiale neotestamentario che evidenzia la centralità della persona e del ruolo di Pietro. La cosa è ancor più ragguardevole, se si pensa che le testimonianze sopra riportate appartengono a tradizioni diverse eppure convergenti. Non può quindi sussistere dubbio alcuno sul fatto che proprio Gesù di Nazaret abbia voluto il servizio di Pietro come garanzia di unità e di verità per la vita della Chiesa, di ieri e di oggi. Pietro continua a vivere nella fede della Chiesa e a servire questa fede: è questo il significato del ministero petrino voluto da Cristo.

Il messaggio essenziale dell’evangelizzazione - Basilio Caballero (La Parola per Ogni Giorno): La seconda raccomandazione di Gesù ai Dodici si riferisce al contenuto del loro annuncio: «Predicate che il regno dei cieli è vicino». Così egli aveva iniziato la sua predicazione. Il messaggio essenziale che deve trasmettere oggi la Chiesa è la buona novella che Dio ama l’uomo, lo invita alla fede, alla sua amicizia, alla sua adozione filiale e alla fratellanza umana attraverso la sequela di Cristo che è l’uomo nuovo. Gesù non fu un rivoluzionario, né un ideologo, né un antropologo, né un tecnocrate esperto in programmazione e finanze. Tuttavia la speranza teologale e umana che il suo annuncio del regno risvegliò nei cuori umili e aperti a Dio non fu neanche celestiale e avulsa dalla dura realtà quotidiana, che egli accettò e trasformò con la sua incarnazione. Riflettendo, per esempio, sul discorso della montagna, il cui prologo sono le beatitudini, ci rendiamo conto della sua carica esplosiva e rivoluzionaria, ma in profondità e verso l’interno della persona. È il cuore che bisogna convertire ai nuovi criteri e valori della giustizia del regno. Convertito l’uomo, possono trasformarsi le strutture sociali; perché rimodellando l’uomo si ricostruisce la carta geografica del mondo. La missione di salvezza e l’opera evangelizzatrice di Gesù sono rimaste nelle nostre mani per sua delega, anche se con l’assistenza dello stesso Gesù per mezzo del suo Spirito. «Evangelizzare, infatti, è la grazia e la vocazione propria della Chiesa, la sua identità più profonda. Essa esiste per evangelizzare, vale a dire per predicare ed insegnare, essere il canale del dono della grazia, riconciliare i peccatori con Dio, perpetuare il sacrificio del Cristo nella santa messa che è il memoriale della sua morte e della sua gloriosa risurrezione» (EN 14). Tutti noi membri della Chiesa, tanto quelli che la presiedono che i fedeli, abbiamo bisogno di una vasta catechesi sulla nostra missione evangelizzatrice, sul servizio evangelico e sulla stessa Chiesa come comunità di uomini e donne che, malgrado la fragilità umana, umana, seguono, annunciano e testimoniano Cristo.
La constatazione che la Chiesa cattolica «deve operare instancabilmente “affinché la parola di Dio si diffonda e sia glorificata” [2Ts 3,1]» (DH 14), deve suscitare in noi due convinzioni.
A, evangelizzare è sempre un atto profondamente ecclesiale: «La prima convinzione è che evangelizzare non è mai per nessuno un atto individuale e isolato, ma profondamente ecclesiale. Allorché il più sconosciuto predicatore, catechista o pastore, nel luogo più remoto, predica il Vangelo, raduna la sua piccola comunità o amministra un Sacramento, anche se si trova solo compie un atto di Chiesa, e il suo gesto è certamente collegato mediante rapporti istituzionali, ma anche mediante vincoli invisibili e radici profonde dell’ordine della grazia, all’attività evangelizzatrice di tutta la Chiesa. Ciò presuppone che egli agisca non per una missione arrogatasi, né in forza di un’ispirazione personale, ma in unione con la missione della Chiesa e in nome di essa» (Paolo VI, Esortazione apostolica “Evangelii nuntiandi”, n. 60).
B, l’evangelizzatore deve operare in comunione con la Chiesa: «Come conseguenza, la seconda convinzione: se ciascuno evangelizza in nome della Chiesa, la quale a sua volta lo fa in virtù di un mandato del Signore, nessun evangelizzatore è padrone assoluto della propria azione evangelizzatrice, con potere discrezionale di svolgerla secondo criteri e prospettive individualistiche, ma deve farlo in comunione con la Chiesa e con i suoi Pastori. La Chiesa, l’abbiamo già rilevato, è tutta intera evangelizzatrice. Ciò significa che, per il mondo nel suo insieme e per ogni singola parte del mondo ove si trovi, la Chiesa si sente responsabile del compito di diffondere il Vangelo» (ibidem).
I secoli passati hanno visto da un lato, la diffusione universale del cattolicesimo che ha raggiunto tutti i cinque continenti dall’altro, una diffusione della secolarizzazione che ha portato alla laicizzazione della società e quindi a un forte allontanamento dalla Chiesa. Si è ridotto il numero degli operai, ed è vero, ma è pur vero che quando l’inedia assale il cuore, allora la fede langue e il mondo rimane sempre più indifferente al fatto religioso. Bisogna ripartire dalla gioia dell’incontro con il Risorto e allora i passi ritorneranno a lambire ancora una volta le terre più lontane.

Siamo arrivati al termine. Possiamo mettere in evidenza:
*** “Strada facendo, predicate, dicendo che il regno dei cieli è vicino” (Vangelo).
Questa parola cosa ti suggerisce?
Ora nel silenzio, nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.

Dio onnipotente ed eterno,
che ci hai nutriti con i doni della tua carità senza limiti,
fa’ che godiamo i benefici della salvezza
e viviamo sempre in rendimento di grazie.
Per Cristo nostro Signore.