Domenica 9 GIUGNO 2019

Messa del Giorno

 DOMENICA DI PENTECOSTE – MESSA DEL GIORNO ANNO C – SOLENNITÀ

Prima Lettura: Dagli Atti degli Apostoli 2,1-11; Salmo Responsoriale: Dal Salmo 103 (104); Rm 8,8-17; Vangelo: Dal Vangelo secondo Giovanni 14,15-16.23b-26

Colletta: O Padre, che nel mistero della Pentecoste santifichi la tua Chiesa in ogni popolo e nazione, diffondi sino ai confini della terra i doni dello Spirito Santo, e continua oggi, nella comunità dei credenti, i prodigi che hai operato agli inizi della predicazione del Vangelo. Per il nostro Signore Gesù Cristo.

Prima Lettura -Dagli Atti degli Apostoli 2,1-11: Lo Spirito Santo riempie il Cenacolo dove gli Apostoli erano soliti ritirarsi a pregare «insieme ad alcune donne e a Maria, la madre di Gesù e ai fratelli di lui» (At 1,14). Con la venuta dello Spirito Santo nasce la Chiesa e sarà la sua anima: «Egli, lo Spirito di comunione, rimane nella Chiesa in modo indefettibile, e per questo la Chiesa è il grande sacramento di comunione divina che riunisce i figli di Dio dispersi» (CCC 1108). Anche il vento, come il fuoco, era un fenomeno che accompagnava abitualmente le manifestazioni di Dio nell’Antico Testamento (Cf. Es 3,2; 13,21-22; 2Re 5,24). Agli Apostoli viene dato anche il «dono delle lingue» perché possano farsi comprendere da «tutte le nazioni» e anche per comunicare efficacemente l’insegnamento evangelico. I Padri della Chiesa, quando commentano questo passo, rilevano il contrasto tra la confusione delle lingue che si ebbe a Babele e la fine di questa confusione, per il dono e la grazia dello Spirito Santo.

Salmo Responsoriale: Dal Salmo 103 (104): «Il Cristo ha compiuto l’opera della nostra salvezza che aveva cominciato fin dai giorni antichi. Tutta l’economia delle cose e dei tempi era da lui diretta verso questo fine; e di ogni particolare che serviva questa causa si è compiaciuto, lui, il Creatore di tutte le cose, e questo per la sua gloria, come è scritto: Rinnoverai la faccia della terra, la gloria del Signore sia in eterno, gioisca il Signore delle sue opere. Non solo si è compiaciuto di ciò che aveva fatto prima della sua venuta, ma venendo in questo mondo egli ha accolto con gioia i mali che provenivano dal nostro peccato» (Baldovino di Ford).

Seconda Lettura - Dalla Lettera ai Romani 8,8-17: Con il battesimo abbiamo ricevuto lo «Spirito che rende figli adottivi». L’essere figli importa delle conseguenze. Innanzi tutto, il diritto all’eredità paterna, in unione però e a somiglianza di Cristo, «affinché egli sia il primogenito tra molti fratelli» (Rom 8,29). Questa conformità a Cristo implica la partecipazione alla sua gloria, ma «se davvero prendiamo parte alle sue sofferenze».

Vangelo: Dal Vangelo secondo Giovanni 14,15-16.23b-26: Lo Spirito Santo, che il Padre manderà nel nome di Gesù, nella pienezza dei tempi, si effonderà su tutto il popolo di Dio, così come ricorderà anche l’apostolo Pietro nel giorno della Pentecoste, sulla scia di una profezia veterotestamentaria: «Avverrà: negli ultimi giorni - dice Dio - su tutti effonderò il mio Spirito... anche sui miei servi e sulle mie serve effonderò il mio spirito ed essi profeteranno» (Gl 3,1-2; At 2,17-18). Lo Spirito Santo guiderà la Chiesa, perché proclami sino agli estremi confini della terra «le opere ammirevoli» di Dio (1Pt 2,9). Ad essa «insegnerà ogni cosa», e le ricorderà tutte le parole di Gesù, donandole sapienza e scienza per comprenderle (Cf. Lc 24,27.45).

Pentecoste - Lisa Cremaschi: Festa ebraica e cristiana. Il termine greco letteralmente significa: cinquantesimo (giorno); così viene chiamata la festa celebrata il cinquantesimo giorno dopo la Pasqua negli ultimi libri dell’Antico Testamento (Tb 2,1; 2 Me 12,32) e nel Nuovo. Negli altri libri dell’Antico Testamento viene chiamata hag shavu’ot, cioè “festa delle settimane” o “festa delle primizie”; veniva celebrata sette settimane dopo l’inizio della mietitura (Lv 23,16 s.; Dt 16,9 s.). Si trattava originariamente di una festa agricola durante la quale si offrivano a JHWH le primizie del raccolto in segno di ringraziamento (Es 23,16; 34,22; Dt 16, 10-11; Nm 28,26). Successivamente, in una data imprecisata, si trasformò in una commemorazione dell’alleanza, divenendo festa del dono della Torà. Sembra che la comunità di Qumran già nel II sec. a.C. celebrasse la festa quale memoriale dell’alleanza; il mutamento è attestato sicuramente a partire dal II sec. d.c. Ancor oggi gli ebrei leggono in questo giorno il passo di Esodo 19 e il libro di Rut; tale usanza è giustificata oltre all’ambientazione del libro nel tempo della mietitura, al fatto che Davide, di cui Rut è antenata, è nato e morto il giorno di Shavu’ot. Mentre la tradizione giovannea colloca la discesa dello Spirito nello stesso giorno di Pasqua (Gv 20,19-23), Luca situa il dono dello Spirito nel giorno della Pentecoste ebraica, memoriale del dono della Torà (Le 24,49; At 1,4-5). L’evento è descritto come una teofania (cielo, voce, tuono, vento, fuoco sono tutti elementi tipici delle teofanie nell’Antico Testamento, cfr., per esempio: Es 3,2; Dt 4,11-12, 33-36; 1 Re 19,11-13 ecc.) e come la restaurazione dell’unità tra gli uomini infranta a Babele. Se a Babele il tentativo di unità voluto dagli uomini in opposizione a Dio portò alla dispersione e alla confusione delle lingue (Gn 11, 6-9), nella Pentecoste lo Spirito, manifestatosi sotto forma di lingue di fuoco che si distribuiscono a ciascuno dei presenti, rende possibile la comunione tra popoli diversi e lingue diverse. La Pentecoste porta a compimento la Pasqua. Cristo, asceso presso il Padre, compie la sua opera donando lo Spirito che muove Pietro ad annunciare l’evangelo di salvezza e a dichiarare ormai compiuta la promessa contenuta nella profezia di Gioele 3,1-5; la discesa dello Spirito è segno escatologico, annuncio che ormai sono iniziati gli ultimi tempi. La Chiesa è inviata ad annunciare l’evangelo a tutte le genti, fino ai confini del mondo, nell’attesa del ritorno del Signore. La celebrazione della Pentecoste, “festa delle feste” o “grande domenica” come la chiamavano i Padri della Chiesa, ricorda questo dono dello Spirito che attualizza, ricorda e interiorizza quello che ha fatto Gesù.

Lo Spirito e la Chiesa negli ultimi tempi - La pentecoste - Catechismo della Chiesa Cattolica 731: Il giorno di pentecoste (al termine delle sette settimane pasquali), la pasqua di Cristo si compie nell’effusione dello Spirito Santo, che è manifestato, donato e comunicato come Persona divina: dalla sua pienezza Cristo Signore effonde a profusione lo Spirito.
732 In questo giorno è pienamente rivelata la Santissima Trinità. Da questo giorno, il Regno annunziato da Cristo è aperto a coloro che credono in lui: nell’umiltà della carne e nella fede, essi partecipano già alla comunione della Santissima Trinità. Con la sua venuta, che non ha fine, lo Spirito Santo introduce il mondo negli « ultimi tempi », il tempo della Chiesa, il Regno già ereditato, ma non ancora compiuto: «Abbiamo visto la vera Luce, abbiamo ricevuto lo Spirito celeste, abbiamo trovato la vera fede: adoriamo la Trinità indivisibile, perché ci ha salvati».

Il Padre vi darà un altro Paràclito - Quando l’apostolo Paolo chiese ai discepoli di Efeso se avevano ricevuto lo Spirito Santo venendo alla fede, essi risposero: «Non abbiamo nemmeno sentito dire che esista uno Spirito Santo» (At 19,2).
Pure ai nostri tempi per molti lo Spirito Santo è il “grande sconosciuto”, mentre è il vero conduttore della nostra vita spirituale e l’anima del corpo mistico di Cristo, che è la Chiesa, così come ci ha promesso Gesù: «... il Paràclito, lo Spirito Santo vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto» (Gv 14,26; Cf. LG 7.8).
Il Concilio Ecumenico Vaticano II parla a varie riprese di questa funzione didattica dello Spirito Santo in rapporto alla parola di Cristo: Egli «guida la Chiesa per tutta intera la verità [Cf. Gv 16,13], la unifica nella comunione e nel ministero, la istruisce e dirige con diversi doni gerarchici e carismatici, la abbellisce dei suoi frutti» (LG 4; Cf. DV 20).
La Tradizione «di origine apostolica progredisce nella Chiesa con l’assistenza dello Spirito Santo; cresce infatti la comprensione, sia con la riflessione e lo studio dei credenti... sia con la predicazione di coloro i quali con la successione episcopale hanno ricevuto un carisma sicuro di verità» (DV 8). Quindi, lo Spirito Santo assiste i Vescovi: «I Vescovi sono gli araldi della fede... che predicano al popolo loro affidato la fede da credere e da applicare nella pratica della vita, e la illustrano alla luce dello Spirito Santo, traendo fuori dal tesoro della Rivelazione cose nuove e vecchie [Mt 13,52]» (LG 25).
Lo Spirito Santo assiste il Papa quando «sancisce con atto definitivo una dottrina riguardante la fede e la morale»: «le sue definizioni giustamente sono dette irreformabili per se stesse e non per il consenso della Chiesa, essendo esse pronunziate con l’assistenza dello Spirito Santo, promessagli nella persona del beato Pietro, per cui non abbisogna di alcuna approvazione di altri, né ammettono appello alcuno ad altro giudizio» (LG 25).
Lo Spirito Santo assiste e santifica il Popolo di Dio: «Lo Spirito Santo non solo per mezzo dei sacramenti e dei ministeri santifica il Popolo di Dio e lo guida e adorna di virtù, “ma distribuendo a ciascuno i propri doni come piace” [1Cor 12,11], dispensa pure tra i fedeli di ogni ordine grazie speciali, con le quali li rende adatti e pronti ad assumersi varie opere e uffici, utili al rinnovamento e alla maggiore espansione della Chiesa, secondo quelle parole: “A ciascuno la manifestazione dello Spirito è data perché torni a comune vantaggio”» (LG 12). Alla luce di quanto è stato detto, allora si può affermare, con il Patriarca Atenagora, che senza lo Spirito Santo «Dio è lontano, Cristo resta nel passato, il Vangelo è una lettera morta, la Chiesa una semplice organizzazione, l’autorità un potere, la missione una propaganda, il culto un ricordo, e l’agire cristiano una morale di schiavi».

Lo Spirito Santo - Mario Galizzi (Vangelo secondo Giovanni): La parola «Santo» non indica solo una qualità dello Spirito: è santo perché appartiene alla sfera del divino; ma anche una sua funzione: è santo perché santifica, separa, consacra i discepoli per un compito nella storia. Essi infatti dovranno continuare l’opera di Gesù, cioè come Gesù ha fatto e insegnato quello che faceva il Padre, così essi dovranno fare come ha fatto Gesù e insegnare quello che ha insegnato Gesù. È in questo compito che si inserisce l’azione dello Spirito, il quale insegnerà loro «ogni cosa», si intende tutto ciò che Gesù ha insegnato, aiutandoli a capire il vero senso del suo insegnamento, e lo farà ricordando loro quanto ha detto Gesù.

Papa Francesco (Omelia, 20 Maggio 2018): Gesù aveva detto ai suoi Apostoli: «Riceverete la forza dallo Spirito Santo […] e di me sarete testimoni» (At 1,8). E avvenne proprio così: quei discepoli, prima paurosi, rintanati a porte chiuse anche dopo la risurrezione del Maestro, vengono trasformati dallo Spirito e, come annuncia Gesù nel Vangelo odierno, “gli danno testimonianza” (cfr Gv 15,27). Da titubanti diventano coraggiosi e, partendo da Gerusalemme, si spingono ai confini del mondo. Timorosi quando Gesù era tra loro, sono audaci senza di Lui, perché lo Spirito ha cambiato i loro cuori.
Lo Spirito sblocca gli animi sigillati dalla paura. Vince le resistenze. A chi si accontenta di mezze misure prospetta slanci di dono. Dilata i cuori ristretti. Spinge al servizio chi si adagia nella comodità. Fa camminare chi si sente arrivato. Fa sognare chi è affetto da tiepidezza. Ecco il cambiamento del cuore. Tanti promettono stagioni di cambiamento, nuovi inizi, rinnovamenti portentosi, ma l’esperienza insegna che nessun tentativo terreno di cambiare le cose soddisfa pienamente il cuore dell’uomo. Il cambiamento dello Spirito è diverso: non rivoluziona la vita attorno a noi, ma cambia il nostro cuore; non ci libera di colpo dai problemi, ma ci libera dentro per affrontarli; non ci dà tutto subito, ma ci fa camminare fiduciosi, senza farci mai stancare della vita. Lo Spirito mantiene giovane il cuore – quella rinnovata giovinezza. La giovinezza, nonostante tutti i tentativi di prolungarla, prima o poi passa; è lo Spirito, invece, che previene l’unico invecchiamento malsano, quello interiore. Come fa? Rinnovando il cuore, trasformandolo da peccatore in perdonato. Questo è il grande cambiamento: da colpevoli ci rende giusti e così tutto cambia, perché da schiavi del peccato diventiamo liberi, da servi figli, da scartati preziosi, da delusi speranzosi. Così lo Spirito Santo fa rinascere la gioia, così fa fiorire nel cuore la pace.

Siamo arrivati al termine. Possiamo mettere in evidenza:
***  “Lo Spirito sblocca gli animi sigillati dalla paura. Vince le resistenze. A chi si accontenta di mezze misure prospetta slanci di dono. Dilata i cuori ristretti. Spinge al servizio chi si adagia nella comodità. Fa camminare chi si sente arrivato. Fa sognare chi è affetto da tiepidezza. Ecco il cambiamento del cuore” (Papa Francesco).
Questa parola cosa ti suggerisce?
Ora nel silenzio, nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.

O Dio, che hai dato alla tua Chiesa
la comunione ai beni del cielo,
custodisci in noi il tuo dono,
perché in questo cibo spirituale
che ci nutre per la vita eterna,
sia sempre operante in noi la potenza del tuo Spirito.
Per Cristo nostro Signore.




Sabato 8 GIUGNO 2019

Messa del Giorno

Sabato della VII Settimana di Pasqua

Prima Lettura: Dagli Atti degli Apostoli 28,16-20.30-31; Salmo Responsoriale: Dal Salmo 10 (11); Vangelo: Dal Vangelo secondo Giovanni 21,20-25

Colletta: Dio onnipotente ed eterno, che ci dài la gioia di portare a compimento i giorni della Pasqua,  fa’ che tutta la nostra vita sia una testimonianza del Signore risorto. Egli è Dio, e vive e regna con te...

Vangelo - Questo è il discepolo che testimonia queste cose e le ha scritte, e la sua testimonianza è vera.

C’è sempre il desiderio di fare verità. Giovanni, il discepolo che Gesù amava e autore del IV Vangelo, era oltremodo invecchiato, sembrava che la morte avesse paura di rapirlo. A motivo di questo si era diffusa “tra i fratelli la voce che quel discepolo non sarebbe morto”. E così le ultime parole che chiudono il IV Vangelo fanno un po’ di chiarezza. La vita di Giovanni è stata lunga, assai travagliata, incatenato a motivo della Parola, testimone del Risorto, suo compagno sulle strade polverose della Palestina: lui, il veggente di Patmos, ha toccato, ha veduto, ha udito (1Gv 1,1ss), ecco perché il redattore della seconda conclusione può dire: “la testimonianza del discepolo che ha visto queste cose e le ha scritte è veritiera”. Il Vangelo di Giovanni  è di una ricchezza straordinaria, si eleva in alto con possenti ali di aquila, ma non contiene tutto: “Vi sono ancora molte altre cose compiute da Gesù che, se fossero scritte una per una, penso che il mondo stesso non basterebbe a contenere i libri che si dovrebbero scrivere”. Qualcuno potrebbe pensare a una iperbole, o una vera deficienza, ma è in verità è meglio così: il “non conoscere tutto” è la spinta ad andare alla ricerca, ma è non è un tesoro che si trova sottoterra, è un tesoro che si nasconde nella preghiera, e solo il contemplavo può trovarlo e “aggiungere arditamente” qualche altra pagina al IV Vangelo. Non frutto della sua fantasia o speculazione intellettiva, ma perfetto “dono di rivelazione”.

Dal Vangelo secondo Giovanni 21,20-25: In quel tempo, Pietro si voltò e vide che li seguiva quel discepolo che Gesù amava, colui che nella cena si era chinato sul suo petto e gli aveva domandato: «Signore, chi è che ti tradisce?». Pietro dunque, come lo vide, disse a Gesù: «Signore, che cosa sarà di lui?». Gesù gli rispose: «Se voglio che egli rimanga finché io venga, a te che importa? Tu seguimi». Si diffuse perciò tra i fratelli la voce che quel discepolo non sarebbe morto. Gesù però non gli aveva detto che non sarebbe morto, ma: «Se voglio che egli rimanga finché io venga, a te che importa?». Questi è il discepolo che testimonia queste cose e le ha scritte, e noi sappiamo che la sua testimonianza è vera. Vi sono ancora molte altre cose compiute da Gesù che, se fossero scritte una per una, penso che il mondo stesso non basterebbe a contenere i libri che si dovrebbero scrivere.

Signore, che cosa sarà di lui? - Salvatore Alberto Panimolle (Lettura Pastorale del Vangelo di Giovanni): La predizione della sua fine suscita in Pietro la curiosità di conoscere la sorte del discepolo amato, che lo seguiva dietro il Maestro (Gv 21,20). L’evangelista qui richiama alla memoria il gesto confidenziale di questo discepolo durante l’ultima cena: si era posato sul petto di Gesù (Gv 13,25). Giovanni nel suo vangelo più di una volta ricorda gesti ed espressioni precedenti dei suoi personaggi (cf. il caso di Nicodemo: Gv 7,50; 19,39, o quello di Caifa: Gv 18,14). Pietro, vedendo il discepolo amato, chiede al Maestro: «Signore, e di lui che (ne sarà)?» (Gv 21,21). Questi due attori del quarto vangelo non di rado compaiono insieme sulla scena: durante l’ultima cena (Gv 13,23ss), nella corsa alla tomba di Gesù (Gv 20,2ss), forse nella sequela del Maestro dopo la sua cattura (Gv 18,15ss), nella pesca miracolosa (Gv 21,7). Quindi Pietro e il discepolo amato sono due veri amici, anche se fra di essi qualche volta sorge un certo spirito di emulazione (cf. Gv 20,4). Perciò appare del tutto naturale l’interesse di Simone per la sorte dell’amico. Gesù però non soddisfa la curiosità dell’apostolo, anche se mista ad amore; Pietro non deve preoccuparsi della fine dell’amico, ma solo di seguire il Maestro; Gesù potrebbe lasciarlo in vita fino al suo ritorno (Gv 21,22) nella parusia, che probabilmente era ritenuta non lontana (cf. 1Cor 4,5; 11,26; 1Ts 4,15ss; Ap 3,11; 22/7.12.20.22).
La risposta di Gesù a Pietro sulla sorte del discepolo amato fece nascere, nella comunità primitiva, la diceria che questo discepolo innominato, ma a tutti noto, non sarebbe morto; l’evangelista però si preoccupa di precisare che il Maestro non aveva affermato che non sarebbe morto, ma che aveva detto semplicemente: «Se voglio che egli rimanga, finché (io) venga?» (Gv 21,23). Probabilmente il discepolo amato dovette essere molto longevo, forse era ancora in vita, quando fu redatto il quarto vangelo, se non fu lui l’autore di questo libro; perciò le parole del Signore a Pietro, riportate in Gv 21,22, furono equivocate e considerate una profezia della sua immortalità (Gv 21,23).

Tu seguimi - Bruno Maggioni: Gesù ha invitato alcuni uomini a seguirlo: di qui il termine “sequela” per indicare il discepolato evangelico, che si caratterizza per alcuni tratti specifici, già tutti presenti nel racconto della chiamata dei primi discepoli (Me 1,16-20; Mt 4,18-22). Al contrario della prassi comune del tempo, per cui era il discepolo che sceglieva la scuola e il maestro, nei Vangeli è Gesù che chiama personalmente i suoi discepoli: l’iniziativa è totalmente sua. I verbi più importanti di Marco 1,16-20 sono: vide, disse, chiamò. Nel greco dei Vangeli, il discepolo (mathetés) non è qualificato dal verbo imparare (manthàno), ma dal verbo seguire (akolouthéin: fare la strada con qualcuno): al primo posto c’è un modo di vivere, non una dottrina. Il discepolo evangelico, è attratto dalla persona del maestro (“Seguitemi!”) e il suo scopo è di stare con lui, non di diventare a sua volta maestro. Per il Vangelo essere discepolo è una condizione permanente. La sequela comporta un distacco: i primi chiamati lasciano il lavoro, la famiglia e la proprietà. Il distacco, però, non è motivato da concezioni dualistiche o ascetiche (per esempio l’“abbandono del mondo”), ma dalla necessità di una maggiore libertà per servire il Regno. Si lasciano molte cose per concentrarsi su quella che maggiormente importa: il Regno di Dio. Un detto di Gesù (Mc 8,34) sorprende per la sua durezza: “Se qualcuno vuole seguirmi, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua”.
Nella Bibbia “rinnegare” indica l’abbandono totale di tutte le idolatrie, per appartenere soltanto al Signore. La sequela comporta il rinnegamento di sé, l’accettazione della croce e il capovolgimento della vita (Mc 8,34-35).
Tuttavia questa radicalità del distacco non conduce a una perdita, ma a un guadagno: il centuplo in questo tempo e la vita eterna nel futuro (Mc 10,30). Spinti dal desiderio di seguire l’unico maestro, i discepoli formano una comunità, vivono insieme.
Ma è una comunità che si regge sul desiderio di ciascuno di stare con Gesù, non anzitutto sul desiderio di stare ciascuno con l’altro. La comunione “verticale” (del discepolo con il maestro) precede e fonda la fraternità “orizzontale” (fra discepolo e discepolo). Nell’episodio della chiamata si apre, quasi all’improvviso, una prospettiva sul futuro: “Vi farò pescatori di uomini” (Mc 1,17). La sequela è sempre in prospettiva missionaria. Il discepolo non è chiamato a vivere la sequela semplicemente per una salvezza personale, ma per una missione universale.     

Seguimi - Giuseppe Barbaglio: Anche Giovanni interpreta in modo proprio il motivo della sequela di Cristo, sganciandolo dal tema analogo del discepolato. In 8,12 Gesù dichiara: «Io sono la luce del mondo; chi segue me, non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita». In altre parole: Gesù è il rivelatore di Dio al mondo e per questo il donatore della vita. Aderendo a lui nella fede si cammina sui sentieri della vita e ci si tiene lontani dalla via della rovina eterna. Seguire vuol dire qui credere nel rivelatore definitivo di Dio.
In 10,3-4 e 27 il motivo della sequela è strettamente collegato a quello di Cristo pastore: «egli chiama le sue pecore una per una e le conduce fuori. E quando ha condotto fuori tutte le sue pecore, cammina innanzi a loro, e le pecore lo seguono, perché conoscono la sua voce... Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono». Cristo conduce quanti ascoltano la sua parola verso il traguardo della vita eterna. Abbiamo il tema di Cristo guida dei credenti.
In 12,26 la sequela di Cristo significa condivisione della stessa sua sorte di morte e di glorificazione nella morte: «Se uno mi vuol servire mi segua, e dove sono io, là sarà anche il mio servo. Se uno mi serve, il Padre lo onorerà».
La condivisione della sua morte come passaggio alla gloria del Padre appare anche in 13,36-38, brano caratterizzato dal dialogo serrato tra Pietro e Gesù. Il discepolo domanda al Maestro dove sta andando. Sullo sfondo c’è la realtà della prossima morte di Cristo. Questi gli risponde «Dove io vado per ora tu non puoi seguirmi; mi seguirai più tardi». E Pietro: «Signore, perché non posso seguirti ora? Darò la mia vita per te!» Ma Gesù gli dice che tra poco Pietro lo tradirà. In concreto, si tratta della morte di Pietro martire, come appare in 21,18-19: «In verità, in verità ti dico: quando eri più giovane ti cingevi la veste da solo, e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani e un altro ti cingerà la veste e ti porterà dove tu non vuoi. Questo gli disse per indicare con quale morte egli avrebbe glorificato Dio. E detto questo aggiunse: Seguimi».

Conclusione (21,24-25) - Angelico Poppi (I Quattro Vangeli): È una seconda conclusione, compilata dal redattore finale, che ha aggiunto il c. 21 all’opera giovannea. Egli attesta la veridicità della testimonianza del discepolo diletto, la fonte di quanto è stato scritto nel quarto vangelo, e inoltre l’incompiutezza delle notizie raccolte. Il carattere di veridicità e autenticità non si riferisce tanto a una fedeltà cronachistica nel riportare i fatti accaduti, quanto alla loro interpretazione esatta, data l’importanza fondamentale che hanno per la fede di tutte le generazioni future dei cristiani. La testimonianza apostolica, trasmessa dagli scritti evangelici, ha come supporto la testimonianza del Paraclito, che porta i credenti ad una assimilazione sempre più profonda della rivelazione di Gesù (cf. 16,13).
Il v. 25 esprime iperbolicamente, in maniera goffa, il carattere lacunoso del quarto vangelo, riecheggiando la prima conclusione (20,30). Si tratta di un ‘esagerazione. L’espressione non va intesa in senso materiale, bensì come dichiarazione della «distanza incolmabile tra l’opera, la missione e la rivelazione storica di Gesù e la sua documentazione scritta ... L’opera di Gesù nel mondo coincide con quella del Padre, il Dio invisibile, che si può contemplare solo nel volto di Gesù Cristo» (Fabri , p. 1091). Il redattore quindi si riferisce alla profondità del mistero di Cristo, che per quanto documentato con scritti e sondato dagli uomini resta sempre inesauribile e imperscrutabile.

Siamo arrivati al termine. Possiamo mettere in evidenza:
*** Tu seguimi!
Questa parola cosa ti suggerisce?
Ora nel silenzio, nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.

Signore, che hai guidato il tuo popolo
dall’antica alla nuova alleanza,
concedi che, liberati dalla corruzione del peccato,
ci rinnoviamo pienamente nel tuo Spirito.
Per Cristo nostro Signore.




VENERDÌ 7 GIUGNO 2019

Messa del Giorno

VENERDÌ DELLA VII SETTIMANA DI PASQUA

Prima Lettura: Dagli Atti degli Apostoli 25,13-21; Salmo Responsoriale: Dal Salmo 102 (103); Vangelo: Dal Vangelo secondo Giovanni 21,15-19

Colletta:  O Dio, nostro Padre, che ci hai aperto il passaggio alla vita eterna con la glorificazione del tuo Figlio e con l’effusione dello Spirito Santo, fa’ che, partecipi di così grandi doni, progrediamo nella fede e ci impegniamo sempre più nel tuo servizio. Per il nostro Signore Gesù Cristo.

Vangelo -  Pasci i miei agnelli, pasci le mie pecore.

Prima o dopo i nodi vengono al pettine. Passata la bufera viene la calma. Pietro aveva tradito il Maestro, l’aveva rinnegato, aveva pianto lacrime amare, ma alla fine non aveva dato concretezza al suo doloroso esame di coscienza: era fuggito come tutti gli altri, aveva lasciato Gesù, solo, nel momento più drammatico della sua vita, e dire che aveva giurato fedeltà, con sfrontatezza aveva detto che era pronto a difenderlo a costo della vita. Ma le parole spesso non sono illustrate dai fatti. Ed ora? Gesù è risorto, e Pietro, ardimentoso e impulsivo come sempre, non teme di affrontare la rampogna del Risorto, come uno scolaro indisciplinato consapevole di avere fatto una cattiva azione, è lì dinanzi al suo Maestro, il Risorto, attende dure parole di rimprovero, e invece, come miele, scivolano nel suo cuore dolci parole: Mi ami... mi vuoi bene... Non era certo questo il rimprovero che si attendeva, ma, al di là della apparenza, quelle parole dette da Gesù erano come dardi infuocati che bruciavano la carne, e mettevano a fuoco la sua anima, i suoi difetti, i suoi errori, la sua impulsività... in quel momento Gesù aveva rivoltato la sua vita come un calzino! Accasciato, addolorato, ma felice, Pietro tenta una difesa, e si appella alla “memoria”: Tu lo sai che ti amo ... che ti voglio bene. Sì. Gesù lo sa, e per questo gli dà l’impero di pascere i suoi agnelli, le sue pecore. Dio non si fa battere in generosità, e al dono del perdono e della dimenticanza dei suoi falli, Gesù fa a Pietro un altro grande, incommensurabile dono: il martirio. «Quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti vestirà e ti porterà dove tu non vuoi». Questo disse per indicare con quale morte egli avrebbe glorificato Dio: quale eccelso dono dare a Dio, versare il proprio sangue per la Verità! Ed ora, rimesse le cose al proprio posto, Pietro, la roccia, può seguire il Maestro: Seguimi... seguimi sulla via della croce perché Io so che tu sei un vero discepolo e un sincero amico (Lc 9,23).

Dal Vangelo secondo Giovanni 21,15-19: In quel tempo, [quando si fu manifestato ai discepoli ed] essi ebbero mangiato, Gesù disse a Simon Pietro: «Simone, figlio di Giovanni, mi ami più di costoro?». Gli rispose: «Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene». Gli disse: «Pasci i miei agnelli». Gli disse di nuovo, per la seconda volta: «Simone, figlio di Giovanni, mi ami?». Gli rispose: «Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene». Gli disse: «Pascola le mie pecore». Gli disse per la terza volta: «Simone, figlio di Giovanni, mi vuoi bene?». Pietro rimase addolorato che per la terza volta gli domandasse “Mi vuoi bene?”, e gli disse: «Signore, tu conosci tutto; tu sai che ti voglio bene». Gli rispose Gesù: «Pasci le mie pecore. In verità, in verità io ti dico: quando eri più giovane ti vestivi da solo e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti vestirà e ti porterà dove tu non vuoi». Questo disse per indicare con quale morte egli avrebbe glorificato Dio. E, detto questo, aggiunse: «Seguimi». 

La missione di Pietro - Paul Lamarche: In forma solenne, e forse giuridica, Cristo risorto per tre volte affida a Pietro la cura di tutto il gregge, agnelli e pecore. Questa missione deve essere intesa alla luce della parabola del buon pastore (Gv 10,1-28). Il buon pastore salva le sue pecore, raccolte in un sol gregge (10,16; 11,52), e queste hanno la vita in abbondanza; egli dà anche la propria vita per le sue pecore (10,11); perciò Cristo, annunziando a Pietro il suo futuro martirio, aggiunge: «Seguimi». Egli deve camminare sulle orme del suo maestro, non soltanto dando la vita, ma comunicando la vita eterna alle sue pecore, affinché non periscano mai (10,28).
«Seguendo» Cristo, roccia, pietra vivente (1Piet 2,4), pastore che ha il potere di ammettere nella Chiesa, cioè di salvare dalla morte i fedeli e di comunicare loro la vita divina, Pietro, inaugurando una funzione essenziale alla Chiesa, è veramente il «vicario» di Cristo. Questa è la sua missione e la sua grandezza.

Pasci i miei agnelli ... pasci le mie pecore - Salvatore Alberto Panimolle (Lettura Pastorale del Vangelo di Giovanni): Un gregge è formato da pecore e da agnelli, quindi l’apostolo è costituito pastore di tutto il gregge ossia guida spirituale di tutta la chiesa. I membri di questa comunità appartengono al Cristo, sono sua proprietà (miei agnelli, mie pecore). In realtà Gesù è il buon pastore e le pecore del gregge sono sue (Gv 10,11ss). Egli, prima di lasciare definitivamente questo mondo, nella sua ultima apparizione ai discepoli, costituisce Pietro suo vicario nella missione di guida e di pastore del popolo di Dio.
Il Maestro non si accontentò di richiedere l’amore di Pietro una sola volta, ma lo interrogò una seconda volta su questo tema, omettendo però il confronto con gli altri discepoli. La risposta dell’apostolo è identica alla prima, mentre la replica di Gesù appare leggermente diversa: «Pasci le mie pecore!» (Gv 21,16). Precedentemente il Risorto aveva detto a Simone: «Pasci i miei agnelli!» (Gv 21,15); quindi costituisce questo apostolo pastore di tutto il gregge.
A Gesù non basta questa seconda richiesta di amore; per la terza volta domanda a Pietro: «Simone di Giovanni, mi ami?» (Gv 21,17). Il verbo amare qui rende il termine «philéin», mentre nelle precedenti interrogazioni di Gesù traduceva «agapàn», a prova che questi due verbi greci sono sinonimi, anche se nel primo è accentuato l’aspetto affettivo e nel secondo è sottolineata la dimensione spirituale dell’amore, cioè in concreto l’attaccamento religioso, la consacrazione totale ed esclusiva al Cristo e al suo servizio.
La terza richiesta di amore richiama con naturalezza la triplice negazione di Pietro (Gv 13,38 e par.). L’apostolo per tre volte ha rinnegato il Cristo (Gv 18,16ss e par.), perciò Gesù esige una triplice confessione di amore (Gv 21,15ss). A motivo di questo chiaro riferimento all’episodio triste della passione, Pietro fu addolorato per la terza richiesta di amore e non gli rimase che appellarsi alla scienza del Figlio di Dio, per dichiarare con sincerità il suo amore: «Signore, tu sai tutto, tu conosci che ti amo» (Gv 21,17). La novità di questa terza risposta dell’apostolo sta nella sottolineatura della scienza divina di Gesù: egli sa tutto. Nel quarto vangelo è stata proclamata a varie riprese questa nota cristologica (cf. Gv 2,24s; 6,6.64; 8,14; 13,1; ecc.); perciò sia sufficiente il presente richiamo.

Felipe F. Ramos - Pasci le mie pecorelle. Parole di Gesù che affida una missione speciale a Pietro; le riferisce anche Matteo (16, 18) e Luca (22,31-32). D’altra parte, tutti i vangeli ci hanno tramandato il triplice rinnegamento di Pietro. Nel racconto di Giovanni nel quale Gesù offre a Pietro l’opportunità per la triplice confessione d’amore, avremmo il contrappeso del triplice rinnegamento.
L’ultimo ordine di Gesù: «Seguimi» è un chiaro riferimento ad altre parole del Signore: «Non puoi seguirmi ora; mi seguirai più tardi» (13,36). Gesù indica a Pietro il genere di morte che lo attende. L’immagine di «cingersi» è propria dell’uso di quei tempi di vestiti molto ampi che era necessario raccogliere e cingere per i viaggi molto lunghi. Pietro dovrà farlo, perché si troverà come un uomo anziano e indifeso davanti a coloro che lo metteranno a morte per la sua fede.
D’altra parte, la scena mette in rilievo un altro pensiero interessante. Finora, Gesù era stato pastore. Ora, nel tempo della Chiesa, questo ufficio è affidato a Pietro.

In verità, in verità ti dico: quando eri più giovane ti vestivi da solo… - Catechismo della Chiesa Cattolica 618: La croce è l’unico sacrificio di Cristo, che è il solo “mediatore tra Dio e gli uomini” (1Tm 2,5). Ma, poiché nella sua Persona divina incarnata, “si è unito in certo modo ad ogni uomo”, egli offre “a tutti la possibilità di venire in contatto, nel modo che Dio conosce, con il mistero pasquale”. Egli chiama i suoi discepoli a prendere la loro croce e a seguirlo, poiché patì per noi, lasciandoci un esempio, perché ne seguiamo le orme. Infatti egli vuole associare al suo sacrificio redentore quelli stessi che ne sono i primi beneficiari. Ciò si compie in maniera eminente per sua Madre, associata più intimamente di qualsiasi altro al mistero della sua sofferenza redentrice.

Ut unum sint 90-91: Nel Nuovo Testamento, la persona di Pietro ha un posto eminente. Nella prima parte degli Atti degli Apostoli, egli appare come il capo ed il portavoce del collegio apostolico designato come “Pietro [...] con gli altri Undici” (2,14; cfr. anche 2,37; 5,29). Il posto assegnato a Pietro è fondato sulle parole stesse di Cristo, così come esse sono ricordate nelle tradizioni evangeliche .
Il Vangelo di Matteo delinea e precisa la missione pastorale di Pietro nella Chiesa: “Beato te, Simone figlio di Giona, perché né la carne né il sangue te l’hanno rivelato, ma il Padre mio che sta nei cieli. E io ti dico: Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli, e tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli” (16,17-19). Luca evidenzia che Cristo raccomanda a Pietro di confermare i fratelli, ma che allo stesso tempo gli fa conoscere la sua debolezza umana ed il suo bisogno di conversione (cfr. Lc 22,31-32). È proprio come se, sullo sfondo dell’umana debolezza di Pietro, si manifestasse pienamente che il suo particolare ministero nella Chiesa proviene totalmente dalla grazia; è come se il Maestro si dedicasse in modo speciale alla sua conversione per prepararlo al compito che si appresta ad affidargli nella sua Chiesa e fosse molto esigente con lui. La stessa funzione di Pietro, sempre legata ad una realistica affermazione della sua debolezza, si ritrova nel quarto Vangelo: “Simone di Giovanni, mi ami tu più di costoro? [...] Pasci le mie pecorelle” (cfr. Gv 21,15-19). È inoltre significativo che secondo la Prima Lettera di Paolo ai Corinzi, il Cristo risorto appaia a Cefa e quindi ai Dodici (cfr. 15,5).
È importante rilevare come la debolezza di Pietro e di Paolo manifesti che la Chiesa si fonda sulla infinita potenza della grazia (cfr. Mt 16,17; 2Cor 12,7-10). Pietro, subito dopo la sua investitura, è redarguito con rara severità da Cristo che gli dice: “Tu mi sei di scandalo” (Mt 16,23). Come non vedere nella misericordia di cui Pietro ha bisogno una relazione con il ministero di quella misericordia che egli sperimenta per primo? Ugualmente, tre volte egli rinnegherà Gesù. Anche il Vangelo di Giovanni sottolinea che Pietro riceve l’incarico di pascere il gregge in una triplice professione d’amore (cfr. 21,15-17) che corrisponde al suo triplice tradimento (cfr. 13,38). Luca, da parte sua, nella parola di Cristo già citata, alla quale aderirà la prima tradizione nell’intento di delineare la missione di Pietro, insiste sul fatto che questi dovrà “confermare i suoi fratelli una volta che si sarà ravveduto” (cfr. Lc 22,32). 

Siamo arrivati al termine. Possiamo mettere in evidenza:
*** “Lo Spirito Santo vi insegnerà ogni cosa; vi ricorderà tutto ciò che vi ho detto.” (Gv 14,26)  
Questa parola cosa ti suggerisce?
Ora nel silenzio, nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.

O Dio, che ci santifichi e ci nutri con i tuoi santi misteri,
concedi che i doni di questa tua mensa
ci ottengano la vita senza fine.
Per Cristo nostro Signore.



GIOVEDÌ 6 GIUGNO 2019

Messa del Giorno

GIOVEDÌ DELLA VII SETTIMANA DI PASQUA

Prima Lettura: Dagli Atti degli Apostoli 22,30;23,6-11; Salmo Responsoriale: Dal Salmo 15 (16); Vangelo: Dal Vangelo secondo Giovanni 17,20-26

Colletta: Venga, o Padre, il tuo Spirito e ci trasformi interiormente con i suoi doni; crei in noi un cuore nuovo, perché possiamo piacere a te e cooperare al tuo disegno di salvezza. Per il nostro Signore Gesù Cristo...

Vangelo - Siano perfetti nell’unità!

La preghiera di Gesù travalica i secoli, ci raggiunge, e allarga il nostro povero cuore alla gioia e alla speranza: per la beata passione di Gesù, per il suo preziosissimo sangue, versato a nostra salvezza, noi, un “giorno”, da Lu stabilito, saremo dove è Lui, il Maestro divino, e contempleremo perfettamente la sua gloria. Ma nel brano di Giovanni, vi sono due se, che vanno sottolineati. Il primo, siano perfetti nell’unità, tutto è dono, ma l’unità è anche “lavoro dell’uomo”, è suo impegno, un impegno a volte terribile e assai difficile, perché, se si vuole arrivare all’unità, bisogna scrostare il cuore dai grumi dell’egoismo, delle rivendicazioni, dell’odio, della vendetta. L’unità si costruisce con l’amabilità, il perdono e con la dimenticanza delle offese, delle umiliazioni. Se noi saremo capaci di raschiare l’anima fino all’osso e renderla “pura e santa”, allora costruiremo l’unità. Il secondo se è: siano anch’essi con me dove sono io. Gesù ha dato tutto per spalancarci le porte del Paradiso, e il suo sangue è sigillo della nuova ed eterna alleanza. Ma in Paradiso non si va ballando e cantando poemi amorosi, la via è stretta e angusta, e pochi sono quelli che la trovano (Mt 7,13-14). Se saremo capaci di avviare un serio e salutare cammino di conversione e di santità i cui punti di riferimento sono la penitenza, la mortificazione, la preghiera, il digiuno e la carità, allora “con la grazia di Dio” potremo valicare la soglia della casa del Padre. La preghiera è “assicurazione”, ma non ha un effetto ipso facto, Gesù ha compiuto tutto per la nostra salvezza, ma ci ha lasciato i se, tutti umani, intrisi di debolezze, di peccato e apostasie, se che vanno “costruiti”, giorno dopo giorno, con responsabilità e perenne spirito di sacrificio: allora, saremo perfetti nell’unità e alla fine della vita saremo con Gesù per sempre, e contempleremo la sua gloria.

Dal Vangelo secondo Giovanni 17,20-26: In quel tempo, [Gesù, alzàti gli occhi al cielo, pregò dicendo:] «Non prego solo per questi, ma anche per quelli che crederanno in me mediante la loro parola: perché tutti siano una sola cosa; come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi, perché il mondo creda che tu mi hai mandato. E la gloria che tu hai dato a me, io l’ho data a loro, perché siano una sola cosa come noi siamo una sola cosa. Io in loro e tu in me, perché siano perfetti nell’unità e il mondo conosca che tu mi hai mandato e che li hai amati come hai amato me. Padre, voglio che quelli che mi hai dato siano anch’essi con me dove sono io, perché contemplino la mia gloria, quella che tu mi hai dato; poiché mi hai amato prima della creazione del mondo. Padre giusto, il mondo non ti ha conosciuto, ma io ti ho conosciuto, e questi hanno conosciuto che tu mi hai mandato. E io ho fatto conoscere loro il tuo nome e lo farò conoscere, perché l’amore con il quale mi hai amato sia in essi e io in loro».

Perfetti nell’unità - Roberto Tufariello (Schede Bibliche Pastorali - Vol. VIII): Gesù unisce quelli che lo amano e che credono in lui. Ad essi dà il suo Spirito (Rm 5,5); ne fa le pietre vive dell’unico tempio di Dio (1Pt 2,4-5), i membri dell’unico ovile (Gv 10,3). Egli dà la vita per radunare i figli di Dio divisi e dispersi (Gv 10,16; 11,51-52; 18,14). Per mezzo suo l’unità è restaurata in tutti i campi: unità interna dell’uomo dilaniato dalle passioni (Rm 7,14-15; 8,2.9); unità della coppia coniugale, di cui l’unione di Cristo e della chiesa è il modello (Ef 5,25-32); unità di tutti gli uomini, che lo Spirito rende figli dello stesso Padre (Rm 8,14). In Cristo si realizza dunque la perfetta unità del popolo di Dio. In questo senso Paolo chiama il Signore «capo». Paolo riprende continuamente l’immagine del sòma per mettere in chiaro come la comunità, pur nella molteplicità dei doni e dei compiti, sia organicamente una (Rm 12,4-5; 1Cor 12,12-14; Col 3,15). I cristiani costituiscono una nuova «razza» (opposta ai giudei e ai pagani), che nasce dall’identificazione di tutti i suoi membri col corpo di Cristo. In tal modo i credenti hanno un medesimo principio vitale e ricevono un’identica, nuova natura.
Siamo tutti un essere nuovo ed unico in Cristo, ribadisce san Paolo (Gal 3,26-28); ognuno diventa un individuo della nuova razza che Dio va formando. La presenza di Cristo, della sua vita, nel cristiano, o questo «rivestimento di Cristo» che è la vita cristiana, costituisce l’individuo nuovo della nuova razza umana (Col 3,10-11). La chiesa, dunque, è una comunità di membri uniti nello stesso destino, la quale è sottomessa a Cristo; in essa ciascuno deve agire per l’altro, soffrire con l’altro; con il singolo che cade o si regge, si reggono e cadono tutti (1Cor 12,26; cf. Gal 6,2; 1Cor 4,6).
L’idea dell’unità della chiesa è sviluppata particolarmente nella lettera agli Efesini. Questa sottolinea che con Cristo la storia ha ripreso la propria unità e che ora la salvezza può diventare storia universale. Cristo infatti ha distrutto il vecchio ordinamento di salvezza per unificare ebrei e pagani in un popolo riconciliato con Dio (Ef 2,14-16). Questa nuova situazione, però, si realizza nella misura in cui la chiesa, credendo e operando, vive seriamente la realtà dell’unità. Per questo il NT esige l’henotès della fede (Ef 4,13), la comunione dell’amore (Gv), l’indissolubile unione nella lotta (Fil 1,27; 2,2-4). Per questo, inoltre, la cosa più importante che gli Atti riferiscono riguardo alla chiesa primitiva è la realtà di «un cuore solo e un’anima sola» (At 4,32; cf. 2,42-46).

Padre, voglio che quelli che mi hai dato siano anch’essi con me dove sono io - Benedetto Prete (I Quattro Vangeli): Padrequelli che mi hai datovoglio che... siano anch’essi con me; la prospettiva della preghiera considera ora la condizione futura che attende i credenti. «Quelli che mi hai dato»; altri codici leggono: «quello che mi hai dato» ( δέδωκάς μοι); questa seconda espressione poté essere determinata da Giov., 6,37,39; 10,29; tale espressione considera la molteplicità dei credenti come un tutto compatto. «Voglio»: esprime un atto di volontà; Gesù vuole tutto quello che vuole il Padre (cf. 4, 34; 5, 30; 6, 38-40) e si uniforma in tutto alla volontà del Padre; egli tuttavia non rifugge dall’usare un’espressione così esplicita e ferma, perché in questa circostanza intende affermare l’impegno e la fedeltà con cui segue il destino dei credenti e mantiene la promessa fatta ad essi, la promessa cioè di venirli a prendere per condurli nelle dimore presso il Padre (cf. 14,3; 12,26). «Dove sono io siano anch’essi con me»; Cristo si considera «andato» al Padre (cf. verss. 11,13); egli vuole che siano presso il Padre anche coloro che hanno creduto. Affinché vedano la mia gloria; «la gloria» designa qui tutto lo splendore divino di Cristo fatto uomo e glorificato presso il Padre; questo splendore è ora perfetto, poiché Gesù ora è glorioso. La gloria, che il Verbo incarnato ha fatto intravvedere durante la sua vita pubblica con opere portentose (cf. 1,14; 2,11), si manifesterà al credente nella pienezza del suo splendore dopo il trionfo della risurrezione (esaltazione di Cristo). Altri studiosi pensano che si tratti della gloria divina che il Padre comunica al Figlio nella generazione eterna; in questo caso Gesù avrebbe parlato della gloria che possiede, non già della gloria che gli è stata data. Perché tu mi hai amato prima della creazione del mondo; cf. vers. 5. L’amore del Padre, del quale Gesù è oggetto anteriormente alla creazione del mondo, cioè da tutta l’eternità (cf.Efesini, 1,4; 1 Pietro, 1,20), ha riservato allo stesso Gesù questa gloria.

Contemplino la mia gloria - Fausto Longo - Giuseppe Barbaglio (Schede Bibliche Pastorali - Vol. IV): La catechesi della chiesa primitiva ha attribuito la gloria principalmente a Cristo esaltato nella chiarezza radiosa della risurrezione. Pietro dichiara: «Il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, il Dio dei nostri padri ha glorificato il suo servo Gesù» (At 3,13).
Nella prima lettera di Pietro leggiamo che Dio ha risuscitato Gesù dai morti e gli ha dato gloria» (1,21). Nell’inno di 1 Tm 3,16 sta scritto: «Egli si manifestò nella carne, fu giustificato nello Spirito ... fu a sunto nella gloria». Cristo risorto si trova ormai nel suo «corpo di gloria» (Fil 3,21). La sua umanità che durante la sua vita terrestre era passibile e mortale, segnata dalle conseguenze del peccato di Adamo (Rm 8,3; Gal 3,13; 2Cor 5,21), è stata risuscitata per la gloria del Padre (Rm 6,4; cf. 1,4); ora è totalmente spiritualizzata (6,9-10), cioè vivificata dalla potenza divina (pneuma) e non più da un principio vitale naturale (psychè).
La gloria, di cui Cristo risuscitato è rivestito, lo costituisce immagine di Dio; lo manifesta pienamente nelle sue prerogative di Figlio di Dio; possiede allora il nome al di sopra di ogni nome, cioè partecipa all’essere divino anche con la sua umanità. Esiste una connessione stretta tra queste espressioni. Cristo risuscitato è, in tal modo, l’Adamo celeste che inaugura una creazione nuova, spirituale e incorruttibile, penetrata da quella gloria divina che il primo Adamo aveva perduto per tutta la sua discendenza.
Afferrato da Cristo risuscitato sulla via di Damasco, Paolo dirige abitualmente tutta la sua attenzione sulla gloria di Cristo risorto. Nella sua prospettiva, Cristo non esercita durante la sua vita terrestre l’attività spirituale di nuovo Adamo e di Figlio di Dio. I sinottici, specialmente Marco e Matteo, riservano la manifestazione della gloria del Signore per la parusia, ispirandosi alle immagini della letteratura apocalittica, specialmente di Dn c. 7 che parla del Figlio dell’uomo. Mc 8,38 si prospetta la venuta del Figlio dell’uomo «nella gloria del Padre suo con gli angeli santi» (cf. Mt 19,28). Nel discorso apocalittico leggiamo: «Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire sulle nubi con grande potenza e gloria» (Mc13,26; cf. Mt 25,31).

... contemplino la mia gloria, quella che tu mi hai dato - Mario Galizzi (Vangelo secondo Giovanni): Gesù non ha soltanto comunicato ai discepoli le parole del Padre (17,8), ma anche la gloria che ha ricevuto dal Padre: «La gloria che mi hai dato, io l’ho data a loro» (17,22). È quella gloria di cui parla l’evangelista in 1,14: «Noi vedemmo la sua gloria, gloria come unigenito dal Padre». È la gloria che Gesù ha come Figlio e che dona a chi lo accoglie, dando loro la capacità di diventare «figli» (1,13) e come tali di risplendere di fronte agli uomini. È una gloria che si manifesta al mondo nella vita e nelle opere dei figli di Dio.
Forse il commento più bello a queste parole di Gesù l’ha dato Paolo ed è frutto della sua esperienza di vita. Dice così: «Noi tutti, a viso scoperto, riflettendo come in uno specchio la gloria del Signore, veniamo trasformati in quella medesima immagine di gloria in gloria... E Dio che disse: “Rifulga la luce dalle tenebre” (Gn 1,3), rifulge nei nostri cuori per far risplendere la conoscenza della gloria divina che rifulge sul volto di Cristo» (2 Cor 3,28; 4,6).
È la stessa gloria che passa dal Padre al Figlio e dal Figlio ai discepoli, e fa sì che essi siano uno: «Io in loro e tu in me, perché siano perfetti nell’unità» (17,23). Come abbiamo detto, essere «uno» significa comunione perfetta di vita, qui si aggiunge di una vita che si fa dono, che si fa amore. Quando ciò si visibilizza e rifulge nei discepoli, allora gli uomini che ancora appartengono al mondo sono in situazione di riconoscere che Dio ha davvero mandato il Figlio suo e lo ha fatto perché amava il mondo, come dimostra il fatto che ama quelli che ha scelto dal mondo, così come ama il Figlio.
Il testo non lo dice esplicitamente, ma è logico che continua a scegliere dal mondo e a liberare dalle tenebre quanti accettano di credere che Gesù è il suo inviato.

Siamo arrivati al termine. Possiamo mettere in evidenza:
*** Se saremo capaci di avviare un serio e salutare cammino di conversione e di santità i cui punti di riferimento sono la penitenza, la mortificazione, la preghiera, il digiuno e la carità, allora “con la grazia di Dio” potremo valicare la soglia della casa del Padre.
Questa parola cosa ti suggerisce?
Ora nel silenzio, nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.

Ci illumini, Signore, la tua parola
e ci sostenga la comunione al sacrificio che abbiamo celebrato,
perché guidati dal tuo Santo Spirito
perseveriamo nell’unità e nella pace.
Per Cristo nostro Signore.