MERCOLEDÌ 5 GIUGNO 2019

Messa del Giorno

S. BONIFACIO, VESCOVO E MARTIRE – MEMORIA

MERCOLEDÌ DELLA VII SETTIMANA DI PASQUA

Prima Lettura: Dagli Atti degli Apostoli 20,28-38; Salmo Responsoriale: Dal Salmo 67 (68); Vangelo: Dal Vangelo secondo Giovanni 17,11b-19

Colletta: Interceda per noi, Signore, il santo vescovo e martire Bonifacio, perché custodiamo con fierezza e professiamo con coraggio la fede che egli ha insegnato con la parola e testimoniato con il sangue. Per il nostro Signore Gesù Cristo...

Vangelo -   Siano una cosa sola, come noi.

Il mondo è la casa dei cristiani, e fuggire via dal mondo sarebbe come un tradire il Vangelo. È vero che il mondo è una palude di inganni che ingoia gli incauti e spesso anche i sapienti, ed è anche vero che è un avversario assai pericoloso, sopratutto quando si allea con l’Inferno e con la carne, ma è pur vero che Gesù ha mandato i suoi discepoli ad evangelizzare il mondo, e non il cielo. Seme che deve essere sparso abbondantemente nei solchi dell’umanità, questa è la Chiesa, e se è opportuno, o inevitabile, sino all’effusione della vita. Come Gesù, i cristiani hanno gli occhi rivolti al cielo (Col 3,1ss), e il cuore chiuso nella preghiera, ma hanno i piedi ben piantati sulla terra. Il discepolo di Gesù, non fa “comunione” con il mondo, ma vive immerso, in perfetta simbiosi, nel mistero dei Tre, del Padre, del Figlio, e dello Spirito Santo (At 17,28). Camminare sulla strada degli uomini a volte è aspro e faticoso, ma il Maestro ha promesso la sua “invincibile presenza” e colma di perfetta gioia il cuore dei suoi amici (Gv 15,15). Le insidie, le tentazioni, e anche le cadute, sono nel computo dell’inventario cristiano, ma, consacrati nella verità, i cristiani sono fortezza inespugnabile: consacrati nella verità, come dire: felicemente perduti in Gesù, Colui che la Verità.

Dal Vangelo secondo Giovanni 17,11b-19: In quel tempo, [Gesù, alzàti gli occhi al cielo, pregò dicendo:] «Padre santo, custodiscili nel tuo nome, quello che mi hai dato, perché siano una sola cosa, come noi. Quand’ero con loro, io li custodivo nel tuo nome, quello che mi hai dato, e li ho conservati, e nessuno di loro è andato perduto, tranne il figlio della perdizione, perché si compisse la Scrittura. Ma ora io vengo a te e dico questo mentre sono nel mondo, perché abbiano in se stessi la pienezza della mia gioia. Io ho dato loro la tua parola e il mondo li ha odiati, perché essi non sono del mondo, come io non sono del mondo. Non prego che tu li tolga dal mondo, ma che tu li custodisca dal Maligno. Essi non sono del mondo, come io non sono del mondo. Consacrali nella verità. La tua parola è verità. Come tu hai mandato me nel mondo, anche io ho mandato loro nel mondo; per loro io consacro me stesso, perché siano anch’essi consacrati nella verità».

In mezzo al mondo - Basilio Caballero (La Parola per ogni giorno): Il vangelo di oggi comprende la seconda sezione della «preghiera sacerdotale» di Gesù che, prima di andarsene, intercede per i suoi amici davanti al Padre. Prima, Cristo aveva loro promesso un protettore, lo Spirito di verità, che sarà la sua presenza permanente tra di loro. Ora chiede al Padre di consacrare i discepoli nella verità, così come lui si consacra per loro. L’effusione dello Spirito, il cui compito viene sottolineato man mano che ci avviciniamo al giorno della pentecoste, sarà la consacrazione dei discepoli nella verità.
Questa consacrazione dà al credente accesso alla santità di Dio e alla gioia piena, completa e straripante di Gesù glorificato. Ci sono due condizioni per raggiungere questa meta: a) Che i discepoli si mantengano uniti tra di loro per amore, come Cristo è unito con il Padre e lo Spirito, perché l’amore è parte essenziale della verità di Dio: «Padre santo, custodisci nel tuo nome coloro che mi hai dato, perché siano una cosa sola, come noi». b) Resistere e vincere con questo amore l’odio del mondo, in mezzo al quale dovranno vivere i cristiani: «Io ho dato a loro la tua parola e il mondo li ha odiati perché essi non sono del mondo, come io non sono del mondo. Non chiedo che tu li tolga dal mondo, ma che li custodisca dal maligno».
Già prima Gesù aveva parlato ai suoi dell’odio del mondo (Gv 15,18ss). Perché il mondo odia i discepoli di Cristo? Proprio perché, come lui, sono consacrati dallo Spirito di verità, e questa non si accorda con la menzogna del mondo, poiché la lascia allo scoperto. Nello schema ideologico del vangelo di Giovanni, il mondo viene contrapposto a Cristo e ai suoi, come le tenebre alla luce. Di solito Giovanni intende il mondo come alleato e campo d’azione del maligno; e proprio per questo, nemico di Dio.
Secondo san Giovanni, il mondo è il male, impastato con la «concupiscenza della carne, la concupiscenza degli occhi e la superbia della vita» (1Gv 2,16). Da questo nasce una tensione inevitabile per il seguace di Gesù: vivere in mezzo al mondo senza esserne posseduto; anzi, a compimento della sua missione di apostolo e testimone, cercare di guadagnare il regno di Dio con l’annuncio e la testimonianza di Cristo, luce del mondo come il suo discepolo.

Il mondo - John L. McKenzie (Dizionario Biblico): Il mondo è ... il luogo di dimora dell’uomo: è il teatro dei regni (Mt 4,8) e delle nazioni (Lc 12,30). Questo è il mondo che non vale la pena di acquistare a prezzo della propria anima (Mt 16,26; Mc 8,36; Lc 9,25). Questo è il mondo al quale gli apostoli sono mandati (Mt 26,13; Mc 16,15; cfr Rm 1,8). Il mondo è l’umanità, il mondo del quale i discepoli sono la luce (Mt 5,14), di cui Paolo è il rifiuto (1Cor 4,9), e di fronte al quale Paolo è fatto spettacolo (1Cor 4,9). Il mondo come luogo di dimora dell’uomo o come umanità, tuttavia, è concepito più frequentemente in relazione con il mondo in senso teologico. In senso teologico il mondo è il teatro del processo della salvezza: non è soltanto la scena, ma è uno idei protagonisti del dramma, perché il mondo è l’umanità decaduta, alienata da Dio, ostile a Dio e a Gesù Cristo. Questa concezione è frequentissima negli scritti paolini e in Giovanni, meno frequente nelle lettere, quasi del tutto assente nei vangeli sinottici. Il mondo è in opposizione a Dio: lo spirito  del mondo è contro lo spirito di Dio (1Cor 2,12). La sapienza, la forza e la nobiltà del mondo, sono stoltezza, debolezza, abiezione per Dio (1Cor 1,20-28; 3,19). Il fondamento dell’opposizione si trova nel peccato del mondo, il peccato che è entrato nel mondo attraverso un solo uomo (Rm 5,12). A motivo del peccato, il mondo si trova sotto il giudizio di Dio (Rm 3,6.19; 1Cor 6,2; 11,32). Sono stati i principi del mondo a crocifiggere Cristo (1Co 2,8), «principi» del mondo non nel senso di governanti imperialistici, ma nel senso di governanti il cui potere è nel mondo e deriva dal mondo.
Il mondo è ostile a Dio, ma Dio non è ostile al mondo. In Cristo Dio riconcilia il mondo con se stesso (2Cor 5,19; Rm 11,15). Cristo è venuto nel mondo a salvare i peccatori (lTm 1,15). Finché il mondo non è redento, i cristiani non possono identificarsi con esso. La preoccupazione per gli affari del mondo allontana da Dio (1Cor 7,33). Il cristiano deve trattare con il mondo come se non avesse rapporti con esso (1Cor 7,31): deve vivere come se non appartenesse al mondo (Col 2,20). Paolo è crocifisso al mondo e il mondo a lui (Gal 6,14). Religione significa mantenersi immacolati dal mondo (Gc 1,27); amicizia con il mondo significa inimicizia con Dio (Gc 4,4). il cristiano non deve conformarsi a questo mondo (Rm 12,2). Tuttavia il cristiano non può semplicemente uscire dal mondo per evitare il contatto con i peccatori (1Cor 5,10).  

Come tu hai mandato me nel mondo, anche io ho mandato loro nel mondo - Richard Gutzwiller (Meditazione su Giovanni): La consacrazione non è qualcosa che l’uomo ottiene per sé, ma per gli altri. Egli ha una missione nel mondo, perciò Cristo dice: «Come tu hai mandato nel mondo me, anch’io ho mandato nel mondo essi».
Quando prega protezione dal male per i suoi, il riparo dal mondo non è inteso come un allontanamento completo dal mondo, ma come un vivere ed un agire in esso e su di esso, conformemente alla missione che hanno ricevuta.
La missione di Gesù è l’origine ed il modello della missione degli Apostoli. La consacrazione ed il sacerdozio hanno quindi un carattere eminentemente sociale. L’uomo li riceve per gli altri, ai quali deve ritrasmettere e comunicare quel che ha ricevuto. Egli deve operare se­guendo le orme di Cristo, con la stessa intenzione, lo stesso amore, la stessa obbedienza e le stesse disposizioni di vittima.
Il risultato della missione sarà l’immolazione dello stesso inviato. Reciprocamente, il sacrificio, l’immolazione sarà il più alto e perfetto adempimento della missione.
Questa conclusione illumina tutto il secondo nucleo della preghiera sacerdotale. Si tratta, in altre parole, della preghiera mediante la quale gli Apostoli conoscono la loro missione sacerdotale e dalla quale traggono la forza di compierla.
Nel loro carattere sacerdotale si riassume tutto: che essi sono esclusiva proprietà di Dio, che lo hanno accolto nella fede, e che lo glorificano nel mondo e, infine, che Cristo prega perché siano preservati dal male. Essi sono veramente un’offerta consacrata a Dio, santificata per lui e per mezzo di lui. E tutto questo s’avvera per loro in Cristo che è il solo santo: «Tu solus sanctus».

San Bonifacio, Martire: Alfonso Colzani: Nella storia cristiana, soprattutto dei primi secoli, i due termini, [martirio / martiri] designano la testimonianza e i testimoni della fede. Il termine martirio deriva dal greco martyrion: testimonianza resa sotto giuramento con valore di prova. Con questo significato di documento probatorio (dell’Alleanza o della Torà) il termine ricorre frequentemente nella versione greca dell’Antico Testamento e in alcuni luoghi del Nuovo Testamento, caratterizzato dal riferimento a Cristo.
L’evangelista Luca introduce un nuovo significato: negli Atti degli apostoli martirio significa rendere testimonianza, inteso come predicare Cristo, compito caratteristico degli apostoli che “con grande forza rendevano testimonianza” (At 4,33). Martiri a partire da Luca 24,48, sono designati i testimoni del Risorto, i quali sono incaricati di essere testimoni fra le genti. Questo compito è chiaramente marcato dalla sofferenza e dal rischio della morte (Stefano, il primo martire cristiano, è chiamato in Atti degli apostoli 22,20 “il testimone fedele”), ma non è caratterizzato dalla concezione più tardiva di martirio come testimonianza del sangue, quanto dal­l’inalterata e completa proclamazione del messaggio di Cristo. Per l’evangelista Giovanni martyrion è per definizione testimonianza di Cristo, anticipata da Giovanni Battista, testimonianza che lo stesso Cristo rende a se stesso e che i discepoli proclamano e confermano. Giovanni usa il vocabolario dell’esperienza (della fede) e della testimonianza, che ha il senso di conferma della verità di Dio: i discepoli che hanno visto rendono testimonianza e annunciano la vita eterna resasi visibile (1Gv 1,2). Tale processo si realizza con l’aiuto dello Spi­rito Paraclito, che è colui che rende testimonianza a Gesù (Gv 15,26), ma non sostituisce la testimonianza dei discepoli: “e anche voi mi renderete testimonianza” (v. 27).

Siamo arrivati al termine. Possiamo mettere in evidenza:
***  Anche voi mi renderete testimonianza.
Questa parola cosa ti suggerisce?
Ora nel silenzio, nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.

La partecipazione ai tuoi santi misteri,
ci comunichi, o Padre, lo Spirito di fortezza
che rese san Bonifacio fedele nel servizio
e vittorioso nel martirio.
Per Cristo nostro Signore.



MARTEDÌ 4 GIUGNO 2019

Messa del Giorno

MARTEDÌ DELLA VII SETTIMANA DI PASQUA

Prima Lettura: Dagli Atti degli Apostoli 20,17-27; Salmo Responsoriale: Dal Salmo 67 (68); Vangelo: Dal Vangelo secondo Giovanni 17,1-11a

Colletta: Padre onnipotente e misericordioso, fa’ che lo Spirito Santo venga ad abitare in noi e ci trasformi in tempio della sua gloria. Per il nostro Signore Gesù Cristo...

Vangelo -  Padre, glorifica il Figlio tuo.

Padre, è venuta l’ora: è giunta l’ora, il momento della glorificazione che avverrà mediante la passione, morte e risurrezione; è l’ora della prova, gli Apostoli abbandoneranno Gesù, ma dopo lo smarrimento ritorneranno nell’ovile, rinfrancati dalla luce della Risurrezione. Nel momento di lasciare il mondo e ritornare al Padre, Gesù prega per i suoi amici (Gv 15,15): essi restano nel mondo, e il mondo è pieno di insidie e di tentazioni. Gesù non prega per il mondo, cioè per coloro che non hanno accolto la sua parola di verità, ma prega per coloro che il Padre gli ha dato e hanno creduto che il Padre lo ha mandato nel mondo per la salvezza di tutti gli uomini.

Dal Vangelo secondo Giovanni 17,1-11a: In quel tempo, Gesù, alzàti gli occhi al cielo, disse: «Padre, è venuta l’ora: glorifica il Figlio tuo perché il Figlio glorifichi te. Tu gli hai dato potere su ogni essere umano, perché egli dia la vita eterna a tutti coloro che gli hai dato. Questa è la vita eterna: che conoscano te, l’unico vero Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo. Io ti ho glorificato sulla terra, compiendo l’opera che mi hai dato da fare. E ora, Padre, glorificami davanti a te con quella gloria che io avevo presso di te prima che il mondo fosse. Ho manifestato il tuo nome agli uomini che mi hai dato dal mondo. Erano tuoi e li hai dati a me, ed essi hanno osservato la tua parola. Ora essi sanno che tutte le cose che mi hai dato vengono da te, perché le parole che hai dato a me io le ho date a loro. Essi le hanno accolte e sanno veramente che sono uscito da te e hanno creduto che tu mi hai mandato. Io prego per loro; non prego per il mondo, ma per coloro che tu mi hai dato, perché sono tuoi. Tutte le cose mie sono tue, e le tue sono mie, e io sono glorificato in loro. Io non sono più nel mondo; essi invece sono nel mondo, e io vengo a te».

Gesù, alzàti gli occhi al cielo... Salvatore Alberto Panimolle (Lettura Pastorale del Vangelo di Giovanni): Questa preghiera, a motivo del tono ieratico, è stata chiamata sacerdotale. In Gv 17 infatti Gesù è presentato come il sommo sacerdote celeste che intercede per i suoi fratelli (cf. 1Gv 2,ls; Rm 8,34; Eb 4,15; 7,25). II Cristo infatti prega per i suoi discepoli presenti e assenti (Gv 17,6-26), adoperando alcune espressioni che lo mostrano nella sua condizione celeste (cf. Gv 17,11). Ciò nonostante, la preghiera di Gv 17 è segnata profondamente dagli ultimi eventi della vita terrena di
Gesù; essa si apre con la locuzione: «Padre, è venuta l’ora» (v. 1) e le richieste a Dio sono legate profondamente allo scoccare di quest’«ora» del Cristo: la glorificazione del Figlio, la protezione paterna dei discepoli soprattutto nei momenti di prova, l’unità dei credenti.
Il genere letterario di questa sublime preghiera rientra negli schemi dei testamenti a discorsi di addio dei patriarchi. Non solo nei documenti giudaici ma anche nell’AT troviamo esempi di questo genere letterario. I discorsi di Mosè riportati nel libro del Deuteronomio, alla vigilia della sua morte, sono conclusi da un cantico di lode (Dt 32) e da una lunga preghiera di benedizione per le singole tribù d’Israele (Dt 33). Nel libro dei giubilei sono riportate le ultime esortazioni dei patriarchi ai loro discendenti; questi ammonimenti spesso sono coronati da una preghiera di ringraziamento a d’intercessione (cf. 21,1-25; 22,6ss; 36,1-16). In Gv 17 Gesù e prime le sue ultime volontà in forma di preghiera al Padre. In questo contesto di testamento spirituale il verbo «voglio», adoperato dal Cristo in Gv 17,24, rafforza la tesi del genere letterario qui proposto.
La sublime preghiera di Gv 17 chiude il quarto vangelo, prima del racconto della passione, morte e risurrezione di Gesù; per il suo carattere poetico forma una grande inclusione con il prologo, la pagina lirica che apre quest’opera giovannea. Inoltre l’uso del nome «Gesù Cristo», che nel quarto vangelo ricorre unicamente in Gv 1,17; 17,3, il riferimento alla vita del Figlio di Dio prima della creazione del mondo (Gv 1,1ss; 17,5.24), la tematica della incredulità espressa mediante la locuzione «il mondo non ha riconosciuto» (Gv 1,10; 17:,25), che nel quarto vangelo sembra trovarsi solo in questi due passi, parimenti la contemplazione della gloria del Figlio unigenito da parte dei discepoli, argomento che solo in Gv 1,14; 17,24 viene espresso con la locuzione «contemplare la gloria», accentuano questo carattere di inclusione tra l’inno al Verbo (Gv 1,1-18) e la preghiera dell’«ora» (Gv 17),

Padre - Alain Marchadour (Vangelo di Giovanni): La preghiera di Gesù inizia con un’invocazione filiale: la parola «Padre» potrebbe essere la trascrizione dell’aramaico “abba”, termine familiare per dire «papà», poco usato nel giudaismo e abituale a Gesù (Lc 11,2; Mc 14,36).
La gloria del Figlio e la gloria del Padre sono interdipendenti (13,31-32). L’esaltazione in croce segna l’av­vento dell’ora. Portando a compimento la missione che il Padre gli ha affidato, Gesù glorifica Dio. Colui che accoglie questa gloria di Dio presente in Gesù crocifisso riceve la vita eterna, vale a dire entra nell’intimità (la «conoscenza») del vero Dio e di suo Figlio Gesù Cristo. Stranamente, pur parlando egli stesso, Gesù è indicato con il suo nome: «Colui che tu hai mandato, Gesù Cristo». Possiamo scorgere in ciò un evidente elemento redazionale, per cui Giovanni mescola il discorso della comunità con le parole del Cristo. I vv. 6-8 sottolineano che, nella glorificazione del Padre, l’opera di Gesù fu di «manifestare il nome di Dio».
L’insistenza di Gesù sulla «conoscenza di Dio» come sorgente della vita è stata considerata da alcuni come un’influenza gnostica. Ma alla gnosi mancano due tratti presenti in Giovanni, anzitutto questa conoscenza è trasmessa attraverso un evento concreto e singolare: la morte e la risurrezione di Gesù; in secondo luogo la vita eterna è data fin d’ora su questa terra, che la gnosi invece esorta a disertare.
La gloria di Gesù qui manifestata e riconosciuta esisteva «prima che il mondo fosse», nell’amore eterno che unisce il Padre e il Figlio (17,24), a immagine della sapienza che, «costituita prima dei primordi della terra, era la delizia del Signore» (Pro 8,23-31).

Padre, è venuta l’ora: glorifica il Figlio tuo perché il Figlio glorifichi te - Fausto Longo L - Giuseppe Barbaglio (Schede Bibliche Pastorali - Vol. IV): L’autore del quarto vangelo racconta l’incarnazione, il ministero pubblico, la passione e risurrezione di Gesù nella convinzione che la gloria di Dio ci si è manifestata dall’inizio alla fine. Ma essa viene colta solo con gli occhi della fede. Giovanni omette la trasfigurazione, perché nel suo vangelo la gloria non è riservata ad alcun episodio particolare, ma si estende a tutta la vita del Verbo incarnato. Il suo è davvero il vangelo della gloria!
Nel prologo l’ascesa della spirale tocca il suo vertice con la grande affermazione: «E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi, e noi vedemmo la sua gloria, gloria come di unigenito dal Padre, pieno di grazia e di verità» (Gv 1,14).
La gloria di Gesù, per Giovanni, non è un fulgore luminoso esterno, ma la potenza spirituale di cui è penetrato e che, datagli dal Padre, gli permette di vivificare o giudicare ogni creatura. Tale gloria si manifesta nelle parole e nelle opere del suo ministero terrestre, ma soprattutto nei miracoli. Essi sono segni che simboleggiano tutta la sua opera spirituale: guarigione dal peccato, comunicazione della vita eterna. L’evangelista annota in 2,11: «Così Gesù diede inizio ai suoi miracoli in Can a di Galilea, manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui».
Passando poi da un senso all’altro del termine «gloria», Giovanni ci mostra Gesù che cerca unicamente la gloria - nel senso biblico - del Padre e rinuncia alla gloria - nel senso greco di fama - di origine umana, quella che gli sarebbe stata a portata di mano con una manifestazione messianica terrestre (8,50.54; 5,44; 7,18).
Poiché la passione è l’opera per eccellenza che il Padre ha affidato a Gesù, essa è per Giovanni la glorificazione di Gesù (12,23; 13,31) e la sua esaltazione (3,14; 8,28; 12,32-34), non solo perché si completa nella risurrezione e forma con essa un movimento unico verso la gloria piena, ma anche perché essa stessa è la manifestazione suprema dell’amore di Gesù per gli uomini e dell’amore del Padre per Gesù.
Anche per l’autore della lettera agli Ebrei, il tema della gloria ha notevole rilievo. Il Figlio di Dio vi è descritto come «irradiazione della gloria» del Padre (Eb 1,3), così come la sapienza di Dio era detta «splendore della luce eterna» (Sap 7,25-26).
Anche il mistero di Cristo che muore e che risorge viene spiegato con il tema della gloria: «Però quel Gesù, che fu fatto di poco inferiore agli angeli, lo vediamo ora coronato di gloria e di onore a causa della morte che ha sofferto, perché per la grazia di Dio egli provasse la morte a vantaggio di tutti» (2,9).

Dio, il Padre dei cristiani - Paul Ternant: Gli uomini hanno il potere di diventare figli di Dio (Gv 1,12), perché Gesù lo è per natura. Il Cristo dei sinottici apporta i primi barlumi su questo punto, identificandosi con i suoi (ad es. Mt 18,5; 25,40), dicendosi loro fratello (28,10) ed una volta designandosi persino con essi sotto l’ appellativo comune di «figli» (17,26). Ma la piena luce ci viene da Paolo, secondo il quale Dio ci libera dalla schiavitù e ci adotta come figli (Gal 4,5 ss; Rom 8,14-17; Ef 1,5) mediante la fede battesimale, che fa di noi un solo essere in Cristo (Gal 3,26 ss), e di Cristo un figlio primogenito, che divide con i suoi fratelli l’eredità paterna (Rom 8,17.29; Col 1,18). Lo Spirito, essendo l’agente interno di questa adozione, ne è pure il testimone; e l’attesta ispirandoci la preghiera stessa di Cristo al quale ci conforma: Abba (Gal 4,6; Rom 8,14ss.29).
Dalla Pasqua la Chiesa, recitando il «Padre nostro », esprime la coscienza di essere amata dello stesso amore di cui Dio circonda il suo Figlio unico (cfr. 1Gv 3,1); ed è questo che Luca indubbiamente suggerisce facendoci dire soltanto: «Padre!» (Lc 11,2), come Cristo.
La nostra vita filiale, manifestata nella preghiera, si esprime pure con la carità fraterna; infatti se amiamo il nostro Padre, non possiamo non amare anche tutti i suoi figli, nostri fratelli: «Chiunque ama colui che ha generato, ama anche il generato da lui» (1Gv 5,1).

Siamo arrivati al termine. Possiamo mettere in evidenza:
*** La nostra vita filiale, manifestata nella preghiera, si esprime pure con la carità fraterna.
Questa parola cosa ti suggerisce?
Ora nel silenzio, nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.

Padre santo, che ci hai nutriti di Cristo pane vivo,
fa’ che il tuo Spirito, operante in questi misteri pasquali,
ci guidi alla verità tutta intera, perché con la parola
e le opere edifichiamo la tua Chiesa.
Per Cristo nostro Signore.



LUNEDÌ 3 GIUGNO 2019

Messa del Giorno

SANTI CARLO LWANGA E COMPAGNI, MARTIRI – MEMORIA

Prima Lettura: Dagli Atti degli Apostoli 19,1-8; Salmo Responsoriale: Dal Salmo 67 (68); Vangelo: Dal Vangelo secondo Giovanni 16,29-33

Colletta: O Dio, che nel sangue dei martiri hai posto il seme di nuovi cristiani, concedi che il mistico campo della Chiesa, fecondato dal sacrificio di san Carlo Lwanga e dei suoi compagni, produca una messe sempre più abbondante, a gloria del tuo nome. Per il nostro Signore Gesù Cristo ...

Vangelo - Abbiate coraggio: io ho vinto il mondo!

La professione di fede dei discepoli, per questo crediamo che sei uscito da Dio, ancora non è intaccata dallo scandalo della Croce. Gli Apostoli sembrano aver dimenticato che il Calvario è dietro l’angolo, e così quando tutto sembra tranquillo e quando la pace regna sovrana nel cuore è facile professare la fede, ma sarà un po’ più difficile farlo nella prova, e quanto vuol suggerire Gesù ai discepoli: Adesso credete? Ecco, viene l’ora, anzi è già venuta, in cui vi disperderete ciascuno per conti suo e mi lascerete solo. Nel proseguo del brano giovanneo tre affermazioni: Gesù nel momento estremo della prova non sarà solo, perché il Padre è con lui; la profezia di quanto avverrà nei giorni della sua passione, fuga dei discepoli, tradimento di Giuda e apostasia di Pietro, è tesa rafforzare la fede dei discepoli nel Maestro, colui che sa tutto; e, infine, il mondo sarà sempre ostile, un nemico da osteggiare. ma non potrà mai prevalere perché Gesù ha vinto il mondo, intendendo per mondo tutte le potenze offensive nei confronti della Chiesa. 

Dal Vangelo secondo Giovanni 16,29-33: In quel tempo, dissero i discepoli a Gesù: «Ecco, ora parli apertamente e non più in modo velato. Ora sappiamo che tu sai tutto e non hai bisogno che alcuno t’interroghi. Per questo crediamo che sei uscito da Dio». Rispose loro Gesù: «Adesso credete? Ecco, viene l’ora, anzi è già venuta, in cui vi disperderete ciascuno per conto suo e mi lascerete solo; ma io non sono solo, perché il Padre è con me. Vi ho detto questo perché abbiate pace in me. Nel mondo avete tribolazioni, ma abbiate coraggio: io ho vinto il mondo!».

In quel tempo, dissero i discepoli a Gesù - Angelico Poppi (I Quattro Vangeli): «Ecco, ora parli apertamente e non più in modo velato - vv. 29-32 Gli dicono i suoi discepoli: «Ecco, adesso parli apertamente ... Adesso sappiamo che sai tutto e non hai bisogno che nessuno ti interroghi; per questo crediamo che sei uscito da Dio». I discepoli con queste parole professano la loro fede nella divinità di Gesù, proclamandone l’onniscienza e l’origine trascendente. Però si tratta di una fede ancora superficiale; lo dimostrerà presto la loro defezione. Essi saranno dispersi e abbandoneranno il Maestro lasciandolo solo. Il passo dei vv. 31-33 è affine alla tradizione sinottica, dove Gesù parla della dispersione dei discepoli, prima di predire il tradimento di Giuda (cf. Mc 14,27 e parr.). Giovanni però rileverà la fedeltà del discepolo prediletto, che sarà presente ai piedi della croce (19,26-27).
v. 33 II discorso termina con un richiamo alla pace (cf. 14,27), che scaturisce dall’adesione di fede e dall’unione con Gesù. Per conseguire questa pace i discepoli avranno da sopportare nel mondo tribolazione.
Però non devono scoraggiarsi. Gesù li invita alla fiducia: «Coraggio! Io ho vinto il mondo!». Questo invito finale al coraggio rappresenta un grido di vittoria, che esprime la certezza di ogni cristiano di poter vincere con la fede il mondo (cf. 1Gv 5,4-5).

Vi ho detto questo perché abbiate pace in me: Dominum et vivificantem 67: La Chiesa col suo cuore, che in sé comprende tutti i cuori umani, chiede allo Spirito Santo la felicità, che solo in Dio ha la sua completa attuazione: la gioia “che nessuno potrà togliere” (cfr. Gv 16,22), la gioia che è frutto dell’amore e, dunque, di Dio che è amore; chiede “la giustizia, la pace e la gioia dello Spirito Santo”, in cui, secondo san Paolo, consiste il Regno di Dio (cfr. Rm 14,17; Gal 5,22). Anche la pace è frutto dell’amore: quella pace interiore, che l’uomo affaticato cerca nell’intimo del suo essere; quella pace chiesta dall’umanità, dalla famiglia umana, dai popoli, dalle nazioni, dai continenti, con una trepida speranza di ottenerla nella prospettiva del passaggio dal secondo al terzo Millennio cristiano. Poiché la via della pace passa in definitiva attraverso l’amore e tende a creare la civiltà dell’amore, la Chiesa fissa lo sguardo in colui che è l’amore del Padre e del Figlio e, nonostante le crescenti minacce, non cessa di aver fiducia, non cessa di invocare e di servire la pace dell’uomo sulla terra. La sua fiducia si fonda su colui che, essendo lo Spirito-amore, è anche lo Spirito della pace e non cessa di esser presente nel nostro mondo umano, sull’orizzonte delle coscienze e dei cuori, per “riempire l’universo” di amore e di pace. Davanti a lui io m’inginocchio al termine di queste considerazioni, implorando che, come Spirito del Padre e del Figlio, egli conceda a noi tutti la benedizione e la grazia, che desidero trasmettere, nel nome della Santissima Trinità, ai figli e alle figlie della Chiesa ed all’intera famiglia umana.

Pace - Xavier Léon-Dufour: L’uomo desidera la pace dal più profondo del suo essere. Ma spesso ignora la natura del bene che invoca con tutte le sue forze, e le vie che segue per ottenerlo non sono sempre le vie di Dio. Deve quindi imparare la storia sacra in che cosa consista la ricerca della vera pace, e sentir proclamare il dono di questa pace da Dio in Gesù Cristo.
LA PACE, FELICITÀ PERFETTA - Per apprezzare nel suo pieno valore la realtà indicata dalla parola, occorre sentire il sapore locale che sussiste nell’espressione semitica sin nella sua concezione più rituale, e nella Bibbia sin nell’ultimo libro del Nuovo Testamento.
1. Pace e benessere. - La parola ebraica salom deriva da una radice che, secondo i suoi usi, designa il fatto di essere intatto, completo (Giob 9,4), ad es. terminare una casa (1Re 9,25), o l’atto di ristabilire le cose nel loro stato primitivo, nella loro integrità, ad es. «pacificare» un creditore (Es 21,34), compiere un voto (Sal 50,14).
Perciò la pace biblica non è soltanto il «patto» che permette una vita tranquilla, né il «tempo della pace» in opposizione al «tempo della guerra» (Eccle 3,8; Apoc 6,4); designa il benessere dell’esistenza quotidiana, lo stato dell’uomo che vive in armonia con la natura, con se stesso, con Dio; in concreto è benedizione, riposo, gloria, ricchezza, salvezza, vita.
2. Pace e felicità. - «Essere in buona salute» ed «essere in pace» sono due espressioni parallele (Sal 38,4); per domandare come sta uno, se sta bene, si dice: «È in pace?» (2Sam 18,32; Gen 43,27); Abramo che morì in una vecchiaia felice e sazio di giorni (Gen 25,8) se ne andò in pace (Gen 15,15; cfr. Lc 2,29). In senso più largo, la pace è la sicurezza. Gedeone non deve più temere la morte dinanzi alla apparizione celeste (Giud 6,23; cfr. Dan 10,19); Israele non ha più da temere i nemici, grazie a Giosuè vincitore (Gios 21,44; 23,1), a David (2Sam 7,1), a Salomone (1Re 5,4; 1Cron 22,9; Eccli. 47,13).
Infine la pace è concordia in una vita fraterna: il mio familiare, il mio amico, è «l’uomo della mia pace» (Sal 41,10; Ger 20,10); è mutua fiducia sanzionata sovente da una alleanza (Num 25,12; Eccli 45,24) o da un trattato di buona vicinanza (Gios 9,15; Giud 4,17; 1 Re 5,26; Lc 14,32; Atti 12,20).
3. Pace e salvezza. - Tutti questi beni materiali e spirituali sono compresi nel saluto, nell’augurio di pace (in arabo, il salamelecco) mediante il quale, nel VT e nel NT, si dice «buon giorno», ed «addio», sia nella conversazione (Gen 26,29; 2Sam 18,29), sia nelle lettere (ad es. Dan 3,98; Filem 3). Ora, se è conveniente augurare la pace o porsi la domanda circa le disposizioni pacifiche del visitatore (2 Re 9,18), si è perché la pace è uno stato da conquistare o da difendere; è vittoria su un qualche nemico. Gedeone od Achab sperano di ritornare in pace, cioè vincitori della guerra (Giud 8,9; 1 Re 22,27s); allo stesso modo si augura il successo di una esplorazione (Giud 18,5 s), il trionfo sulla sterilità di Anna (1Sam 1,17), la guarigione delle ferite (Ger 6,14; Is 57,18 s); infine si offrono «sacrifici pacifici» (salutaris hostie) che significano la comunione tra Dio e l’uomo (Lev 3,1).
4. Pace e giustizia. - Infine la pace è ciò che è bene in opposizione a ciò che è male (Prov 12,20; Sal 28,3; cfr. Sal 34, 15). «Non c’è pace per i malvagi» (Is 48,22), viceversa, «guardare l’uomo giusto: c’è una posterità per l’uomo di pace» (Sal 37,37); «gli umili possederanno la terra e gusteranno le delizie di una pace senza fine» (Sal 37,11; cfr. Prov 3,2). La pace è la somma dei beni accordati alla giustizia: avere una terra fertile, mangiare a sazierà, abitare in sicurezza, dormire senza timore, trionfare dei propri nemici, moltiplicarsi, e tutto questo in definitiva perché Dio è con noi (Lev 26,1-13). Lungi, quindi, dall’essere soltanto una assenza di guerra, la pace è pienezza della felicità.

La pace nella vita della Chiesa e dei cristiani - Bruno Liverani (Schede Bibliche Pastorali - Vol. VI): La pace scende come benedizione sulla comunità di coloro che hanno accolto il messaggio di pasqua. Gli Atti ci mostrano ad un certo punto la chiesa in una situazione di pace: tale situazione non è solo tranquillità da persecuzioni, ma soprattutto progresso e prosperità spirituali sotto l’azione dello Spirito (At 9,31).
La pace, oltre che dono, è anche impegno etico per la chiesa: va perseguita con costanza tra i membri di essa come pegno della presenza consolatrice del Dio pace (2Cor 13,11).
Solo nel vincolo della pace la chiesa può vivere la vocazione di unità cui è chiamata, esercitando l’amore fraterno superando ogni divisione (Ef 4,3). Non si tratta di una pura concordia esteriore, ma è la pace di Cristo, la stessa realtà salvifica della pasqua che custodisce interiormente i battezzati (Col 3,15).
La pace va vissuta non solo come rapporto interno alla chiesa, ma anche coma rapporto pacifico con tutti (Rm 14,19). Essa è, infatti, frutto della nuova saggezza che viene dall’alto come dono e non sopporta disordini e cattiverie. Come tale, essi i accompagna inscindibilmente con la giustizia, che è pure dono della misericordia di Dio apparso in Gesù Cristo (Gc 3,17-18).|
L’unione di pace e giustizia nella vita dei credenti è il dono caratteristico dello Spirito, secondo le profezie dell’AT (Is 32,15-20; 61,1-3). Lo stesso Spirito realizza la pace messianica nella risurrezione del Signore e la trasmette come Vangelo di salvezza per bocca degli apostoli, la rende operante nella vita di coloro che Cristo sono una nuova creatura (Rm 8,5). Essa è ad un tempo dono e imperativo interiore, elemento tipico della vita nuova e, perciò, degno di essere annoverato tra i frutti che essa produce sotto l’azione dello Spirito (Gal 5,22). Unita alla giustizia e alla gioia, essa forma l’essenza stessa del regno di Dio (Rm 14,17).
Esser trovati nella pace nell’ultimo giorno equivale ad essere pronti per l’entrata definitiva nel Regno: essa definisce, perciò, la situazione di salvezza del cristiano (2Pt 3,14). Si comprende, allora, in pieno perché gli operatori di pace sono beatificati dal Signore (Mt 5,9): essi, che l’hanno ricevuta come dono di Dio nello Spirito e l’hanno fatta fruttificare in opere di amore, otterranno nell’ultimo giorno la benedizione che spetta ai figli di Dio.

Siamo arrivati al termine. Possiamo mettere in evidenza:
*** Abbiate coraggio: io ho vinto il mondo!
Questa parola cosa ti suggerisce?
Ora nel silenzio, nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.

Abbiamo partecipato ai tuoi misteri, Signore,
nel glorioso ricordo dei tuoi martiri:
questo sacramento, che li sostenne nella passione,
ci renda forti nella fede e nell’amore,
in mezzo ai rischi e alle prove della vita.
Per Cristo nostro Signore.



DOMENICA 2 GIUGNO 2019

Messa del Giorno

VII DOMENICA DI PASQUA – ASCENSIONE DEL SIGNORE – ANNO C – SOLENNITÀ


Colletta: Esulti di santa gioia la tua Chiesa, o Padre, per il mistero che celebra in questa liturgia di lode, poiché nel tuo Figlio asceso al cielo la nostra umanità è innalzata accanto a te, e noi, membra del suo corpo, viviamo nella speranza di raggiungere Cristo, nostro capo, nella gloria. Egli è Dio, e vive e regna con te...

Prima Lettura: Dagli Atti degli Apostoli 1,1-11: La comunità cristiana prende coscienza dell’efficacia assoluta del sacrificio di Cristo, il quale ha cancellato il peccato e non ha bisogno di essere reiterato (Cf. II lettura). Allo stesso tempo, fa esperienza in mezzo ad essa, in tutta la sua potenza (Cf. Lc 1,35; 24,49; At 1,8; 10,38; Rom 15,13.19; 1Cor 2,4-5; 1Ts 1,5; Eb 2,4), della presenza dello Spirito Santo, promesso dal Padre e mandato dal Figlio (Cf. Vangelo). Lo Spirito Santo accordando alla Chiesa i carismi (Cf. 1Cor 12,4s) autentica la sua predicazione, ma soprattutto le dà la forza di annunziare Gesù Cristo, nonostante le persecuzioni (Cf. At 4,8.31; 5,32; 6,10) e di rendergli testimonianza (Cf. Mt 10,20; Gv 15,26; At 1,8; 2Tm 1,7s). La missione della Chiesa sta nel rendere testimonianza della risurrezione di Gesù e si estende sino agli estremi confini della terra.

Salmo Responsoriale Dal Salmo 46 (47): «Oggi il Signore nostro Gesù Cristo sale ai cielo; salga con lui il nostro cuore. Ascoltiamo quanto ci viene detto dall’apostolo: Se siete risorti col Cristo, cercate i beni di lassù, dove si trova il Cristo, seduto alla destra del Padre, pensate ai beni di lassù, non a quelli terreni (Col 3,1-2). Come infatti egli è salito, senza allontanarsi da noi, così anche noi siamo già lassù con lui, anche se nel nostro corpo non è ancora avvenuto quel che ci viene promesso» (Sant’Agostino).

Seconda Lettura: Dalla lettera agli Ebrei 9,24-28; 10,19-23: L’autore della lettera agli Ebrei sta pensando al tempo dell’esodo, quando Dio stabilì l’alleanza con Israele per mezzo di Mosè e gli rivelò come costruire il santuario (Cf. Es 25,8-9.40). L’Arca, custodita nel tempio, è il segno della presenza di Dio (Cf. Es 25,22; 1Sam 4,4; 2Sam 6,2) e tutto porta ad essa. Per raggiungerla è necessario superare tre accessi (Cf. Es 26,31.32.36; 27,16-17). Il percorso che bisogna seguire incrocia l’altare degli olocausti (Cf. Es 27,1-8), l’altare dell’incenso (Cf. Es 30,1-6) e il propiziatorio su cui si sparge il sangue dei sacrifici (Cf. Es 25,17): «tutte cose che stanno a significare che l’uomo può accedere a Dio solo per mezzo del sacrificio, della preghiera e del sangue realmente sparso» (J. A. Motter). Soltanto il Sommo Sacerdote una volta l’anno poteva accedere nel Santo dei Santi, nel grande giorno dell’espiazione (Cf. Es 30,10; Eb 9,7), ma la ripetizione del sacrificio metteva in evidenza la sua inefficacia. «Lo Spirito Santo intendeva così mostrare che non era ancora aperta la via del santuario, finché sussisteva la prima Tenda» (Eb 9,8). Infatti, queste cose erano ombre, che prefiguravano e preparavano gli uomini a Cristo, la vera realtà, l’unica via (Cf. Gv 14,6) che conduce a Dio. Gesù, «sommo sacerdote dei beni futuri» (Eb 9,11), offrendo se stesso come sacrificio senza macchia (Cf. Eb 9,14) ha cancellato in modo definitivo il peccato dell’uomo e nel suo sangue ha realizzato la Nuova Alleanza (Cf. Lc 22,20). Gesù avendo riconciliato l’uomo con Dio, «per mezzo della morte del suo corpo di carne» (Col 1,22), ha aperto all’umanità la via di accesso al Cielo rendendo così superfluo ogni altro sacrificio (Cf. Eb 10,9): «Ora, dove c’è il perdono [...], non c’è più bisogno di offerta per il peccato» (Eb 10,18). Ormai tutti i credenti hanno accesso presso Dio attraverso il Cristo, «via nuova e vivente» (Eb 10,19; Cf. Gv 14,6). Questa è la certezza che anima tutta la vita dell’uomo: noi già siamo sedenti alla destra del Padre (Cf. Ef 2,6) e un giorno lo raggiungeremo per condividere eternamente con lui, in pienezza di gioia, la sua gloria.

Vangelo - Mentre li benediceva veniva portato verso il cielo.

Con l’Ascensione culmina l’esaltazione di Cristo, che già si realizza nella risurrezione e che forma, con la passione e morte, il mistero pasquale (Cf. SC 5). L’insegnamento essenziale «della risurrezione-ascensione è che Gesù col suo ritorno al Padre, ha aperto per sé e per tutti l’accesso al mondo “celeste”, che sarà la sede dell’umanità rigenerata. Egli ne è il primo abitante, ma un giorno dovrà accogliere l’intera massa dell’umanità rigenerata» (Ortensio da Spinetoli). Con l’Ascensione è terminato il tempo della presenza visibile di Gesù. Inizia un’era nuova della storia della salvezza: l’ultima, l’era dello Spirito Santo e quella della Chiesa. L’Ascensione muta i rapporti tra il Cristo e i suoi discepoli: prima della morte tra Gesù e i discepoli si instaurarono dei contatti fisici, fatti di conversazioni, di condivisione di pasti, di insegnamenti, di ammestramenti; con la risurrezione la gloria di Gesù risorto non sarà più compatibile con i precedenti rapporti e dopo l’Ascensione muteranno radicalmente: le apparizioni verranno dal cielo (Cf. At 7,55; 9,1-9). L’Ascensione indica che Gesù è il Signore e che ha il dominio del cielo e della terra (Cf. Mt 28,18).

Dal Vangelo secondo Luca 24,46-53: In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Così sta scritto: il Cristo patirà e risorgerà dai morti il terzo giorno, e nel suo nome saranno predicati a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme. Di questo voi siete testimoni. Ed ecco, io mando su di voi colui che il Padre mio ha promesso; ma voi restate in città, finché non siate rivestiti di potenza dall’alto».
Poi li condusse fuori verso Betània e, alzate le mani, li benedisse. Mentre li benediceva, si staccò da loro e veniva portato su, in cielo. Ed
essi si prostrarono davanti a lui; poi tornarono a Gerusalemme con grande gioia e stavano sempre nel tempio lodando Dio.

Ascensione di Cristo - Alice Baum: [L’ascensione di Cristo] Non va fraintesa come processo visibile spaziale, quasi fosse un “viaggio nello spazio”.

La scena dell’ascensione nelle due opere lucane (Lc 24,50-53; At 1,9-11) illustra, servendosi di motivi e stilemi biblici (gesto di benedizione, nube, angelo­ interprete), la fede pasquale fondata sulle apparizioni del Risorto: l’esaltazione di Gesù, avvenuta con la risurrezione, nella gloria di Dio e la sua intronizzazione come Figlio di Dio messianico. Illustra così un evento reale, ma in tutto e per tutto soprannaturale, la cui invisibilità è indicata dal simbolo biblico della nube, la presenza velata della gloria di Dio. La durata di quaranta giorni delle apparizioni (At 1,3) non vuol datare l’ascensione, che anche per Luca coincide con la risurrezione (Lc 24), ma sottolineare che gli apostoli hanno sperimentato la realtà della risurrezione per un lasso di tempo prolungato, grazie al quale la loro testimonianza acquista autorevolezza. Gli angeli servono, in fondo, all’interpretazione del misterioso evento: l’esaltazione di Gesù garantisce il suo potente ritorno. Al tempo stesso viene respinta l’attesa del ritorno imminente, che al tempo di Luca era ancora dominante. Invece di guardare verso il Signore che ritorna, è necessario rendergli testimonianza nel presente. Il tempo della presenza terrena di Gesù è finito.
Ha inizio il tempo della sua presenza invisibile nella chiesa. 
  

Così sta scritto - Anche alla luce del racconto dei Discepoli di Emmaus (Lc 24,13-35), si evince che Luca rinchiude nella divina volontà tre eventi: la passione, la risurrezione e la predicazione a tutti i popoli. Dai tre Sinottici e dall’epistolario paolino si comprende in modo chiaro che la missione alle Genti è oggetto della divina volontà; l’euntes docete omnes gentes non è ai margini dell’evento cristologico, ma ne fa parte: Dio «vuole che tutti gli uomini siano salvi e giungano alla conoscenza della verità» (1Tm 2,4).
Destinatari dell’annuncio sono tutti i popoli, dunque l’universalità più ampia possibile. E l’annuncio deve avvenire nel suo nome, cioè, deve poggiare sulla sua autorità, non su altro. Contenuto dell’annuncio è la conversione e il perdono dei peccati, a partire da Gerusalemme.
Ed ecco io mando su di voi colui che il Padre mio ha promesso, cioè lo Spirito Santo (Cf.  Gv 1,33; At 1,4s; 2,33.39; Gal 3,14.22; 14,6; Ef 1,13). Lo Spirito Santo rivestirà di potenza gli Apostoli rendendoli saldi nelle persecuzioni, forti nel martirio, coraggiosi nella testimonianza: «Guardatevi dagli uomini, perché vi consegneranno ai tribunali e vi flagelleranno nelle loro sinagoghe; e sarete condotti davanti ai governatori e re per causa mia, per dare testimonianza a loro e ai pagani. Ma, quando vi consegneranno non preoccupatevi di come o di che cosa direte, perché vi sarà dato in quell’ora ciò che dovrete dire: non siete infatti voi a parlare, ma è lo Spirito del Padre vostro che parla in voi» (Mt 10,16-20).
Con l’Ascensione di Gesù si apre la storia della Chiesa (Cf. Atti 1,9-11). Ma Gesù sta sempre in mezzo ai suoi (Gv 20,19). Gesù non è più «nell’orizzonte terreno nel quale era entrato con l’incarnazione, ma nella gloria della divinità. Ed è proprio così che può essere sempre presente accanto alla Chiesa che lo riconosce e lo adora come Figlio di Dio, e lo testimonia annunziandolo al mondo come Salvatore» (La Bibbia, Via Vita e Verità, Ed. Paoline).
Mentre li benediceva, si staccò da loro e veniva portato su, in cielo. Per Luca l’Ascensione è un salire al Padre (veniva portato su, in cielo), precisando in tal modo che la risurrezione di Gesù non è un ritorno alla vita di prima, quasi un passo all’indietro, ma l’entrata in una condizione nuova, un passo in avanti, nella gloria di Dio: «sacrificato sulla croce più non muore, e con i segni della passione vive immortale» (Prefazio Pasquale III).
Ma è anche un distacco, una partenza (si staccò da loro): gli occhi degli Apostoli non possono più mirare la sua Presenza, ma la potranno cogliere nella fede, nell’intelligenza delle Scritture, nell’ascolto della Parola, nella frazione del pane e nella fraternità.

Ed essi si prostrarono davanti a lui... - Benedetto Prete (I Quattro Vangeli): Si erano prostrati davanti a lui; la Volgata traduce con: adorantes; il particolare descrittivo è ritenuto non autentico da vari critici perché non attestato da alcuni codici; esso probabilmente è originale perché va messo in relazione con il gesto di benedizione compiuto da Gesù (cf. Ecclesiastico, 50,23 [21]). Gli apostoli assumendo questo atteggiamento compiono un atto di omaggio deferente a Cristo glorioso.
Se ne tornarono in Gerusalemme con grande gioia; si ricorda esplicitamente che gli apostoli rientrano a Gerusalemme, secondo l’ordine impartito loro dal Maestro risorto (cf. vers. 49). «Con grande gioia»; il rilievo dell’evangelista non manca di stupire il lettore. Umanamente parlando non si può negare che gli apostoli rimasero sorpresi e disorientati, anche se la loro sorpresa era mista a meraviglia, dopo che il Salvatore, ascendendo in cielo, si era sottratto definitivamente ai loro sguardi (cf. Atti, 1,10); essi dovettero sentire non poco la nostalgia per la scomparsa dell’amato Maestro che li aveva confortati con varie apparizioni. Luca tuttavia non indugia a segnalare questi sentimenti, egli preferisce dar rilievo ad un fatto di carattere spirituale, fatto che al suo sguardo assumeva un valore più profondo di quello rappresentato dai sentimenti umani che potevano avere gli apostoli dopo quella separazione; gli apostoli erano gioiosi non già per la scomparsa di Gesù, ma per il suo trionfo sulla morte, per la sua entrata nella gloria e soprattutto per la rassicurante promessa che egli aveva loro fatta. Il vangelo lucano si conclude così con una vibrante nota di gioia, nota che ne aveva già segnato l’inizio (cf. Lc., 2, 10) e che ne costituisce un elemento caratteristico.
... tornarono a Gerusalemme con grande gioia... La gioia è il dono messianico per eccellenza, preannunciato e ora donato e portato a tutti i popoli dal vento impetuoso dello Spirito Santo.

Fino ai confini della terra - Papa Francesco (Regina Coeli, 1 Giugno 2014): Gesù è presente anche mediante la Chiesa, che Lui ha inviato a prolungare la sua missione. L’ultima parola di Gesù ai discepoli è il comando di partire: «Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli» (Mt 28,19). È un mandato preciso, non è facoltativo! La comunità cristiana è una comunità “in uscita”, “in partenza”. Di più: la Chiesa è nata “in uscita”. E voi mi direte: ma le comunità di clausura? Sì, anche quelle, perché sono sempre “in uscita” con la preghiera, con il cuore aperto al mondo, agli orizzonti di Dio. E gli anziani, i malati? Anche loro, con la preghiera e l’unione  alle piaghe di Gesù.

Siamo arrivati al termine. Possiamo mettere in evidenza:
*** La gioia è il dono messianico per eccellenza, preannunciato e ora donato e portato a tutti i popoli dal vento impetuoso dello Spirito Santo.
Questa parola cosa ti suggerisce?
Ora nel silenzio, nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.

Dio onnipotente e misericordioso,
che alla tua Chiesa pellegrina sulla terra
fai gustare i divini misteri,
suscita in noi il desiderio della patria eterna,
dove hai innalzato l'uomo accanto a te nella gloria.
Per Cristo nostro Signore.