9 Febbraio 2019

Sabato IV Settimana T. O.


Oggi Gesù ci dice: «Le mie pecore ascoltano la mia voce, e io le conosco ed esse mi seguono.» (Gv 10,27 - Acclamazione al Vangelo).

Vangelo - Dal vangelo secondo Marco 6,30-34: Nel brano evangelico troviamo alcuni temi molto cari all’Antico Testamento: il tema del riposo che richiama il riposo di Dio dopo la creazione, oppure l’entrata del popolo d’Israele nella Terra Promessa; le pecore senza pastore sono un’immagine che ricorda l’“amarezza e il dolore” di Dio a motivo della infingardaggine dei pastori d’Israele che invece di pascere le pecore a loro affidate pascono se stessi. Sarà Gesù, vero Dio e vero Uomo, il buon Pastore che concederà il riposo alle sue pecore e per la loro salvezza offrirà la sua vita sul legno della Croce.

Venite in disparte - Gli apostoli, precedentemente inviati (Mc 6,7), di ritorno dalla missione, riferiscono al Maestro «tutto quello che avevano fatto e quello che avevano insegnato» (Mc 6,30): Gesù «rimane al centro di tutta la loro attività. Li aveva inviati e ora tornano a rendergli conto del loro lavoro, a fare il punto con lui, come servi presso il padrone» (I quattro vangeli commentati).
È importante la sottolineatura «tutto quello che avevano fatto» che precede «quello che avevano insegnato»: l’insegnamento deve essere reso valido dalla coerenza della condotta.
«La predica - suggerisce sant’Antonio di Padova - è efficace, ha una sua eloquenza, quando parlano le opere... “Una legge, dice Gregorio, si imponga al predicatore: metta in atto ciò che predica”. Inutilmente vanta la conoscenza della legge colui che con le opere distrugge la sua dottrina».
Gli apostoli avevano scacciato i demoni, guarito gli infermi e avevano predicato la conversione (Mc 6,12-13): fare e insegnare, le stesse cose che compie Gesù ora diventano mandato e primario impegno degli apostoli. La Chiesa primitiva è chiamata a riconoscere proprio in questa attività, ancorata al ministero di Gesù e degli apostoli, il compito fondamentale della sua attività di evangelizzazione. 
Gesù invita gli apostoli a farsi in disparte con lui e a «riposare». Questa chiamata in un luogo in disparte non è una fuga, ma il tentativo di ritrovare un po’ di pace e di intimità in quanto la folla, che seguiva Gesù fin dagli inizi della sua predicazione, li pressava da ogni parte e non lasciava loro «neanche il tempo di mangiare» (Mc 6,31; Cf. Mc 1,33.37.45; 2,2; 3,20.32; 4,1; 5,21.31).
Il tema del riposo, caro all’Antico Testamento e che richiama l’ingresso del popolo eletto nella Terra promessa (Cf. Dt 3,20; 12,10; 25,19; Gs 1,13.15), indica la partecipazione al sabato eterno, alla vita stessa di Dio (Cf. Eb 3,11-18; 4,3-11). Nel brano di Marco, anticipa l’immagine di Gesù come ‘buon pastore’ (Gv 10,1ss) che concede il riposo alle sue pecore (Cf. Is 65,10; Ez 34,15; Sal 22,2).
Gesù invita ad appartarsi in un “luogo deserto”. Nella sacra Scrittura, il deserto è il luogo ideale dove Dio parla al cuore dell’uomo: il luogo «ove l’aria è più pura, il cielo più aperto, e Dio più familiare ... per riposarsi nella preghiera, vivere con gli Angeli e per invocare il Signore e sentirlo rispondere: “Ecco sono qui” [Es 33,4]» (Origene). Ritirarsi con Gesù in un luogo desertico è esigenza essenziale e vitale per ogni comunità missionaria come lo era per Gesù che spesso si ritirava in intima comunione con il Padre. È importante che «Gesù e i Dodici abbiano il tempo per riposarsi, pregare, prender le distanze rispetto alla loro attività e ritrovarsi insieme. Si noti questa sollecitudine molto umana di Gesù. Il riposo, la distensione e anche il tempo di riflessione e di ripresa sono indispensabili a ogni uomo, compresi gli operai del Vangelo» (I Quattro Vangeli Commentati).

...  gli riferirono tutto quello che avevano fatto e quello che avevano insegnato: Catechismo della Chiesa Cattolica 472: L’anima umana che il Figlio di Dio ha assunto è dotata di una vera conoscenza umana. In quanto tale, essa non poteva di per sé  essere illimitata: era esercitata nelle condizioni storiche della sua esistenza nello spazio e nel tempo. Per questo il Figlio di Dio, facendosi uomo, ha potuto voler “crescere in sapienza, età e grazia” (Lc 2,52)  e anche  doversi informare intorno a ciò che nella condizione umana non si può apprendere che attraverso l’esperienza. Questo era del tutto consono alla realtà del suo volontario umiliarsi nella “condizione di servo” (Fil 2,7).
473 Al tempo stesso, però, questa conoscenza veramente umana del Figlio di Dio esprimeva la vita divina della sua persona. «Il figlio di Dio conosceva ogni cosa; e ciò per il tramite dello stesso uomo che egli aveva assunto; non per la natura (umana), ma per il fatto che essa stessa era unita al Verbo [...]. La natura umana, che era unita al Verbo, conosceva ogni cosa, e tutto ciò che è divino lo mostrava in se stesso per la sua maestà». È, innanzi tutto, il caso della conoscenza intima e immediata che il Figlio di Dio fatto uomo ha del Padre suo. Il Figlio di Dio anche nella sua conoscenza umana mostrava la penetrazione divina che egli aveva dei pensieri segreti del cuore degli uomini.

Ma molti «però li videro partire e capirono, e da tutte le città accorsero là a piedi e li precedettero»: Questa intrusione inopportuna non genera stizza o rabbia; infatti, Gesù, sceso dalla barca, vedendo quell’immensa folla, «ebbe compassione di loro, perché erano come pecore che non hanno pastore» (Mc 6,34). Un’immagine molto ricorrente nell’Antico Testamento per indicare il popolo che vaga senza meta perché senza guide (Cf. Num 27,17; 1Re 22,17; Ez 34,5).
La commozione di Gesù per la folla importuna non è semplicemente un sentimento di pietà o di commiserazione: la motivazione sta nel fatto che erano come pecore senza pastore e Gesù è il “buon Pastore” secondo il cuore di Dio, mandato dal Padre a radunare l’umanità dispersa in un solo ovile (Gv 10,16). Gesù di fronte alla folla che lo incalza, dimenticando il riposo, si mette a insegnare ad essa «molte cose». L’attività cui Gesù dà il primato è quello dell’insegnamento e dell’annuncio. Ora nutre la folla con il pane della parola, in seguito moltiplicherà i pani e la sazierà fisicamente.
Questo ordine, insegnamento-nutrimento, non è casuale. È un’indicazione per sé molto preziosa che la Chiesa ha fatto sua: «La Chiesa ha sempre venerato le divine Scritture come ha fatto per il corpo stesso del Signore, non tralasciando mai, soprattutto nella liturgia, di nutrirsi del pane di vita prendendola dalla mensa sia della parola di Dio sia del corpo di Cristo e di porgerlo ai fedeli» (DV 21).

Gesù si mise a insegnare alla folla molte cose - Roberto Tufariello (Insegnare in Schede Bibliche Pastorali): Cristo è il maestro per eccellenza. Durante la sua vita pubblica, l’insegnamento costituisce un aspetto essenziale della sua attività. Nei brevi passi che riassumono la sua azione durante i viaggi in Galilea, si dice in primo luogo che egli insegnava, poi che annunziava la buona novella del regno e infine che guariva i malati (Mt 4,23). L’insegnamento aveva luogo generalmente nelle sinagoghe (Mt 9,35; 12,9ss; 13,54; Mc 1,21; Lc 4,15; Gv 18,20); a Gerusalemme però aveva luogo nel tempio (Mc 12,35; Lc 21,37; Mt 26,55; Gv 7,14ss; 8,20). Egli però ha insegnato anche in piena campagna, presso la riva di un lago, per strada, o in casa. Insegnava quotidianamente (Mt 26,55) e in modo speciale in occasione delle feste (Gv 8,20).
«Con questi dati dei vangeli concorda il fatto che gran parte di quanto ci è stato tramandato su Gesù è costituito da insegnamenti» (Kittel).
Come si comportasse Gesù nella sua azione didattica, possiamo vederlo dal racconto della visita nella sinagoga di Nazaret (Lc 4,16-21): dopo aver letto in piedi un passo biblico (Is 61,1-2), Gesù siede alla maniera di coloro che spiegavano la scrittura (Cf. Lc 2,46), e stando così seduto parla riferendosi al testo letto (Cf. Mt 13,53ss; Mc 6,2-3). La forma del suo insegnamento, quindi, non differisce da quella usata dai maestri di Israele, tra i quali si è confuso fin nella sua giovinezza (Lc 2, 46) e che spesso lo hanno interrogato per essere illuminati (Cf. Mt 22,16; Gv 3,10). A lui, come ad essi, viene dato il titolo di rabbi, cioè maestro, ed egli lo accetta (Gv 13,13); rimprovera però agli scribi e ai farisei di ricercare questo titolo, dimenticando che per gli uomini c’è un solo maestro, Dio (Mt 23,6-8).
Tuttavia, se appare alle folle come un maestro tra gli altri, Gesù se ne distingue in diversi modi. Egli si presenta come l’interprete autorizzato della legge, che vuole portare alla perfezione (Mt 5,17). A tale riguardo egli insegna con una autorità singolare, a differenza degli scribi, così pronti a nascondersi dietro l’autorità degli antichi (Mt 7,28-29). Non dalla tradizione dei padri, ma dalla propria persona egli fa derivare la propria autorità: «Io vi dico...» (Mt 5,21-22.27-28.31-32; ecc.).
Inoltre la sua dottrina presenta un carattere di novità che colpisce gli ascoltatori (Mc 1,27), sia che si tratti del suo annuncio del regno, sia delle regole di vita che egli dà; trascurando le questioni di scuola, oggetto di una tradizione farisaica che respinge (Cf. Mt 15,1-9), egli vuol far conoscere il messaggio autentico di Dio e portare gli uomini ad accoglierlo.
Il segreto dell’atteggiamento così nuovo di Gesù è nella sua stessa persona, nella sua coscienza di essere il figlio di Dio. A differenza dei maestri umani, la sua dottrina non è «sua», ma di colui che lo ha mandato (Gv 7,16-17): egli dice soltanto ciò che il Padre gli rivela e gli ispira (Gv 8,28). Il Padre infatti «ammaestra» Gesù, cioè plasma la sua volontà in piena conformità alla propria, perché possa parlare in suo nome. Accogliere l’insegnamento di Gesù, quindi, significa essere docili a Dio stesso.
L’insegnamento di Gesù comporta un appello rivolto da Dio a tutto l’uomo; esso quindi non si riduce all’aspetto dottrinale, ma mira a educare e a configurare l’uomo secondo la volontà di Dio (Cf. Mt 5,48). Già i maestri di Israele avevano accentrato la loro attività didattica nella legge perché la concepivano come la via sulla quale l’uomo si affatica per giungere a Dio. Gesù è l’erede e il termine di questo insegnamento (Rom 10,4). Ora egli, con ognuna delle sue parole, porta gli ascoltatori nel vivo della volontà di Dio, perché la conoscano e vi aderiscano (Gv 7,17). Per giungere a tanto, bisogna aver ricevuto quella grazia interiore che, secondo la promessa dei profeti, rende l’uomo docile all’insegnamento di Dio (Gv 6,44-45).
Non tutti accolgono questa grazia: la parola di Cristo urta contro l’accecamento volontario di coloro che pretendono di possedere la luce, mentre sono ciechi (Cf. Gv 9,39-41).
 
Siamo arrivati al termine. Possiamo mettere in evidenza:
***  «La Chiesa ha sempre venerato le divine Scritture come ha fatto per il corpo stesso del Signore, non tralasciando mai, soprattutto nella liturgia, di nutrirsi del pane di vita prendendola dalla mensa sia della parola di Dio sia del corpo di Cristo e di porgerlo ai fedeli» (DV 21).
Nel silenzio, nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.

Preghiamo con la Chiesa: Dio grande e misericordioso, concedi a noi tuoi fedeli di adorarti con tutta l’anima e di amare i nostri fratelli nella carità del Cristo. Egli è Dio, e vive e regna con te...



8 Febbraio 2019

Venerdì IV Settimana T. O.


Oggi Gesù ci dice: «Beati coloro che custodiscono la parola di Dio con cuore integro e buono e producono frutto con perseveranza.» (Cfr. Lc 8,15 - Acclamazione al Vangelo).


Vangelo - Dal vangelo secondo Marco 6,14-29: Intrighi, sesso, avidità di potere... una miscela esplosiva ben celata nel cuore di Erode e che esploderà quando il rispetto umano prenderà il sopravvento annebbiando dignità, sentimenti, umanità: così Giovanni morirà per la malvagità di una donna e la debolezza di un sovrano dispotico. Sembra una tragica ironia che rientra nello scandalo della storia. Da che mondo è mondo, i giusti sono spesso morti per cose di poco conto, barattati per cose di poco prezzo: il prestigio, la faccia da salvare, interessi politici, poteri da conservare inalterati, anche se intrisi di sangue innocente.

In quel tempo, il re Erode sentì parlare di Gesù - Benedetto Prete (I Quattro Vangeli): vv. 14-15; Il passo di Marco, 6, 14-16 riporta le varie opinioni che circolavano sul conto di Gesù. L’invio degli apostoli in Galilea aveva maggiormente richiamato l’attenzione del popolo e dell’autorità su Cristo. I tempi maturavano; il Maestro non agiva più da solo, ma era coadiuvato nella diffusione del regno di Dio da un gruppo di collaboratori che si era scelto. Il re Erode sentì parlare (di Gesù); questo re è Erode Antipa (figlio di Erode il Grande), il quale governava sopra la Galilea e la Perea. Nel passo evangelico Erode è chiamato «re» (designazione popolare) quantunque fosse soltanto «tetrarca», poiché Roma non gli aveva ratificato il titolo onorifico di re. Antipa aveva sentito parlare di Gesù anche prima di questo momento, al quale si riporta l’evangelista; ma ormai la fama del Salvatore si era molto accresciuta ed estesa, per cui Erode dovette considerare la cosa con maggiore attenzione. Si diceva (ἔλεγον); molti codici hanno: egli (cioè: Erode) diceva (ἔλεγεν); è più probabile ritenere che Marco voglia riportare l’opinione della folla; per questo preferiamo la forma plurale dell’imperfetto (ἔλεγον: si diceva). Giovanni il battezzatore è risorto da morte; molti del popolo pensavano che Gesù fosse il Precursore redivivo. Probabilmente quelli che condividevano questa opinione erano discepoli del Battista, i quali, impressionati dal genere di vita, dalla santità e dalla predicazione di Cristo, si domandavano se egli non fosse Giovanni ritornato sulla terra dalla dimora dei morti. È Elia... è un profeta; altri, rifacendosi all’insegnamento degli Scribi (cf. Mc., 9,10-11), credevano che Gesù fosse Elia redivivo, il quale, secondo una tradizione, doveva tornare sulla terra per preparare l’avvento del Messia. Altri infine consideravano il Maestro come un profeta, cioè uno dei tanti personaggi inviati da Dio al popolo eletto, come era avvenuto nei secoli passati.

Proprio Erode, infatti, aveva mandato ad arrestare Giovanni - Jacques Hervieux (Vangelo di Marco): L’episodio è un buon esempio di composizione drammatica. In un primo quadro (vv. 17-20) vengono presentati i personaggi in scena e l’azione si avvia. Il primo attore del dramma è Erode Antipa, uno dei figli di Erode il Grande: all’epoca di Gesù, egli regna sulla Galilea. Il secondo è Filippo, fratello dello stesso Antipa. E il terzo - ma non il meno importante, come vedremo - è Erodiade: nipote di Erode il Grande, essa ha dapprima sposato Filippo, suo zio, poi ha sedotto Erode Antipa, suo cognato. Giovanni Battista è imprigionato per aver rimproverato al re il suo adulterio [noto a tutti:] era un’ audacia incredibile da parte del profeta, che si era così attirato l’odio omicida della donna infedele (vv. 19-20). Ma nella sua furiosa invidia criminale, Erodiade urta contro l’ammirazione timorata che il sovrano porta al profeta.
Un secondo quadro - divenuto celebre (vv. 21-28) - districherà questa situazione che assomiglia a un vicolo cieco. L’episodio avrà come protagonista la stessa figlia di Erodiade (v. 22a). Dallo storico giudaico dell’epoca, Giuseppe Flavio, sappiamo che la fanciulla si chiamava Salomè. La promessa di Erode (v. 23), questo giuramento così sconsiderato, è in perfetta linea con le usanze dei sovrani orientali. I giochi sono fatti (vv. 24-26). La richiesta di Salomè getta il re in piena tragedia: egli è profondamente lacerato tra la sua folle promessa, fatta di fronte a un pubblico scelto (i grandi dignitari della corte), e la sua considerazione personale per il profeta. La decapitazione di Giovanni Battista, la sua testa offerta su un piatto all’istigatrice dell’assassinio, sigilla in modo macabro un crimine odioso (vv. 27-28). I discepoli di Giovanni provvedono poi alla sepoltura del loro venerato maestro (v. 29).
Questo racconto, nella sua cinica crudeltà e nella sua brutale eloquenza, ha una reale suggestiva potenza; senza mai fare allusione a Gesù, lo riguarda chiaramente. Il profeta gettato in prigione, poi brutalmente ucciso e seppellito dai suoi amici, fa pensare al destino che attende lo stesso Gesù: la sua passione, morte e sepoltura sono qui prefigurate.

Erode aveva messo Giovanni in prigione a causa di Erodìade, moglie di suo fratello Filippo, perché l’aveva sposata. Giovanni infatti diceva a Erode: «Non ti è lecito tenere con te la moglie di tuo fratello» - Angelico Poppi (I Quattro Vangeli): vv. 17-20 Anche Giuseppe Flavio parla della prigionia e dell’uccisione di Giovanni nella fortezza del Macheronte, ma per motivi politici e non per la sua protesta. Erodiade era figlia di Aristobulo (figlio di Erode il Grande e di Mariamne). Fu dapprima moglie di Erode, fratellastro di Antipa, dimorante a Roma. Forse questo Erode aveva un secondo nome, Filippo; oppure Marco lo confonde con Filippo tetrarca dell’Iturea e Traconitide, che in seguito sposò Salomè, figlia di Erodiade.
Lo scandalo denunciato dal Battista non riguardava il divorzio di Antipa dalla figlia di Areta, ma la convivenza incestuosa con la cognata, proibita dalla Legge (cf. Lv 18,16; 20,21). Antipa fece imprigionare il Battista, ma riconoscendone la rettitudine cominciò a stimarlo e ad ascoltarlo volentieri. Tuttavia, lo teneva in prigione anche per proteggerlo dalla collera feroce di Erodiade, che ne voleva la morte. Il tetrarca, benché uomo corrotto, nutriva un timore riverenziale per Giovanni, «uomo giusto e santo», cioè osservante della Toràh e dotato di carismi profetici. Al contrario, l’atteggiamento di Erodiade, nonostante le differenze rilevanti, evoca quello della perfida Gezabele, moglie del re Acab (1Re 21).
vv. 21-28 Giuseppe Flavio non menziona questo banchetto per luccisione del Battista. La danza veniva di solito praticata da schiave e da prostitute. In base al criterio di discontinuità risulta confermata l’attendibilità della notizia marciana sul ballo della figlia di Erodiade, Salomè. Questa appare più spregiudicata della madre. Appena consultatasi con Erodiade, rientrò subito in fretta e richiese immediatamente la testa di Giovanni su di un vassoio. Nei vv. 23-24 la narrazione raggiunge il culmine della drammaticità. Tanto sadismo in una giovanetta sconcerta il lettore. Antipa le aveva promesso con una formula convenzionale di darle fino alla metà del suo regno (cf. Est 5,3; 7,2); ora accontenta la danzatrice non tanto per scrupolo religioso, cioè per il giuramento fatto. ma per salvare la faccia dinanzi ai commensali.

E subito il re mandò una guardia e ordinò che gli fosse portata la testa di Giovanni. La guardia andò, lo decapitò in prigione - Benedetto XVI (Udienza Generale, 29 agosto 2012): [Giovanni] non taceva la verità e così morì per Cristo che è la Verità. Proprio per l’amore alla verità, non scese a compromessi e non ebbe timore di rivolgere parole forti a chi aveva smarrito la strada di Dio. Noi vediamo questa grande figura, questa forza nella passione, nella resistenza contro i potenti. [...] Cari fratelli e sorelle, ... il martirio di san Giovanni Battista ricorda anche a noi, cristiani di questo nostro tempo, che non si può scendere a compromessi con l’amore a Cristo, alla sua Parola, alla Verità. La Verità è Verità, non ci sono compromessi. La vita cristiana esige, per così dire, il «martirio» della fedeltà quotidiana al Vangelo, il coraggio cioè di lasciare che Cristo cresca in noi e sia Cristo ad orientare il nostro pensiero e le nostre azioni. Ma questo può avvenire nella nostra vita solo se è solido il rapporto con Dio. La preghiera non è tempo perso, non è rubare spazio alle attività, anche a quelle apostoliche, ma è esattamente il contrario: solo se siamo capaci di avere una vita di preghiera fedele, costante, fiduciosa, sarà Dio stesso a darci capacità e forza per vivere in modo felice e sereno, superare le difficoltà e testimoniarlo con coraggio. San Giovanni Battista interceda per noi, affinché sappiamo conservare sempre il primato di Dio nella nostra vita.

 Giovanni Battista «immolò la sua vita per la verità e la giustizia» - Veritatis splendor 91: Già nell’Antica Alleanza incontriamo ammirevoli testimonianze di una fedeltà alla legge santa di Dio spinta fino alla volontaria accettazione della morte. Emblematica è la storia di Susanna: ai due giudici ingiusti, che minacciavano di farla morire se si fosse rifiutata di cedere alla loro passione impura, così rispose: «Sono alle strette da ogni parte. Se cedo, è la morte per me, se rifiuto, non potrò scampare dalle vostre mani. Meglio però per me cadere innocente nelle vostre mani che peccare davanti al Signore!» (Dn 13,22-23). Susanna, preferendo «cadere innocente» nelle mani dei giudici, testimonia non solo la sua fede e fiducia in Dio, ma anche la sua obbedienza alla verità e all’assolutezza dell’ordine morale: con la sua disponibilità al martirio, proclama che non è giusto fare ciò che la legge di Dio qualifica come male per trarre da esso un qualche bene. Essa sceglie per sé la «parte migliore»: una limpidissima testimonianza, senza nessun compromesso, alla verità circa il bene e al Dio di Israele; manifesta così, nei suoi atti, la santità di Dio.
Alle soglie del Nuovo Testamento Giovanni Battista, rifiutandosi di tacere la legge del Signore e di venire a compromesso col male, «immolò la sua vita per la verità e la giustizia» e fu così precursore del Messia anche nel martirio (cf Mc 6,17-29). Per questo, «fu rinchiuso nell’oscurità del carcere colui che venne a rendere testimonianza alla luce e che dalla stessa luce, che è Cristo, meritò di essere chiamato lampada che arde e illumina... E fu battezzato nel proprio sangue colui al quale era stato concesso di battezzare il Redentore del mondo».
Nella Nuova Alleanza si incontrano numerose testimonianze di seguaci di Cristo - a cominciare dal diacono Stefano (cf At 6,8–7,60) e dall’apostolo Giacomo (cf At 12,1-2) - che sono morti martiri per confessare la loro fede e il loro amore al Maestro e per non rinnegarlo. In ciò essi hanno seguito il Signore Gesù, che davanti a Caifa e a Pilato «ha dato la sua bella testimonianza» (1Tm 6,13), confermando la verità del suo messaggio con il dono della vita. Innumerevoli altri martiri accettarono le persecuzioni e la morte piuttosto che porre il gesto idolatrico di bruciare l’incenso davanti alla statua dell’Imperatore (cf Ap 13,7-10). Rifiutarono persino di simulare un simile culto, dando così l’esempio del dovere di astenersi anche da un solo comportamento concreto contrario all’amore di Dio e alla testimonianza della fede. Nell’obbedienza, essi affidarono e consegnarono, come Cristo stesso, la loro vita al Padre, a colui che poteva liberarli dalla morte (cf Eb 5,7).
La Chiesa propone l’esempio di numerosi santi e sante, che hanno testimoniato e difeso la verità morale fino al martirio o hanno preferito la morte ad un solo peccato mortale. Elevandoli all’onore degli altari, la Chiesa ha canonizzato la loro testimonianza e dichiarato vero il loro giudizio, secondo cui l’amore di Dio implica obbligatoriamente il rispetto dei suoi comandamenti, anche nelle circostanze più gravi, e il rifiuto di tradirli, anche con l’intenzione di salvare la propria vita.

Siamo arrivati al termine. Possiamo mettere in evidenza:
*** Il martirio di san Giovanni Battista ricorda anche a noi, cristiani di questo nostro tempo, che non si può scendere a compromessi con l’amore a Cristo, alla sua Parola, alla Verità.
Nel silenzio, nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.

Preghiamo con la Chiesa: Dio grande e misericordioso, concedi a noi tuoi fedeli di adorarti con tutta l’anima e di amare i nostri fratelli nella carità del Cristo. Egli è Dio, e vive e regna con te...



7 Febbraio 2019

Giovedì IV Settimana T. O.


Oggi Gesù ci dice: «Il regno di Dio è vicino, convertitevi e credete nel vangelo.» (Mc 1,15).

Vangelo - Dal vangelo secondo Marco 6,7-13: I Dodici sono mandati a due a due perché secondo la Legge la testimonianza di un solo testimone non aveva alcun valore: “Un solo testimone non avrà valore contro alcuno, per qualsiasi colpa e per qualsiasi peccato; qualunque peccato uno abbia commesso, il fatto dovrà essere stabilito sulla parola di due o di tre testimoni.” (Dt 19,15). Gesù dà agli Apostoli il potere sugli spiriti impuri, esige la povertà, comanda loro di non andare di casa in casa e se non accolti di andarsene scuotendo la polvere di sotto i piedi. Un ebreo, tornando in Palestina da territori stranieri, scuoteva di sotto i piedi la polvere del suolo pagano prima di varcare il confine, per non rendere impura la Terra Santa. Il gesto rappresenta quindi una testimonianza d’accusa: nel giudizio finale, chi non accoglieva e ascoltava il Vangelo, sarebbe stato considerato come un pagano da Dio. I Dodici partono immantinente, il cuore del loro messaggio è la conversione, e, secondo il comando del Maestro, operano esorcismi e guariscono gli ammalati dopo averli unti con l’olio. L’unzione con l’olio, una prassi ben consolidata nella Chiesa, sta a significare la trasmissione di potere di guarigione proveniente da Dio: “Chi è malato, chiami presso di sé i presbìteri della Chiesa ed essi preghino su di lui, ungendolo con olio nel nome del Signore. E la preghiera fatta con fede salverà il malato: il Signore lo solleverà e, se ha commesso peccati, gli saranno perdonati.” (Gc 5,14-15). Evangelizzando, sanando e beneficando gli uomini, sopra tutti i poveri e gli infermi, i Dodici sono associati alla stessa missione di Gesù.

La missione degli Apostoli - Jean Radermakers (Lettura Pastorale del Vangelo di Marco): L’invio dei discepoli avviene «a due a due», sia in riferimento alla legge della duplice testimonianza (Dt 17,6; 19, 15; Nm 35,30), sia secondo il consiglio del saggio Qoelet (Qo 4,9-12; cf. Pr 18,19), adottato dalla comunità cristiana di Gerusalemme (At 13,2) e a cui certamente s’ispira il catalogo apostolico di Matteo, stabilito in gruppi binari (Mt 10,2-4). Il primo evangelista sviluppa le istruzioni di Gesù in un lungo «discorso missionario» (Mt 10,5-42); invece Marco e Luca a questo punto ne riferiscono solo alcuni elementi, conservando gli altri principalmente per comporre i loro «discorsi escatologici» (Mc 13,9-13 e 9,41; Lc 21,12-19 e anche 6,40; 12,11-12.51.53; 14,25-27; 17,33).
I consigli di Gesù riguardano anzitutto la povertà e la rinuncia: senza alcun aiuto umano, i discepoli hanno come appoggio solo la fede in colui che li manda.
La loro stessa sussistenza non dipenderà più da loro, perché non devono portare con sé denaro né « pane », come nota Marco, seguito da Luca (Lc 9,3). Il loro abbigliamento è quello del pellegrino che sale a Gerusalemme, ma per i missionari dell’èra cristiana, il pellegrinaggio prende la strada della Galilea, in cui il Risorto li precede (cf. 4,28; 16,17 e 1,14). Per questo sono permessi bastone e sandali. Dipenderanno anche dall’ospitalità della gente, come il seme ha bisogno, per crescere, che la terra l’accolga. Si tratta ancora dell’ascolto della parola (6,11): quella dei discepoli ha sostituito quella del Maestro da quando sono stati investiti della sua autorità. L’importanza della missione dei dodici è fondamentale: prolunga ed estende la proclamazione del regno inaugurata da Gesù.
Perciò la mancanza d’accoglienza dev’essere denunciate: il gesto di scuotere la polvere dai piedi, dai sandali e dai vestiti era prescritto dal Talmud quando si lasciava un paese pagano considerato impuro (cf. At 13, 51).
Sulla loro attività, Marco non dà alcuna indicazione di tempo a di luogo; gli basta segnalare ch’essi realizzano esattamente ciò che ha detto e fatto il Maestro: proclamare la conversione, operare esorcismi e guarigioni. Ma partono realmente in missione; in Matteo, il discorso di Gesù non è seguito dalla partenza dei discepoli (Mt 11,1), che viene rimandata a dopo la risurrezione (Mt 28,16-20). In Marco invece, come in Luca (Lc 9,10) i discepoli torneranno, raccontando al Maestro tutto ciò che hanno fatto e insegnato (6,30).

Il bagaglio del missionario - Adalberto Sisti (Marco): Inviando gli apostoli, Gesù si preoccupa di precisare il loro equipaggiamento da viaggio, che deve essere ridotto all’essenziale, alle cose veramente indispensabili: un bastone da viandante, un paio di sandali ai piedi per schivare la durezza del suolo e una semplice tunica senza il mantello, che serviva solo per ripararsi dall’umidità della notte. L’apostolo deve contare sulla generosità e sul senso di ospitalità della gente dei luoghi in cui si reca (secondo G. FLAVIO, Bellum judaicum, 2, 125, in ogni città vi era un incaricato che doveva occuparsi dei pellegrini). Per il bene spirituale che compie, egli ha quasi un diritto di essere ricompensato e contraccambiato con quanto è necessario alla vita (cf Mt 10,10; Lc 10,7; 1Cor 9,14). Soprattutto, però, l’apostolo con il suo esempio di distacco da tutte le cose deve dar prova della sua fiducia in Dio, che provvede anche agli uccelli dell’aria e ai gigli del campo (Mt 6,25-34). Compreso così l’insegnamento di Cristo, non costituisce una difficoltà il fatto che tra Mc e gli altri sinottici ci sia una certa diversità nell’enumerare le cose da prendere o da non prendere con sé nel viaggio. Gli evangelisti hanno voluto dare soltanto un’idea dello spirito da cui deve essere animato il missionario e non dettare norme troppo vincolanti e meticolose.

Mandati, inviati - Pastores gregis 9: Il Vangelo secondo Luca riferisce che Gesù diede ai Dodici il nome di Apostoli, che letteralmente significa inviati, mandati (cfr 6,13). Nel Vangelo secondo Marco leggiamo pure che Gesù costituì i Dodici « anche per mandarli a predicare » (3,14). Ciò significa che tanto l’elezione quanto la costituzione dei Dodici come Apostoli sono finalizzate alla missione. Il primo loro invio (cfr Mt 10,5; Mc 6, 7; Lc 9,1-2) trova la sua pienezza nella missione che Gesù loro affida, dopo la Risurrezione, al momento dell’Ascensione al Cielo. Sono parole che conservano tutta la loro attualità: «Mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra. Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ecco, io sono con voi tutti i giorni, sino alla fine del mondo» (Mt 28,18-20). Questa missione apostolica ha avuto la sua solenne conferma nel giorno dell’effusione pentecostale dello Spirito Santo.

Ungevano con olio molti infermi e li guarivano - Catechismo della Chiesa Cattolica 1506-1507: Cristo invita i suoi discepoli a seguirlo prendendo anch’essi la loro croce. Seguendolo, assumono un nuovo modo di vedere la malattia e i malati. Gesù li associa alla sua vita di povertà e di servizio. Li rende partecipi del suo ministero di compassione e di guarigione: «E partiti, predicavano che la gente si convertisse, scacciavano molti demoni, ungevano di olio molti infermi e li guarivano» (Mc 6,12-13). Il Signore risorto rinnova questo invio («Nel mio nome [...] imporranno le mani ai malati e questi guariranno»: Mc 16,17-18) e lo conferma per mezzo dei segni che la Chiesa compie invocando il suo nome. Questi segni manifestano in modo speciale che Gesù è veramente «Dio che salva».

L’unzione degli infermi - Bibbia di Navarra (I Quattro vangeli): San Marco è l’unico evangelista a parlare dell’unzione d’olio fatta agli infermi. L’olio veniva frequentemente usato per curare le ferite (cfr Is 1,6; Lc 10,34), mentre gli apostoli se ne servono anche per guarire miracolosamente le malattie del corpo, in virtù del potere conferito loro da Gesù. Di qui l’uso dell’olio come materia nel sacramento dell’Unzione degli infermi, che cura le ferite dell’anima e, se del caso, anche quelle del corpo. Come insegna il Concilio di Trento - Dottrina sul sacramento dell’Estrema Unzione, cap. l -, in questo versetto di san Marco bisogna vedere “accennato” il sacramento dell’Unzione degli infermi, istituito dal Signore, e successivamente “raccomandato ai fedeli e promulgato da Giacomo apostolo” (cfr Gc 5,14ss.).

Frutti del sacramento dell’Unzione degli Infermi 272 (I Sacramenti - L’estrema Unzione) - Catechismo Tridentino: I Pastori spieghino con cura i vantaggi di questo sacramento, di modo che, se altre considerazioni non stimolano i fedeli a riceverlo, ve l’induca almeno l’utilità, dal momento che noi quasi tutto valutiamo in base al nostro vantaggio. Diranno innanzi tutto che questo sacramento infonde la grazia che cancella i peccati più lievi che sono comunemente detti veniali. Esso infatti non è stato istituito per la remissione delle colpe mortali, che sono cancellate dal Battesimo e dalla Penitenza. Questo sacramento non è stato istituito principalmente per la remissione dei peccati più gravi che il Battesimo e la Penitenza invece effettuano per la loro virtù.
Spiegheranno poi l’utilità della sacra Unzione, che libera l’anima dal languore e dalla fragilità contratti coi peccati, e in genere da tutte le scorie dei peccati. Il momento più opportuno per simile cura spirituale è quello in cui, sui colpiti da grave morbo, incombe il pericolo della vita. Poiché per natura l’uomo nulla teme più della morte. Tale timore è accresciuto dalla memoria delle colpe passate, quando specialmente siamo sul punto di sentirci aspramente accusati dalla nostra coscienza. Sta scritto infatti: Impauriti ricorderanno le loro colpe, e le iniquità commesse si leveranno ad accusarli (Sap 4,20). Anche l’animo è angosciato dall’idea di essere vicinissimi al tribunale di Dio che deve pronunciare una sentenza giustissima su quel che ci saremo meritati. Accade talora che, sgomenti di terrore, i fedeli cadano in preda al più profondo scoramento. Quale mezzo migliore invece, per apprestarsi tranquillamente alla morte, che rimuovere la tristezza, attendere in letizia la chiamata del Signore, pronti a rendergli quel che ci aveva affidato, non appena voglia richiedercelo? Ebbene, l’Estrema Unzione appunto fa si che lo spirito dei fedeli sia sgombrato da preoccupazioni, e l’animo venga ricolmato di pia e pura letizia.
Inoltre ne scaturisce un altro vantaggio, giustamente ritenuto il più prezioso. Sebbene, finché viviamo, l’avversario del genere umano non si astenga un istante dall’intenzione di perderci, pure mai compie più audaci sforzi per rovinarci, e possibilmente strapparci ogni fiducia nella divina misericordia, di quando si avvede che ci avviciniamo alla nostra ultima ora. Per questo con tale sacramento sono apprestate ai fedeli armi ed energie, per rintuzzare l’attacco infernale e respingerlo. Esso apre l’animo del malato alla fiducia nella bontà divina, lo conforta a sopportare più agevolmente i fastidi del male, lo addestra a eludere la perfida insidia dell’astuto demonio.

Siamo arrivati al termine. Possiamo mettere in evidenza:
*** “Dovunque entriate in una casa, rimanetevi finché non sarete partiti di lì. Se in qualche luogo non vi accogliessero e non vi ascoltassero, andatevene e scuotete la polvere sotto i vostri piedi come testimonianza per loro” (Vangelo).
Nel silenzio, nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.

Preghiamo con la Chiesa: Dio grande e misericordioso, concedi a noi tuoi fedeli di adorarti con tutta l’anima e di amare i nostri fratelli nella carità del Cristo. Egli è Dio, e vive e regna con te...



6 Febbraio 2019

 Mercoledì IV Settimana T. O.

Oggi Gesù ci dice: «Le mie pecore ascoltano la mia voce, dice il Signore, e io le conosco ed esse mi seguono.» (Gv 10,27).

Vangelo - Dal vangelo secondo Marco 6,1-6: Incredulità, pregiudizi, alterigia, arroganza... una poltiglia fangosa, malevola, che riempie il cuore dei nazaretani, una poltiglia che oscura, annebbia la mente, accorcia la vista impedendo di vedere il volto di Dio, spezza il passo e interdice all’uomo di incontrarsi con Dio. È quanto successo agli abitanti di Nazareth, Da dove gli vengono queste cose? E che sapienza è quella che gli è stata data? Una domanda che resterà irrisolta, affonderà come zavorra nelle loro menti, loro che credevano di conoscere, di sapere, loro che erano abituati a sentenziare, a condannare, a giudicare... pensieri contorti che precipitosamente spingono i cuori ad aborrire la verità, a rigettare la salvezza, e a concepire malsani pensieri tinti di sangue: Si alzarono e lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del monte, sul quale era costruita la loro città, per gettarlo giù (Lc 4,29).

Gesù venne nella sua patria - Marco si riferisce a  Nazaret, una località che non è menzionata né nell’Antico Testamento, né in Giuseppe Flavio, né nel Talmud. È nominata per la prima volta nel Nuovo Testamento come patria di Gesù e dei suoi parenti (Cf. Mt 2,23; Mc 1,9; 6,3; Lc 2,51).
Il racconto della visita di Gesù a Nazaret lo si trova anche in Matteo e in Luca. Quest’ultimo, a differenza dei primi due, ha elaborato un racconto eccessivamente sovraccarico.
Molti, ascoltando, rimanevano stupiti: quello che dicono o pensano i molti è una sintesi del ministero di Gesù: predicazione e miracoli. Ma lo stupore nasce dal fatto che sono note le origini di Gesù: praticamente si erano fermati alla “carne” (Cf. 2Cor 5,16) ed è naturale che questa “conoscenza carnale” generasse nella loro mente una cascata di domande.
Per i nazaretani Gesù è un tekton: un mestiere che comportava l’abilità professionale di svolgere simultaneamente la professione di falegname, di fabbro e di muratore.
Figlio di Maria: questa espressione contraria l’uso ebraico, che identifica un uomo in rapporto a suo padre. L’uso improprio, forse, vuole mettere in risalto la fede dell’evangelista Marco e della sua comunità, secondo cui il Padre di Gesù è Dio (Cf. Mc 1,1.11; 8,38; 13,32; 14,36).
Se è vero che Paolo e tutti e quattro gli evangelisti parlano dei fratelli e delle sorelle del Signore, è anche vero che gli autori sacri parlano solo e sempre di fratelli di Gesù, mai di figli di Maria. Solo Gesù è detto figlio di Maria (Mc 6,3) e Maria è detta solo e sempre madre di Gesù, e non di altri (Cf. Gv 2,1; 19,25; At 1,14).
I Vangeli ci hanno tramandato i nomi dei cosiddetti fratelli di Gesù che sono: Giacomo, Giuseppe (o Joses), Giuda (non Giuda Iscariota, il traditore) e Simone (Cf. Mt 13,56; Mc 6,3). Gli stessi Vangeli però ci informano anche di chi erano figli (Cf. Mt 27,55-56; Mc 15,40-41; ecc.) per cui senza ombra di dubbio possiamo affermare che essi non sono figli di Maria, la madre di Gesù, ma suoi nipoti, figli d’una sorella ben menzionata da Giovanni (Cf. Gv 19,25). Oltretutto, si conosce la scarsità di termini ebraici indicanti i vari gradi di parentela: fratello e sorella potevano indicare anche parenti di secondo grado. Anche la Settanta (traduzione greca della Bibbia) adopera il termine greco adelfos per tradurre il termine ebraico ah, anche quando si tratta in modo palese di cugini o anche di parenti (Cf. Gen 13,8; 1Cr 23,21; ecc.).
Il rifiuto di Gesù come profeta, ha un logorante crescendo: ad iniziare sono i parenti, poi i compaesani e infine i Giudei. La meraviglia di Gesù «denota il suo stupore per l’incredulità dei paesani; una cosa sorprendente e inaspettata per lui. Marco non ha preoccupazioni teologiche circa la prescienza divina di Gesù, ma ce lo presenta nella sua realtà storica. Questi non poté compiere miracoli, perché i nazaretani non si aprirono con fede alla missione affidatagli dal Padre: l’onnipotenza di Dio risulta condizionata dall’incredulità dell’uomo: “Come la sua potenza è la nostra salvezza, così la nostra incredulità è la sua impotenza” [Gnilka]» (Angelico Poppi). Nonostante questo insuccesso, Gesù continua a percorre «i villaggi d’intorno insegnando»: monito ed esempio per quei i credenti pronti a scoraggiarsi anche per il più piccolo disagio.

Non è costui il falegname, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone?  - Bruno Maggioni: Chiamarsi “fratelli” tra persone dello stesso gruppo, della stessa stirpe, della stessa fede è un dato pressoché universale ma il modo di intendere la fraternità può essere differente. Nel Nuovo Testamento i cristiani sono detti fratelli 160 volte. Quali sono i tratti principali che identificano la fraternità evangelica? Gesù supera il cerchio ristretto della fraternità del sangue indicando una fraternità inedita e profonda: “Chiunque fa la volontà del Padre mio che è nei cieli, questi è per me fratello, sorella e madre” (Mt 12,50). La nuova “famiglia di Gesù” supera ogni legame di sangue, perché ciò che la costituisce è l’obbedienza al Padre suo. Il legame fraterno si stabilisce anzitutto con Gesù (“questi è per me fratello...”), non anzitutto fra i discepoli. I discepoli sono fratelli fra loro perché ciascuno è inserito nella medesima famiglia di Gesù.
Nel grande affresco del giudizio universale (Mt 25,31-45) il discorso sembra allargarsi ulteriormente. Gesù infatti chiama “miei fratelli” tutti i bisognosi (affamati, assetati, nudi, forestieri, ammalati e carcerati). La famiglia di Gesù è dunque più ampia di coloro che esplicitamente lo riconoscono. Non solo l’obbedienza al Padre suo, ma anche il bisogno “rende” suoi fratelli. E questo è possibile perché il costitutivo ultimo della fraternità evangelica non è ciò che l’uomo fa per Dio, ma lo sguardo di Dio che si posa su di lui: uno sguardo paterno, che non discrimina e “fa sorgere il sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti” (Mt 5,45). Così è lo sguardo del Padre e così deve essere lo sguardo dei suoi figli: “Siate dunque perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste” (Mt 5,48). Questa fraternità cristiana - che sorprende per la sua radicalità - discende da una comune paternità. Si comprende di essere fratelli perché figli dello stesso Padre. Ed è a partire dal Padre che si comprende l’estensione della fraternità. Costituita dalla paternità di Dio, padre di tutti gli uomini, alla fraternità cristiana non è mai concesso di chiudersi in se stessa e divenire una ragione di discriminazione, distinguendo tra “noi” e “gli altri”.

Fratelli del Signore: John McKenzie (Dizionario Biblico): I fratelli di Gesù sono menzionati in Mt 12,46; 13,55s; Mc 3,31; 6,3; Lc 8,19; Gv 2,12; 7,3ss; 20,17; At 1,14; 1Cor 9,5; Gal 1,19. Se ne nominano quattro: Giacomo, Giuseppe, Simone e Giuda (Mt 13,55; Mc 6,3). La tradizione della perpetua verginità di Maria ha sempre respinto l’idea che questi fratelli fossero suoi figli; l’idea di alcuni pochi Padri per i quali erano figli di un precedente matrimonio di Giuseppe è priva di qualsiasi fondamento. Il termine greco adelphos, fratello (adelphe, sorella) è usato, in gran parte, come si usano fratello e sorella in italiano. In questo caso, comunque, bisogna ricorrere allo sfondo ebraico-aramaico dei vangeli: i termini greci esprimono spesso il loro uso semitico. Le parole ebraiche per indicare le distinzioni dei diversi gradi di parentela non sono né numerose né esatte come nelle nostre lingue moderne: vediamo spesso in esse riflessi dell’antico uso nomade nel quale tutti i membri di una tribù o di un clan venivano chiamati fratelli, come il capo della tribù o del clan, lo sceicco, veniva talvolta detto padre. Dei quattro «fratelli» menzionati per nome, è evidente che Giacomo e Giuseppe non sono figli né di Giuseppe né di Maria madre di Gesù. Un’al­tra Maria è madre di ambedue: essa si trovava nel gruppo ai piedi della croce (Mt 27,56; Mc 15,40). Nell’elenco degli apostoli, Giacomo è detto figlio di Alfeo (Mt 10, 3; Mc 3,18; Lc 6,15; At 1, 13). Inoltre, non vi è mai menzione di altri figli, ed è difficile spiegare come mai Gesù avrebbe raccomandato Maria alle cure del discepolo Giovanni (Gv 19, 26) se avesse avuto altri figli. Nei vangeli e nell’uso linguistico non vi è nulla che si opponga alla tradizione della perpetua verginità di Maria: tale tradizione si spiegherebbe molto difficilmente se queste allusioni fossero state intese nel senso di fratelli o di sorelle uterini. L’esatto grado di parentela fra Gesù e i suoi cosiddetti «fratelli» non si può ricostruire.

Maria “sempre Vergine” - Catechismo della Chiesa Cattolica: n. 499 L’approfondimento della fede nella maternità verginale ha condotto la Chiesa a confessare la verginità reale e perpetua di Maria anche nel parto del Figlio di Dio fatto uomo. Infatti la nascita di Cristo “non ha diminuito la sua verginale integrità, ma l’ha consacrata”. La Liturgia della Chiesa celebra Maria come la “Aeiparthenos”, “sempre Vergine”.
n. 500 A ciò si obietta talvolta che la Scrittura parla di fratelli e di sorelle di Gesù. La Chiesa ha sempre ritenuto che tali passi non indichino altri figli della Vergine Maria: infatti Giacomo e Giuseppe, “fratelli di Gesù” (Mt 13,55) sono i figli di una Maria discepola di Cristo, la quale è designata in modo significativo come “l’altra Maria” (Mt 28,1). Si tratta di parenti prossimi di Gesù, secondo un’espressione non inusitata nell’Antico Testamento.
n. 501 Gesù è l’unico Figlio di Maria. Ma la maternità spirituale di Maria si estende a tutti gli uomini che egli è venuto a salvare: “Ella ha dato alla luce un Figlio, che Dio ha fatto “il primogenito di una moltitudine di fratelli” (Rm 8,29), cioè dei fedeli, e alla cui nascita e formazione ella coopera con amore di madre”.

Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua - Benedetto Prete (I Quattro Vangeli): vv. 4-5 Un profeta rimane senza onore soltanto nella sua patria; il proverbio conferma un’esperienza assai comune: la familiarità e la vicinanza con le persone che eccellono creano gelosie, invidie, freddezze ed ostilità. Seneca diceva: «vile habetur quod domi est» (De Benef., III, 3). Bisogna tuttavia notare che Gesù si riconosce «profeta» e si proclama tale davanti ai suoi concittadini. A motivo dell’incredulità e della freddezza dei Nazaretani il Maestro non compì nessun miracolo nella sua città; il miracolo infatti suppone generalmente la fede o buone disposizioni d’animo e ne è la ricompensa. Soltanto qualche infermo, che non condivideva l’atteggiamento dei suoi concittadini, poté beneficiare della presenza di Gesù facendosi imporre le mani al suo passaggio. Sembra tuttavia che nessun miracolo sensazionale fu compiuto dal Salvatore in quella visita alla città dov’era cresciuto.
v. 6a Si stupiva della loro incredulità; lo stupore in Gesù era reale; a Nazareth infatti egli incontrò per la prima volta una folla sorda ed ostile all’annunzio della buona novella, e questo fatto lo sorprese. Gesù, come uomo, aveva quella che i teologi chiamano «scienza sperimentale» che aumentava con l’esperienza o la constatazione dei fatti; queste cognizioni nuove che il Maestro aveva come uomo erano per lui causa di stupore.
v. 6b Il Maestro, allontanatosi da Nazareth, si diresse verso il lago e Cafarnao; lungo il cammino egli evangelizzava i villaggi che toccava al suo passaggio.

Siamo arrivati al termine. Possiamo mettere in evidenza:
*** Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua.
Nel silenzio, nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.

Preghiamo con la Chiesa: O Dio, forza dei martiri, che hai chiamato alla gloria eterna san Paolo Miki e i suoi compagni attraverso il martirio della croce, concedi anche a noi per loro intercessione di testimoniare in vita e in morte la fede del nostro battesimo. Per il nostro Signore...